La Trinacria simbolo della Sicilia Tempio greco in riferimento a quelli della Valle dei Templi di Akragas in Sicilia
Kritik
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di Ninni Radicini
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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
L'attore Carlo Delle Piane caratterista in molte commedie tra gli anni Cinquanta e Settanta e poi protagonista in films di Pupi Avanti e di altri autori
In ricordo di Carlo Delle Piane
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier autrice di migliaia di foto scattate in gran parte con una Rolleiflex e di filmati in super 8 scoperti dopo la sua scomparsa
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini per la pagina della newsletter Kritik con locandine di rassegne presentate
Locandine rassegne
Gilles Villeneuve con la Ferrari nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2020-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2020

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2020-19-18 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Numero numero della newsletter Kritik: 05 gennaio 2020



Flyer tratto da dipinto di Carlo Fornara Carlo Fornara e il Divisionismo
termina il 15 marzo 2020
Museo Archeologico Regionale di Aosta

L'esposizione, curata da Annie-Paule Quinsac e diretta da Daria Jorioz, presenta un percorso espositivo di 80 opere tra disegni e dipinti. Carlo Fornara (1871-1968) sta riacquistando il ruolo di primissimo piano che ebbe nell'arte italiana ed europea a cavallo tra Otto e Novecento e la grande monografica aostana lo evidenzia al di là di ogni dubbio, sciogliendo ogni riserva e preconcetto. Riserve e preconcetti nati dalla percezione di Carlo Fornara nella riduttiva veste di erede e imitatore di Giovanni Segantini. Certo, fu il suo assistente nell'estate 1898, e imparò profondamente la lezione del grande maestro che doveva scomparire tredici mesi più tardi, ma questo non spiega né la sua adesione al Divisionismo né l'evoluzione del suo complesso e originale percorso di artista. Non a caso, l'esposizione di Aosta giunge a completamento delle celebrazioni per il cinquantenario dalla morte di Fornara, aperte lo scorso settembre a Milano con una selezione degli autoritratti e proseguite nella storica Casa de Rodis a Domodossola.

Le manifestazioni hanno offerto occasione per una rilettura dell'artista alla luce delle radici della sua pittura, il suo mondo vigezzino in primis, poi il Divisionismo, per concludere con la posizione in bilico negli scenari del Novecento. La mostra, prima rassegna monografica in Valle d'Aosta dedicata al pittore piemontese, amplia e consolida le conclusioni sin qui acquisite. L'esposizione è focalizzata sui due decenni cruciali della parabola di Fornara, l'ultimo dell'Ottocento e il primo del Novecento, ed esamina la stagione più intensa della sua produzione, in parallelo alla genesi e all'apice del Divisionismo in Italia. Il periodo simbolista di Fornara, oltre al capolavoro L'Aquilone, è qui rappresentato da La leggenda alpina e da due studi a olio testimoni dell'evolversi dell'immagine, mentre nella sezione dei disegni, alcuni fogli di grande formato, quali quello per il manifesto stradale del Sempione e Allegoria dei monti, raccontano di un'esperienza che più tardi l'autore preferì occultare

Chiusa la parentesi simbolista, il primo decennio del Novecento è segnato da una ricerca di obiettività verso la natura, spoglia dell'espressionismo che aveva dominato le stagioni tra la fine dell'apprendistato vigezzino e la maturazione divisionista che, con En plein air, anticipa di alcuni mesi l'incontro con Segantini. Sono anni dedicati alla sua terra, fonte iconografica primaria, la Val Vigezzo, a cui prova a ridare volto in una sintesi di lente elaborazioni che nasce, come in Angelo Morbelli, da scatti fotografici e numerosi studi. A riprova si sono voluti esporre anche dipinti meno sviluppati come Il grano saraceno in fiore. Rare sono le esplorazioni di Fornara fuori dal proprio mondo.

La trilogia di Valle Maggia, nella vicina Svizzera, frutto del soggiorno del 1908, presentata in mostra, testimonia una ricerca mirata a un assoluto naturalismo, in cui le modifiche tecniche apprese da Segantini nell'estate 1898 sono mirate a una visione realista che per nulla rimanda al panteismo del maestro. Come si evidenzia dal breve carteggio con Pellizza da Volpedo e dalle lettere di Morbelli, Carlo Fornara, malgrado anagraficamente più giovane, fu un Divisionista della prima ora. La sua tecnica rivela un'empirica divisione del tono, anteriore al fondamentale incontro con Segantini per il Panorama di Saint-Moritz.

Dopo di che, l'uso dei colori puri o semi-puri e delle pennellate giustapposte si arricchisce con la pratica segantiniana dell'aggiunta di metalli, oro e argento fusi all'impasto fresco, per ottenere barlumi che accentrino la luminosità dell'ambiente. La mostra ambisce a far comprendere tale evoluzione operativa e il legame con l'iconografia che la giustifica. Sempre a proposito dello studio sulla tecnica e sul modus operandi di Fornara, la mostra segna un passo avanti anche dal punto di vista delle indagini scientifiche: il complesso modus di Fornara era infatti rimasto unico fra quelli dei colleghi divisionisti a non essere stato oggetto di una diagnostica completa, sino ad oggi.

Grazie alla collaborazione e al sostegno della Direzione Artistica di Banca Patrimoni Sella & C., che da circa due anni porta avanti un progetto di studio diagnostico di artisti italiani fra il XVI e il XIX secolo, la mostra di Aosta ha dato l'occasione per l'analisi di cinque opere chiave: Le lavandaie, L'Aquilone, Chiara pace, Luce e ombre, Fine d'autunno in Valle Maggia. Il rilevamento dei dati diagnostici è stato affidato a Thierry Radelet, esperto di fama internazionale, e i risultati sono presentati in un apposito apparato del catalogo della mostra, che vuole così essere anche il punto di partenza per futuri approfondimenti scientifici e studi comparativi. Completa il catalogo un contributo di Filippo Timo che ricostruisce la storia della partecipazione di Carlo Fornara alla Biennale di Venezia, anche grazie al reperimento di materiali d'archivio inediti.

L'itinerario espositivo del Museo Archeologico Regionale di Aosta si apre con l'autoritratto, perché per Fornara, formato alla professione di ritrattista alla Scuola Rossetti Valentini di Santa Maria Maggiore e per indole portato all'introspezione, il proprio volto, con il mutare nel tempo, è rimasto fonte imprescindibile d'ispirazione. E si conclude con una sala dedicata ai sopracitati esiti della diagnostica. È stato possibile includere una cospicua sezione di opere su carta, per offrire una visione più ampia della grafica, con chine, anteriori al 1900, e disegni. Tale scelta consente di illustrare la storia di un artista convinto che il disegno fosse il nerbo del dipinto e che, lungo tutto l'arco di una lunga vita, è rimasto instancabile disegnatore. La mostra di Aosta è corredata da un catalogo bilingue italiano-francese contenente i testi di Annie-Paule Quinsac, Daria Jorioz, Filippo Timo, pubblicato da Silvana Editoriale. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Divisionismo. La rivoluzione della luce
termina lo 05 aprile 2020
Castello Visconteo Sforzesco - Novara
Presentazione




Andrea Mantegna
Rivivere l'antico, costruire il moderno


termina lo 04 maggio 2020
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Esposizione che vede protagonista Andrea Mantegna (Isola di Carturo 1431 - Mantova 1506), uno dei più importanti artisti del Rinascimento italiano, in grado di coniugare nelle proprie opere la passione per l'antichità classica, ardite sperimentazioni prospettiche e uno straordinario realismo nella resa della figura umana. La rassegna presenta il percorso artistico del grande pittore, dai prodigiosi esordi giovanili al riconosciuto ruolo di artista di corte dei Gonzaga, articolato in sei sezioni che evidenziano momenti particolari della sua carriera e significativi aspetti dei suoi interessi e della sua personalità artistica, illustrando al tempo stesso alcuni temi meno indagati come il rapporto di Mantegna con l'architettura e con i letterati.

Viene così proposta ai visitatori un'ampia lettura della figura dell'artista, che definì il suo originalissimo linguaggio formativo sulla base della profonda e diretta conoscenza delle opere padovane di Donatello, della familiarità con i lavori di Jacopo Bellini e dei suoi figli (in particolare del geniale Giovanni), delle novità fiorentine e fiamminghe, nonché dello studio della scultura antica. Un'attenzione specifica è dedicata al suo ruolo di artista di corte a Mantova e alle modalità con cui egli definì la fitta rete di relazioni e amicizie con scrittori e studiosi, che lo resero un riconosciuto e importante interlocutore nel panorama culturale, capace di dare forma ai valori morali ed estetici degli umanisti.

Il percorso della mostra è preceduto e integrato, nella Corte Medievale di Palazzo Madama, da uno spettacolare apparato di proiezioni multimediali: ai visitatori viene proposta una esperienza immersiva nella vita, nei luoghi e nelle opere di Mantegna, così da rendere accessibili anche i capolavori che, per la loro natura o per il delicato stato di conservazione, non possono essere presenti in mostra, dalla Cappella Ovetari di Padova alla celeberrima Camera degli Sposi, dalla sua casa a Mantova al grande ciclo all'antica dei Trionfi di Cesare.

Il Piano Nobile di Palazzo Madama accoglie, quindi, l'esposizione delle opere, a partire dal grande affresco staccato proveniente dalla Cappella Ovetari, parzialmente sopravvissuto al drammatico bombardamento della seconda guerra mondiale ed esposto per la prima volta dopo un lungo e complesso restauro e dalla lunetta con Sant'Antonio e San Bernardino da Siena proveniente dal Museo Antoniano di Padova. Il percorso espositivo non è solo monografico, ma presenta capolavori dei maggiori protagonisti del Rinascimento nell'Italia settentrionale che furono in rapporto col Mantegna, tra cui opere di Donatello, Antonello da Messina, Pisanello, Paolo Uccello, Giovanni Bellini, Cosmè Tura, Ercole de' Roberti, Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l'Antico e infine il Correggio. Accanto a dipinti, disegni e stampe del Mantegna, saranno esposte opere fondamentali dei suoi contemporanei, così come sculture antiche e moderne, dettagli architettonici, bronzetti, medaglie, lettere autografe e preziosi volumi antichi a stampa e miniati. Per rendere chiaro e lineare questo tema complesso, un prestigioso comitato scientifico internazionale ha selezionato un corpus di oltre un centinaio di opere, riunito grazie a prestigiosi prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni del mondo.

Il comitato scientifico della mostra è composto dai curatori Sandrina Bandera e Howard Burns, con Vincenzo Farinella come consultant curator per l'antico, insieme a Laura Aldovini, Lina Bolzoni, Molly Bourne, Caroline Campbell, Marco Collareta, Andrea Di Lorenzo, Caroline Elam, David Ekserdjian, Marzia Faietti, Claudia Kryza - Gersch, Mauro Mussolin, Alessandro Nova, Neville Rowley e Filippo Trevisani. Il catalogo, comprendente numerosi saggi introduttivi e di approfondimento oltre alle schede scientifiche di tutte le opere in mostra, è pubblicato da Marsilio Editori. (Comunicato stampa)




Opera di Elisa Vladilo realizzata nel 2007 denominata My favourite place, Trieste, Molo Audace (courtesy l'artista) Vedrai colori che son contenti
Elisa Vladilo. Interventi ambientali 1995-2019


07 febbraio (inaugurazione ore 18.00) - 01 marzo 2020
Palazzo Costanzi - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Mostra personale dell'artista Elisa Vladilo, promossa da Trieste Contemporanea a cura di Alessandra Pioselli, realizzata in collaborazione con il Comune di Trieste, con il supporto della Fondazione Kathleen Foreman Casali. Per la prima volta ripercorre i venticinque anni di lavoro artistico di Elisa Vladilo, attraverso una selezione dei progetti realizzati in luoghi pubblici e ambienti naturali in Italia, Austria, Croazia, Slovenia, Gran Bretagna e Mongolia dal 1995 al 2019. 

"La potenza del colore, l'energia che contiene, sono da sempre protagonisti del mio lavoro, un potenziale per l'empatia con il mondo, per entrare in contatto con la nostra anima, direttamente, senza sovrastrutture", afferma l'artista. Fin dagli esordi, già dalla metà degli anni Novanta, il colore costituisce il segno distintivo della ricerca di Elisa Vladilo che interviene nel paesaggio, in spazi urbani e ambienti interni, privilegiando il colore puro e tonalità accese di rosa, giallo, arancio, verde e azzurro. L'artista ha definito una personale gamma cromatica per alterare o enfatizzare le qualità e i significati dello spazio, modificandone la percezione e l'uso. Con i suoi interventi punta a coinvolgere il corpo oltre che la vista, integrando nei suoi progetti alcuni elementi sonori (ad es. Summertime, Trieste 2010 o The Sound of Colors, Celje, Slovenia 2010).

La natura collaborativa dei progetti è un ulteriore aspetto del percorso dell'artista che ha spesso reso complici persone e abitanti nel processo di appropriazione immaginifica dei luoghi (ad es. Prendo il paesaggio e lo porto con me, Nervesa della Battaglia, 2011; Nel blu dipinto di blu, Trieste, 2013; Melting Street, Pola, Croazia, 2013), giungendo con Rima d'origine (Trieste 2013, Cambridge, 2014) a mettere in gioco il tema della cittadinanza culturale. Attraverso lo studio del rapporto tra spazio, corpo e colore, Elisa Vladilo riflette sul destino degli spazi comuni, la loro identità, gli usi e le relazioni. 

Elisa Vladilo si diploma all'Istituto Statale d'Arte Nordio di Trieste, seguono poi gli studi di scenografia all'Accademia di Brera e all'Accademia di Venezia. Lavora nel campo della scenografia, della grafica e dell'architettura fino al 1989, quando inizia la sua carriera artistica. Viene selezionata per la mostra Whitechapel Open nel 1998, nello stesso anno ottiene la borsa di studio della Pollock-Krasner Foundation di New York e nel 2000 vince una residenza d'artista a Berlino assegnata all'interno di un progetto europeo di scambio tra Berlino e Londra, città nella quale lavora e risiede per 3 anni (1997-2000).

Alessandra Pioselli è direttore dell'Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo dal 2010. Insegna Storia dell'arte contemporanea presso la stessa Accademia e Arte pubblica al Master in economia e management dell'arte e dei beni culturali del Sole24Ore (Milano). È, inoltre, critico d'arte, curatore e giornalista pubblicista. Collabora con Artforum (New York). Si occupa di ricerca storica e critica in prevalenza attorno a temi e progetti inerenti alla dimensione civica e urbana dell'arte. Nel 2015 ha pubblicato per Johan&Levi "L'arte nello spazio urbano. L'esperienza italiana dal 1968 a oggi" (e ha dedicato la copertina del volume all'intervento site-specific di Elisa Vladilo, My favourite place, del 2007). (Comunicato stampa Trieste Contemporanea)

___ Argomenti complementari

Mostre su Trieste

Michal Szlaga. Stocznia/Cantiere Navale | Documenti di perdita
termina il 20 febbraio 2020
Studio Tommaseo - Trieste
Presentazione

Copertina del romanzo Lo Schiaffo di Nidia Robba Lo Schiaffo
di Nidia Robba, ed. La Mongolfiera libri, marzo 2011

C'è una Città, una città aristocratica, dove tre civiltà millenarie si uniscono in un raggio di luce che regala all'Europa il privilegio della unicità: Trieste.

Prefazione




La Galleria de' Foscherari 1962-2018
termina lo 01 marzo 2020
MAMbo Museo d'Arte Moderna di Bologna
www.mambo-bologna.org

La mostra che ricostruisce la nascita e lo sviluppo di un punto di riferimento per l'arte contemporanea a Bologna e non solo. La Galleria de' Foscherari, fondata da Enzo Torricelli, al quale si uniscono in seguito Franco Bartoli e Pasquale Ribuffo, nasce nei primi anni Sessanta e fin dall'inizio articola il proprio programma di attività su due filoni d'indagine strettamente connessi: l'attenzione alla tradizione criticamente consolidata e l'interesse per la ricerca e la sperimentazione. Accanto a un fitto calendario di mostre che si sono sviluppate in queste due direzioni, segnando la vita culturale della città, la galleria ha portato avanti un'attività editoriale rappresentata non solo da cataloghi e monografie, ma anche da una collana di quaderni su temi specifici curata storicamente da Pietro Bonfiglioli, oggi selezionati e ristampati nella pubblicazione antologica "Il Notiziario della Galleria de' Foscherari (1965-1989)", che esce in occasione della mostra per la cura di Vittorio Boarini.

L'esposizione al MAMbo vuole essere un riconoscimento, un ulteriore contributo alla lunga e ricca storia della galleria e un omaggio alla figura di Pasquale Ribuffo, scomparso nel 2018. L'allestimento accosta un'ampia scelta di materiali storici - fotografie, documenti, cataloghi, locandine, inviti - a una selezione di opere di artisti che hanno segnato i momenti chiave nell'attività della de' Foscherari: Pierpaolo Calzolari, Mario Ceroli, Pirro Cuniberti, Luciano De Vita, Marcello Jori, Sophie Ko, Luigi Mainolfi, Piero Manai, Eva Marisaldi, Liliana Moro, Claudio Parmiggiani, Concetto Pozzati, Germano Sartelli, Mario Schifano, Vedovamazzei, Gilberto Zorio. Lungo il percorso espositivo incontriamo gli highligths di un percorso che si snoda per 56 anni.

1963: la galleria ospita uno dei primi happening, effettuato da Pirro Cuniberti, Luciano De Vita e Concetto Pozzati, che danno spettacolo dipingendo sulle pareti della galleria Tre progressioni. La memoria dell'evento resta fissata in un quaderno con un testo esemplare scritto per l'occasione del giovane storico dell'arte Eugenio Riccòmini. I tre artisti bolognesi resteranno legati alla de' Foscherari non soltanto per le numerose mostre che in seguito saranno loro dedicate, ma per il prezioso contributo di idee e suggerimenti con cui arricchiranno l'attività in rapida espansione della galleria.

Seconda metà degli anni Sessanta: la direzione viene assunta da Franco Bartoli coadiuvato da Pasquale Ribuffo e si rafforza il ruolo di Pietro Bonfiglioli. Il biennio 1967-68 resta memorabile: si allestiscono le mostre di otto fra i più interessanti artisti pop italiani (Angeli, Ceroli, Festa, Fioroni, Kounellis, Pascali, Schifano, Tacchi), di Domenico Gnoli, di due esponenti della Funk Art, quali Peter Saul e Sue Bitney, e una grande rassegna della Pop newyorkese (D'Arcangelo, Dine, Kelly, Lichtenstein, Oldenburg, Ramos, Rosenquist, Segal, Warhol, Wesley, Wesselmann).

Snodo fondamentale per l'evoluzione della galleria è la mostra dedicata all'Arte Povera nel 1968 con opere di Anselmo, Boetti, Ceroli, Fabro, Kounellis, Merz, Paolini, Pascali, Piacentino, Pistoletto, Prini, Zorio a cura di Germano Celant, che induce Bonfiglioli a spingere più a fondo il dibattito teorico sull'arte realizzando uno dei più apprezzati quaderni: La povertà dell'arte. Proseguendo sul doppio binario ricerca sperimentale/ ritorno ai maestri dell'Avanguardia e senza trascurare i protagonisti della Neoavanguardia nella loro traiettoria postavanguardistica, si arriva agli anni Ottanta. Continuano le mostre di Ceroli, Schifano, Fioroni, Angeli, Gilardi, Pistoletto, Adami, Del Pezzo, ma anche Fontana, Melotti e perfino dei "padri nobili" Duchamp e Man Ray, ma diverso è lo sguardo che viene rivolto al nuovo universo artistico.

Segno evidente di questa mutata sensibilità è l'interesse rivolto alle generazioni emergenti: Manai, Jori, Mainolfi, ai quali verranno dedicate interessanti esposizioni. Senza mai perdere di vista il panorama artistico, così come si è assestato e si è evoluto dopo la scossa degli anni Sessanta, la galleria cercherà di mettere a fuoco la fenomenologia dell'arte fino all'inizio degli anni Novanta, arricchendo la propria attività espositiva con eventi dedicati ad alcuni protagonisti della Neoavanguardia, quali Luigi Ontani colto nel momento del suo ritorno alla pittura. All'estenuarsi di tale fenomeno, la de' Foscherari non ha difficoltà a proseguire la propria attività tradizionale avvalendosi del patrimonio storico - teorico accumulato negli anni, tenendo almeno ogni anno una mostra atta a far riflettere sull'attuale evoluzione delle arti figurative.

Fra queste sono da segnalare Progetti sul tema del fuoco (2000), di Fabrizio Plessi così come l'antologica di Sebastian Matta nel 2003. Siamo negli anni Duemila e, dopo aver a lungo affiancato Franco Bartoli, subentra alla guida della Galleria Pasquale Ribuffo, coadiuvato da Bernardo Bartoli, Francesco ed Elena Ribuffo. Il nuovo staff lavora in continuità col passato, arricchendo al contempo con nuove idee i programmi della de' Foscherari: arrivano così mostre come la personale di Claudio Parmiggiani - dal significativo titolo Gloria di cenere - e quella di Hermann Nitsch (entrambe del 2007). Negli anni a seguire viene sviluppato un filone rivolto al confronto tra diverse ricerche artistiche e si producono alcune mostre che accostano protagonisti differenti, mettendoli in dialogo: nel 2009 Mainolfi Ontani Salvo, nel 2011 Calzolari Piacentino Zorio e nel 2014 Morandi Parmiggiani Calzolari.

La galleria mantiene inoltre viva la sua attività più istituzionale con esposizioni dedicate ai "propri" artisti: Jori, Sartelli, Manai, Ceroli e Pozzati. Né vengono trascurati nomi noti nel mondo per la loro genialità nella sperimentazione, quali Alfredo Pirri e Nunzio, ospitati con importanti esposizioni, rispettivamente nel 2010 e nel 2013. Sotto la nuova direzione, a partire dal 2013, il cinema in galleria diventa una pratica costante, che continua tuttora, offrendo agli spettatori, in primo luogo, una panoramica pressoché esauriente, delle Avanguardie storiche (2013-2014), mettendo idealmente a confronto artisti quali Ernst, Grosz, Klee, Morandi, con i capolavori dell'espressionismo tedesco, del cinema surrealista, del dadaismo, del futurismo e del cinema astratto, in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

Viene in seguito presentata un'ampia selezione della Neoavanguardia francese, la Nouvelle Vague, e inglese con il Free Cinema. Né poteva mancare la Neoavanguardia italiana che viene rappresentata con un'ampia serie di opere, alla produzione delle quali hanno in qualche modo partecipato noti artisti figurativi, quali Franco Angeli, Mario Schifano, Gianfranco Baruchello, nonchè il grande teatrante e cineasta Carmelo Bene. Negli ultimi cinque anni, da un lato ci si sposta dal cinema alla videoarte, interpretando quest'ultima come la prosecuzione con altri mezzi dello sperimentalismo cinematografico praticato dalle Avanguardie.

Entra nel gruppo organizzativo una specialista del settore, Lola Bonora, che nel 2015 cura una rassegna sulla videoarte italiana comprendente opere di notissimi artisti figurativi, quali Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Sandro Chia, Alighiero Boetti e Fabrizio Plessi per poi proseguire con la videoarte americana (Nam June Paik e Bill Viola), europea (inaugurata con un'opera diretta e interpretata da Marina Abramovic nel 2017) per arrivare a quella russa (la cui produzione inizia solo nel 1990, dato che in Unione Sovietica non si producevano né si importavano videocamere). Durante lo svolgimento di questa storia delle Avanguardie cinematografiche non si ferma l'attività più tradizionale. Parallelamente, la galleria accoglie nel proprio spazio espositivo una nuova generazione di artisti. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di mostre a Bologna pubblicate in questa pagina della newsletter Kritik

Expo Bologna 2020
X edizione, 23 gennaio (inaugurazione) - 18 febbraio 2020
Galleria Wikiarte - Bologna
Presentazione

Domenica Regazzoni | Lucio Dalla | a 4 mani
27 febbraio (inaugurazione ore 18) - 19 marzo 2020
Palazzo d'Accursio - Bologna
Presentazione

Partiture illeggibili
Labs Gallery - Bologna, termina il 22 febbraio 2020
Artefiera Bologna, 24-26 gennaio 2020
Presentazione

Noi siamo la Minganti | Bologna e il lavoro industriale tra fotografia e memoria (1919-2019)
Museo del Patrimonio Industriale, termina il 10 maggio 2020
Presentazione




Opera di Fabrizio Villa denominata Chef all'Opera - 1 aprile 2019 Teatro Bellini di Catania Fabrizio Villa | People
01 febbraio (inaugurazione ore 19.00) - 27 febbraio 2020
Galleria KoArt Unconventional Place - Catania
www.galleriakoart.com

Mostra personale del fotografo Fabrizio Villa, a cura di Aurelia Nicolosi e Marilina Giaquinta. Sono cinque i lavori in mostra. Tra questi Chef all'Opera, selezionata dal «New York Times» tra le foto più rappresentative del 2019, che sarà presentata al pubblico per la prima volta. Dal 1988 Fabrizio Villa si dedica al fotogiornalismo con servizi che raccontano storie, uomini, avvenimenti del suo tempo. Le sue fotografie sono documentazioni per immagini del disagio sociale ed esistenziale dell'uomo contemporaneo, grandi eventi, scenari bellici e fenomeni naturali, spesso legati alla sua terra, come le eruzioni dell'Etna. L'autore ama osservare ciò che lo circonda dall'alto: da un elicottero, dalla terrazza di un grattacielo, dal palco di un teatro. La sua è una prospettiva totalizzante e spesso inedita: si allontana dal soggetto per osservarlo  nella sua complessità.

Le opere della mostra People possono essere considerate come "ritratti collettivi", "paesaggi umani" in cui il fotografo invita l'osservatore a cercare nella moltitudine di colori e dettagli, i volti e le forme individuali. C'è vita - c'è la vita - nelle immagini panoramiche di Fabrizio Villa. Conta l'elemento architettonico o naturale, conta il cromatismo esaltato da composizioni di grande impatto, ma per l'autore conta soprattutto l'elemento umano: corpi rimpiccioliti dalla prospettiva, ombre a volte quasi invisibili, così simili, eppure distinte. Sotto un ombrellone, durante una delle feste più importanti d'Italia, in una performance artistica, dentro un teatro o durante una missione di salvataggio in alto mare. La  sua visione dall'alto sembra voler cercare l'uomo e descrivere il suo rapporto tormentato con la Terra e la Natura. Un'indagine a tutto tondo che racconta l'Antropocene nelle sue molteplici stratigrafie. Ecco che la mostra diventa un racconto sintetizzato in cinque scatti di grandi dimensioni in cui è racchiuso tutto lo spirito dell'artista, che, con verismo e lealtà, ritrae contemporaneamente la magnificenza e la fragilità della nostra società. Immagini indelebili della trasformazione contemporanea.

«Fabrizio Villa - scrive nel suo testo, la curatrice Marilina Giaquinta - rappresenta la "gente" come puntini lontani e indistinguibili, sparsi su frecce direzionali, quasi un pendant di colore con le acque scure del lago (e non importa se si tratta del ponte galleggiante sul Lago d'Iseo dell'artista Christo Yavachev), come fiume straripante di devoti che ricopre la piazza e la via in un magma arginato dall'austerità delle chiese e dei palazzi barocchi, come corpi inerti fissi immobili, distesi al sole o sotto ombrelloni variopinti, (...) come angeli candidi in mezzo al velluto rosso del teatro lirico, quasi disegni di un tromp l'oeil, che rammentano i merletti del Teatro Olimpico palladiano. Puntini, colori, magma, coperte, biancore, senza volti, senza sembianze, folla unita e separata allo stesso tempo, mare della vacanza e mare della disperazione stanca, religione che non è preghiera ma culto, che non è spirito ma devozione».

Fabrizio Villa con la sua visione dall'alto sembra voler cercare l'uomo e descrivere il suo rapporto tormentato con la Terra e la Natura. Un'indagine a tutto tondo che racconta l'Antropocene nelle sue molteplici stratigrafie. Ecco che la mostra diventa un racconto sintetizzato da cinque scatti di grandi dimensioni in cui è racchiuso tutto lo spirito dell'artista, che, con verismo e lealtà, ritrae contemporaneamente la magnificenza e la grettezza della nostra società. Immagini indelebili della trasformazione contemporanea. «(...) Fotografare è riconoscere, nello stesso istante e in una frazione di secondo, un fatto e l'organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto. È un modo di vivere. Così parlava Henri Cartier-Bresson e Fabrizio Villa - spiega la curatrice Aurelia Nicolosi - sembra fare sua tale lezione: il viaggio e le persone, da cui il nome del progetto People, sono diventati i punti focali di una carriera costellata di esperienze molto potenti, che hanno raccontato l'uomo nelle sue molteplici trasformazioni e sfumature. (...)». (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Mario Cresci realizzata nel 2020 denominata Annita Mario Cresci | Novella Oliana
Fra noi e le cose


06 febbraio (inaugurazione ore 18.30) – 04 aprile 2020
Red Lab Gallery/Miele - Milano

Un dialogo inedito fra due autori di differenti generazioni attorno all'eredità di un approccio visivo innovativo. Mario Cresci, maestro riconosciuto della fotografia italiana, e Novella Oliana appaiono profondamente in sintonia nel leggere e interpretare il mondo circostante, ognuno attraverso la propria visione. Entrambi esplorano una metodologia dello sguardo di cui Mario Cresci è stato in primis sperimentatore e fautore. Red Lab Gallery/Miele, dopo la mostra di Pio Tarantini, continua a porre l'accento sul concetto dell'abitare con la mostra "Fra noi e le cose" a cura di Gigliola Foschi, seconda del ciclo espositivo "Habitami" e realizzata grazie alla collaborazione con la galleria Matèria di Roma.

L'intonazione poetica del titolo rimanda alla delicatezza e armonia del confronto fra una delle figure artistiche più ricche e complete del panorama italiano, Mario Cresci, e la capacità di ascolto, rielaborazione e trasformazione, con altrettanta eufonia e grazia, di Novella Oliana, che modula la fotografia in una ricerca senza punti d'arrivo, in un percorso di riflessione che si dilata nel tempo. Un dialogo proficuo in circa venti fotografie che, nonostante tematiche in apparenza diverse, è evidente tra la serie La casa di Annita (2003) di Mario Cresci e la ricerca Lo spazio necessario (2016-2020) di Novella Oliana.

- Mario Cresci: La casa di Annita

È il tentativo di preservare la memoria di una vita trascorsa in una villetta degli anni Trenta attraverso le tracce sedimentate dagli oggetti appartenuti alle persone scomparse che l'hanno abitata: immagini-ricordo di una casa che andava svuotandosi, finito il tempo di chi l'aveva vissuta. Scrive Gigliola Foschi nel suo testo critico: "Mario Cresci sente che il corpo vivo della casa sta cessando di esistere per la perdita delle sue funzioni, avverte il dolore di chi è costretto ad aprire e liberare vecchie scatole, armadi e cassetti pieni di cose conservate con cura. Con discrezione decide allora di usare la fotografia come una forma di scrittura fredda, classificatoria e possibilmente priva di sentimenti retorici. Eppure, nonostante il suo sguardo sia frontale e diretto, qualcosa accade e questo qualcosa è una piccola differenza che cambia tutto, è un leggero scarto che rimescola le carte e le rimette in gioco."

La sua intende essere una rispettosa fotografia-prelievo ma, nel momento in cui Cresci sposta gli oggetti, anche se di poco, entra in intimità con essi. Le sue immagini diventano strumento di un confrontarsi inedito con la realtà e con il senso dell'abitare spazi intesi come depositi di memorie, storie, momenti di vita vissuta. Mario Cresci, classe 1942, mette in atto una personale "ricerca antropologica" e le scene che egli fotografa acquistano una nuova vita che ridà senso a quella passata. Per l'artista il valore della memoria delle cose non diviene mai sterile nostalgia del passato, ma valorizzazione di atti creativi espressi da persone che in essi hanno proiettato la loro storia e la loro identità.

- Novella Oliana: Lo spazio necessario

Artista, docente e ricercatrice, per Novella Oliana, in perfetta sintonia con le ricerche di Mario Cresci, la fotografia è una continua ricerca, uno strumento di riflessione che si dilata nel tempo, che si approfondisce di gesto in gesto (come il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi...) senza avere una meta prestabilita, ma che parte sempre da un punto che è profondamente radicato al suo essere, alla sua vita, vicino ai luoghi da lei amati. Scrive Gigliola Foschi: "La meta è il suo continuo lavorio, dove il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi bianchi, e poi fotografie d'archivio, e poi frammenti di immagini, si coniuga senza fratture con il fotografare, il rifotografare, il comporre, il creare piccole installazioni magiche fatte di un quasi niente: uno specchietto, un isolotto mignon, una piccola immagine...".

Novella Oliana, classe 1978, attraverso la fotografia ha sviluppato in maniera più vasta la comprensione di mondi culturali differenti che interagiscono con il nostro, in particolare quelli del Medio Oriente e del Mediterraneo. Nelle fotografie esposte a Milano tutto ragiona attorno al mare, dentro il mare, la sua storia, i suoi miti. Il mare come una parte di sé, la superfice acquatica come un testo da smontare e ricomporre, il Mediterraneo come un universo denso di riflessi, di apparizioni e scomparse, di isole che emergono e si inabissano nascondendosi alla vista come nel trittico Hypothése d'île. Le immagini di Novella Oliana si offrono come narrazioni "aperte". Le sue microstorie vanno ascoltate con attenzione. Per renderle attive nel nostro immaginario l'autrice sceglie di rimetterle in gioco sottovoce, in modo sommesso ma tenace (non a caso le sue immagini sono spesso di piccole/medie dimensioni e composte da dittici o trittici), si affida agli incontri, ai ritrovamenti dove ogni pezzo che si aggiunge si trasforma e si riscrive. (Comunicato stampa De Angelis Press)




Dipinto a tecnica mista su tela di cm.50x35 realizzato da Margareth Dorigatti denominato Ariete Margareth Dorigatti: "Signa sunt"
30 gennaio (inaugurazione ore 18) - 28 marzo 2020
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma

La recente produzione pittorica di Margareth Dorigatti, invitata a partecipare dalla curatrice Daina Maja Titonel al ciclo di mostre che la galleria dedica annualmente a tematiche legate al mondo dell'Astrologia. Se nelle precedenti esposizioni "Luna/Mond" (2016) e "DEI Colori/Giorni" (2018) la Dorigatti aveva presentato gli esiti pittorici di una ricerca legata agli astri e ai colori dei giorni, in "Signa sunt" l'artista si concentra sui dodici segni zodiacali. Si tratta di un'affascinante occasione per scavare nel dialogo tra lo spazio percettivo, le vibrazioni della materia e l'energia che ne scaturisce. Dai tempi remoti ai giorni nostri, tali sono gli elementi che contribuiscono all'essenza del racconto di ogni segno e nelle opere della Dorigatti si percepisce la viva pulsazione che deriva dall'unione di bellezza, fantasia astrale, elementi chimici e psicologici abbinati ai singoli segni.

Esse trascendono l'astrazione e vanno oltre il peso e le frequenze degli elementi stessi e in tal senso agiscono su chi le guarda. In merito a questo lavoro osserva l'artista: "Fedele all'individualismo goethiano che nella sua Teoria dei colori si contrappone fortemente ad una visione puramente scientifica della percezione, mi preme studiare partendo dall'osservazione diretta, là dove individuo fonti di ispirazione, in questo caso gli astri ma anche e soprattutto la mia città: Roma. Cammino guardando in cielo, per terra, l'architettura e la natura presenti ovunque, in mezzo alle persone. Prendo i mezzi pubblici dove imparo molte cose, le quali, insieme a duemilasettecento anni di Storia, entrano ermeticamente nei miei quadri.

Tuttavia, da pittrice è inevitabile muovermi anche nei meandri del misticismo e della fantasia, anch'essi parte integrante dell'essenza umana, quest'ultima influenzata da molte energie, alcune misteriose come le stelle. Tendenzialmente anche i colori con le loro caratteristiche sono associati ai quattro elementi terra, acqua, fuoco e aria, percepibili non solo attraverso la vista. Gli studi di Cromatologia mi hanno insegnato che questi non hanno solo frequenze e pesi specifici, ma possono agire più o meno fortemente sugli umori e sulla salute di chi li percepisce, e strada facendo sono stati gli stessi segni dello Zodiaco con i loro simboli ad attirare oppure a scartare i colori che orientativamente avevo pensato. Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo sognante: la mia prima patria sono state le stelle."

Margareth Dorigatti (Bolzano, 1954) nel 1973 studia all'Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova. Nel 1975 si trasferisce a Berlino dove studia Pittura, Grafica e Fotografia presso la Universität der Künste Berlin. Nel 1977 fonda una Casa-atelier frequentata dai maggiori artisti e personaggi dello spettacolo presenti a Berlino. Nel 1980 inizia la sua attività espositiva in gallerie private di Berlino. Nel 1983, insieme a Joachim Szymzcak, realizza un progetto di vaste proporzioni nella rete metropolitana berlinese: 75 dipinti in otto stazioni. Vince un concorso indetto dalla Internationalen Bauausstellung per la realizzazione di una facciata storica di un palazzo di Kreuzberg.

Dopo la laurea in Comunicazione Visiva nel 1983 si trasferisce a Roma dove ha inizio la sua attività pittorica ininterrotta. Espone in Italia e all'estero presso gallerie private, luoghi pubblici e musei (Roma, Parigi, Milano, Pescara, Bolzano, Modena, Bologna, Berlino, Nimes, Lyon, Köln, Bonn, etc). Viene invitata ad esporre a numerose Biennali e Triennali internazionali, tra cui la Biennale di Venezia. È titolare della cattedra di Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Roma; ha inoltre insegnato alla Universität der Künste di Berlino, all'Accademia di Belle Arti di Bologna, alla Akademie der Künste di Monaco e alla Libera Università di Bolzano. (Comunicato stampa)




Opera in cucito e stampa digitale su stoffa, plexiglas, poliuretano espanso, fuselli, spilli di cm.49x20x13 ca (inclusi i fuselli) realizzata da Donatella Lombardo nel 2016 denominata Partitura 19 - Hensel Fanny - Lieder fuer das Pianoforte Bote Pastorella - Courtesy l'artista Opera di cucito e stampa digitale su stoffa, plexiglas, poliuretano espanso, fuselli, spilli di cm.45,5x20x11,5 ca (inclusi i fuselli) realizzata nel 2016 da Donatella Lombardo denominata Partitura 15 - Di Chiara Anita - Cantu di carritteri - Courtesy l'artista Donatella Lombardo
Partiture Mute. Note a Margine


termina il 23 febbraio 2020
Museo internazionale e biblioteca della musica - Bologna

Una ulteriore tappa - a cura di Uliana Zanetti - della lunga ricerca che Donatella Lombardo ha condotto su compositrici vissute in diverse epoche, dal XII al XX secolo, ancora poco note eppure di riconosciuto talento. Su alcuni stralci delle loro partiture l'artista è intervenuta con una personale riscrittura fatta di leggere trame di fili colorati avvolti su spilli e fuselli, interpretandone in chiave spaziale ritmi, cromie, intensità. In questa esecuzione anomala, affidata agli strumenti artigianali del ricamo anziché a quelli musicali, emerge un'alterità sapiente quanto disconosciuta, capace di affermarsi con discrezione nelle stanze del Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna, di cui integra il percorso come un puntuale contrappunto storico, valorizzando i contributi di compositrici come, per citarne solo alcune, Hildegard von Bingen, Maddalena Casulana, Francesca Caccini, Barbara Strozzi, Isabella Leonarda, Elisabeth Jacquet de La Guerre, Fanny Hensel, Anna Bon. (Comunicato stampa)

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Con le "note a margine" presentate in questa mostra Donatella Lombardo propone, grazie alla presenza di opere inedite concepite appositamente per gli spazi del Museo Internazionale della Musica di Bologna, un'ulteriore elaborazione del ciclo intitolato Partiture mute, organicamente esposto per la prima volta nella personale Remediation, Digital memory under deconstruction alla Galleria Spazio Testoni di Bologna nel 2016. Si tratta di riproduzioni su tela di partiture musicali, tese su piccole strutture convesse sulle quali l'artista sovrappone leggere trame di fili colorati avvolti su spilli e fuselli. Questi lavori sono il risultato di un'indagine compiuta ai margini della storiografia musicale per riscoprire le opere di compositrici poco conosciute, quando non dimenticate, vissute fra il XII e il XX secolo ed eseguite assai raramente.

Hildegard von Bingen, MaddaIena CasuIana, Francesca Caccini, Barbara Strozzi, IsabeIIa Leonarda, EIisabeth Jacquet de La Guerre, Fanny Hensel, Anna Bon, fra le altre, si sono impadronite di un linguaggio da cui in quanto donne erano sostanzialmente escluse, sfidando con determinazione le censure di un tabù originario, molto più potente della loro riconosciuta abilità nel conformarsi, con eccellenti risultati, alle culture musicali dei tempi ai quali sono appartenute. Voci fuori dal coro anche se perfettamente intonate, autrici di note rimaste, appunto, al margine degli studi e tuttora poco ascoltate, tanto da essere ancora, per lo più, in cerca di esecuzione. Donatella Lombardo interviene, quindi, non solo per invocare un doveroso risarcimento storico dei loro testi musicali, ma anche per interrogarci sulla loro interpretazione e sul significato del loro recupero.

Il mutismo a lungo imposto a queste partiture non cancella fortunatamente l'esistenza dei suoni immaginati, sopravvissuti nella notazione, traccia scritta e documentata di una sensibilità e capacità creativa che, nonostante tutto, è riuscita a dare una compiuta e duratura testimonianza di sé. Eppure gran parte di questa musica resta priva di una tradizione esecutiva, di interpreti accreditati e, soprattutto, di un pubblico che la attende. E' questo a spingere Lombardo a tentare quello che a tutti gli effetti è un esperimento di traduzione visiva di queste musiche, per riconsegnarne in chiave spaziale ritmi, cromie, intensità.

In questa esecuzione anomala, affidata agli strumenti artigianali del ricamo anziché a quelli musicali, emerge un'alterità sapiente quanto disconosciuta, capace di affermarsi con discrezione nelle stanze espositive del Museo della Musica come un puntuale contrappunto storico. Lombardo prende le mosse da questo dato di partenza, perché queste scritture sono, oltre che creazioni sonore originali, anche manifestazioni di una non scontata libertà intellettuale e inventiva che può emergere ai confini dei discorsi dominanti, trasgredendone i limiti e consentendo affermazioni differenti. Per Lombardo l'associazione di queste partiture con il ricamo e la tessitura è l'esito quasi naturale di una ricerca artistica che, fin dai suoi esordi, si è sviluppata prevalentemente attraverso pratiche tessili, ma in questi suoi lavori è presente un altrettanto consolidato interesse per l'evoluzione dei codici linguistici, per i mezzi e i supporti materiali di cui si avvalgono e per il loro impatto sociale nell'organizzazione dei rapporti di dominio.

Dalla musica, dall'artigianato, dalle arti visive, dalla cultura digitale Lombardo estrae saperi e strumenti per esplorare possibilità di innesti e combinazioni, fino a proporre, in questo caso, una notazione personale in cui immagine artistica e composizione musicale coincidono perfettamente. Se la sovrimpressione di fili e spilli alle partiture, orientate talvolta anche in senso contrario a quello di lettura, scompiglia il canone originario, corrispondendo diversamente a un medesimo lessico (composizione, contrappunto, ritmo, colore, fuga, enfasi, andamento, ordine...), la notazione totalmente autonoma proposta da Lombardo nei cicli delle Astrazioni geometriche e delle Neumatiche tattili - opere realizzate appositamente per la mostra - si emancipa da ogni vincolo convenzionale, mettendo in sequenza una serie di suggestioni visive la cui eventuale interpretazione sonora non può che essere completamente soggettiva.

Combinazioni formali di indiscutibile eleganza, le Astrazioni geometriche non solo richiamano la tradizionale associazione della musica con le scienze matematiche, ma ne ristrutturano la logica scrittoria mescolando e reinventando la primitiva notazione quadrata e la successiva notazione tonda. Uguale attenzione è prestata all'elaborazione del supporto come elemento di costruzione spaziale, qui costituito da incorniciature parziali, la cui funzione è sottolineare, agendo come contrappesi ed enfatizzazioni, l'andamento di lettura interno ed esterno delle opere appese alla parete. Il ricamo diventa strumento di modellazione micro-architettonica di pieni e vuoti, cassa di risonanza delle tessiture armoniche e cromatiche che vibrano lungo direttrici lineari.

Della scrittura musicale è trattenuta quasi soltanto la funzione di codificare il ritmo di un plurivoco canovaccio emozionale, mentre ne viene totalmente contraddetta la finalità di prescrivere strumenti e gestualità determinati. Al corpo, finalmente, alla facoltà di autodeterminarci scegliendo quanto aderire a uno schema e quanto distaccarcene, allude anche la partizione spaziale che le opere appese disegnano come una vera e propria notazione ambientale. La particolare curvatura del supporto fa apparire le Partiture mute come estrusioni gravide di un assertivo dinamismo, mentre le Astrazioni geometriche ne costituiscono il controbilanciamento, ugualmente regolato sul doppio binario della ritmica e della proporzione.

L'intera mostra diventa così un suggerimento di posture e movimenti, che possiamo orientare liberamente e dei quali l'artista ci invita a divenire coscienti, alludendo, infine, anche a una possibilità di contatto letteralmente epidermico con le fascinose superfici delle Neumatiche tattili, in cui si condensa questo meditato percorso di ricerca. Dare una forma personale all'attenzione, alla percezione, all'emozione, al movimento, alla voce, al tocco, alla parola è una possibilità che, almeno virtualmente, appartiene a ciascuna e ciascuno di noi, sollecitata da queste opere grazie allo stesso carattere allografico - secondo la nozione di Nelson Goodman - delle arti musicali qui chiamate in causa, la cui esistenza si declina in due stadi diversi e collegati: quello ideativo e astratto della notazione originaria, fissata una volta per tutte, e quello concreto dell'esecuzione, passibile di interpretazioni, arrangiamenti, ascolti differenti e soggettivi. Anche da questo possiamo cogliere l'esortazione a riconoscere e ad accettare la nostra e le altrui diversità, a superare il pregiudizio e a contrastare la discriminazione verso chi, per le più svariate ragioni, si trova ad essere "fuori dal canone". (Partiture mute. Note a margine, di Uliana Zanetti)




Dipinto di Aldo Cerri Scultura di Giorgia Presta Opera di Sonia Naccache Opera di Pierangela Cattini Contemporary
08 febbraio (inaugurazione ore 16) - 22 marzo 2020
Sala Veratti - Varese
Locandina

* "Contemporary Donna": 07 marzo, ore 16 Instrumental Music, Reading, Dance, Songs

L'evento si configura di notevole rilievo in quanto evidenzia interessanti esperienze d'arte con artisti che, pur provenienti da altri luoghi, vivono e operano nel territorio varesino. In un confronto di stili e tecniche, la mostra curata dal critico d'arte Fabrizia Buzio Negri sottolinea alcune interessanti esperienze estetiche che l'arte contemporanea offre nel territorio del Varesotto: sette artisti dalla forte personalità spaziano liberamente dalla pittura alla scultura, dal collage alla tecnica mista fino all'assemblage polimaterico. Ogni singola creazione sta a indicare forti interferenze di linguaggi in nuovi modi di "fare" arte nel Contemporaneo, in proiezioni individuali verso l'imprevedibilità poetica. Emergono diverse tendenze, diverse anime. Impossibile una forma di ridefinizione di una identità artistica attuale: è corretto parlare di molteplici presenze con nuove possibilità di dialogo estetico. Non mancano effetti "sorpresa" caratterizzanti il nostro tempo - tra richiami e dissonanze - per osservare con occhi nuovi le opere d'arte contemporanea.

- Artisti

Pierangela Cattini - un fantastico mondo di donne dalla Surrealtà;
Aldo Cerri - libera sperimentazione tra le divagazioni del Postmoderno;
Gladys Colmenares - polimaterico dagli intensi magnetismi di forme e colori;
Flora Fumei - realtà e mistero tra scultura e pittura su materie inusuali;
Martina Goetze Vinci - collage e colore: energia pura al femminile;
Sonia Naccache - abbagliante cromatismo nel paesaggio onirico;
Giorgio Presta - l'indagine sui materiali della scultura, tradizionali e non




Disegno di cm.28x22 denominato Il fenicottero realizzato nel 1958 con tecnica mista su carta da Gillo Dorfles per i nipoti Piero e Giorgetta Il segno rivelatore di Gillo
15 novembre 2019 - 31 gennaio 2020
Biblioteca statale Stelio Crise di Trieste

Mostra artistico/documentaria, ideata e curata dall'arch. Marianna Accerboni e promossa dall'Associazione Culturale Gillo Dorfles di Milano, fondata da poco nella casa/studio del grande intellettuale artista.

Presentazione mostra




Flyer della mostra Expo Bologna 2020 Expo Bologna 2020
X edizione, 23 gennaio - 18 febbraio 2020
Galleria Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Dalla preistoria ad oggi, l'arte ha raccontato la sensibilità umana in relazione alla storia. Le mode e gli stili hanno esplorato ogni forma espressiva fino alle perfomance e alle installazioni contemporanee. Il linguaggio è l'energia comunicativa che attraversa i sensi dell'artista fino a stimolare chi ammira l'opera. È un codice libero dalla storicità che non può librarsi lontano da essa perché ne è il contenuto stesso e l'essenza. Il tempo ha segnato avanguardie e correnti artistiche. Nel 2020 quali sono i movimenti che appartengono a questa epoca? In questo mondo globale non c'è rivoluzione in atto. Non c'è evoluzione in corso. Non c'è limite ai desideri che possono essere rappresentati. L'inizio di un nuovo decennio crea l'aspettativa di qualcosa di nuovo. 

Il messaggio inserito nel contesto può trattarsi di valori sociali, morali e religiosi, storici, politici o sentimentali. Ma può anche astenersi dal caricare l'opera e limitarsi a riprodurre una scena così come la si vede o la si sente. La necessità dell'artista è condividere la sua intuizione che sia una poetica o una ricerca tecnica. I soggetti scelti non hanno un denominatore comune se non la bellezza. E' una libera scelta coerente con la volontà espressiva. Sarà poi il pubblico ad apprezzare il risultato finale. Citando l'autore Guillaume Musso: "Per sfuggire alla brutalità di un'epoca governata dalla scienza, dalla stupidità e dal razionalismo economico, quali altre armi ci restano se non l'arte, la bellezza e l'amore?" (Comunicato Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna)

Opere di Bob Tal, Bruno Greco, Carla Rigato, Carmelo Vicente Rossi, Claudia Majoli, Davide Grassia, Fabrizio Fabbroni, Gianni Panciroli, Loretta Cavicchi, Manuela Andreoli, Mauro Masetti, Orlando Allocca, Susi Zucchi, Zdenka Zouharova.

Artisti in permanenza: Andrea Sangalli, Angelo Licari, Anna Maria Maciechowska, Antonella Bertoni, Bernard Merces, Ezio Tambini, Fabrizio Cadoppi, Francesca Guariso, Gian Luca Galavotti, Giovanna Regazzi, Giovanni Trimani, Luca Tridente, Marco Fajer, Mario Esposito, Mauro Martin, Marzia Roversi, Michele Liparesi, Michele Pucacco, Nicola Nunziati, Nicola Pica, Odile Chalmin, Roberto Re, Ronak Moshiri, Sabino Galante, Sauro Benassi, Walter Marin. A cura di Luca Ricci.




Franco Maruotti
Texturae / Decostruzione del paesaggio


termina il 31 gennaio 2020
Vi.P. Gallery - Milano
www.zamenhofart.it

Una trentina di lavori recenti e recentissimi dell'artista pugliese che affronta con questa esposizione la rappresentazione del paesaggio in chiave al tempo stesso classica e contemporanea, con una pittura corsiva agile ed essenziale, memore della lezione di Cezanne, composta da larghe pennellate che scompongono la trama visiva degli scorci garganici di paesi e paesaggi in una "texture" che riduce ai minimi termini i particolari non necessari fino al limite dell'astrazione, fondendo in chiave squillante e giocosa il retaggio dei Macchiaioli italiani con quello dei Puntinisti francesi

"Nella pittura di Franco Maruotti i quadri si squadernano allo sguardo del visitatore come appunti di viaggio (...) Ogni roccia della montagna, ogni scoglio sul mare, ogni trabucco nella tempesta o scorcio di paese pugliese racconta dell'uomo e del suo rapporto con le sue origini. Dello schizzo questi quadri hanno la rapidità del segno: l'affastellarsi delle spatolate di colore (...) non indugia sul particolare, ma cerca di cogliere l'essenza di quello che si guarda (...) fino al limite dell'astrazione: le impressioni visive vengono così trasfigurate e gli schizzi di viaggio diventano appunti di un diario tutto intimo e personale. E la visione si fa introspezione, racconto di sé, del turbinare delle proprie emozioni." (Virgilio Patarini, Cross Over, Editoriale Giorgio Mondadori, 2017).

Franco Maruotti, pittore ed incisore, insegnante di Lettere e docente di pittura all'UniTre (Università delle Tre Età) di Foggia, già responsabile del settore Arte del Centro culturale Logos e referente degli eventi culturali degli Amici del Museo di Foggia, svolge attività artistica dal 1967. La tecnica prevalentemente utilizzata è quella della spatola su tavola o su tela di juta. Hanno recensito le sue opere quotidiani e riviste quali Roma, La Gazzetta del Mezzogiorno, il Gazzettino, il Giornale di Sicilia, La Nuova Venezia, Il Corriere del sud, Viveur, Foggia & Foggia Il Provinciale, Il Controverso, La Capitanata, Il Pungolo verde, L'Arpi '74; inoltre si sono occupate televisioni quali Rai Tre, Telenorba, Teleradioerre, Telefoggia.

Le sue opere sono inserite nei seguenti cataloghi: L'Elite, Art Leader, Rassegna dell'Arte contemporanea pugliese 1943-1993; Antologia di artisti italiani 1994; Catalogo regionale d'Arte moderna e contemporanea in Puglia edito da Art Leader; Top Art 1997-1999; Presenze artistiche nel Mediterraneo 1999, Promotions& News Milano, Boè, Avanguardie Artistiche, Catalogo Alba, ACCA:in Arte Roma 2000 e 2009, Koinè 2013, Koinè 2014 - Milano, Ferrara Art Festival 2014.

Nel 2017 il suo lavoro viene approfondito dall'Editoriale Giorgio Mondadori, nel catalogo "Cross Over - Attraversamenti e sconfinamenti nell'arte italiana contemporanea. Un viaggio tra figurazione e astrazione", a cura di Virgilio Patarini. Della sua pittura si sono interessati i critici d'arte Paolo Levi, Enzo Contillo, Raffaele Nigro, Gaetano Cristino, Davide Leccese, Leonardo de Luca, Rosario Brescia, Eugenio Gargiulo, Vito Cracas, Vito Locurcio, Salvatore Perdicaro, Elisa Nas, Francesca Mezzatesta, Giuseppe Paoletta, Gaetano Saracino, Salvatore Sebastiano, Angelo Crapanzano, Carmelo Cipriani, Virgilio Patarini.

Tra le molte mostre personali, ricordiamo, tra le più recenti e significative: alla Galleria De' Marchi a Bologna, nel 2000; al Palazzo del Turismo a Riccione nel 2003 e sempre nello stesso anno alla Galleria Spazio 25 a Rodi Garganico (FG), "Opere 1990-2003" al Palazzetto dell'Arte, Foggia; "Il respiro della memoria", Castello Imperiale, Sant'Agata di Puglia (FG), 2004; alla Galleria Bonan a Venezia, nel 2007; al Museo civico di Accadia (FG), nel 2008; "Luci e colori della Daunia" a Palazzo Dogana, Foggia, 2008; "Luci e colori della Daunia" alla Galleria Nuovo Cenacolo a Palermo, nel 2009; "Itinerari e Trasfigurazioni"; all'Atelier Chagall a Milano, 2013; "I Paesaggi Urbani di Franco Maruotti" alla Sala Diomede del Museo Civico di Foggia, 2013; "Itinerari 2015", Galleria Spazio E di Milano, 2015; "Paesaggi del Gargano", Galleria MUEF di Roma, nel 2016; "Aspettando la Biennale/Franco Maruotti", Galleria ItinerArte, Venezia, 2017. (Comunicato stampa)




Dipinto di Astrid Hohenegger Astrid Hohenegger: "Anima, ascoltate"
termina lo 07 febbraio 2020
Galleria Immaginaria Arti Visive - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

"Anima, ascoltate / Lasciate le menzogne agli uomini / E le poesie alle ombre / Come visioni colte con fatica" (Paolo Benvegnù - Avanzate, ascoltate, Hermann)

Per scoprire le opere di un'artista che attinge il pennello nella sua anima ci possiamo abbandonare ai versi di una canzone di Paolo Benvegnù, nasce così il titolo della mostra di pittura di Astrid Hohenegger. Questo il titolo scelto dalla sua curatrice Paola Facchina perché, come scritto nel catalogo della mostra, "solamente quando un'opera deriva da una necessità psichica, esprimendo l'individualità di chi la crea, può veramente considerarsi completa nella sua bellezza. Linee e forme rimandano quindi a quello spazio psicologico, a quell'energia interna, alla "via per l'animo" che ha bisogno di dare una pelle e un volto al mondo spirituale.

Guardare le opere di Astrid è come leggere un libro di racconti, vi sono piccole finestrelle che contengono mille storie e mille poesie, sono immagini che rimandano ad un'intimità viscerale, a quel qualcosa di non detto che resta sotto la pelle. Come una corteccia di betulla bianca perlacea si fende mostrando lo strato sottostante il floema (chiamato anche libro), così la pelle, la superficie delle opere di Astrid, si aprirà mostrando un altro strato, un'altra pagina del libro della vita, del suo Diario... Arte che mi invita a restare in ascolto, per sentire il respiro intimo dell'anima, in un'attesa silenziosa, in una disposizione cogliere le voci portate dal vento, per lasciare finestre aperte alla poesia che scoprirò domani". (Comunicato stampa)




Dipinto a olio su tela di cm.190x155 realizzato nel 1894 da Emilio Longoni denominato Riflessioni di un affamato, Contrasti sociali firmato in basso a destra nel Museo del Territorio Biellese a Biella Dipinto a olio su tela di cm.121x93 realizzato nel 1891 da Giuseppe Pellizza denominato Il Mediatore firmato e datato in alto a destra nel Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano Divisionismo. La rivoluzione della luce
termina lo 05 aprile 2020
Castello Visconteo Sforzesco - Novara

La mostra è curata da Annie-Paule Quinsac, tra i primi storici dell'arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta, esperta in particolare di Giovanni Segantini - figura che ha dominato l'arte europea dagli anni Novanta alla Prima guerra mondiale -, di Carlo Fornara e di Vittore Grubicy de Dragon, artisti ai quali ha dedicato fondamentali pubblicazioni ed esposizioni. Il Divisionismo nasce sulla stessa premessa del Neo-Impressionnisme francese - meglio noto come Pointillisme -, senza tuttavia che si possa parlare di influenza diretta.

Muove dall'idea che lo studio dei trattati d'ottica, che hanno rivoluzionato il concetto di colore, debba determinare la tecnica del pittore moderno. Si sviluppa nel Nord d'Italia, grazie soprattutto al sostegno di Vittore Grubicy de Dragon, mercante d'arte, critico, pubblicista e a sua volta pittore, che con il fratello Alberto gestisce a partire del 1876 una galleria d'arte a Milano. E' Vittore a diffondere tra i pittori della sua scuderia il principio della sostituzione della miscela chimica dei colori tradizionalmente ottenuta sulla tavolozza, con un approccio diretto all'accostamento dei toni complementari sulla tela.

Da dato chimico, il colore diventa fenomeno ottico e alla dovuta distanza l'occhio dello spettatore può ricomporre le pennellate staccate in una sintesi tonale, percependo una maggior luminosità nel dipinto. Presto il Divisionismo da Milano e dalla Lombardia si allarga al Piemonte: la pennellata divisa è destinata a diventare strumento privilegiato nella traduzione di una poetica della natura o di una messa a fuoco delle tematiche sociali. Solo Gaetano Previati, irreducibilmente antirealista sin dagli esordi, elabora una visione simbolista che scaturisce dal mito, da un'interpretazione visionaria della storia o dall'iconografia cristiana, agli antipodi di quella di Segantini sempre legata alla radice naturalista di una percezione panica dell'alta quota. Ordinata in otto sezioni tematiche, l'esposizione consta di settanta opere tutte di grande qualità e bellezza, provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private.

- Il prologo

La mostra si apre con uno sguardo rivolto alla scuderia di artisti della galleria Grubicy. Troviamo qui le opere di Tranquillo Cremona con Pensierosa (1872-1873), Giuseppe Pellizza da Volpedo con Le ciliegie (1888-1889), Angelo Morbelli con La partita alle bocce (1885), Emilio Longoni con Le capinere (1883), Giovanni Segantini con La portatrice d'acqua (1886) e Dopo il temporale (1883-1885). Quest'ultimo dipinto, uno dei capolavori del periodo brianteo, è prevalentemente uno studio di luce, attraverso il quale prende vita un momento nel quotidiano della pastorizia. Non ancora divisionista, il dipinto è giocato su ricchi toni di argentei, verdi e giallo modulati sulla tela in impasti fluidi di vario spessore che suggeriscono lo squarcio di luce che irrompe tra i nuvoloni, l'umidità del terreno, la lana bagnata delle pecore, l'effetto del vento sui i protagonisti.

- La I Triennale di Brera. Uscita ufficiale del Divisionismo italiano

La seconda sezione è dedicata alla I Triennale di Brera tenutasi a Milano nel 1891, ricordata come "uscita ufficiale del Divisionismo in Italia" in cui furono presentati esempi emblematici di pittura divisa, realizzati dai principali esponenti del gruppo: Segantini, Morbelli, Pellizza, Previati, Longoni e Giovanni Sottocornola. Lo stesso Vittore Grubicy, obbligato ad abbandonare nel frattempo la gestione della galleria, presentava paesaggi di transizione, mentre Pellizza e Sottocornola vi si sarebbero avvicinati di lì a poco. A pianoterra si potrà ammirare la grandiosa e magnifica Maternità (1890-1891) di Previati di proprietà del Banco BPM che ritorna nel capoluogo piemontese dove non è mai stata esposta e che, proprio per l'eccezionalità del prestito, si potrà ammirare con ingresso gratuito.

L'opera è frutto di due anni di sperimentazione pittorica ed è una reinterpretazione in chiave laica del tema rinascimentale della Madonna col bambino circondata dagli angeli. Pennellate di colori puri, a pioviscolo nel cielo e a lunghi filamenti flessuosi che disegnano le forme, traducono uno stato di meraviglia tra realtà e sogno. Si parlò addirittura di "eclisse di genialità". La novità della tecnica che veicola un innegabile misticismo suscitò l'accanimento della critica non ancora pronta ad accettarne né simbolismo né modernità pittorica. Al primo piano troviamo esposte alcune tra le opere più celebri presentate a quella Triennale, lavori già divisionisti, oppure appartenenti ad artisti che a breve avrebbero sperimentato questa nuova tecnica: Vacca bagnata (1890) di Segantini, Un consiglio del nonno - Parlatorio del luogo Pio Trivulzio (1891) di Morbelli, Bosco (1887-1891-1912) di Grubicy, Il mediatore (1891) di Pellizza da Volpedo e Fuori di porta (1891) di Sottocornola, L'oratore dello sciopero (1890-1891) di Longoni.

Questo dipinto, uno dei "manifesti" del divisionismo, si contraddistingue, grazie al taglio fotografico, per la sua audace composizione di straordinaria ampiezza. Il crudo realismo del cromatismo del disegno rivela una volontà di fare della pittura uno strumento di militanza politica. Tramite la tecnica, non ancora rigorosa nella divisione del tono, dalla pennellata espressiva e dal colore acceso, il dipinto proclama una ineluttabile corrispondenza tra tematica e linguaggio pittorico.

- L'affermarsi del divisionismo

Nella terza sezione, incentrata sul trionfo del Divisionismo e i suoi principali interpreti, trovano spazio capolavori come All'ovile (1892) di Segantini, dipinto da tempo assente dalla scena espositiva, Fontanalba (1904-1906) di Fornara, Riflessioni di un affamato (1894) di Longoni, La Diana del lavoro (1893) di Nomellini, Sogno e realtà (1905) di Morbelli. Accanto ad essi altre pregevoli opere di Fornara, Longoni, Nomellini, Grubicy e Sottocornola. All'ovile di Segantini fa parte di un ciclo di tre opere dedicate agli effetti della luce di una lanterna in un ambiente buio.

Queste tele traspongono in un linguaggio sperimentale moderno gli stilemi della tradizione luminista seicentesca, da Caravaggio a Le Nain senza dimenticare i Fiamminghi o gli effetti luministi delle acqueforti di Rembrandt, che Segantini ben conosceva. Il soggetto riprende il parallelo tra l'essere umano e l'animale, la maternità come fatto naturale che unisce le creature bisognose di luce, tenerezza e caldo. Segantini aggiunge in questa opera oro in polvere e in particelle incorporate ad impasto fresco in modo di accentrare la luce ambientale sul dipinto per creare un suggestivo luccichio che fa ulteriormente vibrare la luce. Come sempre in Segantini colpisce una profonda capacità di suggerire l'essenza delle cose, la loro fisicità: tutto prende vita persino il tepore.

Fontanalba di Fornara è il capolavoro che conclude il ciclo dedicato all'alpeggio estivo della valle Vigezzo, detto "in sui" dove il pittore trascorse le estati dal 1903 al 1905. Punta "Fontanalba" è la scheggia di uno dei tanti dirupi che dai 2259 metri domina una zona desolata, di scarsa vegetazione, punteggiata da laghetti. Iniziato in un momento in cui Fornara aveva finalmente superato l'immenso dolore della scomparsa nel 1899 di Segantini, del quale era stato l'assistente a Maloja, il dipinto fu ultimato nello studio nella natia Prestinone, usando materiale previamente elaborato in luogo: disegni, fotografi, e studi ad olio. (...)

Nel celeberrimo dipinto di Longoni, Riflessioni di un affamato colpisce la maturazione della tecnica divisionista, una tessitura raffinatissima di segni senza spessore che catturano la luce bianca di un giorno nevoso e i suoi riflessi. Il taglio compositivo è da illustrazione, ma la voluta freddezza del linguaggio coloristico esprime senza cadere nel pathos l'estraneità del ragazzo, l'affamato infreddolito che guarda con dolorosa curiosità la copia benestante a tavola, al caldo. Il dipinto traduce con forza la diseguaglianza sociale in una città in cui i poveri aumentano esponenzialmente in funzione dell'arricchimento dei pochi.

- Pellizza da Volpedo. Tecnica e simbolo

La quarta sala è interamente dedicata a Pellizza da Volpedo, con cinque opere fondamentali nel percorso dell'artista: Il ponte (1893-1894), Il roveto (Tramonto), (1900-1903), La processione (1893-1895), Sul fienile (1893-1894) e Nubi di sera sul Curone (1905-1906). Il ponte è un vero gioiellino: considerato primo dipinto pienamente divisionista di Pellizza, non era stato più visto dopo la storica mostra del Divisionismo italiano a Trento nel 1990, ed è riapparso a Milano nel 2012 in una piccola mostra presso la GAM Manzoni.

Nel 1892, data presunta dell'opera, Pellizza studiava i trattati dell'ottica da circa due anni, influenzato sia dagli scritti di divulgazione di Grubicy che dall'incontro con Nomellini a Genova. Le indagini riflettografiche hanno appurato che Pellizza parte da una stesura bianca a basi di piombo preconizzata da Seurat, alla cui tela La grande Jatte fa riferimento. In realtà non siamo in presenza di un uso sistematico dei puntini; anche se vengono usati, sono bilanciati da filamenti di colori lunghi e corti, più raramente circolari come nelle nubi del cielo. L'opera è composta a partire di forme geometriche all'interno delle quali i colori complementari diventano elemento vibratile e si scagliano sullo sfondo bianco facendo emergere la luce anche dal gioco grafico.

Sul Fienile viene ideato nell'estate 1892, osservando di fronte allo studio il fienile di casa in ombra mentre al di là di quella struttura rettangolare si dipanava la campagna rutilante di luce, Pellizza ebbe l'idea della fine di una vita contrastante con lo scenario della natura. Diventò così il dipinto che ritrae un operario agricolo senza dimora o famiglia, che si ritrova a finire i suoi giorni sul giaciglio di paglia del fienile. Si tratta di una delle opere più commoventi dell'artista, meditazione sulla morte senza sovraccarico ideologico. (...)

- Il colore della neve

La quinta sezione propone un focus sul tema della neve, con opere di Segantini - il celebre Savognino sotto la neve (1890), Fornara - con il magnifico Vespero d'inverno (1912-1914) che sarà restaurato per la mostra, Cesare Maggi, Morbelli, Matteo Olivero, Pellizza e Tominetti. Savognino sotto la neve di Segantini non è stato più esposto dal 1970, quando figurò alla esposizione che la Royal Accademy di Londra dedicò al Neo-Impressionismo europeo e alla celeberrima mostra della Società Permanente di Milano dedicata al Divisionismo Italiano. (...) È un unicum nella produzione di Segantini: rarissimi sono i paesaggi puri, e inoltre questo ha un che di espressionista non riscontrabile altrove nel corpus dell'artista.

Segantini parlava della neve come morte di tutte le cose ed è proprio il sentimento che permea la tela. Crepuscolo invernale (1906) è uno dei paesaggi più lirici di Pellizza, tra gli ultimi realizzati dall'artista. La veduta in cui la neve si carica di tutte sfumature del prisma è articolata su una composizione serrata. Un ruscello tra due chiuse, un ponticello vagamente giapponese e la vasta distesa dei colli che l'assenza del cielo rende ancora più infinita, sono gli elementi portanti dell'immagine e sembrano racchiudere la dolcezza della luce crepuscolare. Pellizza non lascia nulla al caso. Persino la figura della donna che corre e i gelsi brulli dalle forme contorte, sono stati inseriti per rompere il rigore geometrico. Il 14 giugno 1907, non reggendo al colpo della morte della moglie e del figlio neonato, il pittore si sarebbe impiccato nel suo studio. Il dipinto che vi era rimasto, sarebbe stato esposto, per la prima volta, alla mostra postuma organizzata da Ugo Ojetti e Morbelli alla Biennale di Venezia del 1909.

- Previati Verso il sogno

Nel corridoio di accesso il magnifico e grandioso Migrazione in Val Padana (1916-1917) di Previati introduce altre quattro opere dell'artista tra cui le tre Marie ai piedi della croce (1888), mai più visto dal 1920, il trittico Sacra famiglia (1902) e Il vento o Fantasia (1908) prestato dal Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera. Il dipinto Migrazione in Val Padana, proveniente dalla collezione del figlio Alberto Previati è giunto verso la metà degli anni Trenta del Novecento presso la collezione privata Enel di Genova - Distretto Liguria che tuttora lo conserva. L'ultima uscita dell'opera è avvenuta in occasione della mostra antologica "Gaetano Previati (1852 - 1920)" presso Palazzo dei Diamanti a Ferrara nel 1969. Il trittico, la cui configurazione come un fregio in sequenza è pervasa da una luce visionaria e ne demarca la sua natura onirica e simbolista, si mostra dunque al pubblico dopo un'assenza di cinquant'anni. Il dipinto rievoca i tramonti autunnali della campagna e del paesaggio ferrarese, una "migrazione" spazio-temporale verso il passato per uno sguardo oltre il visibile, "l'eterna peregrinazione dell'umanità che va lentamente verso la luce della perfezione".

- Segantini. Il gioco dei grigi

Nella sesta sala protagonisti sono sette magnifici disegni di Segantini, dove la superba tecnica dell'artista emerge in tutta la sua potenza. Tra essi svettano Ave Maria sui Monti (1890), Vacca bianca all'abbeveratoio (1890), Rododendro (1898), che riappare in pubblico dopo più di un secolo, e La natura, disegno di presentazione (1898). Quest'ultimo è un monumentale foglio, di straordinaria raffinatezza grafica. Assoluto capolavoro del disegno simbolista di fine secolo, non è uno studio per il dipinto centrale del Trittico della Natura (Museo Segantini, Saint Moritz) bensì un disegno di presentazione che lo riprende particolare per particolare, traducendone il cromatismo e la materia in sfumature di grigio, neri e biancastri, giocati contro il giallo/marrone della carta grezza in infinite variazioni di tratti.

Il disegno mantiene le stesse proporzioni e traduce la strabiliante monumentalità dell'opera ad olio, che fece poi parte, con i due pannelli laterali La Vita e La Morte del Trittico della Natura esposto all'Esposizione Universale di Parigi del 1900. La loro presenza in mostra illustra la funzione che queste opere su carta, eseguite in casa, durante le lunghe serate o giornate rigide in cui non era possibile lavorare all'aperto, assumevano per Segantini. Declinate in un'infinite varietà di tecnica - carboncino, gessi, matite dure colorate, pastelli, inchiostro, acquerello, tempera, anche sovrapposti - andavano a colmare il vuoto di olii già venduti divenendo a loro volta un vero e proprio laboratorio figurale.

- Il nuovo secolo. Gli sviluppi del divisionismo.

Chiude l'esposizione una sezione su l'evoluzione del Divisionismo nei primi decenni del Novecento con imponenti opere dei principali interpreti: Primavera della vita (1906) e Sorriso del lago (1914) di Longoni, Alba domenicale (1915) e Meditazione (1913) di Morbelli, Baci di sole (1908) e Sole e brina (1905-1910) di Nomellini, Ora radiosa (1924-1925) di Fornara, cui si aggiungono tele di divisionisti meno noti e legati al territorio lombardo-piemontese quali Angelo Barabino, Carlo Cressini, Cesare Maggi, Filiberto Minozzi e Matteo Olivero. (...)

Nomellini cita e traduce in un linguaggio decisamente novecentista il miglior Renoir del Déjeuner des Canotiers (1882) o il Monet dell'inizio degli anni di Giverny, nella prima metà degli anni 80. Siamo lontani sia dai pointillistes francesi che dai contemporanei Pellizza o Morbelli. È una pittura che si affida al colore come cromatismo, luce e trascrizione dei piani. Un catalogo scientifico accompagna l'esposizione. Il saggio della curatrice è corredato da schede biografiche degli artisti, con schede critiche delle singole opere affidate agli specialisti di riferimento e apparati bibliografici ed espositivi. (Estratto da comunicato stampa Studio Lucia Crespi)




Arte e Arti
Pittura, grafica e fotografia nell'Ottocento


termina lo 02 febbraio 2020
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Cantone Ticino)

Quanto può influire un'invenzione tecnica sul modo in cui guardiamo il mondo? Cosa è accaduto alla pittura e alla scultura quando a metà Ottocento la fotografia arriva a sconvolgere il concetto stesso di arte, come da secoli lo si era pensato? Cosa ne è dell'opera d'arte "nell'epoca della riproducibilità tecnica", arrivata oggi alle estreme conseguenze, in un mondo in cui siamo sommersi dalle immagini?

È nota la frase di Paul Gaugain: "Sono entrate le macchine, l'arte è uscita. Sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile". Orgoglio e pregiudizio. Da un lato il pittore che vede nel suo lavoro la vera arte, dall'altro l'idea che con l'arte si crei, con la fotografia si riproduca solo meccanicamente. Un dogma sviluppatosi a metà Ottocento che ha continuato a dominare anche nei decenni successivi e che, sia pure a denti stetti, alcuni continuano a praticare ancora oggi. La fotografia darà invece origine ad un nuovo modo di rapportarsi al reale e molti saranno gli artisti che sapranno fare un uso originale del nuovo mezzo.

La mostra propone un confronto serrato e stimolante tra fotografie, dipinti, incisioni, disegni, libri, permettendo di comprendere come quella di metà Ottocento fu una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere la realtà e di diffondere conoscenze e informazioni da cui non ci sarebbe stato ritorno. Molti gli importanti elementi di riflessione che emergono dal confronto tra le arti: pittura, fotografia, incisione. L'epicentro dello scontro ideologico, o dell'utile connubio, tra obiettivo e pennello, è collocato in Francia, laddove è nata la fotografia. Erano gli anni dello sviluppo della pittura en plein air che condusse all'Impressionismo. È ad uno straordinario artista che di questa transizione fu protagonista, Jean-Baptiste-Camille Corot, che la mostra alla Züst riserva un originale omaggio. Del grande maestro vengono proposti paesaggi straordinari: dipinti, disegni e incisioni.

Accanto ad una suite d'eccezione di suoi cliché-verre, punto di trasmutazione tra fotografia e arte figurativa. Oggi rarissimi, essi sono letteralmente "immagini di vetro": una lastra di questo veniva ricoperta da uno strato di materiale opaco, che veniva poi inciso dall'artista. In seguito si effettuava la stampa su carta fotosensibile che, esposta alla luce, fissava l'immagine. Ne sortivano visioni dal grande fascino. La mostra presenta quindi una carrellata di opere provenienti da Arras, nel periodo in cui fu il luogo delle invenzioni delle tecniche, mentre Fontainebleau era la fonte di ispirazione paesaggistica dei pittori di Barbizon come Daubigny, Desavary, Dutilleux e Théodore Rousseau, allargando sull'italiano Fontanesi.

Una precisa citazione è quindi riservata a Millet, le cui opere venivano diffuse ricorrendo alla tecnica della eliografia. La mostra approfondisce esempi offerti da noti pittori ticinesi e italiani. Luigi Rossi ai primi del Novecento utilizza, ad esempio, la fotografia quale complemento ideale all'album di schizzi nella costruzione della posa, come avviene nei dipinti Primi raggi e Riposo. Così come Filippo Franzoni fa largo uso della nuova tecnica nella costruzione di autoritratti e paesaggi, mentre Luigi Monteverde inizia addirittura la sua carriera come fotografo. Fra gli artisti italiani saranno proposti lavori di autori che fin dagli anni Sessanta dell'Ottocento hanno affrontato il rapporto con il mezzo fotografico. Tra questi Domenico Induno che in alcuni lavori fece dialogare direttamente i personaggi delle sue tele con le fotografie; di Federico Faruffini che abbandonò la pittura proprio per aprire uno studio fotografico in via Margutta a Roma; di Achille Tominetti, Uberto dell'Orto e Angelo Morbelli, autori che nella loro produzione hanno utilizzato la fotografia come importante mezzo di indagine sul vero.

Ed infine Francesco Paolo Michetti per il quale questa ha avuto ruoli ben diversi, tra gli anni Settanta e i primi Ottanta intesa come un sussidio iconico sostitutivo del modello, tra la metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta come strumento conoscitivo di indagine sul vero, per poi diventare, dopo il 1900, espressione autonoma della creatività dell'artista. Da non tralasciare il nucleo di approfondimento che la mostra riserva ai tre artisti della famiglia Vela: ai due scultori - il celebre Vincenzo e suo fratello Lorenzo, specializzato nel raffigurare animali - ma anche a Spartaco, interessante pittore. Un'apposita sezione servirà a documentare tecniche e strumenti a supporto della riproduzione delle immagini: macchine fotografiche e lastre d'epoca, stereoscopio, ma anche pietra litografica, tavola silografica, rame.

In catalogo saggi di Matteo Bianchi, curatore della mostra, Elisabetta Chiodini, studiosa dell'Ottocento italiano, e, sul versante francese, di Mélanie Lerat - conservatrice del Musée des Beaux-Arts d'Arras -, di Michel Melot - già conservatore del Cabinet des Estampes della Bibliothèque nationale di Parigi - e di Dominique Horbez, autore del volume D'Arras à Barbizon. L'intera mostra si snoda su un binario doppio: una "linea" riservata ai dipinti, una parallela alle fotografie (con importante presenza di originali) che ricostruiscono il processo creativo seguito dagli artisti. Un tema affascinante, indagato anche attraverso la presenza di numerosi inediti da collezioni private, che questa rassegna ha il merito di far scoprire al grande pubblico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto a tecnica mista su tela di cm.79x65 realizzato nel 2019 da Domenica Regazzoni denominato Henna Domenica Regazzoni | Lucio Dalla | a 4 mani
27 febbraio (inaugurazione ore 18) - 19 marzo 2020
Palazzo d'Accursio - Bologna
www.regazzoni.net

Una selezione di trenta opere per la gran parte inedite realizzate da Domenica Regazzoni e a cura di Silvia Evangelisti. L'esposizione si concentra sulla stretta relazione tra arte e musica che caratterizza da sempre la poetica di Regazzoni e, come suggerisce il titolo derivato da una dichiarazione dello stesso Dalla di vent'anni fa, esprime il profondo e lungo legame tra il cantautore e l'artista, la quale vuole ricordarlo simbolicamente proprio nel periodo dell'anno in cui ricorrono nascita e scomparsa dell'indimenticabile musicista bolognese (4 marzo 1943 - 1 marzo 2012).

Le opere esposte, realizzate dal 1998 al 2019, restituiscono sulla tela le emozioni suscitate dalle liriche di Lucio Dalla, amico di sempre. Quattordici sono le canzoni scelte che hanno ispirato i lavori (e i loro titoli) - da Henna a Com'è profondo il mare, da Milano a Scusa, da Cosa sarà a L'ultima luna, per citarne alcuni - di cui nell'atmosfera raccolta, intima e avvolgente dell'allestimento, leggiamo brevi pensieri riportati sulla base dei pannelli espositivi, per creare un'esperienza artistica totale grazie all'intreccio di luce, suono, colore e parola. Il visitatore è quindi chiamato a lasciarsi coinvolgere dal dialogo ininterrotto tra le immagini, i versi e la musica diffusa nella sala, vera e propria colonna sonora della mostra che propone un inedito arrangiamento, nato dalla collaborazione tra Lucio Dalla e Cesare Regazzoni, fratello dell'artista, di Nun parlà e Occhi chiusi, scritta da Dalla per Gianni Morandi.

Nei lavori esposti risalta immediatamente all'occhio lo spessore materico, restituito da juta, gesso e colori a olio, che caratterizza la cifra stilistica di questa collezione e svela, tra le righe, la sperimentazione scultorea intrapresa dall'artista a partire dal 2003 in memoria del padre, maestro liutaio, scomparso qualche anno prima. Ne derivano così creazioni fortemente liriche, come Caruso (2019, olio su tela e collage, cm 150x120) ispirata dal verso "ma quando vide la luna uscire da una nuvola / gli sembrò dolce anche la morte" dell'omonima celeberrima canzone del 1986, universalmente riconosciuta tra i capolavori della musica contemporanea con i suoi nove milioni di copie vendute in tutto il mondo in decine di versioni e di cui resta memorabile l'interpretazione di Luciano Pavarotti; oppure Le rondini (2000, pastello su tela, cm 125x135), i cui tenui colori sembrano rappresentare l'invocazione "E con la polvere dei sogni volare e volare" della canzone di Dalla del 1990.

Accanto si trovano lavori più materici, con 'frammenti di mondo' concreti e forti come le parole dalle quali si sono originati, come Amen (1998, medium misto su tela, cm 61,5x30) con "quel pezzo del mio cuore che / è ancora lì... lì con me / e ogni tanto batte senza un perché" dall'album del tour del 1992, e Notte (2000, medium misto su tela, cm 121x113), "dura da masticare a pezzi fra i denti / notte da sputare" dal brano scritto nel 1971 ed edito solo nel 2011 nell'imponente raccolta Questo è Amore; fino al quadro-scultura Ciao (2016, assemblaggi, cm 63x63) in cui una mano e un piede connessi da una catena rappresentano fisicamente l'espressione "di là qualcuno muore / qualcun altro sta nascendo" tratta dal singolo che dà il nome all'album del 1999.

E ancora nei soggetti si va da una suggestione di figurativo - come in (2001, olio su tela, cm 80x80) in cui si ravvisa l'idea di un astro suggerito da "lontano da ogni cosa / su una stella luminosa" - all'astrattismo più totale di Baggio Baggio (2019, medium misto, cm 95x95), tripudio di arancione, blu, bianco, oro e ocra, pur nato dall'impressione "il cielo è nero e tu sei lì da solo / dentro di te... c'è un qualcosa e non sappiamo cos'è... / è l'anima", appartenente al brano dedicato al calciatore punta di diamante del Bologna Football Club nella stagione 1997/98, cui Dalla era sfegatato tifoso (del brano, incluso nel disco Luna Matana, ancora compare, come coautore, Cesare Regazzoni).

"Sono quadri sorprendenti, svelano delle sfumature dei miei brani che io stesso non conoscevo. Aggiungono significato e completano le mie canzoni", sosteneva Lucio Dalla in un'intervista nel 2000. In conclusione, nei quadri di Domenica Regazzoni è possibile leggere "paesaggi, ispirati alle parole delle sue canzoni", come evidenzia la curatrice Silvia Evangelisti, testimone del legame tra artista e musicista dal 2001, anno in cui lo stesso Lucio le presenta entusiasticamente l'arte di Domenica. Scenari ravvisabili nella composizione o solo intuibili mentalmente, ma tutti scaturiti da una "meditazione pittorica interiore, perché le canzoni - di Dalla - toccano le corde più profonde dell'essere", sottolinea l'artista stessa, che del compositore-musicista-cantante-attore-regista sembra esprimere nelle sue opere pittoriche tutto l'amore per l'arte e la bellezza.

La mostra è organizzata in collaborazione con il Comune di Bologna e la Fondazione Lucio Dalla. Il percorso espositivo è completato da un breve filmato che raccoglie significative interviste in cui lo stesso Dalla dà sentita testimonianza della profonda amicizia con Regazzoni. Affianca la mostra un esaustivo catalogo realizzato con la MR Fine Art di Milano, galleria di riferimento per le opere di Domenica Regazzoni, con un'inedita intervista di Silvia Evangelisti all'artista.

Domenica Regazzoni (Valsassina, 1953) inizia a dipingere nei primi anni Settanta frequentando, a Milano, l'Accademia di Brera e nel 1992 per la collana "All'insegna del pesce d'oro" di Vanni Scheiwiller illustra "Canto Segreto", una raccolta di poesie di Antonia Pozzi. Nel 1997 è tra gli artisti selezionati al corso internazionale "Libero blu", organizzato dalla Galleria Blu di Milano. Quindi, ispirandosi alle più poetiche canzoni di Mogol e di Lucio Dalla, nascono le mostre "Colore Incanto" e "Regazzoni&Dalla". Tra il 1997 e il 2001 espone a Tokyo, in Giappone, e in numerose città italiane tra cui Milano alla Fondazione Stelline, Roma al Complesso del Vittoriano e Bologna nell'ex Chiesa di San Mattia, eventi a cui Dalla partecipa attivamente. Nel 2000 torna a Tokyo per presentare una monografia ispirata alla poesia Haiku edita da Viennepierre.

Nello stesso periodo, in seguito alla scomparsa del padre Dante Regazzoni, grande liutaio lombardo, realizza la mostra "Dal Legno al Suono", a cura di Gillo Dorfles, ispirata all'arte della liuteria. Si susseguono numerose esposizioni in Italia e all'estero, in prestigiose sedi private e istituzionali. Negli anni si accosta all'incisione e frequenta a lungo la stamperia di Giorgio Upiglio. Nel 2009 la sua grande scultura in bronzo The Broken Violin è collocata in permanenza nel Coltea Park nella piazza dell'Università di Bucarest. Nel 2012 è a Milano con il grande fotografo Gabriele Basilico. Nel 2015 per Milano Expoincittà espone al Palazzo della Permanente insieme all'incisore cinese Lu Zhiping, in collaborazione con il Padiglione della Cina. Nel 2017 partecipa alla Triennale di Roma. (Comunicato Ufficio Stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Foto Cicala Voghera tratta dall'Archivio Storico Indire realizzata neli anni Trenta denominata Esercizi ginnici, Regio istituto Tecnico Agrario Carlo Gallini, Voghera (Pavia) Sport, sportivi e giochi olimpici nell'Europa in guerra (1936-1948)
termina lo 06 febbraio 2020
Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia - Varallo
www.storia900bivc.it

In occasione del Giorno della Memoria 2020, l'Istituto organizza, con la compartecipazione del Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, l'esposizione realizzata dal Mémorial de la Shoah di Parigi, che approfondisce il rapporto tra sport e dittatura negli anni Trenta e Quaranta, con particolare riferimento alla Germania nazista e al resto dell'Europa occupata. Il periodo che va dai Giochi Olimpici di Berlino (1936) a quelli di Londra (1948) coincide con un'inedita politicizzazione dello sport. Esaltando il corpo degli atleti, le discipline sportive diventano sinonimo di inquadramento delle popolazioni, di propaganda ideologica e diplomazia. Ma lo sport è anche un ambito di resistenza al nazismo.

Il 26 gennaio e il 2 febbraio, alle ore 17.30, presso la sede espositiva, Daniele Conserva leggerà alcuni brani dedicati al tema della nShoah con accompagnamento musicale. Per le scuole sono previste visite guidate, su prenotazione, fino al 12 febbraio 2020. L'iniziativa è organizzata con il patrocinio di Città di Varallo, Unione montana dei Comuni della Valsesia, Comunità ebraica di Vercelli, Biella, Novara e Vco, Anpi Varallo e Alta Valsesia. (Comunicato stampa)




Dipinto a tecnica mista su tavola di cm.100x80 realizzato da Ilaria Caputo denominati Giardino sinottico Dipinto a olio e matita su tela di cm.70x40 di Ilaria Caputo denominato Il rimprovero Dipinto di Ilaria Caputo nella locandina della mostra Ilaria Caputo
"Oltre il giardino"


termina lo 01 febbraio 2020
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

Omaggio alla Natura, declinata nelle sue infinite sfumature dai pennelli e dai colori di Ilaria Caputo. Ventotto opere dell'artista palermitana esplorano la bellezza "dentro e fuori il giardino", che diventa luogo dell'anima, rifugio, sogno e spunto di meditazione. Composizioni floreali, giochi di prospettiva tra interno ed esterno, nature morte ed esemplari del mondo animale e vegetale, animano con raffinate cromie le tele in mostra. La natura è senz'altro uno dei fili conduttori nel lavoro della pittrice. Nei suoi quadri sbocciano fiori, gatti sornioni s'apprestano a miagolare e il rumore dell'acqua arriva da lontano, fra nature morte velate da rami d'ulivo. Si tratta una natura per scorci eleganti, per tratti precisi e allo stesso tempo fulminei che difficilmente si uniscono in un paesaggio, preferendo invece vivere per istanti separati. È una figurazione decisa, quella di Ilaria, e tuttavia è un'armonia in cui ogni elemento è in bilico, pronto a frantumarsi nella sua essenza più profonda per tornare, silenziosamente, alle caleidoscopiche possibilità di un arcano inizio. (Comunicato stampa)




Composizione con rettangoli, quadrati e cerchio realizzata da Luca Guizzardi in mostra alla Galleria Cortina Composizione geometrica con quadrati, cerchi e triangoli realizzata da Luca Guizzardi nella rassegna alla Galleria Cortina Luca Guizzardi
Archetipi del presente


11 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 22 febbraio 2020
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Figlio d'arte, il padre Rialdo infatti era pittore illustratore negli anni immediati al dopoguerra, periodo in cui conobbe e collaborò con l'illustratore Walter Molino. Si iscrive all'Accademia di Brera nel 1978 e frequenta i corsi di pittura, scultura e decorazione sotto l'insegnamento di Walter Lazzaro e Domenico Purificato, e segue i corsi di storia dell'arte di Raffaele De Grada anche se la vera scuola è stata quella a fianco del padre. Pur essendo da sempre appassionato alla pittura realista e verista dell'Ottocento Italiano, cui si è ispirato per la maggior parte del suo lavoro pittorico e di restauro, ha voluto rinnovarsi creando composizioni particolari abbinate ad uno studio geometrico e cromatico.

Le sue opere sono una finestra verso un mondo delle idee, un iperuraneo fatto di geometrismi e oggetti archetipici, simboli di quotidianità in uno spazio universale. I colori e le forme intrecciano favole al contempo semplici e complesse, come un racconto per bambini che sotto una più palese e chiara lettura nasconde un substrato di significati secondari e connessioni che, il bambino, o in questo caso il fruitore è costretto ad elaborare da se. Dubbi, domande, risposte e poi ancora dubbi è il cammino che l'autore delle tele ha previsto per i loro spettatori, un cammino in cui ognuno si ritrova a cogliere, nonostante l'apparente caos traboccante di quesiti, una sfumatura di ignara allegria: la gioia di ritrovarsi tra le cose familiari. La mostra è curata da Mafalda e Stefano Cortina. (Comunicato stampa)




Opera di Simonetta Ferrante nella locandina della mostra Simonetta Ferrante: "Take my breath away"
termina il 14 febbraio 2020
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net | Locandina

Opera site-specific di Simonetta Ferrante, che inscena uno spazio laico per la meditazione, tracciato da fili in cui fluttuano fogli calligrafici e altri materiali simbolici. Curata da Jacqueline Ceresoli, l'installazione ambientale nasce dalla necessità dell'artista di sintetizzare il suo bagaglio di conoscenze e esperienze, frutto dell'indagine introspettiva, in un'unica opera ambientale, summa poetico della sua lunga attività di ricerca intorno alla carta e altri materiali organici e industriali, combinati tra loro in maniera armonica, in bilico tra spiritualità, misticismo e razionalismo. Con questa opera, per la prima volta, si apre alla messa in scena di nuove sensazioni tattili, materiche ed emotive attraverso il corpo come prolungamento del gesto artistico attraverso una performance da lei ideata.

Il lavoro di Simonetta Ferrante (Milano, 1930) si distingue per una straordinaria continuità che le ha permesso di attraversare la seconda metà del Novecento fino a tutto il primo ventennio dei 2000 passando dalla professione di progettista grafico alla pittura, dalla calligrafia alla sperimentazione artistica. Un percorso in cui si ritrovano costantemente forma, colore, segno scrittorio nella ricchezza di una produzione che conta varie tipologie di artefatti: dal monotipo al marchio, dal manifesto al libro d'artista, al packaging, alla pittura. Artista poliedrica che ha saputo rendere il sentimento con lieve spiritualità intrecciando parole e inventando segni grafici di grande effetto plastico, la tradizione a cui si riallaccia è quella dell'informale segnico. Il nucleo principale della suo lavoro è costituito da una raffinata ricerca calligrafica dove il segno calligrafico è il vero e indiscusso protagonista.

Ferrante infatti deriva il proprio linguaggio a partire dalle esperienze segniche legate a una sorta di modello di scrittura e di alfabeto completamente sganciato dalla parola come significato per farne invece esplodere il valore di puro significante. Take my breath away inscena un tracciato creato da fili tesi nello spazio da cui fluttuano fogli calligrafici - come le preghiere scritte su tela che i buddisti tibetani appendono a corde installate sui loro monti - e altri materiali simbolici. Spiccano appese al filo otto tuniche dei monaci, di colore marrone, infilate su portabiti di ferro, come evocazioni di presenze/assenze di ritualità sottese. Tracciano viatici di meditazione l'intreccio di materiali diversi, che alterano la percezione dello spazio e conducono lo spettatore in un cerchio composto da ciotole di metallo contenenti cumuli di riso, al centro dei quali si trovano candele di varie dimensioni.

Una lunga striscia di tela stampata appesa a muro che si espande sul pavimento, decorata con foto di collages dell'autrice, intriga il visitatore con un dinamico groviglio di linee sottili e discontinue: segni asimmetrici e germinanti dalle direzioni casuali paradossalmente ordinati, fluidi come il pensiero, alfabeti enigmatici, timbri che sembrano imprimere su carta il respiro dell'aria, il soffio vitale del mondo, dal ritmo misterioso scandito dal suono di una campana tibetana da "sentire", oltre che da vedere con gli occhi della mente. L'opera ambientale ammantata dall'ombra in cui occidente e oriente s'incontrano, inscena un tempio del silenzio di essenze dell'invisibile, luogo della meditazione, dove tutto è calma, lentezza e riflessione. In questa "stanza" dell'anima, metaforicamente si ascolta un dialogo tra corpo e anima, gesto e mente, spazio interno ed esterno, negativo e positivo, vuoto e pieno, luce e ombra. Stadi emotivi in tensione verso l'assoluto. L'installazione che si è potuta realizzare grazie anche alla collaborazione del m.a.x. museo di Chiasso, è accompagnata da un video realizzato da Alice Airoldi e da una composizione sonora ideata per l'occasione da Giorgio Magnanensi.

La formazione di Simonetta Ferrante è nel campo dell'arte e della musica. Diplomata nel 1948 al Liceo Artistico, si dedica all'insegnamento. Consegue il Diploma di pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Frequenta a Londra la Central School for Art and Crafts e nel 1958 consegue il Diploma di Graphic Design, Pittura e Disegno. Dal 1959 al 1984 opera nel campo della grafica, dedicandosi solo saltuariamente alla pittura. È consulente di Aziende e di Case Editrici e dal 1971 contitolare di uno studio specializzato in immagine di prodotto, packaging, editoria. Dal 1975 partecipa ai corsi di Pittura e Disegno a Londra e nel Galles, sotto la guida di Dennis Creffield, John Epstein e Cecil Collins. Questa esperienza segna una svolta nella sua vicenda di artista. Mentre sviluppa il suo lavoro di artista, Simonetta Ferrante "inventa" un'attività di grande interesse umano e professionale.

Nel 1984, elaborando un suo metodo che riunisce genialmente gli insegnamenti di vari maestri, fonda il Centro dell'Immagine e dell'Espressione, un'attività ampia e coordinata all'interno della quale Simonetta Ferrante invita altri artisti a collaborare con lei per tenere corsi di espressione figurativa, aperti a tutti, che si basano sulla riscoperta della creatività. Sue opere si trovano in numerose collezioni private e in diverse collezioni pubbliche tra le quali l'Archivio di Calligrafia di Berlino, la Raccolta Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano, il Contemporary Museum of Calligraphy di Mosca, la Collezione Calderara di Vacciago (lago d'Orta), il MAX Museo di Chiasso (CH), il MART di Trento e Rovereto, il Museo del Novecento di Milano e sono state pubblicate in Letter Arts Review, la più importante rivista internazionale per calligrafi e artisti del lettering. (Comunicato stampa)




Opera di dadamaino nella mostra Dare Tempo Allo Spazio Dadamaino: "Dare tempo allo spazio"
termina lo 05 febbraio 2019
Galleria A arte Invernizzi - Milano
* Video della mostra

Mostra personale di Dadamaino (Milano, 1930-2004), che ripercorre i diversi momenti della ricerca dell'artista mettendo in luce l'unitarietà e la continuità che ne hanno segnato le scelte estetiche e personali nel corso del tempo. "Nella feconda stagione di radicali azzeramenti linguistici - scrive Bruno Corà - a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio del 1960, accanto alle proposte degli artefici di Azimuth Piero Manzoni ed Enrico Castellani, trova posto l'azione affiancatrice dell'opera di Dadamaino, integra figura tra quelle emerse dalla tensione spazialista avviata da Fontana. Ma, non diversamente da quegli artisti, Dadamaino raggiunge rapidamente un'autonomia linguistica autorevole e autonoma". In occasione della mostra verrà pubblicato un volume bilingue che ripercorrerà l'iter creativo di Dadamaino dalla fine degli anni Cinquanta al 2000, con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Bruno Corà, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

All'ingresso della galleria si trova l'opera Oggetto ottico-dinamico (1962), in cui le diverse tessere in alluminio applicate su tavola dall'artista creano delle "scacchiere" variabili che guidano lo sguardo attraverso percezioni illusorie. Al primo piano della galleria sono esposti tre lavori appartenenti al ciclo de "La Ricerca del colore" (1967) in cui l'artista ha approfondito il rapporto che viene ad instaurarsi fra diverse coppie di colori combinate, in termini quantitativi e qualitativi, utilizzando i sette colori dello spettro (rosso, arancio, giallo, verde, celeste, blu e violetto) associati con bianco, nero e marrone. Nella stessa sala sono presenti anche due tavole del ciclo "Cromorilievi" (1974), in cui l'intenzionalità pittorica emerge, più che dalla variazione dei toni, dalla disposizione degli elementi geometrici utilizzati da Dadamaino per creare molteplici effetti dinamici e luministici che alludono alla profondità visiva.

Nella seconda sala del piano superiore si trovano i lavori del ciclo "L'inconscio razionale" (1975-1977), in cui l'intreccio perpendicolare di linee orizzontali e verticali, che affiorano e si nascondono in modo discontinuo sulla superficie, si apre a componenti nuove, più legate a criteri irrazionali e inconsci. Negli ambienti successivi dello stesso piano sono esposte opere appartenenti alla serie dei "Volumi", che l'artista ha realizzato tra il 1958 e il 1960, e che si differenziano in diverse tipologie, in relazione al numero dei fori realizzati sulla tela, fino a giungere ai "Volumi a moduli sfasati" (1960) in cui la superficie trasparente viene movimentata dalla fitta successione di fori regolari, praticati su fogli di materiale plastico sovrapposti.

La riflessione sul segno che Dadamaino avvia con "L'inconscio razionale" viene maggiormente indagata al piano inferiore della galleria, dove nelle opere appartenenti al ciclo "Costellazioni" (1984-1987) - tra cui Ennetto, presentato alla XI Quadriennale di Roma del 1986 - si può notare una maggiore e progressiva apertura nel rapporto con lo spazio, in cui viene meno la dipendenza rispetto alla struttura lineare della scrittura. Il segno diviene via via una traccia, senza un preciso ordine di svolgimento, e si identifica come pura energia senza un inizio e una fine. Così, quasi fossero solchi nella superficie, i tratti che percorrono le opere della serie "Passo dopo passo" (1988-1990), "Il movimento delle cose" (1990-1996) e dei successivi "Sein und Zeit" (1997-2000), attraverso un minuto e costante proliferare di segni sulla superficie trasparente del poliestere, racchiudono il rapporto tra l'infinitamente piccolo del gesto preciso e chiuso nel momento definito dall'accadimento e l'infinitamente grande del tempo nel suo continuo scorrere. (Comunicato stampa)

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The A arte Invernizzi gallery opens on Thursday, 28 November 2019 at 6.30 p.m. a solo exhibition of works by Dadamaino (Milan 1930-2004). The event retraces the various stages of the artist's research, revealing the consistency and continuity of her aesthetic and personal choices over the years. "In the highly productive period of the radical resetting of artistic forms", writes Bruno Corà, "in the late 1950s and early 1960, together with the proposals put forward by Piero Manzoni and Enrico Castellani, the creators of Azimuth, came the flanking action of the works of Dadamaino, one of the fully formed artists who emerged from the spatialist ambitions launched by Fontana. Not unlike the other artists, Dadamaino rapidly reached an authoritative artistic autonomy of her own."

At the entrance to the gallery is Oggetto ottico-dinamico [Optical-Dynamic Object] (1962), in which the various aluminium tesserae that the artist applied to the panel form variable "chessboards" that guide the eye through illusory perceptions. On the first floor of the gallery, there are three works from the "La Ricerca del colore" ["The Search for Colour"] series in which the artist examines the relationship that forms between two different pairs of combined colours, in both quantitative and qualitative terms. Here she uses the seven colours of the spectrum (red, orange, yellow, green, blue, indigo, and violet) associated with white, black, and brown. In the same room there are also two panels from the "Cromorilievi" series (1974), in which one can appreciate the intentionality of the painting not so much in the variation in tones, as in the arrangement of the geometrical elements that Dadamaino uses to create multiple dynamic and luminist effects that allude to the depth of the visual field. In the second room on the upper floor are works from the "L'inconscio razionale" ["The Rational Unconscious"] (1975-77).

Here the perpendicular interweaving of horizontal and vertical lines, which appear and disappear in a discontinuous manner across the surface, opens up to new components that are more closely linked to irrational and unconscious criteria. In the following rooms on the same floor there are works from the "Volumi" ["Volumes"] series, which the artist made between 1958 and 1960. There are a number of different types, depending on the number of holes in the canvas, through to the "Volumi a moduli sfasati" ["Volumes in Staggered Modules"] (1960), in which the transparent surface is moved by a dense succession of regular holes made on superimposed sheets of plastic material. Dadamaino's subsequent reflections on impressions, which started with "L'inconscio razionale", is further explored on the lower floor of the gallery, where the works in the "Costellazioni" ["Constellations"] series (1984-87) can be seen to have a gradual opening up in their relationship with space, moving away from the previous dependence on the linear structure of the script.

The mark gradually turns into a trace, without a precise order of execution, and is identified as pure energy, with no beginning and no end. The traces that run through the works, almost as though they were furrows on the surface, in "Passo dopo passo" ["Step By Step"] (1988-90), "Il movimento delle cose" ["The Movement of Things"] (1990-96) and the later "Sein und Zeit" (1997-2000), are created by a constant, meticulous proliferation of signs on the transparent polyester surface. They encompass the relationship between the infinitely small, in the precise, closed gesture in the moment defined by the event, and the infinitely large, in the endless flow of time. On the occasion of the exhibition, a bilingual book will be published, retracing Dadamaino's artistic career from the late 1950s to 2000, with reproductions of the works in the exhibition, an introductory essay by Bruno Corà, a poem by Carlo Invernizzi, and an updated bio-bibliography. (Press release)

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Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione




Stampa a pigmenti su carta Moab Entrada Rag realizzata nel 2010 da Michal Szlaga denominata Stocznia Cantiere Navale (courtesy dell'artista) Michal Szlaga
Stocznia/Cantiere Navale
Documenti di perdita


termina il 20 febbraio 2020
Studio Tommaseo - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Michal Szlaga cattura la desolazione e lo stato di abbandono degli edifici, dei padiglioni e delle infrastrutture di quello che era un tempo un importante sito industriale polacco: la mostra raccoglie 32 fotografie scattate dal fotografo polacco tra il 2004 e il 2013, che documentano lo smantellamento dei cantieri navali di Danzica. La raccolta fotografica costituisce un tentativo di preservare l'immagine del cantiere che, costruito nel diciannovesimo secolo rappresenta ancora oggi uno tra i lasciti industriali più vasti d'Europa. Michal Szlaga ha inoltre pubblicato nel 2013 il libro Stocznia (Shipyard), che raccoglie 300 fotografie scattate nel cantiere. Il cantiere, una volta enorme piazza di lavoro per oltre 15.000 lavoratori, ha visto nascere nel 1980 il sindacato Solidarnosc, che avrebbe dato origine al movimento democratico in Polonia e contribuito alla caduta del blocco sovietico. Negli anni 2000 il cantiere divenne luogo d'incontro per artisti, tra cui lo stesso Szlaga che si trasferì in uno degli edifici del cantiere sede della Kolonia Artystów (colonia degli artisti).

Il lavoro di Szlaga è stato un tassello della successiva protesta che si è sviluppata contro la politica urbanistica neoliberale che ha coinvolto lo scalo di Danzica in un progetto speculativo che consisteva nella demolizione della maggior parte degli edifici presenti e nella conversione di alcuni di essi in complessi residenziali. La mostra sarà accompagnata dalla proiezione video Dal ciclo Cantiere Navale (2010-2012, 10'28''), dallo slideshow con le fotografie 1999-2013 e da una serie di diapositive dei luoghi prima e dopo la demolizione degli edifici. L'inaugurazione sarà una occasione speciale per dialogare direttamente con l'artista che ci racconterà la sua esperienza e di come è riuscito, assieme ad un gruppo di storici dell'arte da lui coinvolti, a bloccare il processo di demolizione di alcuni edifici. La scelta di avere la mostra di Michal Szlaga a Trieste si collega al progetto Harbour for Cultures che Trieste Contemporanea sta svolgendo dal 2017 (con workshop, approfondimenti di studio, mostre d'arte, eventi multidisciplinari e questionari mirati) e che parte dal caso reale del Porto Vecchio di Trieste per immaginare dei possibili luoghi di incontro fra culture diverse.

Michal Szlaga (1978) si diploma all'Accademia di Belle Arti di Danzica dove oggi insegna. La sua attività di fotoreporter lo vede collaborare con numerose riviste polacche quali "Malemen", "Przekròj", "Newsweek"," Twòj styl" e "Viva!". Fin dagli inizi della sua carriera si interessa all'utilizzo ed al riuso degli spazi pubblici e decide di documentare questa realtà in Polonia con un blog photography (Reality, 2007) ed una raccolta di fotografie. Dal 2000, inizia a concentrarsi sul tema del cantiere navale di Danzica e sulla sua importanza storica. Molte delle immagini presenti nel progetto fotografico Stocznia/CantiereNavale sono diventate icone del cambiamento polacco e la serie fa oggi parte della collezione fotografica del Centre Pompidou di Parigi. La collaborazione con il Wyspa Institute of Art, situato negli spazi del cantiere, ha permesso al fotografo di presentare le sue opere in importanti mostre d'arte contemporanea in sede internazionale (Dock Guardians, 2005; Again and Again 1989-2009, 2009). Nel 2007, Michal Szlaga è stato premiato in Polonia con l'International Photo Award 2007. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Federico Fellini | Ironico, beffardo e centenario
20 gennaio - 28 febbraio 2020
Galleria della Biblioteca Angelica - Roma
Presentazione

"Ho ancora una valigia a Berlino" | Reportage fotografico del 1989 di Marco Alberi Auber
termina il 28 febbraio 2020
DoubleRoom arti visive - Trieste
Presentazione

Danilo Rommel: "Il fascino delle vecchie strade"
18 gennaio - 21 marzo 2020
Associazione culturale La Roggia - Pordenone
Presentazione

Douglas Beasley: "Il Paesaggio Sacro Nordamericano"
termina il 23 febbraio 2020
Castello D'Albertis Museo delle Culture del Mondo - Genova
Presentazione

Noi siamo la Minganti | Bologna e il lavoro industriale tra fotografia e memoria (1919-2019)
termina il 10 maggio 2020
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna
Presentazione

Mario Giacomelli
termina il 21 febbraio 2020
Maab Gallery - Milano
Presentazione

Stefano Visintin: "Prospettive"
termina il 28 febbraio 2020
Impresa Sociale "Ad Formandum" - Trieste
Presentazione

Tommaso Bonaventura | 100 marchi - Berlino 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino, 30 ottobre 2019 - 06 gennaio 2020
Fondazione Museo storico del Trentino di Trento, 09 novembre 2019 - 26 gennaio 2020
CRAF - Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia - San Vito al Tagliamento, 18 gennaio 2020 - 22 marzo 2020
Presentazione

Peter Wächtler
termina lo 09 maggio 2020
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
Presentazione

Photology Air 2019/2020 | Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia
22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
Presentazione




Giapponismo
Venti d'Oriente nell'arte europea. 1860-1915


termina il 26 gennaio 2020
Palazzo Roverella - Rovigo

Sul finire del XIX secolo la scoperta delle arti decorative giapponesi diede una notevole scossa all'intera Arte europea. Un potente vento di rinnovamento, se non proprio un uragano, che dall'Oriente investiva modelli, consuetudini stratificate nei secoli, conducendo l'arte del Vecchio Continente verso nuove e più essenziali norme compositive fatte di sintesi e colori luminosi. La svolta avvenne quando, all'inizio degli anni '60 dell'Ottocento cominciarono a diffondersi in Europa, e principalmente in Francia, ceramiche, stampe, ed arredi da giardino dall'Impero del Sol Levante che, pochi anni addietro, nel 1853, si era aperto al resto del mondo. Le prime xilografie si diffusero, dapprincipio, grazie al commercio di vasi e ceramiche, con cui questi venivano "avvolti" e"impacchettati". I preziosi fogli erano spesso i celebri manga di Hokusai o altre brillantissime stampe di Utamaro e Hiroshige che tanta influenza ebbero sugli Impressionisti, sui Nabis, fino alle Secessioni di Vienna e Monaco per concludere il loro ascendente con i bagliori della Grade Guerra trasformandosi in un più generico culto dell'oriente nel corso degli anni 20 e 30 del Novecento.

La moda giapponista, dal 1860 e destinata a durare almeno un altro cinquantennio, coinvolse dapprima la ricca borghesia internazionale, ma soprattutto due intere generazioni di artisti, letterati, musicisti e architetti, trovando via via sempre più forza con l'innesto della nascente cultura e Liberty e modernista sempre più attenta ai valori decorativi e rigorosi dell'arte giapponese. Il taglio che Francesco Parisi ha scelto per descrivere questa effervescente pagina della storia dell'arte europea e mondiale nella mostra è decisamente originale mappando, per la prima volta, le tendenze giapponiste dell'Europa tra Ottocento e Novecento: dalla Germania all'Olanda, al Belgio, dalla Francia all'Austria, alla Boemia, fino all'Italia.

Nelle 4 ampie sezioni in cui è dipanato il racconto, egli affianca originali e derivati, ovvero opere scelte fra quelle che giungendo dal Giappone divamparono a oggetto di passioni e di studi in Europa, accanto alle opere che di questi "reperti" evidenzino la profonda influenza. Pittura e grafica, certo. Ma anche tutto il resto, dall'architettura, alle arti applicate, all'illustrazione, ai manifesti, agli arredi,.. A dar conto, per la prima volta in modo organico, di quanto capillarmente e profondamente quel Giapponismo sia entrato nel corpo della vecchia Europa. Quattro sezioni, quante furono le grandi Esposizioni Universali che in quei decenni contribuirono, grazie alla presenza dei padiglioni giapponesi, a svelare ed amplificare il nuovo che giungeva da così lontano, da quel luogo misterioso e magico.

Dall'esposizione londinese del 1862, dove i "prodotti" del Sol Levante debuttarono, a quelle parigine del '67 e '78, che ebbero nelle proposte il loro elemento di maggiore attrattività, fino all'esposizione del cinquantennale dell'Unità d'Italia del 1911 che ebbe una vasta influenza su molti artisti delle nuove generazioni. Accanto ai capolavori di Gauguin, Touluse Lautrec, Van Gogh, Klimt, Kolo Moser, James Ensor, Alphonse Mucha si potranno ammirare le tendenze giapponiste nelle opere degli inglesi Albert Moore, Sir John Lavery e Christopher Dresser; degli italiani Giuseppe De Nittis, Galileo Chini, Plinio Nomellini, Giacomo Balla, Antonio Mancini, Antonio Fontanesi e Francesco Paolo Michetti con il suo capolavoro La raccolta delle zucche; e ancora i francesi Pierre Bonnard, Paul Ranson, Maurice Denis ed Emile Gallé; i belgi Fernand Khnopff e Henry Van De Velde. (Comunicato stampa ufficio stampa Studio Esseci)

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Radiant. Venti d'Oriente nel manga europeo
termina il 26 gennaio 2020
Palazzo Roncale - Rovigo
Presentazione




Federico Fellini in un disegno per la presentazione della mostra Federico Fellini
Ironico, beffardo e centenario


20 gennaio - 28 febbraio 2020
Galleria della Biblioteca Angelica - Roma

Il 20 gennaio 2020 si celebra il 100esimo compleanno di Federico Fellini, regista acclamato in tutto il mondo e cinque volte premio Oscar. Proprio il giorno della sua nascita, inaugurata la mostra curata da Simone Casavecchia, con una selezione di trenta immagini provenienti dalla Fototeca Nazionale (Centro Sperimentale di Cinematografia). Nel Salone Vanvitelliano della Biblioteca Angelica, inoltre, per tutto il periodo della mostra verrà collocata un'immagine di Fellini alta oltre 4 metri che vuole significare il rapporto fra la tradizione classica della storia con uno dei maggiori artisti italiani del Novecento. Una selezione di immagini per restituire l'uomo Fellini, il suo sguardo e la sua mimica. Un percorso non filmografico, né biografico, ma teso a restituire la personalità dell'artista.

Esposto anche uno scritto inedito di Fellini che evidenzia l'ironia e la vita quotidiana del regista. L'originale cartaceo, proveniente da una collezione privata, è stato denominato dallo stesso Fellini La dieta dell'astronauta. Un divertente gioco fra amici per far dimagrire, a suo modo, artisti e "astronauti". In occasione della mostra è stato pubblicato il volume fotografico Federico Fellini (Edizioni Sabinae) che raccoglie in grande formato le 150 immagini provenienti dalla Fototeca Nazionale (CSC) da cui l'esposizione è tratta. La mostra cooprodotta dal Centro Sperimentale di Cinematografia e dalla casa editrice Edizioni Sabinae è sostenuta dalla Direzione Generale per le Biblioteche e gli Istituti Culturali, con il patrocinio dell'Accademia del Cinema Italiano - Premi David di Donatello. La mostra è inserita nelle attività promosse dal Comitato Fellini 100. (Comunicato stampa)

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Zavattini oltre i confini. Un protagonista della cultura internazionale
termina lo 01 marzo 2020
Palazzo da Mosto - Reggio Emilia
Presentazione




Sensibile è la chiara luce | Tra le parvenze fallaci... come una folgore

Arte oggettiva: Mya Lurgo
Configurazioni fluttuanti: Giovanna Galimberti
InCanto: Nadia Radici

14-15-16 febbraio 2020
Centro culturale museo Elisarion - Minusio (Canton Ticino, Svizzera)
www.minusio.ch/elisarion

La performance, rivolta a gruppi di 20 persone, avvolge lo spettatore in un'atmosfera di ricercati movimenti euritmici ed esperte sonorità vocali, architettate per incantare la percezione ordinaria, affinché l'artista susciti in voi - come una folgore - il vedere puro, immediato e scevro da preconcetti soggettivi. La peculiarità di esecuzione dell'opera, sta nel mantenere, mentalmente vivo e invariato, l'intento o sostanza artistica per l'intera gestualità pittorica: trentatre ore di concentrazione, suddivise in quattro giornate atte a eludere, con una specifica téchne, ogni pensiero estraneo al contenuto previsto, giacché l'intenzione in-forma. Durante le quattro giornate, lo spazio performativo verrà "impregnato" con cura da gestualità e suoni accuratamente eseguiti per creare quel quid di atmosfera atto a chiarire la percezione. Tale è la sfida della chiara luce, per giungere unanimi, durante la performance, a un medesimo, accorato sentire. (Comunicato stampa)




Dipinto a tecnica mista di cm.80x100 realizzato nel 2019 da Gabriella Capodiferro denominato Verso un dolce mattino Gabriella Capodiferro: "Cum Discipulis"
termina il 30 gennaio 2020
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Composizione delle opere in mostra

La mostra, organizzata dalla Associazione Culturale M.G.C. "Movimento del guardare creativo" di Chieti e curata dalla storica dell'arte Chiara Strozzieri, presenta gli ultimi lavori dell'artista teatina Capodiferro, affiancata dagli allievi della scuola d'arte che gestisce con professionalità dal 1987 presso il suo studio a Chieti. Questi i nomi degli autori, che esporranno ognuno una coppia di quadri della loro produzione più recente: Lorella Belfonte, Marcello Bonforte, Alfonso Camplone, Fernanda Colangeli, Isa Conti, Simonetta D'Alessandro, Francesco D'Aponte, Morena D'Ortona, Laura De Lellis, Rossana De Luca, Concita De Palma, Giacinta Di Battista, Liliana Di Giovine, Marilena Evangelista, Annalisa Faieta, Marco Iannetti, Rosa Lisanti, Teresa Michetti, Annamaria Natale, Silvia Orlandi, Gabriella Orlando, Graziella Parlione, Paola Santilli, Nicoletta Testa. Durante la inaugurazione, un intervento critico della Prof.ssa Chiara Strozzieri, alla presenza dell'artista Gabriella Capodiferro e degli allievi.

Le linee di ricerca di questi artisti affrontano linguaggi espressivi e tecniche molto diversi tra loro e questo denota la buona riuscita della scuola, così come la capacità della maestra Capodiferro di lasciare piena libertà ai suoi discepoli. La sua stessa poetica si è evoluta in oltre cinquant'anni di pratica pittorica, passando dal figurativo all'astratto, fino ad approdare a un definitivo lessico informale che l'autrice propone a Mantova con un nutrito gruppo di opere eseguite tra questo e lo scorso anno. La serata di inaugurazione vedrà la presenza degli artisti e della curatrice Strozzieri, la quale presenterà per l'occasione anche l'elegante catalogo di mostra con la riproduzione a colori di tutte le opere esposte e un corposo suo testo critico. Il catalogo, edito da Arianna Sartori, sarà disponibile in galleria per tutta la durata della mostra.

«La Galleria "Sartori" nella sua quarantennale attività espositiva ha sempre voluto guardare al mondo dell'Arte e degli artisti senza condizione di stili e di tecnica. Gli artisti che vi si avvicendano e che provengono da località italiane diverse, operano con diversi stimoli, negli ambiti culturali più vari. In questa visione aperta non poteva mancare l'interesse per i giovani e per quegli artisti che hanno deciso la via dell'insegnamento dell'Arte; interesse che si è espletato nel tempo, organizzando eventi che hanno visto maestri ed allievi esporre fianco a fianco. Così, negli ultimi anni, si sono avvicendati gli allievi del corso di scultura del professor Filippo Scimeca e quelli del corso di nudo del professor Massimo Zuppelli della Accademia di Brera. Quindi gli allievi dell'artista Vittorio Emanuele di Milano e quelli di Carlo Barbero di Torino. Ora è la volta di Gabriella Capodiferro, un'artista che abbiamo già fatto conoscere a Mantova in una bella Mostra del 2018 dal titolo evocativo "Luce acqua vento".

La mostra "Gabriella Capodiferro cum discipulis" che proponiamo questa volta è di una Scuola che viene dall'Abruzzo, frutto di un vivere l'Arte insieme nello studio o stesso dell'artista, figura carismatica della pittura della sua Regione, che nel suo studio Teatino ha fatto un centro formativo frequentato da numerosi discepoli, desiderosi di coltivare la passione per l'arte perfezionando la pratica delle tecniche con le quali proporre le proprie visioni interiori. Stimolata da tale esigenza la Capodiferro ha fatto del suo Studio, sin dal 1987, un luogo privilegiato di ricerca collettiva, rinverdendo l'antica consuetudine della bottega artigianale. Ed ecco il frutto di questo lavoro didattico e culturale in senso lato; allo stesso tempo esso va letto anche come un vicendevole scambio tra maestro e discepoli, alcuni dei quali hanno fatto molta strada nel campo della pittura». (Arianna Sartori)

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Acquerellisti Italiani
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editori (Mantova), pp. 272
Presentazione




Mario Schifano davanti all'opera Qualcos'altro, nel suo studio a Roma nel 1962, courtesy Archivio Mario Schifano Mario Schifano. Qualcos'altro
termina il 20 marzo 2020
Galleria Gió Marconi - Milano
www.giomarconi.com

Mostra dedicata ad un nucleo di monocromi compresi tra il 1960 e il 1962, curata da Alberto Salvadori e in collaborazione con l'Archivio Mario Schifano. L'artista comincia a realizzare questi smalti su carta intelata a partire dal 1959, dopo alcune esperienze informali. Li presenta per la prima volta a Roma, alla galleria La Salita (1960), nella collettiva "5 pittori" cui partecipano Giuseppe Uncini, Tano Festa, Francesco Lo Savio e Franco Angeli, e successivamente, in una personale alla Tartaruga (1961). In anticipo rispetto ad altri protagonisti della scena romana, Schifano intende con i suoi monocromi non solo azzerare la superficie del quadro, anche come risposta all'informale, ma attribuirle un altro punto di vista, "inquadrarla", proporre un nuovo modo di vedere e di fare pittura.

Il primo a capire che la superficie dei monocromi è semplicemente uno schermo sarà Maurizio Calvesi che così scrive nel catalogo della mostra alla Galleria Odyssia (1963): "Erano quadri originalissimi: verniciati con una sola tinta o due, a coprire l'intero rettangolo della superficie o due rettangoli accostati... Un numero o delle lettere (ma solo talvolta) isolati o marcati simmetricamente; qualche gobba della carta, qualche scolatura: il movimento della pittura era tutto lì". Comune denominatore di un'intera generazione di artisti da Lucio Fontana a Enrico Castellani, da Piero Manzoni a Yves Klein, il monocromo non è una novità tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta e Schifano ne è perfettamente consapevole. "Pensavo che dipingere significasse partire da qualcosa di assolutamente primario...", racconta l'artista, "I primi quadri soltanto gialli con dentro niente, immagini vuote, non volevano dir nulla. Andavano di là, o di qua, di qualsiasi intenzione culturale. Volevano essere loro stessi... Fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta".

Azzeramento del gesto e del senso, dunque, un semplice pretesto per fare una pittura che riparta da zero, un incipit a qualcosa di diverso. La grammatica dei monocromi di Schifano è molto semplice: smalti industriali dall'effetto lucido e coprente; colore "grondante" steso in maniera libera e non uniforme sulla ruvida superficie della carta da pacchi. L'intento è dare l'idea di una pittura da cartellone pubblicitario. La superficie dei quadri, dai colori accesi e privi di sfumature, alla stregua di una lastra fotografica, prelude all'impressione di nuove immagini: è un nuovo spazio da indagare, un campo di germinazione che si dispone a produrre qualcos'altro. L'emblematico titolo di questa mostra si riferisce a un'opera del 1960 che Schifano realizza appena ventiseienne e a un polittico del 1962 che figura tra le opere esposte.

Con efficace sinteticità da messaggio pubblicitario "Qualcos'altro" sta forse a indicare che ciò che l'artista intendeva dipingere doveva essere diverso da quanto si vedeva in giro; ma è anche un intento programmatico espresso in due parole: il monocromo, inteso come tabula rasa, è già pronto a trasformarsi in luogo di proiezione, campo fotografico in cui si metteranno a fuoco dettagli, particolari, frazioni di immagini. "Qualcos'altro" ha un sapore quasi profetico, se si pensa che questi "schermi" si riempiranno presto dei nuovi segni della vita moderna. È alla luce di tutto questo che la mostra si concentra sui monocromi, a sessant'anni dalla loro nascita, in quanto tappa cruciale del cammino creativo di Mario Schifano e genesi della sua invenzione pittorica. Alle opere verrà affiancato un nucleo di lavori su carta degli stessi anni e, per l'occasione, sarà pubblicato un giornale della mostra in formato tabloid con contenuti inediti dell'artista e un contributo di Riccardo Venturi e Alberto Salvadori. (Comunicato stampa)

«Le forme schematiche di Schifano si andavano sempre più precisando come campo; le tele orlate da contorni rettangolari, ad angoli smussati, somigliavano a uno schermo preparato a ricevere, o ad un video appena acceso, che stia riscaldandosi; o se si vuole all'inquadratura di un reflex fotografico, che debba dettagliare una zona di veduta...» (M. Calvesi, cat. mostra Galleria Odyssia, Roma 1963)




Opera di Riccardo Cocchi realizzata nel 2019 denominata Nello spazio nella mostra Looking for Monna Lisa Looking for Monna Lisa
Misteri e ironie attorno alla più celebre icona pop


termina il 29 marzo 2020
Santa Maria Gualtieri, Spazio Arti Contemporanee del Broletto, Castello Visconteo, Piazza del Municipio - Pavia

Artisti: Marcello Aitiani, Paolo Albani, Anna Banana, Vittore Baroni, Stefano Benedetti, Julien Blaine, Stefano Bressani, Carlo Cantini, Myriam Cappelletti, Ugo Carrega, Cinzio Cavallarin, Gianni Cella, Riccardo Cocchi, Fabio De Poli, Giovanni Fontana, Franco Fossi, Claudio Francia, Raimondo Galeano, Marco Gerbi, Jiri Kolar, Sean Mackaoui, Roberto Malquori, Lucia Marcucci, Jean Margat, Miradario (Massimo Biagi), Gian Marco Montesano, Luciano Ori, Orlan, Vania Paolieri, Luigi Petracchi, Vettor Pisani, Lorenzo Puglisi, Giovanni Raffaelli, Sarenco, Karel Trinkewitz, Ben Vautier, Giuseppe Veneziano, Virgilio Rospigliosi, Elisa Zadi.

La mostra, a cura di Valerio Dehò, nelle più importanti sedi dedicate all'arte di Pavia, celebra il quinto centenario della morte di Leonardo da Vinci, approfondisce il legame del genio fiorentino con la città e indaga sui misteri e sulle leggende che riguardano la celebre figura della Monna Lisa. Opere di arte spiccatamente contemporanea, dalla pittura alla scultura, dall'installazione a lavori multimediali, alcune delle quali create per l'occasione e tutte accomunate dal rapporto imprescindibile con il passato, con la storia e con il grande Maestro. La chiesa sconsacrata di Santa Maria Gualtieri è la quinta ideale per l'esperienza multimediale "Monna Lisa who?", realizzata dallo studio di multimedia design Karmachina e volta alla ricerca dell'identità del più famoso ritratto vinciano, abbracciando l'ipotesi che l'opera ritragga Isabella D'Aragona che, relegata a Pavia, incontrò Leonardo durante il suo soggiorno nella città. Le proiezioni, i suoni e la narrazione, uniti all'allestimento progettato da Studio Dune, sono in perfetta sintonia con la struttura verticale, la simmetria e la morbidezza delle linee del luogo e accompagnano il visitatore in un viaggio totalizzante.

Il percorso espositivo prosegue presso lo Spazio Arti Contemporanee del Broletto e il Castello Visconteo con una selezione di oltre quaranta opere di trentanove artisti che hanno reinterpretato in chiave contemporanea il capolavoro della Monna Lisa, chi con l'intento di creare continuità, chi rottura. Si passa infatti dall'Arte concettuale a Fluxus, dalla Poesia Visiva alla Neopittura, dalla Pop art fino a più recenti espressioni che sottolineano la continua ricerca della novità e il coraggio per la sperimentazione, di cui Leonardo è stato maestro. "Il fenomeno della riproducibilità - come afferma Valerio Dehò - ha reso il quadro leonardesco la più grande icona pop della storia che non ha mai cessato di interessare gli artisti oltre che i commercianti di gadget o di souvenir. La ricerca della Monna Lisa si allarga a territori imprevedibili".

Sono inoltre esposti un video e il numero speciale della rivista "Bizzarre" del 1958, provenienti dal Museo ideale Leonardo da Vinci, insieme all'opera "Bijoconde" di Jean Margat, artista, scienziato e inventore della Giocondologia, fenomeno che riunisce tutte le sperimentazioni e le variazioni applicate al ritratto vinciano ad opera di vari artisti. In Italia ne è principale espressione la Collezione Carlo Palli, a cui appartengono molti lavori in mostra, che rappresenta la raccolta più significativa costituitasi attorno alla reinterpretazione del capolavoro leonardesco. In questo variegato panorama iconografico dalla Monna Lisa Pop di Fabio de Poli, che presenta una figura oscurata, luttuosa, con richiami espliciti all'opera di Leonardo, un enigma allo stato puro, si passa a quella di Jiri Kolar, esponente della poesia visuale mitteleuropea, che nel suo collage inserisce l'icona leonardesca su una fattura contabile, rivelandone il lato mercantile e lo sfruttamento dell'immagine.

La performer e artista Orlan nei lavori esposti si immedesima con Monna Lisa, le si sovrappone, creando una doppia identità di opera e di donna, affermando tuttavia di non volere assomigliare al capolavoro del maestro toscano. Per Vettor Pisani la Monna Lisa diviene, invece, una sorta di paradigma del 'capolavoro' che salva dalla mortalità nel caso dell'installazione "Concerto invisibile di Gino De Dominicis", oppure un'icona pubblicitaria ne "Il ventre della Gioconda", in cui è rappresentata come mamma con bambino. Due opere di forte impatto, dove nel primo caso i due pianoforti sovrapposti diventano tributo a Gino De Dominicis e parametro dell'arte che supera il tempo, mentre nel secondo caso, attraverso il nome di Freud, emerge l'enigma di un rapporto psicanalitico legato all'attrazione di milioni di persone verso la Gioconda.

Nella corposa rassegna sono inoltre presenti riferimenti a maestri del passato, fra cui Duchamp e la sua Gioconda con i baffi del 1919, come nell'opera di Karel Trinckevicz che, citando il celebre artista dei ready made, con una ruota di bicicletta lo eleva a padre dell'arte nella sua tavola in cui traccia una sorta di genealogia. Nel nucleo di opere realizzate per l'occasione si ricordano le letture in chiave pop di Gianni Cella, quale la Batwoman in terracotta policroma, e di Stefano Bressani, come la scultura abbigliata con tessuti molto colorati, da cui deriva l'appellativo "scultura vestita"; il lavoro di Gian Marco Montesano dedicato allo storico furto della Gioconda del 1911 e l'acrilico su tavola di Virgilio Rospigliosi, artista concettuale che crea un corto circuito tra lo spazio interno ed esterno del quadro.

Presso la sede del Castello Visconteo la mostra prosegue con "La visione di Leonardo a Pavia", progetto sviluppato da Way Experience, startup milanese specializzata nella creazione di prodotti innovativi che utilizzano le tecnologie della realtà aumentata e virtuale. Il percorso immerge nella Pavia rinascimentale sulle orme del soggiorno pavese di Leonardo da Vinci tra il 1490 e il 1513, fonte di riflessioni per i suoi studi di anatomia umana, matematica e architettura, ma soprattutto per l'ideazione della sua opera più importante, la Monna Lisa. Questo viaggio nella storia, molto coinvolgente ed emozionante, - realizzato con la sponsorizzazione di Sea Vision - è suddiviso in tre tappe e, grazie ai visori Oculus e alla narrazione del giornalista e scrittore Massimo Polidoro, il visitatore è proiettato nelle strade, nei paesaggi e nei luoghi che Leonardo aveva visto e vissuto.

Conclude il percorso "Leonardo" la giant sculpture di cinque metri di altezza e quattro di diametro collocata nella Piazza del Municipio; realizzata in idroresina e marmo Cipollino Apuano dagli artisti Eleonora Francioni e Antonio Mastromarino e raffigurante il ritratto senile di Leonardo da Vinci, è un omaggio al genio fiorentino e alla sua eterna grandezza. L'esposizione è accompagnata da un catalogo a cura di Valerio Dehò, edito da Silvana editoriale con testi in italiano e in inglese. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Leonardo. La macchina dell'immaginazione
termina il 26 gennaio 2020
Galleria d'Arte Moderna - Palermo
Presentazione

_ Presentazione di mostre complementari nella newsletter Kritik




Dagli Impressionisti a Picasso
Capolavori della Johannesburg Art Gallery


termina lo 02 febbraio 2020
Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)

Opere da uno dei più importanti musei d'arte ad oggi esistenti nel continente africano, che saranno esposti nello storico Palazzo Sarcinelli, rappresentando un'occasione per ammirare dei pezzi unici della storia dell'arte. La Johannesburg Art Gallery si è costituita grazie all'ingente apporto di donazioni fatte da collezionisti sudafricani sensibili all'arte, nell'intento di promuovere il museo come centro di aggregazione culturale di riferimento per il loro paese. Il nucleo di questa importante raccolta è il lascito di Lady Florence Phillips, appassionata collezionista che, grazie ai suoi prestigiosi contatti, riuscì ad acquisire capolavori immortali di celebri artisti europei tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del secolo successivo. Dai capolavori dell'Ottocento inglese, passando per i maestri dell'Impressionismo, fino ai movimenti artistici rivoluzionari del Novecento: sessanta opere, dipinte dai più grandi artisti tra '800 e '900, voleranno per ben 11.000 chilometri dal museo di Johannesburg, fino a raggiungere la Città di Conegliano.

Si potranno così ammirare opere realizzate dai principali protagonisti della scena artistica internazionale del XIX e del XX secolo come Turner, Rossetti, Courbet, Monet, Cézanne, Warhol e molti altri. Un vero e proprio viaggio nella storia dell'arte europea e mondiale. Palazzo Sarcinelli è un edificio rinascimentale di Conegliano, ubicato nel centro storico. Fu costruito nel 1518 e nei secoli di maggior splendore ospitò nella personaggi di rilievo come Bona Sforza, Massimiliano III d'Austria ed Enrico III di Francia. Nel XX secolo diventa proprietà comunale e a partire dal 1988, il palazzo è diventato la sede della Galleria d'arte moderna e contemporanea. (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




Opera di Om Bosser denominata Psicomagia, omaggio a Jodorowski Opera di Om Bosser denominata Bicicla Om Bosser
Il desiderio di essere inutile, omaggio a Ugo Pratt


termina il 29 febbraio 2020
Libreria Feltrinelli - Torino

In questa personale, a cura di Andrea Roccioletti, Om Bosser presenterà una serie di lavori del ciclo Hikikomori (coloro che vivono rintanati in casa), ed altri lavori precedenti appositamente scelti dall'Artista. Come scriveva Franco Torriani, il critico storico di Bosser, nel catalogo della mostra "Opere al Nero": "...Usata in dosi minimali, in questi lavori, è la capacità di mettere insieme quanto non sembra legato da alcuna correlazione logica: immagini, testi in prosa, frasi enigmatiche - i titoli delle opere stesse - i richiami letterari e musicali. Insomma, un modello che rimanda alla Beat Generation, alla sua pratica sviluppatasi circa mezzo secolo fa di usare vari codici con una tecnica da effetti speciali... Del resto, quanto riferito alla Beat Generation e al suo "sistema di comunicazione" anima una parte non trascurabile della comunicazione degli ultimi decenni. Esiste un filo, con fonti diverse, che pervade come una traccia sotterranea il percorso di Bosser. I riferimenti compositivi che spesso si combinano nelle sue opere, erotici, letterari, mistici, hanno anche un richiamo a tradizioni che, perdendosi nella notte della storia, e nel suo buio, mettono insieme un'attenzione alla realtà del momento (Hikikomori) vissuto con l'ansia di andare oltre a quello che, sensorialmente, si ha la sensazione di provare qui e adesso..."

Come scrive Bosser: "sin dall'inizio della mia attività artistica (1966) ho cercato delle tecniche pittoriche che potessi considerare mie, così operando ho usato e poi rielaborato tutte le tecniche normalmente in uso. Da subito, ho abbandonato l'olio a favore degli acrilici, poi ho abbandonato gli acrilici per gli smalti sintetici; abbandonando nel contempo le superfici abituali per usare prima superfici come il travertino, oppure conglomerati di legno, per passare poi a superfici trasparenti come il vetro, il plexiglass, il perspex, le tele emulsionate... Nel contempo ho praticato una ricerca paranoide di tutte le tecniche antiche di disegno e incisione. Negli anni 1965/1980 ho intagliato centinaia di tavole di legno di Bosso per la xilografia di cui ne stampai una trentina. Ho reinventato il 'monotipo' con la tecnica dei disegni ad olio su carta, ho usato l'acquaforte e l'acquatinta, ho sperimentato la litografia il cui risultato finale sono i lavori (400 fogli con due soggetti di base, ognuno rielaborato manualmente) del ciclo 'Il Dilemma del Porcospino'. In un monastero Zen in Francia, ho rielaborato una tecnica di disegno privilegio di pochi monaci del 1300, con cui ho prodotto i lavori - dopo averli riprodotti su tela e colorati con acrilici Liquitex - che potrete vedere in questa mostra." (Comunicato stampa)




"Ho ancora una valigia a Berlino"
Reportage fotografico del 1989 di Marco Alberi Auber


termina il 28 febbraio 2020
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com | www.triestefilmfestival.it

Esposizione a cura di Cesare Genuzio e Massimo Premuda che presenta l'inedito reportage del fotografo industriale triestino Marco Alberi Auber realizzato un mese dopo la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989). La mostra, organizzata nell'ambito del 31° Trieste Film Festival (17-23 gennaio 2020), è una coproduzione DoubleRoom arti visive e Alpe Adria Cinema, che prende ispirazione per il titolo da una celebre canzone di Marlene Dietrich, e ci fa rivivere tutto l'entusiasmo, ma anche tutto lo smarrimento, dei berlinesi a un mese dalla riunificazione. Il 18 gennaio 2020, ore 17.30, all'Antico Caffè San Marco di Trieste, un incontro informale di approfondimento fra il fotografo triestino Marco Alberi Auber e i curatori della mostra Cesare Genuzio e Massimo Premuda, per ripercorrere con l'autore i giorni della riunificazione della Germania attraverso le inedite immagini del reportage realizzato a un mese dalla caduta del Muro di Berlino.

L'articolata esposizione è accompagnata da un significativo testo della giornalista Selene Candido che analizza così quei cambiamenti storici: "Le storie di oggetti perduti e ritrovati aggiungono sempre il fascino del viaggio e del tempo agli oggetti stessi. Se i negativi della guerra civile spagnola fossero stati da sempre negli archivi di Capa, Taro e Chim, e non invece in una valigia rinvenuta a Città del Messico settant'anni dopo, non avrebbero forse ottenuto la fama che pur meritano. Perché questa valigia berlinese non è mai stata aperta finora? È una buona domanda, risponde il fotografo Cesare Genuzio, che si sta occupando di riportare alla luce il suo contenuto. L'autore degli scatti è Marco Alberi Auber, che nel 1989 è un ragazzo di vent'anni con un talento per la fotografia ancora tutto da esplorare.

Dalla predilezione per il ritratto degli spazi architettonici s'intravvede la sua propensione futura per la fotografia industriale: in questi scatti la figura umana compare spesso in funzione dello sfondo, come ombra o traccia di un passaggio rapido, come moltitudine minuta, entusiasta, confusa, sorpresa o sospesa, inserita in solide cornici: come appendice alla centralità solenne e simbolica degli edifici e dei vuoti architettonici, destinati di lì a poco a essere riempiti. Al di là dell'innegabile valore estetico, ogni fotografia è un documento storico prezioso, e lo è a maggior ragione se si pensa a Berlino e al suo rapporto con la memoria, alla sua necessità convulsa di cancellare e ricostruire. Questi scatti ritrovano la luce, con forza e ironia, nel momento più opportuno, in un frangente in cui la retorica della divisione è di nuovo attuale su scala globale, e la simbologia del muro è evocativa. Abbiamo ancora tutti una valigia a Berlino." (Comunicato stampa)

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Tommaso Bonaventura | 100 marchi - Berlino 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino, 30 ottobre 2019 - 06 gennaio 2020
Fondazione Museo storico del Trentino di Trento, 09 novembre 2019 - 26 gennaio 2020
CRAF - Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia - San Vito al Tagliamento, 18 gennaio 2020 - 22 marzo 2020
Presentazione




Oggetto ottico dinamico, 1961 Dal Realismo Esistenziale all'Arte Concreta
Galleria Cortina Arte - Milano
inaugurazione 07 gennaio 2020, ore 18.30

Mostra collettiva, breve viaggio tra due movimenti dell'arte italiana diametralmente opposti passando attraverso le arti della seconda metà del secolo scorso, dalla nuova figurazione, lo spazialismo e la scultura. Presenti opere di Cazzaniga, Banchieri, Vaglieri, Crippa, Dadamaino, Dino Buzzati, Harloff, Walter Valentini, Minguzzi, Maria Papa Rostkowska, Marino Marini e altri ancora.






Danilo Rommel: "Il fascino delle vecchie strade"
termina il 21 marzo 2020
Associazione culturale La Roggia - Pordenone
www.laroggiapn.it

Danilo Rommel (Milano, 1947), appassionato di meccanica e chimica, si accosta alla fotografia catturato dal fascino dello sviluppo e della stampa del negativo bianco e nero, che impara da autodidatta studiando su molte pubblicazioni e, in particolare, sui testi del fotografo americano Ansel Adams. Già da giovanissimo trova un proprio personale linguaggio espressivo che si evolverà negli anni, ricercando nella pienezza della fotografia bianco e nero l'estetica assoluta della sua arte. Trasferitosi a Pordenone nel 1971, da parecchi anni è fotografo professionista ed opera nei settori ritratto, still life, paesaggio urbano e naturale. Tra i suoi progetti più importanti, quello sulla Valcellina, omaggio a frammenti e sguardi di una realtà in via di sparizione.

Sue opere sono apparse sulle riviste "Le Tre Venezie" e "La Loggia", e sui volumi "Storia di una strada" e "Azzano Decimo". Collabora con "Eupolis Studio Associato". Per "Messa a Fuoco nella Mitteleuropa", iniziativa internazionale dell'Associazione Culturale "la roggia", ha partecipato a varie mostre in Italia, Ungheria, Polonia, Slovenia, Austria, Croazia. A partire dal 2016 Danilo Rommel collabora con il Circolo d'arte e di cultura "Per le antiche vie" di Montereale Valcellina con il progetto "Un viaggio... a scatti - Stazioni e paesaggi sulla Sacile-Gemona" esponendo sue fotografie in mostre itineranti allestite in molte località. Nel 2018 partecipa alla mostra "Magredi oggi - L'opera della natura e il lavoro dell'uomo", fornendo immagini con colori e atmosfere dal fascino particolare per luoghi ancora naturali ed altri trasformati dall'uomo. (Comunicato stampa)




Ritratto di donna
Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi


termina il 13 aprile 2020
Basilica Palladiana - Vicenza

L'amicizia femminile, il sogno, il doppio riflesso nello specchio, il rapporto tra il pittore e la modella, donne fiere al punto da divenire feline, la nostalgia di paradisi perduti, ma anche la crudezza della realtà, sono i temi centrali della mostra. L'effetto sarà magico, rievocando quegli Anni Venti in cui, come scrisse la prima critica d'arte donna, la potente Margherita Sarfatti, "la pittura appare tra tutte l'arte magica per eccellenza". Lo scrittore Massimo Bontempelli, quasi evocasse le ragazze di oggi, raccontava con affascinata meraviglia i primi piani delle donne distratte nei caffè. Siamo negli anni Venti e, nell'Europa uscita da poco dalla Prima guerra mondiale, le donne cominciano a conquistare un proprio ruolo: sempre più autonome, seduttive e moderne. I capelli si accorciano come la lunghezza delle gonne, mentre la loro influenza nella società e nella cultura si fa sempre più intensa. Coco Chanel cambia la moda, Amelia Earhart attraversa in volo l'Atlantico, i balli di Josephine Baker incantano Parigi, Virginia Woolf scrive i suoi capolavori.

Sogni di avventure, amori e successi imperniano le esistenze degli artisti che attraversano quegli anni come un viaggio ricco di aspettative e desideri, in un tempo che sa essere anche complicato. Interpreti sensibili dei cambiamenti e dei sentimenti, i pittori danno vita a immaginari nuovi, da cui nascono ritratti di donne che si stagliano da protagoniste con potenti personalità, esaltate nella loro seducente energia. Di queste signore offrono ritratti magnetici gli artisti che stanno promuovendo l'arte più nuova, all'insegna di una 'classicità moderna'. Sono tutti stati convocati nella mostra: Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin Massimo Campigli e, naturalmente, Ubaldo Oppi.

Oppi, cresciuto a Vicenza ma formatosi tra Vienna, Venezia e Parigi, ha un immediato successo in mostre importantissime, anche nella Milano e nella Roma dei primi anni Venti, dove viene 'scoperto' da Margherita Sarfatti e Ugo Ojetti. I suoi dipinti ci rivelano lo sguardo attraverso cui scorrono in mostra una costellazione di ritratti dei maggiori artisti che sono stati suoi amici e avversari in esposizioni strabilianti. Una delle correnti di pittura più affascinanti degli anni Venti è quella del "Realismo Magico", in cui la visione della realtà è immersa in un'atmosfera di meraviglia e di attesa, che in Italia è affiancata dalle ricerche degli artisti riuniti nella definizione di "Novecento Italiano", che declinano la loro arte evocando anche memorie della classicità e del Rinascimento.

Tale esaltante alleanza tra modernità e classicità è preceduta da una riflessione profonda sui rinnovamenti della pittura che sono avvenuti a Vienna e a Parigi tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, in particolare da suggestioni della Secessione Viennese guidata da Gustav Klimt, dal simbolismo e dall'espressionismo. Non a caso la mostra si apre con la leggendaria Giuditta di Klimt. Quelle raffigurazioni pervadono le ricerche di molti protagonisti dell'arte italiana e trovano riscontro in particolare a Venezia, dove quelle influenze fioriscono nelle mostre di giovani artisti che si tengono a Ca' Pesaro, dove espongono tra gli altri Vittorio Zecchin, Felice Casorati e Mario Cavaglieri, profondamenti influenzati dall'impatto di Klimt, che ha anche una sala personale alla Biennale di Venezia del 1910. Altri, come Arturo Martini, Gino Rossi o Guido Cadorin, seguono la strada indicata dal post-impressionismo o dal cubismo. Da quelle meravigliose scoperte prende avvio un mondo nuovo, un'arte che non si era mai vista, che emana ispirazioni ardite e inebrianti follie, un'idea spregiudicata che innerva la Belle Époque e scorre, rinnovata e intensa, nel primo dopoguerra.

Ubaldo Oppi (Bologna 1889 - Vicenza 1942) è un protagonista assoluto di quegli anni: a Parigi conosce Modigliani allo sbando, ha un flirt con la modella Fernande Olivier, che lascia Picasso per fuggire con lui. Negli anni Venti crea affascinanti ritratti di donne, dalle Amiche all'amata moglie Delhy, che vengono acquistate in collezioni favolose. Dalla Biennale di Venezia al Salon d'Automne di Parigi, dal prestigioso Premio Carnegie a Pittsburgh alla Mostra della Secessione nel Glaspalast di Monaco di Baviera, è conteso da curatori e intellettuali. Assieme a lui si muovono nel panorama più avvincente dell'arte protagonisti, tra gli altri, quali Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Cagnaccio di San Pietro, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin, Massimo Campigli. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare di un opera di Boldini nella presentazione della mostra Boldini. L'incantesimo della pittura
Capolavori dal Museo Boldini di Ferrara


termina lo 03 maggio 2020
Pinacoteca De Nittis - Barletta

Prima monografica, a cura di Barbara Guidi e Maria Luisa Pacelli, dedicata in Puglia al celebre ritrattista, collega di Giuseppe De Nittis a Parigi, frutto di un virtuoso scambio tra istituzioni civiche simili per storia, natura e vocazione: il Museo Giovanni Boldini di Ferrara e la Pinacoteca - Casa De Nittis di Barletta. Tra i protagonisti indiscussi della pittura italiana ed europea a cavallo tra Ottocento e Novecento, Giovanni Boldini (Ferrara 1842 - Parigi 1931) è stato uno dei più celebri ritrattisti della Belle Époque assieme a James McNeill Whistler, John Singer Sargent e Joaquín Sorolla e ha immortalato i protagonisti del tempo, da Robert de Montesquiou alla marchesa Luisa Casati, facendo di loro l'immagine stessa di quel momento storico e culturale.

Boldini annovera una parabola artistica avvincente e complessa che va oltre il ritratto: il suo talento si è espresso in ogni genere e tecnica, dalla veduta alla natura morta, dalla pittura alla grafica, come dimostrano testimonianze figurative di straordinario fascino e forza, imprescindibili per comprendere l'opera dell'artista nella sua totalità. Si trasferisce nella più vivace e cosmopolita Firenze all'età di 22 anni. Qui, grazie anche alla vicinanza alle poetiche del vero promosse dai "macchaioli", si distingue per un'interpretazione libera e personale del ritratto. Dopo un breve soggiorno di sei mesi a Londra nell'ottobre del 1871, Boldini si sposta a Parigi, dove rimane fino alla morte, facendo della capitale francese la sua seconda patria.

Grazie ad uno spiccato talento, studia e assorbe le differenti tendenze artistiche in voga al tempo: dalla pittura di genere e in costume di Mariano Fortuny e Ernest Meissonier di cui, durante gli anni Settanta, diviene l'erede, a quella di paesaggio e soprattutto di vita moderna della quale offre una personale declinazione facendo tesoro delle innovative lezioni di Eduard Manet e Edgar Degas, oltre che delle poetiche dell'impressionismo. Grazie a queste esperienze, ma anche ad una vasta cultura del museo, Boldini sviluppa uno stile originale e sofisticato con il quale rinnova l'antica pratica del ritratto, genere al quale si dedica in maniera pressoché esclusiva a partire dall'ultimo decennio dell'Ottocento divenendo, anche grazie a una notevole capacità imprenditoriale, uno dei più richiesti interpreti del ritratto di società.

Contestualmente, l'artista si dedica a interessanti declinazioni di una pittura di oggetti e luoghi a lui cari, non destinata al mercato e caratterizzata da uno stile personalissimo, emblematica della sensibilità della fin de siècle: fra tutti, gli affascinanti interni della sua casa e atelier o le vibranti vedute della laguna di Venezia. Frutto di una collaborazione che permetterà la realizzazione di una grande mostra dedicata a De Nittis al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, la rassegna intende presentare l'opera di questo grande maestro in ogni aspetto e ambito della sua produzione, dal paesaggio alla natura morta, dalle vedute di città al ritratto, sia quello intimo che ritrae amici e colleghi, che quello di società che gli ha regalato successo e fortuna.

Grazie all'ampiezza della collezione del Museo Boldini di Ferrara - la più estesa e rappresentativa raccolta pubblica intitolata al maestro - una straordinaria selezione di quasi 70 opere permetterà di ripercorrere, in maniera esaustiva, i principali snodi della sua vicenda artistica, dalle vibranti prove degli anni fiorentini ai grandi dipinti della maturità, iconici capolavori della Belle Époque come il Piccolo Subercaseaux, i ritratti "alla moda" della Contessa de Leusse, della Principessa Eulalia e Fuoco d'artificio o la magnetica effigie della Signora in rosa, emblematica di una nuova rappresentazione, nervosa ed elegante, della femminilità moderna. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Douglas Beasley: "Il Paesaggio Sacro Nordamericano"
termina il 23 febbraio 2020
Castello D'Albertis Museo delle Culture del Mondo - Genova
www.castellodalbertis.museidigenova.it

Undici immagini scattate in Nordamerica da Douglas Beasley, fotografo statunitense la cui generosa donazione permise di aprire una nuova sezione permanente del museo dedicata al paesaggio sacro nordamericano. Sospese nel vuoto di uno spazio a doppia altezza che attraversa longitudinalmente il bastione cinquecentesco e che rimane a contatto con la luce del sole come con le tenebre notturne, queste immagini dialogano con le collezioni etnologiche degli Indiani delle Pianure nordamericane e degli Indiani Hopi dell'Arizona esposte al primo piano del bastione, e avvolgono il visitatore, permeandone l'ambiente a livello fisico ed a livello spirituale. Questo evento segnò l'inizio del progetto "Alla ricerca della visione..." (Vision Quest...), proseguendo con corsi di fotografia, un workshop fotografico tenuto da Beasley nelle Badlands, U.s.a. (aprile-maggio 2011), la presentazione del libro "Earth Meets Spirit" e la sua mostra itinerante.

Quasi dieci anni dopo Douglas Beasley ritorna a Castello D'Albertis con la nuova mostra che costituisce una sorta di rivisitazione dei luoghi oggetto delle immagini dell'installazione del 2010. Cosi come fra i soggetti delle foto donate, anche in questa mostra ritroviamo luoghi naturali, apparentemente disabitati: montagne, alberi, cieli, oppure il vento, temporali, luoghi di preghiera e di contatto con gli spiriti, pezzi di stoffa o bandiere annodati ai rami degli alberi (prayer strings). Siamo nelle Black Hills e nelle Badlands nel Sud Dakota, le terre che hanno ospitato le battaglie più cruente delle guerre tra nativi e anglo-americani, vediamo il luogo di sepoltura di Red Cloud, il cimitero di Wounded Knee o ci troviamo dinnanzi a Bear Butte, la montagna riconosciuta sacra da più di 60 diversi gruppi indigeni, dove ancora oggi ci si reca per pregare, digiunare e ricevere e offrire doni e preghiere al Creatore.

Il tempo scorre, ma la capacità di Douglas Beasley di trasmettere la sensazione di questi luoghi, il loro spirito, piuttosto che semplicemente il loro aspetto, non cambia: assistiamo, come sempre, al suo sforzo di essere totalmente presente, di fronte alle manifestazioni della natura come di fronte alle persone, e di vedere le relazioni attraverso la fotografia: connettersi con l'essenza di ciò che ci sta davanti ci stimola a creare l'immagine, come afferma in una delle sue interviste. Quello che é cambiato invece é la duplice valenza di queste immagini: da una parte guardiamo con meraviglia questi luoghi considerati sacri dai Lakota (Sioux) e condividiamo la scelta di Beasley di onorare gli Indiani nordamericani fotografando quanto a loro è più sacro e quanto maggiormente esprime i loro valori e la loro spiritualità: un paesaggio che è sacro perché vi sono vissuti gli antenati, perché è stato consegnato loro dagli antenati e soprattutto perché rappresenta gli antenati stessi.

Dall'altra parte, siamo testimoni del suo desiderio di non voler documentare questi siti, ma di volerne rivelare "il senso", nella speranza di condividere l'importanza di preservare questa terra per l'arricchimento spirituale delle generazioni a venire. Non viene pertanto perpetrata l'immagine romantica e stereotipata dell'indiano buono e indomito che cavalca selvaggio attraverso le pianure nordamericane e che ormai appartiene a un nostro passato così come al loro. Questi luoghi sono costantemente minacciati dallo sviluppo urbanistico, dall'industria dell'estrazione dell'uranio e dal turismo - come si vede nelle immagini esposte nell'ultima sala - e l'intento di Beasley é esplorare l'impatto emotivo che questo comporta. Il suo desiderio è di fotografare come questi spazi "si sentono" piuttosto che come appaiono; sperimentare, sapere e condividere cosa stiamo perdendo per sempre.

Ad amplificare ulteriormente questo intento, un video con immagini a confronto scattate da Beasley negli anni, mette in evidenza lo stato di abbandono, il deterioramento e lo sfruttamento di questi territori dove vivono, in una stasi senza tempo, popolazioni lasciate strategicamente vivere ai margini dell'esistenza. Per continuare il dialogo con i visitatori aperto dalle domande poste dagli artisti nativi nordamericani nella mostra precedente, e mantenerne vivo il filo conduttore, le vetrine di tutte le sale rimangono anche per questa mostra luoghi interattivi di comunicazione per il pubblico, vere e proprie installazioni denominate Totem Talks. Nell'ultima sala invece il pubblico stesso è invitato a porre le domande all'artista. A corredo della mostra sono previsti diversi eventi collaterali di carattere musicale, visivo e Story Telling. ll fine settimana dopo l'inaugurazione della mostra, Beasley vi invita a partecipare al workshop durante il quale offrirà la sua particolare visione della città di Genova.

Douglas Beasley dopo la laurea (Bfa) presso la University of Michigan, Ann Arbor, dove studia anche religioni orientali e la cultura dei nativi americani, lavora per diversi anni per alcuni importanti studi fotografici commerciali come assistente fotografo ed in camera oscura. Questo lo aiuta a sviluppare una attenzione per il dettaglio e la competenza tecnica, ma non colma il suo desiderio di esplorare l'espressione artistica. Si trasferisce così a Minneapolis dove apre uno studio fotografico che lo porta negli anni a lavorare su progetti commerciali per la pubblica istruzione ed il servizio pubblico, e per associazioni non a scopo di lucro in giro per gli Stati Uniti. Attualmente lavora su progetti commerciali fine-art in tutto il mondo. Molti dei suoi progetti personali, compreso Sacred Sites of the Lakota, Dissapearing Green Space, Silent Witness: Genocide of the Landscape, Earth Meets Spirit sono supportati da fondi privati e pubblici e da borse di studio come il Minnesota Center for Photography, il McKnight Fellowship e la Jerome Foundation Artists Grants.

Le sue fotografie sono state ampiamente esposte, collezionate, pubblicate a livello internazionale e sono presenti in numerose riviste come Zoom, The Sun, B&W, PDN e PhotoVision. Il suo primo libro: "Japan; A Nisei's First Encounter", ci permette di comprendere il suo primo viaggio nella patria di sua madre, il Giappone. Il suo secondo libro "Earth meets Spirit" basato sulla sua personale visione del paesaggio sacro, è uscito a fine 2010, il volume "Zen & the Art of Photography" a fine 2011. Come fondatore e direttore di Vision Quest Photo Workshops, Beasley sottolinea l'espressione personale e la visione creativa attraverso l'uso della fotocamera. I suoi workshop sono tenuti in luoghi come Santa Fe (New Mexico), nel Maine, New York, Hawaii, Guatemala, Perù, Giappone, Cina, Italia, Kenya, Bali ed al Trade River Retreat Center nel nord-ovest del Wisconsin. Beasley è recentemente diventato proprietario ed editore di Shots Magazine, una rivista trimestrale indipendente diFine Art Photography ormai al 32 ° anno di pubblicazione. Shots è da sempre la sua rivista fotografica preferita! (Comunicato stampa)




Opera di Marco Pili Marco Pili: "Paesaggi del silenzio"
termina il 31 gennaio 2020
Studio Arte Fuori Centro - Roma

Il ciclo espositivo "Proposte 2020" curato da Michelangelo Giovinale si articola nelle mostre di quattro artisti contemporanei: Marco Pili, Raffaele Boemio, Isabella Ciaffi e Luigi Pagano che verranno realizzate nel periodo gennaio/aprile 2020.

«Saper guardare, consente di addentrasi in un luogo, cogliere la forma più recondita e distinguerne i particolari nella loro più complessa totalità. Consente all'uomo di svelare la sua sostanza, - come per il latino videre - che significa conoscere se stessi nel sentiero della scoperta, all'interno di ogni forma e dietro ogni figura, comprendere la muta eloquenza di ciò che conserva la propria terra e la sua più recondita identità. E per sentirsi parte di un luogo, bisogna saper riconoscere le parti di un tutto, come in quell'unità del paesaggio che fu per Platone il suo cosmo luminoso, quell'antico mondo mediterraneo di unità e di pluralità, di storiche civiltà, di mercanti, corsari e avventurieri, di uomini che lo hanno navigato con inconfondibile identità. Marco Pili ha un occhio sagace. Ricerca con pazienza la trama sottile della sua pittura che ha in se, frammenti di paesaggi perduti di terra sarda. Hanno il sapore delle stagioni di mezzo, quando l'odore di terra bruciata sale alle narici dopo le piogge d'agosto, mentre i venti di maestrale soffiano in Sardegna fra i resti di antichi nuraghi e i fitti canneti della penisola del Sinis, dove l'orizzonte accecato di luce si restringe in quell'abbraccio fatale - se non mortale - fra cielo, mare e terra.

Le opere di Marco Pili sono un continuo dialogo che si consuma nel silenzio. Interroga le radici che, a lui parlano di paesaggi secolari, di spiagge bianchissime di granelli si sabbia di quarzo piccoli come chicchi di riso. Parlano dell'uomo e della sua storia. Il significato figurativo di radice che è proprio nell'opera di Pili è quello di origine, di una linfa vitale che risale nelle opere è che lo nutre. Un bisogno di attingere dal ventre della madre terra che, Marco letteralmente setaccia, prima di trasformarla in materia per la sua pittura che si addensa nelle forme grasse e ruvide delle sue geometrie. Il suo è un processo di indagine antropologia, che nelle numerose sperimentazione lo ha portato a recuperare anche l'antico pane carasau, o ancora frammenti di pizzi e merletti, che lascia affiorare nelle opere come trame di memoria, mescolati a pigmenti di colori primari che esplodono con una veemenza che sembra quella tellurica di un terremoto. Marco Pili è un artista puro. Non adopera intermediazioni.

Le mani sono l'unico strumento di indagine. Non fa ricorso ad arnesi del mestiere che sono propri del fare di un pittore. Sono solo le mani, dopo aver raccolto a ricomporre per strati le geometrie informali delle sue opere che a fatica trattengono eruzione di colore, accidentale e incontrollato. È un viscerale Pili. Imprime nella sua pittura la stessa forza che estrae dalla terra. Le tele nel suo studio sono sempre in posizione orizzontale. Più che un procedimento tecnico è la sua necessità di calarsi nello spazio fisico dell'opera, chino, come un corpo a corpo impetuoso dal risultato quasi sempre imprevedibile. Il suo è un sentirsi parte di una polis, l'abitare i luoghi come tratto distintivo del paesaggio, come segno identitario, altro da una mera occupazione. Non solo un avervi dimora, piuttosto un abitare il mondo, che oggi, in quello contemporaneo è immagine di un'unità perduta.

C'è inoltre, nel suo lungo cammino, tutto il senso dell'ereditare, non come mero atto del prendere, piuttosto come gesto concreto e attuale del rendere paesaggi millenari, che al suo sguardo si ricompongono, nella relazione complicata con il futuro, sempre più stridente. Come se la trama naturale di un tempo oggi sia, irrimediabilmente diventata incerta e dubbiosa. Un elemento, più di altri, restituisce la misura di quanto la sua opera è l'espressione compiuta del suo essere parte di quel luogo e del suo viverci. Basta curiosare nel retro delle sue tele. Su corposi telai di legno, prima ancora di calarsi nella creazione dell'opera, Marco tende antichi tessuti usurati dal tempo. Sono reperti raccolti nel suo lento peregrinare. Spesso sono lenzuola, che sistema come su di un letto preparato ad accogliere amanti.» (Michelangelo Giovinale - curatore della mostra)




Vito Levi in una fotografia nella locandina della mostra "La musica, la vita del suo tempo e oltre il suo tempo"
L'insegnamento di Vito Levi (1899-2002), protagonista, scrittore, testimone della storia e della vita musicale


termina il 31 gennaio 2020
Biblioteca Statale Stelio Crise - Trieste
Locandina

"La musica, la vita del suo tempo e oltre il suo tempo". Sono parole tratte dalla lectio di Vito Levi per il conferimento della laurea h.c. da parte della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Trieste il 4 giugno 1981. Sintetizzano il senso del suo magistero, il legame che egli aveva voluto stabilire attraverso le sue lezioni e i suoi scritti. Ed è, ora, anche il titolo della mostra documentaria dedicata a Vito Levi (1899-2002) "protagonista, scrittore, testimone della storia e della vita musicale". La mostra è promossa dall'Archivio e Centro di Documentazione della Cultura Regionale in collaborazione con l'Archivio degli Scrittori e della Cultura Regionale, con il Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Trieste, con il Conservatorio di Musica "G.Tartini", con il Civico Museo Teatrale "C.Schmidl". L'iniziativa vuole ricordare il grande musicologo, critico, scrittore, storico della musica, professore al Conservatorio e all'Università di Trieste.

Nella mostra, oltre a numerose immagini riguardanti la sua vita, la famiglia, le relazioni di amicizia e quelle professionali, sono esposti documenti relativi alla sua attività di compositore dagli anni Venti del Novecento, i suoi libri tra i quali quelli su Wagner, Strauss e sulla vita musicale a Trieste, le versioni ritmiche di opere pubblicate sotto lo pseudonimo di Bruno Bruni dopo che - per le leggi razziali promulgate dal fascismo nel 1938 - Levi aveva dovuto lasciare l'insegnamento al Conservatorio e l'attività di critico musicale presso "Il Piccolo", prima di abbandonare Trieste e sfuggire alle conseguenze dell'occupazione nazista. Nella mostra si potranno trovare documenti sui suoi interessi di bibliofilo (dopo la seconda guerra ebbe anche incarichi di dirigente della biblioteca al Conservatorio). E, inoltre, i diari delle lezioni, appunti e dispense dei suoi corsi, alcune tesi di laurea di cui fu relatore all'Università, diversi scritti inediti tra i quali alcuni frammenti autobiografici e di saggistica musicale, lettere e testimonianze dei suoi rapporti con musicisti, musicologi italiani e stranieri ma anche con scrittori e uomini di cultura triestini tra i quali Svevo, Saba, Benco, Rosso. E con Fulvio Tomizza, che fu suo genero e suo amico e che lo fece personaggio di alcune sue importanti opere. (Comunicato stampa)

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Francobollo dedicato al Porto Franco di Trieste
Presentazione




Scultura in legno policromo cm.200x52x25 realizzata da Guido Pinzani nel 1979 denominata Immagine verticale in forma di Ronin Scultura in bronzo esemplare unico di cm.1062x23x23 realizzata da Guido Pinzani nel 1968 denominata Il grillo Guido Pinzani
La forma nel tempo della forma


termina lo 07 marzo 2020
Galleria Open Art - Prato
www.openart.it

A undici anni dall'antologica dedicata a Guido Pinzani (Firenze, 1939), in mostra circa trenta lavori, tra sculture in legno di grande formato (è recente l'acquisizione di una di queste da parte della Fondazione Vaf per la collezione permanente del Mart) e bronzi, ciascuno dei quali fuso in un unico, prezioso, esemplare. Saranno parte del percorso espositivo anche alcune opere protagoniste nel 2018 della mostra cinese di Pinzani presso lo Sculpture Museum di Qingdao, seconda città al mondo per estensione superficiale. In questa nuova antologica, sono soprattutto le opere di grande formato ad essere protagoniste, molte delle quali inedite, mai esposte o pubblicate prima, esemplari unici come sempre nella sua ricca produzione, opere che chiariscono e confermano l'immutabilità del suo percorso. Un percorso che, maturato nel flusso dei favolosi anni Sessanta, e dopo avere assorbito, e soggettivato la lezione informale, non si è mai allontanato da visioni attente ai temi della forma, dell'oggetto e dalla ricerca di un puntuale profilo estetico. Accompagna la mostra un catalogo bilingue edito da Carlo Cambi Editore, con un testo critico di Maria Letizia Paiato.

«L'opera di Guido Pinzani - spiega Maria Letizia Paiato - risponde in maniera autonoma e autorevole a una delle più tormentate domande dei secoli XX e XXI: che cos'è la scultura moderna? Una domanda che di converso rimbalza nell'attualità con una risposta che apre forse al quesito più corretto da porsi: non tanto che cos'è la scultura? Piuttosto chi è lo scultore oggi? Nella sua personale riorganizzazione della storia dell'arte, che guarda al primitivo, al mito, alla cultura orientale e occidentale, Guido Pinzani con le sue sculture definisce, oltre al concetto di forma nel tempo stesso della forma, anche e soprattutto chi è l'uomo, chi è l'artista e chi lo scultore». (Comunicato stampa)




Locandina della mostra I sei anni di Marcello Rumma 1965-1970 I sei anni di Marcello Rumma 1965-1970
termina il 13 aprile 2019
MADRE Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina - Napoli
www.liarumma.it

La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee presenta la prima mostra retrospettiva, a cura di Gabriele Guercio con Andrea Viliani, dedicata a Marcello Rumma (Salerno, 1942-1970), figura centrale nel dibattito culturale italiano e internazionale fra gli anni Sessanta e Settanta. Marcello Rumma sviluppò la sua ricerca, tanto di breve durata quanto intensa e pionieristica, in qualità di promotore di progetti espositivi e editoriali, connoisseur e appassionato collezionista, intellettuale e amico degli artisti, organizzando mostre e promuovendo pubblicazioni dedicate alle pratiche artistiche più sperimentali del suo tempo.

La mostra, organizzata in stretta collaborazione con l'Archivio Lia Incutti Rumma, è anche il risultato di un percorso di ricerca effettuato nell'ambito del Progetto Arcca-ARchitettura della Conoscenza CAmpana - Contesto tematico 1_MADREscenza2020, che ha permesso di contestualizzare la poliedrica quanto rigorosa attività di Marcello Rumma. Progetti riconosciuti oggi come esperienze centrali nella storia dell'arte contemporanea quali, fra le altre, le tre edizioni della Rassegna Internazionale di Arti Figurative di Amalfi (Aspetti del «Ritorno alle cose stesse», a cura di Renato Barilli, 1966; L'impatto percettivo, a cura di Alberto Boatto e Filiberto Menna, 1967; Arte povera più azioni povere, a cura di Germano Celant, 1968).

Oltre a sostenere e rendere possibili queste iniziative, Rumma fu attivo anche in altri campi, dalla didattica (fu fondatore del Centro Studi Colautti e di premi e riviste per giovani artisti) alle iniziative editoriali (lanciando, nel 1968, la casa editrice Rumma Editore che pubblicò, in maniera tempestiva, fondamentali testi di filosofia, arte, teatro e cinema, tra cui la prima traduzione italiana degli scritti di Marcel Duchamp, Machand du Sel, e il libro d'artista L'uomo nero, il lato insopportabile di Michelangelo Pistoletto). (Comunicato stampa)

___ EN

I sei anni di Marcello Rumma 1965-1970
15th December 2019 - 13th April 2020
MADRE Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina | Naples
Opening December 14th 2019 | h 5 - 8 pm

Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee is pleased to announce I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970 ("The Six Years of Marcello Rumma, 1965-1970"), the first retrospective exhibition devoted to Marcello Rumma, a key figure in the Italian and international cultural debate in the Sixties and the Seventies. The exhibition project is curated by Gabriele Guercio with Andrea Viliani. Marcello Rumma worked on his artistic research, which was as short-lived as it was intense and pioneering, as a promoter of exhibition and publishing projects. A connoisseur and passionate collector, an intellectual and a friend of artists, he organised exhibitions and promoted publications devoted to the most experimental forms of art in his day.

The exhibition, organized in close collaboration with the Archivio Lia Incutti Rumma, is also the result of a research path carried out within the project ARCCA-ARchitettura della Conoscenza CAmpana - Contesto tematico 1_MADREscenza2020, which allowed to contextualize the polyhedral and rigorous activity of Marcello Rumma. These included projects that are now hailed as ground-breaking events in the history of contemporary art, including three editions of the Rassegna Internazionale di Arti Figurative in Amalfi (Aspetti del «Ritorno alle cose stesse», curated by Renato Barilli, 1966, L'impatto percettivo, curated by Alberto Boatto and Filiberto Menna, 1967, and Arte povera + azioni povere, curated by Germano Celant, 1968).

As well as promoting and making these events possible, Marcello Rumma also played an active role in other sectors, from teaching (he was the founder of the Centro Studi Colautti and launched awards and magazines for young artists) to publishing projects (in 1968 he set up the Rumma Editore publishing house, which, ahead of its time, came out with fundamental works on philosophy, art, theatre and cinema. These included the first Italian translation of the writings of Marcel Duchamp, Marchand du Sel, and the artist's L'uomo nero, il lato insopportabile by Michelangelo Pistoletto). (Press release)




Opera di Alessandro Scarabello nella presentazione della mostra dedicata ai suoi lavori pittorici del 2017-2019 Alessandro Scarabello: "I Still Paint"
(Recent Works 2017-2019)


termina il 28 febbraio 2020
The Gallery Apart - Roma
www.thegalleryapart.it

Una significativa selezione della produzione dell'ultimo periodo di lavoro di Alessandro Scarabello. Come sempre accade nelle vicende umane che segnano la vita degli artisti, e dei pittori in particolare, alcuni specifici accadimenti di forte portata personale finiscono per materializzare grandi cambiamenti e importanti evoluzioni anche nella produzione artistica. Da questo punto di vista, il trasferimento di Scarabello in Belgio, la scoperta di una dimensione ambientale e intellettuale fortemente compatibile con la sensibilità pittorica, la possibilità di interpretare i rapporti interpersonali, soprattutto con altri artisti, in un'ottica di proficua condivisione, sono tutti elementi che hanno influito sul dipanarsi della quotidiana esistenza in un modo che ha trovato felice ed entusiasta riscontro nel lavoro dell'artista. Da qui la scelta di impostare questa sesta personale che The Gallery Apart dedica ad Alessandro Scarabello come una testimonianza e uno strumento di lettura dell'evoluzione che la poetica e la ricerca dell'artista hanno conosciuto in questi anni di residenza a Bruxelles.

In epoca di rivalutazione della pittura, secondo andamenti ciclici ben noti da cui è bene mantenersi distanti e guardinghi, Scarabello sceglie un titolo oggettivamente ironico e soggettivamente pungente per sottolineare da una parte che la pittura ha una funzione senza tempo e in continua trasformazione che la rende un medium dalle forti caratteristiche di adattabilità ai mutamenti e pertanto intrinsecamente avanguardistico, dall'altra che il suo modo di interpretare il mezzo è quello di una quotidiana dedizione finalizzata a soluzioni nuove e diverse; in una parola per Scarabello la pittura è da sempre e continua ad essere soprattutto ricerca. Le opere in mostra ottimizzano la precedente sperimentazione sul fronte del rapporto tra figurazione e simbologia e tra figurazione e astrazione. Imponendo alla figurazione progressive cessioni di sovranità, Scarabello non intende liberarsi della figura in sé quanto dedicarsi proficuamente ed appassionatamente alle forze generatrici delle immagini, ai meccanismi che presiedono alla formazione dell'immagine immaginata prima ancora di quella dipinta, agli automatismi che traggono da chissà quali meandri interiori la potenza per produrre irresistibili associazioni di idee.

Ecco allora che Scarabello amplia lo spettro delle sue ricerche, non più solo il corpo umano e le sue infinite metamorfosi, ma ora anche semplici oggetti che l'artista osserva colpito dalla loro potenzialità di tramutarsi in altro e di contenere in nuce forme diverse. L'artista si rende strumento di tali trasformazioni, colto dall'ansia di scoprire significati nascosti. Così uno stendino diviene una forma alata che richiama la Fenice oppure gli angolari metallici per la costruzione dei telai vengono assemblati e utilizzati come stampi per indagare il movimento ispirandosi al pattern dell'opus romano. Nell'ambito di un suo personalissimo archivio di quotidiana intimità Scarabello si appassiona a identificare e quindi a indagare gli elementi sensoriali, esperienziali, simbolici e mitologici che contribuiscono alla formazione di un'immagine, finendo così per viverla con grande intensità emotiva ancor prima di dipingerla. (Comunicato stampa)




Francobollo dedicato al Porto Franco di Trieste in occasione del 300esimo anniversario con rappresentata una nave cargo, il disegno della veduta dall'alto del porto e una gru Francobollo dedicato al Porto Franco di Trieste

Il 13 dicembre è stato emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica "le Eccellenze del sistema produttivo ed economico" dedicato al Porto Franco di Trieste, nel III centenario della istituzione, relativo al valore della tariffa B pari a 1,10€ (Tiratura: cinquecentomila esemplari; Fogli da quarantacinque esemplari). Il francobollo è in rotocalcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente. Bozzetto a cura di Silvia Isola. La vignetta riproduce, sullo sfondo, una mappa del Porto di Trieste su cui si evidenziano, a sinistra, un treno adibito al trasporto delle merci, a destra, una gru con elevatori per containers e, in basso al centro, una nave mercantile.

Completano il francobollo le leggende "300 anni" e "Istituzione Porto Franco di Trieste", la scritta "Italia" e l'indicazione tariffaria "B". Il francobollo ed i prodotti filatelici correlati, cartoline, tessere e bollettini illustrativi, possono essere acquistati presso gli Uffici Postali con sportello filatelico, gli "Spazio Filatelia" di Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Roma 1, Torino, Trieste, Venezia, Verona e sul sito poste.it. Per l'occasione è stato realizzato anche un folder in formato A4 a due ante contenente il francobollo, una cartolina annullata ed affrancata, una busta primo giorno di emissione, al costo di 12€. (Comunicato stampa)

Il 18 marzo 1719 l'imperatore Carlo VI istituì il Porto Franco di Trieste. Una "patente" che ha mutato il corso della storia della città e anche dell'impero d'Asburgo dapprima, dell'Italia e dei mercati europei poi. In questi tre secoli lo scalo ha avuto un ruolo fondamentale nelle relazioni commerciali tra Vecchio Continente e Oriente. Un tratto di storia così lungo e denso merita di essere celebrato con l'emissione di un francobollo speciale. La ricorrenza del III centenario dell'istituzione del Porto Franco di Trieste può e deve costituire un'opportunità per riflettere sulle peculiarità e sull'identità del porto stesso, sulle sue relazioni con il sistema economico nazionale e europeo. Lo scalo di Trieste sta vivendo una fase di straordinario rilancio, assumendo una posizione primaria come snodo di riferimento nel Mediterraneo per la Nuova Via della Seta.

In questo senso va il potenziamento della rete ferroviaria, in parte concepita e realizzata fin dall'età imperiale con una presenza capillare di binari lungo ogni banchina e nella parte retroportuale. In questo senso va l'attualizzazione dello status giuridico di Porto Franco che rappresenta un unicum a livello internazionale, portando numerosi vantaggi tra cui importanti incentivi doganali. Oggi il porto di Trieste è il punto di accesso ideale per i traffici con il Far East e intra-mediterranei, grazie a fondali naturali profondi fino a 18 metri capaci di accogliere le portacontainer di ultima generazione, connessioni ferroviarie giornaliere dirette verso le aree produttive e industriali del Nord-Est e delle maggiori destinazioni europee. Un'eccellenza italiana dal respiro internazionale.

Lo dimostrano i numeri: Trieste è il primo porto del Paese per movimentazione totale di merci e primo terminal petrolifero del Mediterraneo, oltre ad essere la porta privilegiata di accesso in Europa dei traffici RO-RO provenienti dalla Turchia. Ma è soprattutto il primo porto italiano per movimentazione ferroviaria. Con un record di 10 mila treni raggiunto nel 2018 e 210 mila camion tolti dalla strada, lo scalo rappresenta un modello in termini di efficienza, sostenibilità e attenzione per la qualità del lavoro. Tutto parla del porto a Trieste. La stessa fondazione della città, a partire appunto dal XVIII secolo, dipende dalla scelta di Carlo VI e di Maria Teresa di eleggervi "il" porto dell'Impero. Un porto che ha suscitato l'impianto a Trieste delle più varie e qualificate imprese economiche. Tra di esse, possiamo ricordare alcuni dei maggiori gruppi assicurativi della storia italiana e europea, del caffè e della cantieristica oggi leader mondiale nel settore crocieristico. Il porto è l'anima di Trieste. Testo bollettino, di Zeno D'Agostino - Presidente dell'Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale)




Immaginaria
Logiche d'arte in Italia dal 1949


termina lo 01 marzo 2020
Palazzo Montani Leoni - Terni

Una riflessione sulle esperienze artistiche di maggiore incisività avvenute in Italia dall'immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale fino all'avvento della cosiddetta condizione postmoderna, dell'era informatica e dell'avvio della globalizzazione. Una attenta ricognizione di compagini artistiche aderenti a movimenti o indirizzi estetici condivisi. Per dar conto delle produzioni pittoriche e plastiche di rilievo che nella seconda metà del Novecento si sono imposte a livello nazionale e internazionale, indicando al contempo le aperture sulle culture visive di altri paesi".

"È questo il caso - evidenzia il professor Bruno Corà, curatore della mostra - di artisti come Fontana, Burri, Capogrossi, Afro, Cagli, Colla, Dorazio, Accardi negli anni Quaranta-Cinquanta e successivamente di Rotella, Lo Savio, Uncini, Schifano, Manzoni, Castellani, Agnetti negli anni Sessanta-Settanta, ma anche di Kounellis, Merz, Fabro, Boetti e inoltre, negli stessi anni Settanta di artisti come Spagnulo, Gastini, Carrino, De Dominicis, Alfano e numerosi altri distintisi fino al clima del ritorno alla pittura degli anni Ottanta. Ognuno di tali artisti ha espresso la propria 'logica' ideativa e formativa dell'opera sottolineando fortemente la propria individualità, aspetto saliente nell'arte contemporanea e ancor più di quella maturata dal dopoguerra in Italia".

"La mostra "Immaginaria" è dunque rivolta simultaneamente tanto al riscontro 'storico' di singole esperienze, definitivamente compiute, quanto a voler cogliere gli elementi distintivi di ogni singola logica pittorica e plastica manifestatasi". "Sussidi e apparati di carattere storico critico accompagneranno il percorso artistico, anticipa l'architetto Tiziano Sarteanesi, incaricato dell'allestimento. In modo da fornire al visitatore strumenti di lettura delle esperienze considerate così come dei mutamenti avvenuti dagli anni della ricostruzione del nostro paese sino all'avvio della globalizzazione". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto in tecnica mista su tela di cm.210x210 realizzato nel 2019 da Federica Giulianini denominato Paradise circus Dipinto in tecnica mista su tela di 2017 cm.70x70 realizzato da Federica Giulianini denominato Immergersi nell'acqua Dipinto in tecnica mista su tela di cm.70x70 realizzato nel 2017 da Federica Giulianini denominato Genesi Federica Giulianini: Odyssea
inaugurazione 16 gennaio 2020, ore 18.00
Studio D'Arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Per la prima personale in galleria Federica Giulianini presenta circa 20 dipinti realizzati su tele di piccole e grandi dimensioni, frutto delle sue sperimentazioni degli ultimi anni. La sua indagine artistica si muove tra le vibrazioni ottiche della natura, del mondo animale e della forma stessa, nutrendosi di una sensibilità poetica, storico/culturale e mitologica che emerge dalla rivisitazione dei propri taccuini quotidiani. L'artista è fortemente legata alla pittura ed al disegno che mettono in relazione la sua decisa componente segnica e cromatica. Dalle grandi campiture di colore, realizzate con pigmenti che l'artista ricerca per il mondo, emergono animali o silenziose figure umane, delineate con un tratto di matita deciso che al tempo stesso ci restituisce solo un'ombra, una sagoma appena riconoscibile.

Federica Giulianini (1990, Ravenna), dopo aver terminato i suoi studi presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si laurea in Arti Visive/Pittura con il massimo dei voti, inizia la sua attività di docente accademico e quella espositiva, collaborando in esclusiva con lo Studio d'arte Cannaviello dal 2017. (Comunicato stampa)




Bracciale con Sole dorato in argento, placcato oro e smalti Panettoni da 1 kg al cioccolato di Modica e Arancia di Sicilia e al pistacchio e canditi al limone Collana e ciondolo con rosone verde argento Natale 2019 - Isola Bella Gioielli
Capsule Christmas Collection e "Gioiello di Panettone"

www.industria01.it

A Natale, Isola Bella Gioielli celebra la Sicilia e la sicilianità lanciando una Capsule Christmas Collection e firmando i "gioielli di gusto" per Bonfissuto. L'azienda siciliana formata da Alessio Strano e Giuseppe Argurio, rispettivamente Ceo e direttore commerciale e designer e project manager di Isola Bella Gioielli, lancia una Capsule Christmas Collection frutto di nuove creazioni, inedite rivisitazioni e implementazioni di celebri must have del brand e firma i "gioielli di gusto" - le scatole - e l'idea regalo - una tovaglietta americana - dei panettoni Bonfissuto.

Isola Bella Gioielli per il Natale 2019 celebra la preziosità e l'eterogeneità della Sicilia con una collezione di gioielli in cui trovano spazio creazioni inedite, disponibili online e nei punti vendita da metà novembre - "Fuochi d'artificio" e i "Bracciali rigidi" - varianti di alcune collezioni già esistenti, come le diverse colorazioni di "Balconi di Sicilia" e i nuovi bracciali "Mori", a corredo dei già esistenti orecchini e anelli. La collezione "Fuochi d'Artificio" - collana con ciondolo, orecchini e anello - celebra l'estro e la creatività dell'arte orafa unitamente alla gioia per le feste di cui i fuochi d'artificio sono l'emblema; la linea "Bracciale Sole Nero" e "Sole Dorato" - dedicata al Sole e alla Sicilia, è ideale per chi ama i gioielli di carattere e vuole portare con sé l'energia di quest'Isola.

"Balconi di Sicilia", omaggio al perfetto equilibrio tra arte, storia e bellezza dell'Isola, è divenuta una dei must have del brand catanese che a Natale si arricchisce di nuovi gioielli e nuovi colori, tra cui: gli orecchini, collana con ciondolo e anello rosone tondo viola/viola che si rifanno ai colori del tramonto visto da dietro le vetrate di un palazzo barocco, mentre il sole scende e il cielo si tinge di sfumature di rosa, viola, arancio; gli orecchini, collana con ciondolo e anello tondo bianco/azzurro/viola che traggono ispirazione dal cielo azzurro, dalle nuvole bianche, dai riflessi tenui delle facciate. Infine, gli orecchini, ciondolo con collana e anello tondo verde/verde che richiamano le sfumature di verde, dalle più chiare degli specchi d'acqua alle più scure della vegetazione, unite alla luce dorata di un'Isola preziosa.

Il "Bracciale Regina dei Mori" e il "Bracciale Re dei Mori" - ultimi arrivati di questa serie di cui esistono già gli orecchini e gli anelli - richiamano a un'antica leggenda d'amore e di passione. Lo stile glamour di Isola Bella Gioielli incontra l'arte dolciaria dei fratelli Bonfissuto per un Natale 2019 total made in Sicily che celebra la cultura millenaria del Mediterraneo e della Sicilia attraverso due "gioielli di gusto": i panettoni da 1 kg al "Cioccolato di Modica e Arancia di Sicilia" e al "Pistacchio e Canditi al Limone", arricchiti da un prezioso e originale pack. L'estro di Isola Bella Gioielli e l'amore per la tradizione dolciaria di Giulio e Vincenzo Bonfissuto - giovani ed entusiasti protagonisti della scena pasticcera siciliana - si declinano in una golosa collaborazione. Un panettone siciliano a lievitazione naturale di 36 ore, prodotto con lievito madre, uova di galline allevate a terra e materie prime di altissima qualità, esaltato da due preziose scatole e una sorpresa - una tovaglietta americana - disegnate e firmate da Isola Bella Gioielli.

«Abbiamo cercato e voluto fortemente questa partnership - dichiarano i due imprenditori Vincenzo Bonfissuto e Alessio Strano - perché rappresenta il nostro modo di fare impresa e di promuovere la Sicilia intraprendente e dinamica di cui ci sentiamo ambasciatori. Abbiamo voluto associare le nostre rispettive realtà, ideando insieme un progetto ad hoc per il Natale 2019, unendo le nostre competenze, il nostro entusiasmo e le nostre risorse. Due gusti di panettoni tipicamente siciliani custoditi dentro due scatole belle ed eleganti: ecco come sono nati i nostri "gioielli di gusto" e il nostro Natale total made in Sicily».

Sono i toni accesi del verde del pistacchio, delle foglie di limone e dell'arancione delle arance siciliane, illuminati dal color oro - esplicito richiamo al gioiello - a caratterizzare le cromie delle due scatole le cui tonalità sono anche un richiamo ai due gusti dei panettoni. Pistacchio e limone, con una glassa di cioccolato al pistacchio, pistacchi interi e canditi di limone e un vasetto di crema di pistacchi di Sicilia, è il panettone siciliano delle feste. Cioccolato di Modica e Arancia glassato in superficie con cioccolato fondente, dolci canditi di arancia e golosi pezzetti di cioccolato di Modica Igp, con vasetto di crema di cioccolato di Modica per arricchirlo ulteriormente, è dedicato a chi ama il cioccolato.

Le scatole Isola Bella Gioielli e la tovaglietta americana - esclusiva idea regalo che unisce insieme moda e palato - possono essere utilizzate, anche dopo le festività, come complementi d'arredo belli e funzionali con cui arricchire le proprie case o uffici. Questi "gioielli di gusto" sono acquistabili sull'e-commerce e presso i rivenditori Bonfissuto, e in una selezionatissima rete di gioiellerie già rivenditori di Isola Bella Gioielli. Isola Bella Gioielli già da alcuni anni porta avanti dei progetti collaterali insieme a altre realtà siciliane, con l'intento di sperimentarsi in ambiti diversi, creare nuovi sodalizi e promuovere le tante realtà virtuose dell'Isola. Si pensi, alla partnership con la Fondazione Radice Pura in occasione dell'ultimo Garden Festival, al progetto sociale lanciato per WonderLAD, al contest creativo in collaborazione con Ruiz Rappresentanze, Industria01 e Harim Accademia Euromediterranea. (Comunicato Valentina Barbagallo | ufficio stampa Industria01)




Locandina mostra Azotrumbo di Gianni Asdrubali Gianni Asdrubali. Azotrumbo
termina il 15 febbraio 2020
Galleria Giraldi - Livorno
www.galleriagiraldi.it

Esposte circa trenta opere, la maggior parte delle quali rappresentano il lavoro degli ultimi anni di Gianni Asdrubali. Le opere dell'ultimo periodo, molte delle quali inedite, sono state realizzate con l'ausilio di vernici industriali, spesso su supporto in forex o plexiglass, materiali questi appropriati e conformi al processo creativo dell'artista. Nell'occasione sarà presentato un catalogo di oltre 150 pagine con scritti di Bruno Corà, Lorenzo Mango, Marco Tonelli, Marcello Carriero e Gianni Asdrubali. Sin dall'inizio del suo lavoro, con "il muro magico" del 1979, Asdrubali non ha prodotto opere "rappresentative", in quanto le stesse hanno sempre trovato origine nel conflitto tra l'azione, mai protagonista, e la tensione del vuoto, di ciò che non c'è. Questo processo ha sempre prodotto opere imprevedibili, la cui immagine ci parla dell'assenza da cui tale materialità ha origine ed introduce quella straordinaria attrazione che caratterizza le sue opere, che accostate le une alle altre, restituiscono l'equilibrio interno della singola opera.

Scrive, a questo proposito, Gianni Asdrubali nel suo testo in catalogo: "Nel mio lavoro l'apertura dell'opera è data dalla sua 'chiusura' di senso. Ogni opera è un circuito 'chiuso', autosufficiente, non necessita di relazionarsi con altre entità esterne, ma, allo stesso tempo, quando queste singole opere, autonome, vengono unite tra di loro, ecco che si unificano a formare un'opera conclusa in sé. È la stessa chiusura che apre e che 'fa mondo'. Più ermetica è la chiusura e più alto è il livello di energia che essa contiene e, proprio grazie all'equilibrio di questa tensione interna, l'opera attrae 'verso di sé' ma, allo stesso tempo, emana 'altro da sé' qualcosa che non può essere definito: l'irrazionalità del risultato o della bellezza, come è noto, non può essere determinata. Il metodo per sua natura è logico, ma il risultato ultimo è irrazionale. L'opera è l'immagine contraddetta di questo paradosso."

Poi così conclude: "E' per questo che le opere sono attrattive senza disperdere energia gratuitamente. Se colloco una di queste opere in una parete, in una piazza, se la getto a caso in un qualsiasi ambiente, questo spazio quotidiano da passivo diventa attivo. E' l'opera che attrae a sé mentre contemporaneamente, per contrasto, riemana energia. Non si tratta certo di un processo rassicurante." (Comunicato stampa)




Il ritorno di Albrecht Dürer
La 'Madonna del Patrocinio' a Bagnacavallo 50 anni dopo


termina lo 02 febbraio 2020
Museo Civico delle Cappuccine - Bagnacavallo (Ravenna)
www.museocivicobagnacavallo.it

Dallo scorso settembre le sale del Museo Civico ospitano la mostra Albrecht Dürer. Il privilegio dell'inquietudine, un ambizioso progetto espositivo sulla produzione grafica di Dürer, con più di 120 opere provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private. Il museo ospita la speciale esposizione della Madonna del Patrocinio, nota anche come Madonna di Bagnacavallo, uno straordinario dipinto del grande Maestro di Norimberga "scoperto" nel 1961 dal sacerdote-studioso Antonio Savioli dopo che, a memoria d'uomo, era sempre stato davanti agli occhi delle monache di clausura bagnacavallesi come anonimo oggetto di devozione. Da quel momento la Madonna del Patrocinio "riemerse" alla luce della ricerca storico-artistica con la forza di una rivelazione inaspettata e sorprendente, provocando sin da subito l'estasiata sorpresa di Roberto Longhi che non esitò a ravvisarvi la mano del grande Albrecht Dürer.

L'improvviso interesse mediatico e della comunità scientifica intorno a quel dipinto rappresentò allo stesso tempo un motivo di turbamento per le monache, che si ritrovarono inconsapevolmente custodi di un vero e proprio tesoro, ma soprattutto, come ricordano le cronache dell'epoca, si ritrovarono a non saper più come fare «per rispondere alle numerosissime richieste di visionare l'opera che giungono loro da ogni parte d'Italia e dall'estero». Anche per questo motivo la comunità maturò l'idea di alienare la preziosa tavola, progetto che si concretizzò all'inizio del 1969 con la vendita al collezionista-mecenate Luigi Magnani. In quella data la Madonna del Patrocinio lasciò così per sempre Bagnacavallo, senza che ci fosse mai stato un solo momento di esposizione ai cittadini bagnacavallesi.

Assume dunque un particolare significato culturale e civile la mostra, a cura di Diego Galizzi, direttore del museo. Il progetto non solo vuole colmare quella sorta di "debito" rimasto aperto nei confronti della cittadinanza, ma vuole anche essere l'occasione per fare il punto sulle ricerche storico-artistiche intorno all'opera e per ricostruire la sua intricata vicenda storico-conservativa, dalle più antiche notizie circa la sua origine fino alla passione collezionistica di Luigi Magnani e all'attuale conservazione presso la Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo. Il progetto espositivo si concentrerà dunque su tre aspetti. Il primo è dedicato a ripercorrere i momenti salienti, i protagonisti e le vicissitudini di una storia che, a partire dalla scoperta nel 1961 e fino alla sua vendita, vide al centro quel piccolo dipinto fino ad allora ignorato. Si tratta di una stagione lunga, intricata e ricca di colpi di scena, caratterizzata di volta in volta dalla convergenza o dal conflitto di interessi diversi: devozionale, storico-artistico, economico e civile.

Il secondo aspetto su cui si focalizza la mostra è rappresentato dalla ricostruzione della storia conservativa del dipinto, partendo dalla sua presenza nel monastero come oggetto di devozione e provando a risalire il più indietro possibile nel tempo, indagando sulle circostanze per le quali un dipinto di tale importanza sia giunto tra le mura di un piccolo convento di provincia. Sotto questo aspetto gli studi condotti per l'occasione hanno raccolto numerosi elementi utili alle ricerche intorno al possibile luogo di origine, ai possessori e alla committenza della Madonna. Il terzo aspetto è naturalmente l'indagine storico-artistica sulla tavola, che analizzando gli aspetti formali e iconografici dell'opera entra nel merito della sua collocazione nel percorso artistico di Dürer, non mancando di prendere in considerazione il dibattito provocato da una parte della critica riguardo alla sua attribuzione o meno alla mano del grande maestro di Norimberga. La mostra vuole dunque riordinare e sintetizzare le principali ipotesi formulate sulla Madonna del Patrocinio, gettando luce sulle argomentazioni e soprattutto su quegli elementi concreti che, esaminati nell'insieme, non solo avvalorano la paternità düreriana dell'opera, ma ne rivelano una qualità tale da configurarla come una prova di assoluto valore dell'artista. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Dipinto ad acrilico su carta di Alan Gattamorta nella mostra Recinzioni Recinzioni
termina lo 09 febbraio 2020
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.







Locandina della mostra Partiture Illegibili Opera di Greta Schoedl denominata Untitled (from Vibrations Series) di 85x114 cm, 1975-80 Partiture illeggibili
Greta Schödl, Leila Mirzakhani, Nina Carini | Marcia Hafif, Max Cole, Elena Modorati


termina il 22 febbraio 2020
Labs Gallery - Bologna

24-26 gennaio 2020
Artefiera Bologna

Progetto a cura di Angela Madesani che si compone di due mostre: la prima mette in dialogo Greta Schödl, Leila Mirzakhani e Nina Carini presso Labs Gallery, a Bologna; la seconda vede coinvolte Marcia Hafif, Max Cole ed Elena Modorati presso Artefiera Bologna. Le due mostre presentano un dialogo sul segno attraverso i lavori di tre artiste storiche e tre contemporanee. Si tratta di artiste con percorsi assai diversi, riunite dalla curatrice in occasione della mostra sia da un punto di vista della tematica affrontata, che da quello della procedura dell'operare.

Marcia Hafif (Pomona, 1929 - New York, 2018) ha utilizzato per le sue opere la grafite sulla carta da disegno perchè, come lei afferma: «Sono i materiali più elementari, che si usano per fare arte, sempre a portata di mano e che non richiedono tempi di preparazione». I segni leggeri nelle sue opere creano partiture, in cui tempo e spazio si confrontano, senza produrre significati di sorta.

Nelle opere su carta di Max Cole (1937) il segno, ripetuto come in un mantra visivo, è protagonista assoluto. Spiega la curatrice nel testo in catalogo: «La sua è una sorta di disciplina segnica, è il filo conduttore della ricerca dell'artista americana. Quelle che all'apparenza paiono linee nette, orizzontali nello spazio astratto, in realtà sono righe di diversa entità in cui brevi pulsioni verticali fanno da contrappunto in una dimensione ritmica».

Anche per Greta Schödl (1929) la meditazione è un aspetto portante del lavoro. Ancora Madesani: «Nella ricerca dell'artista austriaca l'aspetto progettuale è assente. I suoi lavori, di diverse grandezze, sono al di là di una dimensione temporale precisa. Sono opere diacroniche che uniscono più momenti, in cui la datazione perde talvolta il suo senso». Nei suoi libri-opera, quasi tutti in copia unica, sono incollati frammenti di natura, pagine di antichi libri di soggetto sacro e parti d'oro.

«Scrittura come segno che istituisce il senso in un'accezione che rimanda agli archetipi, a una sorta di momento primario, in cui è il segno che graffia la terra e stabilisce delle coordinate rispetto alle quali è possibile orientarsi», così Elena Modorati (Milano, 1969) descrive il suo modo di vedere il segno. Nelle sue opere vi sono dei riferimenti alla pittura fiamminga, alla sua dimensione intima e nostalgica.

Le opere di Leila Mirzakhani (1978) sono realizzate con una tecnica essenziale, matita su carta così come era per Marcia Hafif. Nei suoi lavori il pensiero è dominante, mentre la tecnica è al suo servizio. La matita realizza il segno primitivo, archetipico, che riporta la mente al segno dell'uomo prima dell'avvento della storia. Quanto si vede è il frutto di un processo, che parte dall'artista stessa: le sue sono azioni, pensieri, rituali che affondano le radici nel zona più profonda del pensiero.

Di Nina Carini (Sicilia, anni Ottanta) sono in mostra opere installative. Al centro della luna è una lunga collana di sfere, grandi e piccole, che culminano nella luna, coperta da fili neri, che la collegano all'alto. La luna le tira i capelli, la trascina. L'indagine sul tempo, come per le altre artiste di Partiture illeggibili, è un elemento essenziale della sua ricerca, così come l'indagine sui temi del linguaggio. In mostra è Je t'aime (2019) composta da 110 fogli stampati a mano con inchiostro e trasparina. A ogni foglio stampato, è stata aggiunta la trasparina in dosi minime, foglio dopo foglio. Così che nell'ultimo la frase Je t'aime sparisce. È un'opera performativa. La scelta della frase non è casuale. «L'ho scelta perché è una delle frasi più complesse del linguaggio umano». (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Ulisse L'Arte e il Mito Ulisse: L'Arte e il Mito
15 febbraio - 21 giugno 2020
Musei San Domenico di Forlì
www.mostraulisse.it

Il tema affrontato dalla mostra è quello di Ulisse e del suo mito, che da tremila anni domina la cultura dell'area mediterranea ed è oggi universale. Mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. E che oggi, come nei millenni trascorsi, trova declinazioni, visuali, tagli di volta in volta diversi. Specchio delle ansie degli uomini e delle donne di ogni tempo. La vasta ombra di Ulisse si è distesa sulla cultura d'Occidente. Dal Dante del XXVI° dell'Inferno allo Stanley Kubrick di 2001 - Odissea nello spazio, dal capitano Acab di Moby Dick alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della "Gerusalemme liberata" alla Ulissiade di Leopold Bloom l'eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di Ritorno ad Itaca là dove spiega che il senso del viaggio non è l'approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure.

Il contributo dell'arte è stato decisivo nel trasformare il mito, nell'adattarlo, illustrarlo, interpretarlo continuamente in relazione al proprio tempo. Una grande viaggio dell'arte, non solo nell'arte. Una grande storia che gli artisti hanno raccontato in meravigliose opere. La mostra racconta un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall'antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea. Un percorso emozionante, a scandire una vicenda che ci appartiene, che nello specchio di Ulisse mostra il nostro destino. Poiché Ulisse siamo noi, le nostre inquietudini, le nostre sfide, la nostra voglia di rischiare, di conoscere, di andare oltre. Muovendo alla scoperta di un "al di fuori" sconosciuto e complesso che è dentro di noi. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Loredana Raciti Locandina della mostra Dominante il Sentimento Opera di Loredana Raciti "Dominante il Sentimento"

di Loredana Raciti

www.loredanaraciti.it

"Dominante il Sentimento" è la rassegna di Video/Art con cui Loredana Raciti ha partecipato alla IV edizione del Festival delle Arti "Nuvola Creativa 2019" al MACRO Asilo di Roma. Il titolo, "Domino Dominio/ Per gioco e per davvero", é stato occasione per tornare su tematiche a cui l'artista é particolarmente sensibile. Forza di carattere, rigore, disciplina, e una irrequietezza che è ricerca, apertura, spazialità. L'amore per il viaggio e la scoperta, un cosmopolitismo sull'asse oriente/occidente, fanno di lei un interprete universale di questo tempo. Loredana Raciti nasce a Khartoum in Sudan, da padre italiano e madre montenegrina, artisticamente in Italia con il movimento "Metropolismo".

E' stata presente in importanti e prestigiose sedi museali, teatri, fondazioni, accademie, in Italia e all'estero. Artista eclettica, mentalmente nomade, informale e dalle molteplici possibilità espressive, rifugge il conformismo ponendosi come obiettivo la ricerca della verità. Affascinata (ma non sedotta) dalla tecnologia, é portata sempre a nuove sfide, con l'intento comunque di analizzare e comprendere i meccanismi e le dinamiche dei cambiamenti sociali e umani, avvalendosi della conoscenza della storia, dei testi sacri di qualunque tradizione, delle culture del mondo, della letteratura, dei miti e degli archetipi, fondamentali per interpretare il presente, chiave di analisi importantissima.

Una natura spirituale, un incondizionato amore per il creato, e la fascinazione per lo spazio cosmico, fanno di lei uno sciamano del nostro tempo, uno spirito incarnato che giunge da lontano, forse dal futuro, o da mondi paralleli. Più che artista ama definirsi "creatore". Il suo è un immaginario onirico, surreale, ma al tempo stesso reale e consapevole. "Non è forse surreale la realtà?", sottolinea la nostra artista. Sono infatti i sentimenti a creare la realtà, e questo spiega l'irrealtà del reale. Quali sentimenti dominano il nostro tempo? Paura, angoscia, ansia, senso di precarietà, solitudine, alienazione, confusione... Una opprimente incertezza ammala la nostra idea di futuro.

Loredana Raciti, con potente capacità di visione, di intuizione, anticipa scenari futuri, avverte i segni di una catastrofe e attraverso la tecnica cinematografica, così efficace per trasmettere e ricevere messaggi, crea un legame empatico ed emozionale con il suo pubblico. Musica, danza, suoni, immagini, colore, parole... ogni cosa capace di creare mutazione dello stato di coscienza, e la narrazione diventa liberazione: nel vedere rispecchiate le proprie tensioni, è possibile liberarsi dai sentimenti ossessivi ed entrare in uno stato di consapevolezza e di elaborazione delle nevrosi. "Dominante il Sentimento" è un collage di racconti (video) riguardanti diverse tappe del percorso artistico di Loredana Raciti, ma il suo riferimento è comunque il cinema, non tanto la Video Art. Il video è stato volutamente montato senza tenere conto della cronologia. Una serie di video/frame, a comporre una narrazione dalla lettura multilineare e multisequenziale.

Un unicum tuttavia, una saga o un thriller, attraverso immagini, memorie personali, musica, danza. Ogni racconto è un mondo assoluto la cui lettura può essere arricchita dalla visione di altri video. Un microcosmo compiuto, ma ampliabile all'infinito. Un progetto in divenire. Una sorta di "ipertesto", dove i concetti chiave funzionano da collegamenti ipertestuali. Ogni fotogramma è come un dipinto; infatti costante é la ricerca pittorica, lo studio sul colore. Pittura in movimento, fino a creare un suggestivo affresco contemporaneo, tra realtà, sogno e immaginazione. Una storia sonora visiva e visionaria. Tutto è messo in relazione, in collegamento. Una narrazione, a volte delicata e poetica, altre feroce e crudele, come la vita. Un mosaico di questo cruciale momento storico. Una riflessione sul bene e sul male, dove il male appare in ogni caso dominante. La drammatica considerazione che l'uomo non si è evoluto, e si sta incamminando verso un destino volto all'annientamento.

"Dominante il Sentimento" contiene nove racconti che si annunciano con una sorta di oracolo. Nel primo dei racconti, uno Spirito bianco, "White Tale", é metafora della condizione dell'artista al momento della creazione, nell' atto di pronunciare la profezia, come se entrasse in contatto col dio. L'artista qui rappresenta lo Spirito del tempo che interroga la natura.

___ Eva/Eve
L'uomo riconciliato ritrova la sua anima. Una nascita pagana dell'umanità nella divinità degli elementi. Un post civiltà, all'alba del pianeta, una umanità purificata, priva di peccato e di colpe .

___ Il canto di Ishtar - MART di Rovereto
Fusione tra danza, poesia e arti visive. Danzato e coreografato da M. Sales al MART di Rovereto. Concettuale, tuttavia siamo nella classicità: discesa agli inferi, patto con i sette demoni, danza dei sette veli. Un alto sacrificio per un alto ideale. La voce che accompagna il suono, la danza, la gestualità.

___ La Stanza dell'Artista - Auditorium di Roma
Una Trilogia.
- Bellezza, eleganza, leggerezza, mistero, immagini sfumate, grande pudore e rispetto per un mondo segreto, i suoi simboli, le sue ritualità. Un Giappone lontano.
- Creature della terra, animali e il loro simbolismo. Innocenza e regalità. La libellula, con il suo limitare e il suo limen tra il regno dei vivi e il regno dei morti, simile a una sibilla, simbolo di rinascita e trasformazione.
- Frenesie di un mondo metropolitano e tecnologico. Oriente, siamo sempre i Giappone. Modernità e tradizione. Monasteri, e di contro i grandi schermi pubblicitari.

___ Quattro toni il Quinto elemento - Performance live
Il Sogno. Video concettuale
L'artista nella sua stanza evoca in sogno le sue muse.

___ Luci nel Bosco - Palazzo Valentini
Sostenibilità ecologica, cambiamenti epocali, danni all'ambiente, mutazioni climatiche. Biologico e artificiale condividono gli stessi spazi. Disumanizzazione. Un mondo che conosce i problemi e non fa nulla per salvarsi. Richiamo alle coscienze. Valore spirituale della Luce.

___ La Montagna degli Spirito
Un Tibet proibito e distante. Il dominio del potere. Umanità. Purezza. Spiritualità. Riprese difficilissime, proibite. Immagini catturate al rischio della propria incolumità.

___ Virtual Tale - We are virtual
Madre Terra, la Natura che non sentiamo più, il nostro vivere dissociati. Tutto è fagocitato velocemente e senza sosta. Le nuove generazioni in bilico, in pericolo per il clima, i disboscamenti. Inquinamento delle acque, dell'aria, del cibo. Condizione di degrado. Un cinismo che blocca emotivamente. Si vive in una "bolla": tre tempi di donne, dissociate tra loro, dissociate dalla musica, dissociate dalla natura. Un testo forte, doloroso. Musiche elettroniche, ipnotiche, alienanti, sapientemente calibrate alle immagini. Un video crudo e crudele.

___ De'Ja' Vu
Scenari contemporanei e futuri, attraverso frame tratti da film ("Bastardi senza Gloria", "Blade Runner", "Indiana Jones","Il Discorso del Re"...). Uomini spregiudicati, una società decadente, orrida, alla deriva. Un tempo a scadenza. Siamo a rischio di una nuova guerra globale, una nuova dittatura/dominazione, una definitiva morte interiore? (Presentazione di Domenica Giaco)




Operai al lavoro in una macchina della Officine Minganti Noi siamo la Minganti
Bologna e il lavoro industriale tra fotografia e memoria (1919-2019)


termina il 10 maggio 2020
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna
www.museibologna.it/patrimonioindustriale

La mostra, realizzata in occasione del centenario delle Officine Minganti, racconta la storia della fabbrica bolognese come luogo del lavoro e della produzione accostando un'ampia selezione di fotografie d'epoca e una raccolta di materiali documentali. Il percorso espositivo è caratterizzato da una selezione di fotografie provenienti sia dagli archivi della Camera del Lavoro di Bologna, della Fiom-Cgil Bologna e del Museo del Patrimonio Industriale che da donazioni di ex dipendenti. La scelta delle immagini si dipana intrecciando volutamente la memoria visiva strettamente legata alla realtà produttiva e lavorativa quotidiana, nella sua materialità e varietà all'interno dello spazio industriale, ma anche il suo svilupparsi all'esterno delle officine, nelle forme di espressione legate alle manifestazioni sindacali.

Le immagini documentano, in un arco temporale che va dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta del Novecento, gli ambienti interni ed esterni della fabbrica, il lavoro nell'officina e negli uffici tecnico-amministrativi e la lunga lotta contro la chiusura (il declino inizia dagli anni Settanta, prosegue con l'amministrazione controllata degli anni Ottanta e arriverà alla fine con una lunga e complessa procedura fallimentare conclusasi solo nel 1997). Un ulteriore nucleo di fotografie mostra gli spazi abbandonati nei primi anni Duemila e l'odierna rifunzionalizzazione dell'area come centro commerciale. Completano l'esposizione due spazi tematici: il primo è legato alla produzione Minganti con cataloghi e oggetti donati da ex lavoratrici ed ex lavoratori. Il secondo è dedicato alla Virtus Minganti pallacanestro: le Officine Minganti sono state infatti il primo sponsor in assoluto della società sportiva tra il 1953 e il 1958, anni in cui furono conquistati due Campionati italiani, nel 1954-'55 e nel 1955-'56. In mostra sono visibili fotografie dell'Archivio Storico Virtus, una maglia e riviste sportive dell'epoca provenienti da collezioni private. Arricchiscono il percorso una video-installazione e alcune video-interviste a ex dipendenti, che restituiscono memoria all'aspetto umano della produzione industriale.

La Minganti è stata una delle più importanti aziende meccaniche italiane, conosciuta e apprezzata nel mondo per la produzione di torni e macchine utensili. Fondata nel 1919 da Giuseppe Minganti, a partire dagli anni Trenta si afferma con torni semiautomatici, commercializzati anche all'estero. Gli occupati, da meno di 200, crescono fino ad oltre un migliaio nel periodo bellico quando però la fabbrica viene distrutta nell'incursione aerea del 25 settembre 1943. La ricostruzione e la ripresa del dopoguerra vedono la morte di Giuseppe Minganti al quale subentra la moglie Gilberta Gabrielli. La "signora Minganti", così era comunemente chiamata, dimostra grandi doti manageriali ed imprenditoriali. Nel 1958 la costruzione dello nuovo stabilimento in Bolognina, progettato da Francesco Santini, testimonia il grande sviluppo dell'azienda e la definitiva affermazione delle sue macchine, alle quali viene riconosciuto un ruolo di eccellenza tecnologica tale da essere apprezzate in tutto il mondo, in particolare nei paesi scandinavi e nell'Europa dell'Est.

Nel 1964 Gilberta Gabrielli viene nominata Cavaliere del Lavoro, prima donna in Italia. Dopo la sua morte, nel 1970, inizia un processo di crisi e declino delle Officine, fino all'amministrazione controllata del 1981 ed il successivo fallimento, la cui lunga procedura si protrae fino al 1997. La Minganti è stata attraversata dalle grandi cesure che hanno scandito la storia del Novecento: la guerra, la ricostruzione, il Sessantotto, la fase di declino industriale degli anni Ottanta fino alla rifunzionalizzazione degli anni Duemila. Lavoratori e lavoratrici sono stati testimoni non solo delle trasformazioni produttive, ma anche protagonisti delle numerose forme di lotta che li hanno visti mobilitarsi per la ripresa all'indomani del secondo conflitto mondiale, contro i licenziamenti discriminatori degli anni Cinquanta, per migliori condizioni di lavoro e retribuzioni negli anni Sessanta/Settanta, fino alla crisi della fabbrica e lunga mobilitazione contro la chiusura negli anni Ottanta.

La mostra fa parte del più ampio progetto "Il lavoro e la Minganti", lanciato in occasione del centenario della fondazione delle Officine in sinergia con il progetto Bologna metalmeccanic@, co-promosso dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell'Università di Bologna, dal Museo del Patrimonio Industriale, da associazioni di ricerca storica e promozione culturale come Clionet e da Fiom-Cgil Bologna. Significativa ed importante è stata l'attivazione di un gruppo di ex-lavoratori ed ex-lavoratrici delle Officine Minganti, costituitosi nel Comitato Minganti Storica, interessati a non disperdere l'importante memoria e cultura del lavoro che ha trovato espressione nello stabilimento metalmeccanico nel corso del Novecento. (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)




Nasce a Matera il MIB - Museo Immersivo della Bruna
www.mibmatera.it

Un museo per conoscere la festa patronale, in onore di Maria Santissima della Bruna, che da 630 anni si svolge il 2 luglio a Matera, un piccolo museo che si sviluppa su 200 metri quadrati ma che al suo interno contiene un carro trionfale in scala 1:1 e che grazie alle più moderne tecnologie permette ai visitatori, indossando occhiali in 3D, di trovarsi al centro del momento più emozionante della festa: lo strazzo del carro in cartapesta. Il MIB - Museo Immersivo della Bruna, è stato inaugurato il 30 novembre, nel cuore del Sasso Barisano.

Il 2 luglio, il giorno più lungo come i cittadini di Matera definiscono il 2 luglio, con la festa che si svolge dalle prime luci dell'alba con la processione dei pastori, fino allo strazzo del carro e ai fuochi pirotecnici di mezzanotte, nel percorso museale viene raccontato con immagini e suoni che consentono di scoprire i momenti salienti della Festa della Bruna e di poter vedere un carro realizzato in scala 1:1. Una struttura di imponenti dimensioni, con i suoi 12 metri di lunghezza, 3 di larghezza e alto ben 7 metri. Costruito in cartapesta dall'artista Andrea Sansone, il manufatto è ricco di statue, angeli, putti, fregi e dipinti. Il MIB - Museo Immersivo della Bruna non prevede giorni di chiusura, le visite si potranno effettuare tutti i giorni dalle 9 alle 21 previa prenotazione.

"La visita si svolge in 20 minuti - illustra Alessandro Tortorelli, l'architetto che ha allestito il museo - il pubblico viene accompagnato da un susseguirsi di video, su testi di Antonio Andrisani e immagini di Rvm Broadcast con la regia di Vito Cea, e effetti sonori a scoprire la processione dei pastori, la cavalcata dei cavalieri in costume che accompagnano la effige della Madonna della Bruna nel percorso processionale, i tre giri beneauguranti che il carro compie in piazza Duomo, l'ultimo tragitto del manufatto in cartapesta verso piazza Vittorio Veneto dove lo attende la folla per l'assalto e la distruzione del carro. Questo momento di grande adrenalina lo si potrà rivivere con occhiali in 3D, ritrovandosi sul carro insieme agli assaltatori". (Estratto da comunicato stampa)




Wipe Out Design - Retablo aperto - rovere spazzolato, tela, vernice a smalto, gesso cm.110x55x15 2019 foto di F. Stipari In Between / wipe out design (Art vs. Design)
termina il 31 gennaio 2020
Galleria Carifano di Palazzo Corbelli - Fano

Sono esposti in mostra sette prototipi d'arredo in tiratura unica, con i relativi concept grafici che ne sottolineano l'artigianalità made in Italy, oltre ad un'inedita realizzazione nata in collaborazione con l'Ipsia "Renzo Frau" di Sarnano, che propongono tutti una nuova interpretazione del paesaggio domestico attraverso il connubio tra la forte valenza simbolica dell'opera d'arte e la funzionalità propria dell'oggetto di design. Sono quindi presentati arredi che si ispirano a grandi e riconoscibili opere d'arte moderna e contemporanea, per una sorta di 'ready-made al contrario': una selezione di capolavori del secondo '900 viene, infatti, reinterpretata in componenti destinati all'abitare odierno, come l'appendiabiti, la mensola, il pensile, il tavolo e le sedute, realizzati tutti nel 2019 su progetto Wipe out design grazie all'apporto dell'alta artigianalità del sistema "legno-arredo" della Brianza, fra i più significativi sistemi produttivi territoriali italiani, alla consulenza dell'artista Sergius Fstöhler e alle scuole di alta formazione professionale dei territori marchigiano e lombardo.

I prototipi d'arredo in mostra sono dunque realizzati a mano, ma al contempo risultano potenzialmente assemblabili e riproducibili con le stesse tecniche di produzione del furniture design su larga scala. Arte versus Design, così come opera d'arte storicizzata, museale, da "guardare e non toccare" versus arredo funzionale, utilizzabile, componibile, trasformabile e comodo, spiegano da wipe out design: «Se Dadaismo e Pop Art hanno dimostrato che un oggetto banale, astratto dal contesto d'uso che gli è proprio ed esposto in un museo, si può trasformare in opera d'arte, allora "In Between" intende dimostrare che l'opera d'arte, opportunamente modificata nelle sue componenti strutturali ed estetiche, si può trasformare in arredo funzionale ad alto contenuto simbolico poiché riconducibile allo status di unicità e originalità caratteristico dell'opera d'arte».

L'esposizione si inscrive in un percorso «gioioso, ironico e ad alto contenuto ludico», intonato all'epoca e ai movimenti artistici cui la progettazione dei prototipi si ispira: dallo Spazialismo al Minimalismo, passando per il New Dada e la Pop Art italiana, per un periodo compreso fra l'immediato dopoguerra e la fine degli anni '70, fino al contemporaneo. Ne sono un esempio "Moustache", l'appendiabiti 'coi baffi' in bronzo ossidato effetto verderame, eseguito in esclusiva dallo scultore Sergius Fstöhler, oppure la panchina "Brigida" composta da pannelli componibili montati su birilli, a imitazione della grafica riprodotta in seduta; così come il tavolo auto-illuminante "Arethusa" in cristallo retinato, supportato da un ensemble strutturale di tubi al neon, e la cabina spogliatoio "Cabin A", con i suoi effetti ottici non immemori delle sperimentazioni optical degli anni Sessanta.

Appesi a parete spiccano poi "Fragments", sistema lineare di contenitori e mensole che funge anche da battery station e mimetizza i numerosi dispositivi mobili che costellano la quotidianità contemporanea, ed il vano portaoggetti "Retablo" che con il suo profilo piatto, lo sviluppo ad angolo retto ed il rosso acceso dell'anta rimanda maggiormente al concetto di opera d'arte che non a quello di semplice contenitore. Completa poi il parterre di prototipi d'arredo il tappeto d'arte "Ierierosolooggisoloero", che allude alla dimensione del sogno e della notte per colore e impunture.

Accanto all'esclusiva serie "wipe out design", in mostra anche "Cretto (omaggio ad Alberto Burri)", concept d'arredo sperimentale esplicitamente ispirato alla famosa opera Grande Cretto realizzata da Burri sui resti della città vecchia di Gibellina (Trapani) negli anni Ottanta e completata postuma nel 2015. Il prototipo, progettato e realizzato dagli studenti dell'Ipsia "Renzo Frau" di Sarnano - piccolo comune del maceratese che, come la cittadina siciliana, è stato colpito dal terremoto - è composto da vari elementi che fungono da tavolini o sedute componibili, ribaltabili, impilabili, all'insegna della memoria e del forte impatto emotivo, esattamente a mezza via tra arte e design. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di presentazione della mostra di Vanessa Alessi a Catania Vanessa Alessi
Luna Vulgaris, se il poeta dorme in piedi


termina il 08 febbraio 2020
Ass. Culturale beBOCS - Catania

Luna Vulgaris, se il poeta dorme in piedi di Vanessa Alessi, con la cura di Giusi Diana, è la prima parte di un progetto di ricerca in fieri che prende l'avvio da un sogno fatto dall'artista a Berlino nel 2015 e da una frequentazione con la poesia e le vicende biografiche di Dylan Thomas (Swansea 1914 - New York 1953), poeta, scrittore e drammaturgo gallese. Come Alessi afferma, il progetto nasce dalla necessità di "esprimere un'assenza" nel dibattito pubblico, quella della voce dei poeti. Già in un intervento del 29 dicembre del 2018, sempre a Catania, l'artista aveva dato vita a una micro-azione dal titolo "Il Sonno del pensiero sbilenco", che aveva visto la partecipazione di poeti, artisti e pensatori invitati a dormire in posizione sbilenca su una panchina di Villa Bellini, lunga 60 posti, ognuno poggiato sulla spalla dell'altro.

La città etnea torna adesso una seconda volta come luogo significativo, connesso alle vicende biografiche di Thomas, a partire dai sogni sbilenchi dei poeti, per una mostra che di fatto si è autogenerata attraverso un movimento non lineare di incredibili coincidenze che hanno portato l'artista da Berlino a Catania; e il cui fulcro si può rintracciare in un passo tratto da una poesia di Dylan Thomas del 1945, "Vision and Prayer". Il "santuario della sua cosmica ferita / the shrine of his world's wound" evocato dalla poesia, viene identificato da Alessi con il vulcano Etna, che sorge su una faglia (la cosmica ferita), ai cui piedi si reca per ravvisare le tracce dei versi del poeta gallese nel paesaggio, in compagnia del suo unico erede vivente, il figlio di Caitlin MacNamara e del suo secondo marito siciliano.

Vanessa (Palermo) si laurea in Architettura e consegue una seconda laurea in Scenografia a Praga alla AMU Accademy of Performing Arts, ricevendo con l'opera da camera Monsters of Grace l'AMU Dean's Award 08. Nel 2019 presenta a Torino il progetto aperto "Modelli Abitativi per una Vita DIfficile / Housing Models for a DIfficult Life [HMfaDL]" in occasione del Festival House of Displacement curato dal collettivo Campo Base e prodotto dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. (Comunicato stampa)




Opera di Mario Giacomelli Mario Giacomelli
termina il 21 febbraio 2020
Maab Gallery - Milano

Mario Giacomelli (Senigallia, 1925-2000) si dedica alla fotografia a partire dal 1953, dopo aver lavorato come tipografo e averne maturato una sensibilità che non lo avrebbe mai abbandonato, fino ad ottenere già nel 1955 i primi riconoscimenti per le sue serie fotografiche e le sue prime pubblicazioni. La mostra si concentra sul tema del paesaggio agreste, vedute aeree a volo d'uccello di campi arati e paesaggi contadini, immagini ricche di contrasti dinamici e chiaroscurali accentuati in camera oscura: bianchi "mangiati" e neri saturati, l'uso dello sfocato e del flash, l'esaltazione materica e "informale" della grana e del supporto, come è evidente nella fotografia degli anelli concentrici di un tronco segato.

Ne nasce una tipologia d'immagini che, seppur disponendosi in serie fotografiche legate a un tema, si allontanano dal reportage documentativo (si racconta che in alcune occasioni paghi dei contadini per fare dei segni con i trattori sui campi che desidera fotografare), per assumere un'identità non solo e non tanto ancorata al reale, quanto alla capacità di Giacomelli di creare una drammaturgia fotografica ad ampio spettro, che racchiude quindi tanto l'emergenza visiva dell'oggetto fotografato, quanto la cultura materiale ad esso legata e i fantasmi immaginativi ad esso soggiacenti e qui risvegliati dall'occhio del fotografo e dal suo obiettivo. Come Mario Giacomelli stesso ha dichiarato: "Io credo all'astrattismo, per me l'astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Non mi interessa tanto documentare quello che accade, quanto passare dentro a quello che accade."

La profonda competenza tecnica di Giacomelli viene quindi declinata in queste immagini fino a portare la fotografia verso un esito quasi astratto (fu amico di Alberto Burri a cui lo unì una vicinanza anche formale) che pur intrattiene con il reale un dialogo e un rapporto vincolato, ma che eccede di gran lunga il mero scopo documentativo. Ne nasce una forma di presa sul territorio che assomiglia a una Land Art del profondo, una geografia umana che svela i nessi tra ambiente e essere umano, un complesso strumento di ricerca umanistica e territoriale, un ripensamento sulla storia, la vita umana e la morte. Lo strumento davvero importante, afferma, sono i suoi occhi.

Sono immagini che, soprattutto nel momento storico attuale, ben riflettono le tematiche di ascolto e di difesa della natura, del resto così ben espresse a partire dai titoli che Giacomelli stesso volle dare a queste serie fotografiche: "Presa di coscienza sulla natura", "Storie di terra", "Motivo suggerito dal taglio dell'albero", "Neve a Sassoferrato". "La fotografia non è il risultato di una cosa meccanica, ma è una cosa tua, proprio perché continua. Il mezzo meccanico blocca, ferma e basta, ma occorre capire che una volta scattato, non si è fatto nulla: l'orgasmo vero lo si ha dal momento che si sceglie l'immagine e la cosa prende vita da quel momento, comincia a respirare, e se non la si vuol far morire bisogna svilupparla in una determinata maniera, poi bisogna stampare (pensa che non ho nemmeno il termometro perché si deve anche poter sbagliare, e talvolta l'idea nuova sta proprio nell'errore), correggere, modificare, per tenerla in vita." (Mario Giacomelli, dalle sue annotazioni sulla Fotografia, anni '90).




Dipinto di Bagrat Arazyan denominato Geometria Bagrat Arazyan: "Geometry, Wood"
termina il 30 marzo 2020
JulietRoom - Muggia

Mostra, promossa dall'Associazione Juliet, con le opere di Bagrat Arazyan e introduzione critica di Elisabetta Bacci. Per Bagrat l'espressione artistica è un qualcosa che opera a 360°, toccando temi e declinando "frasi" stilistiche secondo modalità che talvolta possono sembrare quasi contraddittorie. Motivi, situazioni, temi, all'apparenza diversi, si dispiegano in un unico progetto espressivo, quasi in una sorta di contrappunto, confronto e dialogo, toccando perfino, in maniera molto professionale anche il campo della progettazione grafica. E, sebbene la declinazione delle singole opere conduca a una apparente diversità, l'impeto conduttore è sempre il medesimo: l'impeto che unisce è il ragionare sulla dinamica della forma, sulle sue sfumature e sulla sua pulizia. Un modo questo, per dire che la composizione, è il vero e proprio punto nodale del suo pensiero.

Bagrat Arazyan, russo di origini armene, nelle sue installazioni ferma il momento di un sogno ispirato talvolta dal cinema, e talvolta dal proprio inconscio, in modo da creare un dialogo tra il proprio sé e il mondo esteriore, fino ad arrivare a una austerità espressiva, una austerità che si fa vuoto, bianco, silenzio, al di là di qualsiasi tecnica o stile usati. Tuttavia, il vero significato di ogni suo segno, di ogni sua forma è ciò che nel segno e nella forma non appare in modo esplicito, e cioè un canto alla vita e all'esistere quotidiano. In particolare, questa mostra realizzata per la JulietRoom, è parte del progetto "L'Albero esplorato, tra arte e scienza. Da Leonardo a Bruno Munari" promosso dal Gruppo Immagine su bando regione Friuli Venezia Giulia. L'autore si è impegnato nella produzione e allestimento di un gruppo dialogico di tele, tutte giocate su un acceso cromatismo e dalle forti valenze geometriche, il che vuol dire aver toccato i tasti dell'astrazione concettuale e di un sistema compositivo riduttivo e simbolico. (Comunicato stampa)

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Stefano Visintin: "Prospettive"
termina il 28 febbraio 2020
Impresa Sociale "Ad Formandum" - Trieste
Presentazione




Stampa fotografica di Stefano Visintin Stefano Visintin: "Prospettive"
termina il 28 febbraio 2020
Impresa Sociale "Ad Formandum" - Trieste

Mostra fotografica - organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet - sui luoghi della città su cui si accendono frequenti dibattiti e polemiche su un possibile utilizzo futuro. Dopo la mostra dedicata alla città e i suoi riti (il caffè), le persone e gli eroismi quotidiani (lo sport), il progetto fotografico di Stefano Visintin si sofferma sugli spazi urbani che in taluni casi hanno già iniziato una profonda trasformazione con esiti non sempre chiari e positivi. Il "waterfront", la periferia, il quotidiano caotico, gli spazi chiusi e quelli negati suggeriscono interrogativi su potenzialità non sempre sfruttate.

Stefano Visintin è un fotografo triestino che si contraddistingue per l'amore e l'attenzione nei confronti del dettaglio architettonico e la ricerca della tessitura geometrica. Questi assunti costituiscono la base e l'inizio del suo lavoro fotografico. Nel suo percorso di formazione, non si sottrae, quindi, agli stimoli creati in precedenza dai grandi maestri della fotografia, quali Ranger-Patzsch (per l'inquadratura purista e minimalista), Walker Evans (per l'idea di una fotografia debitrice del dettaglio architettonico), Bernd e Hilla Becher (per il sistema di catalogazione e confronto costruito sulle analogie). Da diversi anni, però, la sua attenzione è rivolta anche al tema del ritratto, argomento al quale ha già dedicato diverse mostre tra cui quelle per "Arti e Mestieri" e Uno+Uno nonché per il festival "Triestèfotografia". In quest'ultimo caso le sue fotografie dialogavano con testi narrativi eseguiti ad hoc da scrittori e la narrazione diventava cornice del ritratto o, per dirla in altro modo, il ritratto si rifletteva nel contesto che lo conteneva.

C'è quindi un piano narrativo a più livelli: l'interpretazione del volto della persona inquadrata e la testimonianza della parola che entra a viva forza e in parallelo all'immediatezza fotografica. Il risultato diviene una narrazione ininterrotta, fotografica e letteraria, nonché multilingue e pluriculturale, sui personaggi e le storie della città, in un continuo rispecchiarsi di volti, scorci e situazioni. Di recente ha collaborato con Claudio Grisancich alla realizzazione del libro di poesie e fotografie "Album" edito da Hammerle Editore. La mostra "Pop" che ne è poi scaturita, si incentrava su una attenta e lenta scansione di frammenti, vie, facciate e cose della città che fu e che riemerge da un racconto poetico molto intimo. L'autore ha inoltre collaborato con il settimanale "Zeno" con progetti fotografici ad hoc, e collabora con Juliet art magazine. (Comunicato stampa)




Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Lucio Fontana e i mondi oltre la tela tra Oggetto e Pittura Lucio Fontana e i mondi oltre la tela. Tra Oggetto e Pittura
termina lo 02 marzo 2020
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone

La mostra espone più di trenta opere di Lucio Fontana (Rosario, 1899 - Comabbio, 1968). Tra tele, ceramiche e carte, la mostra cerca di evidenziare, in un periodo compreso tra la fine degli anni quaranta e il 1968, quelle tematiche che hanno rappresentato un nuovo modo di concepire l'arte e che hanno ispirato alcuni tra i linguaggi artistici più importanti, dagli anni cinquanta del secolo scorso sino al presente. Nei celebri Concetti spaziali di Lucio Fontana, in cui materia, dinamismo e artificio si coniugano alla fede nelle nuove scoperte della scienza e della tecnica, prende forma lo Spazialismo, in grado di coinvolgere e influenzare generazioni di artisti. Tra questi anche alcuni futuri maestri, capaci di approfondire e innovare le sue intuizioni nella creazione di nuovi linguaggi. (Comunicato stampa)




Ulrich Erben - Schattenlinie 4 - 2013 - Courtesy of the artist and Galleria Gentili, Florence Ulrich Erben: "Incontro"
December 7, 2019 - January 31, 2020
Galleria Gentili - Florence
www.galleriagentili.it

Ulrich Erben was born in Düsseldorf (Germany) in 1940. Between 1958 and 1963, he studied at Hamburg Academy of Art and later at those of Venice, Monaco and Berlin. Erben took part in some of the most important exhibitions dedicated to Analytical Painting, including: Perception Times, Casa della Cultura, Livorno, 1973; A possible future. New Painting, Palazzo dei Diamanti in Ferrara; Reflection about painting, Palazzo Comunale, Acireale; Geplante Malerei, Westfälischer Kunstverein, Münster; Galleria del Milione, Milan, 1974-75; The Colours of Painting, Italian-Latin American Institute, Rome, 1976. In 1977, he was invited to Kassel for Documenta 6.

Interested as he is about the effects of light beyond the picture, he also worked on mural projects like, for example, at the Museum Folkwang in Essen, at the Kunstverein in Cologne, at Galleria Piltzer in Paris, and at Five Ginza in Tokyo. In the last few decades, he held several shows in venues such as Kunsthalle in Mannheim (1984) and Kunstverein für die Rheinlande und Westfalen in Düsseldorf (1990). In 2003, the Wiesbaden Museum dedicated to him a monographic exhibition. He also exhibited at Zappettini Foundation in Chiavari (Genua) in the group shows Painting 70. Painting-painting and analytical abstraction (2004) and Matt surfaces of analytic painting (2009). Between 2010 and 2017, he has exhibited in various German institutions such as the Museum Kunst Palast (Düsseldorf), the Museum DKM (Duisburg) and the Museum Goch (Goch). In 2019 he had a solo show at Josef Albers Museum Quadrat Bottrop. (Press release)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Patrizia Cercamondi: "Tentativi di volo n.2"
10 dicembre 2019 (inaugurazione ore 18.15) - 25 gennaio 2020
Galleria San Fedele - Milano

In mostra - a cura di Rosa Selavi, con la collaborazione di Galleria Inconsueta - ventidue disegni dell'artista Patrizia Cercamondi (Milano, 1979). Eseguiti a pennarello su carta, di diversi formati e dai colori dirompenti, le opere animano gli spazi espositivi. I soggetti vanno da cartoni animati a lettere e ricerche puramente astratte che indagano il segno e il colore. Come scrive la curatrice: "Sembra che Patrizia Cercamondi sia impegnata a osservare e registrare scambi energetici. Un sismografo che annota scrupolosamente la frequenza emotiva del mondo: il suo battito. La ricerca, ossessiva e incessante, è dominata dal movimento, dal colore, dallo scambio e dall'interazione di grafismi pieni di grazia confinati in uno spazio ridotto. A volte felici e dolci come carezze, a volte aggressivi come graffi, i segni creano un reticolo che allo stesso tempo imprigiona e libera lo Spazio: con il loro sgorgare, scorrere, incontrarsi ed evitarsi lo dominano, trasformandolo in un campo di forza primordiale". (Comunicato stampa)




La Regina Madre d'Occidente nel giardino degli immortali
06 dicembre 2019 - 22 marzo 2020
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Una delle più antiche divinità cinesi è Xiwangmu, la Regina Madre d'Occidente, che vive su monti Kunlun, presso un giardino immerso fra le nuvole in cui cresce il pesco dell'immortalità, un albero che dà frutti ogni 3.000 anni. Questa pianta prodigiosa rappresenta il punto d'unione fra cielo e terra e Xiwangmu, che la possiede, è considerata sovrana degli immortali, protettrice della vita e dispensatrice di longevità. Per il loro carattere beneaugurale, le rappresentazioni della Dea venivano anche appese alle pareti nelle grandi dimore dei mandarini, alla maniera degli arazzi occidentali.

In occasione del suo 11° compleanno, il MAO espone per la prima volta al pubblico un grande drappo raffigurante la Regina Madre d'Occidente nel giardino degli immortali, completamente restaurato. Il drappo in seta, donato da un privato e restaurato grazie al generoso contributo dell'Associazione Amici della Fondazione Torino Musei, ha misure notevoli (445 cm d'altezza per 320 di larghezza) ed è finemente decorato con filati di sete policrome e dorati: ad una prima analisi stilistica si ritiene che possa risalire al periodo finale del regno del famoso imperatore Qianlong (1735-1796) e, considerando la sua altissima qualità, non si esclude che potesse far parte degli arredi di corte.

L'eccezionalità del manufatto consiste nella sua rarità e nel suo stato di conservazione: al contrario della maggior parte dei drappi ricamati di grandi dimensioni, solitamente smembrati per essere venduti in parti separate, quest'opera ha infatti mantenuto la sua integrità, che consente di apprezzare la minuzia dei dettagli e l'abilità tecnica nella realizzazione. Il tema principale della raffigurazione è la discesa della Regina Madre d'Occidente, Xiwangmu, a cavallo di una fenice nel giardino del pesco dell'immortalità e tutta l'iconografia dell'opera - compresa quella dei riquadri laterali - è permeata di simboli del taoismo popolare legati alla lunga vita e alla prosperità. (Comunicato stampa)




Francobollo delle Poste Italiane con Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone Francobollo dedicato a Giovanni Antonio de' Sacchis detto "il Pordenone"

Il 23 novembre 2019 è stato emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica "il Patrimonio artistico e culturale italiano" dedicato a Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone, relativo al valore della tariffa B zona 3 pari a 3,10€, con una tiratura di trecentomila esemplari e fogli da ventotto esemplari. Il francobollo è in rotocalcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente.

La vignetta, raffigura un particolare dell'affresco "San Rocco e Sant'Erasmo" che Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone, realizzò nel Duomo di San Marco di Pordenone. Completano il francobollo la leggenda "G. A. De' Sacchis detto il Pordenone", le date "1483-1539" la scritta "Italia" e l'indicazione tariffaria "B Zona 3". Il francobollo ed i prodotti filatelici correlati, cartoline, tessere e bollettini illustrativi, possono essere acquistati presso gli Uffici Postali con sportello filatelico, gli "Spazio Filatelia" di Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Roma 1, Torino, Trieste, Venezia, Verona e sul sito poste.it. Per l'occasione è stato realizzato anche un folder in formato A4 a due ante contenente il francobollo, una cartolina annullata ed affrancata, una busta primo giorno di emissione, al costo di 17€.

In occasione della mostra internazionale dedicata al Rinascimento (25 ottobre 2019 - 2 febbraio 2020) e focalizzata sulla figura di Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone, l'Amministrazione Comunale di Pordenone valorizza la figura e l'opera di questo straordinario artista, che ha avuto esiti in tutta Europa. I suoi capolavori verranno proposti insieme con quelli di altri maestri del periodo come Giorgione, Tiziano, Lotto, Romanino, Correggio, Jacopo Bassano e Tintoretto.

Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone (Pordenone 1483/84 - Ferrara 1539) nasce da Angelo, un magister murarius originario di Corticelle nel bresciano, e da Maddalena, di ignoto casato. Vasari afferma: "si mostrò nella pittura sì valoroso, che le sue figure appariscon tonde e spiccate dal muro" (1568). La sua formazione, avvenuta in ambito locale, risente degli influssi di Gianfrancesco da Tolmezzo, Pietro da Vicenza e altri artisti friulani del tempo. Tuttavia egli seppe guardare ben presto oltre i confini regionali e soprattutto in direzione di Venezia, dominata allora dalle figure di Giorgione e dei suoi "creati", Tiziano e Sebastiano del Piombo. Attivo nell'area pordenonese, la sua prima opera è probabilmente da individuarsi nel ciclo di affreschi della chiesa campestre di Marzinis, cui ha fatto seguito nel 1506 il trittico per la chiesa di Santo Stefano a Valeriano (prima opera firmata e datata) e qualche tempo dopo l'importante ciclo nel coro della chiesa di San Lorenzo a Vacile.

Nei primi anni del secondo decennio il Pordenone è impegnato per i conti di Collato nella decorazione della cappella vecchia del castello di San Salvatore, presso Susegana, mentre tra il 1512 e il 1518 realizza numerose altre opere sia a Pordenone e in Friuli sia nella Marca Trevigiana. Meritano di essere ricordate la pala della parrocchiale di Vallenoncello (1512-1513), la pala di Susegana (1513-1514), gli affreschi di Villanova (1514), la pala della Madonna della Misericordia, commissionata nel 1515 per il duomo pordenonese. Gli esiti più innovativi sono tuttavia rappresentati dal grandioso ciclo con storie della Passione di Cristo, eseguito tra il 1520 ed il 1522 nella cattedrale di Cremona.

Dell'attività immediatamente successiva restano importanti testimonianze a Spilimbergo (portelle dell'organo, 1524) e a Pordenone (frammenti d'affresco per la chiesa di San Francesco e la superstite preziosa testimonianza della sagoma di San Giovanni dolente). Verso la fine degli anni venti decora a Venezia il coro (distrutto) della chiesa di San Rocco e le portelle di un armadio per argenti molto ammirate dai contemporanei. Tra il 1530 ed il 1532 opera in Santa Maria di Campagna a Piacenza e nella chiesa dei Francescani a Cortemaggiore. A Pordenone ritorna per realizzare per il duomo la pala di San Marco (1533-1535) e gli scomparti del fonte battesimale (1534 circa). Dal 1535 si stabilisce a Venezia, assumendo importanti incarichi, tra cui la decorazione di alcune sale di palazzo Ducale, e diventando il principale antagonista di Tiziano. Su invito del duca Ercole II d'Este si reca a Ferrara, nel dicembre del 1538, per approntare una serie di cartoni preparatori per arazzi: ma qui morirà, "assalito da gravissimo affanno di petto", intorno al 12-13 gennaio 1539. (Comunicato stampa)




Opera di Grazia Varisco denominata Quaderno a quadretti 2 di cm.40x60 realizzata nel 2019 Opera di Grazia Varisco denominata Quaderno a quadretti 1 di cm.40x60 realizzata nel 2019 Grazia Varisco
Trame... tra me e me


termina lo 07 febbraio 2020
Ca' di Fra' - Milano

Il manifesto del Gruppo T (1959) recitava: "Vediamo la realtà come continuo divenire di fenomeni che noi percepiamo nella variazione". La ricerca dell'Arte Cinetica proponeva, ieri come oggi, di indagare le relazioni spazio-temporali che intercorrono tra i diversi aspetti della realtà percepita dallo spettatore. Una sperimentazione sulla luce, il movimento, il tempo e lo spazio con lo scopo ultimo di creare un nuovo rapporto tra il prodotto artistico e lo spettatore.

Grazia Varisco, attraverso opere come "Tavole magnetiche", mette in rapporto lo Spazio con il Tempo attraverso il Movimento fino a trasformare il movimento stesso nell'oggetto della sua ricerca. Le sue opere, dalle Tavole magnetiche (1959) agli Schemi luminosi, dai Quadri comunicanti alle Risonanze al tocco (2010) invitano lo spettatore/attore a sperimentare la percezione del mondo attraverso i propri sensi. Dunque l'opera d'arte come esperienza plurisensoriale. Quasi un progetto per misurare le emozioni. I nuovi lavori, Quaderni a quadretti (2019) testimoniano la creatività sempre carica di doni della ricerca di Grazia Varisco, sottolineando la sua contemporaneità e allo stesso modo, rendendoci consapevoli della sottile ironia ribadita in più occasioni dall'artista stessa: "Sono viva e continuo a creare...".

La stessa Grazia Varisco spiega con queste parole la nuova ricerca: "Trame... tra me e me. Mi concedo ancora il lusso di giocare con le parole e con i fatti, con l'arte che non incute soggezione, che mi permette di riscoprire nell'ortogonalità un tracciato mosso da linee orizzontali e verticali che si rincorrono e si alternano e poi si fissano in un reticolo che si arresta e che si dispone a diventare trama di altri racconti. Un foglio a quadretti come quello su cui ho imparato a contare, che ho usato in seguito in molte occasioni nella mia attività per impostare il tracciato dei miei lavori, per immaginare i miei percorsi randomici, per esaminare il caso che scompagina l'ordine ortogonale del tracciato tipografico delle mie Extrapagine... Ora, a distanza di tempo, godo l'occasione di solidificare il foglio nei miei "Quaderno a quadretti", in cui la griglia rigida/duttile si lascia muovere dalle mie mani fino a riconoscerla e promuoverla protagonista nel continuare a raccontarmi in privato".

Grazia Varisco (Milano, 1937) dal 1956 al 1960 frequenta l'Accademia di Belle Arti di Brera, allieva di A. Funi. Terminati gli studi, vive l'esperienza artistica del Gruppo T con cui partecipa alle manifestazioni Miriorama, alle mostre di arte cinetica e programmata oltre a quelle del movimento internazionale Nouvelle Tendance. Nel 1962 prende parte alla mostra "Arte Programmata", voluta dalla Olivetti con presentazione di Umberto Eco. Nel 1963 alle rassegne del movimento "Nouvelle Tendance" e alla Biennale di Venezia (1964). In seguito, conclusa l'esperienza di gruppo, continua la sua sperimentazione in modo autonomo, svolgendo anche attività di progettazione grafica per La Rinascente, la rivista "Abitare", l'azienda Kartell e per il Piano Intercomunale Milanese (1962-1963). Dal 1980 al 2007 è titolare della cattedra di Teoria della percezione all'Accademia di Brera a Milano. Sue opere figurano in musei e collezioni pubbliche e private in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Particolare dell'opera di Luca Pignatelli denominata L.P./317 realizzata nel 2019 con tecnica mista su telone ferroviario di cm.171x146 Luca Pignatelli
In un luogo dove gli opposti stanno


termina lo 08 febbraio 2020
Galleria Poggiali - Firenze
www.galleriapoggiali.com

Luca Pignatelli torna con una personale alla Galleria - a cura di Sergio Risaliti - e lo fa con una serie di lavori inediti, scavalcando la linea di demarcazione tra astratto e figurativo, tra citazione e arte povera. La mostra si sonda nei due spazi di via della Scala e di via Benedetta. Una mostra coraggiosa costruita per "assoli" che convivono nello stesso luogo. Sono opere costruite con teloni pesanti tagliati a strisce e pezzature di dimensioni varie, ricucite assieme. I supporti sono in diversi casi marchiati da scritte e cifre di matrice industriale. Elementi grafici che dichiarano un'appartenenza e una provenienza. Testi che ricordano epigrafi o dediche sui monumenti e nei dipinti antichi.

I teloni sono assolutamente monocromi, superfici mai piatte, dove l'immagine completa è data dalla gradazione della verniciatura, che è già un racconto e parla da sé, nonché dalle diverse sezioni geometriche del supporto ricomposte in unità visiva ed espressiva, come patchwork secondo una usanza domestica di riciclo e risparmio, in voga fin dai primordi. A questi teloni - carichi di un rosso iodio o di verde petrolio, oppure del colore della malva o della prugna - si aggiungono altri lavori pittorici realizzati sempre con teloni ferroviari coperti però in questo caso da una pittura metallica color argento. All'aspetto moderno dei teloni monocromi si contrappone questo modernista dell'allumino. La superficie in questi casi è diversamente luminosa ed è lavorata con segni grafici, incisioni e abrasioni.

Al centro dell'opera è fissata con un procedimento meccanico una testa eroica, di imperatore romano. Sono quadri monumentali non per dimensioni ma per scelta poetica e iconografica. Nel primo caso invece il tono alto e imponente è dato dalla scelta del monocromo e del linguaggio astratto. La combinazione in mostra delle due opposte fazioni espressive è vincente. La povertà dei teloni ha il suo peso, il materiale porta con sé una sua storia. L'astratto, in definitiva, non è tale. È una struttura narrativa astratta complessa realizzata togliendo dati figurativi ma non privandola di 'anima'. D'altro canto, anche i quadri iconici non appaiono riducibili al solo linguaggio figurativo, visto che alla citazione archeologica dominante al centro sono stati aggiunti episodi grafici significativi, di natura gestuale e informe.

La fredda e vuota citazione, la superficiale suggestione dell'antico, è qui carica di ferite e cicatrici, di un vissuto esistenziale, di una pelle e di un corpo che ci raccontano un proprio originale vissuto. Il titolo della mostra vale come uno statement e lascia intendere come il campo dell'arte - e in particolare quello della pittura - sia quel luogo - nel mondo e nella realtà - "in cui gli opposti stanno". Ancora una volta Pignatelli mette sotto indagine il suo percorso creativo, senza tradirlo, o rinnegarlo, ma insistendo nella sperimentazione, indagando le possibilità espressive e formali della pittura oggi. La presenza di linguaggi opposti innalza la poesia delle immagini a una dimensione quasi sacrale, svuotando di retorica gli stili per fare posto alla narrazione povera dei materiali, quella empatica dei monocromi, al vissuto delle superfici, armonizzando questi materiali così risonanti ed espressivi con le strutture geometriche del supporto, con il codice iconico delle teste.

Costruendo i suoi 'quadri', Pignatelli si comporta come un musicista classico contemporaneo che fa dell'avanguardia un repertorio tra i tanti e che nelle sue composizioni sperimentali fa stare assieme - ma stare bene e con un senso che non è solo linguaggio e forma, ma poesia ed espressione - materiali di diversa natura e provenienza, storie e contesti differenti, perfino suoni e vocaboli discordanti. L'artista continuando con ostinata fedeltà a fare pittura, cercando ragioni d'essere profonde alla sperimentazione in pittura, lavorando sui materiali, i repertori iconografici, i colori, l'assemblaggio, fa del quadro uno strumento possibile e praticabile della azione politica. In questo senso quel luogo in cui gli opposti stanno è una immagine praticabile della polis. L'artista cacciato dalla Repubblica, afferma un suo ruolo possibile oggi nella sua rielaborazione e difesa. Risparmio, riciclo, recupero della memoria, archeologia delle immagini, ossessione dell'archivio, sono tutte operazioni inerenti il suo lavoro di pittore che non rifiuta il confronto con la realtà e la società, ma lo fa affermando la specificità e centralità del linguaggio artistico, in specifico quello del pittore che nella sua opera è in grado di far stare gli opposti, senza tuttavia svuotarli di originalità e differenza.

Luca Pignatelli (Milano, 1962), è conosciuto in Italia e nel mondo per le sue immagini a carattere archeologico e per un processo di raccolta, recupero, cura e editing iconografico della storia e dell'arte. Con le sue opere, dominate da senso della proporzione e da un emozionante connubio di serenità e malinconia, classicità e modernità, bellezza e povertà, possiamo confrontarci nell'immediato presente con il nostro sapere visivo e con il nostro vissuto, per dare un senso non solo e non tanto al passato della civiltà occidentale, quanto al prossimo futuro dell'humanismus nell'era della globalizzazione digitale. In tre decenni l'artista ha raccolto un archivio eterogeneo di immagini memorabili, collettive e universali, in cui si riconoscono manufatti e segni figurativi di epoche antiche e moderne, testimonianza di civiltà antiche e del progresso industriale.

Sono riproduzioni fotografiche che l'artista recupera a centinaia, selezionandole da pubblicazioni di varie epoche, recuperandole tra bancarelle e gallerie di antichità, con una "cupidigia" che imparenta la sua ossessione a quella del collezionista. Nelle opere di Pignatelli ricorrono immagini di statue greche e romane, busti in marmo, figure in pietra di eroi feriti, imperatori a cavallo o togati, ermafroditi e ninfe, nudi atleti, centauri con Lapiti, figure del mito come Pegaso e Afrodite, Diana e Hermes, Ercole e Apollo, e poi colonnati di templi pagani e piazze rinascimentali, grattacieli e dirigibili, aerei in picchiata, basiliche e grandi stazioni, foreste e laghi ghiacciati.

Opere di grande respiro concettuale e di magnifica fattura, quadri costruiti con l'accoppiamento di stampe su grandi teloni, lamiere, legni, sempre elementi poveri in netto contrasto con l'innegabile bellezza e autorevolezza di quelle figure. Le opere di Pignatelli si nutrono di un fuori tempo, di un tempo differito, quello di immagini che vivono di stratificazioni temporali, annullando, nella dimensione iconica della figura memorabile, nell'eterno presente dell'arte, lo scorrere del tempo, la sequenza di ieri e oggi, e soprattutto l'evoluzione iconografica, quella lineare degli stili. "La mia ricerca degli ultimi anni - afferma l'artista - è un ripensare che cos'è il tempo rispetto all'immagine, ai quadri. Io credo che oggi sia importante collocare l'immagine al centro di una riflessione sulla memoria. Con le mie opere vorrei rispondere alla domanda: cosa sta di fronte a un'immagine? Per me si tratta di un tempo plurale, un montaggio di temporaneità, sfalsate e quindi differenti".

Riconosciamo nelle sue opere un'esperienza romantica della storia e della classicità, non retorica, non ideologica, neppure nostalgica; un'esperienza che viene drammatizzata dall'uso di supporti poveri o industriali, carichi anch'essi di memoria, per una dialettica tra segni e materiali, tra arte anacronistica e arte povera, che permette a Luca Pignatelli di evitare la mera suggestione della citazione antiquaria, l'evocazione di una sterile atmosfera. In altri termini le sue immagini-archivio sono quelle di una classicità sempre viva e presente che non parla il linguaggio muto, inanimato della copia, quello cinico della citazione post-moderna. È grazie all'accostamento tra primo piano e sfondo, tra fondo povero e immagine illustre, che Pignatelli critica la celebrazione di ogni classicità e ogni sua nostalgica rinascenza, chiedendoci di posare lo sguardo sulle ferite e le lacerazioni inferte all'umanità durante le epoche più gloriose del nostro passato in nome e per conto della bellezza e del sacro, del potere sovrano e della razza superiore. Per l'occasione sarà edito un catalogo con testi di Sergio Risaliti ed Arturo Carlo Quintavalle. (Comunicato stampa)




Fotografia realizzata da Mimmo Rubino come immagine guida per la campagna di comunicazione della mostra Quando le statue sognano allestita nel 2019 Quando le Statue sognano
Frammenti da un museo in transito


dal 29 novembre 2019
Museo Salinas - Palermo

.. 28 novembre 2019, ore 19
Concerto inaugurale con: Ornella Cerniglia (pianoforte); Floriana Franchina (flauto); 108 (electronics)
apertura straordinaria del museo fino alle 23

Dalle metope dei Templi di Selinunte - il più importante complesso scultoreo dell'arte greca d'Occidente - alla Pietra di Palermo, reperto egizio risalente alla metà del II Millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini all'Ariete bronzeo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose nel mondo.

Grazie alla mostra in due capitoli, curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e Helga Marsala e a una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo "Frammenti di un museo in transito", vengono temporaneamente restituiti al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno definitivamente solo al termine dei complessi lavori di restauro e riallestimento,in via di completamento. Ed è proprio tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote che i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l'occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in dialogo con opere e reperti archeologici. Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l'attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall'apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, ricerca e comunicazione.

E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il "Salinas" ha scelto di affidare aun artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell'arte pubblica e dell'arte urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979), noto anche come Rub Kandy, ha ideato la campagna creativa per la promozione delle mostre: agli scatti fotografici, i manifesti, l'immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano,con la sua cifra personale, un'avventura concettuale e di stile, concepita come opera d'arte in progress. La mostra comincia, in questo primo appuntamento, con l'apertura straordinaria della Sala Ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi contigui, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca Borbonica, parte del patrimonio museale

Il percorso si apre conuna preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943). Le fotografie, realizzate dal maestro siciliano proprio al Salinas, nel 1984, ritraggono Jorge Luis Borges, anziano e già cieco, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di "vederle" con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta - che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili - e i corpi marmorei ospitati tra le sale del museo: una muta conversazione, un ideale "reciproco ascolto", di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un'invisibilità tramutata in visione interiore. Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori,in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull'antica Roma e sull'eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo.

In mostra sono inoltre già presentidue importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni - inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo dal Re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un'affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo. Ed è proprio l'Arietea a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industriale e post-graffiti.

Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato alconcetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell'animale, l'evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L'ariete (2019) è invece il suo primo libro d'artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l'artista, a un moderno rituale misterico. Completano il corpus quattro tracce sonore - Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) - che realizzano un soundscape ('paesaggio sonoro') chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings ('registrazioni sul campo') realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, in una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici.

In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vege tali in mutazione: un'idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell'artista, un riflesso materiale eallucinato.

Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all'alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il Cinquecento e gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile,l'immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente,ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l'artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta foto sensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto.

L'immagine risultante è un'impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l'apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione. Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d'epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l'ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

Accompagna la mostra Interludi, un programma appuntamenti che si svilupperà nel corso del 2020,in cui un'opera selezionata dai depositi del Museo, in attesa di approdare al nuovo allestimento,dialoga col progetto di un artista contemporaneoo con opere in prestito da altre prestigiose collezioni. Il ciclo si inaugura con la fotografa Roselena Ramistella (Gela, 1982) e la sua serie Ritratto di famiglia: un insieme di scatti ispirati ai lavoratori del Museo - dagli archeologi ai custodi, dai funzionari ai bibliotecari, da chi si occupa di comunicazione a chi ha in carico la sicurezza, gli archivi, le pulizie, i restauri dei reperti -, posta in dialogo con una raffinata testa romana di età adrianea (prima metà II sec. d. C.), un ritratto marmoreo del giovane Polydeukion, discepolo favorito di Erode Attico.

Il restauro terminato nel 2016 - che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini - insieme all'esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituiscono dunque al pubblico un'area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del "Salinas" (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto,in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d'uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo.

Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni edesideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest'esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le Statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l'Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Teoremi Immaginari con opere di Mauro Ghiglione Mauro Ghiglione: "Teoremi immaginari"
termina il 16 febbraio 2020
Museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova

Artista di derivazione concettuale, che mai si è sottratto ai valori della forma e della materia, influenzato dalle esperienze sia della Minimal Art, sia dell'Arte Povera che ne hanno determinato esclusivamente alcune scelte estetiche, Ghiglione, come sottolinea Antonio d'Avossa in catalogo: ha tra i suoi riferimenti recenti molte opere di Fabio Mauri, di Vincenzo Agnetti, di Franco Vaccari, di Christian Boltanski o di Joseph Kosuth. Mauro Ghiglione ha attivato con la sua pratica artistica una riflessione sul luogo e sul ruolo che l'immagine svolge nel nostro vedere quotidiano e straordinario, in definitiva sull'apparizione e la scomparsa dell'immagine stessa, a "memoria" e "obliata a memoria" allo stesso tempo. Da questo versante Ghiglione ha attivato sempre, nelle sue forme e stilemi espositivi, una modalità d'uso dell'immagine fotografica che ne modifica il senso della visione non soltanto dal punto di vista percettivo ma soprattutto dal punto di vista intuitivo, che poi è il punto reale da cui l'immagine è sempre visionata.

Attraverso questo singolare procedimento l'artista istituisce una vera e propria relazione o conversazione tra l'ordine del visibile e l'ordine del leggibile, in ultima analisi tra l'immagine e la sua propria parola. Il rapporto con l'immagine fotografica è essenziale per quanto scarno, e gli consente da un lato di proseguire la ricerca dei meccanismi mentali che sottostanno alla nascita dell'immagine stessa e delle ragioni del suo essere e, dall'altro, di affrontare le problematiche più strettamente legate a una poetica della contemporaneità. Celebre il suo lavoro Alteratamente sani realizzato sul film di Emidio Greco L'invenzione di Morel. La sua ricerca linguistica, infine, non nasconde il voler sottrarre lo specifico fotografico all'immagine per affrontarne la messa in crisi. A tale scopo, l'artista si serve della tecnologia per produrre immagini, sovente a bassa definizione, con la chiara e voluta consapevolezza che il digitale ha soppiantato l'immagine diventando esso stesso habitat.




Opera di Sandro Chia nella locandina della mostra a Foiano della Chiana Sandro Chia. Viaggio in Italia
termina il 30 gennaio 2020
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Come l'artista stesso scrive nella intervista con la curatrice Vittoria Coen: "Viaggio in Italia non è solo il titolo di una mostra di lavori su carta, ma è anche la descrizione di un procedimento, un percorso che porta al disegno, all'acquerello, alla tempera"... "Il viaggio in Italia è l'unico viaggio che valga la pena". Ottanta opere di piccole, medie e grandi dimensioni realizzate con tecnica mista su carta ci introducono alle stazioni, ai luoghi reali e immaginari che l'artista mette in scena, ispirato, come sempre, da mille suggestioni e mille riflessioni sull'arte, sulla vita, sulla natura. Sandro Chia ha lavorato e lavora con tecniche e materiali diversi, e la sua fantasia imprevedibile continua a sorprenderci, nel suo popolato mondo di figure, allegorie e simboli che vive di rinnovata autenticità e freschezza, non senza una certa ironia e autoironia che contraddistinguono da sempre la sua poetica.

Il viandante, il protagonista delle sue avventure, è un poeta, un artista, ma anche uno scienziato e un ricercatore. Non vi è nulla di nostalgico, anzi, si scorge una epifania del colore e della vitalità nella rappresentazione dei paesaggi e degli sfondi, degli animali e delle cose, infine, dell'uomo. Chia ha vissuto e vive molte vite, tra Europa e Stati Uniti, è presente in collezioni internazionali, ha esposto nei più importanti musei del mondo, ed è stato un protagonista della rivincita che la pittura si è presa dopo l'esperienza estenuata del Concettuale storico alla fine degli Anni Settanta. Nella pittura di Sandro Chia vediamo il grande piacere di lavorare con colori accesi e segni sicuri, figli di una grande esperienza ma, nello stesso momento, di una grande curiosità che sembra non esaurirsi mai. A corredo della mostra un catalogo delle opere esposte con testo introduttivo di Vittoria Coen. (Comunicato stampa)




Tommaso Bonaventura
100 marchi - Berlino 2019


30 ottobre 2019 - 06 gennaio 2020
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino

09 novembre 2019 - 26 gennaio 2020
Fondazione Museo storico del Trentino di Trento

18 gennaio 2020 - 22 marzo 2020
CRAF - Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia - San Vito al Tagliamento

Progetto artistico del fotografo Tommaso Bonaventura, sviluppato in collaborazione con la curatrice Elisa Del Prete, in occasione dei 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989). La mostra propone il racconto del Begrüssungsgeld, il contante di benvenuto che dal 1970 al dicembre 1989 i cittadini della DDR ricevevano quando entravano nella Germania Ovest per la prima volta. Questa vicenda offre uno spunto per interrogarsi su un cambiamento epocale a partire da un punto di osservazione che privilegia le storie private e familiari, restituendole attraverso un duplice racconto: fotografico e video.

La mostra è frutto di una collaborazione tra diverse istituzioni e si articola in più sedi. La semplice domanda «Ricordi come hai speso il tuo Begrüssungsgeld?» posta a un campione di tedeschi della ex DDR di generazioni differenti, intervistati nel corso del 2018 e 2019, ha rappresentato il punto di partenza per un viaggio nella memoria, oggi ancora poco condivisa, di queste persone che hanno vissuto un cambiamento totale, sia da un punto di vista materiale, lavorativo, sociale ed economico, sia politico. Se la caduta del muro di Berlino ha posto le basi per un nuovo assetto politico e geografico mondiale segnando la fine della Guerra Fredda, la riunificazione tra Germania Est e Germania Ovest rimane ancora oggi un fenomeno complesso e poco discusso nei suoi aspetti più profondi. Spesso risolto in modo semplicistico come il coronamento di uno scontato desiderio di libertà, il superamento del confine fisico che simbolicamente coincide con l'abbattimento del muro porta inevitabilmente con sé la necessità di superare anche un confine ideologico.

Il 9 novembre 1989 non cade soltanto il muro di Berlino ma cambia un intero paese: la parte che si ricongiunge alle sue origini subisce una inevitabile metamorfosi e svaniscono rapidamente un modo di vivere, di pensare, di comportarsi, di vestire, di spendere. In tempi brevissimi la Repubblica Democratica Tedesca è rimossa dall'immaginario e dalla memoria. Quasi 17 milioni di persone si trovano di colpo immerse in un nuovo stile di vita, dove non valgono più le regole apprese fino ad allora. La trasformazione è repentina. Nelle politiche governative e nella vita quotidiana delle persone si afferma il nuovo alfabeto dell'Ovest, i suoi colori, i suoi odori, le sue politiche economiche e sociali, e quelle che erano due comunità distinte si trovano a convivere.

Commenta Tommaso Bonaventura: "Mi interessava aprire un dialogo con persone, spesso della mia generazione, che hanno vissuto all'improvviso una trasformazione cosi radicale delle loro vite, che hanno dovuto reinventarsi una nuova esistenza con nuovi codici, nuove regole, che avevano spesso lottato contro la dittatura nel loro paese, ma che non pensavano di vederlo scomparire da un giorno all'altro". L'esito della ricerca sarà un racconto fotografico che, intrecciandosi alla narrazione di queste biografie, si propone di restituire una Berlino contemporanea fatta di volti, luoghi e storie non scontati, rimasta simbolo di uno degli eventi più significativi della storia recente, ancora viva e presente nel tessuto cittadino, urbano e sociale. La ricerca si è infatti focalizzata su Berlino quale emblema di questo cambiamento, ma anche città in cui la presenza fisica e "mentale" del muro, che ha segnato così fortemente l'esperienza delle persone, in qualche modo permane.

In tal senso la mostra - afferma Elisa Del Prete - è un progetto che apre uno sguardo anche sul contesto sociopolitico attuale con l'avvicendarsi di nuove ideologie e il difficile collaudo dei processi di assorbimento e integrazione tra comunità. Non si tratta qui di raccontare la Storia o trarne conclusioni, ma di posizionarsi prima, anzi dentro, di restarvi immersi cercando di buttare fuori ciò che è estraibile. In tal senso la fotografia è preziosa perché va a dire e costruire nuove fonti dirette per la storia contemporanea e in particolare per quella storia materiale che si trova ai margini della Grande Storia. (Comunicato stampa)

  Dalla parte del perdente - Eine Geschichte im Fluß der Erinnerungen
Romanzo di Nidia Robba

Recensione

Dialogo di Nidia Robba con Arminio il Condottiero di Teutoburgo

Articoli di Ninni Radicini sulla Germania





Particolare dell'autoritratto Antonio Badile utilizzato per la presentazione della notizia Donato ai Musei Civici di Verona l'Autoritratto del 1552 dell'artista Antonio Badile

Un particolare dipinto raffigurante, uno degli artisti più significativi del Cinquecento veronese, maestro di Paolo Caliari detto 'Il Veronese'. L'opera, posta appositamente di fronte al dipinto 'Pala Bevilacqua-Lazise' di Paolo Caliari, è da oggi visibile al pubblico nella sala Tintoretto-Veronese. Uno spazio espositivo che avrà a breve un intervento di valorizzazione, perché contiene i capolavori più rappresentantivi del nostro Cinquecento.

Artista autorevole e poliedrico, Antonio Badile, scomparso a soli 42 anni nel 1560, ha guidato la bottega secolare di famiglia, attiva dal XIV al XVII secolo, nel passaggio artistico dal classicismo d'inizio Cinquecento ad una più colta e complessa tecnica pittorica, di cui l'allievo Veronese sarà uno dei massimi esponenti. L'Autoritratto, firmato e datato 1552, è evidentemente ambientato nello studio del pittore. Dalla finestra posta alle sue spalle si apre una veduta su una piazza e un incrocio tra le vie del centro cittadino. In primo piano, appoggiati sul tavolo accanto al biglietto che Badile tiene nella mano destra, si vedono rappresentati i simboli che caratterizzano le diverse competenze dell'artista: il bulino, che si collega alla sua attività di incisore, in cui si era specializzato il padre Girolamo; le penne e il calamaio, a quella di disegnatore. Sempre sul tavolo è ben visibile l'album in primo piano dove Badile raccoglieva studi e testimonianze grafiche, anche dei suoi antenati o di ammirati colleghi.

Nel Seicento il libro di disegni faceva parte della collezione veronese del conte Ludovico Moscardo, ma in seguito fu smembrato. I suoi fogli arricchiscono oggi le collezioni dei più prestigiosi musei del mondo. Nella seconda metà del XVIII secolo, il dipinto si trovava a Bologna nella principesca collezione del marchese Filippo Ercolani. Nel secolo successivo giunse in Inghilterra, dove è documentato in varie raccolte private, tra le quali quella di Robert Stayner Holford a Dorchester House (Londra). Messo all'asta a Sotheby's nel 1969, tornò in una collezione privata veronese e nel 1988 fu esposto a Castelvecchio alla mostra dedicata a Paolo Veronese. Oggi, con la donazione De Stefani, il quadro entra a far parte delle collezioni civiche veronesi. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Marco Gastini denominata Miles realizzata nel 1981 in pitture, pergamena e stagno su tela di cm.147x2025 Opera di Angelo Savelli denominata Project realizzata nel 1982 in acrilico, nylon e cartoncino Alfabeti Pittorici
Opere scelte dagli anni '60 ad oggi


termina il 30 gennaio 2020
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Collettiva che permette di documentare, attraverso lo sguardo attento del collezionista, la complessa vicenda artistica passata e recente, avvalendosi di alfabeti, linguaggi e modalità prettamente estetiche e di forte impatto emotivo. A partire da una base comune (che funziona quasi come un primitivo DNA), materiali, colori, segni grafici, alfabeti si caratterizzano in tantissime varianti, grazie alla creatività dei diversi artisti presentati in questa mostra, come Jean Fautrier, Marco Gastini e Giorgio Milani. Nei lavori di Jean Fautrier (1898-1964), uno tra i principali interpreti dell'Informale - in esposizione è stato scelto di presentare un dipinto del 1957 - non si ritrovano figure, storie, composizioni geometriche o vivaci soluzioni cromatiche ma, protagonista dell'opera, diventa la materia: vitale e di grande energia evocativa; concrezioni spesse e rugose di colore, che si stagliano compatte su fondali amorfi.

La storia di Marco Gastini (1938-2018) - come quella di altri artisti presenti in questa mostra - è davvero infinita e ricca di esperienze importanti che hanno attraversato l'arte italiana e contemporanea. La sua opera s'interseca con pittura, scultura, materiali. La sapienza di Gastini è nel far sì che l'opera si dipani nello spazio e ne reinventi le tensioni che sottendono al volume architettonico, per cui la pittura che si tesse al suo interno non potrà che creare forti emozioni. Giorgio Milani (1946), artista che ha fatto invece della scrittura, del segno e dell'alfabeto il centro della sua ricerca, nonché una vera e propria identità artistica, è presente con due Sindoni di Gutenberg. Tecnicamente sono grandi teli di lino che, una volta posati su un Poetario (realizzato con 1867 fregi, cliché e caratteri tipografici di legno che simboleggiano il vasto patrimonio culturale dell'antico Occidente), vengono lavorati a spatola con un impasto di cera e colore ad olio. In queste opere l'immagine delle lettere si rivela in negativo: emergono acrome mentre ombre di colore tracciano le intercapedini. In esposizione anche opere di Giorgio Griffa, Herbert Hamak, Nunzio, Angelo Savelli. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Primo Levi con la scultura del gufo, copyright Mario Monge Primo Levi. Figure
termina il 26 gennaio 2020
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

In occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Primo Levi la GAM di Torino in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, espone per la prima volta in Italia una selezione significativa dei lavori in filo metallico realizzati dal grande scrittore e intellettuale a cura di Fabio Levi e Guido Vaglio, con il progetto di allestimento di Gianfranco Cavaglià con la collaborazione di Anna Rita Bertorello. Si tratta di oggetti con un forte carattere intimo e domestico, destinati agli scaffali dello studio dello scrittore oppure a essere regalati agli amici più cari: non ci sono datazioni precise (risalgono indicativamente al periodo 1955/1975), né titoli attribuiti dall'autore. Il materiale utilizzato è generalmente il filo di rame: il suo lavoro di chimico specializzato nella smaltatura dei conduttori elettrici gli consentiva di disporre di scarti e materiali da saggio in quantità.

Come tali, dunque, sono trattati nella mostra: non come opere d'arte, ma come prodotti della fantasia e dell'abilità manuale di Levi: un gioco, nell'accezione più ampia e positiva del termine. Ciò che nulla toglie, come si vedrà, alla grazia e alla qualità dei manufatti; pensieri e suggestioni dell'autore prendono corpo in questi oggetti, nei quali la precisione scientifica del particolare si accompagna e si alterna a un piglio più impressionista. Gli animali sono la prima fonte di ispirazione, ma non mancano le creature fantastiche e la figura umana. Accostarsi a questi lavori consente di aprire una straordinaria finestra sul mondo di Levi: un mondo di competenze e di sensibilità molteplici e ricchissime, ben al di là dell'immagine univoca, più nota e diffusa, di testimone della persecuzione e della deportazione.

Ne emerge una figura ricca e complessa, nella quale convivono la formazione del chimico, una solida cultura letteraria classica, la passione per le lingue, le etimologie e i giochi di parole (il gioco è da lui considerato una delle attività primarie dell'uomo), l'alpinismo, il fantastico, l'ironia e l'umorismo, una curiosità aperta per le più recenti espressioni artistiche, un interesse vivo e competente per la matematica, la fisica, le scienze naturali. A fare da sfondo a tutto questo, vi è la grande importanza attribuita da Levi al lavoro, e al lavoro manuale in particolare, alla "mano artefice", perché - ci ricorda lo stesso Levi - imparare a fare una cosa è ben diverso dall'imparare una cosa.

La materialità degli oggetti da lui creati è esaltazione del lavoro libero e del confronto con la materia, perché comprendere la materia è comprendere il mondo, ma anche perché la Materia è "la grande antagonista dello Spirito". Rivendicare la nobiltà della tecnica è anche un modo per rifiutare - culturalmente, prima ancora che politicamente - i fondamenti dell'educazione fascista e l'imposizione del modello gentiliano subìta a scuola. A commento delle figure si è scelto di proporre con una certa libertà citazioni letterarie anziché puntuali didascalie. Sono parole tratte per lo più dall'opera di Levi e, in qualche caso, da alcuni dei suoi autori prediletti. Con il rischio di qualche arbitrarietà, naturalmente, ma con il conforto delle parole dello stesso Levi, quando afferma: "Non conosco noia maggiore di un curriculum di letture ordinato, e credo invece negli accostamenti impossibili".

La visione delle opere esposte, quindi, insieme con i documenti, le immagini e gli oggetti presentati nella vetrina centrale, potranno consentire al visitatore di costruirsi un'immagine più sfaccettata e completa di Primo Levi, di "entrare nel varco e dare uno sguardo all'ecosistema che alberga insospettato nelle mie viscere, saprofiti, uccelli diurni e notturni, rampicanti, farfalle, grilli e muffe". Il Centro Internazionale di Studi Primo Levi rivolge le sue attività di ricerca a tutti i lettori e studiosi dello scrittore torinese, presenti in ogni parte del mondo. Ha sede a Torino, la città dove Levi ha vissuto, e raccoglie le edizioni delle sue opere, le numerose traduzioni pubblicate in decine di lingue, la bibliografia critica e ogni forma di documentazione sulla sua figura e sulla ricezione dell'opera. Il Centro offre inoltre un sostegno alle ricerche degli studiosi e realizza proprie iniziative. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Zavattini oltre i confini Zavattini oltre i confini
Un protagonista della cultura internazionale


termina lo 01 marzo 2020
Palazzo da Mosto - Reggio Emilia

Il 13 ottobre 1969, giusto trent'anni anni fa, moriva Cesare Zavattini. Tre decenni paiono poter essere un giusto tempo per analizzare un personaggio così complesso, originale e appassionato quale è stato Zavattini. A lui - nelle diverse vesti di uomo di cinema, scrittore, fumettista, personaggio dal forte impegno politico - molti studi sono stati dedicati in Italia e nel mondo. Tuttavia un aspetto è rimasto, se non in ombra, certo meno indagato ed è quello che la Biblioteca Panizzi e l'Archivio Cesare Zavattini hanno approfondito in questi anni: il ruolo di Za all'estero, in tempi, i suoi, impregnati dal clima della Guerra Fredda e delle contrapposizioni ideologiche.

I risultati di queste ricerche costituiranno l'oggetto dell'esposizione promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, Regione Emilia-Romagna-IBC, Comune di Reggio Emilia e Archivio Cesare Zavattini. L'Archivio Cesare Zavattini e la Biblioteca Panizzi che conserva l'archivio stesso, hanno condotto un'indagine realmente sistematica intorno all'intensa attività svolta dall'autore luzzarese al di fuori del contesto nazionale. Ne è emerso il ruolo cruciale di Za nel promuovere aspetti salienti della cultura italiana del secondo Novecento e in particolare del neorealismo, nell'orizzonte europeo e più in generale nel panorama internazionale, grazie alla sua intensa partecipazione a convegni, congressi, conferenze, corsi di formazione nei paesi decolonizzati o in via di sviluppo, alle collaborazioni con riviste e a co-produzioni cinematografiche.

Il progetto espositivo, curato da Alberto Ferraboschi, si impronta su due linee direttrici, da un lato indaga l'attività svolta nei diversi ambiti artistici (cinema, letteratura, pittura, ecc.) e geografici (sia in Europa che nel Nuovo Continente); dall'altro approfondisce temi e vicende particolari, come quello del viaggio (ad esempio sulle orme di Van Gogh), della pace, dei rapporti con lo scrittore latino-americano Garcia Marquez e con gli ambienti cosmopoliti ebraici. Nell'esposizione di Palazzo da Mosto, confluiranno materiali documentari e iconografici che raccontano tutte le attività e la rete di rapporti intessute da questa eclettica personalità: migliaia di carte originali, dattiloscritte e manoscritte, annotazioni autografe, insieme a fotografie, video, manifesti e libri.

Arricchiscono la mostra alcuni dei suoi inseparabili oggetti, la macchina da scrivere, il basco, la borsa da viaggio, oltre ai 150 quadri provenienti dalla Pinacoteca di Brera di Milano, facenti parte della celebre collezione di 8X10 che Cesare Zavattini aveva raccolto nel corso degli incontri con alcuni tra i più importanti artisti del Novecento. Tra i tanti saranno in mostra Giacomo Balla, Antonio Ligabue, Alberto Burri, Enrico Baj, Renato Guttuso, Giorgio De Chirico, Lucio Fontana, Fausto Melotti, Bruno Munari, Claudio Parmiggiani, Gillo Dorfles, Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros, Mario Sironi, Alberto Magnelli e poi ancora Pietro Consagra, Roberto Crippa, Fortunato Depero, Filippo De Pisis, Gianni Dova, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Rotella e tanti altri. Ultima sala del percorso espositivo sarà dedicata agli scatti inediti di uno dei maggiori fotografi italiani, Gianni Berengo Gardin, realizzate in occasione del lavoro che ripropone la "Luzzara" di Cesare Zavattini nel libro fotografico "Un Paese vent'anni dopo".

Nell'ambito dell'iniziativa è prevista la stampa del catalogo di mostra, "Zavattini oltre i confini", in cui sarà pubblicato al suo interno tutta la documentazione presente nell'esposizione, insieme ai recenti contributi dei membri del Comitato Scientifico dell'Archivio Cesare Zavattini. Il catalogo, tradotto anche in inglese, comprende saggi innovativi sui rapporti e l'influenza di Zavattini con la Francia (Stefania Parigi), Spagna (Alberto Ferraboschi e David Brancaleone), America Latina (David Brancaleone),  Stati Uniti (Giorgio Bertellini), Europa Orientale (Francesco Pitassio) e Africa (C. Mario Lanzafame e C. Podaliri. Specifiche ricerche sono poi dedicate al tema del viaggio nell'opera di Zavattini (Guido Conti), all'impegno per la pace (Valentina Fortichiari), al progetto su Van Gogh (Nicola Dusi), al rapporto con lo scrittore Garcia Marquez (Gualtiero De Santi) e con gli ambienti cosmopoliti ebraici (Giorgio Boccolari)".

"Dall'indagine sulla dimensione internazionale di Zavattini - continua il curatore Alberto Ferraboschi - emerge l'ampio spettro d'attività dell'autore riguardante non solo la produzione cinematografica ma anche la letteratura nonché altre forme di scambi internazionali (partecipazione a delegazioni artistico-culturali, mostre, convegni, ecc.). L'insieme di queste pratiche e contatti consente di tracciare il profilo internazionale di un intellettuale promotore di una vera e propria diplomazia culturale". (Comunicato stampa Studio Esseci)




Locandina di presentazione della mostra dedicata a Radiant Radiant. Venti d'Oriente nel manga europeo
termina il 26 gennaio 2020
Palazzo Roncale - Rovigo

Con ampia presenza di capolavori, si rivive il magico impatto del Giappone - si era negli anni '60 dell'800 - sull'arte europea, che non fu più la stessa. Un secolo e più dopo, ecco la seconda "invasione", affidata ai manga che dal Giappone conquistarono il Vecchio Continente e non solo. In entrambi i casi, il percorso è avvenuto nei due sensi. Ed è a questa attualità che si rivolge la mostra. Le forme contemporanee del giapponismo passano attraverso manga e anime. A testimoniare l'influenza dell'estetica giapponese sulla cultura visiva europea del Ventunesimo secolo, un fumetto si è imposto negli ultimi anni tra i principali alfieri della nuova diffusione di stili e modelli dal Giappone: Radiant.

Creato dal francese Tony Valente, Radiant mette in scena un mondo immaginifico popolato da creature cadute dal cielo e da maghi, impegnati nella ricerca della enigmatica 'tana' delle mostruose creature. Un'avventura iniziatica immersa in uno scenario fantastico tipico degli shonen manga giapponesi, condotta da un giovane eroe, costruita per ambientazioni e sfide progressive e ricca di figure frutto di una originale rielaborazione di riferimenti tanto nipponici quanto europei: catastrofi naturali, mutazioni biologiche, medievalismi (sovrani, cavalieri, Inquisizione...). I disegni di Valente, abile interprete della composizione dinamica propria dei manga più influenti del panorama internazionale, offrono una morbidezza della linea tipicamente europea, pur facendo trasparire nel design alcuni grandi modelli giapponesi come Dragon Ball, Hunter X Hunter o Bleach.

Questo equilibrio tra Oriente e Occidente è valso a Radiant diversi premi come migliore opera occidentale in "stile manga", fra cui il premio Daruma al festival Japan Expo 2016 come miglior manga internazionale. La fortuna internazionale di Radiant, prodotta a partire dal 2013 in Francia dall'editore Ankama e pubblicata in Italia da J-Pop Manga, ha inoltre generato per la serie alcuni primati significativi. Si tratta infatti del primo manga francese ad essere stato pubblicato anche in Giappone - con il plauso di autori influenti (Yusuke Murata di One Punch Man e Hiro Mashima di Fairy Tail) - e, fatto ancora più sorprendente, il primo manga francese adattato in una serie in animazione per la tv giapponese. La mostra, inserita nel programma dell'esposizione Giapponismo. Venti d'Oriente nell'arte europea, presenta per la prima volta in Italia un percorso intorno a questo originale manga europeo, in collaborazione con Arcadia Arte, J-Pop Manga e Ankama attraverso tavole originali, illustrazioni, studi di colore e schizzi. L'autore Tony Valente, inoltre, farà visita a Rovigo in occasione della mostra, per incontrare il pubblico e illustrare la genesi e gli sviluppi recenti e futuri di Radiant. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera nella mostra Guerriere dal Sol Levante Guerriere dal Sol Levante
termina lo 01 marzo 2020
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La mostra, a cura dell'Associazione Yoshin Ryu in collaborazione con il MAO Museo d'Arte Orientale di Torino, vuole rendere omaggio alla figura della donna guerriera in Giappone. La storia del Giappone comprende un periodo lungo otto secoli caratterizzato da molti scontri e battaglie, in cui le donne, in particolare quelle di classe guerriera, erano educate a compiere ogni incarico, dalla gestione finanziaria ed economica della propria famiglia fino a quelli che potevano comportare il ricorso alle armi. La donna guerriera, onna-bugeisha, era preparata alla difesa delle dimore, addestrata all'uso di svariate armi, alle battaglie campali e anche all'eventualità di darsi la morte. Rimangono di quel passato nomi famosi, le cui gesta leggendarie sono ricordate attraverso drammi teatrali, dipinti e trame cinematografiche.

Ma le donne hanno lottato nel tempo e nelle civiltà non solo con spade, alabarde, pugnali, archi e frecce: dal passato al presente, grazie al coraggio e alla creatività, hanno utilizzato altri tipi di attacco e difesa riuscendo a superare pregiudizi e impedimenti, nella letteratura, nell'arte, nel teatro, nella scienza, nella tecnologia, nell'esplorazione. Donne che con il tempo, talvolta silenziosamente e senza essere valorizzate dalla storia, sono riuscite a produrre significativi cambiamenti. La mostra tenta di sviluppare questa trama, partendo dal Giappone per trascendere epoche e frontiere, poiché molte eroine dell'odierna cultura popolare traggono origine proprio da quel passato.

La mostra sviluppa molteplici aspetti della donna guerriera, esponendo oggetti storici e artistici provenienti dalle collezioni del MAO, del Museo Stibbert di Firenze e da collezioni private. Tra le opere si potranno apprezzare armi originali, una corazza decorata di un'armatura di scuola Myochin, dipinti su rotolo verticale, stampe di celebri artisti di ukiyo-e, kimono, utensili e un elegante strumento musicale biwa settecentesco. A questi si aggiungono video, riproduzioni di oggetti in 3D e una vasta collezione di oggetti rari e preziosi legati al mondo dei manga, degli anime e del cinema, media contemporanei che hanno raccolto l'eredità delle donne guerriere creando icone indelebili come Wonder Woman, Lady Oscar, Sailor Moon e la Principessa Leia di Star Wars. Il percorso espositivo si conclude con 40 ritratti eseguiti da giovani artiste e artisti in omaggio ad altrettante donne che hanno combattuto le loro battaglie in varie epoche e territori. A corollario della mostra è organizzato un ciclo di conferenze al MAO che offre approfondimenti sul tema e una rassegna cinematografica al Cinema Centrale di Torino dedicata alla figura della donna guerriera nel mondo. La mostra è accompagnata da video installazioni, pannelli illustrativi, e da un catalogo bilingue italiano/inglese. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Peter Waechtler Peter Wächtler
termina lo 09 maggio 2020
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
Locandina

Invitato a pensare a un progetto site-specific per gli spazi e per il contesto sia della città sia della regione, Wächtler è tornato in visita più volte durante l'anno e ha analizzato luoghi fisici e di produzione che lo hanno ispirato nella realizzazione di un progetto composto di opere scultoree, fotografiche, pittoriche e video. Il risultato è una mostra - a cura di Vincenzo de Bellis - nella quale l'artista mette in evidenza alcuni aspetti caratteristici della sua pratica: l'interesse per tecniche artistiche tradizionali e artigianali; la necessità di costruzione narrativa simile a quella di un racconto (Wächtler è anche uno scrittore) e la capacità di muoversi liberamente tra diversi mezzi espressivi. Tutti questi mezzi diventano tappe di un racconto nel quale il personale si mescola all'impersonale, il soggettivo all'oggettivo, il reale al surreale o all'irreale.

Peter Wächtler lavora con una varietà di media: bronzo e ceramica, testi, disegni e video. Ma è in realtà il racconto stesso a costituire il suo materiale prediletto. Le sue opere evocano spesso una narrazione che vede figure umane o animali in stati particolari di animazione. Questi usano e adattano elementi di finzione, folklore e cultura popolare, relazionandosi sia a tradizioni specifiche che a favole comuni, e concretizzano le diverse modalità in cui una storia può essere raccontata, tanto quanto la storia in sé. Le opere di Peter Wächtler (Hannover - Germania, 1979) sono state esposte in mostre personali presso la Kunsthall di Bergen, lo Schinkel Pavillon di Berlino, al MUKHA di Anversa, alla Chisenhale Gallery di Londra e alla Reinassaince Society di Chicago. Il 30 agosto ha inaugurato una sua personale presso la Kunsthalle di Zurigo. (Comunicato stampa Lara Facco)




Leonardo. La macchina dell'immaginazione
termina il 26 gennaio 2020
Galleria d'Arte Moderna - Palermo
www.gampalermo.it

Esposizione multimediale a cura di Treccani, progettata e messa in scena da Studio Azzurro che, integrando linguaggi e competenze diverse - dal video all'animazione grafica ai sistemi interattivi - ha intrapreso un percorso progettuale complesso, affiancato dalla competenza scientifica dello storico dell'arte Edoardo Villata. La mostra è promossa dal Comune di Palermo-Assessorato alla Cultura, dall'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e dalla Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese; a cura di Treccani e Studio Azzurro, è organizzata da Civita Sicilia con il contributo di Intesa Sanpaolo.

Il percorso è scandito da sette videoinstallazioni, di cui cinque interattive, che coinvolgono lo spettatore in un racconto di immagini e suoni che, a partire dal multiforme lascito di Leonardo, ci "parlano" tanto del suo, quanto del nostro tempo. Le grandi macchine scenografiche, la cui struttura è liberamente ispirata a disegni leonardeschi, corrispondono ad altrettante sezioni: Le Osservazioni sulla natura; La città; Il paesaggio; Le Macchine di pace; Le Macchine di guerra; Il Tavolo anatomico; La pittura. Studio Azzurro ha pensato a uno spazio che immerga i visitatori nel mondo dell'immaginazione di Leonardo. Un mondo di macchine talvolta trasparenti come i suoi orizzonti, talvolta opache come la carta dei fogli di appunti. L'esperienza del visitatore passa dall'osservazione alla partecipazione, muovendosi tra forme che richiamano il rigore geometrico dei solidi platonici di Luca Pacioli e si rimodulano in strumenti utili.

Questo mondo di macchine trasformate in dispositivi narrativi, di giganteschi fogli di appunti in attesa di essere risvegliati, accoglie il visitatore in una penombra da cui spiccano i colori del legno, della tela e della carta. L'interazione avviene con sistemi diversi: la modulazione della luce e della voce sono gli strumenti privilegiati. In quattro sezioni, infatti, il visitatore può scegliere alcune parole-chiave tratte dal lessico vinciano, che, una volta pronunciate, danno vita alle narrazioni video, in cui i disegni di Leonardo sono affiancati, percorsi o rivisitati da filmati talora iperrealistici, talora quasi astratti.

«In alcuni casi le elaborazioni o le giustapposizioni sottolineano e accentuano il carattere disturbante, eversivo dei disegni leonardeschi, mentre in altri forniscono una sorta di controcanto affettuoso e ironico: un atteggiamento che a Leonardo sarebbe sicuramente piaciuto» scrive il prof. Villata. «Il visitatore si troverà quindi a contatto con alcuni esempi delle idee e degli studi di Leonardo: la veduta a volo di uccello, le macchine, sia a uso civile, sia a uso militare, le mappe, gli studi sull'anatomia dei cavalli e dei volatili; ma anche a terrificanti immagini di diluvio, a volti trasfigurati dall'ira, a malinconici pensatori, a tenere e divertite immagini di cani, di gatti o di granchi. Il tutto sempre commentato da suoni, che talvolta accennano a diventare un abbozzo di frase musicale, e da citazioni tratte dai manoscritti leonardeschi».

___ Prima sezione: Le osservazioni sulla Natura

Il lavorio inesausto di appunti visivi e verbali di Leonardo rappresenta perfettamente l'"epoca dell'occhio", l'epoca della prospettiva che si fa "forma simbolica" oltre la stretta cerchia degli intellettuali. Il lavoro dell'occhio umano sul mondo è alla base di questo atteggiamento che prenderà una forma più definita nei decenni successivi. Attraverso lo studio del reale, Leonardo riesce a forzare quello strumento prospettico appreso nelle botteghe fiorentine allo stesso modo in cui forza il sapere tradizionale consolidato dai tempi di Aristotele, fino a far implodere l'idea di ordine universale su cui si posava ogni forma di pensiero. Un uomo che guarda, un piano di lavoro per disegnare, un rettangolo quadrettato davanti al suo sguardo. L'installazione ripropone la situazione ideale di un osservatore che analizza i minimi eventi naturali e cerca le corrispondenze con un ideale geometrico di armonia e di restituzione prospettica. Il visitatore si affaccia al prospettografo e assiste al passaggio dalla visione naturale alla restituzione nel disegno, fino alla rappresentazione ideale in riferimento alla geometria nascosta nelle cose.

___ Seconda sezione: La Città

I progetti di Leonardo per le città e il suo interesse per la stesura delle loro mappe rivelano un'attitudine urbanistica. Il suo sguardo "largo" tiene in considerazione le dinamiche della società e le esigenze quotidiane di una comunità complessa. Come per ogni altro oggetto di indagine, la sua visione si muove tra la considerazione dell'insieme e l'attenzione per il dettaglio. Immagina per la prima volta di vedere e rappresentare le città dall'alto. Immagina città con un impianto urbano funzionale alle attività delle varie classi sociali e alle necessità igieniche. Studia le vie di terra e il vitale rapporto con le vie d'acqua, da sfruttare abilmente con grandi progetti di deviazione dei corsi dei fiumi.

Osservando la città, ne studia anche gli abitanti, annota le loro abitudini di vita, le mode, i riti. Nell'istallazione, sono infatti le silhouette degli uomini e dei loro strumenti a raccontare le azioni generate dai disegni e dalle parole di Leonardo. Le immagini si depositano su due grandi schermi laterali della struttura che richiama una sorta di gru da cantiere, capace di spostare grandi pesi in modo rapido ed economico, con minore sforzo dell'uomo. Due leggii mostrano una collezione di parole che Leonardo utilizzò nei suoi progetti di architettura e urbanistica. Pronunciando una di queste parole si risveglia la narrazione video corrispondente. Le parole sui due leggi sono le stesse, ma i video a esse associati raccontano storie differenti.

___ Terza sezione: Il Paesaggio

I mutamenti della luce naturale, i suoi effetti sui corpi e sulla percezione atmosferica sono stati per Leonardo oggetto di lunghe osservazioni e di altrettante pagine di annotazioni, soprattutto in funzione della loro miglior resa pittorica. Nel Libro di Pittura si rivolge al suo lettore chiamandolo «fintore» - così si chiamavano i pittori e gli scultori - dandogli precise istruzioni su come rappresentare ogni elemento naturale, prospettico e umano. Leonardo in realtà educa lo sguardo del pittore a soffermarsi sui più minuti dettagli e a cercare le cause di ogni percezione per meglio "fingere" la realtà con gli strumenti del disegno e della pittura. D'altra parte arriva a immaginare un modo di rappresentare il mondo e quasi a inventare il "paesaggio" benché ancora non lo chiamasse in questo modo, con le vedute "a volo d'uccello". Tre proiezioni, due laterali e una in alto, avvolgono i visitatori. Pronunciando le parole scritte sui leggii, che corrispondono ad alcuni degli aspetti più indagati dalla curiosità e dall'inventiva di Leonardo, si presentano lateralmente due disegni originali e in alto un cielo. L'osservazione dei disegni li rende vivi, generativi. Dai tratti a matita nascono «flussi e reflussi», «venti revertiginosi», nebbie, scenari vicini e panorami lontani.

___ Quarta sezione: Le macchina di pace

Pulegge, catene, ruote dentate, ruota a tazze, viti di Archimede, viti senza fine, viti aeree, inclinometri, igroscopi, anemometri, seghe idrauliche, ventilatori. Studi per «modo di sollevare l'acqua in due tempi», per imbarcazioni a pale, per portelli di chiusa, progetti per il canale Firenze-mare, per lo scavo di Serravalle, disegni di macchine escavatrici, di draghe, vortici e canali. Studi per l'equilibrio, per il bilanciamento, per ali di aliante, per ala snodabile, per ala articolata, per ala a sportelli; studi per ornitottero, verticale, prono, a navicella. Studi per il «modo di camminare sull'acqua», per modi di respirare sott'acqua, guanti palmati, salvagente, scafandro. Non son tutte invenzioni di Leonardo, talvolta sono perfezionamenti di macchine esistenti, studi per migliorie, in altri casi, come per il volo e il «camminare sull'acqua» sembrano sogni che, confidando nella scienza e nello studio della natura, è convinto di poter realizzare. Pronunciando una delle parole esposte nel leggio i disegni nei due schermi rivelano particolari di macchine a cui si accostano reali meccanismi del nostro tempo.

___ Quinta sezione: Le macchine di guerra

Nella lettera a Lodovico il Moro in cui Leonardo si presenta per essere accolto a Milano, una eloquente lista esibisce in larga maggioranza competenze nell'arte di «offendere e difendere», in particolare nella capacità di progettare «instrumenti bellici» come ponti «facili e commodi da levare et ponere», «ghatti» (arieti), «bombarde, mortari et passavolanti di bellissime et utile forme» «briccole, manghani, trabuchi», «carri coperti, securi e inoffensibili». Ciononostante, le considerazioni scritte da Leonardo sulla guerra rivelano ben altro pensiero. «Pazzia bestialissima» la definisce, studiando armi e strumenti dei contemporanei ma anche degli antichi. Le istruzioni per dipingere scene di battaglia nel Libro di pittura sono efficaci quanto una testimonianza, e il modo in cui racconta i volti, le espressioni, i gesti degli uomini impegnati a uccidersi tra loro manifestano il suo giudizio sull'assoluto abbruttimento a cui essa conduce. La macchina dell'installazione è una sorta di bilanciere in stasi, con due grandi schermi. Pronunciando la parola scelta dal leggio, sullo schermo frontale appare un disegno, uno studio di un carro, di una bombarda, di un gruppo di uomini in battaglia, a terra appare un pavimento materico: sabbia, acqua, foglie... dopo qualche istante dai tratti del disegno si staccano figure umane, frecce, bandiere e dal pavimento emergono frammenti di una battaglia.

___ Sesta sezione: Il tavolo anatomico

Ai tempi di Leonardo si chiama «notomia». L'analisi geometrica, figlia diretta dell'uomo vitruviano, non gli basta, così sprofonda il suo sguardo nelle viscere del corpo umano, come fosse il dispositivo più affascinante che si potesse studiare: «sì bellostrumento» con «tanta varietà di macchinamenti». Cerca le cause di ogni evento fisiologico, elenca instancabili liste di argomenti da indagare. Descrive minutamente la meccanica dei movimenti, osserva e rappresenta il cranio come fosse un elemento architettonico, il tiburio di una cattedrale, immagina le funzioni di ipotetiche aree del cervello, osserva il chiasma ottico, disegna il sistema nervoso come un albero di sottili filamenti. Sempre sulla soglia del sogno di una conoscenza esatta, alla fine di una lunga lista, annota: «Scriverai di filosomia». Su un tavolo di otto metri sono posati dei gessi che riproducono elementi del corpo umano, maschile e femminile. Sospese sul tavolo alcune piccole torce. Direzionando la loro luce su un gesso, si avvia il racconto video relativo a quella porzione di corpo. Dal corpo dell'uomo, scorticato, si genera l'indagine sotto la pelle, tra muscolatura, scheletro e funzioni vitali. Il corpo della donna è invece un corpo classico, da cui nascono i gesti, le espressioni e il racconto della facoltà di portare in sé una nuova vita.

___ Settimana sezione: La pittura

La pittura per Leonardo è una scienza, nell'accezione di scienza a lui contemporanea. Nel suo Libro di pittura, più di 900 paragrafi di varie lunghezze sono dedicati alla sua teoria e alla sua pratica e nel tradizionale "paragone delle arti" vince su tutte. La sua attenzione a restituire in pittura i valori percettivi delle cose ha dato avvio a un modo diverso di "fingere" le figure e gli scenari: ogni contorno sfuma in un'altra parte del dipinto, c'è profondità di piani nello spazio, ma senza quasi distinzione dei limiti dei soggetti... come se il mondo fosse immerso in un liquido amniotico. Nell'installazione un grande monitor presenta una decina di dipinti di Leonardo. Il lavoro sulla illuminazione dei soggetti e sulla graduale apparizione dello sfondo fa vibrare il quadro di una vita inattesa. Gli scenari si susseguono all'orizzonte, passando uno nell'altro fino a ricomporre lo sfondo dell'opera originale. Anziché forzare i suoi scenari per farli corrispondere a un luogo, ci si affaccia alla memoria e alla immaginazione di Leonardo che dipinge ricordando le centinaia di scenari che ha a lungo scandagliato nelle sue osservazioni. «Il buon pittore ha da dipingere due cose principali: l'uomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, perché si ha a figurare con gesti e movimenti delle membra: e questo è da essere imparato dai muti, che meglio li fanno che alcun'altra sorte di uomini». (Comunicato ufficio stampa Civita)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)

  La Trinacria | Storia e Mitologia

Sicilia e Grecia





Locandina della rassegna artistica Vide Viaggio Dell'Emozione VIDE Viaggio Dell'Emozione
termina il 29 febbraio 2020
Palazzo Arnone - Cosenza

Il progetto "VIDE VIaggioDell'Emozione", ideato dal Polo museale della Calabria ora Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e realizzato con il sostegno della Regione Calabria, è un invito al viaggio attraverso una mostra diffusa, tracciata per iniziare il viaggiatore 3.0 alle innumerevoli storie che si snodano lungo gli itinerari regionali. L'esposizione - che coinvolge 16 reperti evocativi del tema del viaggio dislocati su tutto il territorio regionale nei contesti museali di appartenenza - traccia una road map che da cammino fisico diventa esperienza emotiva, coinvolgendo l'intera rete di connessioni esistenti tra le sedi della Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e i paesaggi culturali in cui esse insistono. La mostra ha il suo centro propulsore a Cosenza, presso Palazzo Arnone, dove una sala multimediale sviluppata con moderne tecnologie di animazione grafica computerizzata, permetterà ai visitatori di intraprendere un viaggio virtuale presso tutte le altre sedi coinvolte.

Negli altri musei e luoghi della cultura, grazie a un'applicazione dedicata, essi potranno, poi, visualizzare non solo il reperto inserito nel percorso, ma avranno la possibilità di intraprendere virtualmente ulteriori e nuovi percorsi da tracciare secondo i propri interessi e sensibilità. Il 'viaggiatore VIDE' si sposterà dal museo di Amendolara, dove piccoli scarabei testimoniano la fitta trama di scambi attivi nel mondo antico, al Museo della Sibaritide, per conoscere le insidie del viaggio degli Achei. Presso la Galleria di Cosenza vivrà l'ansia di una fuga esasperata per la salvezza e giungerà a Lamezia Terme per scoprire il mondo femminile della Magna Grecia.

Si sposterà a Vibo Valentia e Scolacium dove, silenzioso, visiterà il mondo dei morti; a Mileto entrerà in contatto con le antiche abilità dei maestri argentieri mentre a Gioia Tauro scoprirà la manifattura ceramica dei Calcidesi. Si sposterà a Bova percorrendo l'antico asse viario Reggio - Taranto, arrivando poi nella Locride dove presso Locri Epizephiri e Kaulon vivrà il forte legame tra le antiche popolazioni e le risorse naturali della regione. Poco distante raggiungerà La Cattolica e la chiesa di San Francesco, mete di un viaggio spirituale, e si sposterà alla fortezza di Le Castella che evoca ancora accese battaglie per il controllo della costa. Concluderà, al galoppo, il suo viaggio a Crotone. (Comunicato stampa)




opera di Gianfranco Gorgoni Photology Air 2019/2020
Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia


22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
www.photology.com

Cinque progetti naturalistico-fotografici che coinvolgeranno il curatore uruguaiano Martin Craucin e 15 artisti di fama internazionale: Gianfranco Gorgoni, Georg Reinking, Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson, Giada Barbieri, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Juan Pedro Fabro, Emilio Fantin, Fiamma Montezemolo, Irina Raffo, Luca Vitone, Francesca Romana Gaglione. Photology, che già dal 2012 ha intrapreso un'intensa attività di diffusione delle arti fotografiche nel territorio siciliano di sud-est, è orgogliosa di presentare l'edizione 2019/2020 di Photology Air (Art In Ruins), il nuovo parco per l'arte contemporanea aperto nel 2018 nei trenta ettari della splendida Tenuta Busulmone, a Noto.

In particolare, traendo ispirazione dal tema delle "rovine" come sinonimo di modernizzazione (già trattato alla Biennale di Venezia 2014), le mostre vengono allestite negli spazi restaurati en plein air di un convento ottocentesco e lungo i tanti percorsi naturali che si trovano nella tenuta. La scelta curatoriale per il biennio 2019/2020 è ricaduta su un tema sempre più attuale, la "coscienza ambientale", e il titolo Preservaction ne è diventato l'esplicito manifesto. In particolare, le attività di Photology Air che verranno presentate nel 2019 con il titolo Prelude To Preservaction, per poi svilupparsi nel 2020 sotto il nome di Preservaction Now!, offrono ai visitatori la possibilità di confrontarsi con opere eterogenee che vogliono invitare a riflettere sulla rappresentazione artistica della natura come via di preservazione e tutela, perché la Natura, da sempre fonte di ispirazione per gli artisti di qualsiasi disciplina, è lei stessa un'opera d'arte.

Noto, fiore all'occhiello dell'arte e della cultura siciliana, è uno splendido esempio di architettura barocca di fine Settecento che domina la valle del fiume Asinaro con vista sul Mar Ionio a est e Mediterraneo a sud. Il suo centro storico è stato dichiarato nel 2002 Patrimonio dell'Umanità da parte dell'Unesco insieme con le altre città tardo barocche della Val di Noto. Dopo la ricostruzione in seguito al terremoto del 1693, Noto è divenuta una delle città d'arte più visitate del nostro paese, meta di un turismo sempre crescente, tanto da registrare un incremento medio annuo di visitatori intorno al 5% dal 2010, soprattutto internazionali. Tutta la Val di Noto è oggi meta esclusiva, non solo per il patrimonio artistico-culturale, ma anche per le eccellenze enogastronomiche, e le località turistiche della zona sono particolarmente apprezzate: le spiagge della riserva naturale di Vendicari, i laghetti di Cavagrande, la zona archeologica di Pantalica, la Villa Romana del Tellaro, Marzamemi e Noto antica.

- Prelude to preservaction
22 giugno - 03 novembre 2019

.. Land Art in America
by Gianfranco Gorgoni

Pensato per la sezione Exhibitions 2018, il progetto - introdotto da un'esclusiva scultura di Georg Reinking - propone una serie di celebri lavori del fotografo italiano Gianfranco Gorgoni esposti tra le rovine del convento ottocentesco: opere fotografiche di grande formato realizzate a partire dalla fine degli anni Sessanta, in collaborazione con i grandi maestri della Land Art americana come Christo, Walter De Maria, Michael Heizer, Nancy Holt, Richard Serra, Robert Smithson, fino ai più recenti lavori con Ugo Rondinone. L'allestimento prevede un dialogo tra gli spazi interni ed esterni del rudere, per cui Gorgoni presenta opere innovative, pensate e prodotte per essere stampate su alluminio e sottoposte a speciali trattamenti da esterno.

.. Belvedere Collectors
Project Room With a View


Da giugno 2019 Photology apre al pubblico Belvedere Collectors-Project Room with a View, l'unica zona espositiva coperta di Photology Air pensata per i collezionisti e gli amanti della fotoarte. Il nuovo spazio presenta non solo una selezione di opere originali con soggetti naturalistici di artisti di fama internazionale e un esclusivo art bookshop con libri rari, ma anche la possibilità di trovare una serie limitate di prodotti a chilometro zero provenienti dal territorio di Noto. Gli artisti scelti per questa prima edizione sono: Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson. La zona Belvedere, dal secondo piano della struttura espositiva, ha un'incredibile vista a sud verso la Riserva Naturale di Vendicari.

.. Naturalistic Trail. Planta Manent
22 giugno 2019 - 29 settembre 2020

Un'esperienza unica di walking to art con 15 istallazioni fotografiche site specific stampate su alluminio e dislocate lungo un suggestivo percorso di 2 km nella campagna mediterranea circostante la Tenuta Busulmone, che ritraggono la flora locale accompagnate da spiegazioni botaniche. Planta Manent, la catalogazione fotografica permanente realizzata da Francesca Romana Gaglione, nasce con l'obiettivo di preservare, attraverso un lavoro di ricerca gli endemismi puntiformi caratteristici dell'area circostante Tenuta Busulmone, una porzione di terra che si rivela particolarmente interessante da un punto di vista botanico per via della singolare posizione geografica e delle peculiari condizioni climatiche. Quanto più un endemismo è puntiforme, cioè relativo a un'area geografica circoscritta, tanto più sarà composto da specie ad alto rischio di estinzione. Pertanto, la prima parte del progetto, una vera e propria fase di ricerca svolta insieme al botanico Paolo Uccello, si concentrerà sull'individuazione degli arbusti, degli alberi e delle infiorescenze più vulnerabili con l'obiettivo di ricostruirne la storia. La seconda parte del progetto, invece, indagherà nella vita segreta degli elementi individuati, con l'obiettivo di trasformarli in oggetti fotografici che diventeranno parte integrante di una memoria consapevole del luogo.

.. Educational Project: Kids in action
settembre 2019 - settembre 2020

Il progetto, che verrà realizzato in collaborazione con il Comune di Noto e Legambiente ha il fine di sensibilizzare ed educare le giovani generazioni alla tutela e alla pulizia dell'ambiente circostante attraverso laboratori didattici ad hoc. Gruppi di ragazzi verranno accompagnati nel territorio del Comune di Noto con l'obbiettivo di ripulire l'ambiente naturale dai rifiuti abbandonati. Il cleaning project servirà infine per utilizzare i materiali raccolti come elementi per laboratori artistici, seguendo le orme di artisti affermati come Damien Hirst, Kcho, Micheal Fliri. Le creazioni saranno esposte nel corso della stagione in un percorso esclusivo e premiate da una giuria selezionata.

- Preservaction Now!
09 aprile - 27 settembre 2020

.. The Secret Life of Plants

La mostra The secret life of plants prende ispirazione dall'omonimo libro di Peter Tompkins e Christopher Bird, pubblicato nel 1974 e basato sulle loro ricerche nel mondo dei vegetali riguardo alla possibilità che le piante non siano soltanto organismi passivi simili ad automi, sottomessi alle forze ambientali, bensì che abbiano la capacità di comunicare, di percepire gli eventi, di memorizzarli e persino di provare emozioni. L'esposizione, curata da Martin Craciun e allestita da Photology negli spazi Air (senza copertura) del convento, sarà costituita da installazioni botaniche, opere fotografiche, sculture e video. La selezione delle opere e degli artisti è incentrata proprio sulla ricerca emotiva evidenziata nel celebre libro di Tompkins e Bird. Piante e fiori mediate dal lavoro degli artisti comunicano con il visitatore attraverso i 5 sensi in un percorso scenografico che richiama il diorama. Questi gli artisti italiani ed internazionali che esporranno: Fiamma Montezemolo, Giada Barbieri, Emilio Fantin, Luca Vitone, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Irina Raffo, Juan Pedro Fabro.

.. Art Trail
Profondo Blu

by Gian Paolo Barbieri

Profondo Blu rende omaggio all'itinerario fotografico di Gian Paolo Barbieri, che a partire dagli anni Ottanta lo vede in luoghi esotici e lontani a collezionare ritratti inediti di un'umanità e di una natura intatta, frammenti di memoria destinati a perdersi per sempre, attimi sottratti a un processo di metamorfosi e devastazione inarrestabile. In ogni foto si può percepire la profonda meditazione dell'artista, che per la prima volta si trova da solo dietro la macchina fotografica e davanti ad un soggetto che non concepisce alcuna possibilità di alterazione di setting. Art Trail 2019 si contraddistingue per un inedito ed emozionante incontro tra natura & natura. Le eleganti opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, realizzate in 40 anni di viaggi in luoghi incontaminati, si fondono con lo spettacolo del paesaggio rurale della campagna netina. Photology presenta un progetto di installazioni naturalistiche con strutture realizzate da artigiani locali utilizzando materiali a chilometri zero. Il percorso prevede una serie di aree espositive su un sentiero in terra battuta di circa 2 km in mezzo a millenari carrubi, ulivi e campi di grani antichi. La mostra, composta da circa 30 opere di grande formato e stampate in tricromia su materiali da esterno sarà percorribile a piedi con un normale abbigliamento sportivo o con speciali visite guidate con biciclette assistite elettricamente.

.. In the air tonight

La stagione di mostre di Photology Air per il 2020 si arricchisce di eventi esclusivi di approfondimento dal titolo In the Air Tonight. Da maggio ad agosto con cadenza settimanale si alterneranno nella zona cinema e relax una serie di presentazioni e incontri a tema seguendo la linea curatoriale Preservaction. Prima e dopo le proiezioni degli Earth Films, il programma In the Air tonight prevede una serie di art talks con il pubblico degli artisti partecipanti alle mostre, simposi di enti e fondazioni coinvolti nel progetto, lectures con presentazioni fotografiche, visite guidate notturne al cosmo, performance musicali e piccole rassegne teatrali. Sono stati invitati a partecipare: Emilio Fantin, Stefano Tirelli e Massimiliano Nebuloni, Pier Raffaele Platania, Greta Scacchi e Nicky Rohl, Luca Vitone. Gli appuntamenti verranno confermati con date e orari sull'apposito sito web e attraverso la guida Photology Air.

.. Art Film Festival
Earth Film


Photology Air si prefigge per il 2020 l'obiettivo di diventare un luogo di incontro e cultura imprescindibile per le serate netine, anche attraverso la settima arte, il cinema. La rassegna Earth Films propone una ricca selezione di lungometraggi e documentari di fama internazionale, collegati dalla comune tematica green. La sala cinema, posizionata in una location d'eccezione come il convento ottocentesco restaurato, vedrà alternarsi a pellicole note e acclamate da pubblico e critica, altre tutte da scoprire. Le proiezioni, che si susseguiranno per tutta la stagione, saranno accessibili gratuitamente fino ad esaurimento posti. Il programma definitivo della rassegna cinematografica verrà reso noto nella sezione del sito web dedicata e tramite la guida Photology Air. (Comunicato De Angelis Press)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Andrej Tarkovskij. Il cinema come preghiera
25 gennaio 2020, ore 18
Marche Teatro - Ancona
www.marcheteatro.it

La vita e le opere del geniale regista raccontate dal figlio, con foto e video d'epoca, registrazioni audio inedite e riprese effettuate sui luoghi vissuti da Tarkovskij in Russia, Svezia e Italia. Andrej Tarkovskij, regista geniale, i cui film sono considerati capolavori del cinema mondiale, ha lasciato otto pellicole e il desiderio sempre più crescente di comprendere la sua l'opera. Il film, firmato dal figlio, racconta la vita e il lavoro di Tarkovskij lasciando la parola al regista stesso che condivide i suoi ricordi, il suo sguardo sull'arte, le riflessioni sul destino dell'artista e sul senso dell'esistenza umana. (Comunicato stampa)




Logo della 66esima edizione del Taormina Film Festival Taormina Film Fest
66esima edizione, 28 giugno - 04 luglio 2020

Taormina Film Fest e Videobank S.p.A. nuovamente insieme per il prossimo triennio, sotto l'egida della Fondazione Taormina Arte Sicilia e dell'Assessorato Regionale del Turismo dello Sport e dello Spettacolo, per continuare a scrivere la storia di uno dei festival cinematografici internazionali più longevi e prestigiosi d'Europa. A dirigere il festival con il consueto entusiasmo Leo Gullotta, vincitore di 3 David di Donatello e 4 Nastri d'Argento, icona siciliana nel mondo appena reduce dal doppiaggio di Joe Pesci in "The Irishman" di Martin Scorsese e dal travolgente successo di acclamate tournée teatrali.

È invece un ritorno alle origini per il regista Francesco Calogero - storico collaboratore del festival, già organizzatore delle retrospettive e curatore del catalogo sotto la direzione artistica di Guglielmo Biraghi e Sandro Anastasi, poi anche conduttore degli incontri con gli autori nelle successive edizioni dirette da Enrico Ghezzi - al quale sono affidate le categorie competitive della Selezione Ufficiale. Sarà quindi Francesco Alò, dal 2002 firma per Il Messaggero, incontrastato e autorevole protagonista delle video-recensioni sul web per BadTaste.it, a farsi carico dei titoli che ineriscono al "nuovo corso" dell'audiovisivo, dalle amatissime serie tv delle più celebri piattaforme e i loro protagonisti ai blockbuster che ogni sera popoleranno il Teatro Antico, al pari degli oltre 3.000 spettatori che il 5 luglio scorso hanno assistito al debutto di "Spider-Man: Far From Home" di Jon Watts.

E, sempre nell'ottica di una "opération vérité", è una precisa scelta editoriale quella di voler tornare a riservare la principale delle categorie competitive internazionali alle opere prime e seconde come quando, nel segno di una fortunata e memorabile epoca festivaliera, proprio a Taormina, nel '73, veniva premiato il debutto cinematografico di Steven Spielberg con "Duel" (senza dimenticare quelli di Robert Rodriguez con "El mariachi", di Luca Guadagnino con "Qui" e le innumerevoli novità proposte nella Settimana del Filmnuovo). Si rinsalda così il legame tra la nobile tradizione dell'evento e il rinnovato appuntamento che - ritrovata l'opportuna competitività e continuità - non si alimenta esclusivamente di ricordi ma, valorizzando il territorio e con ampia visione strategica, prosegue la sua inarrestabile crescita su un piano eminente, sempre al centro della programmazione cinematografica e della filiera festivaliera. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Taormina FilmFest - Reggi&Spizzichino Communication)




Gli attori Matteo Bonanni, Maria Eugenia D'Aquino, Riccardo Magherini, Alessandro Pazzi, Annig Raimondi della rappresentazione di Non Si Sa Come in una foto di Fulvio Michelazzi "Non si sa come"
di Luigi Pirandello


11-26 gennaio 2020
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org



Adattamento: Gianmarco Bizzarri
Regia: Paolo Bignamini
Con: Matteo Bonanni, Maria Eugenia D'Aquino, Riccardo Magherini, Alessandro Pazzi, Annig Raimondi
Scene: Anusc Castiglioni
Luci: Fulvio Michelazzi
Costumi: Nir Lagziel
Assistente alla regia: Marianna Cossu
Produzione: PACTA. dei Teatri
Durata: 1h e 30'

Ultima opera teatrale compiuta di Luigi Pirandello, Non si sa come viene scritta nel 1934 e rappresentata per la prima volta in Italia nel 1935. Il dramma, ispirato a tre diverse novelle (Nel gorgo, La realtà del sogno e Cinci), scandaglia la vicenda del conte Romeo Daddi: l'uomo tradisce, durante un improvviso momento di debolezza, la moglie Bice con Ginevra, consorte dell'amico di famiglia Giorgio Vanzi. Questo atto, compiuto in uno stato di totale inconsapevolezza, rievoca in Daddi un'altra colpa affogata in un passato lontano, concatenata nel metodo e a tutti segreta. Si tratta dell'omicidio di un giovane, commesso durante una lite tra ragazzi cominciata per un motivo apparentemente futile. Un delitto di cui l'uomo non sente di portare la responsabilità, poiché accaduto "non si sa come", ovvero senza che lui realmente lo volesse. La consapevolezza di questa sorta di "eccedenza" della realtà che sfugge al nostro controllo getta Daddi nello sconforto più profondo.

Questo nuovo allestimento del dramma pirandelliano prova a indagare le pieghe oscure suggerite dal ragionamento paradossale di Romeo Daddi: ben lungi dall'apparire "delitti innocenti", i comportamenti umani che l'uomo non sa spiegare a se stesso portano invece a confrontarsi con quella parte di mistero che può destabilizzare e condannare, oppure redimere. Un viaggio durante il quale si cercano le verità nascoste dei personaggi, indagando ciò che il testo sembra a tratti solo suggerire, mostrando allo spettatore un ideale backstage della storia narrata, "nella convinzione - spiega il regista Paolo Bignamini - che ogni rappresentazione porti con sé un pezzetto di verità, ma che la somma di questi frammenti non sempre possa esaurire la comprensione della realtà".

"Non si sa come, scandaglia una delle più brucianti contraddizioni della nostra esistenza:- continua Bignamini nelle note di regia - la distanza tra volontà e destino, tra ciò che scegliamo e ciò che non possiamo invece controllare. Il crollo delle certezze di Romeo Daddi, dopo che per una seconda volta si trova a rispondere alla propria coscienza di un'azione colpevole che non ha voluto, sgretola un intero mondo di convenzioni, forme, relazioni tra essere umani. Tutto perde improvvisamente di significato, regredisce a uno stato crudele, feroce, così come gratuito e spietato è stato uccidere una lucertola indifesa e ignara. La vita si presenta a chiedere il conto, improvvisa come l'arrivo di un terremoto e la sua forza prorompente scardina ogni possibilità di inquadramento formale". (Comunicato stampa)




Chromantic

Termine di partecipazione: 31 gennaio 2020
colors.exhibitaround.com

Progetto collettivo di Exhibit Around che verrà presentato nella prestigiosa cornice del Trieste Photo Days 2020 alla presenza di ospiti di livello internazionale. Le migliori foto e progetti confluiranno in un nuovo progetto che sarà composto da:
.. Un prestigioso volume fotografico collettivo che verrà presentato durante il weekend di apertura di Trieste Photo Days (fine ottobre 2020)
.. Una grande mostra collettiva internazionale con una selezione delle migliori foto del progetto, che si terrà sempre nell'ambito del festival

Fotografi interessati a candidare foto singole e/o progetti/portfolio rigorosamente a colori, che utilizzino la luce in maniera artistica e originale, donando vita agli elementi cromatici e trasformando il colore in un linguaggio autoriale in grado di raccontare la realtà contemporanea. La lezione a cui ispirarsi è quella del newyorkese Alex Webb, pioniere della fotografia a colori in grado di spaziare dalla fotografia urbana al reportage giornalistico. Ogni autore è dunque libero di infondere alle opere la propria cifra stilistica, così come di scegliere la tipologia di fotografia che gli è più congeniale (prediligiamo la street photography, la fine art e la fotografia architettonica, ma in generale ci piace supportare la fotografia di qualità). (Comunicato stampa)

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Join the new Exhibit Around original project: Chromantic is a unique opportunity for photographers who wish to become part of an important collective project that will be presented in the prestigious setting of Italian festival Trieste Photo Days 2020 in the presence of international guests. Open call until January 31, 2020. The best photos and projects will merge into a new project which will consist of:
.. A prestigious photographic volume which will be presented during Trieste Photo Days opening weekend (end of October 2020)
.. A big international collective exhibition with a selection of the best photos of the project, which will be held during the festival

We are looking for photographers to participate with single photos and/or projects/portfolios, that use light in an artistic and original way, giving life to the chromatic elements and transforming color into an authorial language able to tell contemporary reality. The lesson to be inspired is Alex Webb's, pioneer of color photography able to range from urban photography to journalistic reportage. Each author is therefore free to infuse his own style in his works, as well as to choose the type of photography most congenial to him (we prefer street photography, fine art and architectural photography, but in general we like to support the photography of quality). More info on colors.exhibitaround.com (Press release)




Locandina della rassegna cinematografica Vite nell'arte Storie, visioni e vissuti dietro le immagini Vite nell'arte
Storie, visioni e vissuti dietro le immagini


14 gennaio - 28 aprile 2020 (ogni martedì alle ore 17.30, ingresso libero)
Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo | Locandina

Con il nuovo anno riparte anche l'appuntamento con il cinema tedesco a Palermo. Il Goethe-Institut inaugura nel 2020 una nuova rassegna cinematografica dedicata alle vite di grandi artisti. La rassegna prevede una proiezione settimanale per un totale di 15 film tutti in versione originale con sottotitoli in italiano. Ad aprire la rassegna il 14 gennaio è un'anteprima, il film di Gregor Schnitzler Lotte am Bauhaus (2019). Trasmesso nella tv tedesca nel 2019 in occasione dei 100 anni del Bauhaus, il film, attraverso la vita della studentessa Lotte, ripercorre gli anni della Repubblica di Weimar e del movimento architettonico e artistico lanciato da Walter Gropius. Ancora una donna sarà la protagonista del film di chiusura il 28 aprile, Paula (2019) di Christian Schwochow che narra la vita e la scomparsa prematura della pittrice Paula Modersohn-Becker.

Insieme alle vite di Lotte e Paula, "la rassegna getta uno sguardo sulle storie personali di alcuni maestri e interpreti dell'arte visiva - spiega la direttrice del Goethe-Institut Palermo, Heidi Sciacchitano - mette insieme storie di vita movimentate ed emozionanti che ripercorrono alcuni momenti fondamentali della storia tedesca e austriaca, dalle grandi rivolte del '500 alla memoria della ex Repubblica Democratica Tedesca, fino ad arrivare ai nostri giorni". Le vite nell'arte sono quelle di artisti quali Joseph Beuys, Käthe Kollwitz, Neo Rauch, Egon Schiele, Gerhard Richter. Molti dei film proiettati in Sala Wenders sono in anteprima per l'Italia.

In collaborazione con Città di Palermo - Assessorato alle CulturE, Palermo Culture, Accademia di Belle Arti Palermo, Verein Düsseldorf Palermo e.V., Goethe-Zentrum Palermo, SudTitles. Grazie alla collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Palermo e con il Verein Düsseldorf Palermo e.V., alcune proiezioni saranno precedute da introduzioni a cura di esponenti di spicco della scena artistica locale e tedesca, di docenti, esperti e critici d'arte. In programma, inoltre, iniziative collaterali legate alla rassegna. Anche per questa rassegna il Goethe-Institut prevede matinée per gli alunni con orari e date da concordare con le scuole.

___ Calendario delle proiezioni

14.01. Lotte am Bauhaus (Lotte al Bauhaus)
21.01. Beuys
28.01. Werk ohne Autor (Opera senza autore)
04.02. Jörg Ratgeb, Maler (Jörg Ratgeb, pittore)
11.02. Käthe Kollwitz - Bilder eines Lebens (Käthe Kollwitz - Quadri di una vita)
18.02. Freddy (Eddy)
25.02. Beltracchi - Die Kunst der Fälschung (Beltracchi - L'arte della falsificazione)
03.03. Ich und Kaminski (Io e Kaminski)
10.03. Egon Schiele: Tod und Mädchen (Egon Schiele)
17.03. Neo Rauch - Gefährten und Begleiter (Neo Rauch - Compagni e accompagnatori)
24.03. Caspar David Friedrich - Grenzen der Zeit (Caspar David Friedrich - Confini del tempo)
31.03. Im Winter ein Jahr (Un anno in inverno)
07.04. Gerhard Richter - Painting
21.04. Das Salz der Erde (Il sale della terra)
28.04. Paula

___ Sinossi

.. 14.01. Lotte am Bauhaus (Lotte al Bauhaus)
regia di Gregor Schnitzler
Germania 2019, 105 min.
Con Alicia von Rittberg, Noah Saavedra, Jörg Hartmann, Nina Gummich

Weimar, 1921: Contro la volontà della sua famiglia, la giovane Lotte s'iscrive alla scuola d'architettura, arte e design Bauhaus, dove studia con il visionario Walter Gropius. La filosofia del Bauhaus non prevede soltanto una fusione tra arte e artigianato ma promuove anche il libero sviluppo dell''uomo nuovo'. Lotte ci trova il suo amore e ottiene la possibilità di studiare in quanto donna, a pari diritti con i suoi compagni maschi. Il film, che omaggia i 100 anni dalla nascita del Bauhaus (1919), racconta anche un pezzo di storia tedesca contemporanea. Il Bauhaus venne chiuso nel 1933, sotto la pressione del nazionalsocialismo.

.. 21.01. Beuys
regia di Andres Veiel
Germania 2017, 107 min.

Lo scultore, disegnatore, attivista, teorico e insegnante Joseph Beuys (1921-1986) è una delle figure più controverse della scena artistica tedesca del '900. Nel suo concetto artistico includeva anche il coinvolgimento attivo dell'artista nella società: "Sì, voglio ampliare la coscienza delle persone." Il documentario raccoglie materiali d'archivio inediti, collage di documenti visivi e sonori e testimonianze di contemporanei del grande artista provocatore.

.. 28.01. Werk ohne Autor (Opera senza autore)
regia di Florian Henckel von Donnersmarck
Germania 2018, 186 min.
Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci, Ina Weisse
* In occasione del Giorno della Memoria

Negli anni '60 il giovane artista Kurt Barnert fugge dalla Repubblica Democratica Tedesca verso la Germania dell'Ovest. Ma anche qui viene perseguitato dai suoi ricordi dell'epoca nazista e del regime comunista all'Est che hanno segnato la sua gioventù. Barnert si innamora della studentessa Elisabeth 'Ellie' Seeband in cui vede anche una musa. Nei quadri che nascono da questa ispirazione, Barnert lavora sui traumi del suo passato e al contempo riflette su quelli di un popolo intero. Ispirato alla vita del pittore Gerhard Richter, il film ha ricevuto una nomination ai premi Oscar 2019 nella categoria miglior film in lingua straniera.

.. 04.02. Jörg Ratgeb, Maler (Jörg Ratgeb, pittore)
regia di Bernhard Stephan
Repubblica Democratica Tedesca 1977, 96 min.
Con Alois Švehlík, Margrit Tenner, Olgierd Lukaszewicz, Henry Hübchen

Alla vigilia della guerra dei contadini, il pittore Jörg Ratgeb è deciso a non lasciarsi coinvolgere nelle liti politiche. Vuole invece finire un suo dipinto del Cristo, ma gli manca un modello adeguato. Si mette in viaggio, ma invece di trovare il volto ricercato, incontra solo episodi di violenza che lo costringono a prendere posizione e ad impegnarsi attivamente. La sua nuova visione delle cose si rifletterà inevitabilmente anche nei suoi dipinti. Un dramma storico che solleva la questione della connessione tra arte e politica.

.. 11.02. Käthe Kollwitz - Bilder eines Lebens (Käthe Kollwitz - Quadri di una vita)
regia di Ralf Kirsten
Repubblica Democratica Tedesca 1986, 93 min.
Con Jutta Wachowiak, Fred Düren, Carmen-Maja Antoni, Gerd Baltus

Senza seguire fedelmente la cronologia degli eventi, il film racconta tappe importanti della vita della grafica, pittrice e scultrice Käthe Kollwitz. Quando scoppia la prima guerra mondiale, l'artista ha 47 anni. La morte del figlio, entrato volontariamente nell'esercito, la segnerà a vita e lascerà delle tracce nella sua opera. Costernata osserva anche la vita dei poveri nel suo quartiere di Berlino nonché l'esito sanguinoso della rivoluzione di novembre. Tutto ciò nonostante attraverso la sua arte continui a lottare per un mondo migliore.

.. 18.02. Freddy (Eddy)
regia di Tini Tüllmann
Germania 2016, 94 min.
Con Felix Schäfer, Jessica Schwarz, Anna Unterberger, Burghart Klaußner, Robert Stadlober

Il pittore Freddy è accusato di aver aggredito sua moglie e rischia di perdere il figlio. Nel bel mezzo della crisi, sbuca improvvisamente Eddy, il fratello gemello creduto morto. Quando Eddy comincia ad immischiarsi nella vita dell'artista, questa prende una svolta catastrofica. Solo gli incontri con la nuova vicina sono inizialmente un raggio di speranza. Freddy perde man mano il controllo. Eddy è davvero ancora vivo o è solo frutto delle sue allucinazioni? Un thriller psicologico che, come in Dr. Jekyll e Mr. Hide, si confronta con la parte più buia del nostro "io".

.. 25.02. Beltracchi - Die Kunst der Fälschung (Beltracchi - L'arte della falsificazione)
regia di Arne Birkenstock
Germania 2014, 98 min.
Con Wolfgang e Helene Beltracchi

Per anni, il falsificatore d'arte più spettacolare della storia, Wolfgang Beltracchi, ha creato e venduto quadri nello stile di celebri pittori. Non copie di opere esistenti, ma nuovi lavori che Beltracchi e sua moglie hanno spacciato come opere disperse e ritrovate. Né esperti né galleristi si sono mai accorti dell'inganno. Fino al 2011, anno in cui Beltracchi viene scoperto e condannato a sei anni di prigione. Uno straordinario documentario che esplora le dinamiche e le contraddizioni del mercato dell'arte, che la vicenda di Beltracchi rivela in modo divertente e scioccante.

.. 03.03. Ich und Kaminski (Io e Kaminski)
regia di Wolfgang Becker
Germania / Belgio 2015, 119 min.
Con Daniel Brühl, Jesper Christensen, Amira Casar, Denis Lavant, Jördis Triebel, Geraldine Chaplin

Il critico d'arte Sebastian Zöllner cerca il successo: vuole scrivere un libro di rivelazioni su Manuel Kaminski. Il vecchio pittore, un tempo illustre e ora quasi dimenticato, allievo di Matisse e amico di Picasso, si è ritirato in uno chalet sulle Alpi e si dice sia diventato cieco. Zöllner lo trova, si intrufola senza scrupoli nella sua vita, ruba alcuni dei suoi dipinti e lo convince a fare un viaggio alla ricerca del suo amore di gioventù. Presto però Zöllner capisce che il vecchio è molto più lucido e furbo di quanto non creda. Road movie intriso di umorismo nero, tratto dall'omonimo romanzo di Daniel Kehlmann.

.. 10.03. Egon Schiele: Tod und Mädchen (Egon Schiele)
regia di Dieter Berner
Austria / Lussemburgo 2016, 110 min.
Con Noah Saavedra, Maresi Riegner, Valerie Pachner, Marie Jung, Hilde Berger

Agli inizi del XX secolo, Egon Schiele è tra gli artisti più provocatori e controversi di Vienna. La sua arte è ispirata da donne bellissime e da un'epoca che sta volgendo al termine. Due donne in particolare condizionano la sua vita e la sua espressione artistica: sua sorella e sua prima musa, Gerti, e la diciassettenne Wally, probabilmente l'unico vero amore di Schiele, immortalata nel famoso dipinto "La morte e la fanciulla". Mentre i dipinti di Schiele creano scandalo, collezionisti lungimiranti e artisti già acclamati come Klimt, iniziano a riconoscere il valore della tormentata arte del giovane.

.. 17.03. Neo Rauch - Gefährten und Begleiter (Neo Rauch - Compagni e accompagnatori)
regia di Nicola Graef
Germania 2016, 104 min.

Il pittore Neo Rauch, nato nel 1960 a Lipsia, ex Germania Est, è considerato uno degli artisti più importanti della sua generazione. Nota a livello internazionale, l'opera di Rauch ruota attorno al tema della 'patria' ma non manca di confrontare lo spettatore con motivi enigmatici e scene equivoche. Il documentario riunisce voci e testimonianze di compagni, collezionisti e ammiratori di Rauch nonché di sua moglie, la pittrice Rosa Loy, e svela il meccanismo un po' perverso che regola il funzionamento del mercato internazionale dell'arte.

.. 24.03. Caspar David Friedrich - Grenzen der Zeit (Caspar David Friedrich - Confini del tempo)
regia di Peter Schamoni
Germania / Repubblica Democratica Tedesca 1986, 84min.
Con Helmut Griem, Sabine Sinjen, Hans Peter Hallwachs

"Chi vuole attraversare i confini del proprio tempo è giudicato male dal mondo o considerato pazzo". Così diceva amareggiato Caspar David Friedrich guardando le sue opere non comprese e disprezzate negli ambienti artistici del suo tempo. Il film si accosta alla vita e all'opera del famoso pittore paesaggista del Romanticismo, la cui arte fu scoperta e riconosciuta solo decenni dopo la sua morte. Motivo per cui nel film non c'è un interprete a rappresentare il pittore, ma questi diventa protagonista attraverso i suoi dipinti e le voci delle persone che gli sono state attorno. Il film è stato girato nei luoghi originali che hanno ispirato Friedrich.

.. 31.03. Im Winter ein Jahr (Un anno in inverno)
regia di Caroline Link
Germania 2008, 128 min.
Con Karoline Herfurth, Josef Bierblicher, Corinna Harfouch, Hanns Zischler, Mišel Maticevic

Eliane Richter commissiona al pittore Max Hollander un ritratto dei suoi due figli. La ventiduenne Lilli è una talentuosa studentessa di danza, mentre suo fratello Alexander è morto appena un anno prima. Disgustata dall'idea di trasformare il fratello scomparso in un 'oggetto di decorazione', Lilli inizialmente si ribella alla presenza dell'artista. Questi invece si avvicina in modo cauto e rispettoso, esplorando poco a poco il legame che unisce ancora i due fratelli. Tra modella e pittore si sviluppa gradualmente un rapporto di fiducia.

.. 07.04. Gerhard Richter - Painting
regia di Corinna Belz
Germania 2011, 98 min.

Nato a Dresda nel 1932, Gerhard Richter fugge dall'Est verso l'Ovest dove diventa studente della prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Düsseldorf. Ad oggi viene considerato uno degli artisti più importanti dell'epoca contemporanea. Lontano dai soliti ritratti d'artista, l'accattivante documentario accompagna Gerhard Richter nel suo atelier e racconta la creazione di alcuni dipinti dalla prima bozza all'apertura della mostra a New York.

.. 21.04. Das Salz der Erde (Il sale della terra)
di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado
Francia / Brasile / Italia 2014, 110 min.

Il fotografo brasiliano Sebastião Salgado ha passato quattro decenni della sua vita a fotografare la sofferenza nel mondo. Le sue immagini testimoniano in modo sconvolgente tragedie umane come la guerra, la fame, la fuga e la distruzione. Quando la sofferenza vista e vissuta rischia di sopraffarlo, Salgado decide di fotografare i luoghi paradisiaci rimasti sulla terra - inizia così il progetto più importante della sua vita: Genesis. Un viaggio fotografico verso le origini della terra in questo documentario monumentale diretto da suo figlio e da Wim Wenders.

.. 28.04. Paula
regia di Christian Schwochow
Germania / Francia 2019, 123 min.
Con Stanley Weber, Carla Juri, Roxane Duran, Joel Basman, Albrecht Schuch

Nata a Dresda nel 1876, Paula Becker scopre presto la sua passione per l'arte. Da donna non viene ammessa all'Accademia delle Belle Arti di Berlino, ma continua a formarsi privatamente. Raggiunge il gruppo di artisti di Worpswede e nel 1899 si trasferisce a Parigi per studiare. Lì incontra il suo futuro marito Otto Modersohn nonché la scultrice Clara Westhoff e il suo compagno, lo scrittore e poeta Rainer Maria Rilke. Il talento della pittrice sarà riconosciuto solo dopo la sua scomparsa prematura nel 1907. (Comunicato stampa)




140 giorni alla Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate
1 marzo 2020: a bassa velocità sui binari delle linee ferroviarie che hanno fatto la storia dei territori italiani

www.mobilitadolce.org

Mentre la primavera sta per nascere, nella prima domenica di marzo in tutta Italia i riflettori si accenderanno sui territori da vivere in mobilità dolce lungo le preziose ferrovie dismesse, in occasione della coinvolgente Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, primo evento nazionale ad inaugurare la stagione outdoor in slow motion e giunta alla 13a edizione. Concepito dalla Co.Mo.Do., ente indipendente del terzo settore nato per lo sviluppo della mobilità dolce nel tempo libero, e coordinato dalla DMO Mediterranean Pearls e dalla Società Italiana di Mobilità Dolce e Turismo Sostenibile (Simtur), l'iniziativa, in cui si intrecciano natura, archeologia industriale, sport e ruralità mediterranea, è diventata un must per gli appassionati del turismo outdoor.

L'evento va incontro alle aspettative di molte comunità locali che si attivano per la riconversione delle vecchie tratte ferroviarie dismesse come itinerari turistico-culturali o per la riapertura delle tratte ferroviarie sospese, e che chiedono di essere ascoltate, di sentirsi parte integrante di un sistema paese spesso centrato sulle grandi metropoli e dimentico delle migliaia di piccoli comuni e borghi. La Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate si dilaterà per altri 30 giorni dando vita al Mese della mobilità dolce (fino al 1 aprile) e inglobando eventi a piedi, a cavallo e in bici, portando a un ordito dinamico fra bellezza, paesaggio e storia. Non si tratta solo di rivendicare che il tessuto ferroviario esistente venga salvaguardato per garantire il trasporto locale: l'obiettivo è quello di favorire lo sviluppo di un microsistema economico, sociale e culturale integrato nel rispetto di patrimoni naturalistici territoriali che migliorino la qualità della vita delle aree, al fine di tenere insieme la filiera circolare formata da istruzione, lavoro, cittadinanza, turismo e sviluppo. (Comunicato stampa)




La fortezza Le Castella di Isola Capo Rizzuto La fortezza "Le Castella" di Isola Capo Rizzuto

Oltre 20.000 persone hanno visitato la fortezza di "Le Castella" tra il 16 luglio e il 15 ottobre del 2019. Tre mesi di intensa attività in uno dei luoghi più suggestivi e visitati della Calabria, sito culturale del Polo museale della Calabria che ha ospitato mostre e eventi realizzati in collaborazione con enti locali e associazioni culturali, quali l'opera d'arte partecipata Trenodia promossa da Matera Capitale Europea della Cultura 2019 a cura di Mariangela e Vinicio Capossela.

L'isolotto su cui sorge la fortezza di "Le Castella" si trova nell'estremità orientale del golfo di Squillace, in un contesto ambientale di rilevante pregio naturalistico dell'Area Marina Protetta di Capo Rizzuto. Collegato alla costa da un sottile lembo di terra, realizza una suggestiva simbiosi scenografica tra architettura costruita e architettura naturale. Il nucleo originario risale all'età angioina, a cui sarebbe riconducibile la massiccia torre cilindrica, che oggi si presenta nella sua definizione cinquecentesca dominando il complesso fortilizio con la sua imponenza. L'impianto del XIII secolo, costruito a difesa del golfo di Capo Rizzuto, rientra nel sistema di fortificazioni voluto dagli Angioini. Verso la fine del XV secolo la fortezza passa in mano Aragonese. All'interno della fortezza caratteristici sono i resti di un agglomerato urbano, una sorta di piccolo villaggio con botteghe e i ruderi di una chiesetta, denominata Cappella del Borgo, costruita in età aragonese. (Estratto da comunicato stampa)




Logo della rassegna Aqua Film Festival Aqua Film Festival
5a edizione, 26, 27, 28 marzo 2020
Casa del Cinema - Roma
www.aquafilmfestival.org

Quinta edizione dell'Aqua Film Festival, rassegna internazionale che vuole rappresentare, con lo strumento cinematografico e di documentazione, lo straordinario mondo dell'acqua nei suoi diversi valori e funzioni di utilizzo, per scoprire nuovi talenti cinematografici e nel campo dell'audiovisivo. Direttore Artistico e fondatrice del Festival è Eleonora Vallone - pittrice, stilista, autrice, attrice di cinema, televisione e teatro, giornalista ed esperta di metodologie salutistiche in acqua. Dal 1 ottobre 2019 al 20 febbraio 2020 sarà possibile partecipare al bando. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication).




Locandina del Taormina Film Fest 2019 Premi del Taormina Film Fest 2019
www.taorminafilmfest.it

Si è conclusa la 65a edizione del Taormina Film Fest, che, con 78 film in programma in rappresentanza di 24 differenti Paesi, ha riscosso un grande successo di pubblico e critica. Un Festival vincente anche sui social, con 400mila visualizzazioni che riguardano solo la settimana della kermesse fino alla serata di venerdì. La sessantacinquesima edizione del Taormina Film Fest, che ha visto la presenza di star internazionali quali Nicole Kidman, Octavia Spencer, Julia Ormond, Oliver Stone, Peter Greenaway, Phillip Noyce e Richard Dreyfuss, è prodotta e organizzata da Videobank, con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte.

Al festival la Apple ha annunciato il proprio ingresso ufficiale in un festival internazionale, presentando la sua nuova serie drammatica Truth Be Told, creata da Nichelle Tramble e ispirata dal romanzo di Kathleen Barber e ha presentato il documentario The Elephant Queen, diretto da Mark Deeble e Victoria Stone e il film Hala, diretto da Minhal Baig per la produzione esecutiva di Jada Pinkett Smith. La giuria lungometraggi, composta da Oliver Stone, André Aciman, Carlo Siliotto, Paolo Genovese, Elisa Bonora, Carolina Crescentini e Julia Ormond ha decretato come vincitori:

- Premio Cariddi d'Oro per il Miglior Film: Show Me What You Got, di Svetlana Cvetko
- Premio Cariddi d'Argento per la Miglior Regia: Minhal Baig per Hala
- Premio Cariddi d'Argento per la Miglior Sceneggiatura: Picciridda, scritto da Paolo Licata con la collaborazione di Ugo Chiti e basato sul romanzo di Catena Fiorello
- Premio Maschera di Polifemo per il Miglior Attore: Jarrid Geduld per il film Ellen: die storie van Ellen Pakkies
- Premio Maschera di Polifemo per la Miglior Attrice: Jill Levenberg per il film Ellen: die storie van Ellen Pakkies
- Menzioni Speciali: "Nello spirito delle giovani donne viste in Hala, Show me what you got, Picciridda, This Teacher, Vai, In the life of Music e Azali vorremmo onorare le interpretazioni di Marta Castiglia e Lucia Sardo nel film Picciridda".

La giuria documentari composta da: Donatella Finocchiaro, Bedonna Smith, Andrea Pallaoro e Patrizia Chen assegna il Premio Cariddi.

- Premio Miglior Documentario a One Child Nation diretto da Nanfu Wang e Jialing Zhang. Sottolinea la giuria "un film che ci ha commosso profondamente per la sua onestà e per il suo impegno a dare luce su un momento buio nella storia che continua ad avere impatto sulla vita di miliardi di persone intorno al mondo oggi".

- Menzioni Speciali a Patma Tungpuchayakul per Ghost Fleet e a Andrea Crosta per Sea of Shadows. La motivazione della giuria recita: "due personaggi che abbiamo incontrato nei film che abbiamo visto e che hanno toccato i nostri cuori come eroi, avendo messo la loro vita in pericolo e rischiando tutto per difendere l'umanità e il futuro del pianeta".

Gli altri premi:

- Premio Videobank a Guja Jelo e a Maria Incudine
- Premio Angelo D'Arrigo a Oliver Stone
- Premio del Festival a Luca Josi, Executive Vice President, Brand Strategy, Media & Multimedia Entertainment di Tim Vision "per il significativo contributo che ha dato al cinema in Italia con le sue pubblicità collegate all'immaginario filmico".
- Premio Wella a Maria Grazia Cucinotta
- Menzione Speciale Taormina Film Fest al corto Il giorno più bello, scritto e diretto da Valter d'Errico e prodotto da Jo Champa.
- Premio Center Stage Competition per il Miglior Film della giuria di studenti delle università di Catania e Messina, coadiuvato da studenti internazionali a Spiral Farm, di Alec Tibaldi, con Piper De Palma
- Premio Center Stage Competition Miglior Regia a Julia Butler per Slipaway
- Premio Special Air Italy per un giovane emergente siciliano a Marta Castiglia per la sua interpretazione in Picciridda

Nel corso di questi giorni hanno ricevuto il Taormina Arte Award: Bruce Beresford, Nicole Kidman, Phillip Noyce, Fulvio Lucisano, Peter Greenaway e Octavia Spencer, oltre a Martha Coolidge, Julia Ormond e Alessandro Haber e Dominique Sanda che lo hanno ricevuto nel corso della cerimonia finale. Il Festival, che quest'anno ha visto come madrina l'attrice e modella spagnola Rocío Muñoz Morales è stato presentato, nelle serate al Teatro Antico, dalla conduttrice e attrice Carolina Di Domenico, prodotto e organizzato per il secondo anno consecutivo da Videobank, in collaborazione con la Fondazione Taormina Arte (sostenuta dall'Assessorato regionale al Turismo e dal Comune di Taormina), con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco è stat dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del volume Acquerellisti Italiani Acquerellisti Italiani
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editori (Mantova), pp. 272, formato cm 30.5x21.5, 305 ill. a colori, 16 ritratti, €80,00
info@ariannasartori.191.it

«Il volume, realizzato a cura di Arianna Sartori, attraverso l'opera di molti affermati artisti, tutti scelti e invitati ad aderire all'iniziativa, affronta il particolare mondo dell'acquerello. Questa peculiare pratica artistica è stata negli ultimi decenni trascurata dal mondo dell'editoria artistica, così, pur se gli artisti continuano a praticarla nei propri studi, abbiamo pensato di riproporla all'attenzione degli amanti del bello per quella estrema "leggerezza" rappresentativa e per la immediatezza espressiva propria di questa tecnica. Certamente non intendo scrivere una storia della pittura, perché questo è già stato fatto molte volte da numerosi e autorevoli autori dai secoli scorsi fino ad oggi; ciò nonostante mi sento di confermare il desiderio e la volontà degli artisti acquerellisti di affermare la propria presenza in un luogo, di lasciare un segno di sé, di tramandare all'altro un pensiero, un concetto, una visione.

L'uomo da sempre, vuole essere interprete dei propri pensieri in parole ma anche in opere, così banalmente potrei aggiungere che, anche al di fuori dei percorsi pseudo-culturali della vita o della scuola o dell'età, se si cammina sull'arenile di una spiaggia, con i piedi a volte si scrive o si disegnano immagini; e che già da ragazzini per disegnare i contorni di figure sul cemento o sull'asfalto, per poter giocare, si usavano frammenti di terracotta; ...e che, maleducatamente è vero, in altre situazioni si poteva incidere il proprio nome sulla corteccia di qualche albero o scrivere anche sui muri. Sicuramente più complesso il discorso della pittura che fin da circa 32.000 anni ci accompagna nel nostro lunghissimo soggiorno sulla Terra.

Infatti, già i dipinti più antichi, quelli della Grotta Chauvet in Francia che furono realizzati con ocre rosse e pigmenti neri, mostrano cavalli, rinoceronti, leoni, bufali e mammut, incredibili esempi di pittura rupestre che esistono, praticamente, in tutto il mondo. Da allora l'uomo ha amato fare e guardare la pittura, elevandola anche, al rilevante ruolo di opera d'arte. La pittura di suo non richiede particolari sforzi per essere percepita se non l'essere guardata frontalmente. E l'opera, così con l'attenta osservazione, assume significati diversi a seconda della creatività dell'esecutore, del suo gusto estetico e di quello della società di cui si fa parte.

La pittura gode quindi di un posto rilevante tra tutte le arti, ma a seconda del supporto su cui viene applicata, richiede tecniche e pratiche diverse. Mi limito ad elencare le parole magiche dell'arte pittorica sulle diverse superfici quali muro, tavola, tela, carta, stoffa, affresco, murale, graffito, encausto, di conseguenza pittura ad olio, colori acrilici, pastello, tempera, acquerello, guazzo o gouache. In altre culture batik, shibori, serti. Nella ceramica si usano ossidi, fondenti e smalti che sono poi fissati in forno grazie all'azione del forte calore.

L'acquerello, strumento essenziale per gli studi preparatori dei grandi maestri e delle grandi opere, è stato usato anche dagli agrimensori per la redazione dei cabrei, quindi usato con efficacia, anche nel disegno tecnico, soprattutto nell'ambito della progettazione meccanica, usato ancora, dal 1500 per precisare gli studi sulla natura e per i paesaggi, studi di animali, gli studi di guerrieri, le scene sacre o profane, le riproduzioni botaniche e scientifiche. Ma sono gli olandesi, i francesi e gli inglesi che dal XVIII secolo, diffondono in tutta Europa e negli Stati Uniti questa tecnica, tanto da farla diventare la tecnica preferita da molti pittori.

Alcuni nomi di importanti artisti caposcuola, tra gli artisti inglesi, William Taverner (1703-1772), Paul Sandby (1725-1809), John Robert Cozens (1752-1797), William Turner (1775-1851); in Francia, il vignettista Jean-Gabriel Moreau (1741-1814), Charles-Joseph Natoire (1710-1777) e Hubert Robert (1733-1808) Jean-Louis Desprez (1743-1804), vengono in Italia per raffigurare i monumenti classici e pompeiani. Anche Cézanne, Gauguin, Manet, Degas tra i francofoni e Paul Klee e Eduard Hildebrandt fra i germanici, Picasso, si sono dedicati all'acquerello. In Italia, nonostante il soggiorno di pittori stranieri, la tecnica prende campo dalla metà dell'Ottocento, soprattutto a Milano e a Napoli con gli esponenti Giuseppe De Nittis (1846-1884), Sebastiano De Albertis (1828-1897), Angelo Marinucci, Canaletto (Giovanni Antonio Canal), Giorgio Morandi, Tommaso Gnone, Vincenzo Loria e Stefano Faravelli.

L'acquerello o acquarello prevede l'uso di pigmenti finemente macinati e mescolati con un legante, diluiti in acqua. Per la sua rapidità e per la facile trasportabilità dei materiali che lo hanno reso la tecnica preferita da chi dipinge viaggiando e all'aria aperta, viene considerata una tecnica "popolare". Il supporto più usato per questa tecnica è la carta, usata preferibilmente ad alta percentuale di cotone puro che per la lunghezza della fibra del vegetale, non si modifica a contatto con l'acqua. L'esecuzione è di per sé sicuramente popolare, ma è una tecnica assai raffinata, dal momento che errori di esecuzione, diversamente dalle altre tecniche pittoriche, non possono essere corretti mediante la semplice sovrapposizione di altro colore. Infatti, il colore trasparente, non nasconde le pennellate sottostanti.

La stesura dell'acquerello può avvenire attraverso diverse tecniche:

- Per velature sovrapposte, che oltre a dare forza e tonalità al colore stesso, conferiscono al disegno preparatorio, solitamente eseguito a matita leggera, la profondità pittorica utile alla rappresentazione dei volumi, delle ombre e della luce.

- Pittura bagnato su bagnato, cioè la stesura del pigmento colorato effettuata sul foglio di carta bagnato in precedenza cosicché i colori si diffondano scorrendo e conferendo un aspetto soffuso al dipinto.

- Pittura bagnato su asciutto in cui il pigmento viene steso dopo essere stato disciolto con una quantità d'acqua sufficiente a farlo scorrere sul foglio asciutto.

Per la realizzazione tradizionale dell'acquerello, occorre:

- Carta da acquerello, che può essere pressata a caldo, non pressata, pressata a freddo. La carta pressata a freddo risulta semi-ruvida e ottimale per la realizzazione dell'acquerello; la grammatura della carta ottimale deve superare i 200 gr/mq.

- Il diluente, che generalmente è acqua, può essere sostituito da acqua e vino, infuso di zafferano, caffè, infusi di erbe vari etc., la scelta di un diluente "alternativo", a discrezione del pittore, oltre a fini sperimentali, permette di ottenere interessanti effetti cromatici. Risultati particolari sono attenuti anche con l'aggiunta di sale, zucchero ecc.

- I colori possono essere di diversi tipi: mezzi panetti semiduri, semiliquidi in tubetto, pigmenti liquidi in tubetto. Per i novizi si consigliano i seguenti colori: blu oltremare, rosso cadmio, giallo cadmio, terra di siena bruciata, ocra gialla, terra d'ombra bruciata, nero d'avorio. Sebbene sia in vendita il bianco, è il fondo del foglio stesso a fungere da bianco quindi se ne sconsiglia l'utilizzo.

- Per i pennelli si consigliano pennelli piatti, pennelli a lingua di gatto e pennelli cilindrici... e insostituibile è l'uso di uno straccetto per la costante pulitura dei pennelli.

Ah, dimenticavo, serve polso fermo, ispirazione e poesia.» (Maria Gabriella Savoia)

Artisti: Aime Tino, Artoni Mario, Ballini Silvana, Belò Flavia, Bertoni Antonella, Bompiani Roberto, Bonfante Egidio, Bortoluzzi Milvia, Capelli Francesca, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Carboni Gaetano, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavicchini Arturo, Ciaponi Stefano, Cimardi Franco, Corniani Ario, Cotugno Teodoro, Dall'Acqua Mario, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facchin Roberta, Falzoni Giulio, Ferrarini Renzo, Ferri Massimo, Finetti Ilaria, Girondi Franco, Gnocchi Alberico, Goldoni Meris, Greppi Giovanni, Laterza Lia, Lelii Marisa, Lindner Pierre H., Lunini Susanna, Manfredini Fernando, Margheri Raffaello, MERIK, Milanese Eugenio Enrico, Michieletto Maria Pia, Minuti Giovanni, Moccia Palvarini Anna, Mongatti Vairo, Nastasio Alessandro, Patriarca Riccardo Giovanni, Perina Giulio, Quaini Marialuisa, Ripari Virgilio, Rossi Ermes, Scano Giorgio, Schialvino Gianfranco, Semeghini Defendi, Severi Lino, Soragna Paolo, Spazzini Severino, Tardon Magda, Tassinari Raffaella, Trevisan Franco, Valentino Valter, Venditti Alberto, Verna Gianni, Zen Sergio, Zoppi Moreno, Zorzi Giordano.




Locandina della collana editoriale Pensieri ad arte Libri Barberini / Corsini

Pensieri ad arte
(Roma, Editoriale Artemide)

* La collana editoriale è stata presentata il 22 gennaio 2020 a Palazzo Barberini (Roma)
www.barberinicorsini.org

"Pensieri ad Arte" è una collana di libri pubblicata da Editoriale Artemide coordinata da un comitato scientifico internazionale composto da specialisti attivi nell'ambito accademico e museale. Attraverso un arco cronologico volutamente ampio, dal medioevo al contemporaneo, offre un nuovo spazio alle indagini che mettono in luce la ricchezza del contesto culturale italiano e l'importanza degli scambi artistici interregionali e internazionali. I volumi, sia monografici che raccolte di saggi, sono frutto di studi condotti da studiosi italiani e stranieri già affermati e da giovani ricercatori. (Ufficio stampa Maria Bonmassar)

I volumi editi nel 2018-2020:

.. Vol. 1: Roma e gli artisti stranieri. Integrazione, reti e identità, a cura di A. Varela Braga e T.L. True, Roma 2018

.. Vol. 2: Le collezioni degli artisti. Trasformazioni e continuità di un fenomeno sociale dal Cinquecento al Settecento, a cura di F. Parrilla e M. Borchia, Roma 2018

.. Vol. 3: La copia pittorica a Napoli tra il 500 e il 600. Produzione, collezionismo, esportazione, a cura di D. Garcia Cueto e A. Zezza, Roma 2018

.. Vol. 4: Itinera tridentina. Giovanni Balducci, Alfonso Gesualdo e la riforma delle arti a Napoli, di M.V. Fontana, Roma 2019

.. Vol. 5: La Basilica della santa Casa di Loreto, a cura di F. Bellini, Roma 2019

.. Vol. 6: La scintilla divina. Il disegno a Roma tra Cinque e Seicento, a cura di S. Albl e M.S. Bolzoni, Roma 2020




Disegno che ritrae Federico Fellini nella locandina della iniziativa promossa dal Centro Sperimentale di Cinematografia Federico Fellini
Il libro dei sogni


Presentazione volume
28 gennaio 2020
Casa del Cinema - Roma
www.fondazionecsc.it

«Se i film di Fellini, per citare Shakespeare, sono spesso fatti della materia di cui sono fatti i sogni, questo volume dimostra che i suoi sogni sono fatti della materia di cui sono fatti i film. Il libro dei sogni - capolavoro d'arte dell'illustrazione - si pone infatti anche come un "catalogo" - verrebbe da dire, come nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte: "delle donne che amò il padron mio". Certo, ci sono anche le donne, senza le quali il "Pianeta Fellinia", per usare una bella definizione di Gian Piero Brunetta, perderebbe una "fonte energetica" fondamentale. Ma Il libro dei sogni è in realtà una sorta di "archivio generale" della vita di Fellini, sia di quella interiore - come ogni sogno che si rispetti - sia dei suoi punti di vista su un mondo fatto, oltre che di persone e cose, anche di "effetti cinema", storie, personaggi, vicende personali, amori e idiosincrasia di un mestiere, che per Fellini coincide con la vita stessa, pur restandone sempre "più grande".

A titolo d'esempio, citiamo soltanto il sogno del 4 febbraio 1961: «Negli studi della Federiz Fracassi mi sorride: E allora Federico, quando hai intenzione di cominciare sul serio?". È il tempo in cui Fellini entra in società con Rizzoli per favorire l'esordio di giovani cineasti. Pier Paolo Pasolini è uno dei primi che si presenta col soggetto di Accattone. Ma alla prima visione dei giornalieri, di fronte alla "passeggiata di Accattone", Fellini rifiuta vigorosamente di continuare la produzione, e litiga in modo radicale con l'amico e collaboratore Pier Paolo, di cui non condivide l'estetica. Nel sogno, azzardiamo, Clemente Fracassi, il direttore di produzione, esorta Federico a "fare sul serio", anche perché, nella realtà dei fatti, a Fellini poi di produrre giovani autori non importava davvero nulla, e il progetto - anche a seguito della lite con Pasolini - naufragò senza rimpianti.

A questo "reperto d'archivio" se ne potrebbero aggiungere infiniti altri, che aprono nuove letture della vita e della creatività dell'autore di film che sono oggi parte integrante dell'identità italiana. In questa prospettiva, l'edizione del Libro dei sogni si affianca, nella celebrazione del centenario della nascita di Federico Fellini, al progetto di restauro dell'opera omnia, portato avanti dalle cineteche italiane, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e Cinecittà Luce. Ma l'opera di Federico non potrebbe dirsi completa senza questo Libro dei sogni, che è anche un "libro dei film", esattamente come i suoi film sono anche il "cinema dei sogni"» (dalla Prefazione di Sergio Toffetti, Gian Luca Farinelli, Felice Laudadio, al volume di Federico Fellini, Il libro dei sogni, Rizzoli, 2019).

.. ore 17.00, Toby Dammit, di Federico Fellini (ep. di Tre passi nel delirio) (1968, 48')

«In Toby Dammit [...] un attore alcolizzato accetta di girare un western all'italiana perché gli viene offerta una Ferrari [...]. Trittico con autori di prestigio ma esiti qualitativi molto difformi: [...] si difende solo Fellini che stravolge il racconto di Poe per conservarne soltanto il nome del protagonista, Toby Dammit, e il finale, in un incubo delirante dove i meccanismi alienanti del mondo dello spettacolo diventano premessa per uno sguardo terribile sull'orrore quotidiano» (Mereghetti). Restauro realizzato per il centenario della nascita di Federico Fellini. Il restauro di Toby Dammit è stato realizzato nel 2019 dal Centro Sperimentale di Cinematografia ed Istituto Luce - Cinecittà a partire da un internegativo 35mm messo a disposizione da Alberto Grimaldi Productions e da un positivo sonoro ottico d'epoca conservato dalla Cineteca Nazionale. Tutte le lavorazioni sono state eseguite presso il laboratorio Studio Emme di Roma.

.. a seguire, incontro con Simona Argentieri, Filippo Ceccarelli, Felice Laudadio, Sergio Toffetti.

Nel corso dell'incontro verrà presentato il volume di Federico Fellini, curato da Sergio Toffetti, Gian Luca Farinelli, Felice Laudadio, Il libro dei sogni, Rizzoli, 2019. (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)




Locandina della presentazione del libro Dal Pop rock alla musica celtica, di Cochi Quarta Per il ciclo "Leggere parole tra noi - Incontri con l'autore"

Dal Pop rock alla musica celtica
di Cochi Quarta


* Il libro è stato presentato il 21 gennaio alla Biblioteca I.C. Giorgio Perlasca - Pietralata (Roma)

Dagli anni Sessanta, dal primo gruppo pop, attraverso mode, stili, culture e band sempre nuove. Un viaggio oltre le note alla ricerca di un modo diverso di fare musica, di viverla come espressione di tutti, come esigenza quotidiana; un sentire ormai quasi dimenticato, ma non dappertutto. È l'incontro con l'Irlanda, le sue note, le sue tradizioni, la sua realtà politica e sociale a far sì che tutto questo diventi realtà. E allora pagina dopo pagina potremo leggere che è possibile vedere una miriade di ragazzini suonare la loro musica popolare e mezza Europa sia lì per ascoltarli; che è possibile che un professionista rispetti i giovani musicisti con cui sta suonando; che è possibile che un vecchio percussionista ti regali il suo strumento e che è possibile raccontare la storia di un popolo attraverso le sue ballate. Questo e altro, nel racconto dei 50 anni di musica di Cochi Quarta insieme ai tanti compagni di viaggio che hanno condiviso conoscenze, passioni, nuove avventure e, non ultimo, il piacere, mai passato di moda, di suonare insieme. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione del libro Il leone imbrigliato di Maurizio Coccia Il leone imbrigliato. Artisti Istituzioni Pubblico
di Maurizio Coccia, Castelvecchi editore

Presentazione libro
25 gennaio 2020, ore 18.00
Museolaboratorio ex manifattura tabacchi - Città Sant'Angelo (Pescara)

Il volume tratta del rapporto intercorrente fra i tre principali protagonisti dell'arte contemporanea: artisti, istituzioni, pubblico. Da un'iniziale collocazione storico-critica del fenomeno, si passa a una più precisa connotazione teoretica. Si discutono i pionieri della pratica in oggetto (Institutional Critique), risalendo nei decenni sino al principio del nuovo secolo, quando entrano in gioco le strategie conosciute come New Institutionalism e prendono slancio le nuove pratiche curatoriali, più accentratrici e performative. È dato spazio anche ai principi della nuova museografia indirizzati a un ampliamento del pubblico nei musei, portando anche esperienze tratte dalle vicende internazionali più recenti.

Maurizio Coccia è docente di Storia dell'Arte Contemporanea e Storia e della Critica d'Arte. Direttore del Centro per l'Arte Contemporanea Palazzo Lucarini di Trevi. Consulente di numerose istituzioni sui temi dell'arte pubblica, dell'architettura e della didattica museale, ha contribuito al Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia (2016). È nel Comitato Direttivo della rivista Parol - Quaderni d'arte e di epistemologia. Per Aracne ha pubblicato Una rivoluzione non richiesta e Cesare Cesariano. 1475-1543. Ha scritto per Postmedia Books, Gangemi Editore, Manfredi Edizioni.

- Estratto dal volume

Semplificando, potremmo dire che la Critica Istituzionale è una particolare pratica artistica sviluppatasi alla fine degli anni Sessanta, e che risente complessivamente del clima storico di quel periodo. Detto così, chiaramente, è riduttivo. Primo, perché relega il tema all'ambito artistico. Secondo, perché lo rimanda a un momento storico importante ma troppo circoscritto. Infine, così facendo, si trascura la solidità e duttilità del metodo che lo sostiene. Occuparsi di Critica Istituzionale, oggi, significa impiegare una strumentazione integrata e alternativa. E non solo. Rappresenta anche un incentivo ad andare oltre l'arte e la storiografia. Per evidenziarne il ruolo in una prospettiva più vasta. Che è quella dell'azione sociale, della convivenza civile, della gestione della cosa pubblica. Tutte attività, in pratica, regolate da norme e convenzioni. Non fa eccezione, ovviamente, l'arte.

Si può quindi vedere la critica istituzionale non come un periodo storico e/o di genere all'interno della storia dell'arte, ma piuttosto come uno strumento analitico, un metodo di critica e di politica spaziale, che può essere applicato non solo al mondo dell'arte, ma agli spazi disciplinari e delle istituzioni in generale (Sheikh 2006). Ogni istituzione, infatti, è un dispositivo di mediazione tra diversi valori etici e interessi ideologici. Si tratta di una negoziazione costante, che presiede al corretto funzionamento delle comunità organizzate. Le società, intese come istituzioni strutturate in cerchi concentrici, devono estendere il bilanciamento di quella polarità anche ai sottosistemi che la compongono. Tra questi, per esempio, l'arte. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di poesie di Berardo Di Ferro intitolato Nuvole Nuvole
Poesie di Berardo Di Ferro

Il libro è stato presentato il 25 novembre 2019 a Palermo alla Galleria d'Arte Studio 71
www.studio71.it

L'evento è curato da Vinny Scorsone che nella prefazione della raccolta di poesie scrive: "Le sue poesie sono pregne del tempo che passa, sono piene di Liana che come un'onda calda gli ha riempito la vita..." Ma Liana oltre che ad essere musa ispiratrice di Berardo è anche pittrice e per questa occasione presenta alcune opere che illustrano le liriche. Allieterà la serata Cinzia Romano La Duca con la sua chitarra, leggerà le poesie Marisa Palermo. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Dipinto di Antonio Ligabue denominato Aratura con cavalli realizzato nel 1948 ad olio su tavola di faesite cm.85x12 Copertina del libro Antonio Ligabue Gli anni della formazione 1899-1919 di Renato Martinoni Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)
di Renato Martinoni, Marsilio Editori, 2019

Libro presentato lo 05 ottobre 2019 alla Galleria d'Arte 2000 & Novecento di Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l'occasione per fare conoscere l'opera dell'artista in quella che può definirsi la sua "patria perduta". Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un'emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent'anni "svizzeri" di Antonio Ligabue, che nel libro vengono definiti "gli anni della formazione", giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia. Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all'Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue. Per l'occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l'angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un'arte che mostra in primo piano l'estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un'esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)

  Recensioni di Ninni Radicini a libri di argomento calcistico

Derby Days - Il gioco che amiamo odiare
di Dougie ed Eddie Brimson, ed. Libreria dello Sport

Dal 29 maggio 1985 la parola "hooligan" risuona nella testa degli italiani. Quella sera, per la finale di Coppa dei Campioni, i sostenitori della Juventus presenti allo stadio belga Heysel, separati dai tifosi inglesi del Liverpool attraverso una rete "da pollaio" (così è stata definita nelle cronache per la sua consistenza), vissero e subirono l'epilogo terrificante di un modo di intendere il calcio che sconfina nella violenza tribale.

Idoli di carta
di Giusva Branca, ed. Laruffa

Questo è un libro di uomini e di calcio. Undici ritratti di calciatori lavoratori, artigiani, sognatori e di un grande allenatore, che, differenti per generazione, ruolo, origine, hanno condiviso un tratto di storia della Reggina.





Copertina libro Armenia Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell'Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)




Copertina libro Credo Professo Attendo | sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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