La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Immagine per articolo di Ninni Radicini sul congresso della SPD per una nuova Grande Coalizione di governo in Germania insieme con CDU e CSU
Germania: Accordo di coalizione tra CDU/CSU e SPD
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari
Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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"Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi"
24 marzo - 01 luglio 2018
Palazzo Roverella - Rovigo

Una ampia rassegna da conto della singolare attrazione che il cinema ha provato, e continua a nutrire, per il Delta del Po, la dove il Grande Fiume si confonde con l'Adriatico. Si calcola che le acque, i lembi di sabbia, le piane dell'ampio Delta siano state protagoniste, più che semplice scenario, di almeno 500 tra film, documentari, fiction televisive, girati dai più grandi registi fra i quali Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Michelangelo Antonioni, Alberto Lattuada, Mario Soldati, Pupi Avati, Ermanno Olmi e Carlo Mazzacurati. La mostra, curata da Alberto Barbera, focalizzata sull'area del Polesine, è affidata all'utilizzo di diverse tipologie di materiali, esposti in originale o in copie, stampe e ingrandimenti realizzati per l'occasione: foto di scena e di set, manifesti, locandine e materiali pubblicitari, documenti originali, sceneggiature, materiali d'archivio, videomontaggi di sequenze di film, documentari e sceneggiati TV, interviste filmate ai protagonisti. Nel 1943 Luchino Visconti gira Ossessione nel Delta del Po.

Nell'immediato Dopoguerra, Roberto Rossellini vi ambienta il suo Paisà mentre Giuseppe De Santis, esordisce con Caccia tragica, su una sceneggiatura sua e di Michelangelo Antonioni, Umberto Barbaro e Cesare Zavattini. Pochi anni dopo, il Grande Fiume è il protagonista de Il mulino del Po per la regia di Alberto Lattuada. Florestano Vancini ambienta qui i documentari Uomini della palude e Tre canne e un soldo e più tardi è aiuto regista di Mario Soldati che, con La donna del fiume, consacra definitivamente Sophia Loren. Qui avviene l'esordio di Michelangelo Antonioni, nel 1957 con Gente del Po. Il regista ferrarese scegli ancora più volte il Polesine per i suoi film. Qui ambienta Il grido del '57, per scendere poi a Ravenna per Il deserto rosso e risalire a Ferrara per l'ultimo episodio di Al di là delle nuvole codiretto con Wim Wenders.

E' del '58 Un ettaro di cielo, film d'esordio di Aglauco Casadio, per la sceneggiatura di Tonino Guerra con Elio Petri e Ennio Flaiano. Anche l'altro grande ferrarese, Vancini, è di casa nel Delta. Ad esso dedica numerosi documentari e poi, nel 1984, il film tv La neve nel bicchiere. Nella valli di Comacchio, Giuliano Montaldo ambienta L'Agnese va a morire. Con La casa dalle finestre che ridono Pupi Avati trasforma la bassa nel teatro ideale di film horror. Il Po e il vicino Veneto sono protagonisti di molti film di Carlo Mazzacurati che nel Delta gira, bel 1987, il film d'esordio, Notte italiana. Ma anche tanti altri, da Goffredo Alessandrini a Comencini ai Fratelli Taviani, Bertolucci, Luigi Magni, Bigas Luna, Silvio Soldini. Senza tralasciare Scano Boa, per la regia di Renato Dall'Ara (1961) tratto dal romanzo di Antonio Cibotto, grande scrittore rodigino recentemente scomparso cui la mostra tributerà, proprio con la proiezione del film.

Accanto alla produzione cinematografica di finzione, almeno 60 documentari sono stati dedicati a queste terre. Tra essi, Gente del Po di Michelangelo Antonioni (1943-1947), Delta padano (1951) e Una capanna sulla sabbia (1955) di Florestano Vancini, La missione del Timiriazev di Gillo Pontecorvo (1951), Quando il Po è dolce di Renzo Renzi (1951), Lungo il fiume di Ermanno Olmi (1992), sino al recente Il pesce rosso dov'è di Elisabetta Sgarbi (2015). A queste due categorie si affiancano infine sceneggiati e programmi tv da Il mulino del Po di Sandro Bolchi (1962) a De Gasperi l'uomo della speranza di Liliana Cavani. "L'esposizione - afferma il curatore - si propone di ricostruire la storia del rapporto intenso, profondo e originale che si è instaurato in oltre ottant'anni di intensa frequentazione fra un territorio dalle caratteristiche pressoché uniche e i cineasti italiani, dando vita a opere indimenticabili destinate a rimanere nella storia del cinema". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Marta Sforni - Mirror Green 10 - 2015 Marta Sforni; "Davanti"
22 febbraio – 28 aprile 2018
Galleria Riccardo Crespi - Milano
www.riccardocrespi.com

Le opere di Marta Sforni (Milano, 1966) partendo dall'ornamento e dall'appropriazione di oggetti decorativi approdano ad un astrattismo "rianimato" attraverso lo studio minuzioso del dettaglio - citando la curatrice Lydia Korndörfer, attualmente docente di Storia dell'Arte ed Estetica presso l'Università di Berlino. Il tema dello specchio è il fulcro della recente produzione dell'artista, che lo utilizza come punto di partenza per una meditazione sui binomi riflesso e riflessione, osservatore ed osservato, profondità e superficie, luce e tenebra, rifacendosi alla tradizione della pittura allegorica occidentale. In mostra, piccoli frammenti pittorici olio su tela e una serie dal nuovo corpus di pitture intitolate Mirror, Specchio appunto, che ritraggono porzioni limitatissime di giganteschi specchi riccamente incorniciati: una voluta, un ricciolo, un delicato ornamento che si frappongono tra lo spettatore e lo spazio infinito dentro allo specchio, ormai alle sue spalle, una visione del futuro che non può prescindere dallo sguardo sul passato. (Comunicato stampa)

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Marta Sforni's works, based on ornament and the appropriation of decorative objects, lead to a "revived" abstraction, through the meticulous study of detail - to quote the curator Lydia Korndörfer, currently Professor in Art History and Aesthetics at the University of Berlin. The mirror is the focus of the artist's recent works. It is a point of departure for a meditation on the pairs: object and reflection, observer and observed, depth and surface, light and darkness, recalling the tradition of western allegorical painting. On display are a series of small oil on canvas paintings and a selection from the new corpus of works, entitled Mirror. Sforni presents precisely limited portions of great mirrors, richly framed: a volute, a curl, a delicate ornament that interposes itself between the spectator and the endless space in the mirror. Her work is a glance over the shoulder, a vision of the future that cannot disregard the past. (Press release)




Paulina Olowska - After Zofia Stryjenska - collage 2018 Courtesy of the artist Paulina Olowska. Slavic Goddesses and the Ushers

Musiche di Sergei Tcherepnin
Performer: Dobrawa Borkala, Milovan Farronato, Paulina Olowska, Sergei Tcherepnin

06 marzo 2018, dalle ore 18 alle 21
Museo del Novecento - Milano
www.museodelnovecento.org

Museo del Novecento e Fondazione Furla presentano Paulina Olowska che per il quarto appuntamento di Furla Series #01 - Time after Time, Space after Space. Il poliedrico lavoro di Paulina Olowska ispirato alle utopie moderniste e alla cultura popolare americana e esteuropea - in particolare della Polonia del periodo socialista - stabilisce un dialogo con la storia creando riferimenti culturali incrociati che riflettono sull'idea di femminismo e consumismo. Concentrandosi su figure del passato, l'artista recupera storie minori e spesso dimenticate con un approccio che non è mai nostalgico, ma al contrario dettato dal desiderio di comprenderne il valore intrinseco non solo in un'ottica storica, ma anche contemporanea.

Ispirato al lavoro della visionaria artista polacca Zofia Stryjenska (1891-1976), Slavic Goddesses and the Ushers nasce proprio nel costante interesse di Paulina Olowska nei confronti di personaggi femminili del passato. Protagonista della scena polacca tra le due guerre e poi consegnata all'oblio dalla politica del regime comunista, la multiforme produzione di Zofia Stryjenska, suggestionata dai rituali e dal folclore del suo paese, ha ispirato negli anni diversi lavori dell'artista, dai dipinti realizzati per la Biennale di Berlino nel 2008 alla performance Slavic Goddesses - A Wreath of Ceremonies, presentata nel 2017 al The Kitchen di New York, e di cui Slavic Goddesses and the Ushers costituisce un'evoluzione.

Le divinità slave, già soggetto della performance newyorkese, sono protagoniste anche di Slavic Goddesses and the Ushers in cui sei manichini installati al centro di Sala Fontana indossano i costumi realizzati dall'artista stessa a partire dalla serie di dipinti Bozki slowianskie (Divinità slave, 1918) della Stryjenska. Questi surreali abiti di scena, dai grandi copricapi e con decorazioni di piume di pavone e spighe di grano - nominati nel 2017 per il Bessie Award in Costume Design - restituiscono figure fantastiche della mitologia e del folclore slavi: vere e proprie dee della malizia, della prosperità, del fatalismo, della primavera, dei cieli e dell'inverno, "con corpi di argilla, capelli di grano e di rami, di spine e cardi". Ad accompagnare il pubblico nella partecipazione a questo cerimoniale sono quattro figure-guida (Ushers), impersonate da Dobrawa Borkala, Milovan Farronato, il compositore Sergei Tcherepnin e l'artista stessa. Queste misteriose presenze animano la Sala Fontana e lo spazio sovrastante, attivando la scena in modi diversi e guidando i visitatori in un'esperienza magica e suggestiva. (Comunicato ufficio stampa Fondazione Furla)




Luchino Visconti alla ricerca del tempo perduto. Il cinema che mai fu.
Mostra dei bozzetti e i figurini degli allievi di scenografia e costume del Centro Sperimentale di Cinematografia- Scuola Nazionale di Cinema


19 febbraio - 21 marzo 2018
Casa del Cinema - Roma
www.fondazionecsc.it

Gli studenti della Scuola Nazionale di Cinema del corso di Scenografia del secondo e terzo anno, diretto da Francesco Frigeri, dal tutor Carlo Rescigno e del corso di Costume diretto da Maurizio Millenotti, dal tutor Giovanna Arena, hanno lavorato ad un "Progetto di un film immaginato e mai realizzato" affrontando La Recherche di Proust. Luchino Visconti avrebbe voluto farne un film ma cominciò negli ultimi anni senza riuscire a finirlo. Ci resta la sceneggiatura scritta da Suso Cecchi d'Amico con la quale andò in Francia a cercare i luoghi in cui girare, alcuni bozzetti di Tosi e un libro del fotografo Claude Schwartz che li aveva accompagnati.

L'immensa opera proustiana è stata una grande occasione di confronto per gli allievi dei due corsi del Csc, hanno ricostruito ambienti, paesaggi, atmosfere usando l'antico metodo del bozzetto. Scrive Tommaso Strinati nella presentazione della Mostra: "Scorrendo le opere esposte in mostra al visitatore non sfuggirà un aspetto: ogni studio ha in sé la solidità di un'opera finita, di un dipinto concluso. Siamo abituati a considerare il bozzetto un momento creativo in cui si fissa l'idea su carta per trarne magari una composizione completamente diversa, aspettandoci da esso un aspetto nervoso e poco definito, adatto ad essere rimaneggiato, cancellato, modificato. I disegni di Annibale Carracci o di Gian Lorenzo Bernini, ed esempio, sovente sviano dalla forma del dipinto o della scultura definitiva, e proprio questo libero sfogo di creatività ci ha lasciato tracce preziose sul metodo di lavoro di tanti noti protagonisti della storia dell'arte antica e moderna.

Il mestiere dello scenografo è quello più dietro alle quinte in un'équipe cinematografica, eppure senza un'adeguata preparazione della scena qualsiasi sceneggiatura rischierebbe di perdere pesantemente il suo senso drammaturgico. Una buona scenografia può essere quella di Kate Altman in Paris Texas (1984) di Wim Wenders, dove senza accorgerci ci caliamo nel film come proseguendo le nostre vite quotidiane, oppure può caratterizzarlo così tanto da prendere il sopravvento su di esso, come quella di Norman Garwood in Brazil (1985) di Terry Gilliam, dove un mondo visionario del futuro deve prendere corpo e vivere. Una buona scenografia è il primo passo verso l'immedesimazione nella storia filmica, l'approccio visivo alla scrittura, ed essa regge un film come il basso elettrico in una canzone dei Police: senza di esso, viene meno il sound dell'intero brano.

Per questo motivo il bozzetto scenografico deve essere rigoroso, preciso, raccontare una scena nei minimi dettagli affinché tutti i reparti, dalla direzione della fotografia ai costumi, dal suono in presa diretta alla direzione degli attori, concorrano a caratterizzare quello spazio teatrale che solo il set lascia intravedere e che nella macchina da presa scompare dietro ai bordi dello schermo cinematografico. Prendiamo ad esempio, nei luoghi della Recherche esposti in mostra, il celebre Grand Hotel Balbec dove Proust trascorreva le vacanze estive; sappiamo che Balbec è un luogo che non esiste, proiezione poetica della cittadina di Cabourg, località balneare sulla costa normanna dove ancora oggi troneggia sulla lunga e scura spiaggia tipica del nord della Francia il Grand Hotel Cabourg, molto amato dallo scrittore. Cliccando su Tripadvisor possiamo vedere e prenotare - se ci piace e se ci convincono i commenti - proprio la mitica stanza 414 vista mare dove il maestro soleva alloggiare. L'Hotel Balbec immaginato dagli studenti della Scuola Nazionale di Cinema prende corpo da molti punti di vista, come l'Overlook Hotel di Stanley Kubrick in Shining (1980), attraverso un mosaico di stili diversi.

La terrazza sul mare di Giuliana Pavesi ha una luce dorata al tramonto che strizza un occhio alla pittura impressionista, mentre la stanza di Marcel di Cristiana Di Giampietro è un efficace connubio tra un'alcova del rinascimento, col letto incassato nella parete, e una stanza anonima di fine ottocento di qualsiasi pensione parigina. Sempre Cristiana ci porta nell'ascensore e in uno dei corridoi dell'Hotel, e proprio in quest'ultimo abbiamo una sensazione di ebrezza, come di un ritorno in stanza dopo una lunga cena, dopo aver goduto del fresco sdraiati sulla terrazza con vista sulla spiaggia. Il ristorante elegante sulla costa di Marta Montani gioca su pieni e vuoti, sull'alternanza tra il tratto e il colore che ancora una volta restituisce il sapore della memoria e del riflesso della luce alle spiagge proustiane.

La precisione nei dettagli realistici e poetici è un tratto che accomuna i costumisti agli scenografi, tanto da rendere la loro collaborazione indissolubile, come in una sonata per pianoforte a quattro mani. Se in una mattina dei primi del Novecento ci trovassimo nelle sale dell'Hotel Balbec o in un caffè parigino di Place des Vosges, sarebbe forse Oriane de Guermantes, indaffarata negli impegni quotidiani, che incroceremmo magari urtandola sbadatamente col giornale sottobraccio. Il suo volto altero e bellissimo sarebbe proprio quello che le ha dato Silvia Romualdi, che usa il filtro del Ritratto della marchesa Luisa Casati di Giovanni Boldini, realizzato nel 1908, e colpisce dritto come un'occhiata fugace. E' qui che il costumista dà una vera e propria nota di regia, dovendo gestire un doppio virtuosismo: da una parte nel restituire la verosimiglianza e la naturalezza del costume in sé che, al contrario di quello teatrale, nel cinema deve essere definito come se dovessimo toccarlo; dall'altra nell'individuare il carattere del personaggio che lo indossa, di cui deve intuire i tratti come in un primo casting.

E non si tratta solo dell'espressione di un volto, ma anche della posa, o di quello che un tempo si chiamava il portamento: camminare, salire una scala, indossare una giacca, prendere in mano un flûte di champagne. Ogni attrice e attore sa bene che il gesto più semplice è quello più complesso da interpretare, rischiando di apparire inesorabilmente goffo. Ce lo ricorda Francesco Ceo, che nella sua Odette très charmante usa di nuovo Boldini come riferimento diretto, prendendo in prestito il noto Ritratto di Lady Colin Campbell della National Portrait Gallery di Londra, datato al 1894. Nessuno meglio di Boldini, d'altronde, ha saputo dare corpo alla bellezza romantica e fatua della Belle Époque, trasformando il braccio svogliatamente appoggiato sul divano di Lady Campbell in una posa elegante come una figura di danza classica; suona allora quasi come un sinistro presagio che in quegli stessi anni, nel 1907, il giovane Picasso con le Les demoiselles d'Avignon, oggi al Moma di New York, intuisca il baratro in cui sprofonderà l'Europa con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, demolendo ogni ricordo di bellezza ed eleganza borghese con i tagli deformi e audaci del cubismo nascente.

Ognuno dei bozzetti della mostra ha una sua precisa connotazione stilistica, frutto dell'assemblaggio di citazioni e di pura invenzione, dove la conoscenza della storia dell'arte, dell'architettura, della letteratura e della musica in Europa tra fine Ottocento e inizio Novecento costituisce la base imprescindibile di un progetto filmico dedicato a La Recherche, che in quel clima visse intensamente; quella stessa intensità con la quale Luchino Visconti, al quale è dedicata la mostra, preparò nei dettagli Alla ricerca del tempo perduto, probabilmente il più noto incompiuto nella storia del cinema. Ma il fascino delle grandi opere mai realizzate è sovente più forte di quelle finite: immaginare che aspetto avrebbero avuto i Prigioni di Michelangelo nella Tomba di Giulio II in San Pietro, carica le statue appena abbozzate alle Gallerie dell'Accademia di Firenze di una potenza eterna; potenza che non sarebbe probabilmente la stessa se le circostanze avessero permesso a Michelangelo, come a Visconti, di completare l'opera." Quello dei giovani allievi è senz'altro un atto di coraggio affrontare per immagini l'immensa poetica proustiana: la mostra è composta da 46 bellissimi bozzetti disegnati dagli allievi di Scenografia e 20 figurini degli allievi di Costume. (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Rafael Y. Herman - Artificialis Revera - Chromogenic 180x270cm 71x106 inch 2010 Rafael Y. Herman
termina lo 01 aprile 2018
Ludwig Museum Museum of Contemporary Art - Budapest

La mostra - a cura di Attila Nemes - ospita i lavori più recenti di Rafael Yossef Herman, artista israeliano noto per la sua capacità di indagare l'esistenza nascosta nell'oscurità della notte. Le sue installazioni fotografiche su larga scala che rappresentano il mondo notturno possono sembrare allo spettatore come la luce del giorno. Le opere scelte per la mostra al Ludwig Musum mostrano principalmente sentieri, radure in foreste e campi fioriti. Mentre lo spettatore alltraversa le sale diversamente illuminate, può notare il confronto tra le immagini che rappresentano le foreste poste in un ambiente intensamente buio con quelle che invece mostrano campi fioriti e ampi spazi aperti e primaverili che sono collocate nella stanza illuminata. Le foreste infatti, sono solitamente percepite come lughi bui e ombrosi anche se la giornata è soleggiata, mentre i campi aperti sono sempre considerati chiari e illuminati. Attraverso la creazione di questa ambientazione lo spettatore è messo di fronte ai suoi stessi limiti di percezione entrando in una 'realtà altra' e non facendo altro che essere presente.

Le immagini notturne di Herman non stanno semplicemente eliminando l''orrore' della notte creando un'atmosfera simile alla luce del giorno ma cercano di cosruire una realtà alternativa mai vista dall'occhio umano. Le rappresentazioni di realtà impercettibili o immaginarie nei lavori di Herman esplorano i limiti del surreale e della realtà senza tempo. In un certo senso, tendono alla virtualità. Le realtà virtuali, i giochi e le simulazioni che sono così influenti per il presente, ci permettono di spaziare e cercare in aree sconosciute all'occhio umano. Gli scatti dei paesaggi notturni di Herman non esisterebbero per il nostro sguardo. Queste strane luci nella notte possono essere così percepite solo dalla tecnologia. Rispetto all'esperienza della luce reale del giorno, percepiamo queste, come ombre strane, chiari di luna, spettri dei colori e dettagli luccicanti molto differenti dalla luce solare. L'artista, partendo dal mistero della notte, crea una nuova realtà sottolineando il fatto che, sebbene il paesaggio notturno ci sia vicino, i suoi dettagli non possono in ogni caso essere osservati. Questi paesaggi non esistono per l'occhio umano, sono intuizioni di un'altra realtà. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

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The exhibition presents recent works by Rafael Yossef Herman known for creating his work with the hidden existence of the night's darkness. By observing this large scale photographic installation, the Israel-born artist's representation of the nocturnal world may look like daylight to the viewer. The works chosen for this exhibition at the Ludwig Museum mainly show pathways or clearings in forests and open fields with flowers. As we walk through the differently lit rooms there is a confrontation between the forest images placed in an intensely dark environment with those capturing flower fields and large spring-like open spaces of nature placed in an overlit room. Forests are usually perceived as dark and shady even on a sunny day while open fields considered light and sunny at all times. By creating this supporting environment the viewer is confronted with his own limitations of perception. The visitor enters this 'other reality' by doing nothing but being present.

In this it can be seen that Herman's nocturnal images are not simply eliminating the 'horror' of the night by creating a daylight-like atmosphere but are constructing an alternative reality that has never been seen by the human eye. Herman examines the limits of surreality and timeless reality in these works that encapsulate imperceivable, or imaginary realities. In a sense, he is researching virtuality. Virtual realities, games, and simulations that are so influential to the present allow us to seek into areas unknown to the human eye. The night landscapes shot by Herman do not exist for our eyes. These strange lights of the night normally can only be perceived by technology. Compared to the experience of the real daylight, we perceive odd shadows, the features of moonlight, colour spectrum and shimmering details that differ from sunlight. Herman creates a new reality out of the mystery of the night. He highlights the fact that although the night landscape is close to us, its details cannot be observed. These landscapes do not exist for the human eye, they are insights into another reality. (Press release)




Bruno Ferrari - Precario equilibrio - olio su tavola cm.100x100 2015 Bruno Ferrari - Made in Italy - olio su tavola, cm.115x115 2008 Bruno Ferrari - La forza della parola scritta - olio su tavola cm.100x100 2015 Bruno Ferrari: Realtà e sogno
03 marzo (inaugurazione ore 17.00) - 31 marzo 2018
Libreria Strand - Reggio Emilia

In mostra, una cinquantina di opere ad olio su tavola, molte delle quali inedite, realizzate negli ultimi dieci anni. Il percorso espositivo si snoda attraverso le tre stanze della libreria riservate alle esposizioni temporanee, proseguendo anche nella sala conferenze, luogo di incontro e confronto. Caratterizzata da una tecnica minuziosa e da una fedele riproduzione del dato reale, la ricerca dell'artista reggiano prende atto dell'esasperato "consumo" di cose e persone che denota la società contemporanea, proponendo una via d'uscita attraverso il ritorno alla natura (presente nei raffinati equilibrismi di aironi, aquile e specie rare) e la salvaguardia della cultura, elemento fondante ed identitario delle nostre comunità, ma anche viatico per infiniti voli pindarici. "Civiltà, storia e cultura sopravvivono in bilico" - dichiara Bruno Ferrari - "e tutto ciò non deve naufragare".

"Accade" - scrive Virginia Cipressi - "che un uccello non sia mai solo un uccello, così come i libri, così come gli oggetti, ma diventino simboli di quelle cose che viviamo ogni giorno abitando questo strano mondo: una cultura che troppo spesso si perde, oggetti e pezzi di memoria che vengono abbandonati in disperate fughe verso futuri che promettono di essere migliori, contrasti e lotte che pietrificano lo sviluppo. Di questo stiamo parlando oggi, ma non lo facciamo con gli occhi bassi e la schiena china di chi si rassegna, lo facciamo con lo spirito di chi la speranza non l'ha persa e affida il suo messaggio al linguaggio straordinario dell'arte. C'è aria, c'è grande respiro, c'è volo. C'è una prospettiva luminosa, ariosa e a volo d'uccello. Quella di Bruno Ferrari è un'arte chiara, è un invito a prendere fiato e ad affrontare con speranza il futuro."

Bruno Ferrari (Reggio Emilia, 1949) dopo un primo interesse per la fotografia, si avvicina alla pittura, che diviene il suo linguaggio d'elezione. Dalla fine degli anni Novanta prende parte a mostre personali, collettive e fiere d'arte in diverse città italiane. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Gino Rossi Omaggio a Gino Rossi
termina lo 03 giugno 2018
Museo Luigi Bailo - Treviso

Settant'anni fa, nel Manicomio di Sant'Artemio a Treviso, si spegneva Gino Rossi. Treviso, in concomitanza con la grande mostra su Auguste Rodin, gli riserva - per mano di Marco Goldin - un più che doveroso omaggio. La rassegna, composta di 18 dipinti, sarà visitabile al museo che accoglie stabilmente 10 opere dell'artista, il nucleo pubblico più importante che di lui si conservi. Gino Rossi è un artista "raro". La sua produzione supera di poco i 130 dipinti, quantitativamente nulla rispetto alla produzione di altri artisti del suo secolo. Nino Barbantini, storico direttore di Ca' Pesaro a Venezia, ebbe a ricordare che Rossi riuscì a dipingere per pochi anni soltanto, ed è noto che una parte non trascurabile di quanto da lui creato è finita distrutta o dispersa, per effetto delle sue vicissitudini personali e familiari.

La mostra curata da Goldin, e con gli apparati critici in catalogo di Alessandro Del Puppo, unitamente a un testo di nuova concezione sul periodo bretone di Gino Rossi, scritto da André Cariou, propone ai visitatori un percorso che in modo preciso configura la vicenda artistica di "uno dei rari pittori italiani che, all'inizio del Novecento, - afferma Goldin - hanno respirato per davvero l'aria della grande pittura figurativa europea, secondo una lezione che inizialmente proviene dall'opera finale di Gauguin e dai Fauves". Rossi, veneziano di origine e di formazione, fu a Parigi la prima volta già tra 1906 e 1907, e lì guardò con ammirazione al Simbolismo proprio di Gauguin e all'arte dei Fauves da poco rivelatasi nella capitale. Sulle orme del pittore di Tahiti, si recò quindi nel 1909 in Bretagna, che costituì per lui una grande scoperta. Di tutto questo risentono le sue prime opere connotate da un temperamento forte e da vibranti interpretazioni personali.

Rossi diceva che "non si costruisce con il colore: si costruisce con la forma e un'arte dove il colore comanda è un'arte incompleta fin dalla base". In questo si manifesta da subito quell'eco cezanniana che emergerà soprattutto nelle nature morte, ma anche in taluni ritratti, della seconda fase della vita artistica di Gino Rossi. Da qui l'arrovellarsi del suo segno, in un espressionismo che approderà anche a una sorta di originalissima trascrizione delle ricerche cubiste, per il tramite proprio di Cézanne, sempre nel quadro di un fortissimo legame con la terra d'origine e d'elezione (Burano e i colli asolani e del Montello). Un "esprit nouveau" che lo accomuna - e lo distanzia negli esiti - alle opere dei suoi contemporanei, ma che lo rende pittore di apertura davvero europea, sperimentatore di soluzioni colme di poesia, fra ariosi paesaggi e sezionature di visi. Uno sguardo intriso di reminiscenze d'oltralpe, che divengono assimilazione e commistione di diversi linguaggi, vero rovello della sua pittura, ma pure espressione delle sue native qualità artistiche.

"La nota interpretativa più autentica della modernità di Rossi sta nel tenace, quanto geniale, sforzo di meditate connotazioni che non andassero oltre la consistenza formale del quadro e della sua armonia compositiva. Quasi a contrastare il pericolo, da lui avvertito, di una troppo stretta identificazione fra valore cromatico e valore decorativo". La sua ricerca e la sua pittura virano quindi verso il cubismo e appunto il recupero di Cézanne. Ma presto la guerra combattuta al fronte, la prigionia, le vicende familiari lo conducono verso l'abisso della malattia mentale. E poi fu solo il buio. Degli occhi e dell'anima. La mostra di Treviso presenta opere di tutti i periodi di Gino Rossi, da quello bretone a quello di Burano, da quello dei colli asolani ai colli del Montello, fino alle nature morte e ai ritratti di matrice post-cubista, per un percorso completo che consentirà di conoscere l'artista nelle sue diverse fasi di lavoro. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Riapre al pubblico la nuova Pinacoteca del Museo Santa Caterina
www.studioesseci.net

Riapre al pubblico al Museo Santa Caterina la Pinacoteca civica, una delle più antiche istituzioni culturali trevigiane, fondata nel 1851. L'allestimento delle opere è totalmente nuovo e si articola negli spazi della "manica lunga", dalla quale si aprono piccoli ambienti in origine abitati dai frati. Un contesto di grande pregio architettonico, che permette di godere dell'arte in un ambiente carico di storia ma completamente rinnovato nelle modalità espositive. Il progetto museologico, curato da un gruppo di lavoro composto da Andrea Bellieni, Enrica Cozzi, Emilio Lippi, Maria Elisabetta Gerhardinger, Eugenio Manzato e Sergio Marinelli, è stato tradotto in termini museografici dal team di architetti Studiomas (Marco Rapposelli e Piero Puggina) che ha ridisegnato gli spazi, le luci, parte degli impianti e gli apparati didascalici. Il risultato finale è un percorso di grande suggestione, che coniuga l'impatto estetico con l'efficacia in termini di fruibilità da parte del pubblico.

L'itinerario si sviluppa in senso cronologico e muove - in ideale raccordo con i famosi cicli pittorici presenti nella ex Chiesa (le Storie di S. Orsola di Tomaso da Modena e i tanti altri affreschi del Tre e Quattrocento) - dalle testimonianze medievali per giungere al Settecento, con una selezione di circa 150 opere che sottolineano la stretta interazione del Museo con il territorio, i collezionisti che l'hanno arricchito con doni, gli artisti che a Treviso hanno operato. Nelle prime sale si possono ammirare i brani figurativi staccati a partire dal tardo Ottocento da case, palazzi e chiese successivamente distrutte: un suggestivo squarcio dell'antica urbs picta, la "città dipinta" che ancora in parte sopravvive. L'affresco con le Storie di Otinel costituisce un raro esempio di narrazione in pittura di un poema cavalleresco in lingua franco-veneta, che a Treviso aveva uno dei maggiori centri di produzione e diffusione in Italia.

Il periodo del gotico internazionale è poi rappresentato da alcune selezionate opere di alta qualità, tra cui una Madonna col Bambino di Gentile da Fabriano, artista che operò anche nell'ex chiesa. Il visitatore ha quindi la possibilità di accedere alla galleria dei capolavori del Rinascimento, con opere di Dario da Treviso - iniziatore in città del nuovo stile 'antico' elaborato a Padova da Squarcione e Mantegna -, Cima da Conegliano, Giovanni Bellini, Pordenone, Lorenzo Lotto. Si prosegue con la sala dedicata ai capolavori del Manierismo: le grandi pale d'altare di Paris Bordon e Jacopo Bassano e la galleria dei ritratti, tra cui celebre è quello di Tiziano dedicato a Sperone Speroni. In un ambiente più raccolto - una vera novità che recupera opere finora collocate nei depositi - si espongono quadri e oggetti di vario tipo che documentano il gusto collezionistico delle "Wunderkammer", gli studioli privati fatti per stupire e che spesso costituiscono i nuclei dei primi musei aperti al pubblico.

Un'ampia antologia del patrimonio d'arte del Seicento e del Settecento completa il percorso, comprendente alcuni pezzi di recente restauro e finora mai esposti al pubblico e le opere di Francesco Guardi, Rosalba Carriera, Giovanni Marchiori, Giambattista e Giandomenico Tiepolo. Con questo riallestimento si completa la riorganizzazione del complesso di Santa Caterina, che valorizza la funzione museale dell'ex convento. Viene così recuperato alla piena fruizione un autentico gioiello, scrigno di capolavori finalmente offerti al pubblico e polo fondamentale del sistema museale cittadino, che nel Museo Luigi Bailo ha l'altra grande struttura, dedicata all'arte dell'Ottocento e del Novecento. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Locandina mostra EcleCtica allestita a Cagliari presso Salotto dell'Arte EcleCtica
termina lo 03 marzo 2018
Salotto dell'Arte - Cagliari
www.salottodellarte.it

Pablo Picasso, consigliava: "Impara le regole come un professionista, in modo da poterle infrangere come un artista." Il Salotto dell'Arte oltre ogni schema con la mostra EcleCtica. Non solo pittura e scultura, considerate come le capostipiti dell'arte moderna, ma fotografia, installazioni, gli artisti liberano la propria fantasia in maniera "EcleCtica" elaborando pensieri innovativi e originali. Alla inaugurazione DJ Konrado - Musica eclettica in sottofondo. (Comunicato stampa)

Artisti: Luca Allegrini (CA), Francesco Ardu (CA), Margherita Atzori (CA), Bernek (CA), Luciano Callegaro (Mestre), Marina Carboni (Genova), Federico Cerulla (CA), Paolo Demontis (CA), Luisa Falqui (Marrubiu), Giovanna Ferrari (Ponte dell'Olio), Silvia Lai (Sassari), Elisa Maria Littera (Torino), Carla Melis (CA), Nuria Metzli Montoya (Olbia), Roberta Montali (CA), Salvatore Orrù (San Sperate), Federico Pecorelli (Città di Castello - PG), Barbara Picci (CA), Stefania Polese (CA), Antonella Puddu (CA), Claudio Puddu (CA), Franco Sale Musio (CA), Ana Maria Serna (Olbia), Giulia Serra (S. Gavino Monreale - CA).




Opera di Giorgio Griffa Giorgio Griffa
26 January - 08 April 2018
Camden Arts Centre - London

The Italian abstract painter (b. Turin 1936) is closely linked to the Arte Povera movement and became known in the 1960s with a generation of artists who radically redefined painting. This exhibition spans the breadth of the artist's practice, incorporating works from the 1960s to the present. Believing in the 'intelligence of painting', Griffa allows the elements of his process such as the type and width of the brush, the colour or dilution of the paint, and the nature of the canvas, whether linen, cotton or hemp, to influence and form the work. His minimal and primordial marks relate to his fascination with quantum energy, time-space mathematics, and the golden ratio.

Recent solo exhibitions include: Galleria Lorcan O'Neill (2017), Fondazione Giuliani, Rome, Italy (2016); Fondation Vincent Van Gogh Arles, Arles (2016); Serralves Museum, Porto (2015); Bergen Kunsthall, Bergen, Norway (2015); and Centre d'Art Contemporain Genèva, Switzerland (2015). Griffa was included by Christine Macel in the Venice Biennale this past year, his third time at the Biennale following presentations in 1978 and 1980. (Press release Galleria Lorcan O'Neill)




Emilio Tadini - Oltremare Emilio Tadini - acrilico su Tela Il '900 di Emilio Tadini
23 febbraio - 18 marzo 2018
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

Un percorso inedito - a cura di Francesco Tadini e Melina Scalise - sui cicli pittorici e le pubblicazioni più importanti dell'artista, scrittore, poeta e saggista italiano nella sua casa natale, il palazzo di un'antica casa editrice degli anni Venti e nel suo atelier. Il suo amico Umberto Eco lo definì "Un pittore che scrive e un artista che dipinge" e queste "due anime" sono state per Tadini un irresistibile ed instancabile strumento di analisi della cultura del suo secolo, ma soprattutto della condizione umana: "ll senso della vita credo stia proprio nel cercarne il senso. E credo che l'arte, la cultura e anche le passioni rispondano proprio a questo: contribuire a dare un senso alla vita." (Emilio Tadini)

Nella Casa Museo Spazio Tadini, a lui dedicata e sede dell'archivio, fondata dal figlio, Francesco Tadini (regista e autore televisivo) e Melina Scalise ( psicologa e giornalista), tutte le sale connesse all'atelier dell'artista proporranno un percorso duplice tra arte e scrittura, tra immagini e figure. Le sale, appartenute all'ex tipografia del padre di Emilio, Grafiche Marucelli & Co, ospiteranno i grandi trittici, opere pittoriche rappresentative di vari periodi della ricerca artistica di Emilio Tadini, disegni, sculture, opere di design, lavori pittorici inediti. In altre sale, compreso l'ex studio, una mostra di quadri rappresentativi di diversi cicli pittorici, arricchiti anche da appunti, quaderni e lavori letterari: romanzi, poesie, saggi e fotografie di una vita. Un percorso costellato da momenti di riflessione sulla sua visione dell'arte nel 900 e sulla sua ricerca filosofica con il supporto di contributi fotografici prodotti da fotografi contemporanei aderenti al gruppo PhotoMilano che documenta il capoluogo lombardo per immagini.

Emilio Tadini ha vissuto appieno i momenti salienti del '900 dalla Grande Guerra fino alle soglie della rivoluzione linguistica e relazionale data dal web. Ha vissuto l'urgenza della ricostruzione, ha dovuto elaborare il dolore della perdita dei suoi genitori ancora ragazzo, ha saputo costruire nuove visioni sulla città collaborando anche con le istituzioni pubbliche, ha progettato la sua vita attorno alla curiosità culturale che gli è sempre appartenuta divorando libri tanto da entrare nelle commissioni di diversi premi letterari tra cui il Bagutta, di cui fu anche presidente. Davanti a un bicchiere al bar Giamaica, nei piccoli atelier di pittori allora sconosciuti, tanto quanto nelle sale dell'informazione dei grandi quotidiani, come il Corriere della Sera, o negli studi della Rai o della Radiotelevisione Svizzera, nelle sale riunione di importanti aziende italiane, come l'Eni, nei palazzi dell'Arte, come l'Accademia di Brera, Emilio Tadini era il pensatore, il produttore di idee, il commentatore, il critico, il designer, l'uomo della comunicazione e l'intellettuale a tutto tondo.

Nei suoi dipinti e nei suoi scritti, tanto quanto nelle sue recensioni e testi critici sull'arte del 900 emerge una straordinaria capacità di sintesi frutto di uno studio attento di artisti, scrittori, poeti, filosofi e psicoanalisti. "Quando mio padre non dipingeva - ricorda il figlio, Francesco Tadini - era perché mia madre, Antonia, lo portava fuori da Milano, nella nostra casa in Valsesia, a Campertogno, condivisa per un breve periodo con la famiglia Fallaci, quella dell'"Oriana". Lì, in tre mesi, scriveva un romanzo. Era instancabile e qualunque cosa producesse era naturalmente un'edizione degna d'interesse o addirittura di un premio Campiello. Del resto esordì scrittore ad appena vent'anni, con un poemetto di poesie "La passione secondo Matteo" sulla rivista Il Politecnico scelto da Vittorini e Montale.

Tradusse autori significati del '900 come Pound, Eliot, Auden, Stendhal, Melville, Shakespeare, Joyce e di tutto questo mondo lui e noi figli, io e Michele, ne fummo intrisi. Ricordo sere in cui io appena ventenne rinunciavo ad uscire con gli amici perché a cena c'erano Umberto Eco e Furio Colombo. Mi divertivo più con loro che con i coetanei, rimanevo incantato ad ascoltarli nei loro discorsi seri e poi subito a ridere di ogni cosa, perché l'approfondimento culturale colmava sempre con il paradosso e non c'era filosofia che tenesse rispetto al piacere di stare felicemente tra scherzi e battute insieme". (...)

Emilio Tadini (Milano, 1927-2002) è stato uno scrittore, un pittore, un critico d'arte, un poeta, un drammaturgo, un giornalista (della carta stampata e della televisione), un intellettuale civilmente impegnato. Rimane orfano di madre a 6 anni e pochi anni dopo anche del padre per un incidente stradale. Vive la sua giovinezza prevalentemente accudito e accompagnato nella sua crescita dalla zia e dalla nonna. Con suo fratello eredita la tipografia e Casa Editrice Grafiche Marucelli acquistata dal nonno in via Jommelli, 24. In quella palazzina su due piani, sfiorata dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale tra il quartiere Casoretto e piazzale Loreto, vivrà poi tutto il resto della sua vita. E' cresciuto tra l'odore degli inchiostri, nella piccola impresa di famiglia dove venivano stampati i primi giornali economici: l'Esercente e il Corriere Agricolo, poi schiacciati dalla concorrenza di nuove testate economiche come Il Sole 24 Ore. Quest'attività fu poi seguita dal fratello Gianni, mentre Emilio ereditò dal padre la passione per la scrittura a cui dovette rinunciare per ragioni economiche e vi si dedicò da giovanissimo.

Emilio ad appena vent'anni, nel 1947, mostra i suoi interessi intellettuali e pubblica un poemetto sulla rivista di Elio Vittorini "Politecnico": La passione secondo San Matteo per il quale riceve un premio da Montale, Solmi e Muscetta. Si laurea in Lettere ed inizia un mai interrotto lavoro di scrittura: poesie, saggi, romanzi. La sua attività letteraria fu accompagnata e influenzata dalla sua attività di studio e traduzione di autori importanti e, all'epoca ancora poco noti, come Pound, Eliot, Celine Faulkner, Malevic. Frequenta intellettuali da cui trae ispirazione come Vittorini, Solmi, Albe Steiner, ma soprattutto, in quella Milano del dopoguerra allaccia amicizia con molti giovani intellettuali e artisti da Umberto Eco a Dario Fo, da Lucio Fontana e Valerio Adami, da Alik Cavalieri a Gianfranco Pardi, da Mario Schifano a Lucio Del Pezzo e tanti altri. Tadini ama anche il teatro e all'interno del "circolo Diogene" con cui andava a teatro tre volte a settimana conosce e frequenta Grassi e Strehler.

Accanto al suo amore per la scrittura si affianca negli anni '50 l'amore per la pittura sviluppando un linguaggio pittorico molto autonomo a ricordare figure simboliche di quadri di Bosch. Su questo ciclo di pittura per lo più inserito nella serie "Saggio sul Nazismo" (1960) la galleria Renzo Cortina di Milano dedicò nel 2008 un'ampia esposizione accompagnata da un catalogo. Negli anni a seguire Tadini si avvicinò al realismo esistenziale e alla "Pop Art" inglese. Di questo periodo è il ciclo "Vita di Voltaire" (1967). La sua prima esposizione personale è del 1961 alla Galleria del Cavallino di Venezia e il suo primo collezionista è stato il pittore Trancredi. ma l'inizio della sua ascesa artistica avviene con la partecipazione alla collettiva presso lo Studio Marconi nel 1965, della quale fecero parte anche altri tre grandi: Mario Schifano, Valerio Adami e Lucio Del Pezzo. Fin dagli esordi, Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, costruendo il quadro secondo una tecnica di sovrapposizione di piani temporali in cui ricordo e realtà, tragico e comico, giocano di continuo uno contro l'altro.

Nel 1986 organizza un'importante esposizione alla Rotonda della Besana a Milano dove espone una serie di tele che preannunciano il ciclo dei "Profughi" e quello dedicato alle "Città italiane", poi presentato nel 1988 alla Tour Fromage di Aosta. (...) Nel 1996 la mostra de "Il ballo dei filosofi" viene presentata alla galleria Giò Marconi. Nel 1997 espone presso la Galerie Karin Fesel a Düsseldorf, la Galerie Georges Fall a Parigi e il Museo di Castelvecchio a Verona. Gli ultimi cicli dipinti sono quelli delle "Nature morte" e delle "Fiabe" che nel 1999 sono presentate alla Die Galerie di Francoforte. E' stato presidente dell'Accademia di Belle Arti di Brera dal 1997 al 2000. Dal 1992 inizia un'intensa collaborazione con il Corriere della Sera come critico d'arte ed editorialista.

Il 28 novembre 1997 Ha condotto e ideato la trasmissione televisiva sull'arte Contesto su Tele +. Nel 2001 la città di Milano gli rende omaggio con una mostra antologica Emilio Tadini: Opere 1959/2000, a Palazzo Reale. Del 2001 è la celebre sede di Palazzo Reale a Milano ad ospitare l'ultima mostra antologica a lui dedicata, all'interno della quale esponenti del mondo della cultura quali Umberto Eco, Arturo Carlo Quintavalle, Alan Jouffroy gli hanno reso l'ultimo omaggio. Dopo la sua morte (2002) dal 24 al 25 settembre 2004, presso il Palazzo Reale di Milano, Fondazione Corriere della Sera organizza il convegno Le figure, le cose a cui partecipano personaggi di spicco della cultura, dell'arte, del giornalismo come Ferruccio de Bortoli, Umberto Eco, Paolo Fabbri, Arturo Carlo Quintavalle, Valerio Adami.

Nel 2007 si tiene a Milano la grande mostra Emilio Tadini 1960-1985. L'occhio della pittura negli spazi espositivi della Fondazione Marconi, della Fondazione Mudima e dell'Accademia di Brera, con un ricco catalogo edito da Skira. Nel 2008 il figlio Francesco Tadini e la giornalista Melina Scalise fondano l'associazione Spazio Tadini in suo omaggio inglobando negli spazi della tipografia di famiglia, lo studio dell'artista. Nel 2015, Spazio Tadini diventa Casa Museo nel circuito Storie milanesi che raccoglie 15 luoghi della città dove hanno vissuto dei personaggi (artisti, scrittori, designer) che hanno dato un contributo artistico e culturale alla città. Nelle sale della casa museo è possibile visitare l'ex studio e vedere opere dell'artista, oltre alla sua biblioteca. Presso Spazio Tadini ha sede l'archivio degli eredi Francesco Tadini, regista e autore televisivo, e suo fratello, Michele Tadini, compositore.

In uno scritto del 1960, Possibilità di relazione, Tadini aveva chiarito la poetica alla quale, malgrado l'incessante ricerca e metamorfosi del suo lavoro, è rimasto sempre fedele: il principio cui mi attengo, diceva, è quello di "una possibile libertà integrale della ragione...che porta a far saltare ogni diaframma tra il mondo 'fisico' e quello 'spirituale' (...). E' questa presa di posizione che porta logicamente a superare ogni alternativa superficiale di realismo e spiritualismo (o di arte fantastica) proponendo qualcosa che si potrebbe chiamare realismo integrale, nella cui sfera devono essere risolte tutte insieme le funzioni dell'uomo in ogni particolare momento della sua storia".

Tadini dichiarò la sua avversione nei confronti dell'espressionismo astratto americano, per contro l'espressionismo cinematografico tedesco condizionò non poco la sua visione dello spazio urbano. Se distinse la pop art americana da quella inglese, è perché mentre dalla prima prese le distanze, la seconda gli fu per molti versi congeniale. Non ebbe nessun timore di sperimentare nuovi linguaggi, ma mai per puro gusto avanguardistico o di accumulazione citazionistica post-moderna; al contrario, per arricchire e spostare il patrimonio di una tradizione classica che conosceva a menadito. In una realtà come quella odierna, ormai definitivamente "sottosopra", l'uomo sia destinato a sopportare una nuova croce: quella di vivere dentro un universo sconnesso, privo di riferimenti stabili, di territori sicuri, di valori condivisi.

Il protagonista ricorrente, una sorta di Pinocchio metafisico e vagamente ridicolo, brancola nel vuoto: anche la forza di gravità sembra non sostenerlo più. Detta altrimenti: certo che a Tadini premeva dipingere, colorare, distribuire le ombre e le luci. Ma gli premeva in funzione di quel "realismo integrale" ricordato nel suo testo del '60, gli premeva in funzione di una lettura allegorica del presente, al modo di Beckmann. Gli premeva perché voleva raffigurare, raccontandolo e teatralizzandolo, L'insieme delle cose (come suona il titolo di un suo libro di poesie pubblicato da Garzanti). E' nell'intermittenza tra la razionalità e un'oscurità sempre incombente che vivono i personaggi dei suoi quadri. Basti citare, per tutti, il ciclo sul "ballo dei filosofi", laddove il refrain verbale (un immaginoso e sgangherato "ego fuit") suona a evidente sberleffo dell'Io cartesiano, che tutto sa e tutto controlla.

Qui l'Io, invece, poco sa e meno ancora controlla. Ma non per questo demorde. In fin dei conti l'avventura cui è chiamato è sì tremenda, ma insieme affascinante. Chi infatti vede tra le maglie allentate del reale, il nulla, l'abisso, è ovviamente terrorizzato, ma può anche giovarsi del senso di assoluta libertà che ne discende. Andata gambe all'aria ogni sistemazione definitiva del mondo, la luce di questa nuova ragione - affidata negli ultimi trittici a una ricorrente, piccola candela, sempre periclitante - sarà magari più fioca, più incerta. Ma finalmente propria: unica, singolare, irripetibile. Così come è stato, ed è, assolutamente unico, singolare, irripetibile, il tragitto artistico ed esistenziale di Emilio Tadini. (Comunicato stampa)




Immagini dalla mostra Perfum I profumi della storia Perfum. I profumi della storia
termina il 21 maggio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Un racconto sull'evoluzione e la pluralità dei significati del profumo dall'Antichità greca e romana al Novecento, visto attraverso più di duecento oggetti esposti, tra oreficerie, vetri, porcellane, affiches e trattati scientifici. Il desiderio di trattenere i profumi, conservarli e di godere della loro fragranza accompagna la storia dell'uomo dall'antichità a oggi. Il percorso espositivo presenta un excursus storico avviato a partire dalle civiltà egizia e greco-romana che, sulla scorta di tradizioni precedenti, assegnano al profumo molteplici significati: da simbolo dell'immortalità, associato alla divinità, a strumento di igiene, cura del corpo e seduzione.

Nell'Europa del primo Medioevo, sottoposta all'urto delle invasioni barbariche, sono rare le testimonianze di utilizzo di sostanze odorifere al di fuori della sfera sacra. Sopravvive tuttavia la concezione protettiva e terapeutica del profumo, come testimoniato in mostra dalla preziosa bulla con ametiste incastonate proveniente dal tesoro goto di Desana. L'uso di profumi a contatto con il corpo con funzione di protezione nei confronti di malattie è attestato più tardi nei pommes de musc frequentemente citati negli inventari dei castelli medievali, come il rarissimo esempio quattrocentesco in argento dorato in prestito dal Museo di Sant'Agostino di Genova, che conserva ancora la noce moscata al suo interno. (...)

L'età rinascimentale vede la progressiva laicizzazione dei significati del profumo, il cui uso si fa più esteso e articolato presso le classi sociali più elevate. Gli antichi trattati circolano grazie alle edizioni a stampa, fioriscono nuovi ricettari che propongono la fabbricazione individuale dei profumi, si sviluppa la profumeria alcolica. Si diffonde in tutta Europa la moda invalsa nelle corti italiane di profumare oltre al corpo anche gli accessori di vestiario, specialmente in pelle, e di indossare contenitori per profumi di straordinaria ricercatezza, come il flacone in agata con montatura in oro, rubini e smalto, proveniente dal Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, forse un dono di Caterina de Medici, a cui si deve l'esportazione della moda italiana dei profumi in Francia.

Dal Seicento, la supremazia nel campo della produzione dei profumi spetta incontestabilmente alla Francia. Nascono nuove fragranze, sempre più orientate verso le note floreali e leggere, conservate in flaconi in vetro o porcellana, oppure diffuse negli ambienti grazie a pot-pourri e bruciaprofumi. La mostra offre infine una panoramica sul Novecento grazie ai prestiti provenienti da collezioni private che hanno consentito di arricchire il percorso espositivo con un'ampia carrellata di flaconi, tra cui spiccano quelli creati da René Lalique per François Coty, di Baccarat per Guerlain, ma anche gli eccezionali Arpège di Jeanne Lavin, Shocking di Elsa Schiaparelli, Diorissimo di Christian Dior. Completano l'esposizione una selezione di etichette e manifesti di case produttrici di profumi tra Ottocento e Novecento.

A completamento della mostra - curata da Cristina Maritano, catalogo edito da Silvana Editoriale - l'Associazione culturale torinese Per Fumum, fondata da Roberta Conzato e Roberto Drago, organizza una rassegna di incontri internazionali sulla cultura dell'olfatto rivolta a tutto il mondo degli appassionati della profumeria. Gli incontri si terranno il 16, 17, 18 febbraio e il 7 e 8 aprile 2018 presso Palazzo Madama e altre sedi. In occasione della mostra, infine, il creatore di fragranze Luca Maffei, creerà degli odori-profumi ispirandosi alle collezioni storiche del museo del periodo romano, medievale, rinascimentale e barocco che verranno diffusi nelle sale del Palazzo. (Comunicato stampa)




Ercolano e Pompei: visioni di una scoperta
24 febbraio (inaugurazione ore 16.30) - 06 maggio 2018
m.a.x. Museo di Chiasso (Svizzera)

In occasione dei 280 anni dalla scoperta di Ercolano e dei 270 anni da quella di Pompei, l'esposizione che mette in luce come il ritrovamento di due tra i siti archeologici più importanti al mondo sia stato comunicato, studiato e documentato, tra il Settecento e gli inizi del Novecento, attraverso lettere, taccuini acquerellati, incisioni, litografie, disegni, rilievi, matrici, gouaches, le prime fotografie e cartoline, che vengono affiancati in mostra da una ventina di preziosi reperti archeologici: l'anello di Carlo III di Borbone esposto per la prima volta, il bracciale serpentiforme della Casa del Fauno, marmi, piccole teste in bronzo e lacerti di affreschi. L'esposizione testimonia come J.J. Winckelmann e Karl Weber, Giovanni Battista e Francesco Piranesi, François Mazois e William Gell, Luigi Rossini e Pietro Bianchi, nonché numerosi disegnatori, incisori e cultori dell'antico fino ai fratelli Alinari, Giorgio Sommer e Robert Rive con la fotografia, contribuirono alla divulgazione della conoscenza delle due città dissepolte.

Il percorso espositivo inizia dalla metà del Settecento, quando studiosi e appassionati dell'antico incominciano a descrivere i ritrovamenti, inizialmente sporadici e casuali, attraverso le lettere, come J.J. Winckelmann, o il Conte di Caylus. Il viaggio del Grand Tour annovera ormai come tappa obbligata Napoli, Pompei ed Ercolano. Molti artisti, architetti e cultori d'arte di tutta Europa sono incuriositi dalle notizie che circolavano e dalla divulgazione delle prime incisioni promosse dal sovrano illuminato Carlo III di Borbone con soggetto Le Antichità di Ercolano esposte. In relazione a tale fenomeno, si inserisce la produzione delle splendide acqueforti di Giovanni Battista e Francesco Piranesi; saranno loro a ritrarre per la prima volta la lapide appena scoperta che darà il nome alla città dissepolta di Pompei.

I colti viaggiatori del Grand Tour iniziano così a disegnare dal vivo e a prendere appunti, come il nobiluomo William Gell, che lascia un taccuino inedito denso di annotazioni, esposto in mostra per la prima volta. A partire dalla metà del Settecento è il Corpo del Genio civile a occuparsi degli scavi; l'ingegnere svizzero Karl Weber darà un forte impulso alle scoperte archeologiche, portando alla luce la famosa Villa dei Papiri di Ercolano, documentata dalla stesura della relativa planimetria. D'altro canto, Francesco La Vega, alla direzione degli scavi di Pompei, avvierà fitti rapporti epistolari per raccontare l'avanzamento dei lavori. La sovrana Maria Carolina, sorella di Napoleone, con grande passione finanzia François Mazois per realizzare un'opera omnia che rappresenti, con i suoi disegni incisi basati su rilievi effettuati sul posto, la summa della conoscenza scientifica del momento, intitolata Les ruines de Pompéi.

La divulgazione delle scoperte e degli scavi archeologici si arricchisce di piante topografiche con magistrali litografie acquerellate e bellissimi acquerelli che ritraggono scene quotidiane di scavi, fra cui si ricordano quelli di Luigi Capaldo e Giacinto Gigante. Nel periodo della Restaurazione, la Real Casa Borbonica affida la direzione degli scavi al ticinese Pietro Bianchi, che studiando preventivamente le aree di scavo, accelera le scoperte. Tutto viene documentato da disegni molto precisi, realizzati in scala e acquerellati. Nello spirito nascente dell'Ottocento romantico, il tema della ricostruzione delle case di Pompei si fa sempre più attuale. Michele Arditi e la Società ercolanense promuovono un dibattito che coinvolge anche le varie Accademie europee; sempre più giovani si recano quindi a Ercolano e Pompei con borse di studio per rilevare e disegnare l'antico.

Alle Esposizioni nazionali vengono presentate gouaches di grandi dimensioni, come quelle di Antonio Coppola esposte a Roma nel 1893. Ormai fa capolino la fotografia: le aree archeologiche vengono ritratte da Giorgio Sommer, Robert Rive e i fratelli Alinari che realizzano le prime immagini di Pompei ed Ercolano. Sarà poi il turno delle prime cartoline in litografia o cromolitografia, che diventano un usuale mezzo di comunicazione per veicolare le immagini dei luoghi visitati; le due città dissepolte costituiscono, infatti, tappe obbligate del nascente fenomeno del turismo. L'esposizione è resa possibile grazie al Dicastero Educazione e Attività culturali del Comune di Chiasso, grazie a Sintetica in qualità di main sponsor, con il sostegno della Repubblica e Cantone Ticino-Fondo Swisslos, dell'AGE SA, dell'associazione amici del m.a.x. museo (aamm) e, come sponsor tecnico, di Helvetia. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa Svizzera e Insubria m.a.x. museo di Chiasso)




Cryptikn - The Four Directions "// No Font ((Codex)(...2"
termina il 16 marzo 2018
Avantgarden Gallery - Milano

Seconda edizione di una collettiva dedicata al potere del mezzo calligrafico. In mostra - a cura di Manfredi Brunelli Bonetti (testo critico di Francesca Holsenn ) - sono presenti selezionati artisti provenienti dall'ambito calligrafico internazionale, tra cui: Chaz, maestro del Cholo di Los Angeles, Cryptik, creatore di incredibili mandala ed esponente calligrafo dalle influenze asiatiche, Luca Barcellona, calligrafo milanese di fama internazionale, Skki, artista a 360 gradi e writer di concetto e Rammellzee, artista visivo e performer newyorkese legato alla corrente del Graffiti (sua citazione: "Il potere si serve del linguaggio per controllarci, ma se noi possediamo la lettera, siamo padroni del nostro destino").

La lettera, il simbolo, permettono al contenuto di incarnarsi attraverso il segno, un segno che se messo in mano a un calligrafo (o a un writer) può diventare il contenuto stesso, potente e chiaro. Questa mostra è un invito a riflettere sul lavoro del linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense Noam Chomsky, fondatore della grammatica generativo trasformazionale. Gli artisti hanno esplorato 10 concetti chiave - tra cui ideologia, economia, popolo,.. - da cui si origina e si concretizza, secondo Chomsky, l'idea di potere nelle pratiche politiche ed economiche della società. La calligrafia ha una 'lettura' codificata e a multilivello, la mostra vuole indagare come il potere possa permeare il nostro vissuto diventando segno riconoscibile o no se il vissuto prende pieghe di inaspettata condivisione. (Comunicato ufficio Stampa Ch2_eventi culturali)




Adam Berg - Photo-memory Heidegger and Celan in the Black Forest - stampa su carta metallica cm.42x60 2018 Adam Berg - Heidegger with Celan - olio su tela e disegno su muro cm.48x55 2018 Adam Berg | Pranzo con Heidegger - cena con Leopardi
23 febbraio (inaugurazione ore 18.00) - 20 marzo 2018
Galleria PioMonti arte contemporanea - Roma
www.piomonti.com

Questa mostra, la più recente di Adam Berg, studia la memoria personale, fattuale, politica e storica, e le potenzialità immaginarie, fittizie e controfattuali che si esprimono attorno a due mitici e 'opposti' spettri: Martin Heidegger e Giacomo Leopardi. Da una parte l'ispirazione della mostra è stato l'incontro, nel 1969, tra Pio Monti e Martin Heidegger a St. Gallen, dove Pio era andato con sua moglie Anna e Giuseppe Capogrossi, per l'inaugurazione del libro Die Kunst und Der Raum. L'incontro con il celebre e controverso filosofo si rivelò 'innocente' e giocoso (Pio Monti lo chiamava il mio gigante interrotto preferito) ma anche un oscuro risveglio, seguito da un pranzo. D'altra parte, lo spettro di Leopardi si associa facilmente alla posizione della galleria romana a Piazza Mattei così come alla cittadina di Recanati, dove c'è la galleria Idill'io, proprio di fronte alla statua di Giacomo Leopardi.

Questa opposizione e polarità costituiscono il punto di partenza della mostra che ricostruisce l'incontro da materiali storici fotografici e filmici e lo re-inventa con materiali pittorici e scultorei, creando un nuovo tipo di 'prova' - la prova dell'arte e del suo spazio all'interno del contesto dell'estetica e della politica.Per quanto riguarda Leopardi, in una serie di opere 'photo-fictions', il poeta diventa un viaggiatore nel tempo che attraversa un futuro-passato e incontra Heidegger nel tentativo immaginario di correggere le malefatte del passato - possibilmente di fare ammenda e assistere 'l'angelo della storia'. Un pezzo centrale della mostra è un video dal titolo Enchanted Forest, che intreccia il footage di un drone che riprende la baita di Heidegger nella Foresta Nera, all'habitat dei pappagalli del Macau della foresta pluviale amazzonica, e ad un'intervista con Pio Monti che racconta il suo incontro, tramite i concetti di spazio, arte,...

Con l'uso di diversi media, come pittura, fotografia, scultura e video, Adam Berg esplora la ri-localizzazione dello spazio dell'arte nell'epoca delle immagini accelerate e instabili.Il 'pranzo' con Heidegger e la 'cena' con Leopardi sono incontri a metà e a fine giornata con l'altro, un incontro che è un gioco e una domanda posta alla memoria e alla visione che ci lasciano in dialogo costante e aperto tra il passato e le sue ombre politiche e questo presente in caduta libera. Adam Berg, artista e scrittore con base a Los Angeles, lavora con video, pittura e scultura. Ha conseguito un dottorato. in fenomenologia e filosofia del tempo e in passato ha studiato sia l'arte che l'architettura. La sua arte impiega una vasta gamma di metodi che sono tutti fusi attraverso un gioco di immagini, codici e trasformazioni immaginarie. (Comunicato stampa)




Tino Signorini - Interno doppio - tecnica mista, creta nera e collage 2016 Tino Signorini - creta nera, tecnica mista 2016 Tino Signorini - La finestra illuminata- creta nera, tecnica mista, 2014 Tino Signorini
"In attesa dell'alba"
Opere 1985-2017


termina lo 03 marzo 2018
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La mostra, a cura di Valentina Di Miceli, raccoglie trentacinque opere, tra tecniche miste e tempere su tavola, realizzate tra il 1985 e il 2017. Un viaggio attraverso i sogni e le ossessioni di un artista, schivo ed appartato, il cui percorso artistico ed umano costituisce, indubbiamente, una pregnante e coerente testimonianza culturale che dai primi anni cinquanta giunge fino ai giorni nostri. L'espressione artistica di Tino Signorini infatti rappresenta il paradigma della sua stessa esistenza.

Tino Signorini (Tripoli, 1933), da Ennio Signorini (romagnolo) e da Nina Bonsignore (siciliana, nativa di Sciacca). Nel 1940 gli eventi della guerra sospingono la sua famiglia in Italia, dapprima a Fano nelle Marche, poi a Trieste. Nel 1954 comincia a disegnare e a dipingere da autodidatta, incoraggiato dai familiari. Dal 1946 risiede a Palermo dove ha insegnato al Liceo Artistico di Palermo, dal 1968 al 1994. Si è dedicato prevalentemente alla grafica, affinando la suggestiva tecnica del contè, caratteristica di gran parte della sua produzione. Le sue opere sono state esposte in Italia, Lussemburgo, Polonia, Germania, Svezia, Israele, Tunisia e Stati Uniti d'America e figurano in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)

«"A quell'ora dell'alba, Agilulfo aveva sempre bisogno di applicarsi a un esercizio d'esattezza: contare oggetti, ordinarli in figure geometriche, risolvere problemi d'aritmetica. E' l'ora in cui le cose perdono la consistenza d'ombra che le ha accompagnate nella notte e riacquistano poco a poco i colori, ma intanto attraversano come un limbo incerto, appena sfiorate e quasi alonate dalla luce: l'ora in cui meno si è sicuri dell'esistenza del mondo. Agilulfo, lui, aveva sempre bisogno di sentirsi di fronte le cose come un muro massiccio al quale contrapporre la tensione della sua volontà, e solo così riusciva a mantenere una sicura coscienza di sè", (Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959).

Il percorso artistico di Tino Signorini è un lungo, sofferto, viatico notturno che porta alla scoperta dell'alba. La notte per lui non è il regno dell'incertezza e degli incubi, non soltanto, è soprattutto momento prediletto, quel limbo a metà tra la fine del buio e l'inizio del giorno, quando tutto tace e la mente può sorvolare indisturbata sulla realtà. La notte è la condizione necessaria affinché risorga l'alba, giorno dopo giorno, come un'araba fenice. La speranza si rigenera e la luce sorprende il buio, all'improvviso. Attraverso una selezione di lavori, dagli esordi ad oggi, (soltanto alcuni della vastissima produzione dell'artista), la Galleria Elle Arte vuole rendere omaggio ad un maestro dell'arte contemporanea siciliana, ponendo l'accento sulle sue indiscusse qualità umane e artistiche, meritevoli senza dubbio di un riconoscimento. Il processo creativo di Signorini si intreccia inevitabilmente con la vita, con le esperienze sofferte dell'espatrio, della guerra, della perdita delle radici e della difficile ricerca di nuovi approdi sicuri.

La notte e la luna sono compagne di un viaggio solitario, tra le strade palermitane, tra le campagne e le periferie, alla ricerca di quel barlume di luce che nella vita come nell'arte gli ha sempre dato la forza di andare avanti. La tecnica è quella consolidata nel tempo, attraverso l'esperienza, e divenuta oggi cifra stilistica di un modo di costruire l'immagine per campi di ombra, attingendo alla materia stessa di cui è fatta la notte: l'inchiostro, il carbone, la creta nera, il contè. Dall'intenso monotipo del 1985 il paesaggio naturale si evolve modulando tre elementi principali: l'ombra, la massa scura che contiene la notte; la luce, che dall'ombra scaturisce come un'epifania; e la linea, traccia di una presenza nell'assenza. Lo stesso paradigma si ripete negli scorci di periferie, nelle case abbandonate o negli interni silenti. Campiture scomposte di ombre e di luci sono attraversate da linee, rette o incerte, segni che definiscono, che ancorano la realtà nell'evanescente atmosfera della notte. Così è in Spiaggia del 2000 o Paesaggio d'inverno del 2014, e man mano che l'artista viandante procede in questo suo cammino, un nuovo elemento interviene nella composizione: il colore.

Come per il buio, le campiture di colore non sono definite ma rarefatte, luminescenze astratte in atmosfere sature di ombra. Nero e colore, assenza e presenza di luce, elementi opposti che convivono in una stessa immagine dal potere rivelatore. Dal contrasto nasce la bellezza come dalla notte nasce l'alba. Piccolo porto, creta nera e tecnica mista su carta del 1999: è qui che dal buio della città addormentata, dalle acque di un mare nero che divide, sorge timida la nuova alba del colore, dalle tonalità pastello del cielo azzurro che si mischiano al grigiore diradandolo. Come fuochi d'artificio i bagliori cromatici esplodono dietro ai muri sbrecciati, sulle finestre illuminate, sui cartelloni pubblicitari, sulle tavole imbandite di interni domestici o nello studio dell'artista, in interni doppi che restituiscono il fascino della citazione, del quadro nel quadro.

Alla fine del percorso espositivo Signorini trova la sua alba, In attesa dell'alba, creta nera e tecnica mista del 2016. Il paesaggio del 1985 è arricchito di elementi, di materia cromatica, l'ombra del cespuglio non è più soltanto nera, ma si illumina di verdi e di gialli, il cielo di un azzurro tenue dirada nella nebbia dell'orizzonte, verso la luna che presto farà posto ad un nuovo sole. Come l'Agilulfo di Calvino, a quell'ora dell'alba, in quel limbo incerto di tutte le cose, anche Signorini sente il bisogno di applicarsi in un esercizio, quello creativo, di sentirsi di fronte le cose come un muro massiccio al quale contrapporre la tensione della sua volontà, la potenza della sua creatività. La pratica dell'arte diventa dunque il mezzo, il cavallo fedele con cui Tino attraversa la notte, la memoria, la vita, per raggiungere ogni giorno una nuova alba, la sua.» (Tino Signorini. Non c'è alba senza notte, di Valentina Di Miceli - Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della esposizione permanente di Jannis Kounellis alla Università Statale di Milano Senza Titolo (2005)
Jannis Kounellis in Statale


Esposizione permanente dal 20 febbraio
Università Statale di Milano

La Fondazione Arnaldo Pomodoro e l'Università degli Studi di Milano si fanno promotori dell'iniziativa Jannis Kounellis in Statale, a un anno dalla scomparsa dell'artista. La sede centrale dell'Ateneo ospiterà l'opera Senza titolo (2005) di Jannis Kounellis (1936-2017), concessa in comodato gratuito alla Statale dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro, che nel 2006 invitò l'artista ad allestire nel proprio spazio espositivo a Milano, la grande mostra intitolata "Atto unico", curata da Bruno Corà. Senza titolo si presenta come una lunga putrella di ferro, montata in verticale, che occupa in altezza tutto lo spazio, dal pavimento al soffitto. Sulla sua sommità è adagiata una grande risma di fogli da disegno, che piegandosi naturalmente verso il basso formano una sorta di capitello. Il ferro, come materiale grezzo e industriale e la struttura della putrella, come elemento che evoca la costruttività, ricorrono spesso nel lavoro di Kounellis, mentre i fogli da disegno rimandano all'attività tradizionale dell'artista.

Realizzata appositamente per gli spazi della prima sede della Fondazione Pomodoro e alta 540 cm, l'opera si inserisce perfettamente nell'architettura del nuovo spazio che la ospiterà in Statale, progettata da Piero Portaluppi nei primi anni Cinquanta. L'opera di Kounellis si aggiunge alle importanti testimonianze di arte del Novecento (da Wildt a Fontana) già presenti nella sede centrale dell'Università e va ad arricchire la collezione permanente d'arte contemporanea avviata negli ultimi anni grazie al progetto La Statale Arte, che comprende già i lavori di Nanda Vigo, Mikhail Ohanjanian e Paolo Icaro - il cui intervento è attualmente in corso - e che nasce proprio per valorizzare la suggestione del colloquio tra la monumentalità dell'architettura della Ca' Granda e le interpretazioni del presente, favorendo la più ampia diffusione dell'esperienza artistica. Questa iniziativa rappresenta una tappa fondamentale dell'attività della Fondazione Arnaldo Pomodoro, nell'ottica di far conoscere la propria collezione al di fuori degli spazi museali e dei luoghi solitamente adibiti a esposizioni d'arte, per rendere patrimonio di tutti l'arte contemporanea. (Comunicato stampa)




Yoshin Ogata - Genesi 1 - Marmo nero del Belgio cm.68x32x20 2014 Yoshin Ogata - Paesaggio - nella mostra Genesi alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Yoshin Ogata - Lotus-B - Marmo Bardiglio di Carrara cm.45(h)x28x20 2008 Ogata "Genesi"
termina lo 08 marzo 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Yoshin Ogata (Miyakonojo - Giappone, 1948) espone le sue prime sculture nel 1969, presso il Shinseisaku-Kyoukai di Tokyo e nel 1970 si trasferisce a Londra dove studia al British Museum. Dopo un lungo viaggio attraverso l'Europa decide di recarsi negli Stati Uniti e in Messico. Nel 1971 arriva in Italia, dove si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera. Da Milano si trasferisce a Firenze, Roma e poi Carrara. La mostra Ogata "Genesi" - sculture e dipinti - è curata da Arianna Sartori. L'inaugurazione si svolgerà alla presenza del Maetro.

«Uno dei segni che più caratterizzano il nostro pianeta, la terra, è l'acqua (...). Alla presenza dell'acqua si collega l'origine della vita. Nella ricerca di mondi paralleli, di forme di vita passata, presente, o possibile, per prima cosa si cerca l'acqua. L'acqua, dunque, è sorgente di vita, ed è elemento necessario per la continuità della vita, sia nella dimensione planetaria sia nella dimensione dei grandi e piccoli nuclei sociali, anche dove l'importanza del fiume, della roggia, del fossato sembra essere stata smarrita o addirittura cancellata. Anzi, proprio lì si avvertono i maggiori disagi, la perdita più grave di 'segno' del territorio, di strumento di irrigazione e fecondazione (...). I problemi dell'approvviggionamento idrico sono da noi emersi in tempi recenti (da noi in Europa e nelle Americhe soprattutto). Ma ci sono aree che da sempre lottano contro la scarsità e contro la progressiva desertificazione (non solo aree sahariane e sub sahariane dell'Africa, ma anche in Europa, in America, in Asia, in Australia e nelle città si parla già da tempo di razionamenti, di limitazioni d'uso.

Yoshin Ogata è sempre più consapevole di queste condizioni, ma la sua scelta dell'acqua e della goccia come tema costante ed emblema del suo operare risale a molto tempo prima della denuncia del disgelo dei poli, delle siccità sempre più frequenti ed estese nel tempo e nello spazio. Per Ogata l'acqua e i segni dell'acqua, la goccia sono stati sempre simboli della vita, della vita che scaturisce, scorre, scava il suo cammino, rigenera goccia dopo goccia, così come la sua mancanza è simbolo di morte. Ed è proprio la goccia, molto spesso rappresentata scolpita da Yoshin, a porsi come avvio di una lettura che fa delle sue opere, di piccole e grandi dimensioni, delle installazioni che animano e coinvolgono l'ambiente circostante più che delle semplici sculture, perché la goccia incombente subito ci dà immediata percezione temporale, di continuità e di trasformazione in atto. Non solo, ma concorre a formare con il resto della scultura una sorta di speciale calligramma, proprio di Ogata, o, più semplicemente un 'cangi', la parte di una parola, prefisso o suffisso che interviene a dare il significato preciso dell'ideogramma.

Così, l'insistenza di Ogata sulle forme d'acqua non ha il senso di particolare iterazione, di studio insistito, bensì di variante di scrittura, di emblema sillabico, 'cangi' appunto, che procede poi per direzioni multiple, polisenso, in scorrimenti linguistici, formali, plastici, poetici, nell'espandersi dei cerchi concentrici, nel movimentarsi e modularsi dei marmi come segni, percorsi, fontane, semplice sgocciolio, caduta. La goccia incombente è frequente nelle opere di Ogata, modellata in modo da dare il senso del peso dell'acqua, che si raccoglie e si gonfia sensualmente nella parte bassa, e della preziosità della stilla, che si empie di energia, e della sua capacità trasformazionale in relazione con la materia, ma, naturalmente anche con l'umano di cui diventa metafora di interiorità e di corporeità in continuo mutamento, continuamente scalfita e nutrita. Nella cultura orientale, si sa, la perdita di peso e di materia corrisponde a un processo di purificazione, di semplificazione positiva, di spiritualizzazione; in occidente, invece, è il processo di acquisizione a essere positivo arricchimento con tutte le manipolazioni di rifinitura necessarie.

Così, per Ogata, la goccia interviene come elemento di purificazione della natura, e della materia che tocca, su cui scivola, da cui sgorga, in un ricercato rapporto armonioso, ora ritmico, per caduta, ora melodica, in andamenti sinuosi, che riflettono certamente dati e suggestioni di matrice naturalistica ma portati a dimensione di simboli poetici, di memoria archetipica e non di rado totemica, che interpreta i movimenti della psiche, manifestarsi di energia spirituale in movimento verso una luce di conoscenza, verso 'mandala' di disciplina e di illuminazione estetica ed etica. Il dialogo di Ogata con l'acqua dura ormai da oltre trent'anni e si è espresso in una gamma ricchissima di marmi, di graniti, di pietre, scelti per texture o per il colore adatto a una visione d'ambiente, rarissimamente per la scultura come oggetto in sé.

La scultura di Ogata ha bisogno del vuoto attorno e del diretto rapporto con l'ambiente, piccola o grande che sia. Ed è proprio per questa esigenza che si deve considerare l'evento plastico una materializzazione dello spazio stesso, dando alle opere un particolare valore installativo, di progetto decorativo, urbano e non, o di segnale, riferimento ambientale o linguistico che in qualche modo 'misura', qualifica, 'responsabilizza' lo spazio esistenziale, lo spazio di relazione e quello intimo, di gestione personale e più confidenziale, lì dove convergono sensi esterni e sensi interni, conoscenza, cultura recente e cultura profonda, aspirazioni. (...) Le sculture d'acqua, le 'forme d'acqua' di Ogata 'fioriscono' letteralmente (e non a caso prendono spesso il titolo di 'Fior di Loto' o ' Immagine di Loto', paesaggi intimi, perlustrazioni che attraversano le soglie, le 'porte sacre' dei sensi, per tuffarsi nel grande oceano della conoscenza mutevole, della percezione di sé e del mondo.

La goccia rende dinamiche la contemplazione e la rappresentazione di Ogata, che sente la vita e il pensiero come flusso continuo di energia, carica inesausta sempre in bilico tra passato (remoto e vicino) e futuro prossimo e lontano, figura gravida degli elementi di memoria e di attesa. (...) La goccia è insieme l'emblema e il pretesto di Ogata per rappresentare i movimenti ed esprimere le vita in tutti i suoi stati e movimenti metamorfici e transmorfici, di germinazione e di purificazione, di implicazioni emotive e concettuali, che, come dicevo, portano la scultura a essere modulazione plastica dello spazio e nello spazio, avvio di parola, di racconto, materia che si fa parola, immagine e 'gangi' o compiuto calligramma polisenso. E' evidente che Ogata mira con le opere maggiori, ma anche con quelle di minore grandezza, a disegnare e a 'comprendere', catturare lo spazio, a dargli forma comunicativa e al tempo stesso architettonica, di un'archtettura che muove dall'intimo e si proietta fluida, con le movenze suggerite dall'acqua, a essere misura e forma del paesaggio, nota, connotazione, anche in senso strettamente musicale, del paesaggio, figura ritmica, ora in orizzontale ora in verticale che incide in modo rilevante sull'ambiente, nel rapporto dell'uomo con l'ambiente, con la natura naturans e con la preponderante natura artificiale.

Ogata, quindi, si è liberato dall'iniziale e fondamentale debito naturalistico e ha riportato tutta l'esperienza a livello mentale, concettuale (mindscapes), a paesaggio tutto interiore, simbolico, psicologico, filosofico ed etico, e le sue sequenze plastiche diventano momenti necessari ed esigenti di una disciplina conoscitiva che si sviluppa e si allarga per gradi da una stessa origine, da una stessa idea, la goccia origine di vita, di trasformazione, di crescita, ed esigenti anche una autentica partecipazione sul piano del sentimento esistenziale e delle idee, della progettualità costante, quotidiana, che deve qualificare e continuare, animare il lavoro, gli interventi dell'artista. Allora anche le sue opere di maggiori dimensioni sfuggono a qualsiasi monumentalità retorica e passatista, di occupazione abusiva dello spazio di vita, di relazione, di riflessione ambientale (come accade a tanta scultura contemporanea scioccamente definita di arredo urbano) e si affermano, piuttosto, come segnali, impronte, tracce di percorsi conoscitivi, di illuminazione sensitiva e concettuale, utili indicazioni e importanti riferimenti di meditazione, di sosta, di quiete, di ascolto interiore e di raffinamento dello sguardo sulla natura.

Con grande capacità e originalità inventiva, Ogata realizza opere che esaltano i movimenti dell'acqua, sottolineando soprattutto la caduta della goccia, una goccia che non di rado incombe sulla materia, che prende forma, diventa impronta, disegna tracce, percorsi verticali od orizzontali, scie, cadute o scorrimenti: come elemento che coniuga cielo e terra, potente, inarrestabile energia primaria che cresce la vita, modifica terra e pietre, marmi e graniti, proponendosi come emblema dell'energia che modella le forme e rende fertile la terra (la sequenza di 'Loto' come metafora dei fiori e delle piante che l'acqua nutre) e come emblema dello scorrere, e dunque del tempo che passa, del mutare delle cose, delle metamorfosi, delle transmorfosi che l'acqua produce. Tutto scorre sembra ripetere Ogata facendo il verso al panta rei di Eraclito, ma più correttamente sottolineando un concetto della filosofia orientale, dello Shintoismo e del Confucianesimo che avvertono tutto in chiave di energia che continuamente si elabora e si rinnova e appare alla conoscenza come limitata illuminazione della mente, satori, o lirica modulazione del sentimento, haiku.

E' proprio la forma della goccia, per lo più incombente sulla materia, con il suo peso interno che la tende rigonfia verso il basso a dare immediatamente il senso simbolico e fisico di un movimento e, altre volte, di una mutazione e di una fertile rigenerazione in atto: l'acqua e la pietra, due elementi primari in costante dialogo formativo e simboli della visione del mondo di Ogata, emblemi delle energie della natura e della sua disponibilità dinamica e potenzialità rigenerante. Le mostre di Yoshin Ogata si traducono in inno alla vita, ad altari celebrativi di semplici rituali connessi, a una riscoperta dell'acqua come universale nutrimento e delle vie d'acqua come vie di comunicazione, fisica, culturale, che uniscono il Mediterraneo al Mar del Giappone, e come origini delle forme, piccoli e grandi elementi di 'paesaggio' che allargano e acuiscono le nostre capacità percettive sia in rapporto allo spazio-ambiente che alle qualità delle materie.

Yoshin ha trattato le più diverse tipologie di marmi, pietre e graniti, in ogni parte del mondo, perché convinto che anche le radici di un marmo, di un granito, di una pietra affondano nella cultura di un popolo, nei ritmi più fondi della sua visione, della sua tattilità, dei suoi paesaggi e dei colori che più sente ed ama. E non c'è ripetitività, nonostante il ciclo sia ormai particolarmente lungo, ricco e articolato, con sequenze preziose per rarità di marmi e difficoltà di esecuzione e dei trattamenti con cui Ogata sapientemente esalta texture, grana, elasticità. qualità cromatiche e potenzialità costruttive ed architettoniche delle materie.

Non poche sculture si fondono al paesaggio come strutture architettoniche, come segnali costruttivi più che ornamenti estetici, come, già dal 1977, Dialogo, in granito rosso persiano, il Dialogo in purissimo marmo di Carrara del 1978, Volo d'acqua in statuario del 1980, la splendida Impronta in nero del Belgio del 1982, le Immagini di Loto dei primi anni Novanta, la Forma d'acqua 10° in travertino rosso persiano, la sequenza di piccole e grandi Forme, Vie, e Impronte d'acqua verticali a scorrimento singolo, binario e a tre elementi (Le vie dell'acqua del 2003, realizzata in granito grigio cinese, alta m.10,25x4x1,4), le suggestive Porta sacra in nero del Belgio del 1995, la Porta rossa, in rosso Laguna del 1988 e l'affascinante stilizzazione della Porta sacra del 1999, il paesaggio mosso di Goccia della roccia, in materiali vari, del 1998, e Raggi di sole in marmo rosso iraniano del 2002, lo splendido Loto in marmo rosa del Portogallo, del 2003. vari allestimenti di fontane che confermano come l'acqua che scorre sia per Ogata riferimento costante.

Le cromie e le venature dei marmi non preoccupano l'artista che, anzi, le rende parte del dialogo e del racconto simbolico, decorazione del simbolo. Il senso dello spazio animato dalla caduta incombente della goccia e dall'anticipazione mentale dei suoi effetti, dei differenti tipi di impronte, tracce, movimenti che creerà, la percezione della disponibilità dell'acqua ad assumere qualsiasi forma, della sua tenacia a incidere, scavare, creare percorsi diversi, ondulazioni circolari, a pentrare nel cuore della terra a svegliarne gli umori (da Forma d'acqua 7 del 1994 all'imponente Sole fiammeggiante del 1995-1996 in travertino rosso persiano, dall'Immagine di Loto 12 del 1965 alla Forma d'acqua 24, in statuario di Carrara, dalla Forme d'acqua 48 e 47, nell'affascinante travertino rosso persiano del 2004 e nella sequenza di opere di grandi dimensioni con i cerchi d'acqua, gli scorrimenti, l'abbondante fluire, l'emblema della Rinascita, 2006, come luce e goccia di fertilità, fino al suggestivo, recentissimo (2007) movimento di Impronta d'Acqua CS 207, in travertino persiano lasciato opaco.

Il titolo prevalente, Forma d'acqua, che negli anni recenti diventerà più spesso Mindscape, Paesaggio mentale, sottolinea inequivocabilmente l'aspetto dinamico della forma pensata e modulata da Ogata come simbolo e memento di ricchezza germinale di una natura inesausta di trasformare, di espandersi, di dilatarsi, di modificarsi in virtù dell'acqua: metafora dell'uomo, del suo mondo psichico e spirituale, dei suoi spazi interiori che sanno farsi più ampi di quelli esterni, goccia dopo goccia di esperienza, di conoscenza, di consapevolezza, in perfetta armonia con la natura nella natura. Intendo dire che le opere di Ogata rispondono alla necessità di un dinamismo insieme 'esistenziale'e spirituale che impregna la matericità e la gestualità operativa: da un lato individua una nuova modalità di concepire l'unità plastica di 'base', il frammento, il particolare, la goccia che diviene forma stabile e geometrica, elemento linguistico, sintattico, dall'altro verte alla realizzazione di una scultura che sappia fa si "continuum" spaziale, diventare spazio illimitato di riflessione.

L'opera così è una presenza 'integrale' ed 'integrata' nella quale gli equilibri interni come la capacità di aderire al vuoto interno e al vuoto circostante sembrano sanciti in eguale misura dall'ordine naturale che le fonda 'acqua, la goccia), e dall'ordine mentale che le ha 'immaginate' nuovamente riconducendo la pratica creativa alle sue matrici primarie. Ogata si lascia guidare dalla tensione empatica per una materia, il marmo, che lavorato secondo una precisa volontà progettuale, fa del carattere ambiguo e plurisignificante, polisenso, della vibrazione energetica e fenomenologia che l'attraversa, il punto focale del suo rinnovato 'essere' al mondo, e l'opera si offre come spazio sospeso, è traccia dinamica di un 'agire', che è un 'sentire', e viceversa.» (Ogata - La goccia, sorgente di vita, di Giorgio Segato)




Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
23 febbraio 2018 (inaugurazione, ore 17.30) - 06 gennaio 2019
MUSE Museo delle Scienze - Trento

L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)

__ Mostre di artisti Tedeschi presentate in questa pagina

Malerei aus Leipzig
Tilo Baumgärtel | Peter Bush | Tom Fabritius | Rosa Loy | Christoph Ruckhäberle

16 febbraio - 07 aprile 2018
Galleria Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
Presentazione

Axel Lieber: Primo piatto
termina il 23 marzo 2018
MAAB Gallery - Milano
Presentazione

Ute Müller - Christoph Meier
15 gennaio 2018 - 10 marzo 2018
Castello di Carini (Palermo)
Presentazione




Silvio Balestra - ciclo quasi Monocromi Charta - residui labirintici 1 - 2012 - incisioni su stampa fotografica Diasec Dibond 4mm - cm. 40x60, ediz unica Silvio Balestra
Oltre il reale. Flussi di pensiero


termina il 25 febbraio 2018
Sala Comunale d'Arte di Trieste

Mostra personale dell'artista triestino Silvio Balestra, introdotta dall'arch. Marianna Accerboni. In mostra una cinquantina di opere realizzate in edizione unica tra il 2012 e il 2016: fotografie digitali appartenenti alle serie Optical e Scritture del ciclo Confronti.

Presentazione mostra




Opera dalla mostra Malerei aus Leipzig alla Galleria Antonio Colombo Arte Contemporanea Immagine dalla mostra Malerei aus Leipzig - rassegna con opere di Tilo Baumgärtel, Peter Bush, Tom Fabritius, Rosa Loy, Christoph Ruckhäberle Opera di Joshua Huyser Malerei aus Leipzig
Tilo Baumgärtel | Peter Bush | Tom Fabritius | Rosa Loy | Christoph Ruckhäberle

Joshua Huyser
Coming to my senses


termina lo 07 aprile 2018
Galleria Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

La mostra Malerei aus Leipzig, a cura di Ivan Quaroni, raccoglie per la prima volta in Italia un nucleo di opere di alcuni dei più interessanti pittori tedeschi contemporanei appartenenti alla cosiddetta Nuova Scuola di Lipsia. Si tratta di Tilo Baumgärtel, Peter Busch, Tom Fabritius, Rosa Loy e Christoph Ruckhäberle, tutti ex-allievi della Hochschule für Grafik und Buchkunst di Lipsia. L'esplosione della pittura tedesca contemporanea si deve in parte ad alcuni fattori quali, ad esempio, il rigoroso accademismo favorito dalle scuole d'arte dell'ex Germania dell'Est - in particolare le Accademie di Lipsia e di Dresda.

II muro che aveva diviso la Germania Orientale dall'Europa occidentale per quarant'anni aveva, infatti, consentito agli studenti delle Accademie oltrecortina di continuare ad approfondire la tradizione di Cranach e Beckmann, mentre nella Germania Ovest si andava diffondendo l'approccio concettuale di Joseph Beuys. Ad affascinare il pubblico tedesco è stato, inizialmente, il virtuosismo di un pittore come Neo Rauch, autore di una sorprendente crasi tra i valori della pittura tradizionale e le formulazioni del Realismo socialista, ormai spazzate via dal processo di riunificazione nazionale. Sulla scorta di Neo Rauch è nato il fenomeno della "Nuova scuola di Lipsia", una straordinaria congerie di talenti che di fatto ha segnato la rinascita della pittura figurativa tedesca.

Coming To My Senses è la prima personale in galleria dell'artista Joshua Huyser. Una collezione di oggetti quotidiani, di diversa natura, creano un continuum lungo le pareti dello spazio del Little Circus della galleria. Le opere selezionate a rappresentare il lavoro dell'artista, originario del Minnesota, portano lo sguardo dello spettatore verso una nuova consapevolezza, attirando l'attenzione anche su quegli utensili da lavoro, quelle stoviglie, quelle componenti di arredo vintage e banali, musicassette, orologi, lattine, vetri e scatole presenti nella vita di ogni giorno e che vengono utilizzati senza che sia prestato loro un particolare interesse, sempre presenti, ovunque, nelle vite di tutti ma mai considerati di valore alcuno come oggetti di per sé.

Isolati e fluttuanti nel foglio, grazie allo sguardo di Joshua Huyser questi stessi strumenti apparentemente insignificanti, ritrovano la propria dimensione. Attraverso la tecnica dell'acquerello l'artista ne esplora le forme, i colori e i materiali, bilanciandoli nel loro rapporto con le luci e le ombre dell'ambiente circostante. Solo quando la presenza di un oggetto, nella quotidianità del suo studio o del paesaggio circostante, attira la curiosità di Huyser, questo diventa soggetto della sua pittura: un modo per indagare questa attrazione sensibile che si istaura tra artista e soggetto, attraverso l'interazione tra foglio e pigmento. Il mondo dell'artista si apre agli occhi del pubblico creando un dialogo dalle mille argomentazioni, in una conversazione effimera tra oggetti, sempre nuova, sempre diversa, nell'accostarsi delle diverse sfumature e soggetti. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra Le triestine slovene, allestita a Trieste Le triestine slovene / Tržaške Slovenke
termina il 28 febbraio 2018
Palazzo delle Poste - Trieste

La mostra, primo evento del Mese della cultura slovena, tradizionale appuntamento di febbraio promosso dall'associazione Slovenski klub e dal Gruppo-Skupina 85 di Trieste, è allestita nel Salone centrale del Palazzo delle Poste in collaborazione con Poste italiane e il Museo postale e telegrafico della Mitteleuropa. Pone l'attenzione su 11 donne slovene e triestine, che si sono distinte in vari campi: dalla cucina al giornalismo, dall'ingegneria allo sport, dalla storiografia alla letteratura e alla storia letteraria, dalla lotta antifascista alla musica, dal teatro alla politica.

Le donne rappresentate in mostra con le rispettive biografie e fotografie sono: la politica Tamara Blažina, la scrittrice e giornalista Marica Bartol, la giornalista Barbara Gruden, la cantante lirica Nora Jankovic, l'ingegnera Devana Lavrencic, l'attrice Lidija Kozlovic, la partigiana Zora Perello, la pattinatrice Tanja Romano, la ristoratrice Ami Scabar, la storica letteraria Marija Pirjevec e la storica Marta Verginella. In occasione della mostra verranno emessi un annullo postale e una cartolina bilingui, mentre nello Spazio filatelia si potranno ammirare alcune cartoline della collezione di Mauro Malusa. Si tratta di cartoline slovene dedicate alle donne e affrancate con i francobolli Verigarji, opera del famoso pittore sloveno Ivan Vavpotic.

La mostra è stata allestita dalla Biblioteca nazionale slovena e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica) in collaborazione con l'Unione dei circoli culturali sloveni (Zveza slovenskih kulturnih društev) e dedicata alle triestine slovene partendo da tre avvenimenti importanti: i 70 anni della biblioteca (1947), i 150 anni dalla nascita di Marica Nadlišek, maestra, scrittrice e pubblicista, che 120 anni fa (nel 1897) fondò proprio a Trieste la prima rivista femminile slovena. Attorno alla rivista, che si chiamava semplicemente Slovenka (Slovena), riunì una prima generazione di intellettuali slovene attive nella vita pubblica. Non fu un caso che la rivista vide la luce proprio nella Città, che all'epoca era anche un vivace centro culturale e politico, oltre che economico, con una consistente comunità slovena. Protagoniste di quel fervore furono numerose donne che hanno dato e continuano a dare un notevole contributo alla crescita di Trieste. La mostra pone l'attenzione su alcune di loro, ma molte altre meriterebbero di entrar a far parte della memoria collettiva. (Comunicato stampa)




Ivan Jakhnagiev - Monastero Franco Fortunato - La città e i segreti Salvatore Provino - Paesaggio Generazione '40: Sette artisti nati negli anni '40

Franz Borghese, Roberta Correnti, Marta Czok, Franco Fortunato, Ivan Jakhnagiev, Sigfrido Oliva, Salvatore Provino


termina il 24 febbraio 2018
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it | Locandina della mostra

La Galleria continua cil progetto, iniziato a giugno dello scorso anno con la mostra "Generazione '30", volto alla presentazione e alla riscoperta delle opere provenienti dalla propria collezione attraverso un percorso generazionale nel quale ciascun artista, nella tipicità della propria provenienza geografica e formazione culturale, si connota grazie ad un linguaggio pittorico di riconoscibile qualità tecnica ed espressiva.

Giovanni Faccenda, nella presentazione del catalogo della mostra a Palazzo Venezia nel 2005, scriveva che "la pittura di Franz Borghese (Roma 1946-2005) è evocazione autonoma e solitaria di un quotidiano riveduto e corretto attraverso graffianti allegorie. Un tempo di finzioni e contraddizioni, ambiguità e apparenze, sogni e illusioni destinati a tradursi nei consueti inganni". Elio Mercuri, in un saggio a margine del catalogo "Nuovo Eden" nel 1999, scriveva che "Possiamo così ripercorrere l'iter creativo e di lavoro di Roberta Correnti (Roma 1946), dalle prime fasi della ricerca, nella quale il mondo dell'adolescenza si anima in ritmi e movenze di danza, in evocazioni di figurazioni liberty di raffinata eleganza a questa sua più matura e consapevole pittura di donne vere, in una loro solitudine, anche tra amiche, o in una conversazione - nel ribaltarsi in umana e laica la "sacra conversazione" - sulla spiaggia deserta, come fuori dal tempo in gesti e atteggiamenti diventati assoluti e però come remoti perduti.

Sempre come invocazione o come offerta, la sensazione di una contenuta, commossa ma calda tenerezza". Jacek Ludwig Scarso, nell'introduzione al catalogo dell'antologica tenuta da Marta Czok (Beirut 1947) presso i Musei di San Salvatore in Lauro a Roma nel 2005, scriveva che "Come il suo background culturale è frammentato e pluridimensionale, così le sue opere sono capaci di giustapporre prospettive politiche radicali ad un attaccamento apparentemente conservatore a valori familiari e religiosi; il tutto scolpito da una ironia astuta ed un'estetica incantatoria. In modo sottile, lo spettatore rimane destabilizzato nelle proprie aspettative, spesso senza accorgersene immediatamente". Floriano De Santi, in un ampio approfondimento dedicato dalla rivista Arte&Arte all'artista romano nel 2015, scriveva che la pittura di Franco Fortunato (Roma 1946) "E' il regno dell'artigianato, sacro insieme ad Ermes, ad Atena e ad Efesto: dove si costruisce un'irripetibile realtà che non esiste nella physis, nella natura.

Così gli occhi precisi ed acuti di Fortunato si guardano attorno, nella storia dell'arte antica e moderna, in Giotto e i giotteschi come nei fratelli Salimbeni, in Giorgio de Chirico come in Magritte, scrutando ed imparando. Le mani accorte ed enciclopediche palpano le cose, soppesandole e studiandole: le trasformano; escogitano accorgimenti tecnici ed invenzioni, compiono l'attività del muratore, del falegname, del carpentiere, del decoratore, dell'orefice, come se tutta la sapienza empirica si concentrasse nelle sue mani flessibili e multiformi". Andrea Romoli Barberini, a proposito del lavoro di Ivan Jakhnagiev (Sofia 1948), scriveva che "E' sulla tela, quindi, nel chiuso del suo studio, che Ivan Jakhnagiev dà vita alle sue figure fantastiche, minacciose e innocue ma sempre accattivanti. Forme che evocano una dimensione lontana, fantastica, in cui segni neri, decisi e materici riescono a convivere con liriche evanescenze da acquarello".

Gabriele Simongini, nel testo di presentazione della mostra "L'aria dipinta" nel 2006, scriveva Sigfrido Oliva (Messina 1942) "E' la luce romana a sedurre l'occhio e l'anima di Oliva, da quella più tersa e cristallina che rende tutto così solido e perfetto a quella più brumosa e rarefatta, dolcemente avvolgente. Ma col tempo e con quell'osservazione amorevole ed attenta che costituisce uno dei massimi pregi di quest'artista così sensibile, alla luce si è aggiunta una sostanza impalpabile e difficilissima da dipingere, l'aria, l'atmosfera". Gianmaria Nerli, nella presentazione in catalogo alla mostra presso Castel dell'Ovo a Napoli nel 2007, sciveva che "Quella di Salvatore Provino (Bagheria 1943) è una pittura che conserva la tensione moderna all'indagine filosofica: i mezzi formali si piegano ancora alla ricerca di un significato e la ricomposizione di un universo estetico è ancora sforzo di verità. Eppure, o forse: a ragione, questa impronta filosofica la si deve alla scelta di consegnare la pittura stessa al proprio universo - tanto concreto quanto astratto - di tenace "costruzione" artigianale. Dove la mano del pittore, con pazienza e precisione costringe un'idea o un concetto a una forma, a un segno, a un colore". (Comunicato stampa)




A tutto gatto - dalle cartoline vintage all'oggettistica, un mondo tutto da scoprire Immagine dalla mostra A tutto gatto A tutto gatto...
dalle cartoline vintage all'oggettistica, un mondo tutto da scoprire


termina lo 01 marzo 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Ritorna dopo sei anni al Museo Postale triestino una mostra di cartoline dedicate ad uno degli amici più cari dell'uomo, il gatto. Cartoline antiche dai fini disegni e dai colori delicati, provenienti dalle collezioni di Cristiana Marangoni e Maria Angela Fantini di cui oltre all'originale, si è voluto presentare l'ingrandimento di entrambi i lati per evidenziare il retro, vergato con eleganti calligrafie, espressioni d'altri tempi e con pubblicità di società agli esordi o già scomparse. Un tuffo felino nel passato, in cui gli auguri ed i messaggi erano affidati a cartoline che hanno sfidato due Guerre ed oltre un secolo di storia per portarci inalterata la dolcezza e la delicatezza di rispettosi ed affettuosi saluti.

La nuova edizione della mostra ideata da Cristiana Marangoni, presidente della sezione regionale dell'ANFI, in collaborazione con il Museo Postale di Trieste, celebrerà il gatto non solo con le cartoline, ma anche attraverso l'esposizione di particolarissimi e rarissimi oggetti tutti riferiti al mondo dei felini (dalle teiere, al gioco di inizi '900, alle tantissime pubblicazioni dedicate). Da segnalare la presenza di uno bozzetto di Marcello Dudovich raffigurante uno studio grafico sui gatti. Con la collaborazione dell'Associazione 6idea di Trieste la mostra sarà arricchita da una serie di lavori artistici dedicati al gatto, di Laila Grison, Luciana Costa, Elisabetta De Minicis, Bruna Daus, Rosanna Palombit, Rossella Titz, Monica Kirchmayr e Fulvia Dionis. Dall'8, il 15 e il 22 febbraio alle ore 17 presso il Museo Postale si svolgeranno degli incontri per illustrare alcuni aspetti particolari del mondo felino. (Comunicato stampa)




Alfredo Volpi - Sem título - tempera sur toile CM.56x38 Rose and Alberto Setubal collection, Sao Paulo 1959 Alfredo Volpi
La poétique de la couleur


termina il 20 maggio 2018
Nouveau Musée National de Monaco

Prima retrospettiva di Alfredo Volpi in una istituzione pubblica fuori da Brasile. Considerato uno dei più importanti artisti brasiliani, Volpi era nato a Lucca nel 1896, si era trasferito nel 1898 nel quartiere italiano Cambuci a San Paolo dove ha vissuto sino al 1988. La mostra è a cura di Cristiano Raimondi e realizzata con il sostegno di The Instituto Volpi de Arte Moderna. Probabilmente Volpi è il più amato artista brasiliano del XX secolo, ma sino ad oggi è poco noto fuori dall'America Latina: l'obiettivo della mostra è di ripercorrere la sua opera a partire dai suoi primi dipinti degli anni Quaranta - per lo più paesaggi naturali e urbani - sino ai lavori degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta nei quali gli stessi soggetti sono trasformati in colorate composizioni geometriche, archetipi onirici di facciate di edifici e di bandiere festose e un semplice e poetico "algoritmo", che offre all'artista la possibilità di infinite varianti di colore sul medesimo soggetto.

L'esposizione presenta oltre 70 opere per delineare la storia di questo pittore indipendente e autodidatta, attratto dal primo Rinascimento italiano, da Matisse, Morandi e dalla sfera della cultura popolare, che vinse il Best National Prize alla 2nd São Paolo Biennale con 'Di Cavalcanti' affascinando il critico inglese Herbert Read, che lo descrisse come un artista "(...) che aveva creato qualcosa di contemporaneo con un tema indigeno: le forme e I colori dell'architettura moderna brasiliana". Il catalogo è co-pubblicato da Capivara Editora e Mousse Publishing: raccoglie I testi critici di Lorenzo Mammi, Jacopo Crivelli Visconti, Cristiano Raimondi e sarà disponibile in lingua francese e inglese dalla fine di aprile. (Comunicato stampa)




Opera di Joseph Zicchinella web.i residui dei sogni- tecnica mista nel plexiglass- cm 80x60-transcollage 2007 Joseph Zicchinella
Incontri e residui. Opere 1998/2018


13 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 31 marzo 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Una selezione di opere - a cura di Giovanni Cerri - che riassumono venti anni di attività, dal 1998 ad oggi. "Incontri e residui" recita il titolo dell'esposizione, parole che alludono alla tecnica del collage e del ritaglio, delle sezioni e degli incastri funzionali a composizioni che hanno una lontana parentela con l'opera di Mimmo Rotella. I quadri di Zicchinella infatti sono realizzati con una particolare tecnica: il "transcollage", metodo che integra parti pittoriche con materiali eterogenei inglobati in una sottile lastra di plexiglass.

Dal testo in catalogo di Francesca Bellola: (...) Questa fonte d'ispirazione contraddistingue la sua pittura "transcollage" che sperimenta una sovrapposizione di più linguaggi delineati in modo armonioso ed allo stesso tempo assemblati con forza e matericità. La grande energia che si manifesta nelle sue creazioni è evidente nei soggetti vivaci raffigurati con pennellate gestuali che denotano la spiccata personalità dell'artista. Ecco che si sprigiona una superba cromia delineata in maniera preponderante a partire dal blu, il colore per eccellenza del cielo e del mare. Nelle elaborazioni dell'autore riaffiorano delle visioni oniriche che non ricorrono a simbologie particolari o ad impronte letterarie. Esse si combinano in immagini dove si percepisce la figurazione, con richiami a forme dilatate avvolte nel plexiglass e dove gli oggetti vivono di luce propria. Dunque non solo una notevole capacità tecnica, quella di Zicchinella, ma una concettualità che si esprime dalla fase preparatoria sino alla gestazione dell'opera costituita da figure e da interventi cromatici ben calibrati. (...) Catalogo in galleria. Testi di Stefano Cortina, Giovanni Cerri e Francesca Bellola.




Mostra di Zoran Cardula "Mondo Ex"

Zoran Cardula: "Mostra senza giuria"

02 febbraio - 01 marzo 2018
Centro di Cultura Contemporanea Curva Pura - Roma

Sulle orme del grande intellettuale europeo Predrag Matvejevic, la rassegna "Mondo Ex porta", per la prima volta in Italia, frammenti artistici, umani ed intellettuali che testimoniano le composite culture delle terre dell'Europa del Sud-est. Il primo artista a rendere omaggio a Matvejevic è Zoran Cardula, con i propri re-design dei poster della Jugoslavia di ieri. Una mostra di manifesti scelti accuratamente, attingendo ad una vasta produzione (più di 180), che riflettono l'uso ironico e coraggioso dei simboli che hanno segnato l'epoca socialista. Un avvicendarsi delle impronte artistiche e grafiche di un paese che non esiste più. Minuziosi frammenti di un Mondo Ex.

Le opere di Cardula raggiungono l'apice di notorietà durante la Rivoluzione colorata macedone nel 2016, il maggior sussulto di una domanda di democrazia dal basso nel corso dell'ultimo decennio nei Balcani. Il trait d'union tra Matvejevic e Cardula si rivela nella militanza non violenta, nella passione, nella consapevolezza che l'arte e la letteratura possono creare i ponti tra le genti di ogni dove. La mostra, composta da 40 opere scelte, numerate e firmate dall'artista, è esposta, non a caso, negli accoglienti e versatili spazi di Curva Pura. Uno spazio del quartiere romano Ostiense, radicato in un territorio ex-industriale e alternativo, che coltiva una particolare attenzione per gli artisti e per gli stimoli provenienti da, per usare le parole di Matvejevic, l'altra Europa. (Comunicato stampa)

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Copertina libro Mondo ex e tempo del dopo, di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la geografia non coincide con la Storia. Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In Mondo ex Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.

Recensione di Ninni Radicini

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Mostre sui Balcani




Da Ribera a Luca Giordano
Caravaggeschi e altri pittori della Fondazione Roberto Longhi e della Fondazione Sicilia


termina il 10 giugno 2018
Villa Zito - Palermo

La Fondazione Sicilia presenta una mostra curata da Maria Cristina Bandera, direttrice scientifica della Fondazione Longhi, e dedicata ai pittori che hanno operato nell'Italia centromeridionale nel Seicento e nel primo Settecento e in particolare ai numerosi artisti che chiamiamo "caravaggeschi". La maggior parte delle opere esposte provengono dalla Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi, che custodisce il lascito di quello che è stato il più importante storico dell'arte italiano, oltre che uno straordinario collezionista. Alla pittura del Caravaggio e ai suoi seguaci Longhi ha dedicato una vita di studi, a partire dalla tesi di laurea dedicata al Merisi del 1911. Si trattò, a quella data, di una scelta pioneristica, tanto all'epoca il pittore era uno dei "meno conosciuti dell'arte italiana".

Longhi seppe da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Caravaggio, così da intenderlo come "il primo pittore dell'età moderna". Nella sua dimora fiorentina - villa Il Tasso - oggi sede della Fondazione che gli è intitolata, Longhi raccolse un numero notevole di opere dei maestri di tutte le epoche, che furono per lui occasione di ricerca e di studio. Tra queste il nucleo più importante e significativo è senza dubbio quello che comprende le opere dei pittori caravaggeschi, oltre al Ragazzo morso da un ramarro dello stesso Merisi (che vanta esposizioni internazionali di spicco e recentemente esposto a Milano alla rassegna "Dentro Caravaggio"), da lui acquistato nel 1928 e da cui ha tratto un magnifico disegno a carboncino, firmato e datato 1930.

Il disegno sarà esposto nella sezione introduttiva della mostra, che poi presenta più di 30 dipinti dei seguaci di Caravaggio e di altri artisti attivi nell'Italia del Sud, che offrono una efficace esemplificazione degli orientamenti e degli obiettivi promossi e stimolati dalle opere del Merisi e del significato storico della sua pittura. La mostra si apre infatti con il capolavoro di Valentin de Boulogne, la Negazione di Pietro, che rappresenta un eccezionale esempio della cosiddetta "manfrediana methodus", quella particolare declinazione del caravaggismo che è stata messa in opera da Bartolomeo Manfredi. La monumentale tela, recentemente esposta al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, raffigura un soggetto caro a tutti i caravaggeschi: l'ambientazione della scena è infatti un preciso riferimento alla famosa Vocazione di San Matteo di Caravaggio, nella chiesa di San Luigi dei Francesi.

Tra i grandi capolavori del primo caravaggismo spicca inoltre una serie di cinque tele raffiguranti gli Apostoli, in origine parte di una serie completa, del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo. Nel David con la testa di Golia di Giovanni Lanfranco l'espressività caravaggesca si abbina felicemente alla poetica degli affetti. Inclinazione verso soggetti misteriosi e bizzarri dimostra la Vanità di Angelo Caroselli, una delle migliori opere dell'artista, con possibili significati alchemici. Nei due Paesaggi riferibili rispettivamente a Filippo Napoletano e a Viviano Codazzi si vedono le trasposizioni delle novità caravaggesche nel genere di paesaggio con un Bivacco notturno di grande effetto drammatico del primo artista e, del secondo, la Torre di san Vincenzo a Napoli (restaurata per l'occasione) contraddistinta da forti contrasti chiaroscurali.

Il profondo radicamento dell'esempio del Caravaggio nell'arte napoletana è attestato dal David di Andrea Vaccaro (anch'esso restaurato per l'occasione) e dal drammatico San Girolamo del Maestro dell'Emmaus di Pau. Diversamente, l'Assunzione della Vergine di Antonio De Bellis, contraddistinta dalla minuziosa preziosità della tecnica esecutiva, dimostra la tendenza verso uno schiarimento della tavolozza che si verifica nell'arte napoletana nei decenni centrali del Seicento. Nelle opere di Matthias Stom, a lungo attivo in Sicilia, si vede materializzarsi una perfetta sintesi tra la cultura nordica di partenza - legata al caravaggismo olandese - e la pittura italiana. Il percorso prosegue con due capolavori di Mattia Preti - l'artista che più di ogni altro pittore contribuì al mantenere fino alla fine del Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca.

La mostra comprende inoltre due capolavori di Natura morta, particolarmente variegata e ricca nella pittura napoletana, per la prima volta esposti al pubblico - la scenografica Natura morta di pesci di Giovan Battista Recco e la più quotidiana Natura morta di Tommaso Realfonzo, firmata e datata 1737 dall'artista. Infine vengono presentati i capolavori della pittura di figura del Settecento appartenenti a due differenti correnti stilistiche - quella di pittura di respiro aulico, come Lucrezia e Cleopatra di Francesco Solimena e San Gaetano intercede per la cessazione della peste di Alessio D'Elia, e quella naturalistica esemplificata dall'irriverente Fantesca di Gaspare Traversi.

Nel percorso espositivo sono infine presentate quattro opere di alto valore artistico appartenenti alla Fondazione Sicilia. Si tratta di due grandi tele di Luca Giordano, artista che traghetta l'arte napoletana dal naturalismo di Ribera verso la pittura più chiara e leggera del Settecento, rappresentato da una drammatica Giuditta e da un monumentale quadro mitologico con Nettuno e Anfitrite. Altre due opere della Fondazione palermitana sono Cristo e la samaritana di Mattia Preti e Salomone e la regina di Saba di Francesco Solimena che si accostano alle tele degli stessi artisti presenti nella collezione Longhi. La mostra sarà accompagnata da un catalogo realizzato da Marsilio Editori che presenta tutte le opere esposte, corredate da una scheda e da una breve biografia degli artisti. Per la mostra sarà inoltre sviluppato un articolato progetto didattico, rivolto sia al mondo della scuola che alle famiglie, con visite animate e laboratori. (Comunicato stampa)




Opera di Riccardo Varini nella mostra A Po Riccardo Varini Riccardo Varini - opera nella rassegna d'arte a Reggio Emilia Riccardo Varini: A Po
termina lo 09 marzo 2018
Casa di Cura Privata Polispecialistica Villa Verde - Reggio Emilia
www.circolodegliartisti.re.it

Mistero poetico, rinuncia alle parole e al rumore: una rapsodia in bianco del fotografo reggiano Riccardo Varini, dedicata al fiume Po, luogo dell'anima in cui risuona il silenzio del tempo. La mostra è promossa dalla Casa di Cura e dal Circolo degli Artisti di Reggio Emilia, in collaborazione con l'Associazione culturale ARTyou. In esposizione, nella Sala Esagono al terzo piano della struttura, una ventina di fotografie realizzate dal 1979 ad oggi, stampate personalmente dall'autore su carta cotone. In occasione della serata inaugurale, sarà inoltre a disposizione dei visitatori una video-intervista a Riccardo Varini realizzata da Alessandro Scillitani sulle rive del Po.

La mostra, che trae il titolo - "A Po" - da un modo di dire familiare ai vecchi amanti del Grande Fiume, per indicare il progressivo percorso di avvicinamento alle acque, presenta una selezione di paesaggi chiari: fotografie sovraesposte che diventano palcoscenico dell'Assenza, eco di quella pittura "chiarista" di matrice lombarda ricorrente nelle scelte mature di Gino Gandini, al quale l'autore riconosce un debito estetico e formale. L'esposizione è accompagnata da un catalogo con il testo critico di Giuseppe Berti e una breve nota di Fabrizio Franzini ed Enrico Manicardi. In contemporanea, negli spazi di accoglienza di Villa Verde, saranno esposte alcune fotografie di Marco Borciani e Daniele Corradini.

«Del resto - scrive Giuseppe Berti - che Riccardo Varini sia un poeta lo sostengono tutti coloro che già si sono occupati criticamente di lui. Le sue fotografie, infatti, sono l'esito di uno sguardo "lento", lirico e dilatato sulle cose del mondo le cui forme, sempre prossime a sfarsi nel colore chiaro della luce, appaiono evocate più che descritte; così che la realtà, depurata da ogni peso e materia, sembra dissolversi in un istante senza tempo per straniarsi, infine, oltre l'immediata esperienza dei sensi».

Fondamentali nel percorso di Riccardo Varini (Reggio Emilia, 1957) sono Luigi Ghirri (1984) e il "chiarismo" della scuola di Guidi e Morandi. Nel 2006 fonda a Reggio Emilia una galleria dedicata esclusivamente alla fotografia, luogo d'incontro e formazione, dove tiene corsi di composizione e comunicazione. Nel 2007 le sue opere sono archiviate da Arturo Carlo Quintavalle presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università di Parma, fra i grandi nomi della fotografia italiana. Nel 2009 espone nell'ambito di "Fotografia Europea" (Galleria Parmeggiani, Reggio Emilia, prefazione di Arturo Carlo Quintavalle) e le sue opere sono archiviate dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi. Espone in diverse città italiane. Le sue opere sono raccolte nei libri "Silenzi" (2008), "Luoghi Comuni" (2013), "Da Mare a Mare" (2013). Realizza, inoltre, vari libri d'artista in collaborazione con Toni Contiero. Nel 2014 esce la sua monografia, curata da Arturo Carlo Quintavalle per Skira. Dalla collaborazione con diverse gallerie, nascono mostre internazionali a Berlino, Monaco, Montecarlo, Parigi e Tokio. Nel 2016 si dedica maggiormente ai suoi seminari, tenendo mostre alla Reggia di Colorno (Parma) e ai Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Casagrande&Recalcati - ipervanitas - oiloncanvas cm.100x100 2017 Opera di Andrea Forges Davanzati nella mostra alla Io sono Natura alla Galleria Cortina di Milano Io sono Natura
Espressioni artistiche sulla natura


termina lo 03 marzo 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano

Questa mostra - a cura di Susanne Capolongo e Stefano Cortina - vuole essere una riflessione sul mondo naturale filtrata dall'occhio sensibile degli artisti. Emozioni che diventano pittura e scultura, soggettività percettiva, pretesto per la denuncia verso un progresso che porta a un impoverimento costante delle risorse naturali, senza dimenticare quanto la nostra stessa esistenza sia legata all'ecosistema così estremamente complesso e delicato, troppo spesso minacciato dall'interesse di un'unica specie. L'Arte ha funzione irrinunciabile come strumento di conoscenza del mondo e di espressione dei sentimenti individuali. Quello che accomuna tutti gli artisti presenti è la responsabilità socio-culturale per raccontare, raffigurare, spiegare e presagire ciò che sta per succedere.

Dalle carte intagliate di Susy Manzo che richiamano gli elementi naturali in forme lievi e oniriche, alle farfalle in gesso e cera degli anni '70 di Federica Marangoni, opera che fu utilizzata per il manifesto del WWF. Dalle rappresentazioni floreali iper-realiste a grandi campiture di Casagrande&Recalcati (Sandra e Roberto), alla fotografia di Gianluca Balocco che racconta e rivela il valore della biodiversità e della vita, fino alle sculture in acciaio inossidabile di Andrea Forges Davanzati la cui ricerca artistica si orienta verso lo studio delle forme naturali marine e del movimento ad esse connaturato. (Comunicato stampa)




Opera di Alessandro Ceni Alessandro Ceni
La Distanza
opere recenti


termina il 20 febbraio 2018
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

"Ad Alessandro Ceni non dispiace sporcarsi le mani. Non gli dispiace quando scrive: nel suo linguaggio tutto il patrimonio del nostro lessico, dal più solitario degli idioletti al più complesso dei lemmi tecnici, trova puntuale e precisa, poetica ospitalità. Non gli dispiace quando traduce versi e prose della letteratura anglo-americana, un'impresa che da anni affronta in profondità, rammemorando e attualizzando, di ogni evento linguistico, la sua intera preistoria filologica. Non gli dispiace quando si confronta con lo spazio fisico - quando in un oggetto,in un'immagine, in una figura terrestre quelle mani vengono conficcate fino in fondo, così la estrapolare e mettere a giorno, di ogni cosa, l'esile e primordiale melodia della sua materialità svuotata di ogni grazia.

Ma piena, proprio per questo, di una charis misera e opaca, cosale. Che dietro a queste opere, a questo lavoro (certo cerebrale, ma innanzitutto materiale e artigianale) esista una poetica è cosa certa. Ma non si tratta di un programma o di un manifesto che tratteggia i propri confini in anticipo rispetto alla messa in opera. Al contrario, la poetica di Ceni, del Ceni artista e pittore, emerge epigeneticamente a partire dal confronto con la materia, dentro la spudorata ed effimera storia d'amore tra le mani e la cosa." Così Massimo Baldi in Talismani residuali, nota al catalogo Ceni, 2000-2016.

La distanza è l'unica autentica dimensione di spazio e di tempo che possa garantire profondità di sguardo e certezza di pensiero. Dalla distanza le cose e tutto appare assai più prossimo alla vera realtà: crolla ogni e qualsiasi impalcatura e non c'è che l'essere ora e qui nudo ed evidente di per sé. Alessandro Ceni (Firenze, 1957) all'attività artistica affianca quella di poeta e di traduttore di classici della letteratura inglese e americana. Ultime personali: 2014, Sale della Fabbriceria, Pienza; 2015, Galleria Il Bosco Blu, Alessandria; 2017, Palazzo Bastogi-Regione Toscana, Firenze; 2017, Galleria Cult, Alghero. Ultime pubblicazioni: La ricostruzione della casa, poesie scelte, Effigie Editore, 2012; Parlare chiuso, Tuttelepoesie, Puntoacapo Editrice, 2012; Combattimento ininterrotto, Effigie Editore, 2015.




Nino De Pietro - Milano 1970 - Raccolte Museali Frateli Alinari - Archivio De Pietro, Firenze Schegge di periferie: il Neorealismo a Milano
Fotografie di Nino De Pietro


termina il 31 marzo 2018
Fondazione Luciana Matalon - Milano
www.fondazionematalon.org

In collaborazione con Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia di Firenze, la mostra - curata da Maria Possenti, Emanuela Sesti e Italo Zannier - presenta 70 foto da pellicola negativa Kodak in bianco e nero che De Pietro, con la sua inseparabile Leica, ha scattato a Milano tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta. La matrice linguistica delle sue fotografie è il cinema neorealista italiano di Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti di cui condivide la rappresentazione della vita nella sua immediata realtà, senza idealizzazioni o abbellimenti. Un realismo poetico quello di Nino De Pietro che lo porta a osservare Milano e il suo divenire mettendo in luce scorci non convenzionali, luoghi spesso dismessi resi vivi dai sentimenti dei suoi abitanti, senza regole formali o imposizioni ideologiche, ma semplicemente raccontando il tempo presente.

Il fotografo percorre "disordinatamente" le strade di Milano eseguendo straordinarie sequenze fotografiche dove si accavallano i luoghi della vecchia periferia: i navigli e i cortili delle case di ringhiera dove sono ancora presenti le tracce delle incursioni aeree della Seconda guerra mondiale, la neve a Sesto San Giovanni, le scritte sui muri, le tende da sole dei grandi condomini periferici, la ferrovia nel quartiere di San Cristoforo, la Trattoria del Risveglio, frequentata da Giorgio Gaber, le discariche e le loro sedimentazioni di "testimonianze ambientali", le baracche di viale Plebisciti, il Vicolo dei Lavandai tanto caro a De Pietro da decidere di stabilirsi lì con il suo studio, la Fiera di Sinigaglia, gli oggetti di lavoro, le biciclette e i panni stesi ad asciugare, i tram e infine i manifesti del cinema e quelli strappati dai muri. Nino De Pietro conduce un'indagine insieme distaccata e appassionata, oggi ancora più preziosa poiché capace di restituirci ambienti e persone ormai di perduta memoria.

Nino De Pietro, Milanese doc, classe 1921, dopo gli studi di Economia alla Bocconi, lavora al Banco di Roma tra il 1945 e il 1954, anno in cui inizia a lavorare per la Kodak di Cinisello Balsamo dove resterà fino al 1982, con le mansioni di Photographic Promotion Specialist. Si dedica alla fotografia dal 1955, anno in cui entra a far parte del "Circolo fotografico milanese". Dal 1956 è nella F.I.A.P. ("Fédération Internationale de l'Art Photographique") che lo nomina nel 1962 Artista con il riconoscimento AFIAP e nel 1979 ESFIAP (Excellence pour services rendus à la cause de la photographie). Pubblica le sue immagini sulle principali riviste specializzate (Popular Photography, Fotografia, Ferrania, Progresso fotografico, Enciclopedia della fotografia, La Gazzetta della fotografia, Nuova Fotografia), partecipa a concorsi ed eventi espositivi in Italia e all'estero.

Riceve numerosi riconoscimenti ai Saloni Internazionali di Fotografia della Kodak a Rochester, a Londra, a Melbourne e a Stoccarda (tra cui J.J.Rouse Memorial Grand Award, I.N.Hultman Award), al Salone Internazionale di fotografia di Katowice (Polonia), alle mostre FIAF (Torino 1961). L'archivio è stato donato dall'Autore alla Fratelli Alinari nel 2017 ed è costituito da oltre 5.000 negativi in bn e a colori nei formati 6x9 e 24x36 e da oltre 900 vintage prints. Fedelissimo alla Kodak ha usato per il bianco e nero la Tri xPan e per il colore Kodachrome, Ektachrome, Kodacolor; le sue macchine fotografiche sono state la Leica, la prima, poi la Rolleiflex e la Mamya. Negli anni ottanta apre lo studio nella zona dei Navigli di Porta Ticinese, nel Vicolo dei Lavandai, a lui tanto caro. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Jonas Mekas - Personale
09 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 15 aprile 2018
Palazzo della Ragione - Bergamo
Presentazione

Fictions. Richard Dupont | Michael Staniak
termina il 10 marzo 2018
Galleria Eduardo Secci - Firenze
Presentazione

L'obiettivo di John Phillips sul mondo. Dalla guerra mondiale alla nascita della Repubblica italiana. Fotografie 1937-1946
termina lo 04 marzo 2018
Museo Civico Pier Alessandro Garda - Ivrea (Torino)
Presentazione

A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta
Presentazione

Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo
Presentazione

Werner Bischof: Fotografie 1934-1954
termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
Presentazione




Carlo Lorenzetti - Vascello Siderale - 2010 Carlo Lorenzetti: Spazi siderali
termina il 28 febbraio 2018
Bertolami Fine Arts - Roma
www.bertolamifinearts.com

Il piano nobile di Palazzo Caetani Lovatelli, sede romana di Bertolami Fine Arts, ospiterà per tutto il mese di febbraio una selezione delle opere più significative realizzate tra il 1985 e il 2013 da Carlo Lorenzetti, uno dei più sensibili protagonisti della scultura italiana contemporanea. In esposizione, oltre a 13 sculture, anche una raccolta di disegni del 2007. La lunga e fortunata carriera di Carlo Lorenzetti (Roma, 1934) è la dimostrazione che il consenso della critica si conquista anche senza cedere alle lusinghe di mode transitorie. L'artista, che non ha mai sentito il bisogno di procedere in formazione in gruppi o movimenti, ha percorso in totale autonomia un originale cammino nella linea di ricerca interessata a rinnovare la scultura nel segno di una liberazione dalla costrizione della legge di gravità, creando forme capaci di conquistare la terza dimensione non come masse statiche che occupano saldamente lo spazio, ma come mobili intrecci di linee in dialogo con l'aria.

Scolpire inserendo nella composizione elementi insondabili come il vuoto e l'energia: un'idea fantastica, perfettamente in linea con il clima del tempo in cui il suo lavoro inizia, la seconda metà del '900, gli anni epici della conquista dello spazio e delle rivoluzionarie applicazioni alla vita dell'uomo delle scoperte sulla composizione della materia. Il giovanissimo scultore, di fatto uno sconosciuto, che Giovanni Carandente volle affiancare a mostri sacri del calibro di Arp, Calder, Moore e Smith nella storica rassegna spoletina del 1962 Sculture nella città, oggi può essere considerato un classico della modernità. Per questo ognuna delle sue rare, accurate mostre è un'occasione importante per gli appassionati di arte contemporanea. Le tredici sculture e i quattordici disegni in esposizione a Palazzo Caetani Lovatelli, senza la pretesa di dar vita a una rassegna di carattere antologico, restituiscono con efficacia il senso del suo lavoro.

Dai capolavori degli anni '80 - Aggrotto (1985) e Sidereoerrante (1989), anneriti da uno strato di grafite steso sulla superficie metallica - ai più recenti lavori caratterizzati dal contrasto tra luminose forme di alluminio e nere lamiere di ferro, Carlo Lorenzetti si volge con chiarezza alla ricerca di una geometria essenziale, molto lontana, però, dalla fredda staticità della geometria euclidea. Di geometria inquieta parla nel suo saggio in catalogo Silvia Pegoraro e in effetti sono, quelle dello scultore romano, forme percorse da un sottile respiro energetico che le rende liricamente vibranti. L'effetto del movimento percepito è creato dai calibrati giochi visivi, una costante alternanza di bagliori di luce e gorghi d'ombra, impressi su lastre di rame, ferro, ottone e alluminio dalla lavorazione a sbalzo, una tecnica, in verità, solitamente usata in oreficeria, ma che, applicata in modo del tutto anticonvenzionale alla grande dimensione, consente alla materia metallica di prendere vita.

Dalla demiurgica capacità di infondere respiro alla materia nasce il celebrato carattere poetico dell'opera di Lorenzetti, un inno alla perfetta precarietà della vita. Luce e ombra, razionalità e lirismo, controllo formale e fantasia torrentizia, la pesantezza della materia annullata nella leggerezza di forme aeree: la dialettica dei contrasti è al centro della riflessione di un artista tra i più affascinanti dell'arte contemporanea italiana, non solo per il contributo dato al linguaggio scultoreo, ma anche per l'eccezionale talento di disegnatore. La straordinaria qualità dei disegni - di carattere non progettuale e del tutto autonomi rispetto alle sculture - esposti da Bertolami Fine Arts sarà per molti una felice scoperta. Catalogo Bertolami Fine Arts Books con testo critico di Silvia Pegoraro. (Comunicato Ufficio stampa Scarlett Matassi)




Valentino Vago: Oltre l'orizzonte
Dipinti degli anni Sessanta e Settanta


termina il 20 marzo 2018
Galleria d'arte Annunciata - Milano

Una personale di Valentino Vago (Barlassina, 1931) in cui saranno esposte opere degli anni Sessanta e Settanta perlopiù di grandi dimensioni. Mostra, a cura di Roberto Borghi in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago, realizzata in collaborazione con la Galleria Il Milione che, in contemporanea, terrà una mostra di dipinti recenti. In un testo pubblicato nel catalogo della personale di Valentino Vago presso il Salone Annunciata del 1965, Sergio Grossetti ha scritto che l'artista «crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la propria presenza personale e (...) affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che da solo investa in sé tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».

In effetti, soprattutto nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta, le più significative delle quali saranno esposte alla galleria Annunciata, Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti» - la luce e il colore - di cui è basilarmente composta la pittura. L'esito di tale processo è costituito da dipinti estremamente complessi e stratificati, difficili da afferrare a un primo sguardo perché mai univoci, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all'incirca rettangolari.

Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti - che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto interrotte - ed è sempre presente il rimando all'orizzonte, vero leitmotiv della pittura di Vago. Talvolta anzi i dipinti riportano più orizzonti tra loro paralleli, o un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. E' questo insomma il momento del lavoro di Vago in cui il confine tra terra e cielo - e tra visibile e invisibile, materia e spirito - si fa più presente, ma allo stesso tempo più lirico e sottilmente drammatico. Ma è anche da qui che inizia quel percorso di «liberazione dall'orizzonte», come lo definisce l'artista stesso, che ha avuto il suo culmine nella recente realizzazione di un'opera ambientale nella chiesa di San Giovanni in Laterano. (Comunicato stampa)




Mozes Incze - Transition - olio su tela cm.110x160 2017 Alexandra Nadas - Profan Madonna IV - olio su tavola cm.45x30 2017 Renaissance Now. Mozes Incze e Alexandra Nadas
termina lo 01 marzo 2018
AREA35 Art Gallery - Milano
www.area35artgallery.com


La mostra nasce dalla volontà di Area35 di aderire al progetto BudArtPest, il cui obbiettivo è creare ponti culturali internazionali e nuove connessioni attraverso l'arte di artisti ungheresi e la comunità intellettuale mitteleuropea. Gli artisti ungheresi Mozes Incze e Alexandra Nadas attraverso i loro lavori rappresentano le tradizioni culturali comuni tra Italia e Ungheria, in particolare il legame al Rinascimento e allo stesso tempo esprimono nuovi valori legati alla società internazionale, alla tecnologia iperconnessa e al mondo virtuale, elementi integranti della quotidianità attuale. L'arte di Mozes Incze, basata sulla tradizione pittorica europea, propone corpi, luci e atmosfere che richiamano stili rinascimentali e classici in cui la descrizione degli elementi naturali è netta e dettagliata. Nei suoi lavori interviene un ulteriore elemento: il "Linguaggio Macchina", strettamente connesso all'ambito computeristico, che vorace e feroce si avventa sui due cercando di divorarli e diventare una sorta di Iperuranio.

La natura non domina la scena anzi, spesso appare confinata in oggetti come vasi e coppe o la si scorge nelle curve di un corpo, mentre la dimensione umana è talvolta evocata dal delicato cerchio di un nastro rosso che nel tempo è diventato la firma dell'artista. Le ambientazioni ricreate nelle opere di Mozes Incze sono soprattutto dimensioni cibernetiche, luoghi desolati, senza tempo e senza una precisa connotazione, disseminati di schermi led, cellulari, flash che aggiungono ulteriori significati alla composizione. Si tratta di spazi non identificati osservati attraverso un'interfaccia neurale, anello di congiunzione tra uomo e computer. L'artista dipinge un'ipotetica ascesi umana sia biologica che spirituale che scaturisce dal rapporto a volte di schiavitù, a volte di complicità, con la nascente e ingombrante intelligenza artificiale. E' il contemporaneo quindi, con i suoi nuovi costumi e le sue relazioni cibernetiche, ad essere protagonista.

Nelle tele, meticolose descrizioni pittoriche si alternano a macchie caotiche e a gesti di scomposizione creativa: sostanze indefinite prendono il posto della forma solida e sembrano esseri viventi e palpitanti - come intenzionati a corrodere la superficie della tela - che catturano lo spettatore. I soggetti, spesso indaffarati nel loro lavoro, sembrano galleggiare in uno spazio che appartiene al reale tanto quanto al virtuale; strumenti elettronici come cavi usb e prese di corrente fanno capolino tra elementi di natura morta, il paesaggio è spesso ridotto al cameo di uno schermo acceso. Tutti gli elementi compositivi accentuano il contrasto tra i contenuti reali e quelli virtuali, sottolineando la narrazione di un mondo "ipertestuale".

Nelle opere di Alexandra Nadas il legame alla tradizione tecnica e stilistica del Rinascimento è molto evidente nella scelta dei materiali, tavole realizzate con colori ad olio e tempera e nei soggetti, paesaggi, architetture e ritratti. Tuttavia, l'artista interviene con soluzioni che mutano sostanzialmente i caratteri del passato per una lettura in chiave contemporanea. Gli elementi architettonici per esempio, pur essendo una presenza costante come nelle opere rinascimentali, sono reinterpretati in chiave lirica e narrativa. Case, stanze, piazze sono riprese dal quotidiano, dal comune, dall'intimo della vita di tutti i giorni, non sono più l'elemento archetipo di solidità e di fondazione.

Questo ruolo viene ampiamente interpretato dal ritratto e in particolare dalle madonne profane, figure riprese dal passato, ieratiche e iconiche, maestose nella loro bellezza, misteriose e imperturbabili che diventano il centro dell'intera composizione. L'artista crea scenografie legate al mondo reale, attraverso paesaggi contemporanei parzialmente trasfigurati e stralci di vita moderna, dove vengono inseriti elementi che suscitano stupore per la loro collocazione non consona ad un impianto tradizionale della scena. Centro della ricerca di Alexandra Nadas è la lettura del presente attraverso il passato che trova espressione attraverso una stratificazione di differenti componenti: fisica, virtuale, mentale e spirituale.

Mozes Incze (1975) si diploma alla Hungarian University of Fine Arts, è insignito di numerosi premi a livello nazionale fra cui il Koller prize nel 2011e l'Horvath Prize nel 2016. Presente nella scena artistica ungherese, soprattutto nelle prestigiose gallerie della capitale, ha fondato nel 1997 con altri artisti la E'lesd Art Colony fornendo un importante contributo di qualità alla scena delle arti in Ungheria. Ha esposto in mostre personali e collettive, fra cui si ricordano anche quelle in Italia e in Svizzera, ricevendo riconoscimenti di talento a livello internazionale.

Alexandra Nadas (Budapest, 1974) si è diplomata presso la Hungarian University of Fine Arts ed è attiva nel panorama artistico ungherese e internazionale. Dal 1996 ha partecipato a numerose esposizioni collettive e personali, in spazi pubblici e privati, ottenendo importanti riconoscimenti istituzionali.

Area35 Art Gallery di Giacomo Marco Valerio apre nel 2009 e si propone come polo culturale dell'arte italiana contemporanea a livello internazionale. La sua attività e la sua missione sono incentrate sulla creazione di ponti e scambi culturali tra artisti italiani e internazionali a livello multidisciplinare. Dal 2018 la galleria, oltre al grande spazio espositivo, offre la Project Room, una sala dedicata alla promozione di giovani artisti emergenti volta ad un maggiore coinvolgimento del pubblico. Cosciente della mutevole e frizzante situazione dell'arte internazionale Area35 realizza e promuove esposizioni in Italia e all'estero attraverso partecipazioni e collaborazioni con alcune gallerie internazionali. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Renato Guttuso Renato Guttuso
L'arte rivoluzionaria nel cinquantenario del '68


22 febbraio (inaugurazione ore 18) - 24 giugno 2018
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

Esposizione alla pittura di Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1911 - Roma 1987), presenza di forte rilievo nella storia dell'arte italiana del Novecento e figura nodale nel dibattito concernente i rapporti tra arte e società che, nel secondo dopoguerra, ha significativamente accompagnato un ampio tratto del suo cammino. Curata da Pier Giovanni Castagnoli, con la collaborazione degli Archivi Guttuso, la mostra raccoglie e presenta circa 60 opere provenienti da importanti musei e collezioni pubbliche e private europee. Primeggiano alcune delle più significative tele di soggetto politico e civile dipinte dall'artista lungo un arco di tempo che corre dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Settanta.

Nell'ottobre del 1967, cinquantesimo anniversario della rivoluzione d'ottobre, Renato Guttuso scriveva su Rinascita, rivista politico-culturale del Partito Comunista Italiano, un articolo intitolato Avanguardie e Rivoluzione, nel quale il pittore riconosceva alla rivoluzione il titolo inconfutabile e meritorio di essere stata il fondamento di una nuova cultura, con la quale profondamente sentiva di identificarsi e che lo induceva a chiudere il suo scritto con l'esplicita professione di fede: "L'arte è umanesimo e il socialismo è umanesimo". Guttuso era stato, a partire dagli anni della fronda antifascista e tanto più nel secondo dopoguerra, un artista che, come pochi altri in Italia, si era dedicato con perseverante dedizione e ferma convinzione a ricercare una saldatura tra impegno politico e sociale ed esperienza creativa, nella persuasione che l'arte, nel suo caso la pittura, possa e debba svolgere una funzione civile e sia costitutivamente dotata di una valenza profondamente morale.

A poco più di cinquant'anni dalla pubblicazione dell'articolo e nella ricorrenza del cinquantenario del '68, la GAM di Torino si propone di riconsiderare il rapporto tra politica e cultura, attraverso una mostra dedicata all'esperienza dell'artista siciliano, raccogliendo alcune delle sue opere maggiori di soggetto politico e civile. A partire da un dipinto quale Fucilazione in campagna del 1938, ispirato alla fucilazione di Federico Garcia Lorca, che a buon diritto può essere assunto a incunabolo di una lunga e ininterrotta visitazione del tema delle lotte per la libertà, per giungere alla condanna della violenza nazista, nei disegni urlati e urticanti del Gott mit uns (1944) e successivamente, dopo i giorni tragici della guerra e della tirannia, alle intonazioni di una reinventata epica popolare risuonanti in opere nuove per stile e sentimento come: Marsigliese contadina, 1947 o Lotta di minatori francesi, 1948.

Un grande, ininterrotto racconto che approda, negli anni Sessanta a risultati di partecipe testimonianza militante, come in Vietnam (1965) o a espressioni di partecipe affettuosa vicinanza, come avviene, nel richiamo alle giornate del maggio parigino, con Giovani innamorati (1969) e più tardi, in chiusura della rassegna, a quel compianto denso di nostalgia che raffigura i Funerali di Togliatti (1972) e in cui si condensa la storia delle lotte e delle speranze di un popolo e le ragioni della militanza di un uomo e di un artista. "Nel secondo dopoguerra - afferma Carolyn Christov-Bakargiev Direttore della GAM - negli ambienti della cultura di sinistra si discuteva tra avanguardia formalista e realismo figurativo. Ci si chiedeva quale fosse più rivoluzionaria e quale più reazionaria. Oggi, paradossalmente, nell'era della realtà aumentata e della virtualità, la pittura di Guttuso può sembrarci tanto reale e materica quanto il mondo che stiamo perdendo".

A fronte dell'antologia di tali dipinti e in dialogo con essi, la mostra offre anche un repertorio variegato di opere di differente soggetto. Quadri tutti coevi ai tempi di esecuzione dei dipinti di ispirazione politica e sociale, selezionati con il proposito di offrire indiscutibile prova dei traguardi di alta qualità formale conquistati da Guttuso nell'esercizio di una pittura che - afferma il curatore Pier Giovanni Castagnoli - "per comodità, potremmo chiamare pura, con l'intendimento di saggiare, attraverso il confronto dei diversi orizzonti immaginativi, l'intensità dei risultati raggiunti su entrambi i versanti ideativi su cui si è esercitato il suo impegno di pittore e poter consegnare infine all'esposizione, pur nel primato assegnato al cardine tematico su cui la mostra si incerniera, un profilo ampiamente rappresentativo della ricchezza dei registri espressivi presenti nel ricchissimo catalogo della sua opera e della poliedrica versatilità del suo estro creativo". La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, con saggi di Pier Giovanni Castagnoli, Elena Volpato, Fabio Belloni, Carolyn Christov-Bakargiev e un'antologia di scritti di Renato Guttuso. (Comunicato stampa)

«Per noi l'arte non può essere antiumana, nel nostro presente, anzi, cerchiamo di cogliere i fermenti opposti a tanto rassegnato pragmatismo». Renato Guttuso




Luisa Albert - Orange crush - cm.40x40 2011 olio su tela Luisa Albert
termina lo 13 marzo 2018
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Luisa Albert, artista torinese, è stata allieva del pittore Ottavio Mazzonis. Dopo l'esperienza presso lo studio del suo maestro l'artista ha iniziato l'attività espositiva presso importanti gallerie torinesi e nazionali. I soggetti che l'artista predilige sono nature morte, paesaggi e ritratti. Lo stile dell'artista si ispira alle suggestioni degli artisti del XIX secolo, i dipinti hanno l'eleganza delle opere dipinte a quel tempo e appaiono sospesi in una dimensione senza tempo dove la luce, talvolta fioca talvolta accesa è la protagonista assoluta dei suoi dipinti, ricreando le atmosfere delle scene d'interno del passato, suggestioni e atmosfere che la Albert ha appreso dal suo maestro.

La dimensione atemporale delle opere delle opere dell'artista torinese è infranta dalle colature di colore, espediente che riporta i dipinti ai giorni nostri facendo dialogare sapienza pittorica antica con la pittura contemporanea. Infine gli sforzi dell'artista si concentrano anche sulla ritrattistica, genere aulico della pittura, caratterizzato da una committenza che chiede all'artista di cristallizzare un momento della propria vita, in questo caso la produzione di Luisa Albert è caratterizzata dai ritratti su commissione di importanti personaggi della città ed in ultimo ha focalizzato l'attenzione sulla ritrattistica di animali domestici quale il cane protagonista del romanzo Chiedimi aiuto di Umberta Boetti Mussi. Le opere di Luisa Albert sono presenti in importanti collezioni istituzionali. (Comunicato stampa)




"Per Grazia Ricevuta"
Ex voto fra arte antica & contemporanea


termina il 25 marzo 2018
Galleria Comunale d'Arte (Palazzo del Ridotto) | Biblioteca Malatestiana - Cesena

Un tema di grande attualità come quello degli ex voto, oggi riscoperti non solo per le loro qualità artistiche, ma per la storia che rivelano anche dal punto di vista antropologico, sociologico e culturale. «Gli ex voto costituiscono un particolarissimo archivio della memoria composto da piccoli fatti personali. Uno speciale ringraziamento per storie di salvezza viste da un osservatorio particolare: quello della Fede, dove l'uomo comune è il protagonista prescelto dal divino. La tradizione, nei suoi riverberi di senso, può porsi al contempo come confine e sorgente. Così accade per l'arte popolare degli ex voto antichi, fonte d'ispirazione germinante per l'arte colta contemporanea. Si tratta di un incontro di rispecchiamenti fatto di particolari "singolarità" che invocano una rinnovata ri-narrazione» (Marisa Zattini). La mostra è corredata da un esaustivo catalogo edito da Il Vicolo Editore, in tiratura limitata - n. 500 esemplari numerati, pagg. 208 - che documenta tutte le opere oggetto della rassegna. (Comunicato stampa)




Opera di Mario Francesconi Mario Francesconi: "Cose"
termina lo 03 marzo 2018
Galleria Zetaeffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

«...alle origini della modernità, si paragonavano i quadri appesi alle pareti ai tronchi intagliati e dipinti presenti in una capanna tribale, idoli che erano forma sensibile di un concetto astratto, magico o apotropaico, e nello stesso tempo assemblaggi di materiali eterogenei estratti dal grande deposito della natura. Un confronto che molto spiega del potenziale mitico, in termini moderni spirituale, intuibile nel lavoro di Francesconi, così sensibile all'arcaicità delle materie da lui stesso recuperate alle soglie della loro inevitabile dispersione e resuscitate a nuova vita estetica con accostamenti di forte impatto evocativo, che mi han fatto pensare a volte agli straordinari assemblaggi escogitati da Piero Tosi per i costumi di scena della Medea di Pasolini, sontuosamente primitivi e insieme consapevoli dell'ancor vitale matericità dell'informale. Anche Francesconi si dichiara appassionato demiurgo di un universo di immagini 'preistoriche' ma egualmente ricomposte in attualissima sostanza, radicate sì nel vigile controllo della misura formale ma disposte a sempre ulteriori significazioni pertinenti alla sfera del simbolo, dei traslati, delle intermittenze del cuore.» (Dal testo in catalogo di Carlo Sisi)

«...opere fatte di ramoscelli annodati con l'antico gesto di un contadino, pezzi di vetro fissati in un castone di fil di ferro, toppe e bottoni cuciti grossolanamente, come su un vecchio vestito logoro, che non si ha cuore di buttar via. L'atto estetico dell'objet trouvé, che ha regalato un senso a tanta arte del Novecento, in Mario Francesconi ha perso finalmente ogni intellettuale residuo. Mario riconosce gli oggetti che gli servono per lo stupore implicito nella loro stessa realtà, e il gesto di artista che li elegge è diventato un gratuito atto di amore. Sono oggetti che non trasmettono un significato, non suggeriscono sofisticate analogie, non vogliono esser chiamati con concetti filosofici. Semplicemente esistono. Sono Cose.» (Dal testo in catalogo di Franco Zabagli)

La frequentazione del premio Viareggio avvicina Mario Francesconi (1934) al mondo della letteratura che lo accoglie immediatamente grazie al successo ottenuto nelle prime mostre dove riceve plausi da Roberto Longhi e Carlo Carrà. All'inizio degli anni Sessanta, si trasferisce a Roma e frequenta le gallerie La Salita, La Tartaruga e Sanluca dove, presentato da Emilio Villa, espone una serie di opere monocrome realizzate con materiali di recupero. Nel suo lavoro si nota già la naturale attenzione alle materie povere. Si susseguono le sue mostre in Italia ed all'estero presentato da Mario Tobino, da Mino Maccari, da Alfonso Gatto, da Leonardo Sciascia e, più volte da Mario Luzi e Cesare Garboli.

Dopo una importante mostra nel 1976 alla fiorentina galleria Pananti, inspiegabilmente per i suoi galleristi e estimatori, si rifiuta di proseguire in una pittura che incantava tanti collezionisti ma che lui non sentiva più. Inutilmente viene invitato a esporre, si allontana dal mercato dell'arte, due sole eccezioni nel 1978 a Spoleto nell'ambito del Festival dei Due Mondi, e nel 1982 a Milano alla galleria Il Milione. Sono anni di studio e di duro lavoro per eliminare ogni elemento di conformismo e tradizione. Coerentemente a questo percorso interiore, la sua pittura si libera delle forme e dei colori più accattivanti e piacevoli., Non più tele o belle carte, anche i supporti per fare pittura sono trovati, materiali scartati e gettati. Negli ultimi anni l'espressione artistica di Francesconi è sempre più radicale senza schemi e senza compromessi.

Contro il conformismo tradizionale le sue opere sono anche una testimonianza della crisi storica in cui ci dibattiamo. volti e le inquietudini di Samuel Beckett, di Mario Luzi, di T.S. Eliot, di W. Shakespeare, di Jean Genet, di Leonardo Sciascia costituiscono la fonte delle sue indagini pittoriche. Contemporaneamente realizza libri d'artista interamente autografi con varie tecniche pittoriche e collages. Nel 2010 Viaggio 1960-2010 la grande mostra in Palazzo Medici Riccardi a Firenze mentre nel 2011 partecipa alla 54° Esposizione Internazionale d'arte della Biennale di Venezia accompagnato da uno scritto di Manlio Cancogni. Sue opere sono state acquisite dalle maggiori istituzioni fiorentine. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Gubinelli formato cm.18,07x24,3 nella mostra Segni per Leopardi alla Pinacoteca Comunale di Gaeta Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli - formato cm.17,5x24,3 Paolo Gubinelli: "Segni per Leopardi"
termina il 15 marzo 2018
Pinacoteca Comunale - Gaeta (Latina)
www.pinacotecagaeta.it

Mostra del noto artista Paolo Gubinelli amato dai grandi poeti italiani e stranieri che hanno donato poesie inedite che accompagnano sue opere, durante la sua carriera artistica ha avuto contatti con grandi artisti contemporanei e con una antologia critica di grandi storici dell'arte contemporanea che hanno scritto sulla sua opera. "Segni per Leopardi" dopo la mostra a Casa Leopardi su richiesta del Comune di Gaeta la mostra viene ospitata presso gli spazi espositivi della Pinacoteca Comunale "Giovanni Da Gaeta". Marchigiano di nascita ma toscano di adozione, Paolo Gubinelli da sempre si rapporta alla poesia nella costante ricerca del verso poetico come fonte e finalità di produzione creativa. Negli anni si è confrontato con i testi di Alberto Bevilacqua, Tonino Guerra, Mario Luzi, Andrea Zanzotto e recentemente con quelli di Dante Alighieri. Nel suo progetto dedicato interamente a Leopardi, ispirandosi agli autografi di alcuni Canti, Gubinelli ha dato forme astratte al colore tracciando segni che intessono dialoghi visivi e immaginari con i tratti della penna di Giacomo.

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all'estero.

Sono stati pubblicati cataloghi di poesie inedite dei maggiori poeti Italiani e stranieri. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. (Comunicato stampa)




Fictions
Richard Dupont | Michael Staniak


termina il 10 marzo 2018
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La mostra - incentrata sui lavori di due artisti, l'americano Richard Dupont e l'australiano Michael Staniak - curata da Domenico de Chirico, mira a esaminare il concetto di enfasi che si dipana nel momento in cui un'immagine tradizionale entra a far parte di un contesto digitale, con particolare interesse per la mediazione che si verifica quando un'opera è scientificamente documentata, esaminata e diffusa tramite tecnologie digitali. Richard Dupont e Michael Staniak sono entrambi profondamente coinvolti nella questione della verità; tra la cancellazione della verità in quanto tale e rivelazione di un nuovo codice estetico sempre in corso di definizione, a seconda delle infinte possibilità che una costellazione virtuale può offrire.

Questa mostra vedrà il debutto di una nuova serie di lavori da parte di Richard Dupont, sviluppati nel corso dell'ultimo anno. Ponendo delle tele grezze in infusione con sostanze chimiche, utilizzate principalmente nella cianotipia, ed esponendole alla luce del sole, le opere acquisiscono profonde tonalità bluastre dovute a una reazione chimica subita dalle tele sensibilizzate. Il risultato finale è un ibrido tra pittura e fotografia, che incorpora dei significati reconditi metafisici in cui la presenza e l'assenza di un'immagine convergono in maniera simultanea. La mostra sarà composta da una sala centrale, dove saranno esibite quattro nuove grandi opere intitolate Untitled Drawing c. 1953, le quali hanno come punto di partenza il lavoro proto-concettuale Erased de Kooning Drawing di Robert Rauschenberg. E' la visibilità stessa ad essere presa in esame in questi nuovi ibridi tra pittura e fotografia. Durante le sue ricerche per la realizzazione di questa nuova serie, Dupont si è imbattuto in una scansione a infrarossi di Erased de Kooning Drawing, creata dal Dipartimento di conservazione dell'Elise s. Haas al SF MOMA. La scansione rivela alcuni aspetti di ciò che era stato cancellato.

La rievocazione del disegno invisibile riformula l'atto stesso della cancellazione tramite il processo della scansione. Dupont ha prima scaricato quest'immagine, poi vi ha lavorato al fine di ricostruire attraverso vari tentativi i segni cancellati. Non è ben chiaro quali elementi di questi nuovi lavori siano effettivamente riconducibili a segni compiuti da De Kooning e quali, invece, siano manipolazioni digitali di Dupont. Il file digitale elaborato dalla scansione offusca ulteriormente il radicale non gesto di Rauschenberg, poiché la cancellatura stessa è cancellata e sostituita da un codice digitale infinitamente corruttibile. I nuovi dipinti di Michael Staniak, tutti intitolati con l'acronimo "HDF", sono un'estensione della ricerca dell'artista sugli effetti dei media digitali sulla produzione e la visione della pittura.

Nell'impiego di diversi materiali, tra cui un composto per la colata personalizzato e vernici acriliche, nel tempo si formano strati con una trama propria, dovuta sia a movimenti delle dita sia all'utilizzo di attrezzi casuali dello studio. Le superfici risultanti sono una raccolta di un procedimento di pittura organico, e sono poi sottoposte a una lenta aerografia, ottenendo così un effetto trompe-l'œil. Questo permette di appiattire le movenze e produrre un'immagine che appare essere stata mediata digitalmente. Le lettere HDF sono l'acronimo di Hierarchical Data Format, un'estensione di file digitali utilizzata principalmente per salvare raccolte d'immagini e dati satellitari, consentendo di estrarre molteplici punti d'informazione da una singola immagine digitale.

Questo riflette il modo in cui noi osserviamo il mondo tramite una lente digitale mediata, dove, molto spesso, le verità che si celano dietro un'immagine possono essere rivelate tramite l'impiego di nuove tecnologie. Allo stesso tempo, lo schermo può intralciare la nostra comprensione della realtà fisica; ci poniamo dubbi sul valore veritiero delle immagini modificate, che, spesso, possono avere l'effetto di appiattimento sul soggetto fisico. I dipinti di Staniak sono dimostrazioni di entrambi i fenomeni - i suoi gesti sono elevati da colori saturi oppure contrastati da un monocromo facsimile; eppure, i gesti stessi sono nascosti e rivelati solo tramite gli strati della pittura dei dati visivi appiattiti da un procedimento che fa apparire i lavori più digitali.

Richard Dupont (New York, 1968) è un artista americano che realizza le sue opere sfruttando una varietà di media, tra cui sculture, installazioni, pitture e incisioni. Ha frequentato la Princeton University, dove si è laureato presso il Dipartimento di Visual Art, Art and Archeology. I suoi lavori hanno preso parte a mostre presso numerosi musei. I suoi lavori sono inclusi in molte collezioni museali, tra le altre si ricordano: The Museum of Modern Art (MoMA), The Whitney Museum of American Art, The Museum of Fine Arts Boston. Nel 2014, Dupont ha ricevuto il riconoscimento Museum of Arts and Design's Visionary Award.

Michael Staniak (Melbourne, 1982) è un artista australiano; ha ottenuto un BFA e un MFA presso il Victorian College of the Arts, Melbourne, così come anche un BA in Digital Media Communications presso la Middle Tennessee State University. E' stato protagonista di mostre personali. I suoi lavori sono stati esibiti in mostre collettive. Nel 2017, il Contemporary Art Museum di St. Louis ha pubblicato una monografia dei suoi lavori, intitolata IMG_, che è stata poi riportata in numerose pubblicazioni. Nel 2018 terrà una mostra permanente presso Fogo Island Arts, Canada. (Comunicato stampa)




Mauro Molinari - Traslocando Mauro Molinari - Dolce casa cm.100x70 disegno + rilievi Mauro Molinari - Il palleggio Mauro Molinari
Plays (opere 2007-2017)


termina lo 03 marzo 2018
Tibaldi Arte Contemporanea - Roma

Il percorso che ha condotto Mauro Molinari a questo ciclo dei Plays è stato assai personale, versatile e dispiegato nel tempo: Molinari ha infatti alle spalle un lavoro artistico più che quarantennale. Percorso lungo e articolato ma pur sempre caratterizzato, ed è questa una sua caratteristica saliente, dalla permanenza di motivi qualificanti, che assicurano la sussistenza di un filo rosso di continuità interna. Da una decina di anni a questa parte, Mauro Molinari ha avuto il coraggio di mutare progressivamente registro, approdando a un cammino apparentemente assai diverso, ovvero alla scelta di una pittura d'immagine, sia pure di specie assai particolare. Ha puntato su un contesto figurale capace di rendere nuovamente coinvolgente e quindi praticabile la pittura fuori dagli ambiti tradizionali, che al nostro artista, e a molti altri, paiono usurati dal troppo impiego, dal troppo veduto.

La pittura di Molinari ci si presenta con un forte sapore di contemporaneità. Guarda con intelligenza e capacità selettiva a tendenze tra le più discusse e controverse (ma vitali) dello scenario estetico internazionale, come la Street Art, il Bad Painting, il Neo Pop. La mostra ci propone una quindicina di dipinti recenti, per lo più di grandi dimensioni eseguiti nell'ultimo decennio. Non c'è posto in questo universo stravolto per rapporti di proporzione, di verosimiglianza, di coerenza narrativa: il nano procede accanto al gigante; ed entrambi camminano per le strade, nell'assuefazione generale; magari si affacciano alle finestre, ma non possono sporgersi, perché la loro testa è più grande del vano di apertura. O, al contrario, basta una mano aperta per occultarlo interamente; sul filo verticale di una facciata figurine indiavolate scendono con la stessa disinvoltura di come si muoverebbero in orizzontale. Una sorta di teatro dell'assurdo, insomma, che però, a ben vedere, molto assume e molto allude alla nostra periclitante vicenda quotidiana. (Carlo Fabrizio Carli)




Claudio Verna - Pittura 1974/75 Claudio Verna
24 January - 30 March 2018
Cardi Gallery - London
www.cardigallery.com

A major retrospective of Claudio Verna, with both new and historical works ranging from 1967 to 2017. The exhibition is curated by Piero Tomassoni. Claudio Verna (Guardiagrele, Italy, 1937) is one of the protagonists of 1970's Italian painting. Part of the so called "Pittura Analitica" (Analytical Painting) or "Pittura-Pittura" (Painting-Painting) movement, Claudio Verna is part of a small group of artists who, towards the end of the 1960's, felt the need to return to painting, at a time when many considered it a dying form of art. These artists explored and analysed the very essence of painting, concentrating on its most fundamental constructive elements such as space, form, and colour. A leading figure within the movement, Verna's works from 1967 to 1977 embody the essence of what could be considered the Italian response to Minimalism.

From Hard-edge to Colour Field, one could draw many parallels with North American painting from the 1960's, including leading figures such as Frank Stella, Barnett Newman and Kenneth Noland. However, from 1978 onwards Verna achieved a different dimension, where the gesture is liberated and colour releases its internal energy. This exhibition is Claudio Verna's first retrospective in the UK and it includes over 20 works encompassing the whole career of the artist, spanning half a century. Many large-scale paintings from the 1960's and 70's are juxtaposed with more recent works, illustrating the linguistic progression of the artist from his beginnings to today. As curator Piero Tomassoni indicates in the catalogue essay: "... these are works not to be read but to be looked at. Their strength lies in their ability to transpose the spectator into a new space, the space of colour which Claudio Verna has always inhabited". (Press release)




Carlo Ciussi - Struttura a cinque elementi - olio su tela cm.210x700 1996 - courtesy A arte Invernizzi, Foto Bruno Bani, Milano Carlo Ciussi
La Pittura come fisicità del pensiero


termina il 29 marzo 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale di Carlo Ciussi in occasione della quale vengono presentate opere degli anni Sessanta e Settanta in dialogo con lavori degli anni Novanta. Il percorso epositivo comprende anche una selezione di opere realizzate nel 1965 recentemente esposte presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia nell'ambito di "Postwar Era. Una storia recente". Nelle opere appartenenti alla seconda metà degli anni Sessanta esposte al primo piano della galleria l'artista, attraverso intrecci tra elementi geometrici primari, suggerisce le forme del cerchio e del quadrato seguendo traiettorie che occupano solo in parte lo spazio della tela. In altri lavori, realizzati negli anni immediatamente successivi, le stesse forme si sviluppano in profondità, si sovrappongono in diverse aree di colore sino a giungere ad inserirsi le une nelle altre.

Nella visione d'insieme proprio l'utilizzo che Carlo Ciussi fa delle cromie diviene una chiave elementare di lettura ed esse costruiscono, ritmandolo, l'equilibrio della struttura stessa dell'immagine. Questa stessa geometria connaturata al colore, che muta pur rimanendo sempre fedele a se stessa, diviene negli anni Novanta segno lineare, che si staglia su tutta la superficie in un all over senza soluzione di continuità. Opere tridimensionali quali Colonne e Struttura a cinque elementi (210x700cm), le cui superfici vengono attraversate da una pluralità di linee rette spezzate che si intrecciano e si sovrappongono, si ergono nello spazio al piano inferiore della galleria e si ridefiniscono alla luce di una fisicità più marcata, acuendo in modo più evidente il dialogo con l'ambiente architettonico circostante. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Francesca Pola, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

Come scrive Francesca Pola: "Carlo Ciussi ha interpretato l'arte come visione attiva del mondo, e come fisicità di un pensiero che non accetta alcuna neutralità di contenuto o decorativismo di forma, ma si pone come visione positiva possibile della realtà, ricreando costantemente nuovi spazi di espressione umana. E' di questo paradosso che vive la sua opera, volutamente pensata per non essere categorizzabile secondo schemi correnti o canoni precostituiti, quanto come inesorabile e inesausta trasformazione dell'universo: dare corpo al pensiero come azione che interpreta il mondo. Senza descriverlo, ma per ricrearlo, in un incessante divenire che procede, senza soluzione di continuità, dall'esistenza stessa. (...) E' in questa densità dell'immagine, che visualizza il mentale dell'uomo non semplicemente come portato razionale, quanto come complessità biologico-evolutiva del nostro immaginare e costruire civiltà, che si ritrova la più evidente continuità del lavoro di Ciussi. Nella sua opera, il palpitare dei segni o le scansioni degli spazi sono la struttura stessa della realtà, in un intenzionale coincidere di microcosmo e macrocosmo per cui l'immagine è frammento e soglia dell'infinito divenire dell'universo". (Comunicato stampa)




Jonas Mekas - Personale
09 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 15 aprile 2018
Palazzo della Ragione - Bergamo

In occasione della 36a edizione del Festival, The Blank e Bergamo Film Meeting dedicano la sezione "Incontri: Cinema e Arte Contemporanea" a Jonas Mekas (Lituania, 1922), poeta, artista e regista, fondatore del New American Cinema Group e creatore dell'Anthology Film Archive. La mostra, curata da Stefano Raimondi e Claudia Santeroni, vede la trasformazione dell'ambiente espositivo in un luogo in cui, grazie ad un coinvolgente allestimento, convivono alcuni dei film più significativi dell'artista e le immagini di natura più cinematografica. E' realizzata nei rinnovati spazi del Palazzo della Ragione: la mostra si confronta con l'edificio storico e ne sfrutta le nuove potenzialità allestitive, appositamente ideate per questo luogo.

L'esposizione vuole presentare la complessità dei mezzi espressivi scelti da Jonas Mekas, artista poliedrico dagli interessi eclettici. Domina la sala la duplice proiezione di Seasons: un video composto con un cut up di frammenti della sua intera produzione cinematografica. I frame estrapolati dai lavori video dell'artista e impressi su lastre di vetro appartengono alla serie In An Instant It All Came Back to Me", mentre le quaranta fotografie di Birth of a Nation" sono estratti dal suo celebre omonimo film del '97. Conclude la sezione fotografica To New York with Love, la serie di ventuno immagini dedicate alla città che è stata il palcoscenico del lavoro di Mekas.

La mostra è permeata da una traccia composta dall'artista, che agisce da sottofondo all'intera esposizione: l'aspetto musicale è stato mantenuto in relazione alla storia di Mekas, che ricorda come il canto abbia fatto sempre parte della sua vita, dall'infanzia in avanti. A chiudere il corpus di opere esposte, un'isola dedicata alle pubblicazioni realizzate dall'artista, liberamente consultabili dal pubblico, cui è offerta l'occasione unica di accedere all'intera collezione degli scritti di Jonas Mekas, tra i quali My Night Life, in cui l'artista, fedele alla sua cifra biografica, racconta i suoi sogni fatti tra il 1978 e il 1979, chiedendo all'amico Auguste Varkalis di illustrarli. (Comunicato stampa)

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On the occasion of the 36th edition of the Festival, The Blank and Bergamo Film Meeting dedicate the section "Incontri: Cinema e Arte Contemporanea" to Jonas Mekas (Lithuania, 1922), poet, artist and director, founder of the New American Cinema Group and creator of the Anthology Film Archive. The exhibition "Jonas Mekas - Personale", curated by Stefano Raimondi and Claudia Santeroni, sees the transformation of the exhibition environment into a place where, thanks to an engaging set-up, some of the artist's most significant films coexist with images of a more cinematic nature. "Jonas Mekas - Personale" is realized in the renovated venue of Palazzo della Ragione: the exhibition compares itself with the historical building and exploits its new exhibition possibilities, specially designed for this place.

The exhibition aims to present the complexity of the means of expression chosen by Jonas Mekas, a versatile artist with eclectic interests. The double screening of the video "Seasons" dominates the room: a video composed of fragments of his entire cinematographic production. The frames taken from the artist's video works, impressed on the glass plates, belong to the series "In an Instant It All Came Back to me", while the forty photographs of "Birth of a Nation" are extracts from his famous 1997 film of the same name. The photographic section is completed by "To New York with Love", the series of twenty-one images dedicated to the city that has been the stage of Mekas' work.

"Jonas Mekas - Personale" is permeated by a track composed by the artist, which acts as a background to the entire exhibition: the musical aspect has been maintained in relation to the artist's history, that reminds how the singing has always been part of his life since his childhood. To conclude the exhibition, an island dedicated to the publications by Mekas, freely available to the public to offer a unique opportunity to enter the artist's collection, including "My Night Life" where the artist, faithful to his biographical style, narrates his dreams made between 1978 and 1979, asking his friend Auguste to illustrate them. (Press release)




Immagine dalla locandina di presentazione di Museo Navigante Museo Navigante

Il Museo Navigante è una iniziativa promossa dal Mu.MA - Galata di Genova, dal Museo della Marineria di Cesenatico, dall'associazione La Nave di Carta della Spezia e dall'Associazione Musei Marittimi del Mediterraneo, che ha riunito musei pubblici e privati per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, ha aderito all'iniziativa con il Museo Archeologico dell'antica Kaulon, diretto da Rossella Agostino e con il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone, diretto da Gregorio Aversa.

Il percorso espositivo del Museo archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria) illustra la storia della colonia magno-greca di Kaulonia dall'età di fondazione, ad opera dei crotoniati, fino ad età ellenistico-romana ed ospita anche reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all'odierno Museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo caratterizzata dalla presenza del Faro. L'esposizione presenta per alcuni settori parziali ricostruzioni di edifici abitativi e sacri finalizzate ad una migliore lettura da parte del pubblico.

Le Collezioni più importanti sono: rocchi di colonne in marmo anche lavorate rinvenute nelle acque antistanti il sito dell'antica città di Kaulonia; Tetto tempio del Colle della Passoliera di età greca caratterizzato da una ricca policromia; Collezione numismatica e fra i "pezzi" più significativi si segnalano: manufatti bronzei, tra cui specchi, elementi di armature ed una interessante iscrizione votiva in lingua achea dall'area del tempio dorico; Mosaico pavimentale policromo con la raffigurazione di drago di età ellenistica dall'abitato.

Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone è suddiviso in tre sezioni principali dedicate la prima ("Terra") ai resti dell'insediamento sorto sul promontorio in età romana, la seconda ("Sacro") al santuario di età greca sviluppatosi sullo stesso luogo e, infine, una terza ("Mare") destinata ad illustrare le problematiche dell'archeologia subacquea, espone una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec.d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Terrecotte architettoniche, vasi a figure nere, vasetti miniaturistici, bronzetti figurati attestanti la frequentazione del santuario greco e appartenenti al cd. Tesoro di Hera, formano le collezioni più importanti. Fra i pezzi di maggior pregio si ricordano: frammenti in marmo pario appartenenti alla decorazione del grande tempio di ordine dorico di cui, nell'attiguo Parco Archeologico, si conserva parte del basamento ed una colonna in blocchi tufacei. (Comunicato stampa)




Immagine presentazione mostra Monaco, Vienna, Trieste, Roma - Il Primo Novecento al Revoltella Monaco, Vienna, Trieste, Roma
Il Primo Novecento al Revoltella


termina lo 02 settembre 2018
Civico Museo Revoltella - Trieste
www.museorevoltella.it

E' un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d'Arte Moderna del Museo "Revoltella". Il "dentro" è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il "fuori" è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo. Il titolo dell'esposizione - "Monaco, Vienna - Trieste - Roma" - richiama l'influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all'Impero d'Austria-Ungheria, e l'interscambio - parallelo e successivo - tra gli artisti della città e del territorio e l'Italia.

Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del "Revoltella", si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del "ritorno all'ordine", coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel "secolo lungo", sino a lambire il secondo conflitto mondiale. L'esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo, Marcello Mascherini.

Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d'Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna. Una sezione monografica è riservata all'arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all'arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto 'ritorno all'ordine' di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani. La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall'interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni. Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto Macchie di sole del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

"Questa mostra - osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste - evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d'arte del "Revoltella", Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com'è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell'arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce". (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Mostre su Trieste




Vincent de Roder - Political Image - lacquer on canvas 160x120cm 2015 Nikolaas Demoen | Vincent de Roder | Stefaan Dheedene | Jonathan Michels | Adriaan Verwée
January 12, 2018 - February 24, 2018
MLF | Marie-Laure Fleisch - Brussels
www.galleriamlf.com

All repetition simultaneously enhances and dissolves meaning. It reveals the distance we take in relation to things, and the effort it takes to give them names. The very act of repetition is often more meaningful than what is repeated. With the sound "da" a projects meaning into the world. "Dada" is the reflection of the world, a myriad of random possibilities. Explaining Dada, Hugo Ball stated "For us, art is not an end in itself... but it is an opportunity for the true perception and criticism of the times we live in." When repetition is translated into tautology, and Dada is formulated as Da & Da, we seem to try to impose some order as we state the same thing twice, hinting at an explicit state of Da, some logical proposition; we remain caught in the gesture. Da is just That, and That could be anything. In relation to the statement of Hugo Ball, Da & Da remains an opportunity for perception and criticism, but allows art to be, in the end, in itself. Da & Da (That & That) brings together five artists who have actively been engaging in the reiterative gesture as described above through their work. Dada, but resisting Dada with utter precision. (Press release)

Artists: Nikolaas Demoen (1965, Belgium); Vincent de Roder (1958, The Netherlands); Stefaan Dheedene (1975, Belgium); Jonathan Michels (1993, Belgium); Adriaan Verwée (1975, Belgium).




Capolavori a confronto
Bellini / Mantegna
Presentazione di Gesù al Tempio


21 marzo - 01 luglio 2018
Fondazione Querini Stampalia - Venezia
www.querinistampalia.org

Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due "Presentazioni di Gesù al Tempio" eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia. Due capolavori assoluti della storia universale dell'arte, l'uno di mano di Giovanni Bellini, di Andrea Mantegna il secondo. Ad un primo sguardo sembrano del tutto eguali, eppure si capisce che le due opere-specchio hanno "personalità diversissime". Ma chi fu l'inventore della meravigliosa composizione? Bellini, veneziano, e Mantegna, padovano del contado, si conobbero certamente, dato che quest'ultimo sposò la sorellastra del primo. Ma sarebbe sbagliato - chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell'esposizione, immaginarli l'uno accanto all'altro intenti nel dipingere questo medesimo soggetto. Certo il cartone, la cui realizzazione richiedeva un enorme virtuosismo artistico, "stregò l'uno e l'altro, ma un lasso di tempo non piccolo, una decina di anni, separa i due capolavori". Che, sia pure a distanza, si sia trattato di una gara alla massima eccellenza, lo si evince dalla qualità assoluta delle due opere. E' un caso probabilmente irripetibile quello che consente, per la prima volta nella storia dell'arte, di ammirare l'una a fianco dell'altra.

"E' l'effetto - sottolinea Marigusta Lazzari, che dell'istituzione veneziana è il Direttore - di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l'impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due 'Presentazioni al Tempio' è uno dei cardini di queste mostre. (...)".

Per accogliere questo magico confronto, la Querini Stampalia ha mobilitato l'architetto Mario Botta per l'allestimento e sta predisponendo un innovativo sistema illuminotecnico. Non solo: accanto a queste due inarrivabili "vedettes" in Querini saranno esposte le opere coeve patrimonio del museo veneziano. E il visitatore sarà poi invitato, con lo stesso biglietto a scoprire, o riscoprire, gli infiniti tesori della Querini Stampalia, una casa-museo tra le più importanti al mondo. Sala dopo sala, negli storici ambienti, si avrà l'emozione di entrare nell'universo di una delle più potenti e illustri Famiglie veneziane: ammirare le celebri opere d'arte, i preziosi arredi, patrimonio della Famiglia e pervenuti alla Fondazione nel 1869, poco meno di 150 anni fa, a seguito dell'importante lascito. E' un mondo di storia, cultura, meraviglia quello che attende i visitatori in Querini, in un'atmosfera unica com'è quella della Venezia autentica. (Comunicato Studio Esseci)




Margareth Dorigatti - Veneris dies Margareth Dorigatti: DEI Colori/Giorni
termina il 10 marzo 2018
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Serie di opere della pittrice Margareth Dorigatti incentrata sui pianeti e sulle loro infinite corrispondenze con le divinità e il mito, con i giorni della settimana e i colori, e ancora i metalli cui ciascun pianeta viene ricondotto seguendo l'antico schema delle attribuzioni: Luna/Argento (lunedì), Marte/Ferro (martedì), Mercurio/Mercurio (mercoledì), Giove/Zinco (giovedì), Venere/Rame (venerdì), Saturno/Piombo (sabato), Sole/Oro (domenica). Mostra a cura di Daina Maja Titonel, con testi critici di Karin Dalla Torre, Flavia Pesci, Lidia Reghini di Pontremoli.

Osserva Karin Dalla Torre: "Ci immergiamo in una cucina alchemica, dove i metalli liquidi ribollono in grandi crogiuoli, mettendo le loro proprietà scientifiche ed estetiche al servizio delle singole divinità. Come per gioco, talvolta in superficie si specchiano le simbologie alchemiche del sistema periodico. (...) Non si tratta di quadri da osservare senza conseguenze. A prescindere dal loro formato sono opere tanto intense da imporsi sul vissuto interiore, finanche nei sogni."

"In questa serie dedicata ai pianeti", scrive Flavia Pesci nel catalogo che accompagna la mostra, "prende corpo un suggestivo universo interiore, una sorta di viaggio cosmologico dove la simbologia che lega pianeti e divinità, con le loro implicate storie mitiche, pervade i dipinti di rimandi per affinità e analogie con colori specifici, giorni della settimana definiti nella loro peculiarità semantica e trasversale alle varie lingue, vibrazioni e sonorità timbriche, anche sulla scorta dell'insegnamento di J. Wolfgang Goethe, sulla cui celebre teoria dei colori si sono a lungo imperniate le esplorazioni di Margareth Dorigatti. (...)

Per ogni pianeta, per ogni divinità, si potrebbe dire persino per ogni colore, ci troviamo di fronte a una sorta di ritratto, in cui Margareth ha riversato il proprio sentimento di esso e condensato il proprio rapporto personale, rivelando a noi e a se stessa la chiave interpretativa che a ciascuno soggiace. Così, in un racconto mai banale, la forza assoluta di Marte, la seducente bellezza di Venere, la complessità conflittuale di Saturno, la misteriosa delicatezza lunare o la divina superiorità di Giove ci vengono manifestati per colori e forme ad ognuno peculiari: attributi complementari e analogici che caricano di tensione e di sorprendente energia il dipinto eppure, al tempo stesso, gli restituiscono magicamente una sottile valenza ironica, che rende il gioco sempre acuto e intelligente."

Margareth Dorigatti (Bolzano, 1954) nel 1973 studia all'Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova. Nel 1975 si trasferisce a Berlino dove studia Pittura, Grafica e Fotografia presso la Hochschule der Künste. Nel 1977 fonda una Casa-atelier frequentata dai maggiori artisti e personaggi dello spettacolo presenti a Berlino. Nel 1980 inizia la sua attività espositiva in gallerie private di Berlino. Nel 1983, insieme a Joachim Szymzcak, realizza un progetto di vaste proporzioni nella rete metropolitana berlinese: 75 dipinti in 8 stazioni. Vince un concorso indetto dalla Internationalen Bauausstellung per la realizzazione di una facciata storica di un palazzo di Kreuzberg. Nel 1984 si trasferisce a Roma dove ha inizio la sua attività pittorica ininterrotta. Espone in Italia e all'estero presso gallerie private, luoghi pubblici e musei (Roma, Parigi, Milano, Pescara, Bolzano, Modena, Bologna, Berlino, Nimes, Lyon, Köln, Bonn, etc). E' titolare della cattedra di Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. (Comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
24 marzo 2018 - 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra Una Visione Astratta Una visione astratta
Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli


termina il 25 febbraio 2018
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro
www.museoman.it

Maria Cernuschi Ghiringhelli è stata una figura unica nel panorama dell'arte italiana tra le due guerre. Considerata la "musa astratta" di Carlo Belli e Osvaldo Licini, all'inizio del 1930 divenne un'appassionata sostenitrice dell'arte astratta italiana e internazionale, riuscendo a intercettare le proposte più innovative con una grande autonomia di giudizio. Una Peggy Guggenheim italiana, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti, anche quelli più giovani e non ancora affermati, poiché ciò che più le interessava era "seguire e se possibile incoraggiare, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo". Partendo da alcuni opere chiave dell'astrattismo italiano degli anni Trenta, passando per le ricerche percettiviste e preconcettuali degli anni Sessanta, fino all'arte Optical e la Nuova Pittura degli anni Settanta e Ottanta, la mostra, a cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati, ripercorre la storia della collezione - conservata presso il Museo di Villa Croce a Genova - dialogando con alcuni dei principali movimenti artistici e autori del Novecento italiano.

L'incontro di Maria Cernuschi con l'arte si deve al marito Gino Ghiringhelli, artista e proprietario della galleria milanese "Il Milione", luogo fondamentale per la promozione dell'arte astratta in Italia. Tra il 1934 e il 1935 la galleria presenta il lavoro di artisti quali Kandinsky, Vordemberge-Gildewart, Albers, Fontana, Licini, Melotti ed è il primo spazio espositivo a ospitare opere di Soldati, Radice, Rho e Veronesi. Nel 1933 la Galleria aveva supportato la pubblicazione di Kn, saggio di critica d'arte di Carlo Belli, dedicato proprio a Maria Cernuschi Ghiringhelli, e definito da Kandinsky "il vangelo dell'arte astratta". Nel 1940, anno della separazione dal marito, Maria Cernuschi inizia ad acquistare una serie di quadri che diventano testimonianza di una nuova fase della sua vita, rappresentando, più che una scelta documentaria, una spinta sentimentale che la porta a definire la propria raccolta non come una collezione razionale, ma più semplicemente come la "sua" collezione ("i miei quadri").

Nel 1950, stanca dell'ambiente milanese, si trasferisce in Liguria, dove respira un clima nuovo, culturalmente vivo, grazie alla presenza di un gruppo di artisti attivi soprattutto presso le fabbriche di ceramica di Albisola. A partire dal 1965 gli acquisti si fanno sempre più frequenti e le scelte più rigorose. I criteri di acquisizione abbandonano la sfera privata e si orientano sempre più verso il tentativo di documentare in maniera organica gli esiti della ricerca artistica contemporanea, soprattutto italiana, nell'ambito dell'astrazione. Una scelta che, negli anni Settanta, trova un elemento di specificità nell'attenzione alla ricerca portata avanti nel contesto ligure.

Maria Cernuschi Ghiringhelli è stata capace di cogliere gli elementi di novità nella produzione artistica del suo tempo senza attenderne la consacrazione da parte della critica o del mercato, come testimoniano le date - tutte precoci - dei lavori di Piero Manzoni, di cui in mostra è possibile vedere uno dei primi Achrome, di Agostino Bonalumi, di Lucio Fontana, di Osvaldo Licini, di Gino Ghiringhelli di Bruno Munari e di numerosi altri autori. Una lungimiranza nelle scelte affiancata e supportata dallo stretto e mai interrotto rapporto con le generazioni artistiche attive prima della guerra, ed in particolare proprio Melotti, Soldati, Munari e Fontana. Se l'interesse di una collezione privata lo si può ricondurre soprattutto alla sua originalità, alla sua "differenza" dalle altre, dettata da una visione, da incontri e da esperienze personali, quella di Maria Cernuschi può essere senza dubbio considerata una delle collezioni italiane più interessanti del Novecento. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Marc Chagall Le favole Marc Chagall- Il leone divenuto vecchio Marc Chagall: Le favole
termina il 15 aprile 2018
Palazzo Monacelle - Casamassima (Bari)
Palazzo San Domenico (Municipio) - Gioia del Colle (Bari)
www.ecomuseopeucetia.it

Le Favole di La Fontaine prendono vita nell'immaginario del grande artista Marc Chagall attraverso la tecnica incisoria e catapultano in quel mondo fantastico che riempie sempre di stupore. L'originalità dell'arte di Chagall e il suo dinamismo fantastico, che lascia trapelare tutto il mondo interiore, pervade anche la sua produzione grafica. Il lavoro grafico illustra i grandi temi della vita che hanno interessato Chagall nel corso della sua opera: amore, morte e follia umana; temi antitetici che si incontrano e scontrano come in un ossimoro petrarchesco: così nel foglio in cui sono magistralmente rappresentati l'arroganza del lupo, che si contrappone alla mitezza della cicogna che gli salva la vita, dominano gratitudine ed ingratitudine, vita e morte. I reticoli, le figure, gli oggetti, i granelli di polvere neri, sembrano uscire dal suo mondo fantastico, aggredire realmente lo spettatore, fagocitarlo e trascinarlo via. Anche la compenetrazione tra uomo e natura appare evidente come nelle Luftmenschen, le caratteristiche figure fluttuanti nello spazio.

Nelle Favole di La Fontaine, che Chagall inizia ad illustrare a Parigi nel 1927 su richiesta del mercante d'arte Voillard, ci muoviamo dalla Russia fantastica dell'immaginazione e della memoria di Chagall verso il mondo del mito antico e della favola. L'interesse per il mondo delle favole era già comparso precedentemente nelle opere dell'artista: fonte d'ispirazione è sempre il popolo russo che nei suoi dipinti appare in maniera magica e suggestiva; il soggetto del violinista, per esempio, fa riferimento al protagonista della favola russa "Il soldato disertore e il diavolo" in cui il soldato vende la propria anima in cambio di particolari poteri anche se poi riesce a recuperare il suo strumento, metafora dell'anima, vincendo il diavolo a carte. Ma è soprattutto l'universo animale che è sempre presente nella sua opera, che occupa un posto di primo piano e che fa rivivere i ricordi della sua vita familiare, il piccolo mondo dello shtetl ebraico, tra la sinagoga, la scuola e la propria casa legati a Vitebsk, i personaggi e le storie narrati dal russo Sholem Aleichem.

Gli animali accompagnano Chagall in tutta la sua vita. Anche a Parigi, nel quartiere bohemien della "Ruche", a Montparnasse, vive vicino al mattatoio di Vaugirard: "Le due, le tre del mattino. Il cielo è blu, sorge il giorno. Laggiù, poco oltre, si sgozzava il bestiame, le vacche muggivano e io dipingevo. Vegliavo così per notti intere", scriverà, nel 1921 nella sua autobiografia. La "Ruche", la casa delle api, con Chagall, come la definì il poeta uruguayano Iules Supervielle nel visitarla con Rafael Alberti, diventa "una stalla", la casa delle vacche. Ma il bestiario del pittore si allarga quando decide di confrontarsi con La Fontaine, l'anima russa compare e si rispecchia nella favola francese del XVII secolo in maniera sublime.

"La scena è l'universo", diceva La Fontaine, ed è in questo universo, pervaso di spirito religioso, che Chagall fa rivivere corvi, leoni, volpi, capre, lupi, agnelli, cicogne, aquile, topi, lepri, scarabei, vacche e galli accanto agli umani, accanto al pastore, al mugnaio, alla madre, alla vedova, al ragazzo, ricostruendo una sorta di poema eroicomico, tema del resto, che non abbandonerà mai, insieme ad altri elementi naturali (i violini, gli acrobati, i musicisti, i fiori). Il pittore poeta sintetizza miti, leggende, favole e allegorie in maniera armonica e teatrale fondendo letteratura, folklore, simboli religiosi, gusto orientale ed occidentale (Matisse, Fauves, primitivismo di Gauguin).

La mostra è visitabile con un biglietto unico per entrambe le sedi. E' organizzata dalla Società Sistema Museo, gestore del SAC Ecomuseo di Peucetia, con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari e promossa dai comuni di Gioia del Colle e Casamassima. La mostra si pone in un più ampio progetto di valorizzazione del territorio, dei suoi beni culturali e paesaggistici che rientra nell'operazione "Opere fuori contesto" del progetto SAC (Sistema Ambientale e Culturale) Ecomuseo di Peucetia. (Comunicato Sara Stangoni - Ufficio Stampa Sistema Museo)

Locandina della mostra




Mario Merz Prize
Termine di partecipazione: 31 maggio 2018
www.mariomerzprize.org

E' aperto il bando della terza edizione del Premio biennale, per individuare e segnalare, attraverso la competenza di una fitta rete internazionale di esperti, personalità nel campo dell'arte e della musica. Alla competizione possono partecipare, per la sezione arte, artisti segnalati da curatori, direttori di museo, critici, galleristi o altri membri di associazioni culturali, e per la sezione musica, compositori indicati da istituzioni musicali, interpreti, critici e personalità del mondo della musica. I compositori e gli artisti non possono nominare loro stessi. I cinque artisti finalisti saranno protagonisti di una mostra collettiva, mentre i cinque compositori finalisti presenteranno un brano da eseguire in un concerto. La giuria di preselezione sarà svelata a bando concluso. In una fase successiva una giuria internazionale insieme al voto del pubblico sceglierà i vincitori. (Comunicato stampa)

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The call for application of the Mario Merz Prize third edition is open. The Prize, awarded biennially, has been created to spotlight significant talents in the fields of art and music, through the competence of an extensive international network of experts. The application deadline is May 31, 2018. Eligible to take part in the competition are: for the Art section, artists nominated by curators, museum directors, critics, gallerists, or by other members of cultural associations; and for the Music section, composers nominated by music institutions, performers, critics, or music professionals. Artists and composers cannot nominate themselves. Shortlisted artists will take part in a group exhibition, while the five composers selected for the Music section will present their score at the finalists' concert. Members of the pre-selection jury will be announced once this call is closed. In a following phase, an international jury, together with the public vote, will select the winners. (Comunicato stampa)




Opera di Pierpaolo Curti nella mostra Path 21 alla Galleria Michela Rizzo di Venezia Pierpaolo Curti: Path 21
termina il 25 febbraio 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Il visitatore è introdotto dall'opera video Gymkhana (2012), origine della mostra, la prima, di Pierpaolo Curti alla Galleria Michela Rizzo di Venezia. Si tratta di una passeggiata in montagna, su un'alta via dolomitica. Due sono i punti di vista al rallentatore, quello dell'artista che riprende il sentiero, il camminamento, Path 21, attraverso una steadicam e quello dato da una telecamera che riprende l'artista stesso, dal basso, il suo sguardo verso il cammino che lo attende durante la percorrenza. L'immagine di apertura è anche quella di chiusura. Tra le due è il percorso attraverso le opere che chi guarda è chiamato a fare. Nella prima stanza della galleria è un grande wall painting con una costellazione stellare, Constellation#21. E' il macrocosmo, in raffronto alla nostra esistenza, microcosmo.

In mostra sono dipinti di momenti e misure diversi: sono la sedimentazione del processo interiore generato dalla camminata. Il linguaggio al quale Curti si dedica maggiormente è la pittura, ma per i suoi lavori utilizza media diversi: dal disegno al video, all'installazione. Il suo è sempre un atteggiamento sperimentale nei confronti del medium, delle sue peculiarità, del suo ampio spettro di possibilità. Aspetto fondante della sua ricerca è sempre più, nel corso degli anni, la volontà di dichiarazione dell'autonomia dell'opera, la sua eloquenza e la sua indipendenza rispetto alle parole, che potrebbero, dovrebbero offrirne una spiegazione. E' la tensione all'eloquenza della ricerca, del lavoro. La presa di coscienza, l'azione, che comportano una valenza di natura etica sono portanti. Qualsiasi azione ne richiama un'altra. Tutto ha una conseguenza. Così in Gymkhana.

Sono assai più importanti il cammino, la strada, il mezzo del fine, del punto di arrivo. Il cammino è il protagonista di questa mostra, in cui le singole opere hanno un ruolo corale in cui l'uomo non compare, ma è protagonista. Ci troviamo di fronte a un lavoro in cui l'azione, l'esperienza sono fondamentali. L'atmosfera d'insieme delle opere è sempre venata da colori freddi, nei quali la luce è impietosa e rivelatrice. La sua pittura è magra, compatta, le campiture sono larghe e piatte. I soggetti sono ponti senza parapetto, montagne prive di sentieri, ampi pioli impraticabili, che potrebbero, tuttavia, essere dei livelli di appoggio, collocati nella costa della roccia. E' un lavoro di matrice esistenziale in cui l'autobiografia è solo uno dei possibili punti di partenza. Nelle sue pitture, come ho già scritto, molti sono i legami con il cinema, la letteratura. Legami metabolizzati e fatti propri, senza citazioni di sorta. Quello di Curti è un tentativo di azzeramento: nel contenuto e nella forma.

E' un artista lento, produce solo una quindicina di opere l'anno. Non sente il bisogno di inflazionare il panorama, già oberato di immagini, con la sua presenza. Del resto l'unico modo per riuscire a vedere è quello di rallentare il ritmo per riuscire a cogliere, guardare attentamente, a prendere coscienza del circostante nella sua meraviglia e magni? cenza, così la grande costellazione. Dobbiamo farlo per entrare nei fenomeni, per avvertire il suono del silenzio, della natura, per riuscire a osservare. Lo spettatore, attraverso le opere di Curti, dovrebbe, appunto, essere condotto in una dimensione di? erente dal reale percepito, in un'atmosfera di solitudine, di assenza, che dovremmo - potrebbe essere un imperativo morale - imparare ad accettare, perché parte del nostro essere.

Una parte che tendiamo a eludere, convinti di essere più forti di quanto non siamo, immuni all'isolamento. L'uomo, l'artista cammina da solo in alta quota, con i suoi pensieri che lo aiutano a comprendere quanto è reale, ciò che non è sovrastrutturato. Tutte le opere in mostra sono segnate dalle suggestioni esistenziali provocate dalla camminata, dalla paura, dal coraggio, dalle intuizioni, dall'adrenalina, dalla forza. Il corpo, nella sua totalità, passa da una dimensione all'altra, insieme al pensiero. Il tutto in una dimensione che si pone aldilà di qualsivoglia relativismo, per giungere alla verità, la sua, quella del circostante, dell'uomo, della natura, della poesia del tutto in cui il cerchio ogni volta si chiude. (Comunicato stampa)




La Rivoluzione russa
Da Djagilev all'Astrattismo (1898-1922)


termina il 25 marzo 2018
Palazzo Attems Petzenstein - Gorizia

Quest'anno ricorre il centenario della Rivoluzione d'Ottobre, che ha certamente marcato la storia mondiale del XX sec. Esiste però, per quanto riguarda la cultura e le arti, un'altra, più ampia Rivoluzione Russa, che ha stabilmente mutato i canoni espressivi precedenti, dal teatro (Cechov, Mejerchol'd, Stanislavskij) alla musica (Musorskij, Skrjabin, Stravinskij...), dal balletto (Djagilev) alla fotografia (Rodcenko), alle arti figurative, dove, tra molti altri, basterà ricordare alcuni nomi: Benois, Bakst, Kandinskij, Malevic, Koncalovskij, Larionov, Tatlin, Goncarova, Stepanova, Ekster. Progetto di Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, che dirigono il Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell'Università Ca' Foscari Venezia, affiancati da Faina Balachovskaja, della Galleria Tret'jakov di Mosca che l'ERPAC - l'Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia.

«Questa grande mostra presenta un'originale sequenza di opere emblematiche, ma anche assai poco viste in Italia, e vuole essere quindi l'insolita celebrazione di un evento storico che ha mutato per sempre il mondo contemporaneo. Indicandolo come l'esito di una complessiva dinamica che, poco prima e poco dopo il 1917, ha rivoluzionato radicalmente la cultura e la scena internazionale dell'arte». Ad affermarlo è Raffaella Sgubin, Direttore del Servizio Museo e Archivi Storici dell'ERPAC. I margini cronologici del percorso espositivo vanno dal 1898, l'anno di fondazione del gruppo Mir iskusstva (Il mondo dell'arte) e della rivista fondata e diretta da Djagilev, sino al 1922, la data di costituzione dell'Unione Sovietica. Il percorso espositivo si articola in 6 sezioni, ciascuna corrispondente a un anno specifico e cruciale, e ciascuna recante un sottotitolo tematico, che incrocia eventi storici, movimenti culturali, pratiche artistiche e opere concrete: dipinti, opere su carta, oggetti, documenti.

«Dalle ricerche che hanno sotteso questa esposizione - anticipano i Curatori - sono emersi anzitutto il valore e il ruolo "rivoluzionari" delle pratiche artistiche nella società russa a cavallo tra XIX e XX sec., a partire dalla sotterranea e decisiva matrice letteraria della cultura russa ottocentesca, e qui basterà ricordare almeno i nomi di Blok, Achmatova, Mandel'stam, Pasternak, Majakovskij. Ma fu una rivoluzione complessiva, che si è estesa alla pittura (esiste un'arte prima dell'Astrattismo e una successiva, quella in cui ancora oggi viviamo) e poi alla grafica, alle scenografie, alla musica, per registrare infine le origini dell'esperienza del cinema, che qualche anno dopo si sarebbe concretata nel magistero di Ejzenstejn e Vertov». Questo affascinante percorso, fatto di continue intersezioni tra le Arti e la Storia, è offerto in mostra, nel Palazzo Attems Petzenstein, con il ricorso a una sofisticata multimedialità, a complemento dell'esposizione di una sequenza spettacolare di oltre cento opere concesse da alcune delle principali istituzioni moscovite, in gran parte dalla Galleria Tret'jakov, cui si aggiungono il Museo delle arti decorative e applicate e il Museo di Storia contemporanea della Russia (già Museo della Rivoluzione), nonché il Fondo Alberto Sandretti presso la Fondazione Feltrinelli di Milano. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Agenore Fabbri - Rilievo, IV - Legno dipinto cm.90x68 1962 - Courtesy Archivio Agenore Fabbri - Roma, Ca' di Fra' - Milano Agenore Fabbri
termina il 23 marzo 2018
Ca' di Fra' - Milano

Agenore Fabbri (Barba, Pistoia 1911 - Savona 1998), invitato una prima volta alla Biennale nel 1948, partecipò nuovamente, con una sala dedicata, nel 1952 e nel 1959. Agenore Fabbri è stato un artista che ha attraversato quasi un secolo di storia dell'Arte, rielaborando le suggestioni e gli stimoli che provenivano dal mondo. Sperimenta differenti materiali dalla terracotta alla tela, dal metallo al legno; Nessun materiale sembra intimorirlo o lasciarlo indifferente. Cambia supporto, ma il tema della precarietà, le inquietudini, il disagio fisico e mentale dell'essere umano rimangono il filo conduttore della sua ricerca. Termometro della tragedia del secolo scorso. Il suo lavoro abbraccia intimamente il concetto di "materia vivente" come indica la cultura anni '50.

Racconta l'animo umano, la paura angosciante della precarietà e della morte. Testimone umano della drammaticità della vita, ne diventa interprete potente, portatore di un'indagine che travolge uomo ed animale fino alle estreme conseguenze. Traspare, particolarmente nelle sculture, la coinvolgente partecipazione emotiva ed empatica alla vita come evento non solo sociale, ma anche biologico, fisico. Solo nell'ultima produzione (dagli anni'80 - Giardini Pubblici) sembra aprirsi una via alla speranza. Forse l'essere umano, animale razionale, è in grado di sopravvivere, di salvarsi. In una ricerca artistica ed umana lunga una vita, la mostra desidera cogliere le tematiche fondamentali, fornendo piccoli spunti di riflessione; Dai lavori storici degli anni '50 (Ferite), fino ai lavori più recenti (Giardini Pubblici) con una particolare attenzione alla scultura, momento tra i più alti del suo percorso. (Comunicato stampa)




Opera di Axel Lieber Axel Lieber: Primo piatto
termina il 23 marzo 2018
MAAB Gallery - Milano

Mostra dell'artista tedesco Axel Lieber (Düsseldorf, 1960), una delle voci più originali del panorama contemporaneo in Europa, come testimoniano le mostre al Moderna Museet di Stoccolma (2010), al Centro per l'Arte Contemporanea Den Frie di Copenaghen (2012), alla Künstlerhaus Bethanien di Berlino e la sala permanente a lui dedicata dal Kunst Museum di Bonn inaugurata nell'ottobre di quest'anno. La mostra, curata da Gianluca Ranzi, accoglie una selezione di opere realizzate da Axel Lieber negli ultimi dieci anni di attività con la sua prodigiosa perizia manuale, installazioni e assemblages che costituiscono un viaggio appassionato, ironico e surreale intorno al mondo di oggetti quotidiani quali sedie, tavoli, scarpe, scatole di cartone, sacchetti di carta, tazze da tè, zuccheriere, camicie.

Nelle mani dell'artista essi diventano rompicapi e calembours, vengono miniaturizzati o ingigantiti come se uscissero da un sogno di Alice nel paese delle meraviglie, vengono rintuzzati e scarnificati occhieggiando sarcastici a Piet Mondrian e a Gerrit Rietveld, sono liberi di andare oltre il vincolo impostogli dalla loro funzione e dalla loro utilità pratica per scoprire in essi un'insospettabile e fantasiosa vena poetica e giocosa. Allievo di Tony Cragg all'Accademia d'Arte di Düsseldorf (1978-85), già a partire dalla personale da Raucci e Santamaria nel 1992 a Napoli, Lieber mette a punto una ricerca poliedrica e interdisciplinare che con leggerezza e ironia spazia sui più diversi materiali e forme espressive, che ha fatto giocare insieme l'installazione, la scultura, la fotografia e il disegno. In particolare, l'ambito progettuale del design si presta qui a un'ironica demistificazione che parte anche dalla profonda ammirazione dell'artista per l'opera di Bruno Munari, che gli ha fornito un punto di partenza per un'incursione nel mondo del caso, del gioco e dell'inaspettato.

In questo modo antropologia, scienza, humor e fantasia abitano le opere di Axel Lieber, come ad esempio avviene in Domestic Molecule, che fonde la biologia molecolare a un servizio da tè, o in Drawing a Universe, in cui un universo interstellare appare magicamente su un foglio di carta manipolato dall'artista, o in Screenplay Comicbox, dove le pagine di un fumetto acquistano il volume tridimensionale di una scultura che nasconde dentro di sè infitini mondi possibili, con quell'apertura di senso e di nuova energia che anima anche Modern Architecture e gli Short Cuts, opere in cui mobili reali vengono pazientemente decostruiti e poi ricomposti in nuovi insiemi lillipuziani e de-figurati che sono sia sfide alla logica che un irresistibile godimento per l'intelligenza. (Comunicato stampa)




La moda etnica estone dal passato al futuro La moda etnica estone dal passato al futuro
termina il 24 febbraio 2018
Museo del Tessuto e della Tappezzeria "Vittorio Zironi" - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Nella prima esposizione organizzata dopo la riapertura permanente avvenuta il 6 ottobre scorso, il Museo del Tessuto e della Tappezzeria "Vittorio Zironi" di Bologna si apre ad uno sguardo internazionale. L'iniziativa, realizzata in collaborazione con l'Unione Stilisti Estoni e con il supporto del Ministero della Cultura dell'Estonia e della Fondazione Eesti Kultuurkapital, consente di ammirare per la prima volta in Italia le creazioni di quindici stiliste estoni rappresentate da Anu Hint, curatrice del progetto espositivo e presidente della stessa Unione Stilisti Estoni.

La mostra giunge a Bologna come trentesima tappa di una circuitazione che dal 2009, dopo l'Estonia, ha toccato diversi paesi in tutto il mondo - Cina, Russia, Germania, Finlandia, Repubblica Ceca, Bielorussia, Portogallo, Kazakhistan, Giappone e Canada - e si inserisce in un programma di iniziative che nel 2018 celebreranno la ricorrenza dei 100 anni dalla nascita della repubblica indipendente e democratica dell'Estonia, proclamata un secolo fa il 24 febbraio, giorno scelto simbolicamente per la conclusione dell'esposizione felsinea. Durante il processo di ristrutturazione geopolitica che ha accompagnato il suo ingresso nell'Unione Europea nel 2004, l'Estonia si è affermata come paese protagonista di una rapida ascesa socio-economica in continua evoluzione, in grado di dare vita a una rinnovata identità culturale che mantiene un forte legame con il passato. L'equilibrio tra il recupero delle radici di una tradizione millenaria e la modernità di un avanzato paese europeo si riflette anche nel dinamico e vivace campo della moda, ricco di giovani talenti che hanno raggiunto un buon livello di internazionalizzazione.

I 21 abiti esposti a Bologna sono creazioni di 15 stiliste affermate ed emergenti, alla costante ricerca di una combinazione tra elementi tradizionali e uno stile più attuale, che invitano lo spettatore a percepire l'essenza dell'arte etnica estone in cui il presente si interseca con il passato. Un linguaggio immaginario costituito da materiali, forme, colori e motivi fondato sulla tradizione per l'altissima artigianalità di ricami e tessiture, che testimonia quanto lo stile etnico formatosi nel corso dei secoli sia ancora oggi fonte di ispirazione vitale. Le designer che operano nell'ambito di questa tendenza creativa non creano solo abiti ma esprimono un senso di orgoglio per la ricchezza delle collezioni dei vestiti tradizionali e una consapevole abilità nel preservarla. Infatti, nonostante l'Estonia conti una popolazione limitata a circa un milione di abitanti, la mostra introduce la grande varietà dei costumi tradizionali, di cui si contano complessivamente quasi 90 tipologie differenti.

L'estetica e l'abilità artistica del popolo estone si riflette nelle combinazioni dei colori degli indumenti tradizionali, negli ornamenti e nella gioielleria, mentre le componenti etniche raccontano la storia attraverso cui si è formata l'identità nazionale e l'influsso esercitato da altri popoli, filtrato dal gusto e dalla sensibilità locali: una combinazione interessante tra l'influenza occidentale dei paesi scandinavi - fatta di elementi grafici, semplicità, modernismo e funzionalità - e quella orientale, ornamentale e ricca. L'allestimento è arricchito da ulteriori materiali che approfondiscono lo sguardo etnografico sui vestiti tradizionali estoni, tra cui i disegni realizzati dalla celebre costumista, designer e restauratrice di abiti popolari tradizionali Melanie Kaarma che illustrano i completi in uso tra il Settecento e gli inizi del Novecento, pubblicati nel 1981 con Aino Voolmaa nel volume Costumi popolari estoni.

I vestiti tradizionali affigurati si possono suddividere in quattro gruppi principali, distinti per zona di uso - settentrionali, orientali, meridionali e delle isole, e in tre tipologie: gli indumenti per le feste (tra cui quello donato in occasione della cresima, che celebrava l'ingresso nell'età adulta), quelli indossati ogni giorno e gli abiti da lavoro. Gli svedesi che secoli fa si stabilirono sulle isole e nella parte occidentale dell'Estonia lasciarono un'impronta molto significativa nell'abbigliamento popolare: la camicia lunga indossata sotto la camicia più corta con le maniche, l'abito lungo con cucitura verticale sulla schiena (pikkkuub). Un chiaro esempio delle influenze svedesi è inoltre il costume tradizionale da donna di Mustjala,un piccolo paese sull'isola di Saaremaa situata nella parte ovest dell'Estonia, di cui in mostra è visibile un esemplare realizzato negli anni '80.

Nei costumi tradizionali troviamo altresì numerose somiglianze anche con gli altri popoli baltici, in particolare con i lettoni e i lituani: camicia tipo tunica, plaid rettangolare (sõba) e gonna rettangolare (vaipseelik), mentre le gonne, a righe verticali, e i cardigan più recenti, erano già in uso in tutti e tre i popoli. Le influenze delle popolazioni slave si sono manifestate nell'Estonia orientale: l'usanza di portare la camicia sopra i pantaloni stretti da una cintura, le maniche lunghe della camicia, gli ornamenti intessuti nella stoffa. Poche influenze finlandesi, come le caratteristiche pantofole, si trovano invece nell'Estonia settentrionale. Sono inoltre esposti alcuni campioni di tessuto per gonne tradizionali: da pezzi originali risalenti ai primi dei Novecento a quelli in filo di lana e ordito di lino realizzati appositamente per questa mostra dall'artigiana tessile Marika Samlik.

Accanto ad essi, trovano spazio le creazioni progettate da Elna Kaasik, nota designer e artista tessile che presenta tessuti di tipologia differente: per produzioni industriali, realizzati su telaio a mano, textures con decorazioni filigranata a mano, stoffe per abbigliamento, tessuti per interni e accessori, oltre alle spille tradizionali della designer di gioielli Anna Helena Saarso. La mostra è infine accompagnata da una selezione di fotografie di coloratissimi tappeti tradizionali fatti a mano, provenienti dalla collezione del Museo Etnografico Estone (Eesti Vabaohu muuseum).

Stiliste: Katre Arula, Diana Denissova, Ainikki Eiskop, Anu Hint, Marge Heeringas, Heli Kiverik, Katrin Kuldma, Merle Lõhmus, Kai Saar Liis Plato, Ülle Pohjanheimo, Triinu Pungits, Piret Puppart, Lee Reinula, Liisi Riid, Kai Saar. (Comunicato stampa)




Fotografia di John Phillips dalla mostra al Museo Civico Pier Alessandro Garda di Ivrea John Phillips L'obiettivo di John Phillips sul mondo. Dalla guerra mondiale alla nascita della Repubblica italiana.
Fotografie 1937-1946


termina lo 04 marzo 2018
Museo Civico Pier Alessandro Garda - Ivrea (Torino)
www.museogardaivrea.it

L'Associazione Archivio Storico Olivetti, in collaborazione con il Museo Civico "P. A. Garda", col contributo della Biblioteca Civica "C. Nigra", presenta ad Ivrea una mostra di fotografie originali di John Phillips che raccontano l'avvento della Seconda Guerra Mondiale e la nascita della Repubblica Italiana. La società Olivetti nel 1986 dedicò a John Phillips, grande fotoreporter del secolo scorso, un'ampia mostra itinerante. Di queste foto, l'Associazione Archivio Storico Olivetti presenta oggi un'accurata selezione centrata sul decennio 1937-1946: immagini scattate in Europa e nel mondo che presentano scene di ordinaria vita quotidiana e scene drammatiche negli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra. La mostra è arricchita dal servizio inedito che Phillips realizzò a Roma, nel giugno 1946 all'indomani del referendum che decretò la nascita della Repubblica Italiana. Tutte le fotografie esposte sono originali conservati a Ivrea dall'Associazione Archivio Storico Olivetti, a cui Tim e Olivetti hanno affidato un patrimonio documentale che comprende oltre mezzo milione di immagini.

La riproposizione di questa mostra, dopo la prima tappa a Torino nel settembre 2017 alla Biblioteca Nazionale Universitaria, si pone l'obiettivo di presentare a livello locale l'avvio del progetto pluriennale di valorizzazione dei fondi fotografici dell'Associazione Archivio Storico Olivetti, "Cantieri Olivetti per la storia del Novecento - Archivi, fotografia, territorio", attraverso una fattiva collaborazione con il Museo Civico "P. A. Garda" di Ivrea. Nella cornice di azioni volte a sostenere il processo di candidatura di Ivrea, città industriale del XX secolo a sito Unesco, l'Associazione intende produrre momenti di approfondimento su molteplici linguaggi e tecniche che attraversano l'ambito delle discipline visive, innervano la storia della fabbrica e il tessuto sociale, che possono restituire secondo diverse declinazioni quella cultura della fabbrica che è alla base del modello di città industriale del XX secolo che Ivrea incarna.

John Phillips (1914-1996), considerato il fondatore del foto-giornalismo, è stato un autentico cittadino del mondo: nato in Algeria da padre gallese e madre americana, vive ad Algeri, Parigi, Nizza, Londra, New York ed è presente con la sua macchina fotografica nei più disparati angoli del mondo in tanti momenti topici della storia. Tra il 1936 e il 1949 lavora come inviato della rivista "Life" e le sue foto scattate in luoghi e momenti cruciali per le vicende mondiali sono vere e proprie icone della storia del Novecento. Nel 1938 a Vienna racconta al mondo l'Anschluss e l'occupazione tedesca; nel 1943 diventa corrispondente di guerra. Lasciata "Life", dal 1950 John Phillips opera come fotografo indipendente e il suo obiettivo sa cogliere momenti decisivi, fissare con le immagini i costumi e i cambiamenti della società. Il titolo del suo libro, Free spirit in a troubled world, pubblicato postumo, riassume il senso della sua vita e delle sue foto. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra dedicata a Federico Fellini 100% Federico Fellini
termina il 24 febbraio 2018
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena

Una mostra, a cura degli architetti Augusto Pompili e Marisa Zattini, per inaugurare questa ideale "maratona" dedicata ad un genio qual è Federico Fellini (Rimini 1920 - Roma 1993). L'obiettivo è giungere al 20 gennaio del 2020 - ricorrenza del Centenario della nascita del regista - con una mappatura geografico-artistica del nostro territorio quanto mai vasta e suggestiva. Oggi, su queste pagine, è la voce solista del poeta-drammaturgo Fabrizio Parrini (Rosignano Marittimo - Livorno, 1956) a rendere omaggio al Maestro riminese a fianco degli undici artisti invitati per questa "I Edizione" - allestita fino al febbraio 2018 nello showroom Il VicoloInterior Design - ognuno con un'opera della misura 100x100cm: da Vincenzo Baldini(Forlì 1960) a Onorio Bravi (Portico di Romagna 1955); da Paola Campidelli (Longiano 1948) a Francesca Ceccarelli (Cesena 1975); da Giovanni Ciucci (Ravenna 1965) a Miria Malandri (Forlimpopoli 1946); da Giancarlo Montuschi (Faenza 1952) a Maurizio Gabbana (Milano 1956); da Mauro Pipani (Cesenatico 1953) ad Antonella Piroli (Ravenna 1966) fino a Carlo Ravaioli (Ravenna 1954).

Inoltre, omaggio nell'omaggio, alcune selezionate opere dedicate al tema dei Clowns e del Circo, in omaggio al film di Federico Fellini, I Clowns (1970). Proprio su questo tema, spigolando fra le pagine di Gianfranco Angelucci si legge: « Quando dico "clown" penso all'augusto. Le due figure sono infatti il clown bianco e l'augusto. Il primo incarna l'eleganza, la grazia, l'armonia, l'intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le qualità ideali, le uniche, di una divinità indiscutibile. (...)

Il n.81, anno XIX di "Graphie", 100% Federico Fellini, verrà presentato da Marisa Zattini, Art Director della rivista e, per introdurre la corposa sezione che ospita gli Atti del Convegno di Rimini, Il Casanova di Federico Fellini 40 anni dopo - con i contributi critici dei relatori invitati nel 2016 dalla Cineteca Comunale di Rimini per riflettere sul Casanova - interverranno Marco Leonetti e Nicola Bassano. A raccontare della figura del grande regista, Gianfranco Angelucci (amico e collaboratore di Federico Fellini per oltre 20 anni e primo direttore della "Fondazione F. Fellini" dal 1997 al 2000, per incarico della famiglia e del Comune di Rimini) autore di Segreti e bugie di Federico Fellini - Il racconto dal vivo del più grande artista del '900 - misteri, illusioni e verità inconfessabili (Luigi Pellegrini editore, euro 18,00). (Comunicato stampa)




Strade d'Europa
Berlino, 25 novembre 2017 - 10 maggio 2018
www.plusberlin.com

Opera di Antonio Fiore Antonio Fiore: "Nuovo alfabeto Futurista"
Plus Berlin - Piano Grigioferro

"Dentro il futurismo e oltre il futurismo è cresciuto l'intero percorso artistico di Antonio Fiore, figura internazionalmente riconosciuta per il suo essere da sempre in viaggio con Ufagrà. Egli da tempo ha scelto la logica della "rigenerazione futurista dell'universo" attraverso concetti filosofici e cosmologici, e infatti ci racconta a colori il mondo intero con figure geometriche archetipiche. Linee, rette, curve, ovali, forme concave e convesse, triangoli, cerchi, ma sempre facendo movimentare il tutto come se una "tempesta futurista" operasse una sorta di deflagrazione. I suoi colori sono puri, tinte piatte, blu, rossi, gialli, bianchi, azzurri, viola, neri, ecc., si quantificano in veri e propri pensieri cromatici delineati da simbolismi segnici che movimentano la superficie e la trasformano in una sorta di pagina di diario. Questo ordine e sentire Ufagrà si accerta e si concentra nella ricerca di un'infinita proiezione di luce, facendo così proporre ad Antonio Fiore un proprio alfabeto visivo." (Carlo Franza)

Antonio Fiore (Segni - Roma, 1938) comincia a lavorare con maggiore continuità dal 1977, in seguito all'incontro con Sante Monachesi di cui frequenta lo studio fino al 1984, aderendo e collaborando al Movimento Agrà. Successivamente aderirà alla metà degli anni 80, alla Dichiarazione di "Futurismo-Oggi" redatta da E. Benedetto e firmata dai futuristi viventi. Fu "battezzato" da Monachesi con lo pseudonimo di UFAGRA, dove U stava per universo, in quanto il Movimento Agrà è universale, F per Fiore che è il suo cognome, e Agrà, il Movimento stesso. E' oggi considerato l'ultimo futurista tuttora operante e certamente molto ha influito la sua vicinanza a F. Cangiullo prima, ed alle figlie di Giacomo Balla, Luce ed Elica. Dal 1980 ad oggi ha esposto in 67 mostre personali. (Comunicato stampa)

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Opera di Luisa Garavaglia Luisa Garavaglia: "Visioni e memorie"
Plus Berlin - Piano Lilla

"La pittura recente di Luisa Garavaglia si presenta come una svolta decisiva del suo percorso a motivo dell'intuizione storico-ambientale come fatto culturale e come lezione etica e poi dei colori complessi e carichi di simbolismi che prendono a inseguirla e a sollecitarla, fino a costituire il motivo dominante del suo fare. L'artista crea l'immagine focalizzandola, poi apre ad ampi e vuoti spazi in relazione all'ambiente scelto. Questa pittura vive una sorta di saccheggiamento prima dell' inconscio e poi del mondo più lieve dei ricordi. Il suo è un cammino artistico segnato dalla storia del proprio tempo mantenendo con essa ben saldi nel linguaggio i legami antropologici e culturali. Il richiamo naturalistico seppure avviato a riferimenti legati alle avanguardie del primo novecento, cerchia i contrasti di un universo aspro e dolce insieme, che diventa metafora e specchio di provocazione e confronto. Opere che raccontano la forza della natura e i misteri del suo perenne rigenerarsi. Visioni e memorie che ci parlano di amore per la vita e per l'ambiente". (Carlo Franza)

Luisa Garavaglia (San Vittore Olona, 1954) si diploma al Liceo Artistico di Brera. Nel 2014, l'incontro a Milano con l'artista Marisa Settembrini segna l'inizio di un periodo di studio e ricerca artistica, di sperimentazioni linguistiche e di materiali che l'hanno portata a produrre opere di grande impatto, sensibilità ed espressività. (Comunicato stampa)

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Opera di Marisa Settembrini Marisa Settembrini: "Il giardino innevato"
Plus Berlin - Sala Hoffmann

"E' il "Giardino italiano", il suo giardino salentino, quello che lascia vedere Marisa Settembrini in un capitolo nuovo, denso, magico e dove si sentono potenti gli echi di Monet e delle apocalissi luminose di William Turner. Ella dialoga con temi e autori del passato a rappresentare una delle sue più intense riflessioni sul tempo e sulla memoria, sul flusso della vita che si dipana come un pensiero intorno alla nostra presenza nel mondo. (...) Se ogni artista nel proprio atelier si deve impegnare per creare delle analogie concettuali o sensuali della natura stessa, traducendole in forme, il giardino è stato un elemento basilare per questa meditazione, divenendo per Marisa Settembrini una tela da comporre e da dipingere. Il giardino come luogo nevralgico di una ricerca sperimentale all'aperto e dal vero era già stato un'intuizione dei pittori della prima metà dell'Ottocento, ma la forza prorompente dell'impressionismo fu quella di sperimentare la pittura di paesaggi en plein air, "dove a luce non è più unica - come diceva Emile Zola - ma si verificano effetti multipli.

Claude Monet considerava il proprio giardino a Giverny in Normandia, disegnato come un quadro, il "plus beau chef d'œuvre" che avesse ideato, la propria utopia bucolica. In quel luogo, inseguendo l'infinita mutevolezza di una realtà condotta dalla natura, riuscì a portare la propria pittura verso l'informale. Come Sisley amava immortalare con vigore cromatico l'armonia dei giardini di Louveciennes, Renoir impiegava come quinta scenografica dei suoi ritratti il giardino selvatico su cui s'affacciava il suo atelier a Montmartre. Mentre Pissarro e Berthe Morisot inseguivano con libertà la bellezza gentile degli ordinati giardini nei villaggi intorno a Parigi.

I riferimenti all'impressionismo fin qui citato sono solo legati alla tematica più che allo svolgimento visivo e alle dinamiche della costruzione dei dipinti del capitolo recente della Settembrini, la quale coglie il dato reale del luogo "citando" spazi e luoghi in modo realistico eppur magico, forse cogliendo maggiormente il Klee dei giardini; infatti la Settembrini spazia nello spazio dei teleri, oltre l'icona del giardino, portandosi verso segmenti, geometrie e macchie di colore di rimando informale e astratto con tratti essenziali ed elementari, sicchè tutto appare come un flusso illimitato di forme, colori e visioni stilizzate.

Un po' come dai giardini e dai paesaggi di Paul Klee che raccontano il carattere degli elementi vegetali. Rose, alberi, fiori sono creature con fisionomie e sentimenti, attori sulla scena di un ideale "Teatro Botanico". E la scena, naturalmente, è la vita stessa. Ora Marisa Settembrini con questa mostra berlinese sul suo giardino innevato inscena pittoricamente quell'aderenza ai tre principi della varietà, della bellezza e della novità, ossia della sorpresa. Queste caratteristiche, riguardanti la sfera filosofica ed estetica, sono risultate indispensabili affinché l'impianto del giardino rispondesse ad esigenze di percezione di una sequenza di 'quadri' di paesaggio in grado di suscitare sempre nuove emozioni". (Carlo Franza)

Marisa Settembrini (Gagliano del Capo - Lecce, 1955) dopo aver frequentato l'Accademia di Brera e la Kunst Akademie di Monaco di Baviera, oggi è titolare della cattedra di Discipline Pittoriche al Liceo Artistico di Brera, a Milano. La sua attività parte dal 1976 con l'invito alla mostra "La nuova figurazione italiana" al Palazzo dei Congressi di Roma, per conto della Quadriennale Romana. Numerose le mostre personali e le installazioni in Italia (Roma, Firenze, Alcamo, Lecce, Todi, Milano, Erice, San Vito Lo Capo, Pavia, Brescia, Sondrio, Loreto, Teglio) e all'estero (New York, Monaco di Baviera, Berlino, Dusseldorf), e le partecipazioni a importanti rassegne. Ha inoltre elaborato in coedizione con alcuni scrittori varie cartelle di grafica. (Comunicato stampa)

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Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli: "I segni e la luce"
Plus Berlin - Piano Grigioperla

"Paolo Gubinelli è artista e poeta fortemente razionale, capace tuttavia di movimentare emozionalmente immagini essenziali pur intense e vibranti, senza dimenticare stati di umanità scoperti in quel divenire dell'arte allo stato puro. (...) Le carte e i fogli raffinati, realizzati con materie preziose, su cui Gubinelli avvia una ricerca razionalmente induttiva - così come già certificò Giulio Carlo Argan - ne fa un protagonista dell'astrazione, facendone vivere molteplici vissuti, percorsi, sollecitazioni. Lavori su cui Gubinelli interpreta a suo modo la realtà, traducendo tutto in dinamiche flessuose, linee intellettive, razionali e analitiche. Tutto muove da un senso di evoluzione, di elementi strutturali che stringono lo spazio, gli spazi imbevuti spesso di mistiche monocromie, cercando anche di superare il limite costitutivo, e quelle forme essenziali e primarie in cui vivono equilibrati ritmi interni, e sospensioni liriche e serpentinate in tensione orizzontale e più spesso verticale. Paesaggi mentali, in cui Gubinelli misura coordinate spaziali di una relazione sensibile con il mondo, intercettando pulsazioni organiche, fisiche, emotive, che tagliano e graffiano lo spazio cartaceo caricandolo di un'energia umana, di un'energia miracolosa, di purezza ardente". (Carlo Franza)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata (sezione pittura), continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca. Conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti, Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Scanavino, Mario Nigro, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini. Ha tenuto e partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Mostra di Carlo Guaita e Noriyasu Soda Carlo Guaita | Noriyasu Soda
Vuoto occidentale/ Vuoto orientale


termina lo 02 marzo 2018
Galleria Gentili - Firenze

Opere di Carlo Guaita e Noriyasu Soda, un artista italiano e uno giapponese. Oriente e Occidente, lontani, distinti, ma dal confine sfuggente, si nutrono di un continuo confronto culturale. I titolo della mostra cita, volutamente il libro di poesie di Johann Wolfgang von Goethe - "Divano occidentale-orientale". L'elemento estetico "orientale" presuppone che il vuoto sia generatore e affermativo, cioè presente; l'attenzione è tutta posta al vuoto stesso, ed è questo che creerà il suo opposto, quasi come se il vuoto fosse presente e il pieno assente. E' il vuoto ad indicare il pieno. Nel vuoto "occidentale" il percorso è inverso, in genere sarà il toglimento e la eliminazione del pieno che determinerà il vuoto. Questo sarà il rimanente indicativo di qualcosa che c'era prima e sarà visto come una mancanza. Il vuoto "occidentale" è negativo, di assenza.

Noriyasu Soda usa lo smalto per creare i suoi lavori. Nella cultura giapponese, lo smalto non è semplicemente un materiale o una tecnica, ma assume addirittura dei significati simbolici. Grazie alla stesura di uno strato lucente nei colori oro, nero e rosso, ma anche nelle tonalità perlacee, la superficie di un oggetto (nel nostro caso, il supporto di un quadro) viene sublimata fino a renderla irriconoscibile. Anche quando si indurisce, lo smalto continua a costituire una superficie densa, simile a un fluido. Essa è in grado di apparire come uno specchio, come un luccichio. Per questo, i quadri di Noriyasu Soda, alcuni dei quali di piccolo formato, presentano superfici di infinita profondità e grande capacità di suggestione, come lo specchiarsi del mitico Narciso, che lo fece innamorare di se stesso.

Carlo Guaita, nei suoi lavori monocromi, lavora per aggiunte, stratificando sottili strati di vernice finale semitrasparente nera, in modo da non creare immagini ma, insistendo sulle assenze, dare una sorta di forte presenza, un vuoto-saturo. I suoi non sono monocromi in toglimento ed eliminazione ma in aggiunta e ripetizione. Nel caso di Soda e Guaita, che lavorano entrambi sul monocromo, l'uno, dal vuoto/pieno orientale si muove e guarda all'occidente e l'altro, dal vuoto/vuoto occidentale si muove e guarda all'oriente, lo scopo è per entrambi lo stesso: dare pienezza al vuoto. (Comunicato stampa)

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In the exhibition "Vuoto occidentale/ Vuoto orientale", Galleria Gentili presents works by Carlo Guaita and Noriyasu Soda, an Italian artist and a Japanese artist. East and West, distant, distinct, but with an elusive border, feed each other in a continuous cultural comparison. The title of the exhibition mentions, intentionally, the book of poetry by Johann Wolfgang von Goethe - "Western-oriental sofa". The "oriental" aesthetic element presupposes that the void is both generative and affirmative, i.e., present; all of the attention is placed on the void itself, and this is what creates its opposite, almost as if the void were present and the fullness were absent. It is the void that indicates the fullness. In the "western" void the path is the inverse. Generally, it is by removing and eliminating the fullness that the void is determined. This will be the remainder, indicative of something that was there before and will be seen as a lack. The "western" void is negative, one of absence.

Noriyasu Soda uses enamel to create his works. In Japanese culture, enamel is not simply a material or a technique, but also takes on symbolic meanings. Thanks to the application of a shiny layer in gold, black and red, but also in pearly tones, the surface of an object (in our case, the support of a painting) becomes sublimated to the point of being unrecognizable. Even when it hardens, the enamel continues to form a dense surface, similar to fluid. It has the capacity to look like a mirror, like something shimmering. For this reason, the paintings by Noriyasu Soda, some of which are small in size, have surfaces with infinite depth and great capacity for suggestion, like the mirroring of the mythical Narcissus, who fell in love with himself.

Carlo Guaita, in his monochromatic pieces, works by adding, by stratifying thin final layers of semi-transparent black paint, so as not to create images but, insisting on absences, providing a sort of strong presence, a saturated void. His monochromes are not made by removing and eliminating but by adding and repeating. In the case of Soda and Guaita, who both work in monochrome, the one, from the eastern void /fullness moves and looks to the west, and the other, from the Western void/void, moves and looks to the east. Both have the same aim: to give fullness to the void. (Press release)




Apparizioni
termina il 28 febbraio 2018
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Una mostra desunta, ricavata, arguita ponderando la pittura e il messaggio che reca in sé, oggi. La mostra pretende di affrontare un tema esteso per profondità e confini linguistici; un tema però anche liquido, elastico, forse relativo all'ampia e spugnosa dotazione culturale del XXI secolo. In particolare, la questione è quella del rapporto segno / superficie, cioè della traccia nel nulla della monocromia, dell'orma figurale nel tutto dell'informe, dell'inserto astratto come esercizio della differenza. Ecco così il costrutto che riflette qualsiasi gesto tecnico, anche solamente quando a pesare è un frammento, un oggetto, un colore o un volume nell'ambiente della campitura.. La condizione è appunto filosofica, perché si comunica come accadimento ermeneutico, ossia come significato di un'azione conoscitiva, di un postulato creativo, artistico, rilevato quasi come dato ontologico.

Apparizioni è la formula contestuale prestata dal titolo di un'opera che Franco Angeli (Roma, 1935-1988) dipinge nel 1971, e qui designa la presenza di una struttura mossa dalla necessità, dall'urgenza di trovare un ruolo alle cose. Il termine, quanto quello di "visione", svela il processo e non la stasi del raggiungimento: dal latino apparire, composto di ad e parire, diventa "mostrarsi", e si dà in "manifestazione", "presentazione", "nascita", "epifania", cioè nel "divenire"; nell'essere "visibile", "evidente"; nel "risultare" come nel "sembrare" o nel "comparire".

Apparizioni presenta lavori di: Franco Angeli, Roberto Barni, Massimo Barzagli, Sandro Chia, May Cornet, Vittorio Corsini, Tony Cragg, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Rolando Deval, Stefano Di Stasio, Jiri Dokoupil, Jim Dine, Rainer Fetting, Paola Gandolfi, Daniele Galliano, Peter Halley, Jannis Kounellis, Mario Merz, Aldo Mondino, Giacomo Piussi, Paolo Leonardo, Nunzio, Mimmo Paladino, Pierluigi Pusole, Mario Schifano.

Il concetto è quello della materializzazione che sistema e costituisce un'immagine come momento dichiarativo e mai descrittivo; allude anche all'originarsi improvviso, all'evidenza che si palesa nel testo dell'opera. Il soggetto nell'indefinito e l'equilibrio presenza / assenza si concretano insieme dal fondo dell'immagine, dalla neutralità della sua destrutturazione. Ecco l'evocazione di un soggetto, il manifestarsi di una realtà, l'espressione di una certa soluzione. Si sarebbe tentati di vedere il processo come realizzazione, come compiersi, ma la verità è che risulta impossibile conoscerne davvero il verso: la dimensione è infatti mezzana e parziale per sua natura, e tale coscienza rischierebbe perfino di assumere valore morale. L'immagine pittorica è però sospesa; è ambigua, e diventa così ambivalente nel proprio farsi o disfarsi del momento, sia illuminazione o adombramento. Pittoricamente, la realtà dell'atto presume la cognizione del prima o del dopo, e non consente di rilevarne la funzione tramite la fissità del dipinto.

Il criterio è invece filmico, e la pittura da sé non può stabilire quando il divenire sia della materia nell'immateriale o dell'immateriale nella materia. Nella pittura è impossibile o assurdo rispettivamente poter o voler considerare tale attimo costruttivo o decostruttivo, aggregazione o disgregazione, quindi anche, moralmente, positivo o negativo. In pittura, apparizione o sparizione non può che significare due differenti maniere d'intendere lo stesso istante, e questo, pur inconoscibile, qui lo definiremo noto, al di là dei limiti tecnici, chiamando Apparizioni tutti quei momenti pittorici giustificati da fattori paralleli e ulteriori al dipingere, oppure intuiti dalla documentazione indiretta costituita dal titolo dell'opera e da altri indizi del racconto, oltre l'immediatezza della sua evidenza. (Comunicato stampa)

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Galleria Alessandro Bagnai is pleased to present the visual result of a philosophical reflection: Apparizioni: an exhibition based on, derived from and deduced through pondering painting and the message it bears today. The exhibition aims to deal with a theme that is quite wide-ranging in terms of depth and linguistic boundaries, but one that is also liquid and elastic relative to the broad and malleable cultural offerings of the 21st century. In particular, the issue under examination is the sign/surface relationship: the trace left in the nothingness of monochromy; the figural imprint in the everything of formlessness; the abstract insert as an exercise in difference. Such is the construct that reflects any technical gesture, even when what lends weight to an image is merely a fragment, an object, a color or a volume in the space of a field. The condition is philosophical, because it communicates as a sort of hermeneutical happening, or as the meaning of an act of knowing, a creative, artistic postulate delineated almost like an ontological truth.

Apparizioni is the contextual formula lent by the title of a work that Franco Angeli (Rome, 1935-1988) painted in 1971, in which he depicted the presence of a structure motivated by the urgent need to find a role for things. The term - like another related term, "vision" - reveals the process rather than the stasis of achievement. From the Latin apparire, made up of ad and parire, it offers the idea of "showing oneself", through "manifestation," "presentation," "birth," "epiphany" - in short, "becoming," in being "visible" or "evident," in "demonstrating" as in "seeming" or in "appearing."

Apparizioni presents works by: Franco Angeli, Roberto Barni, Massimo Barzagli, Sandro Chia, May Cornet, Vittorio Corsini, Tony Cragg, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Rolando Deval, Stefano Di Stasio, Jiri Dokoupil, Jim Dine, Rainer Fetting, Paola Gandolfi, Daniele Galliano, Peter Halley, Jannis Kounellis, Mario Merz, Aldo Mondino, Giacomo Piussi, Paolo Leonardo, Nunzio, Mimmo Paladino, Pierluigi Pusole, Mario Schifano.

The concept is the materialization that organizes and constitutes an image as a declarative, rather than descriptive, moment; it also alludes to sudden generation, to the evidence that reveals itself in the text of the work. The indefinite subject and the presence/absence equilibrium coalesce together from the depth of the image, from the neutrality of its de-structuring. Hence the evocation of a subject, the manifestation of a reality, the expression of a certain solution. It would be tempting to see the process as a realization, as attainment in itself, but the truth is that it proves impossible to truly know its direction: in fact, the dimension is intermediate and partial by nature, and this awareness might risk taking on moral value. But the painted image is suspended, ambiguous, and thus becomes ambivalent in its momentary becoming or dissolution, suggesting either illumination or dimming.

Pictorially, the reality of the act presumes the knowledge of the before or the after, and does not allow for the highlighting of its function through the fixedness of the painting. Rather, the criterion is filmic, and painting in itself cannot establish when the becoming is one of the material within the immaterial, or of the immaterial within the material. In painting, it is impossible or absurd to be able to or to want to consider such a moment as constructive or destructive, aggregative or dispersive, and thus morally positive or negative. In painting, apparition or disappearance can only mean two different ways of understanding the same instant, and even though this instant is unknowable, here we will call it known, beyond technical limitations, calling Apparizioni all of those pictorial moments justified by factors parallel to and supplementary to the act of painting, or intuited by the indirect documentation constituted by the title of the work and other clues to the story, beyond the immediacy of its evidence. (Press release)




Opera di Teodoro Wolf Ferrari nella mostra La modernità del paesaggio Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio
termina il 24 giugno 2018
Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)
www.mostrawolfferrari.it

Una inedita riflessione dedicata al pittore veneziano Teodoro Wolf Ferrari (Venezia, 1878 - San Zenone degli Ezzelini, 1945). La rassegna, curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato, promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, si pone di indagare alcuni aspetti fondamentali, ma meno conosciuti, della storia dell'arte italiana, facendo luce sulla figura emblematica e ancora da approfondire di Wolf Ferrari. In mostra verrà presentata un'accurata selezione di oltre 60 opere, sapientemente individuate presso collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori, dove la produzione dell'artista si E' principalmente concentrata, diffondendosi in un territorio nel quale non mancano rinvenimenti di qualità e nuove scoperte. Sarà, così, possibile entrare nell'atelier di questo "poeta del paesaggio" e contemplare attraverso dipinti, acquarelli, pannelli decorativi, vetrate, studi per cartoline, riuniti assieme per la prima volta, le colline che vanno da Asolo a Conegliano fino alle alture del Grappa o i più cupi e inquietanti scenari che raccolgono un profondo sentimento del mistero.

Prove che dichiarano l'amore per il paesaggio, le sperimentazioni e l'eterogeneità di tecniche proprie di Wolf Ferrari, il quale ha saputo far confluire a Venezia e in Italia all'alba del Novecento le moderne istanze secessioniste europee. Il percorso espositivo ripercorre l'intera vicenda artistica di Wolf Ferrari con una linea tematica che abbraccia vari momenti ed esperienze, dall'affaccio sulle tendenze mitteleuropee con un'affascinante sezione dedicata al tema della "tempesta", tra cui Paesaggio Notturno, Bufera, Notte, Danza macabra, alle novità artistiche veneziane fino alle delicate passeggiate autunnali dal Grappa al Piave. Il dialogo con un ristretto ma significativo nucleo di opere di artisti contemporanei del pittore (quali Otto Vermehren, Mario De Maria, Mariano Fortuny, Gino Rossi, Ugo Valeri) diviene importante e necessario per stabilire alcune connessioni e qualche comunanza di percorso con l'itinerario artistico di Teodoro.

Dopo la formazione presso l'Accademia di Belle Arti veneziana sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Wolf Ferrari studia a Monaco, dove nel 1895 entra in contatto con alcuni degli ambienti simbolisti e secessionisti più avanzati e cosmopoliti del momento. Sono anni attraversati da un cambiamento e un'innovazione febbrili, nel corso dei quali la rappresentazione della natura, fonte di straordinaria ispirazione, diviene anzitutto espressione di un paesaggio interiore e soggettivo, luogo primigenio dell'anima. E' a questo contesto che l'autore attinge per costruire il suo universo poietico tramite le influenze di artisti quali Böcklin, Von Stuck, Klinger, Kandinskji che lasceranno un segno inconfondibile nella sua pittura. Sensibile alle novità che giungono dal mondo bretone e sintetista, Teodoro aderisce anche al gruppo Die Scholle ("la zolla"), animato dalla genialità dell'amico Leo Putz.

Sono queste le atmosfere e i principi che l'artista trasferisce nella città lagunare, apportando nuova linfa agli stili ed entrando in contatto con il gruppo degli artisti di Ca' Pesaro, che, sotto la regia di Nino Barbantini, rivoluzionano l'arte veneziana e italiana. Nel 1912 Wolf Ferrari partecipa alla mostra di Ca'Pesaro, avvicinandosi a Gino Rossi, Ugo Valeri, Arturo Martini, Tullio Garbarti, Umberto Moggioli e costituisce il movimento l'Aratro, con l'intento di creare un "ambiente armonico", dove le arti applicate assumono un ruolo di prim'ordine. Un'occasione rara per conoscere e (ri)scoprire un autore più noto agli specialisti che al vastopubblico, il quale non ha solo raffigurato con grazia la natura, ma ha anche raccontato la trasformazione dell'arte italiana tra XIX e XX secolo. Accompagna la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




L'Amsterdam Museum presenta i suoi capolavori del XVII secolo restaurati

L'Amsterdam Museum è attualmente impegnato nel restauro di uno dei suoi capolavori, I Capi della Guardia Civica (1653) di Bartholomeus van der Helst (ca.1613 - 1670), che sarà l'opera di punta della mostra in prestito a TEFAF Maastricht 2018, nella sezione TEFAF Paper. Per la prima volta i visitatori della Fiera potranno non solo ammirare i risultati del restauro, ma anche comparare gli oggetti raffigurati nel dipinto con esempi originali di argenteria del XVI secolo - una situazione unica per l'arte olandese. TEFAF Maastricht, la Fiera di arte figurativa e antiquariato più importante del mondo, avrà luogo dal 10 al 18 marzo 2018 al MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) di Maastricht, Paesi Bassi.

Il ritratto di gruppo raffigura diverse personalità di spicco: l'ex borgomastro Jan van de Poll (1597-1678), il mastro birraio Albert Dircksz Pater (1602-1659) e il celebre cartografo ed editore Joan Willemsz Blaeu (1598-1673). Insieme, erano i custodi della Guardia Civica, e della sua collezione di ritratti di gruppo e reperti storici. I personaggi sono raffigurati seduti a un tavolo, mentre sulla destra i loro figli allenano le proprie doti di arcieri. I quattro uomini del dipinto sono circondati di preziosa argenteria; sullo sfondo, una credenza appare colma di tazze, tazzine e cucchiai; sulla sinistra Banninck Cock regge un calice finemente decorato, e i suoi colleghi mostrano il collare e il bastone della Guardia, coronato da decorazioni a forma di uccelli. Sullo sfondo, la moglie del locandiere presenta il corno potorio sul suo piede d'argento, sempre appartenente alla Guardia. La presenza di questi oggetti preziosi sul tavolo richiama l'illustre storia della Guardia Civica di quegli anni, sottolineando il buon governo delle personalità raffigurate nel dipinto.

Oltre che per il suo pittore, uno dei più grandi ritrattisti del Secolo d'oro olandese, per la fama dei suoi protagonisti e per l'apprezzata prospettiva sott'in su, questo ritratto di gruppo si distingue poiché raffigura tre oggetti d'arte tuttora esistenti. Il collare, il bastone e il corno potorio finemente decorati, appartenenti alla collezione della Guardia Civica, non erano solo valorizzati dai capi del 1653, ma possono ancora essere ammirati dai visitatori dell'Amsterdam Museum, poiché appartengono al Comune di Amsterdam. Capolavori in argento del genere, provenienti dal XVI secolo, sono una rarità in qualsiasi collezione pubblica o privata dato che in molti casi venivano modificati sulla base dei gusti delle varie epoche oppure addirittura fusi. L'esistenza di oggetti di tale valore, raffigurati in un dipinto di così alta qualità, è un fatto più che eccezionale.

Il capolavoro di Van der Helst sarà circondato da altri cinque ritratti di gruppo che sono stati restaurati da poco. Insieme testimoniano il successo e la qualità della ritrattistica di gruppo ad Amsterdam durante il Secolo d'oro. Due di questi dipinti, entrambi restaurati nel 2017, sono di Ferdinand Bol (1616-1680) e raffigurano i governatori e le governatrici dell'Asilo dei Lebbrosi di Amsterdam. Al momento fanno parte della mostra sull'artista dell'Amsterdam Museum. Un altro ritratto di gruppo di Van der Helst, I Capi degli Archibugieri della Guardia Civica, restaurato nel 2011, dopo un prestito per cinque anni alla National Gallery of Art di Washington sarà esposto per la prima volta dal suo ritorno nei Paesi Bassi. Le ultime opere sono due Lezioni di Anatomia, una di Aert Pietersz (1550-1612), l'altra di Adriaen Backer (1635-1684), restaurate in collaborazione con le istituzioni che negli anni le hanno prese in prestito per le proprie mostre. Dal 2016 l'opera di Backer ha fatto parte della mostra permanente di ritratti del Secolo d'oro dell'Hermitage Amsterdam, che vanta un'incredibile collezione di ritratti di gruppo ambientati ad Amsterdam. Queste sono le quattro opere che completeranno la mostra in prestito a TEFAF Maastricht. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Ute Müller - Christoph Meier
15 gennaio 2018 - 10 marzo 2018
Castello di Carini (Palermo)

In un luogo di grande importanza storica come il Castello di Carini, che conserva i suoi elementi di spazio da abitare, si troveranno i dipinti e le strutture architettoniche degli artisti austriaci Ute Müller e Christoph Meier. Le loro opere catturano lo spettatore dentro una iniziale enfasi che lo fa prima riconoscere in una bellezza memore del '900 artistico ma che ad uno sguardo più attento gli fa comprendere di trovarsi dentro uno spazio composto da frammenti di significato. Questo modo di riflettere e ragionare sulla complessità dei passaggi architettonici e pittorici frammentati, appartiene anche alla ricerca di Ute e Christoph, dove però si aggiunge un valore del tutto unico: la capacità di condurre lo spettatore ad oltrepassare le questioni formali dei medium e dei materiali, coinvolgendo nell'opera anche tutte quelle questioni aperte che riguardano le regole dell'apparire e del fare delle immagini, dell'atto creativo dei catalizzatori di visioni politiche ed economiche legate al reale.

Inoltre, la scelta dei due giovani artisti austriaci, di stanza a Vienna, verte senz'altro sulla loro straordinaria abilità nel trattare lo spazio che ospita le opere, il centro stesso delle mostre, facendoci oltrepassare, ancora una volta, il limite di ciò che è visibile e dell'intraducibilità. La ragione della scelta ricade infine nel desiderio di mettere a confronto una delle più vivaci scene sperimentali europee del momento, che è quella viennese, con una generazione di artisti italiani altrettanto impegnata, che trova nella Sicilia un luogo di incontro e di dialogo fuori dagli standard di sistema. (Comununicato stampa)




Ninja Ninja e Samurai. Magia ed estetica
termina lo 02 aprile 2018
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La mostra realizzata si addentra nella storia dei guerrieri giapponesi più conosciuti, i samurai, e nel mistero che circonda la figura dei leggendari guerrieri ombra, i ninja. Circa 200 opere databili tra il XVI e XX secolo provenienti da collezioni private, manufatti mai esposti prima d'ora, e opere concesse straordinariamente dal Museo d'Arte Orientale di Venezia. Magia ed Estetica, due sostantivi che costituiscono i più diffusi stereotipi riguardo le figure storiche di ninja e samurai, sono termini scelti con l'intenzione di suggerire una dimensione fantastica per poter giungere, attraverso il percorso espositivo, ad una più attendibile conoscenza di queste figure che, esaurito il loro compito nella storia passata, hanno esercitato sulle generazioni che si sono susseguite - e continuano tutt'ora a esercitare - un innegabile fascino.

L'allestimento, che si svilupperà nella grande area mostre oltre i giardini giapponesi, si connoterà come emozionale e suggestivo. Il percorso si apre con un video-documentario realizzato per essere d'aiuto a esplorare con occhio preparato le tante scoperte e suggestioni che l'esposizione offre. La visione della vita dei samurai è ancorata agli strati più profondi dell'inconscio collettivo del Giappone. Questa visione del mondo, il Bushido - la via del guerriero come arte della guerra ma anche come percorso di conoscenza interiore - ha avuto una grande importanza nella produzione artistica, nella cultura e nella costruzione delle relazioni sociali. Tra i tanti pregevoli oggetti in mostra, spiccano per rarità e bellezza un'armatura del periodo Edo appena restaurata, un corredo guerresco da viaggio e una lama da combattimento forgiata nel 1540.

Dal bagliore delle lame e degli armamenti, dalla delicatezza delle laccature e delle stoffe del mondo dei samurai, si entra nel mondo dei guerrieri dell'ombra, i ninja, con armi - come le famose lame a stella shaken - attrezzi, costumi, strumenti e oggetti esoterici, passando a un diverso concetto di uso del corpo e delle risorse attinte dalla natura e dalla sua osservazione. Per la prima volta in Europa si potrà apprezzare un'esposizione dedicata al repertorio di armi dei ninja così completa per quantità e varietà. I guerrieri-ombra con la propria creatività hanno saputo realizzare strumenti da celarsi nelle vesti, armi che tutti hanno visto in Agente 007 - Si vive solo due volte, dove James Bond studia combattimento in una scuola ninja, e altre che ancora oggi potremmo vedere in film di spionaggio, come il sonaglio shakujo con lama nascosta, che da strumento rituale del buddhismo esoterico diventa oggetto di difesa e attacco, o la lampada con giroscopio che illumina il cammino e che lascia che il ninja scompaia avvolto dalle tenebre una volta appoggiata al terreno.

La mostra si chiude con l'esposizione di oggetti legati alla nascita dei torimono, espressione di una nuova visone del mondo dove il guerriero è addestrato a catturare - utilizzando armi e tecniche nuove che traggono origine proprio dagli antichi guerrieri - per portare ordine nella società. Armi, strumenti e armature non saranno i soli protagonisti della mostra, verranno esposte anche opere d'arte legate ai guerrieri giapponesi: documenti strategici e tecnici d'epoca, opere calligrafiche, una coppia di grandi paraventi, strumenti legati alla cerimonia del tè, maschere e ornamenti teatrali. A corredo e complemento anche xilografie dei maestri Utagawa Kuniyoshi, Utagawa Kunisada Toyokuni III e Katsushika Hokusai. (Comunicato stampa)




Pietro Gaudenzi - Donne con due vassoi - Cartone Affreschi - Castello Cavalieri di Rodi Disegni smisurati del '900 Italiano
termina il 18 marzo 2018
Villa Torlonia - Roma
www.museivillatorlonia.it

La mostra espone una trentina di cartoni di maestri del '900 italiano che i curatori, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, direttrice della Galleria del Laocoonte di Roma, hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell'arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di "disegni smisurati" che dimostrano l'alto livello dell'esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

Smisurato rispetto agli schizzi, agli studi preparatori, ai bozzetti, il cartone, è un disegno grande quanto l'opera o la parte di opera che l'artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l'opera sia portata a termine dall'artista stesso o dalle maestranze specializzate che devono materialmente compierla. Non deve stupire dunque che nel primo '900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l'ispirazione dell'artista, già spesa in studi più piccoli, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro. Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma è reso fragile dal tempo come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la reverenza con cui esso va trattato e mostrato.

Del dannunziano Adolfo De Carolis si espone il grande foglio preparatorio del dipinto Primavera (1903). Due maestosi cartoni per gli affreschi dello scalone del palazzo dell'Ina a Roma sono opera del quasi dimenticato Giulio Bargellini (Firenze 1875 - Roma 1936), frescante instancabile di terme, banche e ministeri. Di Achille Funi (Ferrara 1890 - Appiano Gentile, Como 1972), formidabile frescante, ma anche restauratore in chiave moderna dell'arte di Giotto e Piero della Francesca, si mostrano qui due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S. Giorgio per la chiesa omonima a Milano, Didone e sua sorella per la sala dell'Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri per il Municipio di Bergamo e infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello per la chiesa di San Francesco a Tripoli, in cui ha raffigurato la propria allieva e amante Felicita Frei.

Di Gino Severini è una Madonna con Bambino per la Cattedrale di Losanna. Publio Morbiducci (1889-1963), l'autore del Monumento al Bersagliere a Porta Pia, è l'autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell'antichità classica sono commiste con quelle moderne dell'ultima guerra. Infine di Ottone Rosai è un Giovinetto Crocifisso sospeso quasi a grandezza naturale su un vasto foglio. Un altro nucleo di cartoni colorati a pastello, opera di Pietro Gaudenzi (Genova 1880 - Anticoli Corrado 1955) costituiscono una mostra nella mostra, illustrando, assieme a bozzetti e foto d'epoca, un intero ciclo di affreschi, eseguiti in due sale del Castello dei Cavalieri di Rodi nell'estate del 1938, oggi completamente perduti.

Esposti al Museo di Anticoli Corrado nel 2014, proprio dove furono eseguiti dall'artista, e nel 2015 alla mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito ai Musei di San Domenico a Forlì, dove apparvero come una rivelazione, i cartoni sono esposti per la prima volta in uno spazio pubblico a Roma assieme ai bozzetti, a un dipinto preparatorio de Lo Sposalizio e a un ritrovato inedito ritratto monumentale a olio di Cesare Maria De Vecchi, il quadrunviro che fu ultimo Governatore civile di Rodi, ispiratore e committente del restauro del Castello e delle pitture che Gaudenzi vi eseguì. I cartoni, straordinari per delicatezza di tocco, rappresentano scene di genere o figure femminili ritratte dall'artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado.

Guardando gli studi e le figure per la "Sala del Pane", non si può non ricordare la retorica della "Battaglia del Grano" mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi - che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, il premio Cremona nel 1940 - sembrano, nella fissità delle loro consuetudini millenarie e immutabili, lontane all'enfasi trionfalistica del regime. In mostra anche un bozzetto a olio, ciò che resta di un grande quadro in cui era rappresentato Lo Sposalizio, un banchetto di nozze umile e severo trasfigurato in cenacolo sacro che rappresenta le nozze dell'artista con la modella anticolana Candida Toppi, che l'epidemia di spagnola portò via nel 1918. Appena in tempo per metterla in posa, per il grande quadro, due metri e mezzo per sette, che costò lunghi anni di lavoro e fu esposto alla Biennale di Venezia del 1932 e oggi è smarrito.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un'umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l'umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E' la bellezza dell'umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

Il progetto delle pitture nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l'incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943, vetrina turistica e paragone d'eccellenza architettonica e urbanistica. Nel 1936 Mussolini nominò Governatore di Rodi Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884 - Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia. Il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi.

Costruito dall'Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l'isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall'esplosione accidentale di una polveriera e adattato. De Vecchi volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello "nuovo", quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica. L'ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d'allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici della vicina isola di Coo. L'effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l'isola fino al '47 lo descrissero come "a fascist Folly", e oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi. (Comunicato Ufficio stampa Scarlett Matassi)




Arte Ribelle
Opere dalla collezione Cesare Marraccini


Galleria Carifano (Palazzo Corbelli) - Fano
termina il 25 febbraio 2018

A quasi cinquant'anni dalla data-simbolo del "Sessantotto" appare giusto e storicamente importante rivisitare - e rivalutare - tutte quelle espressioni artistiche che in Italia si sono chiaramente ispirate alla protesta politica, alla speranza rivoluzionaria, alle spinte libertarie, e che si sono sviluppate a partire dal 1965, con le prime proteste per la guerra del Vietnam, per proseguire poi almeno sino alla metà degli anni Settanta. Con il titolo emblematico di "Arte ribelle", Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, responsabili delle Gallerie del Credito Valtellinese hanno scelto di indagare quel particolare momento artistico. "Se la Francia - affermano i due direttori - ha celebrato la sua "Figuration Narrative" con una mostra al Centre Pompidou (maggio 2008), è giusto che Milano - cuore della protesta studentesca e operaia italiana - faccia altrettanto con gli artisti e anche coi semplici illustratori, che furono testimoni attivi di quella stagione, e che costituirono un esempio importante, duraturo e linguisticamente non secondo a nessuno nell'Europa di quell'epoca".

Partendo da questi presupposti, il progetto "Arte ribelle" è partito il 12 ottobre proprio da Milano presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese efettorio delle Stelline, e approda a Fano con una selezionata retrospettiva sugli artisti protagonisti di quel momento storico e sociale. La seconda tappa del progetto prenderà forma attraverso la persona di Cesare Marraccini, "il profeta sorridente", protagonista, nella sua veste di collezionista e amico di molti artisti, di quell'Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Per la prima volta il meglio della sua importante collezione viene proposto in un'unica mostra.

Ad essere "svelate" in Palazzo Corbelli sono 50 opere di artisti quali Paolo Baratella, Giuseppe Guerreschi, Sergio Sarri, Ercole Pignatelli, Luca Alinari, Titina Maselli, James McGarrell, Gerard Tisserand, Rod Dudley, Carlos Mensa, Sergio Fergola, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Valeriano Trubbiani, Antonio Recalcati, Giacomo Spadari, Umberto Mariani, Guido Biasi, Sergio Vacchi. Se la Pop italiana matura dopo la famosa Biennale di Venezia del '64, proponendo una versione molto personale e intima dell'omologo movimento americano e internazionale, la Nuova Figurazione svilupperà il suo apice produttivo nel decennio 1965-'75. Ne propone però una versione più polemica e politicizzata, che attinge i propri mezzi espressivi dalla 'comunicazione visiva' delle manifestazioni di piazza e di fabbrica, dai tazebao del '68 universitario e dai cortei che attraversano il Paese in tutte le direzioni Cesare Marraccini e' stato venditore di sementi nei mercati, marinaio, commerciante.

La passione per l'arte è nata poi dalla frequentazione di un gruppo di pittori abruzzesi, e successivamente dalla consuetudine con le romane gallerie Ciack, Babbuino, Studio Condotti, Fante di Spade e con Crispolti e Duilio Morosini e poi con Ragghianti, Del Guercio, Vespignani, Trubbiani e Titina Maselli. Un punto di svolta è stato il suo legame con il gruppo di artisti milanesi; "Da sempre era rimasto colpito dall'opera di Baratella con il quale ha stabilito nel tempo rapporti di stretta amicizia, ricorda il figlio... Tramite Paolo Baratella sono arrivati Spadari, De Filippi, Sarri e Mariani e tanti altri". La mostra è corredata da un ricco catalogo per la cura di Marco Meneguzzo, con testi di Roberto Saibene, Enrico Morteo, Francesca Caputo, Matteo Guarnaccia, edito per l'occasione dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, con la completa rendicontazione delle opere esposte nelle due mostre, arricchita da voci, interviste ai protagonisti e inserti inediti con le ristampe anastatiche di label, progetti e fanzine della controcultura. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Fausto De Nisco - opera dalla mostra Intrichi e radure nel bosco della pittura Opera nella mostra di Fausto De Nisco a Reggio Emilia Intrichi e radure nel bosco della pittura - mostra con opere di Fausto De Nisco Opera di Fausto De Nisco Fausto De Nisco
Intrichi e radure nel bosco della pittura


termina il 13 aprile 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
www.bfmr.it

Curata da Sandro Parmiggiani, la mostra raccoglie una trentina di opere pittoriche realizzate negli ultimi tre anni: dipinti ad olio su tela di grandi dimensioni e lavori a tecnica mista su carta, nei quali si registra un abbondante uso del collage, tecnica d'elezione per lo studio della composizione. Il percorso espositivo è inoltre completato da un piccolo nucleo di carte degli anni Novanta.

«I dipinti di Fausto De Nisco - scrive il curatore - sono una sfida persistente a chi pensi di poterne immediatamente cogliere la bellezza e il senso attraverso uno sguardo fuggevole e sommario. Le linee che in un punto s'intrecciano e in un altro divergono, andando a formare geometrie della più varia ampiezza e natura, i colori, accostati con perizia, che trapassano da un punto, s'inabissano nel nulla e poi riaffiorano in un'altra parte del dipinto, le figurazioni che qua e là paiono germinare e prendere forma, per presto svanire e dissolversi in qualche lampo tonale: tutto concorre a definire le opere di De Nisco come luoghi di un mistero e di una rivelazione che, per coglierne qualche lacerto della genesi e dell'essenza segrete, esigono che si ripercorrano i sentieri lungo i quali si è inoltrato l'artista e si ricostruiscano le mappe che lui ha tracciato.

De Nisco, riprendendo e sviluppando alcune esperienze della pittura europea ed americana del secolo scorso, parte, nella realizzazione dei suoi dipinti, da un nucleo, figurativo o geometrico, dal quale germinano e si dipartono liane che vanno a insediarsi in un'altra parte dell'opera, dando vita a una sorta di bosco in cui s'alternano intrichi e slarghi, viluppi e radure. L'arcipelago di isole che così si va formando è generato da suggestioni che attingono alla memoria personale dell'artista, alle sue passioni pittoriche, letterarie e musicali, all'innata e via via conquistata sensibilità per i rapporti, fondati sull'alternanza di equilibri e di scarti improvvisi, tra segni, forme, colori».

Fausto De Nisco (Sassuolo, 1951) espone, dal 1984, in mostre personali e di gruppo, in gallerie private e in spazi pubblici, in Italia e all'estero. La sua prima mostra personale si è tenuta proprio a Reggio Emilia nel 1985, alla Galleria La Minima. Da allora, l'artista ha mantenuto uno stretto legame con la città che si è concretizzato con le personali "La fluidità della visione" (Palazzo Casotti, Reggio Emilia, 2009, testi di Sandro Parmiggiani e di Leonardo Conti) e "Frammenti nella memoria" (Galleria Radium Artis, San Martino in Rio, Reggio Emilia, 2013-14). (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Locandina della mostra Il ritratto di Massimo D'Azeglio alla GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino Il ritratto di Massimo D'Azeglio
29 novembre 2017 - 25 febbraio 2018
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Nata da un lavoro di ricerca condotto su fonti e documenti d'archivio, questa mostra offre l'occasione per scoprire il lavoro di indagine volto a ricostruire la storia di un dipinto e a comprenderne il significato nella cultura del suo tempo. Ne è protagonista un capolavoro della cultura romantica sinora noto come Autoritratto di Massimo d'Azeglio acquistato nell'estate del 2016 dalla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris per le collezioni della GAM. L'acquisto ha posto le basi dello studio che permette ora di rispondere a diverse domande, a partire dalla più ovvia: si tratta di un Autoritratto o piuttosto di un Ritratto? E se è così, chi ne è l'autore? Per chi fu eseguito? A quale tipo di gusto collezionistico appartiene? Quando fu presentato per la prima volta? Cosa ci restituisce della cultura del suo tempo?

Il percorso della mostra invita il visitatore a ripercorrere le fasi cruciali della ricerca, presentando venti capolavori della cultura figurativa romantica, di cui almeno dieci mai esposti a Torino, insieme a fotografie d'epoca, manoscritti e documenti originali, che portano a svelare il mistero del dipinto. L'opera può essere oggi restituita a Giuseppe Molteni (1800-1867), uno dei maggiori ritrattisti della Milano romantica, che fu legato da un rapporto di stretta e duratura amicizia con Massimo d'Azeglio (1798-1866). Dopo un lungo soggiorno a Roma, d'Azeglio era tornato a Torino nel 1829 per trasferirsi definitivamente a Milano nel marzo del 1831. Poco dopo il suo arrivo l'artista chiedeva la mano della primogenita di Alessandro Manzoni, Giulia, che avrebbe sposato nel maggio del 1831.

Accanto ad un sincero affetto, d'Azeglio non trascurava i benefici che potevano derivare alla sua carriera dall'appartenenza ad una delle famiglie culturalmente più in vista della città. Quello stesso anno egli si presentava con successo all'esposizione di Belle Arti di Brera, ponendo le basi per consolidare la sua affermazione artistica. A quel felice periodo corrisponde la selezione delle opere in mostra, che si concentra su dipinti realizzati entro gli anni 1831-1836, periodo che vide una singolare collaborazione tra d'Azeglio e Molteni sul piano artistico e commerciale. Lo testimonia un interessante acquerello di Francesco Gonin, realizzato a Milano nello stesso 1835, che raffigura d'Azeglio intento a dipingere nell'ampio e confortevole atelier di Giuseppe Molteni: sul cavalletto si riconosce la grande tela Bradamante che combatte col mago Atlante per liberar Ruggero dal castello incantato, che avrebbe presentato a Brera quello stesso anno.

Tra le tele poste sullo sfondo è riconoscibile il grande Ritratto di Alessandro Manzoni, pervaso di impeto romantico, realizzato a quattro mani da due artisti (Molteni per la figura, d'Azeglio per lo sfondo che rievoca le sponde del lago di Como), ma che Manzoni non permise mai di esporre. Questa tela, raramente concessa in prestito per la sua fragilità, si affianca in mostra a un altro capolavoro, per la prima volta esposto a Torino: si tratta del monumentale Ritratto della famiglia Belgiojoso realizzato da Molteni ed esposto a Brera in quello stesso 1831; un dipinto di grande interesse poiché rinnova l'impianto tradizionale del ritratto di famiglia e che qui assume un particolare rilievo essendo intimamente legato alla committenza del dipinto protagonista.

Il Ritratto di Massimo d'Azeglio dipinto da Giuseppe Molteni offre quindi lo spunto per ripercorrere un momento centrale nella carriera dei due artisti. Attraverso l'intensità dello sguardo il ritratto restituisce tutto il fascino di un artista maturo - d'Azeglio aveva compiuto 37 anni - che aveva ormai assunto a Milano un indiscutibile ruolo di primo piano. Con effetto attentamente studiato, la figura si staglia sullo sfondo che trascolora dall'arancio all'azzurro creando una sorta di icona dell'artista romantico. Altrettanto interessante è la scelta di rappresentarlo non con pennello e tavolozza, o nello studio, ma esaltandone le doti intellettuali, una variante che in Italia non aveva ancora molti precedenti, ma che per il talento di d'Azeglio, pittore e scrittore, riusciva calzante.

La cura della mostra è affidata a Virginia Bertone, conservatore capo della GAM, che alla figura di Massimo d'Azeglio ha dedicato diversi studi e che è stata la responsabile dell'ampia campagna di studio condotta sul fondo d'Azeglio conservato nelle collezioni della GAM (266 dipinti e 28 album che contengono oltre 1300 disegni). Ad affiancarla è Alessandro Botta, dottorando in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università di Udine, che in questa occasione si è concentrato sulla ricerca di fonti e documenti coevi. Il catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, rinnova la tradizione degli studi scientifici che nel tempo hanno accompagnato la prestigiosa raccolta della Fondazione De Fornaris, la cui finalità è di arricchire le raccolte della GAM-Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. (Comunicato stampa)

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Ingrandimento della locandina della mostra




Opera di Mauro Molinari nella locandina della mostra Prospettive del Terzo Millennio al Museo d'Arte Contemporanea di Acri Prospettive del Terzo Millennio
Rassegna di Arte Contemporanea
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termina il 25 febbraio 2018
MACA Museo d'Arte Contemporanea di Acri (Palazzo Sanseverino) - Acri (Cosenza)
www.museomaca.it

Operatori e operatrici si sono dati convegno, di nuovo, per incrociarsi in Calabria, dopo la rassegna "Periscopio sull'arte in Italia 2016", allestita al Castello Ducale di Corigliano Calabro (Cosenza), e, a inizio dicembre 2017, si ritrovano al MACA, per la rassegna, a cura di Giorgio Di Genova ed Enzo Le Pera, Pittori, scultori, designers, fotografi, grafici,... convenuti in Calabria con diverse opere si propongono, senza problemi; e ciò ci fa intendere che si ha voglia di un confronto aperto, senza questioni inespresse. Il lusso dell'incontro e la consistenza dello scontro motivano presenze di rispetto. L'importante, per chi opera nel mondo delle arti visive, è profilare nei nuovi segmenti interpretativi. Le opere d'arte sono veri e propri strumenti, nonché utili dispositivi visivi, per esplorare "l'identità del mondo", per cribrare le cognizioni del sé e, inoltre, classificano secoli; le più qualificate immagini diventano icone del tempo e del pensiero umano. Una giuria, costituita da Giorgio Di Genova, Enzo Le Pera, Tiziana Todi e Maurizio Vitiello, sceglierà due artisti meritevoli per la realizzazione di due personali, una a Roma, nella storica galleria "Vittoria", in via Margutta, e l'altra a Cosenza, alla galleria "Il Triangolo", nonché l'assegnazione di quattro targhe e attestazioni di merito.

Acri è una città in provincia di Cosenza situata a 720 metri ai piedi della Sila, ricca di storia, che va dagli Enotri ai Bruzi. Il suo nome deriva da akra (sommità). Nella zona della città vecchia si erge, spiccando tra piccoli edifici, Palazzo Sanseverino, edificato nel '700 per iniziativa di Giuseppe Leopoldo Sanseverino. Abbandonato alla metà del '900, il Comune di Acri decise di recuperare il Palazzo Sanseverino, che aveva subìto alcune lesioni per crolli, avviando nel 1986 i necessari lavori, che si sono conclusi nel 2000. Dotato di 30 sale per un totale di 3.000 metri quadri, distribuiti su quattro piani. Nel giugno 2006 venne inaugurato come MACA - Collezione Permanente Silvio Vigliaturo -, in quanto sono conservate oltre 200 opere donate dall'artista calabrese alla Città di Acri.

Da allora, il MACA s'è fatto conoscere per le sue attività, che hanno richiamato dalla Calabria e dall'Italia appassionati, galleristi, collezionisti, nonché visitatori dall'Europa e dagli Stati Uniti. Un accenno merita la "location": il Palazzo Sanseverino Falcone appartenne alla potente famiglia calabrese dei Sanseverino principi di Bisignano e feudatari di Acri, edificato nel XVII secolo venne ristrutturato nel 1720 dal maestro Vangerio di Rogliano su commissione di Leopoldo Sanseverino. Si erge su quattro livelli, in pianta quadrangolare con un grande cortile centrale, i primi due piani erano utilizzati dalla guardie, mentre l'ultimo dalla servitù e dalle cucine, solo il secondo piano era residenza della nobile famiglia e si componeva di diverse sale.

Nella sala d'ingresso sono visibili affreschi di significato criptico e alchemico, probabilmente legati alla storia personale dei committenti, tra i maggiori si evidenziano quelli realizzati tra il 1714 e il 1718 dall'artista napoletano Donato Vitale: l'Allegoria del tempo e il Ratto di Proserpina. Il MACA annovera nella sua collezione permanente, inoltre, una serie di 66 opere grafiche di grandi nomi del '900 italiano (tra gli altri: De Chirico, Schifano, Morlotti, Scanavino e Nespolo), frutto della donazione del collezionista Germano Patrito, un'opera dello scultore Dorino Ouvrier e un'opera pittorica di alcuni artisti: Luigi Le Voci, Francesco Guerrieri, Fritz Baungartner. Queste ultime opere sono state donate al museo dagli artisti stessi o dai loro eredi. (Comunicato stampa)




Call for Iolas' House
termina il 28 febbraio 2018
Galleria Credito Siciliano - Acireale (Catania)

La mostra a cura di Stefania Briccola, Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio - prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese - è dedicata alla villa-relitto del leggendario gallerista Alexander Iolas (Alessandria d'Egitto, 25 marzo 1907 - New York, 8 giugno 1987). Alexander Iolas fu il primo direttore artistico della Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline di Milano- e colui che commissionò ad Andy Warhol il dipinto The Last Supper - oggi in collezione Creval - ispirato dal capolavoro di Leonardo da Vinci situato proprio di fronte alla Galleria.

La villa, costruita fra il 1965 e il 1968 ad Agia Paraskevi ad Atene con il contributo di svariati architetti e con la consulenza degli stessi artisti, nelle intenzioni del suo proprietario doveva diventare un museo vivo dedicato all'arte contemporanea, ma oggi è solo un monumento dedito all'assenza e al declino: dopo la morte improvvisa di Iolas, dapprima l'importante collezione di opere d'arte contemporanea e antica, poi le partizioni ornamentali con gli arredi interni ed esterni, sono stati sottratti. La mostra che prende avvio in Sicilia, a Palazzo Costa Grimaldi ad Acireale (Catania), focalizzerà la triste ed avvincente storia della villa attraverso le testimonianze di alcuni artisti e galleristi che vi hanno lavorato o risieduto occasionalmente (tra cui Novello Finotti, Fausta Squatriti, Marina Karella, Renos Xippas), accresciuta dai racconti del suo biografo ateniese e di altre figure, italiane ed internazionali, appartenute a vario titolo alla 'scuderia Iolas' nel secondo dopoguerra, oggi assurte al ruolo di personalità della cultura e delle arti sulla scena internazionale.

Il titolo Call for Iolas House suggerisce un monito e contemporaneamente una richiesta. La speranza dei curatori è quella di focalizzare l'attenzione del pubblico attorno a un autentico sito archeologico della contemporaneità attualmente non riconosciuto, tracciandone al contempo una prospettiva di rinascita come luogo di scambio e di produzione della cultura del contemporaneo. La storia dell'arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal suo leggendario fondatore, mercante e collezionista. Dentro furono sistemate, in forma quasi sempre complementare allo spazio architettonico e all'affascinante giardino attico che la circonda, opere di Warhol, Ernst, Brauner, de Saint Phalle, Tinguely, Takis, Fontana, Finotti, Karella, De Chirico, Berrocal, Mattiacci e numerosi altri protagonisti delle avanguardie del XX secolo, della Pop Art e del Nouveau Réalisme.

La perdita, certo definitiva vista la dispersione commerciale e lo smembramento, della collezione Iolas avvenuta negli ultimi trent'anni, impone al progetto espositivo due percorsi: quello dell'esposizione di una serie di opere 'di confronto', esperibili nelle collezioni private internazionali e nella collezione del Credito Valtellinese e quello della ricostruzione scenografica di selezionate installazioni artistiche della villa, attraverso il re-made dei capolavori perduti. In quest'ultimo intervento la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese ha voluto coinvolgere allievi ed insegnanti dei licei artistici di Giarre, in provincia di Catania, e di Morbegno in provincia di Sondrio.

In mostra anche un video originale con le testimonianze di personalità che furono vicine a Iolas. Dal suo biografo Nikos Stathoulis, ad André Mourge, che fu suo compagno di vita, ad artisti come Marina Karella, Fausta Squatriti, Novello Finotti. Ma anche testimonianze di chi lavorò con lui e di semplici "uomini della strada" che, nella Atene di oggi mostrano l'oblio in cui sembra essere caduto "Alessandro il Grande", uno dei mercanti più famosi al mondo di cui nessuno ha sentito parlare. E con lui, la sua mitica casa in Agia. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




viadellafucina16 | Condominio-Museo
www.condominiomuseo.it

Viadellafucina16 è il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Cuore del progetto - a cura di Kaninchen-Haus, da un'idea di Brice Coniglio - è un programma di residenza per artisti nel condominio di via La Salle 16 (già "via della Fucina"), nel quartiere torinese di Porta Palazzo. Tramite un bando internazionale, che ha raccolto 442 candidature di ogni provenienza, gli artisti sono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile per realizzare opere d'arte e interventi negli spazi comuni, capaci di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio ottocentesco, oggi in stato di degrado e incuria. I progetti vengono selezionati dagli stessi abitanti del condominio (circa 200 di ogni nazionalità distribuiti in 53 appartamenti) con la mediazione di un comitato di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi di co-creazione e cura degli spazi.

Il condominio - luogo della democrazia come del conflitto, punto di intersezione tra dominio pubblico e privato - si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica e sociale, divenendo spazio simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa, così come un tempo i palazzi decorati dagli artisti rappresentavano il prestigio delle singole casate. L'ex-portineria, riaperta e presieduta da un team di giovani antropologi, si trasforma in portineria artistica per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, così da renderlo replicabile. Il programma si completa con mostre, eventi e talk organizzati nel nuovo Spazio Idiòt e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16 nel giardino comune. Viadellafucina16 costituirà un inedito innesto della pratica artistica nel tessuto vitale di una comunità circoscritta che intende dimostrare, attraverso un esperimento condotto in un contesto ridotto, come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci nella risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.




Ugo Nespolo - Fiori e farfalla - particolare, bozzetto per tappeto, tecnica mista su carta 1987 A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta

Mostra dedicata all'esperienza interdisciplinare dell'artista piemontese, curata dal critico Alberto Fiz in collaborazione con il filosofo Maurizio Ferraris. Sono oltre 80 le opere esposte tra dipinti, disegni, maquettes per il teatro, sculture, ex libris, tappeti, fotografie e manifesti realizzati dal 1967 sino a oggi in un percorso spettacolare e coinvolgente, ideato per gli spazi dell'ex chiesa sconsacrata. Compare persino una barca da canottaggio di otto metri interamente decorata. Dall'arte al cinema, dai cartoon televisivi alla logica matematica sino al teatro, le opere, disposte in base a tracciati tematici, creano una costellazione nel Centro Saint-Bénin da cui emerge la versatilità di uno dei più originali e trasgressivi interpreti della scena contemporanea italiana, che ha ripercorso stili e stilemi "a modo suo", senza mai lasciarsi imbrigliare dalle convenzioni.

Il catalogo della mostra, in italiano e francese, con la pubblicazione di tutte le opere esposte, è edito da Magonza. Insieme ai saggi di Maurizio Ferraris, Alberto Fiz, Daria Jorioz e a un'intervista di Nespolo con Pietro Bellasi, contiene una serie di scritti dell'artista e testimonianze, tra gli altri, di Renato Barilli, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Gianni Rondolino, Francesco Poli e Tommaso Trini. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Betty Woodman - Betty's Room - ceramic and paint on canvas cm.220x220x26 2011 Betty Woodman
Recent Work


20 October - 18 November 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Rome
www.lorcanoneill.com

American artist Betty Woodman began working with clay and paint in the 1950s, initially making functional objects, then gradually developing a deep relationship between the two that explores space, both real and pictorial in art works that combine lacquered ceramics and painted canvas. Betty Woodman (b. 1930) has spent most of her adult life living and working in Tuscany and in New York. Her museum exhibitions include a retrospective at the Metropolitan Museum of Art in 2006; an acclaimed exhibition at the Museo Marini in Florence that travelled to the ICA London in 2016; and a large outdoor installation at last year's Liverpool Biennial. (Press release)




Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo

Centoquaranta scatti in una grande mostra promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e organizzata da Civita in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi. E' il secondo appuntamento con i grandi maestri della Fotografia, dopo quello dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di febbraio di quest'anno. Una occasione per immergersi nel mondo del grande Maestro per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a Palermo, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto. Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per "dare un senso" al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria.

Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale. Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo. "Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curatore della mostra a Palermo -  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata.

Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier - Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L'allestimento attuale è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum. La rassegna vuol far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Colors as Attitude Ruth Ann Fredenthal, Winston Roeth, Phil Sims
Colors as Attitude


termina il 15 novembre 2017
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Ruth Ann Fredenthal (Detroit), Winston Roeth (Chicago, 1945) Phil Sims (Richmond, 1940) sono tre dei più importanti e affascinanti esponenti dell'arte colorista americana. La collettiva, a cura di Alberto Zanchetta, in programma dal 28 settembre al 15 novembre 2017, attraverso una accurata selezione di nove opere - sia storiche che recenti - si propone di valorizzare il percorso pittorico di ciascun artista. Il colore è certamente il fil rouge che lega i tre artisti che solo a prima vista sembrano dipingere quadri monocromatici. Si tratta di opere caratterizzate da un'espressione contemporanea radicale, che li separa dalla produzione minimalista e monocromatica e dall'intellettualismo freddo dei concettuali. Ciò che più gli interessa è la tecnica e l'impressione che suscitano sullo spettatore. La superficie dipinta sembra sparire e aprire la visione di uno spazio indefinito grazie alle numerose velature. Nelle opere di Ruth Ann Fredenthal, ad esempio vengono utilizzati tre o quattro colori distribuiti in diverse parti del supporto pittorico. La superficie è animata da lievi variazioni di colore e linee ondulate, quasi impercettibili.

La sua ricerca delle micro-tonalità di colore puro, e la loro sottile quanto complicata relazione, da sempre rappresentano un tema centrale della sua produzione. La tecnica che utilizza è molto scientifica: comincia dalla scelta del formato, il quadrato e da quella del lino, un lino di provenienza belga solitamente usato dai restauratori per foderare le opere antiche, fino ad arrivare alla stesura del colore. Il risultato finale è strabiliante. La superficie dipinta, data dai molteplici strati di colore sembra sparire e aprire la visione ad uno spazio indefinito come afferma Giuseppe Panza in Ricordi di un collezionista, uno dei primi estimatori della pittura di Ruth Ann Fredenthal. Così la tecnica pittorica di Phil Sims prevede la stesura di vari strati di pittura, solitamente tra i quaranta e i sessanta, fino a coprire l'intera superficie della tela con pennellate orizzontali e verticali.

Una qualità della tecnica di stesura di Phil Sims è che, strato dopo strato, il colore assume e sprigiona una luminosità unica. Grazie all'innata sensibilità e alla sua tecnica accurata, il risultato finale è strabiliante: il colore finale si crea dal sommarsi delle varie pennellate, filtrando fino alla superficie.Winston Roeth dipinge pannelli monocromatici o bi-colore spesso combinati a formare un'unica installazione. Lavorando con il pigmento grezzo e con la tempera, crea dense superfici opache, talvolta dipingendo il contorno con un colore contrastante. Roeth gioca con diverse combinazioni di linee per esplorare i loro effetti sulla percezione umana. La fenomenologia del colore, della luce e dello spazio rappresenta un tema centrale della pratica pittorica di Roeth. Dopo anni di esplorazione sulla luce e sul colore, arriva a sviluppare una tecnica precisa. Usando un pennello stende il pigmento puro, strato dopo strato, mischiandolo ad acqua e ad un'emulsione di poliuretano, fi ché l'intera superficie della tela non è stata ricoperta. Tutti i suoi sforzi sono incentrati nel tentativo di trovare la giusta saturazione del colore, in modo tale che dai pigmenti scaturisca luce pura.

Ruth Ann Fredenthal, figlia di artisti, da piccola disegna e dipinge animali, talvolta in forma astratta. La sua educazione artistica ha breve parentesi presso l'Istituto del Museo di Filadelfia e la Scuola estiva di Yale Norfolk, ma la sua vera formazione si compie al Bennington College, sotto l'egida di Paul Feeley, che considera l'unico artista vivente ad averla influenzata. Dopo la laurea, riceve una borsa di studio per recarsi a Firenze, al termine della quale rientra a New York. Decisa a continuare la grande tradizione della pittura a olio, l'artista utilizza tutte le tecniche legate a questa disciplina pittorica.

Winston Roeth ha studiato presso le Università dell'Illinois e del New Mexico, quindi al Royal College of Art di Londra. La produzione dell'artista risale agli anni Sessanta e parte da un'indagine della percezione del colore. Nell'arco di dieci anni ha allestito numerose mostre personali alla Stark Gallery New York, altre sono state inaugurate nelle città di Basilea, Londra, Amburgo, G teborg, Sydney, Palma di Maiorca, Francoforte, Santa Fe. Numerose sono le sue collaborazioni a installazioni coreografiche e teatrali. Ha inoltre svolto attività didattica sia a Chicago sia a New York.

Phil Sims prima di dedicarsi alla pittura, Sims svolge il mestiere di vasaio e realizza opere in ceramica. Negli anni '60 si iscrive al San Francisco Art Institute. Oggi, è considerato uno dei più grandi pittori coloristi a livello internazionale. All'inizio della sua formazione artistica, studia l'uso che gli artisti dell'Espressionismo Astratto fanno del colore, mantenendo sempre uno sguardo alla pittura Europea più. La sua carriera artistica è inizialmente legata al gruppo dei Radical Painters. Tuttavia, nel 1984, dopo la mostra curata da Thomas Krens al Williams College Museum of Art in Massachusetts, il gruppo decide di sciogliersi e ogni artista segue un percorso di ricerca artistica più autonomo e personale. Oggi, Sims vive e lavora negli Stati Uniti, ma espone spesso in Europa, sia in spazi pubblici che in gallerie private.Accompagna la mostra un catalogo bilingue con un testo critico a cura di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Werner Bischof
Fotografie 1934-1954


termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

Antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell'agenzia Magnum. La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l'artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato.

In essa si coglie l'originalità dello scatto che rivela l'occhio 'neorealista' di Werner Bischof. Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell'età dell'oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall'Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio. Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all'analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte. Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione. Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento. Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

Werner Bischof (Svizzera) ha studiato fotografia con Hans Finsler nella sua nativa di Zurigo presso la Scuola di Arti e Mestieri, poi ha aperto uno studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 è diventato un freelance per la rivista Du, che pubblicò i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943. Bischof ha ricevuto il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, Bischof ha viaggiato in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 ha fotografato le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, ha lavorato per Picture Post, The Observer, Illustrated, e Epoca.

E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai fondatori nel 1949. Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l'ha fatto apprezzare particolarmente dagli editori. Tuttavia, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Nell'autunno del 1953, Bischof creò una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti. L'anno successivo viaggiò in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, dove si occupava di fare un film. Tragicamente, Bischof è morto in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perse la vita in Indocina. (Comunicatop stampa)




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Poster Festival del Cinema Spagnolo 2018 Festival del Cinema Spagnolo 2018
11a edizione, 03-08 maggio 2018
Cinema Farnese - Roma
www.cinemaspagna.org

E' stata scelta l'immagine della celebre fotografa Isabel Muñoz (World Press Photo Award) per rappresentare l'undicesima edizione del Festival. E' pubblica l'immagine ufficiale dell'11a edizione del Festival del cinema spagnolo, opera della fotografa Isabel Muñoz. Nata a Barcellona nel 1951, la Muñoz è un'artista di fama internazionale. Le sue fotografie sviluppate utilizzando un processo meticoloso e artigianale, sono esposte nella Maison Européenne de la Photographie di Parigi, al New Museum of Contemporary Art a New York, al Contemporary Arts Museum di Houston o in collezioni private e mettono in evidenza il corpo umano, il rituale e la diversità culturale. Premio World Press Photo nel 1999 e nel 2004, Premio PhotoEspaña nel 2009, Muñoz è stata premiata nel 2016 con il Premio Nazionale di Fotografia in Spagna; la giuria ha motivato la decisione sottolineando l'accostamento nella sua opera "dell'impegno sociale con la ricerca della bellezza".

Dopo Roma, il Festival, diretto da Federico Sartori e Iris Martin-Peralta, si trasforma in evento itinerante e si svolgerà durante l'anno nei seguenti appuntamenti: Venezia (Cinema Rossini, 18-20 maggio); Treviso (Cinema Edera, 21-24 maggio); Trento (Cinema Astra, 22-24 maggio); Trieste (Cinema Ariston, fine maggio); Perugia (Cinema PostModernissimo, 30 maggio-03 giugno); Campobasso (Spazio Ex-Gil, inizio giugno); Milano (Anteo Palazzo del Cinema e Anteo CityLife, settembre-ottobre); Ancona (Cinema Italia, ottobre); Bologna (Cinema Lumiere, ottobre-novembre); Cagliari (Cinema Odissea, ottobre-novembre); Bergamo (Cinema Conca Verde, novembre-dicembre); Reggio Calabria (Cinema Aurora, dicembre). (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Anamorfosi Contaminazioni Tradimenti
gennaio - febbraio 2018
Casa Morra - Archivio D'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

Seconda parte della rassegna cinematografica curata dagli Archivi Mario Franco. Il cinema, da sempre, ha formato il suo linguaggio attraverso un processo di interrelazioni con la letteratura e con forme spettacolari preesistenti, teatrali, musicali, pittoriche, declinandole in modo originale ed innovativo. Le "contaminazioni" tra diversi mondi espressivi non devono farci dimenticare che il film va considerato come opera a sé, superando il concetto di "fedeltà" o di "tradimento" dell'opera originaria. Si può invece parlare di anamorfosi, nel senso di una deformazione di prospettiva che modifica e consente una visione deformata, ma foriera di innovative e spesso illuminanti percezioni. (Come rileggere - ad esempio - il racconto di Cortázar nella visione antonioniana di Blow Up). Anamorfosi, quindi, come coniugazioni prospettiche: una ricerca semantica, come avviene per i racconti di Poe messi in cinema da Epstein, il presunto duello Mozart-Salieri raccontato dal film di Forman, il barocchismo vertiginoso di Welles per il Kafka del Processo, ecc.

_ Gennaio

.. 10 gennaio, ore 19
Blow up (1966)
regia di Michelangelo Antonioni, con David Hemmings, Vanessa Redgrave, UK, Italia, 111 min.

Dal racconto Le bave del diavolo, di Julio Cortázar. Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 1967 e nomination all'Oscar per la miglior regia. Dal racconto di Julio Cortázar, il film mutua l'idea che la macchina possa vedere cose che sfuggono all'uomo. Antonioni prosegue il discorso sull'arte e sul cinema già presente nei suoi titoli precedenti.

.. 11 gennaio
Il cinema di Man Ray

Retour à la raison (1923)
Emak Bakia (1926)
Le mistyère de chateau de dès (1929)
L'étoile de mer (1929)

Man Ray lavora al di fuori di ogni struttura formale e contenutistica, con porzioni di pellicola impressionata senza ricorrere alla cinepresa, sottolineando la distanza dalla scena illusoria del cinema narrativo, della pittura e del teatro. Alterna ready made con riprese di grande raffinatezza fotografica: un dosaggio di improvvisazione e rigore formale nell'autentico spirito surrealista dell'enigma identitario.

.. 17 gennaio
Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971)
regia di Stanley Kubrick, con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, UK,137 min.

Dall'omonimo romanzo di Anthony Burgess. In versione integrale e restaurata il capolavoro di Kubrick accolto al suo apparire, da infinite polemiche e sequestrato per molti anni in Francia, mentre in Gran Bretagna non può essere ancora proposto al cinema.

.. 18 gennaio
Fahrenheit 451 (1966)
regia di François Truffaut, con Julie Christie, Cyril Cusak, Usa, Francia, 112 min.

Dal romanzo omonimo di Ray Bradbury (In Italia, Gli anni del rogo). Il racconto di una società distopica in cui leggere o possedere libri è considerato un reato. Al romanzo fu assegnato il premio Retro Hugo come miglior romanzo 1954. La regia di François Truffaut sottolinea le degenerazioni informative del sempre più invadente consumo massmediale.

.. 24 gennaio
Amadeus (1984)
regia di Milos Forman, con Tom Hulce, F. Murray Abraham, Roy Dotrice, Elizabeth Berridge, Simon Callow, Usa 158 min.

Dall'omonima opera teatrale di Peter Shaffer. Ogni scena del capolavoro di Forman è accompagnata da una scelta di musiche mozartiane (Il ratto dal serraglio, Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Il flauto magico, fino al Requiem), che fanno da contrappunto ai momenti salienti della vita del compositore. Un film perfetto e indimenticabile, meritatamente ricompensato con 8 premi Oscar.

.. 25 gennaio
Silence (2016)
regia di Martin Scorsese, con Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata, Usa, 161 min.

Dal romanzo Silenzio dello scrittore giapponese di religione cristiana Shusaku Endo. Martin Scorsese ha impiegato quasi trent'anni per portare sul grande schermo il romanzo Silenzio, una maestosa ed epica storia di missionari gesuiti che nel Seicento partirono per evangelizzare l'impero giapponese del Sol Levante. Il film porta lo spettatore ad un coinvolgimento emotivo e, soprattutto, ad una importante ed attuale riflessione filosofica sul concetto di fede, religione e religiosità. Un'opera artistica caratterizzata da una fotografia magnetica ed evocativa.

.. 31 gennaio
Querelle de Brest (Querelle, 1982)
regia di Werner Fassbinder, con Brad Davis, Franco Nero, Jeanne Moreau, Repubblica Federale Tedesca, Francia, 108 min.

Dal romanzo omonimo di Jean Genet. L'ultima opera di Fassbinder, già diventato un cult-movie; una fotografia dai colori vivissimi, piena di contrasti, capace di adattarsi al mutare delle situazioni e di immergere la storia in un clima espressionistico.

_ Febbraio

.. 01 febbraio
Il cameraman (The Cameraman, 1928)
di Buster Keaton, Edward Sedgwick, con Buster Keaton, Harold Goodwin, Marceline Day, Sidney Bracy, Usa, 88 min.

Film (film 1964)
regia di Alan Schneider, Soggetto e sceneggiatura di Samuel Beckett. 22 min.

Un film semplicemente fantastico e ricco di invenzioni visive, che racconta di uno sfortunato cameraman che cerca, per amore di una donna, di farsi strada nel mondo del cinema. A completare il programma, il cortometraggio enigmatico del 1964, diretto da Alan Schneider su sceneggiatura di Samuel Beckett.

.. 07 febbraio
America oggi (Short Cuts, 1993)
regia di Robert Altman. Con Anne Archer, Jack Lemmon, Madeleine Stowe, Usa 180 min.

Dai racconti di Raymond Carver. Leone d'Oro al miglior film alla 50ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, il film è tratto da 9 diversi racconti di Raymond Carver. Altman amplia, intreccia e mescola le storie dello scrittore statunitense dando vita a un complesso affresco e un'altalena di toni ed emozioni che hanno per sfondo una brulicante e a tratti opprimente Los Angeles.

.. 08 febbraio
Antologia Mekas, da Salvador Dalì ad Andy Warhol

Excerpts from Walden (Diaries, Notes, and Sketches)
Lost, Lost, Lost
Paradise Not Yet Lost
Scenes from the Life of Andy Warhol: Friendships and Intersections
Scenes from the Life of Andy Warhol, Usa, 90 min.

Tratto dai diari del più importante regista del film d'avanguardia americano, Jonas Mekas. Dai primi esperimenti in b.n. fino alla prima esecuzione pubblica del Velvet Underground. Vediamo Salvador Dalì, Lou Reed, Nico, Edie Sedgwick, Gerard Malanga, Andy Warhol, Allen Ginsberg, Ed Sanders, John Lennon, Yoko Ono, George Maciunas, Paul Morrissey, Karen Lerner, Jay Lerner, Peter Beard, Tina Radziwill, John D'Allessandro, Caroline Kennedy, Mick Jagger e molti altri.

.. 14 febbraio
Atto di forza (Total Recall, 1990)
regia di Paul Verhoen, con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin, Sharon Stone, Ronny Cox, Usa, 113 min.

Liberamente ispirato al racconto di Philip Dick Memoria totale (We Can Remember It For You Wholesale). La memoria e le sue contraddizioni. La cancellazione,l'innesto di falsi ricordi: tematiche su cui riflettere. Dalla inesauribile fantasia di Dick, un film che ruota attorno all'interrogativo su cosa sia reale e cosa no.

.. 15 febbraio
Il grande Gatsby (The Great Gatsby, 2013)
regia di Baz Luhrmann, con Leonardo Di Caprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher, Australia, USA, 142 min.

Dal romanzo omonimo di Scott Fitzgerald. Terza trasposizione cinematografica del più famoso romanzo di Fitzgerald, dopo quella del '49 e quella del '74, il film di Luhrmann è un mirabile esempio di "tradimento dalla letteratura al cinema". Il regista rilegge con stile fiammeggiante, eccessivo e visionario il capolavoro di Fitzgerald sulla caduta di valori nella società Usa prima della crisi del '29.

.. 21 febbraio
Ultimi fuochi (The Last Tycoon, 1976)
regia di Elia Kazan, con Robert De Niro, Robert Mitchum, Tony Curtis, Jeanne Moreau, Jack Nicholson, Usa 125 min.

Dal romanzo di Scott Fitzgerald The novel's tragic tycoon hero is Stahr. Il romanzo è considerato di gran lunga la migliore opera narrativa che sia mai stata scritta su Hollywood. Fitzgerald utilizza una prosa che è già cinematografica, basata sul montaggio di veloci flash che danno potenza drammatica ai fatti avvenuti, inserendo tra una vicenda e l'altra veloci dissolvenze. Essenziale la regia di Elia Kazan e mirabile l'interpretazione di Robert De Niro

.. 22 febbraio
Le relazioni pericolose (Dangerous Liaisons, 1988)
regia di Stephen Frears. Con John Malkovich, Glenn Close, Michelle Pfeiffer, Usa, 120 min.

Dal romanzo omonimo di Pierre Choderlos de Laclos. Esordio hollywoodiano di Frears, che ricostruisce in modo accurato l'epoca del romanzo con l'ausilio di attori che fanno rivivere tempi scomparsi, dove s'intrecciano amori, falsità ed emozioni. Stephen Frears sottolinea le analogie con la contemporanea amoralità, alla ricerca del massimo potere e del completo piacere in uno scenario dall'incerto futuro. (Comunicato stampa)




Centro Sperimentale di Cinematografia - Sede Sicilia
Roberto Andò saluta, arriva Pasquale Scimeca


Il direttore didattico del corso di cinema documentario della Sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia, Roberto Andò, lascia l'incarico dopo tre anni e mezzo di lavoro a Palermo. Il nuovo direttore didattico è un altro importante cineasta siciliano, Pasquale Scimeca. (...) Roberto Andò è scrittore, saggista, regista di spettacoli teatrali, di opere liriche e di film importanti come Il manoscritto del principe (2000), Il cineasta e il labirinto (2002), Viva la libertà (2013), Le confessioni (2016). Lavori spesso a cavallo tra finzione e cinema del reale, secondo una linea narrativa e stilistica che è centrale nel cinema italiano contemporaneo e che Andò ha portato anche nella sua esperienza di insegnamento nella Sede Sicilia del CSC, della quale è diventato direttore didattico l'1 aprile del 2014.

Da allora, il mirabile lavoro di Andò ha portato alla formazione di numerosi allievi, alcuni dei quali hanno visto i loro film di diploma presentati nei principali festival internazionali. "Abbiamo messo al centro del nostro lavoro - dice Andò - il paradigma del documentario creativo, e abbiamo cercato di capire come insegnarlo. Abbiamo comunicato l'idea di documentario come lettura e riscrittura drammaturgica della realtà, chiamando a insegnare anche scrittori come Walter Siti. Film come Triokala di Leandro Picarella o Happy Winter di Giovanni Totaro, selezionato fuori concorso alla Mostra di Venezia nel 2017, ci hanno dato grandi soddisfazioni. Ritorno al mio lavoro di scrittore e di cineasta consapevole di aver dato alla Sede Sicilia del CSC una solidità e un'apertura di livello internazionale".

Il presidente del CSC Felice Laudadio, il direttore generale Marcello Foti, la preside Caterina D'Amico e il direttore della Sede Sicilia Ivan Scinardo salutano affettuosamente Roberto Andò e lo ringraziano per il lavoro svolto assieme a Mario Balsamo, Stefano Savona e agli altri docenti. Il nuovo direttore didattico Pasquale Scimeca è già al lavoro, in continuità con quanto realizzato dal suo predecessore. Pasquale Scimeca (Aliminusa - Palermo, 1956) è regista, sceneggiatore, produttore e organizzatore culturale. Tra i suoi film, sia documentari che di finzione, ricordiamo Il giorno di San Sebastiano (1994), Placido Rizzotto (2000), Gli indesiderabili (2003), Rosso Malpelo (2007), Malavoglia (2010). (Comunicato Ufficio Stampa, comunicazione, web, editoria Centro Sperimentale di Cinematografia)




Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Giornata delle Ferrovie Dimenticate
04 marzo 2018
www.mobilitadolce.org

La Giornata sarà uno degli eventi di punta del Mese della Mobilità Dolce, promosso da Co.Mo.Do. e programmato a partire dal 4 marzo 2018. Per muoversi in tanti con sensibilità, leggerezza, cultura e immaginazione dentro il paesaggio, per rendere più desiderabile muoversi e viaggiare a piedi, in bici, in treno, in e-bike, a cavallo, per rispondere ai bisogni provenienti dal sociale sul tema di trasporti sostenibili e intermodali e dei luoghi car free.

Due le giornate di punta: la prima dedicata alla Ferrovie Dimenticate, giornata che vanta 10 edizioni all'attivo, con grande partecipazione di appassionati e il coinvolgimento di centinaia di associazioni locali ambientaliste, di equiturismo, di cicloturismo e trekking che hanno avuto e hanno oggi il merito di portare all'attenzione dell'opinione pubblica le linee ferroviarie dismesse. Attraverso il sitole singole associazioni potranno iscrivere un evento al calendario ufficiale della manifestazione. La seconda sarà dedicata al turismo equestre, una risorsa sempre più importante per i nostri territori rurali, ma anche un prodotto turistico in crescita e con opportunità di sviluppo che tendono a premiare forme di movimento che offrono il miglior rapporto con le forme esteriori, con la natura, l'atmosfera, le sensazioni e gli aspetti del paesaggio, sempre nell'ottica di ricadute economiche sulle destinazioni.

L'obiettivo di Co.Mo.Do. attraverso l'organizzazione del Mese della Mobilità Dolce è infatti di sensibilizzare alla "economia green" attraverso la mobilità leggera e l'intermodalità, in vie verdi a vocazione turistica e paesaggistica riservate a persone non motorizzate, in vie di comunicazione di pubblico dominio basate sul recupero del patrimonio ferroviario dismesso (linee, stazioni e altre infrastrutture), su alzaie di canali e argini di fiumi, dentro Parchi e oasi, su tratturi e strade bianche, nei borghi più suggestivi d'Italia. Sotto l'impulso e il coordinamento di Co.Mo.Do. sarà ancora una bella festa per valorizzare un viaggio itinerante nei luoghi più evocativi del patrimonio ferroviario dismesso, per consolidare una campagna di educazione al paesaggio in una grande energica appassionata opera collettiva di riappropriazione e architettura degli spazi aperti e della loro percorribilità. (Comunicato stampa)




Filmfestival del Garda Pubblicato il bando di gara per l'XI Filmfestival del Garda 2018
28 maggio - 03 giugno 2018
Termine di partecipazione: 05 marzo 2018
www.filmfestivaldelgarda.it

Il Festival toccherà diversi comuni del Lago di Garda: Brescia, San Felice del Benaco (BS), Gardone Riviera (BS), Manerba del Garda (BS), Polpenazze del Garda (BS) e Toscolando Maderno (BS). Rimane infatti punto di forza del Festival, l'utilizzo di luoghi straordinari del territorio, per loro natura ideali per essere vissuti anche attraverso eventi culturali come proiezioni, incontri con gli autori, esposizioni, laddove non esiste una vera e propria sala cinematografica. Confermata la storica formula delle sezioni che si divideranno tra Concorso lungometraggi (dove verranno esplorate le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale), Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali. Novità della prossima edizione invece, le proiezioni speciali nelle RSA (Residenza sanitaria assistenziale) del territorio, sempre curate da personale specializzato e con un programma ideato appositamente per gli spettatori che sono ospitati. Il bando di gara del concorso del FFG18 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri. Il bando in italiano e inglese è disponibile sul sito del FFG. (Comunicato stampa)




Concorso internazionale di composizione "Città di Udine"
Chiusura del bando: 31 marzo 2018
www.taukay.it

Il bando della nuova edizione del sul sito delle edizioni musicali Taukay. Due sezioni: Composizioni per gruppo strumentale da camera o strumento solista; Musica elettroacustica. (Comunicato stampa)

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The rules and conditions of the new international composition competition "Città di Udine" are online on Taukay music publishing house website. Two sections: Compositions for chamber instrumental group or solo instrument; electroacoustic music.
Deadline: March 31st 2018. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Immagine dalla locandina della rassegna cinematograica Il migliore dei mondi possibili al Goethe-Institut Palermo Il migliore dei mondi possibili - 20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi Il migliore dei mondi possibili
20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi


17 ottobre 2017 - 27 marzo 2018, ogni martedì, ore 18.30
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

"I venti film scelti per la rassegna, quasi tutti inediti in Italia, compongono un mosaico inaspettato, eppure fedele, della Germania di oggi - spiega la direttrice del Goethe-Institut, Heidi Sciacchitano - Un paese che viene raccontato attraverso vicende spesso familiari, in quanto è nei nuclei più piccoli - quelli che rappresentano il nostro "migliore dei mondi possibili" - che si riflettono le questioni di più ampio respiro sociale quali la crisi economica, la migrazione, l'integrazione, il bullismo o semplicemente le difficoltà dell'essere genitori."Ecco allora storie che si snodano tra grandi metropoli e paesi di provincia e che raccontano la quotidianità tedesca.

Si tratta di una Germania ricca di sfumature, che si riflette ad esempio in molte commedie geniali in cui l'incontro fra culture diverse, tema sempre attuale, avviene all'insegna dell'ironia e del divertimento, nonché di straordinarie qualità umane. La famiglia di oggi viene declinata in tante variabili sorprendenti, per raccontare le sfide della modernità in modo tenero, drammatico ed esilarante al tempo stesso, grazie soprattutto ad una galleria di personaggi memorabili. La rassegna prevede il 31 ottobre, per l'anniversario dei 500 anni della Riforma protestante, la proiezione del film Luther, interpretato da Joseph Fiennes con la regia di Eric Till. Il 23 gennaio, nella settimana in cui ricorre la commemorazione delle vittime dell'Olocausto, sarà invece proposto Hannas schlafende Hunde di Andreas Gruber, con la rivelazione Nike Seitz. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli italiani. L'ingresso è libero. (Comunicato stampa)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del libro La verità di Elvira Puccini e l'amore egoista, di Isabella Brega La verità di Elvira Puccini e l'amore egoista
di Isabella Brega

Presentazione libro a cura di Mario Chiodetti
Intrattenimento musicale: Sarah Tisba, soprano; Francesco Miotti, pianoforte | Letture Sofia Iura

24 febbraio 2018, ore 16.30
Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

"Tante contraddizioni in un'anima forte e fragile, allegra e melanconica, estroversa e timida, meschina e generosa. La forza e il fascino di Giacomo Puccini nascono proprio dall'essere un uomo vero, complesso e contraddittorio". Isabella Brega dal 2012 è caporedattore centrale di Touring, edita dal TCI in collaborazione con il National Geographic Society (fino al 2016) e con Enit. Per periodici ha scritto numerosi servizi di carattere socio-geografico. (Comunicato stampa)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
Locandina della presentazione

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Copertina del libro Virginia, un mondo perduto Virginia, un mondo perduto
Scene da un matrimonio Belle Epoque di casa Spinola

di Bruno Ciliento e Caterina Olcese Spingardi, Sagep editore, Genova 2017

La vita della singolare e vivacissima figura di Virginia Peirano (1885-1972), figlia di ricchi mercanti che a fine Ottocento controllavano il commercio del grano tra Romania, Italia e Inghilterra. La vicenda, avvincente come un romanzo eppure scrupolosamente verificata su documenti d'epoca, racconta la storia d'amore e il matrimonio tra Virginia e Paolo Spinola, ultimo rampollo di un'antica famiglia aristocratica di Genova, colui che con il fratello Franco avrebbe donato la propria dimora allo Stato italiano perché diventasse la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola. Dopo innumerevoli viaggi e divertimenti in tante località alla moda, la coppia si separa, divorziando a Fiume nel 1923. Divenuta in seguito moglie di Stephen Courtauld, appartenente a una dinastia di noti industriali inglesi, Virginia prosegue la sua vita tra Londra, la Scozia e l'Africa meridionale, distinguendosi per la sua personalità brillante e fuori dal comune.

La storia è riemersa pochi anni fa dall'archivio di Palazzo Spinola e, attraverso una ricerca condotta dagli autori in mezza Europa, è stato possibile ricostruirla nel dettaglio. Emerge una vicenda umana e culturale, che si intreccia a volte tragicamente a volte in tono di commedia galante con i grandi momenti del secolo breve, dalla Belle Époque alle trincee di Francia, dal fascismo alla guerra in Estremo Oriente fino alle lotte contro l'apartheid, rievocando un'epoca affascinante, tra modernità e tradizione. Il volume è edito a cura della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola nell'ambito della serie di pubblicazioni dedicate alla presentazione dei risultati delle indagini avviate nell'archivio storico del palazzo. (Comunicato stampa)




Copertina libro Revolution. Musica e ribelli 1966-1970 dai Beatles a Woodstock Revolution. Musica e ribelli 1966-1970 dai Beatles a Woodstock
a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh, cm.24x31, 320 pagine 514 colori, cartonato 2017, Skira / V&A Publishing €49,00

In occasione della mostra Revolution, Musica e Ribelli 1966-1970 dai Beatles a Woodstock in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano, incontro con i curatori della mostra Clara Tosi Pamphili e Alberto Tonti. Modera Paola Maugeri, Virgin Radio. Revolution esamina quel momento in cui la cultura giovanile ha guidato un idealismo ottimista mettendo in discussione le strutture di potere stabilite in ogni ambito della società. Attraverso la musica, la moda, il design e i protagonisti di quella rivoluzione, dimostra come le idee che caratterizzano la società contemporanea - ambientalismo, consumismo, individualismo e comunicazione di massa - siano nate negli anni Sessanta e ci domanda: dove stiamo andando?

Suddiviso in nove sezioni (Racconto di due città; Revolution Now; La controcultura; All Together Now?; Il Fillmore, il Grande e la Sunset Strip; You Say You Want a Revolution?; La moda britannica tra il 1966 e il 1970; Il marshmallow cromato; "Siamo come dèi...") e corredato dei saggi di Geoffrey Marsh, Sean Wilentz, Barry Miles, Jon Savage, Howard Kramer, Victoria Broackes, Jenny Lister, Alison J. Clarke e Fred Turner, il volume propone un affascinante e coinvolgente viaggio nel tempo che permette di vivere, o rivivere, lo shock di quegli anni, brevi, ma luminosi, fragorosi e intensi, e la loro iconografia spettacolare e raffinatissima.

Clara Tosi Pamphili opera nelle Arti Applicate, secondo la modalità contemporanea che unisce le competenze di arte, design, architettura e moda come parte essenziale del dna italiano. Ideatrice e curatrice di A.I.artisanal intelligence. Ha diretto didatticamente l'Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2010. Ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all'Accademia di Costume e di Moda, alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni e all'Accademia di Belle Arti di Roma. E' curatrice della Sartoria Farani e figura di riferimento per la Sartoria Annamode, collabora con tutte le sartorie di Costume di Roma con cui ha realizzato mostre e progetti sulla moda e il costume in tutto il mondo. Ha curato mostre italiane ed internazionali, cataloghi e pubblicazioni, scrive regolarmente su Flash Art, Artribune, Drome e Marie-Claire e Dry.

Alberto Tonti (Padova) prima dei Beatles si è innamorato di Elvis Presley, Little Richard, Fats Domino, Chuck Berry, Buddy Holly, Eddie Cochran, Everly Brothers, Roy Orbison e, soprattutto, Sam Cooke, il più grande di tutti. Al Politecnico di Milano si laurea in Architettura 100/100 per far contenta sua mamma. Nel 1980 diventa giornalista-critico musicale perché, come tutti i critici, non sa suonare nulla e spesso stona cantando. Consulente musicale per "Quelli della notte" di Arbore, partecipa al Festival di Sanremo con i Figli di Bubba, scrive e conduce programmi radiofonici (Popolare, Rai Due e Radio 24 con Ricky Gianco), diventa direttore dei programmi di Videomusic. Oltre ad altri libri, ha scritto, con Enzo Gentile, il Dizionario Zanichelli Pop/Rock.

Paola Maugeri (Catania) è il punto di riferimento del giornalismo televisivo musicale, volto storico di MTV, soprannominata Wikipaola per la sua cultura musicale, ha condotto programmi su Videomusic, Italia 1, Rai 2 e La 7. Con oltre 1300 interviste in giro per il mondo, ha restituito i segreti delle più grandi rockstar, ma anche di registi, attori, autori. Conduce, tutte le mattine su Virgin Radio "Paola is virgin" programma molto amato dove invita il suo pubblico ad ascoltare la musica e a guardare il mondo con occhi, cuore e orecchie vergini. Appassionata di temi ambientali e vegana da oltre vent'anni è seguitissima su Facebook, Instagram e Twitter dove racconta come si può vivere in maniera consapevole a suon di Rock. "Rock and Resilienza" è il suo quarto libro per Mondadori, preceduto da "La mia vita a impatto zero", "Las Vegans" e "Alla Salute!". (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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