La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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___ Nuovo numero di Kritik pubblicato (03 dicembre 2018)
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Argomenti


Presepi genovesi del Settecento - foto allestimento Giorgio Bianchi Presepi genovesi del Settecento dal Museo Giannettino Luxoro
termina il 20 gennaio 2019
Museo Civico d'Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it

Come avviene da oramai più di dieci anni in occasione delle festività natalizie, i Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei, in collaborazione con il Centro Studi per la Cultura Popolare, un evento espositivo dedicato all'arte presepiale tradizionale, come momento di avvicinamento e celebrazione collettiva della raffigurazione della Natività nella notte di Betlemme, la più importante della civiltà cristiana. L'iniziativa - a cura di Mark Gregory D'Apuzzo, Simonetta Maione, Giulio Sommariva, in collaborazione con Fernando e Gioia Lanzi - si inserisce nel ciclo di mostre che pone a confronto scuole presepiali di aree regionali diverse, a documentare la straordinaria diffusione di questo specifico tipo di produzione artistica in Italia. Dopo la fortissima tradizione napoletana, che, attraverso la "Scarabattola" della Collezione di Gianfranco Bordoni, è stata tema dell'esposizione del 2008, quest'anno è oggetto di attenzione la grande scuola di Genova, città che fin dalla prima metà del XVI secolo si è affermata come uno dei centri più attivi nella produzione di figure da presepe, accanto a Napoli e Bologna.

Accanto alla ricca collezione del Museo Davia Bargellini - la più ampia, sia numericamente che qualitativamente, di statuine in terracotta policroma dei secoli XVIII-XIX presente in città - l'esposizione consente al pubblico di ammirare due gruppi presepiali databili fra la seconda metà e la fine del XVIII secolo, provenienti dalle raccolte del Museo Giannettino Luxoro di Genova, rappresentativi dell'altissima qualità esecutiva raggiunta nella produzione di questo particolare tipo di scultura, generalmente di destinazione domestica, di ridotte dimensioni, ma di grande pregio. Gli esemplari selezionati per l'allestimento, ricostruito con accurata attenzione filologica, sono riconducibili alle due principali varianti compositive rappresentate nella tradizione del capoluogo ligure: da una parte statuette in legno scolpite a tutto tondo e policromate, dall'altra manichini lignei articolati, parzialmente policromati, e rivestiti con abiti in splendido tessuto, testimonianza della grande manifattura tessile cittadina.

Il primo gruppo, in legno interamente intagliato e policromato, è datato al 1763, anno riportato sotto una base, unitamente alla scritta "Neue", forse riconducibile alla firma di un ignoto artefice o ad un committente/proprietario. Propone una rara tipologia di figure da presepe genovese, prossima alla tradizione delle grandi casse processionali diffuse in tutto il territorio dell'antica Repubblica di Genova. Se più ricorrente è infatti la tipologia di statuette di dimensioni fra i 30 e i 50 cm di altezza, gli esemplari che compongono l'insieme in mostra, di piccole dimensioni (fra i 15 e i 20cm), costituiscono una rarità non solo per la tecnica utilizzata, ma anche per la completezza del gruppo, con la Sacra Famiglia, l'asino, il bue e figure maschili e femminili di pastori.

Il secondo è invece composto da manichini di dimensioni superiori, anch'esse in legno intagliato a tutto tondo, rivestiti di abiti in stoffa, finemente cuciti, ricamati e rifiniti, e accessoriate con dettagli di preziosa manifattura, riconducibili all'impronta della scuola di Anton Maria Maragliano, titolare della più attiva e prestigiosa tra le botteghe di intagliatori genovesi tra XVII e XVIII secolo. Straordinarie le figure del corteo dei Magi, una vera parata di potenti in miniatura, che dovevano manifestare la ricchezza dei loro aristocratici proprietari, committenti e collezionisti. Alcune figure di questa composizione - il Pastore vestito di pelliccia con il bastone, il Soldato vessillifero, il Soldato con sciabola, il Cavallo morello - sono attribuibili alla bottega di Pasquale Navone, autore di una vasta produzione di sculture in legno a carattere religioso e devozionale nella seconda metà del XVIII secolo.

Questo tipo di statuine, rispetto a quelle totalmente in terracotta della tradizione bolognese, corrispondevano meglio alle esigenze spettacolari del presepe barocco, rendendo possibile, attraverso la sostituzione degli abiti o degli accessori, una continua intercambiabilità dei personaggi e allestimenti scenografici di grande suggestione sempre diversi. La mostra è quindi l'occasione per conoscere più a fondo le caratteristiche della tradizione presepiale genovese, le sue specificità tecniche, le tipologie dei suoi "figuranti", le identità dei suoi più abili artefici. A differenza della produzione presepiale napoletana, in cui le statuette sono costituite da manichini con la testa in terracotta dipinta, le estremità preferibilmente in legno, l'anima di ferro dolce e il riempimento di stoffa, poi debitamente abbigliate con costumi e accessori veri, le figure sia del presepe bolognese che genovese sono interamente realizzate in un unico materiale: alla modellazione in terracotta della plastica bolognese si sostituisce la scultura in legno, evidentemente un materiale di più facile reperibilità nell'ambiente e nelle colline genovesi.

In concomitanza non casuale con la mostra al Museo Davia Bargellini, l'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova presenta un allestimento di figure presepiali realizzate da Pasquale Navone provenienti dalle civiche collezioni del Museo Giannettino Luxoro che, al pari di quelle esposte a Bologna, si distinguono per l'eccezionalità nella qualità di intaglio e laccature e nello stato di conservazione dei costumi. Due preziose iniziative che avvicinano le città di Bologna e Genova nella simbolica ricreazione dell'atmosfera di gioia intorno alla nascita di Gesù, nel segno della comune tradizione storico-artistica di eccellenza nell'arte presepiale. L'esposizione Presepi genovesi del Settecento dal Museo Giannettino Luxoro è accompagnata da una pubblicazione, a cura dei Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei, che contiene prefazioni istituzionali di Massimo Medica e Gloria Piaggio, con testi di Mark Gregory D'Apuzzo, Giulio Sommariva e Simonetta Maione, Fernardo e Gioia Lanzi. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra EtruSchifano - Mario Schifano a Villa Giulia EtruSchifano
Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno


13 dicembre 2018 - 10 marzo 2019
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia - Roma
www.villagiulia.beniculturali.it

In occasione del ventennale della scomparsa di uno dei massimi esponenti della pittura contemporanea, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dedica una mostra a Mario Schifano, la cui vicenda biografica e artistica è intessuta di stringenti legami con la civiltà etrusco-italica in generale e in particolare con il Museo di Villa Giulia, dove lavorò dal 1951 al 1962 come restauratore e lucidatore di disegni. Il progetto espositivo è curato da Gianluca Tagliamonte e da Maria Paola Guidobaldi. Nella sala dei Sette Colli è esposto il ciclo di opere Gli Etruschi (21 quadri), realizzato su commissione da Schifano nel 1991, e oggi di proprietà della Fondazione Pescarabruzzo di Pescara. La maggior parte dei quadri trae ispirazione da alcune delle più celebri pitture funerarie etrusche, ma non mancano richiami ad alcuni oggetti antichi. I quadri sono stati accostati in mostra ad alcuni vasi originali selezionati nell'ambito della vastissima collezione del Museo.

La reinterpretazione proposta dall'artista in chiave pop si sostanzia di dinamiche figure dai colori sgargianti, emergenti da un fondo monocromo o scuro. Una selezione (tre dipinti e due disegni) del ciclo di opere Mater Matuta, ispirato alle celebri sculture antiche di Matres (Madri), due delle quali, appartengono al Museo di Villa Giulia e sono esposte in mostra, è invece allestito nella Sala di Venere. Il ciclo Mater Matuta fu commissionato a Schifano nel 1995 dal manager Domenico Tulino. Realizzato in un periodo particolare della vita di Schifano, di forte sensibilità nei confronti di temi a carattere sociale, è forse l'ultimo ciclo pittorico eseguito dal Maestro, prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1998.

E' la prima volta che i due cicli sono accostati e presentati insieme in un contesto espositivo. La Sala dei Sette Colli accoglie anche una bacheca contenente documenti tratti dal fascicolo personale di Mario Schifano conservati nell'Archivio del Museo e un video con una sequenza di immagini fotografiche di Marcello Gianvenuti, che rievocano l'happening del 16 maggio 1985, quando, a Firenze, Schifano realizzò in poche ore dal vivo La Chimera, un gigantesco quadro di 40 metri quadri di superficie (4x10m). Il video prodotto in quell'occasione da Ettore Rosboch è andato perduto. E' perciò ancor più significativa la sequenza di immagini fotografiche proposta in questa mostra. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Deja Vu Deja Vu
termina il 15 dicembre 2018
Salotto dell'Arte - Cagliari
www.salottodellarte.it

Vi è mai capitato di percepire un'intensa ed inspiegabile familiarità con un luogo o una situazione nuova, come se aveste già vissuto quel momento? A questa percezione si dà il nome di "Deja vù": un'emozione affascinante! Una trentina di artisti espongono le loro opere di un ricordo, una situazione o paesaggio familiare. (Comunicato stampa)





Stefano Visintin
"#cafènero"


12 dicembre 2018 (inaugurazione ore 18.00) - 15 febbraio 2019
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

Mostra fotografica di Stefano Visintin - organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet, presentata da Serenella Dorigo - incentrata su un viaggio personale nella città del caffè e dei caffè, i suoi riti e i suoi miti. Stefano Visintin è un fotografo triestino che si contraddistingue per l'amore per il dettaglio, l'architettura e le geometrie. Questi assunti costituiscono la base e l'inizio del suo lavoro fotografico. Nel suo percorso di formazione, non si sottrae, quindi, agli stimoli creati in precedenza dai grandi maestri della fotografia, quali Ranger-Patzsch (per l'inquadratura purista e minimalista), Walker Evans (per l'idea di una fotografia debitrice del dettaglio architettonico), Bernd e Hilla Becher (per il sistema di catalogazione e confronto costruito sulle analogie). Da diversi anni, però, la sua attenzione è rivolta anche al tema del ritratto, argomento al quale ha gia` dedicato diverse mostre tra cui quelle per "Arti e Mestieri" e Uno+Uno nonché per il festival "Triestèfotografia".

In quest'ultimo caso le sue fotografie dialogavano con testi narrativi eseguiti ad-hoc da scrittori e la narrazione diventava cornice del ritratto o, per dirla in altro modo, il ritratto si rifletteva nel contesto che lo conteneva. C'è quindi un piano narrativo a piu` livelli: l'interpretazione del volto della persona inquadrata e la testimonianza della parola che entra a viva forza e in parallelo all'immediatezza fotografica. Il risultato è una narrazione ininterrotta, fotografica e letteraria, nonche´ multilingue e pluriculturale, sui personaggi e le storie della citta`, in un continuo rispecchiarsi di volti, scorci e situazioni. Di recente ha collaborato con Claudio Grisancich alla realizzazione del libro di poesie e fotografie "Album" edito da Hammerle Editore. La mostra "Pop" che ne è scaturita, si incentra su una attenta e lenta scansione di frammenti, vie, facciate e cose della città che fu e che riemerge da un racconto poetico molto intimo. Ha inoltre collaborato con il settimanale Zeno con progetti fotografici ad-hoc, e collabora con Juliet art magazine, pubblicando foto di situazioni legate al mondo dell'arte. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra di Daniela Savini a Mantova Daniela Savini
"Dal quotidiano al Nulla"


Spazio "Atelier des Arts" - Mantova
12 gennaio (inaugurazione ore 17.00) - 02 febbraio 2019

Personale di pittura e incisione di Daniela Savini, realizzata con il patrocinio della Provincia e del Comune di Mantova. In occasione delle ricorrenze legate al Giorno della Memoria, la mostra vuole essere una riflessione sulla Shoah e sul genocidio. L'esposizione è stata realizzata con la collaborazione di Domenica Giaco, poetessa siciliana, che scrive: «La vita umana può improvvisamente non avere alcun valore. Su questo dovremmo riflettere quando pensiamo alla Shoah. Milioni di persone furono uccise senza che il mondo sapesse. Fu trovata alla violenza una legittimazione, e bastò questo per mettere a tacere le coscienze. Quanto accadde non dobbiamo considerarlo cristallizzato in un passato ormai concluso. (...) La Shoah è ad ora un dramma universale che ci ricorda ciò che l'uomo fu capace di fare all'uomo. (...) Ricordare è pensare. Riflettere.

E' l'umanità tutta a mettersi in questione, e occorre davvero, oggi, pensare e riflettere sui nostri modelli di convivenza sociale, sottrarsi dalle ambiguità e, attraverso la dimensione dell'immedesimazione drammatica, ritrovare ognuno l'autenticità di sé e la consapevolezza che nessuno di noi è al riparo dalla barbarie, che l'impensabile e l'inaudito possono accadere ancora, poiché il male è una possibilità. Un'umanità fragile, esposta. (...) La mostra si pone l'obiettivo di accompagnare emozionalmente lungo un percorso che tenta di ricomporre in un primo momento le innumerevoli vite sottratte, attraverso dimensioni domestiche di gesti, ambienti, presenza di oggetti che in qualche modo suggeriscono una quotidianità, una normalità, ma che tuttavia introducono man mano un'inquietudine che presto conduce nella consapevolezza di un essere umano lacerato, di corpi che dissolvono nel nulla, senza volto, senza ritorno. Vinti». (Comunicato stampa)




Fabio Colussi - Venezia - olio su tela cm.35x50 2017 Fabio Colussi
termina il 31 dicembre 2018
Salone d'Arte di Trieste

Una rassegna del pittore triestino Fabio Colussi, dedicata al tema prediletto della veduta marina, introdotta da Gabriella Pastor e interpretata sul piano critico dall'architetto Marianna Accerboni. In mostra 24 oli su tela e su tavola inediti, realizzati con grande maestria principalmente tra il 2017 e il 2018.

Presentazione




Maria Luisa Acquaviva - opera nella rassegna al Palazzo delle Arti di Napoli Opera di Maria Luisa Acquaviva nella mostra Xilografie 1960-2018 Maria Luisa Acquaviva
Xilografie 1960/2018


PAN Palazzo delle Arti di Napoli
13 dicembre 2018 (inaugurazione ore 17) - 06 gennaio 2019

Una rassegna insolita, dedicata ad un'originale tecnica espressiva non più tanto frequentata, per valorizzarne la tradizione e rinnovarne la conoscenza attraverso l'interpretazione dell'artista. Curata da Paola de Ciuceis, organizzata in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e con il patrocinio dell'Accademia di Belle Arti di Napoli, la mostra propone una selezione di oltre 50 incisioni su legno (raramente su linoleum) di vario formato. In eleganti cornici di plexiglass, sapientemente fotografate da Libero De Cunzo e archiviate per temi e per annualità i lavori ripercorrono la produzione artistica di Maria Luisa Acquaviva dall'inizio. Completa la mostra, un catalogo Editori Paparo, con una presentazione dell'assessore Nino Daniele e i testi della curatrice, dell'artista e del maestro Arnoldo Ciarrocchi. Nell'ambito della mostra, il 15 dicembre (ore 10-12), i cultori della materia Sabina Maresca, Andrea Matarazzo e allievi del corso di Grafica d'Arte guidati dalla professoressa Erminia Mitrano dell'Accademia di Belle Arti, proporranno una dimostrazione pratica di stampa con un piccolo torchio di legno. (...)

"Pieno e vuoto, chiaro e scuro. Stretti indissolubilmente l'uno all'altro, gli elementi essenziali dell'incisione d'arte trovano in Maria Luisa Acquaviva un'abile interprete che, nelle sue produzioni xilografiche, li valorizza al massimo nella maestria con la quale modula la contrapposizione di toni e semitoni - scrive la curatrice Paola de Ciuceis -. Se ne ha un'idea d'insieme a scorrere gli innumerevoli ed eleganti esemplari tirati al torchio in un sessantennio di impegno artistico alle prese con questa antichissima tecnica dell'incisione in rilievo su matrici lignee adeguatamente inchiostrate; un raffinato metodo di illustrazione già in uso in Cina, per la stampa su carta, dall'VIII secolo d.C. e, prima ancora, presso i Copti, in Egitto, nel V-VI secolo d.C., per la stampa delle stoffe ma che si diffonde in Europa solo da XIV-XV secolo in avanti come decorazione di testi religiosi e dei primi libri a stampa. Dopo una breve esperienza con l'acquaforte, difatti, Maria Luisa Acquaviva si lascia prendere dal fascino della xilografia; una passione che non solo non l'abbandonerà mai ma la porterà ad incidere con grande entusiasmo di tutto e di più, anche «cassetti e sportelli di armadio. Superfici più grandi di lei sulle quali avrebbe potuto sdraiarsi e dormire o farsi portare dalle onde» così come ricorda il suo maestro, Arnoldo Ciarrocchi, nella presentazione della personale di Acquaviva alla galleria Stendhal di Milano (1964)".

"E' l'uomo, nelle realizzazioni grafiche, a dominare la mia immaginazione, sia che lo veda condizionato dall'angosciante realtà che lo circonda e rappresentato in spazi circoscritti, sia che lo consideri un'entità trascurabile, irrilevante rispetto al tutto di cui fa parte e quindi immerso in spazi aperti - racconta l'artista Maria Luisa Acquaviva -. In ogni caso lo vedo sempre immobile, cioè incapace di venire fuori da questo dualismo contrastante. Ed anche quando è legato ad altre figure o gruppi lo vedo sempre solo, totalmente solo. Per questa serie di motivi la mia ricerca è orientata alla rappresentazione di figure umane e spazi: figure sole, a gruppi, immobili, in spazi limitati, chiusi, aperti oppure variamente connessi in cui la pittoricità e la profondità sono realizzate attraverso il contrapporsi dei toni e dei semitoni ottenuti mediante una particolare utilizzazione delle fibre di legno. La tecnica che uso è, infatti, la xilografia su legno, rate molto antica, la più antica delle arti a stampa, tale da offrire a chi la adopera, pur nella elementarità dei suoi mezzi, una gamma quasi infinita di espressioni". (Comunicato stampa)




Pino Pascali
Vita, morte, miracoli e seduzione


termina il 10 febbraio 2019
Bibo's Place - Roma
www.bibosplace.it

A cinquant'anni dalla scomparsa dell'artista la mostra raccoglie un nucleo di 34 opere costituito anche da disegni, schizzi e bozzetti realizzati per la pubblicità televisiva (M.I.M., biscotti Maggiora, Caffè Camerino). Saranno inoltre presenti alcuni dipinti come Moby Dick, Lettere del 1964 e una veduta immaginaria del mare di Puglia. Accanto a questa produzione verranno inoltre esposti lavori che si discostano della poetica di Pascali, con inattese tangenze con l'arte Informale di matrice tonale, già però protesa verso un'impostazione concettuale dell'opera, quasi a voler sancire, attraversandolo, il superamento stesso dell'Informale. Le opere raccolte per questa occasione restituiscono la cifra giocosa e ironica tipica del suo lavoro che ancora una volta conferma la sua assoluta attualità. (Comunicato stampa)

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Pino Pascali geniale fluidità
termina il 19 gennaio 2019
Galleria edieuropa QUI arte contemporanea - Roma
Presentazione




La Cristianità - Mostra filatelica a Trieste Mostra La Cristianità al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste Rassegna di francobolli dedicati al tema del Cristianesimo Francobolli con raffigurazione di dipinti realizzati da artisti europei La Cristianità
11 dicembre (inaugurazione ore 17.30) - 12 gennaio 2019
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Mostra filatelica, curata dal Museo Marittimo di Creta in collaborazione con Poste Italiane, la Fondazione Ellenica di Cultura e la Comunità greco-orientale di Trieste, con il sostegno dell'associazione "Trieste - Grecia Giorgio Costantinides". La raccolta a soggetto religioso comprende oltre 400 pezzi tra serie o parti di serie, singoli elementi filatelici, francobolli personalizzati, carte Massime, album, annuali, buste del primo giorno di circolazione, buste commemorative e foglietti. A completare la mostra si aggiungono un consistente numero di francobolli dedicati al tema del Cristianesimo emessi da paesi di religione musulmana. Si tratta di francobolli che raffigurano alcuni dei più importanti dipinti eseguiti da artisti europei. Una vera rarità.

Dall'osservazione dei francobolli si possono ricavare tante informazioni sulla crescita e sulla diffusione del Cristianesimo nel mondo favorito dall'arte pittorica. Rilevante spazio viene dedicato ai prodotti filatelici che ripercorrono il cammino spirituale dei Papi, dei grandi pittori del Rinascimento (Raffaello, Andrea Del Sarto), dei pittori nordici (in primis Durer Albrecht) e anche di un pittore particolarmente importante per l'isola di Creta: Domenico Theotokopoulos noto come El Greco. La mostra filatelica rientra tra le azioni del programma "Tempo Forte Italia - Grecia 2018". (Comunicato stampa)




Giorgio Griffa: "Ordine e disordine"
inaugurazione 10 dicembre 2018
Condominio-museo viadellafucina16 - Torino
www.condominiomuseo.it

L'opera che Giorgio Griffa, artista torinese di fama internazionale, ha donato a viadellafucina16, un omaggio ad Alighiero Boetti, rappresenta il culmine del processo di trasformazione avvenuto finora in questo stabile dove - per iniziativa di KaninchenHaus, di un gruppo di condomini e da un'idea dell'artista Brice Coniglio - ha preso nel 2016 vita il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Una sequenza di 73 pezzi unici di ceramica invetriata (materiale con cui per la prima volta si confronta l'autore) appese alle volte dell'atrio, rappresenta il precario equilibrio tra caos e volontà e sembra commentare il tentativo di trasformazione in corso in questo spazio, dove l'arte diventa motore di un processo di rigenerazione collettiva. L'opera è progettata nell'ambito del programma internazionale "Nuovi Committenti" con il sostegno di Fondation de France e di Regione Piemonte.

L'inaugurazione vuole essere occasione per festeggiare i risultati di questi due anni di lavoro, durante i quali viadellafucina16 ha ospitato 12 artisti in residenza, 18 eventi pubblici, importanti festival cittadini e gli interventi di grandi maestri come Griffa e Pistoletto. Alla serata sarà presente François Hers l'artista che ha inventato Nuovi Committenti. Nell'ambito del programma OPEN LAB di Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus avvia ora una nuova fase del progetto tesa a trasformare il Condominio-Museo in un format aperto, per permettere ad altri stabili di replicare l'esperimento. (Comunicato stampa)

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After the preview during Turin Art Week, Kaninchen-Haus and a.titolo are pleased to invite you Monday, December 10th at 6pm in Via La Salle 16 Turin, to the opening of the foyer of Viadellafucina16 Condominium-Museum and the work by Giorgio Griffa "Ordine e Disordine", produced thanks to the support of the Fondation de France and the contribution of the Regione Piemonte as part of the New Patrons programme. The internationally renowned Turin artist Giorgio Griffa donated to viadellafucina16 an homage to Alighiero Boetti. The artwork is the peak of a process of shared transformation, initiated by the artist Brice Coniglio together with the KaninchenHaus association and a group of co-owners, which, in 2016, breathed life into the unprecedented formula of the Condominium-Museum.

A sequence of 73 unique pieces of enamelled pottery (material which the author deals with for the first time) hanging from the majestic atrium, represents the precarious balance between chaos and will and it seems to comment on the ongoing transformation of the space, where art becomes the engine of a process of collective regeneration. The opening on December 10th wants to be the opportunity to celebrate the results of these two years of work, during which viadellafucina16 hosted 12 artists in residence, 18 public events, important city festivals and the works of great masters such as Giorgio Griffa and Michelangelo Pistoletto. François Hers, the artist creator of New Patrons programme, will be present. Furthermore, we are pleased to announce that, in the framework of OPEN LAB programme by Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus will now launch a new phase of the project aiming to transform the condominium-museum in an open format in order to allow other building internationally to replicate the experiment. (Press release)




Opera di Paco Falco nella mostra Back to the sign a Napoli Locandina della mostra Back to the sign di Paco Falco Opera nella rassegna Back to the sign Paco Falco Paco Falco: "Back to the sign"
inaugurazione 14 dicembre 2018, ore 18.30
Hotel Piazza Bellini - Napoli

Si rinnova la collaborazione tra l'artista napoletano e l'albergo di via Costantinopoli che, noto per essere stato spesso cornice di manifestazioni artistiche, aveva già ospitato nelle sua sale le opere di Paco Falco. Le nuove tele esposte al piano terra negli spazi che si affacciano nel cortile Settecentesco dell'albergo, fanno parte della serie Riot 2.0 e rappresentano un punto di svolta nella ricerca artistica di Paco Falco caratterizzata, negli ultimi anni, da una spiccata predilezione per forme artistiche estremamente comunicative che, tra la pop art e il graffito, enfatizza i simboli identificativi ora del tempo storico, ora della città e della cultura italiana e napoletana, fino all' "oggetto" più indefinibile in termini di rappresentazione ma carico di grande valenza immaginativa come il bosone di Higgs esposto  al CMS (Compact Muon Solenoid) di Ginevra.

Nelle opere il richiamo al segno è l'esigenza di richiamare attenzione e di richiedere permanenza rispetto alla frugalità, alla leggerezza e alla superficialità della comunicazione, delle relazioni, delle scelte esistenziali che caratterizzano la nostra società, organizzata ormai attorno alle nuove forme di comunicazione che invadono e trasformano il comportamento umano sia rispetto alla definizione della propria vita individuale, fatta di progetti, sogni e aspettative, sia riguardo quella collettiva, caratterizzata dallo scollamento con la realtà e allo stesso tempo con l'esibizione narcisistica che sembra dominare in ogni settore della vita.

Il segno è la ribellione alla riduzione dell'arte alla sua comunicabilità, all'espressione del già noto, al successo del piacere che si attua nel riconoscimento. E' la ribellione alla riproducibilità dell'opera mediante la sua scomposizione a cui sono opposte l'integrità e l'irriducibilità del segno. Ad essere espressa sulle tele è la ricerca dei sentimenti primari che non emergono più dalla mole quasi infinita di immagini e di messaggi che tutti i giorni ad ogni istante affollano e confondono, indirizzando e influenzano le nostre visioni del mondo. Dal punto di vista della tecnica, è l'equilibrio dei colori con i tratti del segno e della forma. Il ritorno al segno, come una sorta di ritorno alle origini delle prime mostre allo Studio49VideoArte nei quartieri spagnoli, richiama le pitture rupestri, i sistemi di scrittura logografici, le geometrie semplici e le tonalità naturali. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra dedicata a Marc Chagall a Castiglione del Lago Marc Chagall
L'anima segreta del racconto


termina il 31 marzo 2019
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

La mostra, curata da Andrea Pontalti, propone una significativa selezione di opere dell'artista russo, dalla serie "Le Favole", dal ciclo "Chagall Litographe" ed infine due opere raramente esposte al pubblico. L'esposizione si focalizza prevalentemente sull'opera grafica dell'artista. Si potrà ammirare una significativa selezione di opere tratte dalla serie Le Favole de La Fontaine, dal ciclo Chagall Litographe ed infine due opere dell'artista russo raramente esposte, provenienti da una collezione privata italiana. Chagall non lavora solo con il colore e il tratto, ma con un immenso linguaggio di oggetti che costituiscono il suo fictional world. Spesso per le sue opere sono stati utilizzati i termini "letteratura", "dipinto letterario" ed egli è stato definito "creatore di favole o racconti fantastici". Nel 1948, alla XXIV edizione della Biennale di Venezia, Chagall espone dipinti, disegni, incisioni e illustrazioni di Gogol, La Fontaine e la Bibbia. Proprio quest'ultima produzione sarà determinante per il Primo Premio della grafica che gli verrà conferito.

Una consacrazione forse tardiva, ma certamente indicativa dell'importanza storico-artistica del corpo principale delle opere esposte. Lo stupore accompagnerà il visitatore nella visione sia delle acqueforti delle "Favole" che delle magnifiche litografie del ciclo Chagall Litographe. Il disegno Re David suona la cetra (1949-52) e il dipinto Musicien et Danseuse (1965) arricchiscono, infine, il repertorio tecnico e narrativo del percorso. L'originalità dell'arte di Chagall e il suo dinamismo fantastico, che lascia trapelare tutto il mondo interiore di "eterno fanciullo", pervade anche la sua produzione grafica. La mostra è un racconto del raccontare, che consacra a buon diritto Chagall quale "artista letterario e mitologico". Ancora una volta Chagall riesce a stupire con le sue suggestioni, portandoci alla scoperta del mondo con l'animo di un bambino.

___ Le opere in mostra

- Le Favole

Chagall inizia ad illustrare Le Favole di La Fontaine a Parigi, nel 1927, su richiesta del mercante d'arte Voillard. Nelle 20 acqueforti in mostra l'artista mette l'accento sulla componente mitologica e universale della favola con la consueta padronanza nel posizionamento dei personaggi: le figure sembrano stagliarsi sul foglio come per dominarlo, alla maniera della scrittura ebraica o come nelle icone russe, ricordi presenti della sua adolescenza. Il lavoro grafico su Le Favole illustra i grandi temi della vita che hanno interessato Chagall nel corso della sua opera: amore, morte e follia umana; temi antitetici che si incontrano e scontrano come in un ossimoro petrarchesco: così nel foglio in cui sono magistralmente rappresentati l'arroganza del lupo, che si contrappone alla mitezza della cicogna che gli salva la vita, dominano gratitudine ed ingratitudine, vita e morte. I reticoli, le figure, gli oggetti, i granelli di polvere neri sembrano uscire dal suo mondo fantastico, aggredire realmente lo spettatore, fagocitarlo e trascinarlo via.

- Chagall litographe. L'intimo compendio

Chagall Litographe presenta al visitatore un ciclo di litografie originariamente realizzate per il primo volume del catalogo ragionato dell'opera litografica dell'artista (in mostra è presente l'edizione deluxe tirata in soli cento esemplari). Lungi dall'essere dei semplici strumenti di catalogazione, i volumi sono dei veri e propri "livre d'artiste" corredati di un apparato di opere originali di altissimo livello. Chagall pubblicherà altri tre volumi corredati di illustrazioni tra il 1963 e il 1974. Un nucleo di quattro opere, nello specifico, Le Cirque, La Jongleuse, Le Clown musicien, Carte d'invitation ruota attorno al tema del circo. Tale tema attraversa tutta l'arte moderna. Chagall, già affascinato dagli spettacoli circensi nella natale Vitebsk, incontrerà a Parigi il circo come uno dei fulcri più interessanti della vita artistica e sociale della capitale francese.

Legame ambivalente, capace di mettere in scena i poli opposti del tragico e del comico. In La Baie des Anges e in Femme-oiseau Chagall tocca, invece, quel processo di ibridazione e metamorfosi tra umano e animale che sin dalle illustrazioni delle Favole attraversa l'opera dell'artista. Il ciclo di opere include inoltre due rappresentazioni dell'angelo, variazioni dello stesso motivo iconografico. In Couple Noir au Musicien compare una coppia di amanti che in Chagall Litographe ricorrerà anche nelle opere Le Couple devant l'arbre, Les Amoureux au soleil rouge, Affiche pour la ville de Vence, Couple en ocre.

Se il tema degli amanti persiste nel percorso di Chagall, le opere in mostra presentano un'indelebile costante dell'amore come abbraccio, come abbandono all'altro. In un terzo gruppo di opere è Parigi a prendere la scena: Notre-Dame en gris, Visions de Paris e Notre-Dame et la Tour Eiffel. Infine l'artista compare in due autoritratti: Le Peintre à la palette e Auto-portrait. Quest'ultima è l'opera più ricca di elementi chagalliani, dove si scorge quello che sembra un volume dal titolo Ma Vie, titolo esatto della sua autobiografia ma anche indicazione allo spettatore a cercare nell'opera gli elementi portanti della vita dell'artista.

- Re David suona la cetra

Realizzata tra il 1949 e il 1952, Re David suona la cetra è un'opera parsimoniosa nell'uso del colore e del tratto e trova nell'essenzialità esecutiva un mezzo perfetto per la narrazione. Il riferimento è certamente biblico, di quella Bibbia che Chagall definì come "la più grande fonte di poesia di tutti i tempi" o come "l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli". Il tema è caro a Chagall che nelle illustrazioni della Bibbia (1931-56) lo affronta in ben due tavole, la prima a "citare le scritture" dove il giovane David calma i mali di Re Saul con la musica, la seconda a collocare il Re intento a suonare nella solitudine di un paesaggio vitreo. Nel Re David suona la cetra Chagall sceglie la libertà compositiva e la mescolanza in un cielo costellato di riferimenti biblici: Mosè con le tavole della Legge, il Cristo come l'ebreo messo a morte, Adamo ed Eva e gli Angeli. Re David pare suonare per un popolo in marcia (quasi certamente il popolo ebraico), mentre non mancano accenni alla ruralità.

- Musicien et danseuse

Sono interessanti i confronti di Re David suona la cetra con l'opera esposta dal titolo Musicien et danseuse (1965). In una composizione di estrema semplicità e vivacità coloristica si ravvisa, innanzitutto, la musica. Nell'opera emerge il tema del violinista, che sarà una figura-chiave del linguaggio figurativo di Chagall tanto da divenire allegoria stessa della musica. In questo caso è la composizione nella sua interezza a rimandare all'universo folkloristico e rurale di Vitebsk, sua città natale. (Comunicato stampa)




Graffiare il presente
termina il 20 gennaio 2019
Associazione Culturale Casa Testori - Novate Milanese (Milano)
www.casatestori.it

Il progetto raccoglie il lavoro di oltre venti artisti che appartengono alla generazione nata tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. La mostra - curata da Daniele Capra e Giuseppe Frangi - presenta una trentina di opere pittoriche, molte delle quali di grandi dimensioni, di artisti la cui ricerca è caratterizzata da una spiccata tendenza interrogativa e dalla necessità interiore di incidere il presente, per sua intrinseca natura informe, liquido ed impenetrabile. Graffiare il presente presenta al visitatore una selezione di lavori di particolare intensità realizzati nel corso del 2018 e che incarnano la sfida che ciascun artista, ogni giorno, vive rispetto il proprio tempo e la propria condizione esistenziale.

La mostra muove dall'idea che vi siano opere che hanno nelle loro ragioni programmatiche più profonde il desiderio di dare degli strumenti interpretativi, di carattere critico e militante per interpretare la realtà che ci circonda, per arginarla o agire in essa, in opposizione all'idea rassicurante ma sterile di suggerire allo spettatore un luogo defilato al riparo dalle contaminazioni del mondo. A partire da questa necessità di insinuarsi attivamente nel nostro tempo, Graffiare il presente presenta delle opere realizzate dagli artisti durante l'ultimo anno che mirano ad essere mattoni in grado di reggere il proprio e l'altrui peso, capaci di lottare per non scivolare nell'indistinto che fagocita ogni cosa in un tempo brevissimo. Tali lavori sono così strumenti di pensiero, tesi e teoremi - sia visivi che filosofici - in grado di sostenere la suggestione dell'utopia, l'ambizione a significare e il proposito di resistere alle tensioni del tempo futuro.

Inoltre la mostra ha nei suoi intenti verificare come la scelta e la pratica del medium pittorico vada ben oltre la sua supposta autoreferenzialità, le cure rivolte esclusivamente agli aspetti linguistico-stilistici o un'improduttiva forma di intimismo espressivo. I lavori di particolare intensità di Graffiare il presente mirano a dimostrare come, per una generazione di artisti, la pratica pittorica nasca da esigenze di perseguimento di obbiettivi intellettuali significativi, come missione estetica, esistenziale o politica. Rifuggendo in ogni modo l'assertiva e rappacificante ripetizione della propria identità, il rassicurante ed inconcludente esercizio dell'arte come decorazione o didascalica addizione al mondo, la mostra rappresenta un tentativo anarchico di cogliere i più significativi sforzi a resistere e a non dissolversi nella rapida mollezza della contemporaneità. La mostra è corredata da un catalogo, che sarà presentato nel mese di gennaio, che raccoglie le foto delle opere negli spazi di Casa Testori e i testi dei curatori.

Artisti: Paola Angelini, Mirko Baricchi, Paolo Bini, Lorenza Boisi, Thomas Braida, Alessandro Calabrese, Linda Carrara, Nebojsa Despotovic, Matteo Fato, Agostino Iacurci, Andrea Kvas, Francesca Longhini, Tiziano Martini, Isabella Nazzarri, Marco Pariani, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Roma, Nicola Samorì, Alessandro Scarabello, Caterina Silva, Aleksander Veliscek. (Comunicato stampa)




Mirko Mantovan - Bosco rosa Mirko Mantovan - L'estate d'inverno Mirko Mantovan - L'ultimo giorno di scuola Mirko Mantovan
Passeggiata nella natura


Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
termina il 23 dicembre 2018
info@ariannasartori.191.it

«Tutto ciò che accade in natura ha una motivazione scientifica, ma gli artisti non ci stanno: trasformano la realtà in favola, la riempiono di magia, l'ammantano di sogni, la ricoprono di poesia". Mai un'affermazione può essere tanto vicina all'arte di Mirko Mantovan, quasi una fiaba che si perde nella notte del tempo, una mostra su di noi, sulla nostra vita, sulle nostre paure e sui nostri sogni. Per un artista come lui l'unica chiave possibile d'interpretazione credo sia proprio quella di farsi trasportare e incantare dalle meraviglie di un viaggio capace di condurci di là delle cose reali, sensazioni nuove, connessioni inedite, significazioni sconosciute.

La sua pittura è davvero una fiaba ariosa e spumeggiante, un flusso di paesaggi, luci, pensieri, allegorie cangianti, tramonti come tavolozze di colori, scorci tridimensionali, età che si proiettano su schermi di tenerezze traslate, nature morte, scene di struggente magia dove si insinua, come se niente fosse, la voglia di raccontarle. Ebbene, se hai il talento artistico di Mirko Mantovan, allora racconti tutto un mondo - mi viene da dire tutto il mondo pittorico - che è contenuto in ciascuna delle tue storie. Certo, il mondo che ti è familiare, che conosci. Ma non un mondo che parla solo di se stesso, a se stesso. Questo artista ha qualcosa di raro, come dire, lo stato di grazia dei poeti, la capacità di comunicare a tutti un intero universo di emozioni, di ricordi, di esperienze vicine e lontane, di cose dette e non dette, con apparente semplicità, anche in poche righe, anche in un solo quadro.

Si tratta di conoscenze emotive. Se crediamo che i "grandi" siano solo Calvino, Basile e Oz proviamo allora ad accedere al suo mondo e cambieremo idea. Sono passati molti anni da quando Mantovan mandò ad effetto il suo primo disegno; anni nei quali l'artista ha realizzato veri capolavori della pittura contemporanea: ha rivoluzionato le logiche delle mostre personali, ha creato, ha sperimentato ogni tipo di tecnica, ha influenzato l'immaginario collettivo e stabilito nuove regole per l'arte contemporanea. Quarant'anni che Mantovan celebra oggi attraverso un viaggio immersivo, artistico, multisensoriale che ci accompagna ancora una volta alla scoperta di quella faccia nascosta dell'espressività che è dentro ognuno di noi. Mirko Mantovan, come questa mostra testimonia ancora una volta, non fa solo pittura, sperimenta linguaggi, apre porte, parla dell'inconscio e del mistero, sondando i lati sconosciuti della nostra anima e della nostra vita. (...) Una visione multisensoriale che fonde la luce, il colore, l'architettura in un unico insieme (...).» (Uno scrigno di sorprese, di Valerio Franconi)

Mirko Mantovan (Basilea, 1966) sviluppa nel tempo la tecnica pittorica con sensibilità rivelandosi osservatore delle cose e dei paesaggi. Partecipa a concorsi ed eventi ottenendo premi e riconoscimenti. Conta al suo attivo numerose mostre personali e collettive in varie località d'Italia. Sue opere appartengono a collezioni pubbliche e private in Italia e all'estero. La mostra "Passeggiata nella natura" è curata da Arianna Sartori. (Comunicato stampa)




Umberto Bonfini Opera di Umberto Bonfini Umberto Bonfini. Un dottore a Grizzana
Dalla medicina alla fotografia


termina lo 06 gennaio 2019
Casa Morandi - Bologna
www.mambo-bologna.org/museomorandi

La fotografia di Umberto Bonfini per il progetto espositivo a cura di Claudio Spottl. Un dialogo fra la raccolta atmosfera della casa-atelier in cui Giorgio Morandi visse e lavorò per lunghi decenni fino alla sua morte e una selezione di immagini tratte dall'archivio fotografico lasciato da Umberto Bonfini, medico condotto a Grizzana, che ristabilisce una vicinanza tra due figure accomunate da una frequentazione amichevole e un'affine sensibilità di pensiero. Umberto Bonfini (Pisa, 1918) arriva a Grizzana alla fine degli anni Quaranta per esercitare la sua professione di medico-chirurgo. Nel paese dell'appennino bolognese conosce Giorgio Morandi, e in seguito ne diventa grande estimatore. Successivamente si sposta a Lagaro, piccolo paese limitrofo a Grizzana, dove continua a esercitare la professione di medico e resterà fino alla sua scomparsa il 10 agosto 1980. Le frequentazioni con Giorgio Morandi avvicinano Bonfini alla sua pittura inducendolo, sotto il suo influsso, a dipingere diverse tele.

Ma l'arte di Morandi si rivela propedeutica soprattutto di quella che diventerà la sua vera cifra artistica: la fotografia. Egli, infatti, si interessa al mondo della fotografia solo dopo la morte di Morandi nel 1964, iniziando a ritrarre composizioni di oggetti ispirate alle nature morte del maestro bolognese, di cui a Casa Morandi si possono ammirare 14 esemplari realizzati negli anni sessanta. Bonfini trova la sua definitiva espressione poetica nel registro del racconto fotografico, tecnica con la quale si narra una storia attraverso una breve sequenza di foto si narra una storia, e in cui associa estetica e contenuto tracciando una nuova strada della fotografia artistica. Il presidente della F.I.A.F (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) Giorgio Tani ricorda Bonfini come un maestro e un precursore di alcune tecniche avanguardistiche della fotografia degli anni Settanta. In quegli anni dove il digitale era ancora lontano, realizza, infatti, numerosi fotomontaggi che sorprendono e mostrano la sua attitudine alla vita.

Dal 1966 è artista F.I.A.P. (Federation Internationale de l'Art Photographique) e consegue i primi riconoscimenti dopo pochi mesi dall'inizio della sua attività, che termina nel 1978. Le sue fotografie, dai significati a volte cupi, ermetici e provocatori, sono state esposte in numerosissime mostre nazionali ed estere, ottenendo oltre un centinaio di premi e riconoscimenti in tutto il mondo, da Hong Kong (nel 1969 al XXIV Salone Internazionale vinse il premio per la migliore fotografia) a Buenos Aires, da Singapore a Bucarest. A questi si aggiungono numerosi e prestigiosi premi conseguiti in Italia in occasione di mostre che si svolsero in varie città fra cui Bressanone, Torino, Como, Roma, Empoli, Fermo e anche Bologna, ove gli venne conferito il Nettuno d'Argento nel 1969. E' stato membro onorario dei foto club di Buenos Aires, Forlì e Modigliana.

La mostra allestita a Casa Morandi rende testimonianza della sua intensa produzione fotografica contestualizzandola attraverso l'esposizione di cataloghi e materiali documentari come ritratti, note biografiche e interviste. Il curatore Claudio Spottl racconta che le foto di Umberto Bonfini sono state da sempre appese alle pareti della casa del nonno paterno. Ha così avuto la fortuna di ereditare diverse delle sue opere e, nel corso di alcuni anni, ha operato una vera e propria organizzazione del suo archivio fotografico, riuscendo a ricostruirne la storia. Un prezioso patrimonio che oggi meritatamente viene riscoperto, nel segno della sua amicizia con Giorgio Morandi. (Comunicato ufficio stampa Bologna Musei)

__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik __

Peter Bialobrzeski - The City / Urban Spaces
05 dicembre 2018 - 19 gennaio 2019 (chiusura: 22.12.2018 - 07.1.2019)
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
Presentazione

1969. Olivetti formes et recherche
06 dicembre 2018 - 24 febbraio 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
Presentazione

Robert Capa Retrospective
termina il 27 gennaio 2018
Arengario - Monza
Presentazione

Ferdinando Scianna. "il viaggio il racconto la memoria"
termina lo 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì
Presentazione

Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998
termina lo 06 gennaio 2019
Casa dei Tre Oci - Venezia
Presentazione




© Peter Bialobrzeski - Neontigers - Bangkok 2000 Peter Bialobrzeski - The City / Urban Spaces
termina il 19 gennaio 2019 (chiusura: 22.12.2018 - 07.1.2019)
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Il lavoro completo del fotografo di fama internazionale Peter Bialobrzeski sullo spazio urbano, in una mostra personale. "E' l'Albrecht Dürer delle città e il Modern Times: il fotografo tedesco Peter Bialobrzeski ritrae gli habitat umani come il grande maestro ha ritratto sacerdoti, la vita della Madonna, prìncipi e personaggi storici, immortalati per i posteri. Le arti visive come disciplina intellettuale. Le personalità di Bialobrzeski sono personalità urbane. Come fotografo, è un osservatore partecipe, un testimone contemporaneo e scientifico. Fissa la storia e i momenti in cui essa emerge e svanisce. Nelle sue immagini le persone non esistono oppure appaiono solo come un fenomeno marginale, nel senso stretto del termine. Le persone sono come oggetti che vengono trattati e questo processo è chiamato globalizzazione." Scrive Daniele Muscionico nella Neue Zürcher Zeitung. Il lavoro, composto da 10 gruppi di opere, è stato realizzato tra il 2000 e il 2017, principalmente in Asia e in Europa. Le trasformazioni dell'urbano sono diventate in questo momento il tema della vita del pluripremiato fotografo documentarista. L'artista affronta l'evoluzione della megalopoli globalizzata, ma si concentra anche sulle microstrutture di una città periferica come Wolfsburg, la sua città natale. (Comunicato stampa)

___ DE

Im Dezember 2018 präsentieren wir in einer Einzelausstellung die umfassende Arbeit des international anerkannten Fotografen Peter Bialobrzeski zum urbanen Raum. "Er ist der Albrecht Dürer der Städte und der Modern Times: Der deutsche Fotograf Peter Bialobrzeski porträtiert menschliche Habitate wie der Ältere Geistliche porträtiert hat, Fürsten oder das Leben der Madonna – historische Persönlichkeiten, festgehalten für die Nachwelt. Bildende Kunst als intellektuelle Disziplin. Bialobrzeskis Persönlichkeiten sind Stadt-Persönlichkeiten. Er ist als Fotograf teilnehmender Beobachter und wissenschaftlicher Zeitzeuge. Denn was er porträtiert, hält Geschichte fest und die Momente, in denen sie entsteht und vergeht. Menschen finden nicht statt in seinen Bildern, oder dann nur als wortwörtliche Randerscheinung. Mit Menschen wird verfahren, und das Verfahren heisst Globalisierung." Schreibt Daniele Muscionico in der Neuen Zürcher Zeitung. Die Arbeiten aus 10 Werkgruppen entstanden zwischen 2000 und 2017 vorwiegend in Asien und Europa. Die Transformationen des Städtischen wurden in dieser Zeit das Lebensthema des preisgekrönten Dokumentarfotografen. Der Künstler thematisiert sowohl die Evolution der globalisierten Megalopolis, richtet aber auch seinen Blick auf die Mikrostrukturen einer so unbedeutenden Stadt wie Wolfsburg, seinem Geburtsort. (Pressemitteilung)

___ EN

The extensive work of the internationally renowned photographer Peter Bialobrzeski on urban space in a solo exhibition. "He is the Albrecht Dürer of cities and of modern times: the German photographer Bialobrzeski portrays human habitats just as the elder artist portrayed members of the clergy, rulers or the life of the Madonna – personages from history, captured for posterity. Visual art as an intellectual discipline. Bialobrzeski's personages are city personages. As photographer he is a participating observer and a scientific contemporary witness. That's because what he portrays records history and the moments in which it appears and disappears. People do not take place in his photos, or if so, literally as a mere side issue. People are dealt with, and the dealing with them is called globalisation." Thus writes Daniele Muscionico in the Neue Zürcher Zeitung. The work from 10 groups of works was created between 2000 and 2017, primarily in Asia and Europe. During this time, the transformations of the urban became the prize-winning documentary photographer's dominating theme. The artist explores the evolution of the globalised megalopolis, but also directs his attention to the microstructures of an insignificant city like Wolfsburg, where he was born. (Press release)




Riapertura della Galleria conTEMPORANEO Opening conTEMPORANEO
Catania, 01 dicembre 2018 - 12 gennaio 2019
www.lowcostartgallery.it

Riapre conTEMPORANEO, Low Cost Art Gallery temporanea che propone una produzione artistica attenta ai costi e una selezione di opere mirata a offrire un'esperienza di acquisto accessibile ad amanti dell'arte, appassionati e giovani collezionisti. In questa quinta edizione apre in collaborazione con la Galleria White garage di Catania, che si occupa di arte contemporanea e design. Saranno presenti le opere di: Gabriele Abbruzzese, Fabrice Bernasconi Borzì, Francesco Balsamo, Andrea Buglisi, canecapovolto, Simone Caruso, Emilia Faro, Zoltan Fazekas, Martino Greco, Andrea Mangione, Marco Mangione, Giuseppe Mendolia Calella, Carmelo Nicotra, Ettore Pinelli, Maria Domenica Rapicavoli e Giuseppe Scandurra. (Comunicato stampa)

___ Mostre sulla Sicilia, in Sicilia e di Artisti Siciliani presentate in questa pagina della newsletter Kritik

Cetty Previtera: "Dream up"
24 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 20 dicembre 2018
Galleria Carta Bianca fine arts - Catania
Presentazione

Massimo De Lorenzi: "Sinfonia Silente"
termina il 18 dicembre 2018
Galleria Elle Arte - Palermo
Presentazione

Venia Dimitrakopoulou. Futuro Primordiale - Materia
termina lo 03 febbraio 2019
Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" - Palermo
Presentazione

Ferdinando Scianna. "il viaggio il racconto la memoria"
termina lo 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì
Presentazione

Manfredi Beninati. Se questo è un sabato
termina il 14 dicembre 2018
Galleria Poggiali - Milano
Presentazione




Lucio Pozzi - Green Fields - 2018 Due o Tre Dimensioni Infinite
Ruth Ann Fredenthal | Lucio Pozzi | Riccardo Guarneri | Saverio Rampin


termina il 22 gennaio 2019
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Una mostra - a cura di Davide Ferri - di dipinti che fa dialogare lavori, appartenenti a periodi diversi, di quattro artisti con storie e percorsi differenti, ma che hanno tutti raggiunto la piena maturità a cavallo tra due decenni densi e complicati: gli anni Sessanta e i Settanta. Il titolo allude a un'idea di profondità che, di dipinto in dipinto, si presenta come dato mutevole e incerto, e che sembra derivare, in ogni lavoro in mostra, dallo scambio energetico tra il quadro e le sue articolazioni materiali, la superficie bidimensionale ma anche la sua presenza fisica e oggettuale, e una spazialità che eccede questi limiti fisici, dispiegandosi all'interno (ma senza creare una dimensione coerente e organica di rappresentazione) o all'esterno, per propagarsi nell'atmosfera fino a ridefinire l'idea di spazio di pertinenza del quadro.

In Due o Tre Dimensioni Infinite, dunque, differenti nozioni di ritmo, profondità e spazio, che nascono da sintassi apparentemente rigorose ma che non si sottraggono alla possibilità di abbandoni lirici, si attivano a vicenda e si incontrano contaminandosi o collassando l'una nell'altra. Così i lavori di Ruth Ann Fredenthal, dipinti su lino, sono "falsi monocromi" che, vibrando per via della stratificazione e l'utilizzo di tre quattro colori, chiamano lo spettatore a una lunga frequentazione, a un'osservazione prolungata, per accoglierlo in uno spazio profondo, denso e atmosferico, potenzialmente infinito. Le opere di Saverio Rampin degli anni Settanta (realizzate dopo differenti stagioni riconducibili all'Informale e allo Spazialismo) approdano a una grammatica astratta che deriva dall'incanto del reale e da una nozione di "colore - luce", di composizione come dinamismo di corpi cromatici, "presenze plastiche nello spazio".

I Level Group Paintings di Lucio Pozzi, presenze "nomadi" nella mostra, germinali di molti aspetti che hanno segnato la pratica dell'artista fin dalle origini (basata sulla libera combinazione di "ingredienti", cioè concetti spesso in opposizione tra loro) sono coppie di dipinti appesi allo stesso livello, che si attivano per via dei loro dualismi (pennellate verticali e orizzontali, differenze di peso e variazioni di livello tra gli spessori delle superfici). I dipinti di Riccardo Guarneri articolano la superficie in partiture agili e irregolari, in un ritmo di continui e lievi avanzamenti e arretramenti, basato sulla ripetizione di linee e bande orizzontali o verticali, di forme (falsi quadrati) e colori poeticamente esangui e "discutibili" (per usare un'espressione dell'artista) che si compenetrano reciprocamente e si estinguono in un non finito perpetuo. (Comunicato stampa)




Opera di Tina Lupo Tina Lupo
termina il 30 dicembre 2018
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Esiste un altrove dove tutto è deciso: un luogo dove le ingiustizie vengono riparate e l'armonia garantita. In questa altra parte di universo, dove i sogni assumono i  contorni di un reale risanato, i personaggi di Tina Lupo presidiano lo spazio, popolandone le rive e difendendole da assalti indesiderati. Per giungere in questi lidi carichi di fascino e di mistero, che vengono rievocati dall'artista per questa occasione espositiva, è necessario intraprendere un ardito viaggio, varcando la soglia di un ingannevole specchio per andare incontro all'ignoto. Rivelarci la direzione da seguire per giungere alla destinazione, resta compito del complesso apparato simbolico elaborato dall'artista che, dopo approfonditi e consolidati studi sulle antiche civiltà, ne enuclea le caratteristiche salienti per invogliarci a una strada che sia rinascita consapevole, presa di coscienza della sostanza del bene e del male, antagonisti forieri di equilibrio.

Destinati per loro stessa natura a favorire l'incontro, il riconoscimento, la riunione successiva al ritorno, i simboli della Lupo non si affacciano dall'opera, bensì ne costituiscono la natura più intrinseca, diventando capaci di dialogare non solamente con l'occhio dell'uomo ma con il suo inconscio più profondo, attraverso un archetipico linguaggio che non necessita di parole. Figure fuori dal tempo, al di sopra di tutti i tempi, i protagonisti di Tina Lupo assumono di volta in volta le fattezze di guardiani, semidei, esseri mitologici, demoni, il cui l'aspetto rituale sposa l'attitudine lirica nell'elaborazione personale di un'articolata cosmogonia. Vere e proprie icone del mistero, queste stabili presenze narrano storie eterne di morti necessarie per una consapevole rinascita, ponendosi a protezione dell'intimità dell'uomo e del suo più elaborato lessico interiore. Una continua ricerca sul rapporto che unisce umano e divino trapela dalle equilibrate forme elaborate dall'artista che indaga, attraverso le proporzioni geometriche, la relazione tra visibile e invisibile, dimensione terrena e astrale, solidità del corpo e tensione spirituale dell'anima.

I titoli rivelano un cammino in continua ascesa, costellato dalla cosciente cognizione di una necessità di evoluzione che passa anche attraverso la capacità di identificare e nominare ciò che si attraversa, sciogliendo enigmi di antica creazione. Una morte metaforica è sempre necessaria per originare una trasformazione carica di nuove possibilità: forme saldamente ancorate al suolo svettano verso l'alto al pari di piramidi o menhir che indichino una dimensione trascendente, avvolte da una luce trasfigurante che nelle sculture si irradia dalla lucidatura del metallo. Il triangolo, attore principale, si staglia sulla scena artistica con la presenza scenica di una Grande Dea, capace di rigenerare vita nuova dal proprio grembo. A guardarla bene, questa dea riporta alla mente qualcosa di familiare, che risponde a molti nomi, ma che prima di tutto risponde alla funzione di ricordare all'uomo la sua necessità di ricorrere al simbolo per decifrare un mondo che egli stesso è capace di intuire prima ancora che di definire. Attraverso un'arte che è poetica dell'inconscio, Tina Lupo ricorda all'uomo di essere fatto di terra e di cielo. (Presentazione critica a cura della dott.ssa Francesca Bogliolo)

___ Altre mostre a Bologna presentate in questa pagina

VHS + | video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000
termina il 17 febbraio 2019
MAMbo Museo d'Arte Moderna - Bologna
Presentazione

L'anima e il corpo. Immagini del sacro e del profano tra Medioevo ed Età Moderna
termina il 24 febbraio 2019
Musei Civici d'Arte Antica - Bologna
Presentazione

Hiroshige. Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts
termina il 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
Presentazione




Locandina della rassegna d'arte Ray of light - Luci sulla città Arte per non dormire - Pontedera ed oltre - XXI secolo

Ray of light - Luci sulla città

Pontedera, 01 dicembre 2018 - fine febbraio 2019
www.comune.pontedera.pi.it

A seguito dell'evento dello scorso anno Lo do Land, incentrato sulla poetica di Marco Lodola, l'Amministrazione Comunale di Pontedera prosegue la valorizzazione dei luoghi pubblici attraverso il progetto d'arte urbana Arte per non dormire - Pontedera ed oltre - XXI secolo presentando Ray of light - Luci sulla città. Pontedera non è nuova alla sperimentazione sulle evoluzioni progettuali e stilistiche degli elementi di arredo e di illuminazione studiati per la città, infatti per questa occasione si presenterà al pubblico come un grande e affascinate "giardino di luce": spettacolari scenografie luminose e grandi piante domineranno piazze e vie del centro storico, accompagnando il visitatore in un emozionante viaggio alla scoperta di una città ricca di storia arte e cultura.

Ray of Light - Luci sulla città è il primo di un ciclo di eventi di grande qualità che rispecchia le politiche culturali dell'Amministrazione, che avranno luogo da questo dicembre fino a maggio 2019. Pontedera è riuscita, in questi anni, a diventare un laboratorio autonomo e singolare in cui, a partire da una serie di sensibilità e di valori fortemente diffusi, si è gradualmente consolidato il ruolo della cultura al centro della città. Il progetto costituisce un'occasione concreta per riflettere su un tema di grande attualità come l'arte nella realtà urbana, confrontandosi con la città e da questa risalire al sociale nel suo complesso. (Estratto da comunicato stampa Silvia Guidi)




Paolo Vannucchi - Cavaliere - maiolica, h cm.38 2018 Paolo Vannucchi - Comare - maiolica h cm.102 2011 Paolo Vannucchi
"Con la terra e con il fuoco"


termina il 13 dicembre 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«...Nella ceramica Vannucchi ha veleggiato come un navigatore di arcipelaghi, curioso e disposto ad approdare e a perlustrare ogni isola incrociata. Su ognuna ha costruito una stazione del suo itinerario di ricerca, una sezione del suo laboratorio linguistico e formale, una pagina del suo "diario di bordo". Come dire la restituzione plastica e figurale, non di rado venata di poesia, della sua esperienza di vita: situazioni, incontri, riflessioni, incantamenti, divagazioni dell'immaginario e ricerche di laboratorio propriamente ceramico. Un racconto pieno di osservazioni garbate e pungenti, di assunzioni del dato di realtà sempre ispirate a un'idea della leggerezza che naturalmente sollecita l'interiorità, la memoria, la contemplazione, la fantasia ludica e la deriva visionaria.

Paolo Vannucchi si è sin qui dedicato alla ceramica senza soluzioni di continuità e in modo direi esclusivo. Una ricognizione anche a volo d'uccello sul suo fitto e articolato repertorio di modi formatori e tipi figurali attesterebbe la complessità e direi la visione a tutto tondo del suo mondo, peraltro costruito con una capacità sorprendente di lavoro. Nulla die sine fictilia, diremmo adattando alla manipolazione quotidiana dell'argilla l'adagio relativo alla "linea", dunque al disegno. Di rado è dato verificare altrettanta fedeltà e analogo impegno tra gli autori creativi italiani suoi pari per professionalità e qualità artistica, per i quali la ceramica, segnatamente declinata come scultura, è un aspetto importante ma non centrale del loro lavoro.

...Vannucchi ha fondato il suo piccolo universo di forme e figure espressive del proprio mondo interiore e del proprio immaginario, calandole in un luogo, una terra, una cultura lucchese e toscana. Una cultura nella quale, per molti versi, traspaiono i depositi interiorizzati e certo non museali o accademici, di modelli visivi antichi e novecentisti, ma in contrappunto anche piccoli inserti o citazioni da edicola pop. Il tutto declinato con un gusto personale per l'eleganza non sussiegosa della forma, sempre governata dal disegno e attenta anche alla notazione di costume, e un linguaggio spigliato capace di modellare con grande sensibilità plastica le superfici, di operare sintetiche modulazioni dei volumi e di esibire un paramento cromatico che conosce la più ampia gamma dei valori e degli accordi anche timbrici. Le sue forme e figure le ha fatte poi risalire a situazioni della quotidianità e del vissuto personale, rivelando un'inclinazione al racconto fuor di metafora o di esemplarità, con una freschezza di osservazione e di restituzione visiva la sua parte ironica e pungente, la sua parte rapita e come trasognata nella contemplazione (...)

...Di grande importanza e indicativo del versante ceramico di più evidente carattere pittorico, o grafo-pittorico per le molte soluzioni grafiche e lineari, è lo spazio/paesaggio antropico, preferibilmente di grande apertura. Il paesaggio più ricorrente è certamente quello di lungofiume, identificabile con i luoghi familiari del Serchio nativo, talora fortemente scorciati su parziali arborei, fusti di pioppi o altri alberi di scorza più scagliosa, che fanno da sipari e siparietti, da specole al mostrarsi davvero teatrale (...). Non sfuggirà il frequente taglio oblungo ad ampio schermo direi cinematografico, sovente persino la struttura a sequenza come per una carrellata, di questi paesaggi che trascorono oltre il limite della superficie figurata. E si simula qui uno spazio/tempo assimilabile all'andare della silhouette d'un viaggiatore pensoso, che profilato tra terra e cielo, più che il sentiero del passeggio pare seguire quello della vita.

Infine lo spazio agito nel senso di invaso e occupato da una figura o un oggetto, un frutto o altro umile testimone della quotidianità, che lo abita come un sicuro ricetto, e lo spazio d'azione, ossia lo spazio relazionale, fruito generalmente in termini di gioco, della creatura o dell'oggetto in movimento. Poniamo una nidiata di becchettanti pulcini, una ginnasta in pieno e vario esercizio oppure un centauro, un camionista, un manovratore di macchine agricole e altri mezzi meccanici, e costituiscono, questi ingegni e congegni scultorei di macchine che avrebbero sicuramente affascinato Depero, un repertorio quanto mai ricco di modelli reinventati come iperbolici "giocattoli"...» (Nicola Micieli, 2016)

Paolo Vannucchi (Lucca, 1945) ha conseguito il diploma di maestro d'arte per la ceramica presso il locale Istituto d'Arte. Successivamente si è diplomato presso il Magistero d'Arte di Firenze. Ha insegnato educazione artistica nella scuola media e coltivato costantemente la passione per la ceramica. Ha presentato le sue opere in mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Le sue ceramiche sono esposte in luoghi pubblici e collezioni private. E' annoverato fra i protagonisti nel volume "Novecento ceramiche italiane" volume III, a cura di Emanuele Gaudenzi. La mostra "Con la terra e con il fuoco", con sculture e pannelli, realizzati in maiolica e in gres, è curata da Arianna Sartori. (Comunicato stampa)

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Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore
Presentazione




Tommaso Cascella nella mostra incantacarta Tommaso Cascella: "incantacarta"
termina lo 08 gennaio 2019
Galleria Zetaeffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

I genitori di Tommaso Cascella (Roma, 1951) sono la pittrice Annamaria Cesarini Sforza e lo scultore Pietro, quindi pittura e scultura sono per lui linguaggi naturali, frutto di un'eredità che vanta più generazioni. La sua pittura, tendenzialmente astratta, è incline a una trasposizione tridimensionale, in simbiosi con la sua scultura in bronzo. Entrambe puntano alla contaminazione sinestetica: vista con tatto, superficie liscia del colore con stratificazione di gesti e segni, piano ideale della pittura con inserti materici. Tommaso Cascella presenta alla mostra Incantacarta facce, botanica, erbari, pop-up, poesia, tutti lavori rigorosamente fatti su carta. Oltre a una serie di grandi carte su tavola in omaggio a Ovidio. Dice l'artista: "La carta come materiale di base per il lavoro prima di divenire gesso, bronzo o quadro su tela, tutto passa per la carta". Ad oggi, Tommaso Cascella, ha esposto in oltre cento mostre personali. Le sue opere sono presenti nei musei di Modena, Brescia, Ljubljana, Tokyo, Ravenna, Ferrara, Roma, Bratislava, Potenza, Pescara, Ortona, Roma, Cosenza. (Comunicato stampa)

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Tommaso Cascella was born in Rome in 1951. His parents were Annamaria Cesarini Sforza, a painter, and Pietro Cascella, a sculptor, therefore painting and sculpture have always been natural languages for him, the result of a wide heritage, built up by his older ancestors (indeed, both his grandfather and his great grandfather were artists). His painting, tending to abstract, is inclined to a three-dimensional composition, in a symbiotic relationship with is bronze sculpture. Both of them aim to a synesthetic contamination: sight with tact, smooth surface of colour with gesture and sign stratifications, ideal plan of painting with materic inserts. At the exibit Incantacarta Tommaso Cascella displays faces, botany, herbarium, pop-up, poetry; all works are precisely made on paper. In addiction, there will be a series of wide paper on board as a tribute to Ovid. The artist says: "Paper as a basic material for my work, before becoming plaster, bronze or canvas, everything goes through paper". To this day, Tommaso Cascella exposed in more than a hundred personal exhibitions. His works can be found in the museums of Modena, Brescia, Ljubljana, Tokyo, Ravenna, Ferrara, Bratislava, Potenza, Pescara, Ortona, Rome and Cosenza. (Press release)




Immagine dalla locandina della mostra Pino Pascali geniale fluidità Pino Pascali geniale fluidità
termina il 19 gennaio 2019
Galleria edieuropa QUI arte contemporanea - Roma
www.galleriaedieuropa.it

Con oltre quaranta opere tra pittura (collages, smalti, pastelli, bitume, encausto) e scultura (stoffa, cartone, metallo, masonite), la mostra vuole rendere omaggio al geniale e poliedrico artista pugliese, uno dei più importanti esponenti dell'Arte Povera italiana, nel giorno del suo compleanno e rientra nel circuito delle numerose manifestazioni culturali in occasione del cinquantenario dalla sua precoce scomparsa. Il primo incontro della Galleria - allora Editalia - con Pascali avvenne nel 1967, in occasione della storica mostra "La Terza Dimensione: Kounellis, Livi, Lombardo, Lorenzetti, Pascali ed Uncini", a cura di Marisa Volpi Orlandini. In questa occasione si è voluto ricordare in catalogo con le parole dei compagni d'arte Kounellis, Cintoli e Mattiacci - che Marisa Volpi invitò a rendergli omaggio nel numero di marzo del 1969 della rivista "QUI arte contemporanea"- accompagnate da un testo di Claudia Lodolo, sull'importanza per Pascali dei dieci anni di lavoro nella pubblicità.

Scultore, scenografo, grafico pubblicitario e performer, Pascali è noto al pubblico e alla critica internazionale per aver saputo coniugare, in modo geniale e creativo, forme primarie e mitiche della cultura e della natura mediterranee, con le forme del gioco e dell'avventura. Dal punto di vista pittorico, ben presenti in mostra sono gli "Animali della preistoria, dello zoo e del mare" con opere come Rinoceronte e Giraffa, Conchiglia, Coccodrillo e Muflone, tutti del 1964, Balena Mare Mare ed Orso, entrambi del 1964-65; i famosi "Giocattoli di guerra" come Soldatino del 1963, Cannone e Missile, entrambi del 1964-65, e Soldato del 1966 e le celebri "Maschere": Moschettieri, Hawaiane e Robot del 1963, Arlecchino del 1964. Costante è inoltre il rimando alle icone della dilagante cultura di massa, come il fumetto, la moda, il cinema - con Movie Movie del 1967 - ben rappresentato anche attraverso le sue 'false sculture', realizzate con materiali fragili ed effimeri: Milord del 1965 e Soldato del 1966. Originale è poi la sua risposta critica alle nuove tendenze che venivano dall'America, in primis dalla Pop Art, con l'opera su tavola Jasper del 1964.

La mostra intende dunque porre l'accento sulla poliedricità tematica e creativa dell'artista pugliese, capace - come pochi - di esprimersi attraverso linee espressive così diverse fra loro. Un aspetto spesso sottovalutato di Pascali è la sua attività di grafico per la pubblicità cinematografica e televisiva, svolta ininterrottamente dal 1958 al 1968. Come sottolineato da Claudia Lodolo in catalogo "Pino Pascali ha lavorato su commissione per la Proa, per la Incom, per la Rai, accanto a Cesarini da Senigallia, e soprattutto con Sandro Lodolo, prima in società con Ermanno Biamonte, poi con Massimo Saraceni con cui fondò la Lodolo-Saraceni Cinematografica e, dopo lo scioglimento di questa, seguendo Sandro Lodolo, con la Lodolofilm.

Il materiale raccolto e conservato è la testimonianza di un percorso graduale, costante e determinato alla ricerca di un sintetismo giocato sul rigore della forma e sulla fantasia che in Pino coabitano insieme, dando forma ad opere che si sviluppano sempre dal ricordo irruente dei giochi". Tra le opere esposte in galleria, le Scenografie per l'Algida del 1959-60 ed alcune fotografie in bianco nero scattate per i numerosi "Caroselli" - studiati, progettati e curati in quegli anni - mostrano come il lavoro su commissione di Pascali nel campo pubblicitario abbia effettivamente offerto "un'importante base stilistica e di indagine espressiva sulla quale si andrà via via costruendo il suo estro e la sua espressività scultorea".

Pino Pascali (Bari, 19 ottobre 1935 - Roma, 11 settembre 1968) nel 1956 si trasferisce a Roma, dove si iscrive all'Accademia delle Belle Arti e frequenta le lezioni di Toti Scialoja. Dopo il diploma comincia a lavorare come aiuto scenografo alla Rai. Nel contempo inizia una collaborazione, che diventerà poi continuativa, con Sandro Lodolo, realizzando Caroselli, spot pubblicitari e sigle televisive. Negli anni sessanta partecipa a varie mostre collettive e nel 1965 realizza la sua prima personale presso la Galleria romana La Tartaruga. L'anno successivo espone alla Galleria L'Attico. In soli tre anni ottiene un notevole riscontro da parte della critica e viene notato da influenti galleristi italiani e internazionali.

Proprio all'apice della sua carriera, mentre alcune sue opere erano in mostra alla Biennale di Venezia, muore prematuramente a Roma nel 1968 per le conseguenze di un grave incidente in motocicletta, sua grande passione. Artista eclettico, Pascali fu scultore, scenografo e performer. Nelle sue opere riunisce le radici della cultura mediterranea (i campi, il mare, la terra e gli animali) con la dimensione ludica dell'arte. Nella serie "Ricostruzione della natura", iniziata nel 1967, Pascali analizza il rapporto tra la produzione industriale in serie e la natura. E' ritenuto uno dei più importanti esponenti dell'Arte Povera. Fu il primo a formalizzare le pozzanghere con l'acqua vera, da cui nacque la mostra "Fuoco immagine acqua terra" avvenuta all'Attico nel maggio del 1967. (Comunicato stampa)




Ennio Calabria - Tutto si muove - acrilico su tela cm.50x70 Enrico Benaglia - La piuma - pastello su carta applicata su tela cm.100x70 Piero Mascetti - Delizia alcolica - olio su tela cm.55x82 - Copia Christmas Art Fair
termina il 12 gennaio 2019
Galleria d'Arte Contemporanea Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Come ogni anno, tutta la superficie espositiva sarà allestita al fine di poter dare la più ampia visibilità a dipinti, opere grafiche e sculture di ciascuno degli oltre quaranta artisti presenti in catalogo. Oltre 400 le opere in mostra di molti tra i più significativi artisti attivi dalla seconda metà del '900 ai nostri giorni. La mostra collettiva di fine anno è patrocinata dal Municipio VII di Roma Capitale.

Opere di: Ugo Attardi, Enrico Benaglia, Franz Borghese, Ennio Calabria, Angelo Camerino, Michele Cascella, Tommaso Cascella, Giuseppe Cesetti, Angelo Colagrossi, Roberta Correnti, Marta Czok, Mario Ferrante, Salvatore Fiume, Franco Fortunato, Felicita Frai, Franco Gentilini, Gianpistone, Emilio Greco, Renato Guttuso, Ivan Jakhnagiev, Andrea Marcoccia, Franco Marzilli, Piero Mascetti, Maurizio Massi, Francesco Messina, Mauro Molle, Sigfrido Oliva, Ernesto Piccolo, Giorgio Prati, Salvatore Provino, Domenico Purificato, Aldo Riso, Carlo Roselli, Sebastiano Sanguigni, Aligi Sassu, Cynthia Segato, Mariarosaria Stigliano, Orfeo Tamburi, Lino Tardia, Renzo Vespignani. (Comunicato stampa)




Mostra Multipli allo Studio d'arte Cannaviello di Milano Multipli
termina il 22 gennaio 2019
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Più di 20 artisti sono stati scelti per creare negli ambienti della galleria un dialogo e un confronto fra le loro opere realizzate con diverse tecniche (litografia, puntasecca, serigrafia, fotolitografia, incisione) tutte però appartenenti alla sfera artistica dei multipli. I lavori spaziano dall'Arte concettuale, con Vincenzo Agnetti, alla Body Art, con Urs Lüthi, dall' Arte Povera, con Giulio Paolini, alla pittura tedesca dei Neuen Wilden, con Rainer Fetting, solo per fare degli esempi. Unico filo conduttore in questo insieme di artisti internazionali, riconducibili a diversi movimenti, è appunto la riproducibilità delle opere presentate, perlopiù in pochi esemplari e/o prove d'artista.

Artisti: Vincenzo Agnetti, Hermann Albert, Karin Andersen, David Askevold, Georg Baselitz, Alighiero Boetti, Victor Burgin, Roger Cutforth, Nicola De Maria, Martin Disler, Jirí Georg Dokoupil, Rainer Fetting, Debora Garritani, Laura Grisi, Peter Hutchinson, Jörg Immendorff, Jean Le Gac, Urs Lüthi, Bas Meerman, Hermann Nitsch, Mimmo Paladino, Luca Pancrazzi, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Luca Maria Patella, A.R. Penck, Sigmar Polke, Mimmo Rotella, Salvo, Helmut Schweizer, SEO, Aldo Spoldi. (Comunicato stampa)




Angelo Titonel - Capricorno - olio su tela cm.66x85 2018 Zodiaco
Dodici artisti per dodici Segni

Francesco Bancheri, Bruno Ceccobelli, Margareth Dorigatti, Lino Frongia Tadija Janicic, Pierpaolo Lista, Ria Lussi, Carlo Alberto Rastelli Karine Rougier, Angelo Titonel, Rodolfo Villaplana, Gaetano Zampogna


termina lo 02 febbraio 2019
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

In occasione del compimento del quinto anno di attività, la MAC Maja Arte Contemporanea, la collettiva dal titolo "Zodiaco". In questa prima edizione di quello che sarà un appuntamento a cadenza annuale avente per tema le costellazioni zodiacali, la curatrice Daina Maja Titonel ha invitato dodici artisti, eterogenei per nazionalità, mezzi espressivi ed esperienze artistiche, ad esprimere con un'opera il proprio Segno componendo così uno Zodiaco completo. Tra questi: Bruno Ceccobelli, Francesco Bancheri, Pierpaolo Lista, Ria Lussi, Carlo Alberto Rastelli e Karine Rougier, sono alla loro prima collaborazione con la MAC. Completano l'elenco Margareth Dorigatti, Lino Frongia, Angelo Titonel, Rodolfo Villaplana, Gaetano Zampogna e Tadija Janicic, già esposti in galleria in precedenti occasioni. Ad Angelo Titonel la figlia Daina Maja dedica questa esposizione.

In mostra il suo ultimo dipinto, "Capricorno", terminato pochi giorni prima della sua improvvisa scomparsa avvenuta il 7 ottobre 2018. Tra le dodici opere in mostra, in prevalenza dipinti, Gaetano Zampogna (Scido 1946) e Margareth Dorigatti (Bolzano 1954) hanno realizzato per questo tema rispettivamente l'Ariete e il Toro, mentre Lino Frongia (Montecchio 1958) ha scelto per il Gemelli due opere del 1985 dal titolo "Prodigio", dove due oggetti identici di medesima natura (due alberi e due mele) sottolineano come l'idea di identità venga meno tanto nel gesto pittorico quanto nell'atto della creazione, affermando la pur impercettibile distinzione e unicità di ogni individuo. Di Ria Lussi, la quale ha da poco concluso a Roma una residenza artistica di un mese al MACRO Asilo con il progetto "Io sono Giordano Bruno", si presenta una scultura in vetro di Murano per il segno del Cancro.

Pierpaolo Lista (Salerno 1977) contribuisce per il Leone con l'unica fotografia in mostra. Per realizzare l'immagine, intitolata "Re", l'artista ha ricostruito nel proprio studio una realtà fittizia popolata da un unico emblematico oggetto. Un luogo artificiale dove è possibile interrogarsi sullo spazio reale lasciando che l'immagine viva la propria indipendenza e autenticità. Bruno Ceccobelli (Montecastello di Vibio 1952) ha scelto "Teodora" (1998-2015, acrilico e collage su tela) per rappresentare il segno della Vergine, "per il suo coraggio di affrontare una seconda vita, vergine come innocente, quell'innocenza che serve sempre all'Arte", sottolinea l'artista.

Tra le nuove collaborazioni: Francesco Bancheri (Roma 1978) propone un frammento di galassia contenente la costellazione della Bilancia ("Galassia box - Libra", collage su tela smaltata in plexibox); Carlo Alberto Rastelli (Parma 1986) ambienta lo Scorpione in un paesaggio boschivo in cui astrazione geometrica e figurazione si compenetrano nella tela in un gioco di continue stratificazioni; l'artista maltese Karine Rougier (Malta 1982) rappresenta l'Acquario perseguendo la prospettiva onirico-simbolista che contraddistingue il suo lavoro. Il centauro Sagittario è ritratto dal pittore venezuelano Rodolfo Villaplana (Valencia 1975). Di Angelo Titonel, al quale la figlia Daina Maja, fondatrice della MAC Maja Arte Contemporanea, dedica questa mostra, si espone la sua ultima tela, "Capricorno". In un'atmosfera onirica e magica si affacciano due capricorni - segno zodiacale di padre e figlia - laddove il passaggio fra un oceano ancestrale e il primo piano visivo, reso possibile dalla presenza dei due animali, può evocare, fra i plurimi significati simbolici, il passaggio dalla nascita alla vita. Conclude il viaggio tra i segni zodiacali l'ironico squalo di Tadija Janicic (Montenegro 1980) a rappresentare l'ultimo dei segni, il Pesci. (Comunicato stampa)




Cetty Previtera e la mostra Dream up alla Galleria Carta Bianca fine arts di Catania Cetty Previtera: "Dream up"
24 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 20 dicembre 2018
Galleria Carta Bianca fine arts - Catania
www.galleriacartabianca.it

La mostra è la prima personale a Catania della giovane artista siciliana, vera rivelazione degli ultimi anni, che con la sua pittura, naturalistica e intimista nello stesso tempo, ha affascinato sin dal 2014 Marco Goldin che l'ha inserita nell'importante mostra "Attorno a Vermeer", allestita a Bologna, in compagnia di autori di livello come Piero Guccione, Franco Sarnari, Piero Zuccaro, Giuseppe Puglisi, Giuseppe Colombo, per citare solo alcuni degli artisti siciliani presenti; e poi, l'anno scorso, ha curato una sua personale alle Quam di Scicli.

"Da quale parte viene questa luce che tutta ammanta il giorno? - scrive Goldin - Da quale parte se non dalla montagna e dal sogno? Dal bosco, nelle sue increspature, nelle sue brevi, improvvise fessure come falesie che si aprono verso le altezze... Sono paesaggi che possiedono la grazia segreta e solenne, sacra, di un luogo inarrivabile." Piero Zuccaro, che è stato un suo mentore, descrive la pittura della Previtera come "un continuo galleggiare di elementi e di cromie che si muovono in superficie sulla tela quasi grezza. Il gioco pittorico si fa più difficile nel momento in cui si tratta di orchestrare questi galleggiamenti. E' una pittura mobile, ed è proprio l'imprendibile mobilità a generare seduzioni cromatiche cangianti... Già dalle prime pennellate, l'artista, vede naufragare la forma di partenza. E' un compromesso doloroso che spinge a dosare gli elementi pittorici, per giungere ad una stasi non facile, di un equilibrio poetico."

Ma lasciamo la parola all'artista stessa: "Il mio lavoro è la pittura. E' una ricerca continua, incessante, difficile, storica. La ricerca del soggetto sovente mi confonde, ma è la pittura che, infine, accoglie qualsiasi cosa, se la lascio fare. Credo, dall'esperienza, che la pittura possa essere ricerca spirituale, e che trovi in noi un canale di passaggio per esistere. L'ascolto, l'assenso, il farsi veicolo, possono condurre alla creazione di una realtà nuova e indipendente che, meraviglia, prima non esisteva. I miei lavori più recenti sono legati alla natura, una natura spesso poco contaminata, forse abbandonata. Luoghi in cui, tra rami ed erbe, poco se non nulla è certo e definito dall'uomo. Questo senso di casualità, di libertà, lo ritrovo, soprattutto in questo momento, nella pittura, dove spesso lascio spazio ad accogliere il caso, i tentativi, i momenti inaspettati... Tante cose dello spazio pittorico diventano parte del lavoro. Le pause più o meno lunghe tra le stesure fanno in modo che anche il tempo ci metta le mani attraverso l'aria che lentamente cristallizza il colore. Il colore trova sempre uno spazio sulla tela, anche quando non era atteso."

La mostra da Carta Bianca, curata da Francesco Rovella presenta quattro grandi opere tra le quali primeggia Paesaggio interno lordo, un olio su tela del 2017, di cm.256x280 e altri dieci lavori di varie dimensioni che divengono, attraverso una pittura che a volte ricorda il puntillinismo neoimpressionista e a volte corre verso l'astrazione, tappe di un percorso avventuroso e affascinante che rapisce lo spettatore inoltrandolo inaspettatamente in un bosco fitto e misterioso che può trasformarsi, per incanto, in giardino immaginario. Una natura dove perdersi e nello stesso tempo ritrovarsi... Dream up, sognare, fantasticare.

Cetty Previtera nasce in Svizzera nel 1976. Da bambina, con la famiglia si trasferisce in Sicilia, dove ritrova presto le sue radici. Lì cresce e vive tutt'oggi. Dopo aver conseguito la Laurea in Scienze della Formazione presso l'Università degli Studi di Catania e un Master in Comunicazione e Linguaggi Non Verbali, approfondisce lo studio della pittura a olio, da sempre amato. Inizia a frequentare gli studi di alcuni pittori siciliani e successivamente incontra i maestri Giuseppe Puglisi e Piero Zuccaro presso l'Accademia Abadir (Catania). Con loro frequenta per diversi anni il corso libero di Pittura. Questo incontro si rivela cruciale per la sua formazione artistica. Nel 2010 è selezionata tra i finalisti del Premio Nazionale delle Arti a Napoli. Alla fine dello stesso anno espone alla Galleria d'arte Lo Magno di Modica per la mostra collettiva L'Unicotratto, curata da Piero Zuccaro e nel 2011 alla Galleria La Vite di Catania.

Nello stesso periodo, a Vittoria (Ragusa) partecipa alla mostra itinerante Il Dogma del debito, a cura di Ivano Pino e Gianluca Gulino di Spazio InStabile. Nuove collaborazioni la portano ad esporre presso diverse gallerie siciliane. Tra queste, le esposizioni collettive curate da Natale Platania e la bi-personale Cube Project presso le Quam a Scicli, a cura di Antonio Sarnari. Nel febbraio 2014 è invitata ad esporre in Attorno a Vermeer, mostra collettiva curata da Marco Goldin in occasione dell'esposizione La ragazza con l'orecchino di perla presso Palazzo Fava a Bologna. Nel 2015 è parte della collettiva Realismo Informale a cura di Antonio Sarnari, presso le Quam di Scicli, una mostra volta al confronto tra artisti informali contemporanei di radice realista che prediligono ancora oggi materia e poetica. Nel 2017 sempre alle Quam di Scicli realizza una personale a cura di Marco Goldin. Nel 2018 un'altra personale al Convento del Carmine di Marsala, curata da Carla Ricevuto. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Kandinskij, l'armonia preservata Kandinskij, l'armonia preservata. Dietro le quinte del restauro
termina lo 03 febbraio 2019
Museo della Ceramica (Palazzo Fauzone di Germagnano) - Mondovì (Cuneo)

Il dipinto Spitz-Rund, realizzato da Wassilij Kandinskij nel 1925 e parte della Collezione della GAMeC dal 1999, grazie alla donazione di Gianfranco e Luigia Spajani, è il protagonista della mostra che svelerà al pubblico gli esiti dell'intervento di studio e consolidamento realizzato negli ultimi mesi dal Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", che consente ora di presentarlo con un significativo corredo di informazioni, utili per una sua migliore comprensione e per la sua futura conservazione. Il percorso espositivo, strutturato in tre differenti sezioni, permette infatti al visitatore di scoprire l'opera da molteplici prospettive: dalla poetica dell'artista alla tecnica esecutiva, sino alla lettura delle fragilità del dipinto che, a causa dei materiali costitutivi e della sua storia conservativa, ha richiesto un impegno attento e accurato.

La mostra apre con una sequenza di pannelli esplicativi corredati da una rassegna di immagini che permettono di osservare dettagli dell'opera non facilmente distinguibili, per proseguire con il racconto delle analisi condotte sul dipinto: la seconda sala dell'esposizione ospita infatti la perfetta riproduzione di un laboratorio di restauro, in cui sono allestite le strumentazioni utilizzate per lo studio dell'opera. Il pubblico sarà quindi invitato a compiere una sorta di viaggio, passo dopo passo, nel lavoro di studio, osservazione tecnica, indagine diagnostica e restauro, sino allo svelamento dell'opera d'arte.

Kandinskij (1866-1944) dipinge Spitz-Rund durante il periodo di docenza al Bauhaus di Weimar. L'influenza della scuola è evidente, al punto che l'opera può esserne considerata una sintesi: essa è, infatti, il frutto dell'elaborazione di un nuovo linguaggio artistico di Kandinskij che in questa fase della sua vita riconduce le linee, prima libere di fluttuare nello spazio pittorico, a forme elementari come rette, cerchi e triangoli. Il titolo dell'opera significa "aguzzo-rotondo", chiaro riferimento alle figure geometriche che la compongono: nel campo monocromo, infatti, geometrie e linee si sovrappongono nello slancio verticale del dipinto, in un dialogo tra forme, suoni e colori.

Questi ultimi hanno per l'artista precise corrispondenze: "il triangolo è sempre giallo e risulta tagliente e imprevedibile", paragonato al suono squillante della tromba, "il cerchio, invece, è figura semplice, complessa e misteriosa, simbolo dell'universo" e viene associato al colore blu, profondo e puro, e al suono grave del contrabbasso o del violoncello, o a quello profondo dell'organo. L'opera dimostra l'internazionalità della Raccolta donata nel 1999 dall'imprenditore bergamasco Gianfranco Spajani e da sua moglie Luigia alla Città di Bergamo che include, oltre agli esiti maggiori della pittura italiana del Novecento - tra cui Enrico Baj, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Massimo Campigli, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Alberto Savinio -, anche una variegata selezione di artisti stranieri quali Hans Hartung, Hans Richter e Roberto Sebastian Matta. (Estratto da comunicato stampa)




Locandina di presentazione della rassegna Over The Edge con opere di Silvia Beltrami, Anna Caruso, Debora Garritani, Milena Sgambato Over The Edge
Silvia Beltrami, Anna Caruso, Debora Garritani, Milena Sgambato


termina il 22 dicembre 2018
Galleria Gare82 - Brescia
www.gare82.net

Nel corso delle diverse epoche, pensatori e intellettuali di ogni disciplina si sono interrogati sul concetto di "limite". Se nel mondo antico questo era inteso come un confine prestabilito e chiuso, al di là del quale non era concesso spingersi (pensiamo, ad esempio, a Icaro e al suo volo: il desiderio di avvicinarsi sempre più al sole portò le sue ali di cera a sciogliersi, facendolo precipitare rovinosamente a terra), nella modernità è invece percepito come un qualcosa da superare, una soglia che apre sull'ignoto e si schiude all'infinito, rivalutando quella curiosità prima condannata come "concupiscenza degli occhi". Nella poesia L'Infinito, Giacomo Leopardi esalta il concetto di limite identificandolo con la siepe che, impedendo lo sguardo, lascia che l'anima si apra all'immaginazione: «E il naufragar m'è dolce in questo mare».

L'immaginazione: esiste strumento più efficace per oltrepassare i limiti? Non a caso si troverà, un secolo dopo Leopardi, al centro degli ideali surrealisti e, assieme alla fantasia e al sogno, sarà concepita come un fenomeno che innalza verso un cielo indefinito, prevaricando ogni confine temporale e materiale. Solo attraverso l'esaltazione dell'immaginazione tramite l'arte è possibile rompere i limiti assegnati all'uomo dall'austero regime della logica convenzionale. La mostra "Over the edge" ("Oltre il limite") condivide con la lezione surrealista la necessità di appellarsi all'immaginazione per scavalcare ogni confine del tempo e dello spazio: i collage di Silvia Beltrami presentano una composizione prospettica complessa grazie alla quale l'artista riesce a conferire al supporto una profondità vertiginosa e un duplice movimento alle figure, provocando in chi osserva la stessa condizione di smarrimento e sradicamento che i suoi personaggi raccontano.

I colori tenui e le figure, che sembrano appena affacciarsi alla tela, di Anna Caruso attirano a sé come le sirene col loro canto, per emergere con sempre più forza man mano si osserva. L'artista racconta con delicatezza scene autobiografiche che però risultano falsate dalla memoria, indagando proprio i meccanismi che coinvolgono la percezione del tempo e dei ricordi. Sul passare tempo si concentra anche la ricerca di Debora Garritani: le sue fotografie uniscono la moda contemporanea del selfie a scenari e simbologie tipici della vanitas, genere pittorico seicentesco incentrato sul tema della caducità della vita.

In una fase storica caratterizzata da una società effimera, sempre più legata all'apparire che all'essere, l'artista invita a fermarsi e riflettere. Cosa ormai rara. Il rapporto uomo-tecnologia interessa anche il lavoro di Milena Sgambato ma il concetto del superamento del limite è inteso ora nell'accezione negativa del termine. Lo straordinario sviluppo della tecnologia e la simbiosi in cui siamo entrati con essa ha causato una crisi delle relazioni interpersonali. Abbiamo superato il limite, il confine tra realtà reale e realtà virtuale. Quindi, spegnete i vostri smartphone. Aprite la mente. Godetevi l'arte. Siate qui, ora. (Federica Picco)




Locandina di presentazione della mostra Le Avanguardie Ungheresi Le Avanguardie Ungheresi
Imre Bak | Károly Hopp-Halász | Ferenc Lantos | Árpád fenyvesi Tóth


termina il 15 febbraio 2019
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

La mostra è incentrata su quattro maestri dell'Avanguardia Ungherese a partire dagli anni Sessanta: Imre Bak, Károly Hopp-Halász, Ferenc Lantos, Árpád fenyvesi Tóth. La mostra vuole mettere in luce i contesti politici e sociali difficili e travagliati in cui la neoavanguardia si è sviluppata, in particolare come l'avvento delle dittature abbia avuto forti ripercussioni a livello artistico. A partire dal dopoguerra cambiarono le norme estetiche ufficialmente riconosciute e la sola forma di espressione accettata divenne esclusivamente il realismo socialista. L'arte contemporanea locale non era quindi libera di rinnovarsi ed evolversi liberamente e le idee artistiche più sperimentali non potevano slegarsi dalla rigida suddivisione in cui l'arte era formalmente classificata.

Tutti gli artisti attivi durante il periodo tra le guerre, o prima della Prima Guerra Mondiale, gli avanguardisti e i modernisti si ritrovarono così isolati ed esclusi per la loro pratica artistica. La mostra Le Avanguardie Ungheresi vuole dunque essere una documentazione di come questi artisti riuscirono a dare vita ad una Neo-avanguardia nata dal proibizionismo e dall'isolamento. A partire dagli anni Sessanta, durante la "dittatura morbida", sempre più artisti iniziarono a distaccarsi dai canoni dell'estetica ufficiale e dal contesto istituzionale: alcuni di essi mostrarono tendenze surrealiste e astratte come il gruppo di artisti ungheresi dal nome "La Scuola Europea", altri invece cominciarono a sperimentare l'Informale, altri ancora crearono lavori con caratteristiche della PopArt o Fluxus.

Altri, senza aver frequentato alcuna università, sperimentarono un'arte differente da quella dettata dalle Istituzioni, come accadde ai membri del Pécs Workshop, un gruppo di cinque artisti che frequentò le lezioni tenute dal maestro e artista Ferenc Lantos, il quale intendeva continuare la tradizione dell'arte astratta e del Bauhaus presenti nella città prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Gli artisti della Neo-avanguardia ungherese furono coloro che praticarono un'arte non conforme all'ideologia socialista ma in perfetta sintonia con gli sviluppi culturali dell'Europa di quel tempo e questa mostra ne vuole essere un doveroso riconoscimento. (Comunicato stampa)

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Galleria Allegra Ravizza is pleased to present its new research project: the exhibition, titled "The Hungarian Avant-gardes", will be focused on four Hungarian Avant-garde Masters from the 1960s: Imre Bak, Károly Hopp-Halász, Ferenc Lantos, Árpád fenyvesi Tóth. The exhibition focuses on the turbulent political and social contexts in which the Neo-avant-garde was born and evolved and, in particular, how the advent of the dictatorships had strong repercussions on art. During the postwar period aesthetic norms worthy of official acknowledgment changed, and socialist realism became the only tolerated form of expression. Local contemporary art was not free to renew itself and evolve freely, and the most experimental artistic ideas could not be separated from the rigid subdivision in which art was formally classified.

All of the artists who were active during the interwar period, or before World War I, the Avant-gardists and modernists, found themselves isolated and excluded from their artistic practice. The exhibition "The Hungarian Avant-gardes" aims therefore to be a documentation of how these artists could produce the Neo-avant-garde that was born from, and in spite of, prohibition and isolation. Starting in the Sixties, during the so called "soft dictatorship", more and more artists started deviating from the official aesthetic establishment and from the institutional context: some of them showed surrealistic and abstract tendencies such as the Hungarian artistic group named "European School"; others began to experiment with informal, others created PopArt or Fluxus-like works.

Some of them, not having attended university, tried to experiment with a nonconformist art, different from the one dictated by Institutions: it's the case of the members of Pécs Workshop, a group of five artists who joined the classes of teacher and artist Ferenc Lantos, who wanted to continue the tradition of Bauhaus and abstract art, present in the city before World War I. The Hungarian Neo-avant-garde artists practiced an art which did not conform to the socialist ideology, but was in perfect harmony with the cultural developments of Europe during that time, and our exhibition wants to be a dutiful recognition of it. (Press release)




Opera dalla mostra Autobiografia di Alice DDT - 1977 Opere di Gabriella Di Trani Autobiografia di Alice DDT - 1977 Opere Di Gabriella di Trani
termina il 21 dicembre 2018
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

L'evento è l'ultimo appuntamento di Spazio Aperto 2018 ciclo di quattro mostre in cui l'associazione culturale Fuori Centro invita gallerie e critici a segnalare ambiti di ricerca in cui delineare i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nelle multiformi esperienze legate alla sperimentazione. La mostra, a cura di Ivana D'Agostino, vuole essere una riflessione sulla lunga ricerca artistica che Gabriella Di Trani ha dedicato al tempo nel divenire ciclico. Gabriella mette in evidenza i contrasti, le discrepanze del nostro quotidiano vivere. Rende visivo il continuo ripercorrersi di passato, presente e futuro comune al destino degli uomini. Fa richiami ai simboli del tempo e alle sue componenti allegoriche, lungo un filo di teatralità dove non ha perso di vista l'indicazione della pop art. I suoi sono: colori squillanti, segni, segnali, suoni, che attraversano il vivere amalgamandosi a ricordi, fregi, scritture, frazioni di storia dell'arte, in un tempo che scorre come su un nastro, un tempo senza spessore, dove tutto è sempre qui ed ora. (Comunicato stampa)




Sergio Zanni - Viandante - acrilico carboncino terra creta su tavola cm.50x70 Sergio Zanni: "Alla ricerca del perturbante"
termina il 29 marzo 2019
BFMR & Partners - Reggio Emilia

Il titolo dell'esposizione evoca un termine utilizzato da Sigmund Freud per indicare ciò che, familiare ed estraneo allo stesso tempo, provoca uno spaesamento, una situazione di latente incapacità di comprendere secondo i canoni tradizionalmente adottati. "Perturbanti" sono i protagonisti dell'opera pittorica e scultorea di Sergio Zanni: viandanti e viaggiatori senza meta, frutto di un immaginario poetico e surreale. Il percorso della mostra si compone di una trentina di opere, tecniche miste su carta e su tavola, di medie e grandi dimensioni, realizzate negli anni Duemila, oltre a due sculture in terracotta, raffiguranti i protagonisti del suo fervido immaginario.

«Nello studio di Sergio Zanni, che s'affaccia su un cortile nella Ferrara antica - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - si è presto circondati, quasi assediati, da una selva di figure: i personaggi creati dalla sua fantasia e realizzati prima in terracotta e poi nei materiali che consentono di ampliarne le dimensioni. Sono così nati nel tempo i personaggi che Zanni ha presentato in mostre, in Italia e all'estero, a partire dal 1973, e che lui stesso ha puntigliosamente elencato: eremiti; signori della pioggia; monumenti ai caduti; diavoli; custodi delle pianure; camminatori; palombari; attendisti; figure senza davanti; piloti; cacciatori di nuvole; oblomov (il "mite-fantasma" del romanzo di Goncarov); fumatori; pittori di guerra; angeli misteriosi; sirene; equilibristi, Ulisse e altri viandanti; naufraghi e figure controvento che, nonostante abbiano ormai l'acqua alla gola, s'ergono su barche che stanno inabissandosi...».

Opere che, come confessa lo stesso artista, nascono «dalla consapevolezza di vivere gli ultimi fuochi di un tempo, quello dell'umanesimo, giunto ormai alla fine, con il tempo della tecnologia e della scienza che eclissa un modo di essere che apparterrà sempre più al passato», nonostante "I cercatori dell'immutabile", da lui raffigurati, perseverino nel tentativo di congelare il tempo. Sergio Zanni (Ferrara, 1942), pittore e scultore, frequenta l'Accademia di Belle Arti di Bologna studiando pittura e approfondendo la ricerca sul modellato. All'attività artistica affianca fino al 1995 l'insegnamento all'Istituto d'Arte "Dosso Dossi" di Ferrara. A partire dal 1973 ha preso parte ad esposizioni personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Erik Mavric - Il cielo in Terra Erik Mavric: "Tra cielo e Terra"
termina il 20 dicembre 2018
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Doppia installazione pittorica dell'artista sloveno Erik Mavric (1979, Koper), curata da Denis Volk, che presenta la ricerca visiva degli ultimi anni di Mavric, focalizzata su una pratica pittorica rigorosa, con due lavori monumentali: "Nebo na Zemlji" (Il cielo in Terra) del 2016-17 e il recentissimo "Kamencki" (Sassolini) del 2018. Negli ultimi anni Erik Mavric ci ha abituati a impegnativi cicli di opere di lunga durata e apparentemente insensati agli occhi degli spettatori, un eterno work in progress che Denis Volk ci descrive così: "La durata del processo esecutivo per le singole opere è stata diversa, poteva dilungarsi per più settimane, mesi o addirittura superare l'anno, richiedendo più ore al giorno. Se un tale modus operandi può risultare insensato, per l'artista è invece meditativo, contemplativo e infine liberatorio. L'esecuzione richiede all'artista raccoglimento, perseveranza, ordine e disciplina, oltre a molte rinunce. Il procedimento esecutivo potrebbe essere adattato alla tecnologia contemporanea ed essere eseguito in tempi molto brevi, tuttavia il senso di questo tipo di creazione artistica consiste proprio nel fatto di eludere la tecnologia, per consentire all'artista di "tornare al tempo senza tecnologia", per seguire un lungo e spesso faticoso percorso che porta a raggiungere una meta. Questa è l'opera d'arte, sensata proprio grazie al procedimento stesso."

In mostra la grande installazione "Nebo na Zemlji" (Il cielo in Terra), eseguita su fogli di giornale quasi interamente disegnati e colorati a penna biro dall'artista, è un'enorme carta astronomica che rappresenta il firmamento con stelle in forma di fiori, girandole e forme simmetriche, e attraversata a distanze regolari da meridiani e paralleli e indicazioni numeriche, che vengono a formare una rete, una vera e propria carta celeste del cielo e delle stelle, come si vedono dalla Terra. Su questo lavoro il curatore precisa che: "L'ispirazione per la nascita di questa opera parte proprio dalla lettura di un articolo di giornale, e in particolare da una foto del cielo notturno colta dall'osservatorio Black Oak in California: "The visible stars by distance".

L'artista ha dapprima ingrandito la fotografia trasponendo l'immagine, relativamente eterna, sul supporto di giornali stampati con avvenimenti passati. Le stelle, che sono in quanto a grandezza, distanza e forza splendente visibili come puntini luminosi di diversa intensità, vengono rappresentate in dimensioni proporzionali, e la superficie che le separa è colorata con precisione a penna biro blu-viola. L'intero disegno misura 5x9m ed è formato da circa 270 carte di giornale, ma ne vengono esposti solo dei frammenti, infatti, proprio come per gli avvenimenti riportati dai giornali, anche i suoi ritagli, e la stessa carta su cui sono stampati, sono effimeri e di breve durata."

Se nell'intervento a muro Mavric tenta di restituirci il cielo nella sua infinità, nel recente "Kamencki" (Sassolini) affronta il tema del suolo su cui camminiamo. Ogni giorno, percorrendo la strada che lo porta al lavoro, raccoglie sassi e pietre lungo il tragitto, così il percorso quotidiano che lo conduce al lavoro, abitualmente monotono, è diventata un vero e proprio rituale che gli ha consentito di raccogliere il materiale per un nuovo progetto. Dopo aver fotografato 325 sassolini, ne sta dipingendo ad acrilico l'immagine ingrandita su piccoli supporti di legno di 15x14cm, facendo emergere da un fondo blu i singoli sassolini ritratti in bianco e nero con tutte le loro caratteristiche evidenziate.

Così spiega questo processo Denis Volk:"La rappresentazione dei sassolini dapprima solo fotografica, e in seguito anche pittorica, potrebbe essere letta come ritratto o documentazione della loro esistenza attraverso i motivi raffigurati, che altrimenti non esisterebbero, o sarebbero ignorati, con questo procedimento invece la loro esistenza viene assicurata. I sassolini vengono conservati e, a piacere, vengono disposti e composti, anche la loro immagine in raggruppamento non è mai uguale, mai in una posizione uguale, come quando si trovavano ancora nel loro contesto naturale. L'opera evidenzia così il problema esistenziale della presenza degli soggetti dipinti e il loro non-essere su questo pianeta, e ci porta quindi a riflettere sul non-essere anche di altre cose, facendoci interrogare sul passaggio dell'uomo sulla Terra. Solo quando qualcosa, o qualcuno, viene "ritratto", la sua esistenza viene documentata e prolungata, finché anche questa documentazione non sparirà. Se l'esistenza dunque non fosse annotata, dopo un certo tempo, questo soggetto è come se non fosse mai esistito, e che ne dimenticheremmo molto in fretta. Va evidenziata infine la possibilità di diverso accostamento e posizionamento dei sassolini, come anche dei dipinti, che ci porta a riflettere sui rapporti sociali, sui rapporti tra le singole persone e sul loro continuo mutare."

E infine, sul dialogo fra i due lavori in chiave installativa, il curatore racconta che: "La correlazione tra le due opere consente allo spettatore di posizionarsi nel "posto giusto", ritrovandosi così, anche nello spazio espositivo, tra il cielo e la Terra, come effettivamente è. In senso metaforico questa posizione può essere - sia per l'artista, che per lo spettatore - il rapporto corretto tra l'idea e la sua realizzazione, tra la riflessione e il sogno e la vita reale, ponendo questo aspetto dell'esistenza sul piano personale di ciascuno. In un'ottica più ampia, si tratta anche dell'eterno quesito sull'esistenza della vita sulla Terra e nell'universo." (Comunicato stampa)




Opera di Mavi Ferrando ROMINA
Opere di Mavi Ferrando, Teresa Pollidori, Ilia Tufano


termina l'11 dicembre 2018
Quintocortile - Milano

L'evento vuole essere un momento di confronto tra Mavi Ferrando, Teresa Pollidori ed Ilia Tufano che, nella loro lunga attività, hanno avuto un percorso professionale simile che le ha viste operare nella doppia veste di artiste e promotrici culturali. Il titolo Romina prende giocosamente spunto dall'anagramma del percorso itinerante della mostra che dopo la tappa già avvenuta a Roma presso lo Studio Arte Fuori Centro diretto da Teresa Pollidori approda a Quintocortile di Milano diretto da Mavi Ferrando per poi concludere presso Movimento Aperto di Napoli diretto da Ilia Tufano.

I tre spazi espositivi, associazioni culturali no-profit, operano da circa un ventennio sul territorio nazionale con un progetto culturale simile, finalizzato alla promozione della ricerca artistica contemporanea, al di là delle logiche di mercato. Nel catalogo, che accompagna le mostre, immagini e testi tracciano il profilo delle tre artiste, permettendo di apprezzare l'impegno culturale di ciascuna così come si esplica in una realtà che va dal Nord al Sud della penisola. Testi di Donatella Airoldi, Eugenio Lucrezi, Fiorella Zampini. (Comunicato stampa)




Particolare da Anima e corpo - foto di Giorgio_Bianchi L'anima e il corpo
Immagini del sacro e del profano tra Medioevo ed Età Moderna


termina il 24 febbraio 2019
Musei Civici d'Arte Antica - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

I Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei proseguono nell'impegno per la valorizzazione delle Collezioni Comunali d'Arte in concomitanza con i lavori di ripristino della copertura di Palazzo d'Accursio, la cui conclusione è prevista nella primavera 2019, promuovendo una nuova esposizione che ne rivisita l'ampio patrimonio permanente alla luce di un nuovo criterio tematico. Dopo un primo riallestimento incentrato sulla nascita del gusto moderno tra '700 e '800, il nuovo ordinamento del percorso espositivo propone un tema fondamentale nella cultura figurativa occidentale, la rappresentazione del divino e della figura umana, indagandone l'evoluzione iconografica tra il XIII e il XVIII secolo.

L'esposizione, a cura di Silvia Battistini e Massimo Medica, ricompone alcune delle opere di maggiore rilevanza storico-artistica del museo - tra cui la ricca collezione di sculture e di dipinti medievali dei Primitivi; le preziose tavole di Francesco Francia, Amico Aspertini, Luca Signorelli e le tele di Prospero Fontana, Ludovico Carracci, Michele Desubleo, Guido Cagnacci, Donato Creti, Gaetano Gandolfi, Pelagio Palagi - ordinate secondo due linee di lettura che si alternano nelle sale espositive narrando, da un lato, l'essenza del divino, dall'altra, la vita e i sentimenti quotidiani. I visitatori hanno così modo di comprendere come anche le più note raffigurazioni religiose e profane non siano rimaste uguali a se stesse nel corso dei secoli, ma abbiano accompagnato il rinnovamento del linguaggio artistico, riverberando il dibattito sulla raffigurazione del corpo umano nel mutare del clima sociale e religioso europeo.

Se il Medioevo ricorre alla rappresentazione del corpo per dare un'identità alla dimensione religiosa nelle sue differenti manifestazioni (Padre Eterno, Cristo, la Vergine, i santi), nel Rinascimento il corpo rappresentato in modo naturalistico diviene fondamentale per dare un volto alla santità e facilitare la divulgazione della dottrina cattolica. L'itinerario di visita inizia nella sala 25, dove nelle tavole del Medioevo e nelle tele del Rinascimento le immagini sacre sono accompagnate da donatori, devoti e facoltosi personaggi che finanziavano l'opera nella speranza che ciò valesse come intercessione per l'aldilà. Uomini e talvolta anche donne, che inizialmente compaiono piccoli ai piedi dei santi; poi si accostano a guardare lo svolgersi di scene sacre come spettatori che si affaccino a un palcoscenico; infine entrano addirittura a farne parte, riacquistando nel tardo Rinascimento la loro dimensione reale, uguale a quella dei sacri protagonisti.

La centralità dell'uomo nel creato, ma al contempo l'esaltazione dell'umanità del Cristo (tema centrale nel dibattito con la dottrina protestante) consentono al donatore di diventare protagonista di un messaggio religioso e attraverso questo di promuovere il proprio ruolo sociale. I diversi orientamenti della Chiesa nell'incoraggiare la devozione del fedele, ora basata sulla conoscenza degli episodi del Vangelo e dell'Antico Testamento, ora su un coinvolgimento emozionale totalizzante dovuto alle esperienze estatiche, fa sì che in ogni epoca siano state favorite differenti tipologie di santi. Nel Medioevo sono principalmente venerati, e quindi rappresentati, i martiri delle origini del cristianesimo, raffigurati in pose rigide; nel Rinascimento e nelle età successive si preferiscono nuovi santi e sante, accanto ai padri della Chiesa e ai patroni di città e luoghi sacri, per lo più raffigurati in una scena alla presenza della divinità (per esempio nella Sacra Famiglia o ai piedi del Crocifisso) o in una concentrata preghiera, che doveva essere di forte esempio alla pratica dei fedeli.

Parallelamente si affermano le narrazioni delle passioni degli uomini, che si riconoscono spesso nelle storie degli eroi antichi o nelle complesse allegorie di vizi e virtù. Nella sala 24 si comprende come i pittori medievali si fossero esercitati nella ritrattistica proprio raffigurando i donatori, mentre nel Rinascimento la rappresentazione dei volti diviene un genere figurativo autonomo e di grande varietà, non solo per le descrizioni delle vesti e l'adattare le pose al gusto del momento, ma per la capacità dell'artista di descrivere, in uno spazio solitamente molto circoscritto, l'intensità psicologica della persona ritratta o la sua condizione sociale e il livello culturale: guardando quei volti si penetrano interi mondi.

Se qualche tratto misterioso o un emblema curioso circondano i volti del Cinquecento di un'aura particolare, si deve alla passione degli uomini del Rinascimento per complesse allegorie e metafore, sia letterarie che visive, in cui non di rado un soggetto in apparenza facilmente riconoscibile, quale un ritratto o una figura ispirata alla mitologia, allude in realtà a tematiche ben più complesse e sottili espresse attraverso la capacità degli artisti di descrivere l'intensità psicologica del soggetto e la sua condizione sociale. I temi che toccavano più da vicino l'anima dei fedeli si trovano nella sala 23, dove sono riuniti gli episodi della vita della Vergine e di Cristo, dall'Annunciazione al compimento della Passione, dipinti da artisti di epoche diverse. Accanto alla ripetitività di quegli elementi che non possono mancare perché costituiscono la storia stessa, le differenti ambientazioni e le varianti iconografiche sono in grado di trasmettere il pensiero di un'epoca.

Il tema della Deposizione, così popolare nel XVI secolo, è ben documentato in questa sala, grazie anche alla possibilità straordinaria di ricostruire in parte un capolavoro perduto di Luca Signorelli - la pala con il Compianto sul Cristo morto che il pittore rinascimentale realizzò tra il 1504 e il 1505 per la chiesa di Sant'Agostino a Matelica - riaccostando due frammenti ad essa appartenuti: la Testa di donna piangente, conservata alle Collezioni Comunali d'Arte, e la bellissima Testa di Cristo. I ritratti del Settecento di nobili e ricchi borghesi, talvolta anche politici e artisti, dialogano nella sala 19 con i volti di uomini e donne cari a Pelagio Palagi, che li aveva raffigurati in posa, ma spesso soffermandosi solo sullo studio dell'espressione dei loro volti. La pittura dell'eclettico artista riporta l'attenzione del visitatore sui temi mitologici e sull'importanza educativa che ebbero nella civiltà della fine del Settecento e dell'Ottocento, quale veicolo di ammaestramento morale.

Nella sala 20 si coglie come dei ed eroi dell'antica Grecia o gli epici personaggi della storia romana non siano più protagonisti di leziosi quadretti per decorare salotti e boudoirs, ma figure emblematiche le cui gesta e il cui coraggio dovevano essere d'esempio nel presente, ricco di nuovi ideali. La mostra si conclude nella monumentale Sala Urbana (sala 17), dando voce ad entrambi i filoni del racconto: il visitatore potrà scegliere se concludere ammirando prima le opere che più parlano all'anima poi quelle che stimolano principalmente i sensi, o viceversa. L'anima è avvinta dall'osservazione ravvicinata di straordinari Crocifissi scolpiti e dipinti, che tra XIII e XV secolo erano appesi in chiese e cappelle a definire il confine, già allora solo virtuale, tra lo spazio del clero e lo spazio dei fedeli. Ma il sentimento religioso era coltivato anche in ambito domestico, come mostrano trittici portatili e piccole tavole devozionali, che ben si accostano per contrasto alle grandi croci.

I sensi sono conquistati dalle forme perfette ed appena conturbanti delle divinità dipinte da Donato Creti, avvolte in stoffe e luci dove i colori pastosi e intensi cominciano cautamente a raccontare il turbamento dell'età moderna. Viene inoltre esposta nella Sala Urbana la pala di epoca e committenza bentivolesca di pittore bolognese ignoto, proveniente dalla chiesa dei frati francescani osservanti di San Paolo al Monte. L'opera, la cui squisita fattura rinascimentale testimonia la conoscenza delle novità dipinte in quegli anni in città dal pittore ferrarese Francesco del Cossa, è stata sottoposta nei mesi scorsi a un intervento di manutenzione conservativa, per fissare alcuni sollevamenti degli strati superficiali della pellicola pittorica, dovuti al movimento delle tavole di supporto, che avrebbero potuto causare cadute di colore. (...) Oltre al percorso espositivo tematico, la visita al museo prosegue sia verso l'ala Rusconi, in cui la sequenza dei tre salotti barocchi è seguita da tre sale dedicate all'evoluzione del paesaggio tra XVIII e XIX secolo. (Comunicato stampa)

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Italiae Medievalis Historiae
ed. Tabula Fati
Recensione di Ninni Radicini




Opera di Eva Jospin nella locandina della mostra Sous-bois al Palazzo dei Diamanti di Ferrara Eva Jospin: Sous-bois
termina lo 06 gennaio 2019
Palazzo dei Diamanti - Ferrara
www.palazzodiamanti.it

Un'interprete della scena artistica francese, Eva Jospin, è protagonista del secondo appuntamento della rassegna d'arte contemporanea Offside, in contemporanea con l'esposizione Courbet e la natura. In omaggio al maestro francese e al suo ritorno in Italia, Eva Jospin propone un viaggio nell'universo oscuro e incantato dei boschi, delle fonti e delle grotte, motivi ricorrenti anche nella ricerca courbettiana. L'intento del progetto Offside è appunto quello di offrire uno sguardo contemporaneo sulle tematiche al centro delle esposizioni dedicate ad artisti e movimenti storicizzati e, al contempo, evidenziare il filo rosso che lega le ricerche attuali a particolari momenti dell'arte del passato.

Per gran parte del pubblico italiano Eva Jospin potrà essere una scoperta. L'artista è alla sua prima personale in Italia ospitata in un museo, anche se ha esposto in diverse occasioni nel nostro paese e nel 2016 ha soggiornato come borsista presso l'Accademia di Francia a Roma. Oltralpe il suo lavoro è noto grazie agli ambiziosi progetti realizzati negli ultimi anni per prestigiose istituzioni pubbliche e private: tra essi spicca il grandioso Panorama-foresta allestito nel 2016 nella Cour Carrée del Louvre, un caso esemplare di quel dialogo tra l'architettura monumentale o museale e l'immaginario naturale che è la principale fonte d'ispirazione di Eva Jospin.

Con un processo paziente di ritaglio e assemblaggio di materiali poveri, come il cartone, la corda e il filo metallico, l'artista dà vita a imponenti installazioni di trame frondose e fitti boschi a dimensione reale. Un orizzonte naturale, ricco di risonanze fiabesche, oniriche o avventurose, prende possesso del paesaggio urbano e museale. La forza evocativa racchiusa in questi universi di carta si deve anche alla qualità materiale dei suoi dettagli e alla suggestione tattile che questi suscitano nell'osservatore - un effetto reso ancor più sorprendente dalla povertà dei mezzi. Inevitabile il riferimento ai sottoboschi ritratti da Courbet con una stesura pittorica audace e materica, capace di sprigionare la vitalità primaria degli elementi naturali ed evocare la loro presenza tangibile.

Sous-bois invita l'osservatore a addentrarsi in un percorso immersivo attraverso i vari registri formali sperimentati dall'artista per promuovere uno sguardo incantato sulla natura. Una imponente installazione in cartone grezzo dà corpo alla visione suggestiva e inquietante di una foresta (Fôret), con una quinta boscosa che s'innalza da un'oscura gola. In un intreccio di illusione e realtà, il paesaggio rappresentato digrada verso il pavimento della sala e investe lo spazio del pubblico sollecitandolo a mettere in moto il meccanismo dell'immaginazione e a perdersi nei propri vissuti. Alla densità visiva dell'altorilievo in cartone fa riscontro, con un raffinato contrappunto, l'aerea installazione in carta L'Encre des grottes, con la sua essenziale eleganza disegnativa.

E' l'esito del lavoro che ha portato recentemente l'artista a ricercare attraverso la grafite su carta effetti di trasparenza che si prestano a trasporre la vitalità dell'acqua sgorgante dalle rocce. A metà strada tra queste due opposte modalità espressive, si collocano i suoi Dessins, con i quali il meccanismo illusivo e l'intento giocoso appaiono più scoperti. Queste creazioni, di formato più piccolo rispetto alle installazioni, producono la suggestione visiva di un bosco penetrato dai raggi del sole assemblando, all'interno di una scatola lignea, una trama di lingue di carta da lucido sovrapposta ad uno sfondo disegnato. L'artista sfida l'osservatore a lasciarsi incantare, consapevolmente, da queste scatole magiche, ricollegandosi ai diorami, quei dispositivi ottocenteschi, precursori del cinema, che evocavano l'illusione della realtà modulando gli effetti di luce dietro ad uno schermo dipinto.

Oltre all'allestimento nella sala dedicata alla mostra, Eva Jospin ha realizzato nel loggiato di Palazzo dei Diamanti l'intervento site specific dal titolo Ninfeo, con il quale la natura incantata del mito viene evocata nel contesto di un edificio simbolo del rinascimento. Una trama eterea di liane dorate impone una percezione dell'architettura alterata dalla presenza, virtuale e ad un tempo sensoriale, dell'elemento vegetale. Ninfeo richiama gli edifici sacri dedicati alle divinità silvestri, collocati in prossimità di fonti boschive e invasi di vegetazione aerea, e offre un'apertura verso l'immaginario, ad un tempo classico e fantastico, che è stato un tratto distintivo del rinascimento promosso a Ferrara dalla corte estense. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera nella mostra No place like home No place like home
termina il 16 febbraio 2019
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

Mostra, curata da Marco Meneguzzo, che vede esposti i lavori di Brian Alfred, Vincenzo Castella, Igor Eškinja, Anna Galtarossa, Alberto Garutti, Daniel González, Hans Schabus, Tracey Snelling e Hema Upadhyay. Il titolo (non c'è nessun posto come casa propria) può essere letto in un duplice senso: letterale e ironico. Casa come rifugio, guscio, luogo sicuro, luogo franco, riparato da ogni pericolo, dove smettere l'abito sociale per assumere un abito esistenziale, individuale, personale, e invece definizione ironica, per cui la casa rappresenta l'establishment convenzionale da contestare e abbattere, in nome della libertà di vivere "senza tetto né legge".

Gli artisti chiamati a rappresentare questo duplice aspetto, che a volte si presenta contemporaneamente nella stessa opera, indagano sull'eterno concetto dell'abitare, nella sua forma più evidente, la "casa": ognuno di loro ne fornisce una versione, senza la pretesa di esaurire le possibilità di questo soggetto, e anzi abbandonandosi più alla memoria e alla sensazione che all'analisi e al ragionamento. E' il soggetto che suggerisce e talvolta impone questo approccio "sentimentale", intimo anche quando stabilisce semplicemente un perimetro murario alla casa, o ne fotografa gli spazi: è tanto forte il tema, tanto pertinente alla vita di ognuno che non se ne può astrarre, come invece si potrebbe fare se invece che di fronte a una "casa" ci si trovasse di fronte a un "edificio". Di fronte alla casa si scioglie la scorza di cinismo che viene richiesta all'artista di successo, e anche dietro l'ironia con cui si può affrontare l'argomento spunta una specie di dolcezza in cui la memoria individuale gioca un ruolo fondamentale e coinvolgente. (Marco Meneguzzo, novembre 2018 - estratto dal testo di mostra).

In mostra sono presenti alcuni piccoli collages di Brian Alfred in cui il segno è dato dal colore della carta stessa. Qui le immagini risultano volutamente molto simili a disegni digitali, realizzati al computer, ma la natura tattile della carta dà loro un'identità più intima e sensoriale. Accanto a queste opere, alcune fotografie vintage, anch'esse di piccolo formato di Vincenzo Castella, mentre campeggeranno nella sala centrale le eclettiche installazioni di Daniel González (La Casa del Tiempo, un'architettura effimera realizzata con oggetti di una tradizionale casa veronese nella quale il pubblico potrà fisicamente addentrarsi in una nuova dimensione materiale e temporale) e Anna Galtarossa (Petit Trianon, installazione in movimento realizzata per l'occasione dall'artista a partire da un comune carrello della spesa).

Il tema della casa, nell'idea di agglomerato urbano, talvolta soffocante e opprimente, è ben rappresentato anche dai lavori di Tracy Snelling ed Hema Upadhyay. Americana la prima, classe 1970, realizza sculture "sociologiche", spesso integrate con riproduzioni video, in cui sono ricreate in piccola scala ambienti ed edifici provenienti dall'esperienza personale dell'artista. La seconda invece, artista indiana prematuramente scomparsa, sviluppa il tema dell'immigrazione, spesso verso grandi città, in costante legame con il caos urbano. Le sue opere descrivono i cambiamenti che hanno preso piede nella maggior parte delle città metropolitane di Mumbai.

Oltre all'installazione Che cosa succede nella stanza quando gli uomini se ne vanno? e a due grandi opere a parete di Alberto Garutti, in cui l'artista pone l'accento sull'idea di "spazio vissuto", inteso come luogo di solitudine in cui l'essere si misura con il mondo, sono esposti per la prima volta a Studio la Città i lavori di Igor Eškinja e Hans Schabus. In mostra Welcome, una delle opere più rappresentative di Eškinja dall'inizio della sua carriera, creata con materiale di uso comune, in questo caso cartone assemblato a strisce. Nella composizione, realizzata attraverso l'illusione prospettica, l'artista dà vita all'immagine contraddittoria di una casa con la porta aperta attraverso la quale però, ci si scontra inevitabilmente con la parete. (Comunicato stampa)




Massimo De Lorenzi - Bois de Cambre - olio su tela cm.60x120 2018 Massimo De Lorenzi: "Sinfonia Silente"
termina il 18 dicembre 2018
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

In mostra - a cura di Aldo Gerbino - ventisei opere di grande e medio formato realizzate dall'artista romano tra il 2016 e il 2018, sul tema della Natura, interpretata come una sinfonia silenziosa, tra partiture di luce e ombra. "Sinfonia Silente" è lo svelarsi e rivelarsi progressivo di un concetto di forme sonore e pitture audiotattili. Il criterio di approccio a questo evento non andrebbe ricercato nei classici canoni di fruizione dell'opera d'arte, ma attinto da un repertorio sensoriale squisitamente sinestesico: il dipinto si sente ed il suono riecheggia negli occhi. Una commistione di elementi che mira a coinvolgere lo spettatore in tutte le componenti del suo umano discernere. Il colore diviene corda tesa ed armonico vibrante e la musica lascia intravedere l'intera gamma dell'iride, afferma De Lorenzi.

«Bagnandosi nel verde elettrico dell'umorosa campagna d'un borgo toscano, - indimenticati luoghi dove s'è nutrita la giovinezza di Emilio Cecchi (scrittore e critico d'arte; quel vero 'maestro' emerso dall'acuto giudizio di Natalino Sapegno), - affiorano termini e spazi semantici adeguati a legare emozione e contemplazione. «Non c'era dubbio», si legge, «che lo vedevo per la prima volta», e sembrava, - continua l'elegante scrittura del fiorentino, - «ch'esso ritenesse d'una qualità di ricordo: d'una realtà avvolta ed immersa in un sentimento musicale. Le sue tinte, le luminose gradazioni, i contrasti delle sue masse, erano calmi e spaziati come antichi pensieri.»

Insieme a tali parole, tratte da Mezzogiorno, altre si manifestano, quale aggiuntivo dono al paesaggio sonoro, nel segmento della Madonna degli aviatori, in cui si narra delle Marche e della grandezza leopardiana e di come soltanto in tale magico spazio d'Italia «potesse nascere e formarsi quel nostro poeta che parla con la voce più quieta, con le parole più naturali, inadorne, e la cui lirica sembra formata non di concetti e d'immagini, ma soltanto di rapporti musicali».

Di tali materiali non può che nutrirsi il percorso creativo di Massimo De Lorenzi nuotatore tra sonore corde e scavi pittorici; per tali motivi i recenti olî di ampie dimensioni si sostanziano in questa sua Sinfonia silente - così vicina, nei cromatismi, alle suggestioni provenienti dalla II e III parte della Symphonie fantastique di Hector Berlioz - proprio per quel vago disperdersi, qui ancor più per quell'abbandonarsi all'estenuata vaporizzazione di sostanze floreali, nell'intrico di fragili quanto tenaci corporeità boschive, di licheni avvoltolati in nubecole dense di ife, muschi, di sonanti arborei fruscii, di dendriti che rastremano echi, di fiati esalati dall'intimità terrestre.

Ed ecco, allora, il modo in cui i viscerali accordi del mondo ben si allacciano a sensibilità e sensitività già sottoposte all'urgenza composita del suono, al casuale e pur semplice attrito tra corpi, tra molecole, fronde, per poi mescolarsi nel tocco di secreti che, come idrografiche linfe, attraversano l'interezza impervia dell'esistente. Leggiamo in tale lavoro uno sguardo visionario eppur tangibile, toccato da una precisa consistenza stratigrafica delle parti visive che ci riportano a certi squarci fotografici sulle 'langhe' firmate da Elsa Mezzano, così analogicamente toccate, nella sapienza dello sviluppo, da un segno quasi grafico, dal partecipato tocco umano, commosso.

Di tale commozione paesaggistica, privata dalla retorica del vedutismo, Massimo, proprio in virtù della sua appartenenza musicale e pigmentaria, associa e dipana il mosaico botanico e, nel rivelarlo, si nutre di sacralità assorbite dalle sue peculiari qualità percettive; essa per altro, materia perfusa dal sogno, sembra che tenda spontaneamente ad una spinoziana indifferenziata natura naturans. Una materia germinativa che di continuo approda al futuro delle sue forme e, lambendo morfologie della vita comune, si dispone, come in Ara delle rose, in un palcoscenico non alieno alla classicità, al gusto della composizione formale, e, allo stesso tempo, ad una microepica della elegia che reclama con insistita volontà quelle parole di Carlo Betocchi quando scrive, nella sua "rosa venduta d'inverno": «Io sono la rosa; incanto»; e, in tale incantare (mentre alto si spande il livello sonoro della 'voce' trasformata, appunto, in 'canto') ecco apparire un'«aura» che trema «sulle spine», finché, «selvaggia», conferma il poeta torinese: «mi tiene il pianto / d'inverno tra acute brine».

Quanto ci viene destinato da questa betocchiana Realtà vince il sogno del 1943, nutre ancor oggi, e mirabilmente, questo lavoro di Massimo De Lorenzi atto a mostrare come l'incontrovertibile struttura naturale, nella sua prorompente assertività, superi ogni griglia onirica: ciò anche arricchita dalla tensiva lucentezza espressa, ora in Luminosa essenza (I e II), ora tra le macchie sanguigne del Giardino di Antonia (II) fino al roggio vermicolare articolato in Le grand rouge. S'incrementa inoltre tale intensità quando declama, - raggiungendo il proprio climax in Contrappunto (I, II), - il suo pieno registro evocativo, in cui, punctum contra punctum, viene consegnata la sincretica armonia tra luce ed ombra, tra materia e sua evanescenza, tra chimismo e sua fisica a volte spostati verso orizzonti informali anche se tempestati da una calligrafia puntuale (Après-midi II; Incanto notturno; Introverso).

Queste componenti floreali, inflorescenze, vivono del loro turgore, distanti, e pur in dialogo, con quelli del barocco informale di Sergio Scatizzi (rilevato da Giuseppe Cantelli e Simonetta Condemi; 2009) il quale, non a caso, firma la copertina delle "Quartine di Betocchi offerte agli amici per l'ottantesimo compleanno" (I libretti di Mal'aria, 1979). Per altro, come non possono esser tenuti presenti le dogliose fioriture con bocci, stami, carpelli esposti come ferite a sostegno dell'opera di un completo artista e poeta qual è stato, per la pittura moderna, Filippo de Pisis? O i camminamenti di "Fiori et amori", produzione di stampo depisisiano quanto meno nell'idea di fondo che li ha animati, firmati da Piero Guccione? E' il Meriggio d'estate, infine, a cogliere, nel suo arroventato tessuto, quella sintesi espressiva offerta da Massimo: una pedana avvinta e abitata da quel silenzio che possiede il privilegio d'essere protagonista, e, con esso, conquistare l'ardore contemplativo, l'arcana felicità silvana, i pervadenti languidi segnali di sonore corde coperte dal timbro crepitante di foglie autunnali o il cogliere, tra zolle e nubi, l'alba di un primaverile tremore.» (Corde sonore, foglie - di Aldo Gerbino)




Opera nella rassegna Calendario a Viareggio "Calendario"
termina il 13 gennaio 2019
Villa Argentina - Viareggio (Lucca)
www.mercurioviareggio.com

In occasione della rassegna di pittura - curata da Gianni Costa - verrà presentato il Calendario 2019 della galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio: un elegante oggetto da tavolo, illustrato con le immagini di alcune delle opere in mostra, realizzato dalla tipografia S. Marco Litotipo di Badia di Cantignano (Lucca) su progetto grafico di Gianni Costa, direttore della galleria. Nella rassegna saranno esposti recenti dipinti di dodici tra i più significativi artisti che negli anni hanno partecipato alle mostre promosse dalla galleria viareggina, attiva dal 1996: Simone Bortolotti (Firenze, 1963), Annamaria Buonamici (Lucca, 1954), Daniela Caciagli (Bibbona, 1962), Riccardo Corti (Firenze, 1952), Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961), Marco Manzella (Livorno, 1962), Guido Morelli (La Spezia, 1967), Gianluca Motto (La Spezia, 1965), Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964), Lisandro Rota (Lucca, 1946), Riccardo Ruberti (Livorno, 1981) e Valente Taddei (Viareggio, 1964). I dodici autori - che vantano nutriti curricula, con personali e collettive in tutta Italia e all'estero - seppur diversi tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della pittura figurativa contemporanea. Il progetto espositivo prevede che a ciascun pittore sia riservata una distinta stanza della Villa. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Olivetti formes et recherche 1969. Olivetti formes et recherche
termina il 24 febbraio 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino

In mostra una selezione di fotografie dell'omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell'ottobre 1971. A cinquant'anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna -, curata da Barbara Bergaglio e Marcella Turchetti e aperta al pubblico in Project Room a Camera dal 6 dicembre 2018 al 24 febbraio 2019 -, ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall'architetto Gae Aulenti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla società Olivetti e a quella cultura: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino.

Oltre 70 fotografie provenienti dall'Associazione Archivio Storico Olivetti offrono la possibilità di raccontare l'ormai leggendaria esposizione nelle sue diverse tappe, attraverso servizi fotografici di grandi maestri: da Ugo Mulas per l'edizione parigina, a Tim Street-Porter a Londra. Ulteriori documenti di approfondimento arricchiscono il racconto per immagini: il filmato per la regia di Philippe Charliat, con commento di Riccardo Felicioli, che è un vero e proprio viaggio di scoperta attraverso una città buia e misteriosa, dove Gae Aulenti guida il visitatore all'incontro con la Olivetti; il catalogo con testi di Giovanni Giudici - un anti-catalogo se inteso nel senso tradizionale del termine - che costituisce la chiave di interpretazione dei linguaggi e delle tecniche compositive che sono state approntate nel progetto dell'esposizione; il manifesto della mostra ideato da Clino T. Castelli, che ridisegna un nuovo e diverso uomo vitruviano generatore di una varietà di movimenti e forme, distante da soluzioni standard definitive.

La mostra si sviluppa attraverso le immagini originali dell'Archivio di Ivrea con l'obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro. L'esposizione costituisce, quindi, anche un'occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui "immagine" è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell'Unesco. La mostra, nella primavera del 2019, sarà trasferita ad Ivrea, negli spazi del Museo Civico "P.A. Garda". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Nello Leonardi Reggio Emilia. Un Novecento ritrovato
Inediti in mostra


termina il 26 gennaio 2019
Galleria RezArte Contemporanea - Reggio Emilia
www.galleriarezarte.it

Dopo la mostra "Reggio Emilia. Un Novecento ritrovato" (2013), a cura di Alberto Agazzani, la Galleria propone un nuovo approfondimento dedicato ai protagonisti della scena artistica reggiana del secondo Novecento (e non solo), attraverso una selezione di opere inedite provenienti da collezioni private. In mostra, dipinti ad olio e tecniche miste su tela o su tavola, unitamente ad alcuni acquerelli, di Giuliano Borghi, Vittorio Cavicchioni, Ottorino Davoli, Rina Ferri, Gino Forti, Gino Gandini, Walter Iotti, Nello Leonardi, Alberto Manfredi, Bruno Olivi, Vivaldo Poli, Norberto Riccò e Gianni Ruspaggiari.

Un racconto, aperto ad ulteriori approfondimenti, che si propone di mettere in luce il percorso dei singoli autori nel contesto storico del territorio, senza ripartizioni in gruppi e tendenze, ricerche iconiche e astratte. Come scriveva nel 2013 Alberto Agazzani, il fine è quello di «rileggere, documentare e valorizzare un ricco ed appassionante (mezzo) secolo di pitture e pittori», in molti casi purtroppo destinati «a quella fatale damnatio memoriae che solo l'appassionata, e materialmente disinteressata, caparbia volontà dei posteri può evitare». (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine di presentazione della mostra Magister Giotto - La Cappella degli Scrovegni Magister Giotto
La Cappella degli Scrovegni


termina il 15 gennaio 2019
Galerija AMZ - Zagabria

Mostra di Cose Belle d'Italia Media Entertainment, realizzata dall'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria in collaborazione con il Museo Archeologico di Zagabria. Gli spettatori saranno immersi in una esplorazione della Cappella degli Scrovegni - uno dei più grandi capolavori dell'arte occidentale di tutti i tempi - accompagnata da una narrazione critica sulla radicale innovazione dell'arte giottesca già riconosciuta dai letterati suoi contemporanei: Dante Alighieri, Cennino Cennini e Boccaccio. La declinazione dei contenuti di "Magister Giotto - La Cappella degli Scrovegni" è restituita attraverso una narrazione drammaturgica e musicale, nella migliore tradizione filmica italiana, e la sperimentazione di nuove tecnologie, tecniche di ingrandimento e montaggio. I visitatori sono così immersi in un'esperienza unica e valoriale, accompagnati dalla musica originale del jazzista Paolo Fresu e, per la versione in lingua italiana, dalla narrazione dell'attore Luca Zingaretti.

La mostra è accessibile anche in lingua inglese e in croato, grazie all'interpretazione dell'attore Ozren Grabaric. La mostra è curata da Alessandro Tomei, Professore Ordinario di Storia dell'Arte Medievale, e Giuliano Pisani, Filologo Classico e Storico dell'Arte, in stretta collaborazione con il Direttore Artistico Luca Mazzieri, autore e regista, e il Direttore Esecutivo Alessandra Costantini, architetto e progettista. La supervisione creativa del progetto è affidata a Renato Saporito, Amministratore Delegato di Cose Belle d'Italia Media Entertainment.

«Per promuovere la cultura bisogna anche avere il coraggio della modernità e della novità, di presentare un volto nuovo dell'Italia» ha affermato Stefania Del Bravo, Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria. «Sono molto soddisfatta di questa mostra che sono certa interesserà anche il numeroso pubblico internazionale che affollerà presto Zagabria. La modernità di Giotto, resa attraverso immagini ad altissima definizione, è dimostrata anche dalla riuscitissima combinazione con le musiche composte da Paolo Fresu. La mostra di Cose Belle d'Italia Media Entertainment è una bella immagine che l'Italia porta all'estero, anche dal punto di vista dell'alta tecnologia dedicata a raccontare l'arte».

«Resa possibile grazie alla preziosa collaborazione dell'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, unitamente al Museo Archeologico di Zagabria, "Magister Giotto - La Cappella degli Scrovegni" è una produzione espressamente dedicata al pubblico di Zagabria» ha affermato Renato Saporito. «La mostra, caratterizzata da un'installazione di grande impatto evocativo, ha interpretato le richieste dei nostri prestigiosi interlocutori, a conferma delle infinite possibilità di declinazione del format Magister, sia in termini di contenuto sia in termini allestitivi, offrendo così un'esperienza immersiva unica nel cuore di uno dei massimi e più visitati capolavori di Giotto, la Cappella degli Scrovegni di Padova». (Estratto da Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Venia Dimitrakopoulou - Anemos - gesso installazione dimensioni variabili 2009 Venia Dimitrakopoulou
Futuro Primordiale - Materia


termina lo 03 febbraio 2019
Museo archeologico regionale "Antonino Salinas" - Palermo

La scultrice greca Venia Dimitrakopoulou (Atene) torna ad esporre eccezionalmente in Italia con una importante mostra personale al Museo Salinas, a cura di Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini con testo critico di Franco Fanelli. Il composito universo creativo dell'artista è rappresentato da una considerevole selezione di opere - sculture, carte e installazioni, alcune esposte per la prima volta in Italia - tra cui spiccano inedite realizzazioni site-specific, per una mostra-installazione, curata da Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini, che dialoga con i reperti archeologici esposti in permanenza nelle sale museali. Il Salinas, infatti, è il più antico museo dell'Isola e la più importante istituzione museale pubblica dedicata all'Arte Greca e Punica in Sicilia, che su indirizzo del Direttore Francesca Spatafora si è aperta negli ultimi anni ai linguaggi dell'arte contemporanea. L'esposizione ha i patrocini del Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica, dell'Ambasciata di Grecia a Roma, dell'Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana - Regione Siciliana, del Comune di Palermo ed è inserita nelle manifestazioni del progetto Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.

La mostra palermitana è la prima tappa della "Trilogia Italia" organizzata dalla Fondazione Ellenica di Cultura - Italia in collaborazione con l'Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici "Bruno Lavagnini" e con Artespressione di Milano, galleria di riferimento dell'artista in Italia per questa rassegna che tocca anche Torino e Trieste. Il percorso, che presenta delle peculiarità per ogni città, coinvolge infatti prestigiose sedi espositive: oltre al Museo Salinas di Palermo, la Gallery della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino (22 febbraio - 31 marzo 2019), quindi il Civico Museo Sartorio e il Castello di San Giusto a Trieste (12 aprile - 14 giugno 2019).

La "Trilogia" evidenzia la tematica propria di tutta la produzione della scultrice ellenica: il dialogo continuo tra il passato e il presente, partendo dal ricco retaggio archeologico che accomuna la cultura greca a quella del nostro Paese. Da qui il titolo "Futuro Primordiale", declinato con un sottotitolo specifico per ciascuna delle tre mostre: a Palermo "Materia", a Torino "Logos" e a Trieste "Suono". «Tutte e tre le esposizioni - precisa l'artista - sono legate dallo stesso filo conduttore, quello che tengo saldamente in mano per non perdermi, quello che, in questa occasione, definisco "Futuro Primordiale". Viene dal profondo del tempo e, con la consapevolezza del presente, sento che può condurci al futuro rendendolo meno incerto».

In tutti i lavori esposti al Museo Salinas protagonista è la materia - dalla pietra lavica alla carta a mano cinese, dal bronzo al marmo, dal gesso alla terracotta - che sottolinea quanto l'archeologia riviva nella contemporaneità e l'immersione nel passato serva a comprendere il presente. Spiega infatti la scultrice: «A Palermo espongo le pietre vulcaniche, le teste dei guerrieri caduti e degli eroi, così come le opere su carta cinese, le Vesti di Nesso, l'Armatura Segreta e le Linee di pensiero. E' un dialogo tra fragilità e solidità, l'effimero e l'eterno. Una riflessione sul modo in cui l'archeologia svela la materia nel presente. La materia, quindi, è il tema principale».

Venia Dimitrakopoulou decide di "sentire" attentamente ciascun luogo del suo lungo tour espositivo, creando appositamente nuove opere per rimanere "sintonizzata" con l'atto creativo, così come lei lo concepisce: «un processo continuo, un flusso in cui tutto è aperto all'inaspettato». E così, per citare alcuni lavori esposti al Museo archeologico di Palermo, gessi, bronzi e pietre vulcaniche di Egina (isola dove ha sede lo studio dell'artista) diventano teste e volti, spesso dalla bocca semi aperta, di antichi guerrieri, eroi e semidei come nelle opere Agamennone (2005-2009) e Pelope (2009), accanto a Lance (2018) in marmo e ottone dorato che raccontano il passato dell'Egeo attraverso venature nascoste e si innalzano come baluardi, strumenti di difesa. In queste opere la materia prima determina il modellato estetico delle sculture che, a dialogo con l'ambiente in cui vengono presentate, mettono in risalto riferimenti storici e caratteristiche del luogo di provenienza, e raccontano così una sorta di storia personale che guida il visitatore nella loro contemplazione e interpretazione.

Le creazioni contemporanee di Venia Dimitrakopoulou si muovono infatti in costante equilibrio tra le ricerche moderne e l'estetica, i materiali e le tecniche tradizionali, passando dalla piccola scala alla monumentalità. Significativa in proposito l'imponente scultura Promahones, esposta presso il Museo Archeologico Nazionale di Atene e rievocata a Palermo dalla serie fotografica Promahones - Ombre (2014). Composta da giganteschi dischi in acciaio inclinati, aperti alle estremità, come sottolinea Franco Fanelli «arricchisce enormemente il gioco d'ombre che queste opere possono proiettare, sdoppiandole, moltiplicandole».

Attraverso pietra, marmo, terracotta, metallo o carta, che si declinano al servizio di un nomadismo stilistico che va dalla scultura tradizionale all'installazione, dal video all'azione, dalla scrittura al segno grafico, l'artista investiga caratteristiche e comportamenti della materia, dando un respiro di vita alle figure e agli oggetti che ne nascono. Esemplificativo il video Zoodochos Pighi (Fonte di Vita, 2011), opera drammatica nel senso etimologico della parola, in cui le mani dell'artista si ergono a simbolo della forza generatrice della dimensione scultorea, in un incessante processo metamorfico di creazione e distruzione della forma.

Tutte le opere della Dimitrakopoulou hanno un profondo carattere antropocentrico e riflettono sul ruolo dell'esistenza umana nello spazio e nel tempo che l'artista sceglie di cogliere nella sua creazione, chiamando l'osservatore a partecipare dell'espressione artistica, a viverla come una relazione con se stesso, attraverso un'esperienza interiore, mentale e sentimentale. Emblematiche le serie su carta delle Vesti di Nesso e delle Linee di pensiero (entrambe del 2011) dove, attraverso la scrittura automatica sulla forma di un'antica tunica o di uno stendardo, traspare in diverse lingue la dimensione intima dell'artista, che libera i suoi sentimenti e pensieri per poi nasconderli parzialmente dietro ad una linea, quasi a cancellarli ma mai del tutto.

Le tre esposizioni di Venia Dimitrakopoulou nel nostro Paese rientrano tra le azioni del programma "Tempo Forte Italia - Grecia 2018", iniziativa promossa dall'Ambasciata d'Italia ad Atene e sancita nel corso del Primo Vertice Intergovernativo tra Italia e Grecia, tenutosi il 14 settembre 2017 a Corfù, volta a favorire e sostenere il rafforzamento delle relazioni culturali tra i due Paesi del Mediterraneo, nel rispetto dell'equilibrio tra i vari ambiti culturali, dalla tradizione al contemporaneo, dal passato al futuro. Accompagna tutte e tre le tappe della rassegna un esaustivo catalogo edito da Umberto Allemandi con testo introduttivo di Franco Fanelli. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Ennio Calabria
Verso il tempo dell'essere. Opere 1958-2018


termina il 27 gennaio 2019
Museo di Palazzo Cipolla - Roma

A sessant'anni esatti dalla sua prima mostra personale (Galleria La Feluca, Roma, novembre 1958) e a poco più di trent'anni dalla sua ultima ampia antologica romana (Museo di Castel Sant'Angelo, 1987), Ennio Calabria (1937) riceve un fondamentale omaggio con la grande rassegna antologica, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro - Internazionale, realizzata da POEMA, in collaborazione con l'Archivio Calabria, con il supporto tecnico di Civita Mostre, a cura di Gabriele Simongini (Catalogo pubblicato da Silvana Editoriale). Un'ottantina di opere fra quadri (alcuni dei quali realizzati espressamente per l'occasione, nel 2018) e pastelli daranno conto dell'intero percorso di questo grande protagonista della figurazione visionaria ed esistenziale italiana ed europea.

Fin dal 1958 l'artista romano ha dato vita ad opere ricche di una complessa ed irrequieta vitalità pittorica, colme di una forza immaginifica che va a braccetto con una lucidissima speculazione filosofica e antropologica. In pratica Calabria, con sorprendenti ed altissimi scatti inventivi in quest'ultimo periodo, ha dipinto e sta dipingendo quadri che riescono a dare immagine al processo di mutamento della nostra società e dell'uomo di oggi, indicando quasi profeticamente le sue possibili metamorfosi future. Per lui la pittura ha prima di tutto un valore testimoniale, è una metamorfica e complessa unità vivente in cui l'artista travasa tutto sé stesso, dal profondo.

Come scrive Gabriele Simongini, «lungo sessant'anni di ricerca la pittura per Calabria ha sempre avuto un potente valore sociale, in senso ampio, come strumento conoscitivo delle infinite trasformazioni di un mondo passato dalla Guerra Fredda all'attuale dominio globale delle corporazioni hi-tech e di un'Italia ormai irriconoscibile, passata dall'entusiasmo della ricostruzione e del boom economico allo spaesamento dell'odierno ruolo di emblema della crisi europea. Una pittura di "storia", dunque e pur in senso ampio, etimologico (dal latino "historia", ovvero "ricerca, indagine, cognizione"), mai illustrativo, con una profonda identificazione fra vicende collettive e autobiografia interiore». Interessato a cogliere i sintomi e le cause della regressione e della prevalenza di un istinto collettivo tendenzialmente aggressivo che sembra corrispondere per contrasto al sempre più frenetico progresso tecnologico, Ennio Calabria ritiene che la sua pittura oggi «si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce».

La mostra prenderà avvio da un quadro quanto mai significativo come "Imponderabile nel circo", esposto nella prima personale del 1958, per poi presentare i più noti capolavori dell'artista ("La città che scende", del 1963; "Funerali di Togliatti", del 1965, esposto molto raramente; "Pantheon", del 1978-79; "Il Traghetto per Palermo", del 1984; "La città dentro", del 1987; "Eretto antropomorfo", del 1993, ecc.) e riservare un ampio spazio alle opere realizzate dal 2000 ad oggi ("Presentimento d'acqua" e "Ombre del futuro", del 2008, "Il pensiero nel corpo", del 2010, "Patologia della luce", del 2012, "L'Uomo e la Croce", del 2016, ecc.) fino alle cinque opere inedite realizzate in questi ultimi mesi. Verrà data particolare attenzione ai ritratti (da "Stalin", del 1964 e "Mao Pianeta", del 1968 fino a "Italo Calvino. Voglia di eterno", del 2013, solo per dirne alcuni, senza dimenticare quelli dedicati a Papa Giovanni Paolo II) e agli autoritratti, oltre ai pastelli e ad una sintetica scelta di alcuni manifesti realizzati da Calabria nel corso degli anni. (Estratto da comunicato stampa Civita)




Opera di Ryan Heshka nella mostra Midnight Movie Ryan Heshka: "Midnight Movie"
termina il 19 gennaio 2019
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

Quarta mostra personale dell'artista canadese Ryan Heshka negli spazi della galleria, a cura di Michela D'Acquisto. Ryan Heshka, la cui opera artistica è innegabilmente influenzata dall'espressione stilistica dei pulp magazines e dei B movies che da sempre lo affascinano, in occasione della sua nuova mostra rende omaggio alle atmosfere bizzarre e oniriche di questi ultimi, rielaborandone tuttavia le suggestioni per dare così vita a un corpo di lavori unico nel suo genere. I "film della mezzanotte" ai quali l'artista fa riferimento erano pellicole a basso costo dal contenuto horror di dubbia qualità, che, negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, venivano mandate in onda dopo la programmazione abituale.

Proprio a causa della loro rudimentalità, oggi, più che suscitare terrore, fanno sorridere sia per gli ingenui espedienti scenici sia per l'inverosimiglianza delle trame. Heshka si appropria non solo dell'estetica, ma anche dell'approccio spontaneo di questi, dipingendo in maniera non dissimile da quella in cui erano girati: in un'unica ripresa, poco importa che la recitazione o la regia fossero tutt'altro che perfetti. Ciò che ne risulta è dunque una serie di opere mature, dalla pittura dinamica ed energica, fortemente narrative, che suggeriscono una sorprendente evoluzione rispetto alla produzione precedente, pur mantenendone inalterati i caratteri distintivi.

In una singolare sovrapposizione di immagini familiari e nel contempo inaccessibili, le peculiari figure dell'artista si alternano a forme indefinite, quasi astratte. Non più dettagli minuziosi, quindi, ma vibranti pennellate di colore su sfondi cupi e distorti, textures sfocate e sgranate. Nell'interpretare, come modalità impulsiva di escapismo dalla realtà, le proprie fantasie sulla carta e sulla tela, Ryan Heshka esplora le scene di un delirante film di mezzanotte trasmesso in lingua straniera - riconoscibile, in frammenti, soltanto dal piano del subconscio. In galleria saranno presenti lavori su carta e su tela, anche di grande formato.

Ryan Heshka (Manitoba - Canada, 1970), dopo aver conseguito una laurea in architettura d'interni, ha lavorato per molti anni in questo campo, per poi dedicarsi all'animazione e all'illustrazione. E' presente nei più importanti annuali di illustrazione, come American Illustration, Communication Arts, Society Of Illustrators. La sua formazione artistica è da autodidatta, sviluppatasi a costruire modellini di città in cartone, disegnare e girare film in Super 8. Tra le sue influenze più rilevanti, cita i fumetti e le riviste pulp, la grafica degli anni Cinquanta, e l'immaginario delle pellicole di serie B. Nel 2016, viene pubblicata la sua prima graphic novel, "Mean Girls Club" (Nobrow Press), ampliata nel 2018 dal suo seguito, "Mean Girls Club: Pink Dawn". Nel 2017, Cernunnos dà alle stampe "Fatales: The Art Of Ryan Heshka", la prima monografia sulla sua arte, che era già stata celebrata più volte dall'antologia BLAB! e dal libro di culto "The Upset: Young Contemporary Art" (Die Gestalten Verlag, 2008). I suoi lavori sono stati esposti in numerose gallerie internazionali. (Comunicato stampa)




Jared Deery - A Still, Volcano Flower - 2018, acrylic on canvas 122x183cm - 48x72 inches, detail Daniel Gonzalez - Solution's office - 2018, hand-sewn sequins and mixed media on canvas, 130x200cm - 51.1x78.7 inches, detail, curtesy Studio Daniel Gonzalez Daniel González: "Present Monuments"
Jared Deery: "The Hanging Garden"


termina lo 02 febbraio 2019
Boccanera Gallery - Trento
www.arteboccanera.com

Dopo essersi affermata negli ultimi dieci anni rappresentando artisti emergenti provenienti dall'Est Europa, mantenendo lo stesso approccio radicale e innovativo, Boccanera Gallery vira verso l'Occidente. Giorgia Lucchi Boccanera apre alle Americhe con una doppia personale di due artisti provenienti dal nuovo mondo - Argentina e Stati Uniti - consolidando il suo supporto per artisti emergenti e midcareer con una ricerca non convenzionale.

Con le sue opere, Daniel González (Argentina) crea monumenti alla quotidianità. Guardando alle sue origini, González unisce l'arte artigiana dei tessuti fatti a mano provenienti dalla cultura popolare tradizionale messicana, all'immaginario delirante e filosofico sudamericano, alla campionatura della quotidianità, spingendoli all'estremo della Pop art. Il progetto di Daniel González, Present Monuments, reinterpreta la funzione del monumento storico nell'era digitale. González crea un memoriale alla quotidianità che risponde a esigenze semplici, ai nostri stati d'animo, problemi familiari e personali. Le opere ritraggono pensieri che, ricamati sulla tela, trasformano la caducità del momento in monumento alla memoria. L'effimero dell'attimo fuggente viene congelato in un atto di conservazione, tramutando i pensieri in opere-monumento al quotidiano destinate a durare per sempre.

I dipinti ricamati e le opere in paillettes su tela esaltano la manualità che li compone. Questa pratica legata alla ripetizione del gesto, al lavoro umile del quotidiano è l'elemento costitutivo del monumento. L'azione creativa è parte integrante dell'estetica di queste architetture alla memoria ed il tempo è elemento costituente del monumento stesso. I monumenti di González sono commemorazioni di gesti semplici, di persone comuni consacrati all'eternità. La consacrazione del gesto, della pratica meditativa, del lavoro, la caducità del momento sono elementi di contemplazione per González. Le opere di González indagano i molteplici aspetti del tradizionale canone europeo del XVI secolo, il Memento Mori, reintroducendolo nell'arte contemporanea tra postmodernismo e la Pop art.

In The Hanging Garden, con le sue pitture a olio su tela, acrilico su tela e inchiostri Giapponesi su carta, Jared Deery (Usa) ricrea la fauna botanica dei giardini sospesi di Babilonia. Deery presenta una serie di composizioni floreali che, come nel giardino delle meraviglie, non potrebbero esistere naturalmente nello stesso momento e nello stesso luogo. Questi sono infatti giardini della memoria, che raccolgono fiori notturni e diurni che sbocciano insieme a piante sempre verdi e fragili e tenere erbe. Il percorso espositivo riprende l'assetto architettonico dei giardini sospesi, creando una composizione visiva in diversi livelli, con dipinti che, come piante secolari, arrivano dal passato e convivono con i fiori di stagione, ossia le opere recenti.

Nel lavoro di Jared Deery, la rivisitazione della natura morta mantiene il canone classico dell'inanimato a soggetto floreale, unendolo alla tradizione pittorica nordamericana sospesa tra il lirismo del color field painting di Helen Frankenthaler e l'irriverenza fumettistica di Philip Guston, pubblicando l'isolata e contemplativa pratica di studio tra meditazione e onirico stato di coscienza. Nel suoi dipinti, Deery ritrae nature morte provenienti dalla memoria e le reintroduce nel suo quotidiano. Il suo lavoro è un flusso di coscienza che trasforma i soggetti floreali in oggetti animati e pulsanti, attraverso l'uso del colore e la composizione delle superfici. La texture ricavata dalla pittura liquida che scorre sulla tela, introduce un elemento organico vivo nella composizione. I soggetti si trasformano da oggetti inanimati in materia viva: i petali sono pelle, gli steli membra che si muovono in uno scenario onirico sospeso tra il ricordo e il sogno. (Comunicato stampa)




Opera di Egle Piaser nella mostra alla Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Egle Piaser: "Fiori d'incanto"
termina il 20 dicembre 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra - a cura di Giovanni Cerri - presenta una selezione di opere recenti dell'artista veneta, la cui ricerca è caratterizzata dal tema floreale. Sono infatti i fiori - spesso dipinti su tele di ampie dimensioni - i soggetti preferiti da Egle Piaser; fiori che hanno un carattere e posseggono una "personalità" propria e contraddistinta, come in una sorta di moderno animismo, dove l'elemento vegetale - personaggio protagonista - quasi si erge a presenza divina, degna di culto osservante. Se vogliamo, anche un sentito omaggio alla pittura floreale fiamminga, che tra il XVI e il XVII secolo ha un suo spazio nella storia dell'arte, e soprattutto nella tradizione olandese, citiamo l'autore più rappresentativo: Ambrosius Bosschaert.

Bianchi opalescenti e gialli cromi, rossi vermigli e carmini, velature rosacee e azzurre, le tinte sembrano danzare in vorticose spirali, concentrando la nostra attenzione al centro dell'immagine. La bellezza cangiante dei colori e l'eleganza delle forme dei petali e del fogliame ci cattura, ci seduce e ci incanta in una sensualità emotiva che si protrae - in una sottintesa allusività delle forme. Egle Piaser (Conegliano - Treviso, 1965) diplomata all'Accademia di Belle Arti di Venezia nel corso di Pittura, insegna Arte e Immagine. Espone dalla metà degli anni '90 in mostre personali e rassegne a carattere nazionale. (Comunicato stampa)




Quarantuno anni di restauri e riapre la prima Cappella del Sacro Monte di Crea
www.studioesseci.net

Quarantuno anni di interventi sono risultati necessari per riaprire al culto e alle visite la Cappella del Martirio di sant'Eusebio del Sacro Monte di Crea. "Pur tenendo conto dei tempi lunghi, fisiologici nel nostro Paese, commenta Renata Lodari, Presidente dell'Ente Sacri Monti del Piemonte - 41 anni paiono davvero infiniti. Eppure 4 decenni trovano una giustificazione nella complessità di questo intervento. Al di là dei danni causati dai secoli e di quelli dovuti all'abbandono che l'intero Sacro Monte visse dopo le Soppressioni Napoleoniche, sulla Cappella di Sant'Eusebio sembra essersi abbattuto un insieme pesantissimo di avversità. Ambientali, per smottamenti e frane, ma anche e sopratutto danni dovuti alla stupidità umana. Nel '77, forse in un insensato gioco iconoclasta, le meravigliose statue, capolavoro dell'artista fiammingo Juan de Wespin detto "il Tabacchetti", furono frantumate in infiniti pezzi. Un disastro rimasto senza colpevoli acclarati e un insulto immotivato alla pietà religiosa e all'arte".

"Il recupero della Cappella - chiarisce il Direttore dell'Ente Sacri Monti, Elena De Filippis - è il risultato di una sequenza di interventi. Dopo l'atto vandalico del 1977, si è cominciato con il porre in sicurezza i frammenti superstiti, quindi con il ripristino della porta di ingresso, azioni non differibili. Agli inizi degli anni '80 si è proceduto al drenaggio esterno, alle riparazioni alle finestre, interventi volti a far fronte a problematiche legate a risalita di umidità e conseguenti danni sugli affreschi. Solo nel 2005 si è potuto procedere allo smontaggio parziale e ad affidare ciò che rimaneva delle statue al laboratorio di restauro di Gian Luigi Nicola.

Nel 2007 si è effettuato lo svuotamento del pavimento che sembrava cedere ed assestarsi in diversi punti e alla costruzione di una soletta aerata per migliorare la salubrità della cappella danneggiata dalla umidità ascendente. Tra il 2008 e i 2009, una importante frana ha interessato il versante sovrastante la Cappella ed ha assorbito ampia parte delle risorse finanziarie del Parco destinate al restauro di pitture e statue per ridestinarle al consolidamento del pendio a monte della Cappella. In parallelo si è avviato il restauro degli affreschi, concluso nel 2012. E' del 2014 il restauro delle statue e la loro ricollocazione in loco. E' cronaca degli scorsi mesi il rifacimento del tetto e il restauro dell'intonaco esterno, dei serramenti, delle parti in pietra e della porta (...)".

Fu Costantino Massino, priore dei padri Lateranensi, ad avere l'idea nel 1589 di arricchire il tradizionale culto per la Madonna di Crea con la costruzione di diverse cappelle, sul modello del Sacro Monte di Varallo. Il culto mariano di Crea era legato a sant'Eusebio, evangelizzatore e primo vescovo di Vercelli che, fuggito dalle persecuzioni degli ariani, si sarebbe rifugiato nel IV secolo sulle colline di Crea portando con se' dalla Terra Santa un'antica statua lignea della Madonna che la tradizione voleva scolpita da san Luca (conservata nel Santuario). La prima cappella del Sacro Monte, dedicata al Martirio di Sant'Eusebio, venne concepita come una prima tappa per i pellegrini che si avviavano a scalare il monte per giungere al Santuario.

Il piano inferiore - le cui aperture sono ora murate - era in origine un porticato pensato per la sosta; alla base dell'edificio è ancora presente la fonte che, secondo la tradizione, avrebbe fatto scaturire Eusebio durante il suo ritiro a Crea. Il luogo costituiva tradizionale punto di sosta per chi si avviava a piedi in pellegrinaggio verso il Santuario ed ivi si soffermava per riposarsi, dissetarsi e osservare la scena costruita al suo interno. A far da fondale alle magnifiche sculture di Juan de Wespin, è la scena della lapidazione del Santo, affreschi attribuiti a Giorgio Alberini. Il priore Costantino Massino coinvolse per questa cappella la Città di Vercelli, di cui Eusebio era stato il primo vescovo.

Nel 1592 il sacello era già stata iniziato a spese di Vercelli, ma i lavori procedettero a rilento, tanto che solo nel 1610 la decorazione interna risultava conclusa. La città di Vercelli volle lasciarvi dipinto sul fondo il paesaggio cittadino con in primo piano la basilica di Sant'Andrea, emblema e simbolo della città. La cappella fu restaurata, dopo le devastazioni e l'abbandono conseguenti alle soppressioni ottocentesche degli ordini religiosi decretata all'avvio del secolo, negli anni Sessanta dell'Ottocento, da Giuseppe Latini e nel 1935 il gruppo statuario fu rimaneggiato e integrato dal prof. Capra. E il resto è storia recente. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Alan Gattamorta Alan Gattamorta: Pinarella beach
termina il 16 dicembre 2018
www.alangattamorta.it

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta. Mostra on line sul sito antologico.








Mimmo Rotella - Originale multiplo cm.135x125 serigrafia 1974 Giulio Paolini - six different pieces 71-80(2) - cm.50x50 mixed on paper 1974 A.R.Penck - Positionswechsel I- cm.69.5x90 su cm.76x107 prova d'autore 1994 Multipli
termina il 22 gennaio 2019
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Più di 20 artisti sono stati scelti per creare negli ambienti della galleria un dialogo e un confronto fra le loro opere realizzate con diverse tecniche (litografia, puntasecca, serigrafia, fotolitografia, incisione) tutte però appartenenti alla sfera artistica dei multipli. I lavori spaziano dall'Arte concettuale, con Vincenzo Agnetti, alla Body Art, con Urs Lüthi, dall'Arte Povera, con Giulio Paolini, alla pittura tedesca dei Neuen Wilden, con Rainer Fetting, solo per fare degli esempi. Unico filo conduttore in questo insieme di artisti internazionali, riconducibili a diversi movimenti, è appunto la riproducibilità delle opere presentate.

Artisti: Vincenzo Agnetti, Hermann Albert, David Askevold, Georg Baselitz, Alighiero Boetti, Nicola De Maria, Martin Disler, Jirí Georg Dokoupil, Rainer Fetting, Laura Grisi, Nicky Hoberman, Peter Hutchinson, Jörg Immendorf, Edward Kienholz, Markus Lüpertz, Urs Lüthi, Bas Meerman, Hermann Nitsch, Mimmo Paladino, Luca Pancrazzi, Giulio Paolini, Luca Maria Patella, A.R. Penck, Sigmar Polke, Mimmo Rotella, Salvo, SEO. (Comunicato stampa)




Opera di Austin Eddy nella mostra alla Cellar Contemporary di Trento Austin Eddy | Giardino di Funghi di Legno
termina a fine marzo 2019
Cellar Contemporary - Trento

In un giardino tutto diventa prezioso, anche il più piccolo tassello di legno. Austin Eddy presenta per la prima volta da Cellar Contemporary la sua collezione di "Funghi di Legno", opere su carta e assemblaggi che raccontano il suo universo visionario attraverso la scelta delle forme e dei colori. Personale del giovane artista americano, che mixa altissimi modelli artistici come Mirò, Picasso e Matisse a uno spirito creativo che si libera degli stilemi tradizionali per riunire nelle sue forme astratte le pratiche del recupero e del collage.

Attraverso la pittura declinata in materiche campiture di smalti lucidi, Austin Eddy crea sintonie geometriche tra materiali diversi, utilizzando liberamente elementi di legno, mosaici, lampadine e meccanismi di orologi. I suoi assemblaggi diventano così interattivi e si prestano a evocare pendoli vintage e luci cittadine, mentre le opere su carta si presentano come multiformi panorami sgargianti. Austin Eddy (Boston, 1986) ha conseguito la laurea presso l'Art Institute di Chicago nel 2009. L'artista realizza opere autobiografiche al confine tra figurazione e astrazione. Lavora con tecniche miste che comprendono pastelli, olii, cartoncini, pittura spray. Ha partecipato a varie mostre personali e collettive nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)




Opera di Sabina Romanin Sabina Romanin: "Scampoli d'esistenza"
termina il 16 dicembre 2018
Associazione culturale La roggia - Pordenone
www.laroggiapn.it

Perché si cuce? Per tenere insieme due lembi di tessuto, che altrimenti resterebbero disgiunti. Per unire, saldare, intersecare scampoli d'esistenza, che altrimenti resterebbero ineluttabilmente lontani nel tempo, nello spazio. La ricerca di Sabina Romanin sta tutta dentro questo verbo, "cucire", grazie a una consuetudine con fili e tessuti maturata in famiglia, nell'atelier del padre sarto. Ma siamo ben lontani da un fare artigianale con finalità decorative, così come da una certa femminina attitudine, pure connaturata al medium tessile. Piuttosto, si tratta di una ricerca che unisce all'indubbia forza comunicativa, al carattere quasi domestico e familiare del medium, uno spessore concettuale. Romanin, cucendo, "disegna" ritratti, soggetto piuttosto inadatto ad essere rappresentato con il filo: il segno zigzagante della macchina da cucire non si cura della verosimiglianza, piuttosto fissa sul tessuto un particolare, un'espressione, un moto fugace che l'attimo dopo sarebbe perso.

L'operazione, spesso proposta anche come performance, ha qualcosa della trascrizione automatica di surrealistica memoria: l'artista "lascia fare alla macchina", un medium meno controllabile di altri, più meccanico e impersonale; comincia a tracciare sulla tela una trama astratta e casuale di segni, da cui prende corpo, con un'immediatezza e una velocità sorprendenti, il volto - in genere di persone conosciute, amici e famigliari. Il controllo razionale si abbassa affinché l'artista possa farsi lei stessa strumento, capace di cogliere e restituire un dettaglio di identità, minimo e prezioso, labile e illuminante. E farsi, come ha scritto Graziella Zardo, "cacciatrice di anime". L'opera viene inoltre proposta a rovescio, dove sono più densi i residui di filo tagliato e aggrovigliato.

Non è solo una preoccupazione di ordine estetico; certamente es sa contribuisce a conferire ai volti quel senso di leggerezza, di casualità e di vitalità che li contraddistingue, ma sottende anche un'istanza più complessa: è un ribadire l'azione estemporanea, l'appunto quasi istantaneo, la dimensione temporale attimale, di "cattura". E questo nel momento in cui si tenta di conferire proprio all'attimo, all'incommensurabile del tempo, una durata. C'è una serie di quattro lavori del 2016, concettualmente più articolata di altri, particolarmente significativa in tal senso: vi sono tracciati i versi di una poesia della stessa Romanin, Fulmini distratti, che risale al 1989 e rappresenta una meditazione sul tempo, concepito come la Fortuna classica, che gira come il vento; vi sono i ritratti di amici e volti ispirati ad affreschi rinascimentali.

E sotto la tarlatana su cui il filo ha disegnato tutto ciò, le pagine quadrettate di un'agenda settimanale. Come a dire che il "qui ed ora" del presente si interseca con le tracce del passato. Come a voler nobilitare una porzione del quotidiano, mettendola in salvo dal tempo che scorre e immettendola nel tempo lungo, se non nell'eternità, dei secoli; partecipe di un tempo della coscienza - un tempo continuo, così diverso da quello, discreto e sequenziale, della scienza - dove il passato vive con e dentro il presente, un volto affrescato dal Pordenone dentro il volto dell'amico. Come a salvare qualcosa di noi, almeno per un po'. (Chiara Tavella)

Dopo una laurea in lingue e letterature straniere all'Università di Ca' Foscari, Sabina Romanin ha conseguito il diploma in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia e frequentato l'Accademia di Plymouth (GB), con borsa di studio Erasmus. La sua ricerca artistica è orientata all'arte tessile includendo libri d' artista, poesia visiva, installazioni e azioni performative in Italia e all'estero. Nell'ambito di questa ricerca, la ritrattistica ha assunto un ruolo centrale per l'efficacia nella resa psicologica dei soggetti presentati, ritratti attraverso il ricamo con macchina da cucire. Sue opere tessili sono presenti in collezioni pubbliche e private. Si occupa inoltre di poesia partecipando a reading poetici. (Comunicato stampa)




Aztechi, Maya, Inca e le culture dell'antica America
termina il 28 aprile 2019
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza

Uno dei più curiosi spunti di approfondimento della esposizione riguarda l'invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. Infatti negli altri giochi dell'antichità e degli altri continenti che potrebbero rivendicare un legame analogo si usavano palle che non rimbalzavano. Lo illustra, nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra, Antonio Aimi. "Il gioco della palla - scrive Aimi - era presente in molte culture dell'antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall'Area Intermedia all'Amazzonia, ma non nell'Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari.

Il gioco della palla poteva essere praticato - continua il prof. Aimi - in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di "I", che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall'Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant'è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un "tifo" appassionato.

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

"Nel corso di circa 3000 anni di storia mesoamericana si sono sviluppate - sottolinea l'esperto - diverse varianti del gioco. Nella regione dell'Oaxaca si usava una palla di piccole dimensioni che veniva lanciata con guanti pesanti, nell'Area Maya si giocava anche con una palla di grandi dimensioni (circa un metro di diametro) fatta, probabilmente, di una pelle gonfiata. A Teotihuacan, la grande metropoli che dominò la Valle del Messico durante il Periodo Classico, pare che esistessero anche altri due modi di giocare. Il primo prevedeva di colpire la palla coi piedi, il secondo con una mazza e veniva praticato in un terreno aperto delineato da marcadores verticali, mobili e componibili, che, una volta assemblati, sembravano colonne sormontate da una sfera e da un cerchio". Come a dire, nulla di nuovo sotto il sole dello sport! (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Dani Daniela Tagliapietra dalla mostra Vibranti Universi di Luce e Colore Dani - Daniela Tagliapietra
Vibranti Universi di Luce e Colore


termina l'11 aprile 2019
Plus Florence - Firenze

"Teleri di diverse dimensioni, fino ad arrivare anche a teleri di grandi pareti, quelli che Daniela Tagliapietra, in arte Dani, da qualche tempo lascia leggere in mostre come in questa oggi a Firenze, capace di lasciare sorpresi non solo gli addetti ai lavori come me, ma i collezionisti che hanno subito individuato la poetica spaziale che governa l'intera produzione della pittrice vicentina. Sciabolate di colore e di materia, movimenti di segni che partono da un centro e si irradiano in modo quasi infinito, E' il mondo interiore che la pittrice porta in esterno, i suoi immagazzinamenti mentali, la sua solare creatività, i luoghi dello spazio e dell'universo stellare. E' l'estetica dell'astrattismo e dell'informale, sia di stampo europeo che americano, che approda con una misura sublime. Ella assorbe l'apparenza delle cose e del mondo attraverso un lavoro creativo che trasforma la rappresentazione nelle sue componenti e, in primo luogo, in luce o simbolo, ovvero il dischiudersi ai sogni.

Il colore, dolce ed espanso, rischiarato da pulsazioni luminose, crea un'atmosfera di indefinibile poesia, ed è il mezzo di espressione più adeguato del suo vocabolario figurale. Si percepisce dai suoi lavori una sorta di geografia del mondo, dall'universo stellare al dinamismo organico, tanto che l'artista pare guidata da una sensibilità poetica sintetica eppure originale, da svelarne sia i segreti della terra e dell'intero universo, che le seduzioni di una pittura largamente innovativa e pronta ormai a ristabilire sintagmi neo-naturalisti.. Ecco allora che questa pittura, ricca di materia fluida, con lampi e larghe macchie, struttura lo spazio e il centro dell'ambiente che lievita, facendo vivere anche la formazione di una nuova coscienza ambientale aperta a ogni richiamo di neoavanguardia e nouvelle modernitè" (Carlo Franza - curatore della mostra)

Daniela Tagliapietra (Lonigo - Vicenza, 1973), in arte Dani, artista autodidatta, da alcuni anni è presente nel panorama artistico italiano. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane. Presente anche in rassegne e fiere d'arte. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra di Giuseppe Denti Locandina della mostra di Giuseppe Denti a Monte Berico Triennale d'Arte di Venezia
"Il grido della Terra; verità nascoste"

Giuseppe Denti
29 settembre - 29 dicembre 2018
Palazzo Albrizzi-Capello - Venezia

In nome della libertà dell'Arte è stata fondata nel 2015 la Triennale di Venezia, con sede al Palazzo Albrizzi-Capello -Cannaregio- Venezia con il sottotitolo di "Natura matrix-Homo vorax". Tema fondamentale, che si ripropone nel 2018 con era ed è tuttora l'inquinamento della terra e le conseguenze tragiche a cui andiamo incontro, se non vengono presi drastici provvedimenti immediati. La mostra vuole essere un richiamo, quasi un risveglio delle coscienze. La riposta è stata oltremodo positiva e vi hanno aderito con le loro opere artisti di vari continenti, soprattutto europei.

Ricordando il percorso della "Lampada della pace", iniziato nel 2014 attraverso i sacrari della Grande Guerra, e in occasione del Centenario Grande Guerra - Pellegrinaggio della Pace 1918-2018 "Per non dimenticare", che si conclude nel Santuario di Monte Berico Vicenza il 27 ottobre 2018, la manifestazione prevede una mostra d'Arte - "L'umanità tra dramma e speranza" (Sala sette Santi Fondatori - Monte Berico (Vicenza) 19 ottobre - 04 novembre 2018) - che vuole essere un momento di riflessione sui mali che affliggono l'umanità ed un anelito alla solidarietà. (Comunicato di presentazione)




Jorge Macchi: Der Zauberberg
termina il 12 gennaio 2019
Quartz Studio - Torino
www.quartzstudio.net

Prima mostra personale a Torino dell'artista sudamericano Jorge Macchi (Buenos Aires, Argentina, 1963). Il titolo è tratto dal romanzo di Thomas Mann, letto anni fa dall'artista sul quale ha lasciato un ricordo intenso. Dopo averlo letto - dichiara l'artista - ho appreso che la Montagna Magica è un'immagine tradizionale nella letteratura tedesca, un luogo dove le persone spariscono, un posto dal quale non si torna indietro. Jorge Macchi è considerato uno dei più importanti artisti concettuali della sua generazione per l'arte sudamericana, con forti legami con la la cultura visiva europea (Surrealismo e Arte Povera). Lavora con diversi media, dalla scultura alla pittura al video, spesso combinati in soluzioni installative site-specific. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Precipitato formale, di Giuseppe Stampone Giuseppe Stampone
Precipitato formale


termina il 21 dicembre 2018
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La prima mostra fiorentina - a cura di Pietro Gaglianò - interamente dedicata alla ricerca di Giuseppe Stampone (1974), presenta tre grandi aree che attraverso nuove opere e progetti creati in collaborazione con altri artisti approfondiscono i principali temi di ricerca dell'autore. Attraverso una pratica che prevede un continuo passaggio di informazioni, la rivisitazione dei linguaggi visivi e verbali della storia, coniugazioni pedagogiche e collaborative, Stampone sintetizza le visioni e i processi nell'opera, che è la sintesi visibile, il precipitato formale in cui si trovano il tempo, lo spazio e le relazioni. La mostra fiorentina segna un simbolico punto di osservazione nel quale convergono due decenni di ricerca sul medium, dal disegno alle pratiche relazionali, e sulla dimensione politica dell'arte.

Tre tavole realizzate a inchiostro costituiscono il centro ideale della mostra; come pale d'altare, in un universo laico e dolorosamente, ma lucidamente, sensibile alle emergenze umanitarie del tempo presente, le opere reinterpretano tre capolavori della storia dell'arte europea il "Cristo deriso" di Beato Angelico, "Il ratto di Europa" di Rembrandt e "L'atelier del pittore" di Gustave Courbet. In questo sommo agone Stampone si misura con la necessità di riconnettere la cosiddetta civiltà occidentale alle proprie responsabilità, e apre una riflessione critica sulla posizione dell'arte rispetto alle sfere del potere, oggi come nel passato. Un esercizio di connessione, una vocazione al dialogo e alla pluralità caratterizza anche gli altri due progetti, composti espressamente per questa occasione, che implicano il coinvolgimento di altri autori.

Una nuova opera del ciclo "Architecture of Intelligence" sarà realizzata con l'artista Jota Castro (1965) ed è incentrata sulla capacità pedagogica dell'arte. L'opera si sviluppa a partire dal continuo indagare lo spazio della percezione visiva, introducendo i temi della comunicazione come strumento egemonico, la retorica del potere, la capacità destabilizzante della frammentazione del linguaggio. Nello spazio principale della galleria una grande mappa concettuale verrà creata con i contributi e la collaborazione di altri autori invitati da Stampone ad apporre un segno, un elemento trattato con la propria poetica e la propria sensibilità, nella cartografia che descrive i rapporti relazionali, il valore politico dell'arte, l'emergenza della condizione globale. Gli autori coinvolti sono: Bianco-Valente, Tomaso Binga, Stefano Boccalini, Ugo La Pietra, Loredana Longo, Claudia Losi, Ryts Monet, Alfredo Pirri, Eugenio Tibaldi. Al termine della mostra verrà presentato il catalogo con la documentazione delle opere e testi del curatore e altri studiosi. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Utopie Morbide, di Lea Guldditte Hestelund Lea Guldditte Hestelund
Utopie Morbide


termina il 21 dicembre 2018
Galleria Eduardo Secci - Firenze

Viviamo in un mondo che, giorno dopo giorno, sembra prevaricato da distopie sociali e politiche. Infatti, nonostante il progresso tecnologico avanzi migliorando le condizioni di vita del presente ed alimentando le aspettative sul futuro, ci accade di constatare come la societá - ed il genere umano assieme - incontrino ostacoli e limiti nell'immaginare una struttura sociopolitica alternativa che favorisca la coesistenza e l'espressione di diverse forme di essere. In momenti storici come quello attuale in cui alcuni tra i peggiori scenari auspicati sembrano prendere il sopravvento - dalle conseguenze apportate dal cambiamento climatico, ad un ritorno verso un nazionalismo che fomenta forme di chiusura politica -, creare immaginari utopici diventa non solo una strategia di sopravvivenza ma un esercizio intellettuale per concepire e plasmare un mondo migliore.

Nel corso della sua pratica artistica, Lea Guldditte Hestelund (1983) ha immaginato e creato ambienti e situazioni di fantascienza, ispirandosi ai romanzi visionari di Octavia E. Butler e di Ursula Le Guin, ai film di fantascienza come "2001: a Space Odyssey" o "Alien" e agli studi sull'architettura di genere. Le sue sculture marmoree dalla forma e dall'aspetto organico esistono solo in questi ambienti ibridi in cui la fluidità tra i generi viene espressa dall'artista attraverso il gioco di forme, consistenze e colori delle diverse parti del corpo. Lea Guldditte Hestelund utilizza marmi di diversa provenienza, colore e grammatura, che plasma in forme che ricordano parti del corpo. Tuttavia, esse sono portatrici del peso e della gravità della materia, ed esplorano la connessione tramite la quale la materia organica penetra attraverso quella inorganica, il lato maschile in quello femminile, e l'utopia positiva in quella negativa. Giocando con i registri e i contesti di presentazione delle sculture marmoree che quasi diventano morbide forme organiche, l'artista indaga modi per destabilizzare nozioni e norme convenzionali, esplorando nuovi spazi fisici e concettuali.

Lea Guldditte Hestelund (Esbjerg - Danimarca, 1983) si è laureata alla Royal Danish Accademia di Belle Arti di Copenhagen nel 2015 e alla Kunstakademie di Düsseldorf nel 2013. Nel suo lavoro artistico, Lea Guldditte Hestelund è affascinata dalla storia, dalle narrative e dalle potenzialità dei materiali, e da come questi ultimi possano essere trattati e mostrati, sia tagliando il marmo, sia modellando e trasformando il proprio corpo. La pratica artistica di Lea Guldditte Hestelund unisce la ricerca dei materiali, che saranno alla base dei suoi lavori, al modo in cui percepiamo e attribuiamo significato al corpo.

Basato sull'ideale della perfezione del corpo dell'antichità classica, l'artista ha esplorato la cultura del fitness dei nostri giorni, ricreando attrezzature per esercizi in materiali ripresi dalla tradizione classica come il bronzo e il marmo. Ha esposto le sue opere in alcuni centri di esposizione di arte contemporanea a Copenhagen tra cui all'Istituto di Arte Contemporanea (2018), al Gether Contemporary (2017), al Værelset(2016) e al Fifth Floor (2013). Lea Guldditte Hestelund ha partecipato inoltre a numerose mostre collettive sia in Danimarca e che all'estero. Nell'ultimo anno ha esposto i suoi lavori alla mostra The object is to change the soul, Heartland Festival (2018); al Super-Set, San Francisco (2018); alla mostra Vibrant Matter, Svendborg (2018) e How to Start an Apartement in our Gallery, Copenhagen (2018).

La mostra alla Galleria Eduardo Secci è curata da Irene Campolmi. Si invita a partecipare alla conversazione con Eduardo Secci su Instagram (@eduardoseccicontemporary) Twitter (@EduardoSecci) Facebook (Eduardo Secci Contemporary) attraverso gli Hashtag: #utopiemorbide #EduardoSecci. (Comunicato stampa)




Silvana Fusari - torque tunnel Origami tra arte e scienza
termina il 16 dicembre 2018
Casa Museo Spazio Tadini - Milano
www.spaziotadini.com

La prima mostra italiana sull'origami che ne racconta le origini, l'evoluzione, il significato, l'espressione artistica e tecnologica fino ai moderni impieghi nell'ingegneria aerospaziale, nella chirurgia, nell'ingegneria e nell'architettura. Dall'arte alla scienza in un percorso espositivo di taglio internazionale che comprendere anche laboratori, convegni, incontri didattici. La mostra è curata da Melina Scalise e Francesco Tadini con la collaborazione dei Politecnici di Milano e Torino, più nello specifico del Dipartimento di Architettura e Design e del Dipartimento di Scienze Matematiche G.L. Lagrange. Sponsor tecnici il Centro Diffusione Origami e Publistampa Arti Grafiche Edizioni che, per l'occasione, presenterà il libro Origami tra Arte e Scienza.

L'esposizione è costituita da un percorso scientifico e divulgativo e da un percorso d'arte, con la mostra dei lavori di Paolo Bascetta, Alessandro Beber, Elisabetta Bonuccelli, Serena Cicalò, Daniela Cilurzo, Silvana Fusari e Alessandra Lamio, e si completa con la presenza straordinaria di un trittico della serie Il Ballo dei Filosofi di Emilio Tadini, con una rilettura ed analisi in chiave filosofico-matematica a cura di Melina Scalise e dei Politecnici di Milano e Torino. L'origami ha una storia per certi aspetti misteriosa. Sospesa tra Oriente e Occidente, segue i percorsi della carta che dalla Cina si diffonde in Giappone e Corea. Quindi arte tradizionale giapponese, certo, ma anche tecnica ben conosciuta in Europa, soprattutto come forma di piegatura dei tessuti.

Va pur detto che l'origami vive una curiosa condizione: quella di essere conosciuto da tutti o quasi nelle sue forme più elementari (chi non ha mai piegato una barchetta di carta, un aeroplanino, un ventaglio, tanto per citare dei modelli popolari?), ma da pochissimi - perlopiù "addetti ai lavori" - nelle sue varie evoluzioni artistiche, tecniche o applicative. La mostra vuole promuovere la conoscenza dell'origami nelle sue "incarnazioni" più contemporanee. Come espressione artistica astratta, come manifestazione tangibile di teorie matematiche e geometriche, come risorsa da impiegare a livello scientifico, industriale, commerciale. Per questa ragione si è scelto di mettere insieme un gruppo di autori che si muove prevalentemente in ambito non figurativo, allontanandosi volutamente da un'idea di origami più tradizionale, legata alla rappresentazione della realtà.

In parallelo, si è pensato al coinvolgimento dei Politecnici di Milano e Torino per curare la parte scientifica, che prevede anche ragguardevoli contributi provenienti da varie realtà di ricerca di grande profilo internazionale. Il team coinvolto è composto da architetti, ingegneri e matematici che illustreranno la matematica dell'origami presente nelle sue maggiori applicazioni tecnologiche, quali lenti solari, strutture architettoniche e micro-robot, solo per citarne alcuni. Presentazione d'eccezione, invece, in omaggio al lavoro artistico di Emilio Tadini, pittore e scrittore a cui è dedicata la Casa Museo Spazio Tadini è la lettura "origami-geometrica" di alcuni suoi quadri a cura dei due Politecnici, con la collaborazione di Melina Scalise e Francesco Tadini.

Si prevedono inoltre, per tutta la durata della mostra, laboratori e conferenze come ulteriore supporto divulgativo e come modalità di coinvolgimento del pubblico, con particolare attenzione alle scuole di ogni ordine e grado. Il fine è trasportare per primo l'autore, e poi lo spettatore, in un mondo di visione caleidoscopica, dove la realtà spaziale percepita è completamente nuova. Più in dettaglio, alcune note sugli autori e sul comitato scientifico. La mostra si svolge all'interno della Casa Museo Spazio Tadini, inserita all'interno del circuito di case museo di Milano "Storiemilanesi.org". Ospitava sia l'atelier di Emilio Tadini, pittore e scrittore di rilievo del '900 italiano, sia una delle prime case editrici di informazioni economiche del nostro Paese, la "Grafiche Marucelli". Lo spazio oggi ospita la sede dell'associazione culturale no profit "Spazio Tadini", fondata nel 2008 in memoria del padre, Emilio Tadini, da Francesco Tadini e Melina Scalise ed è luogo di eventi culturali. (Comunicato ufficio stampa Spazio Tadini)




Giorgio Griffa - Cinque colori - acrilico su tela cm.45x96 2008 - foto Fabio Fantini Testimonianze
Composizioni materiche e oggettuali dagli anni '60 ad oggi


termina il 13 gennaio 2019
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Dodici artisti italiani ed internazionali che, attraverso composizioni materiche ed oggettuali, hanno segnato la storia dell'arte dagli anni '60 ad oggi. In esposizione anche opere di Carla Accardi, Valerio Adami, Gianfranco Ferroni, Giorgio Griffa, Elio Marchegiani, Paola Pezzi, Piero Ruggeri, Graham Sutherland.

In mostra, quattro tappeti-natura di Piero Gilardi che riproducono, in maniera realistica e meticolosa, frammenti di ambienti naturali sia a scopo ludico che di denuncia verso uno stile di vita che, con il passare del tempo, diventa sempre più artificiale e distruttivo. Opere in cui etica ed estetica s'incontrano. Sfruttando le potenzialità espressive di materiali industriali come il poliuretano espanso e i pigmenti sintetici, i suoi tappeti-natura si propongono come "rappresentazione nella rappresentazione" e tentativo di armonizzazione tra interno ed esterno, soggettivo ed oggettivo, naturale ed artificiale. Il percorso espositivo continua con una scultura di Herbet Hamak dalla tipica forma geometrica, il cui colore è ottenuto attraverso la fusione di resine liquide e pigmenti che, solidificandosi, acquistano un aspetto a volte lattiginoso, opaco, dando vita a superfici lisce, dai colori profondi con tonalità inusuali.

A queste ricerche, si aggiunge un'opera di Marco Gastini dei primi anni '80, periodo in cui il linguaggio dell'artista torinese si apre a una trasformazione radicale, rivelando un'inattesa apertura al colore e alla ricerca sui materiali. Tipica, nelle opere di quegli anni, la presenza di forme e oggetti di varia natura, che fuoriuscendo dai limiti della superficie, assumono inusuali valenze pittoriche. Infine un'opera di Giulio Turcato degli anni '70 dalla gestualità rarefatta ed onirica, realizzata con sabbie colorate: in base al punto in cui la si guarda e all'illuminazione che riceve cambia sfumature. Un linguaggio molto fluido, con linee sinuose ed un particolare risalto dato al colore ed alla sua differente percezione. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra VHS VHS +
video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000


termina il 17 febbraio 2019
MAMbo Museo d'Arte Moderna - Bologna

Nello spazio espositivo della Project Room, vocato alla riscoperta di alcuni degli episodi artistici più stimolanti e innovativi originati in ambito artistico bolognese e regionale, il MAMbo presenta un progetto espositivo configurato come un dispositivo di pulsazioni audio-visive che nascono dall'ibridazione di differenti linguaggi, formati e pratiche di comunicazione video sperimentata in Italia tra il 1995 e il 2000. La produzione del periodo esorbita dall'autorialità individuale per estendersi a una dimensione collettiva, costituendosi in gruppi indipendenti di ricerca media-culturali che diventano veri e propri marchi come Opificio Ciclope, Fluid Video Crew, Ogino Knauss, Otolab e Sun Wu Kung di cui la mostra documenta i peculiari approcci espressivi.

In un mondo ancora senza bacheche, chat, social media e YouTube, questi laboratori pionieristici hanno materialmente costruito schermi di proiezione nelle loro rispettive residenze - Link Project a Bologna, Forte Prenestino a Roma, CPA ExLonginotti a Firenze, Garigliano e Pergola a Milano - sviluppando fucine creative sintonizzate con le coeve sperimentazioni più avanzate a livello europeo. Progetto di Saul Saguatti (Basmati Film) e Lucio Apolito (Opificio Ciclope). A cura di Silvia Grandi, in collaborazione con DAR - Dipartimento delle Arti Università di Bologna. Il progetto espositivo al MAMbo trova un'estensione on-line nel sito www.vhsplus.it dove sono consultabili materiali di archivio e approfondimento. (Comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Locandina della mostra Louis Kahn e Venezia
 al Teatro dell'architettura di Mendrisio Louis Kahn e Venezia
termina il 20 gennaio 2019
Teatro dell'architettura - Mendrisio
www.arc.usi.ch

Per la prima volta viene messo in scena il profondo legame tra l'architetto americano - uno dei Maestri del Novecento - e la città di Venezia, cominciato nel 1928 con la sua prima visita in Laguna, proseguito nei decenni successivi con altri viaggi e consolidato con le partecipazioni alla Biennale, l'amicizia con Carlo Scarpa, le diverse lezioni tenute e soprattutto con il suo progetto, rimasto sulla carta, per il Palazzo dei Congressi. Tali vicende, insieme ai temi ad esse correlati, sono approfondite in mostra grazie a modelli, elaborati grafici, fotografie, videoinstallazioni, lettere e altri documenti, in parte inediti, provenienti da numerosi archivi internazionali e collezioni private tra cui The Architectural Archives-University of Pennsylvania di Philadelphia, il Canadian Centre for Architecture di Montréal, la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, la collezione di Sue Ann Kahn di New York e altri.

Il percorso espositivo occupa i tre piani del Teatro dell'architettura e si articola in sezioni tematiche, in cui vengono analizzati i progetti sviluppati tra il 1968 e il 1972 grazie anche al supporto di un'ampia documentazione e dove vengono approfonditi eventi, relazioni e debiti culturali: Kahn e Venezia; Ritorno in Europa; Giuseppe Mazzariol e l'idea di Venezia; Frank Lloyd Wright e Le Corbusier a Venezia; La lezione di Louis Kahn; Louis Kahn e Carlo Scarpa; Il progetto di Louis Kahn per Venezia.

In mostra spiccano i disegni originali per il Palazzo dei Congressi, frutto di un intenso lavoro analitico e progettuale svolto tra il 1968 e il 1972, che per la prima volta vengono riuniti per restituire la densità della riflessione architettonica di Kahn; le sue reinterpretazioni grafiche dell'architettura veneziana; le registrazioni delle sue lezioni e conferenze a Venezia. Sono presenti anche disegni originali di Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, anch'essi autori di progetti, mai realizzati, per la città lagunare. Il lavoro di ricerca sotteso al progetto espositivo punta infatti a far riflettere sull'attuale e complesso rapporto che si instaura tra passato, presente e futuro in un luogo così eccezionale come Venezia, "puro miracolo" - come disse Louis Kahn - della storia dell'umanità.

La scelta del tema di questa prima grande mostra - a cura di Elisabetta Barizza in collaborazione con Gabriele Neri - entra anche in risonanza con le caratteristiche architettoniche del Teatro dell'architettura, istituendo un legame tra l'opera di Louis Kahn, Venezia e l'architettura ticinese. Nella sua forza geometrica e nella sua essenziale spazialità, il nuovo edificio del campus dell'Accademia di architettura di Mendrisio, rivela infatti l'influenza che Kahn ha avuto sul lavoro di Mario Botta, il quale collaborò con il Maestro americano proprio in occasione del suo progetto per Venezia, alla fine degli anni Sessanta, quando era ancora un giovane studente.

Il progetto per il nuovo Palazzo dei Congressi di Venezia, assieme a quello per un centro di ricerca per la creazione artistica, prendono avvio dall'incontro tra Giuseppe Mazzariol e Louis Kahn, avvenuto a Philadelphia nell'aprile del 1968. Pensati per i Giardini Napoleonici di Venezia, l'analisi territoriale di Kahn include la zona della Laguna prospiciente l'area di progetto e le principali emergenze architettoniche con cui i nuovi edifici avrebbero dialogato: l'isola di San Giorgio, piazza San Marco, la Punta della Dogana con la Chiesa della Salute, le chiese di Palladio alla Giudecca e il progetto di Le Corbusier per l'ospedale, anch'esso mai realizzato. Kahn presentò il suo progetto a Venezia nel 1969 inaugurando la mostra allestita nelle sale di Palazzo Ducale (30 gennaio-15 febbraio 1969).

Dopo la mostra, Kahn continuò a sviluppare l'edificio per il nuovo Palazzo dei Congressi assieme all'ingegnere August Komendant, ma nel 1972 venne definitivamente bocciata la possibilità di costruire ai Giardini, ipotizzando una nuova collocazione nell'area dell'Arsenale. L'architetto adeguerà il progetto al nuovo sito, ma presto risulterà chiara la mancanza di volontà politica per realizzarlo, consegnandolo nel limbo delle occasioni mancate per Venezia. Accompagna la mostra un catalogo Mendrisio Academy Press-Silvana Editoriale, a cura di Elisabetta Barizza e Gabriele Neri, che include, oltre ai saggi dei curatori, una testimonianza di Mario Botta e testi di Fulvio Irace e Werner Oechslin. La mostra è promossa dalla Fondazione Teatro dell'architettura di Mendrisio e dall'Accademia di architettura dell'Università della Svizzera italiana. (Comunicato stampa)




Mostra dedicata a Piero Tosi Piero Tosi
15 ottobre 2018 (inaugurazione)
Palazzo delle Esposizioni - Roma
www.fondazionecsc.it

Mostra su Piero Tosi, il più grande costumista nella storia del cinema italiano. Tra i registi con cui ha collaborato: Visconti, Zeffirelli, Bolognini, Wertmuller, Pasolini, Monicelli, Amelio. Nell'occasione saranno pubblicati due testi: un numero speciale di "Bianco e nero" a lui dedicato, con testimonianze di molti artisti che hanno collaborato con lui; e il libro Esercizi sulla bellezza, che documenta il lavoro di Tosi come docente al CSC: un lavoro durato 28 anni, attraverso seminari nel corso dei quali - assieme agli studenti di Costume e di Recitazione - Tosi ha compiuto un vero e proprio viaggio nella storia dell'abito italiano dal '400 al '900, realizzando costumi meravigliosi e facendoli indossare ad allieve del CSC poi divenute famose, come Carolina Crescentini, Paola Minaccioni, Claudia Zanella e tante altre. Il numero di "Bianco e nero" contiene interventi di Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo, Rita Pavone (breve), Giancarlo Giannini (breve), Liliana Cavani, Milena Vukotic, Gabriella Pescucci (premio Oscar per i costumi di L'età dell'innocenza di Scorsese), Maurizio Millenotti (attuale docente di Costume al CSC). (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)




Opera di Eliana Sevillano Eliana Sevillano: "il profondo della superfice"
Hotel 500 Firenze - Campi Bisenzio, 29 settembre 2018 - 07 gennaio 2019
www.galleriazetaeffe.com

(...) La composizione fortemente "topografica" e antiprospettica, come se l'immagine non potesse che essere percepita en plongée, in perpendicolare assoluta rispetto alla superficie, ci rassicura che il piano del dipinto ha finito per coincidere con quello della realtà, con il supporto su cui l'artista agisce ed elabora le sue alchimie cromatiche (...) (dal saggio di Giuliano Serafini)

Eliana Sevillano (La Paz - Bolivia), naturalizzata venezuelana, a Caracas nel 1964 consegue il diploma dai laurea presso l'Accademia di Belle Arti "Cristobal Rojas". SI lega poi al circolo "El Pez Dorado" gruppo di scrittori, cineasti e artisti plastici. Nella galleria del gruppo tiene ora sua prima personale incentrata sulla rappresentazione della figura umana. A partire dal 1967, influenzata da pittori come Turner, Szyslo, Obregon, Tamayo, Sanchez e Gramko, abbandona gli interessi per la figura umana che lascia per la creatività gestuale e impulsiva che le apre la strada verso l'Astrattismo. Nel 1972 è per la prima volta in Italia dove esegue un corso presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. La sua esperienza dura un anno poiché rientra in Venezuela dove segue gli studi d'Arte Grafica al Cegra, li nel 1978 ottiene una borsa di studio e ritorna in Italia per lavorare presso l'Atelier Abel Valmitjana di Arezzo. La sua opera è apprezzata in esposizioni personali e collettive che tiene, oltre in Italia in Venezuela, anche negli Stati Uniti e in Spagna. (Comunicato stampa)




Immagine Mosaico con raffigurazione di pesci Mosaico con raffigurazione di Nereide
Mosaico con raffigurazione di pesci


Tornano al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, da poco inaugurato nella sua nuova veste, due splendidi mosaici, accuratamente restaurati in occasione della XVIII edizione di Restituzioni, esposti fino al 16 settembre scorso alla Reggia di Venaria di Torino nella mostra La fragilità della bellezza. Si tratta del Mosaico con raffigurazione di Nereide, tra i più antichi pavimenti rinvenuti ad Aquileia e uno degli esempi più significativi della ricchissima collezione musiva del Man, e del Mosaico con raffigurazione di pesci, risalente al I sec. d. C.

Il tessellato con Nereide, rinvenuto casualmente tra il 1859 e il 1860 non lontano dalla Basilica di Aquileia, raffigura una scena mitologica a soggetto marino dai colori vivaci, racchiusa entro un raffinato bordo con treccia e nastro. La scena, centrata su una figura femminile dai capelli biondi seduta su un toro bianco dalla coda pisciforme, fu interpretata fin dalla scoperta come una raffigurazione del mito di Europa, amata da Zeus, nelle sembianze di un toro. Ed è con questo nome che il mosaico è ampiamente noto, anche se è probabile si tratti di una raffigurazione di Nereide, le mitiche ninfe che insieme ai Tritoni scortavano il dio del mare, Posidone, sedute su animali marini, quali il toro con coda di pesce del mosaico aquileiese.

Il mosaico decorava una sala di una ricca domus risalente alle fasi più antiche di Aquileia; dalla stessa abitazione proviene anche il notissimo mosaico con raffigurazione di "pavimento non spazzato", che nel nuovo allestimento del museo dialoga con la Nereide, in una nuova disposizione di grande effetto, in una delle sale dedicate alle abitazioni private di Aquileia. Sempre a una domus appartiene anche l'altro mosaico atteso al museo per i primi di ottobre, rinvenuto nel 1963, un secolo più tardi rispetto a quello con raffigurazione di Nereide, nel quartiere settentrionale di Aquileia, in un contesto noto con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia. Il piccolo riquadro musivo rappresenta una scena di mare realistica di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, un motivo molto noto nel mondo romano, ampiamente presente nei raffinati pavimenti di Pompei. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Robert Capa Retrospective
termina il 27 gennaio 2018
Arengario - Monza

Mostra dedicata a Robert Capa, il più grande fotoreporter del XX secolo, fondatore, nel 1947, dell'agenzia Magnum Photos, con Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandiver. La rassegna presenta più di 100 immagini in bianco e nero che documentano i maggiori conflitti del Novecento, di cui Capa è stato testimone oculare, dal 1936 al 1954. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto i suoi scatti ritraggono la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà delle guerre. Alcuni sono ormai diventati delle icone: basti pensare alla morte del miliziano nella guerra civile spagnola nel 1937 e alle fotografie dello sbarco delle truppe americane in Normandia, nel giugno del 1944. La mostra è articolata in 13 sezioni e si conclude con una novità, un'aggiunta inedita per questa tappa monzese, la sezione "Gerda Taro e Robert Capa" un cammeo di tre scatti: un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro "doppio ritratto", un modo per portare in mostra la loro vicenda umana e la loro relazione.

"Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale. "Se le tue fotografie non sono buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino". Questo il suo mantra e questa la frase scelta da Magnum Photos, per festeggiare i settant'anni dell'agenzia, afferma Denis Curti curatore di mostra, che ha ripreso fedelmente l'esposizione originariamente curata da Richard Whelan. «Se la tendenza della guerra - osserva lo stesso Whelan, biografo e studioso di Capa - è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ripersonalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. La rassegna è promossa dal Comune di Monza ed è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con Magnum Photos e la Casa dei Tre Oci. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Antonino Leto
Tra l'epopea dei Florio e la luce di Capri


termina il 10 febbraio 2019
Galleria d'Arte Moderna - Palermo

A oltre dieci anni dalla memorabile rassegna dedicata a Francesco Lojacono che ha rappresentato una svolta decisiva per la valorizzazione della pittura dell'Ottocento in Sicilia, con la mostra dedicata ad Antonio Leto (Monreale - Palermo, 1844 - Capri, 1913) si intende restituire la statura europea che gli compete anche all'altro grande protagonista della pittura in Sicilia. Appartenenti alla stessa generazione - Leto è sei anni più giovane di Lojacono - i due pittori hanno avuto una vicenda analoga, entrambi affermatisi come interpreti di una straordinaria visione mediterranea del paesaggio, declinato in uno stile che si è confrontato, dai Macchiaioli agli Impressionisti, con i grandi movimenti moderni europei.

Con circa 100 opere, la mostra sarà la grande occasione per riconsiderare Leto, nel suo articolato percorso artistico, che lo ha visto formarsi innanzitutto a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalle proposte della "Scuola di Resina" che, sulla lezione macchiaiola divulgata da Adriano Cecioni, sosteneva una resa naturalistica svincolata dal descrittivismo analitico di Filippo Palizzi. Vincendo il "Pensionato Artistico" Leto si trasferisce prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni. Il soggiorno a Parigi è decisivo per l'affermazione sul mercato internazionale e, invitato dal mercante Goupil, vi si trasferisce nel 1879. Di questo periodo rimane la suggestione dei bellissimi dipinti con scene di vita parigina come Vecchia Parigi (già collezione Società Edison), Bougival e Le bois de Boulogne, espressioni accattivanti dei nuovi gusti della clientela borghese.

Uno dei momenti fondamentali e più appassionanti della mostra, anche dal punto di vista storico, sarà la ricostruzione dell'eccezionale rapporto tra Leto e la famiglia Florio, che sono stati i suoi maggiori mecenati. Questo consentirà di vedere in una nuova e speciale prospettiva la mitica epoca della Palermo Liberty o modernista e riflettere sulla complessità - attraverso opportuni confronti - di capolavori come La mattanza a Favignana, uno dei dipinti più intensi del nostro Ottocento che, nella sua coinvolgente dimensione epica, rimanda alle pagine de I Malavoglia di Verga.

Una particolare attenzione sarà riservata anche alla consacrazione nazionale del pittore attraverso gli acquisti da parte della casa reale e dello stato. Verrà riconsiderata in ogni sua fase, attraverso l'esposizione degli straordinari studi preparatori, la complessa e appassionante genesi di un altro suo capolavoro I funari di Torre del Greco che venne presentato all'Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. In quest'opera, messa a confronto con il dipinto di analogo soggetto, realizzato da Gioacchino Toma un anno prima, troviamo una dimensione epica determinata dalla rappresentazione e dalla riflessione sul mondo del lavoro nell'Italia postunitaria. Sarà ricostruita una parte della produzione presentata alle Biennali di Venezia, in particolare quelle del 1910 e del 1924 che lo consacravano definitivamente a livello internazionale e lo inserivano nel circuito del collezionismo più prestigioso.

La sua fama in questo ambito è legata soprattutto a paesaggi con vedute di Capri e per la prima volta sarà presentato uno dei capolavori di Leto, Dietro la piccola marina a Capri, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla IX Biennale di Venezia. Capri fu il luogo dove amò ritirarsi definitivamente a partire dal 1890 con una scelta artistica e di vita condivisa con altri protagonisti della pittura moderna tra Otto e Novecento. Nel 1892 fonda il "Circolo Artistico" di Capri, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, che scelgono come sede delle loro mostre l'Hotel Quisisana. In quest'isola ispiratrice delle sue creazioni dove consuma l'ultima stagione della sua vita, Leto salda una pittura più densa e corposa, a macchia, dai forti contrasti di ombre e luci, come si evince dalle opere Veduta dal giardino dall'Hotel Pagano e I Faraglioni a Capri, entrambe concesse dalla Galleria Ricci-Oddi di Piacenza.

Leto ha saputo rendere, con uno stile davvero personale, l'atmosfera e la luce uniche di quell'isola incantata che, in quegli anni di transizione del secolo, anche attraverso la pittura, stava entrando nell'immaginario universale. Curata da Luisa Martorelli, Fernando Mazzocca, Antonella Purpura e Gioacchino Barbera, la mostra è promossa dal Comune di Palermo - Assessorato alla Cultura, dalla Galleria d'Arte Moderna E. Restivo, in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018. L'organizzazione è affidata a Civita. Il Catalogo è edito da Silvana Editoriale. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Giovanni Grattapaglia - La Vergine, Il beato Amedeo di Savoia e San Giovanni Battista sorreggono la Sindone - Ph Paolo Robino La Sindone e la sua immagine
Storia, arte e devozione


termina il 21 gennaio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

L'allestimento, ideato dall'architetto Loredana Iacopino, è ambientato nella Corte Medievale di Palazzo Madama, suggestivo ambiente fatto edificare da Cristina di Francia nel 1636, dove sulla parete di fondo è ben visibile un affresco raffigurante l'Ostensione della Sindone organizzata nel 1642 per celebrare la fine delle ostilità tra la stessa Madama Reale, reggente per il figlio Carlo Emanuele II, e i suoi cognati, il Principe Tommaso e il Cardinale Maurizio. Il percorso espositivo ripercorre la storia della Sindone e le diverse funzioni delle immagini che l'hanno riprodotta nel corso di cinque secoli, da quando il Sacro Lino fu trasferito da Chambéry a Torino nel 1578, per volere di Emanuele Filiberto di Savoia, fino ad oggi.

Organizzata in collaborazione col Polo Museale del Piemonte, diretto da Ilaria Ivaldi, la rassegna presenta al pubblico un'ottantina di pezzi provenienti in particolare dal Castello di Racconigi e dalla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, che ha sede a Ginevra, e inoltre dal Museo della Sindone di Torino e dalle stesse collezioni di Palazzo Madama. Le opere avute in prestito da Racconigi e da Ginevra fanno parte della celebre collezione raccolta dal Re Umberto II. Molti di questi quadri erano già stati esposti nel 1931 a Palazzo Madama in occasione del matrimonio di Umberto di Savoia con la principessa Maria del Belgio.

Sono raffigurazioni della Sindone realizzate dal momento del suo arrivo in Piemonte nel XVI secolo fino al principio del 1900 con svariate finalità: immagini celebrative dinastiche in ricordo di Ostensioni avvenute in particolari festività ed eventi politici, oppure legate a avvenimenti storici; lavori di alto livello esecutivo accanto ad altri più popolari dagli evidenti scopi devozionali. Opere prodotte con tecniche diverse - incisioni, disegni e dipinti su carta, su seta o su pergamena, ricami e insegne processionali - dove la Sindone è presentata secondo rigidi modelli iconografici che lasciano, però, spazio alla fantasia dell'artista per l'ambientazione e la decorazione.

Nelle scene dipinte si alternano svariati personaggi storici, sia ecclesiastici sia della famiglia reale, le forme dei baldacchini, le immagini di carattere devozionale in cui il lenzuolo è sorretto dalla Madonna e dai Santi, le architetture effimere predisposte per la sua presentazione ai pellegrini in Piazza Castello, i simboli della Passione, le ghirlande fiorite e gli oggetti destinati alla devozione privata e al mercato dei souvenir. In apertura troviamo il grande dipinto a olio su tela di Pieter Bolckmann del 1686, raffigurante Piazza Castello affollata in occasione dell'Ostensione del 1684 per il matrimonio di Vittorio Amedeo II con Anna d'Orléans. Dal Museo della Sindone provengono oggetti significativi come la cassetta che servì a trasportare la reliquia a Torino nel 1578 e la macchina fotografica da campo utilizzata da Secondo Pia, il primo a documentare fotograficamente la Sindone nel 1898. (Comunicato stampa)




Ferdinando Scianna
"il viaggio il racconto la memoria"


termina lo 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì

Grande mostra retrospettiva dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra e organizzata da Civita Mostre. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Dopo l'esordio a Forlì, la mostra sarà presentata in varie città, in Italia e all'estero, a partire da Palermo (Galleria d'Arte Moderna) e Venezia (Casa dei tre Oci) nel 2019.

Ferdinando Scianna è uno tra i più grandi maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Ferdinando Scianna del suo lavoro scrive: come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell'azzardo degli incontri con il mondo.

In una audioguida che sarà a disposizione di tutti i visitatori (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, che consentirà di conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. Un documentario sarà proposto in mostra, dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra sarà corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio Stampa Civita)




Opera di Manfredi Beninati Manfredi Beninati
Se questo è un sabato


termina il 14 dicembre 2018
Galleria Poggiali - Milano
www.galleriapoggiali.com

Il lavoro di Manfredi Beninati (Palermo, 1970) è stato esposto nelle Biennali di tutto il mondo, tra le altre alla Biennale di Venezia nel 2005 e nel 2009 (Primo Premio del pubblico nel 2005), alla Biennale di Liverpool, a quella di Madrid, sol per citarne alcune. L'artista, noto per le sue opere pittoriche e per l'estrema qualità del disegno, per il progetto appositamente concepito per lo spazio milanese ha deciso ancora una volta di far precedere alle produzioni bidimensionali dei lavori su tela e su carta un'istallazione ambientale. Questo nuovo progetto prende le mosse dal secondo dei due film che l'artista ha girato in appartamento Liberty a Palermo durante Manifesta. Il film suggerisce un senso di raffinata decadenza ed è colmo di colti riferimenti che da sempre sono associati alla poetica dell'artista.

La project room ospita dunque un nuovo lavoro intrinsecamente legato a tutta la produzione precedente di Beninati, è un'istallazione non praticabile ed è visibile dalla strada o da un corridoio sottile dentro la galleria. L'interfaccia della vetrina permette all'artista di associare bidimensionalità e tridimensionalità così da poter costruire punti di vista variabili e via via sempre più sorprendenti al tempo stesso per sé e per lo spettatore. La tensione narrativa è sottolineata dalla composizione stessa dell'istallazione: impostata come la vetrina di un negozio d'arredamento di cui la zona di Brera nella quale è inserita la galleria ne è piena, denota una condizione incongruente con la reazione a prima vista e sottolinea immediatamente un'atmosfera decadente.

L'istallazione milanese è una sorta di seconda puntata di quella messa in scena a Palermo. L'arredo, composto di uno scrittoio e un letto allude allo studio di un artista, le opere compaiono alle pareti e sullo scrittoio. L'autore? Beninati? Ad acuire quel senso di mistero e lo stimolo dell'indagine tipico della colta poetica dell'artista siciliano. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Claudio Verna - Pittura - acrylic on canvas cm.100x140, 39.3x55.1 inch. 1974 - Photo by Bruno Bani. Courtesy, the artist and Cardi Gallery Claudio Verna
termina il 20 dicembre 2018
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

Claudio Verna (Guardiagrele, 1937) è uno dei protagonisti della pittura italiana degli anni '70. Figura di riferimento della "Pittura analitica" o "Pittura-Pittura", Claudio Verna era parte di un piccolo gruppo di artisti che verso la fine degli anni '60 sentirono l'esigenza di tornare a dipingere, in un momento in cui molti consideravano la pittura una forma d'arte senza futuro. Questi artisti esploravano e analizzavano la pittura concentrandosi sui suoi elementi fondanti - lo spazio, la forma e il colore - e si possono considerare la risposta italiana al Minimalismo americano. Dall'Hard-edge al Colour Field, s'intravedono nelle opere di Verna molti paralleli con la pittura nordamericana degli anni '60, in particolare con figure quali Frank Stella, Barnett Newman e Kenneth Noland.

La mostra - a cura di Piero Tomassoni - è la prima personale dell'artista nello spazio milanese di Cardi Gallery, e segue un'ampia retrospettiva che si è tenuta nella sede di Londra all'inizio di quest'anno. Undici dipinti, in gran parte di grandi dimensioni e che vanno dal 1967 al 2016, con cui questa mostra mira a illustrare l'uso del bianco nell'opera di Claudio Verna. L'artista è stato spesso definito "maestro del colore", poiché della ricerca sul colore ha fatto il centro della sua intera carriera di oltre 50 anni. Per Verna, anche il bianco non è mai un pigmento neutro o un simbolo di spazio vuoto, ma è il colore che raccoglie in sé tutte le altre tonalità, come la luce bianca è composta dall'intero spettro dei colori visibili all'occhio umano, prodotti dalle diverse lunghezze d'onda delle radiazioni luminose.

Scrive il curatore della mostra Piero Tomassoni: "I dipinti 'monocromi' di Verna non sono mai effettivamente tali; presentano sempre una complessa tessitura vibrante di colori giustapposti, sovrapposti, intrecciati. Nei 'quadri bianchi' le tonalità emergono nel tempo, sia per le proprietà chimiche della vernice acrilica, con la quale Verna ha sperimentato fin dagli inizi, sia perché le superfici diafane lasciano trasparire il loro fondo cangiante in base alla luce e all'angolo di osservazione, con risultati spesso sorprendenti anche per l'artista stesso. Ugualmente i suoi 'quadri neri', come Aegizio '78 presente in mostra, lasciano che il colore riemerga da feritoie che si aprono sulle stratificazioni cromatiche dello spazio profondo della tela scura.

Questo genere di opere pone l'accento soprattutto sulle implicazioni visive del formato del quadro e della consistenza della pennellata, oltre che della luce e delle forme, talvolta geometriche e talvolta dettate da un gesto più libero. Rimangono tuttavia parte integrante della ricerca dell'artista sulla percezione e interazione dei colori, che continua ad essere il fulcro del suo lavoro, oltre a essere un contributo significativo alla storia della pittura astratta, di cui Verna rimane un protagonista attivo". (Comunicato stampa)




Giovanni Cappelli - Saidecar - olio su tavola cm.70x100 1957 Monumento Hannover Paolo Schiavocampo - Città - olio su tela cm.70x90 1958 Dal Realismo Esistenziale alla Nuova Figurazione. Gli Anni Cinquanta/Sessanta
Musei Civici di Varese, 06 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019

Zivilcourage
Museo Civico Floriano Bodini - Gemonio, 13 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019

I Sette di Gottinga nella contemporaneità - Floriano Bodini maestro di Libertà
Palazzo Pirelli - Milano, Novembre 2018

Lo splendido bozzetto in bronzo di Bodini "I Sette di Gottinga", al Castello di Masnago, è il fulcro del grande evento d'arte "diffuso", scandito in tre mostre che scaturiscono dalla celebrazione del ventennale dall'inaugurazione (1998) del Monumento di Floriano Bodini "I Sette di Gottinga" per la piazza del Parlamento di Hannover. Sono più di ottanta le opere in esposizione nelle tre sedi tra loro idealmente coordinate. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Sara Bodini, Renato Galbusera, Museo Civico Floriano Bodini/Gemonio, Musei Civici di Varese/Castello di Masnago, Amici del Museo Bodini, Palazzo Pirelli di Milano con il sostegno della Fondazioni Comunitaria del Varesotto e di Unipol. Da un progetto di Fabrizia Buzio Negri, che curò nel 1997 la mostra storica per la Galleria d'Arte Moderna di Gallarate "Guerreschi e il Realismo Esistenziale" e che scrisse nel 1998 la presentazione critica nella monografia "Zivilcourage" dedicata al monumento di Hannover per l'inaugurazione avvenuta il 20 marzo 1998.

Nel 1837 sette docenti dell'antica Università di Gottinga attuarono una ferma protesta contro la violazione della Costituzione da parte del re Ernst August. La ribellione all'autorità regale costò a tutti la revoca dell'incarico d'insegnamento e tre professori dovettero lasciare il Regno di Hannover. Ma non fu vano il loro esilio. Per il grave scandalo che seguì l'atto dispotico del sovrano, nel 1848 l'Assemblea di Francoforte venne convocata al fine di scrivere una nuova Costituzione e uno dei "Sette", il professor Dahlmann, vi svolse un ruolo di rilievo. Floriano Bodini, allora vincitore su 26 progetti internazionali, ricostruisce la vicenda in un raccontare sublimato tra dramma storico e dramma del singolo, individualmente vissuti nella condizione di uomo e, nel contempo, prestati alla grande teatralizzazione della Storia.

- Dal Realismo Esistenziale alla Nuova Figurazione. Gli Anni Cinquanta/Sessanta

Negli Anni Cinquanta la vicenda giovanile di Floriano Bodini all'Accademia di Brera si intreccia in amicizia e condivisione con gli artisti del Realismo Esistenziale, così denominato da Marco Valsecchi (1956) alla loro prima mostra. Guerreschi, Banchieri, Romagnoni, Vaglieri, Ceretti, Ferroni sono i pittori che con Bodini, l'unico scultore, danno vita al movimento profondamente influenzato dal ricordo della violenza e della sofferenze della guerra. Nel Secondo Dopoguerra, il loro sguardo artistico si avvicina all'Esistenzialismo, ben lontano dal Realismo Sociale di marca guttusiana, in una visione dei disagi di una difficile quotidianità, fuori da contenuti ideologici e dalle lotte di classe, bensì con ideali sociali e di intensa introspezione. Timbri crudi e tematiche esacerbate: sono principalmente periferie, interni di desolazione, atmosfere di privazioni, personaggi segnati da sensi di sconfitta. 

Negli anni Sessanta dal Realismo Esistenziale nasce una lunga Deriva d'impegno nella realtà, con gli artisti della "Nuova Figurazione" in Lombardia, in Emilia e Romagna, in Toscana, a Roma, a Napoli. Sono Rodolfo Aricò, Giorgio Bellandi, Adolfo Borgognoni, Giovanni Cappelli, Giancarlo Cazzaniga, Leonardo Cremonini, Franco Francese, Giuseppe Giannini, Giansisto Gasparini, Sandro Luporini, Giuseppe Martinelli, Ennio Morlotti, Pietro e Dimitri Plescan, Antonio Recalcati, Liberio Reggiani, Giulio Scapaticci, Paolo Schiavocampo, Renzo Vespignani, Giuseppe Zigaina. E altri ancora. Scrive nel testo critico il curatore Fabrizia Buzio Negri: "La figura torna a essere codice di linguaggio per meglio comunicare un cruciale profondo bisogno di introspezione. Questa urgenza di andare verso nuovi contenuti interiori chiarifica una rinnovata coscienza di libertà interpretativa, molto eterogenea, che talora sfiora l'astratto, la non-forma, il Pop".

- Zivilcourage

E' l'"iter" creativo di Bodini per il grandioso Monumento di Hannover nella mostra al Museo di Gemonio, con i gessi e i bronzi dei personaggi, le medaglie, gli studi preparatori, le fotografie work-in-progress (dall'Archivio Bodini) a documentare il lungo lavoro alla Fonderia Battaglia di Milano e nell'atelier dell'artista. Vi sono presentate inoltre opere di artisti "amici" di Bodini, perché vicini al sentimento ispirativo dei Sette di Gottinga. Sono Giuliano Vangi, Augusto Perez, Alberto Sughi, Renato Galbusera, Maria Jannelli, Piero Leddi, Peter Ackermann, Alberto Montrasio, Ariel Auslender, Joachim Schmettau.

A Palazzo Pirelli, 15 giovani artisti delle Accademie di Brera e dell'Albertina di Torino, nelle diversificate tecniche e interpretazioni, parlano di libertà di espressione in termini di modernità e contemporaneità, con il loro professore Renato Galbusera, tra i primi allievi di Bodini. Il cerchio sembra così chiudersi tra storia, presente e futuro. Sempre e comunque "Floriano Bodini, Maestro di Libertà". Il catalogo comprende le presentazioni istituzionali, i testi critici, fotografie storiche, le immagini di tutte le opere in mostra, frutto di prestiti da prestigiose collezioni private e museali, con gli apparati. (Comunicato stampa)




Fotografia di Fulvio Roiter nella mostra Fotografie 1948-2007, a Genova Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova

Circa 150 scatti, per la maggior parte vintage, selezionati dal curatore Denis Curti con il prezioso contributo della moglie Lou Embo, raccontano l'intera vicenda artistica del grande fotografo scomparso nel 2016, e fanno emergere tutta l'ampiezza e l'internazionalità del lavoro di Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Il percorso espositivo racconta gli immaginari inediti che rappresentano la Sicilia ed i suoi paesaggi, Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, in Belgio, in Portogallo, in Andalusia ed in Brasile che hanno determinato i primi approcci alla fotografia di Roiter, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva. "Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d'oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti" (Leonello Bertolucci, I Grandi Fotografi - Fulvio Roiter, Milano 1982).

"Un bianco e nero aspro, contrastato, ruvido. Un desiderio di raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. E' questa la fotografia di Fulvio Roiter. Un modo particolare di guardare il mondo che ha ispirato l'opera del grande autore veneziano, fino alla fine dei suoi giorni, in una linea di racconto dinamica, ricca di sfumature, sorprese e colpi di scena, vicina a un approccio intimo alla fotografia" afferma Denis Curti.

Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica, per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l'autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: "Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali" (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016)

Ne derivano 9 sezioni di mostra, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile del grande fotografo: L'armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l'Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L'altra Venezia; L'infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L'uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell'anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall'autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati. Promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, la mostra è prodotta da Civita Mostre in collaborazione con i Tre Oci. Accompagna la rassegna un catalogo bilingue Marsilio Editori.

Fulvio Roiter (Meolo, 1926 - Venezia, 2016) è stato uno dei più importanti fotografi italiani. Esperto di fotografia in bianco e nero, usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica, che esaltava luoghi e particolari inediti della scena. Già fotografo apprezzato per aver prodotto diversi libri fotografici di città e regioni del mondo, salì alla ribalta internazionale per gli scatti sulla sua Venezia da cui trasse il libro Essere Venezia del 1977. E' stato uno dei tre fotografi italiani a cui è stato assegnato nel 1956 il premio internazionale per l'editoria fotografica Nadar. Roiter si diplomò come perito chimico, ma dal 1947 si dedicò alla fotografia, che divenne la sua attività professionale dal 1953. Nel 1949 aderì al circolo fotografico La Gondola di Venezia, fondato dall'amico Paolo Monti due anni prima.

Nel 1953 partì per la Sicilia nel suo primo viaggio fotografico, il primo di molti in tutto il mondo. La pubblicazione nel gennaio 1954 di alcuni scatti siciliani sulla rivista Camera segnò il suo debutto sulla scena internazionale. Dopo avere realizzato numerosi reportage per alcune riviste, pubblicò nel 1954 il suo primo libro fotografico, il volume in bianco e nero Venise a fleur d'eau. Nel 1956 Roiter vinse la seconda edizione del Premio Nadar con il libro di sole foto bianco e nero Umbria. Terra di San Francesco (Ombrie. Terre de Saint-François). Ottenne la consacrazione sulla scena internazionale con il libro Essere Venezia del 1977, stampato in quattro lingue con una tiratura di circa un milione di copie, un best seller unico per l'editoria fotografica. Durante la sua carriera, Fulvio Roiter ha pubblicato circa un centinaio di volumi di fotografie, compiendo numerosi viaggi in ogni parte del mondo. Roiter è stato sposato con la fotoreporter belga Louise "Lou" Embo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Sandro Chia - Magnetism, Optimism, Rheumatism Sandro Chia
termina lo 06 gennaio 2019
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno (Svizzera)

Un'ampia retrospettiva - a cura di Rudy Chiappini - dedicata a Sandro Chia, uno degli interpreti più significativi della cultura artistica contemporanea, la cui produzione è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. L'esposizione rappresenta un'occasione unica per ammirare, per la prima volta in Svizzera, un'accurata selezione di oltre 50 dipinti di grande formato, realizzati dal 1978 fino alle opere più recenti, di uno dei protagonisti assoluti della Transavanguardia. E' questa anche l'occasione per una riflessione sulla corrente artistica degli anni Ottanta, attraverso le opere di Chia e di altri suoi esponenti: Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi cui è dedicata una sala. Un movimento, quello della Transavanguardia, apparentemente di riflusso rispetto al concettualismo dell'Arte Povera, che trovò nel critico Achille Bonito Oliva la propria autorevole guida nel recupero degli stimoli che avevano alimentato alcune delle avanguardie storiche come l'espressionismo, il fauvismo e la metafisica.

Impulsi che nell'opera di Sandro Chia, tradotti in narrazioni spesso oniriche, si concretizzano in un vigore barbarico, fondendo confessioni intime al gusto per la teatralità. Ne scaturisce una figurazione d'impronta mediterranea che ha saputo in breve tempo imporsi a livello internazionale, anticipando per certi aspetti il passaggio dalla modernità alla postmodernità, fatta di piccole narrazioni quotidiane, del ritorno al particolare, e soprattutto da una nuova attenzione al segno, alla forma e al colore. La mostra è accompagnata da un catalogo con le riproduzioni a colori di tutte le opere esposte.

Sandro Chia (Firenze, 1946) frequenta l'Istituto d'Arte e si diploma all'Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1969. Visita l'India, la Turchia e gran parte dell'Europa prima di stabilirsi a Roma; nel 1971 ha luogo la sua prima personale alla Galleria La Salita. Durante gli anni Settanta il suo lavoro si distanzia gradualmente dalle sperimentazioni concettuali a favore di uno stile più figurativo, attirando l'attenzione della critica italiana e internazionale. Nel 1980 ottiene una borsa di studio dalla città di Mönchengladbach (Germania) e vi lavora per un anno, per poi trasferirsi a New York dove vive per i successivi due decenni, pur continuando a spostarsi frequentemente tra questa città e l'Italia. Negli anni Ottanta diventa uno dei protagonisti della Transavanguardia, movimento artistico che lo coinvolge, unitamente a Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi, alle Biennali di Parigi e San Paolo, e più volte alla Biennale di Venezia. I suoi lavori sono stati esposti in prestigiose mostre in alcuni dei maggiori musei del mondo. (Comunicato stampa)




Willy Ronis. Fotografie 1934-1998
termina lo 06 gennaio 2019
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

L'esposizione, curata da Matthieu Rivallin, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, organizzata da Civita Tre Venezie, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite dedicate a Venezia, in grado di ripercorre l'intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud. Pur non essendo un movimento codificato da un manifesto programmatico, quello umanista dimostrava il suo interesse verso la condizione umana e la quotidianità più semplice e umile, per scoprirvi un significato esistenziale universale. Attraverso le sue immagini, Ronis sviluppa una sorta di micro-racconti costruiti partendo dai personaggi e dalle situazioni tratte dalla strada e dalla vita di tutti i giorni, che lo portano a estasiarsi davanti alla realtà e a osservare la fraternità dei popoli.

Se è vero che le sue fotografie corrispondono, in una certa misura, a una visione ottimista della condizione umana, Ronis non ne cela l'ingiustizia sociale e s'interessa alle classi più povere. La sua sensibilità nei confronti delle lotte quotidiane per la sopravvivenza in un contesto professionale, familiare e sociale precario, rivela che le sue convinzioni politiche, militante comunista, lo conducevano a un impegno attivo, attraverso la produzione e la circolazione di immagini della condizione e delle lotte operaie. Sebbene la maggior parte delle sue immagini più riprodotte siano state scattate in Francia, sin dalla sua giovinezza Ronis non ha smesso di viaggiare e fotografare altri luoghi. Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli sveli i suoi misteri. Ai suoi occhi è più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia. (Comunicato Civita Tre Venezie)




Locandina della mostra 100% Italia - Cent'anni di capolavori 100% Italia - Cent'anni di capolavori
termina il 10 febbraio 2019
www.archivioalbertozilocchi.com

- Biella | Palazzo Gromo Losa (Futurismo); Museo del Territorio (Secondo Futurismo)
- Vercelli | Arca (Metafisica, Realismo Magico, NeoMetafisica)
- Torino | Museo Ettore Fico (Novecento, Corrente, Informale, Astrazione); MEF Outside (Pop Art); Mastio della Cittadella (Optical, Minimalismo, Arte Povera, Concettuale); Palazzo Barolo (Transavanguardia, Nuova Figurazione, International)

100%Italia è una mostra dedicata agli ultimi cento anni di arte italiana, dall'inizio del Novecento ai giorni nostri. Con un percorso storico esaustivo, il progetto è l'occasione per evidenziare il ruolo preminente dell'arte italiana, che ha saputo segnare profondamente la creatività europea e quella mondiale. Ogni anno e ogni decennio sono stati contraddistinti da forti personalità che hanno influenzato l'arte del "secolo breve" e oltre; nessuna nazione europea ha saputo infatti offrire artisti e capolavori, scuole e movimenti, manifesti e proclami artistici con la continuità dell'Italia.

In un momento in cui il valore identitario di una nazione deve essere ripreso, riconfermato e ribadito, non per prevaricare, ma per aiutare la comprensione della storia, 100%Italia vuole fare il punto e riproporre evidenti valori che per un tempo troppo lungo molti critici hanno sottovalutato. Gli artisti considerati come capisaldi della cultura internazionale verranno esposti, ognuno con una o più opere rappresentative del proprio percorso e del periodo storico di appartenenza. La grandezza dei maestri si potrà quindi percepire in un unicum e in una sequenza espositiva che faranno fare al visitatore un viaggio straordinario lungo cent'anni. 100%Italia ha collaborato con collezioni e a archivi di musei, di fondazioni, di gallerie pubbliche e private e di collezionisti che insieme hanno costruito un evento unico nel suo genere. La mostra è organizzata dal Museo Ettore Fico di Torino e curata da Marco Meneguzzo, Claudio Cerritelli, Giorgio Verzotti, Luca Beatrice, Lorenzo Canova, Elena Pontiggia, Luigi Sansone.

L'avvio è precedente al 1915, anno in cui l'Italia entra ufficialmente nel primo grande conflitto mondiale, nella prima guerra "globalizzata" in cui le superpotenze si fronteggiavano e si scontravano in un modo violento e disumano. In quegli anni i Futuristi avrebbero voluto «bruciare i musei e le biblioteche» così da chiudere con la storia passata e identificarsi con il presente, ovviamente in senso puramente ideologico. La conclusione delle mostra è contrassegnata dal 2015, in un tempo in cui l'ideologia prende il definitivo sopravvento sulla razionalità e sulla tolleranza reciproca, attuando in concreto quelle distruzioni simboliche dei Futuristi. (...)

Le tipologie e metodologie di sterminio cambiano e, dallo scontro frontale, si spostano su fronti a macchia di leopardo per distruggere popoli e nazioni nella loro totalità attraverso simboli artistici e storici che documentano l'arte e la religione. Paradossalmente l'arte moderna e contemporanea seguono questi stessi schemi. Le scuole, le estetiche, il mercato si adeguano e si adattano ai cambiamenti epocali segnando differenze e cambi di potere a livello internazionale. 100%Italia non è un reportage di guerra, ma un viaggio segnato da tre grandi guerre che hanno mutato il mondo e la sua percezione e, soprattutto, un resoconto accurato della creatività e della genialità italiana da sempre "cartina al tornasole" dello stato dell'arte. I nostri artisti hanno saputo, come nessun altro, entrare in contatto con movimenti internazionali e istanze non provinciali, hanno saputo rielaborare la nostra cultura attraverso altre culture, restando permeabili e nello stesso tempo autonomi.

100%Italia vuole proporre al grande pubblico un progetto a più livelli. Il primo è lineare e cronologico dove le opere si susseguono, anno dopo anno, in un continuum percettivo senza soluzione di continuità. Il secondo è quello dei movimenti che maggiormente hanno influenzato il nostro gusto e le estetiche mondiali. Il terzo è un progetto didattico e divulgativo per chi volesse approfondire in modo unitario percorsi e storie legate all'arte. Ogni sezione è illustrata attraverso saggi che prendono in esame i maggiori movimenti italiani. Questi documenti completano la mostra e il catalogo di accompagnamento si propone anche come testo fondamentale per comprendere la nostra storia, il nostro passato e il nostro futuro. 100%Italia propone all'attenzione del pubblico quei capolavori che solitamente vengono conservati in collezioni private e che difficilmente vengono esposti pubblicamente per dare, oltre che un quadro completo sul piano scientifico, una scelta di opere eccezionali mai esposte. (Comunicato stampa)

Locandina della mostra (versione ingrandita)




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Opera di Utagawa Hiroshige Hiroshige
Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts


termina il 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.hiroshigebologna.it

Opere del Maestro Utagawa Hiroshige (1797-1858), nella seconda tappa di una grande monografica dedicata a uno dei più influenti artisti giapponesi di metà Ottocento. Una selezione di circa 220 opere, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston e per la prima volta in Italia. Il progetto di mostra, diviso in 6 sezioni tematiche, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson. L'esposizione prosegue le iniziative avviate nel 2016 per il 150° anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone. Gli anni Trenta dell'Ottocento segnarono l'apice della produzione ukiyoe. In quel periodo furono realizzate le serie silografiche più importanti a firma dei maestri dell'arte del Mondo Fluttuante, che si confermarono - qualche decennio più tardi con l'apertura del Paese - come i più grandi nomi dell'arte giapponese in Occidente.

Hiroshige, che fu Maestro dell'arte del Mondo Fluttuante, tra questi, divenne un nome celebre per la qualità delle illustrazioni di paesaggi e vedute del Giappone, per l'abilità nel descrivere gli elementi naturali e atmosferici, il trascorrere del tempo e un peculiare effetto della luce. Nevi, piogge, nebbie, chiarori di luna erano elementi che Hiroshige sapeva far percepire in modo quasi tattile e la varietà di tipologie di pioggia per ogni stagione che riuscì a rappresentare nelle sue centinaia di silografie policrome del Mondo Fluttuante, gli valse il titolo di "maestro della pioggia". Immagini molto conosciute nella cultura dell'epoca, rappresentarono una fonte di conoscenza del territorio e furono un contributo importante per la costruzione dell'immaginario collettivo, al fine di rafforzare il senso di appartenenza e di legame nazionale.

Hiroshige era sempre alla ricerca di un punto di vista alternativo che esaltasse la bellezza dei luoghi e la vivacità delle attività umane. Iniziò a lavorare con il formato orizzontale, che portò alla massima espressione nel trittico ma anche nella serie completa delle Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido, conosciuta come Hoeido dal nome dell'editore che lanciò verso il successo Hiroshige, poi sperimentò la forma rotonda del ventaglio rigido e infine, negli anni cinquanta, approdò al formato verticale, che segnò un cambio epocale nel filone classico del paesaggio. Sfruttando l'asimmetria della composizione, in un equilibrio di pieni e vuoti che si controbilanciano nello spazio del foglio, Hiroshige mette un elemento in primissimo piano, gigante, come in una sorta di close-up fotografico, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio sullo sfondo e in dimensioni molto ridotte.

Questa novità stilistica sarà ben visibile in mostra in particolare nel suo capolavoro finale, Cento vedute di luoghi celebri di Edo. Qui gli elementi selezionati per il primo piano sono di dimensioni esagerate e mai mostrati per intero, tanto da diventare puri espedienti per un gioco grafico, ottico, quasi illusionistico che sfrutta tutte le tecniche prefotografiche legate ai visori ottici, all'effetto di prospettiva aumentata grazie a lenti di ogni tipo e dispositivi come la lanterna magica importati dall'Occidente e utilizzati in gran quantità dai maestri dell'epoca. La natura calma, rasserenante di Hiroshige, la sua abilità nell'uso della linea curva o spezzata che si ripete in molte sue vedute cambiando da un punto di vista ampio e sopraelevato a uno frontale ed estremamente stretto, la dedizione e la serietà con cui lavorò al tema del paesaggio fecero di lui una fonte di ispirazione importante per gli artisti europei - tra cui Van Gogh, Monet, Degas, Toulouse Lautrec - superando in questo, con la sua disciplina, anche Hokusai, genio fuori dalle righe e dalla personalità tormentata di più difficile controllo.

Accanto a silografie di prima tiratura, dove i colori e la tecnica di sfumatura bokashi sono ancora visibili intatti come raramente si può vedere, sono esposti anche una serie di disegni preparatori (shitae) realizzati a pennello e inchiostro da Hiroshige per essere poi consegnati all'incisore ma mai divenuti opere finite, motivo per cui sono arrivati a noi integri evidenziando l'abilità pittorica del maestro, capace di passare dal dettaglio più minuto a linee abbozzate come in un fumetto contemporaneo. Durante tutto il periodo di mostra sarà visibile, attraverso un video realizzato dalla Adachi Foundation, il completo processo di stampa e saranno tantissime anche le occasioni per approfondire, attraverso una serie di eventi collaterali - laboratori, corsi tematici, eventi di cinema, cucina, tattoo, manga e carta giapponese (aperti al pubblico di tutte le età) - quelle tradizioni culturali e artistiche del Giappone che fanno da sfondo alle immagini del Mondo Fluttuante, fino ad arrivare alle più attuali forme di grafica e illustrazione contemporanea che nell'ukiyoe trovano le loro radici. (Comunicato stampa)




Manet e Massimiliano
Un incontro multimediale

19 giugno 2018 - 19 giugno 1867
La ricorrenza della morte di Massimiliano imperatore del Messico


termina il 30 dicembre 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Dopo le celebrazioni dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo, un percorso immersivo e "multimediale" - a cura di Andreina Contessa e Rossella Fabiani, in collaborazione con Silvia Pinna - per dar vita all'incontro impossibile tra l'imperatore del Messico, fucilato il 19 giugno 1867, ed E'douard Manet, il grande pittore francese che, indignato dalla vicenda, denunciò con la sua pittura le responsabilità dell'imperialismo francese. Il sorprendente itinerario - promosso dal Museo storico e il Parco del Castello di Miramare e prodotto da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International - trasporterà migliaia di visitatori all'interno di questa storia, dentro i luoghi che l'hanno scandita, da Miramare al Messico a Parigi, grazie a una dimensione immersiva di suoni, proiezioni e ambienti ricreati. Sarà inoltre valorizzato anche il contesto di Miramare richiamato attraverso testimonianze quali lettere, libri, documenti e dipinti.

Ad accompagnarci in questo flashback virtuale sarà la narrazione teatrale ideata dallo sceneggiatore Alessandro Sisti e recitata da Lorenzo Acquaviva, che nei panni di Massimiliano farà rivivere le emozioni e le contraddizioni di questa trama, raccontando in prima persona le preoccupazioni dell'imperatore, il suo amore per Carlotta e per Trieste, il suo impegno per il Messico e i suoi tentativi di un governo illuminato. La "multimedialità" sarà al centro di questa rievocazione, instaurandosi su più livelli di lettura, non solo per l'evidente relazione tra il racconto digitale e l'ambiente di Miramare in cui questo viaggio viene "rivissuto", ma anche per la pluralità di piani cui rimanda.

Dai giornali, attraverso cui Manet viene a conoscenza della tragica fine di Massimiliano, alla pittura come mezzo per aprire un acceso dibattito sulla censura - che fu animato peraltro dallo scrittore E'mile Zola e coinvolse figure come Giosuè Carducci e Franz Listz -, dalla narrazione scenografica e potente ai video finali di due artisti messicani che ci riporteranno all'oggi. In questo tessuto di connessioni emergerà anche la doppia valenza dell'arte, che se da un lato indossa le vesti ufficiali della cronaca, come mostrano i dipinti del tempo esposti nelle Scuderie e nel Castello, dall'altro esprime la sua capacità di smascheramento della rappresentazione della realtà.

Massimiliano, divenuto imperatore del Messico su invito dell'invasore francese Napoleone III, viene fucilato dalle truppe ribelli a Querétaro insieme ai due generali Miramòn e Mejía. Di fronte a rivolte divenute ormai scontro armato, il sovrano francese lo aveva abbandonato. L'eco della notizia giunse immediata in Europa e a Parigi. La morte di Massimiliano fu uno scandalo per le implicazioni politiche e culturali che portava con sé: sotto la patina rifulgente della Belle E'poque, metteva in moto i fermenti che avrebbero condotto alla Prima Guerra Mondiale. Manet ne fu così ossessionato che realizzò tra il 1867 e il 1868 ben tre versioni di grande formato, come si confaceva ai dipinti di storia, uno schizzo ad olio e una lastra litografica. La forza polemica e la verve politica dell'opera ne impedirono l'esposizione al Salon di Parigi, dove era stata annunciata, e nessuna delle versioni dell'Esecuzione di Massimiliano fu mai esposta al pubblico finché Manet fu in vita.

Dalla partenza per il Messico, con cui si apre la mostra, allo scoppio inarrestabile della guerra civile guidata da Benito Juàrez, saremo condotti fino a Parigi, dentro lo studio di Manet. Ascolteremo i pensieri dell'artista e i commenti dei giornali del tempo, vedremo gli scatti dell'unico fotografo autorizzato a immortalare il cadavere di Massimilano sul luogo della fucilazione, Francois Aubert; davanti ai nostri occhi scorreranno le immagini dei quadri - conservati ora in vari musei d'Europa e d'America (Boston, Londra, Copenhagen, Mannheim) - di cui scopriremo dettagli e particolari inediti. Grazie a una serie di effetti speciali seguiremo l'evoluzione del lavoro. Nella prima versione del dipinto, realizzata di getto a poche settimane dal truce episodio, Manet manifesta la partecipazione emotiva agli eventi, ma risente delle ancora scarse notizie e della mancanza di immagini circolanti in Europa. Nelle versioni successive l'artista cerca di arricchire i particolari in base alle informazioni ormai diffuse.

Aggiunge così il muro di fondo, alcuni spettatori, cambia la posizione dei generali di Massimiliano e soprattutto inserisce un'invenzione che esprime una precisa presa di posizione: veste i soldati del plotone d'esecuzione non più con i panni borghesi, bensì con le uniformi dell'esercito francese, definendo il messaggio e il senso dell'opera. La versione finale del 1868 sarà la più grande, quella dal tratto più definito, in cui l'esempio della pittura spagnola e di Goya appare esplicito. Ora la cronaca si decanta e acquisisce un significato universale: dalla crudezza del primo impatto si è giunti all'equilibrio simbolico del dipinto finale e Massimiliano, fra i due generali, finisce per assomigliare a Cristo fra i due ladroni, sacrificato sull'altare dell'imperialismo francese.

Da Parigi torniamo così a Trieste, lì dove il viaggio aveva preso avvio. Il mare e le onde nell'ultima sala ci circondano. Il 15 gennaio 1868 la fregata Novara, la stessa con la quale la coppia reale era partita piena di speranze, riconduce il feretro del sovrano nell'unica città in cui Massimiliano si era sentito veramente a casa. Trieste, proclamato il lutto cittadino, veglia il corteo funebre, che attraversa le strade della città. In lontananza la sagoma del Castello di Miramare. Dopo l'esperienza immersiva ideata e realizzata da Senso Immersive (studio creativo, spin-off di DrawLight), ecco le lettere di Massimiliano, i libri della sua biblioteca riferiti al Messico e all'America, altri documenti storici - dai proclami alle stampe sulla sua fucilazione - e poi alcuni dipinti conservati nei depositi e in altri ambienti del Castello, che descrivono la partenza per il nuovo regno e il rientro della salma.

Al centro di quest'ultima sezione è esposto l'imponente Ritratto di Massimiliano Imperatore, a rievocare il simbolo delle antiche glorie. Memorie iconiche che preparano a scoprire l'immaginario messicano e la sua rivisitazione artistica in chiave contemporanea. A chiudere il percorso sono, infatti, i video di due giovani artisti Calixto Ramírez e Enrique Méndez de Hoyos, che si confrontano con una vicenda cruciale della storia del loro Paese e offrono uno sguardo che restituisce alla (nostra) prospettiva europea la lente d'ingrandimento messicana, intrecciando ancora una volta in un'unica trama presente e passato, storia e arte. (Comunicato stampa Civita Tre Venezie)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della Inaugurazione di Casa Russolo Inaugurazione di Casa Russolo
Portogruaro (Venezia), 15 giugno 2018

Portogruaro rende omaggio a Luigi Russolo allestendo nel nobile palazzo rinascimentale che nel 1885 lo vide venire alla luce, "Casa Russolo". Per volontà della Amministrazione Comunale, la dimora cinquecentesca, che già ospita Il Centro Culturale con la Biblioteca Civica, accoglierà, dal prossimo 15 giugno, uno Spazio interamente dedicato all'artista e che diventerà la sua Galleria permanente. In esso viene esposta l'intera raccolta delle lastre originali di tutte le sue incisioni, insieme ad un nucleo importante di suoi olii di proprietà del Comune di Portogruaro, ed ad una ampia documentazione multimediale della sua produzione, della sua originale vicenda personale ed artistica. Mentre la copia (gli originali sono andati tutti distrutti) tratta dal brevetto depositato, di uno degli strumenti da lui creati - un Intonarumori della Collezione del prof. Pietro Verardo - sottolineerà il ruolo fondamentale di Russolo nella musica del Novecento.

Per l'occasione, dall'archivio storico del Comune di Portogruaro riemergerà, per essere eventualmente oggetto di studio, l'importante carteggio (circa una trentina di documenti) fra la vedova dell'artista, Maria Zanovello, e il Comune di Portogruaro, in cui è documentato anche il dono al Comune del quadro "Impressioni di bombardamento". Il progetto di Casa Russolo è affidato alla curatela di Boris Brollo. L'obiettivo è presentare l'artista nella sua duplice veste di pittore e incisore, da un lato, ma anche e soprattutto di musicista, ruolo che gli ha assicurato una amplissima notorietà internazionale.

Russolo fu, insieme a Boccioni, Carrà, Severini e Balla, il firmatario dei Manifesto della Pittura Futurista. Iniziò l'attività artistica con la serie di originali incisioni (1906/13), documentate in Casa Russolo. L'adesione al Futurismo portò ad opere ammirate per la loro originalità anche da Klee. Negli ultimi 10 anni di vita, ritiratosi sulle rive del Lago Maggiore, produsse una pittura paesaggistica e ritrattistica dichiaratamente 'filosofica" che lui stesso definì "Classico Moderna". Russolo, infatti, fu anche filosofo. La lunga elaborazione dei suo pensiero si può trovare nel trattato "Al di là della Materia" composto tra il 1934 e il 1938. Tra i suoi scritti inediti si ricorda anche i "Dialoghi tra l'lo e l'Anima".

Seguendo la passione familiare per la musica (il padre era stato un importante organista, il fratelli Giovanni e Antonio si diplomarono al Conservatorio G. Verdi di Milano; fra l'altro, Antonio lavorò al fianco di Toscanini), Russolo nel 1913 scrisse "L'Arte dei Rumori", autentico fulmine a ciel sereno nel panorama musicale del tempo. Ma l'artista non si accontentò di teorizzare il trionfale ingresso del rumore nella musica, ma con eclettismo inventò, a partire dal 1913, macchine straordinarie, gli)arumori, in grado di modulare i rumori mediante una leva che tendeva o rilasciava una membrana. Questi nuovi strumenti rivoluzionarono la tecnica musicale, riproducendo la grande varietà di suoni della città e delle macchine nella vita moderna. Gli)arumori rappresentarono per la prima volta la possibilità di sintetizzare un rumore e furono precursori di tutto ciò che è stato fatto in seguito per quanto riguarda le tecniche di registrazione e montaggio ed i primi sistemi di sintesi elettronica del suono.

Il Russolo inventore progettò e realizzò una ventina di diversi intonarumori divisi per timbro, proprio come in orchestra. Le famiglie furono denominate in maniera inequivocabile: gorgogliatori, crepitatori, urlatori, scoppiatori, ronzatori, stropicciatori, sibilatori, scrosciatori. Furono utilizzati per memorabili concerti a Modena, Milano, Genova, Londra, Dublino, fino a Parigi. L'artista collaborò con il musicista Edgard Varèse al perfezionamento del suo Rumorarmonio. Nella notte del 15 giugno, l'apertura ufficiale di Casa Russolo si connoterà come un evento in puro spirito futurista. Riecheggia, nell'attualità, la celebre affermazione di Marinetti: "Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; la stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Archimede Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
termina lo 06 gennaio 2019
MUSE Museo delle Scienze - Trento

L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
termina il 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Iniziative alla Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste

.. 11 dicembre, ore 17.00
L'avvenire dell'Unione Europea di fronte al nazionalismo crescente. Incontro con il prof. Piervirgilio D'Astoli, organizzato dal Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste e curato dal dott. Thomas Jansen.

.. 13 dicembre, ore 16.30
Doro Levi. Stile intellettuale e inclinazioni letterarie di un archeologo triestino del Novecento. Presentazione del volume di Anna Lucia D'Agata, Trieste, 2017, Società di Minerva. Sono previsti gli interventi dell'Autrice (Consiglio Nazionale delle Ricerche), di Gino Bandelli ed Elvio Guagnini (Università di Trieste) e di Roberto Kostoris (Università di Padova). Manifestazione proposta dalla Società di Minerva di Trieste. (Comunicato stampa)




Geografie dell'immagine
Un viaggio nell'estetica di Martin Parr e nella fotografia pop


dal 29 novembre 2018
Spazio Damiani - Bologna
www.spaziodamiani.it

Per la stagione espositiva 2018-2019, Spazio Damiani propone un ciclo di incontri gratuiti e aperti al pubblico sulla fotografia contemporanea. Prendendo le mosse da Beach Therapy, la mostra fotografica di Martin Parr attualmente in corso presso lo spazio espositivo, verranno indagati ambiti che sono diventati dei veri e propri generi fotografici: il kitsch e la satira, i luoghi comuni e l'estetica pop. Nell'arco di quattro incontri interverranno: Marta Papini, Curatrice del Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Claudio Marra, Professore Ordinario di Fotografia presso l'Università di Bologna, Michele Smargiassi, Giornalista, Paolo Noto, Docente di Analisi del film e Studi visuali presso l'Università di Bologna.

___ Calendario degli incontri

- 29 novembre 2018, ore 18.30, La nascita di Toiletpaper magazine
Un dialogo con Marta Papini

- 13 dicembre 2018, ore 18.30, Il Kitsch, una riabilitazione
Con Claudio Marra

Secondo appuntamento di "Geografie dell'immagine", il ciclo di incontri proposto da Spazio Damiani. Partendo da Beach Therapy, la mostra fotografica di Martin Parr attualmente in corso presso lo spazio espositivo, "Geografie dell'immagine" indaga diversi ambiti che sono diventati dei veri e propri generi fotografici: il kitsch e la satira, i luoghi comuni e l'estetica pop. L'incontro sarà guidato da Claudio Marra, Professore Ordinario di Fotografia presso l'Università di Bologna. Con la sua opera Martin Parr sembra confermare quanto sostenuto dal filosofo e sociologo francese Abraham Moles nel titolo di un suo celebre libro di fine anni '70: Il Kitsch, l'arte della felicità. Naturalmente perchè un valore, giudicato inizialmente negativo, possa essere ribaltato in positivo, c'è bisogno di una capacità critica in grado di innescare il ribaltamento, cosa che appunto Martin Parr ha saputo fare in modo magistrale con la sua fotografia. L'incontro è gratuito e aperto al pubblico. (Comunicato stampa)

- 24 gennaio 2019, ore 18.30, Comica o ridicola, la fotografia che punge
Con Michele Smargiassi

- 08 febbraio 2019, ore 18.30, Martin Parr e l'identità delle piccole cose
Proiezione del film Think of England di Martin Parr
Con Paolo Noto




Rassegna FrauenFilm-Registe FrauenFilm-Registe
termina l'11 dicembre 2018
Goethe-Institut Palermo
www.goethe.de/palermo

E' dedicata alla regia femminile la nuova rassegna del Goethe-Institut. Con 10 film, dal 09 ottobre all'11 dicembre 2018, FrauenFilm-Registe racconta un viaggio sorprendente in un cinema dalla forza inedita, capace di una straordinaria diversità di temi e di approcci. A dare il via alla rassegna, alla Sala Wenders il 9 ottobre alle 17:30, sarà "Toni Erdmann (Vi presento Toni Erdmann)" di Maren Ade. Come sempre, i film saranno in lingua originale, sottotitoli in italiano e ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Anche tutti gli altri film, ad eccezione di "Hannah Arendt", verranno proposti ogni martedì alle 17:30, nella Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo. La proiezione di "Hannah Arendt" di Margarethe von Trotta è proposta il 6 novembre al Cinema De Seta, nell'ambito della 40a edizione del Premio Internazionale di cinema e narrativa Efebo d'Oro.

Tra le registe presenti in rassegna ci sono le premiatissime Maren Ade o Valeska Grisebach, che ridisegnano con originalità la geografia emotiva e sociale dei rapporti umani, le antesignane di genio Margarethe von Trotta e Doris Dörrie, e anche nomi meno noti come Anne Zohra Berrached. Insieme a Caroline Link, che ha il merito di aver riportato l'Oscar in Germania dopo vent'anni con il suo "Nirgendwo in Afrika" (Nowhere in Africa), la programmazione prevede anche le commedie di Karoline Herfurth e Frauke Finsterwalder, il biopic "Vor der Morgenröte" (Prima dell'alba - Stefan Zweig in America) di Maria Schrader e il sensuale, radicale e selvaggio film di Nicolette Krebitz Wild. Il film di apertura Vi presento "Toni Erdmann" è una tragicommedia sul rapporto padre-figlia vincitore di numerosi premi, che ottenuto una candidatura ai Premi Oscar nella categoria Miglior film straniero. (Comunicato stampa)




Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate
03 marzo 2019
www.mobilitadolce.org

Si rinnova una rassegna unica in Italia, capace di trasformare lo Stivale in un straordinario viaggio itinerante nei luoghi più evocativi del patrimonio ferroviario dismesso. Per far conoscere i tracciati non più attivi, alcuni da trasformare in vie ciclopedonali, altri da sviluppare come linee di turismo ferroviario. La Cooperazione Mobilità Dolce (Co.Mo.Do.) con il suo rituale patto di comunità rilancia per la dodicesima edizione il messaggio che le "Ferrovie dimenticate" non vivono di soli ricordi. Affinché il passato incontri il futuro è necessario riscoprire e celebrare, a livello locale, il patrimonio ferroviario nella ricchezza della sua diversità, scoprendo attraverso di esso una cultura e una storia italiana comune e connessa. Come nelle edizioni precedenti saranno previste molte decine di eventi in mobilità dolce in tutte le regioni italiane.

Degli oltre 6.000 km di linee ferroviarie dismesse a partire dal dopoguerra, almeno un migliaio sarebbero subito ripristinabili con investimenti contenuti, specie laddove il sedime è intatto. Come ad esempio i 700 km di linee piemontesi sospese nel 2012 e per le quali ora si percepisce qualche segnale di ripensamento. In certi casi le potenzialità del traffico locale potrebbero giustificare il ripristino di un servizio ordinario. Ci sono invece altre linee, abbandonate ormai da decenni, che sono già state in tutto o in parte trasformate in vie verdi, come le belle greenways sulla Spoleto-Norcia e della Costa dei Trabocchi, o stanno per diventarlo, come la Assoro-Leonforte e la Porto San Giorgio-Fermo-Amandola.

Un altro modo per salvaguardare opere di architettura e ingegneria ferroviaria (ponti, viadotti, stazioni e gallerie) a favore degli escursionisti, e quale forma di tutela, nel caso in futuro potessero maturare le condizioni per ripristinare l'esercizio ferroviario, puntando ad una gestione turistica ciclopedonale o con il velorail, tenuto conto dell'immenso fascino dei paesaggi culturali attraversati. Come si può contribuire a valorizzare, fare evolvere, preservare questa immensa ricchezza scomparsa? In questa 12a edizione si rinnoverà la festa per incentivare la riconversione in percorsi ciclopedonali dei chilometri ferroviari smantellati, per valorizzare le tratte minori situate in aree marginali, eppure indispensabili alla mobilità locale.

Il calendario di eventi permetterà ai visitatori di scoprire le bellezze naturalistiche lungo queste linee ferroviarie. Ma non solo. La Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate è l'highlight dell'annuale Mese della Mobilità Dolce di Co.Mo.do. (dal 3 marzo al 7 aprile 2019) per incoraggiare tutti a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal turismo outdoor e dalla mobilità dolce. Per realizzare questo obiettivo si vuole raggiungere un pubblico più ampio possibile, le comunità locali e coloro che di rado riescono a entrare in contatto con la natura, per promuovere un comune senso di responsabilità volto a condividere e raccontare come l'andare adagio incontro alla bellezza sia un mezzo per unire l'Italia, dal Piemonte alla Sicilia.

Nell'Anno del Turismo Lento che si pone l'obiettivo di valorizzare quei luoghi italiani forse ancora poco conosciuti dal viaggiatore straniero, saranno rilanciati in chiave sostenibile esperienze di viaggio particolari e interstiziali lungo borghi e cammini francescani, lauretani e benedettini, sulla via Appia, sulla Francigena, sulla Via degli Dei, sul Sentiero Durer, sulla Via Romea, lungo ciclovie e ippovie. Come si può partecipare? Gli organizzatori potranno iscrivere nel portale mobilitadolce il proprio evento tramite l'apposita form. Chi vuole partecipare a uno degli eventi potrà controllare sul sito l'aggiornamento continuo delle manifestazioni organizzate nella propria regione, nonché seguire i canali social di Co.Mo.Do. utilizzando gli hashtag #ferroviedimenticate e #iamcomodo per condividere storie, video e immagini. (Comunicato stampa)




Aqua Film Festival
11-13 aprile 2019
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Quarta edizione di Aqua Film Festival, il primo festival di cinema internazionale con cortometraggi, incontri e workshop, eventi speciali dedicati al tema dell'acqua, ideato e diretto da Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche d'acqua. Una valorizzazione dell'acqua che non è solo artistica, ma è anche legata, come si propone il Premio Fratello Mare, a denunciare problemi e disastri legati alla poca attenzione al mondo dell'acqua, dai problemi legati ai dissesti idrogeologici all'inquinamento di mari, oceani e corsi d'acqua. Tra gli ospiti del festival, il regista Francesco Crispino, docente di Filmmaking all'Università Roma Tre, che curerà un workshop su come realizzare film con un cellulare, le cui iscrizioni sono aperte per 64 posti totali. La Giuria assegnerà il Premio Sorella Aqua per il Miglior Corto e per il Miglior Cortino. (Estratto da comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio alla Carriera a Franco Donaggio
www.cfsannita.com

L'ambito premio - Una vita per la fotografia - istituito dal Circolo Fotografico Sannita quest'anno va a Franco Donaggio. Autore di livello internazionale da decenni presente nelle più importanti manifestazioni di fine art photography negli Usa, è oggi riconosciuto come uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano il mezzo fotografico. Donaggio ha al suo attivo svariate mostre in musei e gallerie Italiane, Europee ed Estere. Molte opere dell'artista sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Franco Donaggio (Chioggia - Venezia, 1958) inizia a operare nel campo della creatività pubblicitaria e della grafica nel 1979 e l'anno dopo apre a Milano il suo primo studio fotografico. L'alta professionalità e la continua sperimentazione in tutte le tecniche di ripresa e camera oscura, portano presto l'autore a collaborare con importanti griffe della moda, e a creare nuovi linguaggi estetici che ne rinnovano costantemente il livello professionale e creativo, definendo uno stile professionale di spiccata impronta costruttivista e surreale. Nel 1992 gli viene conferito il premio 'Pubblicità Italia' per la fotografia di still life. Nel 1995 Donaggio realizza il suo primo importante progetto fine art intitolato Metaritratti che lo vedrà vincitore del Kodak Gold Award Italiano per la fotografia di ritratto nel 1996

Donaggio dedica sempre maggiore attenzione alla fotografia di ricerca e avvia uno stretto rapporto di collaborazione con la Joel Soroka Gallery di Aspen che lo rappresenterà nel Nord America per la vendita nel collezionismo fine art e lo porterà ad essere presente tra le più importanti fiere d'arte fotografica degli Stati Uniti: 'Photo LA', Los Angeles; 'AIPAD show', New York; 'Art Fair, Cicago'. Da quindici anni l'autore si dedica completamente alla ricerca artistica, oggi è uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano l'utilizzo del mezzo fotografico. Donaggio ha realizzato molti progetti, pubblicato, esposto in molte mostre di rilievo in Italia e all'estero. Nell'ottobre del 2014 Donaggio riceve il premio Rotary Club "Un Lavoro una Vita". Le opere dell'artista sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private, Donaggio è stato inoltre commissario di tesi all'Istituto Europeo di Design di Milano, visiting professor all'Accademia di Brera e all'Istituto Italiano di fotografia di Milano e all'università Ca Foscari di Venezia. (Comunicato stampa Associazione culturale Baricentro)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco quest'anno è dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Festival Cinema! Italia!
21a edizione, Germania, 13 settembre - 12 dicembre 2018
www.associazionemadeinitaly.org

Dopo il successo del festival "Nuovo Cinema Italia" svoltosi lo scorso giugno-luglio 2018, in Austria, con tappe nelle città di Vienna, Innsbruck e Graz, l'Associazione Made in Italy propone un nuovo appuntamento "oltre le Alpi" con il cinema italiano. La tournée toccherà 36 città della Germania, fra cui Monaco, Colonia, Lubecca, Brema, Bonn, Lipsia, Dresda, Hannover, Kassel, Stoccarda, Friburgo, Ratisbona, Essen, Heidelberg e Darmstadt, per concludersi a Berlino. Il programma propone sei film di recente produzione, per l'occasione sottotitolati in tedesco: Ammore e malavita dei Manetti Bros., Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani, L'equilibrio di Vincenzo Marra, Fortunata di Sergio Castellitto, Taranta on the road di Salvatore Allocca, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni. In alcune città i film saranno presentati da registi ed attori e il primo ospite, ad Amburgo, tappa iniziale della tournée, sarà Francesco Bruni.

Per una migliore conoscenza dei film in programma e del cinema italiano in genere, viene pubblicato e distribuito gratuitamente al pubblico nelle sale partecipanti alla tournée un catalogo con le schede dei film e altri materiali critici. Al festival è anche legato un concorso. Agli spettatori viene infatti consegnata una cartolina con cui esprimere il proprio gradimento sui film. Il film più apprezzato sarà premiato a Berlino al termine della tournée, ottenendo la distribuzione in Germania, in base ad un accordo tra la società Kairos Filmverleih e Made in Italy, che contribuirà alla stampa e al sottotitolaggio del film. Inoltre, i dati sul riscontro di pubblico saranno messi a disposizione dei distributori tedeschi, in modo da incoraggiarne l'acquisto per una programmazione in sala o in televisione. Complessivamente sono già più di 20 i film che, presentati nelle diverse edizioni del tournée, hanno successivamente ottenuto una distribuzione in Germania. (Comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Immagine copertina Nidia Robba
Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




Immagine dalla locandina della presentazione del libro di poesie di Franco Donati Le isole del vento
Poesie di Franco Donati

Presentazione libro
13 dicembre 2018, ore 16.00
MUSAP Museo degli Artisti Polesani - Cittadella della Cultura - Lendinara (Rovigo)

"Le isole del vento" è un lavoro complesso che ci conduce a un domani ricco di sorprese. E' una scrittura di transito che aspetta altre parole, altre immagini, altre memorie e testimonianze. Presentazione a cura di Guido Signorini. Franco Donati (Fusignano - Ravenna, 1968), incisore, pittore e poeta, si forma presso la Scuola Comunale d'Arte "B. Ramenghi" di Bagnacavallo (Ravenna). La sua ricerca artistica inizia nel 1993. Incide dal 2000 operando principalmente con la tecnica dell'acquaforte e realizzando fino ad oggi oltre 200 matrici. Le sue opere rappresentano in genere soggetti mitologici e ritratti. Stampa in proprio. Sue opere incisorie e pittoriche sono presenti in oltre settanta collezioni pubbliche e private. Ha inoltre partecipato a più di 30 manifestazioni nazionali e internazionali. Ha pubblicato, con le edizioni della Galleria Signorini di Lendinara, i libri d'artista: "Galleggia il sorriso in un'alba leggera" - "Una farfalla arancione percuote i miei occhi" - "Cà Dolfin" - "Frammenti di corrispondenza" - "Angeli caduti". (Estratto da comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Opera di Albino Galvano Diagnosi del moderno di Albino Galvano
a cura di Alessandra Ruffino, Nino Aragno Editore 2018

Volume presentato il 14 novembre 2018 alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Studioso, pittore e critico dagli interessi vastissimi e dall'immensa cultura, Albino Galvano (1907-1990) è stato un uomo di pensiero atipico nel panorama culturale italiano del Novecento, un intellettuale di levatura europea non sufficientemente conosciuto (né riconosciuto) neppure nel nostro Paese. Il volume Diagnosi del moderno, edito da Aragno e curato da Alessandra Ruffino, che raccoglie 33 testi suddivisi in otto sezioni, intende offrire a lettori e studiosi la possibilità di accedere a una significativa parte degli scritti di un autore capace di spaziare tra estetica, filosofia, critica d'arte, letteratura, psicoanalisi, storia dell'arte orientale. Senza mai temere la marginalità e l'inattualità, Galvano è stato un lucido testimone del suo tempo e un acuto interprete di quella «genesi per opposizione» che, attraverso il passaggio Simbolismo-Art Nouveau-astrattismo, ha aperto all'età contemporanea e alle sue tante contraddizioni, illusioni, disillusioni.

Alessandra Ruffino (www.alessandraruffino.it), Dottore di ricerca in Italianistica formatasi all'Università di Parma, studia i rapporti tra arte e letteratura. Ha lavorato otto anni all'Università di Torino con Marziano Guglielminetti e firmato molti contributi storico-critici tra cui i saggi Ideogrammi per un viaggio nell'anima in Barocco (Aragno 2010), Vanitas vs Veritas (Allemandi 2013) e Mollino fuoriserie (Aragno 2015). Giornalista pubblicista, collabora con «Il Giornale dell'Arte», oltre a esser attiva nell'ambito della divulgazione come consulente d'istituzioni pubbliche e private e nell'editoria. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James, di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
Locandina della presentazione

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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