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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2021-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2021

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2021-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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Particolare della Pittografia per 12 strumenti realizzata nel 1992 da Sylvano Bussotti denominata Calendario Giapponese Calendario Giapponese
di Sylvano Bussotti


19 giugno 2021, ore 17.00-20.00
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna
www.mambo-bologna.org

In occasione del novantesimo compleanno di Sylvano Bussotti, figura tra le più poliedriche del secondo novecento italiano (compositore, coreografo, pittore, regista di cinema e di teatro, scenografo, costumista, poeta), l'Ensemble FontanaMIX, assieme al Collettivo ed Ensemble In.Nova Fert propongono l'allestimento di Calendario Giapponese del 1992, pittografia per dodici strumenti in una rivisitazione che prevede un'installazione sonora negli spazi del MAMbo.

Si tratta di un nuovo allestimento dell'opera, originariamente concepita dall'autore in collaborazione con il musicista giapponese Hidehiko Hinohara, innanzitutto tramite un lavoro di riscrittura e ricollocazione drammaturgica degli eventi sonori ad opera dei giovani componenti del Collettivo di compositori In.Nova Fert, realtà bolognese che ha già raccolto importanti apprezzamenti per via del proprio metodo di lavoro innovativo in campo musicale, fondato sulla condivisione dell'atto creativo. Questa collaborazione rappresenta il secondo progetto realizzato fra il Collettivo e l'Ensemble FontanaMIX, dopo la loro partecipazione nel 2020 alla Biennale Musica di Venezia, dove è stata realizzata la prima di Sette Canzoni per Bruno, il concerto/documentario in omaggio per il centenario del compositore Bruno Maderna.

Calendario Giapponese verrà eseguita al MAMbo in tre repliche della durata di quaranta minuti ciascuna che consentono al pubblico di assistere accedendo in un qualunque momento della performance e rimanendo nel museo per il tempo massimo di 60 minuti. L'esecuzione prevede dodici strumentisti collocati in altrettanti punti strategici lungo il percorso espositivo della collezione permanente. Attraverso una precisa organizzazione di spazi e sincronie, gli strumentisti si muoveranno in una rete di "postazioni" studiate mediando il calendario di Bussotti con le opere presenti, andando a creare un'effettiva sonorizzazione "stagionale", sempre diversa e cangiante, dei singoli spazi espositivi, in una sorta di figurato moto astrale riverberato nei suoni; immagine che trova, come è noto, una rispondenza nelle cosmologie delle più disparate culture.

La naturale risonanza degli spazi del museo consente inoltre un suggestivo effetto di rispondenze, di sovrapposizioni sonore che rendono graduale e sfumata la transizione tra un solo strumentale ed un altro, come in un flusso musicale sempre presente, al contempo ben distinto nelle dodici postazioni e fuso in un unico intento armonico reso dalla spazializzazione. Come è facilmente intuibile, le opere e gli spazi del museo non saranno attori passivi all'interno del progetto, ma anzi essenziali, acquistando una funzione determinante ai fini della resa drammaturgica e proponendosi, con i suoni, in un'inedita veste sincretica.

Arricchisce lo spettacolo la partecipazione in qualità di performer di Luca Scarlini, che interpreterà il ruolo dell'autore, previsto dallo stesso Bussotti come tredicesimo elemento della performance. Accompagna l'esecuzione una pubblicazione illustrata in distribuzione per il pubblico con le riproduzioni del Calendario Giapponese di Sylvano Bussotti e le parti musicali e pittoriche realizzate da Hidehiko Hinohara. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Scultura realizzata da Maria Luisa Ritorno Dipinto di Maria Luisa Ritorno denominato Cielo e Terra Maria Luisa Ritorno
"Mondi paralleli"


19 giugno (inaugurazione ore 17.00) - 28 giugno 2021
Vi.P. Gallery - Milano Locandina

Mostra personale della scultrice Maria Luisa Ritorno, a cura di Virgilio Patarini, che presenta una ventina di lavori della scultrice lombarda, tra quadri e sculture. Maria Luisa Ritorno è nota a livello nazionale per le sue sculture sinuose ed eleganti: una ricerca sul rapporto tra forma e movimento nello spazio, tra pieno e vuoto, tra ritmo delle composizioni plastiche e tensioni verso l'alto, in un perpetuo oscillare tra astrazione delle forme e vaghe e stilizzate riminiscenze figurative, in un gioco essenziale di sfere, ellissi, spirali, torsioni elicoloidali.

Ora da alcuni anni, a partire proprio da studi e bozzetti preparatori per delle sculture, la Ritorno è andata costruendo, sviluppando, sopra le basi delle sue linee curve ed ellittiche essenziali, una serie di quadri che parrebbero raccontare di mondi immaginari fatti di sfere sospese e linee curve che raccordano tra loro le forme, con una tavolozza sempre più accesa e giocosa. Mondi con due o tre enormi lune nel cielo, oppure visioni di universi siderali fatti di sciabolate in diagonale di luce e colore, o di vortici iridescenti. Da quel nucleo primigenio ed essenziale di curve ed ellissi si sono così andati sviluppando una miriade di "Mondi Paralleli" in cui perdersi e ritrovarsi. (Vi.P.)

Maria Luisa Ritorno si diploma in Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, con Tito Varisco e Guido Ballo. Docente nella scuola media; non trascura il suo bisogno creativo : ama disegnare, dipingere e modellare l'argilla. E' molto attiva nella ricerca di linguaggi atti ad esprimere l'allargamento del confine della percezione. Nella sua poetica tende ad esprimersi attraverso forme astratte ma significative, spesso sinuose, tendenti verso l'alto, verso il cielo... Numerose sono le manifestazioni artistiche cui partecipa su tutto il territorio nazionale comprese le collettive al Museo della Permanente, di cui è socia. A vari concorsi su C. Pavese (rapporto tra Poesia e scultura) viene premiata più volte e nel 2010 riceve il premio della giuria. Ottiene il Premium International Florence Seven Stars 2018 per la scultura, per cui Carlo Franza dice di lei:" Figura singolare della scultura italiana, ha circoscritto con la la sua scultura la bellezza di queste forme, svettanti, aeree come cattedrali, spesso portate verso una verticalità di tipo architettonico". (Comunicato stampa)




Ernesto Tavernari
"Dalla realtà al sogno"


19 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 01 luglio 2021
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Adalberto e Arianna Sartori conoscevano Ernesto Tavernari, frequentavano il suo studio milanese già dalla metà degli anni Ottanta, avevano instaurato con il Maestro un bel rapporto di stima e ammirazione, lui Ernesto Tavernari sempre disponibile e cordiale. Oggi, in collaborazione con l'"Associazione Maestro Ernesto Tavernari", la Galleria lo ricorda con questa importante mostra retrospettiva, a cura di Arianna Sartori.

"Penso al mite sorriso, alla conversazione sussurrata di Ernesto Tavernari, recupero le sue immagini, i suoi colori, e sono tentato da una affettuosa correzione, non homo ma puer avus ludens, dentro uno scenario di sogni, invenzioni, affabulazioni. Nei suoi quadri, d'una grana che suggerisce il fascino affrescale, giocano le forme, ma soprattutto i colori. Penso a Chagall, senza alle spalle le tenebre e le fiamme d'una lunga storia; meno azzardato, senza malinconie, anche quando la memoria è più profonda; a Chagall filtrato, magari, attraverso il rigore e la tensione di Osvaldo Licini. Ernesto Tavernari è lucchese (le antiche mura sono sospese nei suoi dipinti), ma la tenerezza dei suoi verdi, la trasparenza dei suoi cieli, proprio non si possono non dire lombardi". (Alberico Sala)

"Il segno, il disegno, nella felice semplicità di un continuo volo, in una ventata di case a sghimbescio come per gioco, con tutti gli oggetti del mondo, dell'infanzia del mondo, che salgono e precipitano e si ricompongono in un nuovo immaginario reale, non reale: giocosità e traccia, avendo come unico scopo di affermare l'inesplicabile bellezza di ogni cosa visibile, l'enigma della semplicità". (Roberto Sanesi)

Ernesto Tavernari (Lucca, 1911 - Milano, 2007), pittore e scenografo, trascorsa l'infanzia in Liguria, negli anni Venti giunge a Milano, dove collabora con l'impresa di scenografie Bertini e Pressi. Frequenta l'Accademia di Belle Arti di Brera e la Scuola d'Arte Superiore del Castello. Negli anni Trenta e Quaranta realizza le scenografie per le più rilevanti opere del Teatro alla Scala ed esegue affreschi al Lido di Venezia, all'EUR di Roma, a Quartu Sant'Elena, a Solarolo di Sanremo e alla Certosa di Chiaravalle. Nel 1939 è invitato a esporre alla Triennale di Milano. Nel secondo dopoguerra è molto attivo sulla scena artistica al fianco, come collega e amico, di Arturo Martini, Aligi Sassu, Giacomo Manzù, Lucio Fontana, Renato Birolli e Luciano Minguzzi.

Il 1963 è l'anno della sua prima personale, allestita da Carlo Cardazzo al Cavallino di Venezia. Seguiranno moltissime mostre personali e collettive nei principali musei e gallerie, in Italia e all'estero. Nel 1996 sue sono le scenografie e le marionette del "Mago di Oz" per il Teatro delle Marionette di Gianni e Cosetta Colla. Attivo fino all'ultimo, nel 2007 si spegne nella sua casa-studio, a Milano, all'età di 96 anni, ma il suo nome e le sue opere continuano a essere ricordate e apprezzate grazie a nuove, continue esposizioni. (Comunicato stampa)

___ Presentazione in questa pagina di altre mostre alla Galleria "Arianna Sartori"

Tatiana Lapteva. "Il Volo"
12 giugno (inaugurazione) - 24 giugno 2021
Presentazione

Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione
Presentazione




Dipinto ad acrilico su tela di cm 226x198.5x2.7 realizzato da André Butzer nel 2020, Foto di Fabio Mantegna André Butzer
11 giugno - 23 luglio 2021
GióMarconi - Milano
www.giomarconi.com

Nella sua ultima mostra del 2018, André Butzer aveva presentato da Gió Marconi gli N-paintings, una serie di opere monocromatiche nere. Dall'11 giugno al 23 luglio 2021 l'artista torna a esporre in galleria, e alla sua quinta personale offre un nuovo sorprendente capovolgimento del suo lavoro, esponendo una selezione di opere su carta e un gruppo di inediti dipinti astratti e figurativi dai colori audaci in cui tornano protagonisti i suoi personaggi più iconici. Tra i più rilevanti artisti tedeschi contemporanei, André Butzer esplora le possibilità del medium pittorico, sviluppando un universo personale e fortemente espressivo che spazia dalla storia tedesca e americana alla cultura, dalla politica alla storia dell'arte, fino al mondo dei fumetti e dei cartoni animati. Nei suoi nuovi lavori si colgono tanto riferimenti ai personaggi creati da Walt Disney, quanto alla fantascienza fino all'Espressionismo. (Comunicato Lara Facco P&C)

Immagine:
André Butzer, Untitled, 2020, acrilico tela cm 226x198.5x2.7 (Foto di Fabio Mantegna)




Particolare del dipinto olio su tela Femme au col blanc realizzato da Amedeo Modigliani nel 1917 Modigliani. Opere dal Musée de Grenoble
27 marzo - 18 luglio 2021
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)

Sono da poco passati cent'anni dalla scomparsa di Amedeo Modigliani che, appena trentacinquenne, si spegneva a Parigi con la mente in preda al delirio, dopo una vita breve ma bruciante e artisticamente compiuta. L'esposizione, grazie alla collaborazione col Musée de Grenoble, di sei opere di Modigliani, consente di analizzare il rapporto fra disegno e pittura e di cogliere i principali riferimenti culturali nel suo lavoro di ritrattista. Esposti il dipinto Femme au col blanc, olio su tela del 1917, raffigurante Lunia Czechowska, moglie dell'amico d'infanzia di Léopold Zborowski, mercante d'arte e mecenate di Modigliani, e cinque ritratti a matita di personaggi della capitale francese degli anni Dieci, dove egli fu al centro della scena artistica, al tempo all'avanguardia internazionale.

Nella poetica pittorica di Modigliani (Livorno 1884 - Parigi 1920) il ritratto rappresenta l'unico veicolo d'espressione possibile del furore creativo dell'artista e il vitale strumento di esternazione dell'ansia, profondamente umana, d'intrecciare uno scambio relazionale con altri esseri. Partendo da una profonda fascinazione per l'essenzialità stilistica della tradizione trecentesca e quattrocentesca senese, per le qualità plastiche della scultura e per la stilizzazione del tratto grafico, Modigliani elabora una concezione assolutamente originale del ritratto, tenendo conto anche dell'insegnamento di Paul Cézanne e delle maschere africane. Per sottolineare queste influenze, importanti esempi della pittura senese e cezanniana vengono accostati in mostra ai lavori di Modigliani, come anche una maschera africana. I capolavori dell'arte francese del periodo in cui egli visse e operò, appartenenti alle raccolte della Fondazione Magnani-Rocca (oltre a Cézanne, anche Renoir, Monet, Matisse e Braque; ma anche l'italiano Severini, che in quegli anni viveva a Parigi), offrono al pubblico una visione ampia della scena artistica del tempo.

Inquieto, sempre in bilico tra genio e sregolatezza, un dandy moderno e un raffinato artefice del proprio tragico destino, perfetto stereotipo dell'artista maledetto, Modigliani, oltre che grande pittore, fu eccellente disegnatore, riuscendo, con un tratto volumetrico e allo stesso tempo bidimensionale, a catturare la sensibilità e la psicologia degli effigiati; coloro che gli fecero da modello ebbero a dire che farsi ritrarre da lui era come "farsi spogliare l'anima". Il tratto più caratteristico e affascinante dell'opera di Modigliani risiede proprio nel suo talento introspettivo, che gli permetteva di portare a espressione le qualità più intime della persona, trasformando ogni singolo ritratto in una sorta di specchio interiore.

Di gran lunga più celebri di quelli maschili, i ritratti femminili sono i maggiori esempi della sensibilità artistica di Modigliani; i tratti delicati, i colli affusolati ed eleganti, sono divenuti identificativi dell'arte stessa del pittore e la Femme au col blanc ne è uno splendido esempio. Pur utilizzando un linguaggio prettamente moderno, egli non dimentica mai la tradizione italiana; l'ideale femminile con il collo lungo era stato infatti vagheggiato e dipinto da altri grandi artisti del passato, uno fra tutti, il Parmigianino, con la sua Madonna dal collo lungo dipinta proprio a Parma fra il 1534 e il 1540. Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Stefano Roffi con la collaborazione di Alice Ensabella, saggi e testi in catalogo di Sophie Bernard, Alice Ensabella, Stefano Roffi, Aldo Santini, Guy Tosatto.

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- Modigliani: Serata fra cinema e pittura
18 giugno 2021, ore 21.30
Cinema Astra d'Essai - Parma

Proposto al pubblico il docu-film Maledetto Modigliani (2020) di Valeria Parisi distribuito da Nexodigital. Il racconto dell'inquieto artista livornese è accompagnato dalle parole immaginarie della sua ultima musa Jeanne Hébuterne, delicata pittrice suicida il giorno dopo la morte di Amedeo Modigliani avvenuta all'Hôpital de la Charité di Parigi il 24 gennaio del 1920. È proprio a partire dalla sua figura e dalla lettura di un passo dai Canti di Maldoror, il libro che Modigliani teneva sempre con sé, che si apre il film, arricchito anche dalle immagini di alcune delle più importanti mostre realizzate in Europa per le celebrazioni del centenario della sua morte tra Vienna, Washington, Parigi e naturalmente Livorno. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra dedicata a Leonor Fini a Trieste 2021 Leonor Fini
Memorie Triestine


26 giugno (inaugurazione ore 21) - 22 agosto 2021
Polo museale del Magazzino 26 (Porto Vecchio di Trieste)

A 25 anni dalla morte di Leonor Fini, pittrice surrealista, ma anche costumista, scenografa, incisore, illustratrice e scrittrice di fama e frequentazioni internazionali, a Trieste la mostra multimediale di pittura, luce, musica e percezione olfattiva - ideata e curata sul piano critico da Marianna Accerboni - propone una rilettura del tutto inedita della personalità e della creatività dell'artista (Buenos Aires 1907 - Parigi 1996), analizzando il suo intenso e fondamentale rapporto con la città d'origine della madre, Trieste.

Presentazione




Angelo Titonel
A mia figlia


15 giugno - 10 luglio 2021
Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

L'occasione della mostra è il ritrovamento di una cartella di opere che il pittore Angelo Titonel (1938-2018) donò, a metà degli anni Novanta, alla figlia allora ventenne. "Solo oggi realizzo che questi lavori - creduti dispersi anni or sono durante un trasloco - insieme rappresentano un corpus, e il loro destino di allora si compie in una mostra che vuole nel titolo mantenere il rapporto con il passato, una dedica, una possibilità". "A mia figlia" è una selezione inedita, intima, di 21 olii su carta, in piccolo e prezioso formato, condivisa per la prima volta al pubblico a distanza di trent'anni, "restituendo la fiducia di quel dono a mio padre. Non credo immaginasse all'epoca che avrei avuto una mia galleria d'arte contemporanea..." (Daina Maja Titonel)

Angelo Titonel (Cornuda - Treviso, 1938 - Imola, 2018) lavora a Milano in qualità di graphic-designer e art director in agenzie internazionali di pubblicità. Lasciata questa attività per dedicarsi totalmente alla pittura, espone per la prima volta nel 1964 a Velbert (Essen) in Germania. Trasferitosi a Roma, negli Anni Settanta è tra i protagonisti del Realismo magico italiano. Nel 1973 espone al Museo Civico di Bologna; nel 1974 al Museo d'Arte Contemporanea di Skopije (Nord Macedonia); nel 1994 al Parlamento Europeo di Strasburgo; nel 2001 al Complesso del Vittoriano a Roma; nel 2005 al Museo Olimpico di Losanna; nel 2010 al Palazzo Pubblico Antichi Magazzini del Sale a Siena. Numerose le mostre realizzate in Europa, specialmente in Germania, e negli Stati Uniti. Invitato a Biennali Internazionali (Venezia 2011) e Quadriennali in Italia e all'Estero (Grand Palais, Parigi 1990) riceve numerosi premi e riconoscimenti. Ha dipinto il quadro ufficiale del Papa Benedetto XVI. Ha realizzato i ritratti dei Presidenti della Repubblica e personaggi storici quali: Garibaldi, Mazzini, D'Azeglio e Cavour. (Comunicato stampa)




Chi non salta
Calcio. Cultura. Identità


12 giugno - 24 ottobre 2021
Villa Ghirlanda - Cinisello Balsamo (Milano)
www.mufoco.org

Artisti: Andrea Abati, Gianpietro Agostini, Giovanni Ambrosio e Sébastien Louis, Autopalo/Gli impresari, Davide Baldrati, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Walter Battistessa, Ruth Beraha, Gianni Berengo Gardin, Mario Cattaneo, Giovanni Chiaramonte, Cesare Colombo, Mario Cresci, Matteo de Mayda, Emilio Deodato, Paola Di Bello, Vittore Fossati, Federico Garolla, Ando Gilardi, Carlo Garzia, Giulia Iacolutti, Giuseppe Iannello, Mimmo Jodice, Martino Marangoni, Paola Pagliuca, Piero Pozzi, Marco Previdi, Daniele Segre, The Cool Couple, Hans van der Meer, Fulvio Ventura, Manfred Willmann.

Il Museo di Fotografia Contemporanea presenta la mostra collettiva, a cura di Matteo Balduzzi, una riflessione sul gioco del calcio come espressione dell'identità individuale e collettiva. Si tratta di un progetto espositivo articolato che prende il via con lo svolgersi del Campionato europeo di calcio. La mostra indaga il ruolo del calcio nella cultura italiana presentando una panoramica per immagini della sua presenza nella società, nel paesaggio, nella memoria e nella cultura del nostro Paese. Protagonisti dell'esposizione saranno i lavori di oltre venti artisti di generazioni, discipline e linguaggi diversi tra fotografie, installazioni e video presentati in dialogo con le collezioni del Museo, alcune produzioni artistiche recenti, raccolte di immagini di taglio antropologico, progetti partecipati.

Molti intellettuali, da Jean-Paul Sartre a Umberto Saba, da Dino Buzzati sino a Carmelo Bene o a scrittori del nostro tempo come Stefano Benni si sono interessati al gioco del calcio in quanto espressione viva e pulsante della società. Tra questi, Pier Paolo Pasolini è probabilmente colui per il quale la condivisione di questa passione popolare è stata talmente autentica e ancestrale da indurlo ad accostarla alle rappresentazioni del sacro nella società contemporanea. Al contempo Pasolini non perdeva occasione per togliersi la giacca e buttarsi personalmente dietro a un pallone in partite improvvisate con i ragazzi nei campetti di periferia o in occasione di incontri più ufficiali caratterizzati da grande organizzazione e agonismo.

La mostra analizza il gioco del calcio in relazione alla costruzione dell'identità individuale - la formazione della persona, il senso del gruppo, la squadra ma anche a una dimensione più collettiva, dove il tifo contribuisce a definire il senso di appartenenza e ne fornisce al contempo una rappresentazione sempre in tensione tra due poli: i mondi degli "attori" e degli "spettatori", della pratica quotidiana e del tifo più o meno organizzato. A partire da questa suggestione la mostra si apre con una introduzione dedicata al rapporto tra arte e calcio e prosegue poi con due sezioni principali: il calcio guardato, come tifo e rappresentazione di un'identità collettiva nella sala al primo piano; il calcio giocato, come pratica, momento di incontro e formazione al secondo piano. Il progetto espositivo, articolato e dinamico, è completato da una mostra all'aperto dedicata al calcio nella città di Cinisello Balsamo, risultato di un progetto speciale prodotto per l'occasione e da un'attività di ricerca specifica e partecipata svolta sul territorio.

Il progetto interseca due delle linee di ricerca privilegiate del Museo: la valorizzazione delle collezioni e il rapporto con il pubblico, mettendo in dialogo tra loro opere differenti per natura "artistica, antropologica, culturale" e linguaggi, sempre in una logica di partecipazione attiva del Museo alla vita e al dialogo con il territorio. In un'idea di Museo come luogo di sperimentazione e di relazioni tra pubblico, artisti, comunità e territorio, la mostra è il nucleo da cui prendono vita una serie di progetti partecipati e condivisi, tra cui laboratori didattici/sportivi di calcio e fotografia, proposte educative per giovani calciatori, visite guidate, bookshop dedicato al rapporto tra arte e calcio, incontri, talk, presentazioni. (Comunicato stampa)

  Recensioni di Ninni Radicini a libri di argomento calcistico

Derby Days - Il gioco che amiamo odiare
di Dougie ed Eddie Brimson, ed. Libreria dello Sport

Dal 29 maggio 1985 la parola "hooligan" risuona nella testa degli italiani. Quella sera, per la finale di Coppa dei Campioni, i sostenitori della Juventus presenti allo stadio belga Heysel, separati dai tifosi inglesi del Liverpool attraverso una rete "da pollaio" (così è stata definita nelle cronache per la sua consistenza), vissero e subirono l'epilogo terrificante di un modo di intendere il calcio che sconfina nella violenza tribale.

Idoli di carta
di Giusva Branca, ed. Laruffa

Questo è un libro di uomini e di calcio. Undici ritratti di calciatori lavoratori, artigiani, sognatori e di un grande allenatore, che, differenti per generazione, ruolo, origine, hanno condiviso un tratto di storia della Reggina.





Flyer della mostra alla Galleria Wikiarte con opere di Maria Maddalena Quattrocchi e Giovanna Regazzi Maria Maddalena Quattrocchi (in arte Maddy) e Giovanna Regazzi
12 giugno (inaugurazione) - 24 giugno 2021
Galleria d'Arte Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

L'evoluzione, termine che esprime lo sviluppo graduale e completo, da uno stato ad un altro. Fisico, nella natura, ed emotivo, qui conclamato nell'arte. Nelle scelte figurative degli artisti, la cui poetica ne alimenta e definisce il significato. Nel rispetto sentito delle proprie radici tecniche: solide, avvallate dal permanere nel tempo e tradotte nel frutto pregiato di un'esperienza mai intesa come meta di un percorso o prezioso 'vademecum', ma quale ricchezza da cui attingere, con passione e continuità, per attualizzarne il senso rinnovandone il valore.

Composizioni policrome, che evocano immagini del V° e VI° secolo d.C., rappresentative dell'Impero romano d'Occidente e collocate nelle basiliche della sua capitale, Ravenna. Di qui la forte ispirazione di Maria Maddalena Quattrocchi, mosaicista di scuola. Già dedita alla creazione di miniature e complementi d'arredo - dalle linee classiche o moderne, su disegno proprio o su proposta dell'artista - impiega pasta di vetro ravennate, marmo e pietre naturali declinando un registro estetico romano, 'in primis' bizantino, nel pieno rispetto delle tecniche originali, ad ulteriore garanzia d'unicità dei manufatti, come già emerge dai celebri 'fiori'. Tasselli di una storia, la cui estetica evolve, per rendersi portavoce di un nuovo messaggio. È l'estratto di 11 lettere dell'alfabeto ebraico, da leggersi sulla base del proprio vissuto, così definendo, e marcando, la loro natura innovativa ed altamente emozionale. Custodi di un sapere antico, presente, futuro e testimoni di un'arte, al servizio dell'anima, che sintetizza ed esprime l'energia della natura e dell'intero universo.  

Classe '58, nata nel 1972. Così recitano le parole dell'artista Giovanna Regazzi, la cui carriera nell'ambito inizia frequentando il liceo artistico. Dove subito emerge un'abile ed innata manualità capace di aprirle, giovanissima, le porte dello studio del maestro restauratore Ottorino Nonfarmale. È soddisfando la passione per l'antico che esercita la sua arte, restaurando opere di Cimabue, Vasari, Bellini o Van Dick, tra gli altri. Ed una conclamata dimestichezza nell'uso della tecnica pittorica che traccia, a seguire, un percorso personale durante cui rivolge l'attenzione alla semplicità del quotidiano, di uno scorcio, di oggetti comuni, di fiori e di frutta in particolare. Ritratti mimetici di una realtà che, su tela o cartoncino telato, unisce la cura del dettaglio ad una raffinata tecnica esecutiva, tratta ed acquisita con lunga esperienza. Fiori, ma soprattutto limoni: a spicchi, spremuti, esplosi, ammuffiti dal trascorrere del tempo o fuoriuscenti dal tubetto del colore, la cui prevalenza del giallo, sinonimo di luce e vivacità, ne accende e mantiene il fresco sentire. (Curatore della mostra: Pietro Franca)




Le Donne, l'Arte e il Grand Tour
Gioielli in micromosaico e dipinti-ricamo in collezioni private svizzere


12 giugno - 03 ottobre 2021
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Svizzera)

Uno dei filoni oggetto di approfondimento della Pinacoteca Züst conduce alla scoperta di raccolte private presenti sul territorio, che hanno talvolta per oggetto temi curiosi e ancora poco conosciuti. Questa rassegna presenta piccoli capolavori, che fondono estrema perizia e narrazione artistica grazie a tecniche raffinate e inconsuete. Si tratta di manufatti affascinanti risalenti al XVIII-XIX secolo che conducono il visitatore sulle tracce del Grand Tour, il celebre viaggio di formazione intrapreso attraverso l'Europa da nobili, intellettuali e giovani aristocratici. La meta era l'Italia e le tappe imprescindibili Venezia, Firenze, Roma e Napoli. Sovente i viaggiatori effettuavano con grande interesse una deviazione per visitare Ginevra, la città di J. J. Rousseau.

La prima collezione è dedicata a un'espressione artistica mista, che fonde sapientemente pittura perlopiù all'acquarello e ricamo su un supporto di solito in seta: i tableau brodé, realizzati in epoca neoclassica da donne di origine ugonotta, il cui nome è quasi sempre sconosciuto. In mostra vengono presentati una cinquantina di pezzi rappresentativi dei vari temi: da quelli ispirati a opere di Rousseau, in questa sala, ai soggetti riferiti al mondo classico, esposti nella balconata. Al piano superiore si trova anche la seconda raccolta, che riunisce una serie di gioielli in micromosaico realizzati con minuscole tessere in pasta vitrea, diventati di gran moda tra Sette e Ottocento. Tali gioielli riscontrarono un enorme successo grazie all'interesse di viaggiatori colti e facoltosi che, giunti in Italia, li acquistavano come preziosi souvenir.

In questa occasione, a cura di Silvia Mazzoleni e Matteo Bianchi, vengono presentate anche due sale della Pinacoteca riallestite con opere della collezione permanente. Nella prima viene ospitato il progetto didattico "Destinazione museo" con opere di Valeria Pasta Morelli (1858-1909), realizzato dalla scuola elementare di Riva San Vitale (v. allegato). Nella seconda si trovano invece le nuove acquisizioni della Pinacoteca: opere di Ernesto Fontana - il Ritratto di Annamaria Agustoni, a cui è dedicato l'asilo di Caneggio, costruito con le elargizioni del padre Giuseppe Agustoni -, Alessandro Ruga, Fausto Agnelli, Ettore Burzi ed Emilio Oreste Brunati giunte a Rancate grazie a donazioni e acquisti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali:

- Biblioteca: circa 5.000 tra libri, cataloghi, riviste, raccolte di ritagli stampa e pubblicazioni di vario genere legate all'artista e alla sua attività;
- Audiovisivi: circa 100 pellicole cinematografiche e 500 tra VHS, DVD, audiocassette e altri supporti contenenti film d'artista, documentari, interviste e riprese di vario genere;
- Carteggi: più di 1.000 tra lettere, telegrammi, cartoline e biglietti, selezionati dall'artista a partire dalla fitta corrispondenza con amici artisti, intellettuali e personalità del mondo della cultura;
- Fotografie: quasi 200 tra cassetti e scatole contenenti stampe di vario formato, negativi e diapositive che documentano le opere, le mostre e la vita dell'artista, realizzate da alcuni dei più grandi fotografi d'arte, attivi a Milano e non solo, tra i quali Paolo Monti, Ugo Mulas, Antonia Mulas, Gianfranco Gorgoni e Carlo Orsi;
- Carte di lavoro: più di 300 faldoni contenenti le pratiche di lavoro prodotte nel corso degli anni dall'artista e dal suo studio;
- Materiali diversi: quasi 200 manifesti di mostre e spettacoli teatrali, più i numerosi premi ricevuti dall'artista e tutti quei materiali di varia natura non altrimenti categorizzabili.

Fin dalla sua nascita nel 1995, la Fondazione si è occupata dell'archivio, svolgendo un'azione di comunicazione e promozione verso l'esterno e di collegamento con il pubblico, garantendo l'accesso a professionisti e studiosi, che possono accedere alla consultazione in sede inviando una richiesta di appuntamento. La stessa Fondazione ha quotidianamente attinto all'archivio per costruire e arricchire la propria offerta culturale, dalle mostre alle pubblicazioni alle diverse attività didattiche e divulgative, fino alla pubblicazione del Catalogo ragionato della scultura (ed. Skira, 2007) e a quella del Catalogue Raisonné online (lanciato nel 2019). Una prima release delle sezioni Fotografie, Carte di lavoro e Materiali vari sarà online entro la fine dell'anno. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Tatiana Lapteva
"Il Volo"


12 giugno (inaugurazione) - 24 giugno 2021
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova

La mostra dedicata alla memoria di Luca Felli, curata da Arianna Sartori, è corredata da un testo di presentazione di Maria Gabriella Savoia, e all'inaugurazione, sabato 12 giugno alle ore 18.00, alla presenza dell'Artista sarà presentato il video «Il Volo», realizzato con Musica di Boris Ryvkin, Anna Prokopieva; le Voci di Boris Ryvkin, Anna Prokopieva, Emil Ryvkin; Video di Maria Linder.

___ Il Volo, di Maria Gabriella Savoia

"Questo ciclo di opere di Tatiana Lapteva, nasce dalla riflessione su come sia forte per tutti la necessità di comunicare; chiaramente comunicare in senso lato, così il parlare, lo scrivere, l'esprimere i propri sentimenti e le proprie riflessioni su ogni aspetto della vita soprattutto con l'altro, è diventato l'obiettivo da raggiungere per l'artista russa. In questo periodo grigio e opprimente, circondati, come siamo stati, da questo morbo oscuro, prevalentemente chiusi tra le mura domestiche, siamo stati sovrastati dalle parole, parole lette e parole diffuse dai mass-media che abbiamo ascoltate sì ma senza mai poter replicare, poter interloquire; prigionieri, di messaggi che ci hanno incupito, trasformandoci in esseri muti, spaventati se non addirittura terrorizzati. Ecco allora che le parole di Tatiana acquistano un nuovo significato e sono diventate il supporto delle opere.

Tatiana ha lavorato per esplicitare in modo efficace il suo pensiero, così ha deciso e, attraverso l'esecuzione di collage pieni di piccoli strappi di giornale, è riuscita a dare spazio alla fantasia. Mi piace pensare che abbia voluto illustrare una fiaba mai scritta. Tutti questi pezzetti di carta sono diventati le piume formanti le grandi ali che le hanno permesso metaforicamente di staccarsi e di allontanarsi dal contesto così gravoso. Le stesse parole allora si sono staccate e sollevate dal fondo fino a comporsi in volo e nella fantasia di ciascuno in pensieri positivi, leggeri, affettuosi, interpreti di straordinarie favole.

Piume di parole che volano nel cielo, dove si muovono con armonia e riescono a guidarci nella fantasia, scegliendo le frasi per comporre una storia sconosciuta. "Guarda avanti... vola", "Vola, vola... come uccello", "Vola... quando la musica è nel cuore", "Non avere paura di sognare" sono alcuni titoli delle tecniche miste presentate. Opere significative, piene di speranza e benauguranti, opere che riescono a comunicare un messaggio positivo e propositivo, ma soprattutto universale".

Tatiana Lapteva (Germania, 1970), artista e designer, nell'Unione degli Artisti (Russia) dal 1999, nella Fondazione Internazionale dell'Arte dal 2000, AIA (Associazione Italiana Acquerellisti) dal 2020, da San Pietroburgo si trasferirsce a Mosca fino a 2012. Attualmente vive e lavora in Italia. Si è laureata presso la Facoltà di design in "Interior Design" e successivamente ha ottenuto la specializzazione nei corsi di "Fine art, disegno e progettazione". Ha lavorato per la prima rete della Tv Russa con la serie "Collezione di idee".

Alcune cartoline sono state pubblicate in America e in Russia e la realizzazione "Il gatto blu" è stata inclusa, negli Stati Uniti d'America, nel novero delle migliori cartoline del 2000. Ha lavorato come direttore artistico del settore russo nella compagnia americana "Art Design". Suoi dipinti e creazioni di giocattoli si trovano in collezioni private in Russia, Germania, Olanda, Francia, Inghilterra, USA, Italia. È autrice e consulente della rubrica dedicata al design di interni della rivista "Seasons" (edizione russa) e ad altre riviste specializzate per Giornali di arte decorative russi, 152 (lavori). È autrice di 20 libri di arte decorativa e di 6 manuali di scuola di acquerello insieme con Valerio Libralato (casa editrice "Eksmo" Mosca, Russia).




Acquaforte su rame di cm 30.4x21.8 realizzata nel 1924 da Carlo Carrà denominata La casa dell'amore II o Interno o La massaia Litografia su zinco di cm 35.9x25.8 realizzata nel 1919-1949 da Carlo Carrà denominata La figlia dell'Ovest o La fanciulla dell'Ovest Matita litografica su carta di cm 28x37 realizzata nel 1942 da Arturo Martini denominata Viaggio d'Europa Appare l'angelo Fenice Dipinto a olio su cartone di cm 58x48.3 realizzata nel 1946 da Arturo Martini denominato La siesta Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione.
L'opera grafica


12 giugno (inaugurazione) - 03 ottobre 2021
Museo del Paesaggio (Palazzo Viani Dugnani) - Verbania
www.museodelpaesaggio.it

Mostra con opere provenienti dalla collezione del Museo e da una collezione privata milanese, a cura di Elena Pontiggia e di Federica Rabai, direttore artistico e conservatore del Museo. Oltre 90 opere, per lo più di grafica, dei due grandi artisti del Novecento italiano che si sono distinti e affermati proprio grazie all'invenzione di un nuovo linguaggio in pittura e scultura. Completa il percorso dedicato al mito e alla visione una serie di sculture di Arturo Martini, presentate accanto ai bozzetti, ai disegni e alle incisioni.

___ Carrà. L'opera grafica

In mostra sono esposte circa cinquanta tra acqueforti e litografie a colori, che comprendono tutti i più importanti esiti dell'artista. Si va dagli incantevoli paesaggi dei primi anni Venti, tracciati con un disegno essenziale e stupefatto (Case a Belgirate,1922), alla suggestiva Casa dell'amore (1922), fino alle visionarie immagini realizzate nel 1944 per un'edizione di Rimbaud, in cui Carrà, sullo sfondo della guerra mondiale, rappresenta angeli, demoni, creature mitologiche e figure realistiche, segni di morte ma anche di speranza (Angelo, 1944). Fin dagli inizi, inoltre, Carrà avvia grazie all'incisione un sistematico ripensamento della sua pittura, che lo porta a reinterpretare con acqueforti e litografie i suoi principali capolavori, dalla Simultaneità futurista alle Figlie di Loth, dal metafisico Ovale delle apparizioni al Poeta folle. L'incisione diventa così per l'artista un momento di verifica, ma anche uno struggente album dei ricordi.

- La Stagione iniziale (1922-1928)

Le prime incisioni di Carrà - tutte acqueforti, con l'unica eccezione della litografia I saltimbanchi, destinata a una cartella edita a Weimar dal Bauhaus - risalgono al 1922-1923. E' però nel 1924 che l'artista si dedica sistematicamente all'incisione, grazie agli insegnamenti di Giuseppe Guidi, che quell'anno aveva aperto un laboratorio calcografico nella sua stessa casa, in via Vivaio a Milano. Esegue infatti trentatré acqueforti e stampa i rami che aveva inciso, ma non impresso, nel biennio precedente.

Carrà adotta un segno sintetico, duro, capace di esprimere il suo mondo di figure e luoghi sottratti al tempo. E' soprattutto il paesaggio ad attrarlo, che vuole trasformare in "un poema pieno di spazio e di sogno". Fin dagli inizi, però, l'incisione serve a Carrà anche per rielaborare opere precedenti, in un'incontentabile ricerca espressiva. Questa fervida stagione iniziale ha un'appendice nel 1927-1928, quando Carrà, che in quel periodo aderisce al gruppo del "Selvaggio" (la rivista toscana animata da Maccari, a cui sono vicini Soffici, Rosai, Morandi e altri artisti) esegue litografie e acqueforti caratterizzate da un linguaggio più pittoricistico.

- La Stagione delle Litografie (1944-1964)

Nel 1944, dopo un intervallo di sedici anni dalle ultime incisioni, Carrà torna a dedicarsi alla grafica. A differenza degli anni Venti, quando aveva praticato soprattutto l'acquaforte, ora è la litografia a impegnarlo, sia in bianco e nero che a colori. Le tavole di Carrà si raggruppano quasi sempre in progetti articolati. Nel 1944 pubblica la cartella Segreti, in cui prende vita un paesaggio trasognato (il lago di Como, visto da Corenno Plinio dove l'artista era sfollato nel 1943) immerso in una quiete irreale. Sempre in questo periodo si dedica intensamente all'illustrazione.

Nello stesso 1944 esegue dodici tavole per Versi e prose di Rimbaud, dove compare un mondo di angeli, demoni e segni di morte (riflesso dei tragici momenti della guerra). Nel 1947 illustra L'Après-midi et le Monologue d'un Faune di Mallarmé, tradotto da Ungaretti. A partire dal 1949, ormai alla soglia dei settant'anni, ripensa invece sistematicamente alla propria opera. Nella cartella Carrà 1912-1921 (Venezia 1950) e nei due album Carrà n. 1 e n. 2 dei primi anni Sessanta riprende opere del periodo futurista, primitivista e metafisico. Tutto il corteo di muse e maschere inquietanti nate quaranta-cinquant'anni prima gli si ripresentano alla memoria con la levità di un dagherrotipo, o con cromatismi leggeri e impalpabili. Come apparizioni.

___ Arturo Martini. L'opera pittorica e grafica

Alla fine degli anni Trenta Martini prende sistematicamente a dipingere, accettando la sfida di un linguaggio per lui quasi nuovo, di cui deve assimilare pazientemente la tecnica. In pittura non è il maestro celebrato, ma un principiante che parte quasi da zero e conosce imperfezioni, incertezze, fallimenti. Certo, in passato, soprattutto da giovane, aveva eseguito disegni, incisioni e anche qualche quadro, ma quelle prove non bastano a dargli la padronanza del mestiere e nelle sue lettere alla moglie Brigida rivela tutte le sue ansie, insieme alle sue speranze. "Non mollo l'osso, devo spuntarla, deve nascere la mia pittura" le scrive e più tardi: "Mi par d'aver trovato con questa nuova speranza la vita, perché di scultura non ne potevo più, ero nauseato".

In autunno, da Vago di Lavagno, nel Veronese scrive: Spero [...] poter dipingere dal vero i paesaggi che mi stanno attorno. Domani mi proverò ad uscire con una cassetta di colori, vedremo se capirò qualche cosa, però nella peggiore delle ipotesi studierò dal vero, sfogherò un desiderio che da tanto tempo avevo". Commuove pensare che chi parla così, come un pittore della domenica, non è un dilettante ma un maestro, il vincitore del gran premio alla Quadriennale, uno degli artisti più famosi d'Italia, se non d'Europa. In quella scommessa difficile, in quel corpo a corpo con la tela, che lo colma di gioia nonostante le difficoltà dell'esecuzione e le incertezze degli esiti, Martini si gioca tutto, anche il benessere faticosamente conquistato dopo anni di fame. "Forse dipingerò sempre anche se questo mi porterà come un tempo alla miseria".

Il 17 febbraio 1940 alla Galleria Barbaroux di Milano, Martini inaugura la sua prima mostra di pittura. Ventitré quadri, dipinti tutti nel 1939 tra Vago, Burano e Milano. "E' certo l'avvenimento maggiore della cronaca artistica dell'annata [...] Martini ha raggiunto [...] i gradini più alti della pittura contemporanea" aggiungeva euforico Guido Piovene, allora critico d'arte del Corriere della Sera. "Il risultato è stato inaspettato, la critica entusiasta [...] le vendite al modo che si comperasse pane in periodo di carestia" riconosceva anche Martini.

Preceduta in gennaio da un articolo trionfale, sempre di Piovene, sul diffuso supplemento del Corriere ("Martini è un grande scultore, ma da questo momento v'è un grande pittore in più"); governata da una concezione idealistica dell'arte, secondo cui i generi non contano e "i buoni scultori sanno anche disegnare", la critica non aveva lesinato le lodi per quelle tele che univano il segno approssimativo dell'espressionismo lirico a una solidità appunto da scultore. Anche un osservatore esigente come Savinio giudicava i quadri di Martini "rapidi, poetici, geniali".

Le circa quaranta opere in mostra sono comprese tra il 1921 e il 1945 coprendo tutta la carriera dell'artista, a iniziare dal lavoro a matita su carta Il circo del 1921 circa, importate disegno del momento di "Valori plastici" quando Martini è molto prossimo a Carrà e in genere a una personale rivisitazione della congiuntura metafisica. Ricorda la grafica di Carrà per i corpi bloccati dentro un segno sigillante, e, nel contempo, sembra di cogliervi un'eco di Parade di Picasso, il grandioso sipario eseguito a Roma nella primavera del 1917 quando anche Martini frequentava sporadicamente la capitale. Segue Carnevale del 1924, incisione pubblicata sulla rivista "Galleria" accompagnata da una breve poesiola non-sense sul "Carne-vale". Si differenzia per levità di tratto dalle coeve xilografie pubblicate sulla stessa rivista, caratterizzate invece da tratti pesanti e scultorei.

Interessante è il Suonatore di Liuto del 1929, prima opera donata da Martini a Egle Rosmini al momento della loro conoscenza, e comunque l'unica con la dedica. Raffigura un giovane uomo in posizione stante, vestito in abiti rinascimentali: forti le assonanze con un affresco, oggi in parte perduto, in una facciata di un palazzo a Treviso, dove ricorre il particolare del vestito diverso nelle due gambe. Importante poi il ciclo di incisioni eseguite a Blevio nell'estate del 1935 su soggetti già trattati anche in scultura - come L'Attesa e Ratto delle Sabine - o già presenti in altre incisioni precedenti - come L'uragano; altre però sono nuove come Il fabbro inserito nell'antro oscuro come un Vulcano moderno o Il Samaritano che sembra partecipare anche fisicamente al dolore del corpo vulnerato del povero.

Il fatto che non sussistono riscontri stilistici tra le opere plastiche modellate a Blevio nello stesso frangente e queste opere grafiche (discrasia evidente nel caso del bassorilievo del Ratto delle Sabine in mostra) attesta che Martini accedeva a mezzi espressivi diversi proprio per staccare un registro espressivo dall'altro. In queste incisioni la trama delle linee è fittissima fino a oscurare la superficie, quasi a emulazione della maniera nera.

Nel 1942 realizza 11 disegni preparatori - tutti in mostra - del Viaggio d'Europa per l'illustrazione dell'omonimo racconto di Massimo Bontempelli. Tra questi disegni preparatori e la versione definitiva delle illustrazioni c'è lo stesso rapporto che sussiste tra i bozzetti delle opere monumentali e l'esito finale. Rigidi e puramente orientativi questi "bozzetti" sono serviti a Martini per un primo approccio al soggetto del racconto bontempelliano e, pur testimoniando la presenza di alcuni topoi martiniani - il dormiente, l'incontro di due figure, gli squarci spaziali - e di un generale clima "metafisico", è evidente il loro carattere provvisorio e di studio.

Del 1944-45 sono il gruppo di incisioni predisposte da Martini per l'illustrazione della traduzione italiana dell'Odissea a cura di Leone Traverso, poi non pubblicata. Eseguite a Venezia, rivelano un lato straordinario della versatile fantasia martiniana, anche qui orientata a sperimentare materiali "poveri" e linguaggi poveri, al limite tra immagine e pura suggestione timbrica. Pubblicate postume soltanto nel 1960 sono tra le prove più convincenti della grafica martiniana. Accanto a queste prove dell'artista sono esposte dieci sculture come La famiglia degli acrobati, Can can, Adamo ed Eva, Ulisse e il cane, Testa di ragazza, Busto di ragazza e tre tele: Sansone e Dalila, La siesta e Paesaggio verde per rafforzare il tema della differenza tra disegno e realizzazione finale delle opere, pezzi unici di grande valore storico e artistico.

Carlo Carrà (Quargnento - Alessandria, 1881 - Milano, 1966), dopo gli studi all'Accademia di Brera, dove è allievo di Cesare Tallone, è tra i firmatari, nel 1910, del Manifesto Futurista, con Boccioni, Balla, Severini, Russolo. Nel 1911 e nel 1912 si reca a Parigi, dove ha contatti con i maggiori protagonisti delle avanguardie, stringendo amicizia in particolare con Apollinaire e conoscendo Picasso, Braque, Matisse, Derain. A partire dal 1915-16 sviluppa una ricerca primitivista che ripensa al Doganiere Rousseau, ma anche a Giotto e a Paolo Uccello. Richiamato al fronte nel 1916, conosce Giorgio De Chirico, con il quale dà vita alla pittura metafisica, cioè a un'arte che vuole indagare il significato ultimo della realtà, andando oltre (in greco "meta") la mera apparenza.

Vicino nel dopoguerra alla rivista romana "Valori Plastici" e poi, dalla metà degli anni Venti, al Novecento Italiano, sviluppa una pittura che lui stesso definisce "realismo mitico". I suoi paesaggi, infatti, non sono più una riproduzione veristica della natura, ma vogliono raggiungere la forma assoluta delle cose: vogliono essere, come scrive lui stesso "un poema pieno di spazio e di sogno". Anche negli anni Trenta, in cui è tra i protagonisti della rinascita della pittura murale, e nel secondo dopoguerra l'artista prosegue la sua ricerca.

Da una famiglia poverissima e litigiosa, Arturo Martini (Treviso, 1889-1947), inizia a lavorare a dodici anni e solo a diciotto, grazie a una borsa di studio, può studiare scultura a Venezia. Con i primi faticati guadagni soggiorna a Monaco (1909) e a Parigi (1912), ma nello stesso 1912 rientra in Italia per la morte del padre. Protagonista con Gino Rossi della stagione rivoluzionaria di Ca' Pesaro, nel 1912 si avvicina al futurismo e, dopo la guerra, al "Novecento". Nel 1920 si sposa, ma non ha i soldi per mantenere la moglie Brigida, di Vado Ligure, e deve separarsene per cercare lavoro a Milano. Tornato a Vado dipende, tra mille umiliazioni, dall'aiuto del suocero. Intanto aderisce alla rivista "Valori Plastici" ed è tra i maggiori interpreti degli ideali classicheggianti dell'epoca.

Nel 1931 il miracolo: alla Quadriennale di Roma vince il primo Premio di centomila lire, leggendario in un'Italia che sognava di avere "mille lire al mese". Sempre in questo periodo in un grande forno-studio porta la terracotta a proporzioni monumentali e a esiti di straordinaria poeticità. Si lega quindi alla giovane Egle Rosmini, nata a Selasca (Verbania), pur non interrompendo il rapporto con Brigida e i figli. Questo periodo felice, che chiama "la stagione del canto", finisce però alla fine del decennio. I suoi ultimi anni, in cui "scopre" il marmo, sono spesso segnati dalla malattia e, nel 1945, da un umiliante processo di epurazione, oltre che da una angosciosa crisi d'identità che lo porta a considerare la scultura una "lingua morta". (Comunicato Ufficio Stampa Lucia Crespi)

Immagini (da sinistra a destra):
Carlo Carrà, La casa dell'amore II o Interno o La massaia, 1924, acquaforte su rame, cm 30.4x21.8
Carlo Carrà, La figlia dell'Ovest o La fanciulla dell'Ovest, 1919-1949, litografia su zinco, cm 35.9x25.8
Arturo Martini, Viaggio d'Europa: Appare l'angelo Fenice, 1942, matita litografica su carta, cm 28x37
Arturo Martini, La siesta, 1946, olio su cartone, cm 58x48.3




Opera realizzata da Armando Pelliccioni Armando Pelliccioni
"Esplosioni risonanti"


12 giugno (inaugurazione) - 25 giugno 2021
Arte Borgo Gallery - Roma
www.arteborgo.it

Mostra personale, a cura di Anna Isopo, con presentazione del critico d'arte Cinzia Folcarelli. Armando, attraverso i suoi studi, riesce a coniugare l'utilizzo del detonatore alla sua passione per l'arte creando un corpus di venticinque opere inedite di piccolo formato realizzate appositamente per la mostra "Esplosioni risonanti". "Uomo e Natura, Scienza ed Arte non sono entità diverse e separate, ma entità strettamente interconnesse ed interagenti". Armando Pelliccioni, fisico ed artista, nelle sue opere materializza sulla tela le meraviglie del Cosmo. Attraverso delle vere esplosioni, "Big Bang in miniatura", egli ritrova le stesse strutture osservate nell'Universo.

Le infinite forme prodotte in ogni esplosione riflettono infatti le leggi della fisica e della matematica. Inoltre ogni opera di Pelliccioni è densa di particolari caotici - frattali che sono essi stessi delle opere d'arte. Attraverso le "Esplosioni risonanti", frutto di ricerca e studio, egli vuole dimostrare che la Natura è ripetibile ma individuale, proponendo opere che mostrano la differenza nell'uguaglianza. Utilizzando solo i colori primari e lo stesso tipo di detonatore in ciascuna esplosione, l'artista opera un processo di scomposizione e ricomposizione della complessità della Natura che crea forme diverse partendo dalle stesse caratteristiche iniziali. (Comunicato stampa)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare.

In questo contesto la poetica sensibile del fotografo e l'attitudine sperimentale dell'azienda si incontrano e danno vita ai Portfolio Marazzi, un progetto di ricerca fotografica in cui Ghirri coinvolge i fotografi John Batho, Cuchi White, Charles Traub per interpretare i nuovi brevetti e collezioni di Marazzi, e in cui la ceramica è letta come superficie e spazio mentale, possibilità infinita di composizione, luce e colore. "Trasformare la materia attraverso la forma, la luce e il colore per renderla viva: questo per Marazzi è fare ceramica" così Filippo Marazzi presentava il lavoro di ricerca della Marazzi e di Ghirri - "Non sorprende che l'occhio attento di un grande fotografo come Luigi Ghirri abbia colto con esattezza l'espressione di questa realtà e l'abbia interpretata secondo la propria personale lettura".

Le molte immagini create da Ghirri per Marazzi sono state conservate da allora nell'archivio dell'azienda: un corpus di opere quasi totalmente inedito di foto e stampe in edizione limitata per lo più mai esposte o pubblicate, se non per il nucleo scelto per Foto/Industria 2019, a cura di Francesco Zanot, la Biennale dedicata alla fotografia della Fondazione MAST. Un patrimonio consistente che oggi, grazie all'impegno di Marazzi e alla collaborazione con l'Archivio Eredi Luigi Ghirri, è al centro di un'importante operazione di valorizzazione: la condivisione di un'esperienza culturale unica che aggiunge un tassello importante alla conoscenza dell'opera e della ricerca di un maestro assoluto della fotografia italiana.

Primo elemento di questa operazione è Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985, un prezioso volume non destinato alla vendita che raccoglie una selezione di 30 fotografie realizzate dall'artista nel corso dei dieci anni di sodalizio con l'azienda, accompagnate da testi dello scrittore Cosimo Bizzarri e del critico fotografico e curatore Francesco Zanot. Questa stessa selezione è anche il primo nucleo di opere presentate all'interno del sito dedicato, che sarà progressivamente arricchito con apparati, testi e informazioni sulle iniziative che verranno organizzate nel tempo. Infine, le immagini saranno protagoniste di un progetto espositivo su scala europea che ha il suo simbolico inizio con il piccolo focus sull'opera simbolo di questa operazione, ospitata nelle sale dei Musei Civici di Reggio Emilia a partire dal 21 maggio fino al 4 luglio 2021 nell'ambito di Fotografia Europea.

Nelle fotografie realizzate in quegli anni per Marazzi, Ghirri guarda appunto alla piastrella in modo nuovo. A differenza dei fotografi commerciali, si interessa profondamente al soggetto e lo interpreta liberamente: la piastrella diventa sfondo per una rosa, superficie su cui posare due pastelli, palcoscenico in miniatura per un pianoforte. "La ceramica" - scrive Luigi Ghirri a proposito del suo lavoro - "ha una storia che si perde nella notte dei tempi. È sempre stata un 'oggetto' su cui si vengono a posare altri oggetti: i mobili, i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi.

Realizzando queste immagini, ho ripensato a tutto questo e ho cercato di ricostruire, con l'aiuto di superfici di diversi colori, nella sovrapposizione degli oggetti e delle immagini, uno spazio che, invece di essere lo spazio fisico e misurabile di una stanza, fosse l'idea dello spazio mentale di un momento, di una sovrapposizione che può prodursi o si produce, in una delle numerose stanze riscoperte grazie a queste superfici. Questo lavoro, al di là di altri significati, è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria".

La collaborazione con Marazzi si colloca in mezzo a due momenti cardine della carriera del fotografo emiliano - tra la fase di totale sperimentazione degli anni Settanta e quella che nella seconda metà degli anni Ottanta lo porta all'apice della sua ricerca sulla rappresentazione dei luoghi che è "Viaggio in Italia" (1984) - e in un certo senso costituisce le premesse e la sintesi di questi filoni di ricerca e interesse. Come sottolinea nel volume Francesco Zanot "Lontanissima dai canoni della promozione pubblicitaria, questa committenza è al contrario un'importante occasione per sperimentare che dimostra l'urgenza assoluta del fotografo emiliano nel mettere alla prova e proseguire un'esplorazione che tocca alcuni punti cruciali del nostro rapporto con il mondo." Marazzi Group, presente in più di 140 Paesi, è universalmente riconosciuto come sinonimo di ceramica di alta qualità per pavimenti e rivestimenti e simbolo del miglior made in Italy nel settore dell'arredamento e del design. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

___ANNO XXXIII
N.6 - Giugno-Luglio-Agosto 2021
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___ Anno XXXII
N.10 - Dicembre 2020
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N. 4 - Aprile 2020




Installazione della mostra Studiofloor and Diamond Paintings di Michael Krebber alla Fondazione Antonio Dalle Nogare nel 2021 in una fotografia di Jürgen Eheim, Fotostudio Michael Krebber
Studiofloor and Diamond Paintings


29 maggio 2021 - 08 gennaio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

Prima mostra personale di Michael Krebber in Italia, curata da Vincenzo de Bellis. Artista di fama internazionale e figura centrale sulla scena artistica tedesca tra gli anni Ottanta e Novanta, Michael Krebber (Colonia, 1954) è diventato negli anni riferimento per un'intera generazione di artisti più giovani, grazie a una costante ricerca attenta a mettere in discussione le convenzioni e i confini del medium pittorico, inteso dall'artista come spazio di dialogo e zona di contaminazione, piuttosto che un modo finalizzato alla produzione di un oggetto. Krebber porta avanti da decenni una ricerca contraddistinta da un approccio concettuale alla pittura, basandosi sulla convinzione che non sia possibile inventare qualcosa nuovo nell'arte, poiché tutto è già stato inventato.

Piuttosto che "inventare qualcosa di nuovo", gli interventi minimali e apparentemente irrisolti di Krebber restituiscono allo spettatore una tela aperta e piena di possibilità: come una frase incompiuta, le sue opere lasciano lo spettatore libero di immaginare che cosa potrebbe succedere. La pittura è intesa dall'artista quasi come una performance: il suo è stato definito un "sistema di esitazioni in cui forze opposte simultaneamente si incoraggiano e si ostacolano", espandendo la pittura al di là della nozione convenzionale del dipinto come oggetto. L'estetica incompiuta di Krebber non è tuttavia il risultato di un tentativo di sabotaggio del medium, quanto piuttosto della precisa volontà di estendere il discorso al di fuori della tela e dello spazio tradizionalmente attribuito alla pittura. Intenzione che emerge con particolare chiarezza nelle due serie esposte in mostra.

La serie intitolata studiofloor MK/P MK19/087/1-8 (2000), fu presentata con un'immagine enigmatica sulla copertina di Artforum nel 2005. Per una mostra di qualche anno prima Krebber chiese in prestito ad alcuni collezionisti una serie di suoi stessi dipinti che dispose su grandi tavoli al centro della stanza. Capovolgendo una nozione più comune di display, le pareti, rimaste vuote - sulle quali sarebbero dovuti essere installati i dipinti - furono ricoperte da grandi pannelli di masonite, porzioni di pavimento dello studio dell'artista, tagliate e posizionate sul muro come fossero quadri.

La sostituzione delle più tradizionali tecniche pittoriche con l'utilizzo del readymade ritorna anche nella seconda serie esposta in mostra. Nelle quattordici tele di Diamond Painting (2003), Krebber smitizza in maniera sistematica, come d'altra parte suggerisce il titolo della serie, la centralità del soggetto e della tecnica in pittura, suggerendo invece uno spazio aperto alla sospensione e all'incompletezza. Tessuti acquistati in negozio, decorati con pattern prestampati, sostituiscono la tradizionale tela e divengono la superficie su cui Krebber dipinge semplici forme geometriche di rombi bianchi. Come spesso accade nel suo lavoro, il riferimento a influenti artisti tedeschi, in questo caso che hanno utilizzato il tessuto, come Rosemarie Trockel e Sigmar Polke, rivela la profonda conoscenza della storia dell'arte e della pittura contemporanea. La mostra è realizzata in collaborazione con Greene Naftali, New York. (Comunicato stampa)




Dipinto di Riccardo Corti "Restart"
19 giugno - 19 settembre 2021
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com

Rassegna di arti visive curata da Gianni Costa, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, patrocinata dal Comune di Camaiore. L'iniziativa punta a lanciare un forte segnale di ripartenza, offrendo al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini (Firenze, 1873-1956) agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Nella mostra verranno esposti recenti dipinti di Riccardo Corti, Beppe Francesconi, Guido Morelli, Armando Orfeo e Valente Taddei. I cinque artisti, seppur diversi tra loro per formazione estetica, stili e tecniche pittoriche, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della figurazione contemporanea. Nel giardino della Residenza d'Epoca saranno collocate alcune sculture dell'urban artist Giovanni da Monreale. Riccardo Corti (Firenze, 1952) dipinge a olio esili pini marittimi, in composizioni equilibrate nelle quali l'eleganza dinamica delle forme si unisce alla morbidezza delle sfumature. Ne nasce una pittura poetica e dalla spiccata valenza simbolica, nel contesto di un'indagine estetica mai fine a se stessa.

Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961) tratteggia racconti che si snodano sul filo di un originale registro visionario: le composizioni con piccoli animali che tendono a levarsi in volo esprimono la volontà di superare i problemi materiali e di immergersi in un fiabesco mondo di utopie. Guido Morelli (La Spezia, 1967) raffigura sintetici paesaggi naturali nei suoi oli dall'impronta materica. E' una pittura 'mentale', in cui è accentuata la dimensione della memoria: l'artista si concentra sul linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi dagli aspetti descrittivi e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità. Nelle sue tecniche miste, Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) riproduce surreali paesaggi urbani e marini nei quali si stagliano architetture audaci. L'artista realizza un onirico affresco sulla condizione dell'essere umano, servendosi di un'ironia volta a stimolare una meditazione non banale sull'esistenza.

Valente Taddei (Viareggio, 1964) realizza dipinti a olio e china dal taglio narrativo, nei quali un minuscolo individuo si ritrova in situazioni paradossali, sospeso in tempi e spazi indefiniti. La linea tracciata dall'artista asseconda le peripezie del piccolo personaggio, icona della fragilità umana in bilico tra sogno e inconscio. Giovanni da Monreale (Monreale, 1980) è autore di colorate sculture iperrealiste in cemento e in vetroresina, rappresentanti scene di vita quotidiana. Le sue opere, dal potente impatto visivo, offrono uno spunto di riflessione riguardo agli effetti negativi della dipendenza tecnologica sui giovani. (Comunicato stampa)

Immagine:
Dipinto di Riccardo Corti




Ravenna dantesca: l'emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni

Un disegno a inchiostro, un commosso tributo a Dante realizzato nel 1863: ha finalmente un nome l'artista che lasciò questa insolito omaggio su uno degli albi che per oltre un secolo hanno raccolto le firme dei visitatori nella tomba del poeta. È il pittore, incisore e fotografo Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 - Perugia 1869), vicino alla Scapigliatura, allievo di Giacomo Trecourt e amico di Tranquillo Cremona. La biografia dell'artista lombardo, morto suicida nel 1869, racconta la storia di un genio tormentato e instabile, che ottenne successi a Parigi e Roma ma che non riuscì a venire a patti con i suoi demoni. Nel suo breve itinerario esistenziale raccolse meno di quanto il suo straordinario talento non meritasse ma fu all'insegna della continua sperimentazione e dell'insoddisfazione che si svolse la sua ricerca artistica: passò dalla pittura storica, che tentava di liberarsi dai canoni imposti dall'ormai ingombrante figura di Francesco Hayez, all'incisione e alla fotografia, sempre con originalità e dedizione.

Fu apprezzato da molti contemporanei ma anche osteggiato da parte della critica ufficiale. Sono noti anche i suoi sentimenti patriottici, di stampo mazziniano, e la vicinanza alla famiglia Cairoli : suoi amici furono in particolare Ernesto (1833-1859), caduto nella battaglia di Varese e da lui ritratto in un celebre dipinto del 1862 (Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo), e Benedetto (1825-1889), garibaldino, cospiratore e poi presidente del Consiglio, cui l'artista inviò l'ultima, drammatica lettera della sua vita, dopo la quale si uccise ingerendo cianuro. Era il 1869 e l'artista aveva solo 36 anni.

Il riconoscimento si deve a Benedetto Gugliotta, responsabile dell'Ufficio Tutela e valorizzazione dell'Istituzione Biblioteca Classense e curatore della mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, nella quale il disegno è attualmente esposto fino al 17 luglio prossimo. Il percorso è una riflessione sull'ultimo centenario della morte di Dante (1921), è segnato dalla presenza di diversi albi di firme, usati un tempo nella tomba del poeta per raccogliere pensieri, omaggi o anche semplici firme di visitatori e visitatrici illustri o del tutto sconosciuti.

In apertura il curatore ha collocato questo straordinario omaggio simbolico, un'opera d'arte giunta fin qui anonima e che poteva ben rappresentare l'affetto e l'attaccamento che gli italiani hanno provato per Dante nei secoli e per le più disparate ragioni. «In questo caso», afferma il dott. Gugliotta, «era evidente un'allusione alle lotte risorgimentali, in considerazione della data, quella sì, annotata in calce al disegno, e del verso riportato sul basamento del monumento ideale al poeta: "Libertà vo [sic] cercando..." (Purgatorio, canto I, v. 71), che è quasi un mantra del Risorgimento italiano che aspirava, con le sue diverse anime, alla liberazione della Patria e alla sua unità. Il disegno è stato notato già in passato e nel 1882 gli erano state dedicate parole non benevole dallo scrittore e critico letterario Adolfo Borgognoni, zio di Corrado Ricci, che con poca acutezza e senza ovviamente averne riconosciuto l'autore, lo definì "peggio che mediocre"». (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Dipinto olio su tela di cm 40x30 denominato realizzato Arpocrates 2 nel 2018 da Giuseppe Gonella, Courtesy artista e Galleria Giovanni Bonelli Dipinto olio su tela di cm 200x180 denominato Dentro realizzato nel 2021 da Chiara Calore, Courtesy artista e Galleria Giovanni Bonelli Chiara Calore | Giuseppe Gonella
Private Mythologies


05 giugno (inaugurazione) - 06 luglio 2021
Galleria Giovanni Bonelli - Pietrasanta (Lucca)
www.galleriagiovannibonelli.com

Mostra bi-personale dei pittori Chiara Calore (Abano Terme, 1994) e Giuseppe Gonella (Motta di Livenza, 1984), curata da Carlo Sala nello spazio esempio di recupero industriale subito fuori le mura, nella via che costeggia l'accesso alla città. In esposizione venti lavori tra dipinti, sculture e tecniche miste che fanno entrare lo spettatore nell'universo pittorico degli artisti fatto di archetipi visivi, figure ricorrenti, personali mitologie e profondi stati d'animo.

Nei dipinti di Chiara Calore sono rappresentati dei contesti in perenne mutazione dove il mondo animale si fonde a quello vegetale e la figura umana si lega al trascendente. Siamo di fronte a un magma pittorico dentro al quale le allusioni alla pittura classica e agli idoli antichi si uniscono a un immaginario contemporaneo fatto di immagini vernacolari tratte dalla rete; il tutto congeniato con il gusto narrativo tipico delle fiabe, dei miti e delle storie bibliche. Gli accadimenti che vediamo nei lavori della Calore sembrano voler destabilizzare il precario equilibrio del reale, rivelando così una sorta di narrazione favolistica fatta di improvvise epifanie dove il denominatore comune è l'incontro tra gli elementi terrestri e quelli celestiali.

Nel dipinto DAMA e cavallo (2021) sono richiamate le fattezze del mirabile abito della protagonista del dipinto Las Meninas (1656) di Diego Velázquez, sovvertendone però l'austerità e ponendo la fanciulla in sella a un cavallo dalle dimensioni spropositate: le due figure sembrano così fondersi e dar vita a un centauro posto in uno scenario dai contorni grotteschi. Il dipinto La trama di Lana (2021) si arricchisce di ampie porzioni materiche cucite dall'artista che, pur usando dei materiali di riciclo, riesce a richiamare la perizia e bellezza delle finiture degli arazzi antichi.

Nel suo caso però, la figura al contro della scena non ha l'intento celebrativo delle composizioni tradizionali, e al contrario vuole trasmettere allo spettatore un sentimento straniante. A chiudere l'intervento dell'artista sono una serie di sculture di piccole dimensioni allestite in modo da creare una personale Wunderkammer composta da curiosi personaggi in bilico tra ironia, estasi e follia. Giuseppe Gonella presenta una serie di tele di grandi dimensioni dove il paesaggio assume una particolare valenza, divenendo il teatro espressivo di tutta una serie di tensioni umane. Nel dipinto Under the Skin of the Sea (2020) il pittore rappresenta un fondale marino che appare come un abisso ignoto, carico di fascino e mistero. Un turbinio di colori dentro cui farsi strada alla ricerca di quel senso del sublime che il filosofo Immanuel Kant definiva come una "continua meraviglia".

Un'idea di perenne moto, fisico e interiore, sottende anche al lavoro Path of the Gods (2020) dove le figure umane nella dinamica del viaggio sembrano compenetrarsi con la vegetazione del territorio creando una realtà sospesa e rarefatta. L'opera The Surprise (2018/20) rimanda a uno scenario nordico composto da ghiacciai, vulcani e montagne innevate dove i colori dell'alba fanno da sfondo all'incontro tra un uomo e una donna: sono due figure odierne, ma in esse vi è tutta la carica del mito, quasi fossero dei novelli Elena e Paride che si ritrovano in seguito a vari travagli della vita. In mostra sono esposti anche una selezione di ritratti dove i volti dei protagonisti appaiono come dei "campi di battaglia" della pittura: la mimesi delle figure femminili è prima delineata, per poi essere alterata, e a tratti negata, generando una marcata tensione formale.

Tra questi spicca l'opera Traum eines Fru¨hlingsmorgens (2018/19) ispirata al poema Sogno di un mattino di primavera (1897) di Gabriele D'Annunzio: nel lavoro di Gonella è espresso il medesimo sentimento dell'opera narrativa unendo in una sola figura amore, follia, morte e rinascita attraverso una pittura vigorosa che traspone il volto femminile caricandolo di un pathos malinconico e una tensione tragica. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini:
Giuseppe Gonella, Arpocrates 2, 2018, olio su tela cm 40x30, Courtesy artista e Galleria Giovanni Bonelli
Chiara Calore, Dentro, 2021, olio su tela cm 200x180, Courtesy artista e Galleria Giovanni Bonelli




Giorgio Morandi in una foto di Lamberto Vitali, settembre 1958 Re-collecting
Morandi racconta. Il segno inciso: tratteggi e chiaroscuri


27 maggio - 29 agosto 2021
Museo Morandi - Bologna

Prosegue con il terzo e ultimo appuntamento dedicato a Giorgio Morandi, Re-collecting, ciclo ideato da Lorenzo Balbi che approfondisce temi legati alle collezioni permanenti dell'Area Arte Moderna e Contemporanea dell'Istituzione Bologna Musei. Dopo le rassegne dedicate ai Fiori e alle Nature morte, quella dedicata al tema dell'Incisione, a cura di Lorenza Selleri.

Partendo dalla domanda ricorrente "Che cos'è un'acquaforte?", il museo cerca di rispondere attraverso il terzo un focus incentrato su questa tecnica, di cui Morandi è stato maestro. Maestro in senso stretto, dal momento che dal 1930 diventa docente di Tecnica dell'Incisione all'Accademia di Belle Arti di Bologna, ma anche in senso lato, dati il suo rigore e la sua straordinaria capacità tecnica. Giorgio Morandi si dedicò alla grafica, e in particolare all'acquaforte, con impegno pari a quello dedicato alla pittura ("dipingo e incido paesaggi e nature morte", dichiarò egli stesso nel 1937), tanto che ne divenne un interprete straordinario, tra i più significativi di tutto il panorama europeo del suo tempo.

La sua maestria è paragonabile a quella dei grandi incisori del passato, Rembrandt in primis, che studiava con assiduità e fermezza. Le riproduzioni su volumi in folio, così come le stampe originali che teneva esposte nella casa-studio di via Fondazza, e nella sua aula in Accademia, erano funzionali alla sua necessità di poterne carpire la tecnica perfetta. Così avvenne la sua formazione (non esistendo all'epoca in Accademia un corso di studi per questa disciplina specifica) e quella dei numerosi allievi che frequentarono la sua aula durante i ventisei anni del suo insegnamento.

In quel periodo Morandi descrive così il tipo di addestramento impartito ai suoi studenti: "faccio eseguire qualche copia da incisori antichi e limito l'insegnamento all'acquaforte eseguita a puro segno". Durante il suo magistero si alternarono nella sua aula studenti tra cui oggi ravvisiamo nomi noti come Luciano Minguzzi, Pompilio Mandelli, Quinto Ghermandi, Luciano Bertacchini, Leone Pancaldi, e poi ancora: Vasco Bendini, Pirro Cuniberti, Dino Boschi, Luciano De Vita e Paolo Manaresi. Artisti, questi, che appresero la sua lezione e nel contempo se ne distanziarono, acquisendo una propria personalità o, come suggeriva Morandi stesso, un "proprio timbro".

Nello sviluppo della sua tecnica Morandi puntò sul segno per andare oltre il bianco e il nero; attraverso il tratteggio, infatti, tradusse i rapporti tonali, o meglio chiaroscurali, giungendo a valersi di quelli che Brandi argutamente definì "colori sottintesi". Del resto la sua attività pittorica procedeva di pari passo. L'acquaforte, come pure la pittura, comportò per lui una fruizione lenta del mondo di cose che aveva sotto gli occhi, quasi una meticolosa distillazione. Ma è appunto in questa meditata operazione che riuscì a percepire la qualità di ciò che aveva di fronte, e quindi ad impadronirsene attraverso un'abilità tecnica straordinaria, che non divenne mai virtuosismo fine a se stesso.

Il percorso espositivo della mostra si apre con una natura morta cubofuturista, tratta dalla prima e unica lastra incisa all'acquaforte nel 1915 (V.inc.3), e si conclude con un esemplare dell'ultima e unica natura morta che Morandi realizzò nel 1961 (V.inc.131). Sette delle quattordici acqueforti esposte entrarono a far parte del patrimonio del Comune di Bologna nel 1961, quando Morandi le donò, conservando l'anonimato, in occasione del riordino delle raccolte della Galleria d'Arte Moderna allora ubicata presso Villa delle Rose. Alcuni fogli appartenenti a collezioni private completano l'esposizione. Si tratta di opere concesse in comodato gratuito al museo in tempi più o meno recenti, come ad esempio I Pioppi e la Grande natura morta con la lampada a petrolio del 1930 (V.inc.76 e 75) e la già citata natura morta del 1961, appartenuta a Luciano Pavarotti. A queste si aggiunge la stampa della sola lastra, ad oggi nota, che Morandi incise con la tecnica della ceramolle.

Alcune vetrine permettono al pubblico di avere accesso a documenti che gettano luce sulla dedizione di Morandi verso la tecnica oggetto del focus espositivo e sui suoi lunghi anni di insegnamento. Tra questi spiccano le lettere dell'artista all'amico Mino Maccari e quelle di Carlo Alberto Petrucci, Direttore della Calcografia Nazionale di Roma a Morandi, oppure i registri, le note di qualifica e le relazioni provenienti dall'Archivio Storico Accademia di Belle Arti di Bologna. La mostra è accompagnata da una pubblicazione realizzata dall'ufficio editoriale dell'Area Arte Moderna e Contemporanea dell'Istituzione Bologna Musei con un testo della curatrice e immagini delle opere, in distribuzione gratuita per il pubblico. (Comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Dante e la miniatura a Bologna al tempo di Oderisi da Gubbio e Franco Bolognese
28 maggio - 03 ottobre 2021
Museo Civico Medievale di Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Richiamandosi al rapporto, intenso e fecondo, che Dante Alighieri ebbe in vita con la città di Bologna, le ragioni della mostra - curata da Massimo Medica - muovono dallo sguardo curioso e dalla attenta sensibilità critica che egli dovette rivolgere verso le arti figurative, di cui dimostrò di essere a conoscenza nei più importanti sviluppi coevi al suo tempo. Come è noto Dante soggiornò a Bologna in più occasioni: una prima volta probabilmente intorno al 1286-87, quando forse frequentò, come "studente fuori corso", l'Università. Più prolungato dovette essere invece il secondo soggiorno, che vide il poeta trattenersi in città per almeno due anni, dal 1304 al 1306.

Dopo avere lasciato Verona, e poi Arezzo, Dante ricercava ora nella scrittura e nello studio il motivo del suo riscatto che l'avrebbe risollevato dall'ignominia dell'esilio, iniziato nel 1302. Ed è probabile che in queste circostanze avesse scelto proprio Bologna come possibile nuova meta, atta a garantirgli le necessarie risorse per vivere e anche per studiare e scrivere. Una presenza che dovette consentirgli di entrare in contatto con alcuni di quei luoghi deputati alla produzione e alla vendita dei libri, dove probabilmente aveva avuto notizia dello stesso miniatore Oderisi da Gubbio di cui racconta l'incontro, tra i superbi, nell'XI canto del Purgatorio: «Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,/ l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte/ ch'alluminar chiamata è in Parisi?»/ «Frate», diss'elli, «più ridon le carte/ che pennelleggia Franco Bolognese;/ l'onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ed è in particolare in questo canto, spesso oggetto di riflessioni da parte degli storici dell'arte, a lasciar trapelare l'interesse del poeta per le discipline pittoriche e per l'arte della decorazione miniata del libro. Le terzine lasciano infatti intuire i rapporti del poeta con il mondo della produzione libraria ai più alti livelli, che non doveva limitarsi alla conoscenza personale dell'eugubino, come testimoniato dal riferimento all'enluminure parigina e all'altro miniatore Franco Bolognese, dimostrando come il sapere artistico di Dante fosse aggiornato, e non limitato solo alle figure più note di Cimabue e Giotto, ma anche edotto su un'arte più esclusiva ed elitaria come quella del minio.

Oderisi da Gubbio risulta in effetti documentato a Bologna tra gli anni sessanta e settanta del Duecento, il che induce a credere che egli avesse operato nell'ambito della miniatura locale del cosiddetto "primo stile" - una scuola tradizionale ancora legata allo stile bizantino - le cui caratteristiche ritornano, come documentano alcuni dei codici esposti, nella stesura rapida e corsiva, giocata su una gamma assai limitata di colori (ufficio del tempo, ms. 511; antifonario del tempo, ms. 513; lezionario, ms. 514; antifonario del tempo, ms. 515; antifonario del tempo, ms. 516; collettario, ms. 612). A questa prima fase dovette seguire più tardi una diversa e più aggiornata corrente di stile capace di rinnovare, nel ricorso ad una sintassi figurativa legata ai modelli della tradizione bizantina, il carattere delle decorazione dei codici bolognesi in una direzione goticizzante.

Questa ulteriore corrente, definita "secondo stile", ebbe come protagonista il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, nome che gli deriva da una sontuosissima Bibbia oggi conservata alla Biblioteca Capitolare di Gerona. Come risulta dai graduali da lui miniati per la chiesa di San Francesco (mss. 526,527) la sua attitudine a confrontarsi con i modelli più colti della cultura ellenistico-bizantina rivive nelle cadenzate euritmie che caratterizzano le varie figurazioni, ripensate si direbbe direttamente sugli esempi della miniatura di età paleologa, ma anche antecedenti collegabili alla rinascenza macedone. Il tutto interpretato con una verve ed una vitalità, anche cromatica, di sapore tutto occidentale, tale da presupporre un confronto anche con le coeve novità della pittura monumentale, ben documentate a Bologna negli anni del più antico soggiorno di Dante, dalla Maestà che Cimabue eseguì per la chiesa dei Servi.

Ed è forse a questo cambiamento che Dante allude nella Commedia quando dopo avere fatto riferimento ad Oderisi da Gubbio parla appunto dell'altro miniatore, il fantomatico Franco Bolognese "l'onor è or tutto suo, e mio in parte", come del resto potrebbe lasciare intendere anche l'ambientazione del poema nell'anno 1300, quando sicuramente Oderisi era già defunto. I riflessi di questo stile aulico si possono cogliere in buona parte dei codici miniati a Bologna tra la fine del Duecento e i primissimi anni del Trecento (graduale, ms.521; antifonario, ms.529, antifonario ms.532, matricola dei Merciai del 1303, ms.629) dove tuttavia appare crescente anche l'adesione ad un ritmo narrativo di stampo ormai gotico che in taluni casi sembra già presupporre la conoscenza di certi modelli giotteschi. (Comunicato stampa)




Francesca Guffanti | Opere recenti / opere dalla collezione
Katia Bassanini (1969-2010) | Cabinet: opere dalla collezione


05 giugno (inaugurazione) - 22 agosto 2021
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona (Svizzera)
www.cacticino.net

La tradizione della cultura europea, in particolare nel tempo della Controriforma, ha sviluppato anche un vero e proprio concetto, quasi politico, dell'immagine, che ancora oggi rimane nella genetica dei popoli e diventa, con l'avvento dell'immagine commerciale, preponderante come significante rispetto ai suoi significati. Raffinata pittrice, Francesca Guffanti (1962), nelle sue produzioni degli ultimi anni, insegue la sintesi e il concetto dell'immagine più che la vana perfezione formale fine a se stessa, e dove la pittura medesima diventa marginale rispetto alla poetica dei suoi contenuti. L'artista italiana crea una vero e proprio impianto estetico, entro cui il dialogo tra gesto e rappresentazione assume i contorni di un elevato impegno interpretativo.

Il suo approccio, da anni, corre lungo il filone espressionista, ove non già la caratura pittorica prevale, bensì vieppiù la ricerca analitica e quasi filosofica; come se i suoi quadri diventassero finestre di un mondo che ci circonda, più che icone tematiche a sé stanti. Ecco che l'oggetto si smaterializza sempre più in soggetto e i suoi personaggi o i suoi soggetti diventano il prodotto di un'alchimia metamorfica, quasi una quinta teatrale, una sorta di sublimazione immaginifica, che li rende simbolici ed eterni, permettendo al visitatore un libero approccio interpretativo. La presenza della figura umana si scarnifica, dipinta con pochi mezzi, quasi la materia sottile e disordinata ci indicasse la verità della condizione umana, e la natura assumesse quella importanza che ci sovrasta e ci sopravvive.

Parallelamente il MACT/CACT dedica una sezione, titolata "Cabinet: Opere dalla Collezione", all'artista svizzera prematuramente scomparsa Katia Bassanini (1969-2010). Figlia degli anni 1980, l'autrice di origine ticinese e residente a New York, dà corpo ai temi del rapporto di forza all'interno di una società consumistica, grazie all'uso di un linguaggio figurativo e multimediale, e dove l'approccio performativo domina e permea tutta la sua opera. In mostra sono visibili opere plastiche e su carta dal 1996 al 2004. (Mario Casanova, 2021)




San Benedetto il moro portato in processione Nicola Lo Calzo
"Binidittu"


27 maggio - 18 luglio 2021
CAMERA Centro Italiano per la Fotografia - Torino
www.camera.to

Progetto inedito dell'artista Nicola Lo Calzo (Torino, 1979) che, attraverso il racconto della storia e dell'eredità culturale di San Benedetto il Moro, prende in esame i rapporti fra la storia del colonialismo e l'identità culturale contemporanea. San Benedetto il Moro, detto Binidittu, nato da schiavi africani agli inizi del Cinquecento nei dintorni di Messina, e poi vissuto come frate minore in Sicilia fino alla sua morte (1589), non solo è stato eletto a protettore sia degli afro-discendenti in America Latina sia dei Palermitani, ma è diventato anche icona di riscatto ed emancipazione a livello mondiale. La mostra, curata da Giangavino Pazzola, si articola in un percorso espositivo suddiviso in quattro capitoli e, attraverso una trentina di immagini di medio e grande formato, ripercorre le tappe principali della biografia di Binidittu: dall'affrancamento dalla schiavitù alla sua morte, dall'utopia post razzista alla beatificazione. Le fotografie di Lo Calzo vengono accompagnate da un'installazione che include materiali e documentazione di archivio relativa al processo di costruzione del progetto.

Nicola Lo Calzo si è avvicinato alla fotografia dopo gli studi in architettura e conservazione del patrimonio, indirizzando lo sguardo sui rapporti fra colonialismo e identità culturale. Dalle sue immagini, infatti, emerge la strategia di sopravvivenza e resistenza messa in atto da gruppi minoritari nell'ambiente nel quale vivono. Per nove anni ha lavorato a Cham, progetto di ricerca a lungo termine sulle memorie della tratta degli schiavi e della schiavitù. Le sue fotografie sono state esposte in musei, istituzioni artistiche e festival.

Realizzata in collaborazione con la galleria Podbielski Contemporary di Milano, la mostra fa parte di una ricerca di lungo periodo realizzata da Lo Calzo sulle tracce e sull'eredità della diaspora africana e della schiavitù nel mondo atlantico e mediterraneo, intitolata Cham. Con questo progetto, e con Binidittu nello specifico, Lo Calzo ha l'ambizione di contribuire al dibattito sulla rimozione della memoria e la costruzione dell'identità in una prospettiva decoloniale, riscoprendo non solo l'uomo oltre al Santo o i suoi analoghi in altre parti del mondo, ma anche i valori simbolici, politici e civili che questa storia ci trasmette.

L'esposizione di Lo Calzo inaugura il ciclo di mostre "Passengers. Racconti dal mondo nuovo", un progetto ideato da CAMERA con lo scopo di realizzare una ricognizione pluriennale focalizzata su artisti appartenenti alla cosiddetta 'Generazione Y' - i cosiddetti millennials nati fra i primi anni Ottanta e metà anni Novanta. Rilevata la carenza di programmi dedicati ad autori mid-career nell'ambito delle attività espositive e divulgative della cultura fotografica in Italia, l'istituzione torinese si pone l'obiettivo di allargare e includere anche questa generazione di artisti nella sua ricerca e programmazione. Il prossimo autore in mostra a CAMERA nel ciclo Passengers è Federico Clavarino, le cui opere saranno esposte in Project Room da fine luglio a fine settembre. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina della rassegna Design e Cultura secondo il pensiero di Olivetti Design e Cultura secondo il pensiero di Olivetti
28 maggio (inaugurazione) - 20 giugno 2021
Museo di Santa Caterina - Treviso
www.archiviostoricolivetti.it

Esposizione dedicata ai designer per Olivetti e alla nascita delle macchine per scrivere portatili, ospitata all'interno dell'[e] DesignFestival di Treviso. La mostra dal titolo curata da Luciano Setten (direttore artistico del festival), con la collaborazione di Cappelli Identity Design, Fondazione Adriano Olivetti e Associazione Archivio Storico Olivetti, racconta la storia di un'epoca, del boom economico, degli anni '50 e '60 in Italia e nel mondo. La narrazione parte dalla nascita delle macchine per scrivere portatili, tra le iconiche Lettera 22 e Valentine, fino ai poster pubblicitari dell'epoca, firmati dai più noti designer di quel tempo come Giovanni Pintori, Milton Glaser, Ettore Sottsass, per arrivare ai giorni nostri con i manifesti disegnati per l'Olivetti Design Contest dal designer Emanuele Cappelli. L'uovo diventa il fulcro della comunicazione grafica dell'Olivetti Design Contest e rappresenta la nascita dei designer del futuro, metafora resa ancora più evidente dagli altri elementi del visual che variano ogni anno sulla base del prodotto che dovrà essere progettato dai partecipanti.

La mostra ci immerge in un mondo d'innovazione passato alla storia, dove la parola design significa progetto, che risponde ai bisogni di praticità (portabilità) funzionalità (meccanica) e bellezza (design), dentro la cultura Olivetti. Ben oltre la pura e semplice cultura industriale, di cui fu artefice eccellente, Olivetti indicò un nuovo modo di essere, cioè una nuova cultura nel secolo dell'industria, modello che ancora oggi ci interroga per il presente e per il futuro. (Enrico Bandiera, Direttore Associazione Archivio Storico Olivetti) (Estratto da comunicato stampa)




Il Castello Maniace a Siracusa in Sicilia Alfredo Pirri - Passi - Jugoslovenska Kinoteka, Belgrado 2019 Alfredo Pirri
"Passi"


17 maggio - 31 dicembre 2021
Castello Maniace - Siracusa

Nel federiciano Castello Maniace, a Siracusa, un gigantesco pavimento di specchi frantumati, su cui trovano spazio antichi reperti del luogo, apre un dialogo affascinante tra passato e presente. Ottocento metri quadrati ricoperti di specchi calpestabili, una nuova, temporanea pavimentazione per la Sala Ipostila del Castello Maniace, dove si moltiplicheranno le immagini delle volte a crociera, delle colonne in pietra luminosa, della sobria architettura normanna. "Passi", la coinvolgente installazione itinerante di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957), giunge per la prima volta in Sicilia, operando un'affascinante trasformazione di un monumento millenario, grazie alla forza concettuale e al potere visionario dell'arte contemporanea.

Si tratta della più grande edizione dell'opera realizzata fin qui in uno spazio chiuso, seconda solo a quella a cielo aperto pensata per il Foro di Cesare. Il Castello Maniace, luogo fortificato sin dai tempi degli antichi Greci, successivamente roccaforte bizantina - il nome viene dal comandante Giorgio Maniace, Principe e Vicario dell'Imperatore di Costantinopoli - fu edificato, per come lo conosciamo oggi, dall'architetto Riccardo da Lentini su ordine di Federico II di Svevia. Era il 1232 e una straordinaria testimonianza storico-artistica iniziava a prendere forma inluogo iconico della città di Siracusa. Oggi il Castello è un bene di pertinenza della Soprintendenza regionale di Siracusa.

Da un'idea della curatrice, Helga Marsala, l'approdo di "Passi" al Maniace si è reso possibile grazie all'impegno di Aditus, concessionaria per i servizi aggiuntivi della Regione Siciliana per i principali siti archeologici e culturali della Sicilia orientale: in stretta collaborazione con la Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Siracusa, Aditus ha prodotto e realizzato la poderosa installazione,che all'interno dello storico edificio genera una trasformazione radicale, tra suggestioni di tipo estetico e simbolico, nel moltiplicarsi di luce, spazio, linee, forme: il soffitto e le pareti, sdoppiandosi e frammentandosi sullo specchio, destinato a infrangersi sotto il peso di migliaia di passi, produrranno immagini nuove, dilatate, plurali, irregolari.

"La luce è rinascita, rinnovamento, continua offerta di spigolature e colori nuovi. Gli specchi infranti di Alfredo Pirri - sottolinea l'Assessore dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Alberto Samonà - rimescolano le carte, spazzano via finte certezze, ci mostrano una realtà che può essere interpretata in chiave contemporanea attraverso occhi nuovi, attraverso uno sguardo altro rispetto all'ordinario. Riaprire il Castello Maniace con questa installazione apre a una rilettura dell'antico attraverso nuove forme narrative, crea un ponte ideale tra passato, presente e futuro e ci avvia sulla strada di una modernità da indagare secondo prospettive inedite. Uno specchio che si infrange, in generale, è anche metafora della nostra personalità, di un ego troppo spesso autocelebrativo che, però, proiettato in una dimensione irregolare deforma séstesso e rivela particolari non conosciuti dell'essere umano e dello spazio circostante".

Per il Dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Sergio Alessandro, "L'arte contemporanea dimostra di nuovo come sia possibile coniugare ricerca attuale e custodia del passato, intendendo la storia come bagaglio da vivificare e interpretare. Siamo orgogliosi - aggiunge - di ospitare quest'importante opera in uno dei luoghi più iconici della nostra isola. La tutela del monumento non esclude la sua trasformazione temporanea, quando si è dinanzi a progetti di alto profilo, orientati al rispetto dei luoghi e gestiti con profonda intelligenza. Un particolare apprezzamento mi piace esprimerlo innanzitutto nei confronti del Soprintendente Irene Donatella Aprile, che con lucida visione ha voluto offrire spunti di nuova luce a questi luoghi straordinari, e poi a tutto lo staff del Concessionario dei servizi aggiuntivi, Aditus: il sapiente management, ancora una volta espresso nel lavoro sul territorio, ha saputo coniugarsi con la sensibile cura del progetto da parte di Helga Marsala e con il talento di un artista di livello internazionale come Alfredo Pirri".

E proprio l'Architetto Irene Donatella Aprile, Soprintendente di Siracusa, ha creduto nel progetto, sposando l'idea - spiega - di "una reinvenzione in chiave contemporanea del monumento, in analogia con i più prestigiosi luoghi culturali italiani, di cui il Castello Maniace rappresenta una testimonianza altrettanto prestigiosa nel circuito culturale della Sicilia". "La Sala Ipostilasi moltiplica a dismisura - sottolinea infine la curatrice, Helga Marsala - in una girandola percettiva densa di significati. Un incantesimo che trasporta il visitatore in una nuova dimensione, simile a un sogno o una vertigine.

I luoghi a cui affidiamo la nostra identità culturale e la nostra memoria vengono messi in discussione grazie a un'operazione che, fra estetica e politica, trasforma l'aspetto di monumenti immutabili, "beni comuni" in cui la società si identifica; trasformando altresì la condizione dello sguardo e l'esperienza della visione. Un modo per ribadire che la storia può e deve essere riletta criticamente, essendo sempre punto di partenza per nuove riflessioni. Il pubblico, protagonista di una performance collettiva, frantuma gli specchi camminandovi sopra. Grazie al tipo di materiale utilizzato - calpestabile in sicurezza - le fratture si moltiplicheranno, ma la superficie non arriverà a rompersi. Un'immagine di fragilità e resistenza, cicatrici come aperture verso significati altri e altre modalità di attraversamento".

"Passi" è il titolo di una serie di installazioni avviata nel 2003 da Alfredo Pirri - uno dei maggiori esponenti dell'arte contemporanea italiana, attivo a partire dagliAnni Ottanta - con un fortunato intervento all'interno della Certosa di San Lorenzo a Padula (Salerno), a cura di Achille Bonito Oliva. Da quel momento il progetto è stato accolto in diverse sedi storiche, in Italia e all'estero, integrando nel suo nome quello dello spazio che lo ospitava: edifici sacricome la stessa Certosa di Padula e l'Abbazia di Novalesa, spazi culturalicome il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e la Cinemateca jugoslava di Belgrado, istituzioni museali come Palazzo Altemps(Roma), Museo Novecento (Firenze) e la Galleria Nazionale d'Arte Moderna (Roma),siti archeologici come il Foro di Cesare (Roma) o siti industriali come l'ex Centrale termoelettrica di Daste e Spalenga a Bergamo o l'ex bunker antiatomico voluto da Tito a Konjic, in Bosnia. Per questo debutto in Sicilia, nell'affascinante corrispondenza tra lo specchio del mare che circonda il castello e il piano specchiante all'interno della Sala Ipostila, l'installazione trova un modo per ridisegnare l'ambiente, realizzando una perfetta sintesi tra architettura e natura, tra storia e arte contemporanea.

Sul pavimento in frantumi "galleggiano", come testimonianze emerse dagli abissi, alcuni reperti provenienti dal Museo archeologico "Paolo Orsi" di Siracusa, in dialogo con le leggerissime sfere colorate realizzate dall'artista: sono pesanti "proiettili" in pietra diantiche catapulte, divenuti qui oggetti misteriosi, metafisici, dal forte valore simbolico e formale. In una seconda sala, intitolata all'aspetto grafico e progettuale del lavoro, sono esposti dei frammenti di capitelli ritrovati in loco, memorie storico-architettoniche accostate ad altre opere di Pirri: due nuovi disegni e una maquettedi specchi dedicati al Maniace, insieme a una serie di acquerelli recenti. Il Castello, macchina scenica luminosa e insieme macchina da guerra, mette insieme la potenza dell'arte e del paesaggio con l'epica della morte e del potere propria del suo passato di fortezza militare e dimora reale.

Il lavoro di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) al confine tra pittura e scultura, architettura e installazione, s'impone all'attenzione del pubblico internazionale fin dalla metà degli Anni Ottanta. Lo spazio diventa per lui paesaggio abitato da presenze plastiche, in cui la superficie pittorica genera luce e ombra, in chiave costruttiva e insieme poetica. L'arte di Pirri crea un confronto armonico con l'architettura e tende alla creazione di uno spazio abitabile, che è allo stesso tempo luogo di una funzione pubblica. «In tutti questi anni il mio interesse per lo spazio è rimasto predominante, fino a sfiorare l'architettura. Si tratta di un interesse politico, inteso come tentativo di mostrare qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia afavore dell'esistenza».

Tra i suoi principali progetti, «Passi» realizza attraverso gli specchi la capacità della luce di modulare e alterare gli ambienti, ridefinendoli sul piano della percezione e della memoria. Alfredo Pirri ha esposto in numerose sedi nazionali e internazionali, tra cui: Museo Nazionale Romano -Palazzo Altemps, Roma (2018); MACRO, Roma (2017); Museo Novecento, Firenze (2015); London Design Festival (2015); Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma (2013); Palazzo Te, Mantova (2013);Project Biennial D-0 ARK Underground Konjic in Bosnia Herzegovina (2013); Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l'opera permanente «Piazza» (2011); Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro (2007); Maison Européenne de la Photographie, Parigi (2006); Biennale dell'Avana (2001); Accademia di Francia a Roma -Villa Medici (2000); MoMa PS1, New York (1999); Walter Gropius Bau, Berlino (1992); Biennale d'Arte di Venezia (1988).

Il Castello Maniace è costruito per volontà di Federico II fra il 1232 e il 1240. L'edificio, a pianta rigorosamente quadrata, è chiuso da un poderoso muro perimetrale con quattro torri cilindriche agli angoli. Il nome risale al generale bizantino Giorgio Maniace, che nel 1038 riconquista la città agli Arabi. L'ingresso è segnato da un portale marmoreo strombato a struttura ogivale. Sopra l'arco, nel 1614,viene collocato lo stemma spagnolo. Ai lati del portale, due mensole contenevano su due arieti di bronzo, di cui uno solosi è salvato ed è oggi conservato al Museo archeologico regionale "Antonino Salinas"di Palermo. Della struttura originaria restano le due navate coperte da volte a crociera lungo il lato meridionale.

L'ala Nord-Est invece, nella cui torre era ricavata una polveriera, nel 1704 è distrutta da un'esplosione causata da un fulmine. Il Maniace nasce non solo come elemento della difesa dell'area meridionale dell'impero di Federico II, ma anche come residenza per la corte itinerante del re e per le riunioni del Parlamento. Nei secoli successivi subirà continui rimaneggiamenti ed estensioni. Nel XV secolo diventa anche prigione. Nel XVI secolo, all'esterno del manufatto federiciano, sono impiantate le batterie di cannoni che lo collegano al sistema delle fortificazioni cittadine. Oltre il fossato sopra il quale passa un ponte, viene realizzata la porta attribuita all'architetto di Siracusa Giovanni Vermexio. Nel XVII secolo l'architetto militare fiammingo Carlos de Grunenbergh munisce il Castello di una difesa a punta di diamante e costruisce due semi-baluardi nella parte antistante l'ingresso. Infine, in età borbonica, viene costruita la casamatta, recentemente restaurata. Nel 2018, dopo un'opera di attento restauro a cura della Soprintendenza di Siracusa, il castello è stato restituito alla città, tornando ad occupare la posizione di rango che gli spetta nel patrimonio storico-culturale del territorio. (Comunicato ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Opera in plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, denominata Subway realizzata nel 1967 da Laura Grisi, Courtesy Grazyna Kulczyk Laura Grisi
The Measuring of Time


05 giugno - dicembre 2021
Muzeum Susch (Svizzera)
www.muzeumsusch.ch

Prima ampia retrospettiva museale dedicata all'artista italiana Laura Grisi (1939-2017) dopo la sua scomparsa, concepita per Muzeum Susch, a cura di Marco Scotini, realizzata in collaborazione con l'Archivio Laura Grisi di Roma e la Galleria P420 di Bologna. Collocato in una posizione isolata e difficilmente inquadrabile in una sola tendenza degli anni Sessanta - Settanta, il lavoro di Laura Grisi appare oggi come uno dei casi più originali e personali di arte concettuale (sensoriale e mentale allo stesso tempo) e di pensiero diagrammatico, in cui la stessa riflessione prende forma sia attraverso icone che attraverso rappresentazioni visive. In un'attività multiforme che assume quale propria basilare condizione quella del "viaggio" (dai luoghi remoti attraversati alla varietà dei media utilizzati), Laura Grisi incarna una sorta di soggetto femminile apolide e nomade che sfida le politiche dell'identità, l'univocità della rappresentazione e l'unidirezionalità del tempo.

Il titolo dell'esposizione è tratto da un film in 16mm che documenta l'artista sola su una spiaggia e impegnata in un'impresa degna di Sisifo, che apparentemente non ha fine, oltre il tempo. Insieme all'esposizione di importanti opere dagli anni Sessanta agli anni Ottanta (conservate in istituzioni pubbliche e collezioni private) e alla presentazione di documenti fondamentali della ricerca e dei viaggi dell'artista, la mostra sarà l'occasione per ricostruire i nove ambienti dedicati ai fenomeni naturali (sala della nebbia, sala della pioggia, del vento, ecc.) e mai riallestiti dalla fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta, quando furono presentati per la prima volta. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione sul lavoro di Laura Grisi edita da jrp|editions e sviluppata grazie alla collaborazione tra jrp|editions, Muzeum Susch e la galleria P420.

La prima monografia completa dedicata a Laura Grisi testimonia la singolarità e la visione innovativa dell'artista italiana all'interno della storia dell'arte contemporanea e raccoglie un'ampia documentazione sulla sua multiforme pratica, sulla sua ricerca e sui suoi numerosi viaggi, concentrandosi principalmente attorno agli anni '60 -'70. La pubblicazione comprende saggi, tra gli altri, del critico e curatore italiano Marco Scotini, della storica dell'arte francese Valérie Da Costa, dello scrittore e critico Martin Herbert e della Professoressa di Studi Visivi e Ambientali dell'Università di Harvard Giuliana Bruno, oltre alla ristampa di una seminale intervista a Laura Grisi realizzata da Germano Celant nel 1990.

Nata a Rodi, in Grecia, nel 1939, formatasi a Parigi e vissuta tra Roma e New York, Laura Grisi trascorre lunghi periodi della propria vita in Africa, Sud America e Polinesia: un'esperienza nelle culture extra-occidentali destinata a segnare per sempre la sua pratica, sempre più focalizzata sulla ricerca di un pensiero cosmico o una 'scienza del concreto' - come avrebbe detto Lévi-Strauss. Allo stesso modo, pur facendo della fotografia il linguaggio primario della propria ricerca, in seguito passa a una pittura definita "variabile" (con pannelli scorrevoli e tubi di neon), poi a delle installazioni ambientali dinamiche in cui riproduce artificialmente fenomeni naturali, fino ad approdare a una forma verbale descrittiva e al linguaggio matematico come strumento concettuale che impiega per esplorare i meccanismi della percezione e della conoscenza umana.

L'intero lavoro di Laura Grisi è uno sforzo titanico nel rendere conto dell'ampiezza, della molteplicità, della natura impercettibile così come della proliferazione senza fine di tutto il possibile, ma partendo da vincoli precisi, da gap paradossali, da limiti linguistici e semiotici, secondo un'attitudine vicina al Noveau Roman, al cinema della Nouvelle Vague e al gruppo francese Oulipo.

La tensione tra macro e microscala, tra i dati e il possibile, (la legge e il caso, l'universale e il particolare, il passato e il futuro) è messa in scena ogni volta attraverso una radicale politica dell'attenzione rivolta al minimo, al marginale, al grado zero: quattro ciottoli, il suono delle gocce d'acqua, il colore delle foglie di mango, la direzione del vento, il passaggio percettivo tra le sensazioni, i rumori prodotti dallo spostamento delle formiche sul terreno. Tale attenzione estrema è sempre l'oggetto di un rituale antropologico di cui ci sfuggono le coordinate culturali: contare granelli di sabbia, misurare la forza del vento, distillare percezioni sensoriali, rifotografare fotografie, permutare cose e oggetti, ascoltare l'inudibile.

Come se l'incommensurabile fosse sempre il dato ultimo (l'esito imprevisto) di un infaticabile processo di misurazione, come se i segni e i linguaggi fossero il limite iniziale del possibile. "Il suo lavoro - come scrisse Lucy Lippard nel 1979 - sta in equilibrio tra le alternative possibili e la mancanza di alternative. Di solito sceglie il sistema permutazionale e poi accetta le sue conseguenze".

'Museo laboratorio' di nuova concezione, il Muzeum Susch è stato inaugurato nel gennaio 2019, fondato e creato da Grazyna Kulczyk, imprenditrice polacca e grande sostenitrice dell'arte contemporanea, i cui principali precedenti progetti hanno dato vita a innovative piattaforme per il dialogo tra le arti e altri linguaggi. Il museo ha sede all'interno di uno straordinario campus nell'area di un ex monastero e birrificio del XII secolo a Susch, una piccola città della valle dell'Engadina, sulle Alpi svizzere, collocata nell'antica rotta dei pellegrini verso Santiago de Compostela. Il poliedrico progetto comprende oltre 1.500 m2 di spazi espositivi che ospitano sia opere permanenti site-specific sia un programma regolare di mostre temporanee. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Laura Grisi, Subway, 1967, plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, Courtesy Grazyna Kulczyk




Historia
Francesco Bertocco


29 maggio - 01 agosto 2021
Museo MA*GA - Gallarate
www.museomaga.it

Historia dell'artista Francesco Bertocco è vincitore della settima edizione del bando Italian Council (2019), concorso ideato dalla DGAAP del Ministero della Cultura, per promuovere l'arte contemporanea italiana nel mondo. Il progetto è a cura di Viafarini con la collaborazione curatoriale di Mariagrazia Muscatello e con Museo MA*GA a Gallarate e MAC Museo de Arte Contemporaneo e Museo de Quimica y Farmacia e Istituto Italiano di Cultura a Santiago del Cile. Historia è un'indagine sulla storia della medicina cilena attraverso gli eventi storici più significativi accaduti nel paese sudamericano nella seconda metà del Novecento.

Bertocco riflette su cosa sia la pratica della cura in Cile, mettendo a confronto la medicina "ufficiale" e quella tradizionale, come vivono e coesistono all'interno della stessa società. Il lavoro interroga le relazioni tra ospedalizzazione e controllo sociale, scienza e la più ampia idea di cura. In contemporanea con il MA*GA, s'inaugura anche la mostra al Museo de Arte Contemporáneo di Santiago del Cile, a cura di Mariagrazia Muscatello, creando un link culturale tra le due istituzioni.

La rassegna, a cura di Alessandro Castiglioni, mette in dialogo questa nuova produzione dell'artista, caratterizzata da una serie di fotografie e un'inedita opera video, con i principali lavori realizzati da Bertocco in oltre dieci anni di ricerca e attività. In merito scrive l'artista: "Il lavoro è pensato attraverso una forma in progress, che andrà a costruirsi durante tutto il periodo della mostra, raggiungendo, verso la fine, la sua forma finale. Questa modalità di presentazione del lavoro, vuole mettere in scena il processo di realizzazione di Historia e le trasformazioni che lo hanno interessato in questi ultimi due anni di ricerca, tra un contesto socio-politico improvvisamente mutato e l'emergenza pandemica che lo ha attraversato e modellato". L'intero progetto è completato con una pubblicazione editoriale, un vero e proprio strumento critico atto ad approfondire le tematiche trattate, attraverso saggi critici, pubblicazioni scientifiche e documenti, edito da Mousse Publishing nell'autunno del 2021.

- L'opera video Historia

Il video si apre con le immagini del dipinto muralista Historia de la medicina y la farmacia en Chile. Il murales nel suo complesso simboleggia le varie fasi culturali, sociali e temporali della storia della medicina cilena. Dopo di che si passa all'interno del Museo Nacional de Medicina di Santiago, luogo che raccoglie la più vasta collezione di oggetti, fotografie, documenti di medicina del Cile, distribuita in un arco temporale che va dai secoli XVI-XVII fino ai giorni nostri. Frammenti di interviste di tre studiosi César Leyton (Università del Cile), Ivan Oyarzum Quezada (conservatore Museo Nazionale di Medicina di Santiago) e Marcelo López (Università del Cile), compongono un racconto della medicina cilena dalla nascita fino ai giorni nostri, accompagnati dai preziosi documenti fotografici di questo archivio.

Successivamente, ci spostiamo nel nord del Cile, a Camiña, nelle terre degli aymara, seguendo la figura dello Yatiri (lo sciamano del villaggio) e le sue pratiche curative adottate come medicina ufficiale da questo popolo. L'ultima parte è ambientata all'interno del Centro de Medicina Mapuche situato nella periferia Ovest di Santiago. La sua presenza permette di comprendere meglio i legami tra i popoli indigeni e la loro tradizione curativa con il Cile contemporaneo, come queste due modalità di intendere i processi curativi possano coesistere all'interno di un unico paese così eterogeneo come il Cile.

.. Webinar, 12 giugno 2021, dalle 10.00 alle 17.30 zoom.us/j/93189608707

Viafarini organizza un workshop online nella giornata di sabato 12 giugno, partendo da Historia, dedicato ad approfondire temi correlati al progetto attraverso le opere di artisti e teorici invitati a un confronto sul rapporto tra produzione artistica e culturale, ricerca scientifica e il più ampio concetto di cura e salute nella nostra società. Partecipano: Riccardo Arena, Francesco Bertocco, Alessandra Caccia, Alessandro Castiglioni, Milovan Farronato, Marcello Fumagalli, Mariagrazia Muscatello, Maria Pecchioli, Cristiana Perrella, Gabi Scardi, Marco Trovato, Wurmkos. (Estratto da comunicato stampa)




Come pesci nell'acqua
05 giugno (inaugurazione) - 18 luglio 2021
Villa Nigra - Miasino (Novara)
Museo Tornielli | Tempietto del Parco Neogotico - Ameno (Novara)
www.asilobianco.it

Il lago d'Orta, in Piemonte, diventa la sede di una importante mostra d'arte contemporanea. Come pesci nell'acqua è un titolo che indica familiarità e naturalezza, una frase presa in prestito, ironicamente, da una nota affermazione di Mao Tse-tung negli anni Settanta. Qui non ci sono masse popolari né avanguardie politiche, ci sono invece esponenti delle ultime tendenze artistiche italiane che hanno fatto della duttilità e della adattabilità delle loro opere un tratto distintivo. Duttili come linguaggio, sempre multiforme e variegato, e adattabili agli spazi espositivi.

In mostra: Francesco Arena, Stefano Arienti, Gianni Caravaggio, Alice Cattaneo, Massimo De Caria, Carlo Dell'Acqua, Elisabetta Di Maggio, Sergio Limonta, Gianluigi Maria Masucci, Yari Miele, Filippo Manzini, Luca Pozzi, Luca Trevisani, Fabio Roncato, Shigeru Saito.

La mostra è curata da Giorgio Verzotti, importante e noto critico d'arte e curatore, docente presso l'Università Cattolica di Milano. Verzotti è stato curatore capo presso il Castello di Rivoli e il MART di Rovereto, ma anche direttore di Artefiera a Bologna. A promuovere e organizzare l'esposizione è Asilo Bianco, associazione radicata sul territorio del lago d'Orta, che da anni fa dell'arte contemporanea uno dei suoi punti di forza e di riflessione. Al centro il tema dell'acqua che diventa una indovinata metafora che bene si adatta a descrivere i lavori artistici presentati. Essi si configurano in base allo spazio, come l'acqua prende la forma dai suoi contenitori. E come l'acqua che rende tutto instabile, le opere sono difficilmente assegnabili a schemi e categorie precise, sono sculture ma anche fotografie, installazioni sonore, disegni, luci al neon, foglie, spine di rosa, video, rottami, oggetti comuni, ceramiche.

Per molti degli artisti partecipanti (sono quindici), l'acqua non è solo una metafora, è una realtà, per quanto sfuggente come appunto la sostanza liquida, e così fotografata, ripresa nei video, disegnata, portata in mostra in quanto tale, o allusa nelle configurazioni plastiche inventate dagli autori. Fra le loro opere alcune sono state realizzate appositamente per l'occasione e recano aspetti "site specific", inerenti al lago d'Orta e alla sua storia. L'allestimento tiene molto presente le specificità dagli spazi espositivi ed è pensato come un continuo colloquio fra gli ambienti e le opere.

Asilo Bianco è una piattaforma di lavoro nata nel 2005 sul Lago d'Orta, in Piemonte. Da anni lavora per rigenerare luoghi dimenticati e per far germogliare la cultura di un territorio attraverso i semi dell'arte contemporanea. Asilo Bianco promuove una programmazione di workshop online e in presenza (Asilo Bianco Academy) ed eventi culturali interdisciplinari. Quello dell'associazione è un impegno che guarda all'arte, all'architettura, al design, al cinema, alla letteratura, alla fotografia, al sociale, all'ambiente. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Luca Di Luzio Luca Di Luzio
Geopittura


27 maggio (inaugurazione) - 19 giugno 2021
Galleria Russo - Roma
www.galleriarusso.com

Mostra, a cura di Marco Tonelli, dedicata alle geografie immaginarie di Luca Di Luzio, circa ottanta opere suddivise in quattro sale, una per ogni ciclo delle "geopitture" che, dal 2013, sono al centro del lavoro del giovane artista romano. Mappe e bandiere: l'apparato iconografico della geografia al servizio di una pittura in cui la ricerca su forma e colore è elemento nodale. I critici che dal 2013 seguono il lavoro di Luca Di Luzio concordano sul punto che il lessico geografico di bandiere e mappe utilizzato dal giovane artista romano non vada in alcun modo posto in relazione con l'arte di Alighiero Boetti, tanto per citare il più illustre tra i non pochi artisti post war suggestionati dall'iconografia della scienza nata con la missione di descrivere il mondo.

Più che con i geopittori del nostro tempo, il variopinto atlante di Di Luzio appare predisposto al dialogo con la cartografia fantastica dei secoli in cui sulle mappe consultate dai naviganti i dati accertati si confondevano con quelli tramandati da antiche leggende in un intreccio del tutto affascinante. È dunque una geografia immaginaria quella che, da giovedì 27 maggio, accoglierà i visitatori della mostra "Luca Di Luzio. Geopittura" curata da Marco Tonelli per la storica Galleria Russo di Roma. Ripercorrendo gli ultimi otto anni della carriera di Di Luzio, l'esposizione racconta con chiarezza un artista più interessato a farsi demiurgo di un proprio universo che a raccontare quello corrente.

- Maps and Flags (2013-2014)
Bandiere e mappe immaginarie

Dagli anni del Grand Tour, il viaggio è stato considerato momento fondamentale e ineludibile del percorso di formazione di un artista e non è certo un caso se proprio nel corso di un soggiorno di formazione - una residenza d'artista a Rotterdam, primo porto d'Europa e uno dei più trafficati del mondo- la fascinazione per le immagini della geografia che lo accompagna dagli anni dell'infanzia sia stata assunta da Di Luzio a materia della sua ricerca. Del tutto verosimili ma completamente inventate sono le Maps and Flags del periodo olandese, mappe e bandiere dai colori squillanti che, nell'economia della mostra, hanno il compito di introdurre il pubblico all'interno di un sistema geografico nuovo e parallelo al nostro.

- Loka (2014-2015)
Cartografia dell'invisibile

L'espressione sanscrita Loka, scelta da Luca Di Luzio per titolare una serie di mappe su juta, quasi degli arazzi, denuncia l'ambizione di cartografare l'invisibile. Nei sacri testi induisti costante è il riferimento a mondi posti al di sopra e al di sotto della terra chiamati, appunto, loka e loka sono definiti tanto i luoghi fisici circoscritti quanto le condizioni dell'anima, un nome insomma perfetto per l'invenzione di una geografia della metafisica.

- Atlas ego imago mundi (2015-2019)
Cartografia del corpo

Gli appassionati di arte contemporanea che conoscono il nome di Luca Di Luzio lo mettono sicuramente in relazione con Atlas Ego Imago Mundi, fortunata serie di opere su carta già esposta con successo al MAXXI e all'Auditorium Parco della Musica. Composta da circa quaranta mappe più un libro d'artista in forma di atlante, Atlas è una riflessione sulla centralità del corpo che prende le mosse dalla filosofia della percezione di Merleau-Ponty: sottolineare il valore del corpo come condizione necessaria alla conoscenza del mondo trasformandolo in mondo, un sistema geografico di continenti, arcipelaghi, acque e montagne che sono in realtà mani, gambe, piedi, pancia, parti del corpo dell'artista impresse direttamente sulla carta.

"Nel mio percorso di ricerca Atlas segna l'abbandono del pennello. Ogni mappa, ogni pagina di questo mio atlante nasce spalmando il colore direttamente su una parte ben definita del mio corpo, destinata, una volta impressa sul supporto pittorico, a diventare matrice di un pezzo di un mondo in costruzione". Su quelle caotiche, incontrollabili tracce di sé l'artista-demiurgo interviene in una seconda fase del processo creativo ripercorrendone i confini con l'analitica precisione del pennino, lo strumento scelto per dare ordine al caos. Nasce così la favolosa cartografia di sé stesso inventata da un pittore costruttore di cosmi.

- Lo Stato (2021)
La forma delle nazioni

Anche Lo Stato, la più recente serie di lavori di Di Luzio, utilizza matrici di colore in sostituzione del pennello. I pigmenti colorati che in Atlas venivano spalmati direttamente sul corpo, qui servono ad inchiostrare stampi che hanno la forma di alcune nazioni: Thailandia, Filippine, Congo, Canada, Namibia. "La forma delle nazioni mi ha sempre affascinato, anche per il contrasto tra la grazia delle frastagliate linee di confine naturali e la rigida linearità di quelle tracciate dall'uomo. Alcune nazioni poi hanno bellissime forme organiche di foglie o animali". Stampate a monocromo sino alla saturazione del foglio, sovrapposte tra loro, le impronte delle nazioni danno vita a composizioni astratte rese aeree e dinamiche dalla leggerissima materia della carta giapponese usata come supporto. Un dinamismo che ricorda quello dei confini delle nazioni vere, linee che si allargano e si stringono, palpitando nel flusso della storia. (Comunicato ufficio stampa Scarlett Matassi)




Annullo postale per la tappa di Sacile del Giro d'Italia 2021 Annullo speciale dedicato alla tappa sacilese del 104esimo Giro d'Italia

In occasione del 104° Giro d'Italia che farà tappa a Sacile, Poste Italiane attiverà un servizio filatelico temporaneo di annullo speciale con la dicitura "La Città di Sacile saluta i ciclisti". Nell'occasione, lunedì 24 maggio, dalle ore 9 alle 13, sarà possibile timbrare con l'annullo speciale le corrispondenze presentate nella loggia di Palazzo Ragazzoni, in Viale Pietro Zancanaro. Eventuali commissioni filateliche potranno essere inoltrate allo sportello filatelico dell'Ufficio postale di Sacile. (Comunicato stampa)





Locandina della mostra di fotografie realizzate da Miron Zownir in esposizione a Palermo al Centro Internazionale di Fotografia Zeitwirdknapp / Non c'è più tempo - Retrospektive 1977-2019
Fotografie di Miron Zownir


21 maggio (inaugurazione) - 31 luglio 2021
Centro Internazionale di Fotografia - Cantieri Culturali alla Zisa - Palermo
www.goethe.de/palermo

E' uno dei più radicali fotografi della scena contemporanea degli ultimi quarant'anni, le cui immagini scattate nella Berlino Ovest, a Londra e New York, nelle città post comuniste dell'Est Europa, lo hanno reso noto in tutto il mondo. Miron Zownir, il fotografo, ma anche regista e scrittore, il Poeta della fotografia radicale - come lo consacrò il grande scrittore statunitense Terry Southern -, arriva per la prima volta a Palermo, con la mostra, che s'inaugura in sua presenza, al Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia.

Oltre 70 fotografie, di medio e grande formato, realizzate tra il 1977 e il 2019, e corredate da una selezione di video tratti da alcuni suoi film, raccolte in una grande retrospettiva curata da Gaetano La Rosa, e sostenuta dal Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con l'Assessorato alle CulturE del Comune di Palermo, per rendere omaggio alla grande personalità di un artista dotato di un fortissimo talento, non soltanto per la fotografia. In occasione della mostra verrà presentato il libro fotografico Apotheosis and Derision - The Living Theater Of Miron Zownir, settantatre foto dalla selezione della mostra di Palermo, prefazione di Gaetano La Rosa, edito da PogoBooks Berlin con il supporto del Goethe-Institut Palermo. Durante il periodo della mostra il volume sarà disponibile al prezzo speciale di € 25,00 presso la sede del Goethe-Institut Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)

___ Presentazione di mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Lisette Model. Street Life. Horst P. Horst. Style and Glamour
28 aprile - 04 luglio 2021
CAMERA Centro Italiano per la Fotografia - Torino
Presentazione

Paolo Di Paolo. La lunga strada di sabbia
04 maggio (inaugurazione) - 29 agosto 2021
Fondazione Sozzani - Milano
Presentazione

Aurelio Amendola. Visti da vicino
28 marzo - 19 settembre 2021
Museo Casa Rusca - Locarno
Presentazione

Ritratto Paesaggio Astratto. Tre percorsi nelle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea
dal 25 febbraio 2021
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
Presentazione

"Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
Presentazione




Francesco Carbone
"Pictura Dantis. Visioni dell'Inferno"


21 maggio (inaugurazione) - 25 giugno 2021
Biblioteca Statale Stelio Crise - Trieste

Sono esposte 78 opere che illustrano integralmente l'Inferno di Dante. La mostra è curata da Walter Chiereghin. Il percorso dell'esposizione segue fedelmente l'itinerario di Dante e Virgilio attraverso l'inferno, attenendosi con precisione alla narrazione dantesca, dalla selva oscura al «E quindi uscimmo a riveder le stelle» dell'ultimo verso del XXXIV canto, presentando quindi un compendio dell'intera cantica che, pur attirando l'interesse dei conoscitori del capolavoro letterario, consenta anche a chi ha avuto modo di compiere una lettura parziale ed episodica dell'Inferno - e in particolare ai giovani - di farsi un'idea precisa dell'insieme, rimanendo rigorosamente aderenti al dettato del testo.

Citando la prefazione del ricco catalogo, che prevede la riproduzione di tutte le immagini esposte: «Gli strumenti formali sui quali si appoggia il lavoro di Carbone si presentano del tutto adeguati ad offrire una lettura meticolosamente puntuale e informata, senza rinunciare ad accoccolarsi dentro le suggestioni offerte dagli endecasillabi cui le immagini si riferiscono: la cupezza diffusa in tutto il tragitto trova riscontro, ad esempio, nella ricerca di valori tonali che tentano di riprodurre il "color perso" di cui parla il poeta, mentre l'orrore e lo strazio dei corpi dei dannati, per quanto è possibile, non eccedono mai debordando in una rappresentazione grottescamente compiaciuta ed inutilmente orrorifica.

L'intento didascalico dell'intero progetto trova poi riscontro nel tentativo - riuscito - di illustrare compiutamente i singoli passi cui si fa riferimento, anche in aderenza all'esigenza di spiegare situazioni, ubicazioni, topografie quasi mai di immediata comprensione e a ciò vale ovviamente l'assiduità e le profondità della lettura operata dall'artista, che si traduce tuttavia nella ricerca formale finalizzata a mettere su carta ritmi compositivi che rendano dinamica e interessante l'immagine, come è opportuno che sia sempre, ma a maggior ragione quando il riferimento è a un testo organizzato in forme metriche strutturate, per tentare la via di una mimesi nei fatti impossibile, ma almeno ricercata».

Oltre alle illustrazioni dell'Inferno prodotte da Carbone, la mostra presenta, in dieci teche, ulteriori documenti di grande interesse, tra cui i disegni preparatori dell'autore stesso ai testi a stampa sui quali si è esercitato il suo studio del poema dantesco. Grazie alla disponibilità della Biblioteca, inoltre, sono presentati anche alcuni volumi di notevole pregio artistico, riportanti alcune delle più pregevoli illustrazioni che, a partire dal XIV secolo, hanno glossato con miniature o opere autonome anche di grande rilievo artistico il poema dantesco (v. elenco allegato). Due teche, alla fine del percorso espositivo sono dedicate alla rivista web Il Ponte rosso (www.ilponterosso.eu), che presenta le stampe di alcuni numeri della rivista, a partire dal numero zero dell'aprile 2015 e tutti gli articoli e recensioni dedicati alla più recente bibliografia concernente la figura e l'opera dell'Alighieri.

La mostra è stata realizzata in collaborazione con la Biblioteca e grazie al Comitato di Gorizia della Società Dante Alighieri insieme all'Associazione culturale "Il Ponte rosso". Ha il patrocinio dell'Università degli Studi di Trieste e dell'Università di Pola. È l'unica iniziativa a Trieste riconosciuta dalla Società Dante Alighieri nazionale per il settecentesimo anniversario della morte di Dante e rientra nel calendario delle iniziative per il «Dante700» promosse dal Ministero della cultura. La mostra è itinerante e sarà poi allestita in altre località della Regione Friuli-Venezia Giulia e in Croazia.

Durante l'orario di apertura sarà proiettato un video realizzato dagli studenti del corso audiovisivi dell'Istituto Nautico "T. di Savoia - L. Galvani" di Trieste in cui Francesco Carbone racconta, presentando le sue figure, tutto il percorso di Dante nella prima cantica della Commedia. Edito da "La libreria del Ponte rosso" il catalogo della mostra, curato da Antonia Blasina Miseri, con prefazione di Walter Chiereghin e didascalie di Francesco Carbone, presenta, con settantotto immagini a colori, l'intero percorso dell'esposizione, qualificandosi come documentazione completa ed esauriente dell'intero progetto e verrà proposto oltre che in questa prima manifestazione in tutte le ulteriori occasioni espositive che sono previste in Italia e all'estero.

Francesco Carbone è autore di saggi, opere di narrativa e teatrali. Ha fondato e diretto la rivista di letteratura e arte online "Il compagno segreto" di cui ha realizzato immagini e grafica. Ha frequentato la Scuola libera dell'acquaforte di Mirella Schott Sbisà. Ha esposto, a cura di Maria Campitelli, in diverse occasioni. Collabora con articoli e recensioni alla rivista web Il Ponte rosso. Ha inoltre realizzato video selezionati e premiati in diverse rassegne nazionali ed internazionali.

In collaborazione con l'Istituto giuliano di storia cultura e documentazione di Trieste e Gorizia, sono previste, a margine della mostra e nella sala conferenze del secondo piano della Biblioteca statale Stelio Crise quattro conversazioni di tema dantesco, secondo il seguente programma. Gli eventi in programma prevedono una partecipazione massima di 30 persone. Per questa ragione è necessaria la prenotazione:

.. 24 maggio, ore 17.00, Fulvio Salimbeni, docente all'Università di Udine, parlerà del libro di Arsenio Frugoni (Marietti, Bologna 2021); «Lo storico e il poeta. Quattro saggi sui Dante e la Divina Commedia»

.. 27 maggio, ore 17.00, Massimo Favento, coordinatore dell'Associazione Lumen Harmonicum (nel quadro del progetto Sonora - Profili Musicali 2021) parlerà di: «Il Padre Nostro di Dante» di Giuseppe Sinico, «per la Festa del Centenario 14 maggio 1865»

.. 04 giugno, ore 17.00, Fabio Romanini docente dell'Università di Ferrara parlerà di: «Nel mezo del camin». Come si leggeva Dante nel Trecento a Nord di Firenze

.. 09 giugno, ore 17.00, Fulvio Senardi, presidente dell'Istituto Giuliano parlerà di: Dante e l'irredentismo. (Comunicato stampa)




Opera di cm 60x60 nel 2018 realizzata da Enzo Rovella denominata Ghost Opere di Enzo Rovella in mostra Opera di cm 60x60 nel 2019 realizzata da Enzo Rovella denominata Secret Daimon Enzo Rovella
Secret Daimon


ex Convento del Ritiro - Siracusa
28 maggio (inaugurazione) - 26 giugno 2021

La mostra di pittura contemporanea di Enzo Rovella, curata da Ornella Fazzina, è composta da venti opere, quasi tutte di grandi dimensioni, che sono il frutto dell'ultima ricerca dell'artista. Dipinti contemporaneamente astratti e figurativi dove l'astrazione traccia il campo d'azione, una sorta di finestra d'ingresso, mentre la figurazione, quasi trascendentale, riporta al metaxu della antica cultura greca, un luogo celeste, di mezzo tra umano e divino. I daimones evocati da Rovella sono infatti dei soggetti con fattezze simili a quelle umane che non si limitano a porsi statici innanzi allo spettatore, ma che, grazie alla loro forza espressiva, quasi ne pervadono lo spazio, come se il loro scopo non fosse semplicemente quello di farsi guardare, altresì quello di entrare in contatto con chi li percepisce.

La mostra è promossa dalla Regione Siciliana - Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità siciliana. Organizzazione e catalogo: Comune di Siracusa, Assessorato per le Politiche di Valorizzazione del Territorio, lo Sviluppo Culturale e l'incoming In collaborazione con: Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Siracusa

Come scrive Alberto Samonà nel primo testo di presentazione, "Prima della nascita, l'anima di ciascuno di noi sceglie un'immagine, un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui, dunque, il portatore del nostro destino". Iniziare da questo passo platonico che anticipa molte successive riflessioni sul tema della immortalità dell'anima, ci consente di considerare il valore intrinseco che, a nostro avviso, le opere di Rovella assumono in questa mostra, rammentandoci la nostra vera provenienza."

Altrettanto colto il testo di Fabio Granata, che cita la definizione di James Hilmann: "Nasciamo con un carattere; ci viene dato, è un dono dei guardiani della nostra nascita, come dicono le vecchie storie... ognuno entra nel mondo con una vocazione... Il daimon svolge la sua funzione di promemoria in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà" E cos'altro è il Genius loci, se non la presenza del soprannaturale che avvertiamo in alcuni luoghi, luoghi sacri e da preservare? O lo stesso Angelo custode, caro alla sensibilità Cristiana, non rappresenta forse la stessa figura, assolvendo alla medesima funzione di collegamento con il divino, ben oltre i preti e la loro visione della vita come espiazione e peccato?" La curatrice della mostra Ornella Fazzina si sofferma invece sul valore artistico e sulla qualità pittorica delle opere in mostra.

"Con le sue figure evanescenti, eseguite con una tecnica eccellente, Enzo Rovella raggiunge una dimensione che indaga quelle parti più segrete e profonde del nostro inconscio, permettendoci così di ascoltare il guardiano della nostra anima, quel daimon con il quale entriamo in contatto per fugare paure e inquietudini che questo presente ci sta consegnando. Queste sue opere sono un chiaro esempio di come un artista riesce a intercettare, e a volte a presagire, le istanze dell'oggi reinterpretandole in uno spazio di rappresentazione ad alta concentrazione etica ed estetica, per far emergere un messaggio di effettiva riflessione su sé stessi, di speranza e di reale cambiamento."

La mostra è accompagnata da un prestigioso catalogo che riporta, oltre le immagini delle opere esposte, anche le fotografie dell' elegante allestimento in questo spazio facente parte dell'ex Convento del Ritiro. Questa mostra di Enzo Rovella, uno degli artisti più interessanti del panorama contemporaneo, apre la stagione culturale siracusana augurandoci tutti che possa essere quella della definitiva ripartenza. (Comunicato stampa)

Enzo Rovella (Catania, 1966) nel 1997 tiene una personale nella galleria Sergio Tossi di Prato curata da Demetrio Paparoni che lo invita anche a partecipare a Roma alla collettiva "Giro d'Italia: Palermo" all'Attico di Fabio Sargentini. Nel 2003 Partecipa alla 14° Quadriennale di Roma (Anteprima, Napoli, Palazzo Reale). Nel 2005 espone alla 2° Biennale di Pechino curata da Vincenzo Sanfo del Centro Italiano per le Arti e la Cultura. Nel 2007 realizza una personale al Monastero dei Benedettini di Catania curata da Beatrice Buscaroli e una alla galleria Bianca Maria Rizzi di Milano presentata da Alberto Zanchetta.

Nel 2010 tiene una personale alla galleria Antonio Battaglia di Milano curata da Lucio Barbera e partecipa ad una importante collettiva Neoicomoduli alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo a Siracusa curata da Carmelo Strano. Nel 2011 espone in una bipersonale con Michele Ciacciofera alla Fondazione Sambuca di Palermo curata da Paolo Falcone. Nello stesso anno partecipa alla mostra "Sicilia sopra tutti" alla Galleria d'Arte Contemporanea Montevergini di Siracusa curata da Duccio Trombadori e alla 54° Biennale di Venezia (padiglione Sicilia).

Nel dicembre 2012 espone a Pechino e viene premiato con la 2° Cup International of Art Water Cube. Una sua opera cm 200x200 viene acquisita dalla città di Pechino per il museo del Water Cube. Per la manifestazione "Il Rito della luce 2014", organizzata dalla Fondazione Fiumara d'Arte di Antonio Presti, realizza una grande pittura murale donata alla città di Catania. Tra il 2014 e il 2015 partecipa ad "Artisti di Sicilia" a cura di Vittorio Sgarbi allestita alla Tonnara di Favignana, Museo ex stabilimento Florio, a Palazzo S. Elia a Palermo e al Museo Civico Castello Ursino di Catania. Nel 2017 viene allestita a Palazzo Nicolaci di Noto la sua prima antologica.

Una mostra con opere che testimoniano tutto il percorso artistico dell'autore dagli inizi della sua carriera. Nel 2020 partecipa alla mostra" Novecento, da Pirandello a Guccione" a cura di Vittorio Sgarbi, Noto, Convitto delle Arti. Nel 2021 espone nel distretto di Songzhuang di Pechino, considerato la più grande comune di artisti nel mondo. Sue opere sono state acquisite da Fondazioni private e da Istituzioni pubbliche. Più di settanta le mostre (tra personali e collettive) cui ha partecipato nel corso dei suoi trenta anni di carriera. (Comunicato stampa)




Opera di Marisa Zattini Marisa Zattini
Labirintica
in limine Dedalus


22 maggio - 26 settembre 2021
Labirinto della Masone - Fontanellato (Parma)
www.ilvicolo.com

Scrive Gianfranco Lauretano: «Il gesto artistico di Marisa Zattini, che fa scendere questi minuziosi labirinti sulle foglie d'oro di preghiere orientali, si inserisce in piena coerenza nel suo percorso, così come si sta sviluppando negli ultimi anni. [...] Si pensi al supporto di questi labirinti, la carta leggerissima ma terrena e la doratura divina di questi fogli, nati come supporto di preghiere orientali. Il tema del labirinto così si mostra particolarmente adatto alla tensione conoscitiva dell'artista. Esso è già di per se stesso simbolo alchemico, addirittura archetipico.

La sua origine è antichissima e universale, comune a tutte le civiltà, di tutte le latitudini ed epoche. Compare insomma in cronologie e geografie lontane, nelle quali è enigmaticamente ricorrente. Di questi labirinti colpisce la fattura, la delicatezza e la fantasia del gesto, la miniatura e la varietà. E se davvero il labirinto è una forma antropologica - archetipica si diceva - del percorso interiore alla ricerca della misteriosa profondità di se stessi, contemporaneamente quelli di Marisa Zattini, percorrendo a loro volta quella strada, ne danno forme nuove e inedite, dalla foglia al cerebro, dall'otto dell'infinito alla stella di David, a una ricchezza di forme lussureggianti [...]».

L'esposizione curata da Maddalena Casalis, inserita nel programma delle attività di Parma 2020+21 Capitale Italiana della Cultura, è accompagnata da una guida/catalogo (pagg. 48) che contiene tutte le opere esposte, con testi dell'artista e a firma di Gianfranco Lauretano e Giovanni Ciucci. (Comunicato ufficio stampa Il Vicolo Sezione Arte)




Kin
Fotografie di Carola Guaineri | Kintsugi di Anita Cerrato


20 maggio (inaugurazione) - 19 giugno 2021
Galleria Expowall - Milano
www.expowallgallery.com

In un momento di ricostruzione e rinascita, Carola Guaineri e Anita Cerrato mettono in mostra il frutto di tre anni di lavoro per applicare la tecnica del kintsugi, l'arte giapponese di riparare con l'oro, alla fotografia. KIN (oro in giapponese) è una selezione di 14 fotografie stampate in camera oscura da Carola Guaineri, poi strappate e riassemblate attraverso la preziosità di un filo d'oro da Anita Cerrato. Un connubio forte quello tra Carola e Anita, tra i tempi della fotografia analogica e delle bacinelle dello sviluppo fotografico davanti alle quali si attende che l'immagine prenda forma, e i tempi pazienti e misurati della traccia d'oro che, seguendo le irregolarità delle fratture, ricompone pian piano i frammenti, ridestando la forma dell'oggetto.

La scelta delle immagini operata da Carola Guaineri e Anita Cerrato ha a che fare con bisogni spesso trascurati ma che fortemente ci appartengono. Per questo si rende necessario un lavoro di ricomposizione affinché tali bisogni possano nuovamente emergere in tutta la loro necessità umana per il loro valore, prezioso quanto l'oro. Il kintsugi è stato recentemente utilizzato da grandi brand internazionali, dall'automotive alla cosmetica fino al gioiello, come metafora di rinascita.

Spiegano Carola e Anita: «Il nostro progetto, più che mai attuale oggi, è nato più di tre anni fa. Partiamo dalle foto stampate in camera oscura, le strappiamo, e le restauriamo con la tecnica del kintsugi originale. Ci sono voluti tutti questi anni per fare una ricerca approfondita sui materiali e sulle tecniche, dato che le foto sono veramente strappate, incollate, stuccate e dorate utilizzando lacca urushi e oro zecchino. La grossa difficoltà tecnica è dovuta al fatto che le carte che si usano per la stampa, baritata e politenata, sono delicatissime e temono l'umidità, mentre la lacca urushi per polimerizzare ha bisogno del cosiddetto muro: una camera rivestita di legno dove ci siano almeno 20° e il 65% di umidità relativa».

«Cosa c'è sotto quel filamento d'oro? - si chiede Luigi Guaineri, autore del testo di presentazione.  Cosa c'è sotto l'attimo rappreso in una fotografia? E se fosse un rumore, o un suono? Magari una parola? Il rumore di un vaso che si rompe. Il suono che circonda il momento in una fotografia. Sotto l'abile tessitura di quel filo d'oro vi è l'eco del rumore di un vaso che si rompe, il rumore di una fotografia che si è strappata. Già, perché il fascino, o per alcuni solo la curiosità, di una tecnica come quella del Kintsugi, è di non nascondersi. È nel non-esser-invisibile, nel non avere la pretesa di restituire l'oggetto ad una sua presunta originalità. Al contrario, è ben visibile il suo intervento.

Fino al punto da esserne parte integrante, e non semplicemente una cicatrice. Quel filo dorato non ripara solamente, crea. Se a rompersi è una fotografia? Un vaso è un oggetto concreto, rimanda ad un uso. Una fotografia invece a cosa rimanda? E cosa evoca l'intervento del kintsugi.  È qui che la collaborazione tra Carola Guaineri e Anita Cerrato assume le valenze del gioco e del rimando, dei richiami e degli echi, e intende suggerire un invito a interrogarsi su alcuni aspetti che ci riguardano, non solo individualmente».

Carola Guaineri (Milano, 1975) ha iniziato il suo percorso come fotografa nel 1991, dopo aver visto la mostra del fotografo Ansel Adams. Da allora il bianco e nero sono diventati il mezzo per esprimersi. Lavora nella sua camera oscura, sviluppando e stampando le proprie foto in una continua ricerca stilistica.  

Anita Cerrato (Milano, 1975), scrittrice e restauratrice, ha appreso la tecnica del kintsugi originale presso alcuni maestri giapponesi. Nel 2015, insieme a Giancarlo Bozzani, artista e designer, ha fondato Kintsu Handmade. La passione per il design la porta anche a fare molta ricerca, per sondare nuove idee creative, sperimenta applicando l'antica tecnica del kintsugi su materiali non consueti. (Comunicato stampa CSArt di Chiara Serri)




Arrivano i primi segnali positivi per la stagione 2021
La Sicilia apre la stagione in Sold Out!

www.gbviaggi.it

(Comunicato stampa GB Viaggi Tour Operator) - Nelle ultime settimane è manifesta la volontà di ritornare il più possibile alla normalità e iniziano ad arrivare le prenotazioni per le vacanze. Il settore turistico è stato uno dei comparti più penalizzati dalla pandemia. Un settore che ha già pagato a caro prezzo il peso delle restrizioni che hanno praticamente bloccato gli spostamenti e quindi la possibilità di andare in vacanza. Con l'avanzamento del programma vaccinale è arrivato il momento di programmare la ripartenza. Una ripartenza forte, come dimostrano i dati. Secondo le prime stime del tour operator GB Viaggi, è un vero e proprio boom per le vacanze estive con la Sicilia in vetta tra le mete più gettonate.

Nell'era del Covid-19 abbiamo assistito anche alla trasformazione del concetto stesso di vacanza. Le location più attrattive, non sono quelle di massa, i vacanzieri sono sempre più alla ricerca di spazi aperti, soggiorni più isolati e misure di sicurezza garantite. Anche per questa stagione 2021, in molti preferiranno rimanere in Italia, scegliendo mete sicure. Tra queste la Sicilia è una delle mete più ambite. Qui natura, distanziamento, sicurezza e comfort sono le parole d'ordine che fanno, dell'isola più grande del Mediterraneo, una tra le più belle al mondo, anche una delle mete più ambite e sicure dell'estate 2021.

Il fattore vaccini è un elemento essenziale per sorreggere la fiducia di un ritorno alla normalità. "Sono i numeri a parlare chiaro! - afferma Domenico Stefanelli, direttore booking di GB Viaggi - Gli esiti della forte campagna vaccinale si sono rivelati importantissimi per sbloccare l'incertezza dei vacanzieri e rassicurare sulla possibilità di andare in vacanza". I vaccini però, non sono l'unico elemento che favorisce la ripartenza. Il coraggio di investire, nonostante l'incertezza, nell'eccellenza di prodotto, viene premiato.

È il caso dell'Hotel Club La Paya, sito a Marina di Patti, in provincia di Messina, pronto ad aprire i battenti dal prossimo 28 maggio 2021. Un'apertura che ha registrato già il sold out grazie anche alla forte collaborazione con il tour operator GB Viaggi. Una sinergia che grazie all'impegno, alla costanza e al duro lavoro, ma soprattutto alla volontà di crederci, nonostante tutto, sta iniziando a dare i suoi frutti.

L'Hotel di Michele Mastronardi negli ultimi tempi è stato insignito di prestigiosi titoli tanto da aver ricevuto il riconoscimento delle 5 stelle dal Wedding Awards 2020 e del premio Travel Cooker 2020. Tra le regioni del Sud Italia, la Sicilia è quella che ha ricevuto il maggiore interesse. Oltre il 44% degli italiani ha scelto un soggiorno in Sicilia con un aumento delle ricerche, a partire da gennaio, pari al +42%.

"Segnali positivi, dunque - conclude il direttore delle vendite - per la prossima stagione, che ci auguriamo possano incrementarsi con il supporto dei programmi di vaccinazione e grazie alle misure di sicurezza che abbiamo introdotto in tutte le nostre strutture. Nella speranza che la garanzia di poter trascorrere le proprie vacanze in totale sicurezza possa incoraggiare gli italiani, consentendo a tutti di non rinunciare alle vacanze".

  The Rough Guide - Sicilia (Recensione di Ninni Radicini a una Guida turistica sulla Sicilia)

La Trinacria | Storia e Mitologia (Articolo sul simbolo mitologico e storico della Sicilia)

Sicilia e Grecia (Convergenze storiche e culturali nel mondo Ellenico)





Vedere la musica. L'arte, dal Simbolismo alle avanguardie
Palazzo Roverella - Rovigo
termina lo 04 luglio 2021

Una sequenza di cinque opere di Vasilij Kandinskij, cinque preziosi e straordinari dipinti costituiscono le prove scenografiche per la messa in scena dei "Quadri di un'esposizione", il capolavoro musicale di Modest Musorgskij. Scritta per pianoforte, è l'opera più famosa del compositore russo. Presto diventata il pezzo forte del repertorio di molti pianisti, è stata oggetto di un gran numero di strumentazioni da parte di altri compositori: la versione più nota e più eseguita è quella orchestrata da Maurice Ravel. Mostra a cura di Paolo Bolpagni.

"Kandinskij" - annota Paolo Bolpagni - "non disdegnò di dedicarsi al lavoro di scenografo e costumista, non abbandonando mai peraltro la sua particolare prospettiva di fusione delle arti. Nell'aprile del 1928 allestì al Friedrich-Theater di Dessau, su invito di Georg Hartmann, direttore del teatro stesso, uno spettacolo dedicato, appunto, ai 'Quadri di un'esposizione' di Modest Musorgskij. Per i 'Quadri' curò la regìa e progettò le scene". E la mostra del Roverella ha il privilegio di presentare i cinque dipinti che costituiscono le prove scenografiche per lo spettacolo: "Gnomus", "Bydlo", "La capanna sulle zampe di gallina di Baba Jaga", "Catacombae" e "La grande porta di Kiev".

"Così come - afferma Bolpagni - il compositore si era ispirato, per la sua suite pianistica, a una serie di acquerelli del pittore e architetto Viktor Hartmann, similmente Kandinskij rifuggì da strette analogie figurative, preferendo seguire con giochi di luce e con mutevoli disposizioni di forme colorate il decorso della musica". Ma la grande esposizione rodigina offrirà al pubblico anche una sesta opera di Kandinskij, un raro e prezioso dipinto del 1931 intitolato "Dunn und fleckig Souple" ("Sottile e macchiato flessibile"), proveniente da una prestigiosa collezione privata. (Estratto da ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della mostra su Frida Kahlo Frida Kahlo. Una vita per immagini
16 maggio - 13 ottobre 2021
Museo Civico - Sansepolcro (Arezzo)

Attraverso un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, la mostra ricostruisce le vicende della vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca delle motivazioni che l'hanno trasformata in un'icona femminile e pop a livello internazionale. In effetti le foto di sono state realizzate dal padre Guillermo durante l'infanzia e la giovinezza della figlia e poi da alcuni dei più` grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silbertein, Manuel e Lola Alvarez Bravo, Nickolas Muray e altri ancora. In questo straordinario "album fotografico" si rincorrono le vicende spesso dolorose ma sempre appassionate di una vita, oltre agli amori, alle amicizie e alle avventure di Frida.

In mostra è esposto anche un gruppo di piccole fotografie molto intime di Frida, scattate in formato polaroid dal gallerista Julien Levy. Il percorso di mostra ricostruisce innanzitutto il contesto in cui si è affermata la sua personalità: è il Messico del primo Novecento, attraversato da una rivoluzione che ne ha cambiato la storia, grazie a umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata. L'epopea e il mito della rivoluzione messicana resteranno impresse nella mente di Frida e ne forgeranno il carattere indomito, alimentando il suo senso di ribellione verso le convenzioni borghesi e le imposizioni di una società fortemente maschilista. In questo contesto si innestano le vicende della famiglia Kahlo.

Guillermo, il padre, è un fotografo di professione di origine tedesca, giunto in Messico nel 1891 e ben presto innamoratosi del paese che lo ha accolto. La sua attività è testimoniata da alcune fotografie realizzate su incarico del governo austriaco, per documentare le chiese del Messico, erette nel periodo coloniale. Di sangue misto, tedesco e messicano, Frida cresce nel mito di un Messico rivoluzionario, introiettando tutti i caratteri di una personalità libera e indomita, che trova nella pittura un linguaggio appassionato, viscerale, dai forti contenuti impietosamente autobiografici, con cui si racconta senza ipocrisie.

Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, alla ricerca di una propria identità e di una ragione di vita. Nei suoi numerosi autoritratti non teme di mettere a nudo le proprie debolezze e le proprie inquietudini. Accanto a Frida è spesso ritratto Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, che ha attraversato gran parte della sua vita. Ma vi appaiono anche altri personaggi come Leon Trotsky e André Breton.

In mostra sono esposti infine alcuni documenti come il catalogo originale della mostra di Frida, organizzata da André Breton a Parigi, il primo "manifesto della pittura rivoluzionaria" firmato da Breton e Rivera, una documentazione fotografica della sua famosa Casa Azul e un grande dipinto realizzato dal pittore cinese Xu De Qi che riproduce Las Dos Frida. La mostra si chiude con un video che raccoglie le poche immagini filmate della grande artista messicana. Il catalogo, curato da Vincenzo Sanfo è edito da Papiro Art. I servizi di accoglienza nel museo e in mostra sono gestiti da Opera Laboratori Fiorentini. (Comunicato stampa Civita - Ombretta Ambra Roverselli)




Locandina della mostra Figure dell'incerto con opere Di Stefano di Stasio Stefano Di Stasio
Figure dell'incerto


15 maggio (inaugurazione) - 24 luglio 2021
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Le opere sono state create appositamente per questo evento che vede un'interessantissima selezione di inediti. Sono esposti lavori realizzati, infatti, tra il 2019 e il 2020, di medie e grandi dimensioni che segnano una importante svolta nella sua ricerca e che si ricongiungono idealmente alle prime sperimentazioni degli anni '70. L'arte è una "forza" senza tempo, pare dirci Di Stasio, che si serve della pittura, una bella pittura che non fa sconti alla improvvisazione e che racconta una vitale esperienza di ricerca che anche oggi appare totalmente libera dalle influenze e dalle mode momentanee. Essa sa guardare oltre il limite della tela e diventa fiaba, racconto, sogno, idealità. I lavori sono realizzati con grandissima e meticolosa attenzione ai dettagli, in un contrappunto di immagini e colori che dà origine al concerto "silenzioso" e a lungo meditato. Mostra a cura di Vittoria Coen.

..." la riappropriazione di qualche elemento astratto nella rappresentazione mi sta regalando un nuovo entusiasmo, qualcosa di sopito nella mia immaginazione, per molti anni tenuto a bada dalla necessità perversa di reinventare il linguaggio figurativo della tradizione pre-moderna, ma che ora, nella costruzione del quadro, può intervenire e combinarsi con le figure e le scene consuete della mia pittura". Così scrive Stefano Di Stasio nel suo testo pubblicato in catalogo, insieme al saggio introduttivo di Vittoria Coen. Nuove coordinate, ad esempio, un lavoro realizzato nel 2020, appare quasi come un manifesto della nuova svolta dell'artista: grandi cesure forti e dirette che esaltano le immagini senza confini di spazio e di tempo. (Comunicato stampa)




Landscape with two hands, by Igor Eškinja 2019, Lambda print on plexiglass and dibond 80x65 cm Videogioco Spacewar per computer PDP-1 Net Jumps 1921-2021
La nascita del mondo parallelo extra-materico della Ipermente che vive nel nostro presente


27 maggio (inaugurazione) - 30 luglio 2021
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

La mostra degli artisti Igor Eškinja, Franklin Evans, Federico Luger, vuole aprire una riflessione, attraverso il lavoro di tre artisti e una ricerca storica, lunga 100 anni, sulla nascita dell'Ipermente contemporanea; un percorso cronologico dalle prime intuizioni della letteratura di fantascienza degli anni '20, alle analisi storiche e collegamenti con la Guerra Fredda degli anni '50, fino alla nascita dei primi videogiochi di ruolo e la conseguente invenzione di "avatar". Il punto di partenza è il Futuro distopico presentato nel dramma "L'Angoscia delle macchine" di Ruggero Vasari, iniziato esattamente cent'anni fa, nel lontano 1921.

Il racconto della mostra comincia proprio da quel futuro vasariano che generò l'Ipermente, che oggi abita nel nostro universo percettivo. Definiamo "Ipermente" quella capacità sviluppata dall'essere umano contemporaneo di comprendere e agire proiettando se stesso in un'astrazione mai raggiunta prima. Con l'avvento delle macchine-computer e il loro collegamento di massa, insieme ad uno sviluppo rapidissimo delle scienze matematiche e informatiche, le idee che provenivano dalle intuizioni esistenziali dell'uomo antico sono divenute idee extra-materiche reali, presenti e attive nel nostro mondo reale e percettivo. Nel mondo delle Idee di Platone non avevano il joystik! Noi sì.

Net Jumps è un salto tra nuovi mondi e nuove estraneazioni. Nelle sale della galleria si potrà giocare con videogames vecchi e nuovi, un percorso tra computer storici e materiali informatici e telematici, si analizzeranno i tre aspetti su cui si basa la formazione della nostra Ipermente: lo spazio percepito | Igor Eškinja; i livelli di informazione | Franklin Evans; l'interazione extra-materica | Federico Luger. Una mostra interattiva, un percorso nel tempo e nell'Ipermente. Con l'occasione sarà pubblicato un catalogo ricco di contenuti multimediali per guidarci in questo salto, con un testo di Bartolomeo Pietromarchi. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Stampa su plexiglass di cm 80x65 denominata Landscape with two hands, realizzata nel 2019 da Igor Eškinja
2. Videogioco "Spacewar!" per computer PDP-1, realizzato da Steve Russel tra il 1961 e il 1962




Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

«Con immensa gioia riapriamo la galleria per accogliervi in un'oasi di serena bellezza. Ma siamo stati costantemente attivi e presenti e lo saremo sempre e comunque. Questo video (www.youtube.com/watch?v=PxGn6pvVLtY) è un manifesto che vuole testimoniare l'esistenza di una categoria dimenticata dalle istituzioni e trascurata dai canali di informazione: gli artisti, i galleristi e gli operatori culturali che rappresentano l'Arte Contemporanea. "Noi ci siamo" e continuiamo a lavorare con impegno e passione perché il mondo non dimentichi che l'arte e la cultura sono realtà vive in continuo divenire. Riprendono le visite su appuntamento, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e nello spirito di garantire la massima attenzione alle esigenze della clientela.» (Laura Romano)




Terminato il restauro della "Fuga in Egitto" di Guttuso
www.sacromontedivarese.it | www.archeologistics.it

Sono terminati i lavori di restauro della "Fuga in Egitto" di Renato Guttuso e il Sacro Monte di Varese si prepara a vivere una nuova stagione. Le 14 cappelle della via sacra che porta al santuario, la cripta, il museo Baroffio, la casa museo Pogliaghi e il borgo di Santa Maria del Monte: il Sacro Monte varesino è testimone e protagonista di un'arte del Novecento che si integra e completa con secoli di storia. La restituzione dell'opera di Guttuso, imponente murales in acrilico realizzato dal pittore neorealista nel 1983 in prossimità della terza cappella, rappresenta un momento di rinascita del patrimonio artistico varesino, soprattutto all'indomani del difficile periodo di chiusure che l'intero comparto turistico ha vissuto.

Archeologistics, realtà varesina impegnata nella valorizzazione del patrimonio culturale cui è stato affidata la valorizzazione del complesso monumentale del Sacro Monte, per l'occasione ha predisposto un programma di visite guidate e incontri online nel mese di maggio con l'intento di comprendere il rapporto tra arte antica e arte contemporanea che il sito Unesco varesino custodisce. (...) Il programma promosso da Archeologistics prevede tre visite guidate e due incontri in digitale, tutti gratuiti con prenotazione obbligatoria. Il 16 e il 23 maggio una camminata guidata di circa due ore lungo il Viale delle Cappelle per conoscere da una parte la storia e le vicende che hanno portato alla nascita della Via Sacra dedicata al Rosario nel Seicento e dall'altra per scoprire opere di artisti contemporanei al Sacro Monte di Varese, con particolare attenzione alla "Fuga in Egitto" di Renato Guttuso

La visita, presso il Centro Espositivo Macchi alla prima cappella, dove sono conservate opere firmate da Renato Guttuso, Floriano Bodini, Aligi Sassu, Mario Sironi, proseguirà fino alla terza cappella per ammirare e conoscere il restauro della "Fuga in Egitto" di Guttuso.  Il 13 maggio appuntamento online per l'incontro "La committenza ecclesiastica" dedicato al tema del rapporto tra committente e artista (...). Il secondo incontro online è previsto mercoledì 20 maggio. In "La bellezza non si arrende - Gli artisti contemporanei nell'impervio territorio del Sacro" (...). Tutti gli appuntamenti in programma sono gratuiti con prenotazione obbligatoria.

Nei fine settimana di maggio sono aperti anche il Museo Baroffio, la Casa Museo Pogliaghi e la cripta del Santuario. Si tratta di tre gioielli che testimoniano il forte connubio tra arte antica e arte contemporanea che caratterizza il Sacro Monte di Varese. Il Museo Baroffio, collocato a fianco del Santuario, custodisce all'interno la collezione Baroffio, con opere dall'epoca romanica fino al Settecento, la raccolta del Santuario e la collezione Macchi, con una sala dedicata ad artisti contemporanei, quali Matisse, Guttuso, Bodini, Carpi e Longaretti. La Casa Museo Pogliaghi è stata la residenza eclettica dell'artista milanese autore della porta del Duomo di Milano.

Le sale racchiudono l'internazionale collezione di Ludovico Pogliaghi, appassionato esteta che nella sua vita collezionò reperti archeologici (più di ottocento reperti egizi, greci, etruschi e romani), tappeti, opere dall'estremo oriente, oreficerie e molto ancora. Accanto alla collezione sono ammirabili anche le opere dell'artista, tra le quali spicca il modello in gesso della porta del Duomo di Milano. Non ultima la cripta del Santuario. L'antica chiesa di IX-X secolo costruita sulla montagna è il cuore di tutta la storia di Santa Maria del Monte. I restauri conclusi nel 2017 hanno riportato alla luce affreschi quattrocenteschi e resti che riportano ai primi secoli di vita di questo importante luogo di culto.

Archeologistics, fondata nel 2004, progetta e realizza servizi di gestione museale, educazione al patrimonio, visite guidate e turismo culturale. In Lombardia opera in tutti i quattro siti Unesco Patrimonio dell'Umanità della provincia di Varese e collabora con le principali istituzioni del territorio e con il Ministero per i Beni Culturali. Fornisce consulenza per musei, monumenti e aree archeologiche, luoghi d'interesse storico-artistico e progetta percorsi per scuole e pubblico specialistico. (Estratto da comunicato ufficio stampa Archeologistics - Eo Ipso)




Curiosando fra segni e colore
Opere calcografiche e libri d'artista di Laura Stor


17 maggio - 25 giugno 2021
Biblioteca statale Stelio Crise - Trieste
www.laurastor.it

Personale dell'artista Laura Stor, triestina di nascita e da poco rientrata in città dalle sue esperienze in Italia e all'estero. La mostra vuole essere un invito a scoprire le possibilità espressive delle tecniche calcografiche. Alle pareti e nelle bacheche, i fogli incisi ed i libri d'artista proporranno alla curiosità del visitatore la possibilità di spaziare fra segni e colore, metodi di stampa tutti rigorosamente manuali ma dai risultati a volte sorprendentemente diversi. Fra i lavori in mostra sono particolari quelli eseguiti con la tecnica della "matrice persa". I colori e le sovrapposizioni si ottengono con l'asportazione progressiva di parti della matrice. Si va dai colori tenui a quelli scuri, alla fine pochi segni neri restano su un supporto ormai "perso". Accostando opere realizzate in vari periodi e con le tecniche più diverse la mostra diventa anche un racconto del percorso artistico di Laura Stor, arricchito dalla creazione di libri d'artista, un interessante itinerario fra segni e colore.

Laura Stor si dedica da anni all'approfondimento e divulgazione delle tecniche incisorie dopo aver seguito i corsi della Scuola Internazionale di Grafica Venezia Viva. Nel 2001 ha aperto a Roma il laboratorio calcografico "perinciso" con annessa scuola di incisione e stampa. Recentemente ha lasciato Roma per rientrare a Trieste, sua città natale. Fa parte dell'Associazione Liberi Incisori Luciano de Vita (Bologna) e dell'Associazione Officine Incisorie (Roma). Oltre alla partecipazione a numerosissime mostre collettive e concorsi, ha al suo attivo varie mostre personali, in Italia e all'estero, che hanno attirato l'interesse della critica per la coerenza del suo impegno. E' presente in annuari e rassegne di arte contemporanea: il Dizionario della stampa d'arte di Paolo Bellini, il Repertorio degli incisori italiani, l'Annuario degli incisori.

Opere di Laura Stor sono presenti nella Raccolta delle stampe Achille Bertarelli di Milano, nella Biblioteca Palatina di Parma, nella Biblioteca Berio di Genova, nella Raccolta delle stampe Adalberto Sartori di Mantova, nel Gabinetto stampe e disegni del Museo di Bassano del Grappa (Vicenza), nel Gabinetto delle stampe di Bagnacavallo (Ravenna), nelle Collezioni del Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci (Fontanellato, Parma), nel Centro per l'incisione e la grafica d'arte di Formello (Roma) e presso varie collezioni private. Un panorama del suo percorso artistico è offerto dai cataloghi pubblicati a Roma nel 2003 e nel 2017 ed aggiornato nel sito. (Comunicato stampa)




I° Premio di pittura EsponiMi
Per artisti under35


15 giugno (inaugurazione) - 02 luglio 2021
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra - a cura di Stefano Cortina, Nicoletta Colombo e Mario Palmieri - presenta la vincitrice Ginevra Tarabusi e i sette finalisti classificati ex aequo al secondo posto : Debora Fella, Denis Picatto, Eleonora Fristachi, Iacopo Pesenti, Leonardo Prencipe, Peng Shuai, Viola Barovero. Il premio è stato organizzato da tre Rotary Club ed esattamente il Milano Rho Fiera Centenario il Rho e il Milano Villoresi per premiare e dare un fattivo contributo all'arte giovane italiana. Il premio voleva, in questa sua prima edizione, dare risalto soprattutto alla pittura, pertanto il concorso era dedicato eclusivamente a questa espressione artistica escludendo volutamente ogni altra forma d'arte. I partecipanti sono stati oltre un centinaio presentando in complesso un elevato standard qualitativo delle opere presentate. La pittura e l'arte sono dunque vive e attive tra i giovani, garanzia per il futuro affinchè la libera espressione dell'animo umano sopravviva tra forme e colori. (Comunicato stampa)

___ Presentazione cataloghi pubblicati da Cortina Arte Edizioni

Dario Zaffaroni | Geometrie Cromo-cinetiche
a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Lost Spring VI, opera di Brigitta Rossetti nella mostra Flowering and other poems Brigitta Rossetti
Flowering and other poems


Bianchi Zardin Contemporary Art - Milano
www.bianchizardin.com

Mostra personale di Brigitta Rossetti, inaugurata il 30 aprile, a cura di Domenico De Chirico, accessibile in forma ibrida tra uno spazio virtuale - dal sito della Galleria - e uno fisico. Realizzata in collaborazione con Wide VR (www.widevr.eu), celebra le opere Lost Spring, realizzate dall'artista a partire dal 2012, con la partecipazione nel 2021 alla mostra dei finalisti di Arte Laguna Prize presso l'Arsenale di Venezia. Brigitta Rossetti esprime un legame molto forte con la natura la cui leggerezza e linguaggio nascosto si ritrovano nell'accostamento di colori e materiali che prendono vita sulla tela in modo delicato e poetico, e dove la fisicità del gesto nella realizzazione è predominante insieme alla sacralità della rappresentazione della natura.

Il tema principale riguarda la primavera, una primavera persa, a causa dell'alterata ciclicità delle stagioni e in questo momento storico in particolare a causa della pandemia che stiamo vivendo. L'artista parla anche di una primavera di emozioni, essendo questa simbolo di vita e creazione. Le opere Lost spring sono una stratificazione di elementi naturali, sintetici e sensazioni imminenti. La mostra sarà accompagnata da un diario poetico intimistico.

Per celebrare lo spirito di quartiere che contraddistingue il Maroncelli District tre opere saranno esposte fisicamente presso Officina Antiquaria, tortatelier e presso lo spazio espositivo della chiesa di Sant'Antonio da Padova. Parte del ricavato derivante dalla vendita dell'opera esposta presso lo spazio della Chiesa di Sant'Antonio da Padova sarà devoluto allo stesso Centro Sant'Antonio dei Frati Minori che sostiene i bisognosi di questa parte di città.

«L'operare della natura è frutto di un codice costituito da un a priori che tuttavia rivede sempre i propri grovigli interni manifestando volta per volta nuove fioriture e che sovente si evolve in una commistione di eventi che misteriosamente va di pari passo col mero accadimento. "La Natura è un oggetto enigmatico, un oggetto che non è del tutto oggetto... non ciò che ci è dinanzi, ma ciò che ci sostiene", sosteneva il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty...» (Domenico De Chirico) (Estratto da comunicato stampa Veronica Iurich - ch2_eventiculturali)




Viaggio controcorrente
Arte italiana 1920-1945


05 maggio - 12 settembre 2021
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Mostra dedicata a un periodo storico molto intenso per l'arte italiana, tra la fine della Grande Guerra e il termine della Seconda Guerra Mondiale: 25 anni di storia raccontati con circa 130 opere attinte dal patrimonio del museo e da alcune opere scelte dalla Galleria Sabauda, facendo ruotare le due raccolte pubbliche intorno a una significativa selezione di 73 capolavori dalla ricca collezione privata dell'Avvocato Giuseppe Iannaccone di Milano. La mostra è curata da Annamaria Bava, responsabile Area Patrimonio dei Musei Reali, dal direttore della GAM Riccardo Passoni e dalla curatrice della collezione Iannaccone Rischa Paterlini.

Dal dialogo tra le tre collezioni, due pubbliche e una privata, nasce quindi questa mostra dove si è voluto indagare, attraverso opere di grande qualità artistica, la storia, le idee, i progetti e gli scontri che caratterizzarono gli anni tra le due guerre. Questi venticinque anni della nostra storia videro nascere, dopo i turbolenti anni dell'Avanguardia, i principi di "Valori Plastici" che, prendendo ispirazione dalla solennità del grande passato italiano, certamente influenzarono la retorica di un'arte fascista, che in seguito si sviluppò nel richiamo al classicismo: un'arte che prediligeva le impostazioni chiare e sobrie, con riferimento alla purezza delle forme e all'armonia nella composizione.

La collezione di arte italiana tra le due guerre di Giuseppe Iannaccone rappresenta oggi un unicum nel panorama italiano e internazionale, e nasce nei primi anni Novanta con la volontà manifesta di ricostruire un'alternativa a questa dimensione retorica e ufficiale, riuscendo a rintracciare le opere di un significativo gruppo di artisti che credettero in un'arte dalle molte possibilità espressive, in un arco temporale che va dal 1920 al 1945. La raccolta riunisce dunque le opere di artisti le cui ricerche hanno sviluppato visioni individuali e collettive controcorrente rispetto alle politiche culturali fasciste di ritorno all'ordine e classicità monumentale novecentista.

Dalla poesia del quotidiano di Ottone Rosai e Filippo De Pisis all'espressionismo della Scuola di via Cavour (Mario Mafai, Scipione, Antonietta Raphaël), dal lavoro di scavo nel reale di Fausto Pirandello, Renato Guttuso e Alberto Ziveri, alle correnti dei Sei di Torino (Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio, Enrico Paulucci) e del Chiarismo lombardo (Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Umberto Lilloni), fino alle forze innovatrici dei pittori e scultori di Corrente (Ernesto Treccani, Renato Birolli, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Arnaldo Badodi, Luigi Broggini, Giuseppe Migneco, Italo Valenti, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti, Emilio Vedova), la collezione rappresenta un'originale e importante testimonianza di una stagione creativa, complessa e vitale, dell'arte italiana del Novecento.

La mostra prevede un confronto incrociato con circa 60 opere provenienti dalle collezioni della GAM e dei Musei Reali: un accostamento che è stato possibile perché la maggior parte degli artisti della collezione Iannaccone sono presenti nelle raccolte della GAM grazie all'incremento del patrimonio, avvenuto proprio negli anni specifici del progetto, poi proseguito fino ad oggi con la recente acquisizione del Nudo rosso di Francesco Menzio da parte della Fondazione De Fornaris. Pochi sanno che la Galleria Sabauda, oltre a capolavori dal Trecento al primo Ottocento, possiede una cospicua raccolta di primo Novecento, confluita nelle sue collezioni in seguito al riaccorpamento delle opere acquisite dal 1935 al 1942 dalla Soprintendenza all'Arte Medievale e Moderna per il Piemonte e la Liguria, investendo importanti risorse finanziarie per rappresentare gli esiti dell'attività degli artisti piemontesi contemporanei.

Una sfida particolare è stata inoltre quella di presentare, accanto alle opere novecentesche, alcune mirate opere di arte antica della Galleria Sabauda, che si scalano tra il Cinquecento e il Settecento, particolarmente efficaci per evocare lontani ricordi, suggestioni e confronti, tematici o stilistici, che consciamente o inconsciamente sembrano aver influenzato e stimolato i nostri artisti di primo Novecento. L'esposizione si articola in sezioni tematiche: Interni; Figure; Allegorie e Ritratti; Nature morte; Paesaggi / vedute ed è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, curato da Annamaria Bava, Riccardo Passoni e Rischa Paterlini, che include tutte le riproduzioni delle opere in mostra e testi di approfondimento. (Comunicato ufficio stampa GAM)




Dante. La visione dell'arte
30 aprile - 11 luglio 2021
Musei San Domenico di Forlì
www.mostradante.it

Un percorso espositivo, in un arco temporale che va dal Duecento al Novecento, con l'obiettivo di presentare le molteplici traduzioni figurative della potenza visionaria di Dante. Per qualche mese Forlì si trasforma in una pinacoteca dantesca. Ci sono Cimabue, Giotto, Beato Angelico, Michelangelo, Tintoretto, Canova, Andrea del Castagno, autore di una delle primissime raffigurazioni del ritratto del Sommo Poeta; fino ad arrivare ai preraffaeliti, ai macchiaioli ed al Novecento, con Galileo Chini, Plinio Nomellini, Felice Casorati, Lucio Fontana, Pablo Picasso. Più che una mostra, un vero e proprio 'girone monstre', affollato di capolavori, oltre che un viaggio nella storia dell'arte tra Medioevo ed età contemporanea, forte di una selezione di trecento opere dal Duecento al Novecento, tra dipinti, sculture, disegni, illustrazioni e manoscritti.

Le sale del San Domenico ospitano circa 300 opere tra le più significative dal Duecento al Novecento, suddivise in 18 sezioni, in un percorso museale che comprende pittura, scultura, disegni e incisioni, manoscritti, edizioni rare. Per la prima volta, l'intimo rapporto tra Dante e l'arte viene interamente analizzato e ricostruito, presentando gli artisti che si sono cimentati nella grande sfida di rendere in immagini la potenza visionaria di Dante, delle sue opere e in particolare della Divina Commedia, o hanno trattato tematiche simili a quelle dantesche, o ancora hanno tratto da lui episodi o personaggi singoli, sganciandoli dall'intera vicenda e facendoli vivere in sé. Con uno stile magniloquente e antologico, l'esposizione conduce il visitatore alla scoperta della crescente fama di Dante attraverso i secoli. Dalla fortuna al mito. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

___ Presentazione mostre dedicate a Dante Alighieri

Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona
07 maggio - 03 ottobre 2021
Galleria d'Arte Moderna Achille Forti - Verona
Presentazione

Felice Limosani. Dante: il Poeta Eterno
14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze
Presentazione

Michael Mazur. L'Inferno
06 marzo - 03 ottobre 2021
Museo di Castelvecchio - Verona
Presentazione

Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell'esilio
06 marzo - 04 luglio 2021
Chiesa di San Romualdo - Ravenna
Presentazione

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Dante
Poesia di Nidia Robba




Krishna, il divino amante
Dipinti indiani del XVII-XIX secolo dalle collezioni del MAO


28 aprile - 26 settembre 2021
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La collezione d'opere d'arte proveniente dall'Asia meridionale comprende quattro dipinti religiosi incentrati sulla figura del dio Krishna, di cui tre di notevoli dimensioni. L'esposizione, a cura di Claudia Ramasso e Thomas Dähnhardt, si propone di mostrare al pubblico questo tipo di produzione pittorica (picchavai), accompagnata da una selezione di componimenti poetici ascrivibili alla corrente devozionale della bhakti, nell'ottica di esaltare attraverso la visita il concetto di esperienza estetica cara alla tradizione indiana, il rasa. Il termine rasa, che significa "succo", "essenza" o "gusto", indica un particolare stato emozionale che è intrinseco all'opera d'arte, sia essa visiva, letteraria o musicale, e che riesce a suscitare nello spettatore la corrispondente disposizione d'animo.

Le poesie presentate in mostra accanto ai dipinti, oltre a essere una chiave di lettura evocativa delle raffigurazioni pittoriche, intendono invitare a un pieno godimento estetico dell'esposizione attraverso il linguaggio universale dei modi dell'arte. I picchavai, opere pittoriche delle scuole del Rajasthan, sono grandi dipinti devozionali su tela libera consacrati al dio Krishna, una delle divinità indiane più conosciute in Occidente, manifestazione terrena del dio Vishnu e fulcro della corrente devozionale della bhakti. Tradizionalmente vengono esposti nella sala interna del tempio dove è venerata l'immagine di Krishna per adornare le pareti e gli arredi. I dipinti, di grande espressività artistica, raccontano la vita terrena del dio Krishna attraverso una serie di contesti diversi, che variano nel corso dell'anno in base al calendario delle festività relative alla divinità.

Di particolare rilievo sono le raffigurazioni denominate Raslila, che rappresentano Krishna mentre intesse giochi amorosi con le giovani mandriane (gopi) nei boschi di Vrindavan, luogo dove la tradizione religiosa colloca la sua giovinezza. Lila significa appunto "gioco" e nell'ambito della corrente devozionale della bhakti questo termine è inteso in senso simbolico: le anime umane sono viste come "amanti" passionali del dio "amato", rapite estaticamente in una danza amorosa con la divinità, come le gopi con Krishna. Fra i versi che accompagnano i dipinti, il più antico risale alla Bhagavad-gita, uno dei testi sacri per eccellenza della tradizione hindu e di fondamentale importanza nel contesto delle correnti devozionali krishnaite, che risale al II secolo a.C. e che celebra la maestosità universale del Beato, epiteto attribuito a Krishna.

Compiendo un salto temporale dall'antica tradizione brahmanica alle forme più recenti dell'induismo, tre dei quattro componimenti poetici sono invece traduzioni inedite da testi hindi ascritti a grandi poeti devozionali del XV - XVI secolo, epoca in cui l'India settentrionale si trovava sotto la dominazione islamica. I testi letterari della corrente della bhakti di questo periodo evidenziano un ambiente culturale particolarmente fecondo, dove la fede devozionale per il dio amato apre le porte a nuove forme espressive che descrivono compiutamente una società multiculturale. (Comunicato ufficio stampa Chiara Vittone)




Locandina di presentazione della mostra dedicata ai fotografi Lisette Model e Horst P Horst Lisette Model. Street Life
Horst P. Horst. Style and Glamour


28 aprile - 04 luglio 2021
CAMERA Centro Italiano per la Fotografia - Torino
www.camera.to

Una doppia personale dedicata a due importanti fotografi, riprendendo il filone espositivo dedicato ai grandi autori della storia della fotografia del XX secolo. Un ciclo - iniziato con la mostra su Carlo Mollino (2018) e proseguito con quella sull'opera di Man Ray (2019). Lisette Model e Horst P. Horst: ironica e dissacrante street photographer lei e genio della fotografia di moda lui, punti di riferimento nello sviluppo del proprio specifico genere fotografico ed ispiratori di intere generazioni. Nonostante l'avvicinamento al mondo della fotografia inizi per entrambi a Parigi negli anni Trenta, il loro atteggiamento nei confronti dei soggetti ritratti è totalmente opposto: se per l'autrice austriaca i soggetti ritratti diventano caricature di sé stessi, emblema di una società goffa e decadente, per l'autore tedesco le proprie modelle rappresentano un'eleganza senza tempo, dai richiami classici e dalla bellezza statuaria. Le mostre sono accompagnate da due cataloghi, pubblicati da Silvana Editoriale.

- Lisette Model. Street Life

La mostra, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l'esposizione ripercorre la carriera dell'artista sottolineandone l'importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d'azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra.

Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha 'osato vedere', la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l'uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c'è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all'improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un'irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all'approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell'epocale mostra "New Documents" al MoMA nel 1967.

Il percorso di mostra prende avvio in Francia, dove Model inizia a fotografare negli anni Trenta grazie agli insegnamenti della sorella Olga. In questo periodo realizza Promenade des Anglais, una delle sue serie più note, dedicata alla borghesia pigra e decadente che passa l'estate in villeggiatura a Nizza, e racconta la vita dei parigini che trascorrono le loro giornate fra le strade della città. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti inizia sistematicamente a fotografare gli abitanti di New York con uno sguardo sprezzante e ironico, realizzando alcune delle sue immagini più iconiche. In mostra, tuttavia, saranno presenti anche progetti meno conosciuti, come il reportage dedicato alla Lighthouse di San Francisco, organizzazione che offre lavoro e assistenza a persone cieche o quello realizzato durante le gare equestri a Belmont Park.

La città è presente anche nelle prime serie realizzate subito dopo il suo arrivo: Reflections e Running Legs, dove viene ritratta attraverso i riflessi creati dalle vetrine dei negozi e attraverso le gambe di frenetici passanti. Le merci e gli edifici si fondono e confondono con le persone che passeggiano, in un insieme che è al contempo surreale e documentario. Non mancano ovviamente anche i suggestivi scatti realizzati nei locali di musica jazz, da lei stessa definiti come luoghi dove ricercare la vera essenza degli Stati Uniti. Fra i personaggi da lei ritratti in questo contesto troviamo alcuni dei grandi di questo genere, come Bunk Johnson, Count Basie, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Percy Heath, Chico Hamilton, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano, la Galerie Baudoin Lebon di Parigi e la Keitelman Gallery di Bruxelles.

- Horst P. Horst. Style and Glamour

Il percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di circa 150 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst P. Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni. La mostra presenta sessant'anni di carriera del fotografo di moda di origine tedesca: dai primi successi con "France Vogue" nell'Europa tra le due guerre (1931-1939), passando per l'affermazione negli States, terra in cui ottiene la cittadinanza (1943), fino ad arrivare al termine del percorso professionale negli anni Ottanta.

Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell'intera produzione artistica di Horst: il legame con l'arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l'indagine visiva sull'armonia e l'eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell'illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con "Vogue", rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell'arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l'autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.

La prima sezione funge da introduzione all'autore e ai suoi interessi di ricerca: il rapporto natura-cultura, il ritratto ambientato e la grande cura del dettaglio, elementi riscontrabili sia nelle fotografie nelle quali immortala il milieu intellettuale della Parigi degli anni Trenta che negli autoritratti e nelle nature morte. Nella seconda sezione, trovano spazio le opere realizzate durante la fase parigina e quella newyorchese, periodi molto prolifici, influenzati dal romanticismo e dal surrealismo, durante i quali realizza immagini iconiche quali Mainbocher Corset, Paris, 1939, e Hand, Hands, New York, 1941. L'uso del colore nella fotografia di moda è il soggetto che apre la sezione nella quale vengono ospitate le più celebri copertine di "Vogue".

A fare da trait d'union troviamo le sorprendenti immagini d'interni realizzate a partire dagli anni Quaranta e divenute presto una delle occupazioni principali del fotografo, anche grazie all'interesse di Diana Vreeland (direttrice di "Vogue" dal 1962), che commissiona ad Horst una serie di servizi su case e giardini degli artisti e delle celebrità. Tra tanti realizzati dall'autore, un focus viene dedicato all'Italia, con l'appartamento romano dell'artista Cy Twombly, adornato di proprie opere e sculture classiche, e con il fascino senza tempo della tenuta di Villar Perosa, nella quale posa un'elegantissima Marella Agnelli. A completare la mostra - tra le opere più note dell'autore e una serie sorprendenti inediti - le immagini tratte dalla rinomata serie Round the clock, New York, 1987, ultima sintesi di radicalità, talento e visione di una delle figure di spicco della fotografia del XX secolo. La mostra è realizzata con la collaborazione con l'Horst P. Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Copertina del libro Atlante americano di Giuseppe Antonio Borgese Atlante americano
di Giuseppe Antonio Borgese, ed. Vallecchi

Parlare o scrivere dell'America, ovvero degli Stati Uniti, è motivo di opinioni opposte, a volte inconciliabili. Oggi come ieri sembra che nulla sia cambiato da quando all'inizio del Novecento la sua immagine - la mentalità, i costumi, la cultura - diventarono oggetto di valutazioni utilizzate con precise finalità propagandistiche, sia in senso positivo sia negativo.




Paolo Di Paolo
La lunga strada di sabbia


04 maggio (inaugurazione) - 29 agosto 2021
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Mostra a cura di Silvia Di Paolo, con fotografie di Paolo Di Paolo e testi di Pier Paolo Pasolini: centouno immagini, di cui molte inedite, video e documenti. Nel 1959 Paolo Di Paolo ha 34 anni e fotografa da cinque anni per "Il Mondo" diretto da Mario Pannunzio, Pier Paolo Pasolini è un promettente scrittore di 37 anni, ha pubblicato La meglio gioventù, Ragazzi di vita e Una vita violenta, non è ancora regista. In Italia il miracolo economico è appena iniziato. Alle famiglie italiane nei giornali si tende a prospettare un microcosmo di personaggi mitici, in alternativa al grigiore e alle paure della guerra, dell'emigrazione, della povertà da lasciarsi alle spalle.

Arturo Tofanelli, direttore del mensile "Successo" e del settimanale "Tempo", affida ai due autori, che non si conoscono, il servizio sulle vacanze estive degli italiani. Lo scrittore e il fotografo partono insieme da Ventimiglia, con il progetto di percorrere le coste dell'Italia sino al sud e risalirle sino a Trieste. Ma hanno visioni diverse. "Pasolini cercava un mondo perduto, di fantasmi letterari, un'Italia che non c'era più - ricorda Di Paolo - io cercavo un'Italia che guardava al futuro. Avevo anche ideato il titolo La lunga strada di sabbia che voleva indicare la strada faticosa percorsa dagli italiani per raggiungere il benessere e le vacanze." Nasce un sodalizio complesso, delicato, che li accomunerà solo per la prima parte del viaggio, ma che si consoliderà poi nel rispetto e nella fiducia reciproci.

Lo straordinario racconto per immagini di Paolo Di Paolo accompagnato dai testi di Pier Paolo Pasolini verrà pubblicato da "Successo" in tre puntate (4 luglio, 14 agosto e 5 settembre 1959) e racconterà gli italiani in vacanza, dal Tirreno all'Adriatico; da Ventimiglia a Ostia; da Torvaianica alla Sicilia; da Santa Maria di Leuca a Trieste. Scrive Pasolini: "I monti della Versilia... ridenti o foschi? Ecco una cosa che non si può mai capire. Un poco folli, di forma, e inchiostrati sempre con tinte da fine del mondo, con quei rosa, quelle vampate secche del marmo che trapelano come per caso. Ma così dolci, mitici. Qui c'è la spiaggia del Cinquale. (...)"

Paolo Di Paolo (Larino - Molise, 1925) si trasferisce a Roma nel 1939 per conseguire la maturità classica. Nell'immediato dopoguerra si iscrive alla facoltà di Storia e Filosofia dell'Università La Sapienza. Frequenta gli ambienti artistici di Roma entrando in stretto contatto con il gruppo "Forma 1". Sono i suoi amici artisti ad incoraggiarlo a sviluppare la sua vena creativa attraverso la fotografia. Lavora nell'editoria e nel 1953 viene nominato caporedattore della rivista "Viaggi in Italia". L'esordio come fotografo avviene da dilettante, nel senso di «fotografare per diletto».

Nel 1954 viene pubblicata la sua prima foto sul settimanale culturale "Il Mondo" sul quale, fino alla chiusura del giornale nel 1966, Di Paolo risulterà il fotografo più pubblicato. Tra il 1954 e il 1956 collabora con "La Settimana Incom Illustrata" e nello stesso periodo inizia a lavorare per il settimanale "Tempo". Numerose le inchieste e i servizi firmati con Antonio Cederna, Lamberti Sorrentino, Mino Guerrini, Luigi Romersa. Nei primi anni Sessanta da inviato viaggia in Unione Sovietica, Iran, Giappone, Stati Uniti, oltre che in tutta Europa. Documenta Pasolini durante le riprese dei film Mamma Roma con Anna Magnani e de Il Vangelo secondo Matteo. Nel 1966 chiude "Il Mondo" di Pannunzio, poco dopo cambia anche la direzione di "Tempo", con l'avvento della televisione e dei paparazzi l'informazione è orientata sempre più verso la cronaca e gli scoop scandalistici. Conclude la sua carriera fotografica collaborando ai servizi di Irene Brin, celebre giornalista di costume, con reportage esclusivi di moda e sul jet set internazionale.

L'archivio fotografico, oltre 250.000 negativi, provini, stampe e diapositive, resterà per decenni nascosto, perfettamente ordinato. Viene trovato per caso nei primi anni 2000 dalla figlia Silvia che scopre una parte sconosciuta della vita del padre e riporta alla luce la straordinaria lettura di un momento storico irripetibile. Nel 2019 il museo MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, dedica a Paolo Di Paolo l'importante retrospettiva "Mondo Perduto". È attualmente in produzione un film documentario sulla vita di Paolo Di Paolo diretto da Bruce Weber. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Franck Scurti Franck Scurti
Fine del mercato


29 aprile - 25 giugno 2021
MAAB Gallery - Milano

La mostra di Franck Scurti (Lione, 1965) inaugura la nuova programmazione di personali della galleria. Il progetto, a cura di Massimiliano Scuderi, porta un titolo emblematico che esprime l'ambiguità del momento storico che viviamo ma anche il modus operandi dell'artista francese, in bilico tra creazione artigianale e produzione industriale. L'esibizione ha come idea centrale la dialettica tra economia quotidiana, mercato dell'arte e qualcosa di più sacro. In mostra sono presenti due nuclei di opere ed un'installazione appositamente concepite per lo spazio milanese. Paesaggi dipinti da anonimi, tele talvolta lacere acquistate su eBay, vengono restituite dall'artista sotto forma di nature morte, chiuse nella parte bassa da un materiale alveolato in uso all'edilizia, chiaro riferimento all'architettura che chiude l'opera come una didascalia della visione.

New chance, questo il titolo della serie di opere, sono ognuna racchiusa in scatole di plexiglass colorato le quali, riconfigurando l'immagine, innescano un meccanismo di differente percezione dell'opera che acquista così nuovo afflato valoriale. Citando l'artista belga Marcel Broodthaers, Franck Scurti attraverso il suo intervento creativo trasforma la merce in pezzi da collezione, applicando nuove coloriture agli oggetti trovati nei mercatini, conferisce loro significati altri, tra cultura alta e cultura bassa. L'altra serie di opere presenti in mostra è intitolata Lux Vision, costituita da superfici di vetro poste a parete, come vetrate di cattedrali gotiche di colore giallo, manufatti realizzati a Murano.

Un intervento questo che specifica ancora meglio il senso della mostra. Le opere rappresentano infatti il disegno, fin troppo familiare, dei microchip delle carte di credito che, come luminose finestre, permettono la visione del muro retrostante, ovvero della realtà del mercato rappresentata ontologicamente dall'architettura della galleria in quanto spazio commerciale. La vivacità della luce, che compenetra gli oggetti, sembra irradiarsi dalle vetrate stesse, sottolineando ancor più l'ambiguità dell'opera. Con questa mostra Franck Scurti riprende uno dei suoi celebri filoni di ricerca.

Dopo aver affrontato la crisi sociale ed economica in una serie di sculture che alludono ai Mangiatori di Patate (2018) di Van Gogh, affronta con la Fine del Mercato la metafora di questo momento storico, tra criticità e potenzialità. Attento sia ai fenomeni underground, quanto alla tradizione artistica delle avanguardie storiche, l'artista da sempre intende l'arte come una pratica realizzata a partire dall'osservazione della vita quotidiana, in questo caso ha utilizzato la metafora del Mercato come modo per evidenziare il valore delle cose quando non le si trattano come entità note o semplici valori d'uso e di scambio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Asdrubali in mostra alla Galleria A arte Invernizzi Gianni Asdrubali. Interazione inconsulta
13 maggio (inaugurazione) - 07 luglio 2021
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale di Gianni Asdrubali pensata come uno spazio da percorrere che attiva gli ambienti della galleria. A partire dal 1979 Gianni Asdrubali realizza opere che essendo fortemente indipendenti non necessitano di relazionarsi con lo spazio espositivo in quanto sono interattive, si rafforzano a vicenda e, se anche differenti, possono avere disposizioni infinite e casuali, possono essere esposte da sole o divenire un corpo unico.

"Per far sì che un'opera possa fare spazio, cioè possa attivare lo spazio circostante da passivo ad attivo, c'è bisogno che questa sia fortemente autonoma, indipendente, una singolarità insomma. Occorre cioè che l'opera non sia agganciata ad alcun contesto ma che sia essa stessa il contesto. Tutte le informazioni del mondo che passano nella mente dell'artista e che originano la forma/antiforma dell'opera sono solo strumentali e non protagoniste sull'opera. Tutte le informazioni/interazioni, durante il processo di lavoro, devono annullarsi in funzione di una nascita, di un risultato ultimo che è "altro" rispetto alle informazioni iniziali. Solo se l'opera è "sola" potrà fare mondo, altrimenti racconta del mondo." (Gianni Asdrubali)

La mostra ripercorre gli ultimi quindici anni del lavoro di Gianni Asdrubali sia attraverso opere su tela come Stoide (2007), Stresse (2017) che opere in plexiglass e legno dal nome Zakeusse (2019) e Stenkanibale (2021). In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue contenente un saggio di Paolo Bolpagni, la riproduzione delle opere in mostra e un aggiornato apparato bio-bibliografico. La mostra viene presentata in contemporanea alla galleria Artra di Milano. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna artistica Palermo Panorama Palermo Panorama
Valerie Krause | Carmelo Nicotra | Timothée Schelstraete


15 maggio (inaugurazione) - 26 giugno 2021
Haus der Kunst dei Cantieri Culturali della Zisa - Palermo
Goethe-Institut Palermo | www.institutfrancais.it/palermo | www.duesseldorfpalermo.com

Tre artisti, di tre diverse nazionalità per raccontare Palermo, dallo stesso punto di vista ma ognuno con il proprio sguardo. E' Palermo Panorama, la mostra collettiva di Valerie Krause, Carmelo Nicotra e Timothée Schelstraete, promossa dal Goethe-Institut Palermo e Institut français Palermo con il sostegno del Fondo Eliseo, organizzata in collaborazione con il Verein Düsseldorf-Palermo e.V. e a cura di Alessandro Pinto e Serena Fanara.

La mostra è il risultato di una residenza artistica promossa nell'ambito dell'avviata collaborazione tra i due istituti di cultura, che nel settembre 2020 ha visto la presenza contemporanea a Palermo dei tre artisti di diverse nazionalità: Valerie Krause (1976 Herdecke, Germania), Carmelo Nicotra (1983 Favara, Italia) e Timothée Schelstraete (1985 Parigi, Francia). Provenienti da diversi Paesi, e da diversi ambiti delle arti visive, gli artisti sono stati scelti per la loro sensibilità nell'interagire con i luoghi, come presupposto per un'indagine visiva sulla città di Palermo che è partita proprio dai Cantieri Culturali della Zisa, -il vasto complesso di archeologia industriale riconvertito in polo culturale al centro di uno dei quartieri simbolo della città -dove hanno condiviso per un mese il padiglione dell'Haus der Kunst, come spazio di lavoro.

In un legame ideale, con il "Panorama von Palermo", di Karl Friedrich Schinkel, il celebre quadro panoramico circolare dalle enormi dimensioni, che l'architetto e pittore dipinse dalla terrazza di un edificio della Zisa, "fotografando" la città, ciascun artista ha restituito un'immagine personale e potente di Palermo, interpretandone con il proprio linguaggio artistico suggestioni e visioni, dallo stesso comune punto di osservazione: la Zisa. Per secoli parco oltre le mura cittadine con il suo Castello normanno, e le ville della felice stagione del Liberty palermitano, oggi quartiere in cui coesistono realtà sociali, culturali, ma anche architettoniche diverse.

Da questo contesto prende le mosse l'attività dei tre artisti, che ne analizzano le architetture, le secolari idiosincrasie strutturali, interpretando la città come un dispositivo ottico nel tentativo illusorio di poterne cogliere un'immagine univoca. L'esperienza di residenza dimostra al contrario, la crisi di una visione totalizzante e omnicomprensiva che non può realizzarsi mai come sintesi di un luogo e di una città. Le opere prodotte, con tecniche e media diversi, indagano le crepe e gli interstizi delle maglie che costruiscono la città, urtando contro di essi fino a infrangerne le giunture e facendone propri i frammenti.

Carmelo Nicotra, prende spunto dall'osservazione dei punti alti della città per lacerarne un segmento e presentarlo come struttura; il risultato è una grande installazione ambientale -14 metri per 1- che rappresenta un lembo di tetto a spiovente realizzato con una struttura in metallo coperta di tegole in terracotta: il punto di osservazione ideale dal quale potere ammirare la città da una prospettiva estraniante.

L'artista tedesca Valerie Krause riprende un elemento ricorrente nei quartieri storici della città, le condutture esterne per l'acqua, con le quali realizza la sua opera-installazione che si dispiega intersecandosi sia in altezza che in larghezza come un dedalo di strade e vicoli da cui è impossibile trovare una via d'uscita, costringendo l'occhio del fruitore a seguirne la trama e l'intreccio. L'idea del movimento centripeto è ripresa anche in un video in bianco e nero, in cui la Krause mette in scena una danza malinconica, caratterizzata da contrasti e opposizioni quali bianco/nero, vuoto/pieno, movimento/stasi.

Timothée Schelstraete coglie Palermo in frammenti di immagini distorte, interessato ai fragili lembi e agli aspetti minimi che la compongono. Le sue opere si caratterizzano per la loro transmedialità. L'artista parte dal dato oggettivo ripreso attraverso la macchina fotografica per imprimerlo attraverso un transfer analogico sul supporto della tela su cui interviene con la pittura. Nel passaggio dal medium fotografico a quello pittorico le immagini si trasfigurano, perdono la connotazione reale, cromatica e spaziale, e diventano altro, riflessi del movimento dell'occhio che non riesce a percepire il dato sensibile e ne conserva un ricordo visivo distorto. Segmenti di palme, lembi di tessuti damascati, maglie sinuose di reti metalliche, piccoli oggetti, tutto si lacera perdendo il proprio valore razionale a vantaggio di interpretazione obliqua che fa dell'oggetto rappresentato uno specchio deformante attraverso cui cogliere aspetti altrimenti destinati all'oblio. (Comunicato stampa)




Gernot Wieland
...like ink in milk


24 aprile (inaugurazione) - 26 giugno 2021
Quartz Studio - Torino
www.quartzstudio.net

Prima personale italiana di Gernot Wieland (Horn, Austria, 1968) a cura di Zasha Colah. La mostra include il video Ink in Milk (2018) che ha ricevuto il Best Film Award nel contesto del Kinodot Experimental Film Festival di San Pietroburgo (2020), una Menzione Speciale in occasione della XXXVI edizione dello Short Film Festival di Amburgo (2019) e il Media Art Award of the German Film Critics nello European Media Art Festival di Osnabrück (2019). Il film è stato sottotitolato in italiano in occasione della mostra, dopo essere stato presentato alla Kunst Halle Sankt Gallen, in Svizzera e alla Salzburger Kunstverein di Vienna, e in seguito alla pubblicazione monografica Gernot Wieland Thievery and Songs, edita dalla Salzburger Kunstverein in collaborazione con la Kunst Halle Sankt Gallen (2020). Gernot Wieland ha studiato persso l'Universität der Künste di Berlino e l'Akademie der Bildenden Künste di Vienna.

Il narratore in prima persona è un elemento decisivo! Chiunque decida di ricorrere a un "io" narrante determina anche un "tu", determina l'altro. - Gernot Wieland.

(Una risposta). In un dettaglio di An Attempt to Circumnavigate the Pictorial Truth of Gernot Wieland (2020), il primo disegno che si incontra nella recente monografia, le tensioni psicoanalitiche della voce narrante in prima persona vengono suddivise in Es e Io; subito sotto, come su una stele di Rosetta, Wieland scinde anche gli elementi della copertina del libro (un fotogramma di Ink in Milk, 2018): una mano e un cristallo. Abbiamo quindi un soggetto che regge un oggetto, messi in parallelo con le parti dell'io. Lo zio di cui si parla nel film e che inventa una forma di empatia basata sull'imitazione corporea dei cristalli, potrebbe inoltre essere l'incarnazione inconscia di un personaggio noto del XX secolo. Ecco quindi un soggetto ("mio zio") che si trasforma in un oggetto ("il cristallo") e poi di nuovo in un soggetto ("il personaggio noto"), anch'essi messi in parallelo con le parti dell'io.

Il narratore in prima persona ricostruisce come da giovane ha imparato da suo zio a imitare le strutture del cristallo (mentre la luce desaturata di una Super 8, i colori pastello, gli stampini fatti con le patate e omini disegnati con le stanghette perturbano frammenti di ricordi d'infanzia) con l'intento di adattarsi alle strutture di potere. La voce narrante analizza e smembra i vari sé: l'Es, l'io, il sé auto-finzionale, quello autobiografico, la narrazione biografica inconscia e i ricordi che possono innescare la dissoluzione (e la rivolta), finché l'altro non si è trasformato in un ulteriore frammento di questo sé. (Zasha Colah)

La mostra è stata realizzata con il supporto del Cultural Forum, Milan, in partnership con il Department of Visual Arts and Curatorial Studies, Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) Milano e con il Dipartimento di Lingue Letterature Straniere Culture Moderne, Università degli Studi di Torino. Quartz Studio e Gernot Wieland ringraziano Mauro Maraschi per le traduzioni, Konstantin von Sichart per l'editing del video, il team di Cripta747, Barbara Casavecchia e Luca Cerizza. (Estratto da comunicato stampa)




Dipinto di Alan Gattamorta Casa mia
18 aprile - 20 giugno 2021
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.






Turning the camera | Paolo Pellegrin
16 maggio (inaugurazione) - 20 giugno 2021
Plenum Fotografia Contemporanea - Catania
www.plenumgallery.com

Una pandemia inaspettata tanto quanto i successivi piani di contenimento del contagio, le restrizioni sociali, le chiusure totali (lockdown nazionali, divieto di spostamenti nazionali e di viaggi internazionali), i piani vaccinali e i tanti "se" e "ma" che hanno circondato un'unica certezza: in poche settimane, per il bene di tutti, le nostre vite sono cambiate, la nostra libertà è stata circoscritta come i nostri spazi vitali e qualcosa è cambiato a livello comunitario, mondiale e personale. Paolo Pellegrin, nel suo ultimo lavoro Turning the camera ha fotografato la sua famiglia, una famiglia composta da lui, la moglie e due figlie in età scolare, che hanno dovuto imparare a convivere in spazi piccoli e periferici e a condividere un tempo lungo e dilatato che prima della pandemia non apparteneva alla loro quotidianità caratterizzata da un nomadismo lavorativo paterno che prevedeva delle pause sedentarie brevi ma intense.

Paolo Pellegrin, fotografo di reportage sempre in giro per il mondo, precisamente dove c'è una storia da raccontare o un evento da immortalare, come quando prima del lockdown dello scorso marzo 2020 si trovava in Australia, all'indomani degli incendi che l'hanno distrutta. Proprio in quei giorni, come ha raccontato lui stesso durante un'intervista, ha preso consapevolezza che la pandemia non riusciva a essere contenuta a livello mondiale e che lui e il resto sua famiglia, rientrata in Svizzera, rischiavano di restare separati per un tempo indeterminato, o peggio, di essere contagiati senza poter contare sulla reciproca presenza.

È così che hanno deciso di stare tutti insieme, non nella loro piccola casa di Ginevra, ma nelle montagne svizzere, precisamente in una fattoria dove avevano trascorso le vacanze estive l'anno prima, aiutati dalla didattica a distanza e dalla chiusura totale. Niente imponeva loro di restare in città perché tutte le attività de visu erano state sospese. Pellegrin dopo tantissimi anni decide di riporre nella custodia le macchine fotografiche da reportagista e di non coprire questo evento, perché, sebbene ne colga l'importanza epocale a livello mondiale, qualcosa lo spinge a restare vicino alla sua famiglia, a puntare il grandangolo sulle sue figlie, sui momenti di silenzio della vita familiare e della vita campestre.

Da qui la riflessione di taglio sociologico e urbanistico della mostra, a cura di Annalisa D'Angelo e Massimo Siragusa: il lockdown ha reso manifesta una voglia quiescente dell'uomo contemporaneo di allontanarsi dalle grandi città per ritrovare se stesso e un nuovo equilibrio nella periferia, in piccoli centri di montagna o di campagna o in isole semideserte, scelta impensabile fino a un anno fa dove/quando tutto strillava città, frenesia, metropoli, megalopoli, ecc... Istinto o scelta ponderata? Tendenza momentanea o cambiamento epocale? Spirito di sopravvivenza o decisione consapevole di chi ha colto l'importanza del momento storico per cambiare senso di marcia e dare un nuovo senso al proprio vivere quotidiano? Quale futuro per le città e le periferie? Continuerà l'antagonismo o entrambe vivranno contemporaneamente un'epoca d'oro dove la ridistribuzione della popolazione garantirà maggiore qualità della vita?

Plenum - Fotografia Contemporanea una galleria di fotografia contemporanea che nasce con l'obiettivo di diventare un punto di riferimento per la fotografia d'arte in Sicilia e nel sud Italia. La galleria si trova nel centro della città di Catania e vanta un'ampia area espositiva di oltre 60mq, oltre a un bookshop e a una sala lettura dove poter consultare i volumi presenti nella sua biblioteca. Accanto all'attività espositiva Plenum Gallery organizza incontri, workshop, stage e corsi, tenuti dai più autorevoli protagonisti del panorama fotografico italiano ed internazionale.

Paolo Pellegrin (Roma, 1964), dopo aver studiato architettura, il suo interesse si focalizza sulla fotografia. Dopo dieci anni all'Agence Vu, entra a far parte di Magnum Photos come nominee nel 2001, diventando membro a pieno titolo nel 2005. Ha lavorato a contratto per "Newsweek" per dieci anni. Nella sua carriera ha ricevuto molteplici riconoscimenti internazionali, tra cui il Robert Capa Gold Medal Award. Nel 2006 gli viene riconosciuto il W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography. Le sue foto sono state esposte in numerosi musei e gallerie tra cui: La Maison Européenne de La Photographie, i Rencontres d'Arles, il San Francisco Museum of Modern Art, la Corcoran Gallery of Art, il MAXXI di Roma, l'Aperture Foundation Gallery e la Deichtorhallen di Amburgo. (Comunicato ufficio stampa Valentina Barbagallo)




Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona
07 maggio - 03 ottobre 2021
Galleria d'Arte Moderna Achille Forti - Verona
www.danteaverona.it

L'esposizione - a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli - costituisce uno dei fulcri dell'articolata mostra diffusa appositamente ideata per le celebrazioni del centenario del 2021, che prevede il duplice omaggio al Poeta e alla città di Verona, che gli diede "lo primo tuo refugio e 'l primo ostello" (Paradiso, XVII, 70). La città scaligera, infatti, non è semplicemente lo sfondo della vicenda dantesca, ma ne diventa essa stessa protagonista. Questa specificità, che la caratterizza rispetto alle altre città dantesche, viene valorizzata attraverso un itinerario cittadino che, tramite l'ausilio di una mappa cartacea appositamente realizzata, porta il visitatore alla riscoperta di ventun luoghi - tra piazze, palazzi, chiese, emergenze monumentali in città e nel territorio - direttamente legati alla presenza del Poeta, dei suoi figli ed eredi, e a quelli di tradizione dantesca.

Un omaggio all'esilio veronese di Dante e al legame tra Verona e il Poeta che, nel corso dei secoli, continuò ad alimentarsi dando origine a una ricca produzione artistica. Il progetto espositivo prevede una selezione di oltre 100 opere tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti e testimonianze materiali dell'epoca scaligera, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa in originale e in formato digitale provenienti dalle collezioni civiche, dalle biblioteche cittadine, da biblioteche e musei italiani ed esteri. La mostra copre un arco cronologico compreso tra Trecento e Ottocento e si sviluppa in due nuclei tematici principali: il primo intende ricostruire il rapporto tra Dante, Verona e il territorio veneto nel primo Trecento, mentre il secondo si concentra sul revival ottocentesco di un medioevo ideale tra Verona e il Veneto.

Se in apertura la mostra rievoca il leggendario e presunto incontro tra Giotto e Dante a Padova e consente di ripercorrere la cultura artistica scaligera nel grande snodo della rivoluzione giottesca, il percorso espositivo prosegue poi nell'affascinante racconto del profondo legame che unì Dante e Cangrande della Scala, al quale il poeta dedicò il Paradiso. Le ricche testimonianze legate alla figura dello Scaligero delineano il contesto in cui Dante trascorse gli anni dell'esilio fino alla creazione del suo Poema. Testi decorati della Commedia, manoscritti e a stampa, accompagnano i visitatori dall'epoca di Dante alla fine del Settecento, attestando la costante attenzione che Verona e il Veneto rivolsero al Poeta e alla sua Opera.

Tra le opere in mostra, da non perdere i tre disegni di Botticelli, prestigioso prestito del Kupferstichkabinett, Berlino. In particolare, Dante e Beatrice. Paradiso II, è stato scelto come immagine coordinata della mostra diffusa, che sviluppa graficamente il tema dell'itinerario dantesco nel Paradiso e lo traduce nel cammino del Poeta, guidato da Beatrice, lungo le strade di Verona, alla scoperta dei luoghi legati alla sua memoria. Il secondo nucleo tematico sviluppa la riscoperta del mito di Dante nella grande stagione ottocentesca, come incarnazione dei nascenti ideali risorgimentali e allo stesso tempo esempio del tormento creativo del Poeta esiliato. È a questo punto del percorso espositivo che il visitatore potrà ammirare la fortuna iconografica dei personaggi danteschi, a partire da Beatrice e Gaddo, ma anche di altre figure femminili e delle tragiche vicende, legate al tema dell'amore e degli amanti sfortunati, di Pia de' Tolomei e Paolo e Francesca. Proprio quest'ultimo tema introduce il mito di Giulietta e Romeo, giovani innamorati nati dalla penna di Luigi da Porto nel Cinquecento e resi celebri da William Shakespeare in tutto il mondo.

Attraverso questo percorso si potrà cogliere il costituirsi dell'identità della Verona ottocentesca, che da un lato si alimenta della presenza storica e reale di Dante alla corte di Cangrande, dall'altro di quella immaginaria di Romeo e Giulietta, creati anch'essi nella cornice di un Trecento scaligero. I due percorsi tematici, reale quello dantesco e immaginario quello shakespeariano, entrambi sullo sfondo - ancora reale e immaginario - di un medioevo scaligero, definiscono un tratto saliente della fisionomia urbana e culturale di Verona, ancor oggi ben riconoscibile: per questa ragione l'esposizione si lega in modo imprescindibile alla "mostra diffusa" che è la città stessa, nei monumenti e nelle testimonianze urbanistiche e architettoniche legate alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta.

La mostra è realizzata dal Comune di Verona - Assessorato alla Cultura - Musei Civici, nell'ambito del progetto Verona, Dante e la sua eredità 1321-2021 promosso dal Protocollo d'Intesa interistituzionale, con il patrocinio e il contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Foto Sale con opere di Aurelio Amendola © Museo Casa Rusca Foto Cosimo Filippini Opera di Aurelio Amendola denominata Visti da vicino Aurelio Amendola. Visti da vicino
28 marzo - 19 settembre 2021
Museo Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

Aurelio Amendola (Pistoia, 1938), fotografo di statura internazionale, nell'Accademia delle Arti del Disegno, ha legato il suo nome all'arte. Nel corso della sua lunga carriera, il suo obiettivo ha ritratto i più importanti esponenti delle avanguardie del Novecento tra cui De Chirico, Lichtenstein, Pomodoro e Warhol. Una passione, quella per l'arte del XX secolo, che acquista anche un valore umano per le frequentazioni personali del fotografo con alcuni artisti. Rapporti di amicizia che hanno dato vita ad importanti lavori monografici dedicati a scultori e pittori moderni tra cui Marini, Burri, Manzù, Fabbri, Ceroli, Vangi e Kounellis.

L'altro polo di interesse di Amendola è la scultura, ambito nel quale ha sviluppato una grande sensibilità documentando, tra l'altro, alcune note sculture del Rinascimento italiano. Celebri gli scatti delle opere di Jacopo Della Quercia, Canova e Donatello, e anche di singoli capolavori come il pulpito di Giovanni Pisano. Più di tutti, si è dedicato alla fotografia delle opere di Michelangelo, per cui ha ottenuto numerosi riconoscimenti (nel 2007 è stato il primo fotografo ad essere presente all'Hermitage di San Pietroburgo con una mostra dedicata alle creazioni del Maestro rinascimentale).

Aurelio Amendola, ovvero l'arte che fotografa l'arte e la fotografia che diventa arte. La sua fotografia infatti non si riduce a mera riproduzione, ma è simile alla pratica scultorea, un atto poetico, allo stesso tempo materiale e spirituale, meditativo e seduttivo. Tra i fotografi più acuti e ricercati del nostro tempo, genio poliedrico, irriverente e solare, che incanta e ti conduce con sé tra rievocazioni di antichi maestri e importanti artisti contemporanei, con il suo stile rigoroso e raffinato, frutto di esperienza, fantasia e capacità tecnica. La mostra vuole rendere omaggio a un uomo che ha dedicato la sua vita alla rappresentazione del mondo dell'arte.

Attraverso una selezione di 79 fotografie, a cura di Rudy Chiappini, il visitatore avrà l'occasione di apprezzare una tra le più interessanti e significative testimonianze fotografiche mai realizzate sui lavori dei maggiori talenti artistici italiani e internazionali, immortalati con un click della sua inseparabile Hasselblad, sempre rigorosamente in analogico. Il fil rouge dell'esposizione è l'atelier, luogo privato e inaccessibile, dove l'artista prefigura il suo lavoro in un contesto che ne rispecchia le personalità e l'estro, dove l'opera d'arte viene concepita, realizzata e infine contemplata, ma anche spazio di vita e di autorappresentazione dell'artista stesso. La forza dello sguardo di Amendola sta nell'essere riuscito a penetrare la dimensione interiore dell'artista al lavoro, a fermare il momento assoluto e potente della creazione.

Solo lui è riuscito in tale impresa (a parte Ugo Mulas con la celebre sequenza del taglio di Lucio Fontana) grazie alla complicità e intimità creata con gli artisti. È questa l'unicità di Amendola: una combinazione di prodigioso talento professionale unito ad una rara sensibilità umana. Amendola con i suoi occhi ferma nel tempo qualcosa di unico: l'enigma insolubile della creazione. Quello che conta davvero per il fotografo è raccontare il mondo di un artista in un'istantanea e coinvolgere emotivamente l'osservatore che percepisce di essere di fronte a quei momenti sublimi che accompagnano l'atto creativo. Possiamo così addentrarci furtivamente e in punta di piedi nell'ampio studio di uno tra i più celebri esponenti della Pop Art, Roy Lichtenstein, intento a ultimare una tela di grande formato oppure osservare Marino Marini scolpire all'aperto a Forte dei Marmi.

Stupirci di fronte ad un Giorgio de Chirico elegantissimo in giacca e cravatta che studia il suo quadro illuminato dai raggi del sole provenienti da un lucernaio nel suo studio a Roma all'inizio degli anni Settanta. Invidiare Emilio Vedova, il pittore espressionista che lavora nel suo atelier veneziano usando non i pennelli ma le mani e pare quasi confondersi, coperto di colore com'è, con l'opera che realizza. Restare affascinati da come il gesto istintivo di Julian Schnabel - pittore e regista statunitense alle prese con vele nautiche ricoperte di colore su cui campeggiano dei piatti rotti - faccia da contraltare all'indagine sul colore e alla precisione dell'esecuzione di Piero Dorazio.

Interrogarci insieme a Hermann Nitsch - uno dei massimi esponenti dell'Azionismo viennese - sulla fascinazione per l'opera d'arte totale mentre l'artista, con indosso il consueto camice intriso da precisi significati sacerdotali, è intento a camminare sulle sue tele mastodontiche. Fra i più spettacolari artisti ripresi in azione non poteva mancare la sequenza dell'amico fraterno Alberto Burri con in mano un bruciatore nel momento in cui crea una delle sue celebri "combustioni" in plastica mentre il volto scompare tra le fiamme. In questo vasto ciclo di opere trovano un posto speciale i ritratti di Andy Warhol realizzati nel 1977 e nel 1986, poco prima della sua morte prematura.

In queste immagini Amendola, uno dei pochissimi fotografi ammessi a ritrarre Warhol nella Factory, ci svela un artista che, consapevole di essere un'icona del suo tempo, si mette in posa immobile come una statua o un oggetto di uso quotidiano alla stregua di una delle sue lattine di zuppa Campbell's o di un Brillo Box. Tuttavia le due serie non potrebbero essere più differenti. Le fotografie del 1977 sono calcolatissime, vi è un senso della "composizione" dove ritroviamo un Warhol distante e costruito rappresentato tra delle sedie vuote per raccontare proprio quel senso di solitudine che Amendola aveva percepito in lui. Sono più umani, invece, gli scatti del 1986, quando Warhol stava già malissimo. L'artista è un uomo maturo, dal fisico provato, il viso scavato, meno interessato alla propria immagine: la giacca nera e gli stivaletti lucidi hanno fatto posto ad una tenuta banale, propria - si potrebbe dire - dell'americano medio: i jeans, un giubbetto e una camicia a quadri.

Uno degli aspetti più originali della capacità fotografica di Amendola riguarda il suo lavoro sulla scultura, in particolare la sua interpretazione di Michelangelo Buonarroti. Amendola è l'unico fotografo al mondo che ha avuto il privilegio di ritrarre la totalità delle opere di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, realizzando cinque libri a lui dedicati, regalando così all'umanità delle inquadrature meravigliose. Il pubblico potrà ammirare, ad esempio, gli scatti esclusivi delle tre Pietà di Michelangelo: la Rondanini custodita al Castello Sforzesco a Milano, la Pietà di Santa Maria del Fiore a Firenze e la celebre Pietà vaticana conservata nella Basilica di San Pietro, coglierne tutte le sfaccettature e apprezzarne ogni singolo dettaglio.

I capolavori di Michelangelo filtrati dall'obiettivo di Amendola rivelano ogni aspetto della loro grandezza. Marmi che danno vita a forme sinuose delle quali il fotografo esalta la potenza plastica, la superba esecuzione, l'impulso vitale dei corpi, riuscendo quasi a restituire quel "contatto epidermico" che solo Michelangelo può avere avuto con la materia da cui sono scaturite le sue figure. Il tutto senza alcun artificio, nell'elegante semplicità delle immagini in bianco e nero, dove interagiscono perfettamente la mano di Michelangelo e il profondo sentimento della luce di Amendola. Ed è attraverso un sapiente gioco di luci, angolazioni e riprese ravvicinate che il fotografo si addentra nelle opere, scoprendovi continuamente infinite chiavi di lettura, per riconsegnarci - da una prospettiva nuova - un repertorio iconografico entrato a tutti gli effetti nell'immaginario collettivo.

Nelle fotografie di Amendola possiamo ammirare le opere del massimo scultore e pittore rinascimentale svelato e non prevaricato; interpretato ma non travisato; nuovo e pure riconoscibile. Il risultato è una lettura intensamente partecipe, al punto da attualizzare le figure classiche del Maestro, offrendone in modo straordinariamente efficace una leggibilità inedita. Anche per questo il percorso espositivo delle ultime due sale del Museo risulta particolarmente affascinante: un'autentica esperienza emozionale che consente al visitatore di penetrare con lo sguardo e con la mente l'opera michelangiolesca ed assaporare fino in fondo le principali sculture del grande maestro del Rinascimento.

Le immagini di Amendola rappresentano l'essenza stessa della fotografia, che è semplicemente la facoltà di poter guardare al mondo o alle cose attraverso altri occhi. Occhi capaci, in questo caso, di regalare il senso di una rivelazione, di raccontare l'impercettibile e di scrutare l'anima. Come ebbe a dire Alan Jones "Con il suo occhio penetrante, l'apparato fotografico, e il soggetto sotto il suo sguardo, che si tratti di pietra o di un essere vivente, egli compie una triangolazione filosofica: l'arte come scelta e punto di osservazione, l'arte come direzione dello sguardo, l'arte come strumento per rendere visibile l'invisibile." La mostra è accompagnata da un catalogo corredato dalle riproduzioni di tutte le opere esposte, unitamente a contributi critici di Walter Guadagnini e Antonio Paolucci. (Estratto da comunicato ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Locandina della mostra Figure dell'incerto di Stefano di Stasio Stefano Di Stasio
Figure dell'incerto


15 maggio (inaugurazione) - 24 luglio 2021
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)

Prima mostra personale di Stefano Di Stasio presso la Galleria Alessandro Bagnai a cura di Vittoria Coen. Le opere sono state create appositamente per questo evento che vede un'interessantissima selezione di inediti. Sono esposti lavori realizzati, infatti, tra il 2019 e il 2020, di medie e grandi dimensioni che segnano una importante svolta nella sua ricerca e che si ricongiungono idealmente alle prime sperimentazioni degli anni '70. L'arte è una "forza" senza tempo, pare dirci Di Stasio, che si serve della pittura, una bella pittura che non fa sconti alla improvvisazione e che racconta una vitale esperienza di ricerca che anche oggi appare totalmente libera dalle influenze e dalle mode momentanee. Essa sa guardare oltre il limite della tela e diventa fiaba, racconto, sogno, idealità.

I lavori sono realizzati con grandissima e meticolosa attenzione ai dettagli, in un contrappunto di immagini e colori che dà origine al concerto "silenzioso" e a lungo meditato..." la riappropriazione di qualche elemento astratto nella rappresentazione mi sta regalando un nuovo entusiasmo, qualcosa di sopito nella mia immaginazione, per molti anni tenuto a bada dalla necessità perversa di reinventare il linguaggio figurativo della tradizione pre-moderna, ma che ora, nella costruzione del quadro, può intervenire e combinarsi con le figure e le scene consuete della mia pittura". Così scrive Stefano Di Stasio nel suo testo pubblicato in catalogo, insieme al saggio introduttivo di Vittoria Coen. Nuove coordinate, ad esempio, un lavoro realizzato nel 2020, appare quasi come un manifesto della nuova svolta dell'artista: grandi cesure forti e dirette che esaltano le immagini senza confini di spazio e di tempo. (Comunicato stampa)

__ EN

The works were created specifically for this event, which includes a very interesting selection of new pieces. Made in 2019 and 2020, these medium- and large-format paintings mark an important shift in his artistic research, circling back philosophically to his early experiments of the 1970s. Art, Di Stasio seems to be telling us, is a timeless "force", represented through his wonderful painting, which makes no concessions to improvisation and expresses a lifetime of experience and inquiry that still today appears completely free from the influences of transitory trends. It manages to go beyond the bounds of the canvas and become a fairy tale, a story, a dream, an ideal.

The works are painting with extreme, meticulous attention to detail, in a counterpoint to images and colors that engenders a long-contemplated "silent" concert. "... the re-appropriation of some abstract elements within representative painting was generating a new enthusiasm in me, something resting in my imagination that had been kept at bay for years by a perverse need to reinvent the figurative language of pre-modern tradition but that now, when I construct my paintings, can intercede and combine with my usual figures and scenes," Stefano Di Stasio writes in the exhibition catalogue, in a text published along with an introductory essay by Vittoria Coen. Nuove coordinate, one exemplar from the exhibition, a work created in 2020, seems almost a sort of manifesto of the artist's new direction: strong, direct, large caesuras that exalt images beyond the bounds of space and time. (Press release)




Autoritratto di Antonio Ligabue dipinto olio su tavola di faesite cm 60x53 realizzato tra il 1951 e 1952, Courtesy Comune di Gualtieri Locandina della mostra Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto
08 maggio - 14 novembre 2021
Palazzo Bentivoglio - Gualtieri (Reggio Emilia)
www.museo-ligabue.it

Curata da Nadia Stefanel e Matteo Galbiati, la mostra propone un inedito dialogo tra il segno di Antonio Ligabue e quello di undici artisti contemporanei che operano, prevalentemente, in ambito figurativo: Evita Andùjar, Mirko Baricchi, Elisa Bertaglia, Marco Grassi, Fabio Lombardi, Juan Eugenio Ochoa, Michele Parisi, Ettore Pinelli, Maurizio Pometti, Giorgio Tentolini e Marika Vicari. Agli artisti invitati, i curatori hanno chiesto di porsi in dialogo con le opere di Antonio Ligabue selezionate per l'esposizione, testimonianza di un percorso in cui la figura, in una prima fase caratterizzata da una precisa connotazione, viene successivamente sottoposta ad una estrema sintesi, fino a dissolversi nel colore.

«Il progetto - spiega Nadia Stefanel - nasce dall'incontro fra Antonio Ligabue e undici artisti contemporanei. Fra un artista, che ha unito Arte e vita in modo così stretto da districarne difficilmente la giunzione, che ha realizzato opere sempre sul filo dell'immaginazione e con la sola necessità di dipingere per esistere, e la contemporaneità dell'arte di oggi. Chi lo vide dipingere rimase fortemente colpito dalla libertà e sicurezza di esecuzione senza pentimenti o titubanze, un modus operandi istintivamente guidato da una ricca fantasia visionaria, che lo portava alla immediata realizzazione figurativa, senza abbozzi preliminari. Ligabue possedeva la sapienza di modulare il colore per ricreare quelle forme appartenenti ad un viaggio nomade e in solitaria, il suo, ma guardava anche alla natura con ammirazione sincera e sguardo limpido, per trovare alla fine un riparo dagli attacchi del mondo nella bellezza minuziosa dei dettagli dei suoi animali, nei manti delle sue fiere, nei piumaggi impalpabili dei rapaci, nelle forme descritte anatomicamente dal colore».

Ripercorrendo le sensazioni e le emozioni suscitate dalle opere e dall'espressività di Ligabue, per la prima volta il Salone dei Giganti accoglie un peculiare dialogo tra il maestro di Gualtieri e undici artisti contemporanei in un inedito confronto di reciprocità e convergenze che testimoniano come, anche nell'attualità dei linguaggi dell'oggi, sia presente un simile spirito trascendente e una pari centralità di riflessione posta sull'uomo, il suo sentire ed essere nel mondo.

«La scelta di questi artisti - spiega Matteo Galbiati - guarda alla specificità delle loro ricerche che, senza condizionamenti o scelte d'occasione, hanno sempre posto l'essenza della loro visione proprio sull'animo come centro di valore per le loro esperienze estetiche. Il tema e il concetto di figura rappresentata è il mezzo per oltrepassare l'immediatezza del resoconto visibile e lasciar affiorare la tensione e la passionalità di immagini che trasfigurano esperienze comuni e condivise. Il loro linguaggio consacra la potenza dell'immaginazione che sa guidare lo sguardo di ogni osservatore ben oltre la singolarità del racconto specifico e rende ciascuna opera una soglia spalancata sulla sincerità del pathos umano. In questo senso Ligabue non rivive in loro, non è spunto per una "ricopiatura", ma in loro prosegue l'ideale di coinvolgimento dell'altro, la connessione della realtà con un altrove denso di mistero e di tutta la sua trepidante speranza».

La mostra comprende 16 dipinti di Antonio Ligabue, molti dei quali non esposti negli ultimi anni, che Francesco Negri ha personalmente selezionato e studiato, ed una trentina di opere realizzate dagli artisti invitati, la maggior parte delle quali inedite. Il percorso espositivo si articola in due sezioni: la prima si sviluppa intorno all'energia epidermica, carnale e fisica del colore e del suo realizzarsi attraverso il farsi concreto nella pittura; la seconda pone l'accento sul potere trasfigurante dell'arte, che coglie l'immagine nell'istante in cui diventa memoria, sogno, miracolo, apparizione, fissandola prima di una sua inesorabile sparizione.

Tra concretezza e levità, il racconto di questa mostra ripropone non solo l'aspetto più iconico di Ligabue, ma ne vuole anche ripercorrere l'umanità dirompente e sensibile, capace di ritrovare nella sua spontaneità la lungimiranza di un sentire ben più profondo di quanto emerge da una superficiale apparenza. Attraverso gli undici artisti presenti si propone un altro modo per leggere la "figura" - dell'uomo e del suo ambiente - che, accompagnandosi alla semplicità vera di Ligabue, sa riconciliare il nostro sguardo con presenze che sanno ritrovare se stesse e il proprio essere al di là del tempo. Nel corso della mostra sarà pubblicato un catalogo Vanillaedizioni con i testi dei curatori ed un ricco apparato iconografico. I pannelli esplicativi che accompagnano la visita dello spettatore, introducendo le ricerche degli artisti contemporanei, così come le schede presenti nel catalogo, sono realizzati dalle studentesse del corso di "Didattica dei Linguaggi Artistici" (prof. Matteo Galbiati) dell'Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia.

La Fondazione Museo Antonio Ligabue nasce nel 2014 per volontà del Comune di Gualtieri, Emilbanca Credito Cooperativo, Gruppo Landi Renzo (attraverso Girefin S.p.a.) e Boorea Soc. Coop. Nel 2015 la Fondazione organizza una grande mostra antologica dal titolo "Ligabue, Gualtieri. Il ritorno", nell'anno del cinquantesimo anniversario della morte dell'artista. L'esposizione registra un'affluenza da record (oltre 35.000 visitatori). A partire dal 2015 la Fondazione, in stretta collaborazione con il Comune di Gualtieri, che già nel 1988 aveva allestito nella Sala Giove di Palazzo Bentivoglio il Centro Studi e Documentazione Antonio Ligabue, che raccoglieva materiale bibliografico e iconografico del pittore, un autoritratto, fotografie, incisioni, stampe, sculture e filmati originali, inizia un percorso progettuale per la realizzazione di un museo permanente dedicato all'artista.

Oggi l'attività della Fondazione si declina dunque principalmente su tre fronti: l'organizzazione di mostre temporanee dedicate ad artisti legati al mondo di Ligabue, ad artisti eminenti del territorio e ad artisti di importanza riconosciuta in ambito nazionale e internazionale; la valorizzazione del patrimonio di opere della Collezione Umberto Tirelli (frutto della donazione Tirelli-Trappetti); la valorizzazione del patrimonio monumentale costituito da Palazzo Bentivoglio. Il Museo Antonio Ligabue nasce nel 2018 dalla volontà della Fondazione che ne porta il nome di dotare Gualtieri di un polo espositivo stanziale per l'opera di Antonio Ligabue, valorizzando inoltre il patrimonio documentale di proprietà del Comune di Gualtieri - che conta quasi 150 documenti originali - attraverso la costituzione di un centro di studio e ricerca sull'opera e sulla vicenda biografica di Antonio Ligabue.

Dopo la grande antologica del 2015, intitolata "Ligabue, Gualtieri. Il ritorno", la Fondazione Museo Antonio Ligabue diviene il punto di riferimento in Italia per l'organizzazione di mostre temporanee dedicate all'artista. Nel 2020 la Fondazione ha promosso la mostra "Incompreso. La vita di Antonio Ligabue attraverso le sue opere", curata da Sergio e Francesco Negri a Palazzo Bentivoglio, in concomitanza con l'uscita nelle sale del film "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti. Interlocutore accreditato a livello italiano ed internazionale, nel mese di ottobre 2020 la Fondazione Museo Antonio Ligabue è stata partner del Festival International du Film de La Roche-sur-Yon per l'allestimento della mostra "Antonio Ligabue: Hors Cadre", che ha accompagnato la première francese del film "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Autoritratto di Antonio Ligabue, dipinto a olio su tavola di faesite cm 60x53 realizzato tra il 1951 e 1952, Courtesy Comune di Gualtieri
2. Locandina della mostra Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto




Felice Limosani
Dante: il Poeta Eterno


14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze

Attraverso la digitalizzazione del maestoso ciclo delle 135 incisioni ottocentesche di Gustave Dorè che rappresentano il viaggio ultraterreno di Dante dall'Inferno al Paradiso, attualizzate con un re-work originale mai visto prima, l'artista Felice Limosani ha costruito un percorso che attraverserà la sacralità della Cappella Pazzi, l'architettura del Chiostro del Brunelleschi e il Cenacolo di Santa Croce. Immagini retro illuminate in alta definizione, immagini animate con proiezioni, e movimento nelle immagini con visori di realtà virtuale, offriranno ai visitatori un'esperienza intima, ma anche interattiva e digitale, che non "spiegherà" la Divina Commedia ma "racconterà" Dante, la sua avventura umana, l'attualità del suo messaggio universale, la sua eredità culturale, morale e spirituale. unicum che offrirà un'esperienza di visita museale evoluta, rispettosa e aggiornata ai nuovi linguaggi; un progetto nato con l'obiettivo di restituire alla letteratura e all'arte il loro potere trasformativo, sperimentando in modo nuovo non solo la Commedia, ma anche il rapporto con l'opera d'arte in generale. (Estratto da comunicato Lara Facco P&C)




Sala della galleria d'arte con opere in mostra di Giulia Napoleone Giulia Napoleone Giulia Napoleone
"Viaggi e costellazioni alla ricerca dell'infinito"
Opere 1956-2020


20 marzo (inaugurazione) - 30 giugno 2021
Spazio Ophen Virtual Art Gallery - Salerno
www.collezionebongianiartmuseum.it

Cinquantaquattro opere, tra dipinti, disegni, pastelli e incisioni, datati 1956-2020, per delineare gli sviluppi dei paesaggi interiori, dei paesaggi "di puntini", come li definisce lei stessa, di quella ricerca che domina la scena intellettuale e artistica degli anni Sessanta in cui opera l'artista con la sua specifica lettura del reale mediata dalla poesia. Inoltre, viene presentato il libro d'artista di Giulia Napoleone dal titolo "Come il volo del tuffatore di Paestum" con 7 pastelli inediti creati tra il 2018-19 e con due poesie visuali di Sandro Bongiani. L'evento, a cura di Sandro Bongiani, è sotto il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Museo Madre di Napoli.

Amica di Alberto Moravia, Carlo Levi, Ennio Flaiano Vanni Schewiller, Leonardo Sinisgalli, Giulia Napoleone - confessa - "La poesia è come un paesaggio, tutta la comprensione delle cose avviene attraverso la poesia, a tutto corrisponde un verso", e poi, "La mia lettura è una lettura lenta e tormentata, un processo di assimilazione difficoltoso". Insomma, un dialogo continuo e costante tra poesia e ricerca grafica-pittorica a caratterizzare l'importanza e la qualità del suo lavoro, dalle prime riflessioni sul tema del segno degli anni Sessanta, fino alla sperimentazione del colore sublime, soprattutto il blu, "colore versatile" che lei considera "del pensiero" ma anche dell'infinito, il più misterioso e metafisico dei colori. La forza dirompente e inquieta di questo colore connota, da sempre, il lavoro di oltre un settantennio di lavoro di questa importante e storica artista contemporanea. La ricerca di Giulia Napoleone viene approfondita soprattutto dalla seconda metà degli anni Settanta in poi, in cui l'assenza di materia fa riaffiorare la luce e l'emozione. Una ricerca personalissima che trae suggerimenti da Klee, Morandi, Fontana e Tancredi.

Agli infiniti intrecci che pervadono gli attraversamenti inoggettivi di Napoleone, corrisponde un nucleo proprio di confluenza che è il disegno, da sempre abilitato a una rilettura specifica dell'altra faccia del visibile, di un paesaggio del tutto mentale costruito tra equilibrio e geometria. che - come suggerisce Leonardo Sinisgalli - è una chimica interiore. Per Giulia Napoleone Il viaggio "non è soltanto spostamento da un luogo per arrivare ad un altro, ai viaggi fisici anche frequenti di Giulia Napoleone corrispondono altrettanti viaggi mentali di luoghi inesplorati, tra spazi, segni e costellazioni dell'assoluto e dell'indefinito. Una lunga e assidua ricerca a indagare i segni dell'esistere,del pensiero, che diviene spazio, tempo e profondità in cui la luce entra nella sua ombra per aprirsi all'infinito e divenire paesaggio interiore.

Scrive Sandro Bongiani, "Un dialogo incessante con il blu maestoso dei pensieri che lacerano il tempo per divenire respiro e poi vento fugace che trabocca di luce e si addensa all'orizzonte, un soffio misterioso di leggerezza, un indefinito procedere verso un equilibrio precario che inonda la natura per tramutarsi in aria sottile. Un viaggio insostanziale e al contempo metafisico, con una realtà in equilibrio e un percorso intimo nel mondo interiore che resiste e accompagna in profondità il cammino permettendo ai pensieri di prendere forma, con quella linea ininterrotta dell'orizzonte e del mare che guarda l'infinito, nasconde e desta vecchi ricordi che emergono all'improvviso per divenire evocazione di luce e sperimentazione, appunti e anche note sopraffini della memoria".

Come sempre, nel suo lavoro, il sogno di Sula si fa e si disfa lentamente, raccoglie gli oscuri presagi che si decantano leggeri in superficie, linee sottili e umori sfuggenti che addensati assieme nella penombra si rincorrono per dare nuova vita e destino all'emozione. Segno nel sogno, a scandagliare i sortilegi dell'anima e tramutare i nascosti pensieri che l'occhio indifeso e distratto non può mai recepire. Una traccia dopo l'altra di senso, a suggerire geometrie interiori in un procedere verso l'equilibrio e il silenzio, tra l'ordine apparente e l'improvviso momento di caos. Come nel precario volo dell'ignoto Tuffatore di Paestum, che sprofonda in un abisso per poi riemergere dall'acqua a nuova vita, i colori incantati di Napoleone viaggiano nel cosmo, alla ricerca di un tempo sospeso, tra la percezione di un infinito procedere e la ricerca di un assoluto che non ha ancora trovato sicura stabilità e certezza.

Giulia Napoleone nasce nel 1936 a Pescara in Abruzzo e oggi vive nella Tuscia, in provincia di Viterbo, con frequenti soggiorni in Ticino (Svizzera). Dopo il diploma magistrale nel 1954 si avvicina alla pratica del disegno. Nel 1958 conosce Giorgio Morandi che le consiglia di dedicarsi all'incisione, al disegno e all'insegnamento. Le prime opere che espone sono dipinti a olio e nel 1963 inaugura la prima mostra personale, "Giulia Napoleone", alla Galleria Numero di Firenze. La carta è il suo supporto preferito, realizza le prime incisioni e, dal 1965, frequenta la Sala Studio della Calcografia Nazionale a Roma per approfondirne lo studio. Compie numerosi viaggi all'estero in Francia, Nord Europa, Australia e per lavoro in Tunisia, dove partecipa al restauro pittorico di alcuni dipinti del Museo del Bardo di Tunisi. In questi anni Giulia Napoleone entra in contatto con numerosi artisti, intellettuali e poeti anche attraverso la collaborazione con Giuseppe Appella, direttore dello Studio Internazionale d'Arte Grafica L'Arco ed inizia a creare preziose edizioni d'arte.

In particolare con Vanni Scheiwiller realizza insieme ad Appella un'edizione con quattro incisioni a punzone dal titolo "Non vedo quasi nulla" (1978) con due poesie di André du Bouchet. Il libro, esposto al Centre Georges Pompidou di Parigi in occasione di una mostra sulla poesia italiana nelle edizioni Scheiwiller, sarà il primo di un'intensa collaborazione con l'editore milanese. L'artista dipinge acquarelli su carta che espone regolarmente in mostre collettive e personali. Nel 1986 partecipa con tre grandi acquerelli all'XI Quadriennale Nazionale d'Arte di Roma (sarà invitata anche nel 1999). Negli anni Novanta continua a realizzare ed esporre incisioni, disegni a pastello, a china, a matite colorate. Durante la sua carriera riceve numerosi riconoscimenti e dal 2007 è Accademico Nazionale di San Luca. Nel 2018 un'importante antologica dal titolo "Realtà in equilibrio" che la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma dedica a Giulia Napoleone, ricomponendone il percorso con una mostra a cura di Giuseppe Appella. Nel 2021 riceve il Matronato della Fondazione Donnaregina del Museo Madre di Napoli. (Comunicato stampa)




Sun Guangyi
"Heaven - A Clear View of the Universe series"

www.barbarafrigeriogallery.it/page/19

Negli ultimi anni si è assistito ad un ritorno, da parte di molti artisti cinesi, alle tecniche della loro tradizione, tra queste sicuramente quella dell'inchiostro su carta di riso è una delle più affascinanti. Nei lavori di Sun Guangyi le pennellate lunghe e corpose, ma allo stesso tempo delicate e quasi effimere, danno vita  a paesaggi delle mente che rimandano alla sue esperienze di vita legate alla pratica buddista. "Spirituali visioni" nella quali ognuno può rivivere emozioni e stralci di vita immergendosi in un'estetica quiete. (Comunicato stampa)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Conversation Piece | Part VII
Verso Narragonia
Jos de Gruyter & Harald Thys, Benedikt Hipp, Apolonia Sokol


08 febbraio (inaugurazione) - 01 luglio 2021
Fondazione Memmo - Roma
www.fondazionememmo.it

La Fondazione Memmo presenta il nuovo appuntamento del ciclo di mostre, a cura di Marcello Smarrelli, dedicate agli artisti italiani e stranieri temporaneamente presenti a Roma, o che intrattengono un rapporto speciale con la città. Il succedersi delle parti che scandiscono le varie edizioni, diventa un racconto per capitoli che affrontano argomenti sempre diversi legati al dibattito critico sul contemporaneo, toccando aspetti che riguardano la storia dell'arte, ma anche questioni di stretta attualità, su cui gli artisti sono invitati a confrontarsi attraverso un dibattito aperto tra loro e il curatore. Il titolo del ciclo si ispira a uno dei film più famosi di Luchino Visconti, Gruppo di Famiglia in un interno (Conversation Piece, 1974), una chiara metafora del confronto tra generazioni e dei rapporti di odio e amore tra antico e moderno; ma Conversation Piece era anche un genere pittorico diffuso tra XVII e XVIII sec., caratterizzato da gruppi di persone in conversazione tra loro o colti in atteggiamenti di vita familiare.

La Fondazione Memmo nasce nel 1990 dal desiderio di Roberto Memmo di dar vita a un'attività culturale mirata ad avvicinare il mondo dell'arte al vasto pubblico attraverso la diretta conoscenza di capolavori di tutti i tempi e delle più varie civiltà. La mostra vede protagonisti Jos de Gruyter & Harald Thys (duo di artisti belga), Benedikt Hipp (attuale vincitore del Premio Roma presso l'Accademia Tedesca Roma Villa Massimo) e Apolonia Sokol (attualmente borsista presso Villa Medici - Accademia di Francia a Roma).

Verso Narragonia, il sottotitolo che caratterizza ad ogni edizione le scelte e il percorso espositivo, per questo settimo capitolo fa riferimento alla località fittizia raccontata nel poema La nave dei folli, del poeta alsaziano Sebastian Brant, pubblicata per la prima volta nel 1494, illustrata da Albrecht Dürer. Nel testo si narra del viaggio fantastico di una nave stipata di folli, attraverso diverse mete: Narragonia - il "paradiso dei folli" -, il Paese di Cuccagna - terra di abbondanza e piacere -, fino al tragico epilogo del naufragio dell'imbarcazione. Con una forte attitudine allegorica, La nave dei folli è una favola moraleggiante, una critica ai vizi e alle debolezze umane dell'epoca. Nei secoli successivi, il poema ha suggerito ulteriori chiavi di lettura: celebre quella del filosofo francese Michel Foucault, che nella sua Storia della follia nell'età classica (1961) parte proprio dall'immagine della Stultifera navis per affrontare il tema della pazzia.

Nell'antichità i folli erano pienamente integrati nella società e, nonostante il giudizio nei loro confronti fosse fortemente ambiguo, rispetto ad una maggioranza molto critica, alcuni intellettuali erano propensi a considerarli come dotati di particolari poteri. L'esempio più eclatante nel considerare i folli come persone fuori dalla norma viene da Erasmo da Rotterdam, autore dell'Elogio della follia (1511), a cui è attribuita la frase: "Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia". Da un certo punto in poi della storia, però, la situazione muta radicalmente e la malattia mentale inizia ad essere equiparata alla lebbra e i folli reclusi, internati, spinti ai margini della società, abbandonati alla propria sorte - allo stesso modo dei folli raccontati da Brant. Anche le arti visive si sono nutrite dell'immaginario che La nave dei folli ha saputo generare, dalla nota interpretazione di Hieronymus Bosch (1494 circa), con tutto il suo celebre catalogo di grilli, creaturine mitologiche grottesche e ironiche, fino al dramma de La zattera della Medusa (1818-1819) di Théodore Géricault.

Attraverso i lavori dei tre artisti invitati, Verso Narragonia, intende evidenziare il tema della follia come fonte d'ispirazione della creatività artistica, sottolineando l'attrazione suscitata sugli artisti da tutto ciò che è diverso, strano e perturbante. Se è vero che l'arte è artificio che scardina le consuetudini del pensiero corrente, un'esperienza che spiazza l'individuo facendolo riflettere sulla sua condizione, possiamo affermare che il tempo inedito e straniante che stiamo vivendo, possa essere considerato un tempo "artistico".

La mostra si apre con l'installazione del duo formato da Jos de Gruyter (Geel, Belgio, 1965) e Harald Thys (Wilrijk, Belgio, 1966). Si tratta di un gruppo di 23 piccoli busti realizzati in gesso, capelli finti e vernice: una raccolta bizzarra di politici di fama internazionale, dittatori, attori di film di serie B, personaggi pubblici noti e figure storiche, vive o morte. I busti sono presentati senza alcuna gerarchia o giudizio morale. Si somigliano tutti, risultando insieme spaventosi e innocui, piatti, inermi e stereotipati. Ogni testa è collocata su piccole mense allestite tutt'intorno alla stanza, ognuna con il nome del personaggio; una breve biografia di ogni figura rappresentata è disponibile in un foglio di sala. Lo spazio della Fondazione Memmo fa da cornice all'installazione: un edificio antico, al centro di una città carica di storia, che diventa il contesto ideale per mostrare i 23 busti di personaggi congelati nel tempo. Simile a caricature, la forma e la disposizione delle teste ricordano i busti imperiali romani conservati in un museo archeologico o in un palazzo nobiliare, rimandando anche all'atmosfera sinistra di un laboratorio scientifico deviato.

Per Conversation Piece, Apolonia Sokol (Parigi, Francia, 1988) ha realizzato un dipinto di oltre cinque metri di larghezza, direttamente collegato al tema iconografico della mostra. La pittrice ha infatti realizzato una tela che raffigura un'imbarcazione popolata di figure, che attinge alle incisioni di Dürer della prima edizione de La nave dei folli. I soggetti ritratti da Sokol, pur rifacendosi nella loro disposizione a modelli tratti dalla storia dell'arte, sono in realtà persone della contemporaneità; una popolazione di amiche, conoscenti e persone amate dall'artista che mette in discussione orientamenti e generi sessuali, attualizzando alcuni riferimenti della tradizione artistica e accostandoli a temi urgenti e d'attualità. Il dipinto è presentato su un particolare telaio estroflesso: una caratteristica formale che porta con sé anche degli aspetti più concettuali, legati alla storia della pittura e alla possibilità di offrire una visione "distorta" dell'opera.

Benedikt Hipp (Monaco di Baviera, Germania, 1977) ha realizzato un ambiente composto da dipinti e sculture inedite, presentate nello spazio espositivo come parti dissezionate di un corpo. Le sculture, prodotte grazie a una fornace che l'artista ha installato nel proprio giardino di casa, sono il risultato di una "deformazione" dell'argilla attraverso un processo antico, quasi primordiale, che genera l'effetto di una pelle avvolta sulla superficie dei manufatti, le cui fattezze ricordano dettagli anatomici, organici ed elementi residuali, quasi reperti di un'antica civiltà scomparsa. Anche i dipinti sono contraddistinti dalla stessa carica espressiva, contribuendo a rafforzare l'atmosfera da laboratorio alchemico, uno spazio perturbante e magico che trascende i limiti della razionalità. Grazie al prestito eccezionale concesso dalla Biblioteca Oliveriana di Pesaro, sarà esposta in mostra una rara copia de La nave dei folli di Sebastian Brant, nell'edizione di Basilea del 1572. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione in uscita nell'aprile 2021. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Veduta della mostra Peter Halley e Alessandro Mendini, Galleria Massimo Minini, Brescia, marzo - maggio 2008 in una foto di Andrea Gilberti - Alberto Petrò - courtesy l'artista e Galleria Massimo Minini Peter Halley
27 marzo - 27 giugno 2021
Museo Nivola - Orani (Nuoro)

Mostra installazione site specific di Peter Halley (1953), figura centrale del Neo Concettualismo americano. La mostra è a cura di Giuliana Altea, presidente della Fondazione Nivola e Antonella Camarda, direttrice del Museo Nivola. Halley si afferma negli anni '80 con dipinti geometrici che esplorano le strutture fisiche e psicologiche dello spazio sociale. Raccogliendo l'eredità di artisti come Albers, Mondrian e Malevic, Halley elabora un originale campionario di forme ispirato al mondo digitale e allo spazio urbano, reso attraverso campiture regolari di pitture industriali dai colori fluo. Progressivamente, la struttura razionale della composizione si complica, diventando sempre più caotica e quasi parodistica.

Dalla metà degli anni '90, Halley utilizza anche software per sviluppare le sue composizioni e, affascinato dalla rivoluzione digitale, si dedica a ricerche sulle tecniche di stampa. Dalla fine degli anni '90, Halley assembla differenti telai per costruire strutture complesse che sfidano le convenzioni della pittura. A partire dagli anni 2000, combinando stampa digitale e pittura, Halley realizza spettacolari installazioni, capaci di stravolgere e trasfigurare lo spazio fisico in cui sono collocate. Accadrà così anche al Museo Nivola. Qui Halley realizzerà un intervento di copertura totale delle pareti dello spazio espositivo, creando un ambiente immersivo, di forte impatto visivo e psicologico, destinato a farsi luogo d'incontro e sede di spettacoli e manifestazioni.

Nel percorso di Halley è frequente la collaborazione con altri artisti e designer. Particolarmente forte quella con Alessandro Mendini con cui Halley collabora nel 2008 per la mostra alla Galleria Massimo Minini, a Brescia, e ancora nel 2013 alla Mary Boone Gallery di New York e ulteriormente, l'anno successivo, alla Cartier Foundation a Parigi. A Mendini il Nivola ha dedicato un'importante mostra nel 2019 e da questa fortunata collaborazione è nato il trait d'union che conduce oggi Peter Halley ad Orani. L'esperienza di lavoro a quattro mani era già stata "collaudata" da Helley nel 2007, con la collaborazione con Matali Crasset alla Galerie Thaddaeus Ropac di Parigi. Dieci anni dopo, nel 2017, ad affiancarlo è Lauren Clay, al Paradise City, in Corea. Come "solo", nel 2016, Halley è presente con "Weak Force" a Basel Unlimited, con "The Schirn Ring", allo Schirn Kunsthalle di Francoforte e, nel '18, con "Emerald City" alla K11 Art Foundation ad Hong Kong.

Installazioni tutte di potente valenza emotiva. Halley nel 2011 è a Venezia con "Judgment Day, Personal Structures" a Palazzo Bembo, e nella città lagunare torna nel 2019, in occasione della Biennale. Quell'anno, ai Magazzini del Sale, con Lauren Clay, Andrew Kuo e RM Fischer, propone "Heterotopia", monumentale istallazione presentata da Flash Art e dalla Accademia di Belle Arti di Venezia. Le opere di Peter Halley, uno degli artisti più significativi della sua generazione, sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, dal MoMA di New York alla Tate di Londra, allo SFMoma di San Francisco. e la sua attività espositiva si estende da entrambi i lati dell'Atlantico, All'attività artistica Halley, dal 1996 al 2005, ha affiancato l'impegno quale editor della rivista cult "Index Magazine", punto di riferimento della cultura underground 'indie' newyorkese e internazionale. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare di un opera realizzata da Boccioni Il giovane Boccioni
30 aprile - 30 giugno 2021
Galleria Bottegantica - Milano

La mostra è dedicata alla fase giovanile e formativa dell'artista calabrese, in cui lo studio del passato si lega alla volontà irrefrenabile di conoscere il presente e di sperimentare il futuro. Curata dalla storica dell'arte Virginia Baradel, tra i più accreditati studiosi di Boccioni prefuturista, la rassegna propone una accurata selezione di opere eseguite da Boccioni tra il 1901 e il 1909. Anni nei quali il pittore, allora ventenne, rafforza la sua vocazione artistica attraverso esperienze di studio condotte a Roma, Padova, Venezia e Milano, intervallate dall'importante soggiorno parigino del 1906 e dal successivo viaggio in Russia. L'influenza delle diverse correnti figurative europee e l'interesse per la tradizione classica e rinascimentale, affiorano ripetutamente nelle opere del periodo e trovano, soprattutto nella produzione grafica, un valido laboratorio di analisi sperimentale, di invenzione e di verifica stilistica che Boccioni conduce in parallelo rispetto alla pittura.

Proprio al lavoro su carta la mostra dedica particolare interesse attraverso una selezione di disegni che coprono gli anni dell'apprendistato del giovane Boccioni. A un primo nucleo di opere - di forte impronta scolastica - risalente al periodo in cui fu allievo di Giacomo Balla e frequentò le scuole di disegno pittorico e di nudo a Roma, se ne affianca un altro - più copioso e diversificato - riconducibile agli anni immediatamente successivi, nei quali il tratto acquista sicurezza nel restituirci precise visioni architettoniche, ritratti curiosi - alcuni dei quali rasentano la caricatura - e figure umane di estrema sintesi formale. Anche le copie da museo appartengono a questo periodo di apprendistato.

Altro aspetto su cui la mostra focalizza l'attenzione riguarda le tempere commerciali che Boccioni dipinge in questi anni per ragioni perlopiù economiche. La foga di apprendere e di affinare le proprie capacità artistiche caratterizza anche il periodo veneziano dell'artista, durante il quale sperimenta - sotto la guida del pittore Alessandro Zezzos - la tecnica incisoria, i cui esiti, davvero interessanti, sono ben documentati nella rassegna milanese. Il percorso espositivo della mostra si conclude - come del resto quello formativo dell'artista - con il trasferimento di Boccioni a Milano, nel settembre del 1907. L'interesse per le opere di Giovanni Segantini, Carlo Fornara e di Gaetano Previati - ammirate pochi mesi prima alla Biennale di Venezia -, orientano il giovane verso la ricerca di uno stile capace di conciliare la modernità positivista con l'idealità nell'ambito dell'illustrazione e della cartellonistica.

La coeva produzione pittorica trova espressione in piccole vedute di paesaggi lombardi che dimostrano tuttavia un superamento della trama impressionista ancora presente nelle tele di periodo veneziano. Nel versante del ritratto, dove il pennello diventa febbrile nella sua urgenza di restituire sulla tela la singolarità di un volto, di una espressione o di un carattere. In mostra questi temi sono testimoniati da opere di pregio, come Paesaggio lombardo e La madre malata del 1908. Altre documentano invece la parentesi simbolista del 1908-1910, che trova ne Il lutto il suo esito più straziante e esoterico. Altrettanto interessanti sono i bozzetti per il manifesto dell'Esposizione di pittura e scultura promossa dalla Famiglia Artistica a Brunate (maggio-giugno 1909): sintesi perfetta delle diverse cifre stilistiche fin qui acquisite da Boccioni, dal divisionismo, alla pennellata larga e sintetica di matrice postimpressionista, agli echi del modernismo. Accompagna la mostra un importante catalogo, edito da Bottegantica edizioni, con contributi di Virginia Baradel, Ester Coen e Niccolò D'Agati, regesto dei disegni e delle grafiche a cura di Niccolò D'Agati. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

- T MUB, il museo temporaneo dedicato a Umberto Boccioni

- Forme uniche della continuità nello spazio. Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni




Opera di Michael Mazur Michael Mazur
l'Inferno


06 marzo - 03 ottobre 2021
Museo di Castelvecchio - Verona

Mostra monografica - a cura di Francesca Rossi, Daniela Brunelli, Donatella Boni - in concomitanza con il Settimo Centenario della morte del Poeta. Giusto vent'anni fa, lo statunitense Michael Mazur, tra i più originali incisori del recente Novecento, espose la sua interpretazione dell'Inferno dantesco nella sale di Castelvecchio. In mostra la collezione delle 42 stampe che l'artista decise, dopo quella prima esposizione, di donare al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Castelvecchio. In questa potente sequenza di opere, Mazur illustra il viaggio di Dante con sconvolgente forza. La sua è una interpretazione "agghiacciante ed indelebile", decisamente originale e intimamente sentita.

Piuttosto che usare la consueta raffigurazione del poeta e della sua guida, infatti, Mazur descrive in prima persona il viaggio all'interno dei gironi infernali e annota: "l'artista, come nostro Virgilio, vede ciò che Dante ha visto". Ad emergere da questa esperienza è un audace confronto tra un grande interprete contemporaneo e l'immaginario medievale. Alle sue opere, nella mostra scaligera, vengono affiancati brani della celebratissima traduzione inglese del testo di Dante realizzata dal "poeta laureato" Robert Pinsky. Mazur ha realizzato le sue incisioni ricorrendo alla tecnica del monotipo (stampa unica) e dell'acquaforte, alle cui possibilità espressive, dai neri vellutati ai bianchi puri risparmiati sul foglio, l'artista ha affidato quella che non solo è la traduzione figurativa di un testo letterario così noto ed evocativo, ma, insieme, la rivisitazione autonoma ed attualissima di un repertorio di temi fortemente legato alla tradizione e sui quali si sono misurati, nei secoli, molti grandi artisti.

La tematica infernale non era nuova a Mazur. Egli ne era infatti fortemente affascinato. Aveva iniziato a confrontarsi con l'Inferno già agli inizi degli anni Novanta del Novecento, quando realizzò una prima serie di monotipi per illustrare la fortunata nuova traduzione inglese del testo dantesco ad opera, appunto, di Robert Pinsky. Un'elaborazione che lo ha poi gradualmente condotto ad approfondire l'intera Cantica, completandone l'interpretazione attraverso le potenti opere esposte in questa mostra. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Antony Gormley denominata SHY realizzata nel 2017 in Ghisa _ Cast iron di dimensioni 363,3 x 84,2 x 62,7 cm in una foto di di Ela Bilakowska, OKNOstudio 
Copyright Line © the Artist Foto di Ela Bilakowska dell'opera SHY realizzata Antony Gormley e installata nel centro di Prato Fotografia di Ela Bilakowska di SHY, opera di Antony Gormley, nella Piazza Duomo a Prato SHY
Opera di Antony Gormley


Piazza Duomo - Prato

Antony Gormley, nato e residente a Londra, ha posto al centro della sua ricerca artistica il rapporto tra il corpo, come sede della mente, in relazione agli spazi architettonici o naturali con cui si relaziona. Egli presta particolare attenzione alla collocazione della sua arte in spazi pubblici accessibili, nel suo lavoro possiamo trovare una forte attenzione alla politica ambientale e sociale che lo caratterizza. Gormley insiste da sempre sul fatto che il silenzio e l'immobilità della scultura sono le sue qualità più forti, che le permettono di essere aperta a tutti i nostri pensieri e sentimenti. In contrasto con la tradizione, secondo cui la scultura sostiene e celebra il potere politico e religioso, il progetto di Gormley cerca di riconoscere e catalizzare l'esperienza soggettiva. C'è sia empatia che umorismo in questo lavoro, con il quale l'artista desidera rianimare il potenziale dell'arte nel regno collettivo per celebrare la vita quotidiana.

Nelle parole dell'artista: "Voglio fare qualcosa che sia sicuro della sua presenza come punto di riferimento, ma che all'esame si connetta con il nostro io interiore e si confronti con quelle emozioni umane più timide e silenziose come la tenerezza e la vulnerabilità". Sfruttando una struttura architettonica semplice, la scultura vuole evocare la timidezza nella sua stessa esposizione. Realizzata con 3600 kg di ghisa, SHY porta in una piazza del XVIII secolo i materiali e i metodi della rivoluzione industriale. L'artista utilizza la dimensione per attivare lo spazio e invitare chi ne è partecipe a prendere coscienza della propria posizione, costantemente in movimento nello spazio e nel tempo.

L'istallazione dell'opera di Gormley testimonia il costante impegno del Comune di Prato nell'aggiornamento della sua identità contemporanea, grazie anche all'azione propositiva svolta negli ultimi trent'anni dal Centro Pecci per l'Arte contemporanea. La Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, che gestisce il Centro Pecci, è il punto di riferimento per la collaborazione tra i soggetti pubblici e privati che operano nella Regione e la promozione della produzione artistica contemporanea in Toscana. Questa collaborazione si è sviluppata nel contesto di una crescente consapevolezza ambientale.

Negli ultimi anni Prato ha sviluppato importanti politiche di riciclo delle acque industriali, riciclo dei tessuti e risparmio energetico. Il rapporto sempre più stretto della città con i partner istituzionali europei ha fatto sì che la Prato dell'innovazione e dell'economia circolare sia uno scenario perfetto per una collaborazione artistica internazionale. In questo quadro si è sviluppato per affinità il coinvolgimento dell'Associazione Arte Continua, nata con l'obiettivo di connettere la Comunità internazionale dell'arte con le comunità locali e a valorizzare la cultura della circolarità, della forestazione e del green deal come motore di cambiamento, e come frontiera di sperimentazione sociale legata ai temi di una nuova vivibilità dei centri abitati "Ricentrando" con gli artisti della comunità internazionale dell'arte le periferie e le zone industriali.

Il progetto di collaborazione si è concretizzato con l'invito del Centro Pecci ad installare nel centro di Prato l'opera SHY di Antony Gormley, con cui Associazione ha già realizzato in passato progetti di arte pubblica e mantiene un forte legame. Il 19 dicembre 2020, il Comune di Prato e la Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, attraverso il Centro Pecci, in collaborazione con Associazione Culturale Arte Continua hanno inaugurato l'opera, che resterà esposta in Piazza Duomo per 6 mesi. (Estratto da comunicato Ufficio stampa Silvia Pichini)




Un libro nella collezione dei manoscritti greci della Biblioteca Palatina di Parma Nuova Pilotta. La Biblioteca Palatina svela al mondo i suoi manoscritti greci.

Il Complesso della Pilotta annuncia che i 35 manoscritti greci realizzati tra il X e il XVIII secolo, sono messi a disposizione degli studiosi e degli appassionati di tutto il mondo dalla Biblioteca Palatina di Parma. (...) Massimo Magnani, professore di Lingua e Letteratura Greca dell'Università di Parma, è il responsabile scientifico del progetto, oltre che curatore del convegno di studi sui manoscritti greci della Palatina, realizzato in Biblioteca nel novembre del 2019. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Direzione della Biblioteca Palatina. La pubblicazione è avvenuta in "Internet Culturale", portale di accesso al patrimonio delle biblioteche pubbliche e di prestigiose istituzioni culturali italiane, curato dall'Istituto centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU). L'indirizzo da cui è possibile accedere alla collezione è www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29848/: ogni singolo manoscritto può essere visualizzato, sfogliato, ingrandendo le pagine o particolari di pagina.

Il dettaglio dell'immagine è altissimo, permettendo anche di cogliere il dettaglio fisico delle pergamene o delle carte sulle quali i testi sono stati scritti. La "esplosione" delle miniature, per altro bellissime, consente di percepire particolari che l'occhio umano non riuscirebbe a rilevare. Ma cosa è stato messo a disposizione del mondo? A questa, che è la domanda fondamentale, risponde la direttrice della Palatina, dottoressa Paola Cirani. "Si tratta - afferma la studiosa - dell'intera raccolta di manoscritti greci della nostra biblioteca. Opere preziose e di enorme interesse, imprescindibili per studiosi di diverse discipline. Undici di essi provengono dal Fondo Palatino, nato dalla raccolta iniziata a Lucca dai Duchi di Borbone, che riunirono manoscritti acquistandoli da importanti collezioni private, come quella dei tre cardinali della famiglia Buonvisi.

Uno dei pezzi più preziosi è il Ms. Pal. 5, sontuoso Tetraevangelo, datato intorno all'anno Mille. Altri 24 manoscritti appartengono al Fondo Parmense, dove si trovano grazie all'opera di Paolo Maria Paciaudi (1710-1785), primo bibliotecario della Palatina, e di Giovanni Bernardo de Rossi (1742-1831), artefice della raccolta di quel fondo ebraico di manoscritti e stampati, che rende unica a tutt'oggi la Biblioteca. Tra i tesori di questo fondo vi è il Rotolo in pergamena (Ms. Parm. 1217/2), riunito con altri tre in una custodia, arricchita dallo stemma impresso in oro di Ferdinando di Borbone, oltre all'Etimologico di Simone Grammatico, opera di valore inestimabile." (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Veduta di un teatro per presentazione mostra Quando Gigli, la Callas e Pavarotti... Quando Gigli, la Callas e Pavarotti...
I teatri storici del Polesine


13 marzo - 27 giugno 2021
Palazzo Roncale - Rovigo

La passione per l'opera, il teatro, la musica, il balletto erano (sono) di casa nel Polesine. Non solo nella città capoluogo, Rovigo, ma in tutto il territorio. Basti pensare che c'è traccia documentata di almeno una cinquantina di teatri, attivi anche in paesini di poche anime, persi nel Delta del Po. Un fenomeno che per capillarità di presenze, in un territorio marginale e complesso com'era quello del Polesine, è davvero unico. Teatri nati, quasi tutti, dalla volontà di gruppi di privati che si sono tassati per costruirli e poi per sostenerne l'attività. Soprattutto musicale, quasi gareggiando l'un l'altro per poter ingaggiare le migliori compagnie o per mettere in scena proprie "produzioni", come si direbbe oggi. Proprio perché derivano di una "società" di persone, presero il nome di Teatri Sociali. Della stragrande maggioranza di questi teatri non resta che la memoria negli archivi. La grande crisi, che già aveva cominciato a mordere da tempo, si fece drammatica nel Novecento, quando il Polesine visse una delle sue epoche più difficili. Il substrato sociale che aveva voluto e sostenuto questi teatri si era via via indebolito e sfaldato.

Molti di esse vennero abbandonati o abbattuti, altri trovarono una sopravvivenza, anch'essa effimera, come cinema. Poi il buio. Oggi, di questo straordinario patrimonio, sopravvivono 7 teatri storici. Sei di essi sono attivi: il Sociale di Rovigo, innanzitutto, il Comunale ed il Ferrini ad Adria, e quelli di Badia Polesine, Castelmassa e Lendinara. Tutti restaurati anche grazie al contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che promuove per la primavera prossima la mostra a Palazzo Roncale a Rovigo. Per il settimo teatro, quello liberty di Loreo, è in corso il restauro. La loro è una storia costellata di grandi debutti, di prime di opere poi diventate celebri, di piccole grandi vicende che sono parte della storia italiana della musica e del costume. Mostra a cura di Maria Ida Biggi e Alessia Vedova, da un progetto di Sergio Campagnolo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina mostra dedicata a Dante Alighieri Dante. Gli occhi e la mente
Le Arti al tempo dell'esilio


06 marzo - 04 luglio 2021
Chiesa di San Romualdo - Ravenna

La scelta curatoriale è stata quella di riunire solo testimonianze di assoluta eccezione, precisamente aderenti al tema, realmente emblematiche delle tappe dell'esilio dantesco. Proponendo ciò che il Poeta ebbe occasione di ammirare nel suo lungo peregrinare per l'Italia, opere la cui eco influenzò la sua Commedia, straordinario "poema per immagini". Ad accogliere questo percorso espositivo d'eccezione è un luogo altrettanto significativo: la Chiesa monastica di San Romualdo, di origine camaldolese, attigua alla Biblioteca Classense, nel cuore storico di Ravenna. A dare, e non solo idealmente, il via al percorso della mostra sarà la potente scultura in bronzo dorato raffigurante Bonifacio VIII, di colui cioè che condannò il Poeta all'esilio. Prestito fondamentale concesso in virtù dell'importante scambio culturale fra le città di Ravenna e Bologna, quest'ultima accoglierà al posto del Bonifacio VIII, presso il museo medievale, un'opera a mosaico di Marco De Luca, mosaicista ravennate.

Accanto all'effigie bolognese, sarà in mostra a Ravenna anche il calco del ritratto dello stesso Bonifacio realizzato da Arnolfo di Cambio. L'ambiente di origine e formazione del Poeta, Firenze, è documentato in mostra da imperdibili opere di Cimabue e di Giotto, datate al periodo di permanenza fiorentina di Dante e che, con ogni probabilità egli ebbe modo di ammirare. Costretto ad abbandonare anche Roma, Dante percorre la lunga via dell'esilio che lo porterà in diverse città tra le quali Arezzo, Verona, Padova, Bologna, Lucca, Pisa e Ravenna. Gli anni dell'esilio corrisposero ad un periodo di profonde mutazioni e novità nell'arte e la mostra le documenta attraverso dipinti, sculture, manoscritti miniati, oreficerie.

I mesi romani sono rievocati dalle effigi di San Pietro e il San Paolo di Jacopo Torriti, all'epoca dantesca nel portico di San Pietro. Allontanatosi dalla Città dei Papi, ad accoglierlo saranno la Forlì degli Ordelaffi e poi Verona, dove si pose sotto la protezione degli Scaligeri prima nel 1303-1304 e poi nel 1313-1318. Anni in cui la città stava vivendo un momento di grande sviluppo anche artistico, promosso soprattutto da Cangrande della Scala, "uno dei più magnifici Signori che dallo Imperatore Federigo Secondo in qua si sapesse in Italia" (Boccaccio). Preziosi tessuti, oreficerie, tavole dipinte e sculture (queste ultime dovute al cosiddetto Maestro di Sant'Anastasia) documenteranno la sosta del poeta alla corte veneta. Intorno al 1304 fu a Padova. Erano gli anni in cui Giotto stava ultimando la decorazione della cappella degli Scrovegni, quanto di più innovativo la pittura potesse esprimere, tanto da indurre il poeta ad affermare che "ora ha Giotto il grido".

E tra i primi a recepire le innovazioni giottesche furono i maestri padovani della miniatura e la mostra ha il vero privilegio di mostrare, per la prima volta, il preziosissimo Offiziolo, ora di proprietà privata, appartenuto al poeta Francesco da Barberino, amico di Dante. L'arte della miniatura affascina Dante anche nella successiva tappa bolognese, tanto da fargli citare, con ammirazione, nell'undicesimo canto del Paradiso, uno dei maestri della scuola bolognese di quest'arte, Franco Bolognese, per altro non meno importante dell'altro celebrato maestro, Oderisi da Gubbio. In questa sezione, uno dei capolavori assoluti dell'arte della miniatura, è la Bibbia Istoriata appartenuta a Carlo V, eccezionalmente concessa dalla Biblioteca del Monastero dell'Escorial. Dopo i soggiorni nella Marca Trevigiana e poi nella Lunigiana dei Malaspina, Dante si trasferì nel Casentino, poi a Lucca, dove ebbe occasione di ammirare le opere di Nicola Pisano per la cattedrale (presente in mostra il calco della lunetta con la Deposizione dalla Croce, Pisa Museo di San Matteo) e ancora a Forlì nel 1310.

Fu qui che probabilmente apprese la notizia della discesa in Italia del nuovo Imperatore Arrigo VII, verso il quale si concentrarono le sue speranze e il sogno di una restaurazione imperiale. Sogno infranto dalla morte del sovrano al cui funerale, nel Duomo di Pisa, presenziò probabilmente anche Dante, che ebbe così occasione di ammirare alcuni dei capolavori assoluti realizzati da Nicola e da Giovanni Pisano. In mostra, tra gli altri, l'effige della Giustizia, commissionato per la tomba di Margherita di Brabante, moglie dell'Imperatore. Le testimonianze di Nicola e Giovanni Pisano affiancheranno in mostra quelle di Arnolfo di Cambio (Galleria Nazionale dell'Umbria) a conferma della preminenza attribuita dal poeta all'arte plastica, come attestano le numerose citazioni contenute nella Commedia. Dante giunge a Ravenna intorno al 1319, mentre in città operavano Giovanni e Giuliano da Rimini, chiamato quest'ultimo a decora re la cappella a cornu epistulae della chiesa di San Domenico, seguito anche da Pietro da Rimini, di cui la città conserva ancora oggi varie testimonianze. Ed è ai capolavori di questi due artisti che la mostra riserva ampio spazio nella sua sezione conclusiva, intervallandoli a testimonianze legate alla cultura figurativa veneziana, a documentare l'ultima impresa diplomatica svolta nella Serenissima dal Poeta. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera artistica nella mostra Antologia 2021 Antologia 2021
Arte moderna e contemporanea


Tornabuoni Arte
.. Firenze, dal 9 dicembre 2020
.. Milano, dal 12 dicembre 2020
www.tornabuoniarte.it

Appuntamento annuale che, come di consueto, offre un'accurata selezione di opere, frutto dell'importante lavoro di ricerca che la galleria ha svolto nell'arco dell'ultimo anno. Un'opportunità per ripercorre i momenti più significativi della storia dell'arte dagli inizi del XX secolo ad oggi, attraverso i capolavori di alcuni dei suoi principali protagonisti. Un volume, puntuale e completo accompagna l'esposizione con il testo introduttivo Viaggio al termine della forma firmato da Sonia Zampini. Il percorso espositivo inizia con una prima sezione che rappresenta l'arte figurativa del XX secolo, a partire dall'opera Versailles, la Galleria degli Specchi, dipinta da Giovanni Boldini intorno al 1871, durante il suo periodo parigino, realizzato a Versailles luogo simbolo dell'Ancien Regime, la cui particolare atmosfera riecheggia lo sfarzo voluto dalla monarchia di Luigi XIV. E prosegue seguendone l'evoluzione attraverso una carrellata di opere straordinarie di maestri come Balla, Campigli, Carrà, Casorati, de Chirico, De Pisis, Guttuso, Magnelli, Marini, Paresce, Prampolini, Rosai, Savinio, Severini, Sironi, Soffici, Tozzi e Viani.

In questa sezione non poteva mancare di certo Giorgio Morandi, tra le figure più emblematiche del panorama artistico del primo Novecento, con una Natura morta del 1930, a testimoniare come la sua pittura sia riuscita a ridisegnare i confini del mondo fisico attraverso la rappresentazione di umili oggetti del nostro vissuto quotidiano che Morandi celebra in modo solenne. Pablo Picasso con il suo Tasse et paquet de tabac del 1922 segna il passaggio tra la prima e la seconda parte di questa antologia. Picasso, protagonista delle prime avanguardie, contribuisce in modo determinante alla rivoluzione della figurazione pittorica con un nuovo linguaggio che mette in discussione la pittura da cavalletto e che "interesserà inizialmente l'immagine - come scrive Sonia Zampini - per poi coinvolgere, nel progressivo affermarsi dell'arte contemporanea, i materiali, i contenuti ed infine i luoghi stessi dell'arte."

La mostra prosegue con opere dal secondo dopoguerra ad oggi e si apre con la figura di una grande artista italiana, Carla Accardi, presente nel volume con alcune importanti opere tra cui un imponente lavoro del 1967, Senza titolo, caratterizzato dall'uso del sicofoil, la cui trasparenza consente di mostrare il telaio che diventa, insieme all'essenzialità del segno, parte fondamentale della struttura visiva. Una sezione densa di tasselli significativi in questo spaccato di storia dell'arte che vede numerose sperimentazioni come Concetto spaziale del 1955 di Lucio Fontana - presente in catalogo anche con altre opere - interprete dello Spazialismo che si allontana ancora di più dalla concezione classica della pittura.

Ci sono: una Combustione del 1960 dove Alberto Burri riveste la materia di un ruolo primario; due grandi tele di Hans Hartung, dipinte entrambe nel 1962; il disegno preparatorio di Running Fence, progetto tra i piu` celebrati di Christo e Jeanne-Claude dove una recinzione continua, di circa quaranta chilometri, si estende nella campagna californiana a Nord di San Francisco, chiaro esempio di quello che è stata la Land art. A rappresentare il movimento surrealista, troviamo Jaon Mirò e Sabastian Matta mentre l'Arte Povera, teorizzata sapientemente da Germano Celant, ha, in questa sede, indubbi testimoni come Boetti, Kounellis, Pascali, Pistoletto, Zorio. Il Portrait of Bronka Weintraub, 1986, introduce alla Pop art americana e ai ritratti seriali di Andy Warhol. Molti altri ancora gli artisti che si potranno ammirare: Adami, Afro, Alviani, Angeli, Baj, Calzolari, Capogrossi, Castellani, Ceroli, Chia, Colombo, Crippa, Dadamaino, De Maria, Dorazio, Mambor, Manzoni, Paladino, Pamiggiani, Pomodoro, Mimmo Rotella, Paolo Scheggi, Mario Schifano, Antoni Tàpies, Joe Tilson, Giulio Turcato, Victor Vasarely e Vedova.

Tra le opere più recenti ricordiamo Libro rosso per la Divina Commedia, 2018, e Oristano, 2010, di Emilio Isgrò, uno dei nomi italiani più conosciuti a livello internazionale, la cui ricerca nasce da diverse discipline, poesia, arte, teatro e letteratura. Isgrò ha il merito di aver creato un nuovo linguaggio attraverso la teorizzazione della cancellatura della parola stessa che restituisce ai testi un nuovo significato. L'esposizione, nelle due sedi, sarà in corso per tutto il 2021. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina di INONDA canale digitale di Fondazione Torino Musei INONDA
Il canale digitale di Fondazione Torino Musei
inonda.fondazionetorinomusei.it

La Fondazione Torino Musei si prende cura delle oltre 150.000 opere delle collezioni d'arte della Città di Torino. Il passato con Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica, l'Oriente con il MAO Museo d'Arte Orientale e il futuro con la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea: prospettive diverse su epoche storiche e mondi apparentemente lontani eppure connessi fra loro. La  mission è la tutela di questo patrimonio e la sua divulgazione, con una particolare attenzione all'accessibilità e ai progetti educativi. Per l'anno scolastico 2020-2021 il Settore Educazione di ciascun museo ha realizzato una programmazione che si sviluppa attraverso percorsi e laboratori INMUSEO dedicati alle ricche collezioni permanenti e alle prossime mostre e a distanza con il nuovo e innovativo progetto che porta il museo in classe, grazie alla piattaforma virtuale INONDA.




Sala della Pinacoteca De Nittis Nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis
dal 26 settembre 2020
www.studioesseci.net

Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione. Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all'epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell'istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città. Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d'arte Renato Miracco dal titolo Rileggere De Nittis, oggi, cerca, infatti, di porre l'accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine '800 a Parigi, considerata all'epoca il centro dell'Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.

"Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l'Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale - scrive il curatore nella sua presentazione - "Inoltre, in alcune sezioni della Mostra" - continua - "alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d'Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni"

Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a "vivere' il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all'aria aperta". Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne" in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei", come scrisse Dumas figlio, per l'epitaffio dell'artista amico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto nella mostra Il primato dell'opera Il primato dell'opera
26 settembre 2020 - 10 agosto 2022
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

La GAM rinnova l'allestimento delle sue collezioni permanenti del Novecento con un nuovo percorso che intende restituire la centralità all'opera d'arte. Il nuovo ordinamento è studiato per permettere il confronto, consentire il paragone necessario tra opera e opera: le sequenze di dipinti, sculture, installazioni sono affiancate da poche informazioni essenziali che introducono alla lettura degli stili diversi, di generazione in generazione, che gli artisti hanno elaborato. Suddivise in diciannove spazi, le opere sono raccolte privilegiando un taglio storico-artistico che segue le principali correnti artistiche del secolo appena trascorso, ma anche dando rilievo alla storia delle collezioni civiche nel panorama artistico torinese, nazionale e internazionale. Inserite in questa narrazione si trovano alcune sale personali, nate dalla volontà di restituire il valore indiscusso di alcuni artisti, insieme alla possibilità offerta dalle nostre collezioni di presentarli con opere importanti.

La prima sala è dedicata a tre delle figure che maggiormente hanno influito, su diversi piani, sulla principale arte italiana e internazionale del Novecento. Giorgio de Chirico ha generato un nuovo modo di pensare l'opera d'arte, alla ricerca di una rappresentazione che fosse anche disvelamento filosofico. Giorgio Morandi ha sviluppato un culto della forma e delle sue illimitate varianti, in una sorta di disciplina concettuale, con una continuità mentale e temporale che permette di presentare, all'inizio del percorso, anche le sue tarde Nature morte. Infine Filippo de Pisis, che ha tramandato una lezione di libertà totale da condizionamenti di tipo accademico, ma anche da scelte avanguardistiche, creando quasi uno stile-ponte solitario tra Impressionismo e Informale.

A questa premessa fa seguito un ordinamento che, sala dopo sala, ripercorre alcune fasi fondamentali della storia dell'arte, rappresentate dai capolavori della collezione: dalle Avanguardie storiche con le opere di Umberto Boccioni, Gino Severini, Giacomo Balla, Enrico Prampolini, Otto Dix, Max Ernst, Paul Klee e Francis Picabia, alle stimolanti proposte artistiche nate a Torino tra le due guerre mondiali dove scorrono le opere della maggior parte dei Sei di Torino; dalla riscoperta e influenza di Amedeo Modigliani sugli artisti torinesi grazie anche agli studi di Lionello Venturi che teneva la cattedra di Storia dell'Arte all'Università di Torino, agli acquisti di dipinti e sculture per la collezione della GAM tra la fine degli anni Venti e tutti gli anni Trenta alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma.

La sezione dedicata all'Astrattismo italiano è rappresentata da artisti quali Fausto Melotti, Osvaldo Licini e Lucio Fontana, mentre le sale successive ripercorrono le vicende di Roma e la scuola di Via Cavour, indagano l'arte dopo Il 1945 tra Figurativo e Astratto e mostrano le sorprendenti acquisizioni di arte internazionale nel periodo post bellico nello spazio intitolato Per una Galleria Civica internazionale, dove troviamo artisti come Marc Chagall, Hans Hartung, Pierre Soulages, Tal Coat, Pablo Picasso, Jean Arp, Eduardo Chillida.

Gli anni Cinquanta sono stati, per quel che riguarda le ricerche sperimentali, gli anni dell'Informale, e anche la GAM conserva significativi esempi: dall'"Informale di segno" di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi e Antonio Sanfilippo alla rappresentazione in chiave Informale del paesaggio e della natura di Renato Birolli, Ennio Morlotti e Vasco Bendini. Un Informale certamente più veemente e radicale fu quello di Emilio Vedova e anche l'arte torinese fu coinvolta in queste dinamiche, tramite Piero Ruggeri, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino, o Paola Levi Montalcini.

Il facile linguaggio del New Dada e della Pop Art italiana e straniera (rappresentato tra gli altri da Piero Manzoni, Louise Nevelson, Yves Klein e Andy Warhol) cederà presto il passo ad un quadro rinnovato di concetti e materiali. Dopo un passaggio doveroso al Museo sperimentale di arte contemporanea che arrivò in dono alla fine del 1965 alla Galleria Civica d'Arte Moderna composto da un fondo che conta oggi 364 opere che intendevano rappresentare il più largo ventaglio di opzioni linguistiche di taglio innovativo e, appunto, sperimentale e qui rappresentato con una nutrita selezione di esempi, il nuovo allestimento culmina nell'esperienza dell'Arte Povera, che si aprì a un nuovo linguaggio, alla ricerca di una libertà totale dai condizionamenti. Sono rappresentati tutti gli artisti del movimento teorizzato nel 1967 da Germano Celant e approdato per la prima volta in un museo nel 1970 proprio nella nostra Galleria d'Arte Moderna: Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio.

Tutto il percorso è intervallato da sale personali dedicate: Felice Casorati che ha lasciato una lezione indelebile nel contesto torinese e nazionale, Arturo Martini che ha contribuito a cambiare le connotazioni della scultura italiana, Alberto Burri e Lucio Fontana che hanno modificato la veste materica e concettuale della loro opera influenzando l'arte internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Grazie all'incremento delle collezioni possiamo ora riproporre, in un confronto di forte contrasto, il valore di azioni fondamentali quali la realizzazione del ciclo della "Gibigianna" di un altro artista al centro di relazioni internazionali, Pinot Gallizio. A Giulio Paolini, infine, è stato dato spazio per averci indicato l'esigenza di mantenere sempre un rapporto necessitante con la storia dell'arte, i suoi segni e richiami, e il loro valore per una vivificazione concettuale della forma. (Comunicato stampa)




Dipinto olio su tela di cm 25x115 realizzato da Alfredo Pini nel 2020 denominato Calorosamente freddo Alfredo Pini: "Il tempo sospeso"
dal 6 luglio 2020
Bottega d'Arte Lacerba - Ferrara
www.lacerba.com | www.alfredopini.com

In questa mostra on-line, la galleria Lacerba propone una serie di dipinti che Alfredo Pini ha realizzato nel periodo in cui, a causa della recente pandemia, ci siamo ritrovati a vivere una situazione mai provata in precedenza, una lunga quarantena in isolamento, in cui lo stato emotivo di ciascuno di noi è stato messo alla prova, sollecitato da sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Un tempo, che non è ancora terminato e che indubbiamente lascierà una traccia profonda: "... e di questo momento, voglio soprattutto dare un volto al silenzio, ad un mondo che incredibilmente sembra si sia fermato, ad un mondo sospeso che non sa se guardarsi dentro o guardare timoroso al domani, ad una vaga sensazione catartica che aleggia nell'aria, sopra tutti noi. E voglio dipingere la luce di questi giorni, non quella reale ma quella interiore, quella che vive dentro di noi, contrastante, ambigua. E voglio dipingere i miei luoghi, la mia terra...la mia anima." (Comunicato stampa)

Immagine:
1. Calorosamente freddo, dipinto olio su tela di cm 25x115 realizzato da Alfredo Pini nel 2020




Opera di Daniele Cestari Daniele Cestari: "Tempo sospeso"
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
Presentazione on line

Nuova serie di lavori dell'artista ferrarese, che esplora, accanto ai già noti temi cittadini, paesaggi marini e di montagna. Il titolo di questa selezione rievoca l'orfismo campaniano di sospensione del tempo ("E del tempo fu sospeso il corso." Cit. D.C.) di cui tutti abbiamo avuto esperienza durante questi mesi nelle contingenze sfaccettate della realtà. Con questi nuovi lavori l'autore non si limita più alla dimensione metafisica, ma indaga quella più strettamente individuale  e collettiva della quotidianità. (Comunicato stampa)

__EN

We are pleased to present a new series of works by the artist from Ferrara, who explores marine and mountain landscapes alongside the already well-known city themes. The title of this selection recalls the Campanian orphism of suspension of time ("And of time the course was suspended." Cit. D.C.) which we have all experienced during these months in the multifaceted contingencies of reality. With these new works the author is no longer limited to the metaphysical dimension, but investigates the more strictly individual and collective dimension of everyday life. (Press release)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso.

Un libro prezioso, una musica rara, un centenario giornale quotidiano, un foglietto manoscritto, un emozionato libretto della Prima rappresentazione, uno spartito firmato ad un amico, una lettera e un augurio, una fotografia accartocciata sugli angoli e dedicata in bella scrittura, una vecchia fiaba illustrata, uno pentagramma mai scritto prima per note che non esistevano ancora, il ricordo di una Diva o di un editore anti-filosofo, una struggente dedica d'amore con microscopica musica inedita, un calendario illustrato, un aperitivo musicato da un breve jingle...

___ EN

Galleria Allegra Ravizza is pleased to propose a selection of 20th Century Thematic Archives

With their precious content, these archives deal with, and get to the heart of, the specific and exact arguments of the last century. From Futurism to Decadentism. These small collections, the result of deep studies, have the ambitious aim of permitting the rediscovery of forgotten or misunderstood sensations of our cultural heritage and the joy that comes from them. The 20th Century Thematic Archives can be sent anywhere to whoever might be interested, even by those who do not believe they could be interested. Culture is like noise, to quote John Cage (Los Angeles 1912 - New York 1992): "When we ignore it, it disturbs us. When we listen to it, we find it fascinating" [1]. "Silence does not exist" [2].

Ignorance does not exist! Culture's noise is inescapable and continuous in every aspect of our life; if we want to ignore it we become upset, it torments us from childhood, it is the soundtrack of a widespread social obligation, it is a buzzing that embarrasses like flatulence and, in the same way, it makes us feel inadequate and badly digested. But when we listen to the echo of the noise of Culture, we hear it rebound from every wall around us and it is transformed to become Knowledge and Awareness. At this point we can no longer turn back: the noise will be transformed into melody and our ears will decode each vibration and will become hungry for them. Those who love techno, metallic, or disco music cannot ignore Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947) and, probably, ought to venerate him, inasmuch as his intuition transformed the music of noise forever [3].

It's done by now and there is no going back; noise has become music and our ears love it. We believe in the history of art and its developmental contribution to individual and collective awareness. As is well known, "Contemporaneity" would not be such if there were not a "Precedent". In this epoch where, for the natural evolutionary dynamics of thought, the motives of children prevail over those of their parents, as in Futurism or in 1968, the desire for annulment is understandable and necessary, but historical knowledge of what one wants to renew is its basis. For this reason we are proposing twelve thematic archives with an understanding of them as their aim. This is, we find, adapted to this historical period that we enclose in our rooms and that we are deeply changing.

The hope is that there will be a new contemporaneity, one that is perhaps calmer but more attentive, a dawning maturity towards a new Synchrony. Strongboxes of Sin-Crono [4] for an understanding of the art of Noises and of Futurist theatre, of the poetry and music that have led us through the last century. We have great masters; so let's listen and enjoy their intuitions, let's listen to their echoes on the walls of our rooms. Each archive contains a genuine collection of original documents and objects contained in a strongbox: an Art Collection for an understanding of the argument. A precious book, rare music, a centennial daily newspaper, a handwritten sheet of paper, an emotional letter about a debut, a score signed for a friend, a letter and best wishes, a photo crumpled at the corners and with a beautifully written dedication, an old, illustrated fairytale, a stave never before written on for notes that did not yet exist, the memory of a Diva and an anti-philosophical editor, the writing of a revolutionary, a moving dedication of love with microscopic and previously unseen music, an illustrated calendar, an aperitif set to music with a short jingle... Scents, colours, Noises.
[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento. Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo. Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia.

Un viaggio alla scoperta delle opere e della mostra allestita a Senigallia attraverso le schede testuali e gli apparati iconografici, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza diretta degli autori coinvolti, accompagnati da Matteo Galbiati. (...) All'iniziativa, faranno seguito ulteriori progetti sviluppati online in collaborazione con Kromya Art Gallery di Lugano per portare idealmente l'arte a casa delle persone, così da offrire momenti di approfondimento e di svago in una quotidianità incerta, gettando insieme le basi per una nuova comunità dell'arte.

La Galleria FerrarinArte nasce nel 2004 a Legnago (Verona) come spazio dedicato alla grande arte italiana e ai suoi protagonisti. Una ricerca costante, sostenuta da entusiasmo e volontà, che si fonda sul dialogo diretto con gli artisti. Giorgio Ferrarin, amante dell'arte e collezionista per passione, nel tempo ha creato, infatti, legami forti e sinceri con i maestri del secondo dopoguerra. Grandi personali di Carla Accardi, Agostino Bonalumi, Achille Perilli, Alberto Biasi ed approfondimenti dedicati alla Pittura Analitica, con mostre pubbliche al Palazzo della Gran Guardia di Verona, a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta (Padova), alla Rocca di Umbertide (Perugia), ai Musei di San Salvatore in Lauro (Roma), alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) e al Palazzo del Monferrato (Alessandria), hanno permesso alla Galleria di distinguersi per la coerenza espositiva, divenendo punto di riferimento per appassionati e collezionisti, raggiunti anche attraverso nuove strategie di comunicazione.

Il web diventa fondamentale, infatti, non solo per far conoscere gli autori e le opere, ma anche per condividere i numerosi contributi video che, testimoniando rapporti di stima e di amicizia, consentono al fruitore di entrare nei luoghi in cui l'arte prende forma. Fondamentale attività della Galleria è poi la produzione dei cataloghi dedicati alle mostre e agli artisti proposti negli spazi di Legnago e nelle sedi istituzionali: volumi che raccontano e completano i progetti espositivi attraverso raffinati confronti tra arte e letteratura, accompagnati anche da numerose videointerviste pubblicate sul canale www.youtube.com/user/ferrarinarte. La Galleria partecipa, infine, alle principali fiere di settore, come Arte Fiera Bologna e ArtVerona. (Comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Ferrara ebraica online
ferraraebraica.meis.museum

Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah ha voluto allestire la mostra "Ferrara ebraica" per spiegare perché il museo sia nato proprio in questa città e oggi, in tempi di Coronavirus, vuole dare a tutti la possibilità di visitarla e di conoscere almeno una parte della grande ricchezza del patrimonio ebraico della città estense. Nel sito ferraraebraica.meis.museum chiunque potrà fare un salto virtuale nel tempo, visitare, conoscere, incontrare, approfondire alcune storie ebraiche ferraresi. L'esposizione, organizzata pienamente dal MEIS, voluta dal Direttore Simonetta Della Seta, curata da Sharon Reichel e allestita da Giulia Gallerani, è un viaggio tra passato e presente che racconta una delle comunità ebraiche più antiche d'Italia, con una eredità culturale e artistica unica.

Oltre a valorizzare la straordinaria fattura di oggetti cerimoniali e ricostruire l'ambiente sinagogale, "Ferrara ebraica" si interroga anche sul rapporto tra gli ebrei e la città, portando alla luce racconti affascinanti intrecciati con la Storia. Il percorso è arricchito dal video introduttivo e le interviste agli ebrei ferraresi firmate da Ruggero Gabbai e dalle foto di Marco Caselli Nirmal. Le musiche della tradizione ebraica ferrarese, incise appositamente per il MEIS, sono curate ed eseguite da Enrico Fink. La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione del Comune di Ferrara e della Comunità ebraica di Ferrara, che ha prestato al MEIS gran parte degli oggetti esposti e qui presentati, ed è stata sostenuta da Holding Ferrara Servizi, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Il video introduttivo è realizzato in collaborazione con l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con un contributo della Regione Emilia Romagna, legge Memoria del Novecento. In un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo, il MEIS vuole condividere almeno in via digitale alcuni dei valori che hanno permesso agli ebrei di continuare a costruire la loro vita anche in momenti difficili. Con la speranza di riaprire presto le porte del museo, il MEIS non si ferma e continua ad essere un luogo di libertà, scambio di opinioni e condivisione di idee. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)

"Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?" (R. Hillel, Pirkei Avot I:14), dalle Massime dei Padri.




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Fotografia realizzata da Mimmo Rubino come immagine guida per la campagna di comunicazione della mostra Quando le statue sognano allestita nel 2019 Quando le Statue sognano
Frammenti da un museo in transito


dal 29 novembre 2019
Museo Salinas - Palermo

.. 28 novembre 2019
Concerto inaugurale con Ornella Cerniglia (pianoforte); Floriana Franchina (flauto); 108 (electronics)


Dalle metope dei Templi di Selinunte - il più importante complesso scultoreo dell'arte greca d'Occidente - alla Pietra di Palermo, reperto egizio risalente alla metà del II Millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini all'Ariete bronzeo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose nel mondo.

Grazie alla mostra in due capitoli, curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e Helga Marsala e a una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo "Frammenti di un museo in transito", vengono temporaneamente restituiti al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno definitivamente solo al termine dei complessi lavori di restauro e riallestimento,in via di completamento. Ed è proprio tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote che i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l'occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in dialogo con opere e reperti archeologici. Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l'attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall'apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, ricerca e comunicazione.

E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il "Salinas" ha scelto di affidare aun artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell'arte pubblica e dell'arte urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979), noto anche come Rub Kandy, ha ideato la campagna creativa per la promozione delle mostre: agli scatti fotografici, i manifesti, l'immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano,con la sua cifra personale, un'avventura concettuale e di stile, concepita come opera d'arte in progress. La mostra comincia, in questo primo appuntamento, con l'apertura straordinaria della Sala Ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi contigui, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca Borbonica, parte del patrimonio museale

Il percorso si apre conuna preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943). Le fotografie, realizzate dal maestro siciliano proprio al Salinas, nel 1984, ritraggono Jorge Luis Borges, anziano e già cieco, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di "vederle" con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta - che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili - e i corpi marmorei ospitati tra le sale del museo: una muta conversazione, un ideale "reciproco ascolto", di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un'invisibilità tramutata in visione interiore. Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori,in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull'antica Roma e sull'eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo.

In mostra sono inoltre già presentidue importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni - inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo dal Re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un'affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo. Ed è proprio l'Arietea a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industriale e post-graffiti.

Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato alconcetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell'animale, l'evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L'ariete (2019) è invece il suo primo libro d'artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l'artista, a un moderno rituale misterico. Completano il corpus quattro tracce sonore - Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) - che realizzano un soundscape ('paesaggio sonoro') chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings ('registrazioni sul campo') realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, in una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici.

In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vege tali in mutazione: un'idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell'artista, un riflesso materiale eallucinato.

Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all'alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il Cinquecento e gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile,l'immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente,ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l'artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta foto sensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto.

L'immagine risultante è un'impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l'apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione. Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d'epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l'ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

Accompagna la mostra Interludi, un programma appuntamenti che si svilupperà nel corso del 2020,in cui un'opera selezionata dai depositi del Museo, in attesa di approdare al nuovo allestimento,dialoga col progetto di un artista contemporaneoo con opere in prestito da altre prestigiose collezioni. Il ciclo si inaugura con la fotografa Roselena Ramistella (Gela, 1982) e la sua serie Ritratto di famiglia: un insieme di scatti ispirati ai lavoratori del Museo - dagli archeologi ai custodi, dai funzionari ai bibliotecari, da chi si occupa di comunicazione a chi ha in carico la sicurezza, gli archivi, le pulizie, i restauri dei reperti -, posta in dialogo con una raffinata testa romana di età adrianea (prima metà II sec. d. C.), un ritratto marmoreo del giovane Polydeukion, discepolo favorito di Erode Attico.

Il restauro terminato nel 2016 - che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini - insieme all'esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituiscono dunque al pubblico un'area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del "Salinas" (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto,in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d'uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo.

Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni e desideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest'esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le Statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l'Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Locandina dell'Umbria Film Festival 2021 Umbria Film Festival
XXV edizione, 07-11 luglio 2021
Montone (Perugia)
www.umbriafilmfestival.com

Un festival variegato e cinefilo, che prevede anteprime cinematografiche, cortometraggi e grandi ospiti, tra cui il regista e sceneggiatore Terry Gilliam e il Premio Oscar Thomas Vinterberg. Il regista danese, tra i fondatori del movimento cinematografico Dogma 95, autore di 'Festen', con cui vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes e fresco vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero con 'Un altro giro', riceverà le Chiavi della Città di Montone. Terry Gilliam torna quindi a Montone, sua città d'adozione da oltre trent'anni e il festival lo omaggia proiettando in piazza il film che lo ha portato in Italia la prima volta, quel 'Le avventure del Barone di Munchausen', annata 1988, che sarà proiettato in piazza proprio alla presenza del genio di Minneapolis naturalizzato inglese. Gilliam sarà inoltre festeggiato in occasione dei suoi 80 anni, compiuti lo scorso anno in piena pandemia da Covid-19.

Il regista lèttone Janis Cimmermanis sarà quindi omaggiato con una rassegna dei suoi cortometraggi. Tra i più importanti registi attivi nel campo dell'animazione e Maestro indiscusso della stop motion, Cimmermanis, diplomato al Leningrad Institute of Theater, Music and Cinematography, inizia a lavorare come regista al Latvian Puppet Theater. Dal 1993 fonda una società indipendente, la Animacijas Brigade, con la quale produce film di animazione. L'Umbria Film Festival ne proietterà una selezione, tra cui i corti 'Tiger', The bird cage', 'The Hunting' e 'Vasa', ambientato in un museo di Stoccolma, dove viene esposta una famosa nave affondata, invasa da ratti, nell'orrore generale dei turisti in visita.

Per questa edizione è stata anche lanciata la prima edizione di 'Amarcorti', sezione competitiva dedicata ai cortometraggi diretti da registi italiani o residenti in Italia, con particolare attenzione alle cinematografie emergenti, ai giovani cineasti e agli indipendenti. Due i Premi per questa prima edizione di 'Amarcorti'. Per il Miglior Corto, la distribuzione internazionale sulla piattaforma CinemaItaliaUK e la collaborazione per la realizzazione di una nuova opera a cura di Produzione Straordinaria S.r.l. Prevista anche una Menzione d'Onore, che permetterà al premiato il libero accesso all'archivio di Augustus Color, eccellenza da oltre 40 anni nel campo della produzione, post-produzione e restauro di vecchie pellicole. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Beuys e Napoli
11 maggio - 13 novembre 2021
Casa Morra - Archivio d'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

.. 09 maggio 2021
Diretta Facebook con interventi di: Achille Bonito Oliva, Michele Bonuomo, Mario Franco, Petra Richter e Italo Tomassoni. Con un'introduzione dell'Ambasciatore Tedesco Viktor Elbling

Casa Morra d'intesa con Goethe-Institut Neapel omaggia Joseph Beuys, a cento anni dalla nascita, con la mostra a cura di Giuseppe Morra, proponendo un principio di riflessione sull'eredità culturale dei transiti dell'artista tedesco a Napoli e in Italia tra il 1971 e il 1985. Cinque film saranno proiettati in successione negli spazi degli Archivi Mario Franco: al regista napoletano si deve la più completa documentazione filmica della collaborazione tra Lucio Amelio e Beuys a partire dalla prima mostra La rivoluzione siamo noi (1971) alla Modern Art Agency. Per celebrarne il cinquantenario, la programmazione inaugurerà con l'omonimo film che sarà proiettato insieme a Der Tisch, filmato donato da Beuys al regista napoletano nel formato originale in 16mm, che documenta una delle sue prime azioni all'Accademia di Düsseldorf (1971).

Della collaborazione tra il gallerista napoletano e l'artista tedesco, Franco documenta altre azioni come "Vitex agnus castus", realizzata per Arena: dove sarei arrivato se fossi stato intelligente! (1972), e "Diagramma Terremoto", contestuale a Terremoto in palazzo (1981). Di questa seconda azione Petra Richter restituisce una suggestiva immagine di Beuys, descrivendolo come un "sismografo umano (...) assorbito nel tracciare le vibrazioni di un terremoto immaginato allo stesso modo in cui una macchina ECG registra l'attività elettrica del cuore umano". Dell'ultima grande mostra a Capodimonte, Palazzo Regale (1985) - raccontata da Michele Bonuomo come "una definitiva architettura di tutta la sua produzione, quasi (...) un testamento" - Franco realizza un filmato con l'ultima intervista all'artista tedesco sulla sua opera e sul suo legame con Napoli e l'Italia.

A conferma della vocazione di Casa Morra verso l'apertura sugli inattesi percorsi di ricerca indotti dai materiali d'archivio, una serie fotografica di Gerardo Di Fiore testimonia l'incursione di Beuys nel contesto dell'azione "Hic Sunt Leones" (1972) del collettivo Galleria Inesistente, e offre, al contempo, una più ampia veduta sulla stratificazione dell'ambiente artistico e culturale napoletano tra gli anni sessanta e settanta. In mostra anche una selezione di multipli, funzionali alla strategia divulgativa del più ampio progetto beuysiano di "scultura sociale": per l'artista tedesco il problema del "dare forma" non ha a che vedere con una ricerca stilistica interna allo spazio di autonomia dell'arte, ma si risolve nelle possibilità antropologiche di formare/organizzare tutti i campi del sociale a partire dalla creatività individuale.

Si tratta, a ben vedere, di quello che Achille Bonito Oliva, nel corso della prima fondamentale intervista a Beuys nel 1971, definisce come uno "spazio socratico". L'intuizione critica è confermata dallo stesso artista: "l'arte mi interessa solo in quanto mi dà la possibilità di un dialogo con l'uomo". E le possibilità costituenti dell'arte, in un senso inclusivo e democratico, sono esemplarmente indagate da Beuys nel suo storico contributo a Documenta 5 (1972) dove per cento giorni allestì l'ufficio per l'"Organizzazione per la democrazia diretta tramite referendum". Di questa esperienza a Kassel viene presentata un'inedita documentazione fotografica di Vettor Pisani.

I film saranno proiettati tutti i mercoledì alle 18.00 su prenotazione (ad eccezione dei mesi di luglio e agosto) negli spazi degli Archivi Mario Franco. Il percorso della mostra si chiude con un'appendice della sala permanente dedicata all'artista tedesco, allestita nel 2017 con materiali donati da Lucrezia De Domizio Durini. In occasione di Beuys e Napoli Italo Tomassoni ricorda questa esperienza di condivisione con un'intima missiva all'artista. (Comunicato stampa)

___ EN

The films will be screened every Wednesday at 6 p.m. by reservation (except for the months July and August) in the space of the Mario Franco Archives From 11 May to 13 November Casa Morra in agreement with Goethe-Institut Neapel pays tribute to Joseph Beuys, commemorating the centenary of his birth with the exhibition Beuys e Napoli curated by Giuseppe Morra, reflecting on the cultural heritage of the German artist's visits to Naples and his travels around Italy between 1971 and 1985. The Mario Franco Archives will host a showing of five films in succession. Neapolitan film director Mario Franco has assembled the most comprehensive documentary footage of Lucio Amelio and Beuys's work together, starting with their first exhibition, La rivoluzione siamo noi (1971), at the Modern Art Agency.

To celebrate its 50th anniversary, the programme opens with a showing of the film of the same name, which will be screened together with Der Tisch, a film Beuys donated to the Neapolitan director in its original 16mm format, documenting one of his first actions at the Düsseldorf Academy (1971). Franco documents other actions resulting from the collaboration between the Neapolitan gallery owner and the German artist, such as 'Vitex agnus castus', for Arena: dove sarebbe arrivato se fosse stato intelligente! (1972), and 'Diagramma Terremoto', produced at the same time as Terremoto in palazzo (1981). Petra Richter conjures up an evocative image of Beuys in this second action, describing him as a "human seismograph (...) absorbed in tracing the vibrations of an imaginary earthquake, just like an ECG machine records the electrical activity of the human heart".

For the last great exhibition at the Capodimonte Museum, Palazzo Regale (1985) - described by Michele Bonuomo as "a definitive architecture of his entire production, almost (...) a testament" - Franco made a film from his last interview with Beuys, discussing his work and his ties with Naples and Italy. Confirming Casa Morra's aptitude for embarking on unexpected lines of research inspired by findings among archive material, a series of photographs by Gerardo Di Fiore bears witness to Beuys' incursion into the context of the action 'Hic Sunt Leones' (1972) from the collective exhibition Galleria Inesistente, at the same time offering a broader view of the many layers of Neapolitan artistic and cultural life in the nineteen-sixties and seventies.

The exhibition also includes a selection of multiples, part of Beuys' broader "social sculpture" project: for him, the problem of "giving form" is not a question of stylistic research within the autonomous space of art; rather it is resolved in the anthropological possibilities of forming/organizing every social field, starting from individual creativity. On closer inspection, this is what Achille Bonito Oliva defined as a "Socratic space" during his first key interview with Beuys in 1971. This critical insight is confirmed by the artist himself: "art interests me only insofar as it allows me to dialogue with humanity".

And Beuys ably investigates the constituent possibilities of art in the inclusive and democratic sense in his historic contribution to Documenta 5 (1972), where he set up an office for the "Organisation for Direct Democracy by Referendum", running for a hundred days. Vettor Pisani presented a previously unseen photo documentary of this experience in Kassel. The exhibition closes with an addition to the room permanently dedicated to the German artist, set up in 2017 with materials donated by Lucrezia De Domizio Durini: an in-depth look at Difesa della natura in Bolognano, where, on 13 May 1984, Beuys set up a space for public talks on the defence of nature and individual creativity. On the occasion of Beuys e Napoli Italo Tomassoni revisits this shared experience through an intimate letter to the artist. (Press release)




Olivetti Design Talks
www.archiviostoricolivetti.it

L'Associazione Archivio Storico Olivetti, in collaborazione con Fondazione Adriano Olivetti, Olivetti S.p.A. e il Politecnico di Torino, presenta la prima stagione di una serie inedita di appuntamenti digitali dedicati all'eccellenza del design, delle architetture e alla contemporaneità dello «Stile Olivetti», raccontati grazie alla partecipazione di ospiti autorevoli, il patrocinio del Comune di Ivrea e quello di numerosi enti di spessore internazionale. Un percorso dinamico tra passato, presente e futuro che permetterà di scoprire in maniera innovativa la #StoriaDiInnovazione dell'azienda fondata da Camillo Olivetti nel 1908, oggi Digital Farm per l'IoT del Gruppo Tim.

Tredici giovedì che, dalle 18.30 alle 19.30 sulla la piattaforma Zoom, offriranno una visione ampia ed inclusiva sul design, in coerenza con il nuovo posizionamento di Olivetti (#DesignMeetsTehnology). Tutti gli incontri verranno promossi sulle piattaforme social a fianco degli enti partecipanti e successivamente resi disponibili sui canali YouTube di Associazione Archivio Storico Olivetti e Olivetti. Le sessioni live saranno moderate da Gaetano di Tondo, Presidente dell'Associazione Archivio Storico Olivetti e VP, Communication & External Relations Director di Olivetti, e da Pier Paolo Peruccio, Professore associato del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino e World Design Organization directors board member.

"L'esperienza di Olivetti - sottolinea Gaetano di Tondo - ha segnato indelebilmente la storia industriale, del design, più in generale la storia della cultura nel mondo. È compito nostro riscoprire quei valori di creatività e innovazione per attualizzarli a servizio della comunità odierna. Olivetti Design Talks offre un contributo per una discussione approfondita su un tema, quello del design, che sempre più da vicino interpella le nuove tecnologie e, in ultima analisi, la nostra vita quotidiana". "Alla Olivetti - ricorda Pier Paolo Peruccio - si investivano risorse nella ricerca di base, si studiavano e si analizzavano i fenomeni anche in ambiti lontani dalle attività principali di business, senza vincolare il risultato a una precisa ricaduta economica. Chi lo farebbe oggi? Si faceva innovazione non guardando soltanto allo sviluppo di nuovi prodotti, ma innovando i luoghi di lavoro e ponendo sempre al centro il lavoro e la dignità della persona: questo accadeva a Ivrea come a Città del Messico o a Pozzuoli."

___ Appuntamenti in programma

25 febbraio - Dalla Fabbrica alla Digital Farm
11 marzo - Lettera 22: la macchina perfetta | Locandina convegno
25 marzo - La bellezza in mostra: gli show-room
15 aprile - Innovare l'Identità: Il logotipo e il lettering

29 aprile - L'Innovazione nel calcolo: ELEA 9003 e Programma 101 | Locandina convegno

Tra le vicende più intriganti dei 112 anni di successi di Olivetti, quelle dell'ELEA 9003 e della Programma 101 rappresentano per l'intera storia della tecnologia due tappe fondamentali: la nascita del primo elaboratore elettronico a transistor d'Europa e del primo desktop computer al mondo. Ideati da Mario Tchou e da Pier Giorgio Perotto, furono due successi enormi per il mercato internazionale. Tra le imprese della P101, acquistata dalla NASA appena commercializzata, anche quella legata alle fasi di studio ed i calcoli delle orbite ellittiche che permisero l'allunaggio dell'Apollo 11 nel 1969.

13 maggio - I 14 Compassi d'Oro: #DesignMeetsTechnology
27 maggio - Le architetture a Ivrea, Città Industriale Patrimonio Unesco

3 giugno - Valentine, la portatile rivoluzionaria | Locandina convegno

Macchina per scrivere dal design accattivante ed innovativo, la Olivetti Valentine è divenuta con il passare degli anni un vero simbolo della forza attrattiva ed interpretativa del design. Nata nel 1969 dall'ingegno di Ettore Sottsass Jr. e di Perry King, rivoluzionò il mondo dello scrivere portatile grazie a scelte estetiche che la rendono differente dalle altre portatili. Grazie ad una campagna pubblicitaria pervasiva e di successo, incarnò subito lo spirito rivoluzionario della fine degli anni '60 divenendo, come disse Sottsass, "la biro delle macchine per scrivere" ed allo stesso tempo "un monumento domestico".

10 giugno - #Worldwide: l'influenza del design Olivetti
17 giugno - Casa Blu Olivetti a Ivrea, dove il Design incontra l'Innovazione
1 luglio - Raccontare Olivetti
15 luglio - Comunità
22 luglio - Il Valore del Territorio




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




'AmarCorti'
Umbria Film Festival


25a edizione Montone (Perugia) - 07-11 luglio 2021
www.umbriafilmfestival.com

Per i suoi 25 anni di attività, l'Umbria Film Festival lancia la prima edizione di 'Amarcorti', sezione competitiva dedicata ai cortometraggi italiani. A iscrizione gratuita, il bando scade il 16 maggio 2021 e si rivolge a registi italiani o residenti in Italia, con particolare attenzione alle cinematografie emergenti, ai giovani cineasti e agli indipendenti. Possono partecipare a questa sezione corti realizzati nel triennio 2019-2021 della durata massima di 25 minuti (titoli inclusi), senza alcuna preclusione di stile o di genere. Sono ammessi alla selezione anche cortometraggi già presentati o premiati in altri festival. Due i Premi per questa prima edizione di 'Amarcorti'. Per il Miglior Corto, la distribuzione internazionale sulla piattaforma CinemaItaliaUK e la collaborazione per la realizzazione di una nuova opera a cura di Produzione Straordinaria S.r.l. Prevista anche una Menzione d'Onore, che permetterà al premiato il libero accesso all'archivio di Augustus Color, eccellenza da oltre 40 anni nel campo della produzione, post-produzione e restauro di vecchie pellicole.

'Questo nuovo bando - sottolinea la direzione artistica - dà la possibilità ai giovani cineasti di vedere il frutto del proprio lavoro giudicato da professionisti del settore e permette loro di portare il proprio lavoro là dove dovrebbe sempre essere mostrato: sul grande schermo, dove il pubblico del festival potrà vederlo e apprezzarlo". Il festival, che si avvale della presidenza di Terry Gilliam, della direzione artistica di Vanessa Strizzi, e della direzione organizzativa di Chiara Montagnini e Marisa Berna, ha da poco lanciato una campagna di crowdfunding per sostenere le sue attività. Anteprime cinematografiche, cortometraggi, performance musicali e laboratori e anche un progetto speciale, (In The) Limelight, una mostra diffusa di arte contemporanea che coinvolgerà 3 giovani artisti emergenti. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandia della rassegna Aqua Film Festival 2021 I Premi della quinta edizione di Aqua Film Festival
25, 26 e 27 marzo 2021
Online su MyMovies.it
www.aquafilmfestival.org

Si è tenuta la quinta edizione di Aqua Film Festival, rassegna internazionale che racconta, con lo strumento cinematografico e di documentazione, lo straordinario mondo dell'acqua nei suoi diversi valori e funzioni di utilizzo. Con la direzione artistica di Eleonora Vallone - pittrice, stilista, autrice, attrice di cinema, televisione e teatro, giornalista ed esperta di metodologie salutistiche in acqua - le proiezioni del festival, organizzato da Universi Aqua Associazione Culturale no profit, si sono tenute, gratuitamente, sulla piattaforma internazionale di MyMovies.it e la visione in replay sarà possibile fino a martedì 30 marzo. Durante la serata di premiazione, che si è tenuta sempre su in streaming su MyMovies.it, sono stati rivelati i Premi Finali della quinta edizione del festival. Ricca la presenza di film, corti e documentari, giudicati da una prestigiosa Giuria presieduta dal regista, scenografo e costumista Premio Oscar, Gianni Quaranta, affiancato da Francesco Mariotti, Rita Dalla Chiesa, Jonis Bascir, Carlotta Calori, Carlotta Bolognini, Massimo Terranova, Roberto Leoni, Valeria Milillo e Laura Bortolozzi.

L'edizione 2021 dell'Aqua Film Festival è stata patrocinata da: Unesco - Commissione Nazionale Italiana con il supporto di WWAP Unesco Risorse idriche mondiali, Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, UNICEF Italia, ENIT - Agenzia Nazionale del Turismo, Federpesca, Consolato Onorario del Principato di Monaco a Firenze, C.O.N.I. - Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Anica, Istituto Cine-Tv 'R. Rossellini', Unimed - Mediterranean Universities Union, MediCinema Italia Onlus, NuovoImaie, Istituto Svizzero. Sponsor del festival: PromoTurismoFVG. Partner dell'Aqua Film Festival, inoltre: Ancim - Associazione Nazionale Comuni Isole Minori, Marina Corazziari Gioielli. Technical partner: Aquaniene, Artemare Club, Fenice Comunicazione, MARGI - Orologi dal 1964. Media Partner: Canale Energia, Change.org, LifeGate, Spettacolo News. Sostenitori del festival: Fondazione Italiana di Bioarchitettura, Marevivo, Tevere Day.

___ Premi

- Premio Sorella Aqua - Miglior Corto AFF 2021: "Apollo 18", di Marco Renda
Il viaggio raccontato come dramma e sogno. Due punti di vista che convergono in un suggestivo e surreale incontro.

- Premio Sorella Aqua - Miglior Cortino AFF 2021: "BLU", di Paolo Geremei
Un colpo di vento, uno schizzo d'acqua e uno sguardo complice. Basteranno a cambiare la vita di un bambino speciale?

- Aqua & Turismo - Premio ENIT Ente Turismo Italiano (premio sul turismo ambientale): "Lezioni di pianura", di Matteo Bellizzi
Un viaggio acquatico musicale immaginifico per celebrare il paesaggio e la grandezza ingegneristica del Canale Cavour, nel vercellese. Cinque lezioni per scoprire la bellezza e l'importanza di un territorio unico.

- Menzione Speciale Aqua & Ambiente (assegnata da PromoTurismoFVG): "M(o)AI + Plastica", di Dario Carotenuto e Dario Catania
Rapa Nui è l'isola dei sogni dove turisti e viandanti si recano per trascorrere in spensieratezza le proprie vacanze alternative sull'Isola di Pasqua che è diventata un enorme ricettacolo di plastiche e microplastiche responsabili di danni ingenti all'ecosistema.

- Menzione Speciale Auqa & Isola (assegnato da ANCIM): "Il guardiano del faro" di Ole-Andrè Ronneberg (Norvegia)
Gunnar vive una vita di routine da solo in un faro. Un giorno arriva una sirena e il suo stile di vita solitario e pieno di routine viene messo alla prova.

- Menzione Speciale Aqua & Thriller (assegnato da Artemare Club): "Si sospetta il movente passionale con l'aggravante dei futili motivi", di Cosimo Alemà
Giulia si prepara a trascorrere un week-end con Lucio. Tuttavia, ad aspettarla nella villa in cui si sono dati appuntamento non trova lui, ma tre sconosciute.

- Menzione Speciale Aqua & Animation: "Lost&Found", di Andrew Glodsmith e Bradley Slabe
Un goffo dinosauro fatto all'uncinetto dovrà sbrogliarsi completamente per riuscire a salvare l'amore della sua vita.

- Menzione Speciale Aqua & Architettura: "Lezioni di Pianura", di Matteo Bellizzi
Un viaggio acquatico musicale immaginifico per celebrare il paesaggio e la grandezza ingegneristica del Canale Cavour, nel vercellese. Cinque lezioni per scoprire la bellezza e l'importanza di un territorio unico.

- Menzioni Speciali Aqua & Music: "Lezioni di Pianura", di Matteo Bellizzi e "Pani Doctors", di Katalin Ambrus

.. Lezioni di pianura: Un viaggio acquatico musicale immaginifico per celebrare il paesaggio e la grandezza ingegneristica del Canale Cavour, nel vercellese. Cinque lezioni per scoprire la bellezza e l'importanza di un territorio unico.

.. Pani Doctors: La baraccopoli indiana Khara Kuaa si trasforma in un colorato palcoscenico teatrale dove Rekha Devi, Zeenat Begum e i loro vicini disimballano il kit scientifico per il test dell'acqua. Un educativo musical sviluppato in collaborazione con le donne di due baraccopoli di Jaipur, che hanno partecipato a un progetto di modello idrogeologico.

- Menzione Speciale Aqua & Social (E): "La Grande Onda di Angelo Vassallo", di Giuseppe Falagario
La Grande Onda narra la realizzazione dell'Opera Artistica la Grande Onda di Angelo Vassallo, ubicata nel porto di Acciaroli, opera realizzata grazie al contributo intellettuale e operativo di uomini e donne che hanno creduto in questo messaggio così importante per la tutela del mare.

- Menzione Speciale Aqua & Students: "Basta farlo - Chiudi il rubinetto", a cura degli studenti del NABA (Nuova Accademia di Belle Arti Milano)
Secondo il rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche del 2018 rilasciato dall'ONU, entro il 2050 circa 5 miliardi di persone non avranno la quantità d'acqua necessaria al proprio sostentamento e la domanda aumenterà circa dell'1% ogni anno senza possibilità di soddisfarla: chiudere il rubinetto è un gesto metaforico sia davanti a questa emergenza che in campo economico per evitare gli eccessi e sprechi. Basta farlo!

- Menzione Speciale Fratello Mare, Amico Fiume, Caro Lago: "Il fiume di Annibale", di Giacomo Gatti
La battaglia della Trebbia (18 dicembre del 218 a.C.) raccontata dal punto di vista del fiume. Lo scontro leggendario e tragico tra Annibale e i romani rivive attraverso la potenza evocativa della natura e dei luoghi autentici che hanno visto passare la Storia...

- Prima edizione Premio Teatro e Sostenibilità: Reading teatrale di Alessandro Sena con Alessandro Preziosi e Nicole Grimaudo, prodotto da ACEA e assegnato al Teatro di Roma Argentina. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


dal 25 gennaio 2020
www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

Si tratta di una produzione filmica sensibile, che interpreta e riflette sui problemi contemporanei, capace di stimolare la ricerca delle possibilità espressive del linguaggio cinematografico: un cinema all'insegna della libertà creativa e produttiva, nato dall'impegno di autori responsabili delle loro opere, per l'intero percorso progettuale che va dall'ideazione al prodotto finito. La playlist, che sarà implementata nei prossimi mesi, propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti.

Cinemaimpresatv, con oltre 7 milioni di visualizzazioni, è la testimonianza dell'interesse crescente per materiali di repertorio poco o per nulla conosciuti. La playlist Fedic-70 anni di cinema è il momento finale di un lungo lavoro di archiviazione, selezione e digitalizzazione, curato da Mariangela Michieletto con la collaborazione di Diego Pozzato e Ilaria Magni. Parte delle opere sono state restaurate digitalmente nel laboratorio dell'Archivio Nazionale Cinema Impresa con il contributo di Giorgio Sabbatini, regista e presidente del Cineclub FEDIC Piemonte, nonché componente insieme a Giorgio Ricci del Comitato Scientifico Cineteca FEDIC presieduto dal critico e storico del cinema Paolo Micalizzi. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Comunicato stampa)




Particolare dalla locandina del concerto slavo bizantino Luce d'Oriente a Palermo "Luce d'Oriente"
Concerto Narrato
Un viaggio sonoro Slavo-Bizantino a Palermo


.. 06 gennaio 2020, ore 18.00
www.facebook.com/tvmpalermo

.. TVM Palermo (canale 18 del digitale terrestre), ore 21.30

L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" di Palermo propone l'esecuzione di questo concerto presso la chiesa di Sant'Alessandro di Comana. Il repertorio concerne canti di Natale Bizantini e canti paraliturgici che evocano le atmosfere della Russia. L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" partecipa alla programmazione "Accendiamo una luce" di eventi in streaming per le Festività Natalizie e di Fine Anno promossi dal Comune di Palermo.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana, ex chiesa dei Carbonai, sita a Palermo nell'antico quartiere della Loggia, è oggi sede della Comunità Ortodossa. La chiesa è frequentata da persone di diverse nazionalità, russi, bielorussi, ucraini, serbi, georgiani, eritrei e italiani di tradizione greca. In questa comunità si è formato nel 2013 il coro Svete Tikhij "Luce Gioiosa" per gli uffici liturgici. Il coro con l'acquisizione di nuovi membri, sia russi, sia italiani, professionisti, svolge un'attività concertistica volta a far conoscere repertori liturgici e paraliturgici di tradizione ortodossa. Nella tradizione Cristiana d'Oriente il canto liturgico, rigorosamente "a cappella" è lo strumento della preghiera, un servizio offerto alla comunità, un ministero nei confronti di dio; esso è inseparabile dal rito. Affinché il canto divenga preghiera è necessario che ciascun cantore superi il compiacimento nell'ascoltare la propria voce e la faccia diventare voce della propria anima.

Dalla collaborazione tra Irina Nedoshivkina Nicotra, direttrice del coro Svete Tikhij e l'etnomusicologa palermitana Maria Rizzuto, il concerto narrato è uno spettacolo al fine di trovare una modalità dialogica con la Città, per condividere repertori di straordinaria bellezza poco conosciuti in Occidente. La struttura dello spettacolo prevede che parola e canto si alternino, rafforzandosi reciprocamente, all'interno del più ampio contesto narrativo evocato dai canti eseguiti secondo l'iter dell'azione rituale. Durante il concerto narrato, il narratore accompagna gli ascoltatori nelle atmosfere musicali, simboliche e linguistiche dell'Oriente Cristiano. Infatti, nel mondo bizantino un unico corpus testuale è stato tradotto in molte lingue.

Pertanto i canti sono in Slavonico, Georgiano, Greco, Aramaico. Questa peculiarità amplifica le sollecitazioni musicali che il pubblico riceve e che, attraverso la narrazione, ciò che inizialmente sembrava estraneo, alla fine del concerto narrato, diventa intimo. Una dolcezza particolare tocca il cuore del pubblico, la narrazione ha proprio questa funzione: accompagnare gli ascoltatori, coinvolgendoli, permettendo loro di comprendere ciò che accade e di intuire la profondità dei canti altrimenti inaccessibili al pubblico italiano che ne sconosce i repertori. Proprio il suono del canto e il suono della parola narrata divengono così due mani che accompagnano gli ascoltatori in un'esperienza emozionante alla scoperta di universi inaspettati.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana fu costruita grazie ai fondi della ricca confraternita dei Carbonai. I lavori furono avviati nel 1725 e la chiesa fu consacrata nel giorno dell'Epifania del 1737. L'edificio fu dedicato al Santo Alessandro di Comana, detto anche "il Carbonaio". Una storia travagliata ha caratterizzato il destino della chiesa. Nel corso del XIX secolo l'edificio fu trasformato in un magazzino e venne riaperto al culto nel 1870. Nel 2000 l'edificio fu sottoposto a un intervento di restauro, nel corso del quale fu scoperta un'ampia cripta. Divenne poi sede distaccata dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, ospitando un corso sperimentale di Arte sacra e pittura.

Dall'8 settembre 2013 l'edificio è stato affidato ai fedeli della Chiesa Ortodossa Russa divenendo parrocchia di Sant'Alessandro del Patriarcato di Mosca. In quel giorno, con la benedizione dell'Arcivescovo di Egor'evsk Mark Golobkov ed alla presenza del Sindaco di Palermo, è stata celebrata la prima divina liturgia. Nell'abside centrale nell'anno 2014 è stata installata una grande icona della Santissima Trinità donata dal celebre iconografo russo Aleksandr Sokolov.

Ciò che lega particolarmente questa piccola chiesa Russo-Ortodossa alla Storia di Palermo sta nell'iconostasi in legno intagliato che è la fedele riproduzione dell'originale iconostasi della prima cappella Russo-Ortodossa di Palermo, sita nella Villa Olivuzza che ospitò nel 1845 lo zar Nicola I, la sua famiglia e la sua corte. Lo stesso villino dell'Olivuzza, acquistato nel 1898 dalla prestigiosa famiglia dei Florio, divenne sotto il progetto dell'architetto Ernesto Basile, una delle opere più emblematiche dell'architettura Liberty, conosciuto oggi come villino Florio. L'iconostasi originale attuale locale chiesa Ortodossa Russa di Vevey in Svizzera. (Comunicato stampa)




Fondazione In Between Art Film

Per diffondere la cultura delle immagini in movimento e di sostenere gli artisti, le istituzioni e gli organismi di ricerca internazionali che esplorano il dialogo tra le discipline e i territori di confine tra cinema, video, performance e installazione, nasce a Roma la Fondazione In Between Art Film. Su iniziativa della sua fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari, la Fondazione In Between Art Film intende contribuire al dibattito artistico internazionale, approfondendo la riflessione sulla natura, il ruolo e le potenzialità delle immagini in movimento nel nostro presente. Il team che la affiancherà nello sviluppo del programma culturale: Alessandro Rabottini in qualità di Direttore Artistico e Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini nel ruolo di curatori.

"Da quando è iniziata l'avventura di In Between Art Film nel 2012," afferma Beatrice Bulgari "ho avuto la fortuna di accompagnare nel loro percorso creativo tanti talenti che hanno arricchito e trasformato i linguaggi del video, del film, della performance e dell'installazione. Le produzioni e i progetti che abbiamo fino ad ora sostenuto hanno costituito momenti di crescita per me e per le persone che con me lavorano e ci hanno sempre di più fatto comprendere come gli artisti riescano a ridefinire continuamente la nostra comprensione della realtà. Le immagini in movimento ci emozionano, ci informano, ci scuotono e ci fanno riflettere: esse sono uno straordinario strumento di relazione con il mondo che ci circonda. (...)" (Estratto da comuncato stampa Lara Facco P&C)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti. La rassegna online propone anche punti vista non aziendali, come i film di famiglia che immortalano il primogenito - di solito con la nascita del secondo figlio la cinepresa era già in soffitta - con grembiule e cartella o le gite scolastiche che inauguravano l'arrivo della primavera; e con due titoli della Documento Film: il primo, Seconda D, è un documentario parte di una serie diretta da Sergio Amidei e Luciano Emmer, il secondo, Giorno di Scuola, documenta con toni paternalistici il primo giorno di scuola in un paesino della Toscana nel 1954.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Copertina del CD degli Alenfado "Passeando"

Il 22 maggio 2020 è uscito il primo CD del gruppo musicale palermitano Alenfado. Il titolo portoghese Passeando, che vuole intenzionalmente e significativamente richiamare il termine siciliano Passiando (nonché lo spagnolo Paseando), evoca una passeggiata musicale attraverso il Portogallo, la Spagna, l'America Latina e la Sicilia. Dalle malinconiche atmosfere del fado dei quartieri di Lisbona si giunge alla scoperta di assonanze con le sonorità e le tematiche esistenziali e narrative di altre musiche popolari, quali la nostalgia, la lontananza e l'esilio di Fado triste, Meu fado meu e A chi vali unni nascisti, o le pene d'amore e il vittimismo di Com que voz, Algo contigo, Que nadie sepa mi sufrir, Fatum, Alfama, in un comune sentimento di fatalismo che permea tutti i brani e che talora si combina anche con sentimenti gioiosi e positivi, così come avviene nella vita reale.

Gli arrangiamenti e le orchestrazioni originali di tutti i brani sono di Toni Randazzo. Contiene dodici brani in lingua portoghese, spagnola e siciliana, tra cui due composizioni inedite, una delle quali con testo del giornalista e scrittore Daniele Billitteri. La registrazione è stata fatta nel "Recraft Studio" di Raffaele Pullara, che ha anche partecipato con la fisarmonica in tre tracce. (Comunicato stampa)




Sport Film Festival

La 40esima edizione della rassegna dedicata all'audiovisivo a tema sportivo si è svolta Palermo dal 20 al 26 gennaio 2020. Ogni anno la Commissione cinematografica composta da giornalisti, critici, personalità del mondo sportivo, dell'arte e spettacolo, realizza una selezione di film di genere sportivo, nel quadro della promozione dei valori dello Sport. L'SFF presenta un programma in cui, oltre alle proiezioni dei film selezionati (al cinema Multisala di Palermo), prevede convegni e incontri con i produttori.

Una delle novità della rassegna siciliana, diretta da Roberto Oddo e organizzata dal Centro di Comunicazione Visiva, è la partecipazione alla competizione di film e documentari dedicati agli E-Sport, ovvero i videogiochi e gli sport realizzati attraverso dispositivi elettronici. Durante la rassegna è stata allestita la mostra "Cinema e sport" che attraverso una documentazione video-fotografica ed editoriale ha rappresentato la storia dello Sport Film Festival. L'edizione di quest'anno, che ha raggiunto un record nelle presenze internazionali, è stata gemellata con il Premio Massimo Troisi. In ricordo di Massimo Troisi è stato proiettato il film Il Postino. Enzo Decaro, attore che ha iniziato la carriera artistica nel trio "La Smorfia" - insieme con Massimo Troisi e Lello Arena - ha ricevuto il Premio alla Carriera.

Alla conclusione di una selezione tra 495 film in concorso tra lungometraggi, cortometraggi, film dedicati al calcio e allo sport paralimpico prodotti tra il 2016 e il 2019, provenienti da 54 Stati, sono stati assegnati i Premi - il Paladino d'Oro - in varie categorie, durante una cerimonia svolta al al teatro Politeama di Palermo.

Premi Paladino d'Oro

- Miglior Lungometraggio: Butterfly (Italia)
- Migliore Regia: Benjamin Best Sorry Game (Germania)
- Miglior Documentario: She Is Ocean (Russia)
- Miglior Cortometraggio: 8 (Usa)
- Miglior Fiction: The Buzz (Ungheria)
- Migliore Sceneggiatura Aimone's Dreams (Italia)
- Miglior Film Calcistico: The Making Of: José Mourinho (Inghilterra)
- Miglior Film Straniero: Reflecting Ice (Finlandia)
- Miglior Film Paralimpico: 10km/h (Canada)
- Migliore Fotografia: The Botton Turn (Inghilterra)
- Migliore Colonna Sonora: Mission 8 (Germania)
- Miglior Montaggio: L'ingegnere dei record (Italia)
- Migliore E-Sport: To Win it all (Usa)
- Premio del Pubblico ("Social Award"): Take tour Mark Banu (India)
- Premio "School Award": Road to the Final (Inghilterra)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco è stat dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




"L'invisibile filo fra Arte e Vita"
I sentieri del sé alla scoperta dei valori dell'esistenza
di Monica Melani


Il libro è stato presentato il 16 giugno 2021 presso Il Mitreo Arte Contemporanea (Roma)
www.mitreoiside.com

L'Arte come via di Conoscenza e di sperimentazione del sé: il cammino coraggioso di una donna alla scoperta di un nuovo strumento espressivo che si fa linguaggio dell'Anima e dono di guarigione per sé stessa, per gli altri e per il territorio in cui vive e che, attraverso la sua opera più complessa "Il Mitreo di Corviale", reinventa ogni giorno il rapporto fra opera e fruitore e il senso stesso della creAzione e dei cosiddetti fattori di contesto che tanto influenzano la qualità della vita ed il ben-essere delle persone; una opera d'arte collettiva, innovativa, etica ed inclusiva che "mette in campo", con un approccio creativo, metodi e strumenti per organizzare in armonia l'azione sociale dei singoli esseri umani e dei gruppi, per la rinascita di un modello in cui, creando ben-essere e gioia di vivere individuale, si generi felicità realizzata nella vita collettiva. Un modo di vivere e relazionarsi che, a dirla con le parole dell'artista, "faccia di ogni vita una vera e propria opera d'arte". (Comunicato stampa)




Germano Celant Germano Celant. The Story of (my) Exhibitions
ed. Silvana Editoriale, 557 pagine, 325 illustrazioni, edizione bilingue italiano/inglese, 20x24 cm, 70€

A un anno dalla sua scomparsa Silvana Editoriale in collaborazione con Studio Celant pubblica uno degli ultimi lavori del celebre critico d'arte: un volume imponente, a cui stava lavorando da tempo, dedicato a 34 mostre da lui progettate e curate tra il 1967 e il 2018. "Celant stava lavorando da tempo a un progetto editoriale che fosse la sintesi della sua ampia indagine critica e questo volume, di cui ha seguito tutte le fasi di lavorazione, ne rappresenta l'esito. In ognuna delle mostre presentate al suo interno è possibile riconoscere il metodo curatoriale attraverso il quale, avvalendosi di diversi linguaggi e media differenti nell'accostare opere d'arte e materiale documentario, giungeva alla creazione del dispositivo 'mostra'. Lo Studio Celant ha lavorato insieme all'editore Silvana Editoriale per fare in modo che la pubblicazione fosse realizzata seguendo la sua idea originale." (Studio Celant)

Il volume racconta la logica dell'esporre che ha caratterizzato il lavoro di Celant, la metodologia della ricerca e le diverse tipologie di allestimento utilizzate di volta in volta, presentando una selezione di mostre in ordine cronologico che riflettono la complessità del suo contributo alla storia delle esposizioni. Si parte dal 1967 con la prima definizione dell'Arte Povera, per poi dedicarsi alle vicende contemporanee internazionali con Conceptual art Arte povera Land art (1970) alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, per approdare nel 1976 alla grande mostra sul tema "Ambiente/Arte", alla Biennale di Venezia.

L'excursus continua coprendo diversi ambiti di ricerca, presentati nelle più importanti sedi espositive e museali italiane e internazionali nei decenni successivi: dalla ripresa e rilettura in chiave storica dell'Arte Povera in mostre come Coerenza in coerenza (1984) alla Mole Antonelliana di Torino, The Knot Arte Povera at P.S.1 (1985) a New York, Arte Povera 2011 in varie sedi, alle vicende dell'arte italiana del Novecento in mostre come Identité italienne. L'art en Italie depuis 1959 (1981) al Centre Georges Pompidou di Parigi, Arte Italiana. Presenze 1900-1945 (1989) a Palazzo Grassi a Venezia, Italian Metamorphosis 1943-1968 (1994-95) al Solomon R. Guggenheim Museum di New York.

E ancora il tema della contaminazione tra linguaggi come arte e moda in esposizioni come Il Tempo e la Moda (1996) alla Biennale di Firenze, arte e architettura come in Arti & Architettura 1900-2000 (2004) a Genova, arte e musica in Art or Sound (2014) alla Fondazione Prada di Venezia, o ancora arte e cibo nella mostra Arts & Foods (2015) alla Triennale di Milano. Al tema del reenactment, infine, sono dedicati progetti espositivi come When Attitudes Become Form. Bern 1969/Venice 2013, alla Fondazione Prada di Venezia e Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943 (2018) alla Fondazione Prada a Milano. Una panoramica da cui emerge l'evoluzione della pratica curatoriale di Celant, dall'interpretazione personale all'attenzione per il documento storico, con lo sguardo sempre rivolto verso i media non tradizionali (libro, disco, fotografia) e verso gli sconfinamenti tra i diversi linguaggi (arte, architettura, design).

"Per cinquant'anni ho praticato diverse scritture: la teorica per la stesura saggi, l'editoriale per la costruzione di libri e di cataloghi, e infine l'espositiva [...]. The Story of (my) Exhibitions tenta di portare l'attenzione su quest'ultimo tipo di scrittura." (Germano Celant)




Paola Maria Minucci | Konstandinos P. Kavafis
26 febbraio 2021
Presentazione

Per la prima volta è stata pubblicata in Italia tutta l'opera poetica di Kavafis in un elegante volume - Konstandinos P. Kavafis: Tutte le poesie - con il testo greco a fronte, traduzione a cura e con un'interessante postfazione di Paola Maria Minucci, risultato di un lavoro durato otto anni. Fino a poco tempo fa, infatti, se si esclude qualche eccezione circoscritta all'ambito universitario, l'immagine e la fama del poeta, soprattutto in Italia, erano affidate quasi esclusivamente a 154 poesie e a poche altre fra quelle cosiddette nascoste, e ad alcune delle rifiutate.




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina del doppio libro di artista Internal Memories External Memories di Carolina Sandretto Internal Memories | External Memories
Edizione limitata: 199 copie; Stampa Fonte Grafica Milano

Doppio libro d'artista di Carolina Sandretto dedicato al tempo, la memoria e le eredità personali. A marzo 2020, Carolina Sandretto ha passato il primo lockdown da sola nella sua casa di famiglia in Toscana, circondata da oggetti del passato, legati alle donne della sua vita: le sue due amatissime nonne, e sua madre, che in quel periodo era lontana. Ha iniziato a fotografare gli oggetti della casa - arredi, porcellane e minuzie - catalogandoli per forma e per colore, perché potessero rivelare le persone cui erano appartenuti e le loro diverse personalità, materializzando una presenza che riempisse il silenzio e la solitudine di quelle settimane.

In quegli stessi giorni, al tramonto saliva in terrazzo e fotografava la vista sul mondo esterno: la cupola del Duomo, la torre del campanile e le case intorno alla sua. Anche in questo caso la fotografia diventava una disciplina, per continuare a uscire, ammirare il paesaggio, riflettere sul tempo. Le fotografie - polaroid che l'artista ha sovraesposto più volte - sottolineano lo scorrere del tempo, lo rendono visibile, fisico, in quei giorni in cui sembrava immobile. Così un doppio libro d'artista, in edizione limitata, prezioso, poetico e a tratti struggente: due volumi tenuti insieme da un elastico in cui Internal Memories affronta i temi della memoria e delle eredità personali di ognuno, mentre External Memories racconta il passare del tempo, la percezione che ne abbiamo e l'illusione che la fotografia possa fermarlo. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro su Carlo Invernizzi a cura di Massimo Donà Carlo Invernizzi
Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017

a cura di Massimo Donà

* Il volume è stato presentato il 6 settembre 2020 nel Palazzo delle Paure di Lecco

Nel volume è raccolta per la prima volta l'intera opera poetica di Carlo Invernizzi (Milano 1932-2018). Il libro contiene anche una sezione antologica in cui sono pubblicati saggi dedicati alla poesia e alla visione poetico-filosofica di Invernizzi, e uno short film del regista Francesco Castellani, Carlo Invernizzi. La voce del poeta (2020), accessibile tramite il sito de La nave di Teseo.

«Dall'inizio degli anni Sessanta sino alla sua scomparsa nel 2018, la poesia di Carlo Invernizzi si è fatta sempre più radicale, sino a trasformarsi in un vero e proprio "corpo a corpo" con l'impossibile. Le sue parole non descrivono, e neppure hanno mai voluto farsi mera testimonianza di uno stato d'animo; esse indicano piuttosto la lucida consapevolezza del fatto che ogni sforzo poetico sarà vano, ma nello stesso tempo assolutamente necessario. Sì, perché la realtà è per lui tutta espressione di quella Natura Naturans che sta prima di ogni distinzione concettuale; prima, cioè, della divisione tra essere e nulla.» (Massimo Donà).

La Natura Naturans è quel «tuttuno di fantasiapensiero e cosa di cui l'uomo è coscienza intrinseca, non componente estraneo che vuole dominarla e deturparla» (Invernizzi). Questa concezione è riflessa dalla poesia in cui il "pensieroimmagineparola" rimanda al "tuttoniente" delle cose, rispetto alle quali esso non vuole, né può, essere altro". La raccolta dell'intera opera di Invernizzi manifesta in modo particolarmente incisivo l'unitarietà della visione poetico-filosofica della Natura Naturans lungo tutto l'arco della sua produzione, che ha per luogo insieme fisico e mentale Morterone, definito dal poeta suo «luogo di radici, soglia ingermino d'immagini metafore» del suo «fare poesia». Proprio a Morterone veniva firmato nel 1996 il manifesto Tromboloide e disquariata, steso dal poeta con i pittori Gianni Asdrubali, Bruno Querci e Nelio Sonego a cui è seguita nel 1999 la mostra Tromboloide e disquarciata. Natura Naturans presso i Musei Civici di Villa Manzoni a Lecco, dopo essere stata presentata nel 1997 presso il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia, la Galleria Nothburga di Innsbruck e il Museo Rabalderhaus di Schwaz.

La stessa concezione è dal 1986 alla base delle attività della Associazione Culturale Amici di Morterone, e ha condotto alla creazione del Museo d'Arte Contemporanea all'Aperto di Morterone. Il Museo, costituito da oltre trenta opere installate nella natura incontaminata, abbelisce il territorio morteronese rendendolo un autentico segnale poetico. Il rapporto del poeta con Morterone costituisce anche un momento saliente dello short film realizzato da Francesco Castellani, che lo presenterà in questa occasione. Seguiranno interventi di Tommaso Trini, scrittore e critico d'arte contemporanea, che parlerà del mondo poetico di Invernizzi, di Massimo Donà, musicista jazz, filosofo e Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha curato il volume, e Davide Mogetta, collaboratore del Centro Studi Carlo Invernizzi, che parlerà di alcuni temi che uniscono la poesia alla visione poetico-filosofica della Natura Naturans. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




La nascita del Partito popolare a Trino tra cattolicesimo sociale, movimento socialista e reducismo
di Bruno Ferrarotti
www.storia900bivc.it

Il volume «offre un'attraente panoramica su questioni fondamentali per la comprensione delle vicende che hanno caratterizzato la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, fino alla soglia dell'avvento del fascismo. Ancora una volta seguendo l'autore è possibile passare agilmente dalla dimensione nazionale a quella locale e comprendere gli stretti collegamenti tra la politica generale e la sua traduzione nell'orizzonte più contenuto, ma non meno significativo, della comunità locale. Al centro dell'attenzione la nascita del Partito popolare, nato per raccogliere i consensi dell'elettorato cattolico, con uno statuto ispirato alla dottrina sociale cristiana, che alla prima prova elettorale, nel novembre 1919, con soli dieci mesi di attività raccolse oltre il 20 per cento di voti.

La ricostruzione di Ferrarotti della fitta rete di iniziative sociali, economiche e culturali messe in atto dal mondo cattolico trinese in contrapposizione all'azione socialista, consente di avere piena consapevolezza che l'irruzione sulla scena politica del Partito popolare sia stato l'esito non di un progetto politico estemporaneo, ma il prodotto di una lunga gestazione, dopo la stagione del non expedit e le progressive ma parziali aperture, limitate alla dimensione amministrativa» (dalla prefazione di Enrico Pagano). Libro nella collana "Studi trinesi" edito dal Comune di Trino in collaborazione con l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.

Bruno Ferrarotti è autore e coautore di pubblicazioni scientifiche nonché saggi e monografie di storia politica, religiosa, sociale ed ambientale della comunità trinese e del suo circondario. In collaborazione con l'Istituto, oltre al volume qui presentato, ha pubblicato, sempre nella collana "Studi trinesi", il volume Trino 1948. Cronaca di un conflitto politico annunciato, che arricchisce la storia del Novecento trinese di un nuovo e interessante capitolo sulla transizione istituzionale e politica degli anni compresi fra il 1946 e il 1948. (Comunicato stampa)




Locandina della presentazione del libro di Christopher Kloeble Quasi tutto velocissimo
di Christopher Kloeble

* Il romanzo è stato presentato il 2 febbraio 2020 alla Libreria Modusvivendi di Palermo

Incontro con lo scrittore Christopher Kloeble in occasione della presentazione dell'edizione italiana del suo libro Quasi tutto velocissimo (Traduzione dal tedesco: Scilla Forti, Keller Editore, 2019), titolo originale: Meistens alles sehr schnell. Modera: Rita Calabrese, germanista.

Albert ha diciannove anni, è cresciuto in un orfanotrofio e non ha mai conosciuto la madre. Per tutta la vita ha dovuto assistere il padre, Fred, che è come un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, trascorre il tempo leggendo enciclopedie, contando le auto verdi che passano per strada ed è conosciuto come l'eroe di un tragico incidente d'autobus. Quando a Fred vengono diagnosticati solo pochi mesi di vita, per Albert inizia una vera e propria corsa contro il tempo perché sa che quell'uomo perso in un mondo tutto suo è l'unico a poterlo aiutare nella ricerca del proprio passato. Comincia così un viaggio avventuroso e commovente in compagnia di personaggi memorabili che li porterà in un'epoca lontana, fino a una notte di agosto del 1912 e alla storia di un amore proibito...

Quasi tutto velocissimo è una saga famigliare luminosa e drammatica, un travolgente road novel ambientato nelle alte terre alpine dal quale è impossibile separarsi. Due adorabili eroi ci conducono in un tempo pieno di possibilità e ombre, amori, misteri e viaggi, in luoghi e cittadine immerse nelle atmosfere di antiche fiabe. Christopher Kloeble ha studiato presso l'Istituto di Letteratura tedesca di Lipsia e presso l'Università della televisione e del cinema di Monaco. Suoi contributi sono comparsi tra gli altri su Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e TAZ. È stato membro del Programma di scrittura internazionale dell'Università dello Iowa e scrittore residente all'Università di Cambridge. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Disegno che ritrae Federico Fellini nella locandina della iniziativa promossa dal Centro Sperimentale di Cinematografia Federico Fellini
Il libro dei sogni


Il volume è stato presentazione volume il 28 gennaio 2020 alla Casa del Cinema di Roma
www.fondazionecsc.it

«Se i film di Fellini, per citare Shakespeare, sono spesso fatti della materia di cui sono fatti i sogni, questo volume dimostra che i suoi sogni sono fatti della materia di cui sono fatti i film. Il libro dei sogni - capolavoro d'arte dell'illustrazione - si pone infatti anche come un "catalogo" - verrebbe da dire, come nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte: "delle donne che amò il padron mio". Certo, ci sono anche le donne, senza le quali il "Pianeta Fellinia", per usare una bella definizione di Gian Piero Brunetta, perderebbe una "fonte energetica" fondamentale. Ma Il libro dei sogni è in realtà una sorta di "archivio generale" della vita di Fellini, sia di quella interiore - come ogni sogno che si rispetti - sia dei suoi punti di vista su un mondo fatto, oltre che di persone e cose, anche di "effetti cinema", storie, personaggi, vicende personali, amori e idiosincrasia di un mestiere, che per Fellini coincide con la vita stessa, pur restandone sempre "più grande".

A titolo d'esempio, citiamo soltanto il sogno del 4 febbraio 1961: «Negli studi della Federiz Fracassi mi sorride: E allora Federico, quando hai intenzione di cominciare sul serio?". È il tempo in cui Fellini entra in società con Rizzoli per favorire l'esordio di giovani cineasti. Pier Paolo Pasolini è uno dei primi che si presenta col soggetto di Accattone. Ma alla prima visione dei giornalieri, di fronte alla "passeggiata di Accattone", Fellini rifiuta vigorosamente di continuare la produzione, e litiga in modo radicale con l'amico e collaboratore Pier Paolo, di cui non condivide l'estetica. Nel sogno, azzardiamo, Clemente Fracassi, il direttore di produzione, esorta Federico a "fare sul serio", anche perché, nella realtà dei fatti, a Fellini poi di produrre giovani autori non importava davvero nulla, e il progetto - anche a seguito della lite con Pasolini - naufragò senza rimpianti.

A questo "reperto d'archivio" se ne potrebbero aggiungere infiniti altri, che aprono nuove letture della vita e della creatività dell'autore di film che sono oggi parte integrante dell'identità italiana. In questa prospettiva, l'edizione del Libro dei sogni si affianca, nella celebrazione del centenario della nascita di Federico Fellini, al progetto di restauro dell'opera omnia, portato avanti dalle cineteche italiane, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e Cinecittà Luce. Ma l'opera di Federico non potrebbe dirsi completa senza questo Libro dei sogni, che è anche un "libro dei film", esattamente come i suoi film sono anche il "cinema dei sogni"» (dalla Prefazione di Sergio Toffetti, Gian Luca Farinelli, Felice Laudadio, al volume di Federico Fellini, Il libro dei sogni, Rizzoli, 2019).




Locandina della presentazione del libro Dal Pop rock alla musica celtica, di Cochi Quarta Per il ciclo "Leggere parole tra noi - Incontri con l'autore"

Dal Pop rock alla musica celtica
di Cochi Quarta


* Il libro è stato presentato il 21 gennaio alla Biblioteca I.C. Giorgio Perlasca - Pietralata (Roma)

Dagli anni Sessanta, dal primo gruppo pop, attraverso mode, stili, culture e band sempre nuove. Un viaggio oltre le note alla ricerca di un modo diverso di fare musica, di viverla come espressione di tutti, come esigenza quotidiana; un sentire ormai quasi dimenticato, ma non dappertutto. È l'incontro con l'Irlanda, le sue note, le sue tradizioni, la sua realtà politica e sociale a far sì che tutto questo diventi realtà. E allora pagina dopo pagina potremo leggere che è possibile vedere una miriade di ragazzini suonare la loro musica popolare e mezza Europa sia lì per ascoltarli; che è possibile che un professionista rispetti i giovani musicisti con cui sta suonando; che è possibile che un vecchio percussionista ti regali il suo strumento e che è possibile raccontare la storia di un popolo attraverso le sue ballate. Questo e altro, nel racconto dei 50 anni di musica di Cochi Quarta insieme ai tanti compagni di viaggio che hanno condiviso conoscenze, passioni, nuove avventure e, non ultimo, il piacere, mai passato di moda, di suonare insieme. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di poesie di Berardo Di Ferro intitolato Nuvole Nuvole
Poesie di Berardo Di Ferro

Il libro è stato presentato il 25 novembre 2019 a Palermo alla Galleria d'Arte Studio 71
www.studio71.it

L'evento è curato da Vinny Scorsone che nella prefazione della raccolta di poesie scrive: "Le sue poesie sono pregne del tempo che passa, sono piene di Liana che come un'onda calda gli ha riempito la vita..." Ma Liana oltre che ad essere musa ispiratrice di Berardo è anche pittrice e per questa occasione presenta alcune opere che illustrano le liriche. Allieterà la serata Cinzia Romano La Duca con la sua chitarra, leggerà le poesie Marisa Palermo. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Dipinto di Antonio Ligabue denominato Aratura con cavalli realizzato nel 1948 ad olio su tavola di faesite cm.85x12 Copertina del libro Antonio Ligabue Gli anni della formazione 1899-1919 di Renato Martinoni Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)
di Renato Martinoni, Marsilio Editori, 2019

Libro presentato lo 05 ottobre 2019 alla Galleria d'Arte 2000 & Novecento di Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l'occasione per fare conoscere l'opera dell'artista in quella che può definirsi la sua "patria perduta". Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un'emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent'anni "svizzeri" di Antonio Ligabue, che nel libro vengono definiti "gli anni della formazione", giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia. Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all'Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue. Per l'occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l'angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un'arte che mostra in primo piano l'estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un'esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina libro Armenia Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell'Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)




Copertina libro Credo Professo Attendo | sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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