La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
Newsletter Indipendente
di Ninni Radicini
Mostre d'arte, Iniziative culturali, Recensione Libri, Attualità
  freccia Per ricevere la newsletter Kritik, inviare una e-mail (senza testo) freccia  
Prima del nuovo numero di Kritik...
Mostre
  
Iniziative culturali
  
Libri
  
E-mail
Link Arte
   Numeri precedenti    Cataloghi da mostre

Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier: Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
Poesia «Pirandello»
Immagine per presentazione articolo elezione Germania 2017
Elezioni Germania 2017
Articolo
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Articolo su Maria Callas
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari: Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

___ www.facebook.com/Ninni.Radicini.articoli.recensioni.libri ___


Enrico Benaglia - Il flauto magico - serigrafia cm.75x72 Enrico Benaglia - Il tango - scultura in bronzo altezza cm.55 Enrico Benaglia - Giorno di riposo - olio su tela cm.100x100 Enrico Benaglia | Collezione di sogni
20 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 12 novembre 2017
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Attraverso le opere della collezione della galleria il visitatore potrà ripercorrere l'evoluzione del personalissimo linguaggio di Benaglia dagli anni '70 ad oggi. Oltre quaranta opere tra dipinti ad olio, pastelli e sculture per immergersi in un mondo surreale ed intimo dove la sensibilità dell'artista ha saputo tracciare con ironia e delicatezza i temi dell'ormai ampio e famoso immaginario onirico: fragili e dinamiche figure di carta, siepi e giardini di sapore esotico, architetture di cento anni fa come eleganti scenografie notturne, la musica di note galleggianti fuori dallo spartito, il frenetico ballo in una notte di estate, l'immancabile giocattolo di latta testimone della lieta infanzia, l'equilibrio precario tra la gioia e la solitudine. Mostra curata da Francesco Ciaffi (Comunicato stampa)




viadellafucina16 | Condominio-Museo
www.condominiomuseo.it

Viadellafucina16 è il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Cuore del progetto - a cura di Kaninchen-Haus, da un'idea di Brice Coniglio - è un programma di residenza per artisti nel condominio di via La Salle 16 (già "via della Fucina"), nel quartiere torinese di Porta Palazzo. Tramite un bando internazionale, che ha raccolto 442 candidature di ogni provenienza, gli artisti sono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile per realizzare opere d'arte e interventi negli spazi comuni, capaci di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio ottocentesco, oggi in stato di degrado e incuria. I progetti vengono selezionati dagli stessi abitanti del condominio (circa 200 di ogni nazionalità distribuiti in 53 appartamenti) con la mediazione di un comitato di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi di co-creazione e cura degli spazi.

Il condominio - luogo della democrazia come del conflitto, punto di intersezione tra dominio pubblico e privato - si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica e sociale, divenendo spazio simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa, così come un tempo i palazzi decorati dagli artisti rappresentavano il prestigio delle singole casate. L'ex-portineria, riaperta e presieduta da un team di giovani antropologi, si trasforma in portineria artistica per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, così da renderlo replicabile. Il programma si completa con mostre, eventi e talk organizzati nel nuovo Spazio Idiòt e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16 nel giardino comune. Viadellafucina16 costituirà un inedito innesto della pratica artistica nel tessuto vitale di una comunità circoscritta che intende dimostrare, attraverso un esperimento condotto in un contesto ridotto, come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci nella risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.

___

Viadellafucina16 ArtWeek
31 ottobre (inaugurazione ore 17.30) - 05 novembre 2017
www.kaninchenhaus.org/viadellafucina16-artweek

Quattro iniziative in programma. Con la collaborazione con Nesxt, il festival degli spazi indipendenti diretto da Olga Gambari, già dal 26 Ottobre sarà presente There is no place like home con una galleria di manifesti allestiti nell'atrio del condominio-museo. Gli artisti Calixto Ramirez e Josè Angelino realizzeranno un intervento site specific nel Laboratorio Fucina16 e sul grande giardino condominiale. Al primo piano si potrà assistere dal vivo alla realizzazione dell'intervento pittorico Assemblea di Condominio di Francesco Maluta, già da alcune settimane in residenza a viadellafucina16.

Infine nello Spazio Idiòt, la collettiva I ragazzi di via della Fucina con 24 artisti internazionali under35, trai 442 partecipanti al bando di residenza. Espongono: Aga Jot (Polonia, 1985) - Angelo Spatola (Italia, 1987) - Cartografia Umana (Italia, 1982) - Domenico Fogliaro (Italia, 1985) - Daniel Prenleloup (Italia, 1995) - Elien Ronse (Belgio, 1987) - Giovanni Comoglio (Italia, 1986) - Guerrilla Spam (Italia, 1990) - Giulio Alvigini (Italia, 1995) - Iacopo Seri (Italia, 1983) - Justin Tyler Tate (Canada, 1984) - Letizia Scarpello (Italia, 1989) - Maëlle Cornut (Svizzera, 1986) - Mariko Hori (Giappone, 1985) - Mathilde Melek AN (Francia, 1989) - Nazli Ceren Ozerdem (Turchia, 1990) - Polisonum (Italia, 1987) - Roberto Memoli (Italia, 1989) - Samuele Pigliapochi (Italia, 1987) - Sandra Sanchez (Messico, 1981) - Sara Ricciardi (Italia, 1989) - Sibomana (Belgio, 1986) - Steven Baelen (Belgio, 1981) - Zac Tomaszewski (1987, USA).

Domenica 5 novembre alle ore 18, viadellaFucina16 si trasferisce in "Artissima" (www.kaninchenhaus.org/viadellafucina16-goes-to-artissima) per un momento di dibattito e riflessione insieme ai membri del Comitato Scientifico: Luisa Perlo (A.Titolo), Ilaria Bonacossa, Mario Cristiani, Ilda Curti, Alessandra Pioselli, Anna Pironti, Pier Luigi Sacco, Catterina Seia oltre a Brice Coniglio (ConiglioViola), ideatore e direttore artistico del progetto. Inoltre il focus di 2 pagine che Artribune Magazine 39 dedica a KaninchenHaus, che va ad arricchire la già nutritissima rassegna stampa del progetto (viadellafucina16.kaninchenhaus.org/press), e la pagina facebook del progetto(facebook.com/viadellafucina16). (Comunicato stampa)




Giovanna Strada - concentrico Giovanna Strada - misure ritmi - 3d Equilibrium
Giovanna Strada | Simcha Even-Chen


24 ottobre - 24 novembre 2017
Esh Gallery - Milano

Mostra in occasione dei 100 anni dalla nascita del movimento De Stijl. Nel lavoro di entrambe le artiste è rintracciabile sia il gusto raffinato delle geometrie minimaliste sia il principio cardine della lezione di Mondrian in cui la complessità di realizzazione delle opere smentisce l'apparente semplicità: il senso della composizione si traduce in una sapiente combinazione di linee, nella ricerca di equilibrio e nella perfezione formale.

Giovanna Strada (1960) ha collaborato con Munari, importante figura di riferimento nel suo percorso artistico e nel 1985 realizza le sue prime opere "inoggettive": figure geometriche composte da più elementi messi in relazione con lo spazio, lo stesso spazio in cui entra anche l'osservatore partecipando così al processo di creazione psico-percettiva dell'opera. Dalla metà degli anni Novanta, l'artista sperimenta gli "spazi virtuali", piccole unità pittoriche giustapposte sulla parete secondo relazioni logico-geometriche, che danno vita a figure in cui il vuoto interagisce con l'opera in una dialettica parete/figura. Nella produzione più recente, Giovanna Strada utilizzata l'antitesi cromatica del bianco e nero per realizzare unità essenziali, caratterizzate da identità e configurazioni diverse, in cui la comparazione tra le differenti unità è l'essenza della percezione. Si viene così a creare una figura di riferimento in cui l'osservatore scopre variazioni e combinazioni differenti, diventando protagonista nella costruzione dell'opera stessa. L'artista realizza installazioni che si sviluppano e interagiscono con lo spazio architettonico, a seconda dello spazio in cui opera.

Simcha Even-Chen (1958) si esprime attraverso la ceramica, per la quale ha ricevuto svariati riconoscimenti. Le sue opere sono state selezionate ed esposte in mostre nazionali e internazionali e sono entrate a fare parte di importanti collezioni. L'artista indaga la relazione tra lo spazio dimensionale e superfici geometriche bidimensionali, si interessa a forme non definite da cui si originano poi nuove forme astratte, organiche e libere. Le sue opere, nonostante siano caratterizzate da una complessa griglia geometrica - il riferimento è alla carta millimetrata utilizzata in ambito scientifico - sembrano sospese nell'aria, quasi senza massa e il colore nero, ottenuto dal processo di cottura utilizzato nella tecnica Naked Raku, conferisce l'illusione della presa gravitazionale, rimandando a un continuo gioco di equilibri e di tensioni. Le stesse tensioni che portano lo spettatore a diventare innesco e soluzione delle opere stesse attraverso lo sguardo. (Comunicato ufficio stampa ch2)




Movimento azzurro
Letizia Cavallo | Marussia Kalimerova | Tania Kalimerova | Mario Mattei | Luca Tamagnini


termina il 24 novembre 2017
Università E-Campus - Roma

In occasione del conferimento del Premio "Arte per l'Ambiente" del Movimento Azzurro, associazione no profit che si occupa di salvaguardia dell'ambiente e sensibilizzazione sulle tematiche ambientaliste, l'Università E-Campus ospita, nei suoi spazi della sede romana, una collettiva di opere di pittura e fotografia - a cura di Dante Fasciolo e Cinzia Folcarelli - di cinque artisti molto diversi tra loro per provenienza, formazione ed espressione artistica, ma tutti capaci di emozionarci davanti alle loro opere.

Letizia Cavallo, torinese di nascita e romana di adozione, biologa, interprete, è autrice di opere che fondono tecnica ed emozione, sia che ad essere ritratte siano le amate conchiglie, che le grandi onde marine protagoniste di tante sue opere, che la figura umana immersa in una Natura avvolgente sempre più presente nei nuovi lavori, anche in quelli esposti in mostra.

Marussia Kalimerova, bulgara, in arte Marie Draganov, è una delle più importanti artiste bulgare operanti nel settore dell'arte tessile. Artista internazionale, ha ricevuto molti premi e riconoscimenti per la sua arte. Ambasciatrice della cultura bulgara nel mondo nel 2005, è autrice di opere ed installazioni fortemente presenti in cui il colore è protagonista.

Tania Kalimerova, bulgara, in arte Tany, si esprime sia nelle arti visive che in campo musicale. Come soprano ha tenuto concerti in tutta Europa, mentre come artista ha ricevuto molti riconoscimenti ed ha esposto in sedi prestigiose. Realizza opere con materiali eterogenei, dalla pasta al tessile, sempre caratterizzate da poetiche sovrapposizioni segniche e coloristiche.

Il pittore Mario Mattei, romano, il "Pensarte", vuole coniugare arte e scienza attraverso la "relatività creativa del pensiero". Fondatore dell'Arte della Quarta Dimensione, è autore di opere suggestive, che trascinano il fruitore in oceani misteriosi e mondi sottomarini ricchi di simboli, e di opere grafiche dal forte impatto visivo, realizzate con tecniche di sua ideazione.

Luca Tamagnini, fotografo italiano, in un arco di tempo che va dal 1990 ad oggi si è dedicato ad una lettura libera e personale del paesaggio costiero italiano, realizzando emozionanti immagini di luoghi ricchi di fascino naturalistico come la Sardegna. Allievo di Folco Quilici, ha esposto i suoi scatti anche alla Biennale di Venezia del 2011. (Comunicato stampa)




Ugo Nespolo - Fiori e farfalla - particolare, bozzetto per tappeto, tecnica mista su carta 1987 A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
20 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta

Mostra dedicata all'esperienza interdisciplinare dell'artista piemontese, curata dal critico Alberto Fiz in collaborazione con il filosofo Maurizio Ferraris. Sono oltre 80 le opere esposte tra dipinti, disegni, maquettes per il teatro, sculture, ex libris, tappeti, fotografie e manifesti realizzati dal 1967 sino a oggi in un percorso spettacolare e coinvolgente, ideato per gli spazi dell'ex chiesa sconsacrata. Compare persino una barca da canottaggio di otto metri interamente decorata. Dall'arte al cinema, dai cartoon televisivi alla logica matematica sino al teatro, le opere, disposte in base a tracciati tematici, creano una costellazione nel Centro Saint-Bénin da cui emerge la versatilità di uno dei più originali e trasgressivi interpreti della scena contemporanea italiana, che ha ripercorso stili e stilemi "a modo suo", senza mai lasciarsi imbrigliare dalle convenzioni.

Il catalogo della mostra, in italiano e francese, con la pubblicazione di tutte le opere esposte, è edito da Magonza. Insieme ai saggi di Maurizio Ferraris, Alberto Fiz, Daria Jorioz e a un'intervista di Nespolo con Pietro Bellasi, contiene una serie di scritti dell'artista e testimonianze, tra gli altri, di Renato Barilli, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Gianni Rondolino, Francesco Poli e Tommaso Trini. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Ivano Bolondi - opera nella rassegna Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia Opera di Ivano Bolondi dalla mostra a Castello di Montecchio Emilia Ivano Bolondi
I 5 continenti - Immagini come parole. Europa


21 ottobre (inaugurazione ore 17.00) - 07 gennaio 2018
Castello di Montecchio Emilia - Montecchio Emilia (Reggio Emilia)
www.ivanobolondi-profetiinpatria.com

La rassegna Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia giunge alla terza edizione, dedicata alla fotografia di Ivano Bolondi. Dopo Graziano Pompili ed Omar Galliani, il Comune di Montecchio Emilia sceglie Ivano Bolondi, fotografo originario di Montecchio Emilia, autore di immagini che, come parole, esplorano "I 5 continenti".

«Il lungo percorso iniziato da Bolondi muovendo degli esempi narrativi di Cartier Bresson, spiega il critico fotografico, è approdato a una spiaggia da cui lo sguardo corre libero da condizionamenti e confini e non guarda soltanto la realtà per coglierne le forme, ma ne analizza i riflessi - percepibili e metaforici - dati dalla sovrapposizione fra realtà e sua immagine, propria del "rumore" visivo contemporaneo. In questo modo cerca di rispondere alla sfida del passaggio epocale segnato dalla fine del Modernismo, nato più di un secolo fa per adeguare le forme espressive allo sviluppo tecnologico e scientifico». Realizzato in collaborazione con Cinefotoclub Montecchio, in occasione del 35° Fotofestival, l'anno di Ivano Bolondi sarà arricchito da un ricco programma di iniziative. Ci saranno serate dedicate a fotografi, viaggiatori, registi, critici, unitamente a proiezioni, workshop, laboratori, progetti musicali e residenze d'artista, per vedere, e sentire, il territorio con occhi nuovi.

Ivano Bolondi (Montecchio Emilia - Reggio Emilia) fotografa dagli inizi degli anni Settanta. Dai primi anni Ottanta ottiene importanti riconoscimenti in Italia e all'estero. Gli è stata conferita dalla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) l'onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano). È stato designato dalla FIAF Autore dell'anno 2005 e Maestro della Fotografia Italiana (MFI) nel 2007. Sue opere sono conservate presso l'Istituto di Cultura Brasile - Italia di Recife, l'Accademia Carrara di Bergamo, il CSAC (Centro Studi Archivio della Comunicazione) dell'Università di Parma, il MiM - Museum in Motion di S. Pietro in Cerro di Piacenza, la Casa Reale della Thailandia, ed in Birmania presso la residenza di Aung San Suu Kyi (Premio Nobel per la pace nel 1991). Le sue fotografie sono state oggetto di numerose esposizioni e sono state pubblicate su diversi libri, monografie, riviste, testi universitari. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Elisabetta Bacci Elisabetta Bacci
21 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 05 novembre 2017
Galerija Lucida - Belgrado
www.galerijalucida.rs

Presentate, in anteprima assoluta, le opere dai suoi ultimi tre cicli pittorici: "Piers", "Tebah", "Fracture". L'esposizione è a cura di Ivona Fregl, testo in catalogo di Emanuela Zanon. Sebbene la declinazione delle singole opere conduca a una diversità cromatica, l'impeto conduttore è il medesimo: ciò che le unisce è il ragionare sulla luce, attorno alla luce, con la luce. Un modo questo, per dire che il colore, è il vero e proprio assillo del loro essere e il loro profondo punto di comunione. Il colore in tutte le sue declinazioni cromatiche e nella disposizione che ruota alla magia del numero tre. Per Elisabetta Bacci, la stesura del colore si manifesta nella costruzione dello spazio disegnato, diviene architettura come definizione del dettaglio nella macrostruttura e come definizione di luoghi simbolici definiti per sagome geometriche semplici e appiattite, dove diviene difficile percepire l'oggetto che funge da spunto narrativo: una linea sottile di separazione rappresenta la "Fracture", mentre un rettangolo d'oro simboleggiava la "Tebah". Piccole allusioni, quasi un assoluto in variazione cromatica e di misura. Non che si possa parlare di lavori seriali, ma, in ogni caso, l'istanza conduce a questa tensione (o, per dirla in altro modo, potrebbe aprire anche a questa possibilità): la ripetizione come gioco di perfezione, la sequenza come schema compositivo. (Comunicato stampa)

«By now the adventure of pure color in art has been a path largely historicized since the 1940s, when the major representatives of Abstract Expressionism, such as Rothko, Pollock, and Hartung, explored the possibility of declining gestures, signs and color field in an unlimited range of variations between the two opposing poles of the instinctive gesture and the carefully thought painting. Painting within the distinct space of the canvas, culminating in Color Field Painting, later on revealed the mental dimension of the image laid down on the canvas as a provisional insight into an inner vision that takes shape in the tension between the objectivity of artistic processes and the imponderable seduction of color and light. Subsequently, color, already free from any figurative reference, has furthermore released itself from the pictorial discipline to become a self-contained and autarchic medium ready to invade the surrounding reality, such as the celebrated International Klein Blue or the controversial Vantablack of which Anish Kapoor recently claimed the exclusivity.

The above brief historical digression introduces and contextualizes Elisabetta Bacci's work. For years she has been investigating the innate expressive value of color by interpreting painting as a ritual and meditative action crossing the boundaries of the canvas to offer itself as an intimate and immersive experience. In line with the approach of her international predecessors, the artist from Trieste considers color as an independent language with its own balances and rules emerging in the liberating reiteration and variation of a gestural and conceptual protocol characterized by strict sobriety. The founding part of each of her paintings is in fact a combination of horizontal patterns dividing in half a strictly quadrangular and equilateral pictorial field. The seemingly bichromatic surface is actually the result of a refined brushstroke texture in which various

shades of the same hue cling to the brush bristles to spread separately on the canvas and merge one into the other only in the observer's gaze. The rapid overlapping of these streaks of acrylic light merges into the decanted and immobile time of the image the urgent and accidental temporality of the outside world and the artist's compulsive emotional vibrations in search of the difficult synthesis between the programmatic will to reduce to essentiality and the voices emerging out of control from her subconscious. The constant osmosis between an inner reality aspiring to the absolute and a form embodying a mutable imprint of phenomenal reality is perhaps the most peculiar expressive style of Bacci's poetics and the root of the projective effectiveness of her paintings.

The iridescent color coats separated by a clear latitude border cannot fail to recall the most iconic representation of the horizon seen as the separation line between sea and sky and as a meeting point between two infinite of different sign. In this way the defined extent of the canvas seems free to expand ad libitum in a centripetal way in defining a mental and archetypal landscape and in the opposite centrifugal direction of an inexpressible philosophical and metaphysical diversity. The artist, seduced by the self-displayed image and challenged by the ever different force fields that the painting can unleash, interrupts and conceptualizes the chromatic flow with the insertion of an additional geometric element that seals and distinguishes each series of paintings. In the former series titled Piers, at the center of the canvas an equilateral trapezoid stands out at the base of the painting and stretches high just below the middle dividing line, complicating the starting color pair with a new harmonic irradiation.

In unclear perspective position between escape towards the horizon and separate juxtaposition, the pier/sacred mountain can be freely interpreted as a voluptuous call to immerse into impossible shades of a psychic sea or as a rejecting idol preserving the alchemical purity of the color fields in the background. The tension between abstraction and representation resolves into mutual complementarity in the next series of the Tebah, in which at the center of the visual field an enigmatic golden rectangle appears, always identical to itself by shade and dimensional scale in relation to the outline of the picture. The ideal descendant of the container-parallelepiped in which Jewish tradition and early Christian painting identified Noah's ark, the resistant rectangle seems to guard the telos and the punctum of vision by reafferming its fundamental value without thereby revealing the mystery.

The most recent series called Fracture stands out from the two earlier cycles. The radiant shine of the two horizontal fields becomes a Saturne glow released from the pigment that seems to let pass its perturbing endogenous luminosity through an indefinite dim light curtain. The initial soft vision is here interrupted by a thin vertical strip dividing the picture into two symmetrical rectangles by a metallic hue that reflects the room lighting conditioning the perception of the crossed chromatic fields. The break, otherwise interpreted as the reunion of two similar but imperceptibly different elements, prevents the observer from being immersed into the indefinable reflection surrounding him just when the temptation to abandon rationality reaches the climax to remind him that painting is a mental solicitation rather than a sensory one.

Crossing the imperturbable abscissa of the original myth and the eternal flow with a vertical present time that supposes a precise existential placement, the artist claims her active presence in the mysterious develpment of her work and makes those looking aware of their intellectual inner agony. Therefore the essence of painting lies for Bacci in the constant questioning of a visual problem within which something indeterminate and unfinished always remains, raising the renewal of questions without claiming to come to a definitive solution. The fundamental partiality of the conceptual and representative outcomes experimented from time to time is for her similar to a philosophical research on the impossibility to complete her art work that in the process of becoming and condensing in painting demands an insuppressible vocation to freedom and transgression. By extending the limits of vision to the indefinable elsewhere of a metaphysical window, the pictorial space is projected outside the canvas where it becomes the focus of a real experience in which author, spectator and painting freed from the constraints of its support find themselves in a unique here and now. (by Emanuela Zanon)

Elisabetta Bacci was born in Trieste and has lived in Venice, London, New York and Genoa. She studied visual arts at the Accademia Ligustica di Belle Arti in Genoa and history of art at the Università degli Studi di Trieste. Her works have been exhibited in Italy and abroad in particular a selection of activities are as follows: "Collettiva" Atelier Motzàr, Motzàr (2012) Hungary, "Progetto Arca" PARDES, Mira (2013) Italy, "Ponte Italia-Messico" La Telarana in Oaxaca and Arocena Museum in Torreon (2013) Mexico; "Piers" Museo Galata, Genoa (2014) Italy; "Tebah" Ai Fiori, Trieste (2015) Italy. Furthermore in 2016 have taken place exhibitions in Museo Carà, Muggia and Galerija Murska Sobota in Murska Sobota, Slovenia. In 2017, two solo exhibitions have taken place in Qvartirna Hiša, Celje and Lux art gallery, Trieste.

Her work consists mainly in acrylic paintings on canvas, these paintings are divided in cycles that deals of a subject linked to a spiritual meditative context, three are the colour fields that dialogues one with the other. Subsequently she set them and shoot them in urban contexts of various cities. Every cycle creates, when exposed, a sort of serial pictorial installation, meaning that there is a relation between the colours that she use and environmental light which all together generates a unique atmosphere. Usually the exhibitions are composed by different sequences of canvasses, installations and painted walls, small framed drawings-water colours and framed photographs.» (The existential color perception, by Emanuela Zanon)




Diego Bardone: Milano street Photography
20 ottobre (inaugurazione ore 18.30) - 19 novembre 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

Cosa sarebbe Diego Bardone (Milano, 1963) senza Milano e cosa sarebbe Milano senza Diego Bardone? Lui, fotografo di strada, ogni giorno comincia la sua giornata per le vie di questa città. Si apposta, come farebbe un ornitologo, a caccia dell'umano, del cittadino qualunque, del turista distratto, dell'improbabile situazione che si crea tra l'uomo e il suo contesto. Lo scatto che porta a casa Bardone non coglie solo uno sguardo, né solo uno scorcio di città, ma l'insieme. Dall'insieme nasce la poetica del suo lavoro fotografico. Riesce, nella moltitudine, a cogliere una combinazione degli elementi che spesso è un intero racconto, altre volte, è uno spaccato istantaneo carico di contraddizioni, altre volte coglie tutto l'umorismo pirandelliano del vivere. Mostra a cura di Francesco Tadini e Federicapaola Capecchi.

"Mi avvicino alla fotografia a metà degli anni '80, collaboro con il Manifesto e due piccole agenzie per alcuni anni, poi gli accadimenti della vita mi portano altrove e non scatto una fotografia per più di quindici anni. Passione mai sopita, rinata per caso una decina di anni fa. La strada è il mio habitat naturale, la semplicità dello scorrere della vita di tutti i giorni ciò che amo ritrarre usando il BN come mezzo espressivo d'elezione. Al mio attivo diverse mostre, personali e non, e pubblicazioni su alcuni magazine fotografici, italiani e non. Il mio è un diario quotidiano, un perenne omaggio a Milano e a coloro che, inconsapevoli attori, ho la ventura/fortuna di incontrare nel mio peregrinare per le strade della mia città. E' come se osservassi me stesso in una sorta di specchio virtuale che trova la sua dimensione nel nostro reale quotidiano. Abbiamo tutti gli stessi volti, le stesse gioie, le stesse speranze: io sono loro, loro la trasposizione in immagini della mia allegria vagabonda. Vorrei dimostrare che la semplicità è sinonimo di bellezza, vorrei mostrare come era solito dire Doisneau, un mondo "gentile", un mondo che amo e che mi renda in qualche modo felice. (Diego Bardone - Comunicato stampa)




Betty Woodman - Betty's Room - ceramic and paint on canvas cm.220x220x26 2011 Betty Woodman
Recent Work


20 October - 18 November 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Rome
www.lorcanoneill.com

American artist Betty Woodman began working with clay and paint in the 1950s, initially making functional objects, then gradually developing a deep relationship between the two that explores space, both real and pictorial in art works that combine lacquered ceramics and painted canvas. Betty Woodman (b. 1930) has spent most of her adult life living and working in Tuscany and in New York. Her museum exhibitions include a retrospective at the Metropolitan Museum of Art in 2006; an acclaimed exhibition at the Museo Marini in Florence that travelled to the ICA London in 2016; and a large outdoor installation at last year's Liverpool Biennial. (Press release)




Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo

Centoquaranta scatti in una grande mostra promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e organizzata da Civita in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi. E' il secondo appuntamento con i grandi maestri della Fotografia, dopo quello dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di febbraio di quest'anno. Una occasione per immergersi nel mondo del grande Maestro per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a Palermo, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto. Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per "dare un senso" al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria.

Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale. Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo. "Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curatore della mostra a Palermo -  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata.

Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier - Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L'allestimento attuale è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum. La rassegna vuol far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Opera di Stefano Arienti nella locandina della mostra Finestre Meridiane al Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce di Genova Stefano Arienti: Finestre Meridiane
Intersezioni con la collezione di Villa Croce


termina il 14 gennaio 2018
Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce - Genova
www.villacroce.org

La mostra - a cura di Anna Daneri e Francesca Serrati - si costruisce come un dialogo tra un corpus di opere inedito dell'artista, le Meridiane, realizzate a partire dal 2012, e una selezione delle opere della collezione del museo, che ne campioneranno la sua storia. Il titolo richiama la natura stessa del progetto espositivo: le circa ottanta opere di Stefano Arienti, carte e intonaci dal formato invariato, nascono in stretta relazione con il sole e i suoi movimenti. Le Meridiane sono disegnate con la luce, alla finestra di casa o dello studio, con una tecnica affinata negli anni dall'artista e che lo vede tradurre direttamente, con il proprio corpo, le variazioni di luce attraverso il colore scelto di volta in volta. La mostra è altresì un'apertura sulla collezione del museo, la cui architettura è scandita da grandi finestre rivolte verso il mezzogiorno.

Non è la prima volta che l'artista viene attratto da una raccolta pubblica, ricordiamo il progetto del 2010 per i magazzini di Museion di Bolzano insieme a Massimo Bartolini, o l'allestimento delle raccolta di Palazzo Te a Mantova. Nel caso di Villa Croce lo scambio si fa più diretto, coinvolgendo i suoi lavori, che saranno esposti per la prima volta in quest'occasione. La suggestione di partenza è quella delle quadrerie antiche, dove quadri e sculture venivano disposti secondo un ordine non cronologico o di affinità stilistica, piuttosto inseguendo linee di gusto e cadenze estetiche; così a Villa Croce come suggerisce Arienti "le opere si dispongono con molta libertà, senza rispettare criteri museografici, ma favorendo il ritmo dell'attenzione e della scoperta". La selezione dalla raccolta del museo ricostruisce la storia della sua formazione nel corso di trent'anni, dalle primissime opere entrate a farne parte, come la grande tela di Enrico Paulucci o il corpus di foto di Cesar Domela e le tavole originali a fumetti di Hugo Pratt.

Queste si intrecciano con i grandi nomi dell'astrattismo storico e delle ricerche percettiviste della collezione di Maria Cernuschi Ghiringhelli: Fontana, Licini, Munari, Reggiani, Soldati, vero cuore pulsante delle collezioni del museo; con i lavori provenienti dalla collezione del Lab, il Laboratorio della Bassa Lunigiana; con le donazioni degli artisti, spesso a seguito di mostre personali, e i lavori donati o acquistati da gallerie private, a testimoniare la grande vivacità culturale dell'ambiente genovese, in particolar modo durante gli anni Sessanta; fino a comprendere le ultime acquisizioni legate a interventi site-specific, come il pianoforte di Philip Corner, risultato di una atto performativo collettivo Fluxus, o il vibrante pannello di Marta dell'Angelo, concepito durante l'ultimo ciclo di direzione del museo di Ilaria Bonacossa. A ideale prosecuzione della mostra di Villa Croce, il 1 dicembre sarà inaugurata al Man di Nuoro Una visione atratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli un'esposizione che approfondirà la conoscenza di questa fondamentale raccolta artistica.

Stefano Arienti (Asola - Mantova, 1961), laureato in Scienze Agrarie nel 1986, partecipa alla prima mostra collettiva nel 1985 alla ex fabbrica Brown Boveri, dove incontra Corrado Levi, il suo primo maestro. Ha frequentato l'ambiente artistico italiano nel momento di rinnovamento successivo alle stagioni dominate dall'Arte Povera e dalla Transavanguardia. Sono numerose le partecipazioni a mostre collettive in Italia ed all'estero. Ha insegnato all'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo e all'Università IUAV di Venezia. (Comunicato stampa)

---

For the resumption of exhibition programming in the fall, and for the occasion of the Giornata del Contemporaneo, this year Villa Croce presents a major project by the artist Stefano Arienti, Finestre Meridiane. Intersections with the collection of Villa Croce, organized along the spaces of the piano nobile of the villa, starting from the large entrance staircase. The show is organized as a dialogue between a body of works never shown before by the artist, the Meridiane (Sundials) made starting in 2012, and a selection of works from the museum's collection, like a sampling of its history. The title suggest the nature of the exhibition project itself: the works - about 80 in number - by Stefano Arienti, with a uniform format in paper and plaster, are made in close relation to the sun and its movements. The Meridiane are drawn with light, at the window in the artist's home or studio, with a technique developed by Arienti over the years, in which he directly translates, with his own body, the variations of light through the colors selected from moment to moment.

The show also offers a perspective on the collection of the museum, whose spaces are paced by large windows facing south. This is not the first time the artist has been attracted by a public collection; precedents include the project in 2010 for the storerooms of the Museion in Bolzano, together with Massimo Bartolini, or the installation of the collection of Palazzo Te in Mantua. In the case of Villa Croce the exchange becomes more direct, involving his own works shown for the first time on this occasion. The operation takes its cue from historic picture galleries, where paintings and sculptures were arranged not in chronological order or by stylistic affinities, but in terms of lines of taste, aesthetic cadences; thus at Villa Croce, as Arienti suggests, "the works are arranged with great freedom, without respecting the usual museum criteria, focusing on the rhythm of observation and discovery."

The selection from the museum's holdings reconstructs the history of its formation over the course of thirty years, from the very first acquisitions like the large canvas by Enrico Paulucci, the group of photographs by Cesar Domela, and the original comic-book panels by Hugo Pratt. These are intertwined with leading names of historical abstraction and perceptivist research, from the collection of Maria Cernuschi Ghiringhelli: Fontana, Licini, Munari, Reggiani, Soldati, the true core of the museum's content; with works from the collection of the Lab, the Laboratorio della Bassa Lunigiana; the donations of artists, often following solo shows; and the works donated by or acquired from private galleries, bearing witness to the cultural vivacity of the Genoa scene, especially during the 1960s. The choice also extends to the latest acquisitions connected with site-specific projects, like the pianoforte of Philip Corner, the result of a Fluxus performance, or the vibrant panel by Marta Dell'Angelo, created during the recent cycle of programming directed by Ilaria Bonacossa. As an ideal continuation of the exhibition at Villa Croce, on 1 December the MAN museum of Nuoro will present An Abstract Vision. Works from the Collection of Maria Cernuschi Ghiringhelli, a show that will intensify knowledge of this fundamental collection of art.

Stefano Arienti was born in Asola (Mantua) in 1961, and since 1980 he has lived and worked in Milan, where he took a degree in Agricultural Science in 1986. He took part in the first group show in 1985 at the former Brown Boveri factory, where he met Corrado Levi, his first mentor. He came up on the Italian art scene in the moment of renewal following the period dominated by Arte Povera and the Transavanguardia. He has shown work in many group shows in Italy and abroad. He has taught at the Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara in Bergamo and the IUAV University of Venice. (Press release)




Opera di Lucia Di Miceli dalla mostra Dissonanze e Corrispondenze allo Studio Arte Fuori Centro di Roma Lucia Di Miceli
Dissonanze e Corrispondenze


termina il 20 ottobre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

L'evento è il quarto appuntamento di Osservazione 2017 ciclo di cinque mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. Lavorando sul meccanismo compositivo, Lucia Di Miceli scopre sempre nuove e profonde relazioni tra le figure. Relazioni che mutano al mutare dell'assetto architettonico dell'opera: su questo l'autrice gioca per evocare o, meglio, suggerire spazi della mente in cui la tridimensionalità è data dai rapporti tra i colori, tra le forme, e tra colori e forme, anche quando tali rapporti sono concretamente costruiti in legno dipinto, dove i piani si spezzano e si intersecano a comporre rientranze ed aggetti, generando, di conseguenza, ombre e luci intese come ulteriori aree geometriche funzionali alla composizione. La tridimensionalità - fisica o cromatica - e la partizione geometrica di forme e colori serve a Lucia per spostare sul piano del sogno attenzione e riflessione di chi osserva, aprendo all'immaginario personale ulteriori, infiniti orizzonti. Creato il vuoto, infatti, il pensiero emerge, ed è a questo punto che la Di Miceli lascia, con precisa garbatezza, la parola all'osservatore. Pur non rinunciando ad una narrazione insita nel meccanismo compositivo e cromatico l'autrice crea uno spazio condiviso, stabilendo così una ineffabile corrispondenza di sensazioni e poetiche parole. (Comunicato stampa)

«Tanti possono essere i riferimenti, più o meno lontani, delle destrutturazioni e degli impianti compositivi di Lucia Di Miceli. Diverso tuttavia ne è il campo di indagine e personale l'interpretazione. Si può soprattutto parlare, nella sua opera, di una doppia visione del soggetto 'rappresentato' - in pianta e in alzato - dove l'iniziale scomposizione del paesaggio, in forme geometriche semplici, ne decanta luce e colori, conservando assolutamente pure la freschezza e l'equilibrio armonico dei gradienti cromatici. Le sequenze dei gruppi compositivi, movimentati dalla danza degli stessi elementi, 'girano' nello spazio e sulla superficie dei supporti in differenti possibilità combinatorie e scandiscono la visione e il pensiero di chi osserva l'intero percorso installativo.

Mentre, infatti, nel passato stilistico della Di Miceli il ritmo visivo era affidato al gesto pittorico, alle dimensioni e contrasti cromatici del segno, dialogante con le già presenti figure geometriche semplici, attraverso le Mappe Di Miceli si incammina verso una sempre più rigorosa essenzializzazione lirica e ritmica della composizione, pur riferendosi esplicitamente a possibili topografie urbane. Con il passaggio stilistico alle Strutture i segni si irrigidiscono in fasce di colore tonale o a contrasto le une con le altre, assumendo valenza e forza espressiva indipendenti e spostando la visione su un ulteriore piano di lettura, basato su pura astrazione.

Astrazione confermata, peraltro, nelle stesure ad acquerello di talune opere, in cui i tracciati chiari dividono le campiture di colore in fluttuanti figure geometriche, grazie alla loro irregolarità e all'impercettibile fibrillazione del pigmento. Come le note musicali, che, com'è noto, sono sette ma possono essere composte in musica molto articolata, le figure semplici che compongono le vedute topografiche della Di Miceli si combinano infinite volte, si tramutano, convertendosi in alzati e aggiungendo - alla visione dell'opera - la terza dimensione, sia in bassorilievo che in vere e proprie Elevazioni verticali (2016), rivelando in tal modo il radicato impeto scultoreo dell'autrice.

Come lei stessa scrive (2017), "Un mio quadro può diventare un luogo virtuale su cui possono nascere "cose". Così i piani (...) si allontanano, si avvicinano, si aprono e prendono volume fino a formare spazi tridimensionali reali. Le mie ipotetiche città in pianta si alzano in piedi, si colorano, crescono, si identificano.": elevazione intesa come sviluppo da una figura piana, come anche veduta che si sposta inopinatamente dall'alto al laterale, per afferrare, nel giro prospettico, altezza e profondità: è quello spostamento fisico e concettuale che ci insegna oltremodo a vedere le diversità, muovendo il nostro pensiero in molteplici e varie direzioni creative.

Anche quando Lucia torna, di tanto in tanto, al pittorico materico e gestuale, inevitabilmente indirizza i suoi segni con inclinazioni e curvature atte a far attraversare visivamente il quadro in profondità biunivoca, consentendo all'osservatore di entrare e uscire dalla prospettiva informale aperta dal colore. Una duplicità che si declina anche nella recente serie delle Vele, dove il soggetto della vela, immediatamente riconoscibile, cela ancora una volta una mappa topografica con rispettivi edifici, rappresentati dalle variopinte tessere di mosaico, che ribadiscono una ulteriore duplicità di acquisizione visiva: frontale-astratta e tridimensionale realistica e narrativa. E' lavorando proprio sul meccanismo compositivo, quindi, che Lucia Di Miceli scopre sempre nuove e profonde relazioni tra le figure.

Relazioni che mutano al mutare dell'assetto architettonico dell'opera: su questo l'autrice gioca per evocare o, meglio, suggerire spazi della mente in cui la tridimensionalità è data dai rapporti tra i colori, tra le forme, e tra colori e forme, anche quando tali rapporti sono concretamente costruiti in legno dipinto, dove i piani si spezzano e si intersecano a comporre rientranze ed aggetti, generando, di conseguenza, ombre e luci intese come nuove aree geometriche, funzionali alla composizione. La tridimensionalità - fisica o cromatica - e la partizione geometrica di forme e colori serve a Lucia per spostare sul piano del sogno attenzione e riflessione di chi osserva, aprendo all'immaginario personale ulteriori, infiniti orizzonti. Creato il vuoto, infatti, il pensiero emerge, ed è a questo punto che la Di Miceli lascia, con precisa garbatezza, la parola all'osservatore. Pur non rinunciando ad una narrazione insita nel meccanismo compositivo e cromatico, difatti, l'autrice crea uno spazio condiviso, stabilendo così una ineffabile corrispondenza di sensazioni e poetiche parole.

Forse è per questo che Lucia colloca in installazione a parete i tipici assemblaggi quadrangolari in alternanza con un gruppo fortemente verticale, che smentisce il tradizionale discorso armonico pur nel rispetto di certa simmetria. Gli elementi spiccatamente rettangolari che si protendono, vicendevolmente attirandosi, destabilizzano orizzontalmente la consueta gravità ortogonale della composizione in favore di possibili, dirompenti diagonali direzionalità. Facendo infatti uscire le figure geometriche dal loro assetto, l'autrice scompone l'equilibrio astratto generale, conseguentemente minando ogni frontalità visiva e conferendo alle figure l'autonomia tridimensionale di solidi. Finemente celato in un'apparente calma geometrica e cromatica, un vero e proprio terremoto fisico ed emozionale apre altri sconosciuti spazi - tangibili e corporei - alla nostra personale percezione.» (Laura Turco Liveri)




Joan Miro - Dans le Grenier a sel - incisione ad acquatinta cm.106.5x75.5 1975 Joan Miró. Capolavori grafici
termina lo 04 novembre 2017
Galleria Deodato Arte - Milano
www.deodato.com

Selezione di incisioni e litografie appartenenti al patrimonio di creazioni grafiche, cui il maestro catalano si rivolge costantemente durante tutto il suo percorso artistico. Accanto ad alcune opere degli anni '30, i lavori esposti sono stati realizzati soprattutto nel periodo compreso fra gli anni '50 e '80, arco di tempo in cui Miró si dedica più assiduamente all'arte incisoria; infatti dalla fine degli anni Cinquanta si stabilisce in maniera definitiva a Palma de Maiorca, dove allestisce un laboratorio di incisione e litografia. Affascinato dalla tecnica, dalle molteplici possibilità espressive e comunicative offerte, vede in questo medium la capacità di abbracciare perfettamente la sua arte, versatile, ricca di simboli e di colori accesi. L'utilizzo di strumenti inusuali come pettini, chiodi, dita e altro ancora, oltre al contatto diretto e fisico con i materiali, contribuisce a rendere ancora più personali le lastre incise, dalle quali emerge una forte connessione anche dal punto di vista emozionale.

Spesso destinate a volumi e riviste pubblicate in tiratura limitata, che si tratti di incisioni calcografiche a puntasecca, acqueforti o litografie a colori, le grafiche di Miró sono fedeli testimoni del suo linguaggio e al tempo stesso creano tra immagine e testo, reinterpretato secondo la propria sensibilità, un perfetto connubio. Nell'esaustiva panoramica dei lavori in mostra s'incontrano alcune opere degli anni '30 che attestano le prime sperimentazioni incisorie come Daphnis et Chloé e Fraternity dal carattere narrativo e perfettamente rappresentative delle tematiche trattate. Di matrice più astratta, sebbene con chiari riferimenti ai titoli, sono le litografie della serie Haï-Ku degli anni '60 come Herbes d'été, La bouge du sanglier e Au portrait couvert de neige, dove dalla semplice forma geometrica, dai piccoli punti e dalle macchie di colore è possibile scorgere soli, stelle, lune, occhi, figure femminili e uccelli, soggetti prediletti dell'artista.

Questa ampia galleria di figure stilizzate, filiformi, surreali nasconde - dietro ad un'apparente semplicità e leggerezza - un'essenza più complessa, espressione di riflessioni profonde e di uno stato d'animo inquieto. Colori pieni, vivaci che si contrappongono a linee e contorni neri, figure che fluttuano e galleggiano insieme alle parole, caratterizzano le tavole del poemetto Le lézard aux plumes d'or (1971), uno fra gli esempi più evidenti della compenetrazione fra disegno e testo. L'argomento trattato nella favola fa riferimento a una lucertola con le piume d'oro ed è molto vicino alle tematiche legate al sogno e ai mondi fantastici indagati costantemente dall'artista catalano.

Più essenziali, per quanto concerne linee e colori, sono le litografie realizzate per la serie dedicata a L'enfance d'Ubu (1975). (...) Particolarmente significativi sono inoltre i lavori incisori accompagnati da poesie di Jacques Prévert tratti dal libro in tiratura limitata Adonides (1975), le cui pagine originali esposte mettono in evidenza sulla stessa lastra l'incisione di versi e il disegno a simboleggiare la totale unione delle due arti e dei due artisti. Di grande impatto sono l'incisione e acquatinta Sans titre III del 1981 su carta guarro capace di fornire uno spiccato effetto tridimensionale, evocativo del bassorilievo e il manifesto realizzato in occasione dei mondiali di calcio del 1982, un'opera d'arte colorata, fresca che andò a sostituire la vecchia classica iconografia del torero e delle corride, ottenendo uno strepitoso successo. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Umberto Faini dalla mostra I colori dell'infinito presso la Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Umberto Faini
I colori dell'infinito


07 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 25 novembre 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Da anni l'attività artistica di Umberto Faini è caratterizzata da un lavoro sul puro segno-colore in rapporto alla sua variabilità percettiva. Il segno colore nel suo diradarsi, sovrapporsi o infittirsi verso l'alto può evocare orizzonti infiniti sempre diversi, in apparente movimento e un orizzonte può mutare di livello con il mutare della qualità della luce. Si può assistere simultaneamente alla fusione e al contrasto, con la prevalenza dell'una o dell'altro, secondo la possibilità di lettura dei segni perché la percezione può continuamente variare, anche per la distanza dell'osservazione. Il colore può vivere esaltato nel contrasto con i suoi complementari o confermato tra i suoi colori adiacenti. I colori contrari tra di loro se si mescolano materialmente si annullano, dando un neutro chiaro o un neutro scuro, secondo il loro grado di saturazione. Questo anche se si fondono otticamente. La mostra è curata da Susanne Capolongo e Stefano Cortina.

Umberto Faini non si definisce un pittore astratto, né la sua è una pittura astratta perché un giallo o un blu non sono elementi astratti. Neppure le loro varie mutazioni sono fatti astratti ma vicende che avvengono nella la realtà, con la complicità dei contesti. E' superfluo aggiungere che i riscontri col mondo reale sono infiniti: dai petali dei fiori alle carnagioni, ai cieli e a tutto... In questa mostra i tre colori primari, con le loro oscillazioni, sono i protagonisti di tutto il lavoro e meritano un piccolo spazio privilegiato. Un occhio di riguardo viene riservare ai momenti luminosi dati dalle vicissitudini del giallo. Così come un certo spazio è dedicato al tanto amato Oltremare di certi cieli pre-notturni. Umberto Faini dopo avere studiato all'Accademia di Brera, ha svolto attività didattica alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e alla Accademia Carrara di Bergamo, ha esposto in rassegne e in mostre personali in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)

---

Alda Maria Bossi: I colori e i giorni
termina il 28 ottobre 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione mostra




Moda & Cinema
28 ottobre (inaugurazione ore 18.30) - 31 gennaio 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Attraverso una selezione di celebri scatti del mondo della moda e del cinema, la mostra intende suggerire un viaggio nei cambiamenti di gusto e di costume che hanno visto protagoniste da un lato delle icone intramontabili, soggetto degli scatti, ma dall'altro anche gli stessi fotografi, veri e propri maestri nel recepire, e talvolta anticipare, questi segnali di trasformazione. Ne deriva uno spaccato poliedrico di modi di essere, di vestirsi, di mettersi in posa, di essere icone del proprio tempo che muta di pari passo all'evolversi della società e al passare degli anni. Tappa di partenza obbligata sono senz'altro gli scatti leggendari di due altrettanto leggendari maestri quali Douglas Kirkland e Bert Stern, ritrattisti delle più grandi star hollywoodiane. Nel caso di Kirkland, i suoi indimenticabili scatti di Marilyn Monroe sono ancora oggi tra le testimonianze fotografiche più belle dell'attrice. Non meno accattivanti sono i suoi ritratti a Audrey Hepburn, icona glamour e di stile la cui inossidabile bellezza, viene conservata anche negli scatti della maturità affidati a Gilles Bensimon.

Saranno in molti poi a ritrarre la splendida attrice britannica, ciascuno con il proprio carisma e la propria personalità: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. A Bert Stern, invece, spetta il privilegio di aver ritratto la Diva per eccellenza, Marilyn Monroe, nell'agosto del 1962, nelle sei settimane antecedenti la sua tragica morte in occasione di un servizio commissionato da Vogue e i cui scatti furono poi raccolti nel portfolio Marilyn Monroe: The complete Last Sitting pubblicato postumo nel 1982. In quelle immagini l'attrice appare seducente seppur fragilissima; sarebbe, infatti, morta poco dopo logorata proprio da quei demoni interiori che l'avevano spinta a disprezzare la sua figura e che finiranno col ripercuotersi persino su alcuni degli scatti in questione: sarà lei stessa a marchiare i provini delle foto con un pennarello colorato, quasi fosse una sorta di autopunizione da infliggersi.

Celebri sono anche le fotografie di autori italiani quali Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini e Tazio Secchiaroli, protagonisti di quella Dolce Vita che animava il lungo Tevere negli anni del boom economico e che aveva contribuito a consacrare sempre di più il mito di alcune personalità quali Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... Il periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta all'inizio del decennio dei Sessanta vede campeggiare due figure profondamente innovatrici quali William Klein e Gordon Parks. Merito del primo è l'aver saputo trasferire nella moda quella sperimentazione di linguaggio già applicata nel campo del reportage, ossia il ricorso ad alcuni espedienti tecnici, come l'uso di un obiettivo grandangolare e sfocature in ripresa.

Tra i suoi scatti più noti vi sono quelli realizzati durante il soggiorno nella capitale italiana in occasione della sua collaborazione per Vogue, con una Roma nel pieno del grande cinema e del boom economico: modelle che sfilano sulle strisce pedonali in piazza di Spagna, o decontestualizzate dai soliti set e immerse in brandelli di vita reale. Risultato: stampe estremamente grafiche, giocate sui contrasti, non solo black-white ma anche dell'eleganza di abiti vissuti normalmente per le strade della città. Su un versante analogo si colloca la ricerca di Gordon Parks, tra i fotografi più importanti del XX secolo, il quale preferiva ritrarre i suoi soggetti in ambientazioni reali, privilegiando spesso punti di vista insoliti e suggestivi - una finestra o una serratura, ad esempio - caricando le immagini di una forte connotazione voyeuristica.

Gli affascinanti ritratti realizzati con mosaici di polaroid da Maurizio Galimberti, Instant Polaroid artist per definizione, in grado di cogliere l'autenticità dei soggetti, per lo più star del mondo dello spettacolo, rappresentano una frontiera contemporanea della fotografia di moda e di cinema. Il francese Eric Rondepierre, a cui è valsa un'importante mostra al Moma nel 1996, si accosta al cinema tramite il recupero di vecchie pellicole cinematografiche, spesso logorate dalla cattiva conservazione o dagli inesorabili segni del tempo, e ne isola un fotogramma che diventa così il soggetto dei suoi scatti (come nella sua opera più famosa Champs-Elysèes e riferita al film Charade con Cary Grant e Audrey Hepburn).

Passato e presente convivono grazie ad una fotografia che si fa cinematografica e ricerca proprio nel dinamismo dei rapporti tra queste due discipline la sua principale fonte d'ispirazione. Diversamente Nicola Civiero, forte di un linguaggio ancora più contemporaneo, usa il mezzo fotografico per riflettere sui limiti e le costrizioni della moda e, più in generale, dello star system. Infine, un riconoscimento speciale meritano i contributi di due grandi fotografi attivi tra il 1930-1940 quali l'ungherese Martin Munkacsi e l'americana Frances McLaughlin-Gill, i cui scatti segnarono delle vere e proprie pietre miliari nel mondo della fotografia di moda, con larghe influenze su autori delle generazioni successive come Richard Avedon o Henri Cartier-Bresson. Per quanto riguarda Munkacsi, egli può essere considerato a pieno titolo il pioniere di una fotografia fatta di scatti accattivanti, ambientanti in contesti di vita quotidiana e animati da un forte dinamismo. Quell'immediatezza e spontaneità che contraddistingueva i suoi reportage sportivi si ritrova, così, anche alle pagine delle riviste di moda da lui firmate.

Allontanandosi dalla pratica di una fotografia di moda interamente concepita in studio, Munkacsi mette in scena giovani donne in buona forma fisica, calate in contesti sempre riconducibili a stili di vita dinamici e sportivi: è nel 1933, sulla spiaggia di Piping Rock, che nasce il suo scatto più famoso avente per protagonista Lucile Brokaw. La lezione di Munkacsi e l'apertura verso questo immaginario "basso", più comune e ordinario, popolato da modelle riprese in location esterne e spaccati dinamici, verrà poi proseguita anche da Frances McLaughlin-Gill, a lungo considerata l'interprete ideale delle mode giovanili. La sua abilità di cogliere l'essenza e la sensibilità di momenti fugaci o di espressioni improvvise sul volto delle modelle, in modo quasi teatrale, la renderanno una delle principali rappresentanti del versante più realistico della fotografia di moda. (Comunicato stampa)

---

Through a selection of famous visuals from the world of the fashion and movie, the show "Moda & Cinema" aims to suggest a journey in the changes of taste and habits whose main character were from one side everlasting icons, subject of the images, but from the other side also the same photographers, real masters in recognizing, and sometimes anticipating, these signals of transformation. Thinking to align all the works on view to a common line it's impossible: each of them, however, because of its peculiarities, reveals us a polyhedric slice of ways to be, to dress, to strike a pose, to be icons of their time that changes together with the passing of years. Starting point will obviously be the legendary images of two as legendary photographers such as Douglas Kirkland and Bert Stern, portraitists of the most famous Hollywood stars. With regard to Kirland's production, his unforgettable shots of Marilyn Monroe are still today among the most beautiful memories of the actress.(...)

No less catchy are his portraits of Audrey Hepburn, icon of glamour and style whose untarnished beauty, characterized by a smile, has been exalted also in some photographs of the mature age done by Gilles Bensimon. There will be a lot of other authors who will take a portrait of the beautiful British actress, each of them using their own charm and personality: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. Bert Stern, on the contrary, has the honour of having portrayed the ultimate star Marilyn Monroe in August 1962, in the six weeks before her tragic death on the occasion of a photo shoot for Vogue, the photographs of which has been collected in the great portfolio "Marilyn Monroe: The complete Last Sitting", published posthumous in 1982. In those shots the actress appears alluring even though fragile; she will die shortly after, gripped by the interior demons that made her despise his own figure and that had an impact on some of Bert Stern's most famous photographs: she will mark some proofs with a coloured marker as if it were a self- punishment to inflict to herself.

Very famous are also some photographs of Italian authors such as Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini and Tazio Secchiaroli, main characters of the Dolce Vita that animated the Tiber embankment in the ages of the economic boom and that contributed to consecrate the myth of some great personalities such as Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... The period that goes from the end of the Fifties to the beginning of the Sixties is represented by two deeply innovator artists like William Klein and Gordon Parks. He was able to transfer also in the world of fashion the same language experimentation that he had already applied in his reportages, which means concretely the use of some technical devices such as the wide-angle lens and blurred shots.

Among his most famous photographs there are those conceived during his stay in the Italian capital on the occasion of a photo shoot for Vogue, with a Rome in the middle of the great cinema and the economic boom: models on crosswalk in Piazza di Spagna or decontextualized from the usual sets and surrounded by shred of the everyday life. Result: extremely graphic prints, focused on the contrasts not only from the black and white but also from the elegance of the cloths normally dressed in the city streets. Also Gordon Parks' research could be read from a similar perspective: he preferred to portray his models in real settings, giving priority to unusual and appealing points of view - an open window or a keyhole, for example - imbuing the images with a sense of voyeurism.

The fascinating polaroid mosaic portraits created by Maurizio Galimberti, "Instant Polaroid artist", able to seize the authenticity of the subjects, mostly famous celebrities, could be seen as a contemporary frontier of fashion and movie photography. The French artist Eric Rondepierre, who won an important exhibition at Moma in 1996, approaches the world of movie through the recovery of old films, often distorted by bad stocking conditions or the unavoidable signs of time, from which he chooses a frame that becomes the main subject of his works (like in his most famous work called "Champs-Elysèes" connected to the film "Charade" with Cary Grant and Audrey Hepburn). Present and past live together thanks to a photography that becomes cinematic and researches his source of inspiration in the dynamism of relationship between these two disciplines. In a different way and referring to a more contemporary language, Nicola Civiero uses the photographic medium to think on the limits and mental constraints typical of he fashion industry and, more generally, of the star system.

In the end a special acknowledgment must be given to the contribution of two great masters active between 1930-1940 such as the Hungarian Martin Munkacsi and the American Frances McLaughlin-Gill, whose works were real milestones in the world of fashion photography, with deep influences on the authors of the next generations like Richard Avedon and Henri Cartier-Bresson. Speaking of Munkacsi, he can be considered the pioneer of a photography made of catchy images, set in everyday-like environments and animated by a strong dynamism. He brought the same action and spontaneity that he captured in his sports photography to the pages of the fashion magazines that he signed.

Distancing himself from a practice entirely conceived in studios were models posed like mannequins, Munkacsi stages active young women favouring scenes of daily life epitomizing a special gift for action and movement: in 1933 he took his most famous shot of the socialite model Lucile Brokaw running down the Piping Rock beach. Munkacsi's lesson and the opening towards a "humble" imaginary, more common and ordinary, populated by models photographed outdoor in dynamic contexts, will be continued by Frances McLaughlin-Gill, often considered the ideal interpreter of junior fashions. Her ability to communicate the appearance and the sensibility of a passing moment or a glimpsed smile in her pictures will make her, among others, one of the main representative of realistic fashion photography. (Press release)




Steve Fitch - Kitchen rom the series Neon - vintage dye transer print cm.38x38 1977 American Dream
termina il 10 dicembre 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)

Quattordicesima mostra ospitata nella sede della Fondazione Rolla. Le fotografie appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. La locuzione "American Dream" è stata utilizzata per la prima volta dallo storico americano James Truslow Adams nel suo libro The Epic of America, pubblicato nel 1931. Nel periodo in cui gli Stati Uniti erano nel pieno della cosiddetta Grande Depressione, James Truslow Adams ha usato questa espressione per descrivere le complesse convinzioni, le promesse religiose e le aspettative politiche e sociali del popolo americano.

La mostra raccoglie immagini suggestive di importanti autori internazionali (Robert Adams, Lewis Baltz, Richard Benson, Margaret Bourke-White, William Eggleston, Steve Fitch, Lee Friedlander, Frank Gohlke, Anthony Linck, Christopher Morris, Putnam & Valentine, Robert Rauschenberg, Ezra Stoller, Beat Streuli, Hiroshi Sugimoto, George A. Tice, Henry Wessel) che raccontano lo sviluppo socio economico e culturale dell'America dagli anni '50 fino ai nostri giorni. Il catalogo contiene un testo dell'economista Christian Marazzi in conversazione con Philip Rolla che racconta alcune esperienze personali raccolte durante il periodo della sua formazione alla Santa Clara University. La mostra fa parte del programma di Bi10 Biennale dell'immagine - Borderlines. Città divise/Città plurali. (Comunicato stampa)




Opera di Lucia Di Miceli Opera di Antonio Carbone Opera di Giuseppe Ponzio Opera di Salvatore Giunta SpazioSegnoColore
termina il 26 ottobre 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Mostra collettiva in cui verranno esposte le più recenti opere di quattro artisti - Antonio Carbone, Lucia Di Miceli, Salvatore Giunta e Giuseppe Ponzio - che, pur nella loro apparente eterogeneità (che spazia dal rigore dell'astrattismo geometrico ad una caotica forma di scritto-pittura archetipica), sono accomunate da un'evidente ricerca nel concepire lo spazio, il segno e il colore come i tre elementi chiave su cui incentrare una nuova forma di linguaggio artistico. Durante l'inaugurazione della mostra, il 14 ottobre, verrà presentata la video-performance Exaifnes - interpretata da Lodovico Bellè e Arianna Bonardi - liberamente ispirata alle opere esposte; con sceneggiatura e regia di Lodovico Bellè, montaggio e musiche a cura di Arianna Bonardi.

Antonio Carbone, da Tricarico (Matera) laureato in Scienze Naturali. Nella pittura spazia tra linguaggi differenti ed innovativi. La sua arte iniziale si ispira al realismo meridionalista, poi evolve verso l'espressionismo astratto, l'arte concettuale, la poesia visiva. L'attuale ricerca si concentra sul segno, la scrittura e gli alfabeti, in una trasmutazione di significati e significanti che portano, come nel caso "dei Libri scolpiti - Tabulae e delle Trans-Scritture" a composizioni di equilibrio estetico ed artistico. E una sorta di "ipertesto" delle scritture, senza un significato semantico, che diventa immagine. Carbone realizza anche lavori calcografici, utilizzando materiali diversi: piombo, zinco, plexiglas, nonché sculture a cera ed istallazioni. Molteplici sono le mostre personali e collettive in Italia ed in Europa.

Lucia Di Miceli (Palermo), a Roma frequenta il Liceo Artistico e la Facoltà di Architettura. Negli anni '80 lavora nel campo dell'architettura di interni ed inizia ad esporre in mostre collettive in tutta Italia. Il suo lavoro, nel tempo passa dal figurativo all'astratto, esprimendosi attraverso linee, superfici e colori essenziali. I suoi lavori seguono, sempre più, schemi geometrici rigorosi che affondano le radici negli studi di De Stijl e Bauhaus. La sua più recente ricerca si articola attraverso la costruzione di volumi costituiti da superfici che, differentemente disposte, ricreano architetture immaginarie in cui l'uso di pochi colori puri alludono all'astrattismo concreto.

Salvatore Giunta (Roma) si diploma in Scenografia ed inizia la carriera espositiva nel '69 con la personale "Prospetti", al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Nel 1964 inizia ad insegnare dedicandosi contemporaneamente alla ricerca artistica, articolando piani e volumi, confrontandosi con lo spazio e giungendo ad espressioni minimali. Pittore e scultore, si è inoltre occupato di scenografia teatrale, di cinematografia sperimentale spaziando anche nel campo della video animazione generando vere e proprie orchestrazioni di segni. Sue opere sono presenti in numerose rassegne in Italia e all'estero. Nel 2013 gli viene assegnato il Premio Mnemosine.

Giuseppe Ponzio (Asmara - Eritrea), architetto, da sempre impegnato in una ricerca che vede il segno o la traccia come espressione originaria nel definire lo spazio e la trasmissione. Ha alternato l'attività professionale svolta, principalmente in ambito comunitario e religioso, integrando la progettazione architettonica con quella artistica. L'interesse per il segno lo porta a praticare lo "shodo" (calligrafia orientale) da vari anni, intravedendo in questo il nucleo che unisce rigore e disciplina alla libertà d'espressione. Partecipa ad alcune mostre nell'ambito del libro d'artista e una mostra a Tokio per la calligrafia. (Comunicato stampa)




Opera di Giammarco Roccagli Giammarco Roccagli
termina l'11 novembre 2017
Associazione culturale La Roggia - Pordenone
www.laroggiapn.it

La sublime armonia / d'equilibrio sottile / del tempo, dello spazio, / di forme, di colori / affonda le radici / nel cuore della storia / s'espande poi nel vivo / della modernità.

Un impianto cromatico / vibra come la musica / di spartiti costruiti / sulla base di un tono. / La giustapposizione / di elementi ordinati / ricorda la visuale / di pixel organizzati.

Paesaggi inventati / profili improbabili / variano all'improvviso / cambiando per un attimo / perfino un solo dato / come in uno spartito / che si può ricomporre / in nuova prospettiva.

Geometrie di pittura / come in un pentagramma / si possono scomporre / con piccole varianti / che richiedono sempre / la ricomposizione / in un nuovo assemblaggio / d'armonie razionali.

Ma resta la pittura, / grande protagonista, / che sa narrare tutto / oppure può inventarlo / in una dimensione / ogni volta più nuova / animata dal senso / della creatività. (Armoniosi equilibri, di Enzo di Grazia per Giammarco Roccagli)

Giammarco Roccagli (Filottrano - Ancona, 1951), diplomato all'Accademia di Belle Arti di Urbino, inizia l'attività artistica negli anni '70. Ha allestito numerose mostre collettive e personali non solo nel territorio ma anche in molte città italiane e Paesi europei. Nel 2011 è stato invitato a esporre alla 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia, al Palazzo delle Esposizioni di Torino. (Comunicato stampa)




Vito Lentini e Gianni Manca: "Contaminazioni"
termina il 31 ottobre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Pure ibridazioni di varie tecniche artistiche: fotografia, pittura acrilica, acquerello, disegno a matita, collage, plexiglass; tramite le quali gli artisti hanno saputo cimentarsi in complesse opere eseguite a quattro mani, unificando diversi mondi creativi e differenti modi di percepire la propria espressività e la creatività individuale. E' in tal senso che nasce il leit motiv della contaminazioni, dove ogni opera ha un aspetto che denota una duplicità se non una molteplicità di tecniche e di ricerche artistiche sperimentali alle quali gli artisti si sono spontaneamente ispirati lasciando intravedere il fecondo ed originale potenziale. La poetica di questa mostra bi-personale, a cura di Massimiliano Bisazza, è delicata e dedicata in ampia misura alla femminilità, mai intesa come perfezione estetica o anatomica assoluta, bensì come pura artisticità. Si tratta di una metafora omaggiante la donna e il suo universo.

Tuttavia i contenuti insiti nel percorso espositivo della mostra non si fermano a un solo punto, bensì incedono verso volute allusioni al concetto del "dualismo". Molte opere infatti sono speculari l'uno all'altra, non solo nella scelta delle tecniche ma anche nella decisione di esprimersi tramite veri e propri "dittici" contemporanei sia nello stile che nei significati. (...) Osserviamo, dunque le sensazioni che le fotografie di Gianni Manca e la pittoricità di Vito Lentini sanno trasmettere al fruitore generosamente e con un profondo senso di scoperta cinestetica. (Comunicato stampa)




Marco Scappini: Matite
termina lo 04 novembre 2017
Galleria Incorniciarte - Verona
www.incorniciarte.it

Marco Scappini giovane artista veronese diplomato all'accademia di belle arti di Bologna, presenta in questa sua mostra personale dodici disegni realizzati con piccoli tratti a matita nera, regolari e sovrapposti. Per le sue opere sceglie tagli di realtà che ferma con la fotografia e poi traduce, con particolare intensità sul foglio di carta. Le realizza con pazienza e precisione senza disegno preparatorio e senza mai usare la gomma, perché le cancellature si vedrebbero. Procede da sinistra verso destra, come afferma di leggere l'immagine reale. La matita è la sua tecnica preferita ma non si limita a questa. Utilizza anche bombolette spray per graffiti fantastici su muro, ma anche su tele. Sperimenta per arrivare ad un punto di incontro tra i due modi espressivi. Ha partecipato a veri concorsi in Italia con risultati di rilevo. Nel 2011 è stato segnalato tra i finalisti dalla giuria composta dagli esperti della redazione della rivista Arte. (Comunicato stampa)




Marta Potenzieri Reale - Mare con forte vento - acquerello cm.32x50 2017 Il mare di Trieste
termina lo 06 novembre 2017
Caffè Eppinger - Trieste

Collettiva delle socie Fidapa Bpw Italy - Sezione Storica di Trieste. Partecipano, con più opere a testa, Carolina Franza, Monica Kirchmayr, Giuliana Griselli, Anna Negrelli, Marta Potenzieri Reale, Paola Sbisà.




Presentazione mostra




Gianni Maria Tessari: Appunti sulla libertà
termina il 28 ottobre 2017
Galleria d'arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

Una quarantina di dipinti su carta per ribadire il concetto di libertà. Libertà è un modo di pensare, un cardine del nostro lessico linguistico, segna ogni nostro modo di considerare il mondo che ci circonda, scevri da vincoli delle egemonie sociali, economiche e politiche. Scrive Vinny Scorsone nel suo testo di presentazione della mostra: (...) "Libertà è la parola chiave per comprendere le ultime opere di Gianni Maria Tessari. Esse si piegano alle parole, le analizzano cercando di carpirne il segreto. L'artista gioca con le lettere e i significati riproponendo, per immagini, l'essenza stessa del lemma e del suo contesto. Opere singlottiche, si potrebbero definire le sue, retaggio di incontri ed esperienze passate. Rossana Apicella ed Ignazio Apolloni ritornano ancora una volta nel suo lavoro e lo fanno guidandone i pensieri.

Nei suoi disegni, parole ed immagini si intersecano e le parole volano libere su sfondi terrosi o colorati. Le lettere si sfaldano e le parole si smembrano, ma rimangono inalterate nella consecuzione temporale e nel senso. Racconti e poesie vivono in un unico anelito di libertà e il poeta-pittore viaggia tra frasi d'altri e proprie: frasi scritte e frasi cromatiche, spartiti musicali con un ritmo alternato. Una mostra personale quindi fatta da una pluralità di sguardi su un'unica domanda: cos'è la libertà? Realtà o mera finzione? (...) (Comunicato stampa)




Opera di Yorgos Giotsas dalla mostra Logos perduto Yorgos Giotsas: Logos perduto
termina il 31 ottobre 2017
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

... E' sul logos perduto che Giotsas interviene, ipotizzandone una sorta di reintegrazione, di sostituzione analogica, riscrivendo un alfabeto che "potrebbe essere" e che sicuramente non sarà mai, evocato come è da insorgenze visive che sono tribali e metropolitane allo stesso tempo, che vivono cioè in quel confuso e precario immaginario collettivo arrivandoci ormai solo sub-limine, assimilate del tutto a livello inconscio... (dal catalogo a cura di Giuliano Serafini)

Yorgos Giotsas ha frequentato l'Accademia di Belle Arti in Grecia e la facoltà di Graphic Design alla Hertfordshire University in Inghilterra. Ha preso parte a numerose mostre personali e collettive in Grecia e all'estero. Sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche, come al Museo d'Arte Contemporanea e del Novecento di Monsummano (Potenza), all' Hungarian Open Air Muzeum Szentendre di Budapest e al Muzeum Kresow Lubaczow in Polonia. (Comunicato stampa)




Arriva alla mostra di Castelfranco anche il "Ritratto di messer Zuan Paulo da Ponte", capolavoro di Tiziano
www.museocasagiorgione.it

"Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa del Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo) si arricchisce di un altro straordinario capolavoro: il "Ritratto di messer Zuan Paulo da Ponte" di Tiziano. A concederlo all'esposizione castellana è l'antiquario veneziano Pietro Scarpa, che ha avuto il merito di acquisire l'opera, finita sul mercato americano, riportarla in Italia e farla restaurare. Il ritratto è ampiamente documentato, grazie anche all'abitudine di messer da Ponte di annotare, giorno dopo giorno, tutto quello che faceva. Così dai precisissimi "Memoriali" di messer Zuan Paulo si sa che egli commissionò a Tiziano il dipinto l'8 marzo 1534 e il dovuto venne il 22 dicembre dello stesso anno. Tiziano venne contemporaneamente impegnato anche per il ritratto di Giulia, la splendida figlia del committente.

L'opera, ammirata anche dal Vasari, seguì il suo proprietario quando egli si trasferì a Spilimbergo, in Friuli. Col tempo, le collezioni di famiglia - annota Gentili - furono immesse nel mercato, ma il contatto tra il da Ponte e Tiziano venne dimenticato fin quando il dipinto fu ritrovato, identificato e pubblicato dal Suida. Passato in America e dimenticato, il ritratto rimase per una settantina d'anni nel caveau di una banca californiana, dove fu riscoperto e riportato in Italia da Pietro Scarpa. Durante il restauro, dietro la tela originale è apparso il nome del committente: Zan Pavlo Da Ponte / Spilinbergo.

"Questo capolavoro -sottolinea la curatrice della Mostra Danila Dal Pos - lo abbiamo voluto a "Le trame di Giorgione" non solo perché di Tiziano, non solo perché opera straordinaria, ma perché interpreta alla perfezione il tema della mostra, ovvero l'importanza dei tessuti nell'immagine che i personaggi ritratti vogliono tramandare di se stessi".

Nella scheda per il catalogo, Gentili porta l'attenzione sullo "sguardo compiaciuto e un tantino febbrile di quest'uomo. sul suo abbigliamento ricchissimo ed elegantissimo ma lievemente fuori moda, lievemente eccentrico, con l'ampio collo di lince sul giubbone di velluto nero sforbiciato; sulla superba nonchalance della mano guantata che lascia trasparire l'unghia del pollice e surclassa, come spesso accade nel nostro pittore, la rigida mano scoperta. Sulla verità, soprattutto, del volume ben rilegato e ordinatamente chiuso dalla sua 'cordella': un libro importante della sua biblioteca o, piuttosto, uno dei preziosi "memoriali"? Un ostentato segnale di cultura o, piuttosto, il tracciato puntiglioso della memoria, la cronaca familiare che impone all'immagine le ragioni della storia?" (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opere di Marino Calesini, Francesco Cerutti e Giovanni Firrincieli nella mostra tripersonale alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Marino Calesini | Francesco Cerutti | Giovanni Firrincieli
termina il 26 ottobre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Mostra tripersonale di Marino Calesini, Francesco Cerutti e Giovanni Firrincieli, a cura di Deborah Petroni, con presentazione critica della dott.ssa Francesca Bogliolo. I tre artisti, che in nome del proprio stile peculiare e distintivo si situano di diritto tra i trenta selezionati dalla galleria per il 2017, palesano nelle loro opere un originale sguardo sul contemporaneo. Un approccio poetico al mondo segreto delle piante rivela l'animo sensibile di Marino Calesini, pittore che nei più nascosti dettagli rintraccia il senso dell'arte e della vita. Un'esperienza che, facendosi gioiosa, oltrepassa la conoscenza botanica e rivela un'attitudine empatica con sostrati lirici densi di significato. Portare alla luce il celato universo delle emozioni è l'intento primario di Francesco Cerutti che, attraverso un approccio coinvolgente e materico, delinea le infinite variabili dell'interiorità, rivelandosi vero conoscitore e interprete dell'animo umano.

Le sue opere, testimoni di spiritualità, guidano oltre il conosciuto per suscitare nuovi enigmi sulla propria e altrui identità, e sul coraggio di esprimersi in piena libertà. Immobili quesiti sul presente e sul futuro trovano posto tra le tele di Giovanni Firrincieli, che con sguardo innocente e ironico osserva e reinterpreta la realtà per restituirla a chi guarda in tutta la sua sintesi. Le visioni oniriche interne incontrano il disincanto e questa unione origina un raffinato equilibrio formale, capace di condurre chi guarda in un affascinante viaggio interiore che, attraverso eleganti dati di memoria, risulti affine e risonante con il proprio. (Comunicato stampa)




Serena Giorgi
Memories. Il presente non basta


termina l'11 novembre 2017
Lo Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

Il lavoro di Serena Giorgi è una pratica quotidiana intensa e totalizzante. Vecchie carte, matite, disegni, fogli dipinti, pagine di diario, spaghi e fotografie, tutto viene raccolto e lavorato con metodo artigianale, in un processo rispettoso e creativo. Le carte sono usate e stropicciate, le parole ridotte a coriandoli, i manifesti e le pagine vengono strappati, così che le immagini e le frasi, con i codici sociali che veicolano, sono scomposti, la narrazione viene frantumata in un caleidoscopio di tessere, a sua disposizione per creare un mosaico inedito. Il materiale viene allora riordinato, fortificato e strutturato, prendendo vita come monumento di carte, torre di agende o libri-scultura, assemblaggi. In questi ready made allegri e bizzarri, che uniscono le dinamiche pop alle esperienze dadaiste, la presenza potente dell'opera è un portato della fisicità dei materiali e del processo di trasformazione.

La sua poetica nasce letteralmente da questa capacità di "fare" - poiéin - ossia creare, comporre, generare. Collages, dipinti materici e installazioni riflettono una società satura di beni di consumo, che invece di apportare valore riempiono l'esistenza in modo ingannevole. L'ironia con cui lanciano dubbi e quesiti esistenziali - "esiste la perfezione?", "which direction?", oppure "tu ci credi all'aldilà?", ma anche "terra da madre a figlia di nessuno" - rivela la necessità di una riflessione profonda, che conduce a scelte etiche e valori.Il volto e lo sguardo che ricorrono in molti lavori sono metafora del guardare il mondo, la natura e il paesaggio, ma soprattutto del guardarsi dentro. La sua riflessione sull'identità assume declinazioni e qualità del femminile: il processo creativo come gestazione, la sensualità fisica dei materiali, la protezione della fragilità, la grazia dell'ironia.

L'artista nell'ultima fase del suo lavoro sviluppa il rapporto con il sé e, dopo aver sondato lo scarto tra percezione e verità interiore con Misunderstanding (2014), affronta un'indagine più profonda e coraggiosa, che getta luce sull'intimità, esplora i segreti che ciascuno tiene nascosti come grovigli di sentimenti in stanze chiuse.Qui si scoprono i labirinti del cuore con fili che non si dipanano, le parole scritte a sé stessi e mai ascoltate, la fragilità di momenti vissuti e ormai consumati come pagine sottili, il bisogno di proteggersi voltando la carta all'esterno. In questo nucleo vulnerabile dell'intimità sta la bellezza dell'essere umano, sembra dirci l'artista. L'esperienza di scoprirla nel profondo è il processo che affida all'arte come percorso rivelatore, un'esperienza cui affidarsi per generare coscienza del presente. (Federica Lessi)

Il ricordo è la traiettoria per ordinare, tenere insieme e raccogliere. Con Memories ho cercato di risemantizzare storie e memorie, attimi e sensazioni. I nostri ricordi sono sempre lì, sparsi per il mondo, nelle nostre mani, sotto i fogli, tra la polvere, in attesa di essere rievocati di nuovo - In modo diverso, o nella stessa maniera. Il presente non può bastare e tutti abbiamo bisogno di storia. (Serena Giorgi)

Serena Giorgi ha sviluppato tutta la sua formazione professionale nell'ambito dello studio e della pratica delle arti figurative. Dopo aver conseguito il diploma presso l'Istituto Statale d'Arte di Volterra, si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Firenze, diplomandosi in pittura con il massimo dei voti discutendo una tesi sull'evoluzione dell'illustrazione. Frequenta il corso di storia dell'arte e calcografia presso la Scuola Internazionale d'Arte "Il Bisonte" di Firenze diretto da Franco Fanelli. Successivamente esegue corsi di approfondimento sull'acquarello e acrilico con alcuni grandi maestri dell'illustrazione europea come Stephan Zavrel e Kveta Packowska, seguendo anche i corsi sul libro d'artista tenuti a Venezia da Elias Benavides. Organizza seminari e workshop sul libro d'artista. Ha esposto in collettive e personali a Milano, Padova, Venezia, Firenze, Viareggio, Cecina. Nell'ultima fase del suo lavoro sviluppa il rapporto con il sé e, dopo aver sondato lo scarto tra percezione e verità con la personale Misunderstanding (2014, Polibulistudio Cecina), affronta un'indagine più profonda e coraggiosa con Intimacy (2016, Key Gallery Milano). Oggi è a Pistoia per presentare Memories, dove indaga sul ricordo come traiettoria per ordinare, tenere insieme e raccogliere. (Comunicato stampa)




Alessandra Carloni - Spirito autunnale - olio su tela cm.30x30 2016 Alessandra Carloni - Un nuovo vento - olio su tela cm.60x80 2017 Alessandra Carloni: "Racconti dipinti"
termina il 21 novembre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Alessandra Carloni è un'artista che ha dato voce ai suoi sogni, ha creato un mondo dove i suoi personaggi, tratteggiati da poche pennellate di colore, idealizzano sentimenti. Il suo stile pittorico è immediato e piacevole, caratterizzato da linee talvolta spigolose, stemperate da gradevoli accostamenti di colore. In una prima fase della sua carriera, l'artista lavorava con una tavolozza caratterizzata da colori tenui, in seguito la gamma di tinte che la Carloni utilizza nei suoi lavori si è ampliata, ora vi è un'equa alternanza di colori freddi e caldi, ma la pennellata rapida e franta rimane una cifra stilistica dell'autrice.

La Galleria ha già avuto modo di far apprezzare al suo pubblico le opere dell'artista romana, in questa mostra sono presenti poche opere del passato e tante opere nuove, le quali sono il risultato dell'evoluzione della "maniera" dell'artista, frutto di riflessione e studio sulla tecnica, dopo le esperienze maturate anche con l'esecuzione di murales, molti dipinti in quest'ultimo anno, presso Torino, Settimo Torinese, Marsala, Valogno solo per citarne alcuni. Altra importante esperienza è stata la realizzazione della serie di opere realizzate per la mostra Cosimo, ciclo di dipinti ispirate alla fatica letteraria di Italo Calvino, "Il Barone Rampante", della quale mostra sono presenti alcune opere.

Alessandra Carloni (Roma, 1984) si diploma all'Accademia di Belle Arti di Roma nel 2008 con la cattedra di Celestino Ferraresi e si laurea nel 2013 in Storia dell'arte contemporanea, presso l'Università "La Sapienza". Dal 2009 inizia la sua attività di pittrice e artista, esponendo in personali e collettive a Roma e in altre città italiane. In questi anni ha partecipato a diversi concorsi, vincendo diversi premi e riconoscimenti, oltre a opere su tela o su carta l'artista si è da sempre cimentata nell'esecuzione di opere murali per committenze private o pubbliche a seguito della vincita di un bando come nel caso del murales eseguito in piazza Conti di Rebaudengo a Torino nell'ottobre 2016. I principali murales di Alessandra Carloni si trovano nelle seguent località: Castel Gandolfo (Roma), Castelsardo (Sassari), Dolo (Venezia), Firenze, Mantova, Milano, Ostia (Roma), Pavona (Roma), Roma, Rovigo, Savona, Settimo Torinese (Torino), Sulmona (L'Aquila), Torino, Valogno (Cesena), Venezia. (Comunicato stampa)




Opera di Alda Maria Bossi nella mostra I colori e i giorni, alla Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Alda Maria Bossi: I colori e i giorni
termina il 28 ottobre 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

In mostra - cura di Giovanni Cerri - circa quindici opere recenti dell'artista milanese, che da diversi anni lavora sui temi della città e della quotidianità (interni, nature morte, "paesaggi" ricavati dalla disposizione di oggetti di uso comune). Siano appunto paesaggi esterni o "zoomate" sulla realtà di tutti i giorni nell'ambiente di casa, i suoi quadri sono modulati su colori disposti a campitura larga, con tonalità vivaci che contribuiscono a dare un senso di estraniamento al contesto domestico. Rossi, gialli, azzurri e verdi intensi comunicano una sensazione metafisica e quasi surreale, nel silenzio sospeso delle ampie vedute urbane oppure nello sguardo ravvicinato nelle sale, nei soggiorni, nelle cucine e nei corridoi di appartamenti dove la vita esistente pare essere quella di oggetti e semplici cose tra loro dialoganti, quasi emotivamente. (Comunicato stampa)




Locandina Un Museo che è nell'aria Locandina rassegna Bora Posta Eolica, ovvero il vento alle Poste
03-21 ottobre 2017
Posta Centrale di Trieste
www.museobora.org

Nel segno della "Barcolana", quella Coppa d'Autunno che anima e tutto coinvolge il capoluogo regionale del Friuli Venezia Giulia, la filiale triestina di Poste Italiane partecipa all'evento con una serie di iniziative dove è protagonista il vento, quella bizzarra Bora che probabilmente, anche quest'anno, si spera clemente, si farà viva con i suoi refoli a aiutare le imbarcazioni in gara. Accanto all'immancabile, speciale, annullo filatelico, la monumentale Posta Centrale di piazza Vittorio Veneto diventerà un autentico "Palazzo eolico", teatro di una serie di proposte culturali di assoluto rilievo per la complessiva rassegna "Posta Eolica, ovvero il vento alle poste".

Al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa troverà posto una mostra filatelica tematica, intitolata Andare a Vela, realizzata dalla famiglia Ronsisvalle in collaborazione con la sezione filatelica del Coni di Roma. "Si tratta di una rassegna composta da 120 fogli - spiega la curatrice museale Chiara Simon - dove, per capitoli, si analizzano lo sviluppo dello sport della vela con le sue scuole e le sue organizzazioni, i bacini e le aree di regata, gli scafi riconosciuti dal Comitato Internazionale Olimpico e le loro partecipazioni alle competizioni iridate e infine il riepilogo dei Campionati Mondiali di classe con particolare riguardo alle classi non olimpiche." Accanto alla mostra filatelica, un'inedita quanto singolare rassegna di torce olimpiche collezionate dal signor Domenico Di Pinto. Tra i pezzi imperdibili, le torce olimpiche originali delle edizioni del 1936 a Berlino, di Londra 1948 e di Roma 1960.

Nel salone principale della Posta Centrale verrà allestito una rassegna davvero singolare e eterea, Il progetto 120 - L'archivio dei venti del mondo, un grande omaggio al vento da parte dell'Associazione Museo della Bora. Rino Lombardi, il suo ideatore nonché presidente l'associazione, farà conoscere quel suo archivio ventoso che ormai ha superato abbondantemente i 200 reperti. L'idea base del progetto è il gemellaggio tra la bora e gli altri venti che spazzano il pianeta. Con pazienza e curiosità, grazie ai buoni uffici della posta, i venti di diverse latitudini e longitudini sono giunti a Trieste ben impacchettati e custoditi. "Grazie alla complicità di Poste Italiane - afferma Rino Lombardi - abbiamo pensato di portare "in vacanza" alcuni venti del nostro Magazzino di via Belpoggio nella magnifica posta centrale triestina. Provate a scoprirli visitandola, magari anche a voi verrà il desiderio di spedirne."

Al piano nobile dell'ottocentesco Palazzo delle Poste triestino troveranno spazio i fantasiosi e creativi progetti dell'evento Un museo che è nell'aria. Trieste città del vento prodotto dagli studenti del Corso di laurea di Disegno Industriale e multimedia dell'Università IUAV di Venezia. Seguiti dalla designer e docente Paola Fortuna, gli studenti si sono cimentati nella scelta di una paesaggio, di un oggetto, di un dettaglio legati al tema del vento, argomento affascinante e trasversale che va a coinvolgere scienza, cultura, creatività, memoria. "Ispirati dalla visita al "Magazzino dei Venti" e alla città - spiega Paola Fortuna - gli studenti hanno lavorato con entusiasmo, sperimentando visivamente immagini rappresentative "ventose". La rassegna che troverà spazio nella Posta Centrale fa parte di "Autumn in design", programma di iniziative organizzate dai Corsi di laurea in Design dello IUAV di Venezia pe i mesi di settembre, ottobre e novembre. La mostra filatelica sarà visibile sino al 10 ottobre, le altre mostre sino al 21 ottobre. (Comunicato Ufficio Comunicazione Territoriale Veneto - Trentino A.A. - Friuli Venezia Giulia)




Opera di Riccardo Corti dalla mostra 20 D'Arte 20 D'Arte
28 ottobre (inaugurazione ore 17.30) - 12 novembre 2017
Torre degli Upezzinghi - Calcinaia (Pisa)
www.mercurioviareggio.com

Rassegna di pittura organizzata dalla galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, che ha da poco compiuto il ventesimo anno di vita. Era il 21 dicembre 1996, quando Gianni Costa inaugurava lo spazio espositivo di corso Garibaldi 116 a Viareggio, andando in netta controtendenza con la situazione di una città che nel tempo aveva visto chiudere le sue storiche gallerie d'arte, una dopo l'altra, nella quasi totale indifferenza. Ad oggi, sono più di 150 le mostre di arti visive organizzate da Mercurio Arte Contemporanea, sia nella galleria di Viareggio, sia presso altri spazi espositivi pubblici e privati, in tutta la Toscana, in Liguria, in Emilia Romagna e in Lombardia.

In questa collettiva sono esposti recenti dipinti di 12 tra i più significativi artisti che negli anni hanno partecipato alle mostre promosse da Mercurio Arte Contemporanea: Annamaria Buonamici, Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Beppe Francesconi, Marco Manzella, Guido Morelli, Gianluca Motto, Armando Orfeo, Nicola Perucca, Lisandro Rota, Riccardo Ruberti e Valente Taddei. Questi pittori, seppur diversi tra loro per stile e formazione estetica, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nel settore della figurazione contemporanea. La mostra, corredata di brochure con introduzione di Gianni Costa, è patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Calcinaia ed è inserita nell'ambito della sedicesima edizione della rassegna 'Vico Vitri Arte'. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna Come un racconto, alla Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste "Come un racconto"
termina il 24 ottobre 2017
Biblioteca Statale "Stelio Crise" - Trieste

Mostra sul Libro d'Artista promossa e realizzata dal comitato friulano DARS di Udine, da un'idea di Marina Giovannelli e Gina Morandini, dedicata a Isabella Deganis, nota e sensibile artista, insegnante e, per un ventennio, presidente del Dars. La manifestazione è nata con l'obiettivo di valorizzare la ricerca giovanile attorno al Libro inteso come 'oggetto d'arte' capace di esprimere la libertà dell'artista nel 'narrare storie' con gli strumenti specifici dell'attività creativa (materiali, colore, forme) mediante la personale visione e interpretazione della storia e della cultura. Ecco quindi che dal 2012 il DARS è impegnato a dare continuità e forza a questa importante vetrina per le giovani generazioni.

La terza edizione, inaugurata nel novembre 2016 al Museo Etnografico di Udine, centra un altro degli obiettivi che si era preposta ovvero dare più visibilità possibile alle opere anche grazie alla fitta rete di collaborazioni che via via si è consolidata in questi anni con le istituzioni pubbliche e private ma soprattutto con la stima e l'affinità di intenti nate con le insegnanti Mirella Barbarich del Liceo Artistico "G.Sello" di Udine e Giuliana Corbatto del Liceo Artistico del Polo Valboite di Cortina d'Ampezzo, e con le docenti Vanna Romualdi e Manuela Candini della prestigiosa Accademia di Belle Arti di Bologna, e con Matilde Dolcetti e Roberta Feoli della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia. Inoltre, la proposta di esporre anche opere dei "Maestri", insegnanti o artisti affermati, ha consentito di percorrere un itinerario non solo informativo ma anche utile all'incontro/confronto fra generazioni diverse di creativi, fra docenti e studenti, fra operatori e fruitori che vogliono avvicinarsi a questo settore dell'arte contemporanea.

Nel 2017, "Come un racconto" è stata allestita a: Venezia, SG Gallery della Scuola Internazionale di Grafica; Spoleto, Museo del Costume e del Tessuto, Spoleto Fiberart.II Contaminazioni, nell'ambito del Festival dei Due Mondi, in collaborazione con Officine d'Arte e Tessuti; Pordenone, Galleria della Biblioteca Civica, BookArt Interazioni sensoriali a cura di Grab Group Upgradin Cultures, nell'ambito di pordenonelegge. L'evento è realizzato con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e con la preziosa collaborazione dell'artista-fotografa Annamaria Castellan dell'associazione culturale Acquamarina di Trieste. (Comunicato stampa)




Opera di Tea Bicic Tea Bicic
"Karbon - Ascesi della Forma"


termina il 29 ottobre 2017
Arsenale Docks - Venezia

Questa mostra personale dell'artista croata Tea Bicic esplora l'oggettività complementare del bianco e del nero attraverso una selezione di tele che fanno parte della produzione più recente dell'artista di Labin (Albona). Karbon allude al passato minerario di Albona, evoca una memoria e individua un contesto storico attraverso il quale l'artista esprime la fonte della sua ispirazione e parte della sua personalità: "Il carbone è parte del mio nero, del mio passato, il passato della mia famiglia, le mie radici e parte della città in cui vivo fin dalla nascita. Il bianco porta luce, cancella le difficoltà, apre nuove vie, stabilisce nuovi equilibri e armonie".

Tea Bicic si è diplomata presso l'Accademia delle Belle Arti di Venezia nel corso di pittura, nella classe del prof. Paolo Tessari. A partire dal 1996 ha partecipato a più di cento mostre collettive e trentacinque personali, in Croazia e all'estero, ottenendo premi e riconoscimenti. Le sue opere si trovano in musei e in gallerie, e fanno parte anche di collezioni comunali e private. E' socia della HDLU Istria (Associazione di artisti Croati) e una delle fondatrici della Galleria POOLA a Pola. Dal 2014 è la coordinatrice del programma della Galleria Civica di Albona e collaboratrice per l'attività artistica presso l'Università Popolare di Albona. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Ausencia, di Nelida Mendoza Nélida Mendoza. Ausencia
termina il 29 ottobre 2017
Cripta della Chiesa di Santa Maria del Piliere - Palermo
www.amicimuseisiciliani.it

Nélida Mendoza si è concentrata sulla specificità della Chiesa di Santa Maria del Piliere e in particolare della cripta. A partire dalle riflessioni sull'attraversamento, come urgente necessità estetica, l'artista predilige materiali fragili, effimeri, mutevoli - cera, paraffina, carta - e in grado di traspirare, alludendo così all'acqua. L'attenzione a un elemento simbolico come l'acqua, che in America Latina è un agente naturale convertito in mito ma anche fonte di energia e frontiera se interpretato come acqua di fiume, si collega direttamente alla storia della chiesa palermitana. Essa fu fondata nella metà del XVI secolo dalla nobildonna Giulia De Panicolis proprio in seguito al ritrovamento di una statua lignea della Vergine sopra un pilastro ("pileri", in siciliano) in un pozzo, in prossimità della cripta.

Erano numerosi i fedeli richiamati da questo ritrovamento miracoloso e dal potere salvifico delle acque particolarmente fresche del Piliere. Poiché sono ancora in fase di studio le vicende storico-artistiche della Chiesa di Santa Maria del Piliere - che presenta pregevoli apparati decorativi attribuiti a Vito D'Anna e alla scuola serpottiana - la cripta si rivela un luogo capace di stimolare l'immaginario di artisti e visitatori nonostante il precario stato di conservazione, causato dagli eventi bellici cui seguì nell'immediato dopoguerra la chiusura del sito, oggi assicurato alla pubblica fruizione grazie all'impegno dell'Associazione degli Amici dei Musei Siciliani".

Nel corso di diversi sopralluoghi, Nélida Mendoza si concentra sul ruolo chiave che l'assenza e le sue molteplici implicazioni rivestono negli spazi della cripta, dove, secondo un sottile gioco di rimandi, si registra la stratificazione di tracce, segnali e passaggi di qualcosa che non esiste più. Come gli arredi della cripta, pressoché inesistenti, suggeriscono una ritualità connaturata al luogo così le fessure, le linee, i fori, le incrostazioni sulle pareti e il pavimento evocano forme e contenuti persistenti. Per evidenziare l'identità di un luogo, l'artista attua l'inserimento di lastre in paraffina e traccia il perimento di elementi chiave, come l'altare e il crocifisso, riportando in modo temporaneo quello che non c'è più ma è ancora molto presente. La paraffina in strati sottili e non invasivi funge da lastra capace di specchiare quello che si trovava sotto e quindi prima e, alludendo alla traspirazione e alla trasfigurazione, s'impone come icona e segno tangibile dell'assenza percepita dall'artista e restituita al fruitore.

Se - come dichiara l'artista stessa - "lo spazio, il percorso e l'evoluzione della materia sono stati sempre i punti di interesse primario per iniziare a pensare a un'idea, ad un progetto", "l'intervento di Nélida Mendoza - sottolinea la curatrice Cristina Costanzo - non si limita a occupare un posto vuoto, a ricreare quello che è stato tolto, o a sostituirsi a un elemento sottratto dal tempo, dalla guerra, dall'incuria, dall'avidità, ma lo evidenzia come traccia della memoria e segno d'identità di quel luogo sospeso tra ciò che è andato e ciò che è rimasto". Durante l'opening, la performance dell'artista basca Iratxe Hernandez Simal basata sui temi della rigenerazione e della purificazione, sottolineati da una dimensione sonora e partecipata che concorre a una lettura originale dello spazio. Il progetto è a cura di Cristina Costanzo. La mostra è inserita nel calendario delle attività de Le Vie dei Tesori ed è organizzata da Amici dei Musei Siciliani. (Comunicato stampa)

Nélida Mendoza, artista plastica (Asunción, Paraguay), ha sviluppato la propria attività artistica sia in America Latina che in Europa. Dopo la formazione presso l'Accademia di Belle Arti P. Pueyrredòn di Buenos Aires, si specializza in scultura in marmo presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara. Laureata in Scienze dello Spettacolo e dei Media al DAMS di Palermo, è docente di scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. La sua carriera artistica include mostre individuali e collettive in Paraguay, Argentina, Italia, Belgio, Stati Uniti e Francia. I suoi lavori fanno parte di collezioni permanenti e sono stati pubblicati su cataloghi e diverse riviste di settore. Ha rappresentato il Paraguay alla Biennale di Venezia, con l'Instituto Italo Latinoamericano - IILA, nelle edizioni del 1991, 1993 e 1995. Nel 2016 riceve il Premio per le Arti Visive del Mercosur e realizza una residenza per artisti presso l'EAC Espacio Arte Contemporanea, Montevideo, Uruguay. Nel mese di giugno dello stesso anno tiene la personale Briznas presso il Centro de Artes Visuales Museo del Barro di Asuncion Paraguay e partecipa alla Bienal SIART di Bolivia a cura di Adriana Almada.

Iratxe Hernandez Simal, laureata in Belle Arti - Euskal Herriko Unibertsitatea - Universidad del País Vasco, dove è docente presso il dipartimento di Arte e Tecnologia e il Master di Arte Contemporaneo, Tecnológico e Performativo, ha conseguito il dottorato con la tesi La Messa in Scena nell'Opera de Juan Muñoz, ricerca finanziata dal governo Vasco - Eusko Jaurlaritza. Ha conseguito il Master in Gestione Culturale all'Università di Barcellona e il Diploma in Arte Dramático. E' attrice e membro del gruppo di Ricerca Teatrale Anabasa. Si dedica a diverse discipline artistiche che si sviluppano in spazi ibridi fra arti plastiche e sceniche. Tra le performances più recenti Gernika 75 (2012), Personaje secundario (2013), El espejo que soy me deshabita (2014). Nel 2017 ha condotto all'Accademia di Belle Arti di Brera, corso di Scultura (Prof.ssa Nelida Mendoza), il workshop Occupa-Trasforma-Dessocupa su Juan Muñoz. (Comunicato stampa)




Opera di Giovanni Rizzoli nella mostra Ipotesi e speranza Giovanni Rizzoli. Ipotesi e speranza
termina lo 06 dicembre 2017
Cappella dell'Incoronazione - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Il Polo Museale regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo presenta la mostra dedicata all'opera del Maestro Giovanni Rizzoli, a cura di Bruno Corà. Con una scelta significativa di quattro importanti sculture realizzate tra il 2008 e il 2014 - Doppio infinito (impossibilità dell'eschaton), 2008-2009, Infiniti infiniti, 2011 e due diverse versioni di Oltre, 2013-2014 (tutte opere in pregiati marmi neri del Belgio e vetro di Murano) - Rizzoli interviene in una cruciale querelle millenaria che attraversa il pensiero scientifico, estetico e religioso inerente la spazio-temporalità dell'infinito e dell'eternità dell'universo, dimensioni che egli evoca con opere le cui forme, tanto enigmatiche quanto perentoriamente definite in senso plastico e simbolico, dischiudono e suscitano sostanziali riflessioni sulla possibile fine dei tempi (eschaton) con quesiti ineludibili. Insieme alle estreme coordinate universali che non possono non chiamare in causa anche le dimensioni trascendentali, l'opera di Rizzoli apre, con non minore trepidazione, un'interrogazione sulla figura storica del Cristo, possibile ipotesi, speranza e chiave risolutiva dell'enigma escatologico e della sua eventuale impossibilità.

"Il Museo Riso - dichiara Valeria Patrizia Li Vigni, Direttrice del Polo Museale - prosegue nel solco di una programmazione di ampio respiro, volta a focalizzare l'attenzione su un artista di fama internazionale, scultore, poeta, scrittore, esperto medievalista e docente di spessore che coniuga nelle sue opere misticismo e spiritualità, religiosità e laicismo. La sua arte ci invita ad una riflessione profonda sul dramma dell'esistenza umana dilaniata tra conoscenza e fede".

Esponente di punta della generazione artistica europea degli anni Novanta, autore di sintomatiche esperienze pittorico-plastiche che hanno attraversato la poetica post-human anticipandone e superandone le problematiche salienti, Giovanni Rizzoli (Venezia, 1963) ha tra le sue imprese artistiche la partecipazione a importanti rassegne come la Biennale di Venezia (1999, a cura di Harald Szeemann), la XV Quadriennale di Roma (2008) e numerose altre mostre in gallerie d'arte europee ed americane. Recentemente la sua scultura è stata collocata en plein air in permanenza in un parco pubblico della Lombardia, insieme con l'opera dell'artista franco-americana Louise Bourgeois, a cui Rizzoli era legato da un lungo sodalizio, e con quella di Tristano di Robilant. (Comunicato stampa)




Stefano Ferrante - Autori ritratti
termina il 31 ottobre 2017
Palazzina del turismo - Codigoro (Ferrara)
www.associazionebaricentro.it

Mostra a cura di Sandra Benvenuti, presentata dall'aassociazione culturale Baricentro. Stefano Ferrante parte da un assunto di Gianni Berengo Gardin, ovvero: "a gran parte dei fotografi non interessa la fotografia, ma solo la loro fotografia". Ferrante raccoglie la sfida e usa la sua fotografia come lo strumento per conoscere i fotografi, rappresentandoli attraverso il filtro del loro stile. Con l'immaginifico di un navigato ritrattista, Ferrante compone un percorso visivo di scatti fotografici raccontando storie con rigorosi intrecci di equilibri compositivi, trasparenze, sguardi, dai quali emergono piacevoli sensazioni riconducibili ai grandi classici del ritrattismo fotografico. Nei suoi racconti di autori e mondi molto diversi tra loro Ferrante, grazie all'approffondito studio della storia della fotografia, compie un cammino disinvolto e suggestivo, portando al nostro sguardo la sensazione che la fotografia non sia solo uno scatto ma ben altro...

Stefano Ferrante (Badia Polesine - Rovigo, 1988) dopo la specializzazione in Design della Comunicazione Visiva, ed una serie di esperienze formative in ambito grafico-pubblicitario, nel 2012 si trasferisce a Milano, dove consegue gli studi accademici in fotografia. Nel 2014, intraprende il percorso di assistente di studio, affiancando professonisti e fotografi di rilievo; maturando la propria conoscenza tecnica ed il proprio sguardo nei confronti della fotografia pubblicitaria. Nel 2016 partecipa al circuito espositivo d'autore Photofestival, esponendo a Palazzo Bovara di Milano, il progetto Autori RiTratti; basato sulla rappresentazione dei grandi maestri della fotografia, attraverso lo studio della loro identità fotografica. Oltre alla forte passione per la moda e il cinema, provando un forte sentimento nei confronti dell'arte, parallelamente all'attività commerciale, prosegue la propria ricerca fotografica sul Ritratto, ritraendo personalità di rilievo appartenenti al panorama artistico-culturale. Utilizza il mezzo fotografico per appagare se stesso, conoscere e capire, porre degli interrogativi e, non necessariamente dare delle risposte. (Comunicato stampa)




Opera di Massimo Kaufmann dalla mostra Pesce di terraferma alla galleria Drago artecontemporanea di Bagheria Massimo Kaufmann: Pesce di terraferma
termina lo 01 dicembre 2017
Drago artecontemporanea - Bagheria (Palermo)
www.drago-arte.it

Dopo la mostra personale del 2014, questa seconda esposizione offre ai visitatori una nuova selezione di lavori realizzati da Massimo Kaufmann appositamente per gli spazi della galleria. In mostra lavori su tela di grandi e medie dimensioni caratterizzati da un forte cromatismo che documentano gli esiti più recenti della ricerca dell'artista e 12 nuove opere su carta realizzate su fogli per scrittura in alfabeto Braille utilizzato dalle persone non vedenti e realizzate per accompagnare il volume Pesce di terraferma di Maurizio Padovano, edito da Drago Edizioni.

La poetica di Massimo Kaufmann è strettamente legata al ritmo e al gesto del fare pittura. L'aspetto performativo costituisce una delle cifre caratteristiche della sua produzione degli ultimi quindici anni: la pittura praticata come partitura musicale, il tessuto temporale come elemento portante della creazione artistica. Molti degli ultimi lavori di Massimo Kaufmann, e tra questi alcuni di quelli in mostra, prendono il nome di Clinamen. Nella fisica epicurea il Clinamen è la deviazione spontanea degli atomi nel corso della loro caduta nel vuoto in linea retta, deviazione casuale, sia nel tempo che nello spazio, che permette agli atomi di incontrarsi. E' grazie al Clinamen che gli atomi, deviando dalla loro traiettoria, formano la varietà delle cose del mondo. Kaufmann ha rappresentato, nelle sue opere recenti, proprio questo caos ordinato, dove lo spazio della tela è pervaso da infiniti punti colorati che scorrono lungo traiettorie colorate, seguendo le linee del caso per formare un nuovo cosmo.

Massimo Kaufmann (Milano, 1963) è attivo dalla fine degli anni '80, in quella generazione di artisti che si impone sulla scena italiana dopo le esperienze dell'Arte Povera e della Transavanguardia. Il suo lavoro si colloca fin dagli esordi in quella 'Scena Emergente', documentata dal Museo Pecci di Prato nel 1990. In quegli anni espone in numerose gallerie italiane: Studio Guenzani e Studio Marconi a Milano, Lia Rumma a Napoli, Galleria Emilio Mazzoli a Modena, Gianenzo Sperone a Roma. E' nel 1990 al Museo Pecci di Prato, al Pac di Milano e alla Galleria d'arte Moderna di Bologna, musei presso i quali vengono acquisite le sue opere. Negli anni successivi alcune sue opere vengono acquisite dai seguenti musei: a Parigi (Fondation Cartier), Berlino, Martin Gropius Bau (Metropolis) Amsterdam (De Appel) Vienna (Palais Lichtenstein, Fondazione Ludwig) e a New York (Sperone-Westwater, Bronx Musem), a Phoenix, Nizza (Musee d'Art Contemporaine) Roma Galleria Nazionale d'arte Moderna, (Quadriennale 1996 e 2005, Galleria Nazionale d'Arte Moderna), Milano (PAC, Triennale, Collezione Palazzo Reale), e nei musei di Graz, Sarajevo, Tel Aviv. Dal 2010 collabora con l'Accademia di Brera a Milano dove svolge dei seminari sull'arte contemporanea. Una sua opera, The Golden Age, realizzata a NY nel 2008, è stata acquisita recentemente dal Museo d'Arte Moderna di Bologna (MaMBo) e una sua opera di grandi dimensioni (Clinamen, cm.300X900) dall'Università Bocconi di Milano. (Comunicato stampa)




Immagine dalla rassegna Obiettivo Pace Obiettivo Pace
Le immagini finaliste del Alfred Fried Photography Award 2016 in mostra a Roma


26 settembre - 20 ottobre 2017
Forum Austriaco di Cultura Roma
www.austriacult.roma.it

Per l'Unesco l'arte è un potente mezzo di pace. L'arte rimodella il mondo e lo crea nuovamente, apre spazi al dialogo e alla comprensione. La fotografia può rafforzare una cultura globale della pace trasmettendo e riunendo il mondo attorno al sogno di pace che tutti condividiamo. Con Obiettivo Pace il Forum Austriaco di Cultura Roma porta in Italia le immagini finaliste del Alfred Fried Photography Award 2016, il concorso internazionale che annualmente premia la migliore foto sul tema pace. La mostra, a cura di Lois Lammerhuber, è allestita lungo i profili perimetrali dell'istituto, perché la pace è un bene comune che deve essere accessibile a tutti. Roma si aggiunge così alle tappe di un'esposizione itinerante che, partendo dalla capitale austriaca, ha già toccato Doha (IPI World Congress) e Parigi (UNESCO headquarters) con l'intento di promuovere la ricerca della pace attraverso le eccellenze in fotografia. Il Alfred Fried Photography Award (www.friedaward.com), istituito nel 2013 dalla Österreichische Photographische Gesellschaft e da Edition Lammerhuber, viene realizzato in collaborazione con UNESCO, Parlamento Austriaco, International Press Institute, The Austrian Parliamentary Reporting Association e Photographische Gesellschaft. 

- Lavori premiati nel 2016 con la Medaglia Alfred Fried per la Pace (in ordine alfabetico):

.. Devoted to Life, di Helena Schätzle (Germania)
.. Eclipse Time, di Boris Register (Russia)
.. I have a Dream, di Chris de Bode (Paesi Bassi)
.. Peace and Tranquillity, di Leyla Emektar (Turchia)
.. School for the Less Fortunate, di Altaf Qadri (India)




Luca Lupi - Finis sterrae, Piazza Mascagni, Livorno - 2017 Luca Lupi - Landscape, San Michele, Venezia - 2015 - velvet 2880 Luca Lupi: Finis terrae
termina lo 02 dicembre 2017
Galleria Passaggi Arte Contemporanea - Pisa
www.passaggiartecontemporanea.it

Personale di Luca Lupi (Pontedera - Pisa, 1970), a cura di Ilaria Mariotti, prima collaborazione tra l'artista e la Galleria. L'artista presenta un articolato percorso pensato appositamente per gli spazi della galleria e costituito da fotografie che mettono in evidenza alcuni aspetti del suo percorso di ricerca. Il vuoto e il pieno, l'immaterialità, la relazione tra pittura e fotografia in merito alla costruzione dell'immagine attraverso la luce (in pittura mediata dal colore), il paesaggio, il tema del limite e del confine sono tutte questioni importanti nella ricerca di Luca Lupi. Che rimandano contemporaneamente a esperienze personali e a tutta un'ampia gamma di riflessioni sulla storia dell'arte e dell'architettura e dell'antropologia. Landscapes è una serie di scatti di tratti di costa visti dal mare.

Progetto premiato in numerosi festival internazionali - Circulation (s) 2014 Festival de la Jeune Photographie Européenne, Parigi; Premio Arte Laguna 2015, Arsenale di Venezia; Premio Combat 2015, Museo Civico G. Fattori Livorno; Primo classificato al concorso Italy in a frame 2016, Triennale di Milano; Vincitore della 7° edizione del Photomed Festival 2017, Francia - Landscapes si focalizza sulle coste di tutto il mondo che, qui accostate in sequenza, compongono un orizzonte estremamente basso dove la terra è una striscia esile ma caratterizzata ora da una natura apparentemente incontaminata, ora da trasformazioni del paesaggio attraverso progressive antropizzazioni, ora da frequentazioni temporanee legate alla balneazione. La frontalità dello scatto e la medesima altezza dell'orizzonte fanno sì che il soggetto diventi estremamente ambiguo in termini temporali e di luogo: pare di essere di fronte a immagini dello stesso luogo ripreso in un diverso arco temporale (popolato, antropizzato, solitario ma anche ripreso in diversi momenti della giornata).

Oppure la serie dà l'illusione di poter ricostruire un vero paesaggio esteso e variegato. Gran parte delle immagini sono costituite dalla distesa del cielo che si affaccia su un lembo di terra e di acqua e presentano una dominante cerulea, un colore indefinito che vira ai grigi e ai bianchi. In Landscapes si concentrano alcuni elementi importanti della ricerca dell'artista: l'attenzione al punto di vista, il tema della percezione del paesaggio e della natura attraverso l'obiettivo (e dunque attraverso la costruzione di una macchina prospettica) quale indagine poetica e tecnica insieme della relazione tra l'uomo e il concetto, la pratica e il genere del "paesaggio". La percezione dell'immagine attraverso l'occhio e attraverso la sensibilità personale insieme è esperienza centrale nel percorso dell'artista. Anche nel percorso pensato per la Galleria Passaggi l'esperienza della continuità in sequenza di immagini compatibili tra loro per formato e soggetto e ripresa viene articolato attraverso la presenza di altri formati dell'immagine, quasi concentrazioni dell'obiettivo, a ingrandire particolari minuscoli, a cogliere meglio le forme.

In questo andare e venire di attenzioni si affronta lo stesso soggetto ma da un altro punto di vista: il mare visto dalla terra come possibile conquista e sperdimento dello sguardo in un luogo che si rivela parimenti ignoto, misterioso e ambiguo dei lembi di terra rimpiccioliti visti dal mare. In un alternarsi di instabilità dovuto ai passaggi graduali di luce (e quindi allo scorrere del tempo) bagliori di luci artificiali che accendono la notte, disegnano le coste, rivelano la presenza dell'uomo e l'organizzazione del paesaggio. Finis Terrae è una mostra sui luoghi in cui terra e mare si toccano e si contrastano, su un'opposizione che lascia senza fiato. Ma è, innanzi tutto, una mostra dove i confini sono quelli del nostro sguardo, della nostra percezione e della nostra memoria che proietta in un vuoto e tuttavia organizzato dispositivo (l'immagine) lo sperdimento e la consapevolezza della necessità di cogliere la vastità del mondo che ci circonda così come di abitare, utilizzare, antropizzare, vivere il paesaggio. (Comunicato stampa)




Valentino Vago: Oltre l'orizzonte
termina il 15 dicembre 2017
Galleria d'arte Annunciata - Milano

Una personale di Valentino Vago (Barlassina, 1931) in cui saranno esposte opere degli anni Sessanta e Settanta perlopiù di grandi dimensioni. Mostra, a cura di Roberto Borghi in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago, realizzata in collaborazione con la Galleria Il Milione che, in contemporanea, terrà una mostra di dipinti recenti. In un testo pubblicato nel catalogo della personale di Valentino Vago presso il Salone Annunciata del 1965, Sergio Grossetti ha scritto che l'artista «crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la propria presenza personale e (...) affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che da solo investa in sé tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».

In effetti, soprattutto nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta, le più significative delle quali saranno esposte alla galleria Annunciata, Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti» - la luce e il colore - di cui è basilarmente composta la pittura. L'esito di tale processo è costituito da dipinti estremamente complessi e stratificati, difficili da afferrare a un primo sguardo perché mai univoci, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all'incirca rettangolari. Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti - che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto interrotte - ed è sempre presente il rimando all'orizzonte, vero leitmotiv della pittura di Vago.

Talvolta anzi i dipinti riportano più orizzonti tra loro paralleli, o un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. E' questo insomma il momento del lavoro di Vago in cui il confine tra terra e cielo - e tra visibile e invisibile, materia e spirito - si fa più presente, ma allo stesso tempo più lirico e sottilmente drammatico. Ma è anche da qui che inizia quel percorso di «liberazione dall'orizzonte», come lo definisce l'artista stesso, che ha avuto il suo culmine nella recente realizzazione di un'opera ambientale nella chiesa di San Giovanni in Laterano, a Milano in zona Città Studi, presso la quale si terrà una visita guidata giovedì 5 ottobre alle 17.00. (Comunicato stampa)




Tiger Hunt - Rubens - cm.418x322 Opera dalla mostra Destinazione Micromosaico Destinazione Micromosaico
termina lo 07 gennaio 2018
Palazzo Rasponi dalle Teste - Ravenna

Nel trentesimo anno di attività, Sicis partecipa alla quinta edizione di "RavennaMosaico" con un'esposizione che intende sottolineare il rapporto con la sua città, storica patria del mosaico. (...) Nelle prime sale, un susseguirsi di proiezioni a 360., affreschi digitali e video per raccontare la storia di Sicis attraverso le principali collezioni di ritratti, le icone e i volti realizzati dai maestri mosaicisti, con approfondimenti dedicati alla realtà produttiva, ai materiali e alla storia antica dell'arte musiva, nonché alle realizzazioni di Sicis ispirate alle opere classiche, alla Pop Art e all'Avanguardia. A seguire, la "Sala del Micromosaico", dedicata ai preziosissimi gioielli di Sicis realizzati in micromosaico. La tecnica ha avuto il suo periodo di massimo splendore nel XVIII secolo ma è scomparsa di scena quasi completamente nel XIX secolo.

L'azienda ha investito risorse proprie per studiare e recuperare quest'arte e riportarla ai lustri dell'Epoca del Gran Tour, quando principi e principesse, re e regine, zar e nobili indossavano gioielli in micromosaico. Per finire, giochi di immagini e video mostrano la maestria del mosaico della natura, spaziando dall'impostazione floreale barocca e rinascimentale fino ai canoni stilistici orientali. E inoltre disponibile una ricca libreria con oltre cento libri e pubblicazioni. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla presentazione della rassegna Donne e Fotografia Donne & Fotografia
termina lo 07 gennaio 2018
Chiesa di San Francesco - Udine
www.craf-fvg.it

Le donne che hanno avuto un ruolo rilevante nella storia della fotografia, sin dall'invenzione di questo medium, sono state tante e bravissime. Come ricordato dalla giornalista Giuliana Scimé, "...sono protagoniste delle più rilucenti sfaccettature di un diamante purissimo, la fotografia nelle arti visuali, che sta regalando galattiche avventure nell'universo dell'immagine...". Il percorso, assai complesso, tocca differenti epoche e culture d'Europa, delle Americhe, Africa, Asia, Australia. Le frontiere non esistono, nemmeno i confini per la creatività, questo è il miracolo della fotografia. Un'affascinante "giro del mondo" a bordo di una raffinata macchina del tempo che dal primo Novecento sino alle più contemporanee sperimentazioni, plana su tantissimi Paesi e si sofferma a mettere in luce talenti e indimenticabili immagini. Questa mostra valorizza il lavoro e il ruolo delle donne, fa riflettere, indaga, rivede e tenta di riscrivere con equilibrio la storia della fotografia al femminile mettendo in cima le eccellenze che l'hanno caratterizzata.

La mostra di Udine presenta, in una selezione di 160 immagini, una per ogni fotografa, le opere di artiste che hanno caratterizzato il XX e il XXI secolo, tra cui: Berenice Abbott, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Inez Baturo, Marina Berio, Ruth Bernhard, Marianne Brandt, Marilyn Bridges, Frances Aretta Carpenter, Diana Y Marlo, Delphine Diallo, Desiree Dolron, Gertrude Fehr, Trude Fleishmann, Rosa Foschi, Barbara Forshay, Martine Franck, Gisèle Freund, Ester Havlová, Annemarie Heinrich, Regina Hübner, Sabine Korth, Germaine Krull, Mary Ellen Mark, Sarah Moon, Inge Morath, Eleni Mouzakiti, Maria Mulas, Elizabeth Opalenik, Leni Riefenstahl, Ursula Richter, Sandy Skoglund, Karin Székessy, Doris Ulmann, Carla van de Puttelaar, Verena von Gagern, Sabine Weiss, Cristina Zelich.

Centosessanta fotografie per 160 donne che hanno fatto la storia della fotografia, ognuna con il proprio talento, ognuna con il suo occhio e la sua tecnica; 160 donne che hanno fatto della fotografia la propria arte e il mezzo attraverso il quale comunicare la loro visione del mondo. L'esposizione è un'antologia della fotografia al femminile che nasce con diversi obiettivi: comprendere il ruolo della donna davanti e dietro l'obiettivo in diversi contesti sociali e culturali, offrire una visione d'insieme sul lavoro delle donne ed evocare le preoccupazioni, gli impulsi attuali che spingono le donne a fotografare, svelare la personalità di quante hanno fatto della fotografia il proprio mezzo espressivo ed artistico. La mostra ha rilevanza internazionale, è un vero e proprio viaggio nella storia tra i continenti e le culture, include territori lontani e distanti unito sotto un unico ombrello chiamato "obiettivo". E' complesso immaginare l'allestimento di una mostra così eterogenea, caratterizzata da colori e bianco e nero, luci e ombre, corpi, paesaggi ed oggetti. Proprio l'eterogeneità diventa punto di forza nell'organizzazione della collettiva in sezioni precise.

In mostra, inoltre, verrà proiettato il video A History of Women Photographers del 1996 realizzato da Naomi Rosemblum, mentre un'altra sezione video verrà dedicata alle fotografe friulane che, sulla scia di Tina Modotti, si stanno facendo conoscere e apprezzare. Le 160 fotografie, realizzate dai primi anni del Novecento al 2016, provengono da diversi prestatori, gallerie pubbliche e private tra le quali ricordiamo il Museo Ken Damy di Brescia, la Fondazione Fratelli Alinari di Firenze, la Fondazione per la Fotografia di Modena, la Fondazione Archivio Afro di Roma, Il Museo Nazionale di Fotografia della Repubblica Ceca di Jindrichuv Hradec e il CRAF di Spilimbergo. Una sezione della mostra, infine, vedrà la proiezione delle fotografie di numerose fotografe friulane contemporanee. La mostra è curata da Ken Damy, Silvia Bianco dei Civici Musei e Walter Liva del CRAF. Il catalogo conterrà una prefazione di Naomi Rosemblum, un testo di Lorenza Bravetta, Ken Damy e le biografie di tutte le autrici presenti in mostra curate da Silvia Bianco e Walter Liva. (Comunicato stampa)




Opera di Pierluigi Fresia dalla mostra Entanglement alla VisionQuesT 4rosso di Genova Pierluigi Fresia: Entanglement
termina il 25 novembre 2017
VisionQuesT 4rosso - Genova
www.visionquest.it

Entanglement è un termine utilizzato nella teoria quantistica per descrivere il modo in cui le particelle di energia/materia possono essere correlate e prevedibilmente interagire fra loro, indipendentemente da quanto distano. Molti di noi hanno imparato che le leggi capaci di governare il mondo microscopico sono diverse da quelle che muovono quello macroscopico; mentre la fisica e la meccanica quantistica descrivono l'infinitamente piccolo, la fisica newtoniana aderisce perfettamente al mondo macroscopico, ma è quell'infinitamente piccolo che ci trasmette un'immagine affascinante perché in alcuni punti è divergente da quelle che sono le categorie di spazio, tempo e causalità a cui siamo abituati. Ma siamo proprio sicuri che questa separazione fra questi due mondi sia così netta?

Potremmo invece pensare che le leggi della fisica quantistica e alcuni dei suoi strani fenomeni, come ad esempio l'entanglement (letteralmente dall'inglese intreccio - groviglio), possano avere una valenza e una manifestazione anche nel mondo fisico? La nostra visione del mondo suggerisce e stabilisce le nostre esperienze, il mondo che ci circonda è definito attraverso le nostre azioni e scelte: é quello che crediamo possibile che determina quello che siamo capaci di creare. Dovremmo essere disposti a ritenere dunque che la realtà che sperimentiamo sia forgiata esclusivamente dalla nostra interazione con il mondo circostante all'atto della percezione o della misurazione. La chiave di lettura delle opere di Fresia risiede proprio in questo momento di interazione tra fotografia e disegno, atti che non possono essere descritti qui come due azioni diverse ma diventano un'unica esperienza, per riflettere sul metodo di osservare il reale o di quello che umanamente definiamo tale.

Linguaggi che si sovrappongono, il rapporto tra immagine e disegno viene sovvertito: cos'è immagine nell'opera di Fresia? La fotografia o il disegno? Non solo il desiderio ma la volontà di coinvolgere attivamente l'interlocutore, che osserva, legge, cerca il nesso tra immagine e disegno, non lo trova e fruga nel bagaglio delle proprie conoscenze, cercando risposte e certezze. Ma l'artista non possiede alcuna verità, invita alla costruzione di storie personali, soggettive: ogni opera è nutrire un racconto in profondità, l'incipit è dato e le possibilità sono infinite. Fresia destabilizza, disorienta, costringe a riflettere su se stessi attraverso apparenti enigmi o rebus, lasciando a tutti noi che ci soffermiamo davanti a questo dono l'assoluta libertà di creare e ricreare e dar vita a qualcosa che esiste solo dentro di noi. (Comunicato stampa)




Colors as Attitude Ruth Ann Fredenthal, Winston Roeth, Phil Sims
Colors as Attitude


termina il 15 novembre 2017
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Ruth Ann Fredenthal (Detroit), Winston Roeth (Chicago, 1945) Phil Sims (Richmond, 1940) sono tre dei più importanti e affascinanti esponenti dell'arte colorista americana. La collettiva, a cura di Alberto Zanchetta, in programma dal 28 settembre al 15 novembre 2017, attraverso una accurata selezione di nove opere - sia storiche che recenti - si propone di valorizzare il percorso pittorico di ciascun artista. Il colore è certamente il fil rouge che lega i tre artisti che solo a prima vista sembrano dipingere quadri monocromatici. Si tratta di opere caratterizzate da un'espressione contemporanea radicale, che li separa dalla produzione minimalista e monocromatica e dall'intellettualismo freddo dei concettuali. Ciò che più gli interessa è la tecnica e l'impressione che suscitano sullo spettatore. La superficie dipinta sembra sparire e aprire la visione di uno spazio indefinito grazie alle numerose velature. Nelle opere di Ruth Ann Fredenthal, ad esempio vengono utilizzati tre o quattro colori distribuiti in diverse parti del supporto pittorico. La superficie è animata da lievi variazioni di colore e linee ondulate, quasi impercettibili.

La sua ricerca delle micro-tonalità di colore puro, e la loro sottile quanto complicata relazione, da sempre rappresentano un tema centrale della sua produzione. La tecnica che utilizza è molto scientifica: comincia dalla scelta del formato, il quadrato e da quella del lino, un lino di provenienza belga solitamente usato dai restauratori per foderare le opere antiche, fino ad arrivare alla stesura del colore. Il risultato finale è strabiliante. La superficie dipinta, data dai molteplici strati di colore sembra sparire e aprire la visione ad uno spazio indefinito come afferma Giuseppe Panza in Ricordi di un collezionista, uno dei primi estimatori della pittura di Ruth Ann Fredenthal. Così la tecnica pittorica di Phil Sims prevede la stesura di vari strati di pittura, solitamente tra i quaranta e i sessanta, fino a coprire l'intera superficie della tela con pennellate orizzontali e verticali.

Una qualità della tecnica di stesura di Phil Sims è che, strato dopo strato, il colore assume e sprigiona una luminosità unica. Grazie all'innata sensibilità e alla sua tecnica accurata, il risultato finale è strabiliante: il colore finale si crea dal sommarsi delle varie pennellate, filtrando fino alla superficie.Winston Roeth dipinge pannelli monocromatici o bi-colore spesso combinati a formare un'unica installazione. Lavorando con il pigmento grezzo e con la tempera, crea dense superfici opache, talvolta dipingendo il contorno con un colore contrastante. Roeth gioca con diverse combinazioni di linee per esplorare i loro effetti sulla percezione umana. La fenomenologia del colore, della luce e dello spazio rappresenta un tema centrale della pratica pittorica di Roeth. Dopo anni di esplorazione sulla luce e sul colore, arriva a sviluppare una tecnica precisa. Usando un pennello stende il pigmento puro, strato dopo strato, mischiandolo ad acqua e ad un'emulsione di poliuretano, fi ché l'intera superficie della tela non è stata ricoperta. Tutti i suoi sforzi sono incentrati nel tentativo di trovare la giusta saturazione del colore, in modo tale che dai pigmenti scaturisca luce pura.

Ruth Ann Fredenthal, figlia di artisti, da piccola disegna e dipinge animali, talvolta in forma astratta. La sua educazione artistica ha breve parentesi presso l'Istituto del Museo di Filadelfia e la Scuola estiva di Yale Norfolk, ma la sua vera formazione si compie al Bennington College, sotto l'egida di Paul Feeley, che considera l'unico artista vivente ad averla influenzata. Dopo la laurea, riceve una borsa di studio per recarsi a Firenze, al termine della quale rientra a New York. Decisa a continuare la grande tradizione della pittura a olio, l'artista utilizza tutte le tecniche legate a questa disciplina pittorica.

Winston Roeth ha studiato presso le Università dell'Illinois e del New Mexico, quindi al Royal College of Art di Londra. La produzione dell'artista risale agli anni Sessanta e parte da un'indagine della percezione del colore. Nell'arco di dieci anni ha allestito numerose mostre personali alla Stark Gallery New York, altre sono state inaugurate nelle città di Basilea, Londra, Amburgo, G teborg, Sydney, Palma di Maiorca, Francoforte, Santa Fe. Numerose sono le sue collaborazioni a installazioni coreografiche e teatrali. Ha inoltre svolto attività didattica sia a Chicago sia a New York.

Phil Sims prima di dedicarsi alla pittura, Sims svolge il mestiere di vasaio e realizza opere in ceramica. Negli anni '60 si iscrive al San Francisco Art Institute. Oggi, è considerato uno dei più grandi pittori coloristi a livello internazionale. All'inizio della sua formazione artistica, studia l'uso che gli artisti dell'Espressionismo Astratto fanno del colore, mantenendo sempre uno sguardo alla pittura Europea più. La sua carriera artistica è inizialmente legata al gruppo dei Radical Painters. Tuttavia, nel 1984, dopo la mostra curata da Thomas Krens al Williams College Museum of Art in Massachusetts, il gruppo decide di sciogliersi e ogni artista segue un percorso di ricerca artistica più autonomo e personale. Oggi, Sims vive e lavora negli Stati Uniti, ma espone spesso in Europa, sia in spazi pubblici che in gallerie private.Accompagna la mostra un catalogo bilingue con un testo critico a cura di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




Daniela Balsamo - 7,15 a.m. - olio su tela cm.30x20 2017 Daniela Balsamo - Autoritratto - olio su tela cm.80x60, 2017 Daniela Balsamo: Interno Giorno
termina il 22 ottobre 2017
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La mostra, a cura di Floriana Spanò, apre la ventesima stagione artistica della galleria ed è inserita nel percorso degli Itinerari Contemporanei de "Le Vie dei Tesori". In esposizione ventitré oli e alcune tecniche miste di recente realizzazione (2015-2017) che costituiscono un itinerario sentimentale attraverso la rappresentazione di luoghi della memoria, oggetti personali e ritratti, soggetti tutti improntati ad una cifra intimistica intensa e accattivante.

Racconta l'autrice: "Interno giorno é un'espressione rubata al lessico del cinema usata nelle sceneggiature per descrivere il luogo e il tempo in cui avviene la scena. E' in questo modo che affronto il mio lavoro, attraverso il racconto di scene intime, domestiche, spesso interni, scorci di vita, oggetti. Tuttavia questa apparente tranquillità ad una più acuta osservazione, cede il posto alla decadenza, non si sottrae alla memoria, al contrario ne diventa testimone. La materia che si deteriora porta con se la ricchezza del tempo, dell'esperienza, delle storie di cui é stata protagonista. Soggetti che sembrano saltar fuori da fotografie ingiallite e bauli ammuffiti, in cui il colore diviene protagonista e portatore di una luce potente e teatrale."

Scrive Floriana Spanò nella presentazione al catalogo: (...) Con grande maestria utilizza colori ad olio e colature che evocano un passato che sembra dissolversi e sgretolarsi, immortalato in un frame che lascia alla libera interpretazione emozionale. I suoi quadri mostrano una realtà filtrata, in cui gli oggetti quotidiani diventano contenitori di ricordi. Sono proprio questi, veicoli di stati d'animo ed emozioni che esprimono in maniera indiretta l'angoscia del vivere, la solitudine, l'amore, diventando metafora di vita. Gli oggetti e gli interni rappresentati non svelano il segreto della loro presenza, rinviano piuttosto a un'incessante vicenda di vita e di morte, di gioia e di dolore, che costantemente ritorna su sé stessa, lasciando come unico conforto la fragile idea di una piccola felicità. (...)

«Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall'ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l'uomo affrancato dall'ordine del tempo. (Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 1909-1922)

Marcel Proust ricercava il tempo perduto componendo un'opera in cui i ricordi del protagonista, Marcel, venivano narrati seguendo i moti dell'anima in una ricerca del tempo passato come momento propizio in cui ritrovare sé stessi indagando la realtà attraverso l'introspezione. E' quest'ultima a metterci in contatto con la sfera dei ricordi e della memoria che, volontaria o involontaria, sembra sfuggire alla linea del tempo restando in una dimensione sospesa. Daniela Balsamo dipinge interni ed oggetti eletti a protagonisti di una scenografia dal taglio intimo e profondo a cui fa da sfondo una bellezza decadente sottratta alla memoria, una rappresentazione soggettiva della temporalità tesa ad interrogare ed interrogarsi, pur mantenendo le distanze dalla storia. Con grande maestria utilizza colori ad olio e colature che evocano un passato che sembra dissolversi e sgretolarsi, immortalato in un frame che lascia alla libera interpretazione emozionale.

I suoi quadri mostrano una realtà filtrata, in cui gli oggetti quotidiani diventano contenitori di ricordi. Sono proprio questi, veicoli di stati d'animo ed emozioni che esprimono in maniera indiretta l'angoscia del vivere, la solitudine, l'amore, diventando metafora di vita. Gli oggetti e gli interni rappresentati non svelano il segreto della loro presenza, rinviano piuttosto a un'incessante vicenda di vita e di morte, di gioia e di dolore, che costantemente ritorna su sé stessa, lasciando come unico conforto la fragile idea di una piccola felicità. Anche la stessa memoria, oscurata e dissolta dal tempo trascorso, non riesce a recare conforto poiché ad essa è affidato il compito di recuperare eventi ai quali è attribuito un particolare valore e che potrebbero essere involontariamente modificati. In questa ottica i dipinti della Balsamo, come testimoni silenti, cristallizzano quell'attimo carico di aspettative in cui, come in una ripresa veloce, tutto è rappresentato e sta solo all'occhio attento del fruitore coglierne l'essenza. (Tra spazio e colore, di Floriana Spanò)




Ian McKeever - Letters, 2016-2017 Ian McKeever: Letters, 2015 - 2017
termina il 24 ottobre 2017
Studio Tommaseo - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Trieste Contemporanea inaugura allo Studio Tommaseo la mostra dell'artista inglese Ian McKeever. In occasione dell'inaugurazione l'artista sarà in conversazione con la studiosa e regista veneziana Gabriella Cardazzo. La serie di 44 opere in mostra, suddivise in Letters, Autumn 2015 e Letters, 2016-2017, è una delle sue produzioni più recenti, sviluppata nel corso degli ultimi due anni, caratterizzata da una purezza d'astrazione indistinta tra fotografia e pittura, piena rappresentazione della sua ricerca artistica. Dopo gli inizi dedicati allo studio concettuale del paesaggio e alla fotografia, l'artista si è rivolto a una pittura astratta, riuscendo infine a unire le sue ricerche con il metodo dialettico che lo contraddistingue. Tra astrazione e rappresentazione, logica e intuizione, accosta, stratifica e fa convivere pittura e fotografia, enfatizzando le differenze e sfumando i confini tra i media. In alcune opere delle serie elementi fotografici sono accostati a campiture o macchie di colore a Gouache, lavorazione del colore a tempera reso più coprente e luminoso grazie all'aggiunta di pigmento bianco e gomma arabica.

Ian McKeever (Withernsea, Regno Unito, 1946) ha iniziato a lavorare come artista nel 1969, dopo gli studi in letteratura inglese. Ha ricevuto numerosi premi tra i quali la prestigiosa DAAD scholarship a Berlino nel 1989/ 90, ed è membro della Royal Accademy dal 2003. E stato ospite come docente alla Stà¤del Akademie der Kunst di Francoforte e all'Università di Brighton, ed è stato Senior Lecturer, alla Slade University di Londra. Le sue opere sono in mostra nelle più importanti istituzioni museali internazionali: Tate Modern, British Museum, Royal Academy of Arts, Londra; Museum Moderner Kunst, Vienna; Glyptotek, Copenhagen; Museum of Contemporay Art, Helsinki; Brooklyn Museum of Art, New York; Metropolitan Museum of Art, New York; Boston Museum of Fine Art e Yale Center for British Art, Connecticut. Gabriella Cardazzo è una studiosa e regista veneziana. Direttrice insieme al fratello della storica Galleria del Cavallino di Venezia, ha fondato e diretto l'associazione culturale Artspace. Regista e videoartista, dal 2015 cura insieme a Trieste Contemporanea il progetto internazionale à la frontière! Old and new borders in Europe un approfondimento multidisciplinare che affronta le problematiche del "limite", inteso non solo come confine tra stati e popoli diversi. (Comunicato stampa)




David Goldes - Electricities on my table David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna

Prima personale italiana del fotografo americano David Goldes: saranno esposte in mostra sedici fotografie provenienti da tre delle sue serie più note: Electo-graph, Snake in the Garden e Electricity. Il soggetto privilegiato dell'indagine artistica di David Goldes è l'energia elettrica: la sua trasmissione attraverso diversi materiali ed oggetti; il suo comportamento in presenza di elementi chimici specifici; gli effetti che si possono ottenere esaltandone le proprietà e il lirismo di alcune sue applicazioni. Ispirato dai pionieristici esperimenti con l'elettricità dei chimici e fisici inglesi Humphry Davy e Michael Faraday del XIX secolo, Goldes ne ricostruisce i set utilizzando oggetti di uso comune: lamette, bicchieri di vetro, matite e altro. Una volta ricreato questo spazio l'artista è pronto a scattare, creando così quelli che lui definisce performing still-life, ovvero immagini vive che mostrano gli effetti del passaggio dell'energia elettrica, generando scintille, bruciature e onde energetiche.

L'intento è quello di rivelare e registrare il comportamento inaspettato dell'energia elettrica. Il risultato è potente e di grande effetto, come ad esempio nella fotografia che cattura la visibile trasmissione dell'elettricità tra bicchieri di vetro in cui sono stati immersi i due capi di un cavo elettrico o nello scatto che rivela l'attivazione di brillanti ponti elettrici che si creano tra elementi disegnati a graffite. David Goldes, tuttavia, è un artista visivo, non uno scienziato: le sue fotografie non pretendono di spiegare il fenomeno in modo scientifico, ma creano una narrazione fatta di metafore. In un'epoca in cui la diffusione della tecnologia induce a dare per scontato di sapere che cos'è la scienza, le fotografie di Goldes mettono in dubbio questa convinzione con immagini sorprendenti. La sua indagine interdisciplinare si estende, quindi oltre la scienza e si rivolge alla nostra percezione chiamata a confrontarsi con il dispiegarsi delle forze della natura.

E quanto più queste forze sono rese evidenti dall'impiego di oggetti che fanno parte dell'ordinario, tanto più la suggestione è efficace. La ricerca di David Goldes celebra l'ingegnosità di coloro che hanno dedicato la loro vita a spiegare le forze che regolano l'universo. In occasione della mostra, verrà pubblicata un'ampia monografia dal titolo Electricities, che attraverso un ricco apparato iconografico e un'intervista realizzata dal critico d'arte David Campany, propone un percorso di lettura dell'opera di Goldes, dedicato alla relazione tra arte e scienza. Il libro è proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa ai sali d'argento realizzata in 25 copie firmate e numerate dall'artista. Electricity + Water III, titolo della fotografia inclusa nell'edizione da collezione, fa parte della serie Water Being Water. L'immagine ritrae una lampadina immersa in un bicchiere pieno d'acqua e la luce, che illumina la base del bicchiere, è perfettamente riflessa sul tavolo.

David Goldes è un artista visivo impegnato prevalentemente in ambito fotografico, ma autore anche di disegni, sculture e video. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di importanti musei e istituzioni, tra cui il MOMA, Walker Art Center, Bibliothèque Nationale, Centre Pompidou, Art Institute of Chicago, Whitney Museum of American Art e Museum of Fine Arts di Houston. Goldes ha ricevuto numerosi riconoscimenti e borse di studio tra cui quella promossa dalla Guggenheim Foundation e dal National Endowment for the Arts. Formatosi in ambito artistico e scientifico, ha conseguito un Master in Genetica Molecolare alla Harvard University e un Master in Fine Art al Visual Studies Workshop. David Goldes è rappresentato dalla Yossi Milo Gallery di New York. (Comunicato stampa)




Opera di Ulrich Erben nella mostra alla Galleria Gentili Ulrich Erben Pittura: Determinare lo sconfinato
termina lo 01 dicembre 2017
Galleria Gentili - Firenze

Il senso della pittura risiede in un continuo gioco di alternanza di colore e superficie. Il confine, ogni linea di contatto tra una superficie e l'altra, è costituito da zone vibranti di contrapposizione, separazioni o fusioni che siano. Questi contorni possono apparire nitidissimi, rigidi sulle superfici cromatiche contigue, come un taglio netto; oppure, caso più frequente nell'opera di Ulrich Erben, si trasformano in un teso, avvincente gioco degli occhi per l'osservatore. Lo si constata soprattutto in quei dipinti su cui due superfici cromatiche si compenetrano, si sovrappongono, o si sfiorano come sospese in una distribuzione di luminosità contrastante. E' solo quando la luminosità dell'una digrada in quella dell'altra che la presenza e l'effetto di una superficie cromatica in rapporto all'altra diventa intelligibile.

Tutto questo genera una sorta di sconcerto, poiché il punto esatto in cui ha luogo l'alternanza passa inosservato, si sottrae alla vista. Questo avvicendamento è tanto più sorprendente in presenza di colori molto simili, se non identici. Ecco allora che sotto gli occhi dell'osservatore puntati sulla tela appare un'immagine pervasa da un chiarore abbacinante da cui sembrano emergere, come in un paesaggio innevato velato dalla foschia, vaghi contorni della natura in dissolvenza. Così nei dipinti di Ulrich Erben lo spettatore sperimenta il confine che separa ciò che è ancora visibile da ciò che scompare nel mistero sconfinato. Compiendo questo tentativo di afferrare l'inafferrabile mediante la pittura, la sua arte della quiete si avventura in territori mai visti prima. Mostra a cura di Helmut Friedel.

Ulrich Erben (Duesseldorf - Germania, 1940) tra il 1958 ed il 1963 studia nelle accademie d'arte di Amburgo, Venezia e Monaco e successivamente in quella di Berlino. Partecipa alle principali mostre dedicate alla Pittura Analitica, tra cui, nel 1973, Tempi di percezione, Casa della Cultura, Livorno, Un futuro possibile. Nuova Pittura, Palazzo dei Diamanti, Ferrara, La riflessione sulla pittura, Palazzo Comunale, Acireale; Geplante Malerei, Westfälischer Kunstverein, Muenster, Galleria del Milione, Milano, 1974-75; I colori della pittura, Istituto Italo Latino Americano, Roma, 1976. Nel 1977 è invitato a Kassel per "documenta 6". Interessato anche agli effetti di luce oltre il quadro, lavora anche a progetti e dipinti murali, come nelle mostre al Museo Folkwang di Essen, al Kunstverein di Colonia, alla Galleria Piltzer di Parigi, al Ginza Five di Tokyo. Negli ultimi decenni ha esposto fra l'altro alla Kunsthalle di Mannheim (1984), al Kunstverein fuer die Rheinlande und Westfalen a Duesseldorf (1990). Nel 2003 il Museum Wiesbaden gli ha dedicato una monografica. Alla Fondazione Zappettini ha partecipato nelle mostre collettive Pittura 70, Pittura - pittura e astrazione analitica (Chiavari, 2004) e Le superfici opache della Pittura analitica (Chiavari, 2009). (Comunicato stampa)

---

Painting always involves the interaction of colour and surface. The edges, the boundaries, every tangent of one surface with another, provide the outlines for vibrating zones of contested space - separations and mergings. These contours can stand out crystal clear and collide hard, rigidly with neighbouring colour fields, like a cut; but they can also, as is usually the case with Ulrich Erben, become an exciting, tension-filled optical game for the viewer. This is often the case in paintings in which two colour fields permeate each other in inverse gradations of brightness, overlap each other or waveringly touch. Only towards the final, outer edge of the graduated brightness of one field does the presence and relative effect of the other colour field become visible.

The result is near bafflement, because the precise point at which the change from one colour field to the other takes place cannot be located, the viewer misses it every time. These shifts take the viewer by surprise most often when the interchange is between two fields of the same or similar colours. Then the viewer is looking, as it were, into a canvas on which an image is shown, an image in which, amid the glistening light of a snowy, misty landscape the contours of nature are suspended. In the images of Ulrich Erben, then, the viewer encounters a boundary between that which is still visible and that which is vanishing into boundless mystery. In its painterly capture of the intangible, his art of silence treads hither to unseen territory.

Ulrich Erben was born in Duesseldorf (Germany) in 1940. Between 1958 and 1963 he studied at Hamburg Academy of Art and later at those of Venice, Monaco and Berlin. Ulrich Erben took part to some of the most important exhibitions dedicated to Analytical Painting, including: 'Perception Times', Casa della Cultura, Livorno, 1973; 'A possible future. New Painting ', Palazzo dei Diamanti, Ferrara; 'Reflection about painting', Palazzo Comunale, Acireale; 'Geplante Malerei', Westfälischer Kunstverein, Muenster; Galleria del Milione, Milan, 1974-75; 'The colours of painting', Italian-Latin American Institute, Rome, 1976. In 1977 he was invited to Kassel for 'Documenta 6'. Interested as he was about the effects of light beyond the picture, he also worked on mural projects, such as the exhibitions at Museum Folkwang in Essen, Kunstverein in Cologne, Galleria Piltzer in Paris, and Five Ginza in Tokyo. In the last few decades he held several shows in venues such as Kunsthalle in Mannheim (1984) and Kunstverein fuer die Rheinlande und Westfalen in Duesseldorf (1990). In 2003 Wiesbaden Museum dedicated him a monographic show. He also exhibited at Zappettini Foundation in the group shows 'Painting 70. Painting-painting and analytical abstraction' (Chiavari, 2004) and 'Matt surfaces of analytic painting' (Chiavari, 2009). (Press release)




Mostra Sculture da indossare con opere di Giansone Opera di Gianson Giansone: Sculture da indossare
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Mostra dedicata ai gioielli in oro forgiati dall'artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del '900. Capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino misterioso ed esoterico. Impegnato per tanti anni sia come artista sia come professore presso l'Istituto d'Arte di Torino (oggi Liceo Artistico Aldo Passoni), Giansone nel corso della sua attivissima vita, ha scolpito, disegnato, dipinto e realizzato incisioni e arazzi con uno stile personalissimo, sospeso tra una sintetica figuratività e l'astrazione pura. Il marmo, la pietra, il ferro, i legni più duri, sono stati la materia prima che nelle sue mani ha dato forma e vita alle sue intense emozioni, alla sua visione dell'umanità, dell'universo e dell'ultraterreno. Nel vastissimo corpus di opere realizzate tra il 1935 e il 1997, spiccano questi suoi "gioielli da indossare". Microsculture fuse in oro, in cui Giansone mette in estremo risalto la componente scultorea del gioiello, senza nulla concedere alle forme e alle mode dell'arte orafa del suo tempo. Questo lo si può cogliere osservando anche i contenitori in legno che custodiscono e fanno da espositori a quasi tutti i gioielli.

Sono "scatole" intagliate nei legni durissimi che l'artista privilegiava: il mogano, l'azobè, il paduk, il palissandro, la radica e soprattutto l'ebano, il più raro e difficile da lavorare. Contenitori che diventano a loro volta piccole sculture e capolavori artistici, indissolubilmente congiunti col gioiello incastonato dentro di essi. I curatori della mostra, Marco Basso e Giuseppe Floridia, coadiuvati dalla registrar di Palazzo Madama, la storica dell'arte Stefania Capraro, hanno selezionato una quarantina di pezzi, in gran parte di proprietà dell'Associazione Archivio Storico Mario Giansone di Torino, che sponsorizza in toto questa mostra, più alcuni gioielli di proprietà di collezionisti privati. Giansone ebbe una significativa fortuna collezionistica a Torino negli anni Sessanta: alcune sue opere fanno oggi parte delle collezioni della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino, della sede Rai di Torino e di prestigiose raccolte torinesi, tra cui quelle delle famiglie Agnelli e Pininfarina. Accompagna la mostra un catalogo edito da AdArte, con una presentazione scritta dal professor Giuseppe Floridia, che da vent'anni, dopo la morte di Giansone, si batte affinché l'opera di questo grande scultore non venga ingiustamente dimenticata. (Comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Nanni Balestrini - Periscope - cm.42x20 2016 Nanni Balestrini: Periscope
termina lo 03 novembre 2017
MAAB Gallery - Milano

Una serie inedita di collages di Nanni Balestrini, realizzata a Parigi nell'agosto del 2016. La mostra, curata da Gianluca Ranzi, si compone di 22 opere di 42x20 centimetri e di una di 84x40 centimetri, più alcune opere storiche che illustrano il percorso dell'artista dagli anni Sessanta a oggi. Il titolo della mostra e della serie di collages deriva dalla nota rivista parigina Pariscope, nata nel 1965 e i cui numeri settimanali dell'agosto 2016 sono serviti a Nanni Balestrini come materiale per la produzione dei collages. Da Pariscope il titolo della serie diviene Periscope, a significare quel movimento a 360 gradi di lettura della realtà che l'operazione del collage permette all'artista. Infatti mentre la rivista parigina, il cui ultimo numero cartaceo è uscito nell'ottobre 2016, era dedicata agli eventi cittadini, l'operazione di smontaggio e di rimontaggio delle immagini e delle parole attuata da Nanni Balestrini, sposta il piano di lettura dalla realtà locale a un affresco colorato, dinamico e pulsante del mondo contemporaneo, come se si passasse dalla geografia alla Storia.

L'effetto è duplice: da una parte le immagini delle pubblicità vengono decostruite quasi a smascherare la loro artificiosa perfezione patinata e sono ricondotte al caotico blob mediatico che oggi affastella immagini dopo immagini, dall'altra parte le parole, i numeri e le casistiche, anch'essi ripescati da Balestrini da questo gioco mediatico di furbo "copia e incolla", appaiono ora ridefiniti e riposizionati dal suo acuto sguardo periscopico, che riesce a mostrarne con ironia e leggerezza anche la banalità, l'approssimazione e la parzialità. Il lavoro di Nanni Balestrini, fin dai primi anni Sessanta al confine tra immagine e parola, da sempre interdisciplinare e aperto alla contaminazione, ha fatto dell'indeterminazione e dell'apertura dei codici visivi e letterari una delle sue caratteristiche fondanti, fino a toccare recentemente con il film Tristanoil il tema della rigenerazione automatica, infinita e imprevedibile delle immagini.

Nel caso dei collages di Periscope tale attenzione alle leggi del caso e dell'imprevedibilità è associata a una ricomposizione formale estremamente accurata e talvolta quasi "pittorica" nella scelta dei colori e dei toni dominanti, nelle forme in cui si iscrivono, nelle cadenze delle lettere-segno che scandiscono i collages o nella curiosa ripetizione "a dittico" che alcuni di essi assumono. In questo caso l'opera di Balestrini, che come già avvenuto in passato affonda le sue radici anche nella tradizione dell'arte, si serve di una lingua forse futura che sa guardare al passato, ma che sa soprattutto far luce sul presente, ampliandone le prospettive, arricchendone i significati e aumentando l'interesse alla comprensione delle cose, che essa avvenga oppure no.

Nanni Balestrini (Milano, 1935), poeta, romanziere e artista visivo, agli inizi degli anni '60 fa parte dei poeti Novissimi e del Gruppo 63, che riunisce gli scrittori della neoavanguardia. Nel 1963 compone la prima poesia realizzata con un computer. E' autore, tra l'altro, del ciclo di poesie della Signorina Richmond e di romanzi sulle lotte politiche degli anni Settanta come Vogliamo tutto e Gli invisibili. Ha svolto un ruolo determinante nella nascita delle riviste di cultura Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zoooom. Nel campo delle arti visive, ha esposto in numerose gallerie in Italia e all'estero. Nel 1993 è presente alla Biennale di Venezia e nel 2012 a Documenta di Kassel. (Comunicato stampa)




Prima di Como. Nuove scoperte archeologiche dal territorio
termina il 10 novembre 2017
Chiesa di S. Pietro in Atrio - Como

Per la prima volta in mostra, reperti archeologici di grande importanza storica, esito della ricerca condotta a Como negli ultimi dieci anni. L'articolata, organizzata congiuntamente dalla Soprintendenza Archeologica e dai Musei Civici di Como, accanto alla panoramica sugli ultimi ritrovamenti, illustra le novità scientifiche sulle più antiche fasi di popolamento, sviluppatosi nel corso del primo millennio avanti Cristo, e mette in risalto il valore e il significato del ricco patrimonio archeologico comasco precedente alla fondazione della colonia romana. Urne cinerarie e vasi per offerte dalle forme inconsuete, ornamenti in bronzo, ferro, ambra, pasta vitrea, elementi dell'abbigliamento, amuleti, simboli di status delle antiche popolazioni e preziosissime armi riferibili alla cultura protostorica detta "di Golasecca" caratterizzano il percorso espositivo, accompagnato da fotografie e disegni ricostruttivi, video e immagini 3D, che forniscono, grazie alle nuove tecnologie, informazioni approfondite finalizzate a coinvolgere un vasto pubblico.

I temi principali della mostra - a cura di Lucia Mordeglia e Marina Uboldi - sono i corredi funerari della prima età del Ferro provenienti dagli scavi di S. Fermo della Battaglia, via per Mornago (2006) e di Grandate, emersi nel 2011 durante la costruzione della nuova Pedemontana; l'enigmatica area religiosa/monumentale del Nuovo Ospedale Sant'Anna (scavi 2007), risalente al VI secolo a.C., costituita da un grande circolo del diametro di 70 m, delimitato da un doppio recinto di pietre con piattaforma centrale ad emiciclo e setti radiali in materiali litici e terre diverse, di difficile interpretazione funzionale; un ripostiglio sacro dell'Età del Ferro rinvenuto sul Monte San Zeno in Val d'Intelvi; i più recenti dati archeobiologici sul clima, la vegetazione, l'alimentazione umana in età protostorica; e infine i risultati della nuova ricerca condotta sul Carro cerimoniale del V secolo a.C. della Ca' Morta dal prof. Bruno Chaume dell'Università della Borgogna, Direttore del programma Vix et son Environnement, che ha messo in evidenza una stretta parentela con i coevi carri di ambito culturale hallstattiano, rinvenuti nel Centro Europa.

Questi ultimi ritrovamenti contribuiscono ad accrescere il ricco patrimonio archeologico del centro protostorico che ha preceduto la fondazione di Como, le cui origini risalgono al I millennio a.C. Infatti, prima della città romana, i rilievi attorno alla città attuale vedono l'insediamento di villaggi e gruppi di abitazioni: diversi reperti e resti di tombe ne conservano la testimonianza. Nei secoli successivi, in particolare il VI e il V a.C., l'abitato raggiunge la sua massima espansione e ricchezza, concentrandosi soprattutto lungo il versante meridionale della Spina Verde, il parco regionale che si estende sulla fascia collinare a Nord-Ovest di Como.

Fondamentale per lo sviluppo del nucleo abitativo è il suo ruolo di centro di contatto e scambi tra la Pianura Padana, stabilmente occupata dagli Etruschi, e il mondo celtico e quello hallstattiano (dalla cittadina di Hallstatt, nei pressi di Salisburgo) del Centro Europa. L'ininterrotto stanziamento delle popolazioni nella medesima area fino ai giorni nostri, unito all'intensificarsi delle attività edilizie del secondo dopoguerra, ha nascosto o cancellato segni dell'insediamento antico. Tuttavia, l'attività di tutela svolta dalla Soprintendenza Archeologica in sinergia con le Amministrazioni Comunali, consente di recuperare sempre nuove testimonianze del passato della città e dei suoi abitanti, garantendone la salvaguardia.

La ricerca scientifica - che di recente si è avvalsa della collaborazione con importanti centri di studio internazionali, quali il CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e le Università di Berlino e di Mainz - permette ora di porre in risalto il ruolo della civiltà di Golasecca (cultura preromana che si sviluppa nel I millennio a.C. nel territorio della Lombardia occidentale, Piemonte Orientale, Canton Ticino, che deriva dalla località di Golasecca, sulla sponda varesina del fiume Ticino) nel quadro delle relazioni con le coeve civiltà mediterranee e mitteleuropee. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Luca Bellandi - Golden surprise - tecnica mista su tela - opera in mostra alla Galleria d'arte Ghiggini 1822 di Varese Luca Bellandi: "Gentle storm"
termina il 22 ottobre 2017
Galleria d'arte Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

Il pittore livornese, classe 1962, espone per la prima volta in galleria a Varese e per l'occasione verrà presentata al pubblico una raccolta di pezzi che racchiude alcune delle tematiche e dei soggetti cari all'artista. L'esposizione sarà arricchita da un catalogo in cui le immagini dei dipinti saranno accompagnate dalle interpretazioni critiche dell'opera di Luca Bellandi a firma di Alberto Gavazzeni e di Gian Ruggero Manzoni. Luca Bellandi ha frequentato l'istituto d'arte a Pisa e nel 1985 ha conseguito la laurea all'Accademia d'arte di Firenze. Inizia dai classici, poi successivamente scopre l'arte e l'underground americano. L'artista livornese si è imposto con una fitta serie di mostre in Europa e negli Stati Uniti che l'hanno visto collezionare successi e consensi di pubblico e critica che lo hanno riconosciuto come uno degli artisti più interessanti nel panorama artistico contemporaneo. Dal 2006 è direttore artistico del settore arti visive presso l'Associazione "Arti Evasive" di Livorno dove insegna pittura e disegno. Da citare la personale presso il MUMI Museo Michetti di Francavilla nel 2007 e la mostra presso il Palazzo Ducale di Urbino nel 2013.

"La sua è comunque capacità emotiva, attraverso i tralci di fiori, i pappagalli variopinti o i pesci, di cogliere l'incanto momentaneo della natura e della sua risplendente provvisorietà. A questi elementi spesso aggiunge sulle tele parole, lettere, segni grafici. Qui ha i suoi precursori nella scomposizione cubista e futurista ma, soprattutto, nella pittura Nord americana dei Cy Twombly, Basquiat e Schnabel. L'uso dell'alfabeto appare coestensivo dell'immagine trasmettendoci l'idea della scrittura come forma e della parola come elemento pittorico. Insomma la parola può diventare immagine e quindi il punto focale del dipinto. Sono elementi di un sistema narrante dove l'innesto della parola va visto come portatore di una simultaneità che informa la percezione del nostro tempo. Insomma scrittura come fare ed elaborato pittorico perché possa dilatare la magia che promana dagli altri soggetti del quadro". (I fiori viventi, di Luca Bellandi, di Alberto Gavazzeni)

"Su Luca Bellandi è stato detto molto perché in arte lui stesso è molto del resto un pittore che non suscita parole è come un mago che non fa miracoli mentre proprio questo seguire l'impossibile la sua prima dote che non si ferma davanti a nulla per inventare e l'invenzione è pur sempre miracolosa nonché frutto di grande sicurezza e maestria gestuale. Con gli anni tramite il suo creare Bellandi ci ha abituati allo svolgimento di cicli tematici in chiavi compositive e tonali diverse seppur la sua fluidità pittorica resti inalterata questo quasi per saggiare sperimentare verificare successivamente su una base fissa le infinite eventualità e le tante varianti della forma di quella forma che sgorga dal suo intimo dal suo inatteso inconscio". (Pittura d'atmosfera: Luca Bellandi, di Gian Ruggero Manzoni)




Carlo Mastronardi - Calanchi - olio su tela cm.100x90 2014 Carlo Calzolari - Accumulazioni - cm.120x120 2014 Corrado Tagliati - Capodimonte - olio su canson cm.103x83 2016 Carlo Calzolari, Carlo Mastronardi e Corrado Tagliati
"Le strade della pittura"


termina il 29 ottobre 2017
Corte Ospitale - Rubiera (Reggio Emilia)

L'esposizione si tiene in un luogo fortemente simbolico - la cinquecentesca Corte Ospitale di Rubiera, per secoli centro di accoglienza e di incontro, e in questa occasione luogo simbolico in cui si incrociano le strade della pittura - e riunisce e mette a confronto tre artisti reggiani, originari di terre diverse: Calzolari (Parma, 1944), risiede a Reggio Emilia da quarantacinque anni; Mastronardi (Prepotto - Udine, 1940), rubierese di adozione; Tagliati (Castelnovo ne' Monti, 1940) ha solidi, apparentemente irrecidibili, legami con l'Appennino, avendovi sempre vissuto. Una mostra che, pur di dimensioni contenute - una decina di opere per ciascuno degli autori -, assume significati e valori peculiari.

Da un lato, essa getta luce su ciò che tenacemente alcuni artisti continuano quotidianamente a fare, nel silenzio e nella solitudine dei loro studi, interrogandosi su quali possano essere oggi i linguaggi della pittura, capaci di non recidere il legame con la tradizione, di confrontarsi con il nuovo e, soprattutto, di essere fedeli testimoni della loro interiorità, delle tensioni che li animano, delle sfide che sentono di dovere raccogliere. Dall'altro lato, questi artisti dimostrano come la provincia possa essere luogo in cui si può sperimentare, lontano da luci e assedi di ogni genere (compresa la sollecitazione a replicare ciò che il mercato accoglie), un percorso di continui affinamenti e verifiche, con esiti che sono parte di ciò che può definirsi contemporaneo. Catalogo disponibile in mostra con riproduzione fotografica delle opere, apparato bio-bibliografico e presentazione di Sandro Parmiggiani, curatore dell'esposizione e del volume.

Calzolari, Mastronardi e Tagliati non formano certo un gruppo, né mai hanno pensato di dare vita a un sodalizio formale che potesse sostenere il loro percorso. Nutrono, da molti anni, sentimenti di amicizia personale, e di rispetto l'uno per il lavoro dell'altro, che già li hanno portati in passato ad esporre assieme, pure con altri amici artisti, quali i compianti Marco Gerra e Bruno Olivi, oltre a Fausto De Nisco. Sono assai diverse le strade percorse dai tre artisti - anche se quelle di Mastronardi e Tagliati hanno segrete affinità e convergenze -; la frequentazione costante che da anni intrattengono fa sì che siano sempre aggiornati sugli esiti del lavoro di ciascuno, che questa mostra documenta con opere realizzate negli anni recenti.

Carlo Calzolari traccia bave, fiati di segni, graffiti, grumi e grovigli, numeri e lettere dell'alfabeto, parole nelle quali si condensa il retaggio di una presenza e di un pensiero misterioso, che pare sintonizzarsi sulla meraviglia e sull'estrema sensibilità proprie dell'infanzia; tutto viene percepito da chi guarda come ombre distorte da una lastra trasparente di plexiglass, che, investita dalla luce, proietta e origina sulla tavola retrostante brividi e fluttuazioni delle forme, a conferma che la cangiante presenza della luce è fondamentale nella percezione dell'opera, continuamente generando incupimenti, chiarori, trasalimenti dei toni.

Carlo Mastronardi fa ritorno, in queste opere ultime, al paesaggio delle nostre colline e montagne, in un qualche modo riallacciandosi alle esperienze degli esordi, quando trasfigurava il paesaggio emiliano, per poi rivisitare, sempre con un linguaggio informale sensibile al fascino della materia e del colore, i fienili e le vecchie case contadine, abbandonate a un inesorabile declino, i vecchi strumenti e attrezzi contadini - totem sacrali, tanto che la sua opera potrebbe davvero definirsi un'ininterrotta elegia sulla civiltà contadina ormai inghiottita e dissolta dal tempo. Di Mastronardi non possiamo infine dimenticare la ricerca sulla natura morta, con esiti del tutto personali, di grande felicità tonale e compositiva.

Corrado Tagliati è, fin dagli esordi, un indagatore del paesaggio, dapprima reso con una pittura figurativa, che presto s'inoltra lungo le strade di un'astrazione formalmente rigorosa, modulata su toni e tonalismi lavorati per accordi minimi, per segni, variazioni e sfumature di colore quasi impercettibili, ma che sempre reca l'impronta di emozioni e sentimenti che si rinnovano ogni volta che l'artista getta lo sguardo sulla natura, sia essa quella ancora in gran parte incontaminata sia quella che reca i segni dell'umano intervento. Spira nei suoi dipinti, sia ad olio sia a pastello, una sensibilità estrema, con la capacità di cogliere ogni più estenuato tono, ogni impercettibile frontiera tra forma e vuoto, ogni più recondita vibrazione della luce, che ne fanno un artista di rara qualità, che ha introiettato alcune delle esperienze più alte della pittura del Novecento. (Comunicato Ufficio Stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Sven Druhl - SDVS - lacca su tela - lacquer on canvas cm.110x110 2016 Sven Drühl: Simulated Landscapes
termina il 21 ottobre 2017
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Prima personale in Italia dell'artista tedesco Sven Drühl. Sven Drühl studia e rielabora paesaggi e motivi architettonici della storia dell'arte moderna e contemporanea e nei suoi lavori cita opere già esistenti di altri artisti come Caspar David Friedrich, Ferdinand Hodler o colleghi contemporanei. Lavora sul paesaggio, e lo fa in una maniera non convenzionale, utilizzando oltre a materiali classici come gli oli e gli acrilici, silicone e lattice, donando tridimensionalità alle tele. Negli ultimi 10 anni ha lavorato intensamente seguendo il movimento giapponese New Print Movement, detto Shin Hanga, che ha le sue origini in Giappone negli anni '10. In questa ultima serie di lavori, e per la mostra Simulated Landscapes, intraprende un nuovo metodo artistico traendo ispirazione dalla virtualità, da texture di videogames e riproducendo paesaggi che sembrano assolutamente essere reali. Così come accade per le texture in computer grafica, l'artista segue una struttura matematica; la composizione è bene organizzata e la ripetizione dei motivi è ciclica. (Comunicato stampa)

---

Sven Drühl investigates and re-elaborates Modern and Contemporary Art History's landscapes and architectural designs. In his works he alludes to already existing artworks by other artists such as Caspar David Friedrich, Ferdinand Hodler or by fellow contemporary artists. He works on the landscape in a nonconventional way, employing silicone and latex in addition to traditional materials, giving three-dimensionality to the canvas. During the last decade he intensely worked following the Japanese New Print Movement, known as Shin Hanga, which originated during the 1910s in Japan. In this last series of works, and for the exhibition Simulated Landscapes, he undertakes a new artistic method inspired by virtuality and videogames textures, reproducing landscapes which look like they are entirely real. As it happens with textures in computer graphics, in his artworks the artist follows a mathematical structure; the composition is well organized and the pattern repetition is cyclic. (Press release)




Alessandro Traina - Collimazioni - cm.43x43 2016 Alessandro Traina
termina il 28 ottobre 2017
Showcases Gallery - Varese

La mostra curata da Franco crugnola, con catalogo curato da Palmira Rigamonti, è promossa da "Franco Crugnola Studio Di Architettura" di Varese. Una serie di lavori di Alessandro Traina, un artista il cui linguaggio artistico tocca indistintamente sia il segno pittorico che scultoreo, attraverso un'espressione linguistica e simbolica tesa al rinnovamento e alla creazione assoluta. Le sue opere sono forme "mobili" composte di volta in volta, a seconda dell'equilibrio percettivo e del movimento plastico ricercato dall'artista; sono segni nitidi, di peso differente che comprimono ed espandono lo spazio.

Sono creazioni di grande leggerezza, che sembrano essere sospese e galleggiare sulla parete in un equilibrio precario, ma infinito, sospese nello spazio e nel tempo. Ogni opera di Alessandro Traina, sia che si tratti di una scultura che di un'opera su carta, non può essere considerata come un risultato conclusivo, ma esprime sempre un divenire, un programma. L'artista ha scelto nella sua lunga carriera artistica di utilizzare la geometria e la sua struttura logica come forma espressiva e di lavorare sullo spessore, sul "diversamente tattile" delle superfici e sulle tramature e sfumature delle sottili garze con cui le riveste. Le sue "forme aperte" (come definite da Luciano Caramel) sono spazi in divenire in cui il punto d'incontro tra le linee di demarcazione sono l'equilibrio tra il principio e la fine. (Palmira Rigamonti)




Daumier: attualità e varietà
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona
www.villacedri.ch

Nel 2017 il Museo Civico Villa dei Cedri ha scelto come filo rosso della sua programmazione la condizione umana nella società attuale. Così, dopo le riflessioni di artisti contemporanei sui nostri spazi di vita. Con la sua produzione particolarmente cospicua che si caratterizza per un modo distaccato e allo stesso tempo empatico di descrivere la realtà, Honoré Daumier si annovera, con Gustave Courbet e Jean-François Millet, tra i pionieri del Realismo, movimento culturale erede del Positivismo, sviluppatosi in Francia attorno al 1840. In un'epoca chiave come la metà dell'Ottocento, segnata dalle rivendicazioni nazionaliste e dalla crescita della classe borghese e poi di quella operaia, Daumier ci presenta un ritratto poetico della modernità.

Tra polemica e ironia, l'artista illustra e commenta la difficile vita dei più disagiati, che dagli scantinati spiano i passi eleganti dei signori, o che dagli abbaini teneramente guardano la luna; la sua opera documenta lo sviluppo urbanistico e quello dei mezzi di trasporto, il mondo dello spettacolo così come quello dell'arte. Al centro della sua commedia umana mette l'uomo qualunque che tenta di fare del suo meglio, l'eroe sconosciuto nel quale chiunque potrebbe riconoscersi. Il percorso presentato vuole essere soprattutto tematico piuttosto che cronologico, sottolineando così l'impertinente realtà dei soggetti cari all'artista e così d'attualità anche oggi. (Comunicato stampa)




Opera di Roman Opalk dalla mostra alla Galleria Michela Rizzo di Venezia "anche OPALKA"
1958 - 1965 / 1 - ∞


termina il 18 novembre 2017
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

A differenza della prima mostra dedicata all'artista nel 2011 a Palazzo Palumbo Fossati, in concomitanza con lo svolgersi della Biennale di Arti Visive, questa nuova esposizione dà voce alla dimensione artistica meno nota ed introspettiva di Opalka, ovvero quella che coincide con il suo dedicarsi alle sperimentazioni d'avanguardia, prima di concedersi completamente, fino alla morte, al suo grande progetto sul tempo. Se quindi, durante la scorsa occasione è stato presentato in maniera esaustiva il lavoro più celebre di Opalka, 1965/1 - ∞, accompagnato dai dipinti, dagli autoritratti, dalle carte da viaggio e dall'installazione sonora, ora invece la galleria propone una presentazione inedita in un contesto diverso.

Dodici dipinti firmati tra il 1958 e il 1965 troveranno così collocazione negli spazi recuperati all'interno dell'ex stabilimento industriale Dreher della Giudecca. Un lotto poco conosciuto di opere, tra le quali figurano alcuni lavori del ciclo relativo all'Alfabeto Greco e le Composizioni. Le "lettere greche" rappresentano il linguaggio che i segni e i loro movimenti scolpiscono sulle tele, mentre le composizioni si presentano come strutture tridimensionali in tessuto, legno o altri materiali. In questi lavori antecedenti il 1965, si manifesta già l'attitudine di Opalka alla sobrietà, all'essenzialità e all'economia dei mezzi, e si evidenzia in particolar modo la passione per la materia, quale appunto il le fibre di legno, e le trame dei tessuti. Per celebrare il legame con la svolta attuata a partire dal 1965, verrà allestito nella stanza superiore della galleria, addattandolo allo spazio, lo studio di Opalka di Bois Mauclair, con i Details, il cavalletto e glistrumenti personali dell'artista, per la prima volta esposti in una mostra aperta al pubblico.

Roman Opalka (Hocquincourt - Francia, 1931 - Chieti, 2011) è di origini polacche. La famiglia ritorna in Polonia nel 1935, ma viene poi deportata in Germania nel 1940, dove rimane in un campo di lavoro sino al termine della guerra. Una volta liberati rientrano in Francia, per poi ritornare finalmente a Varsavia, dove Opalka frequenta la Scuola di grafica di Walbrzych Nowa Ruda (1946-1948) e di arte e design di Lòdz (1949). Tra il 1950 e il 1956 studia all'Accademia di belle arti di Varsavia e nel 1957 si reca a Parigi. Nel 1966 tiene la sua prima personale alla Galeria Dom Artysty Plastyka a Varsavia. L'anno seguente inizia il progetto Opalka 1965/1 - ∞, a cui dedicherà tutta la vita a partire dal 1970. Opalka si lega così inestricabilmente all'Arte concettuale. A cavallo tra gli anni '60 e '70 riceve numerosi premi: il Grand Prize della First British International Print Bien- nial, Bradford (1968), due premi a Tokyo (1970) alla 7a International Biennial Exhibition of Prints e all'Art Museum Ohara, e il Primo premio del Ministero della cultura e delle arti della Polonia (1971).

Nel 1972 si reca per la prima volta negli Stati Uniti. Nel 1977 si trasferisce a Teille, in Francia, e viene premiato alla 14a Biennale di Sao Paulo. Nel 1985 diventa cittadino francese. Tra il 1985 e il 1990 insegna alla Summer Academy di Salisburgo. Negli anni seguenti Opalka espone in numerose occasioni e riceve molti premi, come il Premio nazionale di pittura, Parigi (1991), e il Premio speciale del Ministero degli affari esteri della Polonia, Varsavia (1996). Nel 1992 espone al Musèe d'Art Moderne de la Ville de Paris e nel 1996 rappresenta la Polonia alla Biennale di Venezia. Nel 2002-2003 un grande antologica della sua opera è esposta in varie città europee. Nel 2009 è insignito del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres a Parigi, e della Medaglia d'oro Gloria Artis a Varsavia. (Comunicato stampa)

---

The Gallery Michela Rizzo is proud to present from the 23rd of September to the 18th of November the exhibition anche Opalka of the great Polish artist in the new spaces of the gallery in Venice and in collaboration with the Estate of Roman Opalka. Unlike the first exhibition dedicated to the artist in 2011 at Palazzo Palumbo Fossati that coincided with the Biennial of Visual Arts, this new exposition gives voice to the artistic dimension that is less known and more introspective of Opalka. It is a merge with a dedication to avant-garde experiments before giving in completely, up until death, to his great project on time. If during the last occasion, the work was presented in an in-depth manner of the more famous works of Opalka, 1965/1 - ∞, which was accompanied by a sound installation, self-portraits and travel cards, this time the gallery will offer a unique presentation in a different context.

Twelve paintings signed between 1958 and 1965 will therefore be located in the reclaimed spaces within the former Giudecca Dreher factory. It is an unprecedented lot of works, of which will be represented by Greek letters and compositions. The Greek letters illustrate the language of the signs and their movements that are sculpted on the canvases while the compositions are presented as large three-dimensional structures in fabric, wood and other materials. The change of the year, that is, 1965, will be celebrated in the upper room of the gallery, where it will be set up for the occasion, adapting the Opalka studio by Bois Mauclair, with the artist's stand and personal instruments, presented for the first time in an exhibition open to the public.

Roman Opalka was born on August 27th, 1931 in Hocquincourt, France. Being of Polish origins, the family members returned to Poland in 1935 but were then deported to Germany in 1940, where they stayed in a labor camp until the end of the war. Once released, they went to France, and then finally returned to Warsaw, where Opalka attended the School of Walbrzych Nowa Ruda's graphics (1946-1948) and Lódz's Art and Design (1949). Between 1950 and 1956 he studied at the Academy of Fine Arts in Warsaw and in 1957 he went to Paris. In 1966 he held his first opening at Galeria Dom Artysty Plastyka in Warsaw. The next year OPALKA 1965/1 - ∞ project beings, of which he dedicated his whole life to starting from 1970, thus linking Opalka inextricably to Conceptual Art. Between the 60's and 70's he received numerous awards: the First British Grand Prize International Print Biennial, Bradford (1968), two awards in Tokyo (1970) at the 7th International Biennial Exhibition of Prints and at the Art Museum Ohara, as well as first prize from the Ministry of Culture and Arts of Poland (1971).

In 1972 he traveled for the first time to the United States. In 1977 he moved to Teillé, France, and was awarded at the 14th Sao Paulo Biennale, and in 1985 became a French citizen. Between 1985 and 1990 he taught at the Summer Academy of Salzburg. In the following years Opalka exhibited on numerous occasions and received many awards, such as the National Painting Prize, Paris (1991), and the Special Prize of the Ministry of Foreign Affairs of Poland, Warsaw (1996). In 1992 he exhibited at the Musée of Modern Art de la Ville de Paris and in 1996 represented Poland at the Biennale of Venice. In 2002-2003 a great collection of his work was displayed in various European cities. In 2009 he was awarded the title of Chevalier des Arts et des Lettres in Paris, and the Gold Medal of Gloria Artis in Warsaw. Opalka dies in Chieti on August 6th, 2011. (Press release)




Werner Bischof
Fotografie 1934-1954


termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

Antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell'agenzia Magnum. La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l'artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato.

In essa si coglie l'originalità dello scatto che rivela l'occhio 'neorealista' di Werner Bischof. Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell'età dell'oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall'Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio. Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all'analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte. Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione. Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento. Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

Werner Bischof (Svizzera) ha studiato fotografia con Hans Finsler nella sua nativa di Zurigo presso la Scuola di Arti e Mestieri, poi ha aperto uno studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 è diventato un freelance per la rivista Du, che pubblicò i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943. Bischof ha ricevuto il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, Bischof ha viaggiato in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 ha fotografato le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, ha lavorato per Picture Post, The Observer, Illustrated, e Epoca.

E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai fondatori nel 1949. Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l'ha fatto apprezzare particolarmente dagli editori. Tuttavia, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Nell'autunno del 1953, Bischof creò una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti. L'anno successivo viaggiò in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, dove si occupava di fare un film. Tragicamente, Bischof è morto in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perse la vita in Indocina. (Comunicatop stampa)

---

__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Guy Bourdin: In Between: 1955-1987 | Untouched: 1950-1955
15 ottobre - 12 novembre 2017
Galleria Carla Sozzani - Milano
Presentazione

Elliott Erwitt Personae
termina lo 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì
Presentazione






Vincenzo Cecchini - Inquadratura - olio e grafite su tela emulsionata cm.20x20 1972-73 Vincenzo Cecchini
Trittici" 1972/1975 & "Foto-Tracce 2015/2017


termina il 25 ottobre 2017
Galleria Peccolo - Livorno

Vincenzo Cecchini (Cattolica, 1934), ha vissuto a Milano, Roma e Latina dove ha insegnato nei vari Istituti d'Arte. Tra il 1970 e 1975 è stato protagonista, insieme con altri pittori italiani, del rinnovamento per una nuova concezione della pittura che, in seguito, fu definita "Pittura Analitica". Recentemente la "Pittura Analitica" sta godendo della rivalutazione sia da parte della critica che del mercato, e le esposizioni su questo tema si susseguono tra Musei e Gallerie Italiane e Internazionali. Ma durante tutti gli anni Settanta la scena artistica internazionale era dominata dalla visione di un'arte detta Concettuale e della Performance o dell'Arte Povera: un fare arte che privilegiava, nell'operare artistico, l'effimero, la concezione filosofica e mentale o corporale dell'autore; ricusando come dogma l'uso dei materiali pittorici: la tela, il pennello e il colore.

In quegli stessi anni il medium fotografia andava assumendo un ruolo importante quale mezzo artistico di ricerca e Vincenzo Cecchini, da sempre appassionato sperimentatore sia in Pittura che nella Fotografia, ha indagato con i suoi lavori le possibilità di dialettica e di combinazione tra questi due mezzi artistici a lui congeniali. "Fotografo quello che dipingo e ridipingo ciò che ho fotografato" questo breve aforisma potrebbe essere lo slogan che accompagna tutta la produzione artistica di Cecchini, dalle prime opere Inquadrature e Trittici del 1972-75 fino alla recente serie di quadri Foto-Tracce e ai recentissimi Omaggio a Giorgio Morandi del 2015-2017; e in questa personale livornese sono esposte, in un confronto diretto, le opere significative dei due nuclei di lavori.

Con le Inquadrature e i Trittici del '72-75 Cecchini partecipava, durante gli anni Settanta, oltre che nelle mostre in Musei Italiani ed Europei dedicate alla "Pittura Analitica", anche alla mostra Aphoto che il prestigioso Studio Marconi di Milano nel 1977 dedicò ad artisti nel cui lavoro si incrociavano Pittura e Fotografia; tra i partecipanti: Agnetti, Paolini, Di Bello, ecc. A documentare la mostra un catalogo a cura della Galleria Peccolo che contiene una prefazione di Marco Meneguzzo, una selezione dei principali testi critici che negli anni hanno seguito lo sviluppo della sua opera a partire dal 1970 fino ai recenti esiti; con illustrate tutte le opere esposte in questa mostra-confronto. Sarà inoltre disponibile il recente Libro d'Artista Affinità Elettive creato da Vincenzo Cecchini con 13 poesie in dialetto romagnolo e 13 tavole a colori che riproducono disegni dell'autore. Il volume è edito dalle Edizioni Peccolo nella Collana "Memorie d'Artista". (Comunicato stampa)




Angelo Accardi - Misplaced - tecnica mista su tela cm.70x100 2016 Angelo Accardi. Lost and found
termina lo 04 novembre 2017
VS Arte - Milano
www.vsarte.it

Tele inedite di grandi, medie, piccole dimensioni che giocano sul costante dualismo fra reale e irreale, apparenza e significato, ricche di simboli e di visioni nascoste, sono esposte accanto a sculture e installazioni. Angelo Accardi, artista attento allo studio della società e dell'uomo descrive nelle sue opere squarci di vita quotidiana, di paesaggi urbani animati da presenze simboliche, soprattutto animali, che rappresentano le chiavi interpretative di realtà celate e sono testimoni della tensione e della paura caratterizzante l'epoca attuale.

Su sfondi di architetture estremamente realistiche, in abitazioni e musei come si osserva nelle nuove tele dei grandi cicli Misplaced, Blend e nei lavori creati ad hoc, compaiono struzzi dalle tonalità cromatiche accese, dal piumaggio verde, rosso, blu o giallo e rinoceronti che con un'apparente vena ironica si inseriscono in questi contesti. Guardandoli attentamente si percepisce, tuttavia, nel loro irrompere nelle scene, un pericolo e un disagio che rappresenta lo stato di agitazione e di irrequietezza nei confronti della contemporaneità.

Le opere d'impronta realistica, studiate nei dettagli e nella composizione, realizzate a tecnica mista con interventi di pittura gestuale, si soffermano sul rapporto con il tempo, dove il passato viene messo in costante confronto con il presente. Gli sfondi - architetture e stanze con citazioni di capolavori artistici di Velasquez, Picasso, Liechtenstein, Bacon che rimandano a periodi precedenti o di frames tratti da film famosi e di nicchia - rappresentano una sorta di stabilità, che viene turbata dall'arrivo di irriverenti animali, simbolo dell'epoca odierna. Talvolta s'incontrano anche altri elementi in connessione con il contemporaneo, personaggi pop o dei cartoons legati alla cultura di massa, come i Minions e i Simpson, che svelano con ironia le evoluzioni del linguaggio visivo.

Nei lavori di Angelo Accardi le presenze umane appaiono immobili, cristallizzate e in contrapposizione agli ingombranti pennuti in costane movimento, che osservano, analizzano e divengono i protagonisti della scena. Afferma il curatore Mimmo Di Marzio "Quella di Accardi è una pittura spiazzante, carica di evocazioni e citazioni, eppure fortemente intima. Le sue visioni surreali contrastano con il realismo della rappresentazione e rompono definitivamente quel confine tra realtà e fiction già messa in crisi dalla civiltà della rete". L'artista effettua un'operazione di decontestualizzazione, per cui l'animale selvaggio ed esotico è inserito in ambientazioni a lui estranee e allo stesso tempo viene provocato nel visitatore un effetto sorpresa che stimola le coscienze e invita a riflettere sulla quotidianità.

In mostra - a cura di Mimmo Di Marzio - si ammira inoltre una selezione di sculture e installazioni, realizzate con materiali differenti fra cui ferro, metallo, lamiera e plastica fusa, i cui soggetti sono nuovamente gli struzzi, che collocati accanto alle tele fanno le veci di sentinelle. Vengono dunque ricreate affascinanti situazioni di "opera nell'opera", dove la realtà espositiva riproduce ciò che è stato dipinto nella tela, generando un senso di straniamento nel visitatore che "perde e trova" il contatto con il mondo reale, un metaforico "lost and found".

Angelo Accardi (Sapri - Salerno, 1964) frequenta l'Accademia Delle Belle Arti di Napoli, periodo in cui realizza opere di matrice astratta. Agli inizi degli anni Novanta apre uno studio a Sapri ed inizia la ricerca sulla figurazione a sfondo sociale con le collezioni Human Collection e Misplaced, che diventa la sua cifra stilistica; nello stesso periodo è presente in gallerie prestigiose italiane ed estere. Il ciclo Human Collection, atmosfere ovattate dove le figure sono velate da una patina di umidità, segna un passaggio fondamentale del suo percorso artistico e sono esposte per la prima volta a Vancouver.

Successivamente 15 tele sono esposte in una mostra itinerante a Firenze, Innsbruck, Barcellona e Budapest. Nel 2006 partecipa a Shanghai a "Galleria Italia". Nel 2008 partecipa a importanti iniziative artistiche e le sue opere iniziano a essere apprezzate in Italia e all'estero. Nel 2011 lo storico dell'arte Marco Vallora, lo seleziona per la 54a Biennale di Venezia. Successivamente seguono numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero (Canada, Germania, Spagna) e ad oggi le sue opere sono trattate da gallerie nazionali e internazionali situate in città importanti come Ginevra, Londra, Lugano e Miami. (Estratto da comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini
termina lo 03 dicembre 2017
Museo Civico d'Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

I Musei Civici d'Arte Antica dell'Istituzione Bologna Musei, in collaborazione con il Dipartimento delle Arti - Alma Mater Studiorum Università di Bologna, promuovono la mostra Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini, la prima dedicata all'artista, letterato e mercante d'arte (1708-1779), figlio del celebre pittore Giuseppe Maria detto lo Spagnolo (1665-1747). L'esposizione, a cura di Mark Gregory D'Apuzzo e Irene Graziani, intende tributare un dovuto omaggio a questa poliedrica figura fra le più interessanti del panorama artistico e letterario del Settecento bolognese, in relazione al clima di rinnovamento culturale favorito dall'illuminata opera pastorale del cardinale Prospero Lambertini (1731-1754).

In stretti rapporti con Giuseppe Maria Crespi, l'ecclesiastico fu un fervido sostenitore del figlio secondogenito Luigi, del quale sostenne la carriera clericale nominandolo segretario generale della visita della città e della diocesi, canonico della collegiata di Santa Maria Maggiore ed infine, dopo l'elezione al soglio pontificio con il nome di Benedetto XIV (1740-1758), suo cappellano segreto. Allestita nelle splendide sale ambientate del Museo Davia Bargellini, dove sono esposte la pregevole quadreria senatoria di dipinti bolognesi dal XIV al XVIII secolo appartenuta alla famiglia Bargellini e una peculiare raccolta di oggetti di arte applicata, la mostra presenta il nucleo più significativo di dipinti di Luigi Crespi qui conservati, in dialogo con altre sue opere provenienti dalle Collezioni Comunali d'Arte e prestiti di altre importanti istituzioni museali cittadine e collezionisti privati, in un percorso antologico articolato in sette sezioni tematiche che, per la prima volta, consente di ricostruire le fasi più rilevanti della sua vicenda artistica.

Pur essendo soprattutto noto come autore del terzo tomo della Felsina Pittrice edito nel 1769, in prosecuzione dei due volumi pubblicati da Carlo Cesare Malvasia nel 1678, Luigi Crespi infatti ha percorso con successo anche la carriera artistica, avviata nella bottega paterna fra la fine degli anni venti e gli inizi degli anni trenta del Settecento. Un'attività che egli stesso, molti anni più tardi, nella biografia del padre (1769), sosterrà di aver svolto "per divertimento", per significare il privilegio accordato al prestigioso ruolo, assunto a partire dagli anni cinquanta, di scrittore e critico d'arte, che gli frutterà importanti riconoscimenti come l'aggregazione alle Accademie di Firenze (1770), di Parma (1774) e di Venezia (1776).

La sua produzione figurativa, in particolar modo quella rappresentata dal più congeniale genere del ritratto, rivela un autore sensibile al dialogo con la scienza moderna e con la libera circolazione delle idee dell'Europa cosmopolita. Nonostante l'impegno applicato anche all'ambito dell'arte sacra, cui Luigi si dedica almeno fino agli inizi degli anni Settanta, è soprattutto nella ritrattistica che egli raggiunge esiti di grande finezza ed efficacia, molto apprezzati dalla committenza. «Ebbe un particolare dono di ritrarre le fisionomie degli Uomini, e ne fece una serie di Ritratti di Cavaglieri e Damme», scrive infatti l'erudito del tempo Marcello Oretti, celebrandone l'abilità nell'adattare la formula del codice ritrattistico alle esigenze della clientela.

Come dimostrano il Ritratto di giovane dama con cagnolino, o i tre ritratti dei Principi Argonauti in origine nel collegio gesuitico di San Francesco Saverio, la pittura di Crespi junior, già addestrato dal genitore Giuseppe Maria ad un fare schietto, attento al naturale e al «vero», evolve verso un nitore della visione che risalta i dettagli, in un'analitica investigazione della realtà, memore di certi esempi virtuosistici (Balthasar Denner e Martin van Meytens) osservati nel 1752 durante un viaggio fra Austria e Germania, dove visita le Gallerie delle corti di Dresda e Vienna.

Dal confronto con il «grande mondo» - per utilizzare un'espressione di Prospero Lambertini - Luigi deriva la conferma della validità del genere del ritratto ufficiale, che gli consente di rappresentare i personaggi, qualificandone i gusti sofisticati, le abitudini raffinate, i comportamenti eleganti e disinvolti da assumere nella vita di società, dove si praticano i rituali di quella "civiltà della conversazione" che nella moderna Europa riunisce aristocratici e intellettuali in un dialogo paritario, dettato dalla condivisione di regole e valori comuni.

La prossimità con la cultura lambertiniana lo conduce inoltre a sperimentare, dapprima ancora con il sostegno del padre, poi autonomamente, nuove invenzioni compositive in cui lo sguardo incrocia i volti di individui del ceto borghese: talvolta sono gli oggetti a raccontare con la loro perspicuità di definizione la dignità del lavoro (Ritratto di Antonio Cartolari), altre volte sono invece i gesti caratteristici, l'inquadratura priva di infingimenti, la resa confidenziale del modello, quasi al limite della caricatura (Ritratto di Padre Corsini), a fare emergere il valore umano di quella parte della società, cui papa Lambertini riconosceva un ruolo fondamentale nella riforma dei rapporti con le istituzioni ecclesiastiche.

La mostra è accompagnata da un volume, il primo monografico nella bibliografia sull'artista, edito da Silvana Editoriale, corredato da un apparato iconografico che documenta la produzione ritrattistica, una presentazione di Massimo Medica e saggi di Gabriella Zarri, Giovanna Perini Folesani, Irene Graziani e Mark Gregory D'Apuzzo. Durante il periodo di apertura dell'esposizione, i Musei Civici d'Arte Antica organizzano un ciclo di conferenze per approfondire la conoscenza dell'opera di Luigi Crespi nella cultura artistica del Settecento. Gli incontri, gratuiti e aperti al pubblico fino a esaurimento posti disponibili, si tengono alle ore 17 nel Salone di Nomisma - Società di studi economici, al primo piano di Palazzo Davia Bargellini. (Comunicato Ufficio Stampa Bologna Musei)

___ Calendario delle conferenze

.. 11 ottobre 2017
Angelo Mazza, storico dell'arte, "La ritrattistica di Angelo Crescimbeni tra aristocratici, intellettuali, borghesi, artisti"

.. 25 ottobre 2017
Sandra Costa, Università degli Studi di Bologna, "I 'mondi dell'arte' in Francia nel XVIII secolo. Il ruolo del pubblico e dei conoscitori nel giudizio sulla pittura"

.. 08 novembre 2017
Giovanna Perini Folesani, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, "Luigi Crespi storiografo, mercante e artista, ovvero la resistibile ascesa di un avventuriero poco onorato"

.. 15 novembre 2017
Elisabetta Pasquini, Università degli Studi di Bologna, "Padre Giambattista Martini e il Settecento musicale bolognese"

.. 29 novembre 2017
Andrea Bacchi, direttore Fondazione Federico Zeri, "Sculture e scultori tra Roma e Bologna negli anni di Benedetto XIV Lambertini"




Opera di Lesley Foxcroft nella mostra alla Galleria A arte Invernizzi di Milano Lesley Foxcroft
termina lo 09 novembre 2017
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra personale di Lesley Foxcroft, in occasione della quale saranno esposte opere realizzate appositamente per gli spazi della galleria. Nella prima sala del piano superiore si trovano lavori in gomma industriale, quali Folds e Knotted, materiale relativamente nuovo per l'artista inglese, che tuttavia lavora da sempre con materie prime semplici e basilari dall'uso fondamentalmente quotidiano - quali carta, cartoncino e MDF. In queste opere come anche nell'istallazione "Eye level", presente nel secondo ambiente del piano superiore, Foxcroft utilizza un linguaggio essenziale e rigoroso per manipolare la materia e creare forme non comunemente ad essa associate.

La capacità di evidenziare delle caratteristiche del materiale meno note rispetto alle qualità che ne risultano evidenti dall'utilizzo quotidiano, appare evidente anche in Stacked o Milan corner e negli altri lavori esposti al piano inferiore della galleria e realizzati in MDF. Foxcroft riesce a combinare la flessibilità della materia prima in un equilibrio perfetto con la semplicità degli elementi funzionali - quali uncini, asole, morsetti o viti - tanto da creare una nuova entità, un nuovo insieme, che guida la percezione in modo nuovo, chiaro e logico-razionale. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)

---

The A arte Invernizzi gallery will open on Thursday 21 September 2017 at 6.30 p.m. a solo exhibition of works by Lesley Foxcroft, with some pieces specially made for the gallery's spaces. In the first room upstairs there are works, such as Folds and Knotted, in industrial rubber, a relatively new material for the English artist, who has always worked with simple, basic raw materials of fundamental everyday use, such as paper, cardboard and medium-density fibre board (MDF). In these works, as well as in the "Eye Level" installation in the second room on the upper floor, Foxcroft adopts a strict, austere visual language to manipulate the material and create forms not normally associated with it.

The ability to bring out aspects of the material that are usually not found in its everyday use is clear to see also in Stacked and Milan Corner, as well as in the other works in MDF that are on show on the lower floor of the gallery. Foxcroft manages to combine the flexibility of the raw material in a perfect balance with the simplicity of functional elements - such as hooks, eyelets, clamps and screws - in such a way as to create a new entity, a new ensemble, that guides our perception in a clear new manner that is both logical and rational. On the occasion of the exhibition a catalogue will be published with illustrations of the works on display, a poem by Carlo Invernizzi and updated bio-bibliographical notes. (Press release)




Matteo Tenardi
Luoghi Instabili | la deriva delle cose e il ciclo dell'acqua


termina il 28 ottobre 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Matteo Tenardi (Castenuovo Grafagnana - Lucca, 1984) presenta un nuovo ciclo di opere di grandi dimensioni che creano scenografie estranianti e singolari, come sempre accade nelle sue esposizioni, accompagnate da una serie di progetti che sono essi stessi opere a sé stanti per la minuziosità dei dettagli e per la stratificazione concettuale con cui Tenardi comunica la profondità delle sue riflessioni sulle cose e sull'esistenza umana. E' l'artista stesso l'autore del testo di presentazione di questa mostra appositamente pensata e realizzata per gli spazi della galleria: "Per l'Uomo non esistono luoghi stabili, incorruttibili allo scorrere del Tempo, al divenire della Storia, ed è la mancanza di questa stabilità che rende lo Spazio un dubbio, un principio che va continuamente individuato e designato.

E' l'Instabile che governa il divenire e l'instabilità strutturale delle cose e che consegna alla realtà rovine, reperti, memorie fisiche ed oggettuali che fanno intravedere un Tempo puro e non databile. Cose, luoghi, case, montagne, pietre, elementi imperfetti generati dall'esistenza che li ha vissuti e trasformati, imprimendo nella loro forma il gesto dell'Uomo e dello scorrere del Tempo. L'uomo discende da una catena ininterrotta di antenati e il fatto che nasca senza volontà propria e senza autoconsapevolezza lo rende l'ospite casuale di un divenire incerto. Non resta quindi che scegliere di camminare in un Tempo puro, tra le brecce create dall'incuria ed accettare il senso delle Rovine. E' necessario vincere l'ostinazione e scegliere di contemplare il meccanismo inesorabile del ciclo idrologico all'interno del quale evaporazione, condensazione e precipitazione sono possibili soltanto grazie alla natura instabile dell'Acqua, elemento imprescindibile della Vita." (Matteo Tenardi, agosto 2017)




Opera di Umberto Chiodi nella mostra Impromptu allo Studio d'arte Cannaviello di Milano Umberto Chiodi: Impromptu
termina lo 07 novembre 2017
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Nella sua quarta mostra personale allo Studio d'arte Cannaviello, Umberto Chiodi presenta diverse tipologie di opere, che hanno caratteri polari e inscindibili, tutte realizzate tra il 2016 e il 2017. Sono presenti circa trenta disegni, di piccolo e grande formato (da 50x35cm. a 150x100cm.), una grande installazione a parete, composta da trenta assemblaggi della serie Generatori di vuoto, e un libro d'artista della serie Cavità. I disegni esposti sono realizzati con grafite, pastelli, china, acquerello e tempera su carta e cotone. In questa raccolta l'artista ricerca una sorta di "realismo primario", vicino alla scoperta e alla delineazione dell'archetipo, della metafora immaginale, partendo dal gesto grafico. I disegni sono presentati senza cornice per mantenere la peculiare leggerezza dell'oggetto.

Se la ricerca estetica di Chiodi va verso la proliferazione fantastica e mostruosa delle forme, questa è accompagnata da una forte attenzione critica nei confronti della società bulimica del consumo. Gli assemblaggi (dimensioni variabili) sono composti da materiali plastici, ferro, vetro ed elementi organici. Chiodi fa compenetrare frammenti di oggetti di uso comune e strutture organiche, creando una serie di ipotetici e paradossali strumenti che rimandano ad accessori di consumo o a feticci tribali antropomorfi. Queste sculture disposte a parete disegnano bizzarre "silhouette", che costellano la galleria con linee colorate fluttuanti.

Umberto Chiodi (Bentivolgio - Bologna, 1981) si è laureato all'Accademia di belle arti di Bologna nel corso di pittura. Ha esposto in Italia e all'estero in gallerie e musei. I suoi lavori si trovano in importanti collezioni private e pubbliche (Collezione Bertolini; Museo del '900, Milano; JP Morgan Chase Art Collection, New York). (Comunicato stampa)




Opera di Umberto Gervasi dalla locandina della mostra Opera di Raffaele Romano Umberto Gervasi | Raffaele Romano
termina il 20 ottobre 2017
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

Umberto Gervasi (Catania, 1939) è un siciliano, a Milano dal 1972. La mostra, curata da Carmelo Strano, si compone di una serie di sculture in argilla, anche colorata a ingobbio, e di alcune tele e carte dipinte ad acrilico. Pur non avendo fatto dell'arte la sua prima professione, l'amore e la pratica della scultura e della pittura lo accompagnano dalla fine degli anni Sessanta, con un'attenzione privilegiata su un repertorio di forme e di soggetti, affrontato con calore e vivacità narrativa e prelevato dalla vita quotidiana, dalle lotte degli umili, dall'epopea del lavoro, dal folklore siciliano. Questi ambiti d'interesse divengono infine la scena e i comprimari con cui articolare le tematiche che più lo interessano e che muovono dal suo profondo senso di compassione umana, di giustizia sociale e di fede politica.

Raffaele Romano (Comiso 1944) presenta una serie di recenti grandi disegni a carboncino (175x150cm., fino a 150x280cm.) e una serie di opere su tela (50x60cm.) che prendono spunto da Esopo, da Fedro e, come avviene per tutto il suo lavoro, dalla mitologia. Romano è un artista viaggiatore che ha speso la sua gioventù per le strade d'Europa sfruttando il sapere d'arte accumulato nelle botteghe siciliane e nella scuola d'arte e mestieri di Comiso, immagazzinando incontri ed esperienze poi riversati nella sua opera matura. Nel 1969 a Milano comincia a collaborare con la Stamperia Calcografica di Franco Sciardelli, con cui ha modo di lavorare ai torchi d'incisione e così, oltre ad arricchire la propria opera con questa tecnica, arriva a collaborare stabilmente con artisti quali Eugenio Tomiolo e Fausto Melotti. Nelle opere in mostra, a cura di Gianluca Ranzi, il mito, l'enigma, il lavoro agreste, sono all'origine di figure arcaiche e suggestive, selve di segni rapidi e incisivi, animali fiabeschi, angeli musicanti e contadini trasognati. (Comunicato stampa)




Levi van Veluw - The monolith - wood, black ink 2016 - Archive Photo Daniel Canogar - Gust - led screen, electronic components, metal structure Baptiste de bompourg - FLOW - contextual glass installation made from car windscreens, 4,3x16x8m 2013 - Art Center Oeil de Poisson - Québec - Canada Tensioni Strutturali #3
Daniel Canogar | Baptiste Debombourg | Levi Van Veluw | Zimoun


termina il 22 dicembre 2017
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La trilogia Tensioni Strutturali è stata articolata come un progetto organico suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra di loro, che sono state presentate gradualmente negli spazi della galleria. La prima mostra, realizzata a febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell'individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker. La seconda mostra, inaugurata a novembre 2016, analizzava le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione attraverso i lavori di Davide Dormino, Diamante Faraldo, Andrea Nacciarriti, Marzia Corinne Rossi e Aeneas Wilder.

In quest'occasione viene presentata la mostra che chiude la trilogia in cui le installazioni site specific di Daniel Canogar, Baptiste Debombourg, Levi Van Veluw e Zimoun - a cura di Angel Moya Garcia - si interrogano sui processi entropici dell'ambiente quotidiano. L'entropia viene designata generalmente come la tendenza intrinseca a un sistema di prendere irreversibilmente parte del proprio ordine o delle proprie qualità, mentre nella teoria dell'informazione viene associata a quanto è d'impedimento alla chiarezza e univocità di un determinato messaggio.

Una tendenza all'irregolarità, a un apparente disordine in cui forse si cela un equilibrio nascosto, benché complesso e difficile da capire, che può fornire delle indicazioni sulla realtà quotidiana. In questo processo caotico, l'individuo si trova spesso smarrito e prova a resistere a tutto ciò che sfugge dal proprio controllo ideando etichette, classificazioni o categorizzazioni per provare a contrastarlo e per dotarsi di un sistema rigido di controllo che possa, in un certo modo, garantire una serenità e una stabilità fisica e psicologica. In quest'ottica, l'ultima parte della trilogia viene sviluppata dai quattro artisti invitati come un'analisi dei processi entropici che sovrastano la nostra quotidianità e dei possibili tentativi di instaurare un ordine, elaborando una tassonomia dei componenti della realtà per suggerire una possibilità di assetto stabile o, in ultima analisi, per trascurare consapevolmente questo intento.

Dai fenomeni naturali e atmosferici agli stati emotivi e psicologici, dai processi storici sulla simbologia di determinate forme agli studi sui ritmi meccanici e funzionali, la mostra si articola come un momento di verifica per misurare il grado di disordine presente, le possibilità di trovare un equilibrio e l'accettazione, attraverso la constatazione empirica, del fatto che le configurazioni "disordinate" sono le più probabili. Una serie di lavori, infine, che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle possibilità di costruire una narrazione stabile e solida, ma che allo stesso tempo ci chiedono fino a che punto dovremmo proseguire quella ricerca invece di lasciarci andare nell'inesorabile fallibilità delle nostre sicurezze.

In particolare, nella prima sala, Daniel Canogar (Madrid - Spagna, 1964) realizza un'ambientazione in cui un'animazione generata da un algoritmo reagisce in tempo reale alle precipitazioni, registrate attraverso diverse pagine web, delle 195 capitali riconosciute dall'Onu. Uno schermo scultoreo realizzato con dei LEDs flessibili e in grado di adattarsi e distorcersi alle caratteristiche specifiche dell'architettura che lo cir-conda fa pulsare continuamente la stanza. Attraverso la connessione a Internet percepisce, registra e riformula fenomeni planetari difficilmente prevedibili che sono oltre la portata delle nostre capacità sensoriali e che, tuttavia, sono vitali per la nostra sopravvivenza come specie.

Nella seconda sala, Levi Van Veluw (Hoevelaken - Olanda, 1985) presenta un'installazione in penombra, claustrofobica e immersiva in cui si evince un'esplorazione sui temi scuri della paura, della solitudine, dell'ordine e della perdita di controllo. Un lavoro che manifesta una ricerca sulla nozione di perfezione all'interno di una struttura sistematica e ordinata e, contemporaneamente, evoca la tensione sottostante tra il nostro desiderio di un universo regolato e l'impossibilità razionale del controllo totale. Al suo interno, una sedia e una scrivania alludono ad un protagonista assente che tenta maniacalmente di avere il controllo dell'universo attraverso la classificazione di determinati materiali e che, tuttavia, diventa inevitabilmente frustrato davanti alla pluralità di forme inerenti alla materia che lotta per dominare.

Nella terza sala, Baptiste Debombourg (Lione - Francia, 1978) presenta un'installazione realizzata con legno verniciato e vetro laminato infranto la cui formalizzazione fa riferimento al simbolismo, al movimento e alla tensione della forma ellittica. In particolar modo l'artista richiama la rottura che rappresentò l'ellisse come nuova forma ispirata e collegata all'eliocentrismo, alla scoperta di Copernico sulla posizione dei pianeti nell'universo e il loro movimento intorno al sole, in contrasto con la rappresentazione circolare vincolata al sistema geocentrico. All'epoca, la perdita della visione antropocentrica abbatteva definitivamente tutte le certezze dell'uomo, costringendolo a rivedere la sua posizione di "centralità", la sua sicurezza di supremazia, ben inserita all'interno di un ordinato progetto divino, e determinava la nascita dell'uomo moderno complesso, dubbioso, sfaccettato, disgregato, frantumato e privo di solide convinzioni.

Infine, nell'ultima sala, Zimoun (Berna - Svizzera, 1977) esplora il ritmo meccanico, la tensione tra i modelli ordinati del modernismo e la forza caotica della vita, trasmettendo una profondità istintiva attraverso il ronzio acustico dei fenomeni naturali. L'utilizzo volontario di titoli che descrivono le sue opere semplicemente come un elenco dei materiali e delle componenti meccaniche utilizzate, provoca che le sue sculture sonore richiedano all'osservatore un ulteriore sforzo di immaginazione, rendendolo attivamente partecipe nel completamento dell'opera stessa. Allo steso tempo, l'utilizzo di componenti semplici e funzionali, come oggetti industriali di uso quotidiano, li rende estremamente vicini, trainanti e affascinanti. Un connubio di articolati congegni meccanici e suono in cui l'unica certezza è che non potremmo mai sapere razionalmente e presumibilmente cosa accadrà. (Estratto da comunicato stampa)




Locandina Todi Festival Immagine opera di Marco Tirelli dalla locandina della mostra Marco Tirelli: Senza Titolo
termina il 26 ottobre 2017
Galleria Bibo's Place - Todi
www.bibosplace.it

Esposto un insieme di opere basate sulla luce e sull'ombra, ovvero in esse la definizione dello spazio e della forma avviene attraverso un utilizzo parossistico di questi elementi e la realtà affiora dal buio come un'apparizione. Ci dice Tirelli stesso a questo proposito: "Il buio è inquadrato da una scelta, una selezione... è un magma e la realtà che si rivela per apparizione è l'eternizzazione di un momento guardato. La realtà dell'immaginario diventa cosa, è tutto ciò che la mente vuole vedere." L'esposizione si tiene in occasione del Todi Festival, per cui Tirelli ha realizzato a quattro mani con Robin Heidi Kennedy il manifesto dell'edizione di quest'anno, e contestualmente ad una seconda mostra organizzata dal Comune di Todi nelle proprie sale espositive, dove saranno presentate tele di dimensioni monumentali. (Comunicato stampa)




Konrad Mägi
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma

In concomitanza con l'avvio del Semestre di Presidenza Estone dell'Europa, la prima ampia mostra europea - a cura di Eero Epner - su Konrad Mägi (1878-1925), uno dei maggior artisti del Novecento estone. Per il pubblico italiano Mägi sarà una clamorosa riscoperta perché questo artista, singolare per vicende personali e per la sua pittura, è certamente tra i più "eccentrici" protagonisti dell'arte europea nel fatidico ventennio intorno alla Prima guerra mondiale. Per molti versi Mägi resta un artista e un uomo difficile da collocare negli "ismi" di quegli anni. Si confronta con tutti, nelle sue opere ne sfiora alcuni, l'Espressionismo fra tutti, ma non ne fa proprio nessuno. Così come non si appiattisce, pur amandola, sulla tradizione artistica estone.

E' un artista originale, unico nel panorama continentale del momento. Anche perché del tutto personale era il suo approccio con la pittura, arte con la quale si misurò per meno di un ventennio, a partire dal 1906 quando, abbandonata la scuola a San Pietroburgo si rifugiò alle Isole Åland, in quella che era una specie di comune di musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi. Poi il soggiorno a Parigi, quello in Normandia e, ancora, in Norvegia. Uomo fortemente irrequieto, problematico, instabile, Mägi torna in Estonia a partire dall'estate del 1912. Qui fu uno dei rifondatori di Scuola d'Arte di Pallas, che diventa un campus per decine di artisti.

L'ambiente naturale di Saaremaa, dove soggiornò per periodi alle terme, risultò straordinariamente consono alla sua pittura. A stimolarlo non era la visione romantica, sentimentale della natura ma la percezione del paesaggio, di boschi, prati e acque colti come potente sintesi di bellezza e potenza. Pochi anni e Mägi viene colto da nuova irrequietezza e, ai primi del 1920, ricomincia a peregrinare in Europa. Visita Venezia, Capri e Roma. Il sole, la luce, i colori del Mediterraneo sembrano catturarlo ma l'artista continua a misurarsi con i problemi di una complessa vicenda umana, in costante difficile equilibrio.

La morte prematura arriva nel 1925, a concludere una esistenza intensa, complessa e magmatica e difficile. Mägi, che era un uomo distinto, molto attento alle forme, elegante, si descrisse come un nano soffocato dalla solitudine: incapace di fare nulla se non prendere un pennello. Puntando sul colore per dipingere quadri che dovevano trasmettere allegria, positività, gioia, annullando la paura del passare del tempo e il dissolversi della bellezza. Ed è proprio il colore la principale cifra dell'opera di Mägi. Colori brillanti e potenti. Si tratta dei paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e affascinanti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




___ Locandine

Circeo Film Arte Cultura
Rassegna a San Felice Circeo (Latina), 23-26 agosto 2017
Locandina

Animavì Festival Internazionale del Cinema d'animazione poetico
Pergola (Pesaro-Urbino), II edizione, 13-16 luglio 2017
Locandina

Dalla meccanica all'elettronica - Lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti
Mostra al Campus Luigi Einaudi di Torino (21 novembre - 03 dicembre 2016), nel programma della Settimana della Cultura d'impresa.
Locandina

On the road
Mostra alla Galleria PioMonti Arte contemporanea di Roma (giugno-luglio 2017).
Locandina

50anni d'Arte in Lombardia
Mostra alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova).
Locandina

Stappiamolarte
Presentazione del volume con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia.
Locandina

Artisti per Nuvolari, ed. 2016
Mostra dedicata a Tazio Nuvolari alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario.
Locandina




Divina Creatura
La donna e la moda nelle Arti del secondo Ottocento


15 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Pinacoteca Cantonale Gionanni ZÜST - Rancate (Mendrisio)
www.ti.ch/zuest

Sessanta sculture e dipinti e, per corredo, una sequenza di ventagli d'autore - dipinti cioè da grandi artisti, spesso i medesimi che ritraevano le "belle Signore" - e un nucleo di preziosi abiti d'epoca. E' quanto Mariangela Agliati Ruggia, Sergio Rebora, Marialuisa Rizzini, con il coordinamento di Alessandra Brambilla e il contributo di diversi studiosi, hanno selezionato da Musei e collezioni private per questa mostra. Con l'obiettivo di ricreare e testimoniare, nelle sale espositive della Pinacoteca Züst, a Rancate nel vicino Ticino, quello che è stato un vero e proprio cambio di paradigma nella storia del costume femminino in Europa. Se il tutto si volesse proprio ancorare ad una data, si potrebbe individuarla nel 1858, l'anno, a Parigi, di l'Haute Couture di Worth, subito amplificata e diffusa dai primi Grand Magasins che spopolano nelle principali metropoli europee.

Veicolano offerte molto differenziate per il pubblico femminile e fanno si che l'"essere alla moda" diventi l'imperativo condiviso nella seconda metà dell'Ottocento dalle donne di pressoché tutti i ceti sociali. La circolazione di figurini e di molte riviste illustrate, tra cui la celebre Margherita, l'irrompere della fotografia, specie nel formato carte de visite, i celebri affiches di Sartorie e Grandi Magazzini, portano a diffondere la moda, in modo molto capillare. Sono anni in cui si consolida il ruolo della donna, ora anche protagonista al di fuori delle pareti domestiche. Attentissima al proprio ruolo sociale e alla immagine che contribuiva a veicolarlo. Pur presentando alcuni favolosi abiti d'epoca e un nucleo di ventagli firmati da Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis, Pompeo Mariani e Pietro Fragiacomo, la Pinacoteca Züst sceglie di illustrare questo felice momento storico ricorrendo alle testimonianze che i grandi artisti ci tramandano attraverso le loro magnifiche opere.

Ed è soprattutto attraverso il ritratto su commissione che è possibile seguire le rapide e sorprendenti evoluzioni dell'abbigliamento femminile: i personaggi effigiati, sia che appartengano all'aristocrazia, ancora assai influente anche come esempio di gusto, o alla borghesia, posano per i pittori e gli scultori vestiti e acconciati con attenzione nei confronti dei dettami imposti dalla moda ma anche, assecondando sottili strategie comportamentali, in modo da mostrarsi in sintonia con il proprio preciso ruolo sociale. Spesso i modelli sono rappresentati da donne simbolo, a cominciare dalla regina d'Italia, Margherita di Savoia, o da figure appartenenti all'aristocrazia internazionale distinte grazie alla propria eleganza, come, per restare nel Cantone Ticino, la contessa Carolina Maraini Sommaruga (1869-1959).

Alla sua personalità emblematica verrà dedicata una sezione apposita, ponendo un'attenzione particolare alle attività filantropiche della contessa, che la portarono ad esempio a donare la sua villa romana alla Confederazione, oggi sede dell'Istituto Svizzero, che presterà il suo ritratto realizzato da Vittorio Corcos. E' la prima volta che la figura di Carolina Maraini viene ampiamente trattata e presentata in una mostra: in questa occasione si ricostruirà anche nei dettagli l'ambiente in cui viveva (abiti, accessori, mobilio, ma anche opere di celebri artisti che la ritrassero come Marino Marini e Giovanni Boldini). Negli anni del realismo, accanto a Bertini - caposcuola il cui ruolo appare oggi non ancora pienamente riconosciuto - tra i ritrattisti più significativi in tal senso si ricordano almeno Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Mosè Bianchi, Antonio Ciseri, Tranquillo Cremona, Ernesto Fontana, in una mappa che attraversa le regioni d'Italia e travalica il confine elvetico.

Negli anni che scivolano verso la fine del secolo non si parla ormai più di fenomeno di moda solo attraverso l'abbigliamento, ma anche attraverso la gestualità, le movenze, la dizione, in una parola: lo stile. Sono interpreti di questo rinnovato ritratto mondano maestri celebrati anche Oltralpe, come Giovanni Boldini, Paul Troubetzkoy, Vincenzo Vela, Vittorio Corcos, Giacomo Grosso, oltre ai ticinesi Pietro Chiesa, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti. Accanto al ritratto, negli anni del realismo è la pittura di genere a documentare con efficacia iconografica ed esemplare obbiettività l'evoluzione della moda femminile, ma anche le più diffuse tipizzazioni dei ruoli. Dopo il 1860 in pittura si moltiplicano le scene di ambientazione quotidiana e borghese, ispirate a momenti di vita familiare in cui è protagonista, come si diceva, la donna.

Si tratta di composizioni che sullo sfondo di interni domestici o di strade cittadine o di paese rappresentano figure femminili impegnate nei lavori ad ago, nella lettura, nella conversazione, nel passeggio, in riposo, con i figli. Di ciascuna, molto spesso, gli artisti restituiscono l'abbigliamento con dettagliata cura perfino negli accessori, in modo da permettere allo spettatore di seguire, di anno in anno, le minime mutazioni di gusto, trasformando la moda in uno degli elementi che determinano la modernità dell'opera. Questo filone, che si ispira alla pittura internazionale lanciata dalla Casa d'Arte Goupil e che trova i suoi vertici in maestri quali Ernest Meissonier e Mariano Fortuny, accomuna la sperimentazione degli artisti di tutte le scuole regionalistiche italiane e di quella del Cantone, dai Macchiaioli - tra cui Antonio Puccinelli e Odoardo Borrani - ai cosiddetti italiani a Parigi come Giovanni Boldini. Come detto, sarà per la prima volta studiato e proposto un genere specifico, quello dei ventagli eseguiti da artisti: accessori femminili di primissimo piano per tutto il diciannovesimo secolo, alcuni dei quali portano firme illustri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




I.L.T. Illumina Le Tenebre
Desideri complessi di un'Europa taciuta


Lodi: 10 giugno 2017, Biblioteca civica, presentazione nazionale del progetto
Bussolengo: 17 giugno - 01 luglio 2017, Villa Spinola
Venezia: 08-30 luglio 2017, Laguna Libre
Bologna: 02-27 agosto 2017, Museo internazionale e biblioteca della musica
Trieste: 02-17 settembre 2017, Magazzino delle Idee
Settimo Torinese: 21 settembre - 01 ottobre 2017, Biblioteca civica Archimede
Lodi: 07-29 ottobre 2017, VIII Festival della fotografia etica
Novi Sad: 11-26 novembre 2017, Castello Edseg / Egység
Nis: 15-24 dicembre 2017, Salone della Fortezza
Belgrado: 28 dicembre 2017 - 15 gennaio 2018, Museo Etnografico

Terza tappa del progetto artistico dedicato a Velika Hoca, enclave serba situata in Kosovo e Metohija. In mostra, negli spazi del museo dedicati agli eventi temporanei, una selezione di dodici ritratti fotografici di grande formato tratti dall'omonimo libro di Federica Troisi (Duuscia Edizioni, pag.216), che si svelano al suono di una colonna sonora appositamente composta da Giovanni Lindo Ferretti. L'esposizione è curata dall'Associazione Amici di Decani che si occupa del sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del monastero ortodosso di Visoki Decani in Kosovo, dichiarato nel 2006 patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Dopo il debutto a Lodi con la presentazione nazionale del progetto, nel corso del 2017 l'esposizione segue un percorso itinerante tra Italia e Serbia, toccando le città di Bussolengo, Venezia, Bologna, Trieste, Settimo Torinese, Lodi, Novi Sad, Belgrado e Nis.

La storia di I.L.T. Illumina Le Tenebre ha i contorni di una favola. Inizia nell'agosto 2016, quando Federica Troisi, fotografa emiliana, giunge insieme alla propria famiglia a Velika Hoca, per partecipare come volontaria a GiocHoca2016, un programma di giochi estivi e solidali che per tre settimane animano il villaggio attraverso l'organizzazione di eventi sportivi, ludici, artistici, musicali, momenti aggregativi e workshop. Federica è stregata dall'enclave di cui non immaginava l'esistenza. "Adesso - racconta - potrei dividere la mia vita in prima di essere andata a Velika Hoca e dopo".

Macchina fotografica alla mano, esplora il villaggio, immortala volti, congela momenti emozionanti. Federica tornerà in ottobre, con un progetto chiaro in mente: cosa desiderano gli abitanti di un'enclave? Girerà casa dopo casa per chiederlo, per scoprire un mondo altro, attraverso la fotografia e una candela, simbolo e scettro della sua ricerca poetica. Alla fine si sommano novantadue ritratti di fortissima intensità. Sapientemente catalogati, vengono impreziositi da un testo lirico di Giovanni Lindo Ferretti, intellettuale, musicista, poeta della parola e del suono. Ma la mostra nasce principalmente per essere testimone di bellezza e di solidarietà. Ecco perché viene costruita I.L.T. x K.i.M. cioè Illumina Le Tenebre per Kosovo i Metohija. Le immagini di I.L.T. sono stampate su forex fotografico in copia unica.

Al termine delle varie mostre in Italia e Serbia, i file originali, tutti in formato raw ad alta definizione saranno distrutti in modo da rendere impossibile una eventuale ristampa delle fotografie in grande formato (cm.150x150). Così facendo i dodici scatti di I.L.T. diverranno dei veri pezzi unici, la cui originalità sarà garantita da un certificato di autenticità e dalle dichiarazioni degli artisti che saranno allegati alle fotografie. Sarà indetta un'asta pubblica su eBay per permettere a tutti i collezionisti di aggiudicarsi uno o più elementi della mostra. Il ricavato verrà impiegato nella realizzazione di progetti solidali a favore di Velika Hoca, restituendo attraverso la bellezza un valore economico e sociale alla promozione del territorio.

"Fanno la loro traversata con esemplare dignità. In bocca alla tragedia da sempre, non perdono la capacità di meraviglia". Questo è il destino e la storia del popolo serbo di Kosovo e Metohija. Umanità sofferente, privata dell'inalienabile diritto all'identità e resistente alle ingiurie della povertà, alle difficoltà quotidiane del vivere, alle insidie della modernità omologatrice. Federica Troisi, fotografa di rara sensibilità, incontra attraverso un'esperienza solidale la realtà di una enclave. Tocca con mano la discriminazione, la stanchezza, la rassegnazione ma anche la potenza del desiderio, la volontà di coltivare un sogno a dispetto di qualsiasi razionalità. Non conosce la lingua, ma approfondisce la comunicazione, studia corpi, volti, gesti, lacrime e sorrisi. Ritorna ostinata all'enclave, Velika Hoca, un piccolo villaggio di seicento anime, adagiato sulle colline di Metohija.

Spende giornate e chiacchiere notturne, attrezzata di apparecchio fotografico, microfono e interprete; visita case, consuma ingenti quantità di caffè, partecipa della vita taciuta di chi tutto può desiderare e poco e niente realizzare. Scatta ritratti, chiede permesso, accende candele, sorride, piange, attonita si ferma innanzi a qualche soglia, penetra la sensibilità di una popolazione ferita, incredula in un futuro colmo di nubi, anticipatore di tenebra. Tornata alle colline di Reggio Emilia, sale alla montagna appenninica, visita il reduce barbarico, che sperimenta felice l'esilio dalla volgarità del mondo. L'incontro con Giovanni Lindo Ferretti, musicista, scrittore, teatrante, è fecondo; insieme riempiono le immagini di nuove parole, sedimentano emozioni aprendo orizzonti differenti, inedite prospettive.

Nasce così una riflessione fuori dal tempo e dallo spazio che si coniuga perfettamente alla poetica dei ritratti. "Niente di eclatante a parte l'esistere". Ed è un'esistenza nuova che affonda le proprie radici nelle origini dell'umanità fiera, gelosa custode della propria identità, rispettosa dell'altro, devota alla religione dell'ospitalità. Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti ci donano un compendio d'immagini, parole e musica che raffigura con forza l'enclave del terzo millennio, dove l'Europa smarrisce il senso della propria esistenza sprofondando in un baratro che conduce all'oscurità. Unica stella polare possibile i desideri sussurrati di donne, uomini, giovani, bambini, flebile luce di speranza, che illumina le tenebre.

Duecentosedici pagine di mistero. Come può nell'Europa del terzo millennio esistere ancora l'apartheid? Che cosa vuol dire vivere in un'enclave a meno di due ore di volo da Milano o da Roma? Come sopravvivere nell'era della comunicazione globale a chi ti vuole ridurre al silenzio con l'arma discreta dell'indifferenza, con la forza potente dell'isolamento? Cosa rende unica l'esperienza religiosa cristiana in una terra di frontiera? Queste e molte altre ancora sono le domande che si pongono Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti. Un problema epocale affrontato con la grammatica dell'anima, attraverso le immagini di Federica, le parole profonde di Giovanni. Novantadue ritratti. pura rappresentazione dell'anima che oltrepassa le barriere linguistiche, culturali, etniche. La parola emozionata che ne consegue, filo rosso che unisce i montanari di qualsiasi altitudine, rivelazione della natura più profonda dell'uomo che a qualsiasi latitudine lo affratella con il proprio simile, nella comunione dello Spirito.

Federica Troisi (Reggio Emilia, 1973), giunge alla fotografia nei primi anni '90. Restituisce all'apparecchio fotografico la funzione di lente privilegiata per l'osservazione della realtà. Particolarmente attiva nel sociale, esplora differenti registri comunicativi per sottolineare il principio attorno al quale si articola la sua poetica: la profondità dell'esperienza umana in ogni contesto. Divisa tra fotocamera e cinepresa, utilizza le ambientazioni del quotidiano per restituire la meraviglia della narrazione, dall'ospedale ai teatri di quartiere. Nel 2002 espone ad Esterni di Milano il lavoro Brasile, successivamente partecipa a diversi eventi. "Con il mio obiettivo - ponte tra me e realtà differenti - sono entrata in dimensioni nascoste. Là dentro, la vita mi ha accolto e mi ha spinta con tutta la sua forza. Ogni volta, fiduciosa, ho lasciato che la folla mi portasse. Sono commossa per quanto ho ricevuto, per l'intima condivisione che mi ha nutrito. Sono una grata testimone che ha trovato nella fotografia il suo lasciapassare".

Giovanni Lindo Ferretti (Cerreto Alpi, 1953), musicista, scrittore, viaggiatore, allevatore di cavalli è universalmente considerato uno dei padri del punk italiano. Fondatore del gruppo CCCP Fedeli alla Linea, di seguito trasformatosi in C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti, ha continuamente innovato il suo repertorio artistico sino all'esperienza musicale dei P.G.R. Per Grazia Ricevuta e l'epico Saga, il canto dei canti, opera equestre. Ha fondato a Bologna nel 2002 la Bottega di musica e comunicazione. Ha pubblicato i libri: "Reduce" nel 2006, "Bella gente d'Appennino" nel 2009 e "Barbarico" nel 2013, tutti editi da Mondadori. Vive nella casa dei suoi avi sull'Appennino Reggiano. "Dovendo sintetizzare le mie generalità, in mancanza di una professione certificata dall'appartenenza a un albo, ne ho fatto una formula: montano italico cattolico romano".

Associazione Amici del Monastero di Decani non ha scopo di lucro, è un'associazione di natura apolitica, non confessionale e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, nel campo della promozione della cultura. La propria attività consiste nel sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del Monastero di Visoki Decani - Kosovo e Metohija, patrimonio dell'umanità dell'Unesco. L'Associazione partecipa e promuove qualsiasi forma di incentivazione relativa alla valorizzazione, conservazione, restauro e sviluppo dei beni culturali ed architettonici del sito del Monastero di Visoki Decani. (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)

---

Mostre sui Balcani




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Il Rinascimento di Francesco Verla
Viaggi e incontri di un artista dimenticato


termina lo 06 novembre 2017
Museo Diocesano Tridentino - Trento
www.museodiocesanotridentino.it

A mezzo secolo dalla pubblicazione dell'unica indagine sull'artista, allora curata da Lionello Puppi, il Museo Diocesano Tridentino propone la prima retrospettiva su Francesco Verla (Vicenza, 1470 - Rovereto, 1521). "E' un risarcimento dovuto ad un grande protagonista del Rinascimento tra Veneto e Trentino, a torto dimenticato", afferma Domenica Primerano, Direttrice del Tridentino. Nelle sale del Museo Diocesano si potrà, per la prima volta, vedere riunita la gran parte delle opere di Verla: dalle soavi pale d'altare ispirate all' "aria angelica et molto dolce del Perugino" ai fregi a grottesche, di cui era uno specialista. L'esposizione avrà inoltre un'articolazione sul territorio con i cicli affrescati nella chiesa di San Pantaleone a Terlago e sulle facciate di Casa Wetterstetter a Calliano. A dar conto di un artista tutt'altro che secondario nell'arte italiana ed europea a cavallo tra Quattro e Cinquecento, "alfiere del Rinascimento" in territorio alpino.

La mostra, curata da Domizio Cattoi e Aldo Galli, completa un complesso percorso di ricerca sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Trento. L'indagine ha fatto emergere numerosi dati inediti, nuove attribuzioni e documenti finora sconosciuti che vanno a riempire significative lacune nella conoscenza dell'artista e del suo tempo. Verla ebbe una carriera itinerante che lo portò nei primi anni del Cinquecento in Umbria, dove conobbe il grande Pietro Perugino, e a Roma, governata allora da papa Alessandro VI Borgia. Qui si diede allo studio dell'arte antica e delle rovine del Palazzo di Nerone, la famosa Domus Aurea, dove scoprì quel genere di decorazioni - allora di gran moda - che erano dette "grottesche". Queste esperienze rimarranno indelebili nella sua memoria e il pittore vicentino sarà tra i primi a diffondere a nord del Po un repertorio fatto di dolcissime figure devote e di cornici estrose e bizzarre che lo distinguono nettamente dai contemporanei.

Rientrato in patria, Verla si afferma presto come uno dei pittori più apprezzati di Vicenza, partecipando al cantiere simbolo del Rinascimento in città, quello della chiesa di San Bartolomeo, sciaguratamente distrutta nell'Ottocento. Una grande, bellissima pala d'altare dipinta per una cappella di quell'edificio è stata identificata in quest'occasione e verrà presentata in mostra. Il precipitare della situazione politica, che vede Vicenza pesantemente coinvolta nella guerra che contrapponeva la Repubblica di Venezia e l'Impero Asburgico, spinge il pittore a trasferirsi prima a Schio, dove lascia uno dei suoi quadri più ispirati (anch'esso in mostra), e poi, nel 1513, in Trentino. Qui si fermerà per diversi anni, lavorando, oltre che nella città vescovile, a Terlago, a Seregnano, a Calliano, a Mori e a Rovereto. In una terra ancora profondamente legata a stilemi gotici, Francesco Verla fece da apripista al rinnovamento culturale e artistico, che di lì a poco si sarebbe sviluppato mirabilmente grazie all'azione del principe vescovo Bernardo Cles.

"La perdita di molti dei suoi lavori, il successivo arrivo alla corte clesiana di artisti di prima grandezza come Romanino, Dosso Dossi o Marcello Fogolino, e anche un certo imbarazzo della critica davanti alla sua diversità rispetto ai pittori veneti contemporanei, ne hanno a lungo oscurato i meriti", sottolinea Domenica Primerano. "Per il pubblico Verla è dunque oggi un artista 'dimenticato'. Da qui nasce l'urgenza di riscoprirlo e di rivalutarne il ruolo di alfiere del Rinascimento tra l'Adige e le Alpi". (Comunicato Studio Esseci)




Imago Mundi - Great and North
termina il 29 ottobre 2017
Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti - Venezia
www.imagomundiart.com

Imago Mundi traccia il profilo dell'arte contemporanea di un esteso territorio dell'America settentrionale, che, partendo dall'estremo Nord del Nunavut coperto di ghiacci, percorre le praterie assolate e ondulate del Mid West, dai picchi sublimi e impervi delle Montagne Rocciose arriva fino alle coste ora frastagliate ora sabbiose del Pacifico; in mezzo, laghi, fiumi, tundra, foreste e metropoli. Alla diversità di paesaggi di questo percorso che tocca Canada e Stati Uniti corrisponde la pluralità del tessuto artistico espresso in queste collezioni: agli Inuit del Canada settentrionale si affiancano i nativi degli Stati Uniti e gli artisti delle grandi città canadesi. Pittori, scultori, incisori, designer, architetti, fotografi, scrittori, musicisti, tutti sono presenti. Per le loro opere, scelgono colori ad olio, acrilici, pastelli, ma anche pelle di foca, pietra saponaria, alabastro, perfino chiodi e petali di rosa.

A tenere insieme queste suggestioni, è il riconoscersi tutti in una unità geografica su cui si dipanano esperienze culturali multiformi e stratificate, frutto dell'incontro che dura da secoli tra cultura indigena e importata. Il risultato è un affresco colorato di questo pezzo di mondo, in cui, oltre all'incanto di fronte alla varietà di temi, materiali, tecniche, c'è anche spazio per la riflessione. Great and North vuole esprimere quindi, fin dal suo titolo, la grandiosità del Nord americano, e invita il visitatore a conoscerne da vicino le sfaccettature, aprendosi a un incontro sincero, genuino e spontaneo con i 759 artisti che, senza filtri o mediazioni, espongono sulla tela 10x12cm l'essenza della propria anima. La mostra è curata da Francesca Valente (Canada Centro-Orientale) e Jennifer Karch Verzè (Canada Occidentale, Inuit, Indigeni del Nord America).

Imago Mundi è il progetto non profit di arte contemporanea promosso da Luciano Benetton: artisti di tutto il mondo, affermati ed emergenti, si stanno confrontando con lo stesso supporto, la tela 10x12 cm; fino ad ora sono stati coinvolti più di 20.000 artisti da oltre 140 Paesi, regioni e popoli, che diventeranno 26.000 entro la fine del 2017. Gli artisti sono promossi internazionalmente attraverso i cataloghi, la piattaforma imagomundiart.com, Google Arts & Culture e la partecipazione a rassegne ed esposizioni. (Comunicato Studio Esseci)




Giovanni Boldini
La stagione della Falconiera


termina lo 06 gennaio 2018
Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi - Pistoia

In occasione di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, la mostra, curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, prende ispirazione da un ciclo di pitture murali a tempera che Giovanni Boldini ha eseguito durante il suo periodo toscano, sul finire degli anni sessanta dell'Ottocento, presso la Villa La Falconiera, che apparteneva allora alla mecenate inglese Isabella Falconer. Questo ciclo di pitture murali di cui per diverse vicissitudini dopo l'esecuzione  nel 1868 si perse subito la memoria, rappresenta un unicum in Europa, non solo per quanto riguarda la produzione artistica del grande pittore ferrarese, ma in generale della corrente macchiaiola, alla quale il Boldini aderì, in modo personalissimo, prima del suo trasferimento a Parigi (1871), dove era destinato a diventare il più importante ritrattista internazionale e icona stessa della Belle Époque.

Il ciclo di pitture murali oggi è interamente custodito nei Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi. La riscoperta delle pitture si deve a Emilia Cardona Boldini, giovane vedova nonché prima biografa del maestro. Alla fine degli anni Trenta del Novecento, la Cardona vagava per la Toscana per ritrovare un ciclo di pitture murali al quale Giovanni Boldini aveva lavorato in epoca giovanile, in una città di cui il ferrarese non ricordava il nome, ma che iniziava sicuramente con la lettera "P".

Emilia giunse, sulla scia di vaghe voci raccolte strada facendo, a Villa La Falconiera e dopo averla ispezionata, in procinto di andarsene venne attratta da una rimessa di attrezzi agricoli che altro non era che l'antica, ormai irriconoscibile, sala da pranzo della mecenate inglese Isabella Falconer, proprietaria della dimora negli anni Sessanta dell'Ottocento e interamente decorata dal giovane Boldini all'età di 25 anni. La vedova decise di acquistare la proprietà nel 1938 e a seguire vi trasferì da Parigi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, ivi stabilendo la propria dimora. La conoscenza di questo  importante ciclo pittorico è  stata tuttavia  graduale, solo dopo il distacco  dai muri della villa (1974), il restauro e la collocazione nel Palazzo dei Vescovi a Pistoia è divenuto oggetto di studi ma è tuttora poco conosciuto al grande pubblico.

  La mostra si propone di riportare in luce lo straordinario momento creativo vissuto del maestro ferrarese in epoca giovanile, quando muovendosi tra Pistoia, Firenze e Castiglioncello, si trovò al centro di una rete di importanti relazioni amicali e professionali che ne segnarono positivamente l'inarrestabile ascesa artistica. Il ciclo pittorico sarà oggetto di nuove riflessioni alla luce di documentazione anche inedita che permetterà di sondare il mistero intorno alle origini della signora Falconer, al suo ruolo di mecenate nei confronti dell'irrequieto ma geniale Boldini e all'influenza che ella ebbe nella scelta iconografica del ciclo pittorico che rimane impresa unica, nel suo genere, nell'entourage dei Macchiaioli.

Del periodo macchiaiolo del Boldini saranno in esposizione sedici capolavori realizzati durante gli anni toscani (1864-1871), provenienti da collezioni private e da pubblici musei. Tra questi la Marina (1870) custodita a Milano, che ha una trasposizione a tempera in una scena nel ciclo della Falconiera; i ritratti di Telemaco Signorini (1870) e di Cristiano Banti (1866), custoditi presso la Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti, legatissimi al Boldini, tanto da averlo sostenuto e promosso non solo durante il suo soggiorno toscano; il raffinato ritratto di Alaide Banti in abito bianco (1866) e il superbo ritratto del Generale Spagnolo, eseguito durante l'inverno trascorso in Costa Azzurra con la signora Falconer, tra novembre 1867 e marzo 1868 e considerato il capolavoro che ha proiettato il giovane Boldini nell'emisfero dei più grandi ritrattisti di tutti i tempi. (...) Il catalogo, a cura di Francesca Dini come la mostra, è edito da Sillabe. (Comunicato ufficio Stampa Opera -  Civita)




Reparto disegno caratteri - Officine Simoncini Materiali produzione - carattere tipografico con Linotype Metodo Simoncini
Ricerca di un'estetica dell'insieme


termina il 12 novembre 2017
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna
www.griffoanniversary.com

Mostra, a cura di Elisa Rebellato e Antonio Cavedoni, dedicata a Francesco Simoncini, grande innovatore nel campo del design di caratteri tipografici, creatore di celebri font che sono passati sotto gli occhi di milioni di lettori per oltre quarant'anni e sono tutt'ora apprezzati in tutto il mondo: dal Garamond Simoncini, utilizzato dalla Einaudi e divenuto un carattere iconico nell'editoria italiana al Delia, progettato per gli elenchi telefonici. L'esposizione è stata ideata da Griffo, la grande festa delle lettere, progetto multidisciplinare che narra e celebra la storia dell'inventore bolognese e delle lettere, strumento prezioso che ci accompagna ogni giorno. Con un Comitato Scientifico composto dai massimi esperti nella storia del libro a livello internazionale e già presieduto da Umberto Eco, in collaborazione con Comune e Università di Bologna e altri partner istituzionali e privati italiani e internazionali, il progetto culminerà nel 2018 negli eventi celebrativi dei 500 anni dalla morte di Francesco Griffo.

Metodo Simoncini delinea la vicenda imprenditoriale e la carica innovativa espresse da Francesco Simoncini (1912-1975), dal 1954 Amministratore unico delle Officine Simoncini, azienda fondata da suo padre nel 1953 a Bologna, poi trasferitasi in un grande stabilimento a Rastignano, destinata ad affermarsi come una delle realtà più all'avanguardia del settore della progettazione e produzione di matrici per macchine Linotype. Se oggi in ogni momento condividiamo idee con parole e frasi d'inchiostro e pixel, poco o nulla sappiamo di quello straordinario strumento che sono le lettere, della loro storia e di quella di chi le ha create. La mostra, attraverso le innovazioni e i traguardi di Simoncini come imprenditore e designer di caratteri autodidatta, illustra il valore di un approccio globale al progetto, in cui estetica e funzionalità, ricerca e umanità sono elementi equivalenti e indispensabili.

Il percorso espositivo, che propone un'esperienza immersiva e multimediale con un allestimento ispirato alla disposizione del reparto disegno caratteri Officine Simoncini, accoglie il visitatore con filmati, fotografie e strumenti originali dell'epoca, introducendolo nell'affascinante processo di ideazione e realizzazione di una matrice per Linotype. Si prosegue con la presentazione del brevetto internazionale "Metodo Simoncini", insieme a documenti, disegni dei caratteri e rare edizioni che ricostruiscono il contributo di Francesco Simoncini come progettista e offrono una panoramica su impatto e diffusione dei suoi alfabeti più importanti, come i già citati Garamond Simoncini creato per Einaudi e il Delia progettato per gli elenchi telefonici. Molti suoi caratteri hanno avuto larga diffusione anche in quotidiani e periodici in Italia e all'estero: tra quelli italiani figurano Stadio, La Nazione, Il Tempo, Guerin Spotivo, Il Resto del Carlino, La Domenica del Corriere.

Nel progettare i propri caratteri, Simoncini si pone come obiettivi chiarezza e leggibilità, mettendo al centro di ogni progetto i consumatori finali del suo prodotto, i lettori. Questa attenzione, nell'epoca della diffusione della tecnologia Linotype, fa sì che i suoi caratteri abbiano largo impiego in ogni ambito della stampa in Italia. Ancora oggi alcuni dei suoi caratteri, anche se creati per una tecnologia obsoleta, sono noti e apprezzati in tutto il mondo. E' lui stesso a scrivere: "La leggibilità e funzionalità dei testi stampati, destinati a letture prolungate, è in parte oggi legata alla scelta di un buon procedimento di stampa, ma soprattutto alla diligenza con cui si procede alla preparazione dello stampato. In questo senso si può e si deve operare con impegno. Non sempre è felice la scelta dei caratteri, della carta e non sempre sono curate la composizione e la stampa. (...) In ogni nostro atto, nell'attività grafica, sia sempre presente la figura del lettore e le sue esigenze." (Testo tratto da: Francesco Simoncini, Leggibilità e funzionalità dei caratteri da stampa. Lezione-conferenza per il Corso Superiore di Cultura Grafica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, Castello del Valentino, Torino 6 marzo 1965).

Anche come imprenditore Simoncini mise in pratica una visione innovativa per l'epoca, con un'attenzione costante volta al rispetto di collaboratori e dipendenti. Insieme ai fratelli riuscì a condurre l'attività del padre da piccola officina di riparazioni per Linotype colpita dalla guerra, a grande industria internazionale per la progettazione e produzione di caratteri. La sua dedizione si estese anche al di fuori dell'azienda: assunse infatti ruoli di rilievo in associazioni di settore, impegnandosi inoltre nella formazione dei giovani tecnici e nella standardizzazione della tecnologia.

Il Museo del Patrimonio Industriale studia, documenta e divulga la storia economico-industriale di Bologna e del suo territorio ricostruendone le vicende dal XV secolo, con l'affermarsi dell'industria serica, all'odierno distretto meccanico della motoristica e dell'automazione. Il nucleo storico del Museo è costituito dalle collezioni dell'Istituto Aldini Valeriani che ha rappresentato per il territorio un elemento strategico di innovazione nel campo della formazione professionale. Dal suo costituirsi alla metà del XIX secolo, la scuola introduce progressivamente al posto del vecchio apprendistato di bottega, ormai superato, un insegnamento che coniuga il sapere e il saper fare con lezioni teoriche integrate ad attività manuali e dimostrazioni di modelli e di macchine.

Nelle sue officine si sono formati generazioni di imprenditori e tecnici che hanno dato vita alla moderna identità industriale della città. Delle varie sezioni espositive (aggiustatori, fucinatori, chimici, etc...), quella dedicata alle Arti Grafiche è particolarmente significativa in quanto documenta l'evoluzione delle tecniche di stampa attraverso le platine, le Linotype e le Monotype sulle quali si sono esercitate generazioni di ragazzi poi impiegati nelle numerose e rinomate tipografie bolognesi. Fortemente connesso con la collezione, per la comune matrice culturale, E' l'archivio dei disegni originali dei caratteri delle Officine Simoncini, acquisito dal Museo negli anni 1990 e valorizzato in esposizione. (Estratto da comunicato stampa)




Elliott Erwitt Personae
termina lo 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì

Prima grande retrospettiva delle sue immagini sia in bianco e nero che a colori. I suoi scatti in bianco e nero sono ormai diventati delle icone della fotografia, esposti con grande successo a livello internazionale, mentre la sua produzione a colori è quasi del tutto inedita. Il percorso espositivo mette in evidenza l'eleganza compositiva, la profonda umanità, l'ironia e talvolta la comicità, tutte caratteristiche che rendono Erwitt  un autore amatissimo e inimitabile, non a caso considerato il fotografo della commedia umana. Marilyn Monroe, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l'ironia e la complessità del vivere quotidiano.

Con lo stesso atteggiamento, d'altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto. Con il titolo Personae, non a caso in sintonia con quello dell'ottava edizione della Settimana del Buon Vivere, si allude proprio a questa sua adesione alla vita concreta degli individui e, nello stesso tempo, a un senso della maschera e del teatro, che caratterizza tutta la sua produzione, in particolare le foto realizzate con lo pseudonimo di André S. Solidor.  A.S.S. (l'acronimo  non è casuale) è la maschera che Erwitt dedica senza diplomazia al mondo dell'arte contemporanea ed a un certo tipo di fotografia. (...)

Con Solidor, presente in mostra anche con un video, si apre la sezione dedicata al colore. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni '40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero. Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi. Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda.

A distanza di decenni, intorno a queste immagini Erwitt ha compiuto un vero e proprio viaggio, durato mesi, posando su di esse uno sguardo critico e contemporaneo. E' nata così una raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2013 con il volume Kolor di teNeues e ora finalmente esposta con circa 100 scatti, che lui stesso ha selezionato con Biba Giacchetti nel suo studio di New York. La rassegna dimostra così come la sua straordinaria sensibilità passi indifferentemente dal colore al bianco e nero e viceversa, in una totale continuità di stile e di ricerca. Dal 1953 nella storica agenzia Magnum, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. Senza dimenticare la sua lunga carriera di autore e regista televisivo, a cui sarà dedicata una rassegna cinematografica promossa da Civitas e Settimana del Buon Vivere.

La mostra comprende circa 170 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dal suo vastissimo archivio. Le foto, nel formato di cm.70x100 e di cm.100x140, sono stampate con particolare cura e allestite con cornici fine art e vetro antiriflesso. Una accurata audioguida è disponibile per tutti i visitatori. La mostra, curata da Biba Giacchetti con il progetto di allestimento di Fabrizio Confalonieri, è promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, con Civitas e Romagna Terra del Buon vivere ed è organizzata  da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (...) La mostra e il calendario aggiornato degli appuntamenti collaterali su mostraerwittforli.it (on line da settembre). (Comunicato ufficio stampa Civita)




Pubblicità!
La nascita della comunicazione moderna 1890-1957


termina il 10 dicembre 2017
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

E' il 22 giugno 1890 e sulla 'Tribuna Illustrata' appare il primo e più antico slogan italiano a cui ne seguirono tanti negli anni successivi come: "Bianchezza dei denti Igiene della Bocca.. La vera Eau de Botot è il solo dentifricio approvato dall'Accademia di Medicina di Parigi". Fino al celebre "A dir le mie virtù basta un sorriso per il dentifricio Kaliklor" (1919), esito felice di un concorso aperto a tutti divenuto una pietra miliare della storia della comunicazione pubblicitaria. Da questi primi passi della storia della pubblicità prende avvio la mostra, a cura di Dario Cimorelli e Stefano Roffi, che, attraverso duecento opere dalla fine dell'Ottocento all'era di Carosello, si pone l'obiettivo di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all'introduzione dell'illustrazione come strumento persuasivo e spiazzante per novità e per fantasia, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all'arrivo della radio come strumento di comunicazione di massa.

La prima sezione racconta come i primi illustratori furono in primo luogo artisti e i loro bozzetti e manifesti fossero realizzati seguendo l'idea dell'illustrazione come elemento di comunicazione, in primo luogo bello e quindi indipendente dal contenuto promosso, dove la rappresentazione spesso stupisce, altre volte cattura l'attenzione per la sua costruzione e composizione cromatica, altre volte impaurisce, altre ancora attrae con ironia.

La seconda sezione è dedicata al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario, dove uno rafforza l'altro, dove il prodotto è rappresentato, o comunque evocato nella rappresentazione, e quindi descritto con il suo nome e la sua marca alcune volte associato a uno slogan che ne rafforza le caratteristiche e la sua distintività. In questa sezione divisa in capitoli, attraverso marchi celeberrimi, si indaga il mondo del manifesto in un incrocio virtuoso tra temi, i settori merceologici, le scuole (le grafiche Ricordi, Richter, Chappius etc..), le prime agenzie pubblicitarie (Maga, Acme Dalmonte etc..) e i grandi maestri (fra i quali, Cappiello, Dudovich, Mauzan, Codognato, Carboni, Nizzoli, Testa).

La terza sezione riguarda tutti gli strumenti di promozione pubblicitaria che si sono sviluppati accanto al più conosciuto manifesto, come locandine, depliant, targhe in latta fino all'illustrazione della confezione. La quarta e ultima sezione è dedicata ai nuovi strumenti di comunicazione che si affacciano dal 1920 in poi, la radio prima e poi la televisione fino al giorno in cui nacque Carosello, il primo passo verso un'altra storia.

La mostra, fra gli altri contributi, si avvale della collaborazione col prestito di un importante numero di bozzetti originali di Carboni, Nizzoli, Testa, Sepo del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell'Università di Parma, e di manifesti d'epoca del Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, della Civica Raccolta delle Stampe 'Achille Bertarelli' del Comune di Milano, della Collezione Alessandro Bellenda - Galleria L'Imagine, Alassio - Savona. Il catalogo dell'esposizione, edito da Silvana Editoriale, prevede i saggi di Dario Cimorelli, Nando Fasce, Elio Grazioli, Peppino Ortoleva, Stefano Roffi, Stefano Sbarbaro, Anna Villari oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Massimiliano e l'esotismo. Arte orientale nel Castello di Miramare
termina lo 07 gennaio 2017
Castello di Miramare - Trieste

In occasione dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo (6 luglio 1832 - 19 giugno 1867) il Museo storico del Castello di Miramare rende omaggio all'imperatore del Messico, presentando una mostra a cura di Rossella Fabiani e Francesco Morena, con un percorso espositivo che offre ai visitatori il patrimonio di oggetti preziosi d'arte orientale - oltre 100 opere - raccolti dall'imperatore durante i suoi numerosi viaggi, conservati nelle collezioni storiche del Castello di Miramare ed esposti adesso per la prima volta. In questo modo il Museo, oltre ad approfondire la personalità di Massimiliano, sensibile alla cultura e all'arte, offre una riflessione sull'importanza che la tradizione artistica orientale ha avuto nell'Europa della metà del XIX secolo.

Porcellane, lacche, arredi, sculture e suppellettili di vario genere - provenienti dall'area medio-orientale, dall'India, dalla Cina e dal Giappone - dialogheranno con dipinti, litografie, iscrizioni arabe ed esemplari della produzione europea e americana ispirata all'arte orientale, la cosiddetta Cineseria. Il termine identifica in maniera molto ampia tutto ciò che in Europa aveva a che fare con l'Asia orientale, dal collezionismo di manufatti, alla realizzazione di Gabinetti in stile, dalla produzione europea di oggetti d'ispirazione asiatica, all'influenza che la Cina e territori limitrofi ebbero sulla filosofia, sul teatro e sulla letteratura europei.

I manufatti risalgono a un arco cronologico che va dalla fine del Cinquecento alla metà dell'Ottocento. Massimiliano infatti acquista pezzi antichi insieme a oggetti della produzione allora contemporanea presso gli antiquari delle città che frequenta, tra le quali Trieste. Oltre al monumentale paravento messicano del 1719, che raffigura un'intensa scena di vita cinese, esemplare prezioso e unico in Italia di Cineseria coloniale, si potranno ammirare - tra gli altri - uno stipo giapponese in legno e intarsi di madreperla dell'inizio del Seicento, realizzato per il mercato portoghese e appartenente alla tipologia Nanban, una scultura di porcellana dipinta in esuberante policromia, ancora giapponese, della fine del XVII secolo, raffigurante un leone seduto, e due spettacolari vasche da pesci in porcellana cinese della metà del Settecento. Rappresentativo dell'arte indiana un magnifico stipo di Goa, in legno di cedro e intarsi di ebano e avorio, anch'esso appartenente a un genere di manufatto raro per le collezioni italiane.

Un'infatuazione, quella di Massimiliano per l'Oriente, che raggiunge il suo acme nei due ambienti 'alla cinese' presenti al Castello. Il Salotto Giapponese e il Salotto Cinese riflettono l'ammirazione da parte del giovane Asburgo di una moda molto diffusa già nel Settecento, seguita con entusiasmo anche dai membri della famiglia imperiale, i quali avevano realizzato simili stanze nelle residenze di Vienna e Schönbrunn. In particolare, il Salotto Cinese, adibito a fumoir nelle giornate di gala e destinato ad ospitare parte dei manufatti asiatici di Massimiliano, ha tutte le pareti rivestite di un tessuto decorato a stampa con un motivo orientaleggiante, ispirato a composizioni che si ritrovano frequentemente nei repertori settecenteschi di incisioni, ad esempio nel The Ladies Amuseument di Pillement (1762).

Massimiliano fornì già nel 1860 precise indicazioni per la Chinesisches Zimmer, richiedendo che si predisponesse "ancora legno di quercia con ricca doratura, le pareti con grandi specchi... e anche piante fresche", secondo uno schema in cui arredi e natura si compenetrano anche all'interno dell'abitazione, già sperimentato in una stanza verandata di Villa Lazarovich, la prima residenza triestina dell'arciduca, così raffigurata in un dipinto di Germano Prosdocimi del 1855 circa. Il Salotto Giapponese, così denominato nonostante in realtà esso non mostri prevalenti caratteri giapponesi, rimane piuttosto ancorato agli stilemi della Cineseria settecentesca.

Richiamano quel contesto le sete dipinte utilizzate per le pareti, il soffitto e i tendaggi della sala, decorate in ricca policromia su fondo chiaro con motivi di fiori, farfalle e vasi racchiusi entro volute rocaille. La boiserie in legno chiaro che corre nella parte inferiore delle pareti, nell'angolo con lo specchio e sulle sovrapporte mostra una filettatura che riproduce le naturali nodosità dei fusti di bambù. Simili griglie di bambù si vedono anche sulle superfici delle due porte che affacciano nel Salotto. Ognuna di loro inquadra un pannello in lacca, a fondo rosso, oppure marrone, oppure nero, decorato a oro con composizioni di fiori e uccelli e scorci di paesaggio marino con imbarcazioni. Un certo numero di questi pannelli - della metà dell'Ottocento circa - costituisce l'unica reale presenza di Giappone nella sala.

Per Massimiliano l'Oriente non è solo la risposta all'esigenza di adeguarsi a certi gusti aristocratici, ma un'autentica scoperta. Il viaggio diviene per l'imperatore uno stile di vita, una dimensione della mente grazie al quale, toccando ben quattro continenti (Europa, Asia, Africa e America), conosce culture e popoli diversi, rispettandone i costumi e apprezzandone le abitudini, fino a farne propria qualcuna. Attraverso l'acquisizione di oggetti extraeuropei e di libri dedicati a queste esplorazioni (presenti nella biblioteca del Castello) Massimiliano porta il mondo per così dire "dentro casa".

Pur non avendo visto, infatti, l'India, la Cina e il Giappone, gli oggetti provenienti da quei luoghi lontani e misteriosi costituiscono uno strumento per ampliare orizzonti di cultura e di conoscenza altrimenti preclusi. La mostra intende indagare anche questo aspetto della complessa e affascinante personalità di Massimiliano, che ha fatto del viaggio uno dei fili conduttori della sua breve, ma intensa, esistenza. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo Marsilio Editori, frutto del lavoro di catalogazione di tutti gli oggetti orientali della collezione del Castello di Miramare. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




"Ordine e Bizzarria"
Il Rinascimento di Marcello Fogolino


termina lo 05 novembre 2017
Castello del Buonconsiglio - Trento

Tra il 1531 e il 1533 il Magno Palazzo era un grandioso cantiere rinascimentale dove pittori, scultori, artigiani, garzoni di bottega lavoravano a tempo record per rendere sontuosa la nuova dimora rinascimentale del principe vescovo Bernardo Cles. Dopo le grandi mostre monografiche dedicate ai pittori che affrescarono il maniero ovvero Girolamo Romanino e i fratelli Dosso e Battista Dossi, il museo renderà omaggio al terzo artista che contribuì alla decorazione del Magno Palazzo: il veneto Marcello Fogolino.

La rassegna vuole far conoscere al grande pubblico un pittore che fu costretto ad una forzata permanenza in Trentino, in quanto esiliato dalla Repubblica di Venezia, ma che riuscì a guadagnarsi, con la sua opera, la fiducia del Principe Vescovo Bernardo Cles fino a divenirne il pittore di corte. Il contesto trentino sarà illustrato con opere fogoliniane provenienti da chiese e dalle collezioni del museo, in merito alle quali particolare attenzione verrà dedicata alle figure dei relativi committenti, mentre la sua produzione profana sarà approfondita partendo dai cicli pittorici del Castello del Buonconsiglio con l'inevitabile ed importante parentesi costituita dal ciclo di Ascoli Piceno, ma anche dalla scarne ma preziose testimonianze grafiche.

La mostra si snoderà nelle sale del Magno Palazzo, in parte affrescate da Romanino e dai fratelli Dossi e in parte affrescate dallo stesso Fogolino, e prenderà avvio da pale d'altare che hanno contraddistinto l'evolversi del suo percorso stilistico tra Vicenza e la provincia di Pordenone, evidenziando la ricca valenza del patrimonio artistico e culturale del Triveneto ed approfondendo lo studio dei rapporti e della collaborazione culturale con gli altri artisti vicentini, tra cui Giovanni Bonconsiglio, Bartolomeo Montagna e Francesco Verla.

In mostra le magnifiche pale d'altare provenienti dal Rijksmuseum di Amsterdam, dalla Galleria dell'Accademia di Venezia, dalla Pinacoteca Nazionale di Siena, dalla Pinacoteca di Palazzo Chiericati a Vicenza ai disegni provenienti dal museo statale di Dresda e di Amburgo. L'iniziativa può contare sulla collaborazione dei Musei Civici - Palazzo Chiericati di Vicenza, con il quale è stipulato specifico accordo, mentre un secondo accordo vede la collaborazione tra museo del Castello del Buonconsiglio e il Museo Diocesano Tridentino, che in contemporanea alla mostra su Fogolino curerà l'avvio di una iniziativa parallela sul Francesco Verla, altro importante artista che nei primi anni del XVI secolo soggiornò a lungo in Trentino.

Il particolare clima culturale che contraddistinse il periodo clesiano, non senza positive influenze sull'arte fogoliniana e sulla importante stagione rinascimentale trentina, verrà messo in evidenza da materiali di confronto ispirati al gusto antiquario del tempo, alla statuaria, alla produzione libraria e incisoria. Molti sono ancora i problemi aperti intorno alla personalità e alla produzione del pittore vicentino, ma trentino d'elezione: da quelli relativi alla biografia e all'itinerario artistico a quelli connessi con la definizione del catalogo e la periodizzazione delle opere. Nodi che possono ora essere dipanati anche grazie alla serrata campagna di restauro condotta nell'ultimo ventennio sui cicli affrescati del Magno Palazzo, agli studi condotti sul cantiere voluto dal Cles e sulla figura del Fogolino, nonché all'accurata campagna di verifiche archivistiche. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

---

Mostre relative al Trentino - Alto Adige / Südtirol




Il secolo breve. Tessere di '900
termina il 05 novembre 2017
Fondazione Matteucci per l'Arte Moderna - Viareggio

Il titolo della rassegna, Il secolo breve - a cura di Susanna Ragionieri - si richiama naturalmente al celebre saggio pubblicato nel 1994 da Eric Hobsbawm. Il sottotitolo Tessere di '900 vuole invece dar conto di una esposizione che propone una serie di testimonianze di rilievo assoluto del Secolo trascorso, tessere di un mosaico che letto nella sua complessità evidenzia un periodo artistico tra i più fecondi e creativamente tumultuosi dell'arte italiana. Nel percorso espositivo estremamente emozionale concepito da Susanna Ragionieri le nature morte di Thayat, Balla, Severini e De Pisis emergono per il sentimento di classicità di cui sono pervase, mentre le figure di Spadini e Campigli si contrappongono, pur nella comune impronta parigina, per l'evocazione di un passato colto e dal cuore antico.

Il paesaggio, infine, si offre nei volti più variegati attraverso le suggestive visioni di Rosai, Lloyd, Guidi e Paresce. Ecco che, in questo caleidoscopico panorama, ogni artista - ai già citati si aggiungono Morandi, Guttuso, Viani e De Chirico - diviene così una tessera dell'affascinante ed eclettico mosaico che prelude alla modernità. (...) Nell'apparente autonomia e disomogeneità espressiva, queste dissonanti connotazioni confermano lo spirito inquieto che da sempre caratterizza l'arte italiana, delineando un inaspettato spaccato, quanto mai unitario nel comunicare il pensiero creativo del tempo.

Non si tratta di avventurarsi in uno spazio temporale alla ricerca di un tema, di un genere o di consonanze estetiche, ma di scoprirne l'infinita varietà di forme concepite e articolate ora sul colore, ora sulla ragione, ora sul sentimento, nelle quali l'immagine, nonostante tutto, continua a vivere prima della frantumazione. Eric Hobsbawm, in Il secolo breve, condensa il Novecento in tre periodi, non esitando ad indicare il primo, compreso tra il 1914 e il '45, come quello della "catastrofe" per le ferite sociali e le crisi economiche sofferte dall'Europa durante i due conflitti mondiali. Se, però, si sposta l'analisi all'ambito artistico, la visione non è di un tramonto bensì di un'aurora. Nessun altro momento è stato, infatti, altrettanto fecondo e ricco di fermenti, al punto di rivoluzionare la ricerca con un impulso analogo a quello determinato ai nostri giorni dalla rete.

Portando la lancetta del tempo al 1909, all'alba di quello che qualcuno ha definito anche "il secolo delle speranze deluse", quando Marinetti pubblica su "Le Figaro" il Manifesto del Futurismo, ci si avvede che la pittura italiana, lasciatasi alle spalle la lezione degli Impressionisti e di Cézanne, si apre ad uno dei momenti più dirompenti e felici, cambiando radicalmente volto. A voler essere coincisi e pragmatici, verrebbe da dire che proprio nel ventennio seguente, a partire dalle ultime frange divisioniste, le tendenze e le avanguardie audacemente impostesi sul realismo ottocentesco imprimeranno tracce tanto profonde e marcate da orientare gli sviluppi del dopoguerra: dall'Informale di Vedova e Capogrossi, allo Spazialismo di Fontana. Alludiamo alla trasformazione visiva scaturita dallo stesso Futurismo e dalla Metafisica, nonché al recupero della forma operato da Novecento, movimento che, riallacciandosi alla tradizione, ha elaborato una nuova idea figurativa in grado di dialogare con il presente. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Franco Fontana dalla mostra Paesaggi a Torino Franco Fontana: Paesaggi
termina il 23 ottobre 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

La mostra, a cura di Walter Guadagnini, direttore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino, rende omaggio al celebre fotografo Franco Fontana (Modena, 1933) attraverso venticinque immagini di grande formato in prestito dalla UniCredit Art Collection, una delle principali raccolte d'arte in Europa a livello corporate. Leitmotiv del percorso espositivo è il colore, inteso come rivelazione, come fondamento di poetica, come linguaggio assoluto attraverso il quale passa ogni possibilità di espressione. Questo è, sin dai precoci inizi alla fine degli anni Sessanta, il fondamento della poetica di Fontana, maestro di una fotografia di paesaggio intimamente e profondamente anti-naturalistica e anti-documentaristica, paradosso questo che da sempre rappresenta la sua forza, la sua caratteristica primaria.

Nel colore Fontana cerca e trova gli equilibri compositivi, e con il colore risolve lo spazio: nulla importa, a chi guarda, dove quella fotografia sia stata scattata, né quando, nulla importa del contesto. In questo senso, il suo è un paesaggio puro, liberato dalle necessità e dai vincoli della contingenza, poiché il vero soggetto della sua fotografia è il gioco delle cromie e delle luci, il taglio dell'inquadratura, l'estensione emotiva di questi elementi, non della natura in quanto tale. L'esposizione - realizzata con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino - arricchisce con un nuovo capitolo il filone delle mostre fotografiche che ormai da qualche anno Palazzo Madama accoglie in Corte Medievale.

Franco Fontana (1933) inizia a fotografare nel 1961, e realizza i suoi primi scatti celebri nella seconda metà degli anni Sessanta, quando inizia a espone quelle fotografie a colori che ne caratterizzeranno l'attività sino ai giorni nostri, conferendogli una fama mondiale come uno degli "inventori" della moderna fotografia a colori. Negli anni Settanta tiene una personale in "Photokina", dove espone i suoi paesaggi, ottenendo un grande riscontro di critica e di pubblico. In seguito a un primo viaggio negli Stati Uniti nel 1979 approfondisce la ricerca sugli spazi urbani che proseguirà anche nei decenni successivi; nel 1982 pubblica "Presenzassenza", volume dedicato alla ricerca sull'ombra.

Nel 2000 pubblica il volume Sorpresi nella luce americana, nel quale concentra la sua attenzione sulla figura umana in rapporto allo spazio urbano. Negli ultimi anni si dedica con frequenza anche all'elaborazione digitale della fotografia, in un continuo rinnovamento della propria ricerca. Nel 2003 è pubblicata la monografia Franco Fontana - Retrospettiva, con introduzione di A.D.Coleman, che ripercorre l'intero suo percorso creativo. Nel 2006 ha ricevuto la Laurea Magistrale ad Honorem in Design eco compatibile dal Consiglio della Facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo. (Comunicato stampa)




Croce - Santa Maria Maggiore 1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

L'esposizione, curata da Massimo Medica, nasce dall'occasione di esporre per la prima volta al pubblico questo prezioso esemplare di croce viaria a seguito del restauro eseguito da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). L'opera rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze. Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle "leggendarie" quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant'Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana.

E' però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l'espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l'arrivo delle truppe napoleoniche e l'instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli. La croce ritrovata di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all'iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L'opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.

Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo, inoltre: "Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell'XI e XII secolo l'acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi."

Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d'acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura. Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni originarie, codici miniati dell'XI e XII secolo, tavolette d'avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.

La mostra è accompagnata da un catalogo e in occasione verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniatodal titolo Bologna città della croce, con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna. Il documentario, del 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio. Il documentario è visibile su www.youtube.com/watch?v=RBm58qgdR7Y (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)




Angelo Verga - Dorani Az - olio su tela cm.60x50 1965 - Courtesy Archivio Angelo Verga - Milano - Ca' di Fra' - Milano Angelo Verga: Occhi Chiusi Mente Aperta
termina il 27 ottobre 2017
Ca' di Fra' - Milano

Il lavoro di Angelo Verga (Milano, 1933-1999) è una continua "ipotesi" e "ricerca"... Entrò nel Gruppo Nucleare (anni '50). Firmò manifesti con Sordini e Manzoni (1956-1957). Aderì al Gruppo del Cenobio (1962). Il Cenobio pose al centro della propria poetica la ricerca segnica, aprendo un fossato con le correnti dell'Arte Oggettuale, Cinetica, Programmata e Pop che stavano avanzavando. Nelle opere di questo periodo il segno è una grafia leggera. La sua ricerca sul segno e sul gesto maturano con lui fino ad approdare ad una essenzialità e povertà di elementi compositivi assolute. "A questa austerità si oppone, ha osservato Nello Ponente, una vivacità ed una ricchezza di rapporti tra segno e segno, tra segno e zona di colore, tra forma e colore". Tempo e Spazio sono concetti interiori, intimi; Così come il concetto di geometria è, per lui, assoluto e personale. Dal 1967 Verga rivolge, infatti, la sua attenzione a figure geometriche quali il quadrato, il triangolo, il cerchio.

La geometria ricopre una valenza importante nella composizione della tela così come nella razionalizzazione dello spazio di lavoro (Il triangolo matto, Il quadrato stanco sono lavori anni '70). La sua ricerca sul ritmo e sullo spazio giunge ad estreme semplicazioni proponendo, sempre più, uno spazio ragionato e misurato. Queste opere sono tutte variazioni su un unico tema: quello di una o più immagini cromatiche distinte, ricondotte a figure geometriche. Sono anche gli anni di Tensioni e Incastri (1968-70) e delle tempere e lavori ad olio intitolati Ciclotimia, Sequenze, Il nodo dell'amore. La mostra, che conclude il ciclo dedicato al Gruppo del Cenobio, pone l' attenzione sugli anni '60-'70 della sua produzione. (Comunicato stampa)

---

"Dorani Az", di Angelo Verga (Immagine opera ingrandita)




Renato Guttuso - senza titolo - olio su tela 1983 Renato Guttuso - Carrettiere siciliano addormentato - olio su carta intelata 75x100cm. 1946 Renato Guttuso - Tetti - china acquerellata su cartone 34x50cm. 1961 Renato Guttuso - La madre - olio su tela 60x48cm. 1937 Rosso Guttuso
Opere 1934-1984


termina lo 05 novembre 2017
Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte - San Giovanni La Punta (Catania)
www.fondazionelaverdelamalfa.com

Una importante mostra dedicata al grande maestro siciliano Renato Guttuso, in occasione del nono anniversario di nascita della la Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte di Catania, istituzione attiva nella valorizzazione dei quattro fondi patrimoniali di cui dispone (il parco; la sezione di opere d'arte moderna e contemporanea; la collezione di abiti d'epoca e di libri antichi) e nella promozione artistica attraverso l'organizzazione di attività ed eventi culturali.

La mostra, pensata insieme alla Galleria De Bonis di Reggio Emilia che da molti anni si occupa della divulgazione delle ricerche e delle opere degli artisti del Novecento italiano e in particolare delle opere di Renato Guttuso, sarà in permanenza negli spazi della Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte dal 19 giugno al 5 novembre 2017. Rosso Guttuso presenta una selezione di lavori del pittore neorealista (Bagheria, 1911 - Roma, 1987), tracciando un duplice percorso che è, allo stesso tempo, cronologico e tematico. In mostra, infatti, saranno esposte opere che vanno dal 1934 fino al 1984. Il testo critico è di Giorgio Agnisola.

Il rosso così com'è declinato nelle opere di Renato Guttuso diventa sinonimo di sofferenza, passione, pietà, violenza, lotta, speranza, in altre parole, simbolo di vita attiva e partecipata, di vita sentita e vissuta, di vita umana ed in quanto tale debole e forte, buona e cattiva, reale e sognata. Gli olii su tela che ritraggono figure umane in interni domestici (un suo topos stilistico), nature morte, processioni di martiri e un carrettiere a riposo, dialogano con le chine su carta in cui quelli che appaiono abbozzi e appunti presentano già la consistenza del lavoro finito. Ad esempio, gli "studi per la crocefissione" presenti in mostra, sebbene siano solo una parte del lavoro completo, hanno in se stessi una forza e una personalità che pochi artisti, come Guttuso, sono in grado di creare con il solo gesto della propria mano.

«Dentro ma anche al di là del segno - scrive Giorgio Agnisola - il colore rosso riflette un condizione d'anima, una passione immanente e trascesa, che apre al pulsare sanguigno dello sguardo, ma anche al vibrare sotteso della memoria, alla dolcezza e al sogno della vita trasfigurata dagli ideali». Rosso Guttuso sarà visitabile su prenotazione da giugno a novembre, attraverso dei percorsi in visita guidata e dei laboratori didattici creati ad hoc per la mostra e suddivisi per tipologia di pubblico e di interessi.

Elenco opere di Renato Guttuso in mostra:

Marta, Renato e Rocco, china su carta, 73.7x51cm.
Natura morta, 1973, olio su tela, 80x100cm.
Carrettiere siciliano addormentato, 1946, olio su carta intelata, 75x100cm.
I martiri, 1954, olio, tempera, inchiostro di china su carta intelata, 162x300cm.
La madre, 1937, olio su tela, 60x48cm.
Lo studio dell'Artista, 1963, olio su tela, 100x130cm.
Studio per Crocifissione, 1940, china su carta, 33,5x22cm.
Studio per la crocefissione, 1940, china su carta, 32x22cm.
Tetti, 1961, china acquerellata su cartone, 34x50cm.
Il congedo, 1934, olio su tavola, 70x52cm.

«Esiste un "rosso Guttuso"? E' possibile. Il colore pervade l'opera del maestro, variabile e persistente; soprattutto lo scarlatto, il cinabro, il cadmio, il porpora, l'amaranto. Potrebbe dirsi una dominante psicologica, un esercizio dello spirito infiammato e ribelle. Il rosso come nell'arte di altri maestri più o meno contemporanei, da Scipione ad Aligi Sassu, ma che in Guttuso acquista un valore simbolico e trae origine innanzitutto dalla memoria, quella dei carretti di Emilio Murdolo, ad esempio, presso cui ancora bambino l'artista compì i primi passi nell'immaginario artistico.

Il rosso è il colore dominante dei dipinti del maestro negli anni della formazione, ancora di impronta espressionista: un rosso che permea come temperie lo spazio, che riflette un clima interiore, talora morbido e persino delicato, come in Congedo, olio su tavola del 1934, presente nella bella mostra catanese, presso la Fondazione La Verde La Malfa, più spesso segnato da un riverbero di toni cupi, sanguigni, aperti al dramma, come in Fucilazione in campagna, opera del 1938, e in Fuga dall'Etna, del '38-'39, dove il colore è elemento unificante: amalgama il dinamismo dei corpi e coniuga le diverse scene, riflettendo un epico sentimento di disperazione. Il rosso è il colore della passione.

In Mimise, opera del 1940, la blouse e il cappellino della donna sono di un rosso vivo e sgargiante, esuberante, passionale. Così in parte è nell'opera La madre, precedente, del 1937, presente in mostra. Dove però il colore sottolinea una tensione più intimistica, una memoria ripiegata su se stessa. Nel dipinto, appena fauve e appena neocubista, lo spazio si dispiega per gradi nelle forme squadrate delle case, puntando in lontananza al cielo azzurro e mediterraneo. La porta d'ingresso, di fianco alla donna, è prospettico sipario, determina nello spartito dell'opera un qui ed un altrove, segna, insomma, la distanza. In alto, in primo piano, è una lampada, simbolo della casa. La donna è pensosa, dolce e solenne, il braccio sinistro poggiato al mento. E' il rosso a "spiegare" l'opera, a dare tono al pensiero della donna, tingendo la sua fronte, oltre il verdeazzurro dei suoi occhi abbassati, evocando forse il figlio lontano. Il rosso è il colore della tragedia.

Nella famosa cartella Gott mit Uns, una delle testimonianze artistiche più angoscianti dell'occupazione nazista, realizzata allorché Guttuso fu riferimento nel suo studio romano del gruppo partigiano della capitale, il contrasto drammatico dei disegni è rappresentato proprio dalla contrapposizione tra il nero dell'inchiostro e il rosso del sangue in terra, versato dagli uomini barbaramente trucidati. Nella celebre Crocifissione del 1940-'41, il rosso è innanzitutto spazio intermedio, col bruno, col blu: contribuisce, amalgamato, a creare la trama visiva, postcubista, postimpressionista dell'opera. Il rosso ha un duplice spartito, quello del ladrone cattivo e quello del mantello di Cristo, poggiato quest'ultimo sul dorso di un cavallo picassiano. Il ladrone è visto di spalle, il male non ha volto. Il suo capo contrasta quello del Cristo, quasi lo fronteggia, emblematicamente. Il dipinto fu contestato, per il suo contenuto ideologico e per l'arditezza della rappresentazione.

Eppure, un senso religioso animava a monte la rappresentazione, come è leggibile nei due studi in mostra, entrambi databili 1940, un prospettico gruppo di cavalli e cavalieri e una prova di compianto. Negli anni dell'"equilibrato postcubismo" il rosso, frequentemente, si fa segno. Definisce i contorni del carro nell'opera Carrettiere, del 1946, anch'essa in mostra. Ed è segno rapido, dominante sul piano cromatico. L'uomo riverso sul suo carretto dorme. Il carretto è la sua casa. Campeggia su di uno sfondo di vegetazione e sottolinea il tutt'uno della scena: l'uomo, il carretto, la vita contadina. Su fondo rosso l'artista si ritrae in un noto Autoritratto del 1950.

Sono i vari peccati della violenza nella splendida opera Martiri, del 1954: dalla sedia elettrica alla decapitazione. La croce di Cristo è al centro, emblema di tutte le croci. L'opera è di grandi dimensioni, raggiunge i tre metri di lunghezza. (...) Il Cristo, al centro, ha il capo ripiegato in avanti, come sconfitto. A lui dintorno gli esempi variegati del martirio. Com'è frequente nell'opera di Guttuso non mancano citazioni di quadri celebri: forse, una fucilazione di Goya, forse, La morte di Marat, frammenti di Guernica. In un clima sulfureo Guttuso rappresenta il teatro del male, del male come ingiustizia, negazione della libertà. Ed è il rosso, appunto, nella dicotomia con il nero dell'inchiostro, a sottolineare con i suoi bagliori sinistri l'orrore della tragedia.

In Guttuso il disegno è fondamentale. Non esiste opera che non fondi su di uno sviluppo lineare, sia esso di colore o di punta d'inchiostro. Il disegno come trama, come veduta d'insieme, come costruzione dello spazio. Un disegno calibrato, come testimonia la china e acquerello Tetti di Roma, via Leonina, del 1961, anch'essa esposta. La scenografia dei tetti è rappresentata con uno sguardo esemplare, attentissimo al multiplo gioco dei pieni e dei vuoti. Nel disordine de Lo studio dell'artista, del 1963, è ancora il colore rosso a essere elemento unificante: è trama, sfondo, riempimento, prospettiva. (...) Un drappo rosso in una Natura morta del 1973 costituisce una prospettiva metaforica, nel disporsi casuale degli oggetti: carte, un coltello, una sega, tazza e bicchieri, una macchinetta da caffè e infine un telefono, col filo aggrovigliato che fa sul piano da lineare collegamento.

Il rosso dei vessilli è simbolo ideale nel famoso dipinto La morte di Togliatti. Le bandiere nella loro moltiplicata esibizione sono trama evocativa. Cui fa da contrappunto la citazione dei volti conosciuti del mondo comunista. Tra di essi l'autore ritrae se stesso, due volte, come in un diario. Fu, com'è noto, la Vucciria, del 1974, opera che si riferiva al celebre mercato palermitano, uno dei più noti dipinti del maestro. Vi si rappresenta con una prospettiva verticale, tesa a ribaltare sullo spettatore, con un esacerbato realismo, la vista dell'incredibile varietà di prodotti esibiti per la vendita. Nella scena non c'è la consueta festosità delle fiere, i volti delle persone sono cupi, chiusi, contratti. (...)

In mostra è uno splendido Studio per Vucciria, del 1974, con ortaggi di vario colore. A tre anni dalla morte, nel 1983, Guttuso dipinse un emblematico olio su tela, senza titolo, anch'esso presente in mostra. E' un camino in cui brilla la fiamma. Di fronte a esso, una sedia vuota. Ricorda stranamente la Partenza per l'eternità di Van Gogh, ma qui non c'è figura. Anzi, di lato, è l'allegra macchinetta del caffè. Sulla mensola emblematicamente un uovo, forse il simbolo della vita; lo affianca un quaderno, un libro, un diario chissà: naturalmente rosso.» (testo critico di Giorgio Agnisola)




Mario Schifano - A la Balla - acrilici su carta cm.146x116 1977 Mario Schifano - Futurismo rivisitato a colori - acrilici su tela cm.95x115 Tano Festa - Persiana blu - acrilici su legno cm.100x80 1985 Mario Schifano e la Pop Art in Italia
termina il 23 ottobre 2017
Castello Carlo V - Lecce

Promosso da Theutra e Oasimed, in collaborazione con Galleria Accademia di Torino, con il patrocinio del Comune di Lecce e il sostegno di Axa Cultura, il progetto espositivo - a cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro - è dedicato a quattro maestri di primo piano della storia dell'arte italiana e internazionale del secondo Novecento: Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Il gruppo, denominato poi Scuola di Piazza del Popolo, è riuscito a far transitare nel mondo dell'arte motivi e oggetti provenienti dall'immaginario comune, dalla storia dell'arte e della vita, fornendo un contributo fondamentale all'arte contemporanea.

Un dipinto dell'artista Tano Festa, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato Per il clima felice degli anni Sessanta. Campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Piero Manzoni, Franco Angeli, Mario Schifano, Enrico Castellani e quello dello stesso Festa. E' il 1969 ma c'è già nostalgia di un decennio mitico che per l'arte italiana - tra Roma e Milano - ha rappresentato un punto di riferimento, anche nel clima culturale internazionale, anche grazie ad artisti stranieri che all'epoca frequentavano molto l'Italia. Dalle esperienze astratte e informali degli anni precedenti, si transita verso ricerche sfaccettate e complesse che riflettono, in contemporanea rispetto alle esperienze americane, sui concetti di riferimento della Pop Art: il mito, la società di massa, i paradigmi e i segnali della città metropolitana e il dialogo fecondo tra generi artistici e linguaggi.

Naturalmente non si tratta di una rielaborazione passiva del grande movimento americano, che tra l'altro era sbarcato alla Biennale di Venezia nel 1964 provocando un certo scalpore. Al contrario, i protagonisti di questa rivoluzione artistica, tutta italiana e con tangenze internazionali, riflettono su temi e immaginari legati alla loro cultura visiva di riferimento. Al centro di tutto c'è Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto di fermenti, anche grazie a gallerie come La Tartaruga e critici come Alberto Boatto, Palma Bucarelli e Maurizio Calvesi. E' qui che si svolge l'esistenza - e la fervida esperienza artistica - dei quattro protagonisti della mostra.

La sezione principale ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, 1934 - Roma, 1998). Dopo un periodo di azzeramento di radice concettuale, attraverso i monocromi (1960-1961), l'artista ricostruisce la sua narrazione insieme poetica e intellettuale guardando alla natura e quindi al paesaggio. In mostra due paesaggi anemici che evidenziano la smaterializzazione del colore, che diviene liquido, pur mantenendo la sua identità e la sua energica forza espressiva. In coincidenza con una mostra retrospettiva di Giacomo Balla (nel 1963), Schifano avvia una rivisitazione del Futurismo, il movimento italiano fondato nel 1909 grazie alle intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e dello stesso Balla, sostenendo idee rivoluzionarie dedicate alla velocità, al mito del progresso e alla commistione di linguaggi artistici, dalla poesia alla scultura, dal teatro alla cucina, al cinema.

Al maestro italiano Schifano dedica un ciclo di opere, tra cui uno dei dipinti esposti in mostra; mentre al celebre ciclo Futurismo rivisitato a colori è dedicata una delle tele proposte nelle sale del Castello Carlo V. La celebre foto che ritrae il gruppo futurista è proposta come un'icona intramontabile di cultura e storia, ritoccata attraverso colori vivaci e segni veloci, pienamente in linea con una cultura visiva Pop. La televisione diventa per Schifano un primario punto di riferimento visivo, lo schermo tv diviene quindi un paesaggio da esplorare e fotografare per concepire tele che ritraggono brandelli di realtà filtrata dal tubo catodico (in mostra una tela degli anni Settanta che ben evidenzia questa declinazione di senso).

Si prosegue poi con le opere degli anni Ottanta, in cui il colore assume una dimensione fondamentale, preannunciando gli sviluppi dell'arte italiana e internazionale, all'insegna di una riscoperta della dimensione eroica del quadro e di un ritorno alla pittura figurativa dopo anni di arte concettuale ed esperienze di azzeramento del linguaggio pittorico. I dollari americani, l'obelisco di piazza del Popolo e le svastiche sono al centro dell'immaginario di Franco Angeli (Roma, 1935-1988), che come un archeologo capta e riconosce l'importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nelle sue tele. In mostra una selezione di opere, alcune di grandi dimensioni, realizzate negli anni Sessanta, decennio fondamentale della sua parabola artistica.

Alla dimensione pittorica rimarrà sempre fedele Tano Festa (1938-1988), eleggendo anch'egli a simbolo alcune declinazioni della storia e della storia dell'arte e dell'architettura. In mostra, tra altre, anche una celebre Persiana, in cui l'artista recupera l'elemento oggettuale e reale per fonderlo con la sua grammatica pittorica. La Scuola di Piazza del Popolo non era però composta esclusivamente da artisti uomini, tra l'altro celebri non solo per la loro genialità ma anche per la vita densa di incontri, esperienze estreme. Tra loro c'era una figura femminile insieme eterea e forte, come le sue opere: Giosetta Fioroni (nata a Roma, dove vive e lavora, nel 1932). In mostra opere molto rare degli anni Sessanta, in cui volti argentati delle sue figure femminili si costruiscono grazie a una sovrapposizione sentimentale di velature e segni leggeri, che oramai appartengono di diritto alla storia dell'arte contemporanea. (Comunicato ufficio stampa Società Cooperativa Coolclub)

---

Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino
termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo
Presentazione




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)




Velázquez e Bernini
Autoritratti in mostra


termina il 22 ottobre 2017
Nobile Collegio del Cambio - Perugia

Il reciproco influsso, nell'ambito della ritrattistica, anzi dell'autoritratto, tra Gian Lorenzo Bernini, qui proposto nella sua veste di pittore, e lo spagnolo Diego Velázquez. Francesco Federico Mancini indica, a ideale punto di partenza per questa sua mostra, un'immagine fotografica: quella dello studio romano dell'insigne storico dell'arte barocca e docente all'ateneo perugino Valentino Martinelli. In questa immagine si vedono due delle tre versioni possedute da Martinelli del celeberrimo Autoritratto di Velázquez conservato nella Pinacoteca Capitolina di Roma (1629-1630). Se la prima versione, che può essere riferita al carrarese Carlo Pellegrini, allievo di Gian Lorenzo Bernini, e la seconda, attribuibile a un pittore romano della metà del Seicento, dimostrano l'attenzione riservata nel secolo XVII (e in ambiente romano) a quel superbo prototipo "straniero", la terza, che viene realizzata nel 1876 dal veneziano Luigi Quarena, dimostra che la fortuna del modello capitolino travalicò abbondantemente il Seicento e il contesto più strettamente romano.

Accanto al trittico Martinelli (oggi conservato nella Galleria Nazionale dell'Umbria) e al prototipo capitolino (perno dell'intero discorso), verranno proposti in mostra l'Autoritratto a mezza figura di Bernini e l' AutoritrattoAutoritratto di Bernini (che Tomaso Montanari ritiene di un anonimo seguace del Bernini - secondo Martinelli si tratta invece di un "non finito" di Gian Lorenzo) e l'Autoritratto di Bernini del Musée Fabre di Montpellier (anche questo ritenuto da Montanari di un anonimo seguace del Bernini - secondo Martinelli "forse del Bernini"). Principale proposito della mostra, avvincente anche per l' eccezionale qualità dei pezzi presentati, è rilanciare il dibattito sulle relazioni e sulle reciproche influenze intercorse tra Velázquez e Bernini i quali sicuramente si incontrarono (e si frequentarono) fin dal primo soggiorno in Italia del maestro spagnolo, nel 1629-1630 (il secondo viaggio di Velázquez in Italia risale al 1650).

"A mio parere - scrive Francesco Federico Mancini - l'incontro romano e il conseguente, straordinario incrocio di esperienze di due fra i maggiori protagonisti del Seicento europeo produsse benefici di reciproca utilità. Velázquez, grazie a Bernini, comprese quale forza espressiva si celasse nel taglio a mezzo busto del ritratto, da lui già sperimentato sul versante della scultura, e quanta vitalità potesse scaturire dalla tizianesca contrapposizione tra la maniera abbozzata degli abiti e la maniera finita dei volti. Bernini apprese dal collega spagnolo il modo di scavare nell'intimo nei personaggi, di entrare nella loro complessità psicologica. In definitiva condivido la conclusione cui giunge Montanari, che a lungo si è occupato di questi temi, quando osserva: 'E' indubbio che i ritratti di Velázquez assumono dopo Roma una vitalità, una capacità di fissare un momento preciso, una gamma cromatica e una sprezzatura che prima non conoscevano. Ma è altrettanto vero che quelli di Bernini acquistano in profondità psicologica, in rarefazione della materia e in sobrietà. La cosa certa è che lo scambio è avvenuto, ed è probabile che il saldo vada fissato in parità". (Comunicato stampa Studio Esseci)




August Patek (1874-1958) - C.k. priv., Továrny na koberce a látky nábytkové, Filip Haas a synové, 1900 - Litografia a colori cm.113x83 Ferdinand Andri - XXVI. Ausstellung Secession - Litografia a colori su carta cm.96x63 1906 Progetto Marie Krivánková - esecuzione Pavel Vávra - Collana, dopo il 1910, Praga - Oro, granati boemi, madreperla, lunghezza 35cm Il Liberty e la rivoluzione europea delle arti
Dal Museo delle Arti Decorative di Praga


termina lo 07 gennaio 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste

L'ultimo degli stili universali in Occidente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, porta l'arte nella vita e la vita nell'arte influenzando ogni forma creativa anche nella quotidianità. Dal Museo di arti decorative di Praga, per la prima volta in Italia, una selezione di 200 opere delle collezioni riporta ai tempi e ai gusti della Belle Époque in Europa. Tra i capolavori di Alphonse Mucha in mostra a Trieste, anche 7 metri di decorazione del padiglione della Bosnia-Erzegovina per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Liberty (in ceco: Secese), l'ultimo degli stili universali ad avere interessato l'Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segnando con i suoi tipici elementi figurativi l'architettura, la pittura, la scultura ma anche il mondo multiforme delle arti decorative, ebbe a Praga e in Boemia uno dei suoi centri di sviluppo più significativi e originali.

Sarà Trieste, città mitteleuropea per eccellenza, a presentare per la prima volta in Italia alcune delle più affascinanti realizzazioni del Liberty (o Art Nouveau) ceco ed europeo, grazie all'eccezionale collaborazione con l'UPM di Praga, Museo delle Arti Decorative tra i più rilevanti nel panorama internazionale. Istituito nel 1885 e chiuso dal 2014 per lavori di ristrutturazione della storica sede, il museo praghese - che riaprirà al pubblico a gennaio 2018 con le sue oltre 200.000 opere e una biblioteca di 172.000 volumi - ha prestato infatti alla città giuliana una selezione di oltre 200 tra le più significative opere delle sue raccolte, esposte in una mostra di grande fascino nelle sedi, tra loro contigue, delle Scuderie, nuovamente aperte, e del Museo storico del Castello di Miramare, in un progetto di valorizzazione e fruizione di questo straordinario complesso monumentale.

Promossa dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia, dal Museo storico e parco del Castello di Miramare e dal Museo delle Arti Decorative di Praga, prodotta e organizzata da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International, la mostra farà dunque rivivere l'avvento del "modernismo" e gli anni cruciali della rivoluzione e dell'emancipazione delle arti in risposta alla sollecitazione dell'età moderna e alle mutate esigenze estetiche e spirituali. Pur con la sua doppia anima fatta di tradizione e di innovazione, la sua eterogeneità e la varietà di scenari ideologici che questo stile ebbe nelle diverse culture europee, il Liberty o Art Nouveau fu un fenomeno culturale che investì tutta l'Europa e coinvolse tutte le arti nel segno del rinnovamento e della ribellione alla stagnante e sterile figurazione artistica. Con una convinzione comune - che arte e vita dovevano essere intrecciate e con una forte carica etica e l'impegno a trasformare l'ambiente di vita e le condizioni sociali.

Il concetto di "vita" ebbe un ruolo centrale nelle teorie estetiche in vigore al volgere del secolo, fondate su consapevolezza che potremo definire quasi olistica. "Lo stile è tutto ciò che rispecchia e accentua la connessione della vita... E' l'intenso desiderio di un'unità spirituale della vita e del mondo, un'incarnazione dell'affinità e unità cosmica". Di qui l'attenzione per la natura come fonte di bellezza artistica, una visione organica dell'esistenza e dell'arte concepita nella sua interezza, senza distinzioni, e l'interesse di tanti esponenti dell'Art Nouveau per le scienze naturali e spirituali. Istanze sociali e istanze artistiche s'intrecciavano laddove l'obiettivo era la rigenerazione della vita e il cambiamento della gerarchia dei valori.

Le arti applicate ebbero un ruolo centrale in questa visione: fu in questo campo infatti che il movimento dell'Art Nouveau o Liberty si fuse maggiormente con la generalizzata modernizzazione della società divenendo una componente importante del processo di trasformazione: elemento chiave nella riforma della vita quotidiana. Dalle pitture alle litografie, dai manifesti ai gioielli, dagli stupefacenti vetri alle ceramiche, dai mobili ai tessuti, dall'abbigliamento e dalla biancheria agli oggetti da tavola la mostra di Trieste - curata da Radim Vondracek, Iva Knobloch, Lucie Vlckova con la direzione di Helena Koenigsmarkova (Direttore del Museo delle Arti Decorative di Praga) e di Rossella Fabiani storico dell'arte, rievoca il mondo della Belle Époque e di una borghesia che fa i conti con il progresso.

Un progresso che rincorre - l'emancipazione femminile, i trasporti, le comunicazioni, la corrente elettrica - ma dal quale vuole difendersi, combattendo l'eccesso di industrializzazione e la cultura meccanizzata di massa, con il ritorno all'industria artistica e a un artigianato di pregio. Accanto a capolavori d'arte decorativa presentati all'Esposizione Universale di Parigi del 1900 - momento decisivo nella diffusione di questo stile e punto d'arrivo del Liberty cosiddetto organico - saranno esposte opere influenzate dalle diverse correnti di pensiero sviluppatesi all'epoca. Accanto ad artisti del calibro di Jan Preisle e Alphonse Mucha, uno dei più importanti e rappresentativi protagonisti dell'Art Nouveau in Europa di cui la mostra presenta ben 12 opere, saranno esposti a Trieste esempi delle innovazioni grafiche del viennese Gustav Klimt e di Koloman Moser.

Quindi le firme nei gioielli di Emanuel Novák, Josef Ladislav Nemec e Franta Any'z; le celebri vetrerie boeme e le creazioni di Adolf Beckert e Karl Massanetz, pioniere della decorazione a freddo dei vetri; i grandi nomi di Jan Kotera, Josef Hoffmann e Leopold Bauer, allievi della Wiener Akademie e di Otto Wagner, soprattutto per gli arredi, come pure dell'architetto Pavel Janák esponente principale dell'associazione praghese Artel. Davvero impressionante di Mucha l'esposizione di una parte consistente (L'epoca romana e l'arrivo degli slavi) della decorazione realizzata per la sala principale del padiglione della Bosnia-Erzegovina all'Esposizione Universale di Parigi del 1900: un acquarello e colore stemperato su tela di quasi 7 metri di lunghezza per 3 e mezzo di altezza che ci immerge nell'epopea slava.

Coinvolgente poi la possibilità di vedere ricreati, grazie all'allestimento scenografico affidato a Pierluigi Celli e agli eccezionali prestiti, ambienti in stile Art Nouveau unificato - dai mobili alle decorazioni per tessuti, agli accessori, agli oggetti funzionali - secondo quel concetto di arte globale che aveva coinvolto gli sforzi creativi in diversi settori interessando sia la classe media che il ceto alto, soprattutto l'intellighenzia urbana in piccole e grandi città. Si cercava la bellezza e l'equilibrio, si puntava all'arte nella vita: un'arte emancipata e integrata che in Boemia porterà a percorrere le nuove strade del cubismo. Si era fiduciosi nel futuro e ottimisti di fronte al progresso e a una pace diffusa.

Ma era un fragile equilibrio che si sarebbe spezzato di lì a poco. I Nazionalismi mai sopiti avrebbero aperto le porte dell'intolleranza; l'affare Dreyfus in Francia, cui seguì l'analogo caso Hilsner nel contesto boemo, evidenziò in quale misura la società fosse accessibile all'intolleranza nella veste dell'antisemitismo. "Dopo la crisi del 1908 in Bosnia e Erzegovina, vennero alla luce pericolose contraddizioni sociali, ideologiche e geopolitiche. Le guerre balcaniche scoppiate nel 1912 furono già una diretta avvisaglia del tragico epilogo della Belle Époque: uno splendido sogno finito, come dice Stefan Zweig, nel «massimo crimine del nostro tempo», quella sanguinosa conclusione che fu la Prima guerra mondiale". Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato Civita Tre Venezie)




David Aaron Angeli - Centauro - cera, ferro, corten, cm.35x8x26 2017 David Aaron Angeli: Europa
termina a metà ottobre 2017
Cellar Contemporary - Trento

«Zeus, vedendo in un prato Europa, la figlia di Fenice, che insieme a delle ninfe coglieva fiori, se ne invaghì, e là giunto si trasformò in un toro che dalle narici spirava croco; avendo in tal modo ingannato Europa, la prese sul suo dorso, e, portatala fino a Creta, si unì a lei.» (Esiodo, Frammenti)

Nel lavoro di David Aaron Angeli svolgono un ruolo chiave i simboli culturali dei modelli di società ancestrali: attraverso il linguaggio del disegno e della scultura, l'artista rievoca racconti lontani intrisi di figure ed elementi naturalistici. I disegni su carta e le sculture in cera presenti in mostra, in particolare, a partire da intermittenti suggestioni legate alla contemporaneità, ri-compongono l'episodio iniziale del mito di Europa percorrendo le tematiche del viaggio, della scoperta e della ciclicità della vita.

David Aaron Angeli (Santiago - Cile, 1982) studia Oreficeria all'Istituto d'Arte Vittoria di Trento, e nel 2006 consegue il diploma presso l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. La sua ricerca è espressa dal disegno su carta e dalla scultura. Carte disegnate a tecnica mista e ritagliate danno vita a grandi installazioni a parete o si presentano in forma di quadri; la cera d'api è la materia prima della scultura, talvolta dipinta a olio o con inchiostri a china e accostata ad altri materiali come legno, metallo, vetro, carte. (Comunicato stampa)




Galleria Nazionale di Cosenza - sala Luca Giordano Crotone- Museo Archeologico - Statuina femminile La Cattolica - Stilo - ingresso Polo Museale della Calabria
Musei, monumenti e aree archeologiche


Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, con l'assegnazione di nuove Sedi è presente sull'intero territorio regionale con ancora maggiore incisività. Musei, monumenti e aree archeologiche di notevole interesse ne costituiscono un valore assoluto con enormi potenzialità capaci di assegnare alla Calabria un ruolo di primo piano nell'arte, nella cultura e nel turismo. Alcune peculiarità:

- Chiesa di San Francesco d'Assisi - Gerace (Reggio Calabria). Già dei Frati Minori (fondazione 1252).

- Galleria Nazionale di Cosenza. Tanti i capolavori custoditi. La sezione Acquisizioni con le opere, fra gli altri, di Pietro Negroni, Marco Cardisco, Mattia Preti, Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano; i dipinti della collezione di Banca Carime, avuta in comodato; la sezione Umberto Boccioni che espone una straordinaria raccolta grafica del maestro futurista, nonché la sezione, di recente istituzione, dedicata all'arte contemporanea.

- La Cattolica - Stilo (Reggio Calabria). Costruita dai monaci orientali, che nei secoli X e XI vivevano in agglomerati di grotte naturali.

- Le Castella - Isola Capo Rizzuto (Crotone). La torre cilindrica, di chiara derivazione angioina, svetta centralmente all'interno della fortezza di Le Castella e ne testimonia l'impianto originario che dovrebbe risalire al XIV secolo.

- Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia. Di particolar pregio le terracotte (VI-V sec. a. C.), alcuni bronzi e la preziosa laminetta aurea, con testo orfico, rinvenuta in una vasta necropoli che interessa una vasta area della città moderna.

- Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Propone un percorso espositivo, articolato su due piani, in ampie sale open-space.

- Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide - Cassano all'Ionio (Cosenza). Raccoglie testimonianze materiali provenienti dal territorio della Sibaritide. Comprende cinque sale espositive, organizzate in aree tematiche.

- Museo Archeologico e Parco Archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria). Il Museo dell'antica Kaulon accoglie un considerevole numero di manufatti che illustrano la vita e la storia di questo straordinario lembo di Calabria.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone). Sul promontorio di Capo Colonna sorgeva uno dei principali santuari della Magna Grecia, dedicato alla grande dea Hera Lacinia, famoso nell'antichità.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri - Locri (Reggio Calabria). Permette di scoprire uno scorcio della vita pubblica, privata e religiosa del centro di Locri in età greca e romana.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium - Roccelletta di Borgia (Catanzaro). Illustra i vari aspetti che vedono la città romana di Minervia Scolacium svilupparsi tra I secolo a.C. e VII secolo d.C..

- Museo Statale di Mileto - Mileto (Vibo Valentia). Espone un cospicuo e rilevante patrimonio di opere d'arte che abbraccia un arco temporale compreso fra l'età tardo imperiale e l'Ottocento.

- Museo Archeologico Nazionale di Amendolara - Amendolara (Cosenza). Custodisce reperti connessi alla storia del territorio: dall'Età del Bronzo Finale e dell'Età del ferro (XII-VIII sec. a.C.).

- Museo Archeologico Lametino - Lamezia Terme (Catanzaro). Articolato in tre sezioni, Preistorica, Classica e Medievale, la selezione dei reperti esposti evidenzia il livello culturale delle prime comunità, tra le più antiche della Calabria.

- Museo Archeologico di Metauros - Gioia Tauro (Reggio Calabria). Le sale museali attestano la continuità di vita nel territorio dall'età protostorica fino ad età medievale.

- Museo e Parco Archeologico "Archeoderi" - Bova Marina (Reggio Calabria). Dà conto di un ricco patrimonio storico-archeologico da aree di abitato, di necropoli e di siti fortificati a controllo del territorio, inquadrabile in un ampio arco cronologico compreso tra l'età neolitica ed il VI secolo d.C. e si caratterizza per la presenza di testimonianze ebraiche; ad oggi è l'unico Parco calabrese con resti riconducibili a tale civiltà. (Estratto da comunicato stampa)




Terra, madre Terra

Galleria Dna-Marateacontemporanea - Maratea, 18-28 giugno 2017
Trebisonda - Perugia, 23 settembre - 15 ottobre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma, 05-22 dicembre 2017

Quaranta artisti sono qui chiamati a intervenire su un tema di attualità. Tema cruciale e di grande impatto, declinato in varie accezioni e crocevia di molte visioni e scuole di pensiero, foriero di inquietudini diffuse e percepibili a ogni livello circa il destino della Terra, non essendo chiaro se l'attuale crisi globale preluda a un cambiamento epocale (palingenesi) o all'estinzione dovuta non solo ad un eventuale cataclisma o catastrofe cosmica (ad esempio i cambiamenti climatici o l'esaurimento delle fonti di energia) ma anche, o invece, ad una sorta di esaurimento di ogni forma di speranza e solidarietà. In questo contesto, come evidenziato dal titolo, si vuole offrire non solo una visione laica del mito della Dea Madre ma nel contempo una serie di riflessioni che riguardano la percezione, la sensibilità, la consapevolezza o la rimozione, il timore o la coscienza che quello dell'uomo contemporaneo sia il destino dei penultimi.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Maria Cristina Antonini, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Marcello Corazzini, Carla Crosio, Mariangela De Maria, Stefania Di Filippo, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Mavi Ferrando, Danilo Fiorucci, Salvatore Giunta, Raffaele Iannone, Robert Lang, Silvana Leonardi, Margherita Levo Rosenberg, Mimmo Longobardi, Nazareno Luciani, Paola Malato, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Sandra Maria Notaro, Aurora Paccasassi, Emilio Patalocchi, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Lucilla Ragni, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Ernesto Terlizzi, Sabrina Trasatti, Ilia Tufano, Oriano Zampieri, Gaetano Zampogna. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino Pop Art Italiana - opera in mostra "Io non amo la natura"
Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino


termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo

La mostra - promossa dalla Fondazione Crc in occasione dei 25 anni dalla nascita, nel gennaio 1992 - propone un excursus intorno alla Pop Art italiana, attraverso una selezione di cinquanta opere tra dipinti, sculture e video, tutte provenienti dalla GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L'esposizione nasce dalla volontà di riflettere sulla vicenda storica della Pop Art in Italia, alla luce della recente rinnovata attenzione da parte della critica. Gli aspetti principali su cui la critica si è soffermata nel rileggere il fenomeno includono, da una parte, lo studio della cronaca di quegli anni, alla ricerca di corrispondenze dirette con l'arrivo del fenomeno Pop americano sul suolo italiano e dall'altra, la messa a fuoco della provenienza culturale e linguistica degli artisti italiani, evidenziandone contiguità e differenze rispetto agli internazionali.

La mostra vuole ricostruire l'ampio ventaglio delle proposte italiane maturate nei primi anni Sessanta. In quegli anni numerose furono le corrispondenze tra il progressivo ma rapido affermarsi della Pop Art americana e la scena italiana, in particolare nelle città di Roma e Torino, così come la circolazione degli artisti e delle loro proposte linguistiche. Il percorso espositivo illustra, per campionamenti, le differenti declinazioni di stile degli artisti, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Fabio Mauri, Mario Ceroli, attivi sulla scena romana, accanto a personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali.

Sul versante torinese, la mostra raccoglie opere di Ugo Nespolo, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Antonio Carena. Sullo sfondo, tra le tante altre proposte in mostra - volte anche a presentare importanti esiti collaterali, non dichiaratamente Pop ma contestualizzabili in quella temperie di sviluppo e ricerca - esempi delle ricerche pioneristiche di Mimmo Rotella e Enrico Baj. Completano la mostra opere della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris e della Fondazione Crt per l'Arte Moderna e Contemporanea, tutte custodite presso la GAM di Torino.

«Tutte le opere esposte provengono dalla GAM» racconta Riccardo Passoni, curatore della mostra e vicedirettore della GAM di Torino «Ed è importante sottolineare come la maggior parte di esse abbia trovato posto nelle nostre collezioni già da molto tempo. Questo è stato possibile soprattutto grazie all'arrivo nel museo, alla metà degli anni Sessanta, della collezione del Museo Sperimentale di Arte Contemporanea fondato nel 1963 da Eugenio Battisti presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Genova. Rileggere quella importante collezione da questo nuovo angolo visuale, ha costituito per noi una vera sorpresa, proprio per la ricchezza di opere sul tema Pop e dintorni.» (Estratto da comunicato stampa Fondazione Torino Musei)




Carla Bordini Bellandi - Alberi blu mini Carla Bordini Bellandi: "Enchanted Nature"
termina il 26 novembre 2017
Palazzo Mora - Venezia

Nel prestigioso contesto della Biennale di Venezia, la GAA Foundation propone una selezione accuratamente operata del lavoro fotografico di Carla Bordini Bellandi. Le sue foto, che vivono attraverso il suo sguardo e svelano aspetti nascosti e simboli, sono immagini che raccontano una natura osservata attraverso una visione onirica, alla ricerca di un pieno recupero del contatto con essa ma soprattutto del suo riconoscimento come elemento degno di rispetto e da non "usare" in maniera indiscriminata. Per riconquistare un'unione che sembra irrimediabilmente perduta, i suoi scatti, racconti tridimensionali e pieni di luce, regalano una visione pura e limpida. L'aspetto tecnico del suo modo di procedere è molto peculiare e insieme alla sua poetica, è ciò che le ha permesso di essere selezionata tra tanti artisti. Il risultato della sua ricerca si fonda sullo studio dell'"errore fotografico" che esclude l'uso del foto ritocco.

"Ricercatrice visiva", Carla Bordini Bellandi (Milano, 1962) è alla ricerca di storie e narrazioni che attraverso luce, forma e colore, si materializzino dentro lo spazio di un rettangolo di carta. Dai primi scatti realizzati con una Ferrania tascabile a quelli più attuali, il percorso di studio è stato lungo e paziente. Nei circa 40 anni di raccolta visiva e fotografica, sono decine di migliaia le immagini che ora compongono il suo bagaglio artistico. Esperta di colore, inventa, ispira proposte e combinazioni cromatiche anche in ambito tessile e nel mondo della moda. Con uno studio approfondito e attraverso l'analisi delle immagini, indaga l'origine del formarsi e dell'evolversi delle tendenze socioculturali più contemporanee.

Il progetto espositivo è anche la fase iniziale di un programma di salvaguardia ambientale, a testimonianza della necessità impellente di azioni concrete per tutelare il pianeta. Tuttavia l'artista non grida allo scandalo per la mancanza di rispetto delle leggi naturali, ma attraverso le sue foto sussurra un sentimento di profonda malinconia per uno stato ambientale originario che è difficilmente recuperabile. La mostra quindi è un'esortazione forte e silenziosa ad agire, affinché la poesia della natura non si perda del tutto.

Dal nome altamente evocativo e velatamente ironico, la mostra Enchanted Nature, raccoglie le immagini di una natura lontana dal reale, grafica e bidimensionale, nelle quali l'impressione soggettiva supera l'intento descrittivo e va oltre, alla ricerca di una forma estetica che ne rappresenti l'essenza: è un paesaggio ancora maestoso, misterioso, che affascina e stupisce. Collocate al di fuori dello spazio e del tempo, poetiche e astratte, mai coadiuvate da interventi formali sull'immagine, varie visioni convivono in ogni opera per meglio raccontare universi potenti e luminosi ma nel contempo - per contrasto - per narrare segreti essenziali di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici. (Comunicato stampa Press Office artpressagency.it di Anna de Fazio Siciliano)




Immagine dalla locandina della mostra di Carlos Amorales Carlos Amorales: Life in the Folds
termina il 26 novembre 2017
Padiglione del Messico alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia

Life in the folds è il risultato di un'estesa ricerca dove l'artista introduce un linguaggio formale che si articola su diversi supporti lungo l'installazione proposta alla Biennale Arte 2017. La mostra si compone di forme astratte, di poesie scritte in un alfabeto criptato, di ocarine in ceramica che vengono suonate da un ensemble in una performance secondo una partitura grafico-musicale. Amorales sottolinea che "Life in the folds (il titolo si riferisce al romanzo di Henri Michaux pubblicato nel 1949), scaturisce dalla tensione fra il concreto e l'astratto, luogo in cui si manifestano una serie di immagini poetiche associate ai luoghi in cui troviamo la vita; non in mezzo alla pagine, bensì nelle pieghe, nelle rotture, negli interstizi e nelle cose più piccole".

L'incomprensibilità dei testi richiede al pubblico di affrontare, a partire dalla perplessità iniziale, un mondo criptato nel quale dovrà decifrare messaggi e mettere in discussione interpretazioni della realtà. Life in the folds è un'opera d'arte totale in cui le diverse discipline coinvolte tra cui arti visive, grafica, animazione, film, musica, letteratura, poesia e performance convergono creando tensioni e attivando riflessioni non convenzionali. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gigi Bon - Il primo giorno del mondo Gigi Bon
Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia


termina il 26 novembre 2017
Studio Mirabilia | Libreria Lineadacqua - Venezia
www.gigibonvenezia.com | www.lineadacqua.com

In occasione dell'apertura della 57° Esposizione Internazionale d'Arte, una preziosa e inusuale mostra che verrà ospitata in due sedi. Preziosa, perché la prima è lo studio-atelier di Gigi Bon - collezionista-bibliofila-artigiana-artista veneziana - proprio nella calle dove Casanova nacque. Inusuale, la seconda parte, perché si sviluppa nell'unica libreria antiquaria rimasta in città: Lineadacqua. Al progetto si accompagna la pubblicazione del volume-diario Gigi Bon: Veni Etam. Naturalia et Mirabilia, pubblicato da Lineadacqua Edizioni che si avvale di una esaustiva introduzione a cura di Martina Mazzotta.

Il termine Wunderkammer, oggi molto utilizzato e in parte screditato, trova qui una declinazione contemporanea attraverso un omaggio poetico e consapevole a quella storia del collezionismo, della scienza e dell'arte che nei secoli XVI-XVII vide intrecciarsi natura e artificio nell'età d'oro della meraviglia, ripropostasi nel XX secolo a partire da certo Surrealismo. La mostra offre un florilegio di opere e reperti di naturalia, exotica e scientifica - tutti mirabilia disposti nell'atelier e in parte nella libreria. Nel recuperare la tradizione tardorinascimentale delle collezioni enciclopediche, nonché quella ermetico-alchemica, Gigi Bon presenta le opere più importanti della propria carriera venticinquennale, insieme con alcuni inediti.

Vi si ritrovano tecniche e materiali della più fine tradizione veneziana: una eco visuale a Veni Etiam, l'origine etimologica del nome della città secondo Francesco Sansovino, accolta da John Ruskin e da tutti coloro che hanno profondamente amato e interpretato Venezia: cioè, vieni ancora, e ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose, e nuove bellezze. Lo spazio alla libreria si presenterà come una sintesi dell'Universo dell'Artista: una grande scatola magica, di blu vestita. Il blu tanto caro a Gigi. Il blu del cielo, del mare, dell'Infinito. Il blu considerato dagli egizi come il colore degli Dei e presente in maniera fondamentale nelle opere della Bon.

In questo spazio fa da fondo un pannello che rappresenta il mondo immaginario dell'artista con una folla di Rhini Angeli giocosi; una parete-libreria carica di libri antichi e oggettistica preziosa; il grande quadro Museo Caspiano popolato dai lavori dell'artista come fossero personaggi in visita al museo. Personaggi che in questa occasione prendono vita: escono dal quadro e si materializzano in reali sculture animando lo spazio e dando vita a Gigi Bon Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia. L'artista, laurea in Giurisprudenza, con un brillante passato di consulente finanziario, non ha esitato a voltare pagina per dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni e della sua creatività. Le sue sculture, i suoi ritratti immaginari, le sue surreali tecniche miste sono ormai nelle collezioni private di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




Pompei e i Greci
termina il 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Locandina del film Così parlò De Crescenzo "Così parlò De Crescenzo"
Uscita: 26 ottobre 2017, Durata: 76', Distribuzione: Bunker Hill

Documentario, opera prima di Antonio Napoli, prodotto e distribuito da Bunker Hill. Il film vede la testimonianza di personaggi quali Renzo Arbore, Isabella Rossellini, Bud Spencer, Lina Wertmüller, Marisa Laurito, Renato Scarpa, Benedetto Casillo e Marina Confalone. Luciano De Crescenzo (Napoli), dopo aver studiato e lavorato 20 anni come ingegnere presso la IBM, ha iniziato la sua carriera come scrittore e divulgatore di successo della filosofia e mitologia greca. Luciano è stato anche disegnatore, fotografo, sceneggiatore, regista, attore, presentatore televisivo e poeta. Tra il presente e il passato, il film ci trasporta lungo un viaggio alla scoperta di un grande uomo contemporaneo, storico compagno di avventure di Renzo Arbore, amico di Federico Fellini, spesso chiacchierato per i suoi flirt con bellissime donne tra cui l'amica di sempre Isabella Rossellini.

Attraverso la sua vita, i suoi libri e i suoi film, Luciano De Crescenzo ci trasmette con emozione tutta la potenza delle preziose qualità che più lo contraddistinguono: semplicità, ironia e un'infinita gioia di vivere. Ingegnere, scrittore, sceneggiatore, attore e regista Luciano De Crescenzo ha pubblicato 43 libri tradotti in 19 lingue e diffusi in 25 paesi per un totale di oltre 20 milioni di copie vendute. Ha realizzato 4 film come regista, 7 come sceneggiatore, 8 come attore e ha condotto 7 programmi televisivi, ha collaborato con varie testate giornalistiche e nel 1994 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di Atene. (Comunicato stampa ReggiI&Spizzichino Communication)




Locandina cortometraggio Fuecu e cirasi Romeo Conte regista sul set di Fuecu e Cirasi photo di Duccio Burberi "Fuecu e Cirasi"

Presentazione cortometraggio
23 ottobre 2017, dalle ore 19.00
Cinema Eden - Prato

Si tiene - a entrata gratuita fino a esaurimento posti - la presentazione, con doppia proiezione (ore 19.00 e ore 21.00), in anteprima italiana del cortometraggio Fuecu e Cirasi, scritto e diretto dal regista Romeo Conte e interpretato da Nicola Nocella - vincitore del Premio Boccalino d'Oro come Miglior Attore al Festival di Locarno - oltre che da Giorgio Colangeli e Valentina Corti. Il regista e i tre protagonisti saranno presenti, accompagnati dai giovani attori Vittorio Salonna, Samuele Leo e Monica Negro, oltre al co-sceneggiatore e montatore Valentino Conte. Tra gli altri protagonisti del film, Paolo De Vita, Teodosio Barresi, Chiara Torelli, Rosario Altavilla, Maria Conte, Pino Capone, Altea Chionna, Vito Bianchi, Francesco Minisgallo e, al suo debutto, Francesco Iaccarino.

Il corto, tratto da una storia vera, è prodotto da Coar Cooperativa Artisti S.C.R.L. e da Events Production, si avvale delle musiche originali di Mimmo Epifani ed è stato girato nell'Alto Salento pugliese. Fuecu e Cirasi racconta del ritorno al proprio paese di origine di Giacinto, intenzionato a incontrare la famiglia della fidanzata Lena. I luoghi e l'incontro con il padre di lei riporteranno alla mente suo fratello Mino e un tragico evento accaduto tanti anni prima. Giacinto troverà le risposte a tanti anni di dolore e pareggerà i conti.

Nel 1997 Romeo Conte debutta con la regia cinematografica con il cortometraggio La crepa, con cui partecipa alla 54° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, al Festival di Amsterdam e al Festival di Cannes nel 1998. Prosegue nella regia con Via col Vento, Il Calabrone e Tarantrance. Nel 2010 realizza I castelli dell'alto salento-Terra di Brindisi e Alla corte di Federico II di Svevia, castelli di Puglia. Nel 2016 scrive e dirige il suo quinto cortometraggio, Fuecu e Cirasi. Numerosi sono inoltre i documentari realizzati e diretti, tra cui: A dream in Wakayama, La strada dell'Oro, Lu rusciu de lu mare, Zibello, Tartufo d'Alba, Parmigiano Reggiano, Il fiume della speranza, Latiano Terra di Pietra, Il Viandante del Nord, Merletti di Pellestrina. Realizza spot pubblicitari, coordinatore del Master Regia e organizzazione eventi del Polimoda di Firenze, ha insegnato presso l'Istituto Europeo di Design di Milano e l'Università di Bologna L.U.N.A. (Comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




I martedì dell'Arte - Quattro incontri tra arte e teologia
Conferenze di Andrea Dall'Asta SJ


07 novembre - 05 dicembre 2017, ore 18.15
Auditorium San Fedele - Milano
www.sanfedele.net

- Programma

.. 07 novembre, La Vocazione di Matteo di Caravaggio

L'opera, collocata nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma affronta il tema della decisione dell'uomo di fronte a Dio. Caravaggio si concentra sulla dialettica luce/ombra, sul suo ruolo simbolico, contribuendo a fare emergere una nuova visione del mondo. Il fondo oro del Medioevo, simbolo della gloria divina che avvolge la realtà umana, si trasforma in un raggio di luce che appare e scompare all'improvviso. La grazia di Dio illumina ogni uomo, ma è solo un passaggio della durata di un istante. Ogni decisione umana si decide in questo qui e ora. Dopo questo momento decisivo, di massima intensità esistenziale, l'uomo torna alla responsabilità etica nella storia. La presenza di Dio diventa la scoperta delle sue tracce nei sentieri del mondo.

.. 14 novembre, L'Annunciazione a Maria

L'Annunciazione è la festa dell'Incarnazione e diventa l'evento per eccellenza nel quale si festeggia l'amore tra Dio e il suo popolo. Nella tradizione, gli artisti hanno spesso messo in scena i diversi momenti dell'annunciazione, interpretando le sequenze del dialogo tra Maria e l'angelo tratto dal brano di Luca. Se molti affrontano poi il tema della storia, dal peccato originale all'oggi della salvezza, come nell'Annunciazione di Beato Angelico a Cortona, Antonello da Messina concentra invece il soggetto in un volto, anche se sono sottesi tre personaggi: Maria, l'angelo e il fedele.

.. 21 novembre, Il Giudizio Universale di Michelangelo

Il tema del Giudizio finale, che simboleggia il momento definitivo dell'incontro tra Dio e uomo, è presente nell'arte fin dall'epoca bizantina. Il punto di arrivo appare l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina in Vaticano che rappresenta una complessa macchina teologica, in cui si decide il destino di ogni uomo. Tuttavia, al centro della scena, non c'è (come per esempio nel Giudizio di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova) il Cristo Giudice, ma un «vuoto», che ancora oggi disorienta e smarrisce il nostro sguardo.

.. 05 dicembre, La Morte della Vergine, Caravaggio, e l'Assunzione di Maria, Tiziano

La Dormitio Virginis e l'Assunzione di Maria costituiscono due iconografie centrali per comprendere come la fede cristiana ha interpretato il destino della Madre di Dio. Se Caravaggio interpreta la Dormitio Virginis a partire dalla luce della grazia che illumina colei che è sempre ricolma della grazia di Dio e continua a generare anche dopo il «sonno» della morte, Tiziano, nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, in una scena di Gloria, esalta Maria Assunta che sta per essere incoronata Regina del cielo. (Comunicato stampa)




"Sogni incubi deliri"
Prima rassegna cinematografica dagli Archivi Mario Franco


14 ottobre - 23 novembre 2017, ore 19.00 (40 posti fino a riempimento sala, ingresso gratuito)
Casa Morra - Archivio D'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

La prima rassegna cinematografica dagli Archivi Mario Franco, inaugurata in occasione della 13esima Giornata del Contemporaneo Amaci, prevede un articolato programma che, dal 14 ottobre al 23 novembre 2017, darà appuntamento ogni mercoledì e giovedì per la proiezione di 13 film d'autore. La rassegna ripropone alcuni lungometraggi di David Lynch, ponendoli in dialogo con i più pertinenti capolavori sperimentali delle avanguardie storiche e del cinema underground. Come uno speleologo, Lynch - regista ma anche sceneggiatore, produttore cinematografico, oltre che pittore, musicista, compositore, attore, montatore, scenografo - si interroga sull'orrore nascosto dietro la realtà apparente, indagando il lato oscuro dell'esistenza stessa.

La sua predilezione per il mondo sotterraneo, i freaks e l'onirico lo avvicina, per atmosfere e intenti, al cinema d'avanguardia, che ha messo in discussione i codici cinematografici e le tecniche di narrazione abituali. I suoi film raccontano un universo di straordinaria intensità, in cui realtà e sogno, corpi e fantasmi s'intrecciano, evocando un'esperienza completamente visionaria, in cui il dato visivo e la logica narrativa vengono superati. La nuova serie televisiva di Twin Peaks ha rinnovato l'interesse per David Lynch, un regista che ricorda come il cinema, anche in televisione, sia il più potente mezzo di indagine sugli elementi primari della visione, quali luce, tempo e (falso) movimento.

Lynch porta a riconsiderare il fascino primario per la scoperta e lo svelamento dell'immagine-movimento, memore dell'astrattismo storico di maestri come László Moholy-Nagy e Oskar Fischinger negli anni Venti o di Peter Kubelka e Michael Snow negli anni Sessanta. La deriva onirica, di evidente derivazione surrealista, gli ha consentito di realizzare un cinema che si estende ad altre arti e le ingloba, le ridefinisce e le ricrea, generando un cinema sinestetico, analogo del cosiddetto Expanded Cinema, che "include varie modalità estetiche, molti 'percorsi di conoscenza', simultaneamente operativi" (G. Youngblood, Expanded Cinema, NewYork, 1970). Un cinema capace di potenziare le capacità sensoriali e di pensiero critico dello spettatore, oltrepassando la contrapposizione mente-corpo, emozione-conoscenza. (Comunicato stampa)

___ Programma

- 14 ottobre

Una serata dedicata a Maya Deren, regista di origini ucraine attiva a New York, la cui pratica è considerata tra le più influenti della storia del cinema underground statunitense. La selezione proposta include i suoi film più famosi:

.. Meshes of the Afternoon (1943, 14 min), con Alexander Hamid e musiche di Teiji Ito;
.. At Land (1944, 15 min);
.. A Study in Choreography for Camera (1945, 4 min);
.. Ritual in Transfigured Time (1946, 15 min), collaborazione coreografica con Frank Westbrook, Rita Christiani e Anaïs Nin;
.. Meditation on Violence (1948, 12 min), performance del maestro cinese di tai-chi Chao-li Chi su musiche cinesi e haitiane;
.. The Very Eye of Night (1952-59, 15 min), con la Metropolitan Opera Ballet School e Antony Tudor, musiche di Teiji Ito.

- 18 ottobre

Inland Empire (L'Impero della Mente), regia di David Lynch - Usa/Polonia/Francia, 2006 (172 min)
Un'esperienza sensoriale disturbante e sconvolgente nei meandri della mente di un attore che confonde la vita reale con quella del personaggio che sta interpretando.

- 19 ottobre

L'Age d'or, regia di Luis Bunuel, Francia, 1930 (65 min)
Seconda collaborazione di Bunuel con l'artista Salvador Dalì. Più politico del precedente Un Chien Andalou, in questo lungometraggio Bunuel traccia le linee programmatiche del suo cinema futuro.

- 25 ottobre

Dune, regia di David Lynch, Usa, 1984 (104 min)
Tratto dalla fortunatissima saga fantasy di Frank Herbert, è la storia di una guerra stellare nell'anno 10191 per il dominio di Dune, un pianeta che produce una sostanza che allunga la vita. Tanti effetti speciali, e la partecipazione di divi come Sting, Max von Sydow, Silvana Mangano e l'attore feticcio del regista, Kyle MacLachlan, per l'unico kolossal di Lynch, di surreale bellezza, che fu realizzato al posto della versione originariamente concepita da Alejandro Jodorowsky.

- 26 ottobre

Mulholland Drive, regia di David Lynch, Francia/Usa, 2001 (145 min)
Racconto onirico ed enigmatico, "una semplice storia d'amore nella città dei sogni", secondo la definizione del regista, Mulholland Drive rappresenta un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà, con un tocco di nostalgia per il noir degli anni '40 ed una aperta ostilità verso l'attuale star system hollywoodiano.

- 02 novembre

Una storia vera (The straight story), regia di David Lynch, Usa/Francia, 1999 (111 min)
La storia vera del lungo viaggio di un uomo di 73 anni deciso a far visita al fratello a bordo di un vecchio e malandato trattore. Il regista dimostra di saper costruire e dirigere anche una storia realistica, lontana dai film visionari che lo hanno sempre contraddistinto.

- 03 novembre

L'uomo con la macchina da presa (Celovek s Kinoapparatom), regia di Dziga Vertov, Urss, 1929 (70 min)
Il Futurismo russo in un film che descrive il risveglio e la vita di una grande città, passando da Mosca a Kiev a Odessa. Centrali elettriche, moto, cavalli, macchine, eventi sportivi, treni ed auto, matrimoni e funerali: all'interno di una sala cinematografica assistiamo al funzionamento del cinema stesso, che ferma la vita, coglie l'attimo, controlla il tempo e lo spazio. L'opera di Vertov è un manifesto teorico che si allontana dal documentario, dal teatro e dalla letteratura per avvicinarsi alla poesia e creare un linguaggio cinematografico universale. "L'occhio della cinepresa è più perfetto di quello dell'uomo. Il montaggio stabilisce rapporti altrimenti impercettibili".

- 08 novembre

La coquille et le clergyman, regia di Germaine Dulac, Francia, 1928 (42 min)
Il film di Germaine Dulac (su sceneggiatura di Antonin Artaud) è cinema surrealista, costruito interamente sulla percezione onirica, sostenuta dall'uso di deformazioni dell'immagine ed accostamenti incongrui, e fu originariamente pensato dal suo sceneggiatore come attacco all'ipocrisia sociale. Al film sono abbinati due estratti dal Napoleon (1927) di Abel Gance e dalla Giovanna D'Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer, dove si può ammirare la performance di Antonin Artaud attore.

- 09 novembre

Cuore selvaggio (Wild heart), regia di David Lynch, Usa, 1990 (127 min)
Satira sarcastica, pop e iperrealista, premiata a Cannes con la Palma d'oro. Volutamente oltre le righe, la storia, tratta dal romanzo di Barry Clifford, vede i due protagonisti Sailor e Luna in fuga. Nicolas Cage canta Love Me Tender di Elvis Presley.

- 15 novembre

Velluto blu (Blu Velvet), regia di David Lynch, Usa, 1986 (120 min)

- 16 novembre

The elephant man, regia di David Lynch, Gran Bretagna, 1980 (125 min)
Un povero essere mostruoso viene esibito come fenomeno da baraccone. Un medico lo libera e lo fa ricoverare in un ospedale. L'uomo elefante (realmente esistito, si chiamava John Merrick) riceverà anche l'omaggio dei reali d'Inghilterra, prima di morire.

- 22 novembre
Brakhage: Metafore della visione, regia di Jim Shedden, Usa, 2004 (100 min)
Un sorprendente ritratto, diretto da Jim Shedden, che esplora la profondità e l'ampiezza del genio di Stan Brakhage, uno dei più importanti cineasti e teorici del cinema sperimentale americano. Attraverso interviste esclusive con familiari, collaboratori, critici e altri cineasti, ed estratti dei quasi 400 film realizzati in 50 anni di lavoro, Brakhage ci introduce nel suo metodo e nella differenza fra la visione dell'occhio umano e quella dell'occhio meccanico della cinepresa. Il programma si completa con uno degli ultimi film di Stan Brakhage: Thot-Fal'N.

- 23 novembre

Eraserhead (La mente che cancella), regia di David Lynch, Usa, 1977 (90 min)
Esordio sperimentale, girato in bianco e nero, di Lynch, che descrive le allucinazioni, gli incubi e le vicende surreali e grottesche di un uomo pressoché minorato e della sua mostruosa progenie. Un ripugnante, amatissimo cult-movie.




Immagine dalla locandina della rassegna cinematograica Il migliore dei mondi possibili al Goethe-Institut Palermo Il migliore dei mondi possibili - 20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi Il migliore dei mondi possibili
20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi


17 ottobre 2017 - 27 marzo 2018, ogni martedì, ore 18.30
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

"I venti film scelti per la rassegna, quasi tutti inediti in Italia, compongono un mosaico inaspettato, eppure fedele, della Germania di oggi - spiega la direttrice del Goethe-Institut, Heidi Sciacchitano - Un paese che viene raccontato attraverso vicende spesso familiari, in quanto è nei nuclei più piccoli - quelli che rappresentano il nostro "migliore dei mondi possibili" - che si riflettono le questioni di più ampio respiro sociale quali la crisi economica, la migrazione, l'integrazione, il bullismo o semplicemente le difficoltà dell'essere genitori."Ecco allora storie che si snodano tra grandi metropoli e paesi di provincia e che raccontano la quotidianità tedesca.

Si tratta di una Germania ricca di sfumature, che si riflette ad esempio in molte commedie geniali in cui l'incontro fra culture diverse, tema sempre attuale, avviene all'insegna dell'ironia e del divertimento, nonché di straordinarie qualità umane. La famiglia di oggi viene declinata in tante variabili sorprendenti, per raccontare le sfide della modernità in modo tenero, drammatico ed esilarante al tempo stesso, grazie soprattutto ad una galleria di personaggi memorabili. La rassegna prevede il 31 ottobre, per l'anniversario dei 500 anni della Riforma protestante, la proiezione del film Luther, interpretato da Joseph Fiennes con la regia di Eric Till. Il 23 gennaio, nella settimana in cui ricorre la commemorazione delle vittime dell'Olocausto, sarà invece proposto Hannas schlafende Hunde di Andreas Gruber, con la rivelazione Nike Seitz. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli italiani. L'ingresso è libero. (Comunicato stampa)




VI Premio Vittorio Frosini in Informatica Giuridica e Diritto dell'Informatica
6th Vittorio Frosini Awards in Legal Informatics and ICT Law


* Termine di partecipazione: 30 novembre 2017
www.fondazionecalamandrei.it

La Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica, unitamente con la famiglia Frosini, promuove il sesto premio dedicato alla memoria di Vittorio Frosini e destinato a una tesi di dottorato in informatica giuridica e diritto dell'informatica presentata in una istituzione universitaria italiana o dell'Unione Europea in una delle seguenti lingue: italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco. Il Premio intende rendere omaggio alla memoria di Vittorio Frosini, ricordando il Suo contributo di fondatore della informatica giuridica in Italia, attraverso la Sua pionieristica opera Cibernetica, diritto e società, del 1968, e poi in numerosissimi studi nell'arco di oltre trent'anni.

Il Premio offre, inoltre, occasione per ulteriori riflessioni sul pensiero di Vittorio Frosini, quale straordinario divulgatore della materia, attraverso la Sua opera di Maestro, di docente universitario, di conferenziere e anche di coordinatore del primo dottorato di ricerca in informatica giuridica attivato nelle Università italiane. La tesi di dottorato dovrà essere stata, già discussa, oppure presentata in via definitiva, negli anni 2015-2016-2017.

Una parte della tesi premiata potrà essere pubblicata sulla Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica. Entro il 30 novembre 2017 i concorrenti dovranno inviare una copia della loro tesi, insieme con un breve curriculum della loro attività di ricerca, indirizzandola alla Fondazione Piero Calamandrei a Roma. In occasione del conferimento del Premio Nazionale Vittorio Frosini, la Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica promuoverà una giornata di studi in memoria di Vittorio Frosini su di un tema concernente l'informatica giuridica e il diritto dell'informatica. (Comunicato stampa)

---

The legal periodical published by the Piero Calamandrei Foundation, Il diritto dell'informazione e dell'informatica, and the Frosini family are promoting the Sixth Vittorio Frosini Award in Legal Informatics and ICT Law which is aimed at commemorating the lasting scholarship of professor Vittorio Frosini. The award will be granted to a PhD dissertation in the fields of Legal Informatics and of ICT Law, presented in an academic institution of the European Union in one of the following languages: English, French, German, Italian, Spanish. Vittorio Frosini's contribution to the foundation and to the development of these areas of research still is fundamental, starting from his seminal book of 1968 on Cibernetica, diritto e società and his following contributions which span over thirty years.

Among his achievements is the creation of the first PhD programme in legal informatics in the Rome 'La Sapienza' university. The dissertation must have been discussed between 2015 and 2017, or has been presented for discussion before the deadline for presenting candidacies, i.e. November 30, 2017. Within such date a hard copy must be sent, together with a cv of the candidate, to the Calamandrei Foundation, Rome. In Spring 2018 in the occasion of a seminar that will be organized on a current and new topic in the field of legal informatics and ICT law. (Press release)




XV Festival organistico e di musica da camera Albert Schweitzer 2017 XV Festival organistico e di musica da camera Albert Schweitzer 2017
29 aprile - 16 novembre 2017

Il Festival organistico Albert Schweitzer si è proposto nel tempo di valorizzare le antiche chiese di Palermo e Sicilia, attraverso un'attività legata agli organi storico-monumentali dell'Isola. Non ultima la campagna per accelerare il restauro dello storico organo a canne della Chiesa della Gancia di Palermo. (...). Il Festival quest'anno è itinerante con tappe a Roma, Milano, Twistringen (Germania) per concludersi a Ribera con il laboratorio di un altro pianista e allievo di Jean Guillou, il quale presenterà l'arte pianistica del compositore francese, in occasione del ottantottesimo compleanno del musicista. Le musiche del festival spaziano da compositori espressamente organistici, ad esecuzioni di brani in prima assoluta. (Estratto da comunicato stampa)

___ Programma

- 29 aprile 2017, ore 21.00, Chiesa S. Oliva (Palermo)
Organista Livia Mazzanti
musiche di Zipoli, Scarlatti, Galuppi, Bach

- 06 maggio 2017, ore 21.00, Chiesa Madre di Burgio (Agrigento)
Soprano Klizia Prestia; Tenore Giuseppe Michelangelo Infantino; Organista Alexandrei Gabrilisoff
Musiche di Durante, Gounod, Kerll, Braga, Frescobaldi

- 14 maggio 2017, ore 21.00, Sala Baldini presso S. Maria in Portico di Campitelli (Roma)
Associazione Musicale "La Cantoria"
Recital pianistico di Giuliana Arcidiacono
Musiche di Mozart, Chopin, Schumann, Debussy

- 23 luglio 2017, ore 21.00, Rettoria S. Francesco Saverio all'Albergheria di Ballarò (Palermo)
Liturgia delle lacrime
Musiche di Anton Phibes per solisti, coro di voci bianche ed ensemble
Direttrice del coro Grazia Maria Russo

- 15 ottobre 2017, ore 21.00, Chiesa di S. Anna di Twistringen (Germania)
Organo monumentale Becker
Organista Alexandrei Gabrilisoff, Assistente organista Paolo Springhetti
Musiche di Bach, Karg-Elert, Mauro Cottone, Phibes, Andriessen

- 18 ottobre 2017, ore 21.00, Chiesa S. Basilio (Milano)
Omaggio a Hendrik Andriessen (125° anniversario), ad Olivier Messiaen (nel 25° anniversario)
Organista Alexandrei Gabrilisoff

.. L'organo moderno e contemporaneo, 1a parte
Conferenza di Paolo Springhetti
Musiche di Andriessen, Messiaen, Monnikendam, Karg-Elert

- 19 ottobre 2017 ore 20.00, Chiesa S. Giuseppe dei Morenti (Milano)
Omaggio a Hendrik Andriessen (125° anniversario), ad Olivier Messiaen (nel 25° anniversario)
Organista Alexandrei Gabrilisoff

.. L'organo moderno e contemporaneo, 2a parte
Conferenza di Paolo Springhetti
Musiche di Andriessen, Messiaen, Karg-Elert, Mauro Cottone, Phibes

- 22 ottobre 2017, ore 21.00, S. Maria in Portico di Campitelli (Roma)
L'Associazione Musicale "La Cantoria" presenta: Pubblicazione e cd su J. J. Froberger (150° anniversario)
Interventi: organista e musicologo Paolo Springhetti
Soprano e musicologa Paola Ronchetti, Organista AAlexandrei Gabrilisoff
Musiche di Froberger, Frescobaldi, Weckmann, improvvisazioni

- 15 e 16 novembre 2017, ore 18.00, Auditorio Istituto musicale Toscanini (Ribera)
Laboratorio e concerto tenuto dal pianista Davide Macaluso L'arte compositiva di Jean Guillou e nuove tecniche pianistiche
Musiche di Jean Guillou




Patrimonio Culturale della Basilicata Patrimonio Culturale immateriale della Basilicata
www.patrimonioculturalebasilicata.it

Presentati a Matera il sito e la App "Patrimonio Culturale della Basilicata", promuovono e georeferenziano riti, tradizioni e folklore lucano per un'esperienza di visita personalizzata. Realizzati da ICT Business Solutions, sito e App sono già on line. Da agosto, come già avviene per il portale web, la App sarà disponibile anche in lingua inglese. Partecipare al "Maggio di Accettura" o alla raccolta dei fiori di sambuco a Chiaromonte, rintracciare i luoghi di Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro e Carlo Levi, da oggi sarà più semplice: il patrimonio culturale immateriale della Basilicata è a portata di click, sia on line che tramite App.

La società ICT Business Solutions, soggetto attuatore per l'Ufficio Sistemi culturali e turistici della Regione Basilicata, ha realizzato il portale tematico: Patrimonio Culturale della Basilicata. Dal sito si può scaricare l'omonima App, disponibile gratuitamente anche negli store Itunes e GooglePlay. Sito e App sono stati presentati questa mattina a Matera nel corso di una conferenza stampa indetta dall'Ufficio Sistemi culturali e turistici-Regione Basilicata.

"Oggi presentiamo i frutti di un lavoro, iniziato nel 2014, di co-progettazione dei comuni insieme alla Regione Basilicata per identificare il patrimonio immateriale - ha spiegato la Dirigente Ufficio Sistemi culturali e turistici Regione Basilicata Patrizia Minardi -; una task force costituita da rappresentanti di università, centri di ricerca e Regione ha censito ed approvato 141 patrimoni culturali immateriali presenti in 81 Comuni della Regione. E sono questi 141 patrimoni immateriali che oggi promuoviamo, ma il lavoro è in itinere ed implementabile, in quanto è una mappatura aperta: ogni anno da ottobre a febbraio possono esserci nuove candidature, che saranno vagliate e andranno a rafforzare l'offerta e la qualità turistica".

"Abbiamo ideato e realizzato un portale web, dalla veste grafica sobria ed elegante - afferma Giovanni Grimaldi della ICT Business Solution - capace di suscitare il coinvolgimento emozionale dell'utente. Il sito georeferenzia i 141 ben immateriali censiti dalla Regione Basilicata. Il motore di ricerca interno consente di effettuare ricerche per data, per distanza chilometrica, per area tematica d'interesse, o di intrecciare tutti questi dati. La App, attraverso la geolocalizzazione attivata dall'utente, permette inoltre di conoscere anche le distanze chilometriche fra l'utente e il luogo che si vuol visitare. Attraverso la consultazione del sito e della App, si dispone di strumenti efficaci per pianificare in autonomia la propria visita in Basilicata".

Il sito, così come la App, offre cinque percorsi tematici che: Storico, Demoetnoantropologico, Artistico, dei Saperi tecnici e artigianali e sulla Santità e vissuto religioso. Ciascun percorso presenta eventi e appuntamenti, che si svolgono nel corso dell'anno, tradizionali o di nuova ideazione: dalle processioni religiose alle rievocazioni storiche, dai riti del Carnevale alle manifestazioni che, promuovendo l'enogastronomia di qualità, contribuiscono a preservare l'identità dei territori. Le schede che presentano i beni sono corredate da una breve introduzione ai luoghi e ai contesti e offrono ulteriori spunti per viaggi e visite. Le schede sono corredate da immagini e video e sia il sito che la App permettono la condivisione su Facebook e Twitter. Attivo anche il canale You Tube "Patrimonio Culturale della Basilicata".

"Sia il portale che la App pongono in relazione luoghi, eventi culturali e patrimonio storico-artistico - prosegue Giovanni Grimaldi della ICT - superando la frammentazione delle informazioni. Un patrimonio culturale immateriale di così grande valore può e deve contribuire a migliorare l'offerta turistica della Basilicata, anche in vista di Matera Capitale europea della cultura per il 2019. Tutti i contenuti - ha poi concluso Grimaldi - sono open, tramite i formati: CSV, KML, ICS. Sito e App saranno costantemente implementate, per l'inizio di agosto 2017 anche la App sarà anche in lingua inglese mentre il sito è già on line in italiano e in inglese". (Comunicato Sissi Ruggi - addetto stampa per ICT)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

---

«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




La stigmatizzazione della periferia - Goethe-Institut No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Clubbing for heroes. Il ritmo degli anni Ottanta: fashion e rock'n roll
di Bruno Casini, ed. Zona, 2017, pp. 256, euro 19,90

Presentazione libro
20 ottobre 2017 ore 18
Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

Rinascimento Rock: così sono stati ribattezzati a Firenze gli anni Ottanta perché, proprio come nel periodo felice tra XIV e XV secolo, la capitale toscana ha vissuto uno straordinario fermento, un effervescente rinnovamento delle arti e della cultura, innescato da nuove tendenze e movimenti giovanili d'impronta internazionale.I templi del divertimento - i club - vissero una stagione irripetibile, di contaminazioni inedite tra musica, teatro, moda, visual art. Alcuni ancora esistono, altri non più, ma i loro nomi sono leggenda: Banana Moon, Rokkoteca Brighton, Casablanca, Manila, Boper, Tenax, Flog, Paramatta, Salt Peanuts, Plegyne (ma la lista è assai più lunga). Da qui hanno preso il largo Litfiba, Diaframma, Krypton, Magazzini Criminali e tanti altri, da qui è passato il meglio dello spettacolo internazionale.

Ma soprattutto qui si è formato un nuovo tessuto creativo e intellettuale, così ricco da fare invidia alle maggiori città europee. Bruno Casini, che ne è stato artefice e protagonista, racconta quegli anni in questo libro che potremmo definire "enciclopedico", e ne fa storia a tutti gli effetti, con gli autorevoli contributi di molti compagni di strada.Bruno Casini, fiorentino, si occupa da sempre di comunicazione e promozione culturale. Laureato in storia del cinema con Pio Baldelli, è stato negli anni Ottanta tra i fondatori della rivista Westuff e ha diretto per oltre dieci anni - nel capoluogo toscano - l'Independent Music Meeting. Primo manager del gruppo, ha pubblicato In viaggio con i Litfiba. Cronache rock dagli anni Ottanta (Zona, 2009). (Comunicato stampa)




Sacro e profano negli affreschi di Palazzo Frichignono
a cura di Sara Martinetti, L'Artistica Editrice, Savigliano

Presentazione libro
20 ottobre 2017, ore 17.30
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Il libro presenta la scoperta e l'accurato intervento di restauro di un raro ciclo di affreschi, del tutto ignoti alla storia dell'arte piemontese, realizzati in cinque sale di Palazzo Frichignono, edificio storico nel cuore di Torino. Il ciclo raffigura episodi biblici, scene mitologiche e ingegnose allegorie che, prendendo a modello affascinanti stampe di Antonio Tempesta, Maarten de Vos e Peter Paul Rubens, celebrano l'ascesa sociale degli antichi proprietari del Palazzo. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'imbarcadero per Mozia, di Sabrina Sciabica L'imbarcadero per Mozia
di Sabrina Sciabica, L'Erudita, Giulio Perrone Editore

Cosa è un imbarcadero e dove si trova Mozia? Scopritelo con il romanzo di Sabrina Sciabica, giornalista palermitana che ha scelto di ambientare il suo primo romanzo in Sicilia. Una storia d'amore che sa di salsedine per questa giovane autrice che sceglie di ambientare la sua storia con il mare sullo sfondo, le saline di Marsala di contorno e il calore del sole siciliano a rendere il tutto più magico. L'imbarcadero per Mozia è un romanzo per molti versi storico, nelle intenzioni archeologiche che scavano a fondo nei sostrati psicologici dei personaggi e nell'impianto lirico, animato da uno stile che, alternando il verso alla prosa, rievoca il dialogo classico e tragico tra coro e attore. Dialogherà con l'autrice Monica Tenev, direttrice artistica di LAB 116, caffè letterario e non solo, che nasce dalla volontà di dare spazio alla creatività e all'originalità di nuovi talenti. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina di presentazione del libro Andrea De Leone Andrea De Leone (1610-1685). Dipinti e disegni
a cura di Miriam Di Penta, De Luca Editori d'Arte, Roma 2017

Primo saggio monografico sul pittore del Barocco napoletano Andrea De Leone, corredato di un ampio catalogo ragionato dei dipinti e dei disegni. Il libro ne analizza la camaleontica personalità artistica non solo quale specialista di battaglie allievo di Aniello Falcone, ma anche nel meno noto ruolo di frescante e nel confronto con l'ambiente romano durante il papato di Urbano VIII Barberini (1623-1644) e Innocenzo X Pamphilij (1644-1655). Nato a Napoli, Andrea De Leone si forma accanto ad Aniello Falcone e ai giovani Salvator Rosa e Micco Spadaro, ma intesse un dialogo serrato anche con artisti attivi a Roma tra il 1630 e il 1650, personalità del calibro di Giovanni Benedetto Castiglione, Nicolas Poussin, Pietro Testa e Andrea Sacchi, e accanto a loro è protagonista della diffusione di un gusto neoveneto, classicista e antiquario tra le due capitali. L'elaborazione di una cifra molto personale gli consente di entrare nel novero dei pittori italiani chiamati dal re di Spagna Filippo IV a decorare la Villa del Buen Retiro a Madrid e di godere a Napoli di una lunga e intensa carriera. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Filosofia precaria, di Giorgio Stamboulis Filosofia precaria
di Giorgio Stamboulis, illustrato con opere di Marisa Zattini, ed. Il Vicolo - Divisione Libri, pagg.128, 22x17cm, Euro 15,00

«(...) L'autore di Filosofia precaria ci conduce, attraverso i cambiamenti sociali e antropologici e attraverso le responsabilità culturali individuali, di fronte al possibile naufragio del filosofo, alla sua probabile resa davanti al suo compito primario che deve essere quello della ricerca del vero. Enunciando i passi necessari di questo percorso disseminato di molte domande ma anche di numerose risposte egli argomenta la sua indagine condotta con metodo coerente e attraverso lo strumento rischiarante della ragione e di una mente scevra da auctoritas. Nonostante, e anzi, proprio in risposta alla premessa che pone sul banco d'accusa la filosofia e i filosofi contemporanei, Stamboulis, criticandola, rivendica alla filosofia, proprio nella società d'oggi, il compito di offrire risposte alternative alla frantumazione dell'individuo e delle conoscenze; rivendica alla filosofia il destino di essere la modalità di pensiero principe in grado di consegnare una inequivoca distinzione tra mezzi e fini, di saper cogliere le relazioni e le complessità del pensiero e della società penetrando oltre la sua forma globalizzata che sembra confondere tutto nella semplificazione fintamente egualitaria, in realtà distruttiva, di ogni sforzo critico.

Esercitare le capacità critiche, porre interrogativi scevri da retoriche baluginanti, guardare con audacia oltre lo sciame in cui siamo immersi sono alcuni dei compiti che l'autore assegna al sapere filosofico, al "dover essere intellettuale" dell'individuo. Ma in questo panorama e davanti alla necessità di "ricomporre criticamente il sapere" quale deve essere il ruolo del filosofo che vuole superare le proprie inadeguatezze e il puro perimetro accademico? Non osservare compiaciuto la propria erudizione ma dar corpo all'auspicio dantesco di essere strumento di una conoscenza collettiva «come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». (...) Stamboulis riporta al centro della nostra attenzione la narrazione come memoria, interpretazione, elaborazione, ribandendo la distanza critica del filosofo dalla attuale predilezione statistica alla accumulazione di dati che, solo illusoriamente possiamo immaginare, siano in grado di trasformarsi in conoscenza.[...]» (Luisa Simonutti)




Copertina libro Dora Maar Dora Maar
di Louise Baring, ed. Rizzoli International, 224 pagine, €55,00

Dora Maar conobbe Picasso verso la metà degli anni Trenta e divenne subito una delle sue amanti e una delle sue muse più influenti. Ma Dora Maar fu molto di più. Intellettuale e ironica, politicamente attiva e dotata di una bellezza carismatica, Dora Maar fu molto amata dai surrealisti e venne fotografata da Man Ray, disegnata da Cocteau e fu infine fonte di ispirazione per André Breton, nella Galleria Gradiva lungo la Senna, a Parigi. Ma soprattutto, Dora Maar fu una vera fotografa dotata di una personale originalità e talento. Nata da padre croato e madre francese, Dora Maar trascorse la sua infanzia a Buenos Aires prima di tornare a Parigi per studiare arte e fotografia (Henri Cartier-Bresson fu suo compagno di classe). Cominciò a lavorare con alcune riviste di moda creando immagini di moda e bellezza, segnate da un tocco modernista e spesso poetico, così come i suoi potenti ritratti intimi. Accanto al suo lavoro, Maar ricreava un mondo criptico di sogno dove ambientava le sue figure in scenari anomali e disorientanti che suggerivano misteriosi meccanismi dell'inconscio. In questo libro che contiene venticinque fotografie inedite, Louise Baring prova a illuminare Dora Maar fuori dall'ombra di Picasso, sottolineando la sua innegabile consapevolezza nel costruire alcune immagini cardini dell'avanguardia Surrealista.

Louise Baring ha scritto per The Economist, Vogue, The Independent on Sunday e The Daily Telegraph. E' autrice di quattro monografie di fotografia: "Martine Franck" (Phaidon, 2007), "Norman Parkinson" (Rizzoli 2009), "Emmy Andriesse" (Schilt 2013) e "Dora Maar" (Rizzoli 2017). Chiara Bardelli Nonino ha conseguito una laurea magistrale in Filosofia con una tesi sulla fotografia post-mortem. Dal 2012 è Photo Editor di Vogue Italia e editor di Vogue.it. Coordina progetti di fotografia per sito e Instagram di Vogue Italia e ha co-curato con Alessia Glaviano diverse mostre tra cui "The Female Gaze" e "Fashion & Politics in Vogue Italia" per "Photo Vogue Festival". (Comunicato stampa)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

---

- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




Newsletter Kritik di Ninni Radicini
freccia Per ricevere la newsletter Kritik, inviare una e-mail (senza testo) freccia


Mappa del sito www.ninniradicini.it

Home page

La newsletter Kritik non ha periodicità stabilita. Le immagini allegate ai testi di presentazione delle mostre, dei libri e delle iniziative culturali, sono inviate dalle rispettive redazioni e uffici stampa con l'autorizzazione alla pubblicazione.