La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia

|[]| Nosferatu: dal cinema al fumetto |[]| Film in der Weimarer Republik. Esperimenti d'Arte, Tecnologia, Industria nel Cinema di Weimar |[]|

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Il leggendario pilota automobilistisco Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-19 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-19 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Locandina della conferenza di Claud Hesse Conferenza di Claud Hesse
22 febbraio 2019, ore 16.00
Sala cinema del MACRO Museo d'Arte Contemporanea - Roma

Durante la conferenza, supportata da sistemi audiovisivi e l'esposizione di alcune opere, l'artista svelerà i suoi più recenti lavori nati da collaborazioni di eccellenza con istituzioni tra cui l'INFN |Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati| e vari esperti, quali fisici teorici, genetisti, musicisti e molto altro. Uno speciale focus sarà rivolto al famoso progetto dei Dna-Portrait, che vede l'ideazione e la realizzazione di ritratti ispirati dal genotipo di varie persone, tra cui molte anche illustri e che ha partecipato a numerose mostre in Italia e all'estero, vincendo diversi premi. Saranno anche presentate sculture interattive come Big Conscience, esposta a Berlino, e Dna-Epingen esposta presso il MUSE - Museo delle Scienze di Trento. Interverrà alla conferenza Lucia Martinelli, ricercatrice del MUSE Museo delle Scienze di Trento, che ha curato la mostra del MUSE "Genoma Umano. Quello che ci rende unici".

Dopo la maturità classica, Claud Hesse si iscrive all'Università di Biotecnologie, dove approfondisce gli studi di genetica e di fisica. Si Diploma in Pittura all'Accademia di Belle Arti con il massimo dei voti per specializzarsi, poi, in Arti Visive. E' autore del libro "UNO Arte – Musica – Fisica quantistica" | contiene interviste: al Compositore-musicista Giovanni Allevi (laureato in Filosofia con una tesi su "Il vuoto nella fisica contemporanea") ed al Prof. Danilo Babusci dell'INFN, pubblicato da EAI Edizioni Accademiche Italiane. In una sorta di "Rivoluzione Copernicana" dell'immagine e dell'immaginario collettivo Claud indaga la realtà partendo dall'infinitamente piccolo per ribaltarlo nel macro e trovando con esso connessioni matematiche e filosofiche inattese. Hesse tenta, dunque, di rendere visibile l'invisibile ricercando costantemente quel fil rouge che accomuna le varie sfaccettature della realtà, sia del microcosmo che del macrocosmo, e che, trasformandosi nel mitico Filo di Arianna, tenta di ricongiungerci ad un UNICUM. Ha una lunga collaborazione con la galleria PioMonti arte contemporanea - Roma. Ha partecipato a svariate mostre sia in Italia che all'estero ed è presente in prestigiose collezioni private e museali. (Comunicato stampa)




Crali e il Futurismo - immagine dalla locandina della mostra Crali e il Futurismo. Avanguardia culturale
23 febbraio - 12 maggio 2019
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone
Locandina

La mostra espone, oltre ottanta opere di Tullio Crali (Igalo 1910 - Milano 2000), noto in Italia e nel mondo soprattutto per la sua bravura di aeropittore, ultimo, coerente e irriducibile futurista. Tra le opere esposte brilla l'unica opera di provenienza pubblica, Prima che s'apra il paracadute (1939), che giunge dal Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Udine, scelto dal Guggenheim Museum di New York, tempio dell'arte contemporanea, tra i 300 più importanti dipinti futuristi italiani, quale immagine di copertina al catalogo della più grande mostra internazionale sul Futurismo mai realizzata "Italian Futurism 1909-1944: Reconstructing the Universe".

Sarà esposto in mostra anche un dipinto inedito di Giacomo Balla, acquistato da Crali direttamente dall'autore, "il solo quadro che io abbia mai comperato, sia perché non sono un collezionista sia perché mai ho chiesto un dono agli amici pittori", come racconta Crali stesso in Una vita per il Futurismo. Tra scossoni e vuoti alla ricerca di quota. Per la parte documentale saranno esposti numerosi documenti, riviste, cataloghi di mostre futuriste del tempo, libri d'epoca e i famosi "manifesti" a stampa, di cui Marinetti, geniale e generoso capo del Futurismo, si servì ampiamente per far conoscere in forma dinamica e crescente le linee guida e la visione arte-vita del movimento. Fra le opere che più incisero sul linguaggio artistico italiano e non solo, si vuole citare Pittura scultura futuriste di Umberto Boccioni, Zang Tumb Tumb di Marinetti e L'arte dei rumori di Luigi Russolo, oltre ad alcune opere a stampa di quel vero mago della pubblicità che fu Fortunato Depero. (Comunicato stampa)




Gal Weinstein - Untitled - 2019 Gal Weinstein: "Echo"
27 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 04 maggio 2019
Galleria Riccardo Crespi - Milano
www.riccardocrespi.com

Terza personale in Galleria di Gal Weinstein, uno degli artisti israeliani più significativi degli ultimi decenni: ha rappresentato il suo Paese nella scorsa edizione della Biennale di Venezia e in innumerevoli altre manifestazioni internazionali. L'opera di Weinstein si basa su soggetti iconici manipolati per rappresentare, non senza una sottile ironia, la contemporaneità. Dopo il successo del suo Padiglione Israele, l'artista torna in Italia con opere che sono state concettualmente originate proprio da quella esperienza, mostrando la diversa resistenza di alcuni materiali e manifestandone i processi di dissoluzione, decomposizione e invecchiamento. Processi immaginari o concreti che indicano il passare del tempo e le fluttuazioni tra i diversi stati della materia, come metafora del nostro inquieto presente nella sua realtà politica, materiale e simbolica. (Comunicato stampa)

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Riccardo Crespi gallery presents Echo, the third solo exhibition in the gallery by Gal Weinstein, one of the most popular Israeli artists in recent years: he represented his Country in the last edition of the Venice Biennale and in countless other International events. Weinstein's work is based on iconic subjects, then manipulated to represent contemporaneity, not without a subtle irony. After the success of his Israel Pavilion in the last edition of the Venice Biennale, the artist returns to Italy with works that have been conceptually originated from that experience, they show the diverse resistance of some materials, manifesting procedures of dissolution, decomposition and aging. Concrete processes that indicate the passage of time and the fluctuations between the different states of matter, that could be interpreted as a metaphor of our restless present in its political, material and symbolic reality. (Press release)




Locandina della mostra Artery Concrete Group: "Artery"
termina il 17 marzo 2019
White Garage - Catania
www.whitegarage.it

Il lavoro del collettivo artistico Concrete Group è il frutto visivo dell'incontro tra due artisti, Gabriele Abbruzzese e Lisa Wade, che provengono da diverse nazioni, background ed esperienze di formazione che hanno deciso di di sviluppare una ricerca artistica congiunta partendo da prospettive diverse. I lavori fotografici e il video della mostra, Artery, prendono corpo da uno specifico evento, la frana che ha reciso l'autostrada A19, principale arteria tra l'est e l'ovest della Sicilia: ad oggi il ponte Imera, i cui piloni hanno ceduto nel 2015, non è stato ancora riparato. La drammatica lacerazione del territorio fornisce a Concrete Group lo spunto per affrontare temi come la disintegrazione delle infrastrutture e le parallele discontinuità e apatia sociali sintomatiche della nostra epoca. Le opere fotografiche, A19, e il video, Infinity (Loop), evidenziano sia i vincoli fisici ed emotivi della circolazione, sia l'instabilità del genere umano in relazione al proprio contesto.

Concrete Group è il collettivo formato da Lisa Wade e Gabriele Abbruzzese, artisti visivi che vivono in Sicilia. Lisa Wade (Stati Uniti) ha conseguito il Master of Fine Arts in pittura presso l'American University di Washington e lavora attraverso installazioni, pittura e video. Gabriele Abbruzzese (Sicilia) ha conseguito il titolo di studio in Nuove Arti Tecnologiche presso l'Accademia di Belle Arti di Catania e lavora con la scultura, la fotografia e il video. Gli artisti di Concrete Group sono accomunati da una base estetica e combinano le loro pratiche artistiche nell'ambito di temi quali la decostruzione sociale e i cambiamenti antropologici, mettendo in discussione la stabilità delle nostre fondamenta sociali. (Comunicato stampa)




Mario Tozzi - La ragazza del canarino - olio su tela cm.73x50 1972 Mario Tozzi: Geometria della purezza
23 febbraio (inaugurazione ore 17.00) - 30 marzo 2019
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

Mostra monografica dedicata a Mario Tozzi, un grande maestro nel '900 che sta vivendo un felice e fortunato momento storico. Protagoniste dell'esposizione saranno diverse opere rappresentative del periodo più ricercato dell'artista, quello dei fondi bianchi di Suna (indicativamente da metà anni '60 a metà anni '70), che prende il nome dalla località sul lago Maggiore nella quale Tozzi ha risieduto per tanti anni. Si tratta di opere che fanno parte della maturità del pittore, caratterizzate da fondi bianchi, gessosi e spatolati, che ricordano l'intonaco e l'affresco. Accanto a questi dipinti trovano spazio in mostra opere precoci, del secondo decennio del '900, che mostrano già una grande perizia pittorica e una straordinaria sensibilità cromatica, come "Notturno" del 1912, una chicca per collezionisti. La pittura di Tozzi è enigmatica e fuori dal tempo, la sua ricerca ruota intorno ad una gamma cromatica raffinata e selezionata che gioca sui toni del bianco e del rosa, tingendosi talvolta di nero e illuminandosi di azzurro. Le sue figure femminili sono ieratiche e lontane come divinità, protette da una geometria silenziosa abitata da piccole figure stilizzate, oggetti e linee che costituiscono quasi un lessico misterioso dell'artista.

Mario Tozzi (Fossombrone - Urbino, 1895 - Saint-Jean-du-Gard, 1979) vive gran parte della sua vita a Suna, sul Lago Maggiore, nella residenza di famiglia. Negli anni '20 si trasferisce insieme alla moglie, di origine francese, a Parigi. Artista colto e raffinato, grazie alla ricchezza della sua formazione, fonda il "Groupe des Sept" (conosciuto come "Les Italiens de Paris") con Campigli, De Pisis, Paresce, De Chirico, Savinio e Severini. "Mostri sacri" dell'Arte Italiana, questi giovani artisti domineranno la scena artistica nella Parigi degli anni '20 e arriveranno ad affermarsi a livello internazionale. (Comunicato ufficio Stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine di presentazine della mostra Oltre Oltre VI
termina il 28 febbraio 2019
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

L'opera nasce dalla mente e dal cuore dell'autore. Lo spazio e il tempo sono il contesto in cui viene concepita. Un giudizio istintivo sulla creazione artistica risulterebbe superficiale se non si tenesse in considerazione la poetica che contiene. L'intuizione e la sensibilità dell'artista sono celate dietro una narrativa fatta di segni e simboli che arrivano più o meno diretti a chi le guarda.  L'uomo contemporaneo è abituato a ricevere una moltitudine di messaggi polisensoriali che non lasciano il tempo all'immaginazione di realizzare cosa sia stato assimilato nell'immediato. L'arte visiva è la rappresentazione di un linguaggio criptato. I sentimenti e il pensiero dell'artista sono impliciti alle forme e al colore.

Oggi le tecnologie utilizzate sono molto più vicine al pubblico rispetto ad un tempo, basti pensare all' uso quotidiano delle foto e agli strumenti digitali. Si tratta di una sorta di empatia stilistica che si sta instaurando tra l'artista e l'osservatore. Il significato rimane comunque un enigma. Nella "Critica del giudizio" Immanuel Kant pensa che il bello sia qualcosa che si percepisce intuitivamente: non ci sono quindi "principi razionali" del gusto, tanto che l'educazione alla bellezza non può essere insegnata. Esiste una bellezza libera che può essere appresa senza alcun concetto. Non basta avvicinarsi all' opera per giudicare un esercizio di stile. La curiosità di entrare in contatto con l'artista deve abituarci ad allargare i nostri orizzonti e guardare oltre. (Luca Ricci)

Artisti in mostra: Alberto Marchesini, Andrea Milia, Beppe Burgio, Chiara Quaglia, Enrico Frusciante, Flavio Pellegrini, Gabriella Puthod, Gustavo Maestre, Irma Servodio, Janilia Jannucci, Lucia Petracca e Alessandra Mazzeo, Maria Adelaide Corvaglia, Masoudeh Miri, Marcedita de Jesus, Ninni Trifirò, Patrizia Mori, Rita Lombardi, Ruth Withall, Silvia Montevecchi, Silvia Montomoli (Si.mon)




Opera di Antonio Izzo Opera di Rossi Gianni Antonio Izzo: "Narrazioni essenziali"
Gianni Rossi: "Zodiaco"


23 febbraio (inaugurazione ore 17.00) - 07 marzo 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La Galleria presenta opere recenti, in tecnica mista, dei due artisti aniconici dell'area campana, Antonio Izzo e Gianni Rossi. La mostra è curata da Arianna Sartori.

«(...) Antonio Izzo non è, assolutamente, ancorato alla tradizione, né è allineato alle morbide posizioni di moda del momento, che nascono da interessi di mercato, ma spinge a una risemantizzazione del telescopico astratto-geometrico. (...) In tele e carte collega uomo e domani, in un divenire senza tempo. La moderna tecnologia e il suo status avanzato sono controllati, esaminati e rilanciati in uno scenario futuribile, tra rimandi e furbizie segniche. La scienza sta progredendo a passi sostenuti e incontenibili e, talvolta, si sostituisce o s'integra nella potenza ambientale decretando problematiche, non effimere, e se l'artista rileva, dalle membrature della natura e, chiaramente, dalle sue trasformazioni, la ricaduta, in parallelo, geometricamente funzionale determina aggettivate elaborazioni di temperamento astratto. La scena composta può sostanziare una rapida sintesi e l'artista appronta e contestualizza, con mano rapida e sicura, apparati e risultati in soluzioni grafico-pittoriche, che stringe su formulazioni inquiete. Ma anche singolari associazioni intervengono in altre stesure.

Su dati aggregati, su bivalenze, su comparazioni si muove la pittura di Antonio Izzo, tutta tesa a sottolineare stime binarie, ricerche del doppio, strategie per multiversioni. E negli assemblaggi di materiali di risulta combina ciò che è stato, anche, meccanicamente in azione, con elementi segnico-cromatici d'indubbia, invitante, lusinga estetica. Tangibili pezzi vengono riproposti con abilità per ridisegnare possibili rinascite. Da condizioni obsolete si passa a condizioni di vitalità visuale, suggerite da una creatività, e cosciente. (...) Antonio Izzo misura il suo tempo con uno "screening" oculato, attento su tutto ciò che trova e che può riabilitare. In conclusione, possiamo segnalare che reintegra la percezione dell'occhio estetico e riporta, con candore, a vivificare il "fil rouge" dell'estrema esistenza di segni incisi, di meccanismi riabilitati e di oggettive incidenze astratte. Insomma, converte, in un sistema coordinato di tagli e pressioni, dimensioni e dispositivi, perché vivano un seguito di un arco vitale.» (Maurizio Vitiello)

«Antonio Izzo, versatile e polimaterico, acuto interprete del segno quale espressione slegata dalla logica ma carica di liricità e fantasia, propone una ricerca incentrata sull'efficacia e sull'incisività del gesto. Ispirazione è il vissuto, la memoria, la strada, i muri, le forme organiche trasformate o sublimate da un'osservazione profonda e partecipata. L'artista si oppone ad una pittura statica e realistica e si concentra sulla definizione coloristica di energia, di visibilità. Anche il supporto scelto deve avete un trascorso, raccontare una storia, esso diventa, in primis, la narrazione di un'esperienza, dapprima personale poi collettiva. Quest'ultimo aspetto prende tutta la sua forza da un modus operandi autentico e imprescindibile: l'origine è sempre l'elaborazione e la costruzione di un collage che diviene fulcro e cuore delle composizioni realizzate su tele, anche datate, sue intorno al quale avviene la riflessione, lo studio e lo sviluppo dell'intera opera. Le suggestioni del graffitismo, risultano, poi, interessanti e indispensabili, poiché con esse l'arte diviene interpretazione illustrata della realtà esterna che, prescindendo da riferimenti retinici espliciti, propone forme essenziali scaturite direttamente dal patrimonio della cultura comune, umana.» (Antonella Nigro)

«Un viaggio tra spazi astrali, misure di stabilità e di perfezione, nostalgie di identità Limpidi, quasi perentori, i risultati che Gianni Rossi affida a queste icone, riguardanti dei simboli, tra i più universali e suggestivi frequentati dall'immaginario umano (e forse non solo umano), quelli dello zodiaco. Ma, a monte, avventurosa ed eccitante è l'esperienza fatta dall'artista tra spazi astrali e moduli di perfezione, movimenti circolari, immutabili, senza inizio e senza fine del cielo e degli astri. La cifra costitutiva di tanta armonia e, insieme, di una palpitazione in sé raccolta di vibrazioni dell'essere è il cerchio, che assicura all'intero cosmo una stabile casa, dove ogni punto ubbidisce a simmetrie e concordanze. (...) Il nodo, (...), da sciogliere, per gli scandagli critici, è fondamentalmente di interrogazione e di disoccultamento dei nuovi messaggi e dei nuovi contenuti semantici e moduli espressivi intercettati e suggeriti al proprio tempo come significativi e dirompenti da autori singoli, gruppi, movimenti.

Ed è esattamente questa la via da seguire per una lettura del viaggio fatto da Gianni Rossi attraverso gli spazi astrali, con stazionamenti presso ciascuna costellazione dello zodiaco, entro le atmosfere magiche del cerchio e della sfera. (...) Tra i punti fermi del fare di Rossi, è, non da oggi, una netta presa di posizione contro il nomadismo artistico, tanto diffuso dal secondo Novecento in poi, che va bene per gli autori di debole personalità. Da decenni, egli si è attestato sul versante dell'aniconico sotto il controllo di una razionalità geometrizzante per moduli sia euclidei, sia non euclidei. La spazialità da lui inquisita è simultaneamente della realtà interiore e della realtà esteriore, dove si proiettano suggestioni e interrogazioni fulminanti della pittura astratta dai futuristi e dal Bauhaus in qua: Kandinskij. Léger. Klee, MaleviC, Rodcenko, Mondrian, El Lissitzky, Klein.

Il suo linguaggio, estremamente coerente, ha una cifra distintiva: la retinicità che perfora porte e muri, che consente esplorazioni di abissi, come di cieli e di acque, oltrepassamenti del minimo e del massimo, assaggi dei confini dell'immaginario. (...) L'autore stesso resta incantato dal succedersi degli eventi e assume una posizione di straniamento e insieme di giocosità, di fronte all'inafferrabilità della vita, alla vicinanza delle lontananze e alle lontananze della vicinanza, ai sospetti dell'incertezza del raggiungimento finale di coste e spiagge stabili e definitive. Non è assolutamente un caso quest'ultima opzione per il viaggio fra le costellazioni dello zodiaco, che ha rappresentato e continua a rappresentare presso tutte le culture (...) Ma che cosa ci dice in concreto questa avventura di Gianni Rossi fra le costellazioni zodiacali?

Ci dà un chiaro avviso già l'insieme dei materiali, dei colori, delle tecniche di supporto delle opere. Sotto tale aspetto, è eloquente il ricorso, per i materiali, alla carta vetro di diverso colore, alla carta colorata, al cartone pressato sagomato, al legno sagomato, alla sabbia di mare, alle foglie oro ed argento, alle tavole di legno quadrotte 40x40 cm. Per i colori, l'autore si è servito esclusivamente di acrilici + titalina. Tutta questa attrezzatura parla il linguaggio della quotidianità e dell'artigianalità, dell'umiltà dell'operatore nell'affrontare anche una vicenda come quella zodiacale, per la quale egli vuole conservare una sigla di terrestrità e di identità conquistata attraverso la manualità. L'artista procede per misure laiche e secolarizzate di accortezza tecnica, guardandosi bene dalle concessioni ai rituali fabulatori e miticizzanti.

Questa sua ferma opzione è confermata anche da un dettaglio, non trascurabile: dopo oltre un trentennio, durante il quale aveva escluso in assoluto dalla sua pittura il ricorso al colore nero, Rossi finalmente deve dargli cittadinanza riguardo all'icona del Capricorno, perché, come dice lui stesso agli amici, il nero è il colore prediletto da tale segno. E anche in questo egli conferma la sua coerenza e la sua laicità, nel rispetto dell'esistente e di quanto aspetta di venire alla luce attraverso la dicibilità. La vera laicità consiste, infatti, nell'includere, non nell'escludere, nella disponibilità a modificare le proprie posizioni, ad arricchire le opportunità dell'espressività. E il colore nero apre orizzonti vasti alla cromaticità in quanto polo opposto al bianco e quindi risorsa per tutto ciò che non si concede al bianco, come, ad esempio, le atmosfere del mondo ctonio. Questa solida griglia di coerenza e d'intelligenza aperta è di appoggio all'operazione centrale dell'artista, che si concede quest'avventura (ariostesca) fra gli astri. (...)» (Ugo Piscopo)

Antonio Izzo (Torre del Greco - Napoli, 1945), è stato docente di Disegno professionale e progettazione presso l'Istituto Statale d'Arte di Torre del Greco. Nei primi anni Settanta, ha esordito attraverso l'esperienza dell'informale. Per chi s'orienta verso la pratica creativa del non figurativo, specialmente a Napoli, la poetica incondizionata dell'informale, delle sue trasparenti e materiche tessiture attraverso l'invisibile costituisce un viatico inevitabile. Al suo interno la condotta del segno, come del trascinamento di spunti e citazioni dal mondo esterno, costituiva, una pratica idonea al registro più ampio e libero verso il mondo interiore e di quello fatto di realtà fisiche e appariscenti nel mondo esterno. Ciò che distingue il dettato d'immagine nelle prime composizioni informali di Izzo si mostra subito consonante con la filigrana costruttiva, di tenuta logica caratterizzante l'impianto di fondo delle sue opere. Una chiave compositiva che fa sentire la generativa incidenza e costanza proprio attraverso il tessuto sconnesso delle compagini di pittura informale.

Forse ciò che rende specifico il verso poetico di Izzo è proprio questa congiunzione stretta con cui si lega il segno corsivo, a volte fatto di materia, di rilievi e scavi, e la trama logica dei campi pittorici. Congiunzione che porta in immagine un flusso intimo di sensazioni e visioni e il registro diretto verso forme e oggetti, spesso ricalcati o prelevati, dal mondo sociale. (...) Sta in tale relazione vissuta tra privato e pubblico, tra lirismo e sociale, la disponibilità con cui Izzo si dedica negli anni Settanta attraverso i condivisi intenti espressivi del Gruppo Arti Visive. Un modo di fare arte in un campo diretto di relazioni con la comunicazione e i comportamenti del mondo pubblico. In anni, quali furono i Settanta e non solo da noi, di grande successo delle forme di produzione moltiplicativa e seriale Izzo, portato a coltivare e sedimentare per il suo fare in pittura ogni segno espressivo di tecniche e pratiche artistiche, personificò all'interno del Gruppo Arti Visive la mano fattiva. Quella del suo atelier, il telaio serigrafico che divenne lo strumento operativo per il messaggio che il gruppo mise in atto verso le realtà sociali e comunicative del proprio tempo". (Luigi Paolo Finizio)

Gianni Rossi (Angri - Salerno, 1944, diplomato in Decorazione Pittorica all'Istituto Statale d'Arte, consegue successivamente il Magistero di Belle Arti di Napoli. Espone dal 1968. Esponente dell'arte astratto-geometrica del Sud, ha tenuto mostre personali in Italia e all'estero, ed è presente in numerose collezioni pubbliche e private. Prevalentemente attivo in pittura, ma autore altresì di pregevoli libri d'arte con monotipi, incisioni, serigrafie e di installazioni, l'artista ha svolto fino al 1995 anche una notevole attività di operatore culturale. E' presente in dizionari e compendi storici dell'arte italiana del Secondo dopoguerra. (Comunicato stampa)

- Presentazione di altre mostre alla Galleria "Arianna Sartori" in questa pagina

Riccardo Luchini. "Interior"
termina il 21 febbraio 2019
Presentazione

Ilario Mutti. "Infinite varie inusitate posture"
termina il 28 febbraio 2019
Presentazione

Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova
Presentazione

Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
ed. Archivio Sartori Editore
Presentazione




Franco Bassignani - Mantova - Palazzo TE, Esedra Franco Bassignani - Mantova - P.zza Erbe Mantova e la sua Provincia. 24 incisioni di Franco Bassignani
inaugurazione 20 febbraio 2019, ore 17.00
"Parete Sartori" (Galleria Arianna Sartori) - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La "Parete Sartori" di Mantova, nella Galleria Arianna Sartori, dopo il successo dell'esposizione della rara incisione, raffigurante il progetto del "Parco dedicato al sommo poeta Virgilio", ideato dall'architetto Paolo Pozzo ed inciso dal maestro Francesco Rosaspina del 1801, presenta una nuova mostra di grafica, sempre di interesse mantovano. Esposta per la prima volta, a 35 anni dalla sua pubblicazione, l'intero corpo delle 24 stampe, Mantova e la sua Provincia - 24 incisioni di Franco Bassignani, commissionate da Adalberto Sartori Editore all'artista mantovano e da lui incise e stampate dal 1984 al 1985. La serie, che fa parte della collana "Italia Monumentale", era stata pubblicata dietro sottoscrizione di abbonati, ed aveva una diffusione mensile di 2 incisioni ognuna unite in cartelle.

La raccolta delle 24 incisioni si compone di 14 tavole che raffigurano le piazze, le chiese e i palazzi della città di Mantova: Castello di S. Giorgio, Piazza S. Barbara, Piazza Sordello (Palazzo Ducale), Piazza Sordello (Palazzo Bonacolsi), Piazza Erbe, Casa del Mercante Boniforte, Piazza S. Andrea, Piazza Canossa, Palazzo d'Arco, Chiesa di S. Francesco, Teatro Sociale, Casa di Giulio Romano, Palazzo Te - Esedra, Palazzo Sordi; e 10 tavole che raffigurano piazze e monumenti dei dintorni e di alcune località della provincia: Castel d'Ario - Castello, Castiglione delle Stiviere - Duomo, Curtatone - Santuario della Madonna delle Grazie presso Mantova, Marmirolo - Bosco della Fontana - Castello di caccia, Monzambano - Castello, Porto Mantovano - Mantova - Ruderi del Palazzo della Favorita, Revere - Torre e Palazzo Gonzaga, Rivarolo Mantovano - Torre Gonzaghesca, Sabbioneta - La piazza Ducale, San Benedetto Po - Monastero. Tutte le incisioni sono state realizzate da Franco Bassignani (Guidizzolo 1942) con la tecnica dell'acquaforte e acquatinta, stampate in seppia, e misurano mm. 220x325 su foglio di cm.35x50. Esposizione a cura di Arianna Sartori. (Comunicato stampa)




Aldo Famà nel suo studio Aldo Famà - Passeggiata notturna - arazzo cm.98x116 1984 Aldo Famà. Lo stato dell'arte
termina l'11 marzo 2019
Palazzo Costanzi - Trieste

Importante antologica dedicata all'artista triestino Aldo Famà, ideata e curata dall'architetto Marianna Accerboni, che si propone di testimoniare in modo esaustivo - attraverso una sessantina tra dipinti a olio, incisioni, collage, esempi di arazzi e installazioni, documenti, supporti audiovisivi e sculture innovative stampate in 3D - la profonda ricerca condotta dal 1975 a oggi dall'artista.

Presentazione mostra




Immagine dalla locandina della mostra Planet vs Plastic, di Randy Olson Randy Olson: "Planet vs Plastic"
termina lo 03 marzo 2019
Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone

Le opere di Randy Olson, fotografo del National Geographic, ritraggono i forti contrasti che la nostra terra è costretta a vivere, causa l'insensata pressione che l'umanità esercita su un sistema fragile ma anche estremamente ricco per varietà di specie viventi, risorse, paesaggi che contribuiscono a rendere il nostro pianeta unico. Proprio la biodiversità garantisce la sopravvivenza della vita sulla Terra. L'uomo ha il dovere di preservare l'ambiente per le generazioni future. (Estratto da comunicato stampa)




Elisa Filomena - Donna - pastelli su carta cm.35x48 2018 Elisa Filomena: "Diario notturno"
06 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 07 aprile 2019
Circoloquadro arte contemporanea - Milano
www.circoloquadro.com

Grandi tele e numerose carte vanno a formare un racconto, come in una sorta di diario intimo e personale, scritto durante le ore silenti della notte, il momento prediletto dell'artista torinese per dedicarsi alla pittura tanto amata. Diario notturno, il progetto che Elisa Filomena (Torino 1976) presenta per la prima volta a Milano, è il risultato degli ultimi due anni di lavoro, intensi e frenetici. Di notte, quando tutto tace, l'artista torinese disegna e dipinge senza sosta e con urgenza. Questa "pagine" notturne vengono mostrate a Circoloquadro, aperte una per una davanti allo sguardo dello spettatore che può così cogliere frammenti di vita e di storie diverse. Alla base di questo progetto c'è la curiosità e la volontà di Filomena di indagare sempre più il disegno che diventa uno strumento di mediazione tra la realtà e l'arte. "La mano è collegata alla mia testa senza che nessun filtro si frapponga; il gesto è veloce e immediato non c'è più l'ostacolo della tecnica o della materia pittorica." E questo percorso di ripensamento sul disegno porta Elisa Filomena ad accorciare le distanze tra il suo disegno e la sua pittura, che diventa essenziale e sintetica e ben aderente alle carte in mostra, con una coerenza estrema e sorprendente.

Alle pareti di Circoloquadro le "pagine" del suo diario notturno si mescolano a tele di grandi dimensioni in cui diverse immagini vengono racchiuse come fossero dei frames in una unica tela: qui il racconto che non ha un ordine cronologico, ma assume senso e poesia grazie al segno pittorico dell'artista che ricorda il linguaggio utilizzato in poesia, per rime e accostamenti, punti e vuoti riempiti con colori e piccoli segni grafici. La vicinanza con la pratica del disegno viene rivelata da un pittura particolare in cui non ci sono ripensamenti o stratificazioni. Accanto a questi lavori una serie di ritratti su carta, ripresi da fototessere americane degli anni '60, eseguiti con tecnica mista, unici per la loro forza esistenziale. I personaggi delle carte prendono forma grazie a un disegno istintivo dove il segno è unico e irripetibile, concentrato su una ricerca espressiva dove "l'errore" pittorico non è contemplato, e dove il segno è dato da una espressività` maturata dal lavoro quotidiano. Con un allestimento particolare, "a riempire", Diario notturno racconta così non solo due anni interi di lavoro e quindi il percorso artistico e personale dell'artista, ma anche le storie e le vite dei personaggi che abitano le tele e le carte di Elisa Filomena. (Comunicato stampa)




Opera di Franco Grignani Franco Grignani (1908-1999)
Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia


termina il 15 settembre 2019
m.a.x museo - Chiasso (Svizzera)

Mostra antologica in cui si presenta la complessità del lavoro di Franco Grignani e della sua ricerca declinata attorno al tema della polisensorialità. Tre i settori esplorati: fotografia, grafica e arte. Attraverso una ricca scelta di opere e materiale di archivio, in parte inediti, si ripercorrono le tappe fondamentali della ricerca artistica di Grignani, dall'iniziale sperimentazione fotografica alla grafica pubblicitaria, dall'analisi matematico percettiva alla Optical Art. Chi non ha mai visto il marchio "Pura Lana Vergine"? Disegnato nel 1963, è l'opera di un progettista - precursore e innovatore - che con arguzia ne ha modellato le linee bianche e nere per costruire una forma unica, un'icona che associamo istintivamente a qualcosa di morbido.

L'esposizione è curata da Mario Piazza e Nicoletta Ossanna Cavadini, con il contributo in catalogo di Giovanni Anceschi, Roberta Valtorta, Bruno Monguzzi e le testimonianze di numerosi grafici svizzeri che hanno conosciuto o collaborato con Franco Grignani. La mostra è il frutto della ricerca effettuata sull'Archivio di Famiglia, su Fondi specifici del Mufuoco - Museo di Fotografia Contemporanea e Aiap Associazione italiana design della comunicazione visiva e del suo CDPG (Centro di Documentazione sul Progetto Grafico), e su importanti collezioni d'arte private italiane e svizzere. Con il partenariato del Museo della seta di Como sono stati realizzati due foulard su disegno di Franco Grignani: le due opere referenti sono esposte, rispettivamente, al m.a.x. museo di Chiasso e al Museo della seta di Como. La sezione fotografica della mostra sarà esposta nel febbraio del 2020 al Museo di Fotografia Contemporanea. (Comunicato stampa)




Opera di Ray Parker nella locandina della mostra Simple Paintings Simple Paintings
28 febbraio - 29 marzo 2019
Galleria Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Serie creata da Ray Parker tra il 1958 e il 1965. "Il processo della pittura è improvvisato- si esclude il metodo impostato, il progetto, schizzi di studio, disegno prima del colore o relativi stadi di finitura. Può essere veloce o lento come tempistica, impulsivo o pensato come carattere. I cambiamenti sono fatti nel corso della creazione; niente può essere sistemato, aggiunto o corretto... Il dipinto è sia una cosa che un evento, ... un oggetto "estetico" ... e un comportamento sotto forma di un atto significativo. Mentre il soggetto dell'artista è il quadro, il soggetto del quadro è l'artista stesso..." (Ray Parker, "A Cahier Leaf: Direct Painting", It Is 1 (Spring 1958))




Opera di Ruben Montini Ruben Montini: Il Vuoto Addosso
21 febbraio (inaugurazione dalle ore 18.30) - 23 marzo 2019
Prometeogallery di Ida Pisani - Milano
www.prometeogallery.com

Urgenza, radicalità, romanticismo e nostalgia caratterizzano la ricerca di Ruben Montini (Oristano, 1986). La sua necessità di evidenziare l'indebolimento di quei legami che derivano dal senso di appartenenza e dalla partecipazione alla vita collettiva di una determinata comunità, insieme all'esigenza di sublimare alcuni aspetti della propria vita privata determinano una produzione di lavori in cui ricami, rappresentazioni fotografiche, installazioni e performance diventano istantanee, precarie e fragili. Un linguaggio visivo intimo e rivolto verso la storia della performance che l'artista attualizza e rilegge costantemente. Il vuoto addosso è una sensazione privata, dilatata e ampliamente diffusa nella realtà attuale, che viene originata prevalentemente dalla frammentazione e dal deterioramento delle certezze identitarie, relazionali, ideologiche, sociali e politiche che invadono la percezione della contemporaneità e la contraddistinguono da ogni altra singola epoca. (...)

La performance "Il vuoto attorno", presentata durante il giorno dell'inaugurazione introduce la mostra e stimola fin dall'inizio la riflessione su ciò che è solo suggerito in modo romantico ma mai palesato. Una sorta di abbraccio sospeso in completa solitudine in cui Ruben Montini, sorretto soltanto da alcune strutture in acciaio utilizzate per le impalcature, si rapporta a un'alterità celata. (...) La paura, la rabbia, l'esitazione e il dubbio si insinuano, altresì, quando questo bisogno rischia di allontanare ogni possibile relazione, quando questa viene a mancare o finisce irrimediabilmente e il tentativo di costruzione di un nuovo amore rimane un atto fallimentare. (...) Il romanticismo cede davanti alla nostalgia, mentre la malinconia, a sua volta, diventa quasi rassegnazione nella serie di broccati sardi in cui la fine di una storia personale viene accennata attraverso l'efficacia del ricordo come qualcosa di più appagante del ricordato stesso. Una mancanza, in relazione a quella fine, che viene sottolineata nell'ultimo lavoro in mostra in cui alcuni spartiti sono completamente ricamati, lasciando visibili solo le pause musicali, sole le assenze, solo il vuoto che resta addosso. (Angel Moya Garcia)




Locandina della mostra dedicata ai Icicli grafici e alle incisioni di Rembrandt Rembrandt. I cicli grafici, le sue più belle incisioni
termina il 24 marzo 2019
Palazzo Arnone - Cosenza

A Cosenza, nel cinquecentesco Palazzo Arnone, un focus dedicato all'attività grafica di uno più celebri artisti del Seicento europeo. L'esposizione, organizzata dall'Associazione N. 9 in collaborazione con il Polo museale della Calabria, presenta oltre trenta incisioni originali provenienti da collezioni private ed è supportata da attività laboratoriali. La mostra è patrocinata dall'Ambasciata dei Paesi Bassi. Un tributo a Rembrandt proprio nel 2019, mentre - a 350 anni dalla scomparsa - l'Olanda gli rende omaggio con iniziative diffuse su tutto il territorio nazionale. (Estratto da comunicato stampa)




William Hogarth - Ritratto di Signora William Hogarth. Un ritratto in visita dal Museo di Belle Arti di Gand
termina il 28 aprile 2019
Museo Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Conosciuto e ammirato per la sua pittura dal realismo narrativo, sottilmente descrittivo e tagliente, dai contenuti moralizzanti e satirici, William Hogarth (1697-1764) assurse al rango di pittore della Corte inglese solo negli ultimi anni della sua vita. Tradotti a stampa in copiose tirature, i suoi dipinti criticano eventi politici, descrivono e denunciano abitudini sociali e vizi della società inglese del tempo. Sino a circa la metà del XIX secolo, una sorta di Hogarthomania contrassegnò il grande successo riscosso dall'opera del pittore, per molti versi rivoluzionaria. Rinomato ritrattista, Hogarth si dedicò inizialmente a un pubblico prevalentemente aristocratico, ma dal 1740 circa iniziò ad estendere il suo interesse verso una clientela appartenente all'emergente ricca borghesia commerciale, per la quale forgiò un nuovo lessico della ritrattistica inglese dell'epoca.

Realizzato intorno al 1740, il Ritratto di Signora in abito bianco e orecchini di perle che il Museo Davia Bargellini espone in collaborazione con il Museo di Belle Arti di Gand, appartiene agli anni in cui Hogarth, dedicandosi al genere pittorico fra i più apprezzati dalla committenza inglese (la ritrattistica), sperimenta soluzioni innovative nell'intento di incontrare il favore dei suoi clienti, per lo più personaggi provenienti dalla classe borghese dei mercanti, dei professionisti, degli ecclesiastici. Un'etica nuova, fondata sui valori dell'onestà, della rettitudine, dell'operosità, deve rendersi esplicita attraverso la naturalezza delle espressioni, la schiettezza dell'adesione alla realtà, l'assenza di affettazioni retoriche, per raccontare l'ascesa e il successo di una borghesia ormai affermata sul fronte economico, ma ricca soprattutto di sentimenti e di moderna sensibilità umanitaria.

Così la posa e la resa fisionomica della donna protagonista di questo dipinto, raffigurata in un paesaggio architettonico caratterizzato da un'elegante balaustra classicheggiante, appaiono più intime e naturali rispetto ai ritratti d'apparato dell'aristocrazia del tempo. Se la spontaneità della posa sembra attingere con incuranza dagli istanti insignificanti della vita della giovane signora, al contempo il suo lussuoso vestito di seta bianca con riflessi argentei allude a un affluente benessere economico, condizione che Hogarth sembra voler registrare con attitudine documentaria, più che celebrativa.

Nell'esecuzione, la pennellata libera e rapida, che non manca di restituire solidità alla figura, ne coglie anche la grazia fugace, insieme alla freschezza del volto, con lo sguardo luminoso improvvisamente distolto dall'osservatore/interlocutore, e richiamato altrove, fuori campo. Piuttosto rari, i ritratti di William Hogarth sono oggi per lo più raccolti in musei britannici o americani; un solo ritratto è conservato al Museo del Louvre e uno all'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. Pochi altri musei europei possiedono suoi ritratti e tra questi il Museo di Belle Arti di Gand, dove il Ritratto di Signora pervenne nel 1911, come dono degli Amici del Museo, la potente associazione filantropica che determinò la qualità e la varietà delle collezioni d'arte della città fiamminga.

L'esposizione dell'opera a Bologna si inserisce in un accordo di prestito che ha visto i Musei Civici d'Arte Antica concedere due bellissimi pezzi dalla collezione del Museo Davia Bargellini per la fortunata esposizione Les Dames du Baroque. Femmes peintres dans l'Italie du XVIe e XVIIe allestita nel museo belga dal 20 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019. Nell'eccezionale galleria di opere che il progetto espositivo ha riunito con il fine di mettere in luce il ruolo determinante che le artiste donne ebbero nella pratica pittorica italiana tra il 1550 e il 1680, affrontando con nuove e brillanti soluzioni espressive le restrizioni imposte dalla Controriforma, hanno infatti trovato un ruolo di primo piano un Ritratto di gentildonna di Prospero Fontana (1512-1597) e la Giuditta con la testa di Oloferne realizzata dalla figlia, Lavinia Fontana (1552-1614).

L'olio su tela del primo, datato tra il 1565 e il 1570, effigia una gentildonna, colta con un'espressione sognante e malinconica, che si staglia solenne in un interno cinquecentesco. Interessante è il raffinato virtuosismo prospettico, che rivela l'esperienza di Prospero Fontana nel mondo del teatro. L'effigiata dialoga con le "cose" della sua scena quotidiana, visualizzate con sofisticate annotazione luministiche (i gioielli, la seggiola, i vetri illuminati della finestra, il vaso di fiori), che Fontana va studiando fin dalla giovanile esperienza a Genova (Giulio Romano) e che ulteriormente mette a punto confrontandosi con le inclinazioni fiammingheggianti della tarda maniera fiorentina e con le curiosità scientifiche di Ulisse Aldrovandi. Il dipinto di Lavinia, con il popolarissimo soggetto biblico di Giuditta, appartiene alla fase della maturità dell'artista.

Nella composizione dell'opera l'ambientazione notturna viene affrontata con grande padronanza degli effetti luministici e con una sensibile attenzione alla resa analitica dei dettagli, di gusto fiammingo. Il volto dell'eroina, come quello della fantesca, paiono restituire tratti fisionomici peculiari, tanto da suggerire che possano identificarsi in due ritratti, come per altro accade in altri dipinti di analogo soggetto prodotti in area bolognese negli stessi anni (ad esempio da Agostino Carracci). Giuditta, vedova audace e pia, che osa sedurre il tiranno per ucciderlo e liberare così il proprio popolo, si presta infatti a fornire i sembianti per un travestimento in veste biblica, essendo modello di virtù femminile apprezzato nell'età di Controriforma, tanto da divenire tema fra i più ricorrenti nei quadri da stanza destinati agli interni dei palazzi nobiliari. (Comunicato stampa)




Lucia Pescador - Copialettere Etrusco - Installazione, febbraio 2019 Lucia Pescador: "Geometrie con Copialettere Etrusco"
termina il 29 marzo 2019
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Lucia Pescador (Voghera, 1943) si è diplomata all'Accademia di Brera e ha insegnato al Liceo Artistico Boccioni. Ha da sempre privilegiato il disegno, lavorando su tematiche legate alla natura, alla cultura e all'arte. Nel 1965 inizia ad esporre i suoi lavori presso la Galleria Arte Centro di Milano, galleria con cui manterrà a lungo un rapporto di collaborazione. Con gli anni '90 comincia il suo lavoro di opere basate sulla raccolta di immagini e catalogazioni - una sorta di atlante panoramico dell'arte delle avanguardie e della cultura del XX Secolo, dal titolo Inventario del Novecento con la mano sinistra - che proseguirà fino agli anni del nuovo millennio. Sono di questi recenti anni di inizio secolo le sue installazioni multimediali "Wunderkammern" in cui riunisce sulle pareti tempere e pastelli realizzati su carta riciclata, maschere, oggetti, disegni e immagini fotografiche riportate su acetato, vasi di ceramica dipinta e vasi di enormi dimensioni dipinti su cartoni a creare una campionatura visiva di piccoli oggetti museali.

Questa mostra livornese nasce dalla collaborazione dell'artista con la Galleria Peccolo che recentemente ha edito nella Collana Memorie d'Artista uno speciale Libro d'Artista intitolato dall'autore Copialettere Etrusco che dà, anche, il titolo alla mostra. "Un libro in cui emerge la volontà dell'autrice di scavo e studio sull'antico e le fantasie mitologiche del passato unita alla quotidianità contemporanea. Si notano infatti vasi, buccheri etruschi, disegnati a pastello, oltre alla scritta di Pyrgi - nome greco della città portuale dell'odierna Cerveteri - misti a deliziose figure femminili (Pin-up) che riportano la lancetta del tempo al Secondo dopoguerra europeo, mostrando così l'andirivieni fra passato, presente e futuro cui tende da oltre cinquant'anni la poetica artistica di Lucia Pescador" come scrive nell'introduzione alla mostra il critico Maria Letizia Paiato. Nell'occasione della personale sarà presentato il libro Copialettere Etrusco di cui saranno esposti i lavori e le carte creati appositamente per questa edizione, insieme ad una speciale installazione realizzata in galleria per l'occasione e intitolata Geometrie da Teoria del colore. (Comunicato stampa)




Occidentalismo
Modernità e Arte Occidentale nei Kimono. 1900-1950


termina il 17 marzo 2019
Museo della Moda - Gorizia

Una mostra interamente dedicata ai kimono. Non kimono qualunque, ma quelli prodotti in Giappone tra il 1900 e gli anni '40, pezzi che riflettono la volontà imperiale di occidentalizzare il Paese. Così come, nel secolo precedente, il Giapponismo era deflagrato in tutta Europa, influenzando una parte significativa della produzione artistica, all'inizio del Novecento il gusto occidentale esplode in Giappone. E questa ventata di novità investe anche il capo-simbolo della tradizione: il kimono. Ai motivi tradizionali si affiancano disegni coloratissimi che richiamano, in modo puntuale, il Cubismo, il Futurismo e le altre correnti artistiche europee. C'è anche un singolare kimono che celebra il patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo del 1940.

"Tanto è stato detto e scritto sull'Orientalismo e segnatamente sullo Japonisme, ovvero sull'influenza delle arti giapponesi su quelle europee tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento" - anticipano le curatrici della mostra - "ma poco si sa ancora dell'inverso rapporto, ovvero di quel fenomeno complesso e sfaccettato che portò talune arti giapponesi ad assimilare forme e contenuti di matrice schiettamente occidentale: avvenne con la pittura, che interpretò originalmente la lezione prospettica, ed avvenne con i kimono che, più di ogni altra forma d'arte, furono influenzati dal mutamento della società giapponese del tempo trasferendone fedelmente gli effetti sul tessuto, utilizzato alla stregua di una superficie pittorica".

A proporre la Mostra è l'ERPAC - Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia. "Tra i pochissimi musei dedicati alla moda presenti sul territorio nazionale, il Museo della Moda di Gorizia è ora anche il primo museo italiano a indagare un particolarissimo settore dell'arte, offrendo al pubblico uno spaccato inedito e sorprendente di storia culturale" dichiara Raffaella Sgubin, direttore del Servizio Musei e Archivi storici di ERPAC e co-curatrice della rassegna. Il periodo è uno dei più complessi e travagliati della storia giapponese, ovvero quello del passaggio da stato feudale a temuta superpotenza, culminato con il secondo conflitto mondiale. Da un punto di vista socio-culturale, il Paese del Sol Levante visse questo lasso di tempo (fine Ottocento/anni Quaranta del Novecento) con un atteggiamento conflittuale, in bilico fra il brivido delle novità provenienti da Oltreoceano ed il rassicurante attaccamento alla tradizione.

Nell'immaginario collettivo occidentale il kimono rappresenta l'icona stessa del Giappone nella sua veste suadente di raffinatezza ed esotismo. Ma pochi sanno che una cospicua parte dei kimono prodotti entro la prima metà del Novecento, cioè i kimono Meisen, sfugge decisamente a questa categoria, adottando fantasie suggerite dai movimenti d'Avanguardia (si va dalla Secessione viennese alla Scuola di Glasgow, dal Futurismo al Cubismo, dal Divisionismo all'Espressionismo astratto di Jackson Pollock), ispirate a contemporanei fatti di storia oppure ancora alle conquiste tecnologiche, in un eccitante e quanto mai sorprendente caleidoscopio di colori, fantasie, tecniche di decorazione e di tessitura, anche queste ispirate alla produzione tessile occidentale.

La mostra presenta 40 pezzi, tra kimono e haori (sovrakimono), una selezione particolarmente significativa del contesto illustrato, per far conoscere al pubblico un settore della produzione tessile giapponese fino ad oggi poco esplorato. I capi in mostra, come afferma Roberta Orsi Landini, sono "vesti raffinate, destinate ad un ceto medio-alto, non confezionate per l'esportazione. Potevano essere apprezzate da persone di una certa cultura o anche semplicemente curiose o desiderose di apparire al passo con i tempi. Avevano certo tutte una visione: il loro Paese alla pari con le grandi nazioni del mondo, capace di assimilare le loro conoscenze, i loro costumi ma con l'orgoglio della propria diversità".

I 40 esemplari esposti, insieme a obi, stampe, illustrazioni e riviste, provengono da una importante collezione italiana, la collezione Manavello. Tale collezione nel suo complesso è ben più numerosa, includendo capi da uomo, donna e bambino, sia tradizionali che non, oggetti e suppellettili attinenti all'abito e al suo contesto, quali calzature e accessori per capelli, oggetti per la cerimonia del tè, bambole e documentazione cartacea. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Niele Toroni Niele Toroni
21 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 29 aprile 2019
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

L'esposizione, realizzata in occasione dei venticinque anni di attività della galleria, presenta opere in dialogo con l'ambiente ed è improntata intorno al numero venticinque. Dal 1967 Niele Toroni lavora con una precisa metodologia la quale prevede, su supporti differenti, la successione di impronte di pennello n. 50 a 30 cm di distanza l'una dall'altra, ciascuna delle quali risulta luogo di epifania di un divenire e di una metamorfosi incessante del suo fare nel tempo.

"Niele Toroni ripete la sua impronta di pennello nel tempo e nello spazio. E mai è la stessa cosa, perché lo stesso è lo stesso è lo stesso è irriducibilmente dissociato dall'essere identico. Il pleonasmo diventa batteria; l'energia dell'iterazione, struttura aperta. Non gli alti e bassi dell'anima dell'artista sono gli inibitori dell'identità, ma i luoghi di esplicitazione del metodo. L'esercizio della pittura vera, sbarazzata dalla zavorra di tutti i giudizi di valore e di tutti gli ammiccamenti storici, è la costante: trova in ogni lavoro la propria essenza attraverso il rimando alla sua stessa essenza. Il mondo non viene ridotto a due dimensioni, come altrimenti in un quadro, ma pittura è una determinata situazione e diventa così struttura aperta, liberamente riconcepibile nel tutto." (Harald Szeemann, 1991).

Al piano superiore un'opera costituita da venticinque carte, ciascuna contenente una sola impronta di pennello, verrà installata nella sala espositiva a partire da multipli di 30 cm di distanza affinchè ci si possa lasciar guidare visivamente nella percezione dello spazio come campo attivo; completeranno il progetto espositivo due tele di grandi dimensioni, alcuni interventi a muro e lavori realizzati su differenti supporti, quali manifesti, carte giapponesi e cartoncino. Al piano inferiore l'opera Impronte di pennello n. 50 a intervalli di 30 cm del 1987 - composta da venticinque tele ciascuna di 100x100 cm - ridefinisce lo spazio espositivo con le sue pennellate ritmando lo sguardo del visitatore che può liberamente seguire la loro scansione, frutto di un gesto quasi tantrico, che non è mai ripetizione bensì materializzazione di una irripetibile e sempre mutevole individualità. In occasione della mostra verrà pubblicata una monografia bilingue contenente una intervista immaginaria di Niele Toroni e un testo di Giorgio Verzotti, corredata da materiale iconografico che ripercorre il lavoro realizzato dal pittore nel corso degli anni in collaborazione con A arte Invernizzi, sia presso la galleria che in spazi pubblici e privati. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta nella mostra Galline Galline
termina il 10 aprile 2019
Mostra sul sito antologico

Il pittore Alan Gattamorta presenta una rassegna di 20 acrilici su carta.







Ferdinando Scianna: Viaggio Racconto Memoria
21 febbraio - 28 luglio 2019
Galleria d'arte Moderna - Palermo
www.gampalermo.it

Grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra, e organizzata da Civita. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Ferdinando Scianna è considerato uno tra maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia.

Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Per approfondire i contenuti dell'esposizione, incoraggiando la riflessione sulla portata iconica della fotografia di Ferdinando Scianna, Civita Sicilia ha ideato un articolato progetto didattico rivolto sia alle scuole che ai gruppi di adulti e famiglie, che prevede i classici tour guidati, ma anche visite-esplorazione e laboratori didattici su prenotazione. In una audioguida (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, per conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. In mostra è inoltre proposto un documentario dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra è corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori.

La sera del 20 febbraio, presso il Real Teatro di Santa Cecilia, Ferdinando Scianna incontra il pubblico di Palermo: un vero e proprio abbraccio con la città, aperto a tutti, in cui il Maestro insieme al co-curatore Denis Curti presenterà l'esposizione e risponderà alle domande dei presenti. Al termine dell'incontro, ai partecipanti sarà riservata una visita all'esposizione nella vicina Galleria d'Arte Moderna (ingresso consentito fino alle 21.30 ai possessori dell'apposito coupon che verrà rilasciato al pubblico presente all'incontro). Ferdinando Scianna firmerà il catalogo e le sue pubblicazioni presso il bookshop del museo, fino alle ore 21.30. (Comunicato stampa)




Opere di Elisabetta Bacci in mostra Elisabetta Bacci: "Three Cycles"
termina lo 07 marzo 2019
Centre for Contemporary Arts - Pivka (Slovenia)

Mostra nella quale saranno presentate, in dialogo articolato, alcune opere selezionate dai cicli "Piers", "Tebah", "Fracture". Sebbene la declinazione delle singole opere si basa su una diversità cromatica, l'impeto conduttore è il medesimo: ciò che le unisce è il ragionare sulla luce, attorno alla luce, con la luce. Un modo questo, per dire che il colore, è il vero e proprio assillo del loro essere e il loro profondo punto di comunione. Il colore in tutte le sue declinazioni cromatiche e nella disposizione che ruota alla magia del numero tre.

Per Elisabetta Bacci, la stesura del colore si manifesta nella costruzione dello spazio disegnato, diviene architettura come definizione del dettaglio nella macrostruttura e come definizione di luoghi simbolici definiti per sagome geometriche semplici e appiattite, dove diviene difficile percepire l'oggetto che funge da spunto narrativo: per esempio, una linea sottile rappresenta la separazione nel ciclo "Fracture". Quasi un assoluto in variazione cromatica e di misura. Non che si possa parlare di lavori seriali, ma, in ogni caso, l'istanza conduce a questa tensione (o, per dirla in altro modo, potrebbe aprire anche a questa possibilità): la ripetizione come gioco di perfezione, la sequenza come schema compositivo. La mostra a cura di Bagrat Arazyan è presentata in catalogo da Vojimir Tavcar. (Comunicato stampa)




Opera di Giuseppe Calonaci "5 + 5"
23 febbraio (inaugurazione ore 17.00) - 10 marzo 2019
Sala Accabì - Poggibonsi (Siena)

Rassegna di pittura organizzata dall'Associazione Culturale Arnolfo di Cambio e dall'Associazione Storica Poggibonsese in sinergia con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio.  Il progetto espositivo prevede l'accostamento di 5 artisti - Gianna Bucelli, Giuseppe Calonaci, Claudio Giomi, Piero Sani, Stefano Sardelli - che vivono e lavorano in Valdelsa e 5 artisti - Daniela Caciagli (Bibbona), Riccardo Corti (Firenze), Guido Morelli (La Spezia), Armando Orfeo (Marina di Grosseto), Valente Taddei (Viareggio) - che collaborano con lo spazio viareggino. I cinque autori che operano nel territorio senese offrono un interessante spaccato delle varie tendenze dell'arte visiva contemporanea, con opere pittoriche che spaziano dal figurativo, all'astratto, all'informale. I cinque pittori legati alla galleria Mercurio, seppur differenti tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono uniti da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della figurazione contemporanea, oltre a essere affini per il rigore compositivo e per l'accuratezza formale che contraddistingue i loro lavori. La mostra, patrocinata dal Comune di Poggibonsi, è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna artistica Collezioni del Contemporaneo - Pittura Spazio Scultura - Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta Collezioni del Contemporaneo
Pittura Spazio Scultura
Opere di artisti italiani tra gli anni Sessanta e Ottanta


dal 15 febbraio 2019
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

Nuovo allestimento delle collezioni del contemporaneo. Si tratta della prima edizione di un programma di diversi ordinamenti che si succederanno su base biennale. Le diverse esposizioni permetteranno di far conoscere al pubblico la ricchezza delle collezioni del museo e di dare voce a molteplici letture e interpretazioni critiche. Questo primo ordinamento, a cura di Elena Volpato, si concentra su due decenni, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in rapporto di continuità cronologica con quanto è esposto nelle collezioni del '900. Lo fa scegliendo di raccontare aspetti rilevanti delle ricerche artistiche di quegli anni, perlopiù scarsamente riconosciuti dalla più diffusa interpretazione storica. Lo fecero senza recidere i legami con la storia, ponendo mente alle origini stesse del gesto pittorico e scultoreo, aprendo le loro opere, come mai prima di allora, ad accogliere e nutrire al loro interno il respiro dello spazio e, con esso, quello del tempo.

Gli artisti rappresentati non fanno parte di un unico gruppo. Alcuni dei loro nomi sono legati alle vicende dell'Arte Povera. Il percorso di altri si è intrecciato con quello della Pittura analitica. Altri ancora, dopo una stagione concettuale, hanno trovato nuove ragioni per tornare a riflettere su linguaggi tradizionali e su antichi codici espressivi. Tuttavia, se le loro opere sembrano dialogare qui con naturalezza, non è per mera cronologia, ma perché nel lavoro di ciascuno di loro c'è molto più di quanto le parole della critica militante avesse motivo di raccontare. In tutti loro, come spesso accade, c'è più personalità e indipendenza di quanto le ragioni di un raggruppamento o le linee di tendenza del mondo dell'arte possano dire.

A distanza di decenni, ora che quelle storie d'insieme sono note e codificate, ora che semprepiù mostre internazionali vengono tributate ad alcune di esse, possiamo concederci di guardare agli aspetti più personali del loro lavoro. Ed è proprio in quella cifra individuale che sembra risuonare con più chiarezza un insoluto legame con la storia dell'arte, con i suoi antichi linguaggi, per ciascuno in modo diverso, ma con simile forza. Se si dovesse provare a spiegare in una frase cosa avvicina tra loro queste opere e i loro autori, là dove sembrano esprimere la loro voce più personale, si direbbe che hanno in comune un autentico desiderio dell'arte, un senso di appartenenza, la consapevolezza di tutto ciò che quella parola aveva significato sin lì e tutto ciò che ancora poteva rappresentare in virtù di quel passato.

Le opere in mostra provengono interamente dalle collezioni del museo. Il nucleo espositivo più rilevante è frutto delle numerose acquisizioni realizzate durante la direzione di Pier Giovanni Castagnoli, tra il 1998 e il 2008. Molte di queste opere sono state acquisite grazie al contributo della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT, a cui si deve anche la recente acquisizione dei libri d'artista e delle due opere di Marco Bagnoli, Vedetta notturna, 1986 e Iris, 1987, avvenuta durante l'attuale direzione di Riccardo Passoni. Animale terribile di Mario Merz, del 1981, e Gli Attaccapanni (di Napoli) di Luciano Fabro, prime tra le opere acquisite dalla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea CRT dalla sua costituzione, fanno parte di un ristretto gruppo di lavori provenienti dalla Collezione Margherita Stein, acquistato per essere affidato alla comune cura della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea e del Castello di Rivoli. (Comunicato stampa)




Riccardo Luchini - Lo studio - olio su tela cm.100x10 2018 Riccardo Luchini - Hangar - olio su tela cm.80x120 Riccardo Luchini. "Interior"
termina il 21 febbraio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La mostra, a cura di Arianna Sartori, presenta dipinti recenti dell'artista Riccardo Luchini (Milano, 1949), che ritorna ad esporre nella città di Virgilio. Riccardo Luchini ha svolto il ruolo di docente presso l'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, l'Accademia di Belle Arti di Roma, l'Accademia di Belle Arti di Carrara e Accademia di Belle Arti di Urbino.

«L'artista è il primo a essere coinvolto in episodi di memoria che lo stimolano a innamorarsi del modello base della propria pittura: un atteggiamento provocato forse dal timore di attenuarne o addirittura di perderne le tracce, solo che accenni a una più vasta tipologia di scelte. Per cui il mobile ligneo, elemento ripetitivo anch'esso privilegiato nella scena offerta dall'ambiente-studio nel quale convivono i modelli e le immagini, può arricchirsi solamente di tentativi cromatici leggermente più "arditi" che toccano l'oggettistica ritualmente sovrappostagli. E solo quella. O al massimo, così come accade nelle più recenti "avventure" maturate in quella sorta di paradiso delle mezzetinte che Luchini giustamente non vuol perdere, il punto di osservazione arretra di qualche passo per abbracciare più ampiamente quel regno della solitudine. (...) Tuttavia, ad evitare che questa pittura offra la sensazione di uniformità tematica rischiando di apparire monotona anche se in realtà monotona non è, interviene oggi qualche variante dei soggetti ad allentare la ripetitività che può sembrare ossessiva. Ed è invece fascinosa. Come in un catalogo morandiano osservato alla luce ovattata di un abat-jour da secessione». (Tommaso Paloscia)

«Considero questi paesaggi e questi oggetti, allineati nell'aria e sospesi al filo della memoria, delle alte pagine di poesia, elementi logorati dal tempo già prima del loro nascere, sacrificati ad una loro scontata macerazione fisica. (...) Con Luchini siamo fuori dalla superficialità, ogni grumo è semanticamente ricco di significati plurimi, legati sempre ai simboli sull'orlo del loro abisso e come tutti gli abissi attraente per suggestioni e rischi. Dal mare del colore emerge la materialità delle cose comuni a cui improvvisamente ci lega un comune destino di disfacimento. Credo che esistano dei seri motivi per guardare a questa pittura con estrema attenzione». (Dino Carlesi)




Locandina della mostra Della mia dolce Armenia di Andrea Ulivi Andrea Ulivi
Della mia dolce Armenia


termina lo 09 marzo 2019
Lo Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

Una serie di immagini in bianco e nero, quelle di Andrea Ulivi, che hanno come tema l'Armenia. La mostra comprende circa quaranta fotografie scattate dal 2009 al 2014. Già durante il primo viaggio, che il fotografo ed editore ha compiuto in Armenia nel 2008, è sbocciato un amore incondizionato, permettendo al suo obbiettivo interrogante di indagare quei luoghi e offrirsi all'anima di quel popolo. Essenzialmente sono due i grandi temi toccati: la vita di un popolo antichissimo e i luoghi a questo popolo sacri, i luoghi che hanno costituito la sua identità, la sua "armenità", la sua spiritualità che affonda le proprie radici nel 301, quando il re dell'allora Grande Armenia, Tiridate III, convertito da san Gregorio l'Illuminatore, dichiarò il Cristianesimo religione di Stato.

Nell'altopiano armeno fioriscono isolati edifici di culto e monasteri, che, come pietre preziose, si ergono dall'aridità del suolo, duro, difficile, assolato, inondato da una luce abbagliante che questi monasteri e piccole chiese, spesso di pietra chiara, rilucono e conservano nell'oscurità del loro ventre, intatta, per poi restituirla come luce mistica. L'altro tema è il popolo e la sua identità; gli armeni, con i loro volti gioiosi e tristi, gravi e carichi di senso, un senso millenario, il senso di una genealogia che li ha resi saldi di fronte alle traversie, alla povertà e alle persecuzioni. Molti se ne sono andati formando una delle più importanti diaspore che la storia del mondo ha conosciuto, molti sono rimasti e altri sono tornati in questo nuovo Paese libero e finalmente indipendente, fieri e consapevoli del loro essere armeni, che neanche il "Grande Male", il genocidio del 1915, è riuscito a estinguere.

Andrea Ulivi (Firenze, 1960), fotografo, editore e docente, insegna Fondamenti di editoria e Tecniche redazionali presso la Scuola di Editoria di Firenze ed è stato docente incaricato di Fotografia, cinema e televisione presso la Facoltà di Architettura di Siracusa. Nel 1998 fonda a Firenze la casa editrice Edizioni della Meridiana. In campo fotografico ha realizzato varie mostre personali tra cui «Zona Tarkovskij», «San Miniato. Una porta di speranza», «Luce armena», «Della mia dolce Armenia», oltre ai volumi Nel bianco giorno, Luce armena, Il verde e la roccia, Eye Flow, Tracce di vita nel silenzio. L'antico carcere delle Murate di Firenze, con Marcello Fara, e, con i testi di Lorenzo Bertolani, La speranza è la certezza. Ha esposto le sue opere fotografiche in Italia, Armenia, Europa, Stati Uniti. E' curatore per l'Italia degli scritti del regista Andrej Tarkovskij facendo parte dell'omonimo Istituto. E' fotografo di scena per la Compagnia Versiliadanza e per il Teatro Cantiere Florida di Firenze. Ha scritto saggi di fotografia, letteratura e cinema. (Comunicato stampa)

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L'Olocausto Armeno - Breve storia di un massacro dimenticato
di Alberto Rosselli, ed. Solfanelli
Recensione libro


Un uomo, una storia. La Ville en haut de la Colline, di J.J. Varoujean
di Daniela Baldassarra, ed. Prospettiva
Recensione libro




Opera di Arman nella mostra La memoria degli oggetti alla MAAB Gallery di Milano Arman: "La memoria degli oggetti"
termina il 15 marzo 2019
MAAB Gallery - Milano
www.artemaab.com

Una selezione di importanti opere storiche di Arman, dagli anni Sessanta ai Settanta, mostra come il percorso di uno degli artisti più significativi non solo del Nouveau Realisme ma di tutto il XX secolo, abbia attraversato la sfera del quotidiano dandogli la forma dell'assemblaggio, dell'accumulo dei frammenti o della de-costruzione, sollevando nello spettatore un nuovo senso critico sulle cose e sul mondo. E' dal Boom consumistico e tecnologico degli anni Sessanta che Arman si concentra su un'idea dell'oggetto insieme repulsiva e seducente, la cui proliferazione, anche in termini di scarti e rifiuti, è evidente in opere quali Accumulation Renault (1969), Colere de Television (1976), Striptease (1963) e Petit Aleph (1978). Nell'accumulazione numerica l'oggetto perde la sua funzione e diventa forma e colore, passando da massa produttiva a massa estetica. Memore delle visite alle fiere tecnologiche in compagnia del padre, Arman si concede da artista una vivisezione della tecnologia che ne scopre i meccanismi e procedure.

Così lo sguardo di Arman si posa indifferentemente sia sugli oggetti tecnologici, sia su oggetti che già negli anni Sessanta apparivano come macchine primitive, come vecchi lucchetti arrugginiti (Portrait de Famille, 1965), asce o rocchetti di filo. Sono gli strumenti musicali che nell'opera di Arman, consumato melomane, subiscono il maggior numero di variazioni di trattamento, non soltanto assemblati, ma anche bruciati, sezionati, esplosi, inclusi nel cemento o nella plastica. Quantuor (1969) e Free Jazz (1971) rappresentano questo poliedrico passaggio degli strumenti attraverso le manipolazioni dell'arte. La prospettiva di Arman sul tempo della tecnica associato al tempo dell'umano e ai suoi strumenti, anche quelli ludici come i violini o le palline da ping-pong di Sans Titre (1966), acquista quindi oggi una particolare rilevanza in un momento storico in cui l'aggiornamento tecnologico s'è fatto sempre più instancabile e immediato, facendo assumere all'opera di Arman anche il valore di una profonda considerazione sul tempo e sull'identità umana in relazione ai suoi prodotti. La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese) con testo critico di Gianluca Ranzi. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Iacopo Pesenti Opera di Luisa Turuani Opera di Jaco Caputo Jaco Caputo, Iacopo Pesenti e Luisa Turuani
"Sono appena morto"


12 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 30 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Le porte della primavera così come quelle della galleria Cortina si aprono ad una collettiva - a cura di Mafalda Cortina - che ospita tre giovani artisti formatisi a Brera. Jaco Caputo, Iacopo Pesenti e Luisa Turuani si legano umanamente e artisticamente negli anni d'accademia, in una condivisa e fertile penombra. Affiatamento, stima e la medesima fede in un'arte autentica sono il collante di questo trio di compagni e amici, nel reciproco gioco dei loro differenti sguardi. Nello schiudersi di prospettive divergenti che si sfiorano senza mai confondersi, essi propugnano ognuno la propria poetica e la sua validità nell'atto artistico. Il titolo scelto dai tre autori per questa mostra, "Sono appena morto", potrebbe forse evocare una vita possibile oltre l'opera d'arte. Il prodotto artistico è sacrificato, avendo fine nel suo sbocciare per incarnarsi nell'emblema sospeso tra il fisico e l'etereo di un processo creativo ormai compiuto. Esso nasce e cresce tra le mani del suo creatore, che già guarda sfiorire il frutto del suo parto. L'inaugurazione, infine, si permette di onorare tale reliquia attorniata dai suoi cari spettatori che, celebrandone le spoglie, la rendono immortale.

Jaco Caputo ci rende partecipi di un'escursione pittorica in cui ogni opera rappresenta un nuovo territorio che le orme del colore hanno conquistato. Sdoganato dalle forme classiche del telaio, ogni pezzo trova e conquista tumultuosamente i suoi propri confini. In questi è il governo di una gestualità volubile, che ora ora si espande ora si rapprende, in un complesso contrasto di implosioni ed esplosioni cromatiche. Iacopo Pesenti, accostandosi in maniera forse più tradizionale alla materia pittorica, tenta di schiudere l'invisibile uscio dei propri supporti. Le sue tele mostrano i confini di queste aperture, rivolte a mondi di idee vergini sospese in uno spazio silenzioso. Monocromatiche campiture, infinite e desertiche, ospitano le minuziose raffigurazioni di oggetti incogniti; tridimensionali presenze insinuate in uno spazio privo di coordinate, come idee primigenie e pellegrine, centri di un desertico universo. Luisa Turuani, attraverso un approccio che si discosta completamente dai classici formalismi della scultura, si fa portavoce del soffio vitale nascosto degli oggetti più comuni. Ella anima, dà vita e mostra la caduta delle inerti creature del viver quotidiano. Senza scetticismi, interpreta e restituisce le emozioni delle "cose", resuscitate, così, da quell'anima ironica e caduca che solo l'installazione sa restituire. (Comunicato stampa)

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Carola Mazot: "L'incanto dell'emozione"
19 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 09 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione




Opera di Dan Flavin Dan Flavin
20 febbraio - 28 giugno 2019
Galleria Cardi - Milano
www.cardigallery.com

Mostra personale del leggendario artista minimalista americano Dan Flavin (1933-1996). La mostra è organizzata in collaborazione con l'Estate di Dan Flavin ed è accompagnata da un catalogo illustrato che include un saggio dello stimato critico d'arte italiano Germano Celant. L'artista americano è riconosciuto a livello internazionale per le sue installazioni e opere scultoree realizzate esclusivamente con lampade fluorescenti disponibili in commercio. La mostra presenterà quattordici opere luminose dalla fine degli anni '60 agli anni '90 che mostrano l'evoluzione di oltre quattro decenni delle ricerche dell'artista sulle nozioni di colore, luce e spazio scultoreo. Nell'estate del 1961, mentre lavorava come guardia presso l'American Museum of Natural History di New York, Flavin iniziò a realizzare schizzi per sculture che incorporavano luci elettriche. Più tardi quell'anno, tradusse i suoi schizzi in assemblaggi, che chiamò "icone", che accostavano le luci a costruzioni di Masonite dipinte di un colore solo.

Nel 1963, rimosse completamente il supporto rettangolare e iniziò a lavorare con le sue lampade fluorescenti. Nel 1968, Flavin espanse le sue sculture ad ambienti grandi come una camera e riempì un'intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, Kassel (1968). Flavin negava sempre con enfasi che le sue installazioni scultoree di luce avessero alcun tipo di dimensione trascendente, simbolica o sublime, affermando: "E' quello che è e non è nient'altro". Sosteneva che le sue opere fossero semplicemente luce fluorescente che rispondeva a uno specifico ambiente architettonico. Usando la luce come mezzo, Flavin è stato in grado di ridefinire il modo in cui percepiamo lo spazio pittorico e scultoreo.

Daniel Flavin (1933) ha studiato arte attraverso il Programma di estensione dell'Università del Maryland in Corea. Al suo ritorno a New York nel 1956, ha brevemente frequentato la Scuola di Belle Arti Hans Hofmann e ha studiato storia dell'arte presso la New School for Social Research. Nel 1959, ha frequentato corsi di disegno e pittura presso la Columbia University; quell'anno, iniziò a creare assemblaggi e collage oltre che dipinti che indicavano il suo primo interesse per l'espressionismo astratto. Nel 1961, ha presentato la sua prima mostra personale di collage e acquerelli alla Judson Gallery di New York. Dopo questa mostra l'artista inizia a produrre quello che diventerà un corpo di lavoro singolarmente coerente e prodigioso che ha utilizzato esclusivamente lampade fluorescenti disponibili in commercio per creare installazioni di luce e colore con composizioni sistematiche. Le principali retrospettive del lavoro di Flavin sono state organizzate dalla National Gallery of Canada di Ottawa (1969), St. Louis Art Museum (1973), Kunsthalle Basel (1975) e Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1989). Ha anche eseguito molte commissioni per lavori pubblici. Sia il Deutsche Guggenheim di Berlino nel 1999 che la Dia Foundation for the Arts nel 2004 hanno montato importanti retrospettive postume del lavoro dell'artista. (Comunicato stampa)




Opera di Altedo Guizzaro Altedo Guizzaro
termina il 21 marzo 2019
MUSAP Museo degli Artisti Polesani (Cittadella della Cultura) - Lendinara (Rovigo)

L'esposizione, ideata e curata dal Dott. Guido Signorini critico e storico dell'arte, direttore del MUSAP, presenta una selezione di opere dell'artista eseguite nel periodo che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta del secolo scorso. I lavori di Altedo Guizzaro (Monselice, 1925 - Rovigo, 2010), densi di colori caldi, sono un inno alla pace e alla solidarietà umana. Combattente partigiano nel periodo della Resistenza, ha dipinto con passione per oltre cinquant'anni. Sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)





Kenjiro Azuma - Mu - scultura in gesso cm.93x65x5 1962 circa Nobuya Abe - Senza titolo - tecnica mista su tavola cm.25x50 1961 Ne-Wo-Orosu | Mettere radici
28 febbraio (inaugurazione ore 18-21) - 29 marzo 2019
RBfineart - Milano
www.rbfineart.it

Il legame che gli artisti provenienti dal Giappone hanno avuto, e ancor oggi hanno con l'Italia, ha radici profonde. I primi contatti Italia-Giappone si ebbero nel 1866 e i primi artisti giunsero nel nostro paese agli inizi del '900. Nel dopoguerra molti di loro approdarono come giovani studenti per poi trascorrere tutta la loro vita in Italia. A Milano incontrarono i grandi maestri, alcuni dei quali docenti dell'Accademia di Brera come Marino Marini e Francesco Messina, si confrontarono prima con l'arte antica, poi con l'arte contemporanea e con le nuove avanguardie, divennero amici di quelli che erano già considerati dei maestri come Lucio Fontana, ebbero dunque la possibilità di esporre nelle gallerie più importanti dell'epoca come la galleria del Naviglio, galleria Minima e galleria Pagani del Grattacielo.

Nonostante le forti influenze artistiche europee riuscirono a trovare la loro personale cifra stilistica, mantenendo sempre saldo il forte legame con la cultura di provenienza. La mostra vuole essere un omaggio all'arte giapponese in Italia. Tutte le opere esposte sono espressione perfetta del connubio oriente-occidente. Sono differenti i linguaggi, le tecniche e i periodi, sono gesti che portano l'essenzialità del pensiero zen e della conoscenza dell'arte occidentale, espressioni delle contaminazioni culturali ed estetiche messe in atto dagli artisti. In esposizione opere di artisti storici come Kengiro Azuma, Nobuya Abe,  Nobuo Sekine, Hsiao Yamagata, Shu Takahashi a confronto con artisti contemporanei come Haruka Fujita, Oki Izumi, Takeshi Shikama che ancora oggi vivono o lavorano in Italia. (Comunicato stampa)




Ilario Mutti - giocando - bronzo, 2009 Ilario Mutti
"Infinite varie inusitate posture"


termina il 28 febbraio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

[Mostra a cura di Arianna Sartori con il patrocinio del Comune di Mantova, Comune di Rezzato e Comune di Calvisano] - «Da Calvisano a Rezzato in un ideale, breve, segmento da Sud a Nord si traccia il percorso di vita di Ilario Mutti, fermandosi a Brescia negli anni di studio al Foppa. Una Brescianità, quindi, sostanziata da quel sempre citato, e non ancora sufficientemente compreso, mondo contadino: emblema di solidità e scrigno di valori. Scampolo di terra che regala al giovane Ilario maestri d'importanza quali Cottini e Zuppelli. Se questa è la geografia anagrafica, ben più ampio è il respiro d'arte di questo affermato scultore che, di quando in quando, indugia pure nella grafica ma non per farne bozzetti, bensì per sperimentare altra forma d'espressione. Credo che il mondo e la sua vita, somma delle vite di ciascuno, procedano per armonizzazione, ricomposizione degli opposti ed anche rincontro con Mutti e la sua arte lo confermino. Lui bonario, perfino fisicamente incline alla mitezza, colloquiale e le sue sculture invece prorompenti, forti, caratterialmente tanto decise da fuggire indulgenze di leziosità.

Di sé dice: -Tuffo le mani nella terra, mi scotto le dita con la cera...-, perché modella la cera prima della fusione in bronzo ed impasta creta per il cotto. Cera e terra per la plasticità, bronzo per il sempre, l'eternità sarebbe troppo. E' meticoloso e quando la cera, prima della colata bronzea non è perfetta, ripete ed aggiusta, perché i suoi pezzi devono essere unici: cavalli e donne, o meglio "il Cavallo" e "la Donna" perché l'intento riuscito è di giungere all'essenza. Dell'Animale Mutti celebra, come in un totem emblematico, la libertà, la fierezza, il movimento l'eleganza. I muscoli, possenti ma levigati, si manifestano come forze propulsive al balzo e t'aspetti davvero il miracolo della vitalità, grazie alla spinta degli arti posteriori, alla sicurezza di quelli anteriori... su alzati, via verso il cielo! Criniere come acconciature, code come intrecci, anatomie classicheggianti fanno di queste opere una coesione tra entità mitologiche, eroiche e verità; coniugazione di tradizione e modernità.

Della Donna Mutti è ammirato contemplatore. (...) Volti intensi e decisi, corpi eleganti che. ancora una volta; sembrano destinati al volteggio ed al volo perché Mutti vuole sculture in movimento, esseri vivi e non staticamente inanimati.C'è memoria in ciò che il nostro artista scolpisce, memoria dei grandi maestri, memoria delle personali esperienze. Non è questione di ricordo. Questo sarebbe solo ripetere nostalgicamente. La memoria, invece, è processo di rielaborazione culturale, di assimilazione personale fino a giungere a quella sua calligrafia stilistica, unica dote in grado di garantire il sapore dell'arte. Da qui si generano le figure di DonnaCavallo. Non di metà donna e metà cavallo. Già visto nella fantasia dei miti. Mutti dilata la massa dell'una e dell'altro perché diventino un unicum a sé, il sogno all'impossibile. L'artista fin lì sa spingersi e portarci per mano nell'incredibile, affinché divenga creduto». (Pensiero e forma - di Agostino Garda)

«(...) Pure rispettando rigorosamente l'anatomia dei modelli, rappresentati principalmente dalla figura muliebre e da scene equine, che assieme costituiscono dei veri ed impegnativi banchi di prova per ogni scultore. Mutti agendo con perfetta arte supportata dalla grande abilità esecutiva, realizza combinazioni ed accostamenti di figure che alla fine sembrano estratte dal cilindro magico di un prestigiatore. Nella realtà sia operando nei piani alti dell'arte correndo su di un filo posto ai confini delle leggi fisiche, della realtà e della logica portando le sue opere quasi al di sopra della verità materiale. (...)». (Riflessioni sull'arte di Ilario Mutti - di Ottavio Borghi, 2017)

«Ilario Mutti, persona generosa e sempre disponibile, quando agisce artisticamente trasferisce nelle sue opere la sua indole, che tutto e tutti rispetta nella loro unicità ed espressività. Le infinite, varie e inusitate posture dei suoi soggetti, che attirano, stupiscono, interrogano e suscitano concordi consensi per la perizia tecnica e la vis creativa, secondo la nostra lettura sono metafora dell'umanità, che nelle singole e irripetibili sue manifestazioni, sia somatiche che emotive, sempre richiama l'uomo. Pertanto, se i cavalli di Ilario Mutti, comunque si propongano, rimandano sempre al concetto di cavallo, così ogni uomo (simbolizzato nel cavallo), comunque lo si localizzi nel tempo e nello spazio, e comunque si esprima, sempre è da ricondurre al concetto astratto di uomo, al di là del messaggio particolare che ogni singola opera fissa e trasmette. Inoltre, se il cavallo/uomo di Ilario Mutti dice della fatica del vivere, delle difficoltà dei rapporti sociali, della tensione costante per tendere alla realizzazione responsabile di sé, la figura femminile - altro soggetto privilegiato - è l'alter ego che completa l'uomo, equilibra le sue ansie, lo conforta, gli dà amore, e accoglie nel grembo il suo seme fecondatore, che genera la vita. (...)

Quando l'espressione artistica di Ilario Mutti supera gli spazi predisposti per le esposizioni, si aprono le piazze: qui, sparsi per tanta parte della terra bresciana, troneggiano i suoi monumenti, che contagiano generosità o suggeriscono una preghiera in ossequio alla nostra tradizione religiosa. (...) In sintesi, la produzione di Ilario Mutti, che è di grande spessore - e che non fa riferimenti a nessuno, perché l'artista non è allineato a correnti - è il risultato di doti naturali, educate con studi classici e confermate con continue e costanti sperimentazioni, e sorrette da profondo pathos individuale. Si esprime in scultura con opere in marmo di Carrara o fuse in bronzo, secondo procedimenti a cera persa, e con terrecotte trattate secondo tecnica semire, presentate grezze o patinate; si esprime altresì nella grafica, e sempre con comunicazioni che raccontano lo sforzo di superare il disorientamento della Contemporaneità, per tendere a costruire valori personali e acquisire sicurezze con cui progredire e crescere in umanità. Infatti, l'artista Ilario Mutti, convinto che il bello può migliorare il mondo, ce lo offre, e non solo per goderne esteticamente, ma anche per riflettere e ambire ad armonia interiore da diffondere». (Prof.ssa Marta Mai, 2018)




Opera di Dario Brevi Dario Brevi: "cArte a pArte"
termina il 15 marzo 2019
Showcases Gallery - Varese
fcstudiodiarchitettura.blogspot.it

Dario Brevi, esponente del Nuovo Futurismo, inizia la sua carriera artistica negli anni Ottanta, gravitando intorno a Luciano Inga Pin, importante gallerista milanese che ha seguito per anni le neoavanguardie. La sua è una carriera artistica che lo ha visto esporre in numerose gallerie, italiane ed estere, e definire negli anni un linguaggio artistico originale in cui la naturalità di materie prime come il legno (MDF per la precisione) si fonde con artificialità del colore. La sua espressività originale ed ironica di articola intorno ad un'idea di progettazione dell'opera d'arte organica, in cui la scultura e la pittura sono collegate e si fondono in un unico linguaggio. Le sue "sculture da parete" si sviluppano attraverso forme morbide e dinamiche, sono modellate in un gioco complesso di pieni e vuoti, ma non si ergono con alti spessori dalla parete, quasi esaltate nella loro valenze pittorica fatta di colori decisi e squillanti. Allo stesso modo il suo colore prende forma e tridimensionalità, organizzandosi nella composizione e traendo forza dal contrasto con i vuoti e dai profili marcati.

Le sue "pitto-sculture" che prendono ispirazione dai simboli di cui ne evocano il mondo, e non dalle idee, sono ironiche e riescono a coinvolgere lo sguardo dello spettatore in un vortice dinamico. La ricerca artistica condotta negli anni ha confermato Dario Brevi come un artista raffinato che ama curare i dettagli espressivi delle sue opere con una straordinaria attenzione ai materiali. Nella sua lunga e importante carriera ha saputo trasformare l'immagine in struttura e giungere alla semplificazione della forma e all'essenzialità del tratto. E' proprio di tratto di "traccia" e superficie, di essenzialità e di colore parlano una serie di lavori che Dario Brevi presenta in galleria Showcases (a cura di Franco Crugnola). Sono opere di medio formato realizzate su carta con "tratti" minutissimi a pastello in cui il colore leggero sembra "danzare" sulla superficie. Emblematiche della sua espressività artistica, del suo trattare il tema del confine tra colore e superficie sono un esempio di eleganza e ritmo. (Palmira Rigamonti)

Dario Brevi (Limbiate - Milano, 1955) si è diplomato nel 1973 al liceo artistico di Brera e si è laureato in Architettura nel 1978 al Politecnico di Milano. Ha fatto parte, negli anni 80, del movimento artistico "Nuovo Futurismo", formatosi presso la galleria Diagramma/Luciano Inga-Pin di Milano e teorizzato dal critico bolognese Renato Barilli. Movimento caratterizzato per un ritorno deciso al "fare arte", cioè, in contrasto con le premesse dell'arte concettuale, a una idea dell'arte che punti alla realizzazione di "oggetti artistici" utilizzando particolarmente materiali di derivazione industriale. Per Brevi il materiale di elezione è il medium-density, utilizzato nell'industria del mobile, con il quale realizza opere tridimensionali giocate con ironia tra pittura e scultura in linea con la tendenza alla contaminazione di immagini presente nella realtà dei mass-media.

Nascono così dalle complesse sovrapposizioni di strati lignei e colori, forme e immagini di una memoria storica. Le immagini di Brevi "futuristicamente" sviluppano un vorticoso movimento in un concetto di "eterno ritorno" e sfruttano precari equilibri di pieni e vuoti, di luci ed ombre, nel perenne bilanciamento di contemplazione e di forza vitale. Ha tenuto mostre personali e collettive in Italia ed all'estero in gallerie private, spazi pubblici e musei. Del suo lavoro si sono occupati numerosi critici d'arte con saggi e scritti pubblicati sui maggiori quotidiani e periodici di settore e non, italiani e stranieri. I suoi lavori sono collocati nei più importanti musei e gallerie internazionali. (Comunicato stampa)




Opera di Roger Welch nella mostra alla Galleria Opere Scelte di Torino Roger Welch
termina il 16 marzo 2019
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Spaziando dalle video installazioni alla fotografia, dalle opere su carta alle sculture, la ricerca di Roger Welch è stata sin dagli inizi, dagli anni '70, improntata all'arte concettuale e alla performance, e i temi dell'identità e della memoria sono costanti e fondamentali per l'approccio al suo lavoro. Welch è un pioniere della Video Art, della Multi-Media Installation e della Conceptual Narrative Art anche conosciuta come Story Art. Nel 1970 divenne noto per una serie di lavori fotografici di famiglia e mappe della memoria derivate dai ricordi di persone anziane - attraverso video-installazioni Welch è riuscito a ricostruire il passato dei personaggi coinvolti, documentando gli eventi e materializzando i ricordi. Nell'ambito della sua ricerca sul tempo, la mostra propone il lavoro Edgar Allan Poe's Home che comprende una serie di acquerelli e il video omonimo che presenta la casa del celebre scrittore, ubicata a New York, nel Bronx, all'angolo tra Grand Concourse e Kingsbridge Road.

Il video è una ripresa fissa nell'arco di tempo di 24 ore, pratica ricorrente in molti lavori di Welch, e l'immagine è speculare, ovvero una linea morbida orizzontale sembra far da specchio creando un panorama continuo che si rivolge ai limiti geografici del tempo. Il video inizia e termina con le luci notturne e per tutta la durata si percepisce il trascorrere delle ore grazie al sottofondo dei rumori della città e del respiro dell'artista, al di là della videocamera. Sempre legata al tempo e alla memoria, la serie di acquerelli in mostra rappresenta un rendering fedele delle tappezzerie del 1800 presenti nell'abitazione. Questi motivi floreali si connettono ai ricordi dell'artista e della sua famiglia che nell'arco di circa 100 anni, per tre generazioni, ha posseduto un negozio che vendeva appunto colori e carte da parati. Così, come nei suoi primi lavori quindi la memoria e la sua storia personale sono fonte di ispirazione e si fondono nella sua ricerca. Oltre a questo Welch è un grande ammiratore di Edgar Allan Poe, in particolare dei suoi racconti sulle esperienze di pre-morte e sui suoi studi del cosmo. La tipica narrazione per immagini in mostra è tanto forte in video quanto negli acquerelli e i due media si completano a vicenda grazie a un gioco di rimandi che l'artista ha pensato proprio per l'esposizione torinese. (Comunicato stampa)




Flicks - Video gallery on line Flicks
Fondazione Alberto Peruzzo
www.fondazionealbertoperuzzo.it

Video gallery online a cura di Valentina Tanni che trasforma il sito web della Fondazione in uno spazio espositivo temporaneo ospitando, a rotazione, lavori inediti commissionati per l'occasione ad artisti italiani e internazionali. I video, collocati in un'ampia area - la principale - dell'home page, accoglieranno il visitatore della pagina offrendo suggestioni in un luogo normalmente destinato alla veicolazione di semplici informazioni. Il sito web si trasforma così in una vera e propria architettura virtuale, incorniciando e accogliendo le sperimentazioni portate avanti dagli artisti nel settore dell'immagine in movimento. Con 'flicks' - letteralmente colpi, scatti, movimenti veloci - gli anglosassoni si riferiscono in maniera colloquiale al mondo del cinema e ai film. Nel progetto curato da Valentina Tanni per la Fondazione Alberto Peruzzo Flicks diventa una serie di opere d'arte in formato video da fruire online: sequenze brevi e intense, pensate per catturare l'attenzione di uno spettatore impegnato nella navigazione quotidiana attraverso un universo informativo magmatico e ipertrofico.

Il primo video, online dal 25 gennaio prossimo, è Everyday is my birthday commissionato all'artista giapponese Kensuke Koike. Il video - e in generale l'opera di Koike - sono coerenti con uno dei filoni di intervento della Fondazione stessa, essendo una riscoperta e una riformulazione, in chiave digitale e contemporanea, di qualcosa di tradizionale: la fotografia stampata. Attraverso l'arte moderna e contemporanea, la Fondazione infatti riscopre palazzi storici, come nel caso della mostra Guernica. Icona di Pace, reinterpreta come con alcune statue del Museo Pushkin di Mosca e la mostra di Fabrizio Plessi The Soul of Stone, e sta restaurando una chiesa dell'anno Mille che valorizzerà con l'arte contemporanea.

Kensuke Koike (Nagoya - Giappone, 1980), principalmente attraverso i mezzi del collage, del foto-collage, dell'installazione e della scultura, nella sua pratica artistica compie un'operazione di trasformazione degli oggetti e delle immagini capace di svelarne gli aspetti più inediti portando su di essi uno sguardo nuovo, facendo incontrare analogico e digitale. La sua ricerca si concentra sulle origini dell'immaginazione e sulle potenzialità della percezione umana. I suoi lavori sono stati esposti in gallerie e musei in tutto il mondo e può vantare diverse collaborazioni importanti. Tra le più recenti ricordiamo quella con la maison Gucci per la campagna di lancio della collezione autunno inverno 2018, e quella con l'artista e collezionista francese Thomas Sauvin, con cui Koike ha realizzato 3 libri d'artista. (Comunicato stampa)




Martin Creed - Work No. 3067 - 2018 Change Connect Continue
Martin Creed, Giorgio Griffa and Tatsuo Miyajima


25 January 2019 - 23 March 2019
Galleria Lorcan O'Neill - Roma
www.lorcanoneill.com

Martin Creed, Giorgio Griffa and Tatsuo Miyajima are artists whose work explores ideas of chance and order, of the apparent chaos of life and man's efforts to make sense of it. Looking at time, space and infinity, the works in this exhibition search for order while at the same time they accept fate and serendipity. Profoundly influenced by Buddhist philosophy, Japanese artist Tatsuo Miyajima (b. 1957) uses LED counters, set at differing speeds and never showing a zero, to make installations that express the interconnectivity of everything. The Italian painter Giorgio Griffa (b.1936) believes that the rhythms of the universe - he includes those of music, poetry and mathematics - are cornerstones of his practice as a painter.

In using these rhythms he accepts the inspiration of the moment, the blurring of colours, the draw of the brush, the incidental fold of the canvas - which for him are metaphors that contain a powerful fusion with reality. A great musician (as well as a self-professed algebra lover) Martin Creed (b. 1968) often makes work using a compositional rule as an attempt to create order. His paintings and sculptures employ principles of organization - such as arranging shapes or objects by typology, colour, or size - in an effort to give structure to the chaos of life. Rhythm, repetition, and incremental changes, all play an essential role in Creed's work as an artist and as a performer. (Press release)




Maurizio Bottoni - Tucano - tempera all'uovo su pergamena Carolina Magnin - Aeropostale Francis Marrero - Love circle design - cm.90x90 Heaven and Earth
termina il 23 febbraio 2019
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it

Mostra con tante nuove proposte di artisti italiani ed internazionali. Un affascinante tucano, dipinto su pergamena, opera del maestro della pittura Maurizio Bottoni. Reduce da un'importante mostra personale alla Triennale di Milano, l'architetto e artista Giulio Ceppi presenta alcuni dei suoi collage, dedicati a Caravaggio. Poetici quadri astratti della serie Heaven, realizzati dal pittore cinese Sun Guangyi, arricchiscono la mostra con una nota spirituale e contemplativa. L'artista argentina Carolina Magnin presenta alcune opere della serie Aeropostale, ispirate da vecchie cartoline di viaggio. Dalle Canarie arrivano le coloratissime opere di Francis Marrero, che per l'occasione, ha anche realizzato dei raffinati foulard, che riproducono alcune sue opere. In mostra anche le foto dal sapore onirico dell'artista persiano Majid Modir, che sovrappone immagini di paesaggi ed oggetti. Livio Ninni, giovane artista torinese, presenta alcuni paesaggi urbani, tra fotografia e Street art. (Comunicato stampa)




Giorgio Vasari- Cristo Portacroce Vasari per Bindo Altoviti. Il Cristo portacroce
termina il 30 giugno 2019
Galleria Corsini - Roma
www.barberinicorsini.org

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano per la prima volta, nella sede di Galleria Corsini a Roma, un capolavoro recentemente riscoperto di Giorgio Vasari: il Cristo Portacroce, realizzato per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti nel 1553. Il dipinto costituisce uno dei vertici della produzione dell'artista aretino e uno degli ultimi dipinti realizzati a Roma prima della sua partenza per Firenze. Il ritrovamento si deve a Carlo Falciani, esperto studioso di pittura vasariana, che lo ha riconosciuto nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze, indicandone la data e il nome del prestigioso destinatario.

Il dipinto testimonia un momento assai importante dell'attività romana di Vasari, allora al servizio di papa Giulio III e della sua cerchia. Riportata nel suo contesto, l'opera si rivela un caso esemplare per capire le pratiche di lavoro di Giorgio Vasari e i caratteri peculiari della sua fortunatissima 'maniera'. In occasione della mostra è previsto un ciclo di conferenze sull'opera esposta e la figura dell'artista. Sarà inoltre pubblicato un catalogo (editore Officina Libraria) a cura di Barbara Agosti e Carlo Falciani. La mostra e il catalogo sono stati realizzati grazie alla collaborazione e al supporto della Benappi Fine Art. Il dipinto è stato restaurato presso lo studio "Daniele Rossi" di Firenze.

"Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d'oro". Con queste parole, il celebre pittore aretino Giorgio Vasari segnala nelle sue Ricordanze la realizzazione di un Cristo portacroce per l'importante banchiere fiorentino Bindo Altoviti. Il dipinto, passato nel Seicento nelle collezioni Savoia, era da tempo considerato perduto, finché non è stato identificato con questa tavola recentemente comparsa ad un'asta ad Hartford (Usa). Un recupero straordinario che, grazie alla generosità dei proprietari, è oggi possibile esporre per la prima volta al pubblico.

Bindo Altoviti (1491-1556) è il prototipo dell'uomo di corte rinascimentale, dedito alle arti non meno che agli affari. Stimato da Michelangelo, che gli regalò uno dei cartoni della volta della Sistina, venne ritratto da Raffaello, Benvenuto Cellini, Francesco Salviati e Jacopino del Conte. Il suo celebre palazzo romano presso ponte Sant'Angelo, nella roccaforte del commercio bancario dell'Urbe, era «riccamente ornato di anticaglie e altre belle cose», tra cui le decorazioni ad affresco eseguite da Giorgio Vasari. Fiero sostenitore della fazione antimedicea, venne condannato in contumacia da Cosimo I e morì a Roma nel 1556.

Tra gli artisti legati a Bindo Altoviti, un posto d'onore spetta certamente a Giorgio Vasari. Le fonti ricordano infatti numerose opere a lui commissionate, a partire dalla celebre pala dell'Immacolata Concezione della chiesa di Ognissanti a Firenze (1540-1541) fino a questo straordinario Cristo portacroce del 1553. In quell'anno Vasari era a Roma ospite proprio del «cordialissimo messer Bindo», nella cui residenza romana affrescò anche la loggia con il Trionfo di Cerere, unica decorazione sopravvissuta alla distruzione del palazzo nel 1888 e dal 1929 ricollocata nel Museo di Palazzo Venezia. Si tratta delle ultime opere realizzate dal pittore a Roma, prima di tornare a Firenze per entrare al servizio dell'acerrimo nemico di Bindo Altoviti, Cosimo I de' Medici. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova
inaugurazione il 26 gennaio 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

A cura di Arianna Sartori, presso la sua Galleria, viene istituito il nuovo spazio espositivo culturale, denominato "Parete Sartori", si tratta di uno spazio che verrà utilizzato prevalentemente per promuovere la conoscenza dell'arte grafica, con esposizione di opere d'arte antica, moderna e contemporanea. Il primo appuntamento è con la presentazione di una rarissima stampa di interesse "Mantovano-Virgiliano". Si tratta di un'incisione titolata "Topografia della Nuova Virgiliana presso Mantova", che rappresenta il progetto inventato da Paolo Pozzo, disegnato da Luigi Zanni, e inciso da Francesco Rosaspina. La stampa realizzata durante la dominazione francese può essere datata intorno al 1801 c.

Il foglio che misura nella parte incisa, mm.410x650, porta sulla carta, a sinistra la legenda degli undici luoghi rappresentati: 1 - Monumento eretto in memoria del luogo Natale di Virgilio. 2 - Vestibolo d'ingresso. 3 - Sepolcro di Didone. 4 - Capanne pastorali. 5 - Sepolcro di Ocno Bianore. 6 - Tempio di Apollo. 7 - Antro della Sibilla Cumana. 8 - Ruine di Troja. 9 - Aspetto di Mantova in lontananza. 10 - Passo di Caronte. 11 - Campi Elisi. Sulla carta, a destra i due tipi di misure utilizzate per la pianta. (Comunicato stampa)




Masahisa Fukase - A Game - 1983 Masahisa Fukase: Private Scenes
termina il 31 marzo 2019
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Prima mostra retrospettiva italiana dedicata al fotografo giapponese, a cura di Foam Fotografiemuseum di Amsterdam in collaborazione con Tomio Kosuga, direttore di Masahisa Fukase Archives. L'opera di Masahisa Fukase (Hokkaido, 1934-2012) è rimasta in gran parte inaccessibile per oltre vent'anni, in seguito a una tragica caduta che lo aveva lasciato con gravi danni cerebrali permanenti. Dopo la sua morte, gli archivi furono gradualmente aperti, rivelando un ampio materiale che non era mai stato mostrato prima. In questa ampia retrospettiva presentata in autunno al Foam di Amsterdam sono esposte stampe originali dagli archivi di Masahisa Fukase a Tokyo, oltre al suo corpus di lavori "Ravens" (corvi), importanti serie fotografiche, pubblicazioni e documenti che risalgono dagli anni '60 al 1992.

Fukase ha incorporato la sua lotta personale contro il senso della perdita e la depressione nel suo lavoro in modo sorprendentemente giocoso. I suoi soggetti sono personali e molto intimi: nel corso degli anni, la moglie Yoko, il padre morente e l'amato gatto Sasuke comparivano regolarmente in narrazioni visive talvolta comiche, talvolta sinistre. Verso la fine della sua vita, rivolgeva la macchina fotografica sempre più verso di sé. L'enorme numero di autoritratti - quasi dei proto selfie - testimonia il modo singolare, quasi ossessivo in cui l'artista si metteva in relazione con ciò che lo circondava e con sé stesso. Fukase ha lavorato quasi esclusivamente con delle serie fotografiche, alcune nate nel corso di diversi decenni. Divenne celebre per i suoi "Ravens" (i corvi) (1975-1985), un racconto visivo atmosferico e associativo concepito durante un viaggio nella sua nativa Hokkaido.

Il libro "Ravens" è stato pubblicato nel 1986 e considerato come il miglior libro fotografico degli ultimi 25 anni dal British Journal of Photography nel 2010. Gli stormi dei corvi, quasi un presagio del destino, erano una sorta di metafora del suo stato d'animo di Fukase per il suo matrimonio con Yoko che stava finendo. Meno noto è il fatto che Fukase ha fotografato i corvi anche a colori. Le rare polaroid della serie "Raven Scenes" (1985) sono esposte in Italia per la prima volta. La sopravvivenza e il dolore personale sono diventati temi ricorrenti in Fukase per lunghi anni.

Nella mostra "Kill the Pig" (1961), Fukase aveva presentato una riflessione insieme giocosa e macabra sull'amore, la vita e la morte. In "Memories of Father" (1971-1987) Fukase mostrava la vita, la decadenza e infine la morte di suo padre in un tenero omaggio e un commovente "memento mori". I ritratti familiari di famiglia (1971-1989), a volte divertenti e talvolta seri, per i quali l'artista ha ritratto la sua famiglia nello studio fotografico dei suoi genitori, anno dopo anno, formano un'eccezionale cronaca familiare. L' esasperata idiosincrasia, la sua non accettazione verso sé stesso, e la continua sperimentazione, culminano negli autoritratti e nelle scene di "Private Scenes" (1990-1991), "Hibi" (1990-1992) e "Berobero" (1991) che documentano il vagabondaggio di Fukase per le strade e la vita notturna di Tokyo.

Tre mesi prima della sua fatale caduta, le opere vennero esposte nella mostra "Private Scenes" (1992), insieme a "Bukubuku" (1991): una serie di autoritratti dell'artista nella vasca da bagno. Le stampe sono datate con il timbro digitale che Fukase aveva iniziato ad utilizzare negli ultimi anni della sua attività. Insieme queste opere costituiscono un diario che scandisce i giorni, i mesi e gli anni in cui Fukase ha vissuto, lavorato e giocato in totale isolamento. Come figlio maggiore, Fukase era destinato a prendere in gestione lo studio fotografico di famiglia, fondato dal nonno nel 1908. Continuò ad aiutare i genitori e a dirigere lo studio fino al suo trasferimento a Tokyo nel 1952 per studiare fotografia. La sua mostra "Kill the Pig" (1961) lo portò per la prima volta all'attenzione del pubblico. Nel 1964 tre anni dopo l'improvvisa partenza della prima moglie, sposò Yoko, il suo grande amore. Per dodici anni Yoko fu la sua principale fonte d'ispirazione.

Nel 1974 Fukase fondò la "Workshop Photography School" di Tokyo con noti fotografi giapponesi come Shomei Tomatsu, Eikoh Hosoe, Noriaki Yokosuka, Nobuyoshi Araki e Daido Moriyama. Il loro lavoro venne presentato nella mostra New Japanese Photography al MoMA (New York) nel 1974 introducendo per la prima volta una nuova generazione di fotografi giapponesi in Occidente. Nel 1976 il divorzio da Yoko segnò l'inizio della celebre serie "Ravens", ma anche della depressione e dell'alcolismo. Nel 1992 Fukase, intossicato, cadde dalle scale e rimase in coma per venti anni. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2012, il suo lavoro è stato reso gradualmente reso accessibile dagli archivi Masahisa Fukase, istituiti a Tokyo nel 2014. Il lavoro di Fukase è stato esposto in numerose istituzioni MoMA, il Victoria and Albert Museum, l'ICP, la Fondation Cartier pour l'Art Contemporain e la Tate Modern. Il suo lavoro è presente in collezioni pubbliche e private, tra cui Victoria and Albert Museum, Tate Modern, SFMoMA, Metropolitan Museum of Art, Getty Museum. (Comunicato stampa)

__ Presentazione di altre mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik __

Linee immaginarie
termina il 28 febbraio 2019
DoubleRoom arti visive - Trieste
Presentazione

1969. Olivetti formes et recherche
06 dicembre 2018 - 24 febbraio 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
Presentazione

Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione




Ottocento. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini
termina il 16 giugno 2019
Musei San Domenico - Forlì

"Una mostra - evidenzia il coordinatore, Gianfranco Brunelli - che vuole mettere un punto fermo sull'Ottocento italiano, dopo le centinaia di retrospettive che hanno indagato questo o quell'autore, questo o quell'aspetto, declinazione o sfaccettatura di quell'importante secolo". Più puntualmente, la scelta curatoriale (Fernando Mazzocca e Francesco Leone) ha voluto focalizzarsi sui sessant'anni fatidici che intecorrono tra l'Unità d'Italia e lo scoppio della Grande Guerra. "Si passa - dicono i curatori - dall'ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall'Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo presentando i capolavori, molti dei quali ancora da riscoprire, dei protagonisti di quei tormentati decenni". "Attraverso un immersivo viaggio nel tempo e nello spazio, ci vengono incontro capolavori di pittura e di scultura che segnano aspetti culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale. La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentono di ripercorrere le sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell'arte italiana nella seconda metà dell'Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra la tradizione e la modernità".

La mostra presenta, nella loro più importante produzione, pittori come Hayez, Induno, Molmenti, Pagliano, Faruffini, Cremona, Barabino, Bertini, Malatesta, Mussini, Maccari, Muzioli, Gamba, Gastaldi, Fontanesi, Grosso, Morelli, Costa, Fattori, Ussi, Signorini, Ciseri, Corcos, Michetti, Lojacono, Delleani, Mancini, Favretto, Michetti, Nono, Previati, Carcano, Longoni, Morbelli, Nomellini, Tito, Sartorio, Coleman, Cellini, Bargellini, De Carolis, De Nittis, Pellizza da Volpedo, Segantini, Boccioni, Balla; e scultori come Vela, Cecioni, Monteverde, Rosa, Tabacchi, Grandi, Gemito, Rutelli, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Bistolfi. Ma sarà anche la straordinaria occasione di far conoscere tanti altri artisti sorprendenti, oggi ingiustamente dimenticati.

"I due fuochi, iniziale e finale, Hayez e Segantini, tracciano certamente un confine simbolico, ribadisce Brunelli. Ma quel confine dice ad un tempo tutto il recupero della classicità e tutto il rinnovamento di un secolo. All'inizio e alla fine del secolo, entrambi sono pittori del rinnovamento dell'arte italiana. Se Hayez viene consacrato da Mazzini pittore della nazione, Segantini avrà da D'Annunzio, nella sua Ode in morte del pittore, analogo, alto riconoscimento". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Angelo Morbelli. Luci e colori
termina il 16 marzo 2019
Galleria Bottegantica - Milano
www.bottegantica.com

In occasione del centenario dalla morte dell'artista, una attenta monografica di Angelo Morbelli (Alessandria, 1853 - Milano, 1919), protagonista della pittura italiana del secondo Ottocento e del Divisionismo, in modo peculiare. L'esposizione, curata da Stefano Bosi e Enzo Savoia, presenta una selezione di opere fondamentali, alcune mai prima esposte, atte a documentare l'evoluzione del percorso artistico di Morbelli e le sue tematiche di elezione. "Nell'opera di Morbelli - affermano i Curatori - dimensione realistica e dimensione simbolica parallelamente coesistono. La minuziosa insistenza realistica, mentre ci immerge in una precisa realtà, la esaspera, fa sì che ci appaia in una diversa luce, che le toglie credibilità nella dimensione del reale, la immobilizza, la fissa in emblema".

Il realismo sociale, che egli interpreta con profonda sensibilità e capacità di analisi, si trasmuta in positività le volte in cui egli si approccia al variegato tema del paesaggio. I suoi paesaggi dominati dall'assenza di figure e di azione, dove l'emozione del pittore trova pieno appagamento nell'aprirsi, in religioso silenzio, alla natura, che è il regno delle cose che si rinnovano da sole, l'ente che possiede e dona la vita. Ne sono un esempio gli ariosi paesaggi dei ghiacciai valtellinesi o delle montagne piemontesi, le ampie vedute della marina ligure, gli scorci della laguna veneta, colti perlopiù al tramonto, e quelli assolati dell'amato giardino della residenza campestre a La Colma, presso Rosignano, sulle colline del Monferrato. Monti, mare, boschi sono cantati come lezione di vita vera e autentica, nei quali l'animo dell'artista sembra quietarsi. (...)

La mostra approfondisce anche, con il contributo di esperti nel settore, il tema della tecnica, specie quella divisionista, che lui ritiene essere la pittura del futuro: l'"l'affare dei puntini è per me - scrisse in una lettera del 1895 all'amico Virgilio Colombo - un esercizio pratico, come le scale del pianoforte. Il ridicolo cui i colleghi affettano schiacciare i puntini, mi assomiglia un po' quello dei padroni dei velieri contro i primi tentativi delle barche a vapore, parendo loro impossibile che un tubo potesse far tanto! La cosa è da noi prevista; ma non farà deviare un ette dal cammino prescelto chi ha la schiena forte! Intanto si vengono ad avere dei risultati maggiori: aria, luce, illusione dei piani e dei toni!". (Comunicato stampa Studio Esseci)




Carlo Andreasi - Passaggi di Stato, Italia-Slovenia - 2007 Linee immaginarie
termina il 28 febbraio 2019
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Mostra a cura di Massimo Premuda, a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, sul concetto di confine e frontiera, con opere di Carlo Andreasi, Lea-Sophie Lazic-Reuschel, Anja Medved, Otto Reuschel, Jan Sedmak, Elisa Vladilo e Pavel von Ferluh. L'esposizione rientra nel calendario di iniziative di riflessione e dibattito innescate nell'ambito del programma della 30° edizione del Trieste Film Festival, organizzato dall'associazione Alpe Adria Cinema, che quest'anno celebrerà proprio i 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino con una serie di eventi cinematografici, espositivi e di approfondimento, in calendario dal 18 al 25 gennaio 2019 in diverse location a Trieste.

La mostra si apre con due lavori sulla caduta dei controlli di confine fra Italia e Slovenia, avvenuta il 20 dicembre 2007, presentando un lavoro video della regista slovena Anja Medved che proprio quella notte ha predisposto un vero e proprio video-confessionale dentro una postazione di controllo sul confine fra Gorizia e Nova Gorica per raccogliere dalle persone accorse per festeggiare lo storico evento, i loro "peccati" legati alle vicende del confine mescolandoli a immagini d'archivio dei tempi della cortina di ferro, e "Passaggi di Stato" dell'artista triestino Carlo Andreasi, reportage fotografico che documenta le postazioni di controllo appena dismesse lungo tutto il confine fra Trieste e il Carso sloveno, in una serie di scatti notturni che raccontano di luoghi abbandonati ancora pieni di vissuto e memorie.

La rassegna prosegue con due lavori visionari che insistono sempre sul confine italo-sloveno con "Visto dalla terra di nessuno", una spettacolare veduta a volo d'uccello tutta da leggere di una nuova possibile, o impossibile, Trieste, divisa fra Trst e Trieste, di Pavel von Ferluh, che immagina i prossimi sviluppi di una città sempre però caratterizzata da un invalicabile confine. La mostra prosegue trattando altri due confini lontani. L'esposizione si chiude infine con la documentazione fotografica dello straordinario intervento di arte pubblica e Land Art "Stitching the Border" dell'artista triestina Elisa Vladilo che nel 2010 ha cucito fisicamente con picchetti e nastri dei suoi inconfondibili colori, il confine che separa l'Italia dalla Slovenia sul versante del Monte Sabotino, andando così a ricucire simbolicamente gli strappi della Storia. (Comunicato stampa)

Mostre su Trieste




Alberto Savinio - Tombeau d'un roi maure - 1929, olio su tela De Chirico e Savinio: Una mitologia moderna
16 marzo - 30 giugno 2019
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

I due fratelli hanno ripensato il mito, l'antico, la tradizione classica attraverso la modernità dell'avanguardia e della citazione, traslandoli e reinterpretandoli per tentare di rispondere ai grandi enigmi dell'uomo contemporaneo, dando vita a quella che Breton definì una vera e propria mitologia moderna. La mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma - presenta oltre centotrenta opere tra celebri dipinti e sorprendenti lavori grafici, in un percorso espositivo che, dalla nascita dell'avventura metafisica, si focalizza su un moderno ripensamento della mitologia e giunge alla ricchissima produzione per il teatro, documentata anche da preziosi costumi per l'opera lirica.

«Sono l'uno la spiegazione dell'altro» scriveva Jean Cocteau dei due fratelli de Chirico. Vicinissimi nei primi passi delle rispettive carriere, de Chirico e Savinio lavorano a stretto contatto nei primi anni parigini. André Breton definiva il loro lavoro "indissociabile nello spirito": le visioni concepite da Giorgio in quegli anni, trovano un corrispettivo letterario nella poetica del fratello; nonostante il merito sia stato storicamente attribuito al genio di de Chirico, ad oggi è ormai riconosciuto il ruolo rivestito da Savinio nell'elaborazione dell'estetica metafisica. L'esposizione - curata da Alice Ensabella, Università di Grenoble, e da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - si propone di ricostruire criticamente le fonti comuni dei fratelli de Chirico al fine di metterne in evidenza affinità, contrasti e interpretazioni del fantastico universo che prende forma nelle loro traduzioni pittoriche, letterarie e teatrali.

Giorgio (1888-1978) e Andrea (1891-1952) de Chirico nascono in Grecia. Figli di un milieu alto borghese e cosmopolita, ricevettero un'educazione solida ed internazionale, influenzata dal romanticismo e dal nichilismo tedeschi, dall'avanguardia parigina, dalla cultura classica mediterranea, greca certamente, ma anche profondamente italiana. Questo particolarissimo imprinting filosofico, artistico e letterario, che forgia le menti dei fratelli de Chirico nei loro anni di formazione e primi anni di attività, darà come risultato uno dei momenti più originali e più alti della cultura figurativa italiana del Novecento.

Nonostante il comune percorso intellettuale, de Chirico e Savinio dimostrarono fin da giovani caratteri e approcci diversi alla pratica artistica. Savinio, figura poliedrica, nasce come musicista e compositore, diviene in seguito scrittore e approda alla pittura solo all'età di trentacinque anni. De Chirico, dalla personalità più decisa e granitica, individua la sua strada nella pittura. Se le opere di entrambi sono caratterizzate da temi di interesse comune come il viaggio, il mistero del distacco, la struggente commozione del ritorno, gli interrogativi sulla condizione umana, il richiamo al mito, all'antico, le interpretazioni che i due fratelli ne forniscono non sono le stesse, approdando spesso a risultati stilisticamente e iconograficamente distanti. Più freddo, mentale e concettuale, de Chirico, anche dopo la grande stagione metafisica non rinuncerà a rappresentazioni ancora impregnate di enigmi, che caratterizzeranno i suoi paesaggi che richiamano ai miti dell'antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte.

Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l'estetica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra un'innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici la sapiente leggerezza dell'ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un'unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane e animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all'interno di prospettive impossibili e di un'atmosfera improbabile quanto ludica. I contributi in catalogo si concentrano sull'approccio dei fratelli alle loro fonti (Nicol Mocchi), oltre ai rispettivi percorsi nelle varie discipline artistiche in cui si sono confrontati: la pittura (Alice Ensabella), ovviamente, ma anche il libro d'artista e il teatro (Mauro Carrera). Essendo i motivi di ispirazione della costruzione della suddetta mitologia moderna al centro di questo progetto, due contributi in catalogo si focalizzano su aspetti più specifici dell'iconografia saviniana (Gerd Roos) e dechirichiana (Daniela Ferrari). (Comunicato Studio Esseci)




Dipingere gli affetti
La pittura sacra a Ferrara tra il Cinque e il Settecento


termina il 26 dicembre 2019
Castello Estense - Ferrara
www.castelloestense.it

Torna al Castello Estense di Ferrara "L'arte per l'arte", il progetto del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d'Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto l'Arte per l'Arte, l'attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell'ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell'Asp, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica. Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l'esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L'esperienza di visita assumerà i contorni di un viaggio nel tempo affascinante e sorprendente che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi.

Le tappe di questo itinerario ci condurranno al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi. La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo, caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell'epoca. Contestualmente, faremo la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l'enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di artista maledetto operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Ma perché Dipingere gli affetti? Per una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all'arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l'invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l'uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l'aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense - da Alfonso II a Barbara d'Austria, fino a Margherita Gonzaga - ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell'attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di un'«araldica della beneficenza» (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d'uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l'Opera Pia della Povertà Generale. Un vero e proprio viaggio nel tempo, insomma, alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. (...) (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Marina Previtali - Ponte sul Naviglio Ticinese - Milano, olio su tela 2017 cm.210x141 Marina Previtali - Velasca, Via Larga - olio su tela cm.172x143 2017 Marina Previtali - Velasca da P.za Missori - olio su tela cm.163x125 2018 Marina Previtali - Dialoghi di Milano
15 novembre 2018 - 18 aprile 2019
Galleria Previtali - Milano
Calendario degli eventi 2018-19 nel sito della Galleria

Marina Previtali lavora da anni, con ossessione dolce, intorno al tema della visione urbana come dimensione paesistica introiettata ormai nella nostra coscienza di moderni: che è tuttavia, anche, interrogazione tutt'altro che ovvia sulla pittura e la sua necessità in un tempo in cui l'idea di città è stata campo radiante di pensiero e visione (dalla "città aggressiva" di Arnold Toynbee alla "lussuria geometrica" di De Chirico, giusto per citare) di cui s'è fatta infine interprete primaria la fotografia, capace di cogliere e riscrivere "eleganza, squallore, curiosità, monumenti, facce tristi, facce trionfanti, potenza, ironia, forza, decadimento, passato, presente, futuro di una città", come voleva Berenice Abbott. Previtali ha scelto un approccio diversamente centrato, che scruta il suo autobiograficissimo sentirsi abitante della città in quanto membro della civitas, la comunità consapevole di se stessa, e insieme come individualità continuamente straniata, in una complessa trama sentimentale sempre in bilico tra intendimento di Milano come luogo dell'anima e sospetto che i suoi luoghi altro non siano che sceneries, scenografie di solitudine irrevocabile.

L'artista si ritrova nel dipingerla, Milano, affidando alle materie aspre, alle pennellate materiate, ai soprassalti energetici del gesto, lo stream affettivo e di pensieri che la anima. Che sia un "a tu per tu" è detto dalla totale assenza della presenza umana. Certo, è una tradizione ormai di genere, l'evidenza snudata dei luoghi, almeno da Charles Sheeler in poi: ma qui non è in gioco la fascinazione dell'architettonico, la condizione ammirata dell'artificio del costruire, bensì l'anima dei luoghi, un vedere, un esserci che si vorrebbe partecipe ma che si ritrova come distanziato irrevocabilmente, come una presenza còlta e subito perduta. Solo la pittura può rendere questa condizione, il cui paradigma mimetico, pur mantenendosi saldo, si carica di brividi emotivi, d'una concentrazione meditativa profonda e continua: si chiede più come guardare che cosa. Questo è il fascino sottile dei dipinti di Previtali, la loro vera raison d'être. (Marina Previtali. Urban sceneries, di Flaminio Gualdoni)

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Uno degli aspetti più belli e singolari di questa città, Milano, per come la vede Marina Previtali nella sua vivace ricostruzione, insieme fedelissima e quanto mai libera, è nelle molteplici increspature che presenta, vale a dire nel gioco dinamico dei suoi contorni. Contorni che non sono lisci, lineari, ma sempre in rilievo materico, come in una sorta di vitale non finito, che esprime - io credo per necessità immediata e quasi senza intenzione - l'originale interpretazione dell'artista. E dunque il suo modo di sentire e raccontarci quel paesaggio, nel suo interno mutare, o nel suo spalmarsi nella mente, in modo quasi onirico, e non di meno esatto, nella molteplicità cangiante delle sue parvenze. Certo, possiamo osservare in queste opere, la strenua attività di incessanti lavori in corso, dove la fantasmagoria di colori si impone nel dettaglio, si fa sentire nelle superfici minime come in più ampie distese, fino alle indicazioni, ai segnali stradali, a quelle imponenti masse materiche dove non si ravvisa traccia di essere umano.

E questo è un preciso carattere del lavoro di Marina, che a mio avviso non vuole rendere disumano il paesaggio, ma vuole proporlo nella sobrietà antiretorica di un carattere locale, dove il soggetto è tanto più autentico e sano quanto meno subisce il banale desiderio di mettersi in mostra, lasciando invece il meglio di sé nel corpo di un ambiente che ne rivela l'operosità, il lavoro, la nobiltà dell'umana fatica. Una fatica che si intuisce bene, per esempio, nella verticalità protesa in uno sforzo costante, una tensione attivissima, della quale, in fondo, è difficile cogliere il senso. O, paradossalmente, è forse più agevole e naturale considerarlo inesistente, in un mare di forme dove talvolta qualcosa sembra volersi ergere immotivata e vistosa.

La bravura dell'artista è anche nella sua onesta volontà di modificare il paesaggio pur conservandone i tratti di evidente riconoscibilità in molti elementi anche notissimi, dove il nuovo, il vecchio e l'antico coesistono, come se il tempo avesse ormai tutto assorbito in sé, come se l'insieme delle vedute ci provenisse da un futuro che non conosciamo, che possiamo solo immaginare o inventare, ma che può conservare, pur con qualche traccia di interna decomposizione, ciò che la storia ha giustapposto e forse appiattito nel pensiero umano. O viceversa colorizzato con violenza attraverso i meccanismi aperti del sogno e della fantasia. E magari sotto un cielo irreale e irrealistico, un cielo giallo eppure senza sole, dove la torre svetta, bellissima e insensata, e dove le mille finestre appaiono come loculi o geometrici depositi, disordinatamente uguali e ancora senza presenza neppure infima di figure umane. Insomma, Marina Previtali ci offre un suo modo acuto e sensibile di vedere la nostra città, un modo che ci aiuta a capirla meglio e di cui dovremo tenere conto con riconoscenza e affetto. (Maurizio Cucchi)




Silvano Tessarollo: The Dark Sun
termina lo 07 marzo 2019
Sharevolution - Genova
www.galleriamichelarizzo.net

Un sole nero, ormai privo della sua forza vitale è l'immagine attorno alla quale si sviluppa The Dark Sun, mostra personale di Silvano Tessarollo a cura di Andrea Lerda. Preludio di un tempo buio, quello descritto dall'artista è un mondo in cui regna il silenzio e dove una fitta coltre di nebbia impedisce la vista del cielo. Privata dell'energia vitale del sole, tutta la terra appare come immersa in una dimensione cupa e sospesa. Fragile e arida è la materia che soffre. Vano il tentativo di riaccendere l'ardore che un tempo proveniva dall'alto. L'immaginario che emerge in The Dark Sun ha origine dalle innumerevoli sfaccettature di una contemporaneità decadente, fatta di vulnerabilità, di precarietà e di incapacità di vedere. Siamo nell'era della "grande cecità" e un sole nero appare come un oracolo 1 nefasto che genera inquietudine.

Silvano Tessarollo lascia che la propria sensibilità elabori un percorso di opere in grado di confrontarsi a più livelli con una serie di questioni attuali, mediante un'indagine sui concetti di tempo, materia ed empatia. L'artista conferma così la sua propensione a compiere riflessioni intime, profonde e dai riferimenti aulici. Silvano Tessarollo celebra ancora una volta la sua personale modalità di fare arte, mettendo assieme medium freddi e caldi, materia organica e inorganica. Un modo di operare che scaturisce dalla sua innata relazione con la terra e il suo carattere empatico verso l'energia dell'universo. Opere inedite, disegni, video, fotografie e lavori scultorei compongono un progetto espositivo raffinato ed emozionante. La relazione con le problematiche sociali del nostro tempo è l'occasione per ripercorrere nuovamente l'importanza di momenti artistici e di situazioni storiche della seconda metà del Novecento, che vedono oggi riattualizzato il loro messaggio all'interno della Storia dell'Arte e del dibattito culturale.

Il lavoro di Silvano Tessarollo apre infatti un dialogo inedito con le parole di Barbara Rose che, in un articolo pubblicato nel 1969 sulla rivista Artforum, descrisse quello messo in campo dai Land Artist americani, come un approccio in cui "si fondono la sfera dell'etica e quella dell'estetica". Il modo di lavorare dell'artista veneto riattualizza dunque, in maniera rinnovata, uno specifico atteggiamento di reazione agli squilibri nel rapporto uomo-natura. Oggi come allora, la pratica di Silvano Tessarollo è la traduzione in arte di ciò che l'utopia del mondo moderno pruduce e sarà in grado di generare. I riferimenti a figure simbolo di integrità e di energia, come il cerchio e la spirale, tornano in The Dark Sun nell'immagine del sole. Un filo sottile lega i lavori in mostra agli interventi nello spazio naturale di Nancy Holt e di Richard Long, alla spiritualità delle opere di Wolfgang Laib e alle sculture di terra di Claire Pentecost. (Comunicato stampa)




Fabio Civitelli - Tex-Mount - Williamson - (2018-02) Fabio Civitelli - L'Apache bianco - Color Tex Fabio Civitelli: Color West
termina il 15 marzo 2019
Ca' di Fra' - Milano

Nuova personale per Fabio Civitelli, artista noto nell'universo Fumetto come uno tra i disegnatori di Tex Willer più amati. Risale al 1985 la sua prima storia su testi di Claudio Nizzi. La prima mostra a Ca' di Fra', nel 2012, in occasione della pubblicazione del Texone - "La Cavalcata del morto", rispondeva con successo al quesito se il Fumetto fosse o meno Arte. Una seconda personale con opere per la prima volta su tela nel 2016, lo consacrava a pieno titolo tra gli artisti contemporanei. In questi anni, varie mostre personali in Italia, sia nel mondo dell'Arte Contemporanea sia nella galassia Fumetto fino all'esposizione   di alcune tavole ed illustrazioni nella mostra evento curata da Sergio Bonelli Editore "TEX 70 anni di un Mito" alla Triennale (Milano 2018). "Color West" fornisce l'occasione per unire due momenti importanti del suo quotidiano d'artista: i nuovi lavori su tela, opere uniche in acrilico, veri e propri racconti in un'unica immagine e le tavole acquarellate (affiancate, in assoluta anteprima, all'originale in china) de "L'Apache Bianco".

Trentadue tavole pubblicate in edicola per la Sergio Bonelli Editore nel ColorTex di novembre 2018. La ricerca dei particolari sia storici sia di costume rivelano un rapporto intrigante con il dettaglio ed il gusto per la perfezione che lo caratterizzano come artista. A Ca' di Fra' verranno presentate opere su tela appartenenti al "Ciclo Ansel Adams". Un omaggio al grande fotografo dei paesaggi del lontano West. Nonostante ciò traspare l'inconfondibile suggestione  prodotta dai cieli di Michael Kenna e spesso i tagli cinematografici di Paul Strand. Le opere su tela, libere dai vincoli propri della commissione, dispiegano la creatività di Civitelli, la solida cultura visiva così come la profonda passione per la storia della fotografia. 

Questa non è una citazione casuale, ma un elemento profondamente costitutivo della sua personalità umana ed artistica e traspare in ogni singolo elemento, dalla scelta della prospettiva, alla luce, dall'inserimento del personaggio umano nell'armonia del paesaggio al cielo sotto il quale l'intera storia prenderà vita. Punto fondamentale della sua arte è il colore e quindi la sua assenza. Osservando una tela ci si rende conto facilmente della maestria assoluta con la quale Civitelli usa il nero come unico colore dal quale originano il grigio, modulazione del nero, ed il bianco come sua assenza. La luce è la vera protagonista dell'intera arte di Civitelli e negli acquerelli raggiunge il vertice regalandoci il colore della luce. Ca' di Fra' sottolinea, ancora una volta, l' Arte Fumetto attraverso questo viaggio nella fantasia e nelle emozioni. (Manuela Composti)

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Libro Graffiti animati - Storia dei cartoni animati di Marilena Lucente Graffiti animati - I cartoon da emozioni a gadget
di Marilena Lucente, ed. Vallecchi

Negli oltre cento anni di storia del cinema, l'animazione ha fin dall'inizio acquisito un ruolo di primo piano sia nella produzione sia nel mercato. I primi cortometraggi della Warner arrivano negli anni '30 e hanno per protagonisti personaggi tratti dal mondo animale. Trasmessi negli intervalli dei film (ruolo paragonabile a quello dell'avanspettacolo in Italia) in poco tempo conquistano il pubblico.




Carola Mazot - prova d'orchestra - olio su tela cm.60x70 1982 Carola Mazot - atleta bianco - olio su tela cm.80x80 1997 Carola Mazot
"L'incanto dell'emozione"


19 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 09 marzo 2019
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Questa retrospettiva postuma, a cura di Stefano Cortina, celebra la carriera di un artista che sempre fu fedele a se stessa: Carola Mazot. Figlia d'arte, creativa e intraprendente, la Mazot muove i suoi primi passi nel campo della pittura con risolutezza; forgiata dall'Accademia spicca poi il volo sulle ali di una propria estetica incontaminata dai manierismi dell'allora attualità. Quello che ci lascia quest'artista è un percorso di ricerca segnica, un viaggio alla scoperta della poetica nascosta nelle più semplici cose. La raccolta in esposizione mostra infatti le tante piccole istantanee che Carola Mazot usava carpire dalla realtà quotidiana: gesti, espressioni, azioni, movimenti usuali concentrati in un segno vibrante che tenta di intrappolare la vita sulla tela e trasmetterne l'intrinseca energia. Non a caso alcuni dei suoi soggetti preferiti erano sportivi in azione, nello specifico calciatori; figure chiamate ad incarnare quella vitalità che l'artista ha sempre tentato di incanalare nei propri lavori. Catalogo in galleria, Edizioni Cortina Arte, testo critico di Giorgio Seveso, introduzione di Mafalda Cortina. (Comunicato stampa)




I Macchiaioli: Arte italiana verso la modernità
termina il 24 marzo 2019
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Gli antefatti, la nascita e la stagione iniziale e più felice della pittura macchiaiola, ossia il periodo che va dalla sperimentazione degli anni Cinquanta dell'Ottocento ai capolavori degli anni Sessanta. L'esperienza dei pittori macchiaioli ha costituito uno dei momenti più alti e significativi della volontà di rinnovamento dei linguaggi figurativi, divenuta prioritaria alla metà dell'Ottocento. Fu a Firenze che i giovani frequentatori del Caffè Michelangiolo misero a punto la 'macchia'. Questa coraggiosa sperimentazione porterà a un'arte italiana "moderna", che ebbe proprio a Torino, nel maggio del 1861, la sua prima affermazione alla Promotrice delle Belle Arti. Negli anni della sua proclamazione a capitale del Regno d'Italia, Torino visse una stagione di particolare fermento culturale. E' proprio a questo periodo, e precisamente nel 1863, che risale la nascita della collezione civica d'arte moderna - l'attuale GAM - che aveva il compito di documentare l'arte allora contemporanea.

In questa prospettiva un'attenzione particolare viene restituita ad Antonio Fontanesi, nel bicentenario della nascita, agli artisti piemontesi della Scuola di Rivara (Carlo Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris e Alfredo D'Andrade) e ai liguri della Scuola dei Grigi (Serafino De Avendaño, Ernesto Rayper), individuando nuovi e originali elementi di confronto con la pittura di Cristiano Banti, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, protagonisti di questa cruciale stagione artistica. Il percorso prenderà il via con il racconto della formazione dei protagonisti, necessario per far apprezzare a pieno il contributo innovativo dei Macchiaioli nella storia dell'arte. Dalle opere di pittori e maestri accademici di gusto romantico o purista, come Giuseppe Bezzuoli, Luigi Mussini, Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri, Stefano Ussi, ai giovani futuri macchiaioli come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Cristiano Banti, Odoardo Borrani: attraverso il confronto delle opere sarà evidenziata la loro educazione tradizionale, rispettosa dei grandi esempi rinascimentali.

A punteggiare la mostra è la partecipazione delle opere scelte alle prime Promotrici di Belle Arti e alla prima Esposizione nazionale di Firenze del 1861; sullo sfondo è la visita all'Esposizione Internazionale di Parigi del 1855, che fu un avvenimento decisivo per i giovani macchiaioli, suscitando grande curiosità ed emulazione nei confronti della nuova visione "oggettiva" e diretta. In questa cornice, sarà presentato al pubblico il dialogo che sospinse alcuni artisti tra Piemonte, Liguria e Toscana a condurre le ricerche "sul vero". Furono anni di sperimentazione in cui le ricerche sul colore-luce, condotte en plein air, crearono un comune denominatore tra pittori legati in gruppi e cenacoli, di cui l'esempio più noto fu quello dei Macchiaioli toscani. Si affronta quindi la sperimentazione della macchia applicata al rinnovamento dei soggetti storici e di paesaggio, con opere degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, durante i quali talvolta gli amici si trovavano vicini a dipingere lo stesso soggetto da angolature di poco variate, così da evidenziare il loro percorso comune e il proficuo dialogo intessuto in quegli anni di profondi mutamenti non solo artistici, ma politici e culturali in senso ampio.

A seguire si propongono le scelte figurative dei Macchiaioli dall'Unità d'Italia a Firenze capitale e gli ambienti in cui maturò il linguaggio macchiaiolo: dalle movimentate estati trascorse a Castiglioncello, nella tenuta di Martelli, ai più pacati pomeriggi autunnali e primaverili a Piagentina, nell'immediata periferia fiorentina, ove gli artisti si erano ritirati a lavorare al riparo dalle trasformazioni della Firenze moderna, accentuate dal 1865 dal suo ruolo di capitale dell'Italia unita. L'ultimo capitolo del viaggio affianca alle opere l'esperienza cruciale di due riviste: il «Gazzettino delle Arti del Disegno», pubblicata a Firenze nel 1867, e l'«Arte in Italia», fondata due anni dopo a Torino e che accompagna le vicende artistiche italiane sino al 1873.

Sulle colonne del «Gazzettino» Martelli, Signorini e altri critici presentano il loro sensibile e acuto spirito di lettura nei confronti delle espressioni contemporanee europee e la consapevolezza di una ulteriore svolta evolutiva della pittura, che si lascia alle spalle il pur glorioso linguaggio della macchia, che, a quel punto, mostrava di aver compiuto il suo ruolo innovatore. Un impegno sul fronte della critica destinato idealmente a proseguire sul mensile «L'arte in Italia», rivista che contribuì al rinnovamento dell'ambiente artistico piemontese con personalità come Giovanni Camerana, tra i più lucidi sostenitori delle ricerche sul vero condotte da Fontanesi e dalla Scuola di Rivara. Ciò che la mostra restituisce è quindi l'occasione non solo per ammirare capolavori assoluti della pittura macchiaiola, ma permetterne una migliore comprensione sottolineando il dialogo che ha unito gli artisti di varie parti d'Italia nella ricerca tesa alla modernità. (Comunicato stampa)




Illustri Persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce
Verso il boom! 1950-1962


termina il 17 marzo 2019
Museo Nazionale Collezione Salce - Treviso

"Passata la guerra, un incontenibile entusiasmo progettuale si diffonde capillarmente nel Paese", scrive la curatrice Marta Mazza, che del Museo Nazionale Salce è il Direttore. "E la pubblicità riflette e anticipa, sottolinea, enfatizza questo sentimento, vivendo un momento di straordinaria effervescenza". "Autori già maturi e specializzati da tempo nella grafica illustrata, reiterano con caparbietà i fasti del cartellonismo delle origini - è il caso di Dudovich, di Boccasile, di Edel - o ne rinnovano radicalmente i modi - Carboni, Nizzoli - beneficiando di spunti progettuali desunti da una consapevolezza professionale decisamente più complessa, esercitata nell'ambito di strategie comunicative che inseriscono il manifesto - nemmeno più così indispensabile - in promozioni pubblicitarie ad ampio spettro che il prodotto lo imballano, lo etichettano, lo animano. (...) Ma infine, nel generale innamoramento per l'America - da cui arrivano bevande, detersivi e agenzie pubblicitarie, minime avanguardie tangibili di quello che resta un sogno ancora lontano - spicca il caso tutto italiano di Armando Testa: ispirato dai precorrimenti di Federico Seneca e alimentato da una grande cultura pittorica, si rivelerà a lungo capace di ineguagliati traguardi di sintesi e di efficacia comunicativa".

Alla mostra storica, il Museo Salce eccezionalmente affianca una ulteriore esposizione. Collegata a Treviso Comic Book Festival 2018. Si tratta della monografica di Riccardo Guasco intitolata "Punt e a capo, Manifesti Sostenibili 100% Bio", curata da Nicola Ferrarese. Guasco è tra gli artisti contemporanei che meglio interpretano "il manifesto illustrato" e per questo suo confronto con i grandi del cartellonismo e della comunicazione gli Anni del Boom ha scelto di proporre 8 suoi manifesti inediti, realizzati per l'occasione, sul tema della sostenibilità ambientale. Riccardo Guasco ridisegna uno stravolgimento parallelo a quello che, dagli anni '50 in poi, i nuovi prodotti di consumo portarono nella vita degli italiani, svelandoci le pubblicità di nuovi e miracolosi prodotti immaginari, tutti rigorosamente sostenibili, tutti assolutamente bio. Dai sacchetti ecologici alle automobili "autoricaricanti", dal ristorante a impatto zero ai prodotti di cosmesi non testati su animali, dall'allevamento delle api da balcone alla casa intelligente. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)






Nell'immaginario collettivo occidentale il kimono rappresenta l'icona stessa del Giappone nella sua veste suadente di raffinatezza ed esotismo. Ma pochi sanno che una cospicua parte dei kimono prodotti entro la prima metà del Novecento, cioè i kimono Meisen, sfugge decisamente a questa categoria, adottando fantasie suggerite dai movimenti d'Avanguardia (si va dalla Secessione viennese alla Scuola di Glasgow, dal Futurismo al Cubismo, dal Divisionismo all'Espressionismo astratto di Jackson Pollock), ispirate a contemporanei fatti di storia oppure ancora alle conquiste tecnologiche, in un eccitante e quanto mai sorprendente caleidoscopio di colori, fantasie, tecniche di decorazione e di tessitura, anche queste ispirate alla produzione tessile occidentale. La mostra presenta 40 pezzi, tra kimono e haori (sovrakimono), una selezione particolarmente significativa del contesto illustrato, per far conoscere al pubblico un settore della produzione tessile giapponese fino ad oggi poco esplorato. I capi in mostra, come afferma Roberta Orsi Landini, sono "vesti raffinate, destinate ad un ceto medio-alto, non confezionate per l'esportazione.

Potevano essere apprezzate da persone di una certa cultura o anche semplicemente curiose o desiderose di apparire al passo con i tempi. Avevano certo tutte una visione: il loro Paese alla pari con le grandi nazioni del mondo, capace di assimilare le loro conoscenze, i loro costumi ma con l'orgoglio della propria diversità". I 40 esemplari esposti, insieme a obi, stampe, illustrazioni e riviste, provengono da una importante collezione italiana, la collezione Manavello. Tale collezione nel suo complesso è ben più numerosa, includendo oggetti e suppellettili attinenti all'abito e al suo contesto, quali calzature e accessori per capelli, oggetti per la cerimonia del tè, bambole e documentazione cartacea. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Euphronios - Cratere a volute attico, fine VI secolo a.C. - Arezzo, Museo Archeologico Nazionale G.C. Mecenate Vasimania
dalle Explicationes di Filippo Buonarroti al Vaso Medici


termina il 28 febbraio 2019
Casa Buonarroti - Firenze
www.casabuonarroti.it

Nel 1726 usciva a Firenze il De Etruria Regali di Thomas Dempster con l'aggiunta delle Explicationes et conjecturae di Filippo Buonarroti, il quale aveva corredato l'intera opera di un ricco apparato grafico di reperti archeologici. Partendo da questa importante pubblicazione curata dal Buonarroti, la mostra intende analizzare l'interesse per una classe di materiali che da questo momento entra sempre di più nel panorama antiquario e collezionistico: la ceramica. Il contributo dato dal Buonarroti, attraverso le immagini, allo studio dei vasi, allora considerati etruschi, ben presto darà origine all'importante dibattito sui luoghi di produzione di tali manufatti - risolto grazie all'intuizione di Luigi Lanzi all'inizio dell'Ottocento - e alla formazione di grandi collezioni di ceramica. La mostra, a cura di Maria Grazia Marzi e Clara Gambaro, è suddivisa in tre sezioni.

La prima sezione, La forza dell'immagine, è dedicata alle pubblicazioni settecentesche che trattano di ceramica e che vedono la luce sulla scia delle Explicationes et conjecturae, fino ad arrivare alle opere monografiche, come quella monumentale di Pierre-François Hugues d'Hancarville (1766-1776) e quella di Wilhelm Tischbein (1791-1795) sulle collezioni di sir William Hamilton, o quella antologica di Giovanni Battista Passeri (1767-1775) sulle principali collezioni vascolari italiane dell'epoca. Documenti d'archivio e disegni affiancano l'esposizione dei volumi, testimoniando la genesi di tali opere e la nascita di questo nuovo interesse che influenza il gusto collezionistico. L'opera del Buonarroti è frutto anche dell'influenza dell'ambiente cosmopolita romano: dal 1684 infatti Filippo svolge le funzioni di bibliotecario e conservatore del cardinale Gaspare Carpegna respirando l'atmosfera antiquaria della Roma papale, animata da importanti presenze come quella della regina Cristina di Svezia.

Altro tema affrontato in questa sezione è quello delle collezioni di ceramica; il tema si svilupperà nella successiva, Un nuovo collezionismo. Il panorama collezionistico dell'epoca è univoco sia per quanto concerne le più ridotte ma selezionate collezioni, sia per le più copiose. A Firenze una considerazione particolare merita la collezione granducale che ha origine fino dal "bellissimo vaso di terra antiquissimo", destinato a Lorenzo il Magnifico. L'importanza e la cura dedicata dai Medici al collezionismo di ceramica antica è testimoniato da una serie di manufatti, come i piani di tavolo in commesso di pietre dure eseguiti dalla Manifattura granducale. La terza sezione, Il Vaso Medici, è dedicata al vaso marmoreo che Filippo Buonarroti, come testimoniano disegni conservati tra le sue carte, ebbe modo di ammirare a Roma a Villa Medici prima che venisse portato a Firenze, il che sarebbe avvenuto solo nel 1770. Restaurato nel 1779 da Francesco Carradori. (Comunicato Ufficio stampa Fondazione Casa Buonarroti)




Metlicovitz
L'arte del desiderio. Manifesti di un pioniere della pubblicità


.. 16 dicembre 2018 - 17 marzo 2019
Civico Museo Revoltella | Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl" - Trieste

.. 06 aprile - 18 agosto 2019
Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso

Centocinquanta anni fa nasceva a Trieste Leopoldo Metlicovitz, uno dei maestri assoluti del cartellonismo italiano. E' lui l'autore di decine di manifesti memorabili, dedicati a prodotti commerciali e industriali, ma anche a grandi eventi, a famose opere liriche (Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot) e a film dell'epoca del muto (primo fra tutti "Cabiria", storico precursore del kolossal). Assieme ad artisti quali Hohenstein, Laskoff, Terzi e al più giovane concittadino Marcello Dudovich, Metlicovitz (che di quest'ultimo fu il "maestro") operò per decenni alle Officine Grafiche Ricordi di Milano, dopo un avvio come pittore paesaggista nella città natale e un apprendistato come litografo (professione ereditata dal padre) in uno stabilimento grafico di Udine.

Fu proprio grazie all'intuito di Giulio Ricordi, che Metlicovitz poté esplicare, dagli ultimi anni dell'Ottocento, tutte le proprie potenzialità espressive, non solo come grande esperto dell'arte cromolitografica, ma pure come disegnatore e inventore di quegli "avvisi figurati" (così chiamati allora) che, affissi a muri e palizzate, mutarono il volto delle città con il loro vivace cromatismo, segnando anche in Italia la nascita di quell'arte della pubblicità sintonizzata su quanto il "modernismo" internazionale andava proponendo nelle arti applicate sotto i vari nomi di Jugendstil, Modern Style, Art Nouveau, Liberty. A lui la città di Trieste dedica la prima grande retrospettiva monografica. Nella grande monografica rivive l'intero arco della produzione dell'artista. Le opere esposte, 73 manifesti (alcuni di dimensioni "giganti"), tre dipinti e una ricca selezione di cartoline, copertine di riviste, spartiti musicali ecc., saranno organizzate in otto sezioni espositive, sette delle quali ospitate presso il Civico Museo Revoltella e una - la sezione dedicata ai manifesti teatrali per opere e operette - nella Sala Attilio Selva al pianterreno di Palazzo Gopcevich, sede del Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl".

Le opere provengono per la gran parte dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso (68 manifesti), oltre che dalle collezioni civiche (Civico Museo Revoltella e Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl") e da raccolte private. A questo eccellente artista, caratterialmente schivo ed estraneo ad ogni mondanità, alle prove - affascinanti per verve ed eleganza stilistica - da lui devolute sia a realtà commerciali come i popolari Grandi Magazzini napoletani dei Fratelli Mele sia all'universo musicale e teatrale, spiritualmente a lui congeniale (conoscente di Verdi, fu amico soprattutto di Puccini), è dedicata questa mostra che si propone di rappresentare il "tutto Metlicovitz", straordinario cartellonista, certo, ma anche eccellente pittore ed efficace grafico e illustratore". La mostra è corredata da un catalogo Lineadacqua Edizioni. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Lodi per ogni ora. I corali francescani provenienti dalla Basilica di San Francesco
termina il 17 marzo 2019
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

Organizzata in occasione della decima edizione del Festival Francescano, la mostra, curata da Massimo Medica in collaborazione con Paolo Cova e Ilaria Negretti, espone una serie di importanti codici liturgici francescani databili dal XIII al XV secolo, conservati al Museo Civico Medievale di Bologna. Fin dal Duecento l'illustrazione dei manoscritti ha costituito uno strumento espressivo essenziale per l'Ordine dei Frati Minori. Grazie alle scelte iconografiche e tematiche codificate dall'Ordine, le immagini dei libri francescani rappresentarono un elemento fondamentale per esaltare la figura del santo fondatore, offrendo una lettura in chiave strettamente cristologica della sua vita, che legittimava il ruolo di rinnovamento della Chiesa operato dalla Congregazione francescana.

Infatti, sfogliando le pagine di Antifonari e Graduali del XIII secolo spesso ricorrono le raffigurazioni della Predica agli uccelli e delle Stimmate come appare nel manoscritto 526, qui esposto insieme ad altri graduali (mss. 525, 527), realizzati intorno al 1280-85 per il convento di San Francesco a Bologna. A decorarli fu chiamato uno dei protagonisti assoluti della miniatura bolognese della seconda metà del Duecento, il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, così chiamato per aver decorato la celebre Bibbia oggi conservata presso la biblioteca capitolare della città catalana.

Se nell'episodio della Predica agli uccelli gli artisti potevano indugiare in ricerche di naturalismo espressivo, in quello delle Stimmate era possibile invece sperimentare effetti di grande drammaticità, come documenta l'analoga figurazione del graduale ms. 526, felice connubio tra le più sofisticate sperimentazioni pittoriche della tradizione bizantina e la veemenza espressiva di certa pittura toscana di questi anni. Nella serie di Antifonari (mss. 528, 529, 533), realizzata nei primissimi anni del Trecento a compimento del precedente ciclo di Graduali, il linguaggio ancora aulico del Maestro della Bibbia di Gerona rivive in talune figurazioni seguendo connotazioni più moderne che già lasciano presagire una conoscenza dei fatti nuovi della cultura giottesca (ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi), la cui diffusione dovette seguire inizialmente canali privilegiati nello stesso Ordine.

Tra le figure che si pongono a maggior confronto con l'artista fiorentino va annoverato Neri da Rimini che realizzò nel 1314, assieme al copista Fra Bonfantino da Bologna, l'antifonario ms. 540 destinato al convento francescano della città romagnola. Risale invece alla metà circa del XV secolo la serie di corali francescani (mss. 549 - 551, 553) che in parte recano entro alcuni capilettera calligrafici la firma di Guiniforte da Vimercate e la data 1449. La decorazione di questo ciclo, risultato della collaborazione di maestranze di estrazione lombarda e locale, venne coordinata dal bolognese Giovanni di Antonio il quale si riservò personalmente la realizzazione di alcune parti (ms. 551). Accanto a lui sono all'opera personalità bolognesi dalla parlata più corsiva (mss. 550, 551, 553), ma anche il Maestro del 1446 (ms. 549) considerato uno dei più abili interpreti dell'ultima stagione della miniatura tardogotica cittadina che ebbe proprio in questa serie liturgica francescana una delle sue più tardive manifestazioni. (Comunicato ufficio stampa Bologna Musei)




Charles Dauphin - Ritratto equestre di Cristina di Francia in veste di Minerva - olio su tela, 1663 circa Giovanni Luigi Buffi (attribuito a) - Ritratto di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours a cavallo - olio su tela, 1670 circa Madame reali: cultura e potere da Parigi a Torino
Cristina di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours (1619-1724)


termina lo 06 maggio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Il percorso espositivo documenta la vita e le azioni di due donne che impressero un forte sviluppo alla società e alla cultura artistica nello stato sabaudo tra il 1600 e il 1700: Cristina di Francia (Parigi 1606 - Torino 1663) e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (Parigi 1644 - Torino 1724). Due figure emblematiche della storia europea, che esercitarono il loro potere declinato al femminile per affermare e difendere il proprio ruolo e l'autonomia del loro Stato. Le azioni politiche e le committenze artistiche delle Madame Reali testimoniano la ferma volontà di fare di Torino una città di livello internazionale, in grado di dialogare alla pari con Madrid, Parigi e Vienna.

Con oltre 120 opere, tra dipinti, oggetti d'arte, arredi, tessuti, gioielli, oreficerie, ceramiche, disegni e incisioni, la mostra ripercorre cronologicamente la biografia delle due Madame Reali e racconta le parentele che le collegano alle maggiori case regnanti europee, le loro azioni politiche e culturali, le scelte artistiche per le loro residenze, le feste sontuose, la moda e la devozione religiosa. Le opere esposte provengono da prestiti di collezionisti privati e di importanti musei italiani e stranieri. L'allestimento, progettato dall'architetto Loredana Iacopino, sviluppa un itinerario attraverso la vita di corte in epoca barocca, negli stessi ambienti in cui vissero le due dame, documentate non solo nella loro immagine politica, ma anche in quella più intima e femminile. Cristina di Francia, le feste, i luoghi delle delizie, la difesa del potere.

Cristina, o più esattamente Chrestienne de France, figlia del re di Francia Enrico IV di Borbone e di Maria de' Medici, giunge da Parigi a Torino nel 1619 e sposa di Vittorio Amedeo I di Savoia. La introduce in mostra una splendida serie di ritratti che costituiscono il suo album di famiglia: i genitori, sovrani di Francia; il fratello Luigi XIII, salito al trono nel 1610 in seguito all'assassinio del padre, e la sorella Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra sposa di Carlo I Stuart. Il matrimonio rinsalda l'alleanza tra il Piemonte e la Francia, rafforzando la posizione dei Savoia tra le Case reali d'Europa. Amante delle feste, Cristina conserva la tradizione spagnola dello zapato, celebrato nel giorno di San Nicola con lo scambio di ricchi regali, e inaugura a Torino la stagione dei balletti di corte su esempio di Parigi.

Autore di molti testi e coreografie è il conte Filippo d'Aglié, presente in mostra in un bel ritratto inedito, cortigiano raffinato, suo amante e suo fedele consigliere. Cristina fa ampliare e arredare due residenze extra-urbane: il grandioso castello del Valentino, sul Po, e la Vigna in collina (ora nota come Villa Abegg). Accanto ai putti giocosi di Isidoro Bianchi, ai motti, agli emblemi eloquenti, tema onnipresente è la natura: dipinti di fiori e di animali, parati in cuoio, fiori ricamati e nature morte. Rimasta vedova nel 1637, Cristina assume la reggenza per il figlio minorenne Carlo Emanuele e si scontra con i Principi suoi cognati, Maurizio e Tommaso di Savoia-Carignano, sostenitori degli Spagnoli. La guerra civile si protrae fino al 1642, quando l'accordo fra la duchessa e i cognati è concluso col matrimonio della figlia Ludovica con lo zio, il Cardinal Maurizio. Cristina riesce a mantenere l'indipendenza del Ducato e del proprio potere, che cede formalmente al figlio nel 1648. Di fatto, però, continua a governare fino alla morte nel 1663.

- Maria Giovanna Battista, donna di pace, di carità, di grandi committenze.

Nipote di Enrico IV di Francia, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, dama di corte della regina di Francia, lascia nel 1665 la reggia di Luigi XIV, il Re Sole, per diventare duchessa di Savoia. Vedova dal 1675, Maria Giovanna Battista regge il ducato fino al 1684, quando il figlio Vittorio Amedeo II assume d'autorità il potere. Nel periodo in cui governa si trova a fronteggiare la povertà causata in Piemonte dalle grandi carestie degli anni 1677-1680 e, per aiutare i più bisognosi, istituisce un Monte di prestito e fonda anche l'ospedale di San Giovanni Battista nell'area di espansione orientale della città. Sviluppa nel contempo sogni ambiziosi con la speranza di vedere il figlio occupare il trono del Portogallo e promuove la nascita dell'Accademia di Belle Arti di Torino. Per la sua residenza, Palazzo Madama, Maria Giovanna Battista nel 1718 invita l'architetto messinese Filippo Juvarra a realizzare il grandioso scalone d'onore di Palazzo Madama, capolavoro assoluto del Barocco europeo.

- La vita a palazzo: regole, piaceri, devozione.

La quotidianità della vita di palazzo è ben presente in mostra con dipinti e oggetti: le conversazioni tra le dame, la tavola, il momento della toeletta con i piccoli oggetti preziosi. La vita a corte è retta da precisi cerimoniali e si svolge in ambienti che rispecchiano il gusto delle duchesse: mobili di gusto francese, come il tavolino in tartaruga e metallo pregiato del famoso ebanista Pierre Gole (Bergen, 1620 - Parigi, 1684), i piani di tavolo in stucco dipinto, i parati in "corame d'Olanda", gli orologi. Nel corso dei decenni, a Torino come in Europa, cresce sempre più l'attrazione per l'Oriente con gli arredi "alla China", le porcellane e i prodotti delle colonie: il thè, il caffè, il cioccolato. Nella vita delle Madame Reali la devozione religiosa ha una parte importante. Cristina promuove l'arrivo degli Ordini Carmelitani a Torino e Maria Giovanna Battista mantiene un proprio appartamento nel monastero delle Carmelitane. Le icone sacre e i libri di preghiera sono sempre fedeli compagni della brillante vita di corte.

- La moda e l'immagine del potere.

Cristina afferma la moda del vestire alla francese, una scelta "politica" che si sostituisce al vestire alla spagnola degli anni di Carlo Emanuele I e di Caterina d'Austria. Mutano le silhouettes, la scelta dei tessuti e dei gioielli, con i diamanti e le perle come protagonisti, guidate dalle istruzioni dei ministri a Parigi. Di là vengono i guanti profumati e gli abiti ricamati dei duchi, che si portano con pizzi d'argento e d'oro, di Venezia e di Fiandra, sposando appieno la dilagante passione per il merletto. Come reggenti, Cristina e Maria Giovanna Battista sono ritratte in lutto, sviluppando un'immagine che dà sostegno alla loro autorità e al loro potere. (Comunicato stampa)




Opera di Carmelo Nicotra nella mostra Le ragioni della leggerezza allestita a Catania Carmelo Nicotra
Le ragioni della leggerezza


termina lo 09 marzo 2019
Spazio BOCS - Catania

Mostra personale di Carmelo Nicotra a cura di Lorenzo Bruni. Il progetto è caratterizzato da tre nuove grandi sculture pensate per l'occasione che per le forme levigate, geometriche e i colori pastello sembrano interrogarsi sulla "eredità modernista". Allo stesso tempo indagano le caratteristiche del ready made di natura "duchampiana" visto che nascono da elementi di mobili vintage senza cadere nell'idea di "presentare l'assente". La conformazione delle singole sculture, che si situano in un equilibrio estenuante e innaturale tra oggetto nuovo e la ri-attivazione di un oggetto del quotidiano, provoca nell'osservatore una sensazione di inquietudine che influisce sulla percezione dell'ambiente circostante, ma anche sull'ipotetico ruolo che dovrebbe ricoprire l'opera d'arte in una società globale e immateriale che non produce più merci, bensì servizi.

Carmelo Nicotra (Agrigento, 1983) ha sviluppato una particolare attenzione alla scultura sociale a partire dall'osservazione della città di Favara vicino ad Agrigento. Questo approccio lo porta ad attivare per la mostra a Catania un dialogo con il contenitore espositivo non soltanto per mezzo delle sue tre sculture, anche tramite tre nuovi interventi minimali quanto al limite con la dimensione performativa. Quello che emerge così riguarda una riflessione più ampia sul tempo e la temporalità delle forme nello spazio reale e la loro persistenza e influenza nella coscienza collettiva. Nel corso della sua esperienza di ricerca, Carmelo Nicotra ha individuato una precisa linea di indagine che parte dall'osservazione per arrivare alla registrazione e archiviazione delle dinamiche (sociali e politiche) che regolano la comunità in cui è cresciuto.

In particolare, la sua attenzione si concentra sullo studio dei rapporti tra uomo e territorio, inteso come "luogo architettonico, sociale e antropologico". Con l'intento di scrivere una sorta di storia visiva della contemporanea Favara, attenta al dato estetico quanto a quello contenutistico, la ricerca artistica di Carmelo Nicotra sperimenta più mezzi (pittura, scultura, installazione, disegno, audio, video e graphic design) e si estende fino a includere lo studio della lingua (il dialetto del posto), delle tradizioni locali, del patrimonio orale, delle usanze e credenze popolari. Allo stesso tempo, la sua produzione mostra un nitido interesse nei confronti della cronaca quotidiana (ad esempio, rispetto ai mutamenti sociali e architettonici di un contesto urbano), indagata con un approccio quasi scientifico, e trasferita con un linguaggio che alterna immediatezza comunicativa e poetica concettuale. (Comunicato stampa)




Ritratto di Giacomo Leopardi Recanati dà il via al progetto "Infinito Leopardi"
www.infinitorecanati.it

Un flusso continuo di eventi ed appuntamenti imperdibili e l'esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels del manoscritto vissano de L'Infinito a 200 anni dalla sua composizione. Così Recanati si prepara a celebrare il bicentenario dalla stesura di uno dei più celebri componimenti della storia della poesia firmato da Giacomo Leopardi. "Infinito Leopardi" è un progetto promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L'Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibac), con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura e Università degli Studi di Macerata. La programmazione rientra nel Piano unitario della cultura messo in campo dalla Regione Marche per valorizzare al meglio il patrimonio culturale locale, che individua nel 2019 l'anno di Giacomo Leopardi sostenendo gli eventi ad esso collegati.

Si tratta di un progetto complesso sia per le diverse tematiche trattate sia per la durata temporale, un fatto straordinariamente unico intorno a cui realizzare un evento lungo un anno che tra mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, possa sollecitare la necessità di tornare a pensare all'infinito e alle infinite espressioni dell'uomo nella natura, tema portante e modernissimo del pensiero leopardiano. L'arco temporale dell'intero anno dedicato all'Infinito sarà scandito in due momenti principali, corrispondenti alla realizzazione di mostre di diversa natura prodotte da Sistema Museo, la società che gestisce i musei civici recanatesi. La prima parte delle celebrazioni, dal 21 dicembre 2018 fino al 19 maggio 2019, vedrà la realizzazione di due sezioni espositive.

La prima, a cura di Laura Melosi, direttrice della Cattedra Leopardiana presso l'Università degli Studi di Macerata, dal titolo "Infinità / Immensità. Il manoscritto", vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano dei manoscritti di proprietà del Comune di Visso, attraverso la rilettura attenta di essi e la loro esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels insieme all'autografo de L'Infinito, cuore simbolico del progetto. Strumenti multimediali ne accompagnano la visione, la comprensione e consentono l'approfondimento della storia che lo ha condotto fino a noi. Un'operazione che permetterà di mettere a punto un modello espositivo a rotazione nelle sale del museo civico del corpus leopardiano di documenti, manoscritti e cimeli del poeta, appartenenti alla collezione del Comune di Recanati. Un percorso intrapreso nel dicembre 2017 attraverso un viaggio nelle sale di Villa Colloredo Mels alla riscoperta del patrimonio leopardiano che torna definitivamente, dopo molti anni, a disposizione di tutta la cittadinanza, dei turisti e degli studiosi.

Con "Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L'Infinito, A Silvia", a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani, si porta in mostra la sequenza fotografica al centro di uno dei capitoli più affascinanti e meno indagati della storia della fotografia italiana del dopoguerra e dei rapporti tra letteratura e fotografia. Saranno esposte A Silvia, il celebre foto-racconto ispirato all'omonima lirica di Leopardi, nella sua versione originale del '64, di cui fino ad oggi si erano perse le tracce e in quella del 1988, insieme con la serie de L'Infinito per dare modo al pubblico di fare un confronto e avere uno spaccato della straordinaria evoluzione stilistica di Giacomelli nel corso degli anni.

Le celebrazioni continuano dal 30 giugno al 3 novembre 2019 (inaugurazione prevista il 29 giugno, giorno in cui cade il compleanno del poeta recanatese), con due mostre che ruotano intorno all'espressione dell'infinito nell'arte, "Infiniti" a cura di Emanuela Angiuli e "Finito, Non Finito, Infinito" a cura di Marcello Smarrelli, per un percorso sensazionale dall'epoca romantica a oggi. Scandite attraverso l'allestimento delle mostre in programma, le celebrazioni saranno accompagnate da eventi collaterali curati da massimi esperti del panorama culturale italiano e internazionale con un'attenzione particolare per le nuove generazioni. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)




Immagine di presentazione della mostra EtruSchifano - Mario Schifano a Villa Giulia EtruSchifano
Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno


termina il 10 marzo 2019
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia - Roma
www.villagiulia.beniculturali.it

In occasione del ventennale della scomparsa di uno dei massimi esponenti della pittura contemporanea, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dedica una mostra a Mario Schifano, la cui vicenda biografica e artistica è intessuta di stringenti legami con la civiltà etrusco-italica in generale e in particolare con il Museo di Villa Giulia, dove lavorò dal 1951 al 1962 come restauratore e lucidatore di disegni. Il progetto espositivo è curato da Gianluca Tagliamonte e da Maria Paola Guidobaldi. Nella sala dei Sette Colli è esposto il ciclo di opere Gli Etruschi (21 quadri), realizzato su commissione da Schifano nel 1991, e oggi di proprietà della Fondazione Pescarabruzzo di Pescara. La maggior parte dei quadri trae ispirazione da alcune delle più celebri pitture funerarie etrusche, ma non mancano richiami ad alcuni oggetti antichi. I quadri sono stati accostati in mostra ad alcuni vasi originali selezionati nell'ambito della vastissima collezione del Museo.

La reinterpretazione proposta dall'artista in chiave pop si sostanzia di dinamiche figure dai colori sgargianti, emergenti da un fondo monocromo o scuro. Una selezione (tre dipinti e due disegni) del ciclo di opere Mater Matuta, ispirato alle celebri sculture antiche di Matres (Madri), due delle quali, appartengono al Museo di Villa Giulia e sono esposte in mostra, è invece allestito nella Sala di Venere. Il ciclo Mater Matuta fu commissionato a Schifano nel 1995 dal manager Domenico Tulino. Realizzato in un periodo particolare della vita di Schifano, di forte sensibilità nei confronti di temi a carattere sociale, è forse l'ultimo ciclo pittorico eseguito dal Maestro, prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1998.

E' la prima volta che i due cicli sono accostati e presentati insieme in un contesto espositivo. La Sala dei Sette Colli accoglie anche una bacheca contenente documenti tratti dal fascicolo personale di Mario Schifano conservati nell'Archivio del Museo e un video con una sequenza di immagini fotografiche di Marcello Gianvenuti, che rievocano l'happening del 16 maggio 1985, quando, a Firenze, Schifano realizzò in poche ore dal vivo La Chimera, un gigantesco quadro di 40 metri quadri di superficie (4x10m). Il video prodotto in quell'occasione da Ettore Rosboch è andato perduto. E' perciò ancor più significativa la sequenza di immagini fotografiche proposta in questa mostra. (Comunicato stampa)




Giorgio Griffa: "Ordine e disordine"
inaugurazione 10 dicembre 2018
Condominio-museo viadellafucina16 - Torino
www.condominiomuseo.it

L'opera che Giorgio Griffa, artista torinese di fama internazionale, ha donato a viadellafucina16, un omaggio ad Alighiero Boetti, rappresenta il culmine del processo di trasformazione avvenuto finora in questo stabile dove - per iniziativa di KaninchenHaus, di un gruppo di condomini e da un'idea dell'artista Brice Coniglio - ha preso nel 2016 vita il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Una sequenza di 73 pezzi unici di ceramica invetriata (materiale con cui per la prima volta si confronta l'autore) appese alle volte dell'atrio, rappresenta il precario equilibrio tra caos e volontà e sembra commentare il tentativo di trasformazione in corso in questo spazio, dove l'arte diventa motore di un processo di rigenerazione collettiva. L'opera è progettata nell'ambito del programma internazionale "Nuovi Committenti" con il sostegno di Fondation de France e di Regione Piemonte.

L'inaugurazione vuole essere occasione per festeggiare i risultati di questi due anni di lavoro, durante i quali viadellafucina16 ha ospitato 12 artisti in residenza, 18 eventi pubblici, importanti festival cittadini e gli interventi di grandi maestri come Griffa e Pistoletto. Alla serata sarà presente François Hers l'artista che ha inventato Nuovi Committenti. Nell'ambito del programma OPEN LAB di Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus avvia ora una nuova fase del progetto tesa a trasformare il Condominio-Museo in un format aperto, per permettere ad altri stabili di replicare l'esperimento. (Comunicato stampa)

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After the preview during Turin Art Week, Kaninchen-Haus and a.titolo are pleased to invite you Monday, December 10th at 6pm in Via La Salle 16 Turin, to the opening of the foyer of Viadellafucina16 Condominium-Museum and the work by Giorgio Griffa "Ordine e Disordine", produced thanks to the support of the Fondation de France and the contribution of the Regione Piemonte as part of the New Patrons programme. The internationally renowned Turin artist Giorgio Griffa donated to viadellafucina16 an homage to Alighiero Boetti. The artwork is the peak of a process of shared transformation, initiated by the artist Brice Coniglio together with the KaninchenHaus association and a group of co-owners, which, in 2016, breathed life into the unprecedented formula of the Condominium-Museum.

A sequence of 73 unique pieces of enamelled pottery (material which the author deals with for the first time) hanging from the majestic atrium, represents the precarious balance between chaos and will and it seems to comment on the ongoing transformation of the space, where art becomes the engine of a process of collective regeneration. The opening on December 10th wants to be the opportunity to celebrate the results of these two years of work, during which viadellafucina16 hosted 12 artists in residence, 18 public events, important city festivals and the works of great masters such as Giorgio Griffa and Michelangelo Pistoletto. François Hers, the artist creator of New Patrons programme, will be present. Furthermore, we are pleased to announce that, in the framework of OPEN LAB programme by Compagnia di San Paolo, KaninchenHaus will now launch a new phase of the project aiming to transform the condominium-museum in an open format in order to allow other building internationally to replicate the experiment. (Press release)




Locandina della mostra dedicata a Marc Chagall a Castiglione del Lago Marc Chagall
L'anima segreta del racconto


termina il 31 marzo 2019
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

La mostra, curata da Andrea Pontalti, propone una significativa selezione di opere dell'artista russo, dalla serie "Le Favole", dal ciclo "Chagall Litographe" ed infine due opere raramente esposte al pubblico. L'esposizione si focalizza prevalentemente sull'opera grafica dell'artista. Si potrà ammirare una significativa selezione di opere tratte dalla serie Le Favole de La Fontaine, dal ciclo Chagall Litographe ed infine due opere dell'artista russo raramente esposte, provenienti da una collezione privata italiana. Chagall non lavora solo con il colore e il tratto, ma con un immenso linguaggio di oggetti che costituiscono il suo fictional world. Spesso per le sue opere sono stati utilizzati i termini "letteratura", "dipinto letterario" ed egli è stato definito "creatore di favole o racconti fantastici". Nel 1948, alla XXIV edizione della Biennale di Venezia, Chagall espone dipinti, disegni, incisioni e illustrazioni di Gogol, La Fontaine e la Bibbia. Proprio quest'ultima produzione sarà determinante per il Primo Premio della grafica che gli verrà conferito.

Una consacrazione forse tardiva, ma certamente indicativa dell'importanza storico-artistica del corpo principale delle opere esposte. Lo stupore accompagnerà il visitatore nella visione sia delle acqueforti delle "Favole" che delle magnifiche litografie del ciclo Chagall Litographe. Il disegno Re David suona la cetra (1949-52) e il dipinto Musicien et Danseuse (1965) arricchiscono, infine, il repertorio tecnico e narrativo del percorso. L'originalità dell'arte di Chagall e il suo dinamismo fantastico, che lascia trapelare tutto il mondo interiore di "eterno fanciullo", pervade anche la sua produzione grafica. La mostra è un racconto del raccontare, che consacra a buon diritto Chagall quale "artista letterario e mitologico". Ancora una volta Chagall riesce a stupire con le sue suggestioni, portandoci alla scoperta del mondo con l'animo di un bambino.

___ Le opere in mostra

- Le Favole

Chagall inizia ad illustrare Le Favole di La Fontaine a Parigi, nel 1927, su richiesta del mercante d'arte Voillard. Nelle 20 acqueforti in mostra l'artista mette l'accento sulla componente mitologica e universale della favola con la consueta padronanza nel posizionamento dei personaggi: le figure sembrano stagliarsi sul foglio come per dominarlo, alla maniera della scrittura ebraica o come nelle icone russe, ricordi presenti della sua adolescenza. Il lavoro grafico su Le Favole illustra i grandi temi della vita che hanno interessato Chagall nel corso della sua opera: amore, morte e follia umana; temi antitetici che si incontrano e scontrano come in un ossimoro petrarchesco: così nel foglio in cui sono magistralmente rappresentati l'arroganza del lupo, che si contrappone alla mitezza della cicogna che gli salva la vita, dominano gratitudine ed ingratitudine, vita e morte. I reticoli, le figure, gli oggetti, i granelli di polvere neri sembrano uscire dal suo mondo fantastico, aggredire realmente lo spettatore, fagocitarlo e trascinarlo via.

- Chagall litographe. L'intimo compendio

Chagall Litographe presenta al visitatore un ciclo di litografie originariamente realizzate per il primo volume del catalogo ragionato dell'opera litografica dell'artista (in mostra è presente l'edizione deluxe tirata in soli cento esemplari). Lungi dall'essere dei semplici strumenti di catalogazione, i volumi sono dei veri e propri "livre d'artiste" corredati di un apparato di opere originali di altissimo livello. Chagall pubblicherà altri tre volumi corredati di illustrazioni tra il 1963 e il 1974. Un nucleo di quattro opere, nello specifico, Le Cirque, La Jongleuse, Le Clown musicien, Carte d'invitation ruota attorno al tema del circo. Tale tema attraversa tutta l'arte moderna. Chagall, già affascinato dagli spettacoli circensi nella natale Vitebsk, incontrerà a Parigi il circo come uno dei fulcri più interessanti della vita artistica e sociale della capitale francese.

Legame ambivalente, capace di mettere in scena i poli opposti del tragico e del comico. In La Baie des Anges e in Femme-oiseau Chagall tocca, invece, quel processo di ibridazione e metamorfosi tra umano e animale che sin dalle illustrazioni delle Favole attraversa l'opera dell'artista. Il ciclo di opere include inoltre due rappresentazioni dell'angelo, variazioni dello stesso motivo iconografico. In Couple Noir au Musicien compare una coppia di amanti che in Chagall Litographe ricorrerà anche nelle opere Le Couple devant l'arbre, Les Amoureux au soleil rouge, Affiche pour la ville de Vence, Couple en ocre.

Se il tema degli amanti persiste nel percorso di Chagall, le opere in mostra presentano un'indelebile costante dell'amore come abbraccio, come abbandono all'altro. In un terzo gruppo di opere è Parigi a prendere la scena: Notre-Dame en gris, Visions de Paris e Notre-Dame et la Tour Eiffel. Infine l'artista compare in due autoritratti: Le Peintre à la palette e Auto-portrait. Quest'ultima è l'opera più ricca di elementi chagalliani, dove si scorge quello che sembra un volume dal titolo Ma Vie, titolo esatto della sua autobiografia ma anche indicazione allo spettatore a cercare nell'opera gli elementi portanti della vita dell'artista.

- Re David suona la cetra

Realizzata tra il 1949 e il 1952, Re David suona la cetra è un'opera parsimoniosa nell'uso del colore e del tratto e trova nell'essenzialità esecutiva un mezzo perfetto per la narrazione. Il riferimento è certamente biblico, di quella Bibbia che Chagall definì come "la più grande fonte di poesia di tutti i tempi" o come "l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli". Il tema è caro a Chagall che nelle illustrazioni della Bibbia (1931-56) lo affronta in ben due tavole, la prima a "citare le scritture" dove il giovane David calma i mali di Re Saul con la musica, la seconda a collocare il Re intento a suonare nella solitudine di un paesaggio vitreo. Nel Re David suona la cetra Chagall sceglie la libertà compositiva e la mescolanza in un cielo costellato di riferimenti biblici: Mosè con le tavole della Legge, il Cristo come l'ebreo messo a morte, Adamo ed Eva e gli Angeli. Re David pare suonare per un popolo in marcia (quasi certamente il popolo ebraico), mentre non mancano accenni alla ruralità.

- Musicien et danseuse

Sono interessanti i confronti di Re David suona la cetra con l'opera esposta dal titolo Musicien et danseuse (1965). In una composizione di estrema semplicità e vivacità coloristica si ravvisa, innanzitutto, la musica. Nell'opera emerge il tema del violinista, che sarà una figura-chiave del linguaggio figurativo di Chagall tanto da divenire allegoria stessa della musica. In questo caso è la composizione nella sua interezza a rimandare all'universo folkloristico e rurale di Vitebsk, sua città natale. (Comunicato stampa)




Sergio Zanni - Viandante - acrilico carboncino terra creta su tavola cm.50x70 Sergio Zanni: "Alla ricerca del perturbante"
termina il 29 marzo 2019
BFMR & Partners - Reggio Emilia

Il titolo dell'esposizione evoca un termine utilizzato da Sigmund Freud per indicare ciò che, familiare ed estraneo allo stesso tempo, provoca uno spaesamento, una situazione di latente incapacità di comprendere secondo i canoni tradizionalmente adottati. "Perturbanti" sono i protagonisti dell'opera pittorica e scultorea di Sergio Zanni: viandanti e viaggiatori senza meta, frutto di un immaginario poetico e surreale. Il percorso della mostra si compone di una trentina di opere, tecniche miste su carta e su tavola, di medie e grandi dimensioni, realizzate negli anni Duemila, oltre a due sculture in terracotta, raffiguranti i protagonisti del suo fervido immaginario.

«Nello studio di Sergio Zanni, che s'affaccia su un cortile nella Ferrara antica - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - si è presto circondati, quasi assediati, da una selva di figure: i personaggi creati dalla sua fantasia e realizzati prima in terracotta e poi nei materiali che consentono di ampliarne le dimensioni. Sono così nati nel tempo i personaggi che Zanni ha presentato in mostre, in Italia e all'estero, a partire dal 1973, e che lui stesso ha puntigliosamente elencato: eremiti; signori della pioggia; monumenti ai caduti; diavoli; custodi delle pianure; camminatori; palombari; attendisti; figure senza davanti; piloti; cacciatori di nuvole; oblomov (il "mite-fantasma" del romanzo di Goncarov); fumatori; pittori di guerra; angeli misteriosi; sirene; equilibristi, Ulisse e altri viandanti; naufraghi e figure controvento che, nonostante abbiano ormai l'acqua alla gola, s'ergono su barche che stanno inabissandosi...».

Opere che, come confessa lo stesso artista, nascono «dalla consapevolezza di vivere gli ultimi fuochi di un tempo, quello dell'umanesimo, giunto ormai alla fine, con il tempo della tecnologia e della scienza che eclissa un modo di essere che apparterrà sempre più al passato», nonostante "I cercatori dell'immutabile", da lui raffigurati, perseverino nel tentativo di congelare il tempo. Sergio Zanni (Ferrara, 1942), pittore e scultore, frequenta l'Accademia di Belle Arti di Bologna studiando pittura e approfondendo la ricerca sul modellato. All'attività artistica affianca fino al 1995 l'insegnamento all'Istituto d'Arte "Dosso Dossi" di Ferrara. A partire dal 1973 ha preso parte ad esposizioni personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Particolare da Anima e corpo - foto di Giorgio_Bianchi L'anima e il corpo
Immagini del sacro e del profano tra Medioevo ed Età Moderna


termina il 24 febbraio 2019
Musei Civici d'Arte Antica - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

I Musei Civici d'Arte Antica | Istituzione Bologna Musei proseguono nell'impegno per la valorizzazione delle Collezioni Comunali d'Arte in concomitanza con i lavori di ripristino della copertura di Palazzo d'Accursio, la cui conclusione è prevista nella primavera 2019, promuovendo una nuova esposizione che ne rivisita l'ampio patrimonio permanente alla luce di un nuovo criterio tematico. Dopo un primo riallestimento incentrato sulla nascita del gusto moderno tra '700 e '800, il nuovo ordinamento del percorso espositivo propone un tema fondamentale nella cultura figurativa occidentale, la rappresentazione del divino e della figura umana, indagandone l'evoluzione iconografica tra il XIII e il XVIII secolo.

L'esposizione, a cura di Silvia Battistini e Massimo Medica, ricompone alcune delle opere di maggiore rilevanza storico-artistica del museo - tra cui la ricca collezione di sculture e di dipinti medievali dei Primitivi; le preziose tavole di Francesco Francia, Amico Aspertini, Luca Signorelli e le tele di Prospero Fontana, Ludovico Carracci, Michele Desubleo, Guido Cagnacci, Donato Creti, Gaetano Gandolfi, Pelagio Palagi - ordinate secondo due linee di lettura che si alternano nelle sale espositive narrando, da un lato, l'essenza del divino, dall'altra, la vita e i sentimenti quotidiani. I visitatori hanno così modo di comprendere come anche le più note raffigurazioni religiose e profane non siano rimaste uguali a se stesse nel corso dei secoli, ma abbiano accompagnato il rinnovamento del linguaggio artistico, riverberando il dibattito sulla raffigurazione del corpo umano nel mutare del clima sociale e religioso europeo.

Se il Medioevo ricorre alla rappresentazione del corpo per dare un'identità alla dimensione religiosa nelle sue differenti manifestazioni (Padre Eterno, Cristo, la Vergine, i santi), nel Rinascimento il corpo rappresentato in modo naturalistico diviene fondamentale per dare un volto alla santità e facilitare la divulgazione della dottrina cattolica. L'itinerario di visita inizia nella sala 25, dove nelle tavole del Medioevo e nelle tele del Rinascimento le immagini sacre sono accompagnate da donatori, devoti e facoltosi personaggi che finanziavano l'opera nella speranza che ciò valesse come intercessione per l'aldilà. Uomini e talvolta anche donne, che inizialmente compaiono piccoli ai piedi dei santi; poi si accostano a guardare lo svolgersi di scene sacre come spettatori che si affaccino a un palcoscenico; infine entrano addirittura a farne parte, riacquistando nel tardo Rinascimento la loro dimensione reale, uguale a quella dei sacri protagonisti.

La centralità dell'uomo nel creato, ma al contempo l'esaltazione dell'umanità del Cristo (tema centrale nel dibattito con la dottrina protestante) consentono al donatore di diventare protagonista di un messaggio religioso e attraverso questo di promuovere il proprio ruolo sociale. I diversi orientamenti della Chiesa nell'incoraggiare la devozione del fedele, ora basata sulla conoscenza degli episodi del Vangelo e dell'Antico Testamento, ora su un coinvolgimento emozionale totalizzante dovuto alle esperienze estatiche, fa sì che in ogni epoca siano state favorite differenti tipologie di santi. Nel Medioevo sono principalmente venerati, e quindi rappresentati, i martiri delle origini del cristianesimo, raffigurati in pose rigide; nel Rinascimento e nelle età successive si preferiscono nuovi santi e sante, accanto ai padri della Chiesa e ai patroni di città e luoghi sacri, per lo più raffigurati in una scena alla presenza della divinità (per esempio nella Sacra Famiglia o ai piedi del Crocifisso) o in una concentrata preghiera, che doveva essere di forte esempio alla pratica dei fedeli.

Parallelamente si affermano le narrazioni delle passioni degli uomini, che si riconoscono spesso nelle storie degli eroi antichi o nelle complesse allegorie di vizi e virtù. Nella sala 24 si comprende come i pittori medievali si fossero esercitati nella ritrattistica proprio raffigurando i donatori, mentre nel Rinascimento la rappresentazione dei volti diviene un genere figurativo autonomo e di grande varietà, non solo per le descrizioni delle vesti e l'adattare le pose al gusto del momento, ma per la capacità dell'artista di descrivere, in uno spazio solitamente molto circoscritto, l'intensità psicologica della persona ritratta o la sua condizione sociale e il livello culturale: guardando quei volti si penetrano interi mondi.

Se qualche tratto misterioso o un emblema curioso circondano i volti del Cinquecento di un'aura particolare, si deve alla passione degli uomini del Rinascimento per complesse allegorie e metafore, sia letterarie che visive, in cui non di rado un soggetto in apparenza facilmente riconoscibile, quale un ritratto o una figura ispirata alla mitologia, allude in realtà a tematiche ben più complesse e sottili espresse attraverso la capacità degli artisti di descrivere l'intensità psicologica del soggetto e la sua condizione sociale. I temi che toccavano più da vicino l'anima dei fedeli si trovano nella sala 23, dove sono riuniti gli episodi della vita della Vergine e di Cristo, dall'Annunciazione al compimento della Passione, dipinti da artisti di epoche diverse. Accanto alla ripetitività di quegli elementi che non possono mancare perché costituiscono la storia stessa, le differenti ambientazioni e le varianti iconografiche sono in grado di trasmettere il pensiero di un'epoca.

Il tema della Deposizione, così popolare nel XVI secolo, è ben documentato in questa sala, grazie anche alla possibilità straordinaria di ricostruire in parte un capolavoro perduto di Luca Signorelli - la pala con il Compianto sul Cristo morto che il pittore rinascimentale realizzò tra il 1504 e il 1505 per la chiesa di Sant'Agostino a Matelica - riaccostando due frammenti ad essa appartenuti: la Testa di donna piangente, conservata alle Collezioni Comunali d'Arte, e la bellissima Testa di Cristo. I ritratti del Settecento di nobili e ricchi borghesi, talvolta anche politici e artisti, dialogano nella sala 19 con i volti di uomini e donne cari a Pelagio Palagi, che li aveva raffigurati in posa, ma spesso soffermandosi solo sullo studio dell'espressione dei loro volti. La pittura dell'eclettico artista riporta l'attenzione del visitatore sui temi mitologici e sull'importanza educativa che ebbero nella civiltà della fine del Settecento e dell'Ottocento, quale veicolo di ammaestramento morale.

Nella sala 20 si coglie come dei ed eroi dell'antica Grecia o gli epici personaggi della storia romana non siano più protagonisti di leziosi quadretti per decorare salotti e boudoirs, ma figure emblematiche le cui gesta e il cui coraggio dovevano essere d'esempio nel presente, ricco di nuovi ideali. La mostra si conclude nella monumentale Sala Urbana (sala 17), dando voce ad entrambi i filoni del racconto: il visitatore potrà scegliere se concludere ammirando prima le opere che più parlano all'anima poi quelle che stimolano principalmente i sensi, o viceversa. L'anima è avvinta dall'osservazione ravvicinata di straordinari Crocifissi scolpiti e dipinti, che tra XIII e XV secolo erano appesi in chiese e cappelle a definire il confine, già allora solo virtuale, tra lo spazio del clero e lo spazio dei fedeli. Ma il sentimento religioso era coltivato anche in ambito domestico, come mostrano trittici portatili e piccole tavole devozionali, che ben si accostano per contrasto alle grandi croci.

I sensi sono conquistati dalle forme perfette ed appena conturbanti delle divinità dipinte da Donato Creti, avvolte in stoffe e luci dove i colori pastosi e intensi cominciano cautamente a raccontare il turbamento dell'età moderna. Viene inoltre esposta nella Sala Urbana la pala di epoca e committenza bentivolesca di pittore bolognese ignoto, proveniente dalla chiesa dei frati francescani osservanti di San Paolo al Monte. L'opera, la cui squisita fattura rinascimentale testimonia la conoscenza delle novità dipinte in quegli anni in città dal pittore ferrarese Francesco del Cossa, è stata sottoposta nei mesi scorsi a un intervento di manutenzione conservativa, per fissare alcuni sollevamenti degli strati superficiali della pellicola pittorica, dovuti al movimento delle tavole di supporto, che avrebbero potuto causare cadute di colore. (...) Oltre al percorso espositivo tematico, la visita al museo prosegue sia verso l'ala Rusconi, in cui la sequenza dei tre salotti barocchi è seguita da tre sale dedicate all'evoluzione del paesaggio tra XVIII e XIX secolo. (Comunicato stampa)

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Italiae Medievalis Historiae
ed. Tabula Fati
Recensione di Ninni Radicini




Immagine di presentazione della mostra Olivetti formes et recherche 1969. Olivetti formes et recherche
termina il 24 febbraio 2019
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino

In mostra una selezione di fotografie dell'omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell'ottobre 1971. A cinquant'anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna -, curata da Barbara Bergaglio e Marcella Turchetti e aperta al pubblico in Project Room a Camera dal 6 dicembre 2018 al 24 febbraio 2019 -, ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall'architetto Gae Aulenti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla società Olivetti e a quella cultura: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino.

Oltre 70 fotografie provenienti dall'Associazione Archivio Storico Olivetti offrono la possibilità di raccontare l'ormai leggendaria esposizione nelle sue diverse tappe, attraverso servizi fotografici di grandi maestri: da Ugo Mulas per l'edizione parigina, a Tim Street-Porter a Londra. Ulteriori documenti di approfondimento arricchiscono il racconto per immagini: il filmato per la regia di Philippe Charliat, con commento di Riccardo Felicioli, che è un vero e proprio viaggio di scoperta attraverso una città buia e misteriosa, dove Gae Aulenti guida il visitatore all'incontro con la Olivetti; il catalogo con testi di Giovanni Giudici - un anti-catalogo se inteso nel senso tradizionale del termine - che costituisce la chiave di interpretazione dei linguaggi e delle tecniche compositive che sono state approntate nel progetto dell'esposizione; il manifesto della mostra ideato da Clino T. Castelli, che ridisegna un nuovo e diverso uomo vitruviano generatore di una varietà di movimenti e forme, distante da soluzioni standard definitive.

La mostra si sviluppa attraverso le immagini originali dell'Archivio di Ivrea con l'obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro. L'esposizione costituisce, quindi, anche un'occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui "immagine" è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell'Unesco. La mostra, nella primavera del 2019, sarà trasferita ad Ivrea, negli spazi del Museo Civico "P.A. Garda". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Austin Eddy nella mostra alla Cellar Contemporary di Trento Austin Eddy | Giardino di Funghi di Legno
termina a fine marzo 2019
Cellar Contemporary - Trento

In un giardino tutto diventa prezioso, anche il più piccolo tassello di legno. Austin Eddy presenta per la prima volta da Cellar Contemporary la sua collezione di "Funghi di Legno", opere su carta e assemblaggi che raccontano il suo universo visionario attraverso la scelta delle forme e dei colori. Personale del giovane artista americano, che mixa altissimi modelli artistici come Mirò, Picasso e Matisse a uno spirito creativo che si libera degli stilemi tradizionali per riunire nelle sue forme astratte le pratiche del recupero e del collage.

Attraverso la pittura declinata in materiche campiture di smalti lucidi, Austin Eddy crea sintonie geometriche tra materiali diversi, utilizzando liberamente elementi di legno, mosaici, lampadine e meccanismi di orologi. I suoi assemblaggi diventano così interattivi e si prestano a evocare pendoli vintage e luci cittadine, mentre le opere su carta si presentano come multiformi panorami sgargianti. Austin Eddy (Boston, 1986) ha conseguito la laurea presso l'Art Institute di Chicago nel 2009. L'artista realizza opere autobiografiche al confine tra figurazione e astrazione. Lavora con tecniche miste che comprendono pastelli, olii, cartoncini, pittura spray. Ha partecipato a varie mostre personali e collettive nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)




Aztechi, Maya, Inca e le culture dell'antica America
termina il 28 aprile 2019
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza

Uno dei più curiosi spunti di approfondimento della esposizione riguarda l'invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. Infatti negli altri giochi dell'antichità e degli altri continenti che potrebbero rivendicare un legame analogo si usavano palle che non rimbalzavano. Lo illustra, nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra, Antonio Aimi. "Il gioco della palla - scrive Aimi - era presente in molte culture dell'antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall'Area Intermedia all'Amazzonia, ma non nell'Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari.

Il gioco della palla poteva essere praticato - continua il prof. Aimi - in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di "I", che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall'Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant'è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un "tifo" appassionato.

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

"Nel corso di circa 3000 anni di storia mesoamericana si sono sviluppate - sottolinea l'esperto - diverse varianti del gioco. Nella regione dell'Oaxaca si usava una palla di piccole dimensioni che veniva lanciata con guanti pesanti, nell'Area Maya si giocava anche con una palla di grandi dimensioni (circa un metro di diametro) fatta, probabilmente, di una pelle gonfiata. A Teotihuacan, la grande metropoli che dominò la Valle del Messico durante il Periodo Classico, pare che esistessero anche altri due modi di giocare. Il primo prevedeva di colpire la palla coi piedi, il secondo con una mazza e veniva praticato in un terreno aperto delineato da marcadores verticali, mobili e componibili, che, una volta assemblati, sembravano colonne sormontate da una sfera e da un cerchio". Come a dire, nulla di nuovo sotto il sole dello sport! (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Dani Daniela Tagliapietra dalla mostra Vibranti Universi di Luce e Colore Dani - Daniela Tagliapietra
Vibranti Universi di Luce e Colore


termina l'11 aprile 2019
Plus Florence - Firenze

"Teleri di diverse dimensioni, fino ad arrivare anche a teleri di grandi pareti, quelli che Daniela Tagliapietra, in arte Dani, da qualche tempo lascia leggere in mostre come in questa oggi a Firenze, capace di lasciare sorpresi non solo gli addetti ai lavori come me, ma i collezionisti che hanno subito individuato la poetica spaziale che governa l'intera produzione della pittrice vicentina. Sciabolate di colore e di materia, movimenti di segni che partono da un centro e si irradiano in modo quasi infinito, E' il mondo interiore che la pittrice porta in esterno, i suoi immagazzinamenti mentali, la sua solare creatività, i luoghi dello spazio e dell'universo stellare. E' l'estetica dell'astrattismo e dell'informale, sia di stampo europeo che americano, che approda con una misura sublime. Ella assorbe l'apparenza delle cose e del mondo attraverso un lavoro creativo che trasforma la rappresentazione nelle sue componenti e, in primo luogo, in luce o simbolo, ovvero il dischiudersi ai sogni.

Il colore, dolce ed espanso, rischiarato da pulsazioni luminose, crea un'atmosfera di indefinibile poesia, ed è il mezzo di espressione più adeguato del suo vocabolario figurale. Si percepisce dai suoi lavori una sorta di geografia del mondo, dall'universo stellare al dinamismo organico, tanto che l'artista pare guidata da una sensibilità poetica sintetica eppure originale, da svelarne sia i segreti della terra e dell'intero universo, che le seduzioni di una pittura largamente innovativa e pronta ormai a ristabilire sintagmi neo-naturalisti.. Ecco allora che questa pittura, ricca di materia fluida, con lampi e larghe macchie, struttura lo spazio e il centro dell'ambiente che lievita, facendo vivere anche la formazione di una nuova coscienza ambientale aperta a ogni richiamo di neoavanguardia e nouvelle modernitè" (Carlo Franza - curatore della mostra)

Daniela Tagliapietra (Lonigo - Vicenza, 1973), in arte Dani, artista autodidatta, da alcuni anni è presente nel panorama artistico italiano. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane. Presente anche in rassegne e fiere d'arte. (Comunicato stampa)




Immagine Mosaico con raffigurazione di pesci Mosaico con raffigurazione di Nereide
Mosaico con raffigurazione di pesci


Tornano al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, da poco inaugurato nella sua nuova veste, due splendidi mosaici, accuratamente restaurati in occasione della XVIII edizione di Restituzioni, esposti fino al 16 settembre scorso alla Reggia di Venaria di Torino nella mostra La fragilità della bellezza. Si tratta del Mosaico con raffigurazione di Nereide, tra i più antichi pavimenti rinvenuti ad Aquileia e uno degli esempi più significativi della ricchissima collezione musiva del Man, e del Mosaico con raffigurazione di pesci, risalente al I sec. d. C.

Il tessellato con Nereide, rinvenuto casualmente tra il 1859 e il 1860 non lontano dalla Basilica di Aquileia, raffigura una scena mitologica a soggetto marino dai colori vivaci, racchiusa entro un raffinato bordo con treccia e nastro. La scena, centrata su una figura femminile dai capelli biondi seduta su un toro bianco dalla coda pisciforme, fu interpretata fin dalla scoperta come una raffigurazione del mito di Europa, amata da Zeus, nelle sembianze di un toro. Ed è con questo nome che il mosaico è ampiamente noto, anche se è probabile si tratti di una raffigurazione di Nereide, le mitiche ninfe che insieme ai Tritoni scortavano il dio del mare, Posidone, sedute su animali marini, quali il toro con coda di pesce del mosaico aquileiese.

Il mosaico decorava una sala di una ricca domus risalente alle fasi più antiche di Aquileia; dalla stessa abitazione proviene anche il notissimo mosaico con raffigurazione di "pavimento non spazzato", che nel nuovo allestimento del museo dialoga con la Nereide, in una nuova disposizione di grande effetto, in una delle sale dedicate alle abitazioni private di Aquileia. Sempre a una domus appartiene anche l'altro mosaico atteso al museo per i primi di ottobre, rinvenuto nel 1963, un secolo più tardi rispetto a quello con raffigurazione di Nereide, nel quartiere settentrionale di Aquileia, in un contesto noto con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia. Il piccolo riquadro musivo rappresenta una scena di mare realistica di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, un motivo molto noto nel mondo romano, ampiamente presente nei raffinati pavimenti di Pompei. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Fotografia di Fulvio Roiter nella mostra Fotografie 1948-2007, a Genova Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova

Circa 150 scatti, per la maggior parte vintage, selezionati dal curatore Denis Curti con il prezioso contributo della moglie Lou Embo, raccontano l'intera vicenda artistica del grande fotografo scomparso nel 2016, e fanno emergere tutta l'ampiezza e l'internazionalità del lavoro di Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Il percorso espositivo racconta gli immaginari inediti che rappresentano la Sicilia ed i suoi paesaggi, Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, in Belgio, in Portogallo, in Andalusia ed in Brasile che hanno determinato i primi approcci alla fotografia di Roiter, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva. "Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d'oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti" (Leonello Bertolucci, I Grandi Fotografi - Fulvio Roiter, Milano 1982).

"Un bianco e nero aspro, contrastato, ruvido. Un desiderio di raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. E' questa la fotografia di Fulvio Roiter. Un modo particolare di guardare il mondo che ha ispirato l'opera del grande autore veneziano, fino alla fine dei suoi giorni, in una linea di racconto dinamica, ricca di sfumature, sorprese e colpi di scena, vicina a un approccio intimo alla fotografia" afferma Denis Curti.

Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica, per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l'autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: "Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali" (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016)

Ne derivano 9 sezioni di mostra, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile del grande fotografo: L'armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l'Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L'altra Venezia; L'infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L'uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell'anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall'autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati. Promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, la mostra è prodotta da Civita Mostre in collaborazione con i Tre Oci. Accompagna la rassegna un catalogo bilingue Marsilio Editori.

Fulvio Roiter (Meolo, 1926 - Venezia, 2016) è stato uno dei più importanti fotografi italiani. Esperto di fotografia in bianco e nero, usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica, che esaltava luoghi e particolari inediti della scena. Già fotografo apprezzato per aver prodotto diversi libri fotografici di città e regioni del mondo, salì alla ribalta internazionale per gli scatti sulla sua Venezia da cui trasse il libro Essere Venezia del 1977. E' stato uno dei tre fotografi italiani a cui è stato assegnato nel 1956 il premio internazionale per l'editoria fotografica Nadar. Roiter si diplomò come perito chimico, ma dal 1947 si dedicò alla fotografia, che divenne la sua attività professionale dal 1953. Nel 1949 aderì al circolo fotografico La Gondola di Venezia, fondato dall'amico Paolo Monti due anni prima.

Nel 1953 partì per la Sicilia nel suo primo viaggio fotografico, il primo di molti in tutto il mondo. La pubblicazione nel gennaio 1954 di alcuni scatti siciliani sulla rivista Camera segnò il suo debutto sulla scena internazionale. Dopo avere realizzato numerosi reportage per alcune riviste, pubblicò nel 1954 il suo primo libro fotografico, il volume in bianco e nero Venise a fleur d'eau. Nel 1956 Roiter vinse la seconda edizione del Premio Nadar con il libro di sole foto bianco e nero Umbria. Terra di San Francesco (Ombrie. Terre de Saint-François). Ottenne la consacrazione sulla scena internazionale con il libro Essere Venezia del 1977, stampato in quattro lingue con una tiratura di circa un milione di copie, un best seller unico per l'editoria fotografica. Durante la sua carriera, Fulvio Roiter ha pubblicato circa un centinaio di volumi di fotografie, compiendo numerosi viaggi in ogni parte del mondo. Roiter è stato sposato con la fotoreporter belga Louise "Lou" Embo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
26 maggio 2018 - 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
termina il 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Re Ludwig II di Baviera Pagina dedicata al Re Ludwig II di Baviera
www.tuttobaviera.it/ludwig

Tre castelli costruiti tra il 1868 e il 1886 e altri in progetto ma mai realizzati, una splendida residenza di caccia a quasi 1.900 metri d'altezza, il profondo legame con la cugina Sissi, l'amicizia e il mecenatismo verso Wagner. Ecco alcuni dei "numeri" di Re Ludwig II, il più famoso sovrano bavarese, un mito del decadentismo ed in assoluto il più conosciuto, amato, controverso e studiato figlio della Baviera. La vita, il mistero della morte e tutte le informazioni utili per visitare i castelli di Ludwig. Questo e molto altro nella sezione speciale di TuttoBaviera dedicata al re delle favole. (Comunicato stampa)






Leonardo da Vinci tra arte, religione, alta finanza e mille curiosità - particolare dalla locandina della conferenza Leonardo da Vinci tra arte, religione, alta finanza e mille curiosità
Conferenza di Fabrizia Buzio Negri

02 marzo 2019, ore 16.30
Salone Estense - Varese

A Varese si apre l'anno dedicato al grande genio del Rinascimento. Per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci (Amboise, 2 maggio 1519) questo è il primo appuntamento, in partenariato con progetto "Leonardo 500 Varese" 1519-2019. Incontro aperto al pubblico attorno a un Leonardo inedito al di fuori della tradizione, tra luci e ombre e mille curiosità con presentazione di macchine leonardesche create da Roberto Vasconi. Il progetto è curato da Fabrizia Buzio Negri - giornalista e critico d'arte - e Roberta Colombo in collaborazione con Associazione Coopuf Iniziative Culturali, UNI3 Varese, A.N.V.O. Associazione Navimodellisti Valle Olona. (Comunicato stampa)




Annullo speciale per il 135esimo Carnevale Monfalconese Poste Italiane: Annullo speciale per il 135° Carnevale Monfalconese

In occasione del Carnevale Monfalconese, Poste Italiane sarà presente con un annullo filatelico temporaneo. Il timbro figurato sarà disponibile sabato 23 febbraio, dalle ore 10 alle ore 16, nel centro commerciale "Belforte" di via Pocar, a Monfalcone. Con l’annullo speciale saranno timbrate le corrispondenze presentate direttamente allo sportello e quelle spedite, in tempo utile, presso Filatelia dell'ufficio postale di Gorizia, in corso Giuseppe Verdi 33. (Comunicato stampa)







Il Torino Youth Centre e l'Università degli Studi di Torino presentano Campus Off
offtopictorino.it

Il 14 febbraio il Torino Youth Centre e l'Università degli Studi di Torino hanno inaugurato a Off Topic - hub culturale e centro di protagonismo giovanile - Campus Off: due aule studio, 250 metri quadrati circa, 150 posti a sedere, un'innovativa "sala del rumore" per i lavori di gruppo e una "sala del silenzio" per lo studio individuale dotata di cuffie wireless SilentSystem per ascoltare le playlist più adatte allo studio. Off Topic si configura sempre di più come villaggio nel quale si potranno vivere diversi spazi: la Palazzina, sede degli uffici di Fnas, Creattiva, Bob, Il Cerchio di Gesso, The Goodness Factory e co-working per start-up e giovani creativi; la Elle, di giorno "sala del rumore" per i lavori di gruppo degli studenti e la sera spazio polifunzionale destinato all'arte contemporanea ma anche a corsi di formazione, conferenze, proiezioni e dibattiti; il Cubo, di giorno "sala del silenzio" per lo studio universitario e di sera dimora di attività teatrali e musicali; il Bistrò con reading, performance teatrali e musicali e il Cortile, punto di congiunzione tra i diversi spazi e reale agorà di Off Topic. (Comunicato stampa)




Le case Olivetti a Ivrea
di Carlo Olmo, Patrizia Bonifazio e Luca Lazzarini con un contributo fotografico di Paolo Mazzo

Presentazione volume
20 febbraio 2019 ore 17.30
Palazzo comunale - Ivrea
www.archiviostoricolivetti.it

E' nelle librerie il sesto volume della Collana di Studi e Ricerche dell'Associazione Archivio Storico Olivetti per il Mulino. A pochi mesi dal riconoscimento a sito Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo, l'Associazione Archivio Storico Olivetti, che dal 1998 opera per la tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio storico della Società Olivetti, pubblica un importante contributo sui programmi di case per dipendenti. Lo studio affronta le dinamiche interne alla fabbrica Olivetti rispetto ai modelli progettuali e alle scelte politiche che testimoniano la pluralità di soggetti e di culture – anche tecniche – che contribuirono a dare forma al paesaggio residenziale di Ivrea.

Nato e sviluppatosi nel solco di ricerche condotte presso l'Associazione Archivio Storico Olivetti e altri archivi italiani, questo volume propone, attraverso tre contributi di importanti autori ed un quarto di natura fotografica, una prima ricognizione sui programmi di case per dipendenti a Ivrea, con una particolare attenzione al ruolo affidato all'Ufficio Consulenza Case Dipendenti Olivetti (U.C.C.D.) diretto dall'architetto Emilio A. Tarpino. Grazie all'attività di schedatura archivistica di alcuni consistenti fondi documentali conservati dall'Archivio di Ivrea, insieme al sostegno offerto a tesi e a tirocini di studenti e ricercatori delle Scuole Politecniche, è stato possibile da parte degli autori compiere un'analisi trasversale di un archivio come quello concernente l'attività dell'architetto E.A. Tarpino nell'ambito della conduzione dell'Ufficio Consulenza Case Dipendenti, che si è mossa diversamente rispetto ad un'indagine e studio prettamente monografici.

Carlo Olmo è professore emerito di storia dell'architettura al Politecnico di Torino. Ha insegnato a Torino, Milano, Parigi, Boston, Londra, Barcellona e in molte altre università straniere. Ha pubblicato più di trenta libri (tra cui Urbanistica e società civile, in due edizioni 1992 e 2018). Il suo ultimo libro è Città e democrazia, Donzelli 2018. Patrizia Bonifazio, storico dell'architettura, è professore a contratto al Politecnico di Milano. Responsabile del progetto storico del MaAM, Museo a cielo aperto dell'Architettura Moderna di Ivrea (1997-2001), è stato direttore scientifico del dossier di candidatura di «Ivrea, città industriale del XX secolo» a sito Unesco. Ha curato, tra le altre, una mostra su Adriano Olivetti e l'urbanistica.

Luca Lazzarini, urbanista, è dottore di ricerca in Urban and Regional Development presso il Dipartimento di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico di Torino. Nel 2013, presso l'Associazione Archivio Storico Olivetti, ha schedato e digitalizzato il Fondo di Emilio A. Tarpino. Paolo Mazzo, fotografo, è autore di progetti fotografici a sfondo sociale o urbano presenti in diverse pubblicazioni e oggetto di mostre. Dal 2007 al 2013 è stato tra i coordinatori della Issi, International Summer School di Ivrea, che si è occupata dei temi della città di Olivetti in trasformazione. (Comunicato stampa)




Carosello Napoletano Festival del cinema di Spello ed i Borghi Umbri – Le professioni del Cinema
Spello (Perugia), 23 febbraio - 03 marzo 2019

Il Centro Sperimentale di Cinematografia è partner del Festival del cinema di Spello ed i Borghi Umbri – Le professioni del Cinema da alcuni anni: la Cineteca nazionale insieme alla Scuola nazionale di Cinema partecipano alla manifestazione umbra raccontando i mestieri del cinema attraverso il proprio patrimonio filmico e fotografico e mettendo a disposizione la professionalità dei suoi docenti. In questa ottava edizione, il Centro Sperimentale di Cinematografia- Cineteca nazionale di Roma presenterà il film restaurato Casanova di Federico Fellini.

Tra gli eventi speciali in programma: il 16 febbraio alle 17.30, nella sede della Fondazione Giulio Loreti di Campello sul Clitunno il maestro Federico Savina, docente di tecnica del suono al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, sarà il protagonista principale dell'anteprima "Storie, curiosità, aneddoti di compositori italiani di musiche da film"; come da tradizione, lunedì 25 febbraio, il maestro Savina curerà il concerto "La Musica nel Cinema". Il 23 febbraio, alle 9.30, nella sala dell'Editto di Palazzo Comunale a Spello si terrà l'inaugurazione del Festival con la visita guidata alle mostre. "I costumi nel cinema" è la mostra fotografica curata dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma: quale oggetto "cult" indossereste, fra quelli in mostra? La bandana di Carlo Verdone, il velo di Isabelle Huppert, i calzini bianchi di Alberto Sordi?

Il cinema è da sempre "arbiter elegantiarum", i costumi, gli accessori e le acconciature dei divi hanno insegnato come vestirsi (o come NON vestirsi) a intere generazioni. Dagli antichi romani di Totò e Cleopatra al futuro di La decima vittima, passando per l'Ottocento del Gattopardo, queste immagini provenienti dall'archivio fotografico della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia sono un viaggio nel tempo, nella memoria degli spettatori, nel nostro costume e nella nostra storia. Un percorso che racconta una professione, quella del costumista, che concilia senso estetico, estro e creatività. Fare costume è comprendere la sensibilità del pubblico, approfondire lo studio dell'epoca e il contesto socio culturale in cui si inserisce un film traducendo tutto ciò nel carattere dei personaggi che gli attori dovranno interpretare.

- Note di restauro del Casanova di Fellini

Il progetto è stato condotto nel 2005 a partire dai negativi originari (scena e colonna) e dalla colonna sonora magnetica mixata italiana originaria, materiali resi accessibili dall'avente diritto (Alberto Grimaldi productions). Sono stati utilizzati anche i duplicati negativi della scena e della colonna consegnati nel 1980 dal produttore alla Cineteca nazionale a seguito dell'assegnazione del "premio di qualità". Dopo una prima taratura delle luci di stampa (posa o grading), sono state stampate dai negativi originari due copie (check print) necessarie per la analisi approfondita dello stato dell'immagine e per la ulteriore definizione del tono fotografico ottimale. Parallelamente si è proceduto con il trasferimento dell'immagine su duplicato positivo colore (interpositivo) in poliestere e da questo è stato successivamente apprestato un nuovo duplicato negativo (internegativo) anch'esso su pellicola poliestere, avendo cura, mediante prove successive in corso d'opera, di preservare nel trasferimento d'immagine la maggior fedeltà possibile ai valori espressivi fotografici originari.

Un lavoro di integrazione a partire dal materiale d'epoca della Cineteca nazionale è stato effettuato sulle sezioni del negativo scena che, caratterizzate da danni fisici provocati dall'usura di stampa, sono state riscontrate integre nei materiali d'epoca della cineteca nazionale. Un intervento di restauro digitale dell'immagine si è invece reso necessario per tutte le restanti sezioni, caratterizzate da difetti fisici particolarmente estesi, non rimediabili per via fotochimica. Per il restauro del sonoro si è assunto, quale elemento base, l'originale più antico disponibile, ossia la copia magnetica del mix originario italiano, e si è fatto ricorso al sistema digital air, brevettato e perfezionato dalla Technicolor. Anche i file digitali sono stati a loro volta ritrascritti e archiviati (prima e dopo il restauro), e per garantire la reversibilità dell'intervento si è deciso di ricavare una matrice di preservazione del sonoro originario prima del restauro digitale, stampando un nuovo positivo colonna su pellicola poliestere. Dai nuovi duplicati negativi sono state infine stampate due copie positive destinate alla proiezione, per le quali si è deciso di utilizzare un tipo particolare di pellicola, la Kodak premier, che esalta la saturazione dei colori. Tutte le lavorazioni sono state supervisionate da Giuseppe Rotunno. (Comunicato stampa)




Una piccola Bloomsbury dell'alto Adriatico: Gerti, Bobi, Montale & Ci.
21 febbraio 2019, ore 16.45
Biblioteca Statale Stelio Crise di Trieste

Waltraud Fischer (Archivio e Centro di Documentazione della Cultura Regionale), autrice del volume Gerti, Bobi, Montale & C. Vita di un'austriaca a Trieste (Parma, Diabasis), illustrerà un particolare capitolo della cultura triestina tra le due guerre attraverso l'analisi di lettere e documenti d'archivio di alcuni suoi protagonisti. Appuntamento a cura della Società di Minerva di Trieste. (Comunicato stampa)




Locandina della 12esima edizione del Festival del Cinema Spagnolo Festival del Cinema Spagnolo
12a edizione, 02-08 maggio 2019
Cinema Farnese - Roma
www.cinemaspagna.org

Festival dedicato al cinema spagnolo e latinoamericano di qualità. L'immagine ufficiale di questa edizione del Festival è opera di Esteban Villalta Marzi, artista italo-spagnolo di fama internazionale che tra gli anni Ottanta e Novanta diventa un membro attivo del movimento artistico "Movida Madrilena", confermandosi come uno dei maggiori esponenti della Pop Art europea. L'inaugurazione della kermesse, la sera del 2 maggio, vedrà la proiezione in anteprima italiana di Yuli, lungometraggio di Icíar Bollaín (Te doy mis ojos; También la lluvia; El olivo), alla presenza della regista. Il film, premio come Miglior Sceneggiatura al festival di San Sebastian per Paul Laverty, ruota intorno alla biografia del celebre ballerino cubano Carlos Acosta, dalle umili origini a La Habana fino allo straordinario successo al National Ballet di Londra. Sarà distribuito in Italia da Exit Media.

La manifestazione, che da sempre si è connotata come itinerante, farà quindi tappa in diverse città d'Italia, a partire dal Salone del Libro di Torino, dedicato quest'anno proprio alla lingua spagnola, per proseguire a Trento, Treviso, Verona, Campobasso, Padova, Genova, Reggio Calabria, Bari, Matera, Napoli e altre città. Tutte le proiezioni del Festival del Cinema Spagnolo sono in versione originale con sottotitoli in italiano. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Rassegna cinematografica dedicata alla scuola promossa dal Goethe-Institut Palermo Schule! Schule?
Ordine e disciplina, dissenso e ribellione nella scuola e nell'educazione tedesca


15 gennaio - 26 marzo 2019, ore 17.30
Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

E' dedicata alla scuola la nuova rassegna cinematografica del Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con Città di Palermo, Goethe-Zentrum Palermo, Il Canto di Los SudTitles, nell'ambito del cineclub la deutsche vita. Con 11 film, getterà uno sguardo sul sistema scolastico ed educativo della Germania di ieri e di oggi, per fare il punto sullo stato delle cose anche in Italia, per conoscere le luci delle buone prassi ma anche per segnalare problemi e ritardi sul campo. Luogo di confronto, crescita e promozione sociale per alcuni, istituzione disciplinare per altri, la scuola è da molti secoli una delle questioni più dibattute nella vita di persone di diversa cultura ed estrazione sociale. Parliamo di scuola a casa e in pubblico, esigiamo che sia al passo coi tempi e chiediamo che si trasformi di continuo, ne misuriamo gli esiti in funzione degli sbocchi lavorativi e riponiamo in essa speranze e aspettative.

Più ancora della famiglia, la scuola è il primo vero nucleo in cui si sperimenta cos'è la società, con le sue gioie e i suoi limiti, le sue incomprensioni e i suoi conflitti. E' lì che si costruiscono le basi che contribuiscono a definire la nostra personalità: spesso a scuola hanno origine le amicizie, gli amori, i sogni e i desideri (ma anche gli odî e gli incubi) che formano le caratteristiche di ciascuno di noi. Il cinema ne ha fatto uno dei suoi temi ricorrenti in tutto il corso della sua storia, e nella rassegna pensata e promossa dal Goethe-Institut Palermo diretto da Heidi Sciacchitano, si assisterà all'evoluzione di questa istituzione in Germania, dall'impero austro-ungarico ai giorni nostri.

Avremo modo di mettere in dubbio alcune delle nostre certezze e porci domande radicali, come quelle che ci offre Alphabet: è davvero così sicuro che abbiamo bisogno di scuola o dobbiamo piuttosto ripensare da capo le forme dell'educazione e dare alla formazione nuovi valori? Potremo sperimentare coi nostri occhi che forme di coercizione militaresca come quella di Freistatt non siano poi così lontane nel tempo, e comprenderemo come il rischio di un'obbedienza cieca possa ridiventare la regola se si abdica, come avviene in Die Welle, all'esercizio del pensiero critico. Assisteremo agli amori, tormentati e proibiti, che legano educande ed educatrici di un collegio come quello di Mädchen in Uniform, e potremo calarci nei panni degli studenti alle prese con la prima vera presa di posizione in Das schweigende Klassenzimmer.

Proveremo anche a misurarci con la loro principale controparte, quella dei docenti, raccontati con le loro debolezze e vulnerabilità grazie alla tenera ironia di Der Wald vor lauter Bäumen o documentati nelle loro convinzioni pedagogiche nel premiato Zwischen den Stühlen. Se per molto tempo abbiamo pensato che la scuola riguardasse studenti e docenti, vedremo in che modo la convinzione contemporanea della necessità di un coinvolgimento attivo delle famiglie sia raccontato nelle forme parodiche e grottesche di Frau Müller muss weg!. Sarà, come sempre, anche un modo per misurarsi con linguaggi diversi del cinema: dalla commedia al film drammatico, dal documentario al film in costume, nonché un'occasione per attraversare con il cinema periodi diversi della storia e della cultura di lingua tedesca, tra film di ispirazione letteraria come il musiliano Der junge Törless e la rievocazione di eventi storici, come quello raccontato da Der ganz große Traum, con la rivoluzione che uno sport come il calcio può operare col suo arrivo nelle scuole del neonato Secondo Reich.

E forse con Schule, Schule - Die Zeit nach Berg Fidel, alla presenza della regista Hella Wenders, nel corso di un incontro pubblico in una scuola di Palermo e di un confronto con istituzioni e operatori sul tema dell'inclusione e dei problemi connessi alla realtà dei diversamente abili, previsto nella mattina del martedì 5 febbraio, impareremo a parlare della necessità di più educazioni in funzione dei bisogni di ciascuno. Film d'apertura, proiettato il 15 gennaio alla Sala Wenders alle ore 17:30, Der junge Törless (I turbamenti del giovane Törless) riduzione del racconto di Robert Musil messo in scena per l'esordio cinematografico di Volker Schlöndorff. Come sempre, tutti i film saranno proiettati in lingua originale, con sottotitoli in italiano e a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Anche tutti gli altri film in rassegna verranno proposti nella Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo. Per le scuole interessate sono previste proiezioni speciali di mattina, in giorni e orari da concordare.

- Calendario delle proiezioni

15.1. Der junge törless (I turbamenti del giovane Törless)
22.1. Der wald vor lauter bäumen (The Forest for the Trees)
29.1. Die welle (L'Onda)
5.2. Schule schule - die zeit nach Berg Fidel (Scuola, scuola - dopo Berg Fidel)
12.2. Der ganz große traum (Lezioni di sogni)
19.2. Freistatt (Sanctuary)
26.2. Zwischen den stühlen (Essere un insegnante)
5.3. Frau Müller muss weg! (Frau Müller deve andare via!)
12.3. Mädchen in uniform (Ragazze in uniforme)
19.3. Alphabet (Alfabeto)
27.3. Das schweigende klassenzimmer (The Silent Revolution)




Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate
03 marzo 2019
www.mobilitadolce.org

Si rinnova una rassegna unica in Italia, capace di trasformare lo Stivale in un straordinario viaggio itinerante nei luoghi più evocativi del patrimonio ferroviario dismesso. Per far conoscere i tracciati non più attivi, alcuni da trasformare in vie ciclopedonali, altri da sviluppare come linee di turismo ferroviario. La Cooperazione Mobilità Dolce (Co.Mo.Do.) con il suo rituale patto di comunità rilancia per la dodicesima edizione il messaggio che le "Ferrovie dimenticate" non vivono di soli ricordi. Affinché il passato incontri il futuro è necessario riscoprire e celebrare, a livello locale, il patrimonio ferroviario nella ricchezza della sua diversità, scoprendo attraverso di esso una cultura e una storia italiana comune e connessa. Come nelle edizioni precedenti saranno previste molte decine di eventi in mobilità dolce in tutte le regioni italiane.

Degli oltre 6.000 km di linee ferroviarie dismesse a partire dal dopoguerra, almeno un migliaio sarebbero subito ripristinabili con investimenti contenuti, specie laddove il sedime è intatto. Come ad esempio i 700 km di linee piemontesi sospese nel 2012 e per le quali ora si percepisce qualche segnale di ripensamento. In certi casi le potenzialità del traffico locale potrebbero giustificare il ripristino di un servizio ordinario. Ci sono invece altre linee, abbandonate ormai da decenni, che sono già state in tutto o in parte trasformate in vie verdi, come le belle greenways sulla Spoleto-Norcia e della Costa dei Trabocchi, o stanno per diventarlo, come la Assoro-Leonforte e la Porto San Giorgio-Fermo-Amandola.

Un altro modo per salvaguardare opere di architettura e ingegneria ferroviaria (ponti, viadotti, stazioni e gallerie) a favore degli escursionisti, e quale forma di tutela, nel caso in futuro potessero maturare le condizioni per ripristinare l'esercizio ferroviario, puntando ad una gestione turistica ciclopedonale o con il velorail, tenuto conto dell'immenso fascino dei paesaggi culturali attraversati. Come si può contribuire a valorizzare, fare evolvere, preservare questa immensa ricchezza scomparsa? In questa 12a edizione si rinnoverà la festa per incentivare la riconversione in percorsi ciclopedonali dei chilometri ferroviari smantellati, per valorizzare le tratte minori situate in aree marginali, eppure indispensabili alla mobilità locale.

Il calendario di eventi permetterà ai visitatori di scoprire le bellezze naturalistiche lungo queste linee ferroviarie. Ma non solo. La Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate è l'highlight dell'annuale Mese della Mobilità Dolce di Co.Mo.do. (dal 3 marzo al 7 aprile 2019) per incoraggiare tutti a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal turismo outdoor e dalla mobilità dolce. Per realizzare questo obiettivo si vuole raggiungere un pubblico più ampio possibile, le comunità locali e coloro che di rado riescono a entrare in contatto con la natura, per promuovere un comune senso di responsabilità volto a condividere e raccontare come l'andare adagio incontro alla bellezza sia un mezzo per unire l'Italia, dal Piemonte alla Sicilia.

Nell'Anno del Turismo Lento che si pone l'obiettivo di valorizzare quei luoghi italiani forse ancora poco conosciuti dal viaggiatore straniero, saranno rilanciati in chiave sostenibile esperienze di viaggio particolari e interstiziali lungo borghi e cammini francescani, lauretani e benedettini, sulla via Appia, sulla Francigena, sulla Via degli Dei, sul Sentiero Durer, sulla Via Romea, lungo ciclovie e ippovie. Come si può partecipare? Gli organizzatori potranno iscrivere nel portale mobilitadolce il proprio evento tramite l'apposita form. Chi vuole partecipare a uno degli eventi potrà controllare sul sito l'aggiornamento continuo delle manifestazioni organizzate nella propria regione, nonché seguire i canali social di Co.Mo.Do. utilizzando gli hashtag #ferroviedimenticate e #iamcomodo per condividere storie, video e immagini. (Comunicato stampa)




Aqua Film Festival
11-13 aprile 2019
Casa del Cinema di Roma
www.aquafilmfestival.org

Quarta edizione di Aqua Film Festival, il primo festival di cinema internazionale con cortometraggi, incontri e workshop, eventi speciali dedicati al tema dell'acqua, ideato e diretto da Eleonora Vallone, attrice, giornalista ed esperta di metodiche d'acqua. Una valorizzazione dell'acqua che non è solo artistica, ma è anche legata, come si propone il Premio Fratello Mare, a denunciare problemi e disastri legati alla poca attenzione al mondo dell'acqua, dai problemi legati ai dissesti idrogeologici all'inquinamento di mari, oceani e corsi d'acqua. Tra gli ospiti del festival, il regista Francesco Crispino, docente di Filmmaking all'Università Roma Tre, che curerà un workshop su come realizzare film con un cellulare, le cui iscrizioni sono aperte per 64 posti totali. La Giuria assegnerà il Premio Sorella Aqua per il Miglior Corto e per il Miglior Cortino. (Estratto da comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio alla Carriera a Franco Donaggio
www.cfsannita.com

L'ambito premio - Una vita per la fotografia - istituito dal Circolo Fotografico Sannita quest'anno va a Franco Donaggio. Autore di livello internazionale da decenni presente nelle più importanti manifestazioni di fine art photography negli Usa, è oggi riconosciuto come uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano il mezzo fotografico. Donaggio ha al suo attivo svariate mostre in musei e gallerie Italiane, Europee ed Estere. Molte opere dell'artista sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Franco Donaggio (Chioggia - Venezia, 1958) inizia a operare nel campo della creatività pubblicitaria e della grafica nel 1979 e l'anno dopo apre a Milano il suo primo studio fotografico. L'alta professionalità e la continua sperimentazione in tutte le tecniche di ripresa e camera oscura, portano presto l'autore a collaborare con importanti griffe della moda, e a creare nuovi linguaggi estetici che ne rinnovano costantemente il livello professionale e creativo, definendo uno stile professionale di spiccata impronta costruttivista e surreale. Nel 1992 gli viene conferito il premio 'Pubblicità Italia' per la fotografia di still life. Nel 1995 Donaggio realizza il suo primo importante progetto fine art intitolato Metaritratti che lo vedrà vincitore del Kodak Gold Award Italiano per la fotografia di ritratto nel 1996

Donaggio dedica sempre maggiore attenzione alla fotografia di ricerca e avvia uno stretto rapporto di collaborazione con la Joel Soroka Gallery di Aspen che lo rappresenterà nel Nord America per la vendita nel collezionismo fine art e lo porterà ad essere presente tra le più importanti fiere d'arte fotografica degli Stati Uniti: 'Photo LA', Los Angeles; 'AIPAD show', New York; 'Art Fair, Cicago'. Da quindici anni l'autore si dedica completamente alla ricerca artistica, oggi è uno dei più originali e apprezzati artisti italiani che privilegiano l'utilizzo del mezzo fotografico. Donaggio ha realizzato molti progetti, pubblicato, esposto in molte mostre di rilievo in Italia e all'estero. Nell'ottobre del 2014 Donaggio riceve il premio Rotary Club "Un Lavoro una Vita". Le opere dell'artista sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private, Donaggio è stato inoltre commissario di tesi all'Istituto Europeo di Design di Milano, visiting professor all'Accademia di Brera e all'Istituto Italiano di fotografia di Milano e all'università Ca Foscari di Venezia. (Comunicato stampa Associazione culturale Baricentro)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco quest'anno è dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Immagine copertina Nidia Robba
Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Pier Paolo Pasolini nella locandina di presentazione del libro a Lo Spazio di via dell'ospizio La Biblioteca di Pier Paolo Pasolini
di Franco Zabagli e Graziella Chiarcossi, ed. Leo S. Olschki, 2018, 284 pagine, euro 29,00

Presentazione libro
22 febbraio 2019, ore 17.30
Lo Spazio di via dell'ospizio - Pistoia

In questo volume sono descritti tutti i libri, poco meno di tremila titoli, che costituivano la biblioteca di Pier Paolo Pasolini al momento della sua scomparsa, e che sono recentemente venuti a far parte del Fondo Pasolini presso l'Archivio Contemporaneo "Alessandro Bonsanti" del Gabinetto Vieusseux. Suddiviso in opportune sezioni tematiche - dalle giovanili letture della "formazione" alle pubblicazioni recensite su «Tempo» nei primi anni Settanta -, il libro mette a disposizione dei lettori e degli studiosi una quantità imponente di dati, non solo di natura bibliografica, ma relativi alla ricorrenza e all'utilizzo specifico di certi testi nell'opera di Pasolini, agli appunti disseminati nelle pagine durante la lettura, alle innumerevoli dediche che impreziosiscono gran parte di questi volumi. Un eccezionale strumento di ricerca e di verifica, destinato a contribuire in modo determinante agli studi su un protagonista cruciale della cultura del Novecento. (Comunicato stampa)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019 Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
219 artisti recensiti, formato 30,5x21,5cm., pp. 232, con 587 illustrazioni a colori, prezzo € 70,00. ed. Archivio Sartori Editore

Presentato il 10 febbraio 2019, a Mantova, nella Chiesa Madonna della Vittoria
info@ariannasartori.191.it

Relatori: curatrice Arianna Sartori, storico e critico d'arte Renzo Margonari
Presentazione con il Patrocinio di: Comune di Mantova, Madonna della Vittoria, Fondazione Le Pescherie di Giulio Romano
Presentazione organizzata da: Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani

«Archivio Sartori Editore presenta con grande soddisfazione il "Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019" giunto alla sua sesta edizione; passano gli anni ma la mia anzi la nostra determinazione non cambia, da "sempre" vogliamo fare opera di divulgazione di quel vasto mondo artistico nazionale composto di Pittori, Scultori, Incisori, Ceramisti, che con altrettanta determinazione e passione si attivano sul territorio nazionale e non solo. Il Catalogo Sartori 2019 vuole documentare artisticamente quanto sta avvenendo in campo nazionale, si propone come utile strumento di lavoro per tutti gli attori del culto del bello. La nostra proposta è rivolta agli artisti che documentano il loro essere attivi e presenti o anche volutamente non dimenticati; ai galleristi, ai critici e agli storici dell'arte che possono trovare stimoli nuovi per la loro attività; ed anche ai collezionisti o ai neofiti che possono trovare conferme alle loro scelte o suggerimenti per nuove acquisizioni.

Gli artisti inseriti, tutti selezionati su invito, sono la dimostrazione di quanto l'Italia sia culturalmente molto vivace, artisti attuali e del passato che sono vitali per la nostra storia dell'arte contemporanea. Non abbiamo bisogno di guardare troppo lontano per trovare validi artisti. Spesso leggiamo e vediamo opere di nuove e sorprendenti figure che arrivano da lontano, che perdono lungo la strada il senso della ricerca, molto spesso senza fine perché incongruente, o gretta perché caratterizzata di volgarità gratuite, e che vedono l'autore concretizzare sì opere che sono però la negazione del bello; artisti spesso presentati da galleristi, critici intellettualmente ricchi di incomprensibili elucubrazioni che, giocando con le parole, confondono il fruitore portandolo a non capire e non apprezzare più quella che è sempre stata considerata arte.

Nel nuovo Catalogo Sartori 2019 sono inserite più di duecento schede ad ognuna delle quali corrisponde il nome di un Artista presentato in ordine alfabetico. Un volume d'arte ricco nei contenuti, in cui ogni singola scheda è illustrata da una o più opere riprodotte a colori, arricchita da testi biografici, curricoli, e a volte da qualche stralcio critico, i riferimenti, gli indirizzi postali o informatici e i telefoni per facilitare eventuali e auspicati contatti. Il Catalogo Sartori 2019 in una ricca ed elegante veste editoriale, è un volume cartaceo, da leggere, è sufficiente una comoda poltrona e un po' di tempo da dedicare alla passione dell'arte; sfogliato con calma, guardando le illustrazioni e leggendo i testi, il libro ci cattura, ci dà delle suggestioni, ci permette di entrare nella poetica dei singoli artisti, di fare comodi raffronti e soprattutto di imparare.

Tra un po' di tempo, il Catalogo Sartori 2019 sarà ancora lì disponibile ad essere sfogliato, con le sue certezze e le sue affermazioni, non sarà sparito nello spazio... e... non serve il computer, il tablet, il cellulare, non serve WiFi o il collegamento internet. E non venga fraintesa questa affermazione, tutti sappiamo come questi strumenti siano assolutamente indispensabili e insostituibili, per il lavoro in tutti gli ambiti ed il commercio, ma chi dimentica i famosi pop-up che compaiono automaticamente durante l'uso per attirare l'attenzione con contenuti pubblicitari? La nostra è una scelta chiara e definita, il libro, la carta stampata si propone come attento mezzo di sapere, di lettura, di comunicazione e di riflessione. E nessuno asserisca che i libri appartengano al passato; le fonti del sapere, di tutto il nostro sapere e non in senso lato, sono su cartaceo, ed anche i documenti della conoscenza sono su cartaceo.

Ricordo la mia ingenua commozione quando ho letto che nel 1977, la Nasa inviò nello spazio una capsula contenente il Voyager Golden Record, un disco per grammofono contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse varietà di vita e cultura della Terra (ed è già archeologia informatica). Il Catalogo Sartori 2019 si rivolge, insomma ad un pubblico elitario, attento alle proposte, aggiornato, ma non superficiale, come si dice "capace di leggere tra le righe" i messaggi dei nostri mass-media, consapevole delle proprie scelte e maturo, libero dai vicoli delle mode e capace di un gusto personale.» (Arianna Sartori)

- Artisti recensiti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Alvaro (Alvaro Occhipinti), Amato Maria Agata, Andreani Franco, Andreani Giona, Angiuoni Enzo, Arlorio Aldo, Ascari Franca, Baglieri Gino, Balansino Giancarlo Jr, Balansino Giovanni, Baldassin Cesare, Baldo Gianni, Bartoli Germana, Bassi Massimo, Beconcini Marco, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Benghi Claudio, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bisio Pietro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Boschi Alberto, Boschi Anna, Bucher Gianni, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo, Caldana Claudio, Calia Tindaro, Callegari Daniela, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Carpanelli Maurizio, Caselli Edda, Castagna Pino, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Cattaneo Claudio, Cattani Silvio, Cavallari Alberto, Cazzaniga Giancarlo, Cazzaniga Donesmondi Odoarda, Cellanetti Sandro, Cermaria Claudio, Cerutti Emanuela, Cibi, Cipolla Salvatore, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cordani Sereno, Cortese Franco, Costanzo Nicola, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cusino Giuliana;

Dalla Fini Mario, Dealessi Albina, De Luca Elio, De Luigi Giuseppe, Deodati Ermes, De Rosa Ornella (DRO), Diani Valerio, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, D'Orazio Daniela, Dugo Franco, Dumeri Beatrice, Fabri Otello, Faccio Enrico, Fatigati Domenico (Mimmo), Ferraj Victor, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Finetti Ilaria, Fioravanti Ilario, Fornasari Domenico (Memo), Fratantonio Salvatore, Fusillo Concetto, Gaiga Aurelio, Galusi Anselmo, Gard Ferruccio, Gauli Piero, Gentile Domenico, Gheller Monica, Ghilarducci Paolo, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Girardello Silvano, Gonzales Alba, Gozzi Rinardo, Gravina Aurelio, Lanzione Mario, Liber (Venturini Vittorio), Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Losi Elisabetta, Luchini Riccardo;

Mafino Beniamino, Magnoli Domenico, Mainoldi Roberto, Mammoliti Stefano, Manini Elio, Marchesini Ernesto, Marconi Carlo, Margonari Renzo, Marigliano Patrizio, Marra Mino, Marziale Gina, Matshuyama Shuhei, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Michelazzo Margherita, Minto Maria Grazia, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Morselli Luciano, Nagatani Kyoji, Nasi Cristiano, Nastasio Alessandro, Negri Sandro, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano (Male), Notari Antonio, Ogata Yoshin, Onida Maria Antonietta, Orlando Carmela, Ossola Giancarlo, Paglia Anna, Palazzetti Beatrice, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pauletto Mario, Pauletto Tiziana, Pavan Adriano, Peretti Giorgio, Perna Vincenzo, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pinciroli Ezio, Pirondini Antea, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Pompa Domenico, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Pracchi Miriam, Previtali Carlo, Prinetti Silvana

Raimondi Luigi, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Rezzaghi Teresa, Rinaldi Angelo, Rossato Khiara, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Russo Salvatore, Salzano Antonio, Santoli Leonardo, Sava Salvatore, Schialvino Gianfranco, Scotto Aniello, Sebaste Salvatore, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simonetta Marcello, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Spallanzani Stefania, Staccioli Paolo, Stazio Ivo, Taddei Maria Gabriella, Talani Giampaolo, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Terreni Gino, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Tognarelli Gianfranco, Tonelli Antonio, Ulpiani Lorena, Vaccaro Vito, Venditti Alberto, Vergazzini Stefania, Verna Gianni, Vigliaturo Silvio, Viviani Gino, Volontè Lionella, Volpe Michele, Zabarella Luciana, Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zefferino (Bresciani Fabrizio), Zerlotti Natalina, Zingaretti Franco, Zoli Carlo, Zorzi Giordano. (Comunicato stampa)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio, pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu - Edizioni NPE Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Opera di Albino Galvano Diagnosi del moderno di Albino Galvano
a cura di Alessandra Ruffino, Nino Aragno Editore 2018

Volume presentato il 14 novembre 2018 alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Studioso, pittore e critico dagli interessi vastissimi e dall'immensa cultura, Albino Galvano (1907-1990) è stato un uomo di pensiero atipico nel panorama culturale italiano del Novecento, un intellettuale di levatura europea non sufficientemente conosciuto (né riconosciuto) neppure nel nostro Paese. Il volume Diagnosi del moderno, edito da Aragno e curato da Alessandra Ruffino, che raccoglie 33 testi suddivisi in otto sezioni, intende offrire a lettori e studiosi la possibilità di accedere a una significativa parte degli scritti di un autore capace di spaziare tra estetica, filosofia, critica d'arte, letteratura, psicoanalisi, storia dell'arte orientale. Senza mai temere la marginalità e l'inattualità, Galvano è stato un lucido testimone del suo tempo e un acuto interprete di quella «genesi per opposizione» che, attraverso il passaggio Simbolismo-Art Nouveau-astrattismo, ha aperto all'età contemporanea e alle sue tante contraddizioni, illusioni, disillusioni.

Alessandra Ruffino (www.alessandraruffino.it), Dottore di ricerca in Italianistica formatasi all'Università di Parma, studia i rapporti tra arte e letteratura. Ha lavorato otto anni all'Università di Torino con Marziano Guglielminetti e firmato molti contributi storico-critici tra cui i saggi Ideogrammi per un viaggio nell'anima in Barocco (Aragno 2010), Vanitas vs Veritas (Allemandi 2013) e Mollino fuoriserie (Aragno 2015). Giornalista pubblicista, collabora con «Il Giornale dell'Arte», oltre a esser attiva nell'ambito della divulgazione come consulente d'istituzioni pubbliche e private e nell'editoria. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James, di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

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Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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