La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier: Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
Poesia «Pirandello»
Immagine per presentazione articolo elezione Germania 2017
Articolo Coalizione "Jamaica"
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Articolo su Maria Callas
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari: Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Opera di Michele Cossyro dalla mostra Modelli Immaginari Modelli Immaginari
Cossyro | Cuneaz | Münch | Núñez


18 novembre 2017 (inaugurazione ore 18.00) – 14 gennaio 2018
Palazzo Belmonte Riso - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Un comune denominatore estetico e poetico sembrerebbe coniugare le opere degli artisti Giuliana Cunéaz, Michele Cossyro, Klaus Münch e Marina Núñez che, pur da provenienze culturali e geografiche diverse, appaiono convergere sull'interesse per l'elaborazione dell'opera traguardando la scienza e le nuove dimensioni del pensiero che da essa sviluppa ipotesi estetiche e concettuali. L'interesse per la 'materia oscura', per i 'buchi neri', per le pieghe cosmiche' e quel 'bosone di Higgs' che precocemente si sono affacciati nell'opera di Cossyro non senza autonome intuizioni; l'impiego delle nanotecnologie nelle animazioni create da Cunéaz come promesse di mondi a venire ma già presenti nei suoi schermi; le capsule di spazio nelle cui volte di plexiglass una micro-macrobiologia disegnata e tracciata da Münch configura un avvenire 'in vitro', e infine una realtà dove l'ubiquità dello sguardo che osserva e dove tutti si è osservati in ogni istante come in un immenso panopticon messo in atto da Núñez, sono gli aspetti esponenziali di questa situazione di ricerca sensibilmente condivisa che distingue una fase particolare dell'azione di tali artisti.

La mostra, a cura di Bruno Corà, considera, dunque, alcune opere di ognuno dei quattro artisti, in una contiguità ambientale che ha la funzione di istituire un'atmosfera di tensioni estetiche e di linguaggio nient'affatto utopica, al contrario latente e da molti percepita come anticipatrice di realtà a venire attraverso 'modelli immaginari' ma non per questo meno veri e possibili. Dell'esperienza si produrrà un catalogo a cura di Bruno Corà, che oltre a raccogliere il repertorio del percorso di ognuno dei quattro artisti mediante immagini delle loro opere trascorse e presenti recherà interventi teorici e saggi critici.

Dichiara Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del Polo Museale regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo: "Il Polo museale del contemporaneo, rispettando la sua funzione di sostegno, sviluppo e diffusione dell'arte contemporanea in Sicilia, in collegamento con il panorama artistico internazionale, con la mostra "Modelli immaginari" presenta una collettiva di artisti che, nelle loro opere, interpretano teorie ispirate al mondo della fisica, della biologia, delle nanotecnologie, diffondendo un messagio che anticipa le scoperte scientifiche nel campo della fisica, come nel caso di Michele Cossyro - che ritorna a Palermo dopo la mostra "Universi" del 2014 - insieme agli artisti di fama internazionale Giuliana Cunéaz, Michele Cossyro, Klaus Münch e Marina Núñez, che convergono in questa ricerca innovativa, creatrice di nuove e "immaginarie" realtà". (Comunicato stampa)




Opera di Filippo Cristini Filippo Cristini: The sheltering sky
28 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 16 dicembre 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra offre una selezione di opere recenti del giovane artista comasco. Assumono una valenza universale i paesaggi del ciclo The sheltering sky, in cui sono rievocati i rifugi antiaerei del capoluogo lombardo, così come gli scenari di Orti di guerra, ciclo che prede spunto dalla realtà di quegli anni lontani in cui ogni spazio "coltivabile" veniva adattato per la drammatica esigenza di sfamare la popolazione in ostaggio del conflitto. Una riflessione sulla memoria storica e la traccia del passato (e forse anche un "omaggio" alla resistenza storica della città, in un sottinteso di nostalgia e ricordo di chi visse quell'esperienza), che qui solca letteralmente la materia pittorica, intonata sulle terre, i grigi e i bruni ed interrotta dai lucori di lontani orizzonti.

Dal testo di Simona Bartolena: (...) Deve aver fatto questa riflessione Filippo Cristini - filosofo di formazione, e questa non mi pare una cosa marginale da ricordare - nel suo progressivo abbandono del paesaggio classico a favore di opere di intenzione diversa: opere che si spingono verso la narrazione, la memoria, la storia. Si fa fatica a definire paesaggi gli ultimi lavori di Cristini. Sono piuttosto visioni, ricordi personali che si intrecciano in un dialogo indissolubile con il racconto storico. Sono campi, distese urbane, periferie, ambienti non ben definiti, che potrebbero essere ovunque ma che comunque riconosciamo come qualcosa di già visto, già vissuto, che un po' ci appartiene. Sovrapposti a questi spazi che rispondono all'idea di paesaggio (ma che non sono vedute di un luogo preciso) ci sono segni, cornici nere, figure geometriche: elementi che suggeriscono la presenza di un altro livello di lettura, di una doppia prospettiva. Ed è qui che entra la storia; quei segni, quelle piante sono le mappe dei rifugi antiaerei di Milano nella Seconda Guerra Mondiale. (...) (Comunicato stampa)




Massimiliano Aliato. Ghost?
23 novembre 2017 (inaugurazione ore 18.00) - 04 febbraio 2018
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma

Il Museo Andersen si ripopola quasi magicamente con la famiglia dello scultore Hendrik Christian, grazie alle opere di Massimiliano Alioto, che nel suo Dna coltiva la vocazione a riattivare le memorie del passato sotto il segno della tradizione in divenire. Così il titolo della mostra, "Ghosts?", col punto interrogativo, partendo dal titolo di un gruppo di quadri realizzati per l'occasione ("Ghost town"), intende appunto suggerire apparizioni e presenze in bilico fra realtà e visione, sogno e memoria, ricostruzione filologica e immaginazione. Attraverso 33 quadri, 8 disegni ed un'installazione sembrano tornati a Villa Helene gli Andersen: lo scultore Hendrik Christian, sua madre Helene, i fratelli Andreas e Arthur, la sorella adottiva Lucia Lice, la cognata Olivia Cushing. E non mancano, fra gli altri, Henry James ed Ernest Hèbrard, l'architetto francese che collaborò con Hendrik al progetto per "The World Communication Centre".

Come scrive Gabriele Simongini, curatore della mostra, "i cent'anni precisi che separano i due artisti (Hendrik Christian Andersen è nato nel 1872 e Massimiliano Alioto nel 1972: misteriosa alchimia dei numeri...) si azzerano completamente, forse perché a Roma, come diceva Henry James, amico strettissimo di Hendrik, "il tempo si disintegra". Fra loro si è creata un' osmosi misteriosa fatta di affinità elettive che si nutrono di analogie e soprattutto di contrasti".

La mostra e le opere di Alioto nascono in stretta osmosi con la storia e le atmosfere del Museo Andersen, in accordo con le linee guida delle esposizioni temporanee presentate nell'ambito del Polo Museale del Lazio, di cui il Museo Andersen fa parte. Così, agli occhi di Alioto ciò che è giunto a noi attraverso le sculture monumentali di Andersen, i suoi progetti, i rapporti intellettuali intrattenuti con insigni personalità, la caparbietà di perseguire un'utopia purtroppo irrealizzata ("The World Communication Centre"), rappresentano nel loro complesso la genesi di un'opera totale, articolata e grandiosa, che a sua volta arricchisce, incoraggia ed alimenta l'utopia dello spettatore. (...)

Alioto prova a ricreare il mondo "reale" di Andersen, fatto di vite, personaggi, incontri e situazioni, che rievochino al contempo la sua utopia mai compiuta. Il viaggio nel tempo della famiglia Andersen e dei suoi amici porta con sé tante trasformazioni e quei volti non sono mai pure citazioni "fotografiche", emergono invece da uno spazio amniotico che li rigenera in una dimensione liquida, dilavata, talvolta caleidoscopica, frantumata in mille riflessi, e soprattutto percorsa dalle interferenze dello spettro solare. (...) In occasione della mostra, realizzata in collaborazione con DL Arte e M77 Gallery, verrà pubblicato da De Luca editore un catalogo con un testo introduttivo di Maria Giuseppina Di Monte, un saggio di Gabriele Simongini, un'intervista all'artista di Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci e le riproduzioni delle opere esposte.

Massimiliano Alioto (Brindisi, 1972) studia al Liceo Artistico e successivamente all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Dal 1994 inizia ad esporre le proprie opere in Italia, dal Caffè storico letterario delle Giubbe Rosse di Firenze ad importanti gallerie e spazi pubblici di Roma e Milano. Nel 2004 espone per la prima volta a New York, presso Scope Art. Nel 2017 ha tenuto la sua ultima personale, intitolata "Asfissia" e presentata negli spazi M.A.C. Fondazione Maimeri, a Milano. (Estratto da comunicato stampa)




Mostra di Enrico Baj a Firenze Enrico Baj: Le Macchine del Tempo
Tribù Guermantes Tuberie


18 novembre (inaugurazione ore 17,00) - 15 gennaio 2018
Galleria ZetaEffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

Omaggio a un protagonista indiscusso dell'arte italiana del secondo '900 portando per la prima volta a Firenze una ricca selezione di sculture e collages realizzati dall'artista durante l'ultimo decennio di attività. Attraverso un itinerario che vuole rispecchiare l'inesausta creatività di Baj, la mostra - curata da Angela Sanna in collaborazione con Roberta Cerini Baj - focalizza, in modo particolare, quattro cicli di lavori compiuti tra il 1993 e il 2003: le "Maschere", i "Totem", i "Guermantes", le "Opere idrauliche". Qui l'artista reinventa, tra humour, ironia e critica sociale, i mondi solo apparentemente inconciliabili delle civiltà tribali, della letteratura proustiana, della natura e delle passate glorie idrauliche. Tali opere condividono il tema giocoso e rivelatore delle "macchine del tempo", tanto care a Baj, intese nella loro accezione di veicoli della memoria, di reinvenzione storica e socio-antropologica, di slittamenti tra passato e contemporaneità.

In questo percorso prenderà risalto, oltre alla vasta erudizione del'artista in campo umanistico e scientifico, anche il suo inconfondibile arsenale creativo costituito da materiali sgargianti, eterogenei e imprevedibili. Grazie alle "macchine del tempo" con cui l'artista ha cavalcato e scavalcato la storia, scompigliando la successione logica degli eventi, lo spettatore si troverà inizialmente accolto da invenzioni composite ispirate a riti, personaggi e stregoni scaturiti da antiche civiltà o da fasi storiche più recenti, dove emergono riferimenti a problematiche tuttora attuali quali il consumismo selvaggio, la ciclicità della storia e, come scrive lo stesso Baj, la "logica primitiva, di rifiuto culturale totale". (...)

Il percorso evidenzia infine le "Opere idrauliche", testamento spirituale di Baj, dove rilievi e sculture fatte di tubi, rubinetti, sifoni e ricche passamanerie sprigionano un sentimento vitale della natura che sconfina nella riscoperta di numerosi eroi della scienza idraulica e nell'evocazione, tanto sottile quanto sentita, dell'ultima stagione esistenziale dell'artista. Il catalogo-cofanetto dedicato alla mostra presenta una selezione di scritti di Baj, un repertorio d'immagini e un "racconto" storico-critico della curatrice sull'ultima fase creativa dell'artista. E' inoltre in programma, venerdì 15 dicembre alle 17,00, una serata dedicata a Baj con un incontro-dialogo tra Roberta Cerini Baj e Angela Sanna. (Comunicato stampa)




Il Mincio come metafora di vita dal Benaco al Po, mostra di Giorgio Somensari alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Giorgio Somensari
Il Mincio come metafora di vita dal Benaco al Po


18 novembre (inaugurazione ore 17.00) - 30 novembre 2017
Galleria Arianna Sartori - Mantova

«Se volete trovare il Somensari pittore non andatelo a cercare nei pur gradevoli scorci di città o nei bei palazzi che sa rendere con professionale abilità. Lì troverete, di certo, un buon pennello ma difetterà quello che fa di una tavola, pur apprezzabile sotto l'aspetto tecnico, un quadro. Mancherà quel sottile e misterioso legame che tiene avvinto il fruitore all'opera: mancherà l'anima. Sì perché l'anima di Somensari è spersa in mezzo alla Natura che lui sa raffigurare con tale maestria da far sembrare facile ciò che al contrario, per altri, è così difficile da rendere. Somensari artista è nei suoi verdi dalle mille tonalità, nelle trasparenze delle sue acque mai ribollenti o impetuose ma calme, tranquille, rasserenanti; nei cieli che chiudono con un trionfo di azzurre stesure le sue composizioni. E' raro trovare una così profonda compenetrazione tra dipinto e dipintore. Si ha a volte la sensazione che Somensari, albero esso stesso tra gli alberi, sveli i suoi simili solo a chi sappia coglierli.

Sì, perché come si dice valore di un pittore da come sa trattare le mani nelle proprie composizioni figurative, così si rileva il valore da come si sa rendere la vegetazione e soprattutto gli alberi nelle opere naturalistiche. Una Natura che Somensari non blocca nell'algido realismo di un acuto osservatore ma che ammorbidisce e interpreta come sa fare solo chi ama profondamente ciò che tratta. Ma è soprattutto nel rapporto con l'acqua che Somensari si disvela: larghe le sue pennellate trasparenti a fare da fondale a quella soave pace che la Natura sa offrire, se si è in armonia con essa. Magico l'effetto di duplicazione dell'immagine che si coglie nel riflesso di quel ineffabile liquido mondo che diviene punto focale della rappresentazione. E' naturale quindi che Somensari si identifichi, novella pagana divintà, con quel corso d'acqua che finisce per personificare il suo paesaggio: quel fiume che scende vivace dal gran lago, che si ammorbidisce nella sua maturità attorno alle antiche mura di Manto, per finire la sua esistenza nei torbidi flutti del gran padre Padus.

Somensari scorre la vita del suo fiume come proprio percorso terreno ed è per questo che nei suoi quadri si vive quella misteriosa e catturante sensazione di serenità cullata dai molteplici verdi di fondo rotti, qua e là, da quei rossi aranciati che, a volte, compaiono a punteggiare il suo paesaggio. Rari in questa sommessa atmosfera quei colori violenti e trasecolanti che denunciano la presenza di una esistenza altra: la capanna di pescatori, la vela di un agile scafo, la pietra di una appena accennata costruzione. La perfetta armonia della Natura non può certo essere rotta da presenze urticanti: una presenza animale può violare la magia e, di conseguenza, mai nelle opere di Somensari compare l'uomo. Quell'essere che è sempre e comunque violatore della Natura e pertanto da ignorare, da cancellare, da non mettere in scena. (...)» (Gilberto Cavicchioli, 2017)

Giorgio Somensari (Mantova, 1936), artisticamente autodidatta, nipote di Luigi Somensari, artista degli anni Venti, dipinge paesaggi lacustri e scorci cittadini di Mantova, dapprima seguendo le orme dello zio paterno. Diplomatosi geometra, lavora come dirigente per un'azienda di laterizi che lo porta a trascorrere molto tempo lontano dalla sua città e di conseguenza a trascurare anche la pittura. Dal 1996, cessati gli impegni lavorativi, si dedica interamente all'attività artistica. Numerose sono le mostre personali e le rassegne collettive a cui partecipa. Da segnalare è, inoltre, la frequentazione del Laboratorio di Anna Moccia con il Gruppo "I pittori di Via Mazzini". (Comunicato stampa)




Opera di Mauro Masetti, Andrea Prandi e Gino Marotta Mauro Masetti | Andrea Prandi | Gino Marotta
25 novembre (inaugurazione ore 18.00) - 07 dicembre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Quando un raggio di luce attraversa la materia subisce una rifrazione che lo rallenta, lo distrae ma lo rende colorato. Questo cardinale processo fisico subisce una traduzione estetica nella poetica di Mauro Masetti che tratta la superficie pittorica come un prisma ottico che frammenta la luce e trasforma i suoi dati cromatici in forme. Graticole di finestre accese compongono il pattern materico dell'impianto pittorico rendendolo incostante e sottoposto a una continua riconfigurazione stilistica. Quest'ultima prevale in tutte le tele di Masetti che tramite la combinazione di elementi geometrici e di vibranti campiture cromatiche vanta un dinamismo latente basato sul particolare trattamento della luce. A volte essa, in effetti, sembra assente o confinata nella nitidezza delle forme che esistono, però, proprio grazie alla frammentazione luminosa. Perciò la soluzione formale, più o meno figurativa, cede la priorità a un studio vivace e stilisticamente poliedrico dei limiti fisici di rapporto tra la materia e lo spettro elettromagnetico visibile dall'occhio umano.

Di un insolito dinamismo è caratterizzato anche il fare creativo di Andrea Prandi. Il mezzo non ha importanza, digitale o analogico, esso serve a esternare, formalizzare da volta in volta un flusso creativo incessante e giocoso di una grafic novel. La sequenzialità narrativa, in questo caso particolare, non si basa su una serie di immagini, su un semplice iconotesto con proprietà spazio-temporali coerenti, bensì di una storia a putate che di volta a volta cambia contesto, personaggi e trama ma mai l'idea di base, ovvero la sovrapposizione veristica e verticale di reale e irreale. La concezione ensteiniana di cronotopo lineare nell'interpretazione dialogica di Bachtin quale costruzione tra mondo proprio e mondo altrui, è radicalmente sconvolta dal rapporto tra reale e virtuale che impone  nuovi volumi spazio-temporali pluridirezionali.

La pittura-oggetto degli anni '70 del XX sec., Gino Marotta docet, diventa immagine - oggetto nelle ultimissime ricerche estetiche, come ben evidenzia l'operato di Prandi. Si tratta non di un corpo/oggetto artistico bensì di un environment dove le esperienze progettuali del artifex danno vita a una sintesi iconica e strutturale porta senso nuovo al concetto stesso di immagine. La nuova dimensione ibrida tra materia e la sua esistenza iperbolica è percorsa anche dalle ricerche estetiche di Claudia Ventura.  Il grande fascino per il materiale organico macromolecolare, ovvero i polimeri, quale prima esistenza e di migliorare le qualità arginando il consumo quantitativo della materia, porta la creativa a  ignorare le diversificazioni nella tipologizzazione del prodotto artistico, concentrando in un unico linguaggio estetico la pragmatica del design, la spettacolarità del advertising, l'attualità del mass medium e l'autenticità dell'arte stricto sensu.

La tecnica o il materiale variano e si adeguano al tono (all'effetto) del messaggio unitario, quello della Bellezza, che cambia a seconda della "stagione" emotiva. Non di cambio abito o involucro si tratta,  bensì di  volgere la pagina, passare a un nuovo capitolo della storia di fare arte di Ventura. La tridimensionalità iconografica  fa convergere sulla tela pittura e scultura ottenendo un trasformismo multimaterico dell'idea che la rende libera e proseguire la sua esistenza artistica indipendentemente dalla mano modellatrice. Ogni opera diventa così un evento, un accadimento che brilla di luce propria e si muove su percorsi personali per raggiungere il fruitore ed instaurare un rapporto visivo con esso. In tal modo nascono i capitoli del volume che racconta l'espressione della bellezza che Claudia Ventura vuole confidarci. (Presentazione critica di Denitza Nedkova - Mostra a cura di Deborah Petroni)

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Luca Trident | Filippo Guicciardi | Alessandro Fronterrè
termina il 23 novembre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
Presentazione




Call for Iolas' House
14 dicembre 2017 (inaugurazione ore 19) - 28 febbraio 2018
Galleria Credito Siciliano - Acireale (Catania)

La mostra a cura di Stefania Briccola, Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio - prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese - è dedicata alla villa-relitto del leggendario gallerista Alexander Iolas (Alessandria d'Egitto, 25 marzo 1907 - New York, 8 giugno 1987). Alexander Iolas fu il primo direttore artistico della Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline di Milano- e colui che commissionò ad Andy Warhol il dipinto The Last Supper - oggi in collezione Creval - ispirato dal capolavoro di Leonardo da Vinci situato proprio di fronte alla Galleria.

La villa, costruita fra il 1965 e il 1968 ad Agia Paraskevi ad Atene con il contributo di svariati architetti e con la consulenza degli stessi artisti, nelle intenzioni del suo proprietario doveva diventare un museo vivo dedicato all'arte contemporanea, ma oggi è solo un monumento dedito all'assenza e al declino: dopo la morte improvvisa di Iolas, dapprima l'importante collezione di opere d'arte contemporanea e antica, poi le partizioni ornamentali con gli arredi interni ed esterni, sono stati sottratti. La mostra che prende avvio in Sicilia, a Palazzo Costa Grimaldi ad Acireale (Catania), focalizzerà la triste ed avvincente storia della villa attraverso le testimonianze di alcuni artisti e galleristi che vi hanno lavorato o risieduto occasionalmente (tra cui Novello Finotti, Fausta Squatriti, Marina Karella, Renos Xippas), accresciuta dai racconti del suo biografo ateniese e di altre figure, italiane ed internazionali, appartenute a vario titolo alla 'scuderia Iolas' nel secondo dopoguerra, oggi assurte al ruolo di personalità della cultura e delle arti sulla scena internazionale.

Il titolo Call for Iolas House suggerisce un monito e contemporaneamente una richiesta. La speranza dei curatori è quella di focalizzare l'attenzione del pubblico attorno a un autentico sito archeologico della contemporaneità attualmente non riconosciuto, tracciandone al contempo una prospettiva di rinascita come luogo di scambio e di produzione della cultura del contemporaneo. La storia dell'arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal suo leggendario fondatore, mercante e collezionista. Dentro furono sistemate, in forma quasi sempre complementare allo spazio architettonico e all'affascinante giardino attico che la circonda, opere di Warhol, Ernst, Brauner, de Saint Phalle, Tinguely, Takis, Fontana, Finotti, Karella, De Chirico, Berrocal, Mattiacci e numerosi altri protagonisti delle avanguardie del XX secolo, della Pop Art e del Nouveau Réalisme.

La perdita, certo definitiva vista la dispersione commerciale e lo smembramento, della collezione Iolas avvenuta negli ultimi trent'anni, impone al progetto espositivo due percorsi: quello dell'esposizione di una serie di opere 'di confronto', esperibili nelle collezioni private internazionali e nella collezione del Credito Valtellinese e quello della ricostruzione scenografica di selezionate installazioni artistiche della villa, attraverso il re-made dei capolavori perduti. In quest'ultimo intervento la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese ha voluto coinvolgere allievi ed insegnanti dei licei artistici di Giarre, in provincia di Catania, e di Morbegno in provincia di Sondrio.

In mostra anche un video originale con le testimonianze di personalità che furono vicine a Iolas. Dal suo biografo Nikos Stathoulis, ad André Mourge, che fu suo compagno di vita, ad artisti come Marina Karella, Fausta Squatriti, Novello Finotti. Ma anche testimonianze di chi lavorò con lui e di semplici "uomini della strada" che, nella Atene di oggi mostrano l'oblio in cui sembra essere caduto "Alessandro il Grande", uno dei mercanti più famosi al mondo di cui nessuno ha sentito parlare. E con lui, la sua mitica casa in Agia. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine della presentazione della mostra Testimony - Truth or Politics alla Boccanera Gallery di Trento Testimony - Truth or Politics
Il concetto di testimonianza nella commemorazione delle guerre jugoslave
The Concept of Testimony in the Commemoration of the Yugoslav Wars


termina lo 08 dicembre 2017
Boccanera Gallery - Trento
www.arteboccanera.com

Sono passati 25 anni dall'inizio delle guerre jugoslave: guerre che hanno infranto la speranza di pace duratura in Europa che le strutture costruite dopo la Seconda guerra mondiale avrebbero dovuto garantire. Nel processo di costruzione del nazionalismo, durante e dopo i conflitti, gli establishment di ciascun paese della secessione e successione jugoslava hanno usato le testimonianze - nei media, nei testi scolastici o nelle mostre - per giustificare la propria posizione nazionale, etnica o religiosa, mettendo a tacere ogni voce alternativa tramite diretta repressione politica e sistematica cancellazione del quadro di riferimento che collega queste testimonianze alla realtà che pretendono di rappresentare. Questa esposizione trova il suo punto di partenza nelle testimonianze di chi ha preso parte alla guerra e di chi ha manifestato contro la guerra: soldati e attivisti, intervistati dai loro pari - compagni di battaglia, parenti, vicini, artisti e attivisti.

Le testimonianze mostrano il funzionamento del sistema e la continuità e discontinuità nel tempo: è proprio questa testimonianza che rivela il funzionamento del sistema in tutti i suoi aspetti - politico, economico, sociale e culturale - piuttosto che la testimonianza personale della propria sofferenza, che Primo Levi definisce come politica. Le testimonianze rendono più complessa - a volte, mettono in discussione - la narrazione storica egemonica o la "verità ufficiale", ad esempio portando alla luce motivazioni e benefici socio-economici della guerra. Riflettono inoltre un'esperienza comune di queste guerre e delle loro conseguenze. Poiché essere testimoni è un atto partecipativo, testimoniare è un atto che parla ad una molteplicità di destinatari: le persone coinvolte nella situazione su cui si testimonia, la situazione stessa del testimoniare e la costituzione di una pluralità di voci attraverso l’atto di rivolgersi a se stessi.

La simultaneità di tempo e spazio crea un assemblaggio fluido di relazioni sociali fra singolare e plurale, tra intimo e politico, attivo ben oltre il momento della testimonianza e che si rinnova ogni volta che viene ascoltata. La varietà di relazioni sociali alla base della testimonianza rende complessa la sua relazione con la realtà, tanto quella esperita quanto quella in cui la testimonianza viene ascoltata. Questo la rende instabile per chi la ascolta chiedendo La Verità, ovvero un significato onnicomprensivo che costituirebbe la persona che testimonia come Soggetto e le situazioni testimonianti e testimoniate come Eventi.

Un bando internazionale ha selezionato 13 artisti e formazioni artistiche. I loro approcci al processo di produzione artistica vanno dalla ricerca d'archivio all'antropologia audio-visiva partecipativa, passando per il ripensamento statistico e tecnologico. I lavori audio esposti spaziano tra vari formati, dalla composizione e performance musicale alle installazioni audio. Inoltre, l'esposizione presenterà un portale fra archivio di testimonianze e social network, che permetterà ai visitatori di ascoltare e cercare fra le interviste (in serbo-croato-bosniaco, italiano e inglese) e inserire le proprie narrazioni. L'esposizione aprirà quindi un canale attraverso il quale queste testimonianze potranno essere ascoltate e contestualizzate.

L'esposizione è curata da Noa Treister, Dr Zoran Eric e Giorgia Lucchi Boccanera. E' parte del progetto Testimonianza - Verità o Politica: Il concetto di testimonianza nella commemorazione delle guerre jugoslave, condotto dal Centro di decontaminazione culturale di Belgrado e co-finanziato dal Programma Europa per i Cittadini 2014-2020.

Artisti partecipanti: Ana Bunjak, Andrea Palasti + Sanja Andelkovic, Jelena Markovic, Kristina Maric, Lala Rašcic, Mersid Ramicevic, Nikola Radic Lucati, Iula Marzulli + Marianna Fumai, Ryo Ikeshiro + Aron Rossman-Kiss, Daniel Djamo, Dorone Paris, Filip Jovanovski, Vlada Miladinovic.

Partner: in Serbia, Centre for Cultural Decontamination, Belgrado; Museo di arte contemporanea, Belgrado; The Ignorant Schoolmaster and his Committees, Belgrado; Istituto di studi filosofici e sociali, Belgrado; in Bosnia Erzegovina, Museo storico di Bosnia Erzegovina, Sarajevo; Università di Sarajevo - Facoltà di Filosofia; Centro di riparazione culturale e sociale, Banja Luka; in Italia, CCI / Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa e Boccanera Gallery, Trentino; in Austria, Boem, Vienna; in Germania, Istituto per gli studi sull'Europa orientale e sud-orientale, Regensburg. Cofinanziato dal programma dell'Unione europea "Europa per i cittadini". (Comunicato stampa)

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25 years have passed since the beginning of the Yugoslav Wars. This new wars in Europe shook the perception that the structures built after WWII would ensure lasting peace. As part of the buildup of nationalism, during the conflicts and afterwards, testimonies were used by the official establishments of each country seceding and succeeding Yugoslavia - in the media, in school textbooks, or historical exhibitions - to justify their own national, ethnic, or religious position, while those that were not willing to justify these positions were silenced through direct political repression and systematic erasure of the frame of reference that relates these testimonies to the reality they presume to represent. This exhibition builds on the testimonies of war participants and antiwar activists, interviewed by their peers - fellow fighters, family members, neighbours, artists, and activists.

They show the functioning of the system and the continuity and discontinuity through time. It is precisely this testimony that reveals the way the system functions in all its aspects - political, economic, social, and cultural - rather than the testimony of one’s own suffering that Primo Levi defines as political. They show that testimonies act to complexify, layer, and sometime oppose the hegemonic historical narrative or "the official truth", for instance by exposing the socio-economic motivation and benefits of the war, as well as to reflect a common experience of these wars and their consequences. Since witnessing is a participative act, testifying is an act of speech with multiple addressees at once, in the least; those relating to the situation testified upon, the situation of testifying, and a self-address which constitutes multiple speakers.

The simultaneity of time and space creates an ever changing assemblage of singular-plural social relations, intimate and political, at work much after the testimony has been given and anew each time it is heard. The diversity of social relations at the base of testimony makes its relation to reality complex, both that experienced as well as that in which testimony is heard. This makes it unstable for the purpose of the listener who demands The Truth, i.e. a comprehensive meaning which would constitute the person testifying as Subject and both testifying and testified factual situations as Events.

Thirteen artists and artistic duos were selected through an open international call. Their approaches to the process of art production range from archival research to participatory audio-visual anthropology, and statistical and technological rethinking produced audio works that display a wide range of formats (media), from music composition and performances to visual and audio installations. In addition, the exhibition will present a testimony archive - a social network portal that will allow visitors to listen and search the interviews (in BHS, Italian, and English) as well as to compile their own narratives. The exhibition will open a channel through which these testimonies can be heard and contextualised.

This exhibition is curated by Noa Treister, Dr Zoran Eric, and Giorgia Lucchi. It is part of the project Testimony - Truth or Politics: The Concept of Testimony in the Commemoration of the Yugoslav Wars, led by The Center for Cultural Decontamination (Belgrade, Serbia) in cooperation with several cultural organisations from four European countries, and co-financed by the Europe for Citizens Programme 2014-2020.

Partecipating Artists: Ana Bunjak, Andrea Palasti + Sanja Andelkovic, Jelena Markovic, Kristina Maric, Lala Rašcic, Mersid Ramicevic, Nikola Radic Lucati, Iula Marzulli + Marianna Fumai, Ryo Ikeshiro + Aron Rossman-Kiss, Daniel Djamo, Dorone Paris, Filip Jovanovski, Vlada Miladinovic.

Partners are: in Serbia - Centre for Cultural Decontamination, Belgrado; The Museum of Contemporary Art, Belgrade; The Ignorant Schoolmaster and his Committees, Belgrado; The Institute for Philosophy and Social Studies, Belgrade; in Bosnia Herzegovina - Historical Museum of Bosnia and Herzegovina, Sarajevo; University of Sarajevo - Faculty of philosophy; Centre for Cultural and Social Repair, Banja Luka; in Italy - Osservatorio Balcani e Caucaso | Transeuropa and Boccanera Gallery, Trentino; in Austria - Boem, Vienna; in Germany - The Institute for East and South East European Studies in Regensburg. Co-financed by the Europe for Citizens Programme of the European Union. (Press release)

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I.L.T. Illumina Le Tenebre. Desideri complessi di un'Europa taciuta
Presentazione mostra

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione libro




Drik Dickinson - Inside 41 - archival pigmented print su carta Hahnemuhle cm.40,5x40,5 2017 Drik Dickinson. Inside
25 novembre 2017 (inaugurazione ore 11.30) - 03 febbraio 2018
Studio la Città - Lungadige Galtarossa 21 - Verona
www.studiolacitta.it

Nuova ed inedita serie di lavori dell'artista - veneziana di nascita ma irlandese d'adozione Drik Dickinson. Esposte, a cura di Laura Cicci De Biase, una selezione di dieci fotografie tratte dall'omonima serie in cui l'artista, da sempre intimamente legata al tema della Vanitas, evolve. In questi suoi ultimi lavori, la rappresentazione della caducità della vita, dello scorrere inesorabile del tempo, si arricchiscono di oggetti completamente artificiali che l'artista accosta ai tradizionali elementi naturali (fiori, erba, foglie ecc.) mettendo letteralmente “in scena” una composizione in cui ciò che è reale e ciò che è fasullo si fondono e risultano difficilmente scindibili all'occhio dell'osservatore. L'acqua rimane per la Dickinson un costituente imprescindibile, sia visivamente che allegoricamente, ma qui si carica di nuovi significati: non si tratta più di composizioni cauali dove l'artista, en plain air, attende che il tempo, la corrente, la luce, determinino la stuttura del suo scatto.

In questa nuova serie di fotografie soggetti sono immortalati in studio dove spesso l'elemento acquatico è costretto in secchi, recipienti avvolti da strati di plastica e dove, a volte, l'elemento floreale è invece finto, sia esso nel pieno della sua fioritura o nella fragilità del suo avvizzimento. L'artista stessa, all'interno del catalogo pubblicato in occasione della sua prima personale a Mantova, descrive con queste parole il contetto che sta alla base del suo lavoro: "L'acqua, visione e allegoria, è il tema che mi domina. La trasparenza mi porta al fondo oltre lo specchio, il fondo mi riporta alle domande della superficie. Continuare e fermare: a volte ho l'impressione che il mio lavoro sia una testimonianza privata, da confessare a nessuno, sulla caducità della vita come la sento, come si presenta ai miei occhi, materialmente."

Nello stesso catalogo, Maurizio Cucchi cita i pittori fiamminghi da cui probabilmente l'artista ha tratto ispirazione, in particolare per l'esattezza del dettaglio e la nitidezza delle sue immagini: "Il tema, la vanitas, è in effetti centrale anche nelle fotografie di Drik Dickinson dove l'intreccio si fa, insieme, impeccabile e sottile, anzi, sottilissimo, come il raro disegno su una cangiante pellicola di luci e ombre, il cui poco spessore sembra esprimere la precarietà della bellezza, il senso transitorio del nostro stesso esserci..."

Drik Dickinson ha studiato Scienze Naturali all'Università di Galway specializzandosi in botanica. Ha seguito contemporaneamente al National College of Art di Dublino dei corsi sulla pittura del '600 fiammingo e un corso di fotografia. Per la sua ricerca artistica si è spinta fino in Messico, nei territori dei Wiclow Mountain, nel lago Mask, nel fiume Shanon, nel Connemara, nelle Isole di Aran e al National Botanic Garden di Dublino. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

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I.L.T. Illumina Le Tenebre: Desideri complessi di un'Europa taciuta
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termina lo 07 gennaio 2018
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Presentazione

Carla Bordini Bellandi: "Enchanted Nature"
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Presentazione




Opera di Bruno Querci alla Galleria A Arte Invernizzi di Milano Bruno Querci
21 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 31 gennaio 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra personale, in occasione della quale viene presentato un percorso espositivo che, attraverso la compresenza di lavori degli anni Ottanta e opere recenti, mette in luce gli snodi cruciali del percoso creativo dell'artista. Sin dagli albori del suo "fare pittura" Querci, protagonista di quella tendenza artistica che Filiberto Menna definì a metà anni Ottanta come astrazione povera, restituisce sulla superficie delle tele un articolato gioco di pesi percettivi in cui la dislocazione dei diversi piani definisce una complessa condizione di equilibrio, sempre diversa. Opere come Incombente (1985), Insieme (1985) e Pittura (1985), che si trovano al primo piano della galleria, mostrano come sin dal momento germinale della ricerca emerga la tendenza dell'artista a cercare di fissare il "confine di quella forma che sempre sfugge".

Il rapporto tra visibile e invisibile, che resta una tematica fondamentale di riflessione anche nelle opere recenti, si determina a partire dal vuoto, cioè dalla scelta di ridurre, e quindi di costruire attraverso la sottrazione degli elementi presenti sulla superficie. L'idea di pittura che emerge da lavori quali Minimo (1986) e Luogo (1985) è quella di un potenziale dialogo con l'infinito, in cui la luce, da un lato definisce e attiva la sembianza delle forme, dall'altro crea la possibilità di percepire in chiave sempre diversa il valore tattile delle cromie. Querci stende infatti più mani sovrapposte di pittura, bianca e nera, procedimento che determina tuttavia un "effetto di annullamento del tessuto della tela, restituendo superfici come prive di supporto materiale".

I lavori recenti, realizzati e presentati per la prima volta in questa occasione espostivia, perseguono una maggiore radicalità e si mostrano più geometricamente essenziali allo sguardo dell'osservatore. La compresenza tra i lavori esposti al piano superiore e Geometrico luce (2017), Geometrico naturale (2017), Dinamico forma (2017) e Gotico naturale (2017), rende ancor più evidente come l'artista si sia spinto sempre più a fondo nella descrizione di un potenziale dialogo con l'infinito, in cui la forma si struttura al punto tale da divenire un unicum con l'assenza, quella intrinseca, quella della forma stessa. Querci si è lasciato, e si lascia condurre dalla necessità che ciò che appare guidi "la mano dell'artista finché la forma-informe non appare, fino a che egli non rende liberi sé e l'opera riuscendo a volere ciò che la necessità di quest'ultima gli impone di volere". In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, un testo di Davide Mogetta, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Opera di Yuri Olegovic dalla mostra alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano Centesimi: C'era una volta la piccola economia
24 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 21 dicembre 2017 (ingresso museo e mostre in corso 5 euro)
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

La storia economica di Milano e anche dell'Italia è passata da un'antica tipografia e casa editrice della città che aveva sede in via Jommelli, 24, Grafiche U.Marucelli & Co, dove oggi si trova la Casa Museo Spazio Tadini in omaggio al pittore e scrittore milanese Emilio Tadini. Presso questa azienda mosse i primi passi nell'editoria Angelo Rizzoli nel 1902, come apprendista. Lì vennero stampati i primi giornali economici come L'esercente (1896-1987), Il Corriere Agricolo (1894-1934) e L'impresa moderna (1912-1923) e si conserva ancora un torchio da stampa del 1847 di Amos dell'Orto di Monza. Ma soprattutto, Ugolino Marucelli fondatore nel 1915 della storica tipografia e casa editrice Grafiche Marucelli & Co ideò e scrisse le uniche tabelle di educazione economica e morale (anni 20) e si inventò le "marche nazionaliste" da applicare su fatture, buste etc. per far conoscere l'impegno delle associazioni durante la guerra e il valore dell'industria italiana.

"La pubblicazione (si intende delle tabelle educative), ebbene inizio nell'anno 1913 - scrisse Ugolino Marucelli nel presentare i suoi manuali - con le massime delle prima quattro serie il cui testo dimostra come lo scrivente, nel dettarle, mirasse ad offrire agli industriali un prudente suggestivo indiretto contravveleno da propiziare alle masse operaie sovvertite da errori economico-sociali.(...) Sul finire del 1929 notavasi una grande depressione morale nel gran pubblico e più specialmente fra le massaie per "il caro vita". Ed era veramente difficile per le piccole borse bilanciare l'entrata con l'uscita, ma sapevano poi le massaie spendere bene i loro soldarelli, alimentare razionalmente la loro famiglia, escogitare correttivi atti ad attenuare la crisi?".

Questo manuale e tanti altri saranno in mostra a cura di Melina Scalise. In visione le tre raccolte di educazione morale, sociale economica e patriottica contenenti libretti come La vispa Teresa, La vanga dalla punta d'oro, La fabbrica domestica di Nichelini, La spiga-calendario delle faccende agricole, Il riso - almanacco dei risaioli, L'operaio del 900 e altri dati ed elementi storici che offrono uno spaccato dell'educazione economica al risparmio che ha contraddistinto l'approccio italiano all'economia familiare, quella che molti ritengono abbia aiutato oggi molte famiglie ad affrontare la crisi economica contemporanea. Saranno esposti e messi in vendita riproduzioni di manifesti, stralci di opuscoli e cartelloni pubblicitari dell'epoca.

Dall'analisi dei contenuti emerge un'Italia analfabeta retta da un'economia agricola e industriale e artigiana dove l'educazione igienica e comportamentale viaggiava di pari passo con la propaganda economica. L'emancipazione dell'operaio e del contadino passava dall'apprendimento delle "buone maniere" elargite in motti, tabelle da affiggere nei luoghi di lavoro, brevi racconti e storielle. Così se l'uomo doveva smettere di bere e di frequentare bettole e mettendo a rischio la sua salute, la donna, nel ruolo di massaia, era eletta economa della famiglia e tutrice della salute adottando un'equilibrata dieta alimentare. A completare l'esposizione una mostra con artisti che usano come fonte d'ispirazione proprio le banconote. In particolare una bipersonale di Peter Hide e Yuri Olegovic e una selezione dedicata ai Soldi D'artista (selezione di opere di una mostra organizzata nel 2010 con l'esplosione della crisi economica contemporanea dove artisti vari hanno ideato banconote da mettere provocatoriamente in vendita).

La casa editrice e tipografia Grafiche Marucelli fu fondata nel 1915 da Ugolino Marucelli a Milano. Ugolino Marucelli muore relativamente giovane e i suoi eredi vendono a Giuseppe Tadini, e C. Origgi. A condurre la tipografia durante la Seconda guerra mondiale è Giuseppe Tadini. Presso la tipografia vennero stampati i quotidiani durante la Grande guerra e i volumi sono attualmente conservati presso la Casa Museo Spazio Tadini. Anche Giuseppe Tadini muove precocemente in un incidente e nel 1946 subentra all'attività paterna uno dei due figli Giovanni Tadini, mentre Emilio Tadini sceglie di intraprendere l'attività di scrittore e pittore. Nel 1972 l'attività ormai solo tipografica passa a Paolo Tadini.

Oggi la tipografia e casa editrice è definitivamente chiusa e la sua sede, dal 2003 è una proprietà privata che ospita la Casa Museo Spazio Tadini in omaggio a Emilio Tadini. In un'ala dello stabile l'artista ricavò il suo atelier e vi lavorò fino alla sua morte 2002, anno in cui morì anche suo fratello Giovanni Tadini. Attualmente lo spazio, che conserva ancora un sapore industriale, custodisce alcuni beni della vecchia attività tipografica e l'archivio delle opere di Emilio Tadini. La documentazione viene gestita dall'associazione culturale fondata nel 2008 da Francesco Tadini (figlio di Emilio), regista ed esperto in comunicazione e Melina Scalise, giornalista e psicologa. (Comunicato stampa)




Opera di Mail Art nella mostra Mail Art al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste Triangoli - opera nella mostra Mail Art Mail Art: ovvero l'arte spedita per posta
15 novembre (inaugurazione ore 11.00) - 14 dicembre 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste

Rassegna artistica, curata dal maestro Franco Vecchiet, formata da un centinaio di cartoline di diversa misura realizzata dagli artisti della Scuola "Carlo Sbisà". La Mail Art è un movimento artistico e una pratica che utilizza la posta come mezzo di visione e di distribuzione delle opere d'arte. Agli albori i lavori di arte postale erano del formato delle cartoline, che venivano spedite a uno o più conoscenti con i quali il mittente aveva un rapporto di scambio. Le radici dell'arte postale affondano nel movimento futuristico italiano e nel movimento Dada; opere e movimento acquisteranno particolare notorietà negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo grazie a "Fluxus". A questo movimento parteciperanno migliaia di artisti per oltre cinquanta nazioni. La terminologia "mail art" si impose internazionalmente con l'attività della Correspondence School di New York.

Negli ultimi decenni l'arte postale si è sviluppata in direzioni diverse, utilizzando svariate tecniche, dalla fotografia all'incisione, dalla pittura al collage e al disegno. Le dimensioni delle opere sono aumentate, e nell'uso dei materiali fa parte ormai tutto quello che gli uffici postali riescono a accettare e spedire. Gli artisti postali danno valore al rapporto umano a distanza, proponendo un'etica dell'eguaglianza. Al Museo Postale di Trieste, oltre all'esposizione delle opere, la Scuola promuoverà l'insegnamento di tecniche di incisione, con particolare riguardo per l'acquaforte e per le tecniche calcografiche. Accanto a uno speciale annullo filatelico, verrà proposta una cartolina dedicata. In data 29 novembre, alle 17.30, la Scuola "Carlo Sbisà" proporrà un laboratorio di acquaforte dedicato agli adulti. (Comunicato stampa)




Francobollo Disney per i 90 anni di Topolino Rassegna filatelica dedicata ai personaggi di Walt Disney
termina lo 02 dicembre 2017
Spazio Filatelia | Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

In occasione dell'emissione del francobollo che celebra i 90 anni dalla nascita del topo più famoso dell'universo, "Mickey Mouse", meglio noto dalle nostre parti con il nome di "Topolino", una mostra filatelica dedicata ai personaggi di Walt Disney. A realizzarla Igor Tuta, collezionista e segretario del circolo filatelico sloveno triestino L. Košir che, dal lontano 1968, anno in cui è stato emesso dalle poste statunitensi il primo francobollo dedicato a Topolino, si è appassionato a questo particolare tema nella sterminata galleria di personaggi a cui la Filatelia mondiale ha voluto prestare attenzione. Tuta esporrà una ricca selezione di una collezione che appare, nella sua grandiosità, completa.

Fa specie sapere che da quel 1968 in cui venne emesso il francobollo che ricordava Walt Disney a due anni dalla sua scomparsa, una ottantina di stati hanno premiato la fantasia e i meravigliosi cartoons dell'editore e dei suoi collaboratori con almeno due emissioni annue. Migliaia di francobolli, dunque, a celebrare Topolino, Paperino e gli altri personaggi della larga famiglia di animaletti prestati al mondo del fumetto. Molte emissioni inoltre hanno celebrato i lungometraggi di Walt Disney: Biancaneve, Peter Pan, Cenerentola e la Carica dei 101. "La mia collezione dedicata a Disney - ricorda Tuta - si deve pure all'interesse dei miei tre figli. Per quel che mi riguarda, quella che mi piace particolarmente ricordare è una emissione dedicata a Peter Pan." La produzione dei francobolli dedicati ai fumetti di Disney era inizialmente pensata e emessa soprattutto in vista delle feste natalizie e pasquali. Oggi non si contano le emissioni che puntualmente vengono stampate ovunque durante tutto l'anno. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Dodecaedro alla Galleria d'Arte Studio 71 di Palermo Dodecaedro
termina il 25 novembre 2017
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

Rassegna d'opere realizzate da maestri ed allievi dell'Accademia di Belle Arti di Catania, nel costante dialogo interdisciplinare e multimediale che l'ampio spettro delle arti visive oggi impone. In mostra viene richiamato, tuttavia, un assunto fondante la tradizione accademica: il costante dialogo tra le generazioni, l'intersecarsi delle antiche pratiche con le nuove tecnologie, fino al raggiungimento - ove e quando è possibile farlo - di linguaggi rinnovati ed attuali. Il gruppo presente in mostra riesce bene nell'impresa; con fare maieutico i cinque maestri consentono la trasmissione del proprio sapere in forma libera ed estremamente soggettiva. A dispetto della lunga ed appassionante stagione tardo novecentesca, si tratta comunque di un bagaglio classicista, così come è possibile intendere il termine nella sua accezione post moderna.

Riferimento a tutto l'antico, lontano o immediatamente prossimo, purché si riconoscano in esso i germi della cultura, mediante l'utilizzo di tutti i possibili mezzi; nessun confine materico e tecnico, nessun confine concettuale, nessun confine. I giovani rispondono con una gamma di proposte diversificate, in cui è fortemente presente la lezione etica, oltre che estetica, di chi li precede. Dire e/è predire: questo ci pare il tratto forse più interessante della rassegna, perché oggi più che mai, e per il futuro, la centralità sociale dell'arte è giocata sul suo valore aruspice e testimoniale.

Autori in mostra: Rosario Antoci, Silvio Marchese, Natale Platania, Giovanna Vinciguerra, Nicola Zappalà.

Allievi: Mikael Albano, Federico Alibrio, Salvo Alibrio, Giulia Barbano, Melania Belvedere, Roberto Caccamo, Lucilla Gioveni. (Comunicato stampa)




Thea Vallé - serigrafia su alluminio 1973 Cambiare il segno, Poesiale, Provenienze
termina il 28 novembre 2017
Quintocortile - Milano

Artisti: Mirella Bentivoglio, Mino Bertoldo, Romano Bertuzzi, Max Bottino, Giulio Calegari, Giovanni Campus, Loretta Cappanera, Leonilde Carabba, Alberto Casiraghy, Dadamaino, Betty Danon, Teo De Palma, Fernanda Fedi, Mavi Ferrando, Gianni Gangai, Gino Gini, Anna Lambardi, Alessio Larocchi, Ugo Locatelli, Emanuele Magri, Bruno Munari, Patrizia Novello, Lorena Pedemonte, Cristina Ruffoni, Thea Vallé, Nanni Varale. Mostra a cura di Maria Rosa Pividori, Donatella Airoldi.

La prevalenza costante di un'arte iconica qual'è quella occidentale ci ha fatto dimenticare che tutto nasce da un segno che ha un valore ontologico poiché è con esso che abbiamo affermato la nostra esistenza e il nostro rapporto col mondo, che abbiamo inciso e segnato il nostro passaggio in una primitiva forma di Land Art a testimoniare una fase di evoluzione in atto e che le successive forme di relazione e comunicazione del pensiero sono state la traslazione di suoni e di immagini del reale in segni alfabetici. (...) E' proprio per una reazione all'esuberanza di un'immagine pittorica che aveva saturato gli spazi visivi che negli anni '60 e '70 si afferma un'arte che si serve del segno e della scrittura per proporre un cambiamento che partisse dal pensiero per evidenziare la sua importanza nel processo elaborativo/creativo e che bastasse, in modo autoreferenziale, che l'arte pensasse se stessa perché per questo stesso fatto esistesse.

Ed è anche per uscire dagli schemi che avevano da sempre dato la prevalenza al significato più che al significante che il segno segue nella scrittura un cammino liberatorio seguendo idealmente le parolibere dei futuristi per poi trasgredire affermando la libertà di occupare lo spazio ad libitum e scomponendo la parola in modo arbitrario. Come l'informale aveva posto l'accento sul gesto che sparge il colore senza regole precostituite o forma su campi cromatici impietosi segni primigeni inconfondibili così la scrittura inizia un cammino solitario abbandonando il campo pittorico e diventa non scrittura o immagina nuovi segni per inediti codici linguistici e poiché ogni cambiamento presuppone un azzeramento la parola può scomparire per lasciare posto al puro segno che la fa rivivere in un modo altro riaffermando il principio alla base del taglio di Fontana. Del pari la poesia cambia la sua natura di composizione ritmica particolare disarticolandosi e scomponendosi in modo imprevisto e acquisendo una nuova funzione.

E oggi? Che ne è del segno e della sua componente scritturale? Io penso che esista una linea di continuità e che i segni del nuovo sono contenuti nel periodo che precede. Zygmunt Bauman parla di modernità liquida ed usa l'immagine della zattera nella corrente del fiume a cui non serve la bussola ma sono sufficienti pochi colpi di pagaia per evitare scogli e rapide. L'immagine serve a Bauman per dimostrare che la velocità con cui si succedono i cambiamenti non ci dà il tempo di fabbricare una bussola per cui dovremo adattarci ad una precarietà permanente, un ossimoro di nome e di fatto non facile da realizzarsi e fonte di ansie e di paure. Il compito arduo degli artisti e non solo sarà quello di costruirsi i propri punti di riferimento. Certamente la visione del mondo influenza il modo con cui l'artista la traduce nel suo linguaggio espressivo e questo vale anche per il critico che deve studiarlo, ma ciò che mi è possibile cogliere in un campione per forza di cose ristretto sia per le Provenienze che per il numero degli artisti in campo è che la mancanza di approdi si traduce in una libertà dagli schemi del passato e dalle composizioni lineari rigidamente strutturate e compresse in griglie e in un concettualismo di matrice socio politica e origina opere composite inclini al nomadismo tra forme e media diversi.

Ma un'idea più precisa e obiettiva ha bisogno di una prospettiva più lontana da un tempo in cui siamo immersi e a volte sommersi. Quel che è certo è che la parola "poesiale" inventata dalla curatrice Maria Rosa Pividori traduce perfettamente il campo tutto da inventare fra segno/scrittura e poesia visuale su cui scrivere un sogno che nasce la notte per poter morire all'alba. Non con un criterio preciso ma lasciandomi guidare dalla loro suggestione esaminerò le opere degli artisti partecipanti alla mostra per coglierne alcune caratteristiche espressive in modo estremamente sintetico, condizionata dallo spazio esiguo.

In Alberto Casiraghy e Cristina Ruffoni espressioni poetiche diventano un tutto imprescindibile con le immagini in cui l'uso del colore non è secondario ed hanno una funzione straniante di matrice surrealista. In Nanni Varale la primitiva traduzione in un inedito alfabeto segnico di sette colori da lui scelti richiama alla memoria il processo di traslazione di Kandiskij dei colori in forme geometriche primarie e dà luogo ad un originale "spartito" di segni racchiusi in piccolissimi quadrati o rettangoli che occupano intensamente lo spazio a volte attraversati da forme lineari in penombra a creare profondità di campo; succederà poi che i segni si dispongano liberamente lasciando ampie zone di vuoto di pregnante misterioso senso.

In Romano Bertuzzi il legame con la natura, che è il filo conduttore del suo lavoro, si tramuta in un reticolo di segni che ricorda la corteccia dell'albero e le sue nervature. In Patrizia Novello le lettere dell'alfabeto si dispongono a comporre nitide e non codificate strutture di parole che lasciano ampi spazi di respiro alternandosi a composizioni in cui forme geometriche come delicati bassorilievi di intima luce emergono dalla superficie cartacea corposamente materica. La serialità e la ripetizione diventano importanti modalità compositive conferendo un misterioso carattere narrativo al trascorrere delle emozioni in un tutto immerso e protetto da una razionalità chiara che rifugge dall'ombra.

Nelle Omografie di Alessio Larocchi disegni, piccoli labirinti e figure in costruzione intervallano una scrittura segmentata che ricorda l'alfabeto Morse. Un micromondo in movimento che sfugge al pericolo del caos grazie al rigore del segno. Gianni Gangai, che nella sua ricerca si è ispirato a personaggi come Majakovskij, Beuys, Boetti, Jimi Hendrix, Demetrio Stratos usando materiali di recupero, scrittura, fotografia, video, testi e installazioni, interpreta visivamente con opere su carta importanti momenti della cultura beatnik degli anni '60 in opere cartacee nate per essere tradotte in posters di ampie dimensioni. In Max Bottino il segno lineare forma un'ideale trama narrativa, un ordito mentale che ha origini lontane in pazienti lavori di artigianato domestico, tessiture, mani e ricami che ricostruiscono un percorso di ricordi scandito da colori tenui e silenziosi o dal bianco su bianco che permette proiezioni/immersioni profonde.

Loretta Cappanera presenta un'opera in sette parti dal titolo Setticlavio, che si usa per indicare l'insieme dei sette registri che formano le parti del coro. L'opera è materia tattile textil che si fa arte componendo trame di segni sempre diversi e creando una struttura di fili, di gesti minuti e calibrati. Lorena Pedemonte. Nel suo lavoro una folla in movimento, in cammino ma anche in volo a sorvolare cieli e oceani immensi. Pure sagome segniche minutissime compongono nomadi strutture dal carattere intimamente poetico. Ugo Locatelli Una storia di chiara impronta concettuale la sua di spostamenti e condensazione di senso che negli anni '60 lo ha portato ad estrapolare segnali stradali per farne composizioni seriali perché ne emergesse il senso nascosto e negli anni successivi la messa a nudo del processo di formazione dell'esistente attraverso la sua scomposizione/frammentazione e ricostituzione primaria.

Mino Bertoldo. Fotografie che negli anni '60 rispondevano ad una finalità sociale mostrano una villa con parco di proprietà privata su cui un gesto politicamente orientato pone il cartello "parco pubblico", mentre successivamente segni minutissimi eseguiti con punta bic compongono solidi geometrici ad evidenziare un cambiamento di direzione verso il sé. Nel lavoro di Gino Gini la stretta relazione tra immagine-parola-scrittura assume un valore auto significante che si integra con l'immagine. Nel contesto dell'opera la fotografia ha il valore di gesto poetico e le frecce direzionali e le citazioni conferiscono al tutto un importante aspetto narrativo.

Fernanda Fedi ha azzerato la struttura geometrica degli anni '60 e '70 preferendo inoltrarsi nella sua ricerca sul terreno poco esplorato di alfabeti arcaici, minoici, etruschi in cui la sontuosità della luce e dei colori dalle calde tonalità sono un carattere distintivo ineludibile. LeoNilde Carabba adotta forme circolari iscritte nel quadrato di derivazione alchemica, di gusto orientale e simbologia al femminile, preferendo colori vitali come l'arancione, il verde, l'azzurro, il giallo, mentre il loro carattere fluorescente/ fosforescente esaltato e rivelato dalle luci di Wood conferisce all'opera un carattere mistico e coinvolgente che chiama lo spettatore a diventare parte attiva dell'opera.

La suggestione del passato connota il lavoro di Anna Lambardi che nasce da un collage di vecchie stampe ridotte in pezzi minutissimi e poi elaborate digitalmente a comporre scene fantasiose di mari pietrificati e di cieli di gusto romantico il cui mistero è acuito dalla presenza enigmatica di una inedita, misteriosa scrittura. In Giulio Calegari Profondo respiro sotto la pietra del mio giardino e Appaiono e volano come i sogni all'alba sono i titoli di due opere/collage di elementi naturali come le pietre arenarie e gli insetti larva che compongono le frasi di respiro poetico che Giulio Calegari, artista, prende in prestito dal suo essere archeologo e scrittore.

Teo De Palma. L'immagine di figure misteriose, della mano e di una sfera come bolla d'aria sono elementi presenti insieme a parole e versi poetici evocativi di una memoria e di un tempo che ha lasciato l'impronta del suo passaggio in opere che paiono alludere ad una realtà altra. Emanuele Magri, che dagli anni '70 si occupa di scrittura e arti visive sperimentando l'autoreferenzialità e la pluralità di significati della parola, per questa mostra ispirandosi alla strutture primarie dei Minimalisti (parallelepipedi di grandi dimensioni) ha costruito 150 varianti sul tema attaccando parallelepipedi di cm3×3×1 su una base argentata di cm5×7 e, riprendendo la poetica concettuale dell'auto referenzialità delle lettere che nominano l'oggetto, ha composto la scritta MINIMINIMAL.

La ricerca di Mavi Ferrando, costruita nel tempo con sculture e bassorilievi in ferro o legno, assume il segno come connotazione peculiare. E' un segno che si contrae fulmineo a zig-zag sicché l'impressione è di una stabilità in movimento che rifugge quasi sempre da forme ondulate per preferire contorni spigolosi. Col tempo ha assunto uno spessore sempre più sottile accentuando la sua bidimensionalità ed elaborando una sorta di scrittura segnica componibile a piacere: site specific. (Testo di Mimma Pasqua)




Valentino Vago: Oltre l'orizzonte
termina il 20 gennaio 2018 (chiusura natalizia dal 24 dicembre al 7 gennaio 2018)
Galleria d'arte Annunciata - Milano

Una personale di Valentino Vago (Barlassina, 1931) in cui saranno esposte opere degli anni Sessanta e Settanta perlopiù di grandi dimensioni. Mostra, a cura di Roberto Borghi in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago, realizzata in collaborazione con la Galleria Il Milione che, in contemporanea, terrà una mostra di dipinti recenti. In un testo pubblicato nel catalogo della personale di Valentino Vago presso il Salone Annunciata del 1965, Sergio Grossetti ha scritto che l'artista «crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la propria presenza personale e (...) affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che da solo investa in sé tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».

In effetti, soprattutto nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta, le più significative delle quali saranno esposte alla galleria Annunciata, Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti» - la luce e il colore - di cui è basilarmente composta la pittura. L'esito di tale processo è costituito da dipinti estremamente complessi e stratificati, difficili da afferrare a un primo sguardo perché mai univoci, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all'incirca rettangolari. Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti - che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto interrotte - ed è sempre presente il rimando all'orizzonte, vero leitmotiv della pittura di Vago.

Talvolta anzi i dipinti riportano più orizzonti tra loro paralleli, o un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. E' questo insomma il momento del lavoro di Vago in cui il confine tra terra e cielo - e tra visibile e invisibile, materia e spirito - si fa più presente, ma allo stesso tempo più lirico e sottilmente drammatico. Ma è anche da qui che inizia quel percorso di «liberazione dall'orizzonte», come lo definisce l'artista stesso, che ha avuto il suo culmine nella recente realizzazione di un'opera ambientale nella chiesa di San Giovanni in Laterano. Il 20 novembre alle 18.00 verrà inaugurata una mostra di cataloghi di Valentino Vago presso la Libreria di via Tadino. In quello stesso giorno alle 17.00 si terrà una visita guidata alla chiesa.(Comunicato stampa)




Opera di Luca Trident, Filippo Guicciardi e Alessandro Fronterrè in mostra alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Luca Trident | Filippo Guicciardi | Alessandro Fronterrè
termina il 23 novembre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Le infinite versioni dell'inventiva umana sono dovute all'impossibile soluzione del conflitto tra materia e fantasia. L'artista lo gestisce pacificamente, con serenità e positivismo, o impetuosamente, con frenesia e aggressività.  Il risultato, pertanto è sempre nuovo, sempre estetico e sempre contenete il dubbio della propria validità risolutiva, il   dubbio che alimenta il motore di ogni creatività. Il corpo cavo della materia, la quota variabile del flusso vitale mostrano sempre a chi gli abita unicamente la profondità ma mai il punto d'arrivo, mail nucleo generativo. Alessandro Fronterrè emerge la sua curiosità d'artista in questa immensità che si apre tra conscio e inconscio e naviga raccogliendo relitti, ricordi passati e futuri, bagliori non accora spenti o pronti per accendersi. I campi bidimensionali della sua pitto -fotografia mostrano un congelamento spazio-temporale che ha la sterilità formale del surrealismo e la trasparenza cristallina del romanticismo.

Uno sguardo lirico, liquido e non fissativo tradisce la natura poetica di queste immagini che esistono tra la realtà fotografica  della ragione e la sfuggente libertà figurativa dell'inconscio. Un viaggio, condannato a non finire mai perché essenza di ogni opposto,  interessa l'artista sopra ogni cosa e tradisce un spirito giovane e "affamato" di verità o, meglio, di immensità. Sono immersi nello stesso fluido gli indici, le scale, le strutture destrutturalizzate della realtà statistica nelle opere di Filippo Guicciardi, realtà sottoposta a costante misurazione che risulta sempre imprecisa, sempre spostata dalla metà perfetta con una differenza, piccola ma decisiva, del 0,01, quella della sezione aurea. Quest'ultima è ogni presente nell'mondo e invade ogni tentativo di perfezione matematica artificiale, permettendo l'immortalità estetica.

L'artista intuisce questa essenza della natura e la insinua nelle forme trasparenti, regolari ma fluttuanti nei movimenti apparentemente rettilinei e unidirezionali dei fiumi e dei venti. Altrettanto ingannevole è la simmetria dell'impianto raffigurativo che frammenta, con la delicata incongruenza dei colori, l'ordinata corrispondenza delle forme. Poco meno del naturale, poco più dell'artificiale, questo linguaggio estetico esprime i calcoli della vita, mai regolari ma sempre esatti. Poco importano i limiti dei contenitori cavi per Luca Tridente. Il fluido idrogeno della materia strabocca in paste dense e lente da ogni contorno più o meno tratteggiato sulla tela.

Le forme sono approssimative, i movimenti ingannevoli o incerti, le atmosfere inesistenti. La tensione del viaggio tra gli opposti è svanita, è traslata in un candido navigare negli sfondi bianchi delle tele che diluiscono, lentamente ma costantemente, ogni loro abitante. L'artista si diverte con i semplici contrasti tra luce e oscurità, tra esistenza e assenza impastando, come un artefice arcano, le sue visioni razionali e irrazionali. Poco più che una sagoma, poco più che un accadimento lasciano il fruitore libero a completare, iniziare e finire i percorsi nelle tele di Tridente, che di suo pone il dubbio che implica infinite soluzioni tutte possibili ma forse tutte errate... Rimane sempre il dubbio in chi guarda e in chi è guardato di non vedere il vero o di non vedere la vera idea che cela la materia fisica.  (Presentazione critica a cura di Denitza Nedkova - Mostra a cura di Deborah Petroni)

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___ Presentazione altre mostre d'arte a Bologna in questa pagina

David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini
termina lo 03 dicembre 2017
Museo Civico d'Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini - Bologna
Presentazione

1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Medievale - Bologna
Presentazione




Mario Sironi - Composizione - olio su tela cm.50x60 anni 50 Renato Guttuso - Carrettiere siciliano addormentato - olio su carta intelata cm.75x100 1946 La pittura in Italia
Anni '30 - anni '50


18 novembre 2017 (inaugurazione ore 17.30) - 13 gennaio 2018
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

Collettiva che si propone di esplorare lo scenario artistico nazionale in tre decenni cruciali per la storia italiana. In quegli anni, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Italia vede la stabilizzazione del fascismo, lo scoppio della Guerra, l'uscita dal conflitto e una lenta ricostruzione. Molti artisti furono coinvolti o si impegnarono attivamente su fronti diversi: chi si mise al servizio del Fascismo (come Sironi), chi entrò nelle file della Resistenza (come Guttuso, Morlotti, Birolli), chi rimase neutrale e proseguì la propria attività artistica in modo pressoché immutato, come Morandi, che continuò a dipingere le sue nature morte e i paesaggi familiari, quasi a proteggersi dallo sconvolgimento che scuoteva l'Italia.

In mostra saranno esposti importanti olii dei più grandi artisti figurativi del Novecento Italiano, che hanno scritto la storia della pittura soprattutto in quei tre decenni: Renato Guttuso, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Renato Birolli, Alberto Gianquinto, Mino Maccari, Ennio Morlotti, Alberto Sughi, Renzo Vespignani. Le opere saranno in parte inerenti agli eventi bellici, alla ricostruzione e alle relative conseguenze, e in parte del tutto avulsi, per osservare come si è sviluppato lo stile pittorico e il sentire personale di ciascuno di essi in quegli anni "caldi". La guerra e l'attualità sociale e politica in anni particolarmente intensi, infatti, non sono sempre presenti nella pittura in modo diretto, ma influenzano fra le righe lo stile degli artisti. È dunque particolarmente interessante osservare la produzione dei principali artisti italiani duranti questi anni di cambiamenti, di declino, di guerra, di ricostruzione.

Nel trentennio '30-'50, del resto, nacquero e si svilupparono importanti movimenti artistici dei quali alcuni degli artisti in mostra fecero parte, per esempio Corrente, cui aderirono Guttuso, Birolli e Morlotti, e il Fronte Nuovo delle Arti. Le tensioni sociali infatti, come spesso accade, fecero da propulsore per lo sviluppo artistico e culturale del Paese. L'arte è stato uno strumento per esorcizzare gli spettri durante gli anni più duri per il nostro Paese e poi uno strumento di catarsi per il superamento del trauma bellico. L'arte negli anni '40 diede anche una grande spinta alla ricostruzione culturale del Paese su basi di rinnovata consapevolezza, nate dall'aver elaborato e metabolizzato gli eventi storici. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Leonor Fini - Regina Tarocchi contemporanei
Allegorie e simboli visti dagli artisti


termina il 21 dicembre 2017
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Mostra a cura di Massimo Premuda con la collaborazione di Denis Volk sui classici tarocchi interpretati da diversi artisti moderni e contemporanei che, attraverso lo studio degli arcani maggiori, hanno affrontato temi esoterici e politici, amorosi e grafici, storici e letterari, di costume e infine magici. In mostra i tarocchi e le carte da gioco di quattro artisti moderni, le triestine Maria Lupieri e Leonor Fini e gli sloveni Hinko Smrekar e Boris Kobe, affiancati ai contemporanei Ugo Pierri, Alessandra Spigai e al croato Damir Stojnic.

Lo straordinario interesse sviluppato intorno ai tarocchi ha spinto, in tutto il Novecento, numerosi artisti, italiani e internazionali, a reinterpretare queste misteriose figure, da Franco Gentilini a Renato Guttuso, da Emanuele Luzzati a Dario Fo, da Salvador Dalí fino a Niki de Saint Phalle, autrice del fantastico "Giardino dei Tarocchi" costruito in Toscana; ma l'interesse per queste enigmatiche carte è ancora molto vivo soprattutto in città, infatti in una recente intervista pubblicata su Il Piccolo, Stefano Crechici, presidente della storica azienda triestina delle carte da gioco Modiano, a proposito di un importante cliente, un grosso editore americano di tarocchi e carte speciali, afferma che: "Oggi possiamo dire che gran parte dei tarocchi nel mondo sono made in Trieste. In questo caso sono carte "artistiche" che cambiano in ogni edizione."

La mostra intende essere dunque un omaggio tutto triestino al fortunato e magico mondo dei mazzi di carte e degli arcani maggiori, e non a caso si apre proprio con i lavori originali di due grandi interpreti del Novecento triestino, Leonor Fini (Buenos Aires, 1907 - Parigi, 1996) e Maria Lupieri (Trieste, 1901 - Roma, 1961), che si sono divertite a ridisegnare e dipingere diversi mazzi di carte da gioco e tarocchi, usati personalmente per intrattenere amici, artisti e galleristi, come nel caso della Lupieri, o che sono state pubblicate e commercializzate con successo, come nel caso delle carte da poker della Fini stampate una prima volta nel 1950 dalle edizioni parigine Acanthe, e ristampate nel 1992 dalla galleria Dionne.

In mostra anche due ristampe dei tarocchi degli artisti sloveni del secolo scorso, Hinko Smrekar (Ljubljana, 1883-1942) e Boris Kobe (Ljubljana, 1905-1981), che, con sorprendente attualità, hanno trattato temi politici e storici a loro contemporanei, come l'immaginario panslavico e le relative idee nazionali, o l'olocausto, venendo addirittura proibiti i primi nel 1916, a 6 anni dalla stampa. E poi ancora ci saranno diverse declinazioni contemporanee sul tema: gli acquerelli del grande Ugo Pierri, veterano dei tarocchi, che ne ha realizzate diverse serie e che presenta 22 opere su carta legate al racconto iniziatico Via Canova n.26 (racconto con tarocchi), le microinstallazioni con vecchi caratteri tipografici in legno di Alessandra Spigai che ribadiscono il peso concreto della parola incisa e stampata, evocando tutto il potere della formula magica, e infine gli esoterici quaderni ad acquerello del croato Damir Stojnic che, con sapienti velature e trasparenze, fanno emergere dall'universo onirico figure archetipiche mescolando e sovrapponendo i campi della percezione e i piani dell'inconscio.

L'esposizione si aprirà con una durational performance di Nina Alexopoulou dal titolo Arcane exchanges, in cui la performer greca interagirà con il pubblico durante l'inaugurazione della mostra, e si chiuderà con una conferenza dal titolo Maria Lupieri e il "circo dei tarocchi": tra arte e letteratura, a cura di Roberto Benedetti, studioso dell'artista triestina, di cui analizzerà le personali elaborazioni dei tarocchi fino al rapporto fra il suo immaginario e quello di Italo Calvino. Durante tutto il corso dell'esposizione verranno inoltre organizzate settimanalmente visite guidate con la storica dell'arte Sara Veglia, e diverse Tarot Chats - leggere le arti visive con i tarocchi, serie di incontri, sempre con Nina Alexopoulou, per analizzare le opere in mostra attraverso la lettura degli arcani maggiori. La mostra è resa possibile grazie ai prestiti degli eredi Fulvia, Sergio e Ugo Lupieri, e dei collezionisti Michela Messina, Simone Volpato e Denis Volk, e grazie all'aiuto di Roberto Benedetti. (Comunicato stampa)




Andrea Dami: Pistoia 1980
termina lo 09 dicembre 2017
Lo Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

Foto in bianco e nero che sono una testimonianza, una finestra aperta sul passato che ci permette di "leggere" la città, anche se solo attraverso momenti di vita sociale fermati dall'occhio nella scenografia che caratterizza la città di Pistoia, fatta di strade, di mura, di monumenti, ma anche di persone che fanno la spesa al mercato, partecipano a feste, o lavorano... insomma immagini aperte soprattutto a riflessioni antropologiche. Non è una visione nostalgica "di un tempo che fu", dettata dal ricordo della giovane età, che come un paravento nasconde le vicissitudini quotidiane, o permette di vedere solo quello che si vuol vedere.La città scorre in silenzio nelle fotografie che ci danno lo spiazzamento di un anacronismo, utile a distanziarsi dal presente e guardare con il distacco necessario la contemporaneità.

«Un'operazione non facile - ricorda Alberto Vivarelli - ma le foto di Dami non hanno necessità di essere spiegate perché hanno un'anima, le guardi e ti trovi proiettato in quegli anni, in quegli eventi». Sensazioni forti, emozioni che Andrea fotografo ci trasmette con leggerezza. Le foto in mostra sono raccolte nel volume Pistoia 1980 edito da Settegiorni Editore. Andrea Dami, artista pistoiese, conosciuto per le sue sculture sonore, è nell'Airf Toscana, ha collaborato con quotidiani e continua a collaborare con testate di giornali digitali (on-line). Ha realizzato libri e come come scultore ha partecipato e partecipa a mostre personali e collettive. Inoltre ha organizzato eventi e realizzato video. (Comunicato stampa)




Opera dalla rassegna La poesia nell'arte al Castello Beccadelli di Marineo La poesia nell'arte - opera dalla locandina della mostra La poesia nell'arte
termina il 30 novembre 2017
Castello Beccadelli - Marineo (Palermo)

Mostra collettiva degli artisti che hanno onorato, donando una propria opera, il 43° premio internazionale di poesia Città di Marineo: Antonella Affronti, Nino Bruno, Elio Corrao, Pina D'Agostino, Antonio Liberto e Tiziana Viola-Massa, hanno scelto per questa loro mostra collettiva: La poesia nell'arte. La "Poesia nell'arte" non vuole essere un componimento poetico "trascritto" nell'opera ma, al contrario, è l'opera che ispirerà in questo caso il componimento poetico. Si tratta di un progetto culturalmente interessante in quanto darà possibilità ai poeti di offrire spunti creativi per le loro liriche. Ognuno di loro ha scelto quattro opere nelle quali ritroviamo il senso più profondo della poesia. Antonella Affronti dedica la sua poetica sia al corpo che alla natura e ai suoi aspetti straordinari.

Nino Bruno affronta la mostra ponendo in risalto il suo amore sostanzialmente per la natura e per il bosco. Antonio Liberto, trasferisce nelle sue tele quell'aspetto, ora terribile e desolante degli incendi estivi, ora straordinario delle albe mattutine dei nostri mari. Tiziana Viola-Massa. I suoi dipinti sono angeli, lavoratori, maternità, opere di forte impatto sociale. Elio Corrao anch'egli affronta il nudo femminile, ma in questo caso è il nudo della ribellione, dell'andare oltre in piena libertà. Fuori dagli schemi. Anche nel caso della pittura di Pina D'Agostino la sua poetica permea i suoi lavori in misura totale. Drammatica come nel caso del ciclo dedicato a Les fleur du mal di cui espone in questa mostra alcuni lavori. (Comunicato stampa)




Opera di Luciano Tumiet in mostra alla Galleria Incorniciarte di Verona Luciano Tumiet
termina lo 02 dicembre 2017
Galleria Incorniciarte - Verona
www.incorniciarte.it

Luciano Tumiet, artista di Isola della Scala, presenta la sua terza mostra a Incorniciarte. Personalità artistica ricca e multiforme, Tumiet modella con grande padronanza colori e segni espressivi e riesce a impreziosire le proprie opere con levità ed eleganza: il suo linguaggio del colore è un enigma che suggestiona e affascina. (Comunicato stampa)




Immagine opera di Diego Valentinuzzi nella locandina della mostra Il racconto del sogno alla Galleria Il Salone dell'Arte a Trieste Diego Valentinuzzi
"Il racconto del sogno"


11-30 novembre 2017
Galleria "Il Salone dell'Arte" - Trieste

Personale dell'artista monfalconese, presentata dal critico d'arte Cristina Feresin che così scrive in un suo testo dell'artista: «Valentinuzzi auspica un progresso mediato dalla saggezza della tradizione, purtroppo non sempre attuabile, attraverso immagini iconograficamente distanti, originate in contesti completamente diversi, a volte opposti, che si incontrano nelle sue tele, in un continuo accostamento che diventa condizione essenziale, imprescindibile per qualsiasi riflessione sul suo lavoro. Il dualismo etico ed estetico di Valentinuzzi è audace, arguto, pervaso da una sottile ironia nella volontà di affiancare simboli riconosciuti e riconoscibili del passato e del presente con tale disinvoltura da creare un proprio lessico definito e immediatamente identificabile. In alcuni frangenti, all'osservatore può capitare di cercare una logica e una collocazione razionale a tutti gli elementi che Valentinuzzi predispone, individuare un significato e dare un ordine preciso a forma e contenuto.

Ma se ci si abbandona liberamente, si varca quella soglia che delimita il confine tra il visibile e quello che non lo è, e si va, in qualche modo, oltre la realtà conosciuta, la prospettiva cambia, ed inizia il viaggio Valentinuzzi auspica un progresso mediato dalla saggezza della tradizione, purtroppo non sempre attuabile, attraverso immagini iconograficamente distanti, originate in contesti completamente diversi, a volte opposti, che si incontrano nelle sue tele, in un continuo accostamento che diventa condizione essenziale, imprescindibile per qualsiasi riflessione sul suo lavoro. Il dualismo etico ed estetico di Valentinuzzi è audace, arguto, pervaso da una sottile ironia nella volontà di affiancare simboli riconosciuti e riconoscibili del passato e del presente con tale disinvoltura da creare un proprio lessico definito e immediatamente identificabile. In alcuni frangenti, all'osservatore può capitare di cercare una logica e una collocazione razionale a tutti gli elementi che Valentinuzzi predispone, individuare un significato e dare un ordine preciso a forma e contenuto.»




Norman Bluhm - Ingot - olio su tela 63x92cm. 1960 - Courtesy Galleria Open Art Prato James Brooks - Quod - olio su tela 122x170cm. 1961 - Courtesy Galleria Open Art, Prato Made in America. Le mille luci di New York
18 novembre 2017 (inaugurazione ore 18.00) - 27 gennaio 2018
Galleria Open Art - Prato

L'esposizione, curata da Mauro Stefanini, ruota attorno alla personalità di Martha Jackson che, con la sua galleria di New York ha scritto un importante capitolo della storia dell'arte contemporanea statunitense, in particolare quella dell'Espressionismo Astratto. La rassegna propone infatti 30 opere di autori quali Paul Jenkins, Sam Francis, James Brooks, Norman Bluhm, Fritz Bultman e Michael Goldberg, di altri esponenti dell'Espressionismo Astratto americano, quali John Ferren, John Grillo e Conrad Marca-Relli e di Beverly Pepper, una delle più riconosciute protagoniste, insieme a Louise Nevelson, della scultura contemporanea americana al femminile. Made in America condurrà il visitatore nel clima elettrizzante di New York, nella metà del secolo scorso. E' qui che giungono gli artisti, da Moholy-Nagy a Gropius, da Josef Albers a Piet Mondrian, in fuga dai totalitarismi che si svilupparono in Europa a partire dagli anni Trenta.

La Nuova Frontiera indicata dall'epocale mostra dell'Armory Show nel 1913, già attraversata da Marcel Duchamp e da Salvador Dalì, ora si presenta come il grande teatro nel quale le esperienze del modernismo artistico possono trovare attenzione e risonanza mondiale. Nel 1942 Peggy Guggenheim apre la galleria-museo Art of This Century; Leo Krausz (Leo Castelli), dopo le collaborazioni parigine a fianco di René Drouin, è impegnato nella ricerca dei giovani talenti che si affollano nella "Grande mela" e, nel 1957, apre la sua galleria. La "scuola di New York" sta sbocciando tumultuosa sul finire degli anni quaranta, accomunando i cultori del segno e del gesto pittorico - gli action painters - e coloro che invece prediligono le larghe campiture di colore - i color field painters.

Nel 1950, gli irascibili - come spregiativamente li chiama l'Herald Tribune - contestano vivacemente il progetto di mostra presentato dal Metropolitan Museum. Tra di essi, assieme a Barnett Newman, ci sono Jackson Pollock, Willem De Kooning, Mark Rothko, James Brooks, Robert Motherwell, Franz Kline, Conrad Marca-Relli, Clifford Still, Arshile Gorky: il cuore di quell'Espressionismo Astratto che sta ricercando un equilibrio originale tra vigore del segno e "sublime", tra astrazione e visione interiore. E nel 1953 Martha Jackson, originaria di Buffalo, apre a New York la sua galleria che, in un decennio, raccoglierà attorno a sé artisti di prim'ordine: da Jim Dine a Sam Francis, da Adolph Gottlieb a Willem De Kooning, da Claes Oldenburg a Christo, da Paul Jenkins a Norman Bluhm, da James Brooks a Hans Hofmann. Se, come lei stessa afferma, "il ruolo di un gallerista è quello di fare da mediatore tra l'artista e la società", non sorprende la sua attenzione nei confronti di una delle esperienze artistiche più radicali e irriverenti come quella nei confronti del gruppo giapponese Gutai. Accompagna la mostra un catalogo bilingue edito da Carlo Cambi Editore, con testi di Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Centrale termoelettrica di piazza Trento - Antonio Paoletti - anni Venti - Archivio storico fotografico Aem Fontane installate da Aem in occasione della VII Triennale - Antonio Paoletti - 1940 Archivio storico fotografico Aem Centrale Aem piazza Trento - sala macchine - Antonio Paoletti - anni Venti - Archivio storico fotografico Aem Ieri e oggi Milano in fotografia. La città e l'elettricità
16-17-18 novembre 2017
www.fondazioneaem.it

L'Archivio Storico fotografico AEM apre eccezionalmente al pubblico dal 16 al 18 novembre con visite guidate previste tutti i giorni, ogni ora, dalle 10 alle 17. In questa occasione è possibile visitare su prenotazione gli Archivi, prima della temporanea chiusura dei locali per restyling, e ammirare il vasto repertorio fotografico compreso negli oltre 180.000 documenti conservati presso l'ex centrale di piazza Trento. Le tre giornate di apertura straordinaria si inseriscono nel programma di eventi della XVI Settimana della Cultura d'impresa, appuntamento annuale dedicato alla valorizzazione degli archivi e del patrimonio culturale degli associati Museimpresa.

L'Archivio, dichiarato patrimonio di interesse storico-culturale dalla Soprintendenza archivistica per la Lombardia, illustra a partire dall'inizio del '900 fino ai giorni nostri la nascita e lo sviluppo dell'azienda elettrica municipalizzata, i cambiamenti storico-economici e politici della città di Milano, oltre alle sue trasformazioni sociali e le evoluzioni della rete di centrali collocate nel territorio lombardo. Suddiviso in vari fondi è il frutto di un lavoro pionieristico iniziato dall'impresa nel 1988 e terminato nel 1995 volto al recupero, al restauro e all'inventariazione. Si è progressivamente composto grazie all'opera di numerosi fotografi che hanno collaborato con l'Azienda Elettrica Municipale; dal fascismo ai primi anni Cinquanta, autori del calibro di Antonio Paoletti, Vincenzo Aragozzini e Guglielmo Chiolini hanno dato vita, con i loro servizi fotografici, a un diario serrato di immagini che racconta la progressiva modernizzazione elettrica di Milano e la costruzione dei grandi impianti in Valtellina.

Nel Dopoguerra, attraverso l'house organ aziendale «il Chilowattora» (1952), ha inizio una nuova stagione iconografica che aggiunge alle immagini delle nuove opere industriali, momenti di vita quotidiana come feste aziendali, il dopolavoro, le colonie estive per i figli dei dipendenti, testimonianza di uno spaccato sociale che arriva fino agli anni '70. Il decennio successivo vede il recupero della memoria dell'impresa attraverso la pubblicazione di numerosi volumi storici e, contemporaneamente, la promozione di numerose campagne a cura di grandi fotografi, costituendo la base dell'attuale archivio contemporaneo. Arricchito costantemente negli anni seguenti, è oggi composto da oltre 2.400 documenti fotografici, fra cui si ricordano gli scatti di Giampietro Agostini, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Luigi Bussolati, Gianni Comunale, Mario De Biasi, Luigi Ghirri, Tancredi Mangano, Joel Meyerowizt, Martin Parr, Francesco Radino e molti altri.

Opere di estremo valore, visioni di una Milano di altri tempi, con avveniristiche illuminazioni, imponenti fontane un tempo collocate in piazza Duomo, cascate che scendono dai terrazzi del Palazzo dell'Arte realizzate per la VII Triennale, ciminiere e grandi vasche fumanti di piazza Trento oggi scomparse, per arrivare, ai giorni nostri, alla campagna del 2016 realizzata da Francesco Radino, che, testimonianza della contemporaneità, documenta edifici simbolo di AEM, oltre a nuove architetture del Gruppo A2A collocate su tutto il territorio italiano. L'Archivio presenta tre livelli di consultazione: la versione cartacea con album storici e lastre, positivi e negativi originali delle varie epoche, l'armadio automatico di consultazione Kardex, che raccoglie le immagini suddivise per tema, e la versione digitale del repertorio iconografico.

Grazie alle numerose iniziative di tutela e valorizzazione del patrimonio industriale di AEM l'Archivio ha da anni assunto il ruolo di cantiere culturale, con un approccio multidisciplinare capace di dialogare tra i patrimoni conservati e i diversi archivi regionali. Durante la visita inaugurale, giovedì 16 novembre alle ore 10, intervengono: Francesco Radino fotografo di fama internazionale, Luisa Toeschi consigliere di amministrazione di Fondazione AEM, Fabrizio Trisoglio responsabile scientifico di Fondazione AEM, per mostrare il fil rouge che unisce i fondi fotografici dell'impresa e la città di Milano.

L'ex centrale di piazza Trento, attuale sede dell'Archivio AEM, assume un profondo significato sia per quanto concerne il profilo storico, come edificio, sia per il legame indissolubile creato nel tempo fra l'azienda e la sua eredità culturale. La sua nascita risale al 1903, quando il comune deliberò di costruire una centrale termoelettrica e di affidarne poi la gestione a una municipalizzata. Nell'impianto era prevista anche una ricevitrice destinata a trasformare in futuro l'energia ad alta tensione di provenienza idroelettrica. Dopo l'avvio nel 1910 della centrale di Grosotto in Valtellina e la costituzione ufficiale di AEM, la sede di piazza Trento operò soprattutto con la funzione di ricevitrice delle linee ad alta tensione, mentre l'impianto termoelettrico veniva acceso solo a fronte di cali della produzione idroelettrica. Nell'area antistante vennero costruite grandi vasche di raffreddamento, le più grandi d'Europa, per riportare il vapore allo stato liquido e consentire il riutilizzo dell'acqua.

Di forte impatto visivo, questo luogo fu profondamente ammirato dall'artista Umberto Boccioni, che dal balcone del primo piano di via Adige 23, gettò lo sguardo verso uno dei luoghi simbolo della città moderna, la centrale elettrica municipale, inserendola in celebri opere da lui realizzate, fra cui si ricordano La strada entra nella casa, Materia e Officine a Porta Romana, dove è protagonista assoluta. Bombardata nel corso della seconda guerra mondiale e ricostruita in tempi molto rapidi, nel secondo dopoguerra la centrale tornò indispensabile per fronteggiare l'incremento dei consumi e fu sottoposta a intensi lavori di ammodernamento. Nel 1949 fu il primo impianto termoelettrico europeo alimentato a metano. Dismessa nel 1953 in quanto non più competitiva, da allora ad oggi ha assunto il ruolo di sottostazione cittadina, oltreché accogliere uffici dell'azienda. Con la nascita nel 2007 della Fondazione AEM, alcuni locali divennero la naturale destinazione degli archivi, oltre ad ospitare una collezione di oggetti legati alla storia del gas, come la targa del gasometro Cutler della Bovisa del 1907; AEM nel 1981 assunse infatti anche il servizio gas diventando un'impresa multiservizi e ereditando parte di questo ingente patrimonio storico. (Estratto da comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Arturo Tosi - Tre alberi con casolare - olio su cartone cm.70x90 anni '30 © Frauke Stenz Tosi e Sironi: due maestri, due amici
termina il 20 gennaio 2018
Galleria VS Arte - Milano
www.vsarte.it

L'esposizione presenta un corpus di lavori dei due grandi artisti fra cui opere pittoriche, acquerelli, carte, inchiostri e illustrazioni. La rassegna, a cura di Elena Pontiggia, la prima dopo vari anni che Milano dedica ad Arturo Tosi, comprende alcune opere fondamentali del percorso dell'artista, provenienti dalla Associazione Arturo Tosi di Rovetta e da collezioni private. Affianca l'opera di Tosi quella di Sironi, amico e compagno di strada del pittore varesino, con cui condivise l'esperienza del Novecento Italiano. Di Sironi sono esposte tra l'altro una serie di carte e inchiostri, che vanno dalle famose tavole per la rivista di trincea "Il Montello", dipinte al fronte nel 1918, alle illustrazioni per "Il Popolo d'Italia" del 1920-21, fino alle maestose figure degli anni venti. Accompagna la mostra un catalogo con un testo di Elena Pontiggia. Nel corso della rassegna verrà presentato il libro "Arturo Tosi e il Novecento. Lettere dall'archivio di Rovetta", a cura di Elena Pontiggia, che pubblica importanti documenti inediti su Tosi e sugli artisti e intellettuali che lo hanno frequentato.

Arturo Tosi (Busto Arsizio, 1871 - Milano, 1956) è stato uno dei protagonisti della pittura italiana del Novecento. Dopo aver attraversato, durante la giovinezza, una stagione caratterizzata da una originale componente segnica e materica che lui stesso definiva "periodo alcoolico", aderisce al Novecento Italiano, fondato nel 1922 da Sironi, Funi e altri artisti, riuniti intorno al critico Margherita Sarfatti. La sua pennellata fluida e pastosa si riallaccia a una scuola pittorica che dal Fontanesi e dal Piccio giunge alla Scapigliatura e a Gola, mentre con il gruppo sarfattiano condivide il senso della sintesi e di una salda struttura architettonica, nel suo caso mutuata da Cézanne. Nel 1931 vince il Premio di Pittura alla Quadriennale di Roma. Di lui si interessano i maggiori critici, da Waldemar George (che nel 1933 pubblica a Parigi una sua importante monografia) ad Argan, da Carrieri a Savinio.

Mario Sironi (Sassari, 1885 - Milano, 1961), nel 1886 si trasferisce con la famiglia a Roma. Nel 1898 gli muore il padre. Intorno al 1903-4 frequenta Balla, diventando amico di Boccioni, Severini e altri. Nel 1913 aderisce in seguito al futurismo. Allo scoppio della guerra combatte al fronte. Nel 1919 si trasferisce a Milano e dipinge i primi paesaggi urbani: forme potenti e sintetiche, di ispirazione classica, segnate però da una drammaticità moderna. Si avvicina intanto al fascismo. Nel 1922 è tra i fondatori del Novecento Italiano, intorno a Margherita Sarfatti. Negli anni Trenta Sironi si concentra soprattutto sulla grande pittura murale, eseguendo numerose opere monumentali. Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò e il 25 aprile si salva dall'essere fucilato grazie all'intervento di Gianni Rodari.

VS Arte nasce nel 2017 dalla passione per l'arte e il collezionismo dei due fondatori, Vincenzo Panza e Samantha Ceccardi. Vincenzo Panza, vanta una trentennale esperienza nel management di aziende multinazionali e Samantha Ceccardi è attiva da oltre vent'anni nell'organizzazione di eventi e grandi manifestazioni. VS Arte è una nuova realtà che unisce arte e dinamiche dell'economia in uno spazio unico, quello di Appiani Arte per Immagini, il cui prestigio è legato al nome del noto gallerista e mecenate Alfredo Paglione, la cui galleria è stata il punto di riferimento per tutti i più grandi artisti del panorama nazionale e internazionale del '900.

Ha ospitato maestri affermati tra cui Guttuso, Sassu, Manzù, Fontana, De Chirico e grandi figure dell'arte internazionale come Picasso, Rauschenberg, Grosz, Gropper e Levin. I suoi spazi sono stati un cenacolo dinamico e fertile per letterati, musicisti e intellettuali di grande spessore, tra cui Raffaele Carrieri, Carlo Levi, Dino Buzzati, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Mario Luzi e Giuseppe Ungaretti. Un'osmosi, quella creatasi in questo luogo, tra arte e poesia che ha dato vita a una atmosfera rara, fruttuosa e creativa che VS Arte intende proseguire, coadiuvata da Alfredo Paglione, attraverso esposizioni ed eventi di grande richiamo sia per far emergere nuovi artisti che per dare lustro alle opere dei grandi maestri. Al centro delle attività di VS Arte emergono la tutela, la gestione e la valorizzazione di opere d'arte, la promozione e la diffusione dell'arte contemporanea e il suo sviluppo in Italia e all'estero. (Comunicato Ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Enzo Bersezio per la mostra Intorno ai numeri primi allo Studio Arte Fuori Centro di Roma Enzo Bersezio: "Intorno ai numeri primi"
termina lo 01 dicembre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Quarto appuntamento di Spazio Aperto 2017 ciclo di quattro mostre in cui l'associazione culturale Fuori Centro invita gallerie e critici a segnalare ambiti di ricerca in cui delineare i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nelle multiformi esperienze legate alla sperimentazione. Mostra a cura di Marcello Corazzini con testo critico di Enrico S. Laterza.

«Per presentare il progetto, desidero partire dalla definizione di "numero primo" e di "mantra": Un numero primo è un numero naturale maggiore di 1, divisibile solo per 1 e per se stesso. I numeri primi sono importanti perché sono alla base della struttura moltiplicativa dei numeri naturali. I numeri primi hanno da sempre affascinato ricercatori e matematici per la loro peculiarità. Sono numeri solitari, non si conosce ancora se la loro distribuzione tra tutti gli altri sia casuale oppure se la loro distribuzione segua una qualche legge ancora sconosciuta, senza di loro non esisterebbero gli altri, sono infiniti. Mantra (devanagari) è un sostantivo maschile sanscrito che indica, nel suo significato proprio, il "veicolo o strumento del pensiero o del pensare", ovvero una "espressione sacra" e corrisponde ad un verso del Veda, ad una formula sacra indirizzata ad un deva, ad una formula mistica o magica, ad una preghiera, ad un canto sacro o a una pratica meditativa e religiosa.

Ciò che Enzo Bersezio ha voluto qui realizzare è l'espressione di un legame intimo tra la meditazione delle pratiche tantriche e la solitudine di un pensiero matematico e schematico, intimo, necessario per la costruzione e la crescita di una coscienza spirituale meditativa. Le opere presentate, prendono lo spunto dalla "ruota della preghiera", strumento di preghiera buddista, esclusivamente tibetano, per la crescita spirituale e la guarigione, e che porta sempre l'iscrizione mistica Om Mani Padme Hung. Enzo Bersezio ha trascritto in lingue diverse una moltitudine di "numeri primi", comprendendo anche il numero dell'anno "2017", numero primo esso stesso. E' una pratica, la sua, consolidata negli anni: fin dai '70 le sue "stratificazioni di carta" contemplavano duplicazioni numeriche e testuali relative al trascorrere del tempo, alla sua pratica manuale, al suo fare "arte"». (Marcello Corazzini - CSA Farm Gallery Torino)




Bruno Munari: "The game is on!"
termina il 21 dicembre 2017
MAAB Gallery - Milano

Bruno Munari (Milano, 1907-1998) è stato uno dei protagonisti internazionali del rinnovamento della cultura visiva e materiale del XX Secolo. Il suo percorso artistico è poliedrico e seminale non solo nella varietà dei suoi riferimenti al mondo dell'arte e della cultura, ma perché è stato precocemente in grado di legare la scultura e l'industrial design, la pittura e il cinema, l'animazione e l'attività editoriale, la grafica e la didattica. Un costante rimando alla libertà creativa e un uso sottile quanto spregiudicato dell'ironia ne fanno tutt'oggi una figura di riferimento per le giovani generazioni, oltre che per l'estensione del piano culturale che egli promosse comprendendo esperienze artistiche extra-europee come quelle dell'Estremo Oriente.

MAAB Gallery ripercorre la ricerca di Bruno Munari con una mostra a cura di Gianluca Ranzi che inquadra la sua sperimentazione a tutto tondo nel desiderio di opporsi a ogni forma grande e piccola di dogmatismo culturale, di rigidità mentale, di fondamentalismo intellettuale, di stanzialità. Con Munari invece l´arte contemporanea afferma un valore positivo: la coesistenza delle differenze, e l'artista diviene colui che si muove su crinali volutamente incerti, in una zona dai confini sovrapposti e spesso mutevoli. In mostra i collages chiamati semplicemente Astratti (realizzati dagli anni Cinquanta ai Settanta), che mentre ammiccano alle composizioni di forme e di colori fondamentali delle Avanguardie Storiche come De Stijl e il Suprematismo, di fatto ricalibrano pesi e temperature cromatiche, pieni e vuoti, sul filo di una delicata ironia e di una contrappuntistica musicale che ne fa emergere armonie e dissonanze.

Il movimento, fisicamente presente già nelle sue opere tardo futuriste del 1930, diviene non solo una caratteristica cinetica dell'opera ma un vero e proprio metodo operativo. E' così che il movimento delle Macchine Inutili rende aerea la scultura, moltiplicandone i punti di vista, ma allo stesso tempo sollecita nell'osservatore una visione mobile, permeata di cambiamento e di continua rimodulazione percettiva. Lo stesso avviene nei Negativi-Positivi degli anni Cinquanta o nella Curva di Peano: il fruitore è risvegliato nei sensi dal torpore di chi semplicemente assiste ed è libero di scegliere quale forma assumere come fondamentale. Come nella poesia anche nell'opera di Munari le pause e gli spazi vuoti contano alla pari degli spazi pieni, tanto che le ombre assumono uguale importanza della luce.

Le Sculture da viaggio (dal 1958) si piegano e si ripongono in valigia, si rimontano in viaggio e cambiano il loro aspetto a seconda della persona che vi interagisce, mentre la Sedia per visite brevissime (progettata nel 1945 e realizzata da Zanotta nel 1991) rilegge con ironia il mito della funzionalità e della praticità ad ogni costo ricercata dal design. Inafferrabile alle facili classificazioni i suoi Negativi-Positivi non sono sovrapponibili alle esperienze ottico-cinetiche, così come le sue Macchine inutili non hanno a che fare con i Mobile di Calder. L'ironia che Bruno Munari è riuscito a infondere in essi fonda un territorio nuovo e fertilissimo per cui Munari non ridicolizza mai, non ribalta una posizione a suo favore, ma entra dolcemente e con rispetto nell'orbita dell'altro e con calore e partecipazione vi inserisce una nuova prospettiva, rendendolo sempre più consapevole di se stesso. (Comunicato stampa)

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Bruno Munari (Milan 1907-1998) was one of the international leaders of the renewal of the visual and material culture of the 20th century. His artistic path was versatile and seminal, not only for the variety of his references to the world of art and culture, but also because he was able early on to link together sculpture, industrial design, painting, cinema, animation, publishing, graphic design, and teaching. Still today his constant references to the creative freedom and a subtle yet unbridled irony have made him a reference point for the younger generations, also as a result of the wide-ranging cultural plan that he promoted which included such extra-European art experiences as those of the Far East. The MAAB Gallery is giving an overview of Bruno Munari's research with a show, curated by Gianluca Ranzi, that focuses of the whole of his experiments and their aim of opposing any form of mental rigidity, intellectual fundamentalism, and immobility. With Munari, instead, contemporary art affirmed a positive value, that of the coexistence of differences.

And so the artist could venture among purposely uncertain terrains, in an area with superimposed and often mutable boundaries. In the show arecollages that are simply titled Astratti (made from the 1950s to the 1970s) which, while they give a side-glance to the fundamental forms and colours of the compositions of such historical avant-garde movements as De Stijl and Suprematism, in fact recalibrate chromatic weights and temperatures, solids and voids, with delicate irony and a musical counterpoint that allow the emergence of harmonies and dissonances. Movement, already physically present in his late Futurist works of 1930, became not just a kinetic characteristic of the work, but a genuine operative method.

And so the movement of the Macchine Inutili works makes the sculptures airy and multiplies possible viewpoints of them while, at the same time, arouses in the viewers a mobile vision, one permeated by changes and continuous perceptive remodelling. The same thing happens with the Negativi-Positivi works from the 1950s or with Curva di Peano: the viewers are awakened from the torpor of those who simply stand by and look, and are free to choose which form they take to be fundamental. As in his poetry, in the art of Munari too the pauses and empty spaces have the same value as the solid areas, so much so that the shadows have the same importance as the light.

The sculptures Sculture da viaggio (1958 onwards) can be folded and placed in a suitcase; they can be reassembled after a journey, and they change their look according to whoever interacts with them. The Sedia per visite brevissime (designed in 1945 and made by Zanotta in 1991) ironically reread design's myth of functionality and of practicality at all costs. His Negativi-Positivi, which elude easy classification, cannot be compared to Optical/Kinetic art, nor do his Macchine inutili have anything in common with Calder's Mobiles. The irony that Munari managed to instil in them offered him a new and fertile territory, one which he never ridiculed, never overturned in his own favour; instead, he delicately and respectfully entered into the orbit of the others and, with zest and a sense of participation, inserted a new perspective to make that orbit more aware of itself. (Press release)




Hao Wang - Il poeta - olio su tela 36×32cm 2017 Hao Wang - Una riunione nella foresta - olio su tela 50×60cm 2017 Hao Wang: Favole
termina lo 09 gennaio 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Hao Wang (Shandong, 1989), per la sua prima personale assoluta in Italia, presenta circa trenta lavori realizzati ad olio su tela. I dipinti, eseguiti tutti nell'arco degli ultimi due anni, rappresentano un'umanità indefinita, delineata con tocchi di colore veloce che evita la descrizione dei dettagli, colta in momenti di vita comune nei parchi. L'artista, che ama concedersi lunghe passeggiate nei giardini milanesi, ha osservato persone sedute sotto gli alberi, in piedi mentre giocavano o intente a osservare le acque di uno stagno, e ha creato nelle sue immagini delle "silouhette" senza sesso nè identità. Da qui, anche per problemi di comunicazione a causa della lingua e per la conseguente incomprensione di ciò che le persone dicevano, immagina delle storie che riflettono la sua stessa persona, chiedendosi chi lui sia, da dove venga e dove stia andando. Questa realtà che lui dipinge si ricollega ai "chengyu" (locuzioni idiomatiche cinesi), andando così ad unire oriente e occidente nella creazione di una propria favola che possa far riflettere sul mondo nel quale viviamo. (Comunicato stampa)




Opera di Walter Puppo Walter Puppo: "Cellule"
termina il 23 novembre 2017
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

L'artista presenta una selezione degli ultimi lavori che indagano il tema della Cellula attraverso quadri, installazioni e sculture; una dimensione visiva volta ad evidenziare un percorso di ricerca e sperimentazione che ha portato Walter Puppo, da molti anni, a lavorare sull'idea e l'iconografia della Cellula. Inoltre disponibile in galleria il catalogo con un testo introduttivo a cura di Sonia Zampini. Walter Puppo si diploma all'Accademia di Belle Arti a Firenze nel 1984, inizia sin dal 1983 ad esporre nelle gallerie fiorentine, tra le quali ricordiamo L'Indiano di Paolo Marini. Nel 1991 vengono presentate (a cura di G. Semeraro), le prime Cellule al Museo L. Pecci di Prato, in questa occasione un'opera viene selezionata da A. Barzel e acquisita per la Collezione Permanente del Museo; successivamente, nel 1998, l'opera sarà pubblicata nel catalogo della Collezione del Museo a cura di B. Corà. Seguono numerose altre esposizioni a Firenze, sia presso la galleria Immaginaria e sia alla galleria La Corte.

Nel 2003 viene allestita una mostra personale dell'artista al Museo Marino Marini sempre a Firenze, a cura di S. Ragionieri e C. Sisi. Nel 2004 e 2005 le Cellule sono esposte in due importanti Musei di arte contemporanea in Sardegna: all'Ex-Ma di Cagliari e al Masedu di Sassari, con un progetto a cura di A. Sanna. Nel 2011 un grande lavoro viene donato dall'artista alla collezione d'arte di Casa Masaccio a San Giovanni Valdarno. Negli ultimi anni Walter Puppo ha allestito molte mostre personali in molte gallerie estere, in particolare a Parigi, Olanda, Belgio e Germania. Nel 2010 l'artista partecipa, su invito di S. Pezzato, alla mostra "Il grande rettile, finestre sull'arte contemporanea" svoltasi nelle sedi di Villa Mimbelli Livorno e Museo L.Pecci a Prato. Le sue opere sono state esposte in prestigiose aziende. Ventennale la collaborazione dell'artista con la galleria Immaginaria a Firenze, con la quale Walter Puppo ha presentato i suoi lavori anche nella sede berlinese della Immaginaria Art Gallery. (Comunicato stampa)




Elisa Sighicelli - Uno, trentasei e sei - fotografia stampata su raso 2017 Elisa Sighicelli: Doppio sogno
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

In occasione di Artissima e di Contemporary 2017, un nuovo progetto che mette in dialogo l'arte antica con quella contemporanea. La mostra - a cura di Clelia Arnaldi, conservatore del museo - si snoda in un percorso tra le sale del Barocco, per le quali l'artista Elisa Sighicelli ha concepito delle opere inedite e specifiche, ispirate all'architettura di Palazzo Madama. Al centro di questa ricerca, la relazione tra l'architettura e la luce. Attraverso il suo lavoro Elisa Sighicelli compie un'indagine intorno al linguaggio artistico e fotografico, alle modalità di rappresentazione e di percezione della realtà. Le finestre della Veranda juvarriana, affacciata sullo Scalone d'onore, diventano il soggetto di due grandi trittici e di alcune opere singole in un'esplorazione dell'idea di riflesso e trasparenza.

Al centro delle opere il vetro, elemento che con i suoi effetti ottici destabilizza e dissolve il soggetto degli scatti fotografici e al contempo fornisce all'artista un filtro attraverso il quale osservare l'architettura del Palazzo. La scelta accurata del supporto di stampa, un leggero tessuto serico, e la modalità di presentazione, che lascia liberi i teli di muoversi sulla parete accrescendo l'ambiguità tra il reale e il rappresentato, creano una tensione tra la fotografia come oggetto e l'immagine reale. Le fotografie sembrano così fluire, come specchi d'acqua increspati, suggerendo una visione onirica. Il trittico Riflettente trasparente esposto in Sala Quattro Stagioni presenta la finestra della Veranda Sud fotografata con la stessa inquadratura a diverse ore del giorno. La modulazione della luce, con il passaggio graduale nelle tre fotografie dai toni freddi a quelli caldi, indica lo scorrere del tempo e contribuisce a definire la profondità degli spazi.

Nel trittico Uno, trentasei e sei presentato in Camera di Madama Reale l'artista gioca con la nozione di scala e il rapporto tra le diverse dimensioni del soggetto fotografato. L'ingrandimento di un dettaglio a dimensioni monumentali suggerisce l'idea di ritrovare un universo in un particolare. Sighicelli ha inoltre approfondito la ricerca di una corrispondenza tra il soggetto della fotografia e il supporto su cui viene stampata realizzando due opere stampate direttamente su cartongesso nel Gabinetto Cinese e nella Camera Nuova. L'immagine rappresenta una porzione di parete della Veranda juvarriana ed è stampata su materiale edile. Nelle fotografie la geometria barocca della parete e delle decorazioni si sovrappone alla geometria delle ombre e dei colpi di sole prodotti dalla finestra. L'effetto luminoso risulta accentuato grazie al trattamento pittorico del supporto con pigmenti opalescenti.

Elisa Sighicelli (Torino, 1968) ha studiato arte a Londra dove ha risieduto per diciassette anni. Ha esposto con mostre personali alla Gagosian Gallery di Londra, Los Angeles, New York e Ginevra. A Londra ha esposto inoltre con MOT Interantional e Laure Genillard Gallery. In Italia con Giò Marconi a Milano e Guido Carbone a Torino. Ha avuto mostre personali in musei italiani e internazionali. (Comunicato stampa)




Maria Vittoria Backhaus | Ornella Tondini
L'Isola Calvaria - Due fotografe un'isola


termina il 26 novembre 2017
OCRA Officina Creativa dell'Abitare - Montalcino (Siena)
www.scuolapermanenteabitare.org

Esposte al pubblico, per la prima volta, due serie fotografiche realizzate nell'isola di Filicudi a quasi quarant'anni di distanza. Nel 1978 Ornella ha vissuto due anni filati a Filicudi nelle Eolie, dove ha fotografato l'isola e tutti i suoi abitanti, in posa, con il cavalletto, come meglio preferissero presentarsi. Sono state realizzati centinaia di scatti dai quali selezionate alcune decine di fotografie. Una parte di queste, stampate nel grande formato di 90x140cm, saranno allestite nel chiostro di quello che era il trecentesco complesso di Sant'Agostino, mentre una seconda serie, composta da ventiquattro riproduzioni in formato più piccolo, verrà esposta nel corridoio del convento. Le immagini sono accompagnate da una serie di testi che raccontano le Storie da loro stessi raccontate, "potenti, misteriose, ambigue e oltraggiose". Maria Vittoria a sua volta, non amando le solite immagini folcloristiche, dal 2014 al 2016 rifotografa 21 isolani, in una chiave ironica e fantastica che ci parla dell'isola e della loro condizione sociale. Raccolti in una sala a parte, i suoi ritratti - messi in scena in settings elaborati - coinvolgono lo spettatore in un gioco di riconoscimenti e somiglianze alla ricerca dei volti ritratti decenni prima.

Maria Vittoria Backhaus, fotografa professionista, ha iniziato come reporter per passare poi alla moda, allo still life, alle foto di interni. Lavora per molte pubblicazioni italiane e straniere. Ornella Tondini, storica d'arte, è stata redattrice de L'Autre Journal a Parigi, fotografa freelance per Sygma. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta dalla mostra Autunnali Alan Gattamorta: Autunnali
termina il 17 dicembre 2017
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.







Mostra Tre Artisti Madi Tre Artisti Madi
Reale F. Frangi - Vincenzo Mascia - Piergiorgio Zangara


termina il 23 dicembre 2017
Galleria Marelia - Bergamo
www.galleriamarelia.it

Frangi, Mascia e Zangara, tre artisti appartenenti allo storico Movimento Madi Internazionale, di cui la Galleria Marelia è rappresentante per l'Italia sin dal 2009, anno della sua fondazione, espongono una selezione di lavori recenti attraverso i quali si pongono la domanda che da sempre contrassegna la loro ricerca: come dare alla propria arte un fondamento universale? La risposta è nella geometria che con le sue leggi sancisce obiettività e codici visivi validi universalmente. Pur appartenendo a un movimento artistico che si fonda sul rispetto, per i membri stessi, di alcune regole fondamentali (la cui mancata comprensione e condivisione impedirebbe di essere parte di questo gruppo, ovvero: non esprimere, non rappresentare, non simboleggiare e dove non esprimere non significa non esprimersi ma evitare l'espressione della soggettività) gli artisti Madi operano in piena libertà.

Una libertà che permette a ognuno di sviluppare con indipendenza il proprio vocabolario comunicativo, di scegliere i materiali più adatti e i cromatismi che meglio si sintonizzano con la necessità di lavorare su campiture piatte, senza sfumature, né gradazioni, per essere netti e chirurgici, abolendo ogni tipo di ambiguità e sentimentalismo. Arte autonoma quindi, che si regge da sola, per le sue qualità formali, visive, compositive, strutturali e che non desidera intrusioni in campi che non siano la manifestazione di questi valori. Arte geometrica autoreferenziale e autosufficiente? Certamente, e lo si conferma a chiare lettere. Per queste ragioni e per il rischio evidente di innescare loop stanchi e ripetitivi, è necessario mantenere i vertici di freschezza e lucidità che contraddistinguono le opere in mostra. Osservare per credere. (Comunicato stampa)




Arrigo Lora Totino: "Poetica"
termina lo 08 dicembre 2017
Kanalidarte project gallery - Brescia
www.kanalidarte.com

Arrigo Lora Totino, artista, poeta, divulgatore delle avanguardie storiche a cominciare dal futurismo di cui curò una indispensabile antologia nel 1978. Scomparso lo scorso anno, è stato un pioniere della poesia sperimentale, ma ebbe un inizio dedicato alla pittura, prima figurativa, poi aniconica. L'artista e poeta ebbe sempre una particolare attenzione per il concretismo, per un'arte che crea nuovi significati a partire da segni lasciati liberi, da colori che non si prestano ad alcuna prestabilita significazione. Grande e instancabile performer, spesso era "attore" egli stesso dei suoi poemi. La sua sperimentalità e la sua ironia (caratteristico il suo utilizzo di una calzamaglia da mimo che amplifica l'effetto volutamente comico delle sue performance) ne hanno fatto uno dei personaggi più importanti del panorama delle neo-avanguardie in Europa. Una sezione della mostra presso la galleria Kanalidarte sarà appunto dedicata al video, proiettato per la prima volta alla GAM di Torino nel marzo 2017, che raccoglie una serie di performance storiche realizzate da Lora Totino lungo il suo articolato percorso artistico. La mostra - a cura di Valerio Dehò - è organizzata in collaborazione con la Fondazione Berardelli e l'Archivio Lora Totino. (Comunicato stampa)




Bice Triolo - Pianoforte - olio su tela cm.40x40 2017 Bice Triolo - Zisa interno, olio su tela cm.50x50, 2017 Bice Triolo - Nel Chiostro - olio su tela cm 40x40, 2017 Bice Triolo: "Tesori"
termina il 18 novembre 2017
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

In esposizione trentuno oli di recente realizzazione che raccontano i "Tesori" cari alla pittrice, attingendo ora ai luoghi e agli oggetti della memoria, ora alle meraviglie di Palermo, sua città di adozione. La bellezza è celebrata in ogni sua sfaccettatura, partendo da una dimensione intimista fino a sconfinare nella contemplazione degli elementi della natura o dei più amati siti cittadini, attraverso una lettura permeata di profonda sensibilità e caratterizzata dalla sua peculiare cifra stilistica. Catalogo Elledizioni, Collana Pulchra con un testo di Anna Maria Ruta, curatrice della mostra.

«Bice Triolo dipinge da tanti anni ormai, dagli anni della sua giovinezza, con passione, con tenacia, riversando nel suo album iconico le immagini del suo mondo, della sua casa, dei suoi angoli amati, dei suoi oggetti. Affetti intimi i suoi, coltivati con l'anima e la ragione ed esaltati dalla costante tensione verso una perfezione tecnica e cromatica. Eppure solo apparentemente intimi questi affetti, se si va a fondo nella sua poetica e si decifra con attenzione la semiotica dei suoi segni. Proviamoci. Come le pittrici di un tempo, che il più delle volte con leggerezza di tocco, altre volte con segno più forte e drammatico, volgevano le proprie preferenze a una quasi ossessiva autoreferenzialità, per ricostruire con personalità di forme il proprio background esistenziale, protagoniste di una pittura di genere, anche la Triolo è stata finora incline ad una figurazione interiorizzata, fortemente personalizzata. Tutto è stato vissuto nell'intimo. Angoli con mobili a lei cari e consueti, tavoli, poltrone, servizi di tazze e caffettiere in porcellana, bicchieri, bottiglie uscite dalle sue vetrine, oggetti della sua tradizione e storia familiare hanno fino a ieri occupato le sue fantasie e la sua espressività: buone cose non di pessimo gusto, da cui soprattutto sprigiona luce e colore.

Il "suo" mondo è quello che l'ha sempre interessata e che ancora l'interessa, un mondo che talora si carica d'ironia, altre volte emana un leggero spleen, un po' gozzaniano, ma straordinariamente poetico; in altri momenti invece per le atmosfere immobili che l'avvolgono, per quei tavoli e salotti con poltrone e sedie vuote, quel mondo appare fantasmatico, imbalsamato, attraversato e abitato da invisibili ombre. È come se nel vuoto di uomini, queste ombre invisibili stazionassero pronte ad entrare, fantasmi in attesa di riprendere i propri posti nel vivo della conversazione. Ma questo è solo il desiderio della memoria, l'abbraccio a ciò che non si vorrebbe mai perdere o l'assenza umana, le penombre, il silenzio sono frammenti onirici, segnali di un voluto rifugio in un non-luogo di fronte allo sgomento del presente? Qualcosa di surreale, di metafisico avvolge e percorre anche i vari Boschetti o il convento di S. Caterina con quel pianoforte solitario nella stanza, con quel grigiore e con quella porta aperta, come tante altre finestre e cancelli: aperti a chi, a che? Anche l'attesa allora è l'atmosfera dominante di questi angoli.

Quasi tutte le letture critiche sulla sua pittura hanno insistito sulla sua interiorità, sulla sua tenerezza memoriale, sulle sue vedute dell'anima, e queste cose ci sono nelle sue tele, ma nel suo realismo visionario c'è anche altro, se è vero che da qualche tempo la Triolo si è aperta un varco verso l'esterno, prima non valicato, solo appena intravisto in lontananza da una finestra o da un balcone aperti, da un cancello socchiuso. Da due - tre anni invece è scesa in strada Bice, è uscita fuori, all'aperto e ha cominciato ad esplorare la città, non nella banalità delle solite strade, ma alla ricerca dei suoi luoghi più noti e preziosi per un suo album urbano. Le sue meditazioni pittoriche si sono così aperte all'esterno, fuori dalle pareti domestiche e la Triolo ha cominciato a seguire una sua via dei Tesori, monumenti e angoli noti e prediletti, tesori di cui va alla ricerca, per riscoprirli e fissarli sulle sue tele con la particolare angolatura del suo sguardo, con le scelte della sua mano nervosa e sicura: e il "fuori" è protagonista della sua nuova pittura. Sbircia da lontano Bice, seguendo un percorso di sue scelte di gusto e di cultura, enfatizzando monumenti e loro frammenti, ma dalla sua ottica interiore, dal vissuto memoriale in cui stagionano da sempre: anche ora manca l'uomo, ma la città è viva e se ne sente la presenza nascosta.

Nella sua Personale del 2015, alla Galleria Elle Arte, i monumenti palermitani più noti, le chiese famose, i palazzi dei signori di un tempo, perfino angoli storici con i cassonetti ammucchiati in basso, impreziositi dall'angolatura in cui erano accatastati, hanno dominato in toto. Perle i suoi tesori, quelle che rendono Palermo famosa nel mondo, non ampi panorami, ma piccole inquadrature (sono spesso mignon le misure delle sue tele), scatti fotografici, che segmentano generalmente solo parti della visione, enfatizzandone la bellezza e la preziosità. Oggi, dopo due anni, la sua ricerca si è canalizzata a metà tra il dentro e il fuori e nei suoi quadri appaiono ancora gli angoli di sempre, gli oggetti amati, irrinunciabili, cui si sono aggiunte le oche di Villa Giulia, la collana di pomodorini, un vero e proprio gioiello, come la corona di Costanza d' Altavilla, l'agave verde, aperta e invitante come un grande fiore.

Ma vi trionfano anche nuovi squarci panoramici dall'acuto taglio spaziale: Villa Giulia, zoomata col Gasometro in una sapiente angolatura, Piazza Marina, la Palazzina Cinese, l'elegante Villa Whitaker o il poetico interno di Villa Malfitano, l'essenziale interno dell'araba dimora della Zisa di un intenso colore bruno o ancora l'angolo del salone del Villino Florio all'Olivuzza, in cui domina in primo piano l'architrave di legno quasi in torturante movimento, quasi memore delle ferite di un ignobile incendio, come in un abbraccio. Mancano nei suoi esterni i fragori dell'oggi, il caos drammatico di vite vissute con frenesia e disprezzo di sé stessi e degli altri, la velocità delle macchine: l'ultramoderno insomma. Una sola volta l'aggressività compare, ma solo nella ferocia mostruosa di un drago di legno dell'Opera dei pupi: tesoro anche questo.

La vera modernità ed essenza della pittura di Bice sta in fondo nel suo modo di rappresentare il mondo, esaltandolo con i suoi tocchi di pennello sfrangiati, screziati, che rompono la pacata armonia delle sue immagini: qui esplode tutta la modernità del suo segno. Predilige le tonalità pacate,la tenuità dei colori chiari, del verde che è desiderio, del bianco simbolo della luce, ma è l'incisività, la forza del segno che colpisce nelle sue opere, la forza con cui con la punta della spatola e del pennello incide e fissa sulla tela, come in rilievo, su fondo bianco, le sue icone, con formule sintetiche, ma con vibrazioni dinamiche: il suo pennello fa vibrare cose e colori e scava per giungere nel profondo, per capire oltre che ricordare. Ricchi contorni materici segmentano e separano le varie parti delle composizioni, con un sapiente taglio dello spazio e anche con serpeggianti richiami all'astrazione: ancora la sua modernità.

Così i colori sono completamento ed esaltazione, rivelazione e sfumatura, soprattutto nei celesti intensi del mare, nei verdi degli scorci silvani o campestri, nei marroni e negli scuri dei notturni: e oggi ci sono anche i neri del fondo dei piccoli formati. Poesia del colore. In queste sue predilezioni figurali e coloristiche giocano un ruolo significativo naturalmente gli effetti di luce (la luce sprigiona da ogni elemento), ottenuti con il suo solito scavo paziente: non a caso in una sua tela fa omaggio ai tubetti dei colori, agli strumenti della sua pittura. Vissuto personale di donna, pittura di genere la sua?» (Dentro - fuori: il percorso intimo del pennello di Bice Triolo, di Anna Maria Ruta)




Francesca Catellani - opera dalla mostra Celeste Terrestre al Palazzo dei Principi di Correggio Opera di Francesca Catellani nella mostra fotografica di Francesca Catellani acura di Francesca Baboni e Stefano Taddei Francesca Catellani: "Celeste Terrestre"
termina il 26 novembre 2017
Palazzo dei Principi - Correggio (Reggio Emilia)
www.museoilcorreggio.org

Mostra fotografica di Francesca Catellani, curata da Francesca Baboni e Stefano Taddei. «Lo studio di Francesca Catellani - scrive Francesca Baboni - parte da una visione ritrovata in super8, filmini e pellicole di differenti esistenze, per arrivare a contemplare, attraverso un processo di trasformazione fotografico, la realtà quotidiana di un vissuto che da particolare si fa universale, perdendo ogni tipo di descrittività per lasciare posto soltanto alle sensazioni e alle emozioni che costellano la nostra condizione profondamente umana e che ci collegano con l'ambito trascendentale». Il progetto nasce dal ritrovamento nella soffitta di casa di alcune vecchie pellicole Super8: una scoperta che porta l'autrice a una riscrittura per immagini dell'album di famiglia.

Da qui la ricerca e il reperimento di altro materiale, interamente amatoriale, spedito da più parti d'Italia e d'Europa che le consente un viaggio negli anni Settanta, nella visione di luoghi, ricorrenze e persone sconosciute, nonché alla successiva raccolta di oltre 10.000 scatti, effettuati in presa diretta tramite l'utilizzo di un vecchio proiettore Super8, ancora funzionante. Da una prima selezione di 600 provini, è stata effettuata una seconda selezione di 40 scatti che sintetizzano il pensiero di "Celeste Terrestre", maturato nell'osservazione di tante vite sconosciute, in momenti importanti o quotidiani, nello scorrere del tempo. L'autrice ha compiuto un'azione di recupero, togliendo i segni del tempo di una pellicola usurata, per accedere al presente, alla sua coscienza e conoscenza.

Un lavoro che ha inteso ripulire, eliminare il superfluo, restituire l'essenziale. «I codici visivi personali - conclude Stefano Taddei - s'implementano continuamente con quelli di altri o della collettività. In nome di una comunicazione efficace tutto s'immedesima in altro, pena un'informazione sul proprio vissuto che rimane ancorata ad un personalismo che sa d'esclusione sociale. Ecco quindi che il famigliare s'insinua nel collettivo e viceversa. Il tempo scorre, le esistenze lasciano un lascito visivo per i posteri che può essere interpretato in differenti manifestazioni ulteriori. (...) Cercare di riportare nell'attualità la memoria vuole anche dire ripresentarla in una nuova luce, come ad annullare il passato e quindi renderlo di nuovo presente».

Francesca Catellani (Reggio Emilia, 1971) si avvicina al linguaggio fotografico nel 2010. Dall'attenzione al paesaggio esteriore quale rispecchiamento del mondo interiore nasce la prima mostra personale, "Rodriguez Mon Amour", presentata con successo a Fotografia Europea 2016. Nel 2017 il nuovo progetto, "Celeste Terrestre", con un'anteprima a Villa Genesio (Reggio Emilia). La tappa intermedia del progetto, "Memorie in super8 - Distillare il tempo", ha ricevuto una segnalazione della giuria del Premio Combat 2017. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Carla Accardi - Senza titolo - tempera su cartoncino cm.46x66 circa, 1960 Fausto Melotti - Toro - ottone cm.21x31x17 circa, 1967 Piero Dorazio - ST - olio su tela cm.60x70 1955 Contrasti, fondi blu e materia poetica
Opere dagli anni '50 ad oggi


termina il 21 gennaio 2018
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Il titolo della mostra, in parte riferibile a due dipinti di Mario Nigro (Contrasto, 1973) e Giulio Turcato (Fondo blu, anni '70), evidenzia le tre aree tematiche in cui si suddivide il progetto, ovvero i contrasti cromatici, la prevalenza di un blu profondo e il connubio tra materia, memoria e poesia, nell'ambito di un percorso che privilegia opere realizzate negli anni '50, '60 e '70. Per la sezione Contrasti, il dipinto di Mario Nigro, teso a ridurre a regola le strutture estetiche del quadro, ed un olio su tela di Piero Dorazio (Senza titolo, 1955), grande colorista e maestro dell'astrattismo italiano, nella cui opera si evidenziano l'uso di calibrato di velature in contrasto con prevalenti colori saturi.

Per la sezione Fondi blu, un Concetto spaziale di Lucio Fontana dei primi anni '60, il Personaggio di Emil Schumacher del 1958, una tempera su cartoncino di Carla Accardi del 1960, un lavoro di Giorgio Griffa del 1974, Verifica 5 e Verifica 7 di Enrico Della Torre, Blu di Marco Gastini e l'opera a tecnica mista su tela di Giulio Turcato che dà il titolo al gruppo. Per la sezione Materia poetica, un dipinto del 1960 di Gastone Novelli, maestro dell'informale, da sempre attratto dalla materia e dal segno, sino a sconfinare nella poesia visiva, un Toro del 1967 in ottone di Fausto Melotti, scultore e poeta, unitamente al tuffo nella materia di Piero Ruggeri, all'opera di Omar Galliani a matita su tavola dedicata alla personificazione di Andromeda ed L.P. di Walter Valentini, che evidenzia l'interesse dell'artista per il cielo e la cosmografia. La mostra è completata da opere selezionate di Alberto Manfredi, presentate in occasione della grande retrospettiva Alberto Manfredi. Dipinti 1953-2000. La Collezione Giacomo Riva" curata da Sandro Parmiggiani presso Palazzo da Mosto a Reggio Emilia. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Jan Muche dalla mostra Wir nennen es arbeit Wir nennen es arbeit - E lo chiamano lavoro
termina il 25 novembre 2017
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Il titolo della mostra è tratto dal libro omonimo di Holm Friebe (1972, economista e giornalista) e Sascha Lobo (1975, pubblicitario) che narra la nascita di una nuova classe di lavoratori freelance che riescono a determinare il loro lavoro con l'utilizzo delle nuove tecnologie. La loro emozionante analisi di una forma di vita orientata al futuro si ispira all'idea di lavorare nel modo in cui si vuole vivere. Così gli artisti chiamati ad aderire a questa grande collettiva, in maniera un po' auto-ironica, dichiarano la passione per il loro lavoro e per l'essere artista oggi. Non c'è un tema specifico che lega le opere dei 57 artisti che vivono e lavorano a Berlino e che si relazionano con pittura, fotografia, scultura e disegno, ma c'è un'estetica che accomuna i loro lavori: sono tutti di piccole dimensioni e prevalentemente in bianco e nero. La mostra presenta così una mappatura della scena artistica odierna di Berlino e avvicina il lavoro di artisti noti a quello di giovani emergenti. In occasione della Notte delle Arti Contemporanee, sabato 4 novembre, sarà possibile visitare la mostra dalle ore 15.30 fino a mezzanotte. (Comunicato stampa)

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The title of the exhibition is derived from the Holm Friebe (1972, economist and journalist) and Sascha Lobo (1975, advertising) homonym book telling the birth of a new class of freelance workers who can determine their work using new technologies. Their exciting analysis of a future-oriented form of life inspires the idea of ??working the way they want to live. So the artists invited to join this great group-show, in a somewhat self-ironic way, declare the passion for their work and being an artist today. There is no specific theme that links the works of the 57 artists who live and work in Berlin and who relate to painting, photography, sculpture and drawing, but there is an aesthetic that matches their work: they are all small size and mostly black and white. The exhibition thus presents a mapping of today's artistic scene in Berlin and brings together the work of real well known artists to young emerging artists. On the occasion of the Night of Contemporary Arts, on Saturday November 4th, it will be possible to visit the exhibition from 3:30 pm until midnight. (Press release)




Paolo Manazza - Google Maps View of the City - olio su tela cm.100x100 2016-2017 Criss Cross: La Bellezza della Croce
termina il 20 novembre 2017
Pio Monte della Misericordia - Napoli

Mostra d'arte contemporanea - a cura di Bustos Domenech - con undici artisti, di provenienza internazionale, sul tema della croce. Gli undici artisti, durante il loro percorso artistico, si erano già cimentati con il tema, tuttavia questa non è una mostra documentaristica sul valore simbolico della croce e sulla sua rappresentazione, ma intende essere un contributo e un modo di vedere da parte di alcuni artisti operanti nella contemporaneità, su questa complessa e affascinante storia e concetto della croce. Pensiamo che alcune riflessioni e rappresentazioni trovano e hanno un ampio margine di visibilità, in quanto non solo nel passato, ma il valore simbolico della croce s'insinua e abita nelle pieghe di molte rappresentazioni contemporanee, siano esse la pittura, la scultura, il video, la fotografia, il cinema. Segno che la storia e la stratificazione del valore simbolico di questo attraversamento, di questo incrocio - Criss Cross - unente i poli verticali e orizzontali delle nostre esistenze, continua ad affascinare e rimarca il nostro essere nel mondo.

Riferirsi al tema della croce, comporta un ripensare e un chiarire i significati che nella complessa e antichissima esegesi, hanno portato al costituirsi di quello che è il valore simbolico della croce (1) e al suo costituirsi centro e immagine della cristologia, per esservi morto Gesù Cristo. Quindi un valore simbolico in sé della croce "in cui l'espansione orizzontale corrisponde all'indefinitezza di modalità possibili di un determinato stato dell'essere considerato integralmente, mentre la sovrapposizione verticale corrisponde alla serie indefinita degli stati dell'essere totale" (2). Al quale si aggiunge quello cristologico e la sua complessa e stratificata rappresentazione che si è avuta nei secoli nella Chiesa e, in un tutt'uno, che ha formato la storia stessa dell'arte, nel Medioevo, attraversato la Rinascenza fino all'epoca Barocca. E che ha definito la storia stessa dell'idea di rappresentazione (3) nel mondo occidentale. (...)

Artisti: Barbara Crimella (Italia), Robert Dandarov (Usa), Louis De Cordier (Belgio), Tomasz Domansky (Polonia), Pietro Finelli (Italia), Cosmo Laera (Italia), Paolo Manazza (Italia), Giovanni Mangiacapra (Italia), Jasmine Pignatelli (Italia), Benoit Piret (Belgio), Danielle Twee Van Zadelhoff (Belgio). (Comunicato stampa)

(1) Vedi l'esaustivo studio di René Guénon, Il simbolismo della croce, Adelphi Edizioni, 2012
(2) ibidem, pag.30
(3) Intendiamo per rappresentazione la resa in immagini con opere bi-tridimensionali di quanto è concetto simbolo e idea, di come la croce è stata oggetto di studio da parte degli artisti di ogni epoca.




Sportification: The Big Piano Smash
termina il 21 gennaio 2018
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Il programma di esposizioni della VideotecaGAM - a cura di Elena Volpato - dedicato alla storia del video d'artista negli anni Sessanta e Settanta prosegue con il particolare rapporto che lega l'inizio dell'utilizzo del mezzo video da parte degli artisti con la coeva cultura televisiva. La mostra è dedicata ad alcuni aspetti della storia del programma televisivo Giochi Senza Frontiere, trasmesso in eurovisione dal 1965 al 1999. Forma utopica di sportificazione, cioè di formazione attraverso ludi comunitari, di una identità europea tutta da plasmare, il programma, preceduto da alcuni esempi nazionali come Campanile sera, si sviluppò in senso europeo a sette anni dalla fondazione della Comunità Economica Europea, del 1958, e accompagnò i primi anni di storia dell'Unione Europea, nata il 1 novembre del 1993. Giochi Senza Frontiere perseguiva l'ideale di una confederazione di cittadini, capaci di misurarsi, conoscersi e riconoscersi, in una rete transnazionale di città e paesi, in un'Europa fatta di piccole comunità sorelle, di un tessuto sociale più vasto e autentico della socialità tipica delle capitali e delle grandi città.

L'esposizione si articola in quattro micro-sezioni: "Giochi senza Frontiere", "Eurovisioni", "Fluxus e Situazionismo", "Playground" in dialogo con la proiezione del video The Big Piano Smash, famosa puntata inglese dei Jeux Sans Frontieres svolta a Blackpool nel 1967. Da un vasto materiale raccolto in diversi archivi privati, si mettono in evidenza correlazioni inaspettate quanto insistite tra i diversi linguaggi utilizzati nella trasmissione e le coeve ricerche avanguardistiche. La trasmissione, nata in un periodo di ancora intensa sperimentazione televisiva, produsse una cospicua serie di scenografie, alcune rimaste come arredo urbano pubblico nelle cittadine che ospitarono i giochi, come nel caso dell'italiana Riccione. L'analisi mette in luce un intreccio di influenze che sono eredità, da un lato dell'architettura modernista, e dall'altro dei linguaggi e giochi di ascendenze Dada, del Situazionismo e di Fluxus.

Se è certo che la prima decade della storia del video d'artista sia legata a doppio filo con la neonata cultura televisiva e si sviluppi, in prima battuta, come reazione critica all'industria dell'intrattenimento proposta dalle diverse emittenti nazionali, è sorprendente registrare coincidenze e affinità come quella tra la prova The Big Piano Smash, dove le squadre di concorrenti di Giochi Senza Frontiere dovevano distruggere con delle mazze nel più breve tempo possibile un pianoforte, e la diffusa antiretorica del piano che il movimento Fluxus espresse attraverso artisti come Philip Corner, Nam June Paik, Ben Vautier, Wolf Vostell, George Maciunas successivamente ripresa da Beuys, Uecker, Montanez Ortiz e altri ancora. La mostra è stata resa possibile dalla collaborazione con Philip Corner, tra i primi distruttori del piano negli happening fluxus, Gunnar Schmidt, critico e storico dell'arte, esperto di Piano activities e Gianni Magrin, collezionista e curatore di un vasto archivio di immagini "assonanti", memoriabilia ed ephemera dei popolari Giochi televisivi senza frontiere. Un ringraziamento speciale a Caterina Gualco, Galleria UnimediaModern, Genova e Collezione privata Franco Geminiani, Riccione. Il 24 ottobre presentato il libro Sportification. Eurovisions Performativity and Playgrounds, 1965-99, Viaindustriae publishing, Foligno / Colli publishing platform, Roma, 2017. (Comunicato stampa)




viadellafucina16 | Condominio-Museo
www.condominiomuseo.it

Viadellafucina16 è il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Cuore del progetto - a cura di Kaninchen-Haus, da un'idea di Brice Coniglio - è un programma di residenza per artisti nel condominio di via La Salle 16 (già "via della Fucina"), nel quartiere torinese di Porta Palazzo. Tramite un bando internazionale, che ha raccolto 442 candidature di ogni provenienza, gli artisti sono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile per realizzare opere d'arte e interventi negli spazi comuni, capaci di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio ottocentesco, oggi in stato di degrado e incuria. I progetti vengono selezionati dagli stessi abitanti del condominio (circa 200 di ogni nazionalità distribuiti in 53 appartamenti) con la mediazione di un comitato di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi di co-creazione e cura degli spazi.

Il condominio - luogo della democrazia come del conflitto, punto di intersezione tra dominio pubblico e privato - si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica e sociale, divenendo spazio simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa, così come un tempo i palazzi decorati dagli artisti rappresentavano il prestigio delle singole casate. L'ex-portineria, riaperta e presieduta da un team di giovani antropologi, si trasforma in portineria artistica per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, così da renderlo replicabile. Il programma si completa con mostre, eventi e talk organizzati nel nuovo Spazio Idiòt e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16 nel giardino comune. Viadellafucina16 costituirà un inedito innesto della pratica artistica nel tessuto vitale di una comunità circoscritta che intende dimostrare, attraverso un esperimento condotto in un contesto ridotto, come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci nella risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.




Giovanna Strada - concentrico Giovanna Strada - misure ritmi - 3d Equilibrium
Giovanna Strada | Simcha Even-Chen


termina il 24 novembre 2017
Esh Gallery - Milano

Mostra in occasione dei 100 anni dalla nascita del movimento De Stijl. Nel lavoro di entrambe le artiste è rintracciabile sia il gusto raffinato delle geometrie minimaliste sia il principio cardine della lezione di Mondrian in cui la complessità di realizzazione delle opere smentisce l'apparente semplicità: il senso della composizione si traduce in una sapiente combinazione di linee, nella ricerca di equilibrio e nella perfezione formale.

Giovanna Strada (1960) ha collaborato con Munari, importante figura di riferimento nel suo percorso artistico e nel 1985 realizza le sue prime opere "inoggettive": figure geometriche composte da più elementi messi in relazione con lo spazio, lo stesso spazio in cui entra anche l'osservatore partecipando così al processo di creazione psico-percettiva dell'opera. Dalla metà degli anni Novanta, l'artista sperimenta gli "spazi virtuali", piccole unità pittoriche giustapposte sulla parete secondo relazioni logico-geometriche, che danno vita a figure in cui il vuoto interagisce con l'opera in una dialettica parete/figura. Nella produzione più recente, Giovanna Strada utilizzata l'antitesi cromatica del bianco e nero per realizzare unità essenziali, caratterizzate da identità e configurazioni diverse, in cui la comparazione tra le differenti unità è l'essenza della percezione. Si viene così a creare una figura di riferimento in cui l'osservatore scopre variazioni e combinazioni differenti, diventando protagonista nella costruzione dell'opera stessa. L'artista realizza installazioni che si sviluppano e interagiscono con lo spazio architettonico, a seconda dello spazio in cui opera.

Simcha Even-Chen (1958) si esprime attraverso la ceramica, per la quale ha ricevuto svariati riconoscimenti. Le sue opere sono state selezionate ed esposte in mostre nazionali e internazionali e sono entrate a fare parte di importanti collezioni. L'artista indaga la relazione tra lo spazio dimensionale e superfici geometriche bidimensionali, si interessa a forme non definite da cui si originano poi nuove forme astratte, organiche e libere. Le sue opere, nonostante siano caratterizzate da una complessa griglia geometrica - il riferimento è alla carta millimetrata utilizzata in ambito scientifico - sembrano sospese nell'aria, quasi senza massa e il colore nero, ottenuto dal processo di cottura utilizzato nella tecnica Naked Raku, conferisce l'illusione della presa gravitazionale, rimandando a un continuo gioco di equilibri e di tensioni. Le stesse tensioni che portano lo spettatore a diventare innesco e soluzione delle opere stesse attraverso lo sguardo. (Comunicato ufficio stampa ch2)




Movimento azzurro
Letizia Cavallo | Marussia Kalimerova | Tania Kalimerova | Mario Mattei | Luca Tamagnini


termina il 24 novembre 2017
Università E-Campus - Roma

In occasione del conferimento del Premio "Arte per l'Ambiente" del Movimento Azzurro, associazione no profit che si occupa di salvaguardia dell'ambiente e sensibilizzazione sulle tematiche ambientaliste, l'Università E-Campus ospita, nei suoi spazi della sede romana, una collettiva di opere di pittura e fotografia - a cura di Dante Fasciolo e Cinzia Folcarelli - di cinque artisti molto diversi tra loro per provenienza, formazione ed espressione artistica, ma tutti capaci di emozionarci davanti alle loro opere.

Letizia Cavallo, torinese di nascita e romana di adozione, biologa, interprete, è autrice di opere che fondono tecnica ed emozione, sia che ad essere ritratte siano le amate conchiglie, che le grandi onde marine protagoniste di tante sue opere, che la figura umana immersa in una Natura avvolgente sempre più presente nei nuovi lavori, anche in quelli esposti in mostra.

Marussia Kalimerova, bulgara, in arte Marie Draganov, è una delle più importanti artiste bulgare operanti nel settore dell'arte tessile. Artista internazionale, ha ricevuto molti premi e riconoscimenti per la sua arte. Ambasciatrice della cultura bulgara nel mondo nel 2005, è autrice di opere ed installazioni fortemente presenti in cui il colore è protagonista.

Tania Kalimerova, bulgara, in arte Tany, si esprime sia nelle arti visive che in campo musicale. Come soprano ha tenuto concerti in tutta Europa, mentre come artista ha ricevuto molti riconoscimenti ed ha esposto in sedi prestigiose. Realizza opere con materiali eterogenei, dalla pasta al tessile, sempre caratterizzate da poetiche sovrapposizioni segniche e coloristiche.

Il pittore Mario Mattei, romano, il "Pensarte", vuole coniugare arte e scienza attraverso la "relatività creativa del pensiero". Fondatore dell'Arte della Quarta Dimensione, è autore di opere suggestive, che trascinano il fruitore in oceani misteriosi e mondi sottomarini ricchi di simboli, e di opere grafiche dal forte impatto visivo, realizzate con tecniche di sua ideazione.

Luca Tamagnini, fotografo italiano, in un arco di tempo che va dal 1990 ad oggi si è dedicato ad una lettura libera e personale del paesaggio costiero italiano, realizzando emozionanti immagini di luoghi ricchi di fascino naturalistico come la Sardegna. Allievo di Folco Quilici, ha esposto i suoi scatti anche alla Biennale di Venezia del 2011. (Comunicato stampa)




Ugo Nespolo - Fiori e farfalla - particolare, bozzetto per tappeto, tecnica mista su carta 1987 A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta

Mostra dedicata all'esperienza interdisciplinare dell'artista piemontese, curata dal critico Alberto Fiz in collaborazione con il filosofo Maurizio Ferraris. Sono oltre 80 le opere esposte tra dipinti, disegni, maquettes per il teatro, sculture, ex libris, tappeti, fotografie e manifesti realizzati dal 1967 sino a oggi in un percorso spettacolare e coinvolgente, ideato per gli spazi dell'ex chiesa sconsacrata. Compare persino una barca da canottaggio di otto metri interamente decorata. Dall'arte al cinema, dai cartoon televisivi alla logica matematica sino al teatro, le opere, disposte in base a tracciati tematici, creano una costellazione nel Centro Saint-Bénin da cui emerge la versatilità di uno dei più originali e trasgressivi interpreti della scena contemporanea italiana, che ha ripercorso stili e stilemi "a modo suo", senza mai lasciarsi imbrigliare dalle convenzioni.

Il catalogo della mostra, in italiano e francese, con la pubblicazione di tutte le opere esposte, è edito da Magonza. Insieme ai saggi di Maurizio Ferraris, Alberto Fiz, Daria Jorioz e a un'intervista di Nespolo con Pietro Bellasi, contiene una serie di scritti dell'artista e testimonianze, tra gli altri, di Renato Barilli, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Gianni Rondolino, Francesco Poli e Tommaso Trini. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Ivano Bolondi - opera nella rassegna Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia Opera di Ivano Bolondi dalla mostra a Castello di Montecchio Emilia Ivano Bolondi
I 5 continenti - Immagini come parole. Europa


termina lo 07 gennaio 2018
Castello di Montecchio Emilia - Montecchio Emilia (Reggio Emilia)
www.ivanobolondi-profetiinpatria.com

La rassegna Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia giunge alla terza edizione, dedicata alla fotografia di Ivano Bolondi. Dopo Graziano Pompili ed Omar Galliani, il Comune di Montecchio Emilia sceglie Ivano Bolondi, fotografo originario di Montecchio Emilia, autore di immagini che, come parole, esplorano "I 5 continenti".

«Il lungo percorso iniziato da Bolondi muovendo degli esempi narrativi di Cartier Bresson, spiega il critico fotografico, è approdato a una spiaggia da cui lo sguardo corre libero da condizionamenti e confini e non guarda soltanto la realtà per coglierne le forme, ma ne analizza i riflessi - percepibili e metaforici - dati dalla sovrapposizione fra realtà e sua immagine, propria del "rumore" visivo contemporaneo. In questo modo cerca di rispondere alla sfida del passaggio epocale segnato dalla fine del Modernismo, nato più di un secolo fa per adeguare le forme espressive allo sviluppo tecnologico e scientifico». Realizzato in collaborazione con Cinefotoclub Montecchio, in occasione del 35° Fotofestival, l'anno di Ivano Bolondi sarà arricchito da un ricco programma di iniziative. Ci saranno serate dedicate a fotografi, viaggiatori, registi, critici, unitamente a proiezioni, workshop, laboratori, progetti musicali e residenze d'artista, per vedere, e sentire, il territorio con occhi nuovi.

Ivano Bolondi (Montecchio Emilia - Reggio Emilia) fotografa dagli inizi degli anni Settanta. Dai primi anni Ottanta ottiene importanti riconoscimenti in Italia e all'estero. Gli è stata conferita dalla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) l'onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano). E' stato designato dalla FIAF Autore dell'anno 2005 e Maestro della Fotografia Italiana (MFI) nel 2007. Sue opere sono conservate presso l'Istituto di Cultura Brasile - Italia di Recife, l'Accademia Carrara di Bergamo, il CSAC (Centro Studi Archivio della Comunicazione) dell'Università di Parma, il MiM - Museum in Motion di S. Pietro in Cerro di Piacenza, la Casa Reale della Thailandia, ed in Birmania presso la residenza di Aung San Suu Kyi (Premio Nobel per la pace nel 1991). Le sue fotografie sono state oggetto di numerose esposizioni e sono state pubblicate su diversi libri, monografie, riviste, testi universitari. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Diego Bardone: Milano street Photography
termina il 19 novembre 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

Cosa sarebbe Diego Bardone (Milano, 1963) senza Milano e cosa sarebbe Milano senza Diego Bardone? Lui, fotografo di strada, ogni giorno comincia la sua giornata per le vie di questa città. Si apposta, come farebbe un ornitologo, a caccia dell'umano, del cittadino qualunque, del turista distratto, dell'improbabile situazione che si crea tra l'uomo e il suo contesto. Lo scatto che porta a casa Bardone non coglie solo uno sguardo, né solo uno scorcio di città, ma l'insieme. Dall'insieme nasce la poetica del suo lavoro fotografico. Riesce, nella moltitudine, a cogliere una combinazione degli elementi che spesso è un intero racconto, altre volte, è uno spaccato istantaneo carico di contraddizioni, altre volte coglie tutto l'umorismo pirandelliano del vivere. Mostra a cura di Francesco Tadini e Federicapaola Capecchi.

"Mi avvicino alla fotografia a metà degli anni '80, collaboro con il Manifesto e due piccole agenzie per alcuni anni, poi gli accadimenti della vita mi portano altrove e non scatto una fotografia per più di quindici anni. Passione mai sopita, rinata per caso una decina di anni fa. La strada è il mio habitat naturale, la semplicità dello scorrere della vita di tutti i giorni ciò che amo ritrarre usando il BN come mezzo espressivo d'elezione. Al mio attivo diverse mostre, personali e non, e pubblicazioni su alcuni magazine fotografici, italiani e non. Il mio è un diario quotidiano, un perenne omaggio a Milano e a coloro che, inconsapevoli attori, ho la ventura/fortuna di incontrare nel mio peregrinare per le strade della mia città. E' come se osservassi me stesso in una sorta di specchio virtuale che trova la sua dimensione nel nostro reale quotidiano. Abbiamo tutti gli stessi volti, le stesse gioie, le stesse speranze: io sono loro, loro la trasposizione in immagini della mia allegria vagabonda. Vorrei dimostrare che la semplicità è sinonimo di bellezza, vorrei mostrare come era solito dire Doisneau, un mondo "gentile", un mondo che amo e che mi renda in qualche modo felice. (Diego Bardone - Comunicato stampa)




Betty Woodman - Betty's Room - ceramic and paint on canvas cm.220x220x26 2011 Betty Woodman
Recent Work


20 October - 18 November 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Rome
www.lorcanoneill.com

American artist Betty Woodman began working with clay and paint in the 1950s, initially making functional objects, then gradually developing a deep relationship between the two that explores space, both real and pictorial in art works that combine lacquered ceramics and painted canvas. Betty Woodman (b. 1930) has spent most of her adult life living and working in Tuscany and in New York. Her museum exhibitions include a retrospective at the Metropolitan Museum of Art in 2006; an acclaimed exhibition at the Museo Marini in Florence that travelled to the ICA London in 2016; and a large outdoor installation at last year's Liverpool Biennial. (Press release)




Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo

Centoquaranta scatti in una grande mostra promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e organizzata da Civita in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi. E' il secondo appuntamento con i grandi maestri della Fotografia, dopo quello dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di febbraio di quest'anno. Una occasione per immergersi nel mondo del grande Maestro per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a Palermo, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto. Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per "dare un senso" al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria.

Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale. Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo. "Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curatore della mostra a Palermo -  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata.

Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier - Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L'allestimento attuale è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum. La rassegna vuol far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Opera di Stefano Arienti nella locandina della mostra Finestre Meridiane al Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce di Genova Stefano Arienti: Finestre Meridiane
Intersezioni con la collezione di Villa Croce


termina il 14 gennaio 2018
Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce - Genova
www.villacroce.org

La mostra - a cura di Anna Daneri e Francesca Serrati - si costruisce come un dialogo tra un corpus di opere inedito dell'artista, le Meridiane, realizzate a partire dal 2012, e una selezione delle opere della collezione del museo, che ne campioneranno la sua storia. Il titolo richiama la natura stessa del progetto espositivo: le circa ottanta opere di Stefano Arienti, carte e intonaci dal formato invariato, nascono in stretta relazione con il sole e i suoi movimenti. Le Meridiane sono disegnate con la luce, alla finestra di casa o dello studio, con una tecnica affinata negli anni dall'artista e che lo vede tradurre direttamente, con il proprio corpo, le variazioni di luce attraverso il colore scelto di volta in volta. La mostra è altresì un'apertura sulla collezione del museo, la cui architettura è scandita da grandi finestre rivolte verso il mezzogiorno.

Non è la prima volta che l'artista viene attratto da una raccolta pubblica, ricordiamo il progetto del 2010 per i magazzini di Museion di Bolzano insieme a Massimo Bartolini, o l'allestimento delle raccolta di Palazzo Te a Mantova. Nel caso di Villa Croce lo scambio si fa più diretto, coinvolgendo i suoi lavori, che saranno esposti per la prima volta in quest'occasione. La suggestione di partenza è quella delle quadrerie antiche, dove quadri e sculture venivano disposti secondo un ordine non cronologico o di affinità stilistica, piuttosto inseguendo linee di gusto e cadenze estetiche; così a Villa Croce come suggerisce Arienti "le opere si dispongono con molta libertà, senza rispettare criteri museografici, ma favorendo il ritmo dell'attenzione e della scoperta". La selezione dalla raccolta del museo ricostruisce la storia della sua formazione nel corso di trent'anni, dalle primissime opere entrate a farne parte, come la grande tela di Enrico Paulucci o il corpus di foto di Cesar Domela e le tavole originali a fumetti di Hugo Pratt.

Queste si intrecciano con i grandi nomi dell'astrattismo storico e delle ricerche percettiviste della collezione di Maria Cernuschi Ghiringhelli: Fontana, Licini, Munari, Reggiani, Soldati, vero cuore pulsante delle collezioni del museo; con i lavori provenienti dalla collezione del Lab, il Laboratorio della Bassa Lunigiana; con le donazioni degli artisti, spesso a seguito di mostre personali, e i lavori donati o acquistati da gallerie private, a testimoniare la grande vivacità culturale dell'ambiente genovese, in particolar modo durante gli anni Sessanta; fino a comprendere le ultime acquisizioni legate a interventi site-specific, come il pianoforte di Philip Corner, risultato di una atto performativo collettivo Fluxus, o il vibrante pannello di Marta dell'Angelo, concepito durante l'ultimo ciclo di direzione del museo di Ilaria Bonacossa. A ideale prosecuzione della mostra di Villa Croce, il 1 dicembre sarà inaugurata al Man di Nuoro Una visione atratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli un'esposizione che approfondirà la conoscenza di questa fondamentale raccolta artistica.

Stefano Arienti (Asola - Mantova, 1961), laureato in Scienze Agrarie nel 1986, partecipa alla prima mostra collettiva nel 1985 alla ex fabbrica Brown Boveri, dove incontra Corrado Levi, il suo primo maestro. Ha frequentato l'ambiente artistico italiano nel momento di rinnovamento successivo alle stagioni dominate dall'Arte Povera e dalla Transavanguardia. Sono numerose le partecipazioni a mostre collettive in Italia ed all'estero. Ha insegnato all'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo e all'Università IUAV di Venezia. (Comunicato stampa)

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For the resumption of exhibition programming in the fall, and for the occasion of the Giornata del Contemporaneo, this year Villa Croce presents a major project by the artist Stefano Arienti, Finestre Meridiane. Intersections with the collection of Villa Croce, organized along the spaces of the piano nobile of the villa, starting from the large entrance staircase. The show is organized as a dialogue between a body of works never shown before by the artist, the Meridiane (Sundials) made starting in 2012, and a selection of works from the museum's collection, like a sampling of its history. The title suggest the nature of the exhibition project itself: the works - about 80 in number - by Stefano Arienti, with a uniform format in paper and plaster, are made in close relation to the sun and its movements. The Meridiane are drawn with light, at the window in the artist's home or studio, with a technique developed by Arienti over the years, in which he directly translates, with his own body, the variations of light through the colors selected from moment to moment.

The show also offers a perspective on the collection of the museum, whose spaces are paced by large windows facing south. This is not the first time the artist has been attracted by a public collection; precedents include the project in 2010 for the storerooms of the Museion in Bolzano, together with Massimo Bartolini, or the installation of the collection of Palazzo Te in Mantua. In the case of Villa Croce the exchange becomes more direct, involving his own works shown for the first time on this occasion. The operation takes its cue from historic picture galleries, where paintings and sculptures were arranged not in chronological order or by stylistic affinities, but in terms of lines of taste, aesthetic cadences; thus at Villa Croce, as Arienti suggests, "the works are arranged with great freedom, without respecting the usual museum criteria, focusing on the rhythm of observation and discovery."

The selection from the museum's holdings reconstructs the history of its formation over the course of thirty years, from the very first acquisitions like the large canvas by Enrico Paulucci, the group of photographs by Cesar Domela, and the original comic-book panels by Hugo Pratt. These are intertwined with leading names of historical abstraction and perceptivist research, from the collection of Maria Cernuschi Ghiringhelli: Fontana, Licini, Munari, Reggiani, Soldati, the true core of the museum's content; with works from the collection of the Lab, the Laboratorio della Bassa Lunigiana; the donations of artists, often following solo shows; and the works donated by or acquired from private galleries, bearing witness to the cultural vivacity of the Genoa scene, especially during the 1960s. The choice also extends to the latest acquisitions connected with site-specific projects, like the pianoforte of Philip Corner, the result of a Fluxus performance, or the vibrant panel by Marta Dell'Angelo, created during the recent cycle of programming directed by Ilaria Bonacossa. As an ideal continuation of the exhibition at Villa Croce, on 1 December the MAN museum of Nuoro will present An Abstract Vision. Works from the Collection of Maria Cernuschi Ghiringhelli, a show that will intensify knowledge of this fundamental collection of art.

Stefano Arienti was born in Asola (Mantua) in 1961, and since 1980 he has lived and worked in Milan, where he took a degree in Agricultural Science in 1986. He took part in the first group show in 1985 at the former Brown Boveri factory, where he met Corrado Levi, his first mentor. He came up on the Italian art scene in the moment of renewal following the period dominated by Arte Povera and the Transavanguardia. He has shown work in many group shows in Italy and abroad. He has taught at the Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara in Bergamo and the IUAV University of Venice. (Press release)




Opera di Umberto Faini dalla mostra I colori dell'infinito presso la Associazione Culturale Renzo Cortina di Milano Umberto Faini
I colori dell'infinito


termina il 25 novembre 2017
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Da anni l'attività artistica di Umberto Faini è caratterizzata da un lavoro sul puro segno-colore in rapporto alla sua variabilità percettiva. Il segno colore nel suo diradarsi, sovrapporsi o infittirsi verso l'alto può evocare orizzonti infiniti sempre diversi, in apparente movimento e un orizzonte può mutare di livello con il mutare della qualità della luce. Si può assistere simultaneamente alla fusione e al contrasto, con la prevalenza dell'una o dell'altro, secondo la possibilità di lettura dei segni perché la percezione può continuamente variare, anche per la distanza dell'osservazione. Il colore può vivere esaltato nel contrasto con i suoi complementari o confermato tra i suoi colori adiacenti. I colori contrari tra di loro se si mescolano materialmente si annullano, dando un neutro chiaro o un neutro scuro, secondo il loro grado di saturazione. Questo anche se si fondono otticamente. La mostra è curata da Susanne Capolongo e Stefano Cortina.

Umberto Faini non si definisce un pittore astratto, né la sua è una pittura astratta perché un giallo o un blu non sono elementi astratti. Neppure le loro varie mutazioni sono fatti astratti ma vicende che avvengono nella la realtà, con la complicità dei contesti. E' superfluo aggiungere che i riscontri col mondo reale sono infiniti: dai petali dei fiori alle carnagioni, ai cieli e a tutto... In questa mostra i tre colori primari, con le loro oscillazioni, sono i protagonisti di tutto il lavoro e meritano un piccolo spazio privilegiato. Un occhio di riguardo viene riservare ai momenti luminosi dati dalle vicissitudini del giallo. Così come un certo spazio è dedicato al tanto amato Oltremare di certi cieli pre-notturni. Umberto Faini dopo avere studiato all'Accademia di Brera, ha svolto attività didattica alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e alla Accademia Carrara di Bergamo, ha esposto in rassegne e in mostre personali in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Moda & Cinema
termina il 31 gennaio 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Attraverso una selezione di celebri scatti del mondo della moda e del cinema, la mostra intende suggerire un viaggio nei cambiamenti di gusto e di costume che hanno visto protagoniste da un lato delle icone intramontabili, soggetto degli scatti, ma dall'altro anche gli stessi fotografi, veri e propri maestri nel recepire, e talvolta anticipare, questi segnali di trasformazione. Ne deriva uno spaccato poliedrico di modi di essere, di vestirsi, di mettersi in posa, di essere icone del proprio tempo che muta di pari passo all'evolversi della società e al passare degli anni. Tappa di partenza obbligata sono senz'altro gli scatti leggendari di due altrettanto leggendari maestri quali Douglas Kirkland e Bert Stern, ritrattisti delle più grandi star hollywoodiane. Nel caso di Kirkland, i suoi indimenticabili scatti di Marilyn Monroe sono ancora oggi tra le testimonianze fotografiche più belle dell'attrice. Non meno accattivanti sono i suoi ritratti a Audrey Hepburn, icona glamour e di stile la cui inossidabile bellezza, viene conservata anche negli scatti della maturità affidati a Gilles Bensimon.

Saranno in molti poi a ritrarre la splendida attrice britannica, ciascuno con il proprio carisma e la propria personalità: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. A Bert Stern, invece, spetta il privilegio di aver ritratto la Diva per eccellenza, Marilyn Monroe, nell'agosto del 1962, nelle sei settimane antecedenti la sua tragica morte in occasione di un servizio commissionato da Vogue e i cui scatti furono poi raccolti nel portfolio Marilyn Monroe: The complete Last Sitting pubblicato postumo nel 1982. In quelle immagini l'attrice appare seducente seppur fragilissima; sarebbe, infatti, morta poco dopo logorata proprio da quei demoni interiori che l'avevano spinta a disprezzare la sua figura e che finiranno col ripercuotersi persino su alcuni degli scatti in questione: sarà lei stessa a marchiare i provini delle foto con un pennarello colorato, quasi fosse una sorta di autopunizione da infliggersi.

Celebri sono anche le fotografie di autori italiani quali Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini e Tazio Secchiaroli, protagonisti di quella Dolce Vita che animava il lungo Tevere negli anni del boom economico e che aveva contribuito a consacrare sempre di più il mito di alcune personalità quali Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... Il periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta all'inizio del decennio dei Sessanta vede campeggiare due figure profondamente innovatrici quali William Klein e Gordon Parks. Merito del primo è l'aver saputo trasferire nella moda quella sperimentazione di linguaggio già applicata nel campo del reportage, ossia il ricorso ad alcuni espedienti tecnici, come l'uso di un obiettivo grandangolare e sfocature in ripresa.

Tra i suoi scatti più noti vi sono quelli realizzati durante il soggiorno nella capitale italiana in occasione della sua collaborazione per Vogue, con una Roma nel pieno del grande cinema e del boom economico: modelle che sfilano sulle strisce pedonali in piazza di Spagna, o decontestualizzate dai soliti set e immerse in brandelli di vita reale. Risultato: stampe estremamente grafiche, giocate sui contrasti, non solo black-white ma anche dell'eleganza di abiti vissuti normalmente per le strade della città. Su un versante analogo si colloca la ricerca di Gordon Parks, tra i fotografi più importanti del XX secolo, il quale preferiva ritrarre i suoi soggetti in ambientazioni reali, privilegiando spesso punti di vista insoliti e suggestivi - una finestra o una serratura, ad esempio - caricando le immagini di una forte connotazione voyeuristica.

Gli affascinanti ritratti realizzati con mosaici di polaroid da Maurizio Galimberti, Instant Polaroid artist per definizione, in grado di cogliere l'autenticità dei soggetti, per lo più star del mondo dello spettacolo, rappresentano una frontiera contemporanea della fotografia di moda e di cinema. Il francese Eric Rondepierre, a cui è valsa un'importante mostra al Moma nel 1996, si accosta al cinema tramite il recupero di vecchie pellicole cinematografiche, spesso logorate dalla cattiva conservazione o dagli inesorabili segni del tempo, e ne isola un fotogramma che diventa così il soggetto dei suoi scatti (come nella sua opera più famosa Champs-Elysèes e riferita al film Charade con Cary Grant e Audrey Hepburn).

Passato e presente convivono grazie ad una fotografia che si fa cinematografica e ricerca proprio nel dinamismo dei rapporti tra queste due discipline la sua principale fonte d'ispirazione. Diversamente Nicola Civiero, forte di un linguaggio ancora più contemporaneo, usa il mezzo fotografico per riflettere sui limiti e le costrizioni della moda e, più in generale, dello star system. Infine, un riconoscimento speciale meritano i contributi di due grandi fotografi attivi tra il 1930-1940 quali l'ungherese Martin Munkacsi e l'americana Frances McLaughlin-Gill, i cui scatti segnarono delle vere e proprie pietre miliari nel mondo della fotografia di moda, con larghe influenze su autori delle generazioni successive come Richard Avedon o Henri Cartier-Bresson. Per quanto riguarda Munkacsi, egli può essere considerato a pieno titolo il pioniere di una fotografia fatta di scatti accattivanti, ambientanti in contesti di vita quotidiana e animati da un forte dinamismo. Quell'immediatezza e spontaneità che contraddistingueva i suoi reportage sportivi si ritrova, così, anche alle pagine delle riviste di moda da lui firmate.

Allontanandosi dalla pratica di una fotografia di moda interamente concepita in studio, Munkacsi mette in scena giovani donne in buona forma fisica, calate in contesti sempre riconducibili a stili di vita dinamici e sportivi: è nel 1933, sulla spiaggia di Piping Rock, che nasce il suo scatto più famoso avente per protagonista Lucile Brokaw. La lezione di Munkacsi e l'apertura verso questo immaginario "basso", più comune e ordinario, popolato da modelle riprese in location esterne e spaccati dinamici, verrà poi proseguita anche da Frances McLaughlin-Gill, a lungo considerata l'interprete ideale delle mode giovanili. La sua abilità di cogliere l'essenza e la sensibilità di momenti fugaci o di espressioni improvvise sul volto delle modelle, in modo quasi teatrale, la renderanno una delle principali rappresentanti del versante più realistico della fotografia di moda. (Comunicato stampa)

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Through a selection of famous visuals from the world of the fashion and movie, the show "Moda & Cinema" aims to suggest a journey in the changes of taste and habits whose main character were from one side everlasting icons, subject of the images, but from the other side also the same photographers, real masters in recognizing, and sometimes anticipating, these signals of transformation. Thinking to align all the works on view to a common line it's impossible: each of them, however, because of its peculiarities, reveals us a polyhedric slice of ways to be, to dress, to strike a pose, to be icons of their time that changes together with the passing of years. Starting point will obviously be the legendary images of two as legendary photographers such as Douglas Kirkland and Bert Stern, portraitists of the most famous Hollywood stars. With regard to Kirland's production, his unforgettable shots of Marilyn Monroe are still today among the most beautiful memories of the actress.(...)

No less catchy are his portraits of Audrey Hepburn, icon of glamour and style whose untarnished beauty, characterized by a smile, has been exalted also in some photographs of the mature age done by Gilles Bensimon. There will be a lot of other authors who will take a portrait of the beautiful British actress, each of them using their own charm and personality: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. Bert Stern, on the contrary, has the honour of having portrayed the ultimate star Marilyn Monroe in August 1962, in the six weeks before her tragic death on the occasion of a photo shoot for Vogue, the photographs of which has been collected in the great portfolio "Marilyn Monroe: The complete Last Sitting", published posthumous in 1982. In those shots the actress appears alluring even though fragile; she will die shortly after, gripped by the interior demons that made her despise his own figure and that had an impact on some of Bert Stern's most famous photographs: she will mark some proofs with a coloured marker as if it were a self- punishment to inflict to herself.

Very famous are also some photographs of Italian authors such as Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini and Tazio Secchiaroli, main characters of the Dolce Vita that animated the Tiber embankment in the ages of the economic boom and that contributed to consecrate the myth of some great personalities such as Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... The period that goes from the end of the Fifties to the beginning of the Sixties is represented by two deeply innovator artists like William Klein and Gordon Parks. He was able to transfer also in the world of fashion the same language experimentation that he had already applied in his reportages, which means concretely the use of some technical devices such as the wide-angle lens and blurred shots.

Among his most famous photographs there are those conceived during his stay in the Italian capital on the occasion of a photo shoot for Vogue, with a Rome in the middle of the great cinema and the economic boom: models on crosswalk in Piazza di Spagna or decontextualized from the usual sets and surrounded by shred of the everyday life. Result: extremely graphic prints, focused on the contrasts not only from the black and white but also from the elegance of the cloths normally dressed in the city streets. Also Gordon Parks' research could be read from a similar perspective: he preferred to portray his models in real settings, giving priority to unusual and appealing points of view - an open window or a keyhole, for example - imbuing the images with a sense of voyeurism.

The fascinating polaroid mosaic portraits created by Maurizio Galimberti, "Instant Polaroid artist", able to seize the authenticity of the subjects, mostly famous celebrities, could be seen as a contemporary frontier of fashion and movie photography. The French artist Eric Rondepierre, who won an important exhibition at Moma in 1996, approaches the world of movie through the recovery of old films, often distorted by bad stocking conditions or the unavoidable signs of time, from which he chooses a frame that becomes the main subject of his works (like in his most famous work called "Champs-Elysèes" connected to the film "Charade" with Cary Grant and Audrey Hepburn). Present and past live together thanks to a photography that becomes cinematic and researches his source of inspiration in the dynamism of relationship between these two disciplines. In a different way and referring to a more contemporary language, Nicola Civiero uses the photographic medium to think on the limits and mental constraints typical of he fashion industry and, more generally, of the star system.

In the end a special acknowledgment must be given to the contribution of two great masters active between 1930-1940 such as the Hungarian Martin Munkacsi and the American Frances McLaughlin-Gill, whose works were real milestones in the world of fashion photography, with deep influences on the authors of the next generations like Richard Avedon and Henri Cartier-Bresson. Speaking of Munkacsi, he can be considered the pioneer of a photography made of catchy images, set in everyday-like environments and animated by a strong dynamism. He brought the same action and spontaneity that he captured in his sports photography to the pages of the fashion magazines that he signed.

Distancing himself from a practice entirely conceived in studios were models posed like mannequins, Munkacsi stages active young women favouring scenes of daily life epitomizing a special gift for action and movement: in 1933 he took his most famous shot of the socialite model Lucile Brokaw running down the Piping Rock beach. Munkacsi's lesson and the opening towards a "humble" imaginary, more common and ordinary, populated by models photographed outdoor in dynamic contexts, will be continued by Frances McLaughlin-Gill, often considered the ideal interpreter of junior fashions. Her ability to communicate the appearance and the sensibility of a passing moment or a glimpsed smile in her pictures will make her, among others, one of the main representative of realistic fashion photography. (Press release)




Steve Fitch - Kitchen rom the series Neon - vintage dye transer print cm.38x38 1977 American Dream
termina il 10 dicembre 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)

Quattordicesima mostra ospitata nella sede della Fondazione Rolla. Le fotografie appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. La locuzione "American Dream" è stata utilizzata per la prima volta dallo storico americano James Truslow Adams nel suo libro The Epic of America, pubblicato nel 1931. Nel periodo in cui gli Stati Uniti erano nel pieno della cosiddetta Grande Depressione, James Truslow Adams ha usato questa espressione per descrivere le complesse convinzioni, le promesse religiose e le aspettative politiche e sociali del popolo americano.

La mostra raccoglie immagini suggestive di importanti autori internazionali (Robert Adams, Lewis Baltz, Richard Benson, Margaret Bourke-White, William Eggleston, Steve Fitch, Lee Friedlander, Frank Gohlke, Anthony Linck, Christopher Morris, Putnam & Valentine, Robert Rauschenberg, Ezra Stoller, Beat Streuli, Hiroshi Sugimoto, George A. Tice, Henry Wessel) che raccontano lo sviluppo socio economico e culturale dell'America dagli anni '50 fino ai nostri giorni. Il catalogo contiene un testo dell'economista Christian Marazzi in conversazione con Philip Rolla che racconta alcune esperienze personali raccolte durante il periodo della sua formazione alla Santa Clara University. La mostra fa parte del programma di Bi10 Biennale dell'immagine - Borderlines. Città divise/Città plurali. (Comunicato stampa)




Arriva alla mostra di Castelfranco anche il "Ritratto di messer Zuan Paulo da Ponte", capolavoro di Tiziano
www.museocasagiorgione.it

"Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa del Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo) si arricchisce di un altro straordinario capolavoro: il "Ritratto di messer Zuan Paulo da Ponte" di Tiziano. A concederlo all'esposizione castellana è l'antiquario veneziano Pietro Scarpa, che ha avuto il merito di acquisire l'opera, finita sul mercato americano, riportarla in Italia e farla restaurare. Il ritratto è ampiamente documentato, grazie anche all'abitudine di messer da Ponte di annotare, giorno dopo giorno, tutto quello che faceva. Così dai precisissimi "Memoriali" di messer Zuan Paulo si sa che egli commissionò a Tiziano il dipinto l'8 marzo 1534 e il dovuto venne il 22 dicembre dello stesso anno. Tiziano venne contemporaneamente impegnato anche per il ritratto di Giulia, la splendida figlia del committente.

L'opera, ammirata anche dal Vasari, seguì il suo proprietario quando egli si trasferì a Spilimbergo, in Friuli. Col tempo, le collezioni di famiglia - annota Gentili - furono immesse nel mercato, ma il contatto tra il da Ponte e Tiziano venne dimenticato fin quando il dipinto fu ritrovato, identificato e pubblicato dal Suida. Passato in America e dimenticato, il ritratto rimase per una settantina d'anni nel caveau di una banca californiana, dove fu riscoperto e riportato in Italia da Pietro Scarpa. Durante il restauro, dietro la tela originale è apparso il nome del committente: Zan Pavlo Da Ponte / Spilinbergo.

"Questo capolavoro -sottolinea la curatrice della Mostra Danila Dal Pos - lo abbiamo voluto a "Le trame di Giorgione" non solo perché di Tiziano, non solo perché opera straordinaria, ma perché interpreta alla perfezione il tema della mostra, ovvero l'importanza dei tessuti nell'immagine che i personaggi ritratti vogliono tramandare di se stessi".

Nella scheda per il catalogo, Gentili porta l'attenzione sullo "sguardo compiaciuto e un tantino febbrile di quest'uomo. sul suo abbigliamento ricchissimo ed elegantissimo ma lievemente fuori moda, lievemente eccentrico, con l'ampio collo di lince sul giubbone di velluto nero sforbiciato; sulla superba nonchalance della mano guantata che lascia trasparire l'unghia del pollice e surclassa, come spesso accade nel nostro pittore, la rigida mano scoperta. Sulla verità, soprattutto, del volume ben rilegato e ordinatamente chiuso dalla sua 'cordella': un libro importante della sua biblioteca o, piuttosto, uno dei preziosi "memoriali"? Un ostentato segnale di cultura o, piuttosto, il tracciato puntiglioso della memoria, la cronaca familiare che impone all'immagine le ragioni della storia?" (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Alessandra Carloni - Spirito autunnale - olio su tela cm.30x30 2016 Alessandra Carloni - Un nuovo vento - olio su tela cm.60x80 2017 Alessandra Carloni: "Racconti dipinti"
termina il 21 novembre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Alessandra Carloni è un'artista che ha dato voce ai suoi sogni, ha creato un mondo dove i suoi personaggi, tratteggiati da poche pennellate di colore, idealizzano sentimenti. Il suo stile pittorico è immediato e piacevole, caratterizzato da linee talvolta spigolose, stemperate da gradevoli accostamenti di colore. In una prima fase della sua carriera, l'artista lavorava con una tavolozza caratterizzata da colori tenui, in seguito la gamma di tinte che la Carloni utilizza nei suoi lavori si è ampliata, ora vi è un'equa alternanza di colori freddi e caldi, ma la pennellata rapida e franta rimane una cifra stilistica dell'autrice.

La Galleria ha già avuto modo di far apprezzare al suo pubblico le opere dell'artista romana, in questa mostra sono presenti poche opere del passato e tante opere nuove, le quali sono il risultato dell'evoluzione della "maniera" dell'artista, frutto di riflessione e studio sulla tecnica, dopo le esperienze maturate anche con l'esecuzione di murales, molti dipinti in quest'ultimo anno, presso Torino, Settimo Torinese, Marsala, Valogno solo per citarne alcuni. Altra importante esperienza è stata la realizzazione della serie di opere realizzate per la mostra Cosimo, ciclo di dipinti ispirate alla fatica letteraria di Italo Calvino, "Il Barone Rampante", della quale mostra sono presenti alcune opere.

Alessandra Carloni (Roma, 1984) si diploma all'Accademia di Belle Arti di Roma nel 2008 con la cattedra di Celestino Ferraresi e si laurea nel 2013 in Storia dell'arte contemporanea, presso l'Università "La Sapienza". Dal 2009 inizia la sua attività di pittrice e artista, esponendo in personali e collettive a Roma e in altre città italiane. In questi anni ha partecipato a diversi concorsi, vincendo diversi premi e riconoscimenti, oltre a opere su tela o su carta l'artista si è da sempre cimentata nell'esecuzione di opere murali per committenze private o pubbliche a seguito della vincita di un bando come nel caso del murales eseguito in piazza Conti di Rebaudengo a Torino nell'ottobre 2016. I principali murales di Alessandra Carloni si trovano nelle seguent località: Castel Gandolfo (Roma), Castelsardo (Sassari), Dolo (Venezia), Firenze, Mantova, Milano, Ostia (Roma), Pavona (Roma), Roma, Rovigo, Savona, Settimo Torinese (Torino), Sulmona (L'Aquila), Torino, Valogno (Cesena), Venezia. (Comunicato stampa)




Opera di Giovanni Rizzoli nella mostra Ipotesi e speranza Giovanni Rizzoli. Ipotesi e speranza
termina lo 06 dicembre 2017
Cappella dell'Incoronazione - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Il Polo Museale regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo presenta la mostra dedicata all'opera del Maestro Giovanni Rizzoli, a cura di Bruno Corà. Con una scelta significativa di quattro importanti sculture realizzate tra il 2008 e il 2014 - Doppio infinito (impossibilità dell'eschaton), 2008-2009, Infiniti infiniti, 2011 e due diverse versioni di Oltre, 2013-2014 (tutte opere in pregiati marmi neri del Belgio e vetro di Murano) - Rizzoli interviene in una cruciale querelle millenaria che attraversa il pensiero scientifico, estetico e religioso inerente la spazio-temporalità dell'infinito e dell'eternità dell'universo, dimensioni che egli evoca con opere le cui forme, tanto enigmatiche quanto perentoriamente definite in senso plastico e simbolico, dischiudono e suscitano sostanziali riflessioni sulla possibile fine dei tempi (eschaton) con quesiti ineludibili. Insieme alle estreme coordinate universali che non possono non chiamare in causa anche le dimensioni trascendentali, l'opera di Rizzoli apre, con non minore trepidazione, un'interrogazione sulla figura storica del Cristo, possibile ipotesi, speranza e chiave risolutiva dell'enigma escatologico e della sua eventuale impossibilità.

"Il Museo Riso - dichiara Valeria Patrizia Li Vigni, Direttrice del Polo Museale - prosegue nel solco di una programmazione di ampio respiro, volta a focalizzare l'attenzione su un artista di fama internazionale, scultore, poeta, scrittore, esperto medievalista e docente di spessore che coniuga nelle sue opere misticismo e spiritualità, religiosità e laicismo. La sua arte ci invita ad una riflessione profonda sul dramma dell'esistenza umana dilaniata tra conoscenza e fede".

Esponente di punta della generazione artistica europea degli anni Novanta, autore di sintomatiche esperienze pittorico-plastiche che hanno attraversato la poetica post-human anticipandone e superandone le problematiche salienti, Giovanni Rizzoli (Venezia, 1963) ha tra le sue imprese artistiche la partecipazione a importanti rassegne come la Biennale di Venezia (1999, a cura di Harald Szeemann), la XV Quadriennale di Roma (2008) e numerose altre mostre in gallerie d'arte europee ed americane. Recentemente la sua scultura è stata collocata en plein air in permanenza in un parco pubblico della Lombardia, insieme con l'opera dell'artista franco-americana Louise Bourgeois, a cui Rizzoli era legato da un lungo sodalizio, e con quella di Tristano di Robilant. (Comunicato stampa)




Opera di Massimo Kaufmann dalla mostra Pesce di terraferma alla galleria Drago artecontemporanea di Bagheria Massimo Kaufmann: Pesce di terraferma
termina lo 01 dicembre 2017
Drago artecontemporanea - Bagheria (Palermo)
www.drago-arte.it

Dopo la mostra personale del 2014, questa seconda esposizione offre ai visitatori una nuova selezione di lavori realizzati da Massimo Kaufmann appositamente per gli spazi della galleria. In mostra lavori su tela di grandi e medie dimensioni caratterizzati da un forte cromatismo che documentano gli esiti più recenti della ricerca dell'artista e 12 nuove opere su carta realizzate su fogli per scrittura in alfabeto Braille utilizzato dalle persone non vedenti e realizzate per accompagnare il volume Pesce di terraferma di Maurizio Padovano, edito da Drago Edizioni.

La poetica di Massimo Kaufmann è strettamente legata al ritmo e al gesto del fare pittura. L'aspetto performativo costituisce una delle cifre caratteristiche della sua produzione degli ultimi quindici anni: la pittura praticata come partitura musicale, il tessuto temporale come elemento portante della creazione artistica. Molti degli ultimi lavori di Massimo Kaufmann, e tra questi alcuni di quelli in mostra, prendono il nome di Clinamen. Nella fisica epicurea il Clinamen è la deviazione spontanea degli atomi nel corso della loro caduta nel vuoto in linea retta, deviazione casuale, sia nel tempo che nello spazio, che permette agli atomi di incontrarsi. E' grazie al Clinamen che gli atomi, deviando dalla loro traiettoria, formano la varietà delle cose del mondo. Kaufmann ha rappresentato, nelle sue opere recenti, proprio questo caos ordinato, dove lo spazio della tela è pervaso da infiniti punti colorati che scorrono lungo traiettorie colorate, seguendo le linee del caso per formare un nuovo cosmo.

Massimo Kaufmann (Milano, 1963) è attivo dalla fine degli anni '80, in quella generazione di artisti che si impone sulla scena italiana dopo le esperienze dell'Arte Povera e della Transavanguardia. Il suo lavoro si colloca fin dagli esordi in quella 'Scena Emergente', documentata dal Museo Pecci di Prato nel 1990. In quegli anni espone in numerose gallerie italiane: Studio Guenzani e Studio Marconi a Milano, Lia Rumma a Napoli, Galleria Emilio Mazzoli a Modena, Gianenzo Sperone a Roma. E' nel 1990 al Museo Pecci di Prato, al Pac di Milano e alla Galleria d'arte Moderna di Bologna, musei presso i quali vengono acquisite le sue opere. Negli anni successivi alcune sue opere vengono acquisite dai seguenti musei: a Parigi (Fondation Cartier), Berlino, Martin Gropius Bau (Metropolis) Amsterdam (De Appel) Vienna (Palais Lichtenstein, Fondazione Ludwig) e a New York (Sperone-Westwater, Bronx Musem), a Phoenix, Nizza (Musee d'Art Contemporaine) Roma Galleria Nazionale d'arte Moderna, (Quadriennale 1996 e 2005, Galleria Nazionale d'Arte Moderna), Milano (PAC, Triennale, Collezione Palazzo Reale), e nei musei di Graz, Sarajevo, Tel Aviv. Dal 2010 collabora con l'Accademia di Brera a Milano dove svolge dei seminari sull'arte contemporanea. Una sua opera, The Golden Age, realizzata a NY nel 2008, è stata acquisita recentemente dal Museo d'Arte Moderna di Bologna (MaMBo) e una sua opera di grandi dimensioni (Clinamen, cm.300X900) dall'Università Bocconi di Milano. (Comunicato stampa)




Luca Lupi - Finis sterrae, Piazza Mascagni, Livorno - 2017 Luca Lupi - Landscape, San Michele, Venezia - 2015 - velvet 2880 Luca Lupi: Finis terrae
termina lo 02 dicembre 2017
Galleria Passaggi Arte Contemporanea - Pisa
www.passaggiartecontemporanea.it

Personale di Luca Lupi (Pontedera - Pisa, 1970), a cura di Ilaria Mariotti, prima collaborazione tra l'artista e la Galleria. L'artista presenta un articolato percorso pensato appositamente per gli spazi della galleria e costituito da fotografie che mettono in evidenza alcuni aspetti del suo percorso di ricerca. Il vuoto e il pieno, l'immaterialità, la relazione tra pittura e fotografia in merito alla costruzione dell'immagine attraverso la luce (in pittura mediata dal colore), il paesaggio, il tema del limite e del confine sono tutte questioni importanti nella ricerca di Luca Lupi. Che rimandano contemporaneamente a esperienze personali e a tutta un'ampia gamma di riflessioni sulla storia dell'arte e dell'architettura e dell'antropologia. Landscapes è una serie di scatti di tratti di costa visti dal mare.

Progetto premiato in numerosi festival internazionali - Circulation (s) 2014 Festival de la Jeune Photographie Européenne, Parigi; Premio Arte Laguna 2015, Arsenale di Venezia; Premio Combat 2015, Museo Civico G. Fattori Livorno; Primo classificato al concorso Italy in a frame 2016, Triennale di Milano; Vincitore della 7° edizione del Photomed Festival 2017, Francia - Landscapes si focalizza sulle coste di tutto il mondo che, qui accostate in sequenza, compongono un orizzonte estremamente basso dove la terra è una striscia esile ma caratterizzata ora da una natura apparentemente incontaminata, ora da trasformazioni del paesaggio attraverso progressive antropizzazioni, ora da frequentazioni temporanee legate alla balneazione. La frontalità dello scatto e la medesima altezza dell'orizzonte fanno sì che il soggetto diventi estremamente ambiguo in termini temporali e di luogo: pare di essere di fronte a immagini dello stesso luogo ripreso in un diverso arco temporale (popolato, antropizzato, solitario ma anche ripreso in diversi momenti della giornata).

Oppure la serie dà l'illusione di poter ricostruire un vero paesaggio esteso e variegato. Gran parte delle immagini sono costituite dalla distesa del cielo che si affaccia su un lembo di terra e di acqua e presentano una dominante cerulea, un colore indefinito che vira ai grigi e ai bianchi. In Landscapes si concentrano alcuni elementi importanti della ricerca dell'artista: l'attenzione al punto di vista, il tema della percezione del paesaggio e della natura attraverso l'obiettivo (e dunque attraverso la costruzione di una macchina prospettica) quale indagine poetica e tecnica insieme della relazione tra l'uomo e il concetto, la pratica e il genere del "paesaggio". La percezione dell'immagine attraverso l'occhio e attraverso la sensibilità personale insieme è esperienza centrale nel percorso dell'artista. Anche nel percorso pensato per la Galleria Passaggi l'esperienza della continuità in sequenza di immagini compatibili tra loro per formato e soggetto e ripresa viene articolato attraverso la presenza di altri formati dell'immagine, quasi concentrazioni dell'obiettivo, a ingrandire particolari minuscoli, a cogliere meglio le forme.

In questo andare e venire di attenzioni si affronta lo stesso soggetto ma da un altro punto di vista: il mare visto dalla terra come possibile conquista e sperdimento dello sguardo in un luogo che si rivela parimenti ignoto, misterioso e ambiguo dei lembi di terra rimpiccioliti visti dal mare. In un alternarsi di instabilità dovuto ai passaggi graduali di luce (e quindi allo scorrere del tempo) bagliori di luci artificiali che accendono la notte, disegnano le coste, rivelano la presenza dell'uomo e l'organizzazione del paesaggio. Finis Terrae è una mostra sui luoghi in cui terra e mare si toccano e si contrastano, su un'opposizione che lascia senza fiato. Ma è, innanzi tutto, una mostra dove i confini sono quelli del nostro sguardo, della nostra percezione e della nostra memoria che proietta in un vuoto e tuttavia organizzato dispositivo (l'immagine) lo sperdimento e la consapevolezza della necessità di cogliere la vastità del mondo che ci circonda così come di abitare, utilizzare, antropizzare, vivere il paesaggio. (Comunicato stampa)




Tiger Hunt - Rubens - cm.418x322 Opera dalla mostra Destinazione Micromosaico Destinazione Micromosaico
termina lo 07 gennaio 2018
Palazzo Rasponi dalle Teste - Ravenna

Nel trentesimo anno di attività, Sicis partecipa alla quinta edizione di "RavennaMosaico" con un'esposizione che intende sottolineare il rapporto con la sua città, storica patria del mosaico. (...) Nelle prime sale, un susseguirsi di proiezioni a 360., affreschi digitali e video per raccontare la storia di Sicis attraverso le principali collezioni di ritratti, le icone e i volti realizzati dai maestri mosaicisti, con approfondimenti dedicati alla realtà produttiva, ai materiali e alla storia antica dell'arte musiva, nonché alle realizzazioni di Sicis ispirate alle opere classiche, alla Pop Art e all'Avanguardia. A seguire, la "Sala del Micromosaico", dedicata ai preziosissimi gioielli di Sicis realizzati in micromosaico. La tecnica ha avuto il suo periodo di massimo splendore nel XVIII secolo ma è scomparsa di scena quasi completamente nel XIX secolo.

L'azienda ha investito risorse proprie per studiare e recuperare quest'arte e riportarla ai lustri dell'Epoca del Gran Tour, quando principi e principesse, re e regine, zar e nobili indossavano gioielli in micromosaico. Per finire, giochi di immagini e video mostrano la maestria del mosaico della natura, spaziando dall'impostazione floreale barocca e rinascimentale fino ai canoni stilistici orientali. E inoltre disponibile una ricca libreria con oltre cento libri e pubblicazioni. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla presentazione della rassegna Donne e Fotografia Donne & Fotografia
termina lo 07 gennaio 2018
Chiesa di San Francesco - Udine
www.craf-fvg.it

Le donne che hanno avuto un ruolo rilevante nella storia della fotografia, sin dall'invenzione di questo medium, sono state tante e bravissime. Come ricordato dalla giornalista Giuliana Scimé, "...sono protagoniste delle più rilucenti sfaccettature di un diamante purissimo, la fotografia nelle arti visuali, che sta regalando galattiche avventure nell'universo dell'immagine...". Il percorso, assai complesso, tocca differenti epoche e culture d'Europa, delle Americhe, Africa, Asia, Australia. Le frontiere non esistono, nemmeno i confini per la creatività, questo è il miracolo della fotografia. Un'affascinante "giro del mondo" a bordo di una raffinata macchina del tempo che dal primo Novecento sino alle più contemporanee sperimentazioni, plana su tantissimi Paesi e si sofferma a mettere in luce talenti e indimenticabili immagini. Questa mostra valorizza il lavoro e il ruolo delle donne, fa riflettere, indaga, rivede e tenta di riscrivere con equilibrio la storia della fotografia al femminile mettendo in cima le eccellenze che l'hanno caratterizzata.

La mostra di Udine presenta, in una selezione di 160 immagini, una per ogni fotografa, le opere di artiste che hanno caratterizzato il XX e il XXI secolo, tra cui: Berenice Abbott, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Inez Baturo, Marina Berio, Ruth Bernhard, Marianne Brandt, Marilyn Bridges, Frances Aretta Carpenter, Diana Y Marlo, Delphine Diallo, Desiree Dolron, Gertrude Fehr, Trude Fleishmann, Rosa Foschi, Barbara Forshay, Martine Franck, Gisèle Freund, Ester Havlová, Annemarie Heinrich, Regina Hübner, Sabine Korth, Germaine Krull, Mary Ellen Mark, Sarah Moon, Inge Morath, Eleni Mouzakiti, Maria Mulas, Elizabeth Opalenik, Leni Riefenstahl, Ursula Richter, Sandy Skoglund, Karin Székessy, Doris Ulmann, Carla van de Puttelaar, Verena von Gagern, Sabine Weiss, Cristina Zelich.

Centosessanta fotografie per 160 donne che hanno fatto la storia della fotografia, ognuna con il proprio talento, ognuna con il suo occhio e la sua tecnica; 160 donne che hanno fatto della fotografia la propria arte e il mezzo attraverso il quale comunicare la loro visione del mondo. L'esposizione è un'antologia della fotografia al femminile che nasce con diversi obiettivi: comprendere il ruolo della donna davanti e dietro l'obiettivo in diversi contesti sociali e culturali, offrire una visione d'insieme sul lavoro delle donne ed evocare le preoccupazioni, gli impulsi attuali che spingono le donne a fotografare, svelare la personalità di quante hanno fatto della fotografia il proprio mezzo espressivo ed artistico. La mostra ha rilevanza internazionale, è un vero e proprio viaggio nella storia tra i continenti e le culture, include territori lontani e distanti unito sotto un unico ombrello chiamato "obiettivo". E' complesso immaginare l'allestimento di una mostra così eterogenea, caratterizzata da colori e bianco e nero, luci e ombre, corpi, paesaggi ed oggetti. Proprio l'eterogeneità diventa punto di forza nell'organizzazione della collettiva in sezioni precise.

In mostra, inoltre, verrà proiettato il video A History of Women Photographers del 1996 realizzato da Naomi Rosemblum, mentre un'altra sezione video verrà dedicata alle fotografe friulane che, sulla scia di Tina Modotti, si stanno facendo conoscere e apprezzare. Le 160 fotografie, realizzate dai primi anni del Novecento al 2016, provengono da diversi prestatori, gallerie pubbliche e private tra le quali ricordiamo il Museo Ken Damy di Brescia, la Fondazione Fratelli Alinari di Firenze, la Fondazione per la Fotografia di Modena, la Fondazione Archivio Afro di Roma, Il Museo Nazionale di Fotografia della Repubblica Ceca di Jindrichuv Hradec e il CRAF di Spilimbergo. Una sezione della mostra, infine, vedrà la proiezione delle fotografie di numerose fotografe friulane contemporanee. La mostra è curata da Ken Damy, Silvia Bianco dei Civici Musei e Walter Liva del CRAF. Il catalogo conterrà una prefazione di Naomi Rosemblum, un testo di Lorenza Bravetta, Ken Damy e le biografie di tutte le autrici presenti in mostra curate da Silvia Bianco e Walter Liva. (Comunicato stampa)




Opera di Pierluigi Fresia dalla mostra Entanglement alla VisionQuesT 4rosso di Genova Pierluigi Fresia: Entanglement
termina il 25 novembre 2017
VisionQuesT 4rosso - Genova
www.visionquest.it

Entanglement è un termine utilizzato nella teoria quantistica per descrivere il modo in cui le particelle di energia/materia possono essere correlate e prevedibilmente interagire fra loro, indipendentemente da quanto distano. Molti di noi hanno imparato che le leggi capaci di governare il mondo microscopico sono diverse da quelle che muovono quello macroscopico; mentre la fisica e la meccanica quantistica descrivono l'infinitamente piccolo, la fisica newtoniana aderisce perfettamente al mondo macroscopico, ma è quell'infinitamente piccolo che ci trasmette un'immagine affascinante perché in alcuni punti è divergente da quelle che sono le categorie di spazio, tempo e causalità a cui siamo abituati. Ma siamo proprio sicuri che questa separazione fra questi due mondi sia così netta?

Potremmo invece pensare che le leggi della fisica quantistica e alcuni dei suoi strani fenomeni, come ad esempio l'entanglement (letteralmente dall'inglese intreccio - groviglio), possano avere una valenza e una manifestazione anche nel mondo fisico? La nostra visione del mondo suggerisce e stabilisce le nostre esperienze, il mondo che ci circonda è definito attraverso le nostre azioni e scelte: é quello che crediamo possibile che determina quello che siamo capaci di creare. Dovremmo essere disposti a ritenere dunque che la realtà che sperimentiamo sia forgiata esclusivamente dalla nostra interazione con il mondo circostante all'atto della percezione o della misurazione. La chiave di lettura delle opere di Fresia risiede proprio in questo momento di interazione tra fotografia e disegno, atti che non possono essere descritti qui come due azioni diverse ma diventano un'unica esperienza, per riflettere sul metodo di osservare il reale o di quello che umanamente definiamo tale.

Linguaggi che si sovrappongono, il rapporto tra immagine e disegno viene sovvertito: cos'è immagine nell'opera di Fresia? La fotografia o il disegno? Non solo il desiderio ma la volontà di coinvolgere attivamente l'interlocutore, che osserva, legge, cerca il nesso tra immagine e disegno, non lo trova e fruga nel bagaglio delle proprie conoscenze, cercando risposte e certezze. Ma l'artista non possiede alcuna verità, invita alla costruzione di storie personali, soggettive: ogni opera è nutrire un racconto in profondità, l'incipit è dato e le possibilità sono infinite. Fresia destabilizza, disorienta, costringe a riflettere su se stessi attraverso apparenti enigmi o rebus, lasciando a tutti noi che ci soffermiamo davanti a questo dono l'assoluta libertà di creare e ricreare e dar vita a qualcosa che esiste solo dentro di noi. (Comunicato stampa)




Colors as Attitude Ruth Ann Fredenthal, Winston Roeth, Phil Sims
Colors as Attitude


termina il 15 novembre 2017
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Ruth Ann Fredenthal (Detroit), Winston Roeth (Chicago, 1945) Phil Sims (Richmond, 1940) sono tre dei più importanti e affascinanti esponenti dell'arte colorista americana. La collettiva, a cura di Alberto Zanchetta, in programma dal 28 settembre al 15 novembre 2017, attraverso una accurata selezione di nove opere - sia storiche che recenti - si propone di valorizzare il percorso pittorico di ciascun artista. Il colore è certamente il fil rouge che lega i tre artisti che solo a prima vista sembrano dipingere quadri monocromatici. Si tratta di opere caratterizzate da un'espressione contemporanea radicale, che li separa dalla produzione minimalista e monocromatica e dall'intellettualismo freddo dei concettuali. Ciò che più gli interessa è la tecnica e l'impressione che suscitano sullo spettatore. La superficie dipinta sembra sparire e aprire la visione di uno spazio indefinito grazie alle numerose velature. Nelle opere di Ruth Ann Fredenthal, ad esempio vengono utilizzati tre o quattro colori distribuiti in diverse parti del supporto pittorico. La superficie è animata da lievi variazioni di colore e linee ondulate, quasi impercettibili.

La sua ricerca delle micro-tonalità di colore puro, e la loro sottile quanto complicata relazione, da sempre rappresentano un tema centrale della sua produzione. La tecnica che utilizza è molto scientifica: comincia dalla scelta del formato, il quadrato e da quella del lino, un lino di provenienza belga solitamente usato dai restauratori per foderare le opere antiche, fino ad arrivare alla stesura del colore. Il risultato finale è strabiliante. La superficie dipinta, data dai molteplici strati di colore sembra sparire e aprire la visione ad uno spazio indefinito come afferma Giuseppe Panza in Ricordi di un collezionista, uno dei primi estimatori della pittura di Ruth Ann Fredenthal. Così la tecnica pittorica di Phil Sims prevede la stesura di vari strati di pittura, solitamente tra i quaranta e i sessanta, fino a coprire l'intera superficie della tela con pennellate orizzontali e verticali.

Una qualità della tecnica di stesura di Phil Sims è che, strato dopo strato, il colore assume e sprigiona una luminosità unica. Grazie all'innata sensibilità e alla sua tecnica accurata, il risultato finale è strabiliante: il colore finale si crea dal sommarsi delle varie pennellate, filtrando fino alla superficie.Winston Roeth dipinge pannelli monocromatici o bi-colore spesso combinati a formare un'unica installazione. Lavorando con il pigmento grezzo e con la tempera, crea dense superfici opache, talvolta dipingendo il contorno con un colore contrastante. Roeth gioca con diverse combinazioni di linee per esplorare i loro effetti sulla percezione umana. La fenomenologia del colore, della luce e dello spazio rappresenta un tema centrale della pratica pittorica di Roeth. Dopo anni di esplorazione sulla luce e sul colore, arriva a sviluppare una tecnica precisa. Usando un pennello stende il pigmento puro, strato dopo strato, mischiandolo ad acqua e ad un'emulsione di poliuretano, fi ché l'intera superficie della tela non è stata ricoperta. Tutti i suoi sforzi sono incentrati nel tentativo di trovare la giusta saturazione del colore, in modo tale che dai pigmenti scaturisca luce pura.

Ruth Ann Fredenthal, figlia di artisti, da piccola disegna e dipinge animali, talvolta in forma astratta. La sua educazione artistica ha breve parentesi presso l'Istituto del Museo di Filadelfia e la Scuola estiva di Yale Norfolk, ma la sua vera formazione si compie al Bennington College, sotto l'egida di Paul Feeley, che considera l'unico artista vivente ad averla influenzata. Dopo la laurea, riceve una borsa di studio per recarsi a Firenze, al termine della quale rientra a New York. Decisa a continuare la grande tradizione della pittura a olio, l'artista utilizza tutte le tecniche legate a questa disciplina pittorica.

Winston Roeth ha studiato presso le Università dell'Illinois e del New Mexico, quindi al Royal College of Art di Londra. La produzione dell'artista risale agli anni Sessanta e parte da un'indagine della percezione del colore. Nell'arco di dieci anni ha allestito numerose mostre personali alla Stark Gallery New York, altre sono state inaugurate nelle città di Basilea, Londra, Amburgo, G teborg, Sydney, Palma di Maiorca, Francoforte, Santa Fe. Numerose sono le sue collaborazioni a installazioni coreografiche e teatrali. Ha inoltre svolto attività didattica sia a Chicago sia a New York.

Phil Sims prima di dedicarsi alla pittura, Sims svolge il mestiere di vasaio e realizza opere in ceramica. Negli anni '60 si iscrive al San Francisco Art Institute. Oggi, è considerato uno dei più grandi pittori coloristi a livello internazionale. All'inizio della sua formazione artistica, studia l'uso che gli artisti dell'Espressionismo Astratto fanno del colore, mantenendo sempre uno sguardo alla pittura Europea più. La sua carriera artistica è inizialmente legata al gruppo dei Radical Painters. Tuttavia, nel 1984, dopo la mostra curata da Thomas Krens al Williams College Museum of Art in Massachusetts, il gruppo decide di sciogliersi e ogni artista segue un percorso di ricerca artistica più autonomo e personale. Oggi, Sims vive e lavora negli Stati Uniti, ma espone spesso in Europa, sia in spazi pubblici che in gallerie private.Accompagna la mostra un catalogo bilingue con un testo critico a cura di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




David Goldes - Electricities on my table David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna

Prima personale italiana del fotografo americano David Goldes: saranno esposte in mostra sedici fotografie provenienti da tre delle sue serie più note: Electo-graph, Snake in the Garden e Electricity. Il soggetto privilegiato dell'indagine artistica di David Goldes è l'energia elettrica: la sua trasmissione attraverso diversi materiali ed oggetti; il suo comportamento in presenza di elementi chimici specifici; gli effetti che si possono ottenere esaltandone le proprietà e il lirismo di alcune sue applicazioni. Ispirato dai pionieristici esperimenti con l'elettricità dei chimici e fisici inglesi Humphry Davy e Michael Faraday del XIX secolo, Goldes ne ricostruisce i set utilizzando oggetti di uso comune: lamette, bicchieri di vetro, matite e altro. Una volta ricreato questo spazio l'artista è pronto a scattare, creando così quelli che lui definisce performing still-life, ovvero immagini vive che mostrano gli effetti del passaggio dell'energia elettrica, generando scintille, bruciature e onde energetiche.

L'intento è quello di rivelare e registrare il comportamento inaspettato dell'energia elettrica. Il risultato è potente e di grande effetto, come ad esempio nella fotografia che cattura la visibile trasmissione dell'elettricità tra bicchieri di vetro in cui sono stati immersi i due capi di un cavo elettrico o nello scatto che rivela l'attivazione di brillanti ponti elettrici che si creano tra elementi disegnati a graffite. David Goldes, tuttavia, è un artista visivo, non uno scienziato: le sue fotografie non pretendono di spiegare il fenomeno in modo scientifico, ma creano una narrazione fatta di metafore. In un'epoca in cui la diffusione della tecnologia induce a dare per scontato di sapere che cos'è la scienza, le fotografie di Goldes mettono in dubbio questa convinzione con immagini sorprendenti. La sua indagine interdisciplinare si estende, quindi oltre la scienza e si rivolge alla nostra percezione chiamata a confrontarsi con il dispiegarsi delle forze della natura.

E quanto più queste forze sono rese evidenti dall'impiego di oggetti che fanno parte dell'ordinario, tanto più la suggestione è efficace. La ricerca di David Goldes celebra l'ingegnosità di coloro che hanno dedicato la loro vita a spiegare le forze che regolano l'universo. In occasione della mostra, verrà pubblicata un'ampia monografia dal titolo Electricities, che attraverso un ricco apparato iconografico e un'intervista realizzata dal critico d'arte David Campany, propone un percorso di lettura dell'opera di Goldes, dedicato alla relazione tra arte e scienza. Il libro è proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa ai sali d'argento realizzata in 25 copie firmate e numerate dall'artista. Electricity + Water III, titolo della fotografia inclusa nell'edizione da collezione, fa parte della serie Water Being Water. L'immagine ritrae una lampadina immersa in un bicchiere pieno d'acqua e la luce, che illumina la base del bicchiere, è perfettamente riflessa sul tavolo.

David Goldes è un artista visivo impegnato prevalentemente in ambito fotografico, ma autore anche di disegni, sculture e video. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di importanti musei e istituzioni, tra cui il MOMA, Walker Art Center, Bibliothèque Nationale, Centre Pompidou, Art Institute of Chicago, Whitney Museum of American Art e Museum of Fine Arts di Houston. Goldes ha ricevuto numerosi riconoscimenti e borse di studio tra cui quella promossa dalla Guggenheim Foundation e dal National Endowment for the Arts. Formatosi in ambito artistico e scientifico, ha conseguito un Master in Genetica Molecolare alla Harvard University e un Master in Fine Art al Visual Studies Workshop. David Goldes è rappresentato dalla Yossi Milo Gallery di New York. (Comunicato stampa)




Opera di Ulrich Erben nella mostra alla Galleria Gentili Ulrich Erben Pittura: Determinare lo sconfinato
termina lo 01 dicembre 2017
Galleria Gentili - Firenze

Il senso della pittura risiede in un continuo gioco di alternanza di colore e superficie. Il confine, ogni linea di contatto tra una superficie e l'altra, è costituito da zone vibranti di contrapposizione, separazioni o fusioni che siano. Questi contorni possono apparire nitidissimi, rigidi sulle superfici cromatiche contigue, come un taglio netto; oppure, caso più frequente nell'opera di Ulrich Erben, si trasformano in un teso, avvincente gioco degli occhi per l'osservatore. Lo si constata soprattutto in quei dipinti su cui due superfici cromatiche si compenetrano, si sovrappongono, o si sfiorano come sospese in una distribuzione di luminosità contrastante. E' solo quando la luminosità dell'una digrada in quella dell'altra che la presenza e l'effetto di una superficie cromatica in rapporto all'altra diventa intelligibile.

Tutto questo genera una sorta di sconcerto, poiché il punto esatto in cui ha luogo l'alternanza passa inosservato, si sottrae alla vista. Questo avvicendamento è tanto più sorprendente in presenza di colori molto simili, se non identici. Ecco allora che sotto gli occhi dell'osservatore puntati sulla tela appare un'immagine pervasa da un chiarore abbacinante da cui sembrano emergere, come in un paesaggio innevato velato dalla foschia, vaghi contorni della natura in dissolvenza. Così nei dipinti di Ulrich Erben lo spettatore sperimenta il confine che separa ciò che è ancora visibile da ciò che scompare nel mistero sconfinato. Compiendo questo tentativo di afferrare l'inafferrabile mediante la pittura, la sua arte della quiete si avventura in territori mai visti prima. Mostra a cura di Helmut Friedel.

Ulrich Erben (Duesseldorf - Germania, 1940) tra il 1958 ed il 1963 studia nelle accademie d'arte di Amburgo, Venezia e Monaco e successivamente in quella di Berlino. Partecipa alle principali mostre dedicate alla Pittura Analitica, tra cui, nel 1973, Tempi di percezione, Casa della Cultura, Livorno, Un futuro possibile. Nuova Pittura, Palazzo dei Diamanti, Ferrara, La riflessione sulla pittura, Palazzo Comunale, Acireale; Geplante Malerei, Westfälischer Kunstverein, Muenster, Galleria del Milione, Milano, 1974-75; I colori della pittura, Istituto Italo Latino Americano, Roma, 1976. Nel 1977 è invitato a Kassel per "documenta 6". Interessato anche agli effetti di luce oltre il quadro, lavora anche a progetti e dipinti murali, come nelle mostre al Museo Folkwang di Essen, al Kunstverein di Colonia, alla Galleria Piltzer di Parigi, al Ginza Five di Tokyo. Negli ultimi decenni ha esposto fra l'altro alla Kunsthalle di Mannheim (1984), al Kunstverein fuer die Rheinlande und Westfalen a Duesseldorf (1990). Nel 2003 il Museum Wiesbaden gli ha dedicato una monografica. Alla Fondazione Zappettini ha partecipato nelle mostre collettive Pittura 70, Pittura - pittura e astrazione analitica (Chiavari, 2004) e Le superfici opache della Pittura analitica (Chiavari, 2009). (Comunicato stampa)

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Painting always involves the interaction of colour and surface. The edges, the boundaries, every tangent of one surface with another, provide the outlines for vibrating zones of contested space - separations and mergings. These contours can stand out crystal clear and collide hard, rigidly with neighbouring colour fields, like a cut; but they can also, as is usually the case with Ulrich Erben, become an exciting, tension-filled optical game for the viewer. This is often the case in paintings in which two colour fields permeate each other in inverse gradations of brightness, overlap each other or waveringly touch. Only towards the final, outer edge of the graduated brightness of one field does the presence and relative effect of the other colour field become visible.

The result is near bafflement, because the precise point at which the change from one colour field to the other takes place cannot be located, the viewer misses it every time. These shifts take the viewer by surprise most often when the interchange is between two fields of the same or similar colours. Then the viewer is looking, as it were, into a canvas on which an image is shown, an image in which, amid the glistening light of a snowy, misty landscape the contours of nature are suspended. In the images of Ulrich Erben, then, the viewer encounters a boundary between that which is still visible and that which is vanishing into boundless mystery. In its painterly capture of the intangible, his art of silence treads hither to unseen territory.

Ulrich Erben was born in Duesseldorf (Germany) in 1940. Between 1958 and 1963 he studied at Hamburg Academy of Art and later at those of Venice, Monaco and Berlin. Ulrich Erben took part to some of the most important exhibitions dedicated to Analytical Painting, including: 'Perception Times', Casa della Cultura, Livorno, 1973; 'A possible future. New Painting ', Palazzo dei Diamanti, Ferrara; 'Reflection about painting', Palazzo Comunale, Acireale; 'Geplante Malerei', Westfälischer Kunstverein, Muenster; Galleria del Milione, Milan, 1974-75; 'The colours of painting', Italian-Latin American Institute, Rome, 1976. In 1977 he was invited to Kassel for 'Documenta 6'. Interested as he was about the effects of light beyond the picture, he also worked on mural projects, such as the exhibitions at Museum Folkwang in Essen, Kunstverein in Cologne, Galleria Piltzer in Paris, and Five Ginza in Tokyo. In the last few decades he held several shows in venues such as Kunsthalle in Mannheim (1984) and Kunstverein fuer die Rheinlande und Westfalen in Duesseldorf (1990). In 2003 Wiesbaden Museum dedicated him a monographic show. He also exhibited at Zappettini Foundation in the group shows 'Painting 70. Painting-painting and analytical abstraction' (Chiavari, 2004) and 'Matt surfaces of analytic painting' (Chiavari, 2009). (Press release)




Mostra Sculture da indossare con opere di Giansone Opera di Gianson Giansone: Sculture da indossare
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Mostra dedicata ai gioielli in oro forgiati dall'artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del '900. Capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino misterioso ed esoterico. Impegnato per tanti anni sia come artista sia come professore presso l'Istituto d'Arte di Torino (oggi Liceo Artistico Aldo Passoni), Giansone nel corso della sua attivissima vita, ha scolpito, disegnato, dipinto e realizzato incisioni e arazzi con uno stile personalissimo, sospeso tra una sintetica figuratività e l'astrazione pura. Il marmo, la pietra, il ferro, i legni più duri, sono stati la materia prima che nelle sue mani ha dato forma e vita alle sue intense emozioni, alla sua visione dell'umanità, dell'universo e dell'ultraterreno. Nel vastissimo corpus di opere realizzate tra il 1935 e il 1997, spiccano questi suoi "gioielli da indossare". Microsculture fuse in oro, in cui Giansone mette in estremo risalto la componente scultorea del gioiello, senza nulla concedere alle forme e alle mode dell'arte orafa del suo tempo. Questo lo si può cogliere osservando anche i contenitori in legno che custodiscono e fanno da espositori a quasi tutti i gioielli.

Sono "scatole" intagliate nei legni durissimi che l'artista privilegiava: il mogano, l'azobè, il paduk, il palissandro, la radica e soprattutto l'ebano, il più raro e difficile da lavorare. Contenitori che diventano a loro volta piccole sculture e capolavori artistici, indissolubilmente congiunti col gioiello incastonato dentro di essi. I curatori della mostra, Marco Basso e Giuseppe Floridia, coadiuvati dalla registrar di Palazzo Madama, la storica dell'arte Stefania Capraro, hanno selezionato una quarantina di pezzi, in gran parte di proprietà dell'Associazione Archivio Storico Mario Giansone di Torino, che sponsorizza in toto questa mostra, più alcuni gioielli di proprietà di collezionisti privati. Giansone ebbe una significativa fortuna collezionistica a Torino negli anni Sessanta: alcune sue opere fanno oggi parte delle collezioni della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino, della sede Rai di Torino e di prestigiose raccolte torinesi, tra cui quelle delle famiglie Agnelli e Pininfarina. Accompagna la mostra un catalogo edito da AdArte, con una presentazione scritta dal professor Giuseppe Floridia, che da vent'anni, dopo la morte di Giansone, si batte affinché l'opera di questo grande scultore non venga ingiustamente dimenticata. (Comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Daumier: attualità e varietà
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona
www.villacedri.ch

Nel 2017 il Museo Civico Villa dei Cedri ha scelto come filo rosso della sua programmazione la condizione umana nella società attuale. Così, dopo le riflessioni di artisti contemporanei sui nostri spazi di vita. Con la sua produzione particolarmente cospicua che si caratterizza per un modo distaccato e allo stesso tempo empatico di descrivere la realtà, Honoré Daumier si annovera, con Gustave Courbet e Jean-François Millet, tra i pionieri del Realismo, movimento culturale erede del Positivismo, sviluppatosi in Francia attorno al 1840. In un'epoca chiave come la metà dell'Ottocento, segnata dalle rivendicazioni nazionaliste e dalla crescita della classe borghese e poi di quella operaia, Daumier ci presenta un ritratto poetico della modernità.

Tra polemica e ironia, l'artista illustra e commenta la difficile vita dei più disagiati, che dagli scantinati spiano i passi eleganti dei signori, o che dagli abbaini teneramente guardano la luna; la sua opera documenta lo sviluppo urbanistico e quello dei mezzi di trasporto, il mondo dello spettacolo così come quello dell'arte. Al centro della sua commedia umana mette l'uomo qualunque che tenta di fare del suo meglio, l'eroe sconosciuto nel quale chiunque potrebbe riconoscersi. Il percorso presentato vuole essere soprattutto tematico piuttosto che cronologico, sottolineando così l'impertinente realtà dei soggetti cari all'artista e così d'attualità anche oggi. (Comunicato stampa)




Opera di Roman Opalk dalla mostra alla Galleria Michela Rizzo di Venezia "anche OPALKA"
1958 - 1965 / 1 - ∞


termina il 18 novembre 2017
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

A differenza della prima mostra dedicata all'artista nel 2011 a Palazzo Palumbo Fossati, in concomitanza con lo svolgersi della Biennale di Arti Visive, questa nuova esposizione dà voce alla dimensione artistica meno nota ed introspettiva di Opalka, ovvero quella che coincide con il suo dedicarsi alle sperimentazioni d'avanguardia, prima di concedersi completamente, fino alla morte, al suo grande progetto sul tempo. Se quindi, durante la scorsa occasione è stato presentato in maniera esaustiva il lavoro più celebre di Opalka, 1965/1 - ∞, accompagnato dai dipinti, dagli autoritratti, dalle carte da viaggio e dall'installazione sonora, ora invece la galleria propone una presentazione inedita in un contesto diverso.

Dodici dipinti firmati tra il 1958 e il 1965 troveranno così collocazione negli spazi recuperati all'interno dell'ex stabilimento industriale Dreher della Giudecca. Un lotto poco conosciuto di opere, tra le quali figurano alcuni lavori del ciclo relativo all'Alfabeto Greco e le Composizioni. Le "lettere greche" rappresentano il linguaggio che i segni e i loro movimenti scolpiscono sulle tele, mentre le composizioni si presentano come strutture tridimensionali in tessuto, legno o altri materiali. In questi lavori antecedenti il 1965, si manifesta già l'attitudine di Opalka alla sobrietà, all'essenzialità e all'economia dei mezzi, e si evidenzia in particolar modo la passione per la materia, quale appunto il le fibre di legno, e le trame dei tessuti. Per celebrare il legame con la svolta attuata a partire dal 1965, verrà allestito nella stanza superiore della galleria, addattandolo allo spazio, lo studio di Opalka di Bois Mauclair, con i Details, il cavalletto e glistrumenti personali dell'artista, per la prima volta esposti in una mostra aperta al pubblico.

Roman Opalka (Hocquincourt - Francia, 1931 - Chieti, 2011) è di origini polacche. La famiglia ritorna in Polonia nel 1935, ma viene poi deportata in Germania nel 1940, dove rimane in un campo di lavoro sino al termine della guerra. Una volta liberati rientrano in Francia, per poi ritornare finalmente a Varsavia, dove Opalka frequenta la Scuola di grafica di Walbrzych Nowa Ruda (1946-1948) e di arte e design di Lòdz (1949). Tra il 1950 e il 1956 studia all'Accademia di belle arti di Varsavia e nel 1957 si reca a Parigi. Nel 1966 tiene la sua prima personale alla Galeria Dom Artysty Plastyka a Varsavia. L'anno seguente inizia il progetto Opalka 1965/1 - ∞, a cui dedicherà tutta la vita a partire dal 1970. Opalka si lega così inestricabilmente all'Arte concettuale. A cavallo tra gli anni '60 e '70 riceve numerosi premi: il Grand Prize della First British International Print Bien- nial, Bradford (1968), due premi a Tokyo (1970) alla 7a International Biennial Exhibition of Prints e all'Art Museum Ohara, e il Primo premio del Ministero della cultura e delle arti della Polonia (1971).

Nel 1972 si reca per la prima volta negli Stati Uniti. Nel 1977 si trasferisce a Teille, in Francia, e viene premiato alla 14a Biennale di Sao Paulo. Nel 1985 diventa cittadino francese. Tra il 1985 e il 1990 insegna alla Summer Academy di Salisburgo. Negli anni seguenti Opalka espone in numerose occasioni e riceve molti premi, come il Premio nazionale di pittura, Parigi (1991), e il Premio speciale del Ministero degli affari esteri della Polonia, Varsavia (1996). Nel 1992 espone al Musèe d'Art Moderne de la Ville de Paris e nel 1996 rappresenta la Polonia alla Biennale di Venezia. Nel 2002-2003 un grande antologica della sua opera è esposta in varie città europee. Nel 2009 è insignito del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres a Parigi, e della Medaglia d'oro Gloria Artis a Varsavia. (Comunicato stampa)

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The Gallery Michela Rizzo is proud to present from the 23rd of September to the 18th of November the exhibition anche Opalka of the great Polish artist in the new spaces of the gallery in Venice and in collaboration with the Estate of Roman Opalka. Unlike the first exhibition dedicated to the artist in 2011 at Palazzo Palumbo Fossati that coincided with the Biennial of Visual Arts, this new exposition gives voice to the artistic dimension that is less known and more introspective of Opalka. It is a merge with a dedication to avant-garde experiments before giving in completely, up until death, to his great project on time. If during the last occasion, the work was presented in an in-depth manner of the more famous works of Opalka, 1965/1 - ∞, which was accompanied by a sound installation, self-portraits and travel cards, this time the gallery will offer a unique presentation in a different context.

Twelve paintings signed between 1958 and 1965 will therefore be located in the reclaimed spaces within the former Giudecca Dreher factory. It is an unprecedented lot of works, of which will be represented by Greek letters and compositions. The Greek letters illustrate the language of the signs and their movements that are sculpted on the canvases while the compositions are presented as large three-dimensional structures in fabric, wood and other materials. The change of the year, that is, 1965, will be celebrated in the upper room of the gallery, where it will be set up for the occasion, adapting the Opalka studio by Bois Mauclair, with the artist's stand and personal instruments, presented for the first time in an exhibition open to the public.

Roman Opalka was born on August 27th, 1931 in Hocquincourt, France. Being of Polish origins, the family members returned to Poland in 1935 but were then deported to Germany in 1940, where they stayed in a labor camp until the end of the war. Once released, they went to France, and then finally returned to Warsaw, where Opalka attended the School of Walbrzych Nowa Ruda's graphics (1946-1948) and Lódz's Art and Design (1949). Between 1950 and 1956 he studied at the Academy of Fine Arts in Warsaw and in 1957 he went to Paris. In 1966 he held his first opening at Galeria Dom Artysty Plastyka in Warsaw. The next year OPALKA 1965/1 - ∞ project beings, of which he dedicated his whole life to starting from 1970, thus linking Opalka inextricably to Conceptual Art. Between the 60's and 70's he received numerous awards: the First British Grand Prize International Print Biennial, Bradford (1968), two awards in Tokyo (1970) at the 7th International Biennial Exhibition of Prints and at the Art Museum Ohara, as well as first prize from the Ministry of Culture and Arts of Poland (1971).

In 1972 he traveled for the first time to the United States. In 1977 he moved to Teillé, France, and was awarded at the 14th Sao Paulo Biennale, and in 1985 became a French citizen. Between 1985 and 1990 he taught at the Summer Academy of Salzburg. In the following years Opalka exhibited on numerous occasions and received many awards, such as the National Painting Prize, Paris (1991), and the Special Prize of the Ministry of Foreign Affairs of Poland, Warsaw (1996). In 1992 he exhibited at the Musée of Modern Art de la Ville de Paris and in 1996 represented Poland at the Biennale of Venice. In 2002-2003 a great collection of his work was displayed in various European cities. In 2009 he was awarded the title of Chevalier des Arts et des Lettres in Paris, and the Gold Medal of Gloria Artis in Warsaw. Opalka dies in Chieti on August 6th, 2011. (Press release)




Werner Bischof
Fotografie 1934-1954


termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

Antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell'agenzia Magnum. La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l'artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato.

In essa si coglie l'originalità dello scatto che rivela l'occhio 'neorealista' di Werner Bischof. Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell'età dell'oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall'Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio. Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all'analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte. Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione. Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento. Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

Werner Bischof (Svizzera) ha studiato fotografia con Hans Finsler nella sua nativa di Zurigo presso la Scuola di Arti e Mestieri, poi ha aperto uno studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 è diventato un freelance per la rivista Du, che pubblicò i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943. Bischof ha ricevuto il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, Bischof ha viaggiato in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 ha fotografato le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, ha lavorato per Picture Post, The Observer, Illustrated, e Epoca.

E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai fondatori nel 1949. Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l'ha fatto apprezzare particolarmente dagli editori. Tuttavia, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Nell'autunno del 1953, Bischof creò una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti. L'anno successivo viaggiò in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, dove si occupava di fare un film. Tragicamente, Bischof è morto in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perse la vita in Indocina. (Comunicatop stampa)




Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini
termina lo 03 dicembre 2017
Museo Civico d'Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

I Musei Civici d'Arte Antica dell'Istituzione Bologna Musei, in collaborazione con il Dipartimento delle Arti - Alma Mater Studiorum Università di Bologna, promuovono la mostra Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini, la prima dedicata all'artista, letterato e mercante d'arte (1708-1779), figlio del celebre pittore Giuseppe Maria detto lo Spagnolo (1665-1747). L'esposizione, a cura di Mark Gregory D'Apuzzo e Irene Graziani, intende tributare un dovuto omaggio a questa poliedrica figura fra le più interessanti del panorama artistico e letterario del Settecento bolognese, in relazione al clima di rinnovamento culturale favorito dall'illuminata opera pastorale del cardinale Prospero Lambertini (1731-1754).

In stretti rapporti con Giuseppe Maria Crespi, l'ecclesiastico fu un fervido sostenitore del figlio secondogenito Luigi, del quale sostenne la carriera clericale nominandolo segretario generale della visita della città e della diocesi, canonico della collegiata di Santa Maria Maggiore ed infine, dopo l'elezione al soglio pontificio con il nome di Benedetto XIV (1740-1758), suo cappellano segreto. Allestita nelle splendide sale ambientate del Museo Davia Bargellini, dove sono esposte la pregevole quadreria senatoria di dipinti bolognesi dal XIV al XVIII secolo appartenuta alla famiglia Bargellini e una peculiare raccolta di oggetti di arte applicata, la mostra presenta il nucleo più significativo di dipinti di Luigi Crespi qui conservati, in dialogo con altre sue opere provenienti dalle Collezioni Comunali d'Arte e prestiti di altre importanti istituzioni museali cittadine e collezionisti privati, in un percorso antologico articolato in sette sezioni tematiche che, per la prima volta, consente di ricostruire le fasi più rilevanti della sua vicenda artistica.

Pur essendo soprattutto noto come autore del terzo tomo della Felsina Pittrice edito nel 1769, in prosecuzione dei due volumi pubblicati da Carlo Cesare Malvasia nel 1678, Luigi Crespi infatti ha percorso con successo anche la carriera artistica, avviata nella bottega paterna fra la fine degli anni venti e gli inizi degli anni trenta del Settecento. Un'attività che egli stesso, molti anni più tardi, nella biografia del padre (1769), sosterrà di aver svolto "per divertimento", per significare il privilegio accordato al prestigioso ruolo, assunto a partire dagli anni cinquanta, di scrittore e critico d'arte, che gli frutterà importanti riconoscimenti come l'aggregazione alle Accademie di Firenze (1770), di Parma (1774) e di Venezia (1776).

La sua produzione figurativa, in particolar modo quella rappresentata dal più congeniale genere del ritratto, rivela un autore sensibile al dialogo con la scienza moderna e con la libera circolazione delle idee dell'Europa cosmopolita. Nonostante l'impegno applicato anche all'ambito dell'arte sacra, cui Luigi si dedica almeno fino agli inizi degli anni Settanta, è soprattutto nella ritrattistica che egli raggiunge esiti di grande finezza ed efficacia, molto apprezzati dalla committenza. «Ebbe un particolare dono di ritrarre le fisionomie degli Uomini, e ne fece una serie di Ritratti di Cavaglieri e Damme», scrive infatti l'erudito del tempo Marcello Oretti, celebrandone l'abilità nell'adattare la formula del codice ritrattistico alle esigenze della clientela.

Come dimostrano il Ritratto di giovane dama con cagnolino, o i tre ritratti dei Principi Argonauti in origine nel collegio gesuitico di San Francesco Saverio, la pittura di Crespi junior, già addestrato dal genitore Giuseppe Maria ad un fare schietto, attento al naturale e al «vero», evolve verso un nitore della visione che risalta i dettagli, in un'analitica investigazione della realtà, memore di certi esempi virtuosistici (Balthasar Denner e Martin van Meytens) osservati nel 1752 durante un viaggio fra Austria e Germania, dove visita le Gallerie delle corti di Dresda e Vienna.

Dal confronto con il «grande mondo» - per utilizzare un'espressione di Prospero Lambertini - Luigi deriva la conferma della validità del genere del ritratto ufficiale, che gli consente di rappresentare i personaggi, qualificandone i gusti sofisticati, le abitudini raffinate, i comportamenti eleganti e disinvolti da assumere nella vita di società, dove si praticano i rituali di quella "civiltà della conversazione" che nella moderna Europa riunisce aristocratici e intellettuali in un dialogo paritario, dettato dalla condivisione di regole e valori comuni.

La prossimità con la cultura lambertiniana lo conduce inoltre a sperimentare, dapprima ancora con il sostegno del padre, poi autonomamente, nuove invenzioni compositive in cui lo sguardo incrocia i volti di individui del ceto borghese: talvolta sono gli oggetti a raccontare con la loro perspicuità di definizione la dignità del lavoro (Ritratto di Antonio Cartolari), altre volte sono invece i gesti caratteristici, l'inquadratura priva di infingimenti, la resa confidenziale del modello, quasi al limite della caricatura (Ritratto di Padre Corsini), a fare emergere il valore umano di quella parte della società, cui papa Lambertini riconosceva un ruolo fondamentale nella riforma dei rapporti con le istituzioni ecclesiastiche.

La mostra è accompagnata da un volume, il primo monografico nella bibliografia sull'artista, edito da Silvana Editoriale, corredato da un apparato iconografico che documenta la produzione ritrattistica, una presentazione di Massimo Medica e saggi di Gabriella Zarri, Giovanna Perini Folesani, Irene Graziani e Mark Gregory D'Apuzzo. Durante il periodo di apertura dell'esposizione, i Musei Civici d'Arte Antica organizzano un ciclo di conferenze per approfondire la conoscenza dell'opera di Luigi Crespi nella cultura artistica del Settecento. Gli incontri, gratuiti e aperti al pubblico fino a esaurimento posti disponibili, si tengono alle ore 17 nel Salone di Nomisma - Società di studi economici, al primo piano di Palazzo Davia Bargellini. (Comunicato Ufficio Stampa Bologna Musei)

___ Calendario delle conferenze

.. 11 ottobre 2017
Angelo Mazza, storico dell'arte, "La ritrattistica di Angelo Crescimbeni tra aristocratici, intellettuali, borghesi, artisti"

.. 25 ottobre 2017
Sandra Costa, Università degli Studi di Bologna, "I 'mondi dell'arte' in Francia nel XVIII secolo. Il ruolo del pubblico e dei conoscitori nel giudizio sulla pittura"

.. 08 novembre 2017
Giovanna Perini Folesani, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, "Luigi Crespi storiografo, mercante e artista, ovvero la resistibile ascesa di un avventuriero poco onorato"

.. 15 novembre 2017
Elisabetta Pasquini, Università degli Studi di Bologna, "Padre Giambattista Martini e il Settecento musicale bolognese"

.. 29 novembre 2017
Andrea Bacchi, direttore Fondazione Federico Zeri, "Sculture e scultori tra Roma e Bologna negli anni di Benedetto XIV Lambertini"




Levi van Veluw - The monolith - wood, black ink 2016 - Archive Photo Daniel Canogar - Gust - led screen, electronic components, metal structure Baptiste de bompourg - FLOW - contextual glass installation made from car windscreens, 4,3x16x8m 2013 - Art Center Oeil de Poisson - Québec - Canada Tensioni Strutturali #3
Daniel Canogar | Baptiste Debombourg | Levi Van Veluw | Zimoun


termina il 22 dicembre 2017
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La trilogia Tensioni Strutturali è stata articolata come un progetto organico suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra di loro, che sono state presentate gradualmente negli spazi della galleria. La prima mostra, realizzata a febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell'individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker. La seconda mostra, inaugurata a novembre 2016, analizzava le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione attraverso i lavori di Davide Dormino, Diamante Faraldo, Andrea Nacciarriti, Marzia Corinne Rossi e Aeneas Wilder.

In quest'occasione viene presentata la mostra che chiude la trilogia in cui le installazioni site specific di Daniel Canogar, Baptiste Debombourg, Levi Van Veluw e Zimoun - a cura di Angel Moya Garcia - si interrogano sui processi entropici dell'ambiente quotidiano. L'entropia viene designata generalmente come la tendenza intrinseca a un sistema di prendere irreversibilmente parte del proprio ordine o delle proprie qualità, mentre nella teoria dell'informazione viene associata a quanto è d'impedimento alla chiarezza e univocità di un determinato messaggio.

Una tendenza all'irregolarità, a un apparente disordine in cui forse si cela un equilibrio nascosto, benché complesso e difficile da capire, che può fornire delle indicazioni sulla realtà quotidiana. In questo processo caotico, l'individuo si trova spesso smarrito e prova a resistere a tutto ciò che sfugge dal proprio controllo ideando etichette, classificazioni o categorizzazioni per provare a contrastarlo e per dotarsi di un sistema rigido di controllo che possa, in un certo modo, garantire una serenità e una stabilità fisica e psicologica. In quest'ottica, l'ultima parte della trilogia viene sviluppata dai quattro artisti invitati come un'analisi dei processi entropici che sovrastano la nostra quotidianità e dei possibili tentativi di instaurare un ordine, elaborando una tassonomia dei componenti della realtà per suggerire una possibilità di assetto stabile o, in ultima analisi, per trascurare consapevolmente questo intento.

Dai fenomeni naturali e atmosferici agli stati emotivi e psicologici, dai processi storici sulla simbologia di determinate forme agli studi sui ritmi meccanici e funzionali, la mostra si articola come un momento di verifica per misurare il grado di disordine presente, le possibilità di trovare un equilibrio e l'accettazione, attraverso la constatazione empirica, del fatto che le configurazioni "disordinate" sono le più probabili. Una serie di lavori, infine, che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle possibilità di costruire una narrazione stabile e solida, ma che allo stesso tempo ci chiedono fino a che punto dovremmo proseguire quella ricerca invece di lasciarci andare nell'inesorabile fallibilità delle nostre sicurezze.

In particolare, nella prima sala, Daniel Canogar (Madrid - Spagna, 1964) realizza un'ambientazione in cui un'animazione generata da un algoritmo reagisce in tempo reale alle precipitazioni, registrate attraverso diverse pagine web, delle 195 capitali riconosciute dall'Onu. Uno schermo scultoreo realizzato con dei LEDs flessibili e in grado di adattarsi e distorcersi alle caratteristiche specifiche dell'architettura che lo cir-conda fa pulsare continuamente la stanza. Attraverso la connessione a Internet percepisce, registra e riformula fenomeni planetari difficilmente prevedibili che sono oltre la portata delle nostre capacità sensoriali e che, tuttavia, sono vitali per la nostra sopravvivenza come specie.

Nella seconda sala, Levi Van Veluw (Hoevelaken - Olanda, 1985) presenta un'installazione in penombra, claustrofobica e immersiva in cui si evince un'esplorazione sui temi scuri della paura, della solitudine, dell'ordine e della perdita di controllo. Un lavoro che manifesta una ricerca sulla nozione di perfezione all'interno di una struttura sistematica e ordinata e, contemporaneamente, evoca la tensione sottostante tra il nostro desiderio di un universo regolato e l'impossibilità razionale del controllo totale. Al suo interno, una sedia e una scrivania alludono ad un protagonista assente che tenta maniacalmente di avere il controllo dell'universo attraverso la classificazione di determinati materiali e che, tuttavia, diventa inevitabilmente frustrato davanti alla pluralità di forme inerenti alla materia che lotta per dominare.

Nella terza sala, Baptiste Debombourg (Lione - Francia, 1978) presenta un'installazione realizzata con legno verniciato e vetro laminato infranto la cui formalizzazione fa riferimento al simbolismo, al movimento e alla tensione della forma ellittica. In particolar modo l'artista richiama la rottura che rappresentò l'ellisse come nuova forma ispirata e collegata all'eliocentrismo, alla scoperta di Copernico sulla posizione dei pianeti nell'universo e il loro movimento intorno al sole, in contrasto con la rappresentazione circolare vincolata al sistema geocentrico. All'epoca, la perdita della visione antropocentrica abbatteva definitivamente tutte le certezze dell'uomo, costringendolo a rivedere la sua posizione di "centralità", la sua sicurezza di supremazia, ben inserita all'interno di un ordinato progetto divino, e determinava la nascita dell'uomo moderno complesso, dubbioso, sfaccettato, disgregato, frantumato e privo di solide convinzioni.

Infine, nell'ultima sala, Zimoun (Berna - Svizzera, 1977) esplora il ritmo meccanico, la tensione tra i modelli ordinati del modernismo e la forza caotica della vita, trasmettendo una profondità istintiva attraverso il ronzio acustico dei fenomeni naturali. L'utilizzo volontario di titoli che descrivono le sue opere semplicemente come un elenco dei materiali e delle componenti meccaniche utilizzate, provoca che le sue sculture sonore richiedano all'osservatore un ulteriore sforzo di immaginazione, rendendolo attivamente partecipe nel completamento dell'opera stessa. Allo steso tempo, l'utilizzo di componenti semplici e funzionali, come oggetti industriali di uso quotidiano, li rende estremamente vicini, trainanti e affascinanti. Un connubio di articolati congegni meccanici e suono in cui l'unica certezza è che non potremmo mai sapere razionalmente e presumibilmente cosa accadrà. (Estratto da comunicato stampa)




Konrad Mägi
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma

In concomitanza con l'avvio del Semestre di Presidenza Estone dell'Europa, la prima ampia mostra europea - a cura di Eero Epner - su Konrad Mägi (1878-1925), uno dei maggior artisti del Novecento estone. Per il pubblico italiano Mägi sarà una clamorosa riscoperta perché questo artista, singolare per vicende personali e per la sua pittura, è certamente tra i più "eccentrici" protagonisti dell'arte europea nel fatidico ventennio intorno alla Prima guerra mondiale. Per molti versi Mägi resta un artista e un uomo difficile da collocare negli "ismi" di quegli anni. Si confronta con tutti, nelle sue opere ne sfiora alcuni, l'Espressionismo fra tutti, ma non ne fa proprio nessuno. Così come non si appiattisce, pur amandola, sulla tradizione artistica estone.

E' un artista originale, unico nel panorama continentale del momento. Anche perché del tutto personale era il suo approccio con la pittura, arte con la quale si misurò per meno di un ventennio, a partire dal 1906 quando, abbandonata la scuola a San Pietroburgo si rifugiò alle Isole Åland, in quella che era una specie di comune di musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi. Poi il soggiorno a Parigi, quello in Normandia e, ancora, in Norvegia. Uomo fortemente irrequieto, problematico, instabile, Mägi torna in Estonia a partire dall'estate del 1912. Qui fu uno dei rifondatori di Scuola d'Arte di Pallas, che diventa un campus per decine di artisti.

L'ambiente naturale di Saaremaa, dove soggiornò per periodi alle terme, risultò straordinariamente consono alla sua pittura. A stimolarlo non era la visione romantica, sentimentale della natura ma la percezione del paesaggio, di boschi, prati e acque colti come potente sintesi di bellezza e potenza. Pochi anni e Mägi viene colto da nuova irrequietezza e, ai primi del 1920, ricomincia a peregrinare in Europa. Visita Venezia, Capri e Roma. Il sole, la luce, i colori del Mediterraneo sembrano catturarlo ma l'artista continua a misurarsi con i problemi di una complessa vicenda umana, in costante difficile equilibrio.

La morte prematura arriva nel 1925, a concludere una esistenza intensa, complessa e magmatica e difficile. Mägi, che era un uomo distinto, molto attento alle forme, elegante, si descrisse come un nano soffocato dalla solitudine: incapace di fare nulla se non prendere un pennello. Puntando sul colore per dipingere quadri che dovevano trasmettere allegria, positività, gioia, annullando la paura del passare del tempo e il dissolversi della bellezza. Ed è proprio il colore la principale cifra dell'opera di Mägi. Colori brillanti e potenti. Si tratta dei paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e affascinanti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




___ Locandine

Circeo Film Arte Cultura
Rassegna a San Felice Circeo (Latina), 23-26 agosto 2017
Locandina

Animavì Festival Internazionale del Cinema d'animazione poetico
Pergola (Pesaro-Urbino), II edizione, 13-16 luglio 2017
Locandina

Dalla meccanica all'elettronica - Lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti
Mostra al Campus Luigi Einaudi di Torino (21 novembre - 03 dicembre 2016), nel programma della Settimana della Cultura d'impresa.
Locandina

On the road
Mostra alla Galleria PioMonti Arte contemporanea di Roma (giugno-luglio 2017).
Locandina

50anni d'Arte in Lombardia
Mostra alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova).
Locandina

Stappiamolarte
Presentazione del volume con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia.
Locandina

Artisti per Nuvolari, ed. 2016
Mostra dedicata a Tazio Nuvolari alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario.
Locandina




Divina Creatura
La donna e la moda nelle Arti del secondo Ottocento


15 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Pinacoteca Cantonale Gionanni ZÜST - Rancate (Mendrisio)
www.ti.ch/zuest

Sessanta sculture e dipinti e, per corredo, una sequenza di ventagli d'autore - dipinti cioè da grandi artisti, spesso i medesimi che ritraevano le "belle Signore" - e un nucleo di preziosi abiti d'epoca. E' quanto Mariangela Agliati Ruggia, Sergio Rebora, Marialuisa Rizzini, con il coordinamento di Alessandra Brambilla e il contributo di diversi studiosi, hanno selezionato da Musei e collezioni private per questa mostra. Con l'obiettivo di ricreare e testimoniare, nelle sale espositive della Pinacoteca Züst, a Rancate nel vicino Ticino, quello che è stato un vero e proprio cambio di paradigma nella storia del costume femminino in Europa. Se il tutto si volesse proprio ancorare ad una data, si potrebbe individuarla nel 1858, l'anno, a Parigi, di l'Haute Couture di Worth, subito amplificata e diffusa dai primi Grand Magasins che spopolano nelle principali metropoli europee.

Veicolano offerte molto differenziate per il pubblico femminile e fanno si che l'"essere alla moda" diventi l'imperativo condiviso nella seconda metà dell'Ottocento dalle donne di pressoché tutti i ceti sociali. La circolazione di figurini e di molte riviste illustrate, tra cui la celebre Margherita, l'irrompere della fotografia, specie nel formato carte de visite, i celebri affiches di Sartorie e Grandi Magazzini, portano a diffondere la moda, in modo molto capillare. Sono anni in cui si consolida il ruolo della donna, ora anche protagonista al di fuori delle pareti domestiche. Attentissima al proprio ruolo sociale e alla immagine che contribuiva a veicolarlo. Pur presentando alcuni favolosi abiti d'epoca e un nucleo di ventagli firmati da Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis, Pompeo Mariani e Pietro Fragiacomo, la Pinacoteca Züst sceglie di illustrare questo felice momento storico ricorrendo alle testimonianze che i grandi artisti ci tramandano attraverso le loro magnifiche opere.

Ed è soprattutto attraverso il ritratto su commissione che è possibile seguire le rapide e sorprendenti evoluzioni dell'abbigliamento femminile: i personaggi effigiati, sia che appartengano all'aristocrazia, ancora assai influente anche come esempio di gusto, o alla borghesia, posano per i pittori e gli scultori vestiti e acconciati con attenzione nei confronti dei dettami imposti dalla moda ma anche, assecondando sottili strategie comportamentali, in modo da mostrarsi in sintonia con il proprio preciso ruolo sociale. Spesso i modelli sono rappresentati da donne simbolo, a cominciare dalla regina d'Italia, Margherita di Savoia, o da figure appartenenti all'aristocrazia internazionale distinte grazie alla propria eleganza, come, per restare nel Cantone Ticino, la contessa Carolina Maraini Sommaruga (1869-1959).

Alla sua personalità emblematica verrà dedicata una sezione apposita, ponendo un'attenzione particolare alle attività filantropiche della contessa, che la portarono ad esempio a donare la sua villa romana alla Confederazione, oggi sede dell'Istituto Svizzero, che presterà il suo ritratto realizzato da Vittorio Corcos. E' la prima volta che la figura di Carolina Maraini viene ampiamente trattata e presentata in una mostra: in questa occasione si ricostruirà anche nei dettagli l'ambiente in cui viveva (abiti, accessori, mobilio, ma anche opere di celebri artisti che la ritrassero come Marino Marini e Giovanni Boldini). Negli anni del realismo, accanto a Bertini - caposcuola il cui ruolo appare oggi non ancora pienamente riconosciuto - tra i ritrattisti più significativi in tal senso si ricordano almeno Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Mosè Bianchi, Antonio Ciseri, Tranquillo Cremona, Ernesto Fontana, in una mappa che attraversa le regioni d'Italia e travalica il confine elvetico.

Negli anni che scivolano verso la fine del secolo non si parla ormai più di fenomeno di moda solo attraverso l'abbigliamento, ma anche attraverso la gestualità, le movenze, la dizione, in una parola: lo stile. Sono interpreti di questo rinnovato ritratto mondano maestri celebrati anche Oltralpe, come Giovanni Boldini, Paul Troubetzkoy, Vincenzo Vela, Vittorio Corcos, Giacomo Grosso, oltre ai ticinesi Pietro Chiesa, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti. Accanto al ritratto, negli anni del realismo è la pittura di genere a documentare con efficacia iconografica ed esemplare obbiettività l'evoluzione della moda femminile, ma anche le più diffuse tipizzazioni dei ruoli. Dopo il 1860 in pittura si moltiplicano le scene di ambientazione quotidiana e borghese, ispirate a momenti di vita familiare in cui è protagonista, come si diceva, la donna.

Si tratta di composizioni che sullo sfondo di interni domestici o di strade cittadine o di paese rappresentano figure femminili impegnate nei lavori ad ago, nella lettura, nella conversazione, nel passeggio, in riposo, con i figli. Di ciascuna, molto spesso, gli artisti restituiscono l'abbigliamento con dettagliata cura perfino negli accessori, in modo da permettere allo spettatore di seguire, di anno in anno, le minime mutazioni di gusto, trasformando la moda in uno degli elementi che determinano la modernità dell'opera. Questo filone, che si ispira alla pittura internazionale lanciata dalla Casa d'Arte Goupil e che trova i suoi vertici in maestri quali Ernest Meissonier e Mariano Fortuny, accomuna la sperimentazione degli artisti di tutte le scuole regionalistiche italiane e di quella del Cantone, dai Macchiaioli - tra cui Antonio Puccinelli e Odoardo Borrani - ai cosiddetti italiani a Parigi come Giovanni Boldini. Come detto, sarà per la prima volta studiato e proposto un genere specifico, quello dei ventagli eseguiti da artisti: accessori femminili di primissimo piano per tutto il diciannovesimo secolo, alcuni dei quali portano firme illustri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




I.L.T. Illumina Le Tenebre
Desideri complessi di un'Europa taciuta


Lodi: 10 giugno 2017, Biblioteca civica, presentazione nazionale del progetto
Bussolengo: 17 giugno - 01 luglio 2017, Villa Spinola
Venezia: 08-30 luglio 2017, Laguna Libre
Bologna: 02-27 agosto 2017, Museo internazionale e biblioteca della musica
Trieste: 02-17 settembre 2017, Magazzino delle Idee
Settimo Torinese: 21 settembre - 01 ottobre 2017, Biblioteca civica Archimede
Lodi: 07-29 ottobre 2017, VIII Festival della fotografia etica
Novi Sad: 11-26 novembre 2017, Castello Edseg / Egység
Nis: 15-24 dicembre 2017, Salone della Fortezza
Belgrado: 28 dicembre 2017 - 15 gennaio 2018, Museo Etnografico

Terza tappa del progetto artistico dedicato a Velika Hoca, enclave serba situata in Kosovo e Metohija. In mostra, negli spazi del museo dedicati agli eventi temporanei, una selezione di dodici ritratti fotografici di grande formato tratti dall'omonimo libro di Federica Troisi (Duuscia Edizioni, pag.216), che si svelano al suono di una colonna sonora appositamente composta da Giovanni Lindo Ferretti. L'esposizione è curata dall'Associazione Amici di Decani che si occupa del sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del monastero ortodosso di Visoki Decani in Kosovo, dichiarato nel 2006 patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Dopo il debutto a Lodi con la presentazione nazionale del progetto, nel corso del 2017 l'esposizione segue un percorso itinerante tra Italia e Serbia, toccando le città di Bussolengo, Venezia, Bologna, Trieste, Settimo Torinese, Lodi, Novi Sad, Belgrado e Nis.

La storia di I.L.T. Illumina Le Tenebre ha i contorni di una favola. Inizia nell'agosto 2016, quando Federica Troisi, fotografa emiliana, giunge insieme alla propria famiglia a Velika Hoca, per partecipare come volontaria a GiocHoca2016, un programma di giochi estivi e solidali che per tre settimane animano il villaggio attraverso l'organizzazione di eventi sportivi, ludici, artistici, musicali, momenti aggregativi e workshop. Federica è stregata dall'enclave di cui non immaginava l'esistenza. "Adesso - racconta - potrei dividere la mia vita in prima di essere andata a Velika Hoca e dopo".

Macchina fotografica alla mano, esplora il villaggio, immortala volti, congela momenti emozionanti. Federica tornerà in ottobre, con un progetto chiaro in mente: cosa desiderano gli abitanti di un'enclave? Girerà casa dopo casa per chiederlo, per scoprire un mondo altro, attraverso la fotografia e una candela, simbolo e scettro della sua ricerca poetica. Alla fine si sommano novantadue ritratti di fortissima intensità. Sapientemente catalogati, vengono impreziositi da un testo lirico di Giovanni Lindo Ferretti, intellettuale, musicista, poeta della parola e del suono. Ma la mostra nasce principalmente per essere testimone di bellezza e di solidarietà. Ecco perché viene costruita I.L.T. x K.i.M. cioè Illumina Le Tenebre per Kosovo i Metohija. Le immagini di I.L.T. sono stampate su forex fotografico in copia unica.

Al termine delle varie mostre in Italia e Serbia, i file originali, tutti in formato raw ad alta definizione saranno distrutti in modo da rendere impossibile una eventuale ristampa delle fotografie in grande formato (cm.150x150). Così facendo i dodici scatti di I.L.T. diverranno dei veri pezzi unici, la cui originalità sarà garantita da un certificato di autenticità e dalle dichiarazioni degli artisti che saranno allegati alle fotografie. Sarà indetta un'asta pubblica su eBay per permettere a tutti i collezionisti di aggiudicarsi uno o più elementi della mostra. Il ricavato verrà impiegato nella realizzazione di progetti solidali a favore di Velika Hoca, restituendo attraverso la bellezza un valore economico e sociale alla promozione del territorio.

"Fanno la loro traversata con esemplare dignità. In bocca alla tragedia da sempre, non perdono la capacità di meraviglia". Questo è il destino e la storia del popolo serbo di Kosovo e Metohija. Umanità sofferente, privata dell'inalienabile diritto all'identità e resistente alle ingiurie della povertà, alle difficoltà quotidiane del vivere, alle insidie della modernità omologatrice. Federica Troisi, fotografa di rara sensibilità, incontra attraverso un'esperienza solidale la realtà di una enclave. Tocca con mano la discriminazione, la stanchezza, la rassegnazione ma anche la potenza del desiderio, la volontà di coltivare un sogno a dispetto di qualsiasi razionalità. Non conosce la lingua, ma approfondisce la comunicazione, studia corpi, volti, gesti, lacrime e sorrisi. Ritorna ostinata all'enclave, Velika Hoca, un piccolo villaggio di seicento anime, adagiato sulle colline di Metohija.

Spende giornate e chiacchiere notturne, attrezzata di apparecchio fotografico, microfono e interprete; visita case, consuma ingenti quantità di caffè, partecipa della vita taciuta di chi tutto può desiderare e poco e niente realizzare. Scatta ritratti, chiede permesso, accende candele, sorride, piange, attonita si ferma innanzi a qualche soglia, penetra la sensibilità di una popolazione ferita, incredula in un futuro colmo di nubi, anticipatore di tenebra. Tornata alle colline di Reggio Emilia, sale alla montagna appenninica, visita il reduce barbarico, che sperimenta felice l'esilio dalla volgarità del mondo. L'incontro con Giovanni Lindo Ferretti, musicista, scrittore, teatrante, è fecondo; insieme riempiono le immagini di nuove parole, sedimentano emozioni aprendo orizzonti differenti, inedite prospettive.

Nasce così una riflessione fuori dal tempo e dallo spazio che si coniuga perfettamente alla poetica dei ritratti. "Niente di eclatante a parte l'esistere". Ed è un'esistenza nuova che affonda le proprie radici nelle origini dell'umanità fiera, gelosa custode della propria identità, rispettosa dell'altro, devota alla religione dell'ospitalità. Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti ci donano un compendio d'immagini, parole e musica che raffigura con forza l'enclave del terzo millennio, dove l'Europa smarrisce il senso della propria esistenza sprofondando in un baratro che conduce all'oscurità.

Duecentosedici pagine di mistero. Come può nell'Europa del terzo millennio esistere ancora l'apartheid? Che cosa vuol dire vivere in un'enclave a meno di due ore di volo da Milano o da Roma? Come sopravvivere nell'era della comunicazione globale a chi ti vuole ridurre al silenzio con l'arma discreta dell'indifferenza, con la forza potente dell'isolamento? Cosa rende unica l'esperienza religiosa cristiana in una terra di frontiera? Queste e molte altre ancora sono le domande che si pongono Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti. Un problema epocale affrontato con la grammatica dell'anima, attraverso le immagini di Federica, le parole profonde di Giovanni. Novantadue ritratti. pura rappresentazione dell'anima che oltrepassa le barriere linguistiche, culturali, etniche. La parola emozionata che ne consegue, filo rosso che unisce i montanari di qualsiasi altitudine, rivelazione della natura più profonda dell'uomo che a qualsiasi latitudine lo affratella con il proprio simile, nella comunione dello Spirito.

Federica Troisi (Reggio Emilia, 1973), giunge alla fotografia nei primi anni '90. Restituisce all'apparecchio fotografico la funzione di lente privilegiata per l'osservazione della realtà. Particolarmente attiva nel sociale, esplora differenti registri comunicativi per sottolineare il principio attorno al quale si articola la sua poetica: la profondità dell'esperienza umana in ogni contesto. Divisa tra fotocamera e cinepresa, utilizza le ambientazioni del quotidiano per restituire la meraviglia della narrazione, dall'ospedale ai teatri di quartiere. Nel 2002 espone ad Esterni di Milano il lavoro Brasile, successivamente partecipa a diversi eventi. "Con il mio obiettivo - ponte tra me e realtà differenti - sono entrata in dimensioni nascoste. Là dentro, la vita mi ha accolto e mi ha spinta con tutta la sua forza. Ogni volta, fiduciosa, ho lasciato che la folla mi portasse. Sono commossa per quanto ho ricevuto, per l'intima condivisione che mi ha nutrito. Sono una grata testimone che ha trovato nella fotografia il suo lasciapassare".

Giovanni Lindo Ferretti (Cerreto Alpi, 1953), musicista, scrittore, viaggiatore, allevatore di cavalli è universalmente considerato uno dei padri del punk italiano. Fondatore del gruppo CCCP Fedeli alla Linea, di seguito trasformatosi in C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti, ha continuamente innovato il suo repertorio artistico sino all'esperienza musicale dei P.G.R. Per Grazia Ricevuta e l'epico Saga, il canto dei canti, opera equestre. Ha fondato a Bologna nel 2002 la Bottega di musica e comunicazione. Ha pubblicato i libri: "Reduce" nel 2006, "Bella gente d'Appennino" nel 2009 e "Barbarico" nel 2013, tutti editi da Mondadori. Vive nella casa dei suoi avi sull'Appennino Reggiano. "Dovendo sintetizzare le mie generalità, in mancanza di una professione certificata dall'appartenenza a un albo, ne ho fatto una formula: montano italico cattolico romano".

Associazione Amici del Monastero di Decani non ha scopo di lucro, è un'associazione di natura apolitica, non confessionale e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, nel campo della promozione della cultura. La propria attività consiste nel sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del Monastero di Visoki Decani - Kosovo e Metohija, patrimonio dell'umanità dell'Unesco. L'Associazione partecipa e promuove qualsiasi forma di incentivazione relativa alla valorizzazione, conservazione, restauro e sviluppo dei beni culturali ed architettonici del sito del Monastero di Visoki Decani. (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)

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Mostre sui Balcani




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Giovanni Boldini
La stagione della Falconiera


termina lo 06 gennaio 2018
Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi - Pistoia

In occasione di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, la mostra, curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, prende ispirazione da un ciclo di pitture murali a tempera che Giovanni Boldini ha eseguito durante il suo periodo toscano, sul finire degli anni sessanta dell'Ottocento, presso la Villa La Falconiera, che apparteneva allora alla mecenate inglese Isabella Falconer. Questo ciclo di pitture murali di cui per diverse vicissitudini dopo l'esecuzione  nel 1868 si perse subito la memoria, rappresenta un unicum in Europa, non solo per quanto riguarda la produzione artistica del grande pittore ferrarese, ma in generale della corrente macchiaiola, alla quale il Boldini aderì, in modo personalissimo, prima del suo trasferimento a Parigi (1871), dove era destinato a diventare il più importante ritrattista internazionale e icona stessa della Belle Époque.

Il ciclo di pitture murali oggi è interamente custodito nei Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi. La riscoperta delle pitture si deve a Emilia Cardona Boldini, giovane vedova nonché prima biografa del maestro. Alla fine degli anni Trenta del Novecento, la Cardona vagava per la Toscana per ritrovare un ciclo di pitture murali al quale Giovanni Boldini aveva lavorato in epoca giovanile, in una città di cui il ferrarese non ricordava il nome, ma che iniziava sicuramente con la lettera "P".

Emilia giunse, sulla scia di vaghe voci raccolte strada facendo, a Villa La Falconiera e dopo averla ispezionata, in procinto di andarsene venne attratta da una rimessa di attrezzi agricoli che altro non era che l'antica, ormai irriconoscibile, sala da pranzo della mecenate inglese Isabella Falconer, proprietaria della dimora negli anni Sessanta dell'Ottocento e interamente decorata dal giovane Boldini all'età di 25 anni. La vedova decise di acquistare la proprietà nel 1938 e a seguire vi trasferì da Parigi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, ivi stabilendo la propria dimora. La conoscenza di questo  importante ciclo pittorico è  stata tuttavia  graduale, solo dopo il distacco  dai muri della villa (1974), il restauro e la collocazione nel Palazzo dei Vescovi a Pistoia è divenuto oggetto di studi ma è tuttora poco conosciuto al grande pubblico.

  La mostra si propone di riportare in luce lo straordinario momento creativo vissuto del maestro ferrarese in epoca giovanile, quando muovendosi tra Pistoia, Firenze e Castiglioncello, si trovò al centro di una rete di importanti relazioni amicali e professionali che ne segnarono positivamente l'inarrestabile ascesa artistica. Il ciclo pittorico sarà oggetto di nuove riflessioni alla luce di documentazione anche inedita che permetterà di sondare il mistero intorno alle origini della signora Falconer, al suo ruolo di mecenate nei confronti dell'irrequieto ma geniale Boldini e all'influenza che ella ebbe nella scelta iconografica del ciclo pittorico che rimane impresa unica, nel suo genere, nell'entourage dei Macchiaioli.

Del periodo macchiaiolo del Boldini saranno in esposizione sedici capolavori realizzati durante gli anni toscani (1864-1871), provenienti da collezioni private e da pubblici musei. Tra questi la Marina (1870) custodita a Milano, che ha una trasposizione a tempera in una scena nel ciclo della Falconiera; i ritratti di Telemaco Signorini (1870) e di Cristiano Banti (1866), custoditi presso la Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti, legatissimi al Boldini, tanto da averlo sostenuto e promosso non solo durante il suo soggiorno toscano; il raffinato ritratto di Alaide Banti in abito bianco (1866) e il superbo ritratto del Generale Spagnolo, eseguito durante l'inverno trascorso in Costa Azzurra con la signora Falconer, tra novembre 1867 e marzo 1868 e considerato il capolavoro che ha proiettato il giovane Boldini nell'emisfero dei più grandi ritrattisti di tutti i tempi. (...) Il catalogo, a cura di Francesca Dini come la mostra, è edito da Sillabe. (Comunicato ufficio Stampa Opera -  Civita)




Elliott Erwitt Personae
termina lo 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì

Prima grande retrospettiva delle sue immagini sia in bianco e nero che a colori. I suoi scatti in bianco e nero sono ormai diventati delle icone della fotografia, esposti con grande successo a livello internazionale, mentre la sua produzione a colori è quasi del tutto inedita. Il percorso espositivo mette in evidenza l'eleganza compositiva, la profonda umanità, l'ironia e talvolta la comicità, tutte caratteristiche che rendono Erwitt  un autore amatissimo e inimitabile, non a caso considerato il fotografo della commedia umana. Marilyn Monroe, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l'ironia e la complessità del vivere quotidiano.

Con lo stesso atteggiamento, d'altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto. Con il titolo Personae, non a caso in sintonia con quello dell'ottava edizione della Settimana del Buon Vivere, si allude proprio a questa sua adesione alla vita concreta degli individui e, nello stesso tempo, a un senso della maschera e del teatro, che caratterizza tutta la sua produzione, in particolare le foto realizzate con lo pseudonimo di André S. Solidor.  A.S.S. (l'acronimo  non è casuale) è la maschera che Erwitt dedica senza diplomazia al mondo dell'arte contemporanea ed a un certo tipo di fotografia. (...)

Con Solidor, presente in mostra anche con un video, si apre la sezione dedicata al colore. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni '40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero. Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi. Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda.

A distanza di decenni, intorno a queste immagini Erwitt ha compiuto un vero e proprio viaggio, durato mesi, posando su di esse uno sguardo critico e contemporaneo. E' nata così una raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2013 con il volume Kolor di teNeues e ora finalmente esposta con circa 100 scatti, che lui stesso ha selezionato con Biba Giacchetti nel suo studio di New York. La rassegna dimostra così come la sua straordinaria sensibilità passi indifferentemente dal colore al bianco e nero e viceversa, in una totale continuità di stile e di ricerca. Dal 1953 nella storica agenzia Magnum, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. Senza dimenticare la sua lunga carriera di autore e regista televisivo, a cui sarà dedicata una rassegna cinematografica promossa da Civitas e Settimana del Buon Vivere.

La mostra comprende circa 170 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dal suo vastissimo archivio. Le foto, nel formato di cm.70x100 e di cm.100x140, sono stampate con particolare cura e allestite con cornici fine art e vetro antiriflesso. Una accurata audioguida è disponibile per tutti i visitatori. La mostra, curata da Biba Giacchetti con il progetto di allestimento di Fabrizio Confalonieri, è promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, con Civitas e Romagna Terra del Buon vivere ed è organizzata  da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (...) La mostra e il calendario aggiornato degli appuntamenti collaterali su mostraerwittforli.it (on line da settembre). (Comunicato ufficio stampa Civita)




Pubblicità!
La nascita della comunicazione moderna 1890-1957


termina il 10 dicembre 2017
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

E' il 22 giugno 1890 e sulla 'Tribuna Illustrata' appare il primo e più antico slogan italiano a cui ne seguirono tanti negli anni successivi come: "Bianchezza dei denti Igiene della Bocca.. La vera Eau de Botot è il solo dentifricio approvato dall'Accademia di Medicina di Parigi". Fino al celebre "A dir le mie virtù basta un sorriso per il dentifricio Kaliklor" (1919), esito felice di un concorso aperto a tutti divenuto una pietra miliare della storia della comunicazione pubblicitaria. Da questi primi passi della storia della pubblicità prende avvio la mostra, a cura di Dario Cimorelli e Stefano Roffi, che, attraverso duecento opere dalla fine dell'Ottocento all'era di Carosello, si pone l'obiettivo di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all'introduzione dell'illustrazione come strumento persuasivo e spiazzante per novità e per fantasia, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all'arrivo della radio come strumento di comunicazione di massa.

La prima sezione racconta come i primi illustratori furono in primo luogo artisti e i loro bozzetti e manifesti fossero realizzati seguendo l'idea dell'illustrazione come elemento di comunicazione, in primo luogo bello e quindi indipendente dal contenuto promosso, dove la rappresentazione spesso stupisce, altre volte cattura l'attenzione per la sua costruzione e composizione cromatica, altre volte impaurisce, altre ancora attrae con ironia.

La seconda sezione è dedicata al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario, dove uno rafforza l'altro, dove il prodotto è rappresentato, o comunque evocato nella rappresentazione, e quindi descritto con il suo nome e la sua marca alcune volte associato a uno slogan che ne rafforza le caratteristiche e la sua distintività. In questa sezione divisa in capitoli, attraverso marchi celeberrimi, si indaga il mondo del manifesto in un incrocio virtuoso tra temi, i settori merceologici, le scuole (le grafiche Ricordi, Richter, Chappius etc..), le prime agenzie pubblicitarie (Maga, Acme Dalmonte etc..) e i grandi maestri (fra i quali, Cappiello, Dudovich, Mauzan, Codognato, Carboni, Nizzoli, Testa).

La terza sezione riguarda tutti gli strumenti di promozione pubblicitaria che si sono sviluppati accanto al più conosciuto manifesto, come locandine, depliant, targhe in latta fino all'illustrazione della confezione. La quarta e ultima sezione è dedicata ai nuovi strumenti di comunicazione che si affacciano dal 1920 in poi, la radio prima e poi la televisione fino al giorno in cui nacque Carosello, il primo passo verso un'altra storia.

La mostra, fra gli altri contributi, si avvale della collaborazione col prestito di un importante numero di bozzetti originali di Carboni, Nizzoli, Testa, Sepo del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell'Università di Parma, e di manifesti d'epoca del Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, della Civica Raccolta delle Stampe 'Achille Bertarelli' del Comune di Milano, della Collezione Alessandro Bellenda - Galleria L'Imagine, Alassio - Savona. Il catalogo dell'esposizione, edito da Silvana Editoriale, prevede i saggi di Dario Cimorelli, Nando Fasce, Elio Grazioli, Peppino Ortoleva, Stefano Roffi, Stefano Sbarbaro, Anna Villari oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Massimiliano e l'esotismo. Arte orientale nel Castello di Miramare
termina lo 07 gennaio 2017
Castello di Miramare - Trieste

In occasione dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo (6 luglio 1832 - 19 giugno 1867) il Museo storico del Castello di Miramare rende omaggio all'imperatore del Messico, presentando una mostra a cura di Rossella Fabiani e Francesco Morena, con un percorso espositivo che offre ai visitatori il patrimonio di oggetti preziosi d'arte orientale - oltre 100 opere - raccolti dall'imperatore durante i suoi numerosi viaggi, conservati nelle collezioni storiche del Castello di Miramare ed esposti adesso per la prima volta. In questo modo il Museo, oltre ad approfondire la personalità di Massimiliano, sensibile alla cultura e all'arte, offre una riflessione sull'importanza che la tradizione artistica orientale ha avuto nell'Europa della metà del XIX secolo.

Porcellane, lacche, arredi, sculture e suppellettili di vario genere - provenienti dall'area medio-orientale, dall'India, dalla Cina e dal Giappone - dialogheranno con dipinti, litografie, iscrizioni arabe ed esemplari della produzione europea e americana ispirata all'arte orientale, la cosiddetta Cineseria. Il termine identifica in maniera molto ampia tutto ciò che in Europa aveva a che fare con l'Asia orientale, dal collezionismo di manufatti, alla realizzazione di Gabinetti in stile, dalla produzione europea di oggetti d'ispirazione asiatica, all'influenza che la Cina e territori limitrofi ebbero sulla filosofia, sul teatro e sulla letteratura europei.

I manufatti risalgono a un arco cronologico che va dalla fine del Cinquecento alla metà dell'Ottocento. Massimiliano infatti acquista pezzi antichi insieme a oggetti della produzione allora contemporanea presso gli antiquari delle città che frequenta, tra le quali Trieste. Oltre al monumentale paravento messicano del 1719, che raffigura un'intensa scena di vita cinese, esemplare prezioso e unico in Italia di Cineseria coloniale, si potranno ammirare - tra gli altri - uno stipo giapponese in legno e intarsi di madreperla dell'inizio del Seicento, realizzato per il mercato portoghese e appartenente alla tipologia Nanban, una scultura di porcellana dipinta in esuberante policromia, ancora giapponese, della fine del XVII secolo, raffigurante un leone seduto, e due spettacolari vasche da pesci in porcellana cinese della metà del Settecento. Rappresentativo dell'arte indiana un magnifico stipo di Goa, in legno di cedro e intarsi di ebano e avorio, anch'esso appartenente a un genere di manufatto raro per le collezioni italiane.

Un'infatuazione, quella di Massimiliano per l'Oriente, che raggiunge il suo acme nei due ambienti 'alla cinese' presenti al Castello. Il Salotto Giapponese e il Salotto Cinese riflettono l'ammirazione da parte del giovane Asburgo di una moda molto diffusa già nel Settecento, seguita con entusiasmo anche dai membri della famiglia imperiale, i quali avevano realizzato simili stanze nelle residenze di Vienna e Schönbrunn. In particolare, il Salotto Cinese, adibito a fumoir nelle giornate di gala e destinato ad ospitare parte dei manufatti asiatici di Massimiliano, ha tutte le pareti rivestite di un tessuto decorato a stampa con un motivo orientaleggiante, ispirato a composizioni che si ritrovano frequentemente nei repertori settecenteschi di incisioni, ad esempio nel The Ladies Amuseument di Pillement (1762).

Massimiliano fornì già nel 1860 precise indicazioni per la Chinesisches Zimmer, richiedendo che si predisponesse "ancora legno di quercia con ricca doratura, le pareti con grandi specchi... e anche piante fresche", secondo uno schema in cui arredi e natura si compenetrano anche all'interno dell'abitazione, già sperimentato in una stanza verandata di Villa Lazarovich, la prima residenza triestina dell'arciduca, così raffigurata in un dipinto di Germano Prosdocimi del 1855 circa. Il Salotto Giapponese, così denominato nonostante in realtà esso non mostri prevalenti caratteri giapponesi, rimane piuttosto ancorato agli stilemi della Cineseria settecentesca.

Richiamano quel contesto le sete dipinte utilizzate per le pareti, il soffitto e i tendaggi della sala, decorate in ricca policromia su fondo chiaro con motivi di fiori, farfalle e vasi racchiusi entro volute rocaille. La boiserie in legno chiaro che corre nella parte inferiore delle pareti, nell'angolo con lo specchio e sulle sovrapporte mostra una filettatura che riproduce le naturali nodosità dei fusti di bambù. Simili griglie di bambù si vedono anche sulle superfici delle due porte che affacciano nel Salotto. Ognuna di loro inquadra un pannello in lacca, a fondo rosso, oppure marrone, oppure nero, decorato a oro con composizioni di fiori e uccelli e scorci di paesaggio marino con imbarcazioni. Un certo numero di questi pannelli - della metà dell'Ottocento circa - costituisce l'unica reale presenza di Giappone nella sala.

Per Massimiliano l'Oriente non è solo la risposta all'esigenza di adeguarsi a certi gusti aristocratici, ma un'autentica scoperta. Il viaggio diviene per l'imperatore uno stile di vita, una dimensione della mente grazie al quale, toccando ben quattro continenti (Europa, Asia, Africa e America), conosce culture e popoli diversi, rispettandone i costumi e apprezzandone le abitudini, fino a farne propria qualcuna. Attraverso l'acquisizione di oggetti extraeuropei e di libri dedicati a queste esplorazioni (presenti nella biblioteca del Castello) Massimiliano porta il mondo per così dire "dentro casa".

Pur non avendo visto, infatti, l'India, la Cina e il Giappone, gli oggetti provenienti da quei luoghi lontani e misteriosi costituiscono uno strumento per ampliare orizzonti di cultura e di conoscenza altrimenti preclusi. La mostra intende indagare anche questo aspetto della complessa e affascinante personalità di Massimiliano, che ha fatto del viaggio uno dei fili conduttori della sua breve, ma intensa, esistenza. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo Marsilio Editori, frutto del lavoro di catalogazione di tutti gli oggetti orientali della collezione del Castello di Miramare. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Croce - Santa Maria Maggiore 1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

L'esposizione, curata da Massimo Medica, nasce dall'occasione di esporre per la prima volta al pubblico questo prezioso esemplare di croce viaria a seguito del restauro eseguito da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). L'opera rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze. Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle "leggendarie" quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant'Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana.

E' però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l'espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l'arrivo delle truppe napoleoniche e l'instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli. La croce ritrovata di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all'iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L'opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.

Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo, inoltre: "Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell'XI e XII secolo l'acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi."

Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d'acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura. Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni originarie, codici miniati dell'XI e XII secolo, tavolette d'avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.

La mostra è accompagnata da un catalogo e in occasione verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniatodal titolo Bologna città della croce, con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna. Il documentario, del 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio. Il documentario è visibile su www.youtube.com/watch?v=RBm58qgdR7Y (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)




August Patek (1874-1958) - C.k. priv., Továrny na koberce a látky nábytkové, Filip Haas a synové, 1900 - Litografia a colori cm.113x83 Ferdinand Andri - XXVI. Ausstellung Secession - Litografia a colori su carta cm.96x63 1906 Progetto Marie Krivánková - esecuzione Pavel Vávra - Collana, dopo il 1910, Praga - Oro, granati boemi, madreperla, lunghezza 35cm Il Liberty e la rivoluzione europea delle arti
Dal Museo delle Arti Decorative di Praga


termina lo 07 gennaio 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste

L'ultimo degli stili universali in Occidente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, porta l'arte nella vita e la vita nell'arte influenzando ogni forma creativa anche nella quotidianità. Dal Museo di arti decorative di Praga, per la prima volta in Italia, una selezione di 200 opere delle collezioni riporta ai tempi e ai gusti della Belle Époque in Europa. Tra i capolavori di Alphonse Mucha in mostra a Trieste, anche 7 metri di decorazione del padiglione della Bosnia-Erzegovina per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Liberty (in ceco: Secese), l'ultimo degli stili universali ad avere interessato l'Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segnando con i suoi tipici elementi figurativi l'architettura, la pittura, la scultura ma anche il mondo multiforme delle arti decorative, ebbe a Praga e in Boemia uno dei suoi centri di sviluppo più significativi e originali.

Sarà Trieste, città mitteleuropea per eccellenza, a presentare per la prima volta in Italia alcune delle più affascinanti realizzazioni del Liberty (o Art Nouveau) ceco ed europeo, grazie all'eccezionale collaborazione con l'UPM di Praga, Museo delle Arti Decorative tra i più rilevanti nel panorama internazionale. Istituito nel 1885 e chiuso dal 2014 per lavori di ristrutturazione della storica sede, il museo praghese - che riaprirà al pubblico a gennaio 2018 con le sue oltre 200.000 opere e una biblioteca di 172.000 volumi - ha prestato infatti alla città giuliana una selezione di oltre 200 tra le più significative opere delle sue raccolte, esposte in una mostra di grande fascino nelle sedi, tra loro contigue, delle Scuderie, nuovamente aperte, e del Museo storico del Castello di Miramare, in un progetto di valorizzazione e fruizione di questo straordinario complesso monumentale.

Promossa dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia, dal Museo storico e parco del Castello di Miramare e dal Museo delle Arti Decorative di Praga, prodotta e organizzata da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International, la mostra farà dunque rivivere l'avvento del "modernismo" e gli anni cruciali della rivoluzione e dell'emancipazione delle arti in risposta alla sollecitazione dell'età moderna e alle mutate esigenze estetiche e spirituali. Pur con la sua doppia anima fatta di tradizione e di innovazione, la sua eterogeneità e la varietà di scenari ideologici che questo stile ebbe nelle diverse culture europee, il Liberty o Art Nouveau fu un fenomeno culturale che investì tutta l'Europa e coinvolse tutte le arti nel segno del rinnovamento e della ribellione alla stagnante e sterile figurazione artistica. Con una convinzione comune - che arte e vita dovevano essere intrecciate e con una forte carica etica e l'impegno a trasformare l'ambiente di vita e le condizioni sociali.

Il concetto di "vita" ebbe un ruolo centrale nelle teorie estetiche in vigore al volgere del secolo, fondate su consapevolezza che potremo definire quasi olistica. "Lo stile è tutto ciò che rispecchia e accentua la connessione della vita... E' l'intenso desiderio di un'unità spirituale della vita e del mondo, un'incarnazione dell'affinità e unità cosmica". Di qui l'attenzione per la natura come fonte di bellezza artistica, una visione organica dell'esistenza e dell'arte concepita nella sua interezza, senza distinzioni, e l'interesse di tanti esponenti dell'Art Nouveau per le scienze naturali e spirituali. Istanze sociali e istanze artistiche s'intrecciavano laddove l'obiettivo era la rigenerazione della vita e il cambiamento della gerarchia dei valori.

Le arti applicate ebbero un ruolo centrale in questa visione: fu in questo campo infatti che il movimento dell'Art Nouveau o Liberty si fuse maggiormente con la generalizzata modernizzazione della società divenendo una componente importante del processo di trasformazione: elemento chiave nella riforma della vita quotidiana. Dalle pitture alle litografie, dai manifesti ai gioielli, dagli stupefacenti vetri alle ceramiche, dai mobili ai tessuti, dall'abbigliamento e dalla biancheria agli oggetti da tavola la mostra di Trieste - curata da Radim Vondracek, Iva Knobloch, Lucie Vlckova con la direzione di Helena Koenigsmarkova (Direttore del Museo delle Arti Decorative di Praga) e di Rossella Fabiani storico dell'arte, rievoca il mondo della Belle Époque e di una borghesia che fa i conti con il progresso.

Un progresso che rincorre - l'emancipazione femminile, i trasporti, le comunicazioni, la corrente elettrica - ma dal quale vuole difendersi, combattendo l'eccesso di industrializzazione e la cultura meccanizzata di massa, con il ritorno all'industria artistica e a un artigianato di pregio. Accanto a capolavori d'arte decorativa presentati all'Esposizione Universale di Parigi del 1900 - momento decisivo nella diffusione di questo stile e punto d'arrivo del Liberty cosiddetto organico - saranno esposte opere influenzate dalle diverse correnti di pensiero sviluppatesi all'epoca. Accanto ad artisti del calibro di Jan Preisle e Alphonse Mucha, uno dei più importanti e rappresentativi protagonisti dell'Art Nouveau in Europa di cui la mostra presenta ben 12 opere, saranno esposti a Trieste esempi delle innovazioni grafiche del viennese Gustav Klimt e di Koloman Moser.

Quindi le firme nei gioielli di Emanuel Novák, Josef Ladislav Nemec e Franta Any'z; le celebri vetrerie boeme e le creazioni di Adolf Beckert e Karl Massanetz, pioniere della decorazione a freddo dei vetri; i grandi nomi di Jan Kotera, Josef Hoffmann e Leopold Bauer, allievi della Wiener Akademie e di Otto Wagner, soprattutto per gli arredi, come pure dell'architetto Pavel Janák esponente principale dell'associazione praghese Artel. Davvero impressionante di Mucha l'esposizione di una parte consistente (L'epoca romana e l'arrivo degli slavi) della decorazione realizzata per la sala principale del padiglione della Bosnia-Erzegovina all'Esposizione Universale di Parigi del 1900: un acquarello e colore stemperato su tela di quasi 7 metri di lunghezza per 3 e mezzo di altezza che ci immerge nell'epopea slava.

Coinvolgente poi la possibilità di vedere ricreati, grazie all'allestimento scenografico affidato a Pierluigi Celli e agli eccezionali prestiti, ambienti in stile Art Nouveau unificato - dai mobili alle decorazioni per tessuti, agli accessori, agli oggetti funzionali - secondo quel concetto di arte globale che aveva coinvolto gli sforzi creativi in diversi settori interessando sia la classe media che il ceto alto, soprattutto l'intellighenzia urbana in piccole e grandi città. Si cercava la bellezza e l'equilibrio, si puntava all'arte nella vita: un'arte emancipata e integrata che in Boemia porterà a percorrere le nuove strade del cubismo. Si era fiduciosi nel futuro e ottimisti di fronte al progresso e a una pace diffusa.

Ma era un fragile equilibrio che si sarebbe spezzato di lì a poco. I Nazionalismi mai sopiti avrebbero aperto le porte dell'intolleranza; l'affare Dreyfus in Francia, cui seguì l'analogo caso Hilsner nel contesto boemo, evidenziò in quale misura la società fosse accessibile all'intolleranza nella veste dell'antisemitismo. "Dopo la crisi del 1908 in Bosnia e Erzegovina, vennero alla luce pericolose contraddizioni sociali, ideologiche e geopolitiche. Le guerre balcaniche scoppiate nel 1912 furono già una diretta avvisaglia del tragico epilogo della Belle Epoque: uno splendido sogno finito, come dice Stefan Zweig, nel «massimo crimine del nostro tempo», quella sanguinosa conclusione che fu la Prima guerra mondiale". Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato Civita Tre Venezie)




Galleria Nazionale di Cosenza - sala Luca Giordano Crotone- Museo Archeologico - Statuina femminile La Cattolica - Stilo - ingresso Polo Museale della Calabria
Musei, monumenti e aree archeologiche


Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, con l'assegnazione di nuove Sedi è presente sull'intero territorio regionale con ancora maggiore incisività. Musei, monumenti e aree archeologiche di notevole interesse ne costituiscono un valore assoluto con enormi potenzialità capaci di assegnare alla Calabria un ruolo di primo piano nell'arte, nella cultura e nel turismo. Alcune peculiarità:

- Chiesa di San Francesco d'Assisi - Gerace (Reggio Calabria). Già dei Frati Minori (fondazione 1252).

- Galleria Nazionale di Cosenza. Tanti i capolavori custoditi. La sezione Acquisizioni con le opere, fra gli altri, di Pietro Negroni, Marco Cardisco, Mattia Preti, Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano; i dipinti della collezione di Banca Carime, avuta in comodato; la sezione Umberto Boccioni che espone una straordinaria raccolta grafica del maestro futurista, nonché la sezione, di recente istituzione, dedicata all'arte contemporanea.

- La Cattolica - Stilo (Reggio Calabria). Costruita dai monaci orientali, che nei secoli X e XI vivevano in agglomerati di grotte naturali.

- Le Castella - Isola Capo Rizzuto (Crotone). La torre cilindrica, di chiara derivazione angioina, svetta centralmente all'interno della fortezza di Le Castella e ne testimonia l'impianto originario che dovrebbe risalire al XIV secolo.

- Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia. Di particolar pregio le terracotte (VI-V sec. a. C.), alcuni bronzi e la preziosa laminetta aurea, con testo orfico, rinvenuta in una vasta necropoli che interessa una vasta area della città moderna.

- Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Propone un percorso espositivo, articolato su due piani, in ampie sale open-space.

- Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide - Cassano all'Ionio (Cosenza). Raccoglie testimonianze materiali provenienti dal territorio della Sibaritide. Comprende cinque sale espositive, organizzate in aree tematiche.

- Museo Archeologico e Parco Archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria). Il Museo dell'antica Kaulon accoglie un considerevole numero di manufatti che illustrano la vita e la storia di questo straordinario lembo di Calabria.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone). Sul promontorio di Capo Colonna sorgeva uno dei principali santuari della Magna Grecia, dedicato alla grande dea Hera Lacinia, famoso nell'antichità.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri - Locri (Reggio Calabria). Permette di scoprire uno scorcio della vita pubblica, privata e religiosa del centro di Locri in età greca e romana.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium - Roccelletta di Borgia (Catanzaro). Illustra i vari aspetti che vedono la città romana di Minervia Scolacium svilupparsi tra I secolo a.C. e VII secolo d.C..

- Museo Statale di Mileto - Mileto (Vibo Valentia). Espone un cospicuo e rilevante patrimonio di opere d'arte che abbraccia un arco temporale compreso fra l'età tardo imperiale e l'Ottocento.

- Museo Archeologico Nazionale di Amendolara - Amendolara (Cosenza). Custodisce reperti connessi alla storia del territorio: dall'Età del Bronzo Finale e dell'Età del ferro (XII-VIII sec. a.C.).

- Museo Archeologico Lametino - Lamezia Terme (Catanzaro). Articolato in tre sezioni, Preistorica, Classica e Medievale, la selezione dei reperti esposti evidenzia il livello culturale delle prime comunità, tra le più antiche della Calabria.

- Museo Archeologico di Metauros - Gioia Tauro (Reggio Calabria). Le sale museali attestano la continuità di vita nel territorio dall'età protostorica fino ad età medievale.

- Museo e Parco Archeologico "Archeoderi" - Bova Marina (Reggio Calabria). Dà conto di un ricco patrimonio storico-archeologico da aree di abitato, di necropoli e di siti fortificati a controllo del territorio, inquadrabile in un ampio arco cronologico compreso tra l'età neolitica ed il VI secolo d.C. e si caratterizza per la presenza di testimonianze ebraiche; ad oggi è l'unico Parco calabrese con resti riconducibili a tale civiltà. (Estratto da comunicato stampa)




Terra, madre Terra

Galleria Dna-Marateacontemporanea - Maratea, 18-28 giugno 2017
Trebisonda - Perugia, 23 settembre - 15 ottobre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma, 05-22 dicembre 2017

Quaranta artisti sono qui chiamati a intervenire su un tema di attualità. Tema cruciale e di grande impatto, declinato in varie accezioni e crocevia di molte visioni e scuole di pensiero, foriero di inquietudini diffuse e percepibili a ogni livello circa il destino della Terra, non essendo chiaro se l'attuale crisi globale preluda a un cambiamento epocale (palingenesi) o all'estinzione dovuta non solo ad un eventuale cataclisma o catastrofe cosmica (ad esempio i cambiamenti climatici o l'esaurimento delle fonti di energia) ma anche, o invece, ad una sorta di esaurimento di ogni forma di speranza e solidarietà. In questo contesto, come evidenziato dal titolo, si vuole offrire non solo una visione laica del mito della Dea Madre ma nel contempo una serie di riflessioni che riguardano la percezione, la sensibilità, la consapevolezza o la rimozione, il timore o la coscienza che quello dell'uomo contemporaneo sia il destino dei penultimi.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Maria Cristina Antonini, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Marcello Corazzini, Carla Crosio, Mariangela De Maria, Stefania Di Filippo, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Mavi Ferrando, Danilo Fiorucci, Salvatore Giunta, Raffaele Iannone, Robert Lang, Silvana Leonardi, Margherita Levo Rosenberg, Mimmo Longobardi, Nazareno Luciani, Paola Malato, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Sandra Maria Notaro, Aurora Paccasassi, Emilio Patalocchi, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Lucilla Ragni, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Ernesto Terlizzi, Sabrina Trasatti, Ilia Tufano, Oriano Zampieri, Gaetano Zampogna. (Comunicato stampa)




Carla Bordini Bellandi - Alberi blu mini Carla Bordini Bellandi: "Enchanted Nature"
termina il 26 novembre 2017
Palazzo Mora - Venezia

Nel prestigioso contesto della Biennale di Venezia, la GAA Foundation propone una selezione accuratamente operata del lavoro fotografico di Carla Bordini Bellandi. Le sue foto, che vivono attraverso il suo sguardo e svelano aspetti nascosti e simboli, sono immagini che raccontano una natura osservata attraverso una visione onirica, alla ricerca di un pieno recupero del contatto con essa ma soprattutto del suo riconoscimento come elemento degno di rispetto e da non "usare" in maniera indiscriminata. Per riconquistare un'unione che sembra irrimediabilmente perduta, i suoi scatti, racconti tridimensionali e pieni di luce, regalano una visione pura e limpida. L'aspetto tecnico del suo modo di procedere è molto peculiare e insieme alla sua poetica, è ciò che le ha permesso di essere selezionata tra tanti artisti. Il risultato della sua ricerca si fonda sullo studio dell'"errore fotografico" che esclude l'uso del foto ritocco.

"Ricercatrice visiva", Carla Bordini Bellandi (Milano, 1962) è alla ricerca di storie e narrazioni che attraverso luce, forma e colore, si materializzino dentro lo spazio di un rettangolo di carta. Dai primi scatti realizzati con una Ferrania tascabile a quelli più attuali, il percorso di studio è stato lungo e paziente. Nei circa 40 anni di raccolta visiva e fotografica, sono decine di migliaia le immagini che ora compongono il suo bagaglio artistico. Esperta di colore, inventa, ispira proposte e combinazioni cromatiche anche in ambito tessile e nel mondo della moda. Con uno studio approfondito e attraverso l'analisi delle immagini, indaga l'origine del formarsi e dell'evolversi delle tendenze socioculturali più contemporanee.

Il progetto espositivo è anche la fase iniziale di un programma di salvaguardia ambientale, a testimonianza della necessità impellente di azioni concrete per tutelare il pianeta. Tuttavia l'artista non grida allo scandalo per la mancanza di rispetto delle leggi naturali, ma attraverso le sue foto sussurra un sentimento di profonda malinconia per uno stato ambientale originario che è difficilmente recuperabile. La mostra quindi è un'esortazione forte e silenziosa ad agire, affinché la poesia della natura non si perda del tutto.

Dal nome altamente evocativo e velatamente ironico, la mostra Enchanted Nature, raccoglie le immagini di una natura lontana dal reale, grafica e bidimensionale, nelle quali l'impressione soggettiva supera l'intento descrittivo e va oltre, alla ricerca di una forma estetica che ne rappresenti l'essenza: è un paesaggio ancora maestoso, misterioso, che affascina e stupisce. Collocate al di fuori dello spazio e del tempo, poetiche e astratte, mai coadiuvate da interventi formali sull'immagine, varie visioni convivono in ogni opera per meglio raccontare universi potenti e luminosi ma nel contempo - per contrasto - per narrare segreti essenziali di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici. (Comunicato stampa Press Office artpressagency.it di Anna de Fazio Siciliano)




Immagine dalla locandina della mostra di Carlos Amorales Carlos Amorales: Life in the Folds
termina il 26 novembre 2017
Padiglione del Messico alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia

Life in the folds è il risultato di un'estesa ricerca dove l'artista introduce un linguaggio formale che si articola su diversi supporti lungo l'installazione proposta alla Biennale Arte 2017. La mostra si compone di forme astratte, di poesie scritte in un alfabeto criptato, di ocarine in ceramica che vengono suonate da un ensemble in una performance secondo una partitura grafico-musicale. Amorales sottolinea che "Life in the folds (il titolo si riferisce al romanzo di Henri Michaux pubblicato nel 1949), scaturisce dalla tensione fra il concreto e l'astratto, luogo in cui si manifestano una serie di immagini poetiche associate ai luoghi in cui troviamo la vita; non in mezzo alla pagine, bensì nelle pieghe, nelle rotture, negli interstizi e nelle cose più piccole".

L'incomprensibilità dei testi richiede al pubblico di affrontare, a partire dalla perplessità iniziale, un mondo criptato nel quale dovrà decifrare messaggi e mettere in discussione interpretazioni della realtà. Life in the folds è un'opera d'arte totale in cui le diverse discipline coinvolte tra cui arti visive, grafica, animazione, film, musica, letteratura, poesia e performance convergono creando tensioni e attivando riflessioni non convenzionali. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gigi Bon - Il primo giorno del mondo Gigi Bon
Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia


termina il 26 novembre 2017
Studio Mirabilia | Libreria Lineadacqua - Venezia
www.gigibonvenezia.com | www.lineadacqua.com

In occasione dell'apertura della 57° Esposizione Internazionale d'Arte, una preziosa e inusuale mostra che verrà ospitata in due sedi. Preziosa, perché la prima è lo studio-atelier di Gigi Bon - collezionista-bibliofila-artigiana-artista veneziana - proprio nella calle dove Casanova nacque. Inusuale, la seconda parte, perché si sviluppa nell'unica libreria antiquaria rimasta in città: Lineadacqua. Al progetto si accompagna la pubblicazione del volume-diario Gigi Bon: Veni Etam. Naturalia et Mirabilia, pubblicato da Lineadacqua Edizioni che si avvale di una esaustiva introduzione a cura di Martina Mazzotta.

Il termine Wunderkammer, oggi molto utilizzato e in parte screditato, trova qui una declinazione contemporanea attraverso un omaggio poetico e consapevole a quella storia del collezionismo, della scienza e dell'arte che nei secoli XVI-XVII vide intrecciarsi natura e artificio nell'età d'oro della meraviglia, ripropostasi nel XX secolo a partire da certo Surrealismo. La mostra offre un florilegio di opere e reperti di naturalia, exotica e scientifica - tutti mirabilia disposti nell'atelier e in parte nella libreria. Nel recuperare la tradizione tardorinascimentale delle collezioni enciclopediche, nonché quella ermetico-alchemica, Gigi Bon presenta le opere più importanti della propria carriera venticinquennale, insieme con alcuni inediti.

Vi si ritrovano tecniche e materiali della più fine tradizione veneziana: una eco visuale a Veni Etiam, l'origine etimologica del nome della città secondo Francesco Sansovino, accolta da John Ruskin e da tutti coloro che hanno profondamente amato e interpretato Venezia: cioè, vieni ancora, e ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose, e nuove bellezze. Lo spazio alla libreria si presenterà come una sintesi dell'Universo dell'Artista: una grande scatola magica, di blu vestita. Il blu tanto caro a Gigi. Il blu del cielo, del mare, dell'Infinito. Il blu considerato dagli egizi come il colore degli Dei e presente in maniera fondamentale nelle opere della Bon.

In questo spazio fa da fondo un pannello che rappresenta il mondo immaginario dell'artista con una folla di Rhini Angeli giocosi; una parete-libreria carica di libri antichi e oggettistica preziosa; il grande quadro Museo Caspiano popolato dai lavori dell'artista come fossero personaggi in visita al museo. Personaggi che in questa occasione prendono vita: escono dal quadro e si materializzano in reali sculture animando lo spazio e dando vita a Gigi Bon Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia. L'artista, laurea in Giurisprudenza, con un brillante passato di consulente finanziario, non ha esitato a voltare pagina per dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni e della sua creatività. Le sue sculture, i suoi ritratti immaginari, le sue surreali tecniche miste sono ormai nelle collezioni private di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




Pompei e i Greci
termina il 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Conferenza dedicata a Honoré Daumier alla Biblioteca Cantonale di Bellinzona Conferenza: Honoré Daumier - un uomo di oggi
23 novembre 2017, ore 18.30
Biblioteca Cantonale - Bellinzona (Svizzera)
www.villacedri.ch

Nell'ambito della mostra Daumier: attualità e varietà, una tavola rotonda del Museo Civico Villa dei Cedri sull'atemporale attualità dell'artista al quale dedica la sua mostra autunnale. Dialogeranno Matteo Bianchi, Carole Haensler Huguet e Michel Melot - grande conoscitore di Daumier e già direttore del Dipartimento delle Stampe e della Fotografia della Biblioteca Nazionale di Francia. Pittore, scultore, litografo e giornalista satirico, Honoré Daumier ha fatto della sua arte uno strumento di divulgazione pubblica e contestazione sociale. Acuto osservatore della realtà sociale e politica della Parigi ottocentesca, con le sue ironiche e grottesche caricature - apparse per oltre quarant'anni sulle pagine dei giornali satirici - ha colto e raffigurato la commedia umana in tutte le sue accezioni. Grazie alla sua sagace capacità di illustrare la quotidianità, le trasformazioni urbane, le mutazioni culturali e politiche, lo spaccato di vita raffigurato nelle sue opere invitano a riflettere e a tracciare similitudini con la realtà attuale. (Comunicato stampa)




Locandina del convegno La Civiltà greco-romana e l'idea europea dalla coscienza storica alla creazione dei valori europei IV Convegno Studentesco Mediterraneo
"La Civiltà greco-romana e l'idea europea: dalla coscienza storica alla creazione dei valori europei"


18-19 novembre 2017
Basilica di San Lorenzo Maggiore - Napoli
www.hfc-worldwide.org/trieste

Il convegno, organizzato dalla Fondazione Ellenica di Cultura Italia e dalla Comunità greca di Napoli e Campania, vuole, da una parte rafforzare reciprocamente, attraverso l'incontro di studenti greci e italiani, la coscienza nazionale, dall'altra, dare la possibilità agli studenti che partecipano di esprimere in modo creativo, le esperienze, i pensieri, le idee, le questioni, le inquietudini e i loro messaggi sulla struttura della società contemporanea e dello Stato. L'obiettivo è che gli studenti conoscano la civiltà greco-romana, il significato, il contenuto e il suo contributo alla creazione dei valori dell'Unione Europea. Allo stesso tempo, attraverso l'interazione e il lavoro di gruppo, gli studenti arricchiranno le loro conoscenze e comprenderanno la storia e la civiltà d'Europa. Infine, gli studenti potranno creare una rete di dialogo permanente con i loro coetanei di altre regioni della Grecia ma anche d'Italia per lo sviluppo del dialogo interculturale. Il Convegno offre la possibilità ai giovani di allargare i loro orizzonti intellettuali, di sviluppare nuove amicizie, di conoscere le differenze nonché fornisce una fonte di riflessione su temi che sono dati per scontati.

I lavori del convegno avranno luogo nella con la partecipazione di 650 alunni da licei italiani e greci. I licei greci che partecipano sono: 16° liceo di Atene, 1° liceo di Drama, liceo Vamos di Chania, collegio di Atene, collegio di Psichiko, liceo Barbakios, 1° liceo di Keratsini, istituto Mantoulidi, liceo Zografio di Costantinopoli, 2° liceo di Amaliada, liceo Afantou Rodou, 1° liceo di Komotini, Scuola Ionios, Istuituto Douka, 2° liceo di Pefki, 1° liceo di Cholargo, liceo di Itea, istituto Friganioti, liceo privato di "Othisi", liceo di Melissia, 6°liceo di Nea Smirne, lieco di Amfissa, ex sperimentale di Nikea, scuola evangelica, 1° liceo di Kifissia, scuola Moraiti, 4° liceo di Alimos, 2° liceo di Amarousion, 1° liceo di Tripoli, liceo Leontios di Patissia, 3° liceo di Amarousion, liceo musicale di Argolida, 1° liceo di Kimi, 5° liceo di Salonicco.

___ Le tematiche del convegno sono:

- Tematiche storiche

1. La "polis" greca da Alessandro Magno a Giustiniano
.. La religione
.. Le leggi
.. Le istituzione
2. Grecia e Roma: analisi comparativa delle civiltà
3. "Democrazia Ateniese" e "Res Publica": analisi comparativa
4. Greci e Romani: vite parallele
.. Politici e militari
.. Personaggi spirituali
5. Grecia e Roma: lo sviluppo della struttura sociale (analisi comparativa)
6. Caratteristiche della vita economica in Grecia e a Roma: analisi comparativa.
.. L'agricoltura
.. L'artigianato
.. Il commercio
7. Caratteristiche della vita privata degli antichi Greci e Romani
8. Il ruolo della donna nella Grecia Classica e a Roma, analisi comparativa.

- Cultura e influenze reciproche

9. Grecia e Roma
.. L'unità e le caratteristiche principali dello spirito greco
.. L'unità e le caratteristiche principali dello spirito romano
.. L'influenza del pensiero filosofico greco nel diritto romano
10. Cultura greco-romana: significato, contenuti e contributi alla creazione dei valori dell'Unione Europea
.. La filosofia greca come anima dell'Europa
.. Il diritto romano come coscienza europea
.. L'idea della "libertà" e il significato di "libertas" nella cultura greco-romana
11. Magna Graecia - Italia - Grecia
12. La vita spirituale nel mondo romano dal 14 al 212 d.C.
.. La poesia, la letteratura e la retorica greco-romana come prova dell'influenza reciproca tra le due culture
.. Il Cristianesimo come elemento culturale tra la Grecia e l'Italia
.. Graikòs e Romiòs: Graecus e civis Romanus. Esiste una "romanità greca"?
13. Il Teatro in Grecia e a Roma: analisi comparativa
14. I monumenti architettonici greco-romani come monumenti di cultura e punti di riferimento per la coesistenza pacifica di popoli di cultura diversa.

.."Una faccia, una razza"

15. Sono pazzi questi Romani? Le caratteristiche dei Romani che li hanno condotti alla gloria
16. La Grecia, l'italia e la passione per l'umanità. Il carattere antropologico comune tra Greci e Italiani: il detto popolare una faccia una razza unisce Greci e Italiani mettendo in risalto gli aspetti comuni tra i due popoli anche se il paragone più corretto sarebbe quello tra i Greci che vivevano nell'antica Grecia e i Greci del Sud.
17. La contemplazione dell'Altro
.. Come gli Italiani vedono la Grecia
.. Come i Greci vedono l'Italia
18. Le isole dello Ionio: un ponte tra Grecia e Italia
19. Il mare comune come ponte di cultura
20. L'immigrazione come questione culturale per i due paesi

L'organizzazione del convegno in Grecia il Comitato organizzativo è composto da: il presidente Nikolaos Koukis, filologo, responsabile di convegni studenteschi Mediterranei, il vice presidente Zannis Miniotis, teologo, responsabile di Comunicazione, Zetta Antoniou Filologo, responsabile di programmi, Dimitrios Lappas, filologo, responsabile dei presentazioni (coordinatore del primo giorno), Andreas Sideris, editore, responsabile dei contatti e della pubblicità, segretario, Fotini Metaksaki, filologo, responsabile delle presentazioni (coordinatrice del secondo giorno). (Comunicato stampa)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Dionisus' Place Dionisus' Place
Jannini e il teatro dell'artista figurativo Ernesto Jannini


termina il 18 dicembre 2017
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

Il titolo della mostra - a cura di Alessandra Pioselli - corrisponde all'opera site-specific che l'artista ha realizzato tra il 2016 e il 2017 nel foyer del teatro Pacta Salone. La mostra viene ospitata in occasione dell'apertura di uno spazio dedicato nel foyer, il CUBO, che ospiterà durante l'intera stagione del teatro mostre di artisti per accompagnare il pubblico allo spettacolo con fotografia, pittura, grafica, poesia, luce, video. Mostre che si accompagnano agli spettacoli e lasciano dialogare tra loro le diverse arti visive. L'installazione permanente nasce dalle suggestioni della figura mitologica del dio Dioniso, interpretato dall'autore come punto origine del Teatro, eterno contrasto di forze apollinee e dionisiache.

L'opera si presenta come un teatro nel teatro, esteticamente realizzata con materiali eterocliti che spaziano dalla luce azzurra dei neon ai microcircuiti, alla plasticità delle onde del mare realizzate con tela dilatata e trattata con gessi e cementi, alle citazioni scritte dei testi classici. Nel teatrino, simile a una nicchia orizzontale compaiono in terracotta le maschere di Dioniso e i volti beffardi dei satiri. Dall'opera fuoriescono diffondendosi per tutta la sala d'ingresso, le note enigmatiche delle composizioni musicali di Maurizio Pisati. Alla parete di fronte al Dionisus' Place, compare un enigmatico dipinto su tavola di Jannini, intitolato I figli invisibili di Pulcinella del 2014 mentre sulla parete antistante il salone d'ingresso del teatro un'altra installazione permanente dal titolo evocativo: Night fishing at Juan Les Pins del 2015.

La mostra presenta, oltre alle opere sopra citate, anche l'installazione Progetti di Guerra, nonché foto e documenti degli anni '70 (Jannini e il teatro Libera Scena Ensemble) e immagini di oggetti scenici realizzati per Pacta. dei Teatri. All'inaugurazione verrà presentato al pubblico il libro Palestre di vita, che Jannini ha dedicato al regista Gennaro Vitiello, scomparso nel 1985, con il quale nei primi anni '70 ha lavorato come attore nella compagnia Libera Scena Ensamble.

Ernesto Jannini ha studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Artista e teorico per alcuni anni è stato attore con la Libera Scena Ensemble del regista Gennaro Vitiello, a cui ha dedicato un libro con l'editore Ombre Corte. Nel 1976 partecipa alla Biennale di Venezia con il gruppo degli Ambulanti. Nel 1990 è nuovamente presente alla Biennale di Venezia con una sala personale. E' stato invitato al Festival Texitgestaltung di Linz, alla galleria Flaxman di Londra, alla galleria De Zaal di Delft, al Museum Industrielle Arbeitswet di Steyr, allo Spazio Borsalino di Parigi e di Alessandria, alla Kunsthaus Tacheles di Berlino, all'Istituto di Cultura italiana di Copenaghen, alla galleria La Giarina di Verona e in numerosissime altri spazi espositivi tra cui il MAGA di Gallarate, Il Castel dell'Ovo di Napoli. Ha vinto il Premio Lissone 2000.

Dal 2006 collabora con il Teatro Arsenale e poi con PACTA. dei Teatri al PACTA SALONE di Milano. Le sue opere compaiono in musei e collezioni private. Scrive su Juliet Art Magazine, Exibart, Artestetica, Sdefinizioni. Ha pubblicato: Esperienze di un ambulante, (Laveglia, Salerno 1981); Silos Silenzio. Scritti teorici. (Edizioni Studio Noacco di Chieri, 1991); Gabbie Celesti, (Lalli Editore, Poggibonsi 1997); Ernesto Jannini, Catalogo antologica al MAGA di Gallarate con scritti di E. Di Mauro, R. Barilli, M. Sciaccaluga. (Editore A. Parise, Verona 2004); Equilibridi, (Editore Matteo di Dosson, 2007). (Comunicato stampa)




Immagine da locandina della conferenza L'inferno secondo Dante alla Società Dante Alighieri di Berlino L'inferno secondo Dante
Dibattito sui concetti di Inferno e del Maligno da un punto di vista teologico, letterario e pastorale


24 novembre 2017, ore 19.15
Società Dante Alighieri - Comitato di Berlino
Ingresso: € 7,00; Entrata gratuita per i soci; Prenotazione tramite FB o e-mail; Chiusura delle porte h 19.30 www.danteberlin.com

Conferenza in tedesco incentrata sul tema dell'Inferno, concetto dalle mille sfaccettature e dai molti spunti di riflessione. Partendo dalle visioni infernali nella Divina Commedia, il concetto verrà analizzato attraverso tre diverse prospettive. Interverranno la Dott.ssa Mona Körte, esperta in letteratura, il Prof. Dott. Ralph Weimann, sacerdote e teologo cattolico, e il pastore evangelico e cappellano carcerario Erhard Wurst. (Comunicato stampa)

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Dantes Inferno
Grundlagen einer Diskussion über die Hölle und das Böse aus theologischer, literarischer und seelsorgerischer Sicht


24. November 2017, 19.15 Uhr
Eintritt: € 7,00; Freier Eintritt für Mitglieder; Reservierung per FB oder E-mail; Türen schließen um 19.30

Ausgehend von Dantes Höllenvisionen in der Göttlichen Komödie, widmet sich die Podiumsdiskussion auf Deutsch dem Thema der Hölle, einem vielfältigen Konzept, das aus einer literarischen, psychologischen und theologischen Perspektive heraus analysiert wird. An der Diskussion werden Frau PD Dr. Mona Körte, Literaturwissenschaftlerin, Herr Prof. Dr. Dr. Ralph Weimann, katholischer Priester und Theologe, und Herr Pfarrer Erhard Wurst, evangelischer Pfarrer und Gefängnisseelsorger, teilnehmen. (Pressemitteilung)

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Dante (Poesia di Nidia Robba)




Rome Independent Film Festival 2017 Rome Independent Film Festival - XVI edizione
Casa del Cinema, 28 novembre - 10 dicembre 2017
www.riff.it

Tra i focus il cinema spagnolo in musica e il cinema del Nord Europa. Previste anche la masterclass con Luciano Tivoli e un omaggio a Valerio Zurlini. Il Festival è diretto da Fabrizio Ferrari, con oltre 100 film in assoluta anteprima Italiana. In occasione dei cinquant'anni dalla creazione della Comunità Europea proporrà al pubblico Il figlio di Sauldi László Nemes, pellicola vincitrice del David di Donatello per il miglior film dell'Unione Europea. Il programma "Opere Prime" avrà infatti come sottotitolo "storie e canzoni". Coordinato dalla Fondazione spagnola SGAE (Società Generale degli Autori e degli Editori) e dall'Instituto Cervantes, questo programma si pone come obiettivo la diffusione del lavoro di quei cineasti che si trovano all'inizio della propria carriera, o che hanno lavorato a spettacoli importanti. Una panoramica sui cineasti emergenti, che vuole dare voce ai più giovani, e mostra la diversa natura formale e tematica del cinema contemporaneo spagnolo, in cui la musica è uno strumento per avvicinarsi all'immaginario filmico e illustrarne l'importanza argomentativa.

Focus anche sul cinema dei paesi nordici, intitolato "Viva il Nord", che analizzerà come il cinema del Nord Europa stia crescendo in questi anni e come in questi paesi la politica culturale stia contribuendo alla crescita di un settore ormai riconosciuto su scala mondiale. Questo attraverso immagini e discussioni di autori che lo rappresentano in maniera eccelsa, come la sceneggiatrice e regista danese Lise Birk Pedersen e la produttrice finlandese Sophia Ehrnrooth. Dopo la rassegna dello scorso anno dedicata a Claudio Caligari, anche quest'anno il Festival rende omaggio ad un altro grande autore del cinema italiano: Valerio Zurlini, a 35 anni dalla sua morte. Nel 1962 vinse il Leone d'Oro a Venezia per Cronaca Familiare (film che sarà proiettato al RIFF), e nella sua carriera produsse 10 film nell'arco di 20 anni di attività. Caratteristica peculiare del cinema di Zurlini sono i personaggi, divisi sempre fra troppo passato, poco presente e nessun futuro.

Non mancheranno le masterclass, come quella di Lise Birk Pedersen, sceneggiatrice documentarista, e Luciano Tovoli, direttore della fotografia. Quest'ultimo, classe 1936, negli anni Settanta fu tra i protagonisti del rinnovamento dei canoni "luministici" del cinema italiano, importando nei film realizzati in studio il gusto per l'autenticità della fotografia di reportage. Anche regista, è stato fra i primi a incarnare in Italia un modello 'colto' di direttore della fotografia. Ha vinto due Nastri d'argento, nel 1976 per Professione: reporter (1975) di Michelangelo Antonioni e nel 1989 per Splendor (1989) di Ettore Scola, e un David di Donatello, per Il viaggio di capitan Fracassa (1990), sempre diretto da Ettore Scola. (Comunicato stampa)




Locandina del film Così parlò De Crescenzo "Così parlò De Crescenzo"
Uscita: 26 ottobre 2017, Durata: 76', Distribuzione: Bunker Hill

Documentario, opera prima di Antonio Napoli, prodotto e distribuito da Bunker Hill. Il film vede la testimonianza di personaggi quali Renzo Arbore, Isabella Rossellini, Bud Spencer, Lina Wertmüller, Marisa Laurito, Renato Scarpa, Benedetto Casillo e Marina Confalone. Luciano De Crescenzo (Napoli), dopo aver studiato e lavorato 20 anni come ingegnere presso la IBM, ha iniziato la sua carriera come scrittore e divulgatore di successo della filosofia e mitologia greca. Luciano è stato anche disegnatore, fotografo, sceneggiatore, regista, attore, presentatore televisivo e poeta. Tra il presente e il passato, il film ci trasporta lungo un viaggio alla scoperta di un grande uomo contemporaneo, storico compagno di avventure di Renzo Arbore, amico di Federico Fellini, spesso chiacchierato per i suoi flirt con bellissime donne tra cui l'amica di sempre Isabella Rossellini.

Attraverso la sua vita, i suoi libri e i suoi film, Luciano De Crescenzo ci trasmette con emozione tutta la potenza delle preziose qualità che più lo contraddistinguono: semplicità, ironia e un'infinita gioia di vivere. Ingegnere, scrittore, sceneggiatore, attore e regista Luciano De Crescenzo ha pubblicato 43 libri tradotti in 19 lingue e diffusi in 25 paesi per un totale di oltre 20 milioni di copie vendute. Ha realizzato 4 film come regista, 7 come sceneggiatore, 8 come attore e ha condotto 7 programmi televisivi, ha collaborato con varie testate giornalistiche e nel 1994 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di Atene. (Comunicato stampa ReggiI&Spizzichino Communication)




I martedì dell'Arte - Quattro incontri tra arte e teologia
Conferenze di Andrea Dall'Asta SJ


07 novembre - 05 dicembre 2017, ore 18.15
Auditorium San Fedele - Milano
www.sanfedele.net

- Programma

.. 07 novembre, La Vocazione di Matteo di Caravaggio

L'opera, collocata nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma affronta il tema della decisione dell'uomo di fronte a Dio. Caravaggio si concentra sulla dialettica luce/ombra, sul suo ruolo simbolico, contribuendo a fare emergere una nuova visione del mondo. Il fondo oro del Medioevo, simbolo della gloria divina che avvolge la realtà umana, si trasforma in un raggio di luce che appare e scompare all'improvviso. La grazia di Dio illumina ogni uomo, ma è solo un passaggio della durata di un istante. Ogni decisione umana si decide in questo qui e ora. Dopo questo momento decisivo, di massima intensità esistenziale, l'uomo torna alla responsabilità etica nella storia. La presenza di Dio diventa la scoperta delle sue tracce nei sentieri del mondo.

.. 14 novembre, L'Annunciazione a Maria

L'Annunciazione è la festa dell'Incarnazione e diventa l'evento per eccellenza nel quale si festeggia l'amore tra Dio e il suo popolo. Nella tradizione, gli artisti hanno spesso messo in scena i diversi momenti dell'annunciazione, interpretando le sequenze del dialogo tra Maria e l'angelo tratto dal brano di Luca. Se molti affrontano poi il tema della storia, dal peccato originale all'oggi della salvezza, come nell'Annunciazione di Beato Angelico a Cortona, Antonello da Messina concentra invece il soggetto in un volto, anche se sono sottesi tre personaggi: Maria, l'angelo e il fedele.

.. 21 novembre, Il Giudizio Universale di Michelangelo

Il tema del Giudizio finale, che simboleggia il momento definitivo dell'incontro tra Dio e uomo, è presente nell'arte fin dall'epoca bizantina. Il punto di arrivo appare l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina in Vaticano che rappresenta una complessa macchina teologica, in cui si decide il destino di ogni uomo. Tuttavia, al centro della scena, non c'è (come per esempio nel Giudizio di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova) il Cristo Giudice, ma un «vuoto», che ancora oggi disorienta e smarrisce il nostro sguardo.

.. 05 dicembre, La Morte della Vergine, Caravaggio, e l'Assunzione di Maria, Tiziano

La Dormitio Virginis e l'Assunzione di Maria costituiscono due iconografie centrali per comprendere come la fede cristiana ha interpretato il destino della Madre di Dio. Se Caravaggio interpreta la Dormitio Virginis a partire dalla luce della grazia che illumina colei che è sempre ricolma della grazia di Dio e continua a generare anche dopo il «sonno» della morte, Tiziano, nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, in una scena di Gloria, esalta Maria Assunta che sta per essere incoronata Regina del cielo. (Comunicato stampa)




"Sogni incubi deliri"
Prima rassegna cinematografica dagli Archivi Mario Franco


14 ottobre - 23 novembre 2017, ore 19.00 (40 posti fino a riempimento sala, ingresso gratuito)
Casa Morra - Archivio D'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

La prima rassegna cinematografica dagli Archivi Mario Franco, inaugurata in occasione della 13esima Giornata del Contemporaneo Amaci, prevede un articolato programma che, dal 14 ottobre al 23 novembre 2017, darà appuntamento ogni mercoledì e giovedì per la proiezione di 13 film d'autore. La rassegna ripropone alcuni lungometraggi di David Lynch, ponendoli in dialogo con i più pertinenti capolavori sperimentali delle avanguardie storiche e del cinema underground. Come uno speleologo, Lynch - regista ma anche sceneggiatore, produttore cinematografico, oltre che pittore, musicista, compositore, attore, montatore, scenografo - si interroga sull'orrore nascosto dietro la realtà apparente, indagando il lato oscuro dell'esistenza stessa.

La sua predilezione per il mondo sotterraneo, i freaks e l'onirico lo avvicina, per atmosfere e intenti, al cinema d'avanguardia, che ha messo in discussione i codici cinematografici e le tecniche di narrazione abituali. I suoi film raccontano un universo di straordinaria intensità, in cui realtà e sogno, corpi e fantasmi s'intrecciano, evocando un'esperienza completamente visionaria, in cui il dato visivo e la logica narrativa vengono superati. La nuova serie televisiva di Twin Peaks ha rinnovato l'interesse per David Lynch, un regista che ricorda come il cinema, anche in televisione, sia il più potente mezzo di indagine sugli elementi primari della visione, quali luce, tempo e (falso) movimento.

Lynch porta a riconsiderare il fascino primario per la scoperta e lo svelamento dell'immagine-movimento, memore dell'astrattismo storico di maestri come László Moholy-Nagy e Oskar Fischinger negli anni Venti o di Peter Kubelka e Michael Snow negli anni Sessanta. La deriva onirica, di evidente derivazione surrealista, gli ha consentito di realizzare un cinema che si estende ad altre arti e le ingloba, le ridefinisce e le ricrea, generando un cinema sinestetico, analogo del cosiddetto Expanded Cinema, che "include varie modalità estetiche, molti 'percorsi di conoscenza', simultaneamente operativi" (G. Youngblood, Expanded Cinema, NewYork, 1970). Un cinema capace di potenziare le capacità sensoriali e di pensiero critico dello spettatore, oltrepassando la contrapposizione mente-corpo, emozione-conoscenza. (Comunicato stampa)

___ Programma

- 14 ottobre

Una serata dedicata a Maya Deren, regista di origini ucraine attiva a New York, la cui pratica è considerata tra le più influenti della storia del cinema underground statunitense. La selezione proposta include i suoi film più famosi:

.. Meshes of the Afternoon (1943, 14 min), con Alexander Hamid e musiche di Teiji Ito;
.. At Land (1944, 15 min);
.. A Study in Choreography for Camera (1945, 4 min);
.. Ritual in Transfigured Time (1946, 15 min), collaborazione coreografica con Frank Westbrook, Rita Christiani e Anaïs Nin;
.. Meditation on Violence (1948, 12 min), performance del maestro cinese di tai-chi Chao-li Chi su musiche cinesi e haitiane;
.. The Very Eye of Night (1952-59, 15 min), con la Metropolitan Opera Ballet School e Antony Tudor, musiche di Teiji Ito.

- 18 ottobre

Inland Empire (L'Impero della Mente), regia di David Lynch - Usa/Polonia/Francia, 2006 (172 min)
Un'esperienza sensoriale disturbante e sconvolgente nei meandri della mente di un attore che confonde la vita reale con quella del personaggio che sta interpretando.

- 19 ottobre

L'Age d'or, regia di Luis Bunuel, Francia, 1930 (65 min)
Seconda collaborazione di Bunuel con l'artista Salvador Dalì. Più politico del precedente Un Chien Andalou, in questo lungometraggio Bunuel traccia le linee programmatiche del suo cinema futuro.

- 25 ottobre

Dune, regia di David Lynch, Usa, 1984 (104 min)
Tratto dalla fortunatissima saga fantasy di Frank Herbert, è la storia di una guerra stellare nell'anno 10191 per il dominio di Dune, un pianeta che produce una sostanza che allunga la vita. Tanti effetti speciali, e la partecipazione di divi come Sting, Max von Sydow, Silvana Mangano e l'attore feticcio del regista, Kyle MacLachlan, per l'unico kolossal di Lynch, di surreale bellezza, che fu realizzato al posto della versione originariamente concepita da Alejandro Jodorowsky.

- 26 ottobre

Mulholland Drive, regia di David Lynch, Francia/Usa, 2001 (145 min)
Racconto onirico ed enigmatico, "una semplice storia d'amore nella città dei sogni", secondo la definizione del regista, Mulholland Drive rappresenta un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà, con un tocco di nostalgia per il noir degli anni '40 ed una aperta ostilità verso l'attuale star system hollywoodiano.

- 02 novembre

Una storia vera (The straight story), regia di David Lynch, Usa/Francia, 1999 (111 min)
La storia vera del lungo viaggio di un uomo di 73 anni deciso a far visita al fratello a bordo di un vecchio e malandato trattore. Il regista dimostra di saper costruire e dirigere anche una storia realistica, lontana dai film visionari che lo hanno sempre contraddistinto.

- 03 novembre

L'uomo con la macchina da presa (Celovek s Kinoapparatom), regia di Dziga Vertov, Urss, 1929 (70 min)
Il Futurismo russo in un film che descrive il risveglio e la vita di una grande città, passando da Mosca a Kiev a Odessa. Centrali elettriche, moto, cavalli, macchine, eventi sportivi, treni ed auto, matrimoni e funerali: all'interno di una sala cinematografica assistiamo al funzionamento del cinema stesso, che ferma la vita, coglie l'attimo, controlla il tempo e lo spazio. L'opera di Vertov è un manifesto teorico che si allontana dal documentario, dal teatro e dalla letteratura per avvicinarsi alla poesia e creare un linguaggio cinematografico universale. "L'occhio della cinepresa è più perfetto di quello dell'uomo. Il montaggio stabilisce rapporti altrimenti impercettibili".

- 08 novembre

La coquille et le clergyman, regia di Germaine Dulac, Francia, 1928 (42 min)
Il film di Germaine Dulac (su sceneggiatura di Antonin Artaud) è cinema surrealista, costruito interamente sulla percezione onirica, sostenuta dall'uso di deformazioni dell'immagine ed accostamenti incongrui, e fu originariamente pensato dal suo sceneggiatore come attacco all'ipocrisia sociale. Al film sono abbinati due estratti dal Napoleon (1927) di Abel Gance e dalla Giovanna D'Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer, dove si può ammirare la performance di Antonin Artaud attore.

- 09 novembre

Cuore selvaggio (Wild heart), regia di David Lynch, Usa, 1990 (127 min)
Satira sarcastica, pop e iperrealista, premiata a Cannes con la Palma d'oro. Volutamente oltre le righe, la storia, tratta dal romanzo di Barry Clifford, vede i due protagonisti Sailor e Luna in fuga. Nicolas Cage canta Love Me Tender di Elvis Presley.

- 15 novembre

Velluto blu (Blu Velvet), regia di David Lynch, Usa, 1986 (120 min)

- 16 novembre

The elephant man, regia di David Lynch, Gran Bretagna, 1980 (125 min)
Un povero essere mostruoso viene esibito come fenomeno da baraccone. Un medico lo libera e lo fa ricoverare in un ospedale. L'uomo elefante (realmente esistito, si chiamava John Merrick) riceverà anche l'omaggio dei reali d'Inghilterra, prima di morire.

- 22 novembre
Brakhage: Metafore della visione, regia di Jim Shedden, Usa, 2004 (100 min)
Un sorprendente ritratto, diretto da Jim Shedden, che esplora la profondità e l'ampiezza del genio di Stan Brakhage, uno dei più importanti cineasti e teorici del cinema sperimentale americano. Attraverso interviste esclusive con familiari, collaboratori, critici e altri cineasti, ed estratti dei quasi 400 film realizzati in 50 anni di lavoro, Brakhage ci introduce nel suo metodo e nella differenza fra la visione dell'occhio umano e quella dell'occhio meccanico della cinepresa. Il programma si completa con uno degli ultimi film di Stan Brakhage: Thot-Fal'N.

- 23 novembre

Eraserhead (La mente che cancella), regia di David Lynch, Usa, 1977 (90 min)
Esordio sperimentale, girato in bianco e nero, di Lynch, che descrive le allucinazioni, gli incubi e le vicende surreali e grottesche di un uomo pressoché minorato e della sua mostruosa progenie. Un ripugnante, amatissimo cult-movie.




Immagine dalla locandina della rassegna cinematograica Il migliore dei mondi possibili al Goethe-Institut Palermo Il migliore dei mondi possibili - 20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi Il migliore dei mondi possibili
20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi


17 ottobre 2017 - 27 marzo 2018, ogni martedì, ore 18.30
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

"I venti film scelti per la rassegna, quasi tutti inediti in Italia, compongono un mosaico inaspettato, eppure fedele, della Germania di oggi - spiega la direttrice del Goethe-Institut, Heidi Sciacchitano - Un paese che viene raccontato attraverso vicende spesso familiari, in quanto è nei nuclei più piccoli - quelli che rappresentano il nostro "migliore dei mondi possibili" - che si riflettono le questioni di più ampio respiro sociale quali la crisi economica, la migrazione, l'integrazione, il bullismo o semplicemente le difficoltà dell'essere genitori."Ecco allora storie che si snodano tra grandi metropoli e paesi di provincia e che raccontano la quotidianità tedesca.

Si tratta di una Germania ricca di sfumature, che si riflette ad esempio in molte commedie geniali in cui l'incontro fra culture diverse, tema sempre attuale, avviene all'insegna dell'ironia e del divertimento, nonché di straordinarie qualità umane. La famiglia di oggi viene declinata in tante variabili sorprendenti, per raccontare le sfide della modernità in modo tenero, drammatico ed esilarante al tempo stesso, grazie soprattutto ad una galleria di personaggi memorabili. La rassegna prevede il 31 ottobre, per l'anniversario dei 500 anni della Riforma protestante, la proiezione del film Luther, interpretato da Joseph Fiennes con la regia di Eric Till. Il 23 gennaio, nella settimana in cui ricorre la commemorazione delle vittime dell'Olocausto, sarà invece proposto Hannas schlafende Hunde di Andreas Gruber, con la rivelazione Nike Seitz. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli italiani. L'ingresso è libero. (Comunicato stampa)




VI Premio Vittorio Frosini in Informatica Giuridica e Diritto dell'Informatica
6th Vittorio Frosini Awards in Legal Informatics and ICT Law


* Termine di partecipazione: 30 novembre 2017
www.fondazionecalamandrei.it

La Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica, unitamente con la famiglia Frosini, promuove il sesto premio dedicato alla memoria di Vittorio Frosini e destinato a una tesi di dottorato in informatica giuridica e diritto dell'informatica presentata in una istituzione universitaria italiana o dell'Unione Europea in una delle seguenti lingue: italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco. Il Premio intende rendere omaggio alla memoria di Vittorio Frosini, ricordando il Suo contributo di fondatore della informatica giuridica in Italia, attraverso la Sua pionieristica opera Cibernetica, diritto e società, del 1968, e poi in numerosissimi studi nell'arco di oltre trent'anni.

Il Premio offre, inoltre, occasione per ulteriori riflessioni sul pensiero di Vittorio Frosini, quale straordinario divulgatore della materia, attraverso la Sua opera di Maestro, di docente universitario, di conferenziere e anche di coordinatore del primo dottorato di ricerca in informatica giuridica attivato nelle Università italiane. La tesi di dottorato dovrà essere stata, già discussa, oppure presentata in via definitiva, negli anni 2015-2016-2017.

Una parte della tesi premiata potrà essere pubblicata sulla Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica. Entro il 30 novembre 2017 i concorrenti dovranno inviare una copia della loro tesi, insieme con un breve curriculum della loro attività di ricerca, indirizzandola alla Fondazione Piero Calamandrei a Roma. In occasione del conferimento del Premio Nazionale Vittorio Frosini, la Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica promuoverà una giornata di studi in memoria di Vittorio Frosini su di un tema concernente l'informatica giuridica e il diritto dell'informatica. (Comunicato stampa)

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The legal periodical published by the Piero Calamandrei Foundation, Il diritto dell'informazione e dell'informatica, and the Frosini family are promoting the Sixth Vittorio Frosini Award in Legal Informatics and ICT Law which is aimed at commemorating the lasting scholarship of professor Vittorio Frosini. The award will be granted to a PhD dissertation in the fields of Legal Informatics and of ICT Law, presented in an academic institution of the European Union in one of the following languages: English, French, German, Italian, Spanish. Vittorio Frosini's contribution to the foundation and to the development of these areas of research still is fundamental, starting from his seminal book of 1968 on Cibernetica, diritto e società and his following contributions which span over thirty years.

Among his achievements is the creation of the first PhD programme in legal informatics in the Rome 'La Sapienza' university. The dissertation must have been discussed between 2015 and 2017, or has been presented for discussion before the deadline for presenting candidacies, i.e. November 30, 2017. Within such date a hard copy must be sent, together with a cv of the candidate, to the Calamandrei Foundation, Rome. In Spring 2018 in the occasion of a seminar that will be organized on a current and new topic in the field of legal informatics and ICT law. (Press release)




Patrimonio Culturale della Basilicata Patrimonio Culturale immateriale della Basilicata
www.patrimonioculturalebasilicata.it

Presentati a Matera il sito e la App "Patrimonio Culturale della Basilicata", promuovono e georeferenziano riti, tradizioni e folklore lucano per un'esperienza di visita personalizzata. Realizzati da ICT Business Solutions, sito e App sono già on line. Da agosto, come già avviene per il portale web, la App sarà disponibile anche in lingua inglese. Partecipare al "Maggio di Accettura" o alla raccolta dei fiori di sambuco a Chiaromonte, rintracciare i luoghi di Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro e Carlo Levi, da oggi sarà più semplice: il patrimonio culturale immateriale della Basilicata è a portata di click, sia on line che tramite App.

La società ICT Business Solutions, soggetto attuatore per l'Ufficio Sistemi culturali e turistici della Regione Basilicata, ha realizzato il portale tematico: Patrimonio Culturale della Basilicata. Dal sito si può scaricare l'omonima App, disponibile gratuitamente anche negli store Itunes e GooglePlay. Sito e App sono stati presentati questa mattina a Matera nel corso di una conferenza stampa indetta dall'Ufficio Sistemi culturali e turistici-Regione Basilicata.

"Oggi presentiamo i frutti di un lavoro, iniziato nel 2014, di co-progettazione dei comuni insieme alla Regione Basilicata per identificare il patrimonio immateriale - ha spiegato la Dirigente Ufficio Sistemi culturali e turistici Regione Basilicata Patrizia Minardi -; una task force costituita da rappresentanti di università, centri di ricerca e Regione ha censito ed approvato 141 patrimoni culturali immateriali presenti in 81 Comuni della Regione. E sono questi 141 patrimoni immateriali che oggi promuoviamo, ma il lavoro è in itinere ed implementabile, in quanto è una mappatura aperta: ogni anno da ottobre a febbraio possono esserci nuove candidature, che saranno vagliate e andranno a rafforzare l'offerta e la qualità turistica".

"Abbiamo ideato e realizzato un portale web, dalla veste grafica sobria ed elegante - afferma Giovanni Grimaldi della ICT Business Solution - capace di suscitare il coinvolgimento emozionale dell'utente. Il sito georeferenzia i 141 ben immateriali censiti dalla Regione Basilicata. Il motore di ricerca interno consente di effettuare ricerche per data, per distanza chilometrica, per area tematica d'interesse, o di intrecciare tutti questi dati. La App, attraverso la geolocalizzazione attivata dall'utente, permette inoltre di conoscere anche le distanze chilometriche fra l'utente e il luogo che si vuol visitare. Attraverso la consultazione del sito e della App, si dispone di strumenti efficaci per pianificare in autonomia la propria visita in Basilicata".

Il sito, così come la App, offre cinque percorsi tematici che: Storico, Demoetnoantropologico, Artistico, dei Saperi tecnici e artigianali e sulla Santità e vissuto religioso. Ciascun percorso presenta eventi e appuntamenti, che si svolgono nel corso dell'anno, tradizionali o di nuova ideazione: dalle processioni religiose alle rievocazioni storiche, dai riti del Carnevale alle manifestazioni che, promuovendo l'enogastronomia di qualità, contribuiscono a preservare l'identità dei territori. Le schede che presentano i beni sono corredate da una breve introduzione ai luoghi e ai contesti e offrono ulteriori spunti per viaggi e visite. Le schede sono corredate da immagini e video e sia il sito che la App permettono la condivisione su Facebook e Twitter. Attivo anche il canale You Tube "Patrimonio Culturale della Basilicata".

"Sia il portale che la App pongono in relazione luoghi, eventi culturali e patrimonio storico-artistico - prosegue Giovanni Grimaldi della ICT - superando la frammentazione delle informazioni. Un patrimonio culturale immateriale di così grande valore può e deve contribuire a migliorare l'offerta turistica della Basilicata, anche in vista di Matera Capitale europea della cultura per il 2019. Tutti i contenuti - ha poi concluso Grimaldi - sono open, tramite i formati: CSV, KML, ICS. Sito e App saranno costantemente implementate, per l'inizio di agosto 2017 anche la App sarà anche in lingua inglese mentre il sito è già on line in italiano e in inglese". (Comunicato Sissi Ruggi - addetto stampa per ICT)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

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«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




La stigmatizzazione della periferia - Goethe-Institut No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Lettere dal mondo offeso
di Christian Tito e Luigi Di Ruscio, ed. L'Arcolaio, 2014, pp.210, euro 14,00

Presentazione libro
18 novembre 2017, ore 18
Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

Un giorno un giovane poeta conosce casualmente l'opera di un vecchio scrittore, un tempo stimato da critici e letterati, come Fortini, Quasimodo, Porta, ma ormai da sessanta anni relegato in solitudine lontano dall'Italia. Tra le righe della fitta corrispondenza che nasce tra i due si legge la storia di una grande amicizia ed anche un originale e profonda riflessione sulla cultura, l'arte e la vita italiana della seconda metà del Novecento."Chiunque legga questa opera troverà la meraviglia di un carteggio che per certi versi ricorda "Lettere ad un giovane poeta" di Rilke. Ma qui Di Ruscio parla come un padre con una tenerezza inaudita verso il suo giovane amico. Quello che colpisce è la profonda umanità e l'alto senso etico nella corrispondenza tra i due. Le incursioni liriche e il tessuto connettivo delle prose introduttive danno al carteggio una profondità e una linearità avvolgente. Ho provato una grande commozione e la sempre più consapevole conclusione che questo bellissimo libro rappresenti in fondo un grande esempio tramandato tra le generazioni di lettori. Un summa di cosa dovrebbe essere la poesia, la sua funzione, tra gli umani. (Comunicato stampa)




Copertina volume Salvatore Gregorietti - Un progetto lungo cinquant'anni Salvatore Gregorietti - Un progetto lungo cinquant'anni
a cura di Alberto Bassi e Fiorella Bulegato, ed. Skira, 448 pagine, edizione bilingue (italiano-inglese), 2017

L'attività professionale di Salvatore Gregorietti consente non solo di indagare in maniera scientifica il suo lavoro, ma di mettere a fuoco alcuni temi e questioni che connotano mezzo secolo di grafica italiana. Questo volume ne offre una ricostruzione storica e analitica che risponde a precise intenzioni di metodo. L'esame del lavoro di Gregorietti, diviso cronologicamente in tre parti in modo da farne emergere le sfaccettature, gli anni della formazione, la collaborazione con Unimark e l'esperienza di Gregorietti Associati, è stato affidato a un gruppo di studiosi e specialisti nonché a testimoni di un percorso di vita, scelti in relazione alle diverse conoscenze e competenze. Inoltre proponendo un ricco regesto, strutturato per decenni suddivisi per ambiti d'intervento, ci si prefigge di ripercorrere puntualmente la sua attività fornendo indicazioni, il più possibile esaustive, sui singoli progetti. Il ricco apparato iconografico che accompagna sia i contributi di studio sia il regesto, inedito nelle modalità di ricostruzione visiva, fornisce infine una ulteriore possibilità di analisi e comprensione dei progetti di questo grande designer.

Salvatore Gregorietti (Palermo, 1941), dopo aver frequentato la Kunstgewerbeschule di Zurigo, diventa a Milano assistente di Massimo Vignelli che, dalla metà degli anni Sessanta, lo coinvolge come socio in Unimark International, la "multinazionale" del design operante in Italia. Qui, maturando l'esperienza che compie a La Rinascente con Adriana Botti e con fotografi come Serge Libis, Aldo e Marirosa Ballo e Oliviero Toscani, Gregorietti combina il rigoroso metodo di coordinamento d'immagine caratteristico della dimensione internazionale di Unimark con l'abilità a guidare la narrazione fotografica, approdando spesso a ruoli di art director. D'altra parte, interpreta sensibilità provenienti non solo dalla cultura del tempo ma anche da influenze personali: il liberty e il déco così come il mondo dei fumetti e dell'illustrazione veicolato dalla lunga collaborazione con Milano Libri - sua è la rivista "Linus" dall'esordio nel 1965.

Deriva da questa impostazione una flessibilità nel linguaggio espressivo e negli ambiti d'intervento che emerge, ad esempio, nei lavori editoriali per Sonzogno, Bompiani, Emme edizioni, Feltrinelli o per le riviste "Ottagono" e "Casa Vogue", e in quelli per Cassina, Brionvega, Valenti, la Biennale di Venezia o l'Istituto Bancario San Paolo. Sistematizzato nel 1988 nel libro La forma della scrittura, elaborato con Emilia Vassale e scaturito dall'esperienza didattica compiuta a Carrara, il "metodo" non cambia anche quando fonda Gregorietti Associati, assieme al figlio Matteo, e dal 1989 lavora per Benetton (ancora in sodalizio con Toscani), Prénatal, Croff, Gavazzi o Gruppo Iris-Fiandre, per editori come Feltrinelli, Sylvestre Bonnard, Archimede edizioni, Anabasi, Le Vespe e, dopo il duemila, per istituzioni come il Museo Poldi Pezzoli o la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. (Comunicato stampa)




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Copertina libro L'imbarcadero per Mozia, di Sabrina Sciabica L'imbarcadero per Mozia
di Sabrina Sciabica, L'Erudita, Giulio Perrone Editore

Cosa è un imbarcadero e dove si trova Mozia? Scopritelo con il romanzo di Sabrina Sciabica, giornalista palermitana che ha scelto di ambientare il suo primo romanzo in Sicilia. Una storia d'amore che sa di salsedine per questa giovane autrice che sceglie di ambientare la sua storia con il mare sullo sfondo, le saline di Marsala di contorno e il calore del sole siciliano a rendere il tutto più magico. L'imbarcadero per Mozia è un romanzo per molti versi storico, nelle intenzioni archeologiche che scavano a fondo nei sostrati psicologici dei personaggi e nell'impianto lirico, animato da uno stile che, alternando il verso alla prosa, rievoca il dialogo classico e tragico tra coro e attore. Dialogherà con l'autrice Monica Tenev, direttrice artistica di LAB 116, caffè letterario e non solo, che nasce dalla volontà di dare spazio alla creatività e all'originalità di nuovi talenti. (Comunicato stampa)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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