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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


Copertina Dialoghi - Libro di Nidia Robba pubblicato a Trieste nel marzo 2016 Dialoghi
di Nidia Robba, Trieste 2016


Prefazione
Copertina catalogo mostra Maria Callas alla Fondazione Giuseppe Lazzareschi Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito
Catalogo della mostra

Recensione
Copertina catalogo mostra Diario Pittorico di Antonella Affronti Antonella Affronti
Diario Pittorico


Catalogo della mostra

Presentazione


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08


Locandina di presentazione della rassegna Un secolo di Jazz, allo Spazio Officina di Chiasso Un secolo di Jazz. La creatività estemporanea
termina il 30 aprile 2017
Spazio Officina - Chiasso (Svizzera)

L'esposizione è parte della stagione 2016-2017 del Centro Culturale Chiasso, che si declina nel nome della "creatività". D'altronde, Chiasso, città di frontiera, è sempre stata sensibile al jazz, con concerti e iniziative che hanno poi dato vita al Festival di Cultura e Musica Jazz, giunto ormai alla XX edizione. La mostra - a cura di Luca Cerchiari, direttore e docente di discipline musicologiche del Master in "Editoria e produzione musicale" dell'Università Iulm di Milano, e Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e di Spazio Officina di Chiasso - consente di ricostruire la storia visiva del jazz, affidata a giovani artisti, illustratori e grafici poi diventati celebri, che nutrivano una vera e propria passione per il genere musicale in questione e che hanno proposto soluzioni cromatiche e compositive innovative: Andy Warhol, Josef Albers, Reid Miles, Niklaus Troxler, David Stone Martin, Gill Mellé, Don Schlitten, Max Huber, Guido Crepax...

In effetti, nei primi anni di produzione dei dischi, sono gli acquirenti stessi che personalizzano le proprie cover, aggiungendo delle scritte o applicando carte colorate, fotografie o anche pezzi di giornale in forma di collage. Quando l'appassionato di musica jazz era anche un artista, ne risultavano degli elaborati grafici unici. Nel corso degli anni '40 e nel periodo post bellico, per semplificare lìesecuzione e per ridurre i costi, si assiste alla produzione di molte copertine a un solo colore, cui si somma l'uso del nero e il fondo bianco della carta. Sono gli anni in cui emergono nuove professionalità, come quella dell'art director.

Con gli anni '50 il repertorio delle cover si amplia, la tecnica di stampa si perfeziona e i costi per la realizzazione in quadricromia vanno diminuendo. Sarà poi la volta delle copertine fotografiche, con il coinvolgimento di grandi fotografi, come Luigi Ghirri o Mimmo Jodice. Se le copertine affidate a Josef Albers sono come delle visioni geometriche che interpretano l'armonia e il ritmo della musica jazz, Andy Warhol sceglie un disegno al tratto, un segno nero su fondo bianco, Guido Crepax usa il fumetto e la sua sintesi linguistica, mentre i manifesti curati dallo svizzero Niklaus Troxler sono fermimmagine colorati, quasi delle scosse a rendere il suono attraverso un dinamismo visivo.

La veste delle copertine e dei manifesti racconta e attraversa così tutte le fasi dell'evoluzione della grafica: dal processo creativo dei collage ai tratti tipici dell'estetica Bauhaus alle possibilità creative del lettering alle fotografie estrapolate e ricontestualizzate ai fumetti. Oltre all'aspetto visivo e grafico, a Spazio Officina si traccia la storia del jazz - da quello americano a quello europeo - anche attraverso gli oggetti e i supporti.

L'esposizione presenta materiali che provengono da istituzioni pubbliche internazionali, come la Fonoteca nazionale svizzera, l'Hogan Jazz Archive della Tulane University di New Orleans (uno dei maggiori centri di documentazione sulla musica afro-americana degli Stati Uniti) e la Fondazione Sanguanini Rivarolo Onlus, come pure dalla Galleria L'Image di Alassio e da un folto circuito di collezionisti privati svizzeri e italiani: Mario Chiodetti, Marco Contini, Fabio Jegher, Silvano Marioni, Roberto Polillo, Maurizio Ruggeri, Fabio Turazzi, Stefano Wagner, Luca Cerchiari, fino alla collezione d'arte del m.a.x. museo di Chiasso. La mostra è promossa in collaborazione con la Fonoteca nazionale svizzera, l'Hogan Jazz Archive della Tulane University di New Orleans e l'Università IULM di Milano - Master in "Editoria e produzione musicale".

L'esposizione presenta oltre 300 cover dagli anni '40 via, manifesti che per la loro bellezza sono riconosciuti come vere e proprie opere d'arte - fra cui alcuni degli anni '80 del Festival Jazz di Willisau (Canton Lucerna) con la grafica dello svizzero Niklaus Troxler - e il primo disco jazz in gommalacca del 1917 edizione Victor ("Livery Stable Blues", "Dixie Jass Band One-Step"). In mostra anche grammofoni della fine dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento - fra cui un grammofono Dog Model, uno a doppia tromba e un modello "Vittorio Gozzi" -, un fonografo con cilindro di cera (modello introdotto nel 1903) e uno a doppia tromba, una fonovaligia Odeon portatile, un raro registratore a bobine, edizioni e spartiti divenuti celebri (sono rari nel campo del jazz, territorio dell'improvvisazione) e supporti sonori pre-discografici (rullo di pianola e cilindro Edison).

Una sezione è dedicata a foto scattate da Roberto Polillo e da Maurizio Ruggeri nel corso degli anni ai più grandi personaggi del jazz: Stéphane Grappelli, Thelonious Monk, Shelly Manne, Louis Armstrong, Miles Davis, Benny Goodman, Charles Mingus, Duke Ellington, John Coltrane, Dizzy Gillespie, Ella Fitzgerald, Lionel Hampton, Anthony Braxton, Ron Carter ecc. È inoltre possibile immergersi nel clima jazz attraverso il famoso The Jazz Singer, film culto del 1927 che segna la nascita del cinema sonoro, come pure altri spezzoni di film e la prima registrazione in Svizzera con una jazz band svizzera; si tratta della "Lanigiro Syncopating Melody Kings" di Basilea con Me and the Man in the Moon, incisione su disco del 20 aprile 1929 effettuata alla Tonhalle di Zurigo dall'etichetta Columbia.

Si aggiungono epistolari, contratti, libri e riviste, di cui una con la grafica dello svizzero Max Huber. Gli appassionati di strumenti jazz, considerati veri e propri oggetti-simbolo, troveranno in mostra due clarinetti con relativa valigia di custodia di Paul "Polo" Barnes, il tamburo di Ray Bauduc della Bob Crosby's Orchestra di Chicago con involucro (tamburo basso, bacchette e piatti), il banjo di Fabio Turazzi, i piatti della batteria di Shelly Manne e la fisarmonica di Gorni Kramer. Catalogo bilingue (Ita/Ing) "Un secolo di jazz. La creatività estemporanea", a cura di Luca Cerchiari e Nicoletta Ossanna Cavadini, con saggi dei curatori e di Bruce Boyd Raeburn, Yvetta Kajanova, Gianni Canova, Massimiliano Raffa, a corredo una ricca sezione iconografica, Skira editore, Ginevra-Milano, 2017, 24 x 24 cm, p. 176, CHF/Euro 32.-)

Era il 26 febbraio 1917 quando l'"Original Dixieland Jass Band" (scritto inizialmente con due "s"), un complesso di New Orleans guidato dal trombettista italo-americano Dominic James "Nick" LaRocca, incideva a New York per la casa Victor il primo disco della storia del jazz: Livery Stable Blues e Dixie Jass Band One-Step. Il gruppo era composto da Dominic James "Nick" LaRocca, Anthony Sbarbaro, Eddie B. Edwards, Larry Shields e Henry Ragas. Di fatto, con l'incisione della musica jazz su disco, si apre una nuova era. In pochi anni il nuovo genere musicale, figlio delle culture europee e africane emigrate in America, costituisce uno dei maggiori apporti culturali del Novecento per la sua originale creatività ed estemporaneità, rispecchiando al suo interno le dinamiche socio-politiche, tecnologiche e interdisciplinari fra le arti tutte dell'età contemporanea.

In breve tempo il jazz abbandona progressivamente il contesto rurale e urbano di origine (New Orleans) ponendosi come musica policentrica (Chicago e New York, Kansas City e Detroit, Los Angeles e Parigi) e come "esperanto sonoro" di un dialogo tra Europa e America, in seguito esteso all'Asia, all'Africa e all'Australia. Il jazz ha così stimolato la letteratura e le arti visive (da Mondrian a Matisse, da Le Corbusier a Claes Oldenburg a Basquiat) e ha influenzato compositori quali Claude Debussy, Igor Stravinskij, Maurice Ravel, che a loro volta hanno dato nuove suggestioni a quei musicisti di Broadway, come George Gershwin o Cole Porter, sul cui repertorio di melodie il jazz avrebbe costruito la propria caratteristica musicale.

Il jazz ha "animato" musica e danza; si pensi in particolare al musical e al primo cinema sonoro con il celebre The Jazz Singer (1927); ha interagito con la radio e la televisione; ha determinato con il suo successo la prima grande ascesa dell'industria discografica. Diverse culture etniche e diverse nazionalità (ebraica, britannica, francese, tedesca, italiana, ispanica, balcanica e mediterranea) hanno generato come fenomeno di ritorno un jazz europeo divenuto nel tempo non meno rilevante di quello statunitense. Il jazz ha inventato la batteria e la chitarra elettrica e ridato una posizione di primo piano a strumenti originari dell'Europa come la tromba, il sassofono, il trombone, il contrabbasso, o strumenti di origini africane, come lo xilofono e il banjo, modificandone in alcuni casi tecniche e approcci fisici.

Il jazz ha creato formazioni strumentali sconosciute, come il settetto tradizionale, il trio (o "sezione ritmica") piano-basso-batteria, il quintetto, l'orchestra di fiati (o big-band, divenuta negli anni '30 la formazione "moderna" delle radio di mezzo mondo). Ha visto nascere quasi ogni cinque anni una nouvelle vague stilistica: dixieland, swing, be-bop, cool, hard-bop, modale, free, jazz-samba, latin-jazz, jazz-rock, free-funk, world-jazz, klezmer-jazz e così via. Si è inoltre imposto come musica orale, talvolta invece scritta, spesso edita a stampa ma in ogni caso sempre affidata all'oralità, non secondaria rispetto al mezzo discografico. Anche per questo il suo ingente patrimonio registrato (quasi due milioni di brani) è divenuto oggetto di una nuova disciplina teorico-descrittiva, la discografia, che attualmente, con la ripresa del fenomeno del collezionismo del vinile, trova grande seguito di pubblico, anche fra i giovani. (Comunicato ufficio stampa m.a.x.museo - Chiasso)




Bruny Sartori in mostra alla Maurer Zilioli Contemporary Arts di Monaco di Baviera Bruny Sartori: Scultura - Incisione
05 aprile (inaugurazione ore 19) - 13 maggio 2017
Maurer Zilioli Contemporary Arts - Monaco di Baviera
www.maurer-zilioli.com

Scultura in ceramica, disegno e incisione si uniscono fin dal principio nell'opera di Bruny Sartori (San Giorgio in Bosco - Padova, 1950). Sartori entra presto nella cerchia del poeta Bino Rebellato, fondatore del Gruppo Arti e Lettere a Cittadella, un contatto che ispira i lavori di Satori su diversi livelli. Dopo la sua partecipazione alla 69esima Collettiva Bevilacqua La Masa di Venezia riceve in questa rinomata istituzione una personale. Sussegue nel 1985 la Medaglia d'Oro del Concorso Internazionale della Ceramica di Faenza. Sartori si trova adesso più spesso a Milano, plasmanti in questo contesto i suoi incontri con il drammaturgo, scrittore e critico Giovanni Testori, con la poetessa Alda Merini, con il pittore e saggista Emilio Tadini, con l'artista, critico, filosofo e curatore Gillo Dorfles come pure con il poeta Milo De Angelis, di conseguenza partecipa a un vivace e stimolante clima.

Di seguito vediamo notevoli esposizioni personali delle sue opere: Terre alla Galleria Schubert, Milano, al Palazzo dei Diamanti Ferrara, al Centro Saint Benin di Aosta, alla Cut Gallery Londra, Art of living a New York, al Museo Goro di Caracas, dopo di che, nel 1998, una prominente personale al Palazzo Pretorio di Cittadella, la mostra Meteore al Museo Città della Scienza Napoli e al Castello Aragonese di Ischia. Nasce l'amicizia con Gabriele Mattera. Nel 2005 Sartori espone Bianconero-Blackwhite al Museo Gipsoteca Antonio Canova, Possagno / Treviso e pubblica le incisioni Le pecheur du Suquet in base agli scritti di Jean Genet.

Ulteriori manifestazioni: nel 2008 alla Casa de Cultura di Guernica Bilbao; presso Maurer Zilioli - Contemporary Arts a Brescia; nel 2009 la mostra Omaggio a Carlo Scarpa al Palazzo Gallo Zaccaria Scarpa Vicenza; nel 2010 l'installazione Underskyn con 60 relievi nell'Acquario Civico Milano; nel 2011 la mostra Il corpo della percezione con l'installazione End - carne del tempo nella Casa Robegan - Cà Da Noal Treviso; nel 2013 alle Scuderie di Palazzo Moroni a Padova.

Se fino a questo punto le attività di Sartori si dedicano innanzitutto alla scultura in ceramica o gres e opere grafiche, negli ultimi anni amplifica il suo modo di operare con concatenamenti di lastre radiologiche, che rappresentano quasi una tappezzeria simbolica. Per questa prima presentazione a Monaco di Baviera l' attenzione gira intorno a una serie di oggetti sculturali d'impronta semi-organica che si occupa - come spesso nel lavoro di Sartori - di processi antropo-biomorfiche o di metamorfosi cosmologiche. (Comunicato stampa)




Pompei e i Greci
12 aprile - 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Monica Zattini - Acanto Marisa Zattini: "Agricoltura Celeste"
06 aprile (inaugurazione ore 19.00) - 19 aprile 2017
Magazzino del Sale "Torre" - Cervia
www.ilvicolo.com

Nella prima parte della mostra sono raccolti alcuni clicli recenti - di cui alcuni inediti - realizzati dall'artista-architetto forlivese Marisa Zattini, allestite, per l'occasione, dall'architetto Augusto Pompili. Si va da un corpus di opere dedicato al tema "fantastico/naturalistico" quale quello delle mandragore fino agli erbari-bestiari che compongono L'indole della Res; dalle ali selvatiche, dedicate al mito di Icaro, fino alle tavole inedite di Fragilis Mortalitas. Tutte le opere sono in dialogo con "controcanti" trasmutativi realizzati a getto d'inchiostro su lastre di alluminio trattate a specchio. Il materiale sui quali l'artista interviene "con china e pennino" è costituito da lettere originali antiche che vanno dal 1800 al 1833 circa, per ricomporre un ideale dialogo identitario, metastorico, estremamente interessante.

«(...) Borges nelle Metamorfosi della tartaruga parla dell'arte come qualcosa che ha il potere di rendere visibile l'irreale. Non è casuale che proprio questa frase mi sia tornata alla mente nel guardare e lasciare scorrere prima con lentezza, poi con rapidità sotto i miei occhi, le Madragore, gli Erbari e i Bestiari di Marisa Zattini nelle loro varie trasmutazioni. Opere particolari, che emanano il fascino del mistero e dunque dell'inquietudine, mentre lasciano libero sfogo alla fantasia di chi osserva.» (Gabriella Baldissera).

A queste opere si aggiunge un ciclo inedito (n. 39 tavole) dedicato ad una sorta di erbario naturalistico immaginario - di memoria affettiva - dove piante vere, essicate, si innestano a disegni a grafite su carta fatta a mano cinese. Completano questa ultima ricerca sette tavole concettuali-alchemiche. La mostra è corredata da un catalogo edito da Il Vicolo Editore (Collana "Le Ricordanze", pagg. 190) - che documenta tutte le opere in mostra. Successivamente, alcuni cicli della mostra verranno resi itineranti nelle seguenti sedi: Rovereto - Biblioteca civica "G. Tartarotti" (22 aprile - 14 maggio); Montefiore Conca - Rocca Malatestiana (28 luglio - 10 settembre); Rimini - Biblioteca civica "Gambalunga" (6 ottobre - 19 novembre).

Marisa Zattini (Forlì, 1956), già artista - pittrice, ceramista, poeta - ha realizzato mostre personali in spazi pubblici, in Italia e all'estero (Svezia, Inghilterra, Germania e Grecia) a partire dal 1976 e pubblicato cataloghi monografici, con alcune sue poesie. Attualmente è Direttore Artistico de Il Vicolo Sezione Arte di Cesena, già ideatrice e curatrice di oltre duecento rassegne di arte contemporanea, di cui più di quaranta solo per la città di Cesena (Galleria Comunale d'Arte, Rocca Malatestiana e Galleria Comunale Ex Pescheria). E' inoltre Art Director di 12 Collane per i tipi de Il Vicolo Divisione Libri (Editore), dedicate all'Arte contemporanea, saggistica, letteratura fantastica, poesia, storia del territorio, cucina e racconti di Natale. Realizza filmati e documentari - firmandone la regia e dirigendone il montaggio - per mostre da lei ideate, di artisti e poeti contemporanei.

Sul concetto di identità e sulle riflessioni filosofiche legate al tema del vuoto e del pieno ha realizzato una inedita e originale triplice partitura espositiva denominata Doppio Panico! - L'arte di vivere (2009), Metamorphosi (2011) e Autoritratto (2013) coinvolgendo 33 artisti del territorio, producendo originali lavori scultorei, ceramici e fotografici. Nel 2014 è stata invitata dalla Provincia di Kassel ad esporre il ciclo Ali, opere ceramiche (in 3° fuoco) realizzate nel 1990: un progetto a 4 mani con l'architetto Augusto Pompili. Sempre nel 2014 e 2015 la mostra "Di-segni" o dell'indole della Res è stata itinerante nelle sedi pubbliche del ModernartMuseum. Nel 2015 il ciclo di opere Ali selvatiche è stato ospitato nelle sale della Biblioteca Comunale "Maria Goia" di Cervia (Ravenna). Una selezione di questi ultimi cicli di lavori sono stati ospitati, nel 2016, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Atene e, parallelamente, nelle sale della Technohoros Art Gallery. (Comunicato stampa)




Georges Rousse - Chambord - cm.240x180 2011 Georges Rousse: Elogio dello spazio
termina il 24 maggio 2017
Galleria Gracis - Milano

Opere fotografiche e ad acquerello dell'artista. Partendo dallo studio di un soggetto architettonico, solitamente un ambiente disabitato e prossimo alla demolizione, l'artista ne sceglie un'angolazione, un settore, basandosi sulle sensazioni emotive che egli stesso instaura con questo spazio e con la sua luminosità. Una volta inquadrata la porzione su cui intervenire, Rousse posiziona la sua macchina fotografica Brownie Flash della Kodak e sovrappone al suo schermo un vetro, o un PVC trasparente, su cui ha già precedentemente disegnato la forma geometrica che desidera poi rivedere nella fotografia.

La macchina diventa quindi la cabina di regia di un lavoro che coinvolge una intera équipe in cui l'artista dirige i collaboratori che in base alle sue indicazioni individuano direttamente sui muri i punti fondamentali del tracciato pittorico. In questo modo la superficie geometrica nella fase progettuale si frantuma nella molteplicità dei piani. A questa distorsione della forma pittorica e alla sua ricomposizione in forma geometrica perfetta e artificiale, la critica ha fatto spesso riferimento come a due aspetti di una anamorfosi. Tuttavia parlare di anamorfosi nell'opera di Rousse può sembrare riduttivo, in quanto sorprendere lo spettatore mostrandogli prima l'una e poi l'altra faccia del suo operato non è l'intenzione dell'autore, bensì ottenere un risultato che si concretizzi nell'opera fotografica.

L'intervento di Rousse è legato alla dimensione della memoria, dell'hic et nunc colto dall'obiettivo. Lo spazio diventa la rappresentazione di una visione mentale in cui tutte le forze trovano il loro matematico bilanciamento. Le opere di GR, presenti in collezioni museali di fama internazionale, sono state spesso esposte in Italia in mostre prevalentemente collettive: nel 1986 a Palazzo Reale a Milano, nel 1989 al PAC a Milano, nel 1993 al Castello di Rivoli a Torino, nel 2014 al Mambo. (Comunicato ufficio stampa ch2 Ideazione e Comunicazione Eventi Culturali)




Opera di Angelo De Maio, Ezio Tambini e Marzia Roversi in mostra alla Galleria di Arte Contemporanea Wikiarte a Bologna Angelo De Maio | Ezio Tambini | Marzia Roversi
termina lo 06 aprile 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Tre mostre personali di Angelo De Maio, Marzia Roversi ed Ezio Tambini. Un dialogo visivo armonico ed espressivo, che conferma ancora una volta la volontà, da parte della curatrice Deborah Petroni, di offrire agli appassionati d'arte un confronto stimolante con artisti che presentano cifre stilistiche ricercate e contraddistinte da originalità. Carpe diem indica la volontà di cogliere l'attimo, con sensibilità e rispetto per la fugacità del tempo, riconoscendo l'unicità di ogni istante. Questo sembra essere l'imperativo di Angelo De Maio, artista in grado di modellare colore e materia per rielaborare la realtà e le emozioni che essa lascia dentro chi la attraversa. Suggestive e immediatamente comprensibili per occhi e anima, le opere di De Maio indagano il quotidiano attraverso una delicata sintesi formale.

Dettagli limati come in una poesia ermetica, scelti e posizionati con rigore compositivo e lirico sentire. La pittura di Ezio Tambini riesce a sorprendere con quella che, in un mondo dove la prevalenza delle immagini sembra non lasciare spazio alla muta contemplazione, appare come inaspettata intensità, capace di toccare le più intime corde dell'essere umano e ricondurlo alla profondità di se stesso. Immobili, perpetuamente vivi in un tempo mutevole, i soggetti delle opere di Tambini regalano ciò cui l'uomo da sempre anela: l'eternità. Eleganti e raffinate, le figure di Marzia Roversi invitano a oltrepassare la soglia del conosciuto per addentrarsi in una dimensione onirica. In un tempo sospeso tra il reale e l'irreale, fungono da astanti per invitarci ad andare oltre la realtà sensibile. Seducenti cromatismi rivelano una pittura ricercata ed equilibrata. Preziosi ed eleganti dettagli arricchiscono una dedicata inclinazione formale, intrisa di senso lirico. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra Deiknumena di Athena Vida alla Quartz Studio di Torino Athena Vida: Deiknumena
termina il 31 maggio 2017
Quartz Studio - Torino
www.quartzstudio.net

Progetto site specific dell'artista tedesca Athena Vida (nata come Gitte Schäfer a Stoccarda, Germania, nel 1972). Un atto rituale necessita di una definizione nello spazio e nel tempo. In genere segue un insieme di regole che rappresentano la coreografia di una liturgia. Deiknumena è una delle quattro parti in cui si dividono i Misteri eleusini, i riti e le iniziazioni religiose segrete dell'antica Grecia. Gli atti rituali erano composti dai seguenti elementi: Cose fatte (Dromena); Cose dette o cantate (Legomena); Cose mostrate (Deiknumena); Cose immaginate (Epiphania).

I misteri sono legati a un mito, celebrano il ritorno di Persefone dall'aldilà nel mondo dei vivi e danno il benvenuto alla primavera. Persefone, figlia di Demetra, fu rapida da Ade e portata nell'aldilà. Disperata, la madre la cercò trascurando i suoi doveri, così la terra si gelò e la gente morì di fame, il primo inverno. Quando infine Zeus permise a Persefone di tornare dalla madre, e le due furono di nuovo insieme, la terra rinacque, rifiorì e tornò a prosperare. Il ritorno di Persefone rappresenta la rinascita delle piante in primavera e, in senso più ampio, della vita sulla Terra.

La mostra apre all'inizio della primavera. All'equinozio, l'equilibrio fra il giorno e la notte, la durata di luce e buio è identica. Nel processo alchemico ha luogo un distillato dei poteri del sole e della luna che, tramite il processo di trasformazione, si fondono. L'essenza dell'alchimia è l'unificazione delle polarità, la comunione di spirito e materia per colmare il divario fra il regno terreno e quello celeste. I misteri avevano lo scopo di elevare l'uomo dalla sfera umana a quella divina. Sulla Tavola di smeraldo troviamo il seguente concetto: Ciò che è in basso corrisponde a ciò che è in alto e ciò che è in alto corrisponde a ciò che è in basso.

Corrisponde significa «è in unione con», due cose separate che in realtà sono una sola. I simboli sono punti d'unità. In tutte le tradizioni culturali esistono le immagini dell'androgino, della dualità dell'energia cosmica che rappresenta il concetto di unità, di completezza, l'unione del fisico e dello spirituale. Nel Neolitico esistevano culture molto organizzate e pacifiche basate sull'uguaglianza degli esseri umani. Per questi sistemi sociali equilibrati, né patriarcali né matriarcali, la scrittrice Riane Eisler ha coniato il termine "gilania". Poiché ciascuno di noi crea il mondo tramite la sua percezione di esso, si pensi a ciascuno di noi come a una gilania altrettanto equilibrata al suo interno. Uno spazio del Quartz Studio sarà racchiuso fra quattro colonne di rame sormontate dai rami dell'albero della vita.

Qui una dea verde, anonima e androgina, troneggerà su un altare a rappresentare l'Axis Mundi, che permette il continuo scambio fra regno alto e regno basso. La stessa dea, l'altare e le offerte che la circondano, come i simboli contenuti, tessono una trama di significati intrecciati. Creano il mito dell'unificazione incoraggiando la nostra parte androgina, promuovendo e sostenendo la reintegrazione dei principi femminili nella società per ritrovare l'equilibrio. I miti e i simboli parlano un linguaggio universale. La verità del mito non è sapere. Il mito parla tramite aspirazioni ed esempi radicati nelle immagini. Ciascuno di essi ci racconta com'è nata o ha avuto origine una realtà. Il mito e il rituale non distinguono fra i diversi livelli di realtà. Immaginazione ed esistenza sono la stessa cosa.

Se il lavoro della Schäfer dichiara apertamente il suo tributo ad artisti che l'hanno ispirata, come la surrealista Meret Oppenheim, l'incontro con Alejandro Jodorowsky, i Tarocchi e le sue idee sulla Psicomagia hanno profondamente influenzato l'artista e il suo percorso. Il lavoro di Gitte Schäfer, che solitamente assemblava objects trouvés con risultati sorprendenti come divertenti ritratti, meccanismi inutili e motivi geometrici e colorati, si è trasformato in più complesse installazioni in cui ogni singolo elemento ha un significato in una mitologia sincretica. Come Gitte Schäfer, l'artista ha tenuto mostre personali in diverse gallerie e in mostre collettive in tutto il mondo tra cui Kunstmuseum Luzern, Lucerna, Svizzera (2015); Kjubh e.V., Colonia, Germania (2014); Château de Chamarande, Centre d´Art Contemporain, Francia (2010). Athena Vida attualmente lavora con la galleria Mehdi Chouakri di Berlino, Germania, con Lullin + Ferrari di Zurigo, Svizzera, e con Studio Sales, Roma. (Comunicato stampa)




Buddha - Museo d'Arte Orientale Torino - rassegna d'arte sulla storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l'Occidente Coppa - Venezia - Dall'antica alla nuova Via della Seta Rilievo MNAO - Roma - opera nella mostra Dall'antica alla nuova Via della Seta al Museo d'Arte Orientale di Torino Dall'antica alla nuova Via della Seta
31 marzo - 02 luglio 2017
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Un viaggio lungo rotte carovaniere, marittime e spirituali, riferimento per le interconnessioni tra Occidente e Oriente, una vasta e antica rete di scambi da sempre proiettata verso il futuro, una sinfonia di civiltà dove far prevalere lo spirito di dialogo e di collaborazione in tutti i campi: è la Via della Seta. Alcuni dei più importanti musei italiani ed europei - tra i quali il Museé du Louvre e il Musée Guimet di Parigi, il Museum für Byzantinische Kunst di Berlino, il Museo Nazionale d'Arte Orientale "Giuseppe Tucci" di Roma - hanno messo a disposizione loro preziose opere per realizzare una grande mostra che ripercorre la storia millenaria dei rapporti tra l'Oriente e l'Europa e si riallaccia al grandioso progetto del Presidente Xi Jinping di apertura di una nuova Via della Seta.

La mostra che raccoglie 70 antiche e preziose opere a rappresentare la storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l'Occidente, in particolare l'Italia. Per almeno due millenni l'Antica Via della Seta ha unito Oriente e Occidente, incoraggiando i contatti all'interno di uno spazio immenso, e ha permesso alle diverse culture di crescere, attingendo reciprocamente alle conquiste scientifiche e culturali degli uni e degli altri attraverso l'intermediazione e il dialogo.

Mercanti, ambasciatori, monaci, esploratori, avventurieri e missionari di varie fedi, provenienti dai luoghi più disparati, si incontravano lungo le strade confrontando senza sosta usanze, pratiche e fedi religiose. Il Cammelliere su cammello battriano (VI-VII secolo), animale simbolo delle vie carovaniere, lo Straniero dal volto velato (VII-VIII secolo), piccolo capolavoro dell'arte funeraria cinese, la Descrizione illustrata del mondo di P. Ferdinand Verbiest (1674), un lavoro monumentale che rappresenta la sintesi più avanzata delle conoscenze geografiche dell'epoca, l'unicum Piatto con girotondo di pesci (XIII-XIV secolo), prodotto durante la dinastia mongola ilkanide, sono solo alcuni degli importanti oggetti presenti in mostra.

L'Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dei rapporti con la Cina: si tramanda che già Marco Aurelio, nel 166 d.C., invia un'ambasceria alla corte del Figlio del Cielo permettendo ai due imperi più grandi e longevi della storia di entrare in contatto; Marco Polo, nel Duecento, celebra lo splendore della Cina ne Il Milione, contribuendo a migliorare le conoscenze di popoli e mondi ancora poco noti in Occidente; il gesuita Matteo Ricci, accolto nel 1601 nella Città proibita come ambasciatore d'Europa, è ammesso dall'imperatore Wanli nella cerchia ristrettissima dei Mandarini e gli è concesso di fondare una chiesa a Pechino; Martino Martini, durante la sua lunga permanenza in Cina, redige il Novus Atlas Sinensis, primo atlante moderno della Cina che verrà pubblicato in Europa nel 1655. La mostra è curata da Louis Godart, David Gosset e Maurizio Scarpari. Il catalogo è a cura dei Proff. Louis Godart e Maurizio Scarpari. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Demundo Francesco Demundo
26 marzo (inaugurazione ore 19.00) - 15 maggio 2017
Trattoria ai Fiori - Trieste

L'esposizione pensata da Demundo, fin dal titolo suggerisce ironia e allo stesso tempo rendere un voluto omaggio al "Dadaismo" che proprio nel 1916 vedeva la sua comparsa sulla scena artistica Europea, movimento artistico concettuale che non ha ancora esaurito del tutto il suo potenziale espressivo. In questo senso l'autore rende omaggio a tre persone che hanno segnato in maniera indelebile il periodo "Dada", a cominciare da Marcel Duchamp e i suoi ready made, passando da Man Ray, per approdare a Erik Satie. Come scrive Enzo Santese, l'autore "interpreta la ricerca come una continua ricognizione nel passato dove preleva argomenti e motivi per l'innesco di una riflessione critica sulla contemporaneità".

Queste poche parole segnano tutto il percorso di Francesco Demundo: l'attenzione per la storia, la citazione "rettificata", l'amore per l'oggetto, il motto di spirito, la battuta che si contrappone all'immagine. L'assunto è facile e il riferimento più immediato è con il più grande inciampo della storia dell'arte del Novecento corrisponde all'avventura Dada: in primis le regole del caos e del gioco che hanno fermato ogni perplessità, ogni dubbio, ogni interrogazione. In questo modo, la testimonianza di Marcel Duchamp che ha saputo spostare l'ago della bilancia dal fare al pensare, ha lasciato tracce profonde che hanno poi sfiorato anche le sponde della Pop art (pensiamo agli assemblaggi e ai combine-paintings di Rauschenberg e Johns), mentre oggi, toccano i fantasmagorici teatri della realtà di Demundo.

Infatti, è nella tecnica del collage e del ready-made "rettificato" che hanno trovato humus fertile le radici della sua opera, ovvero in quel fondamento della coscienza in cui la storia diviene soltanto ineluttabile presenza dell'essere, dell'essere qui e ora, senza possibilità di vero giudizio. È nella tattilità dei materiali impiegati che si constata come in tempi di devastazione delle speranze, di annunci apocalittici e di cronache d'incombente catastrofe, la sua opera rimanga testimonianza e argine della storia. Nel recupero del relitto, dello scarto, e nella casualità di questi incontri, non c'è un vero godimento estetico, ma un muro e un limite da intendere come coscienza divorante di abisso e precipizio. Il messaggio dell'autore non è dentro le cose, è nelle cose, e ambiguamente le occupa e le respinge. L'iniziativa è stata realizzata con il sostegno dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Opera di Elisabetta Sperandio Elisabetta Sperandio: Profezie del Millennio
termina lo 06 ottobre 2017
Otel Ristotheatre - Firenze

"La creatività, la fantasia, la registrazione del mondo catturata dalla vita e dai viaggi, il sapore dell'Oriente, magico, spirituale e sensuale insieme, lascia leggere nel lavoro di Elisabetta Sperandio un clima di intellettualità spiccatamente aperta. Artista di grande esperienza, artefice di svariate tecniche artistiche, Elisabetta Sperandio vive oggi il clima più favorevole all'accoglienza del suo lavoro. Il clima simbolico attraversa le sue carte e i suoi dipinti, si offre come un ricamo e una sintesi di eccellenza, rompe gli innesti della razionalità e si porta verso l'immaginifico, l'orientalismo, l'incantamento di paesaggi, lacerti e tracce, diamanti di colore che affinano le sue proposte. Tra i cicli del suo lavoro troviamo soli, lune, mandala, orientalismi, giapponesismi, giardini, e mille altri rimandi a mondi e occasioni vissute dall'artista, e tutto diventa come una sorta di liberazione, di abbandono, di energia creativa. Ed è proprio uell'energia salvifica a segnare la migliore produzione, in cui il segno, forte, deciso ed emozionale rende visibili dimensioni segrete, giochi combinatori, quel versante informale e gestuale che l'ha resa artista di spessore". (Carlo Franza)

Elisabetta Sperandio (Milano) è diplomata al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Brera con Mauro Reggiani e Domenico Purificato. Dal 1967 al 1973 soggiorni e periodi di studi in Austria e Germania conseguendo il Deutsche Sprachdiplom presso il Goethe Institut / Maximilian Universitat di Monaco (Baviera). Ha frequentato corsi di tecniche dell'incisione alla Sommerakademie di Salisburgo, i corsi di calcografia e di litografia all'Istituto d'Arte di Urbino e corsi di tecniche sperimentali Goetz presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, corsi di pittura con Pierre Potet all'Accademie d'Eté a Nizza.

Nel 1974 è stata invitata quale rappresentante italiana per la grafica alla Biennale delle Livings Arts a Johannesburg ed è stata segnalata da Everardo della Noce sul Bolaffi n11 catalogo della Grafica Italiana. Ha collaborato per diversi anni come grafica alla collana scientifica della casa editrice "Vita e Pensiero" (Università Cattolica di Milano). Titolare di discipline artistiche per oltre vent'anni, si è occupata anche di design ed arredamento. Ha esposto con mostre personali nelle principali città italiane ed estere. (Comunicato stampa)




Patrizia Schoss - Albero - tecnica mista cm.36x26 1978 Patrizia Schoss
29 marzo (inaugurazione ore 19) - 18 aprile 2017
Sala Comunale d'Arte - Trieste

In mostra una trentina di opere su carta e tridimensionali che ripercorrono in una sorta di antologica la creatività della Schoss dal '77 a oggi.

Presentazione




Valente Taddei - Immaginesche - olio e china su carta cm.35x50 Valente Taddei: "Pesce d'aprile"
01 aprile (inaugurazione ore 17.30) - 29 aprile 2017
L'Artificio Arti Applicate - Lucca

Nello spazio diretto da Roberto Puccini sarà esposta una serie di recenti dipinti a olio e china su carta: sintetici lavori dal taglio narrativo, nei quali è raffigurato un minuscolo personaggio - inconfondibile protagonista delle opere di Taddei - che conduce una paradossale esistenza, sospesa in tempi e spazi indefiniti. L'artista propone una lettura metaforica della condizione umana, sdrammatizzando, con sottile ironia, il senso di vuoto e di caducità che l'individuo può provare di fronte al proprio destino.

Viareggino, classe 1964, Taddei ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive sia in Italia che all'estero. Ha realizzato illustrazioni per copertine di libri (per i tipi di: Mauro Baroni Editore, Viareggio; Giulio Einaudi Editore, Torino; Alberto Gaffi Editore, Roma) e cd musicali, per riviste (Notizie Lavazza, Cfr:), per siti Internet (www.einaudi.it). Nel 2008 ha illustrato con 10 tavole inedite il saggio Pandora, la prima donna di Jean-Pierre Vernant, pubblicato da Einaudi nella collana 'L' Arcipelago'. Ha realizzato il logo e il manifesto ufficiale dell'edizione 2013 di EuropaCinema, festival cinematografico internazionale con sede a Viareggio. La mostra, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con testo critico di Marco Del Monte. (Comunicato stampa)




Opera di Petros Efstathiadis nella mostra alla Galleria foto-forum di Bolzano Petros Efstathiadis - Mostra ambientata in Grecia nella Macedonia settentrionale Petros Efstathiadis
termina il 29 aprile 2017
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Liparo, Macedonia settentrionale, Grecia. Qui c'è un luogo in cui la terra per decenni ha prodotto pesche per i suoi abitanti, una terra ora travolta dal vento di una violenta crisi economica. E' il villaggio natio del fotografo Petros Efstathiadis, e da un decennio il set del suo lavoro. Qui, nella corte interna dei suoi genitori o dei vicini e nei campi circostanti, egli compone con cura minuziose mise-en-scène fatte di resti e oggetti inutilizzati. In questo caso le sue grandi ed effimere sculture divengono decorazioni di una corsa all'oro del XXI secolo.

Efstathiadis ci narra la storia di un uomo che, giunto al villaggio pochi mesi prima, è entrato nelle case promettendo agli abitanti l'accesso alla ricchezza: la loro terra era stata scelta per ospitare un nuovo gasdotto proveniente dall'Azerbaigian. Gli abitanti, compreso il padre del fotografo, hanno sottoscritto i contratti nella stessa corte interna. Con un movimento ellittico Petros Efstathiadis riporta in vita, su questo stesso terreno, le costruzioni e le macchine dell'epoca della corsa all'oro californiana. Vi si possono riconoscere alcune figure note, immagini iconiche di un'epoca di grandi attese e speranze disilluse - una chiesa che ricorda le fatiscenti facciate dell'Alabama di Walker Evans. E mentre va così sorgendo la tipica austerità dei pionieri, scopriamo qual è l'altra risorsa certa di questa terra: il teatrale e grandioso senso del fantastico di Efstathiadis. (Raphaelle Stopin)

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Liparo, nördlich von Mazedonien, Griechenland. Hier gibt es einen Ort, in dem das Land seinen Bewohnern seit Jahrzehnten Pfirsiche gebracht hat, ein Land, das jetzt durch den Wind einer heftigen Wirtschaftskrise weggefegt wurde. Das Dorf, in dem der Fotograf Petros Efstathiadis geboren wurde, ist seit einem Jahrzehnt das Setting für seine Arbeit. Dort, im Hinterhof seiner Eltern oder Nachbarn und in den umliegenden Feldern, komponiert er sorgfältig minutiöse Mise-en-Scène, gemacht aus Resten und vernachlässigten Waren. In dieser Zeit werden die großflächigen und kurzlebigen Skulpturen das Dekor für einen Goldrausch des 21. Jahrhunderts.

Er erzählt uns die Geschichte von dem Mann, der vor ein paar Monaten in das Dorf kam, in die Häuser eintrat und den Einheimischen ein Ticket zum Reichtum versprach: Ihr Land war gewählt worden, um eine neue Gaspipeline aus Aserbaidschan zu beherbergen. Die Dorfbewohner unterschrieben die Verträge, auch der Vater des Fotografen, im selben Hinterhof. In einer elliptischen Bewegung, bringt Petros Efstathiadis den Boden, die Gebäude und Maschinen aus der Zeit des kalifornischen Goldrauschs zurück. Man kann einige bekannte Figuren erkennen, ikonische Bilder aus einer Ära von großen Erwartungen und betrogenen Hoffnungen - eine Kirche, die an die baufälligen Alabama-Fassaden von Walker Evans erinnert. Und wenn hier die typische Pionier-Strenge entsteht, entdecken wir, welche andere Ressource das Land sicher hält: Efstathiadis theatralisches und herrliches Gespür für Fantasie. (Raphaelle Stopin)

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Liparo, North of Macedonia, Greece. This is a place where for decades the land has brought peaches to its inhabitants, a land that now has been swept away by the wind of a fierce economic crisis. For a decade now the village where photographer Petros Efstathiadis was born in, has been the setting of his work. There, in his parents' or neighbors' backyards, in the surrounding fields, he carefully composes minute mise-en-scènes, made with leftovers and disregarded goods. In this period, the large-scale and ephemeral sculptures set the decor for a 21st century gold rush.

He tells us the story of this man who stepped in the village a few months ago, entered the homes, promising the locals a ticket to wealth: their land had been elected to host a new gas pipeline from Azerbaijan. Villagers signed the contracts, including the photographer's father, in the same backyard. In an elliptic move of his, from this very soil, Petros Efstathiadis brings back building and machines from the time of the Californian gold rush. One can recognize some familiar figures, iconic pictures from an era of great expectations and deceived hopes - a church that reminds us of Walker Evans' Alabama decrepit façades. And if the typical pioneer austerity arises here, we discover which other resource the land surely hold: Efstathiadis theatrical and delightful sense of fantasy. (Raphaelle Stopin)




Opera dalla locandina della mostra di Robert Indiana Robert Indiana
08 aprile (inaugurazione ore 17.00) - 13 agosto 2017
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

L'esposizione - a cura di Rudy Chiappini - fa seguito alle ampie retrospettive promosse al MoMA, al Whitney Museum di New York e in altri grandi musei americani ed europei, ultimo dei quali in ordine di tempo, il Museo di Stato russo di San Pietroburgo, dove una sua mostra è stata organizzata la scorsa estate. Numerose tra le più significative opere di Indiana di quest'ultima rassegna saranno presentate, unitamente ad altri dipinti e sculture raramente esposti. La fama di Indiana è indubbiamente legata alla sua scultura "Love", icona inconfondibile della Pop Art, che si può ammirare in importanti luoghi pubblici di tutto il mondo. La mostra di Locarno, nell'ambito della quale il pubblico potrà ammirare le principali opere pittoriche e scultoree dell'artista americano, è frutto di una proficua collaborazione con la Galerie Gmurzynska di Zurigo e si configura come la prima personale di Indiana in un museo svizzero.

Attraverso circa sessanta opere la produzione dell'artista a partire dalla fine degli anni '50, quando si trasferisce nella "Grande Mela" in un loft nella zona portuale di Coenties Slip, dove l'incontro con i rappresentanti del movimento minimalista lo porta a una svolta stilistica, raccogliendo tutto il fascino di una pittura dalla vena geometrica, pulita, hard-edge. Accanto ai primi dipinti di natura astratta, il percorso espositivo presenta gli assemblaggi denominati "herms" realizzati con del materiale usurato (alberi di navi, assi di legno, metallo e ruote arrugginite), le colonne percorse da brevi iscrizioni, le sculture (la famosissima Love), fino alle recenti creazioni in cui i temi della sua ricerca sono tradotti in ideogrammi.

In passato in parte incompreso e ingiustamente dimenticato dalla critica, negli ultimi anni Indiana, con la sua complessità concettuale dell'arte, è stato al centro dell'attenzione di critici e storici dell'arte. Oggi gli si riconosce la capacità di avere esplorato i grandi temi dell'esistenza attraverso gli occhi della memoria, di avere espresso la propria comprensione personale delle aspirazioni e dei fallimenti associati al "sogno americano" e di essere stato un precursore nell'uso dei segni e del linguaggio ampiamente adoperato dagli artisti contemporanei. (Comunicato ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Matt Phillips - The Kingston Line - silica and pigment on linen cm.51x41 2017 Matt Phillips: Piano, Piano
06 aprile (inaugurazione ore 18.30) - 01 giugno 2017
Studio d'Arte Raffaelli - Trento
www.studioraffaelli.com

La pittura di Matt Phillips - artista, critico, e curatore americano - emerge lentamente, attraverso un delicato processo creativo che ricorda da vicino la dinamica musicale, in un crescendo di intensità velatura su velatura di colore. Visioni orfiche, in cui echeggiano da lontano alcuni pattern di Sonia Delaunay, prendono forma nel corpus di lavori realizzati per la mostra, una trentina di tele di medie e grandi dimensioni. I loro titoli suggeriscono intense narrazioni, che si dipanano lungo geometrie rigorose definite tuttavia "figurative" dall'artista stesso. L'immagine dipinta non riempie quasi mai totalmente la tela, ma cerca autonomamente il proprio spazio all'interno del supporto, che diventa puro margine. In ciascun'opera Matt Phillips individua un ritmo compositivo e una sorta di vibrazione ottica che siano in grado di aprire un portale tra artista e pubblico, creando un pieno oinvolgimento-riconoscimento. Accompagna l'esposizione un catalogo con un'intervista di Timothée Chaillou all'artista. (Comunicato stampa)




Opera di Irene Balia dalla mostra alla Apart spaziocritico di Vicenza nella presentazione pubblicata nella newslterr Kritik Irene Balia: Still (from) Life
termina il 30 aprile 2017
Apart spaziocritico - Vicenza
www.apartspaziocritico.com

Più di venti tele, dal piccolo al grande formato, andranno a ricostruire un ambiente domestico, un luogo intimista, statico, calmo. Una sensazione d'istante dilatato. Irene Balia (Iglesias, 1985) ci porta dentro la sua casa, dentro la sua cucina, dentro le sue finestre, dentro le sue terre sarde. I quadri si trasformano in fotogrammi, frammenti di una sfera personale ormai non più reale, distanti dalla dimensione del presente, irraggiungibili; imprendibili. Eppure l'artista li ricompone, li racchiude e socchiude con severe pennellate di colore, attraverso geometrie quasi ricamate, con colori acrilici forti e mai spenti, attraverso una dimensione d'immagine unica, totale; Irene Balia rinuncia alla prospettiva spaziale e costruisce un'a-dimensione emotiva, dall'atmosfera onirica e simbolica. Un'autobiografia pittorica fatta di persone, affetti, nature morte, ricordi e di casa. La casa dove si abita, o delle volte, quella che ci abita. (Comunicato stampa)




Carlo Belli - Città - pastelli a cera o tecnica mista cm.45x37 1949 Carlo Belli - I managers - collage cm.27x23 1938 Carlo Belli - Il mostro della scienza - tecnica mista cm.27.5x21 1966 Opera di Carlo Belli - pastelli a cera o tecnica mista cm.70x50 - nella mostra Tra Futurismo e Astrazione alla Galleria Cortina Arte di Milano Carlo Belli: Tra Futurismo e Astrazione
04 aprile (inaugurazione ore 18.30) - 06 maggio 2017
Galleria Cortina Arte - Milano
www.cortinaarte.it

Dopo la prima tappa alla Orenda Art International di Parigi, approda ora alla Cortina Arte di Milano questa mostra nata dalla collaborazione tra le due gallerie. Carlo Belli è stato un grande intellettuale italiano che ha visto sviluppare il suo ingegno tra letteratura, pittura, musica e filosofia. Il testo Kn pubblicato nel 1935 dalle edizioni del Milione è un vero e proprio manifesto dell'arte astratta dove per arte si intende l'espressione intellettuale e creativa dell'uomo, dalle Arti figurative, alla letteratura, alla musica. Amico di Kandinsky che gli riconosceva il merito della codificazione dell'astrazione intesa come visione globale del mondo e delle arti, frequenta in vita, oltre ai futuristi, i primi surrealisti cui lo legano i suoi primi cimenti pittorici.

Uomo di profonda cultura era caratterizzato da uno spirito "futurista" impetuoso ed energico nei suoi enunciati da non accettare compromessi ma da mettere invece in discussione e senza remore icone della musica e della pittura quali Beethoven e Picasso. Uomo "contro", vive sodalizi assai attivi con grandi italiani dell'arte contemporanea quali Fausto Melotti e Osvaldo Licini non tralasciando mai pensieri sì arditi da confutare i miti imperanti delle arti. La mostra - a cura di Veronica Riva e Stefano Cortina - presenta un'excursus della sua opera pittorica e sarà corredata da un catalogo pubblicato da Cortina Arte Edizioni di Milano in lingua italiana, francese e inglese. Con un testo di Veronica Riva. (Comunicato stampa)

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Ingrandimento immagine del dipinto Città, di Carlo Belli

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Giovanni Colombo: Geometrie dello sguardo
Galleria Cortina, 15 marzo - 01 aprile 2017
Presentazione

Franco Vasconi: Figura e Nuova Visione
Spazio Eventi di Palazzo Pirelli, termina il 14 aprile 2017
Presentazione

Maria Papa Rostkowska (1923-2008) - Le opere, gli amici, i luoghi
Galleria Virgilio Guidi - San Donato Milanese, 12 marzo - 30 aprile 2017
Presentazione

Roberto Crippa
Sala Lucio Fontana - Comabbio (Varese), termina lo 09 aprile 2017
Presentazione




Immagine di presentazione della mostra Bijoy Jain, George Sowden, Chung Eun Mo 1+1+1 Bijoy Jain + George Sowden + Chung Eun Mo: 1+1+1
27 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 26 maggio 2017
Assab One - Milano

Un trittico di mostre: tre autori - un architetto, un designer e una pittrice - hanno accolto l'invito ad abitare insieme i vasti spazi di Assab One, che sono stati in parte rinnovati per l'occasione. Ognuno di loro ha deciso di intervenire con lavori inediti che insistono sulla prossimità tra arte, architettura e design. Nelle tre mostre infatti arte, architettura e design si annullano in favore di una ricerca espressiva che non si deposita sul terreno già battuto dalle professioni dei tre autori. Pur rimanendo il punto di partenza, lo statuto delle loro discipline è decostruito e messo alla prova.

Bijoy Jain, un architetto, abita lo spazio con una pluralità di interventi che vanno dalla pittura alla scultura, applicando all'arte i metodi di ricerca e i processi di produzione che hanno caratterizzato l'attività di Studio Mumbai. Il titolo della mostra è Water, Air, Light. George Sowden, un designer - uno dei fondatori di Memphis - utilizza elementi della sua produzione industriale e li trasforma in un proprio vocabolario per comporre una serie di imponenti installazioni. Il titolo della mostra è The Heart of the Matter. Chung Eun Mo, una pittrice, usa lo spazio come una grande tabula rasa e fa risuonare nell'architettura il suo linguaggio. Il titolo della mostra è Shapes and Shades. (Comunicato stampa)

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1+1+1 is a triptych of exhibitions: three authors - an architect, a designer and a painter - have accepted the invitation to share the vast Assab One spaces, partly renovated for the event. Each of them has chosen to produce new work for the occasion confirming the connection between art, architecture and design. Their work is accommodated in different, yet adjoining, environments that promote a shared, energetic and open interaction that investigates and experiments with the blending of languages and the overlaying of meanings.

Bijoy Jain, architect, inhabits the space with multiple interventions that renge from painting to scultpure, applying the art methods of methods of research and production processes that characterise the activity of Studio Mumbai. The title of his exhibition is Water,Air,Light. George Sowden, designer - one of the founders of Memphis - uses elements of his industrial productions and transform them into a personal vocabulary to create a series of impressive installation. The title of his exhibition is The Heart of the Matter. Chung Eun Mo, painter, uses the space as a large blank canvas making her own personal language resonate in architecture.The title of her exhibition is Shapes and Shades. (Press release)




Opera di Paolo Sistilli dalla mostra Tezera alla Galleria Immaginaria di Firenze nella presentazione pubblicata nella newsletter Kritik di Ninni Radicini Paolo Sistilli: "Tezera"
termina lo 06 aprile 2017
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

L'opera di Paolo Sistilli fa parlare di sé, anche nel senso piú letterale del termine. Dal 2005, l'artista lavora ad una serie di quadri denominata Alfabeto Immaginario. La base di ogni lingua è l'ABC, l'insieme di segni di una lingua in un determinato ordine. Il Sistilliano, la lingua personale dell'individuo ne è il fondamento. Immaginario sta per virtuale, per ciò che viene realizzato attraverso il pensiero. Non c'è nessuno strumento disponibile, attraverso il quale questi geroglifici, segni misteriosi, indecifrati, decodificati o espressi diversamente, possano essere letti e capiti.

Non esiste dizionario, grammatica e sintassi. Eppure queste figure evocano numerose associazioni, per esempio per il formato, le forme chiuse e aperte, il molto o poco volume e il chiaro e lo scuro. Stampati a tinte forti, sottolineati o provvisti di accento, c'è di tutto. Alcune tele sono particolarmente musicali. La pennellata del pittore suona come le note trascritte da un compositore. Le opere di questa serie, esprimono determinati umori, che variano dalla semplicità, dalla modestia e dalla riflessione ad un grido di liberazione.

L'argomento dell'Alfabeto Immaginario di Paolo è la comunicazione non verbale. La gente lascia sui muri dichiarazioni amorose o espressioni volgari, muniscono le pareti di manifesti per le rappresentazioni di opera o di partite sportive. Alla fine queste comunicazioni vengono portate via dalla pioggia e dal vento, oppure scompaiono perchè nuove immagini e testi vengono sovrapposti. Ciò che rimane sono spesso frammenti, chevengono sciolti dal loro originario contesto. Paolo Sistilli rende omaggio al concetto che le parole nel corso del tempo in gran parte hanno perso. E questo accade perchè le persone le hanno consumate, distrutte, indebolite, usandole in modo eccessivo e quotidiano.

L'uomo contemporaneo ha fatto di loro dei vuoti involucri, pertanto la lingua deve subire un totale processo di rinnovamento, riacquistando contenuto, sostanza, colore e suono. L'artista spezza le parole in parti (distruzione, frantumazione, rottura) per ricostruirle quindi, secondo la propria visione (liberazione, intesa come scioglimento dalle pastoie della convenzione verbale e dalla mancanza di significato). L'homo sapiens del XXI secolo deve imparare di nuovo a dominare la lingua e l'artista lo aiuta con la propria arte che si fa strumento didattico. I dipinti e le sculture di Paolo Sistilli vengono come un pugno pesante su una liscia superficie. E per un poco si getta uno sguardo nella profondità incommensurabile. E poi, lentamente, torna la pace. (Dick Adelaar, critico e storico dell'arte)




Agostino Perrini - Sensi Rampicanti - tecnica mista su cartone cm.70x100 2015 Agostino Perrini: Anche nei luoghi dove non siamo
termina lo 03 maggio 2017
Studio Tommaseo - Trieste
www.triestecontemporanea.it

Dopo l'importante retrospettiva alla Galleria Civica Cavour di Padova la selezione delle opere triestine dell'artista mette a tema centrale il desiderio rinnovato di contatto con la natura che Perrini esplora attraverso l'immaginario di incantati e magnifici erbari. Soprattutto le carte che saranno esposte restituiscono straordinari erbari, inventati nella materia della carta stessa, con le inclusioni vegetali lavorate assieme alla cellulosa. Queste opere così diventano luogo dell'anima, dove i fiori della memoria sono il mezzo tramite cui l'artista traccia il proprio segno poetico.

All'inaugurazione Fulvio Dell'Agnese (storico e critico dell'arte), Dino Marangon (storico dell'arte) e Paolo Marcolongo (artista e curatore) dialogheranno con il pubblico raccontando il mondo e i modi della densa produzione artistica di Agostino Perrini, che a Trieste è stato molte volte nel corso della sua carriera artistica, chiamato ad esporre allo Studio Tommaseo fin dagli inizi degli anni Ottanta, periodo al quale risale la sua partecipazione al collettivo artistico "Notte Artificiale" basato a Venezia e formato da Maurizio Pellegrin, Agostino Perrini, Marco Nereo Rotelli e Paolo Sandano. Il titolo della mostra si ispira ad una poesia del poeta bresciano Massimo Migliorati che, amico dell'artista, ha dedicato all'opera Dove non siamo (che sarà in mostra) un emblematico brano poetico discusso direttamente con Perrini.

Agostino Perrini (1955-2016) si diploma nel 1977 all'Accademia di Belle Arti di Venezia con il maestro spazialista Edmondo Bacci. Nei primi anni ottanta intraprende un rapporto di collaborazione con i critici Claudio Cerritelli e Dino Marangon. Negli anni '90 partecipa a "L'Aura", spazio autogestito per l'arte contemporanea a Brescia, mentre dal 2000 collabora come illustratore e grafico per alcuni studi creativi. (Comunicato stampa Trieste Contemporanea)




Opera di Luciano Bartolini Luciano Bartolini: Soffi
termina lo 07 maggio 2017
Galleria Gentili - Firenze
www.galleriagentili.it

La città di Firenze, intesa come Kunstbegriff, era il suo punto di riferimento; il mondo era la sua casa. A partire dai primi anni Settanta, frequenti sono i suoi viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal e nell'India del Nord. Ed è proprio in quegli anni che Luciano Bartolini (Fiesole, 1948 - Milano, 1994) realizza le sue prime opere: incolla kleenex su carta da pacchi, unisce tra loro carte paglia di diverse trame, stende pennellate di vinavil su superfici di carta ruvida. Nei Kleenex, realizzati a partire dal 1973, i pezzi di carta morbida, bianca e mai perfettamente liscia, vengono per lo più disposti secondo un ordine ortogonale realizzando così una superficie su cui la luce crea sottili rilievi d'ombra.

Nelle Carte Paglia, realizzate tre anni più tardi, le immagini scaturiscono dal modo in cui la carta viene trattata, dalle torsioni a cui viene sottoposta, dalle composizioni a scacchiera dei pezzi che, grazie alle diverse trame, presentano una singolare varietà di tonalità cromatiche. Per certi aspetti, Bartolini riprende qu l'idea figurativa di Piero Manzoni e dei suoi Achromes, ma la conoscenza e la comprensione dell'opera dei minimalisti americani, che proprio in quel periodo cominciava a fare la sua comparsa, lo portano a nuovi e originali risultati.

Alla fine degli anni Settanta Bartolini approda a Delos, Santorini, Creta, ed è lì che, sedotto dal mito d'Arianna, inizia una serie di lavori che avranno il labirinto come tema centrale delle sue opere. Nel 1981 è la volta del Monte Athos. Ispirato dal simandron, strumento di richiamo alla preghiera utilizzato nei monasteri, realizza la serie dei Klang. Dal confronto con i miti greci i suoi quadri assorbono un ridotto simbolismo. Da ombre e frammenti di sogno, le sue opere traggono ora i simboli di un linguaggio di forme: una danzatrice, il simandron, frammenti di lettere dell'alfabeto, etc. Il colore, fatto da smalti brillanti e foglia d'oro, cerca di imporsi sul tono di fondo.

Nel 1983, un lungo soggiorno a Berlino e una mostra monografica alla Nationalgalerie, lo avvicinano al romanticismo tedesco, la cui influenza si manifesta, non da ultimo, nei titoli delle opere Bäume und Bäumchen del 1988 e Emblematische Blumen del 1990. Nelle sue ultime opere, Bartolini ha lasciato una summa del suo immaginario, un testamento personale e artistico in forma di piccoli dittici. I simboli appaiono ora come dilavati o sbiaditi dall'azione del vento e degli agenti atmosferici. Il fondo pittorico è di solida materialità, ma al contempo appare estremamente fragile. La metodica chiarezza dei primi lavori fa posto a opere che sembrano penetrare la potenza del sentimento, le improvvise emozioni del racconto. Anche in considerazione del destino personale di Luciano Bartolini, è lecito qui pensare alle parole di T.S.Eliot tratte da The Waste Land: "All these fragments I have shored against my ruins". (Testo di Helmut Friedel)

«Mantenere l'anima aperta all'influsso dell'infinito» (L.B.)

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The city of Florence was his Kunstbegriff, or paradigm of art, and the world was his home. From the start of the 1970s, he made frequent trips to the Far East, especially to Nepal and northern India. Those were the years when Luciano Bartolini made his first works of art: he glued Kleenex to brown paper, joined different types of parchment paper together, laid brushstrokes of Vinavil glue on coarse paper. In the Kleenex series, begun in 1973, the pieces of soft white paper were never really smoothed out. They were most often positioned orthogonally, creating a surface where light created subtle shadows in relief.

In the Parchment paper series, the images depend on how the paper was treated: twisted, or checkerboard compositions of squares of different textures that presented a singular variety of chromatic tones. In a certain sense, Bartolini was exploring the figurative idea of Piero Manzoni and his Achromes, but his acquaintance with and comprehension of the work of American minimalists, just emerging at that time, led him to new and original results. At the end of the 1970s, Bartolini landed on Delos, Santorini and Crete. It was there that, seduced by the myth of Ariadne, he began a series of works focusing on the labyrinth as the central theme. In 1981, he went to Mount Athos.

Inspired by the simandron, the instrument used in the monasteries to call the monks to prayer, he produced his Klang series. His works absorbed a reduced symbolism from the confrontation with the Greek myths. From shadows and oneiric fragments, his works now depicted the symbols of a language of forms: a dancer, a simandron, fragments of the letters of the alphabet, etc. Colour, in the form of brilliant enamels and gold leaf, attempted to overcome the background tone. In 1983, a longer stay in Berlin and a monographic exhibition at the Nationalgalerie brought him closer to German Romanticism. Evidence of this influence can be seen in his work, for example Bäume und Bäumchen (Trees and little trees), 1988, and Emblematische Blumen (Emblematic flowers), 1990.

In his last works, Bartolini left the summa of his visual concepts, a personal and artistic testament in the form of small diptychs. The symbols now appear eroded and faded by the wind and the weather. The painted base is materially sound, but appears to be very fragile. The methodical clarity of his first works has been replaced by works that delve into the power of sentiment, the unexpected emotions of a story. Considering the personal destiny Luciano Bartolini, it is appropriate to reflect on the words of T.S. Eliot in The Waste Land: "All these fragments I have shored against my ruins." (Text Helmut Friedel)

«Leave your spirit open to the influence of infinity.» (L.B.)




Massimo Campi- Ponte Sisto - olio su tela cm.30x46 2017 Massimo Campi - olio su tela, cm.75x75 2014 Massimo Campi - Silos - olio su tela cm.30x65 2008 Massimo Campi: Il peso del bianco
architetture, figure


termina l'11 aprile 2017
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La mostra, a cura di Aldo Gerbino, raccoglie trentadue oli di grande, medio e piccolo formato, realizzati tra il 2007 e il 2017 dal pittore romano. Il racconto di Campi si dipana tra scene di vita metropolitana, scorci urbani e umanità in transito: una sorta di elogio del quotidiano. Il tutto avviene, diviene e si compie in una Roma, musa ispiratrice di tutta la ricerca pittorica del nostro autore, lontana dalla sua veste monumentale di Città Eterna. Campi privilegia piuttosto le periferie, i sottopassi, gli agglomerati industriali, i parcheggi. E anche quando in tale universo contemporaneo echeggia il particolare o lo scorcio di un monumento, questi divengono quasi dettagli, rispetto al soggetto predominante: la città contaminata dal nostro tempo, invasa dalle automobili, dalla segnaletica e dal caos. Massimo Campi (Roma, 1952), da sempre impegnato nella pittura di figurazione, fin dalle prime mostre alla fine degli anni Ottanta, sulle sue tele ha raccontato i luoghi della Capitale e la sua gente.

«Nulla sembrerebbe esser più penoso del bianco, almeno nella misura in cui è stato percepito dalla drammatica anima di un Lorca, oppure conscio della vita, come accade negli affioramenti della memoria, con l'apparizione d'incontrastate, non cancellabili, immagini floreali o voli d'uccelli dalle piume corrusche che abitano molti degli olî di Filippo de Pisis. E, per altro, cosa potrebbe esserci di più abbagliante e allo stesso tempo inquietante, se non il metafisico biancore di quel marmo che fu sostanza dei templi, tanto da consentire anche una narrazione del luttuoso e del vivido che risiede in ogni umana esistenza?

Presagi riscontrabili nel Mondo dorico di Gottfried Benn, quando si accenna alla confezione d'arte per "mano dei Greci" che esiste (insiste) prepotentemente nello spazio fisico e - aggiungeremmo - psichico, mostrato, ancor oggi, nella rappresentazione di oggetti rappresi sotto la coltre d'una esuberante quanto necessaria sorgente luminosa. Fonte capace di far apparire, al controverso poeta tedesco autore di Morgue und andere Gedichte, la stessa Atene quale civiltà concretata, perfusa nel e del suo "biancore spettrale"; essa: luce immacolata, diafana, viene, forse proprio per questo, offerta nella misura di deflagrante prototipo della bellezza nella quale far convergere ogni colore, ogni possibile riverbero.

In tale leuco-densità si muovono dunque le figure di Massimo Campi, e, con esse, oscillano in sincronia spazi ed architetture, motivi di città - soprattutto Roma - attraverso il fulgore dell'avvertita ampiezza marmorea consistentemente proiettata nel labirinto dei tumori cementizi collocati a perniciosa usura del nostro tessuto urbano. Figure, come quella esposta nell'opera Da sola, capace di riportarci, pur nella divergenza estetica, a quell'acquaforte di Ugo Attardi, Sola, nella quale vi appare concentrato tutto il disagio della solitudine, inquieta avrebbe aggiunto il poeta di Portonaccio, Elio Filippo Accrocca. In Campi, pur divaricato dalla nera oppressione dei solchi prodotti dall'acido, e distante da ogni lacerato espressionismo nutrito da intime ferite, non c'è comunque sottrazione al lucido infierire della realtà, piuttosto un avvertirsi, senza protezione d'oscurità, inermi e quindi consapevolmente sottomettersi all'urto del bianco accecante. (...)» (Estratto da Il peso del bianco. Epifanie, di Aldo Gerbino, Palermo, febbraio 2017)




Marilisa Cosello: "Matrimonio"
termina il 22 aprile 2017
VisionQuesT 4rosso - Genova
www.visionquest.it

Le foto di matrimonio sono sempre luminose, scattata alla luce, con il flash. Più luminosa è l'immagine, più luminoso sarà il futuro. Per un attimo, l'attimo della foto, esiste la prova di cosa accadrà, di felicità presente e futura, chela vita sarà dolce, e insieme. "Matrimonio" è il futuro sconosciuto. E' la celebrazione dell'incertezza nella forma del matrimonio, un giorno speciale in cui speriamo di conoscere il nostro futuro. Marilisa Cosello ha realizzato questo progetto durante una residenza artistica in Finlandia, circondata dal buio per venti ore al giorno. Queste nuove memorie rappresentano la bellezza dell'illusione umana, che continuamente si confronta con il mistero dello sconosciuto e dell'invisibile.

Scrive Xavier Canonne, Direttore del Musée de la Photographie di Charleroi: "La fotografia di matrimonio ha i suoi codici, i suoi riti. Comune, chiesa, bouquet, spumante, torta e buffet sono tra le tappe che vanno rispettate lungo la via della felicità, la quale si adorna di scenari, lungomari al tramonto o malinconiche rovine, un futuro dall'orizzonte crepuscolare. Ogni sequenza va immortalata in fotografia affinché quegli istanti rimangano incisi nella memoria come lo sono i nomi all'interno delle fedi scambiate. Come le posate d'argento regalate alle nozze? Il metallo sul quale s'incidevano le prime fotografie?

Il giorno più bello della vita, quello che vorremmo fosse così, festoso e luminoso, scivola tuttavia pian piano nell'ombra del tracollo quotidiano. Ricordi e fotografie sbiadiscono mentre languisce l'amore. Crudele alchimia che vede l'oro diventare piombo, il vestito da sposa spegnersi come scema la luce dell'abat-jour. Ciò che quindi si dibatte alla superficie dell'immagina rileva dell'annegamento, del fantasma galleggiante. Quale dei due dopo il divorzio si terrà quelle fotografie all'improvviso diventate estranee? Quello che va via, quello che rimane, quello che ama ancora? La fotografia di divorzio va ancora inventata.

Marilisa Cosello ha deciso da alcuni anni di questionare l'archivio fotografico: quello dapprima della sua stessa cronaca famigliare in cui affiorano i misteri e i dubbi per chi sa leggere le estati sulle spiagge dell'Adriatico o i compleanni nel giardino. Matrimonio, sono gli archivi altrui, raccolti durante un viaggio all'estero, riprodotti e rilavorati per dare loro una nuova lettura, negando alla fotografia qualunque carattere definitivo. Lontane dal cedere alla tentazione della caccia all'immagine vernacolare molto di moda oggi nel mondo della fotografia, queste fotografie costituiscono il materiale di una riflessione sul destino della donna, gli stereotipi ai quali tutto la costringe o la conduce.

Il documento qui svanisce di fronte alla dimostrazione: lei le scatta di nuovo; le sovraespone, le interpreta e le riprende come uno spettacolo la cui ricreazione consegnerebbe il proprio senso, opponendo alla certezza dell'immagine la precarietà del suo destino. L'esistenza di quelli che un tempo ci vennero impressi, dei quali non conosceremo nulla se non quell'apparenza che svanisce, tradirà forse l'immagine, abbandonandola senza rimpianti. Eppure niente stride, non c'è disperazione nel percorso di Marilisa Cosello, nessuna lezione da infliggere. Rimane solo la constatazione flagrante della caducità."

Marilisa Cosello (Salerno, 1978), si sposta in Inghilterra per studiare Arte (Sevenoaks School, UK), Laurea in Storia del Cinema (Milano), Master in Fotografia allo IED Milano, Masterclass alla Noorderlicht school e 24The Workshop, studia con Francois Cheval, Isabel Munoz, Michelle Philippot, JC Bourcart. Partecipa ai Workshops con Antoine D'Agata, Anders Petersen, Michael Ackerman, Christan Caujolle, Davide Monteleone, Erik Kessels. E' stata assistente fotografa al TPW per Arno Minkinen and Paul Elledge. Lavora per 5 anni come fotografa di news a Milano, pubblicando sui maggiori magazine e riviste nazionali.

Dopo essersi resa conto che la realtà non esiste, passa ad una fotografia concettuale e di ricerca. Vince il Primo Premio Fotografia Europea 2016, al Lugano Photo Festval 2016. E' finalista a Braga Emergentes Descubrimientos 2016, PhotoEspagna 2016, Honorable Mention Berlin PhotoFestival 2014, tra le altre mostra alla Mediterranean Biennal of Art in Sarajevo, Copenhagen PhotoFestival 2014, Fotografia Europea Off 2016, MilanoPhoto Festival 2016, MIA Photofair 2017. La sua pratica d'artista si concentra sugli archetipi, le relazioni e la decostruzione dell'immagine. (Comunicato stampa)




Opera di Mary Bauermeister nella locandina della mostra alla Studio Gariboldi di Milano Mary Bauermeister: 1+1=3
29 marzo - 31 maggio 2017
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Mary Bauermeister (Francoforte sul Meno, 1934) irrompe sulla scena artistica agli inizi degli anni Sessanta con una serie di mostre sia in Europa sia negli Stati Uniti. Nel suo studio a Colonia, l'Atelier Mary Bauermeister, avvengono mostre, happening, letture e concerti di musica sperimentale, grazie all'incontro di artisti, musicisti, scrittori e poeti di primo piano, tra i quali Nam June Paik, John Cage, Merce Cunningam, Otto Piene, Ben Patterson. Sarà lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1962 a ospitare la prima mostra personale dell'artista. Nello stesso anno, ispirata dai lavori di Robert Rauschenberg e Jasper Johns, Bauermeister si trasferisce a New York assieme a Karlheinz Stockhausen, che sposerà nel 1967.

Ottiene subito un grande successo, affermandosi sul mercato americano. Alcuni importanti musei come Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim, Brooklyn Museum, Whitney Museum di New York e Hirshorn Museum di Washington aggiungono i suoi lavori alle loro collezioni. Durante il periodo newyorkese Mary Bauermeister realizza la maggior parte delle suelens boxes (alcune delle quali vengono esposte in questa mostra). Sono opere distintive della sua oeuvre, recipienti di idee, citazioni, disegni e oggetti trasfigurati dalla presenza delle lenti, che diventano delle porte verso una dimensione immaginaria ma anche tangibile.

Bauermeister interpreta la vita circoscrivendola nella multidimensionalità della box (scatola), che in questo caso diventa una thinking-case, con le tracce dei suoi pensieri, sia scritti che disegnati, velati e scombinati da diversi strati di vetro. Agli inizi degli anni Settanta, l'artista ritorna in Europa, a Colonia, dove si stabilisce definitivamente. Il lavoro di Mary Bauermeister si lega profondamente alla natura, alla musica e al cosmo. La continua contrapposizione di elementi come maschile e femminile, esterno e interno, destra e sinistra, introverso e estroverso, artificiale e naturale, ma soprattutto l'incontro tra la realtà e l'illusione, convenzionalmente percepite agli antipodi, puntano ad attivare nello spettatore un gioioso processo mentale, che lo fa precipitare in orizzonti di infinite soluzioni, dove 1+1 può essere anche uguale a 3. (Comunicato stampa)

«Non mi piacciono le affermazioni incontrovertibili, non mi piacciono i dogmi, ecco perché il mio slogan artistico è 1+1=3. Le cose non sono solamente come noi pensiamo che siano, ma hanno una grande varietà di risposte.» (Mary Bauermeister)




Locandina della mostra Traiettorie Policrome, di Paolo Ghilardi Paolo Ghilardi: Traiettorie Policrome
termina il 30 giugno 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Prima personale a Bologna di Paolo Ghilardi (Bagnatica, 1930 - Bergamo, 2014), a cura di Alberto Mattia Martini. Una selezione di opere e installazioni rese disponibili dalla Famiglia dell'Artista e dall'Archivio Paolo Ghilardi di Milano. Nelle varie sale della galleria sono presentate grandi opere di Paolo Ghilardi su tela dei primi anni '70, installazioni in metallo e tessuto, in plexiglas e vetro con all'interno fogli colorati trasparenti e diversi papier collage degli anni '90, che accompagnano una sua grande installazione ambientale, presentata per la prima volta alla Galleria Lorenzelli di Bergamo nel 1976, che occupa interamente la prima sala della galleria, composta da decine di lamine colorate in metallo leggero applicate alle pareti e a pavimento, che avvolgono il visitatore facendolo letteralmente "entrare" nella sua opera.

La ricerca artistica di Paolo Ghilardi è iniziata con l'espressività figurativa, poi si è via, via, sviluppata nelle geometrie, nel quadrato, nelle linee, nella semplificazione del linguaggio pittorico, inteso come sintesi, essenzialità dell'elemento, non per questo priva di contenuti ed emozioni generate in particolar modo dall'uso del colore. Un'espressività, quella di Ghilardi, sempre rigorosa, precisa, minimale, talvolta rigida, ma al contempo spontanea, emozionale e con un'ampia apertura alla dimensione della pura fantasia. Un'arte "percettiva" e aniconica, ma che stimola anche una dimensione intima, un'energia che interagisce tra spazio e tempo.

Il suo è un movimento perenne, che lo ha portato nel 1976 a spostare la sua ricerca dalla superficie della tela alla parete, e quindi allo spazio inteso come ambiente, ad una dimensione installativa che analizza la struttura e la geometria come indagine e ridefinizione interna del luogo, non solo espositivo, ma anche come spazio architettonico ricostruito attraverso varie traiettorie di colore. Aspetto questo della sua ricerca molto caro a Ghilardi e che lo porterà ad approfondire questa indagine fino alla sua recente scomparsa.

Paolo Ghilardi studia all'Istituto Tecnico Industriale e dagli anni Cinquanta lavora come disegnatore meccanico indipendente per la Dalmine e per l'Innocenti. Nel frattempo frequenta i corsi serali di Achille Funi, allora direttore dell'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo approfondendo e completando la sua formazione artistica. Degli otto fratelli, Giuseppe, il più grande, è diplomato in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e trasmette a Paolo la passione per la musica. Debutta sulla scena artistica lombarda dalla fine degli anni Quaranta, con la partecipazione a premi e a mostre collettive, dedicandosi con impegno all'attività espositiva. Nel 1967 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Mainieri di Milano.

L'anno successivo inizia a insegnare "Discipline pittoriche" al Liceo Artistico Statale di Bergamo, incarico che mantiene fino al 1986. Nel 1969 a Calice Ligure conosce i galleristi Remo Pastori e Maria Cernuschi Ghiringhelli con i quali stabilisce un lungo rapporto di amicizia. In questo ambiente ha la possibilità di incontrare numerosi artisti tra cui Carlo Nangeroni, Mauro Reggiani, Jean-Michel Folon, Jean Leppien ed Emilio Scanavino, per il quale progetterà la cappella funeraria nel cimitero di Calice Ligure. I suoi esordi si caratterizzano per l'adozione di un linguaggio figurativo sempre molto aggiornato, ma in seguito i suoi orizzonti si aprono alle ricerche sulla geometria, sulla struttura delle forme e sui valori cromatici; ne deriva un interesse sempre più consapevole verso l'astrattismo.

Insieme all'amico Alberto Zilocchi, alla metà degli anni Settanta partecipa agli incontri promossi dal Centro Internazionale di Studi d'Arte Costruttiva di Anversa-Bonn. A partire dal 1976 la sua ricerca sconfina oltre la semplice superficie della tela e Ghilardi si "appropria" di interi ambienti che, grazie ai suoi interventi si modificano totalmente, diventando essi stessi parti integranti dell'opera d'arte. Dal 1977 al 1980 insegna "Teoria del colore e Pittura" all'Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo. Nel 1980 realizza la prima grande scultura in vetro, "Atma, inerente il progetto di sistemazione del cimitero di Stezzano che susciterà non poche polemiche per la modernità di concezione.

Nel corso degli anni Ottanta, su incarico del Comune di Bergamo, si occupa del decoro urbano del centro storico realizzando notevoli recuperi; gli è affidato inoltre il ruolo di consulente per il "piano del colore" della città. Nel 1988 progetta la riqualificazione di piazza Libertà, del piazzale della Chiesa e dell'Auditorium del comune di Stezzano, dove Ghilardi risiede. Negli anni Novanta sperimenta l'assemblaggio di ferro, plexiglas, tessuto, in una originale ridefinizione dei confini tra quadro e scultura. Gli ultimi anni sono dedicati alla pratica del papier coupé e del collage sotto plexiglas che Ghilardi sviluppa prevalentemente in opere di medio e piccolo formato. (Comunicato stampa)




Il Grande Astratto e il Grande Reale nella pittura di Filippo Maggiore Opera di Filippo Maggiore dalla mostra Il Paesaggio Immaginario alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Filippo Maggiore - pittore siciliano originario di Catania - dipinto in mostra a Mantova Filippo Maggiore. "Il Paesaggio" Immaginario
termina lo 06 aprile 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Per la prima volta a Mantova si potranno ammirare i dipinti del Maestro Filippo Maggiore. La mostra ha il patrocinio del Comune di Mantova. «Non bisogna accontentarsi della prima impressione davanti ai paesaggi di Filippo Maggiore. Occorre osservarli con diligenza, passando dall'immediata sensazione di piacevolezza alla valutazione della composizione d'insieme e dei particolari: coglierne la segreta armonia, la felice sinergia di disegno e colore, l'ordinata disposizione delle parti entro le quinte scenografiche degli alberi. Solo così è possibile accedere nel "mondo segreto" dell'artista, cogliere nella scena una singolare "patria dell'anima" il racconto di un'esperienza, nella difficile intesa tra ragione e sentimento e nel segno della Bellezza. Non si tratta di stereotipi di "bel paesaggio" o di esemplari di fotoverismo.

Paesaggi, certo. Tutta la storia dell'arte è cadenzata dalla storia di questo "genere"; da quando si sviluppa in forma autonoma, nel primo quarto del Cinquecento, fino al XX secolo. Secolo in cui sembra che la pittura di paesaggio, in grande auge sino all'Ottocento con la pratica dell'en plein air, sia respinta dall'incalzare della civiltà industriale e tecnologica, che della visione di natura ha profondamente cambiato i connotati. Ma il gusto del paesaggio, cacciato dalla finestra, rientra ancora una volta dalla porta nella cultura visiva. Via via si perviene ad un linguaggio sintetico e moderno, che del paesaggio scruta l'essenza.

E si coglie infine, nella seconda metà del Novecento, la nuova complessità del rapporto arte/paesaggio e più ampiamente arte/natura, in cui agiscono valenze sociali, ecologiche, mitico-letterarie, spirituali, etnologiche... I paesaggi da fiaba, da cartoon disneyano di Filippo Maggiore sono fatti più di memoria che di "citazioni"; anche se le componenti culturali riscontrabili nel lavoro di questo artista autodidatta sono molteplici e complesse, vengono in mente le "favole" del Beato Angelico, la Venezia da sogno delle "Storie di Sant'Orsola" del Carpaccio, le fantasie su rame di Poul Bril. E poi le visioni del "doganiera" Rousseau, i colori dell'emozione di Matisse, il "ritmo" dei paesaggi all'Estaque di Cezanne e Braque... Maggiore può essere annoverato tra i visionari del paesaggio, tra i pittori degli Eden perduti. La sua è una "visione da lontano" che fissa il flusso inarrestabile del tempo in una visione di eternità e di assoluta bellezza. Il paesaggio è come trasfigurato, e da "genere" illustrativo passa alla profondità dell'evocazione.

A modo suo Maggiore, come i pittori metafisici, concepisce una natura silente, anche se solare, emblema del tempo salificato. E come i Surrealisti gioca all'ambiguità del "vero-falso". Si avverte in questi paesaggi coloratissimi ma raggelati, chiari e armonici, il peso dell'illusione, poiché non nascono da uno sguardo diretto dal vero. Sono "composizioni" di alberi, prati, cielo, mare, fiori: comunicano una sorta di beatitudine visiva, improvvisa e misteriosa, nonostante la riconducibilità iconografica. Il valore timbrico del colore - emotivo, evocativo - si coniuga con il forte senso della composizione, della modulazione di zone cromatiche, nei rapporti lineari, proporzioni, disposizione di pieni e vuoti. Il quadro nasce dall'emozione o dalla memoria di uno spettacolo della natura, ma diventa sistema e struttura di "segni", ciascuno dei quali è "necessario" nell'ambito di questo sistema.

La tela è il campo entro cui si stabiliscono relazioni, si attiva una struttura della visione: si realizza così un'armonia analoga a quella di una composizione musicale. L'assoluta bidimensionalità dell'opera (che ignora, perciò, qualsiasi "realismo" dell'immagine) ne è coerente conseguenza. Non è estranea a questi esiti pittorici la pratica di Maggiore con il linguaggio della grafica pubblicitaria, in cui i valori lineari e cromatici, assenza di chiaroscuro e nettezza dei contorni determinano una riduzione alla superficie dell'immagine. Il quadro diventa struttura, costruzione autonoma, che assume la natura come pretesto di ispirazione. Anzi, la natura stessa è intesa come architettura perfetta: l'artista opera su di essa una sorta di "contemplazione strutturale" che tuttavia non l'ha portato né mai lo porterà agli esiti cui, partendo dalle stesse premesse, è giunto Mondrian.

L'effetto è di smaterializzazione, di trasparenza, le cose sono sottratte alla concretezza per essere bloccate in una sorta di metafisica fissità e stupore. Da qui deriva quel senso di astrazione o di "iperrealismo irreale" della pittura di Filippo Maggiore. Il Grande Astratto e il Grande Reale, le due strade dell'arte contemporanea teorizzata da Kandiskij, sono qui coincidenti. Nostalgia di un mondo non più reale, utopia di un'armonia uomo-natura, allarme ecologico: questo e altro nella pittura di questo artista. Una sorta di archeologia dello sguardo, di memoria incantata affida all'immagine dipinta un valore effimero di paesaggio, ma duraturo, eterno. Quello di Maggiore è un autentico atto di fede nella pittura, come possibilità di esprimere la nostalgia di una Bellezza che, forse, può essere recuperata.» (Il Paesaggio Immaginario, di Marina Pizzarelli)

Filippo Maggiore (Catania, 1929) dimostra presto attitudine per il disegno e frequenta la bottega di un pittore copista. Le ristrettezze post-belliche lo inducono a dipingere per aiutare la famiglia. Ben presto sente la necessità di esplorare il mondo dell'arte visitando musei e mostre. Nel '57 il suo incontro con l'avanguardia in una grande mostra a Roma, sente il fascino dell'astratto ed esplora nuovi linguaggi espressivi riscuotendo consensi di critica. Nel '59 si trasferisce a Milano, lavora in una impresa pubblicitaria e di notte dipinge. Dal cromatismo formale passa al monocromo materico dell'informale che approfondisce con grande successo e riscontro di mercato.

Ma il suo mondo interiore è fatto di luce e di colori ed il soggiorno in Sicilia del '66 risveglia in lui il fascino della natura a lungo sopito nel grigiore metropolitano. Lavora ad una lunga serie di dipinti, i picnic ed i week-end accostando al paesaggio esuberante ed idealizzato una nuova ed originale figurazione i colori ed i ricordi della Sicilia seguiranno per sempre le sue opere sino ad oggi. E' presente in permanenza nelle Gallerie "II Prisma" ed il "Cannocchiale" dove conosce critici e collezionisti tra cui Antonio Mazzotta ed i suoi fratelli. Il Comune di Milano gli dedica una grande mostra all'Arengario; intesse rapporti con numerose gallerie in tutta Italia tra cui la Galleria "L'Osanna" di Nardò con cui tuttora coltiva un intenso rapporto. La sua opera è un costante inno alla Natura tanto amata ed idealizzata quanto surreale ed improbabile: un messaggio all'umanità per la sua conservazione. L'artista ha allestito numerose mostre personali in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)

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Carlo Zoli. Tra sogno e realtà
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova, termina il 30 marzo 2017
Presentazione

Animalia. Natura & Arte
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova), termina lo 09 aprile 2017
Presentazione




Opera dalla mostra Frammenti di Luce e Colore Frammenti di Luce e Colore
termina lo 05 maggio 2017
Università E-Campus - Roma

Flash di vita vissuta ed immagini oniriche si susseguono nelle opere di pittura, grafica e fotografia degli artisti Antonio D'Antoni, Antonella Iovinella, Gianfranco Mascelli, Elio Rizzo e Luminita Taranu. Frammenti di luce e colore creano le vibranti composizioni dei cinque artisti, diversi tra loro per età, provenienza geografica, formazione ed espressione artistica. Antonio D'Antoni, dopo essersi dedicato alla pittura, è approdato alla fotografia realizzando foto in bianco e nero su pellicola per passare successivamente al digitale. Attraverso la fotografia vuole rendere partecipe il fruitore delle proprie emozioni provate davanti ai soggetti scelti e al loro vissuto.

Il voler creare empatia con lo spettatore deriva a D'Antoni anche dalla sua professione di medico chirurgo. Antonella Iovinella inizia il suo percorso artistico con la pittura, creando figure che si muovono ritmicamente in un universo parallelo avvolte da una serica luce, per esprimersi successivamente con la scultura lavorando l'argilla secondo un personale concetto di pieno-vuoto, dando vita a figure antropomorfe surreal-metafisiche. Alla continua ricerca del suo io interiore si confronta anche con le nuove forme di arte digitale, realizzando opere che lei stessa definisce "fermi immagine".

Gianfranco Mascelli ha dedicato la sua vita all'arte e all'insegnamento. Durante la sua carriera artistica si è avvicinato all'Espressionismo, allo Strutturalismo per poi giungere al polimaterico, lavorando prima con i tessuti e successivamente con materiali eterogenei come catrame, sabbia, vetro e cemento. Nelle opere di Mascelli la luce gioca con la materia regalandoci sorprendenti effetti cromatici. Elio Rizzo si esprime in pittura realizzando opere inondate di luce che emozionano e coinvolgono il fruitore.

La sua lunga carriera espositiva, tra mostre personali e collettive, è iniziata nel 1963 alla G.N.A.M. di Roma, ed è stata coronata da riconoscimenti importanti, come il nome "Arborea", scelto per un padiglione espositivo dell'Università di Palermo dedicato ad una sua omonima mostra, allestita nel 1996 all'Orto Botanico dell'Università siciliana. Luminita Taranu si esprime in pittura e con la digital art lavorando sul tema della metamorfosi. Analizzando il corpo di esponenti del regno animale come la mucca, il cavallo, il cinghiale, e il corpo umano, realizza disegni, dipinti, litografie, serigrafie e incisioni su vari supporti (metallo, legno, linoleum, vetro, plexiglas). Il colore è sempre protagonista nelle sue opere, caratterizzate da sagome piatte che si ripetono e moltiplicano nello spazio. L'artista crea anche installazioni mega oggettuali. (Comunicato stampa Cinzia Folcarelli)




Locandina della mostra Shadows and Knives su Andy Warhol Andy Warhol: Shadows and Knives
termina il 30 giugno 2017
Cardi Gallery - Londra
www.cardigallery.com

Nel 1978 Andy Warhol intraprende la produzione di Shadows, con l'aiuto del suo entourage della Factory. Concepito come un unico quadro composto da più parti, il cui numero finale è determinato dalle dimensioni dello spazio espositivo, Shadows raccoglie centodue tele serigrafate che ufficializzano la precedente ricerca sull'astrazione da parte dell'artista. Quattordici tele di questo progetto sono in esposizione alla Galleria Cardi di Londra. Lo sfondo di Shadows è stato realizzato mediante l'utilizzo di un supporto spugnoso e presenta una tavolozza di colori vivaci tipica di Warhol, mentre le striature e le scie aggiungono movimento alle tele. Sono state utilizzate sette od otto diverse lastre per creare la serie, come è evidente osservando i piccoli spostamenti in scala delle aree scure e la presenza arbitraria di macchie di luce.

Le "ombre" si alternano tra le stampe positive e quelle negative mentre marciano lungo le pareti della galleria. Nel focalizzarsi sull'ombra per concepire la luce - ossia scintille di colore - Warhol torna ad uno dei temi fondamentali dell'arte: la percezione. Sviluppata la pellicola, i negativi furono portati allo studio di Warhol in modo tale che potessero essere selezionate le immagini caratterizzate dalle ombre più interessanti. Quelle foto furono sviluppate in bianco e nero in un formato di 20x25 cm. Da questa prima selezione fu fatta un'ulteriore scrematura e la decisione finale si tramutò nella scelta di lucidi di piccole e grandi dimensioni.

Andy e Ronnie posizionarono poi i lucidi sulla carta bianca per vedere come le immagini ombreggiate si combinavano insieme. I lucidi selezionati sarebbero successivamente stati trasformati in stampe serigrafiche. Andy dipinse poi lo sfondo dei quadri di piccole dimensioni con un pennello. Mentre, per i pannelli più grandi, realizzati successivamente, Andy utilizzò un mocio da cucina, acquistato nel negozio di May Department, situato vicino al suo studio. In questo modo ottenne colpi più grandi di "pennello" che aumentarono la consistenza della superficie dipinta. Nonostante l'apparente uso della tecnica della ripetizione, il "metodo macchina" di Warhol non è altro che mera riproduzione a mano.

Un fatto significativo e intrigante circa il progetto di Shadows è la irriproducibilità della sua apparente riproduzione: ogni Shadow, progetto fondamentalmente pittorico, corrisponde ad una forma che rivela, con precisione e consapevolezza, il suo spazio, dirigendo lo sguardo dello spettatore verso la luce. Il soggetto centrale di ogni Shadow è la percezione. La serie di Shadows è capace di evocare un sentimento spirituale di calma e meditazione nello spettatore in piedi nella stanza in cui è installata. Le opere di questa serie sono efficacemente contemplabili come un gruppo, o anche individualmente con i propri colori unici e gli sfondi pittorici che rendono le forme stesse astratte e apparentemente diverse. Questi sono dei dipinti forti che non possono essere ignorati. Con questa mostra la Galleria Cardi riconferma il suo interesse per gli storici artisti nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)

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Fink on Warhol - New York Photographs of the 1960s
Spazio Damiani - Bologna, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

Made in Usa by Andy Warhol
Fondazione Sassi - Matera, termina il 26 marzo 2017
Presentazione




Carlo Zoli - Cavaliere rosso Opera di Carlo Zoli Carlo Zoli. Tra sogno e realtà
termina il 30 marzo 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova

«Un senso di umana sacralità percorre le opere di Carlo Zoli, da sempre interessato ad indagare territori storici, epici, cavallereschi. Le figure e le immagini, dense di ogni carattere descrittivo, aneddotico e narrativo, diventano puri simboli, fantasie archetipe che emergono dalla storia, cariche della potenza del mito e ricche di modernità. Le opere si collocano in uno spazio storico e attuale allo stesso tempo, in una cornice temporale sospesa, suggerita dalle forme, da cui affiora la dimensione simbolica. Le sue opere, ricche di una fantasmagorica gamma di segni, mantengono un solido substrato grafico, proveniente dalla sua consolidata preparazione nel campo del disegno e della figura. Le sculture modellate con la plastica materica, increspata, disegnano linee fluide.

I primi piani della materia, che si plasma, si disgrega e si ricompone nell'eterno gioco della vita sotto il soffio vitale dell'autocoscienza e dell'intelletto, si dilatano in uno scenario figurativo, rappresentando simboli, corpi femminili dalla silhouette delicata, cavalieri erranti, figure alate e cavalli dal profilo elegante, che si stagliano entro uno spazio bidimensionale, distruggendo l'illusione e rivelando la verità icastica della forma che vive di vita propria. In queste forme materiche che imprimono alla staticità della massa quasi un vertiginoso dinamismo, è proprio l'uomo ad essere il perno di queste illuminanti visioni, rivelandosi in tutta la sua fragile realtà e disvelando utopiche "isole nascoste".

Attraverso l'eliminazione di elementi superflui o autoreferenziali, l'artista elude il passaggio prosaico della favola cavalleresca ed esclude l'esercizio narcisistico e consolatorio della divinizzazione dell'umano e della narrazione per immagini, maturando un nuovo linguaggio figurativo, in cui sintesi formale e segnica gli consentono di recuperare la dimensione primaria della figurazione. Questa ricerca lo ha portato a considerare la luce, la forma e il colore elementi imprescindibili nella scultura che è diventata, sostanzialmente, necessità di una nitida misura mentale, sublimata attraverso l'assimilazione dell'arte antica. Carlo Zoli ha percorso per intero la figurazione, dimostrando una eccezionale perizia disegnativa e pittorica e si è affermato come artista profondamente e passionalmente sensibile». (Vittorio Amedeo Sacco)

Carlo Zoli (Bari, 1959) è il quarto di una discendenza diretta d'avoli ceramisti: Carlo, Paolo e il padre Franco, sotto la cui guida si è formato artisticamente. Nel 1995 Zoli presenta la sua grande scacchiera, una delle opere più significative ed apprezzate dalla critica e dal pubblico. Collabora con il gallerista ferrarese Francesco Pasini. Poi come non ricordare la prima grande scultura di Zoli fusa in bronzo, il San Giorgio che tiene alto sulla sua testa il drago infizato dalla lancia, con il bene che vince sul male guardandolo dritto negli occhi, opera di rara suggestione e di forte richiamo Ferrarese, così come l'unicorno, altro tema caro all'Artista proprio per la sua simbologia: la purezza; l'animale, infatti, tocca le acque con il suo corno e le purifica e non a caso è anche una delle imprese più significative della casa estense.

I cavalli, i cavalieri e le enigmatiche e raffinate figure femminili di Zoli iniziano così a essere presenti in tutte le maggiori rassegne artistiche eurepee. Nel 2002, ottiene una prestigiosa commissione negli Stati Uniti, a Charleston. La Medical University of South Carolina, infatti, sceglie un'opera di Carlo Zoli come simbolo del "Charles Lindbergh Symposium", convegno scientifico a livello mondiale, che celebra il centenario dalla nascita del celebre aviatore e inventore americano. La scultura in bronzo dal titolo "Elizabeth" è una perfetta fusione tra l'uomo e la macchina cardiaca che può tenerlo in vita, dove Zoli interpreta artisticamente il concetto di umanizzazione della tecnologia.

Per il convegno promosso dall'Ordine dei Chimici della Campagna sulle "qualità della vita", è stata scelta come testimonial l'opera in bronzo "la sorgente", unita a una significativa grafica di Zoli. A rafforzare ulteriormente il suo legame con il mondo culturale e artistico, Zoli ha realizzato la medaglia commemoraiva del centenario della "ferrariae Decus", ispirata alla prima tessera sociale, che raffigurano i due monumenti principali di Ferrara - il castello estense e la cattedrale - tramanderà ai posteri la memoria dei primi cento anni di attivià della prestigiosa associazione ferrarese. Le sue opere sono in permanenza in spazi pubblici e privati, in Gallerie e musei di arte contemporanea. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra di Paolo Petrò allo Spazio Mantegna di Milano Paolo Petrò. Segno e contaminazioni
termina il 28 marzo 2017
Spazio Mantegna - Milano

Una selezione, a cura di Patrizia Foglia, di opere incisorie dell'artista bresciano attivo nel campo dell'arte dagli anni Settanta. Ad interessarlo sin dalle prime prove sono i soggetti legati alla condizione umana nella civiltà contemporanea ma anche il gioco di luci e ombre che lavorano e plasmano gli oggetti, modificando lo spazio circostante. Presente a numerosi concorsi sin dal 1970, ha allestito la sua prima personale alla Galleria Labus di Brescia nel 1977. Molte le tecniche frequentate, dalla pittura ad olio e acrilica all'acquerello ma gradualmente è andato affinando quelle calcografiche, con una particolare propensione per la commistione tra linguaggi diversi. Vincitore del primo premio ex equo alla VI biennale di Suzzara, ha organizzato numerose personali e partecipato a diverse collettive di grafica.

Nel testo della curatrice che accompagna la mostra si legge: "Oggi ripercorriamo le tappe di un percorso artistico, quello dell'artista bresciano, che parte dall'attenzione per il soggetto priva di sontuosità, in opere studiate nei particolari ma mai di maniera, nelle quali egli affronta sia la figura umana, presente solo come elemento compositivo e non con finalità ritrattistiche, sia gli oggetti quotidiani, semplici recuperi nella memoria dei giorni trascorsi, oggetti che sembrano vivere in una dimensione atemporale, descritti al di fuori di uno spazio, quasi sospesi in un vissuto che è profondamente intimo e personale. (...)". (Comunicato stampa)




Berenice Abbott
termina il 31 maggio 2017
Museo MAN - Nuoro

Prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (Springfield, 17 luglio 1898 - Monson, 9 dicembre 1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento. Terza di un grande ciclo dedicato alla "street photography", la mostra, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni - Ritratti, New York e Fotografie scientifiche - il percorso espositivo restituisce il grande talento di Berenice Abbott e fornisce un quadro generale della sua variegata attività. Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento Dada. Con Man Ray, in particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.

Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell'avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Allontanatasi dallo studio di Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria "Le Sacre du Printemps". E' in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano. Per Abbott è un punto di svolta.

La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget - del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell'archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti - dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York. Tutti gli anni Trenta, dopo il rientro negli Stati Uniti, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture, sull'espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici, oltre che sui negozi e le insegne.

Il risultato è un volume, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo, intitolato Changing New York (1939), che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini. Nel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista "Science Illustrated". L'esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull'astrazione, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme, con esiti straordinari. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Vincenzo Agnetti. Photo-Graffie | Dopo le grandi manovre 1979-1981
Fondazione Brodbeck - Catania, termina il 14 maggio 2017
Presentazione

Gabriele Basilico: Dancing in Emilia
Spazio NonostanteMarras - Milano, termina il 26 marzo 2017
Presentazione

Fink on Warhol - New York Photographs of the 1960s
Spazio Damiani - Bologna, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

La Stampa fotografa un'epoca
Palazzo Madama - Corte Medievale - Torino, termina il 22 maggio 2017
Presentazione

Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
Galleria Paci contemporary - Brescia, termina il 30 settembre 2017
Presentazione

Mostre su Vivian Maier in Italia
Presentazione

Elliott Erwitt: Kolor
Palazzo Ducale - Genova, 11 febbraio - 16 luglio 2017
Presentazione

Gianni Berengo Gardin - Vera fotografia con testi d'autore
CAOS (Centro Arti Opificio Siri) - Terni, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani

Museo di Fotografia Contemporanea - Milano, termina il 30 aprile 2017
Presentazione

Artico: Ultima frontiera
Casa dei Tre Oci - Venezia, termina lo 02 aprile 2017
Presentazione

Henri Cartier Bresson: Fotografo
Palazzo Ducale - Genova, 11 marzo - 11 giugno 2017
Presentazione




Opera di Agostino Venanzio Reali Agostino Venanzio Reali: La Via Crucis "Breccia nel mistero"
termina il 22 aprile 2017
Galleria d'arte Palazzo Ghini - Cesena
www.ilvicolo.com

Mostra dedicata ad Agostino Venanzio Reali - «dipintore di preghiere» (Giovanni Pozzi) - religioso, poeta, artista. E' il componimento poetico La breccia che dà il titolo a questa mostra e ci introduce alla comprensione di queste opere: «C'era fra noi e Dio / una parete senza finestre / ma il suo amore l'aprì / una breccia nel mistero. / Apparve fra noi come noi, / ci parlammo sulle piazze / e il vino della gioia / tornò a inebriare i paesi. / Venne a cercare pietre / per alzare una diga / contro la piena della morte. / Chiamò la gente con un grido, / chiese le nostre mani / che costruivano trincee / per edificare la casa dell'uomo».

Nella Galleria saranno ordinati i due cicli figurativi che Agostino Venanzio Reali dedicò in due periodi diversi al tema della Via Crucis. Così scrive Anna Maria Tamburini: «Più narrativa la prima, giovanile, a colori», caratterizzata dall'intenso cromatismo di chagalliana memoria. (...) Risale agli anni '80 quella bicroma», più vicina all'espressionismo di matrice rouaultiana, «della quale alcune stazioni erano state riportate dall'autore a corredo della raccolta poetica Vetrate d'alabastro, tanta è l'"interferenza feconda" tra arte e poesia, pittura e versi».

Completano l'esposizione tre suggestive opere pittoriche: Crocifisso e figura femminile e un dittico composto da Donna con gallo 1 e Donna con gallo 2. Scrive Giovanni Gardini nel suo testo critico: «Un gallo variopinto, in contrasto con la nera croce sullo sfondo, annuncia i giorni della prova e del tradimento. Il dolore è quello della donna in preghiera sotto la croce, scomposta nel viola dei capelli, nel verde della veste, nelle mani nodose serrate in preghiera che paiono voler sostenere il peso del Cristo e della sua Croce».

Agostino Reali (Montetiffi (Sogliano dal Rubicone), 1931 - Bologna, 1994), entrato nel Convento dei Frati Cappuccini di Imola e ammesso al noviziato di Cesena con il nome di fra' Venanzio, fu per sei anni Ministro provinciale dei Cappuccini bolognesi - romagnoli (1981-1987), ma fuori dall'ufficialità si dedicò anche alla poesia e all'arte. Dal 1961 appaiono le prime liriche su riviste di rilievo nazionale e negli anni Settanta una decina di suoi componimenti sono tradotti negli Stati Uniti; del 1983 è la trasposizione poetica dall'originale ebraico del Cantico dei Cantici, considerata sua opera prima. Quanto alle arti figurative, partecipa a varie esposizioni, tra le quali la VI Biennale d'arte sacra contemporanea a Bologna, nel 1964. In occasione del primo anniversario della morte viene organizzata una sua personale a Bologna, documentata attraverso un primo catalogo, Nóstoi: il sentiero dei ritorni. Da allora Agostino Venanzio Reali ha conosciuto una fama crescente. Giovanni Pozzi ebbe a dire che in lui «non solo l'esegeta e il poeta, ma anche il poeta e il cappuccino hanno trovato un anomalo accordo». (Comunicato stampa)




Tomek Wojtysek - opera nella mostra a Pordenone Opera di Tomek Wojtysek Tomek Wojtysek
termina il 22 aprile 2017
Associazione Culturale "la roggia" - Pordenone
www.laroggiapn.it

Nelle opere di Tomek Wojtysek del ciclo "Strumenti", non si realizza soltanto una sintesi di realtà plastica, ma anche l'impressione di un suono che scaturisce dalla tela. Un suono che si fonde insieme ai tratti impressionistici colorati del pennello. Ogni opera è come un concerto distinto nel tempo e nello spazio, che ci sembra quasi di poter sentire. Le luci del palcoscenico che danzano nei dipinti, le lampade o anche le condizioni del tempo dipinte, trovano in essi una piena armonia. E' come se il pittore diventasse un musicista, che suona per noi con i colori. Apparentemente, il sistema caotico di elementi dei dipinti rappresenta un altro perfetto intervento "vivificante" della tela. Le tonalità forti e l'uso consapevole dei contrasti di colore sfavillano nelle immagini e conducono lo spettatore in un piacevole stato irreale.

Tomek Wojtysek (Czestochowa, 1983) ha svolto gli studi presso l'Accademia Jan Dlugosz di Czestochowa tra il 2002 e il 2007. Ha ottenuto la laurea con lode nel laboratorio di pittura del prof. Werner Lubos. E' nell'Associazione degli Artisti plastici polacchi del Distretto di Czestochowa. Negli anni 2008, 2011 e 2012 ha ricevuto dal Sindaco della città di Czestochowa una borsa di studio artistica nel settore delle arti plastiche. Le sue forme espressive sono la pittura e il disegno. Le sue opere si trovano in collezioni private in Polonia e all'estero. L'autore espone in mostre personali e collettive in Polonia, Germania, Romania e Cina. (Comunicato stampa)




Opera di Vinicio Berti Vinicio Berti: "Berti"
termina lo 07 aprile 2017
Galleria ZetaEffe Arte Contemporanea - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

Selezione di quadri databili dal 1940 fino ai primi anni Novanta. La mostra vuole rendere omaggio ad un grande artista e alla memoria della sua compagna Liberia Pini, di cui sarà presente un dipinto a testimonianza della sua figura umana e professionale e della sua presenza, che in vita ha da sempre sostenuto e tutelato il lavoro di Vinicio Berti. Le opere databili dal 1942 al 1945 esprimono l'oggettività dell'evento bellico e del successivo suo immediato, una "sorta di realismo di guerra", come lo definì lo stesso Berti. Si tratta di opere calate nella realtà, tra le macerie di Firenze, attraverso un vissuto nel contesto operaio e che l'artista espresse con un linguaggio realista-espressionista.

Anni di grande impegno politico che dopo la liberazione di Firenze, nel 1944, Berti coniuga con una ricerca artistica di stampo avanguardistico. Si delinea il carattere di un'arte "Contro", come la identificò lo stesso Berti, che modifica sostanzialmente i comuni schemi figurativi dell'arte intervenendo anche sui contenuti. Dal 1946 la sua arte si caratterizza per l'uso di un linguaggio pittorico di ascendenza post-cubista e post-futurista. In questi anni nasce, esattamente nel 1947, l'"Astrattismo Classico" con, oltre alla presenza di Berti, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini, Gualtiero Nativi e Mario Nuti, che firmano, nel 1950, il manifesto omonimo.

Il percorso artistico di Berti si svilupperà complessivamente come un discorso articolato tra molteplici cicli pittorici, al pari di stagioni dell'arte intese come molteplici affermazioni di specifici punti di vista, che hanno reso sempre estremamente loquace la teoria artistica e produttiva di Berti fino al 1991, data che segna la fine della sua produzione. La sua arte si mosse sempre sostenendo una istanza, ideologica e poi artistica, in cui perseguire una espressione contenutistica legata alla materia sociale per mezzo di un dire libero da dogmi e prescrizioni. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Eterne Stagioni ad Alessandria Immagine dalla mostra Eterne Stagioni - Corrispondenze poetiche tra antichi byobu giapponesi e artisti contemporanei Eterne Stagioni
Corrispondenze poetiche tra antichi byobu giapponesi e artisti contemporanei


termina lo 09 aprile 2017
Palazzo Monferrato - Alessandria

La mostra intesse un inusuale dialogo e confronto tra una collezione di antichi paraventi giapponesi e la sensibilità delle ricerche visive contemporanee espressa dalle opere di artisti giapponesi, italiani ed europei. Un viaggio attraverso la storia e lo spazio ed è il frutto di una ricerca sperimentale, che porta l'arte antica di un paese lontano ad essere re-interpretata, o vista alla luce di comuni affinità ellettive, attraverso le opere di artisti contemporanei italiani, giapponesi ed europei di generazioni assai differenti, a testimonianza di come le distanze e i confini delle culture non sono mai così profondi e separati ad una lettura più attenta e profonda.

I Byobu (così si chiamano in Giappone i paraventi tradizionali), grandi capolavori dell'arte degli artigiani del passato, fragili e allo stesso tempo robusti, essenziali e al contempo preziosamente poetici e lirici, sono sempre stati parte integrante della cultura quotidiana tradizionale giapponese, popolano da secoli le abitazioni, suddividendo spazi, creando ambienti, generando ritmi, aprendo visioni e illustrando i significati di storie e miti. La loro effimera delicatezza si sposa con la rarefatta perfezione formale delle loro realizzazioni e testimonia quella carica di concentrato sapere proprio della sensibilità culturale del Paese del Sol Levante. Se l'estetica artistica di questi oggetti, erano e sono di uso quotidiano, impone immagini sobrie e contenuti carichi di elementi e letture simboliche, questa stessa tensione sensibile viene altrimenti intercettata, nella cultura occidentale, dalle posizioni dell'Arte Minimalista e Concettuale (per fare due esempi immediatamente codificabili).

Non a caso, infatti, molti artisti, che hanno avuto modo di ammirare questi oggetti, hanno sentito un forte richiamo con la loro ricerca poetica e ne hanno percepito intime affinità e convergenze. Attengono all'estetica giapponese i caratteri specifici e legati al mondo della comunicazione, dell'inespresso e dell'allusività (Haragei), caratteristiche che hanno determinato nei secoli l'apparente semplificazione delle forme e dei mezzi espressivi caricando ogni afflato artistico di densità simbolica. Queste posizioni sono ampiamente condivise dagli artisti chiamati a partecipare a questa nuova fase del progetto espositivo, per cui la riduzione e rarefazione del linguaggio, la presenza di un rapporto peculiare con la figura sono un viatico per la ricerca di uno spessore espressivo sempre più pregnante e massimamente significativo. La mostra ha come presupposto concettuale un'idea del Tempo diversa dalla visione lineare e teleologica autoctona. Il termine Enkan suru kisetsu sottende l'idea buddista della circolarità della Storia.

Archetipo presente in varie culture, in Giappone essa assume una sfumatura policronica, spostando l'attenzione sulla costante presenza del qui e ora. Il dipanarsi del tempo sembra in questo caso essere una giustapposizione di infiniti momenti presenti. In quest'ottica il passato e il presente coabitano lo stesso spazio nello stesso intervallo temporale. Su questa base è facile intuire la pertinenza del titolo Eterne Stagioni come ritorno instancabile e continuo di valori condivisi tuttora attuali e palpitanti. Nelle sette sale di Palazzo del Monferrato si distribuiranno sei paraventi antichi compresi tra il XVII e il XX secolo di assoluta bellezza e fascino che raccontano ciascuno una stagione differente. Nella casa tradizionale giapponese, infatti, spettava ai loro soggetti aprire un flusso di correlazioni tra l'ambiente umano della casa e quello esterno della Natura, tutto doveva seguire un unico flusso temporale, tanto che i paraventi stessi venivano (e vengono) esposti solo se coincidenti con la stagione rappresentata.

Le stanze della mostra, quasi piccole mostre autonome, rimanderanno a questo concetto di ciclicità temporale, di delicata poesia e profondità spirituale, avvicinando la seduzione, l'interpretazione, il rimando, la citazione, la corrispondenza, la vicinanza della bellezza dei paraventi sottolineata e amplificata dalla forza estetica della reciprocità delle opere contemporanee. Il progetto nasce, quindi, da un correlato interesse di corrispondenze tra gli artisti contemporanei, il loro linguaggio e un'arte di molto specifica nelle sue definizioni storiche e, non solo, anche da una proposta critica di verifica delle motivazioni interne che generano e stimolano questi collegamenti e queste connessioni artistico-culturali, spesso lontane nel tempo e non direttamente pronunciate.

L'allestimento, arricchito e ampliato dalla presenza di nuovi artisti oltre a quelli già presenti nelel prime due fasi, è curato da Matteo Galbiati con la collaborazione di Raffaella e Alessio Nobili e di Francesca Parrilla e vede succedersi nelle sale di Palazzo del Monferrato le opere di Francesco Arecco, Rodolfo Aricò, Matteo Aroldi, Kengiro Azuma, Manuela Bedeschi, Sonia Costantini, Domenico D'Oora, Dana De Luca, Paola Fonticoli, Ettore Frani, Cesare Galluzzo, Michael Gambino, Federico Guerri, Asako Hishiki, Paolo Iacchetti, Ugo La Pietra, L'OrMa, Mirco Marchelli, Vincenzo Marsiglia, Kaori Miyayama, Elena Modorati, Albano Morandi, Gianni Moretti, Hiroyuki Nakajima, Ayako Nakamiya, Patrizia Novello, Shoko Okumura, Claudio Olivieri, Simone Pellegrini, Mara Pepe, Luca Piovaccari, Gianluca Quaglia, Mario Raciti, Alfredo Rapetti Mogol, Tetsuro Shimizu, Diego Soldà, Valdi Spagnulo, Giorgio Tentolini, Valentino Vago e Arturo Vermi. Si crea agli occhi del pubblico un percorso dinamico e sorprendente, dove antico e contemporaneo, Oriente e Occidente, creano collisioni armoniche e poetiche. Questa mostra, quindi, non separa ambiti e contesti, non divide attitudini e specificità, ma unisce e avvicina, tanto la sfera culturale, quanto quella di un'esperienza umana più profonda che tocca le corde sensibili della mente e dell'anima. (Comunicato stampa Spazio Testoni)




Opera di Jirí Kolár nella mostra Il poeta del collage alla MAAB Gallery di Milano Jirí Kolár: Il poeta del collage
termina lo 05 maggio 2017
MAAB Gallery - Milano

Attraverso una selezione di oltre venti opere realizzate tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, l'esposizione ripercorre la lunga carriera dell'artista ceco (Protovín 1924 - Praga 2002). Da sempre affascinato dai caratteri tipografici, autore di saggi e poesie, il poliedrico Jirí Kolár elegge il collage a una vera e propria scienza. Tecnica di origini antichissime, ma diffusa ampiamente in Europa solo dai primi decenni del XX secolo, quando venne praticata da cubisti, dadaisti e surrealisti, il collage trova nelle creazioni di Kolár un ampio spettro di possibili soluzioni, elencate dall'artista stesso nel Dictionnaire des méthodes, terminato nel 1983.

Rollages, come Senza titolo - Omaggio a Nefertiti (1987), in cui l'immagine della celebre regina egizia viene frammentata in una sequenza di strisce uguali poi ricomposte in un nuovo complesso figurativo, chiasmages, tra cui Preghiera per la misericordia (1984), ove si ritrovano tracce di un testo religioso in latino, lintons, come Il gioco celato (1974), e altre tipologie di collages rivelano allo spettatore l'universo creativo di Kolár, popolato da estratti di spartiti musicali e testi religiosi, lacerti di noti dipinti e sculture e tracce della quotidianità che ci raccontano, per immagini, la nostra storia. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano-inglese) con saggio di Gianluca Ranzi.

Jirí Kolár scopre l'edizione ceca di Les mots en liberté futuristes di Filippo Tommaso Marinetti, che lo conduce nel mondo della poesia moderna. Grazie all'incontro con il Surrealismo inizia a lavorare con la tecnica del collage. Nel 1937 tiene la sua prima mostra personale al Mozarteum di Praga. Nel 1941, durante l'occupazione tedesca, esce la sua prima raccolta di poesie e nel novembre del 1942 fonda il gruppo "Skupina 42" insieme ad altri poeti, pittori, studiosi di storia dell'arte, uno scultore e un fotografo. Tra il 1946 e il 1948 viaggia in Germania, a Parigi e in Gran Bretagna e nel 1952 pubblica Il Fegato di Prometeo sulla situazione cecoslovacca dopo l'avvento del regime comunista. Verso la fine degli anni Sessanta espone in Germania e in Brasile dove, nel 1969, è premiato alla X Biennale di San Paolo; seguono esposizioni in Canada e in Giappone. Nel 1975, 1978 e nel 1985 il Guggenheim R. Solomon Museum di New York gli dedica tre personali. Nel 1991 riceve il Premio Seifert e viene nominato cittadino onorario di Praga. (Comunicato stampa)




Opera di Gianluca Gimini Opera di Gianpaolo Sabbadini Opera di Lucio Braglia Opera di Maria Grazia Candiani Raggi di biciclette
Mostra d'arte, cortometraggio, video, set fotografico


termina lo 09 aprile 2017
Chiostri di San Domenico - Reggio Emilia
www.circolodegliartisti.re.it

Curato da Daniele Lunghini, il progetto è parte della più ampia manifestazione "tuttoruOta", promossa da Tuttinbici - Associazione FIAB di Reggio Emilia e Circolo degli Artisti in collaborazione con Comune di Reggio Emilia, Fondazione per lo Sport, Biblioteca Panizzi e Musei Civici. «In occasione della tappa reggiana del centesimo Giro d'Italia - scrive Enrico Manicardi (Presidente del Circolo degli Artisti) - abbiamo pensato di gettare le basi per fare della bicicletta un oggetto di culto, da visitare come un'opera d'arte al museo». «Quando abbiamo una visione - scrive Daniele Lunghini - sentiamo l'istinto di avvicinarci e vederla da vicino. Quando vediamo una bici, non vediamo un oggetto. Vediamo un soggetto dal sorriso raggiante. Vediamo delle ruote rotolanti. Vediamo una tecnologia arcaica che rivendica per sé il 2.0. Vediamo la vittoria dell'espressionismo sull'impressionismo. (...)».

In esposizione dipinti, sculture, fotografie ed installazioni realizzate da Marianna Annunziata, Marco Arduini, Lisa Beneventi, Alberto Bertolotti, Naide Bigliardi, Luis Borri, Lucio Braglia, Maria Grazia Candiani, Cristina Costanzo, Loretta Costi, Gianluca Gimini, Nero Levrini, Laura Lucchi, Susy Manzo, Parker&Singer Photographers, Eugenio Paterlini, Cesare Pinotti, Carla Protti, Gianpaolo Sabbadini, Michele Sassi, Angelo Zani.

Il percorso della mostra è completato dal cortometraggio Io ti salverò!, scritto, illustrato e diretto da Daniele Lunghini, e dal video Bellezze in bicicletta scritto da Giuseppe Berti. Io ti salverò, interpretato da Antonietta Centoducati e Gianni Binelli, racconta la storia di due ciclisti amici che dovranno fare i conti con la guerra. Bellezze in bicicletta illustra la storia della bicicletta tra Belle Epoque e Neorealismo, Liberty e Postcubismo. Il video è realizzato dal Gruppo Videomaker del Circolo degli Artisti. Sarà inoltre allestito un set fotografico, gestito dai fotografi del Circolo degli Artisti, per offrire ai visitatori l'opportunità di farsi ritrarre in bicicletta. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

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- Recensione ai seguenti libri di ciclismo

Tour de France 1903 - La nascita della Grande Boucle


Quando spararono al Giro d'Italia


Bottecchia - Il forzato della strada


Jan Ullrich: O tutto o niente





Immagine dalla mostra Dal telegrafo al postino telematico - come le Telecomunicazioni hanno cambiato il nostro modo di comunicare Dal telegrafo al postino telematico - mostra al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste "Pronto...sono Matilde"
Dal telegrafo al postino telematico: come le Telecomunicazioni hanno cambiato il nostro modo di comunicare


termina il 28 aprile 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Un'operazione di archeologia industriale che vuole raccontare alle nuove generazioni la storia delle Telecomunicazioni. Una storia in cui l'Italia ha avuto un ruolo determinante. Un progetto che si propone di riallacciare l'interesse dei giovani verso un settore, quello delle Telecomunicazioni, che in Italia, contrariamente al resto del mondo, non entra più negli indirizzi di studio graditi ai giovani. Una serie di conferenze, sul tema, integreranno il contenuto della mostra. La mostra viene organizzata dal Museo Postale e telegrafico della Mitteleuropa e dall'associazione culturale "6idea". Consiste nell'allestimento di un'esposizione di apparati di telecomunicazione che interessano l'arco temporale che va dalla fine dell'800 ad oggi (telegrafi, telefoni ed altre tecnologie di telecomunicazione). Questi materiali provengono dalla collezione del Museo Postale e da alcune collezioni private.

Gli apparati saranno ambientati nel contesto storico di riferimento tramite l'uso di semplici istallazioni (poster, francobolli, cartoline, manuali, fotografie, documenti storici ecc..). L'iniziativa si rivolge principalmente ai giovani cercando di stimolare, oltre alla loro curiosità per questi oggetti "strani " ed "obsoleti", l'interesse verso i principi delle telecomunicazioni che restano a tutt'oggi alla base delle tecnologie più avanzate. Alcuni di questi apparati saranno rimessi in funzione e collegati. L'obiettivo principale della mostra è realizzare un'esposizione che coinvolga attivamente il pubblico, che potrà non solo guardare ma anche interagire con i telefoni in modo divertente, un approccio didattico rivolto principalmente ai giovani.

Il titolo della rassegna è un'omaggio alla scrittrice napoletana Matilde Serao che nel 1875 lavorò come telegrafista avendo vinto un posto come ausiliaria ai Telegrafi di Stato. Scrittrice e giornalista famosa, si occupò di comunicazione tutta la vita, fondando nel 1892 il quotidiano "Il Mattino" di Napoli con il marito e poi nel 1903, prima donna nella storia del giornalismo italiano, fondando da sola e dirigendo il quotidiano "Il Giorno". Collaborano all'iniziativa gli artisti: Ana Cevallos, Luciana Costa, Elisabetta De Minicis, Laila Grison, Monica Kirchmayr, Rosanna Palombit, Giorgio Schumann che esporranno nella sala della Posta alcune loro creazioni ispirate al tema della mostra; la cooperativa Sociale Onlus Lybra (del sistema Acli Trieste) con i lavori appositamente realizzati dalle persone diversamente abili nell'ambito del progetto "Era Creativa" e l'European School of Trieste.

La mostra sarà accompagnata da un programma di eventi e conferenze che si svolgeranno grazie alla collaborazione: della prof.essa Cristina Benussi e del prof. Fulvio Babich docenti all'Università di Trieste, di Gianni Chelleri di "Space in a hand", di Ester Pacor di "Espansioni", di Marianna Sinagra violoncellista del Teatro Verdi di Trieste, di Giuliana Stecchina docente di Comunicazione orale e masmediatica Università di Pola, Paola Urso di "6idea" ed il musicista Marco Zanettovich. (Comunicato stampa)

Programma delle conferenze

- Matilde Serao e Giuseppina Martinuzzi, due direttrici di giornale nell'800, a cura di Ester Pacor
- Una storia italiana. Lo sviluppo delle telecomunicazioni, a cura di Paola Urso e Marco Zanettovich
- Matilde Serao, a cura di Cristina Benussi, Università degli Studi di Trieste
- L'importanza del telegrafo, nello studio della storia contemporanea, a cura di Mario Coglitore, già Università Ca' Foscari di Venezia




Mirko Baricchi - Pangea #19 - tecnica mista su tela cm.60x50 2017 Mirko Baricchi - Humus #19 - tecnica mista su cartoncino cm.150x300 2015 - foto Dario Lasagni Mirko Baricchi - Germogli. E di stelle - tecnica mista su tela 2012 cm.180x340 - foto Dario Lasagni Mirko Baricchi: Derive
termina il 18 giugno 2017
CAMeC centro arte moderna e contemporanea - La Spezia

Curata da Daniele Capra, la mostra raccoglie una trentina di opere su carta e su tela dell'artista spezzino che sintetizzano la produzione degli ultimi dieci anni, nonché una quindicina di lavori, molti dei quali di grandi dimensioni, realizzati appositamente per questa esposizione. "Derive" fa riferimento alla teoria geologica che spiega la formazione dei continenti a partire da un'unica massa indifferenziata. Una fonte comune è l'origine della pluralità, e parimenti ogni elemento derivato conserva traccia della propria impronta di provenienza. "Derive", dunque, come metafora di un percorso artistico su cui agiscono spinte personali consce ed effetti ambientali non preventivamente calcolabili, evidenziati dalle opere in esposizione, frutto di un decennio di indagine: da pezzi storici al ciclo "Germogli. E di stelle", dalle carte della serie "Humus" alla ricerca recente, rappresentata nell'economia del progetto da una quindicina di lavori inediti.

Come scrive il curatore, «la mostra racconta il lento e progressivo sviluppo di una pratica artistica che ha visto abbandonare gli stilemi iconici a favore di una pittura fluida, contraddistinta da una grande attenzione rivolta alla processualità esecutiva. La ricerca di Baricchi si è infatti evoluta, rispetto alla figurazione ondivaga e appena accennata degli esordi, verso una pittura caratterizzata dalla presenza di elementi reiterati, da campiture cangianti e minime aree piatte di colore. L'interesse dell'artista si è così spostato dal soggetto rappresentato nell'opera alla pittura in sé come linguaggio, alla ricerca di una superficie autosufficiente, in cui le tensioni visive siano bilanciate dall'equilibrio delle parti in campo». "Derive" è realizzata in collaborazione con la Galleria Cardelli & Fontana di Sarzana (La Spezia) ed è corredata da una pubblicazione bilingue che sarà presentata nel corso della mostra. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Stefano Sogari Opera di Camillo Sprecapane Figurazioni e trasfigurazioni
Roberta Kali Agostini | Maria Grazia Ponta | Silvana Sommariva | Camillo Sprecapane | Stefano Sogari


termina lo 02 aprile 2017
Artestudio 26 - Milano

Ancora una mostra legata al nostro tempo, alla contemporaneità, al presente nel suo svolgersi quotidiano; al lavoro di artisti che attraverso stilemi diversi e occasioni e percorsi presentano ultimi progetti e lavori di questo atlante ricco delle arti. Roberta Kali Agostini, Maria Grazia Ponta, Silvana Sommariva, Camillo Sprecapane, Stefano Sogari. Roberta Kali Agostini ci svela con disegni articolati da un flessuoso e straripante segno quel clima germinativo di idee, pensieri, luoghi dell'inconscio, esplorazioni graffianti e sempre nuove che argomentano la vita della vita, la filosofia plastica dell'esistere, la percezione umana e animale di un livello interiore che solo pochi artisti come lei riescono a catturare. Maria Grazia Ponta racconta il mondo con immagini sorprendenti, scatti in bianco-nero della vita quotidiana, di una storia tra passato e del presente, di architetture e luoghi che sono ormai tracce nobili del transito e dell'esistere.

Tutto reso con tagli pertinenti, con giochi di luci, con riprese che hanno evidenziato scatti fatti di magia, poesia, cultura, storia. Silvana Sommariva ha alle spalle una lungo percorso artistico che l'ha portata a evidenziare un lavoro strettamente fenomenico all'interno del cosiddetto new realism senza tralasciare una assoluta coincidenza con la grande tradizione dell'immagine e del colore tutto italiano. Negli ultimi tempi ha manifestato interesse per le grandi tematiche del nostro tempo, legate alla vita, alla quotidianità e all'ambiente. Camillo Sprecapane con una pittura maculata di toni e colori, ci svela un ambiente e un mondo che nella quotidianità restituisce il tempo che sopra si è sedimentato.

Luoghi di periferia, habitat milanesi e lombardi, cortili e scali, case di ringhiera, fontanili e mezzi di trasporto, bici, tutto viene fotografato e fermato con macchie di colore, lacerti informali, dando emozioni capaci di restituire una pittura così pulsante, viva, sorprendentemente originale. Stefano Sogari da anni attraverso una ricerca assoluta di materiali e forme raccoglie il mondo come uno spartito, un puzzle di liriche geometrie, un mosaico di ritagli che condensano atmosfere, emozioni, pulsazioni, aritmie, battiti di colore, ed anche accensioni di toni capaci di impreziosire nature e oggetti. Sogari riesce così a ossificare il mondo, a tradurlo miracolosamente in campioni, tessere musive che svelano la grande base pittorica del Novecento europeo. (Carlo Franza)




Francesco Casolari - Stoccolma 2700 - acquaforte cm.80x60 2015 Francesco Casolari, Metropolis Collection
termina lo 08 aprile 2017
VV8artecontemporanea - Reggio Emilia
www.vv8artecontemporanea.it

Dalla Metropolis di Fritz Lang, città cyberpunk ante litteram ed emblema di un futuro ormai presente, la produzione calcografica di Francesco Casolari, che trova negli strumenti offerti dall'incisione all'acquaforte il mezzo d'elezione per raccontare il paesaggio urbano contemporaneo, tra citazioni, fantasia e definizione calligrafica del dettaglio. «Fare incisione nel 2017 - spiegano i galleristi Chiara Pompili e Alberto Soncini - è una scelta coraggiosa. Del lavoro di Francesco Casolari ci ha colpito la grande perizia tecnica, maturata in anni di studio e ricerca... Il nostro interesse va anche alla riproducibilità dell'opera che, per certi versi, assimila l'incisione alla fotografia, linguaggio che esploriamo da tempo». In mostra, una quindicina di acqueforti, realizzate dal 2007 ad oggi, unitamente a due opere su tela, scansionate e stampate a plotter. L'allestimento comprende anche l'esposizione di una matrice su lastra di zinco. Se le tavole dei primi anni erano tirate su carta bianca con inchiostro nero, l'ultima produzione si caratterizza per cromatismi inaspettati che coinvolgono città, paesaggi futuristici e giungle incontaminate.

Francesco Casolari (Bologna, 1982) dopo la maturità classica, consegue la laurea triennale in "Design della Moda" a Treviso (Iuav, Venezia). E' attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in "Arti Visive" presso l'Università di Bologna. Parallelamente agli studi, porta avanti una ricerca personale rivolta all'incisione, tecnica alla quale è avviato dalla nonna materna. Inaugura l'attività espositiva nel 2002, tenendo varie mostre in Italia e all'estero. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Apertura del terzo Museo della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri
Ex Seccatoi del Tabacco - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

Nuova sezione del più grande Museo d'Artista al mondo, dedicato esclusivamente all'intero corpus dell'opera grafica di Alberto Burri. Il 12 marzo 2017, in occasione della ricorrenza della sua nascita, si conclude l'anno "lungo" del Centenario e si apre una nuova fase della vita della Fondazione. L'inedita sezione agli ex Seccatoi occupa infatti oltre quattromila metri quadri, tutti ottenuti da un recente intervento di riqualificazione di parte degli spazi sottostanti in vasti ambienti che accolgono, secondo l'originario allestimento predisposto dallo stesso Burri, i suoi Grandi Cicli d'opera. Con questo ingente nucleo di opere grafiche, la superficie espositiva offerta ai visitatori negli ex Seccatoi raggiunge gli undicimila e cinquecento metri quadri.

Con le tre diversificate raccolte, comprensive anche delle sculture all'aperto, complessivamente, il "Polo Burri" a Città di Castello è il più esteso Museo d'Artista al mondo ed è anche uno dei più importanti luoghi del contemporaneo in Europa. La nuova sezione, o Terzo Museo Burri, accoglie e propone l'intero repertorio grafico e di multipli dell'artista, consistente in oltre duecento opere. Si tratta di un importante aspetto della produzione artistica di Burri, che a volte precorre, a volte segue e in altri casi è coeva con le sue opere maggiori e pone in evidenza anche la sua straordinaria manualità e attitudine alla sperimentazione costante. L'esecuzione di queste opere in collaborazione con grandi stampatori ha visto l'artista stesso cimentarsi in differenti cicli produttivi che hanno distinto la sua attitudine alla sperimentazione rispetto a quella di altri artisti della sua generazione, tanto in Italia che all'estero.

«Nel caso di Burri, parlare di grafica non significa parlare di una produzione minore rispetto ai dipinti, ma soltanto di una modalità artistica diversa e parallela, nella concezione e nell'esecuzione, tale insomma da potersi annoverare con assoluto rilievo nella produzione del grande pittore, a fianco di tutti gli altri suoi rivoluzionari pronunciamenti innovativi. Anche nella grafica, Burri ha cercato di superare sfide tecniche e di spingere i confini sia degli strumenti che dei materiali utilizzati. Con esiti di interesse straordinario, come le opere esposte confermano», sottolinea Bruno Corà, Presidente della Fondazione. L'attività grafica di Burri ha inizio nel 1950 e si conclude nel 1994. Com'è noto, Burri ha ricevuto nel 1973 dall'Accademia Nazionale dei Lincei il Premio Feltrinelli per la Grafica con la motivazione che essa «... si integra perfettamente alla pittura dell'artista, di cui costituisce (...) una vivificazione che accompagna il rigore estremo a una purezza espressiva incomparabile».

Il Museo Burri della Grafica si aggiunge, come atto conclusivo, alle numerose iniziative del Centenario che ha avuto molte tappe importanti: dalla nuova edizione del Catalogo Generale al compimento del Grande Cretto di Gibellina, alla ricostruzione del Teatro Continuo a Milano, solo per citare gli eventi più importanti. L'impegno della Fondazione è stato profuso anche in ambito espositivo con mostre dedicate ad approfondire e/o rivedere il ruolo di Burri in vari contesti nazionali e internazionali, nonché riportando la Fondazione Burri al centro dell'attenzione internazionale, con convegni che hanno visto confluire nella sua città natale e proprio negli Ex Seccatoi artisti, studiosi, direttori di musei e critici da tutto il mondo per parlare dello stato dell'arte. Sino alla recente mostra "Burri. Lo Spazio di Materia / tra Europa e Usa", che lascia ora spazio alla definitiva collocazione museale dell'opera grafica e multipla di Burri. In occasione dell'apertura della Sezione Grafica della Collezione Burri è prevista una giornata dii studio con la partecipazione di studiosi del settore e importanti stampatori nazionali e internazionali. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Martin Bradley - Alice Stories III Martin Bradley: Opere 1955/1996
termina lo 07 aprile 2017
Galleria Peccolo - Livorno

Prosegue con la personale di Martin Bradley la serie di mostre che la Galleria Peccolo sta dedicando nella stagione espositiva 2017/ 2018 ad artisti contemporanei definiti "Grandi isolati". Artisti che pur operando in sintonia con l'arte del loro tempo, ad un certo punto hanno deciso di ritirarsi dalla scena artistica, per continuare il proprio lavoro lontano dai clamori e non subire pressioni dal mercato.

Martin Bradley (Richmond Surrey - Inghilterra, 1931) e dopo aver vissuto, dipinto e viaggiato nei vari continenti, con soggiorni in Brasile, India, Tibet, Cina e Giappone, dagli anni '80 ha scelto di vivere tra Bruges, in Belgio, e brevi soggiorni in Giappone. Già in giovane età, in contrasto con la famiglia, Bradley desiderava diventare pittore; dopo 3 anni passati in navigazione come mozzo, ritorna a Londra e comincia a dipingere e nel contempo conosce, iniziato da studiosi della materia, la scrittura cinese e gli ideogrammi nell'arte dell'estremo oriente.

Nel 1954 espone presso la famosa Gimpel & Fils Gallery di Londra: sarà la prima delle innumerevoli personali da lui realizzate fino ad oggi in Gallerie e Musei europei e internazionali. Da quel momento dividerà la sua passione per la pittura e il fascino per l'Arte e l'Estetica della calligrafia cinese, giapponese e tibetana studiandone sia l'iconografia tradizionale che i trattati filosofici sul buddismo. Nella lunga e feconda carriera i suoi quadri, che sono entrati in prestigiose Collezioni Museali, Pubbliche e private di tutto il mondo, sono stimati e riconosciuti per l'alta qualità di una scomposta "figurazione/astrazione"ambientata in improbabili spazi nei quali la critica ha individuato filiazioni da Hieronymus Bosch.

La sua pittura: un impianto immaginario in cui sono intessuti simbologie provenienti da culture sia Orientali che Occidentali; un intreccio improbabile e insieme surreale tra l'arte colta europea e la calligrafia e le iconologie dell'arte cinese e giapponese il tutto sostenuto dai testi filosofici del Buddismo al quale si è convertito. Le esposizioni delle sue opere si susseguono per tutti questi anni come pure si intensificano i suoi studi e le traduzioni dei testi del Sutra, Fior di Loto. Tanto che nel 2014 verrà pubblicato il suo libro di annotazioni e traduzioni di uno dei testi fondamentali della filosofia del Buddismo. L'esposizione è accompagnata dal catalogo edito dalle Edizioni Peccolo contenente le immagini delle opere esposte con un breve scritto dell'artista stesso quale prefazione, una testimonianza del critico francese Gérard Xuriguera e una breve nota della studiosa spagnola Raquel Medina de Vargas. (Comunicato stampa)




Opera di Diego Salvador nella mostra Dialogues a Trieste Diego Salvador: "Dialogues"
termina il 15 maggio 2017
Impresa Sociale Ad Formandum - Trieste

Mostra fotografica di Diego Salvador. Così ne parla Giancarlo Torresani: "In queste sue opere gli spazi fotografati da Salvador appaiono non come paradigmi costituiti da riprodurre e perpetuare, ma come elementi fluidi della vita quotidiana, configurati come ambienti ideali di conversazione (da cui la sovrapposizione di testi alle immagini) per una scoperta di un nuovo linguaggio con il quale indagare questi spazi, interpretarli per poi rappresentarli. Il modus operandi, scelto da Salvador, è il sistema ICM: muovendo intenzionalmente la fotocamera durante l'esposizione, con un tempo adatto d'otturatore, e applicando un movimento direzionale alla fotocamera rispetto al soggetto, egli ottiene un effetto creativo-artistico caratterizzato da evidenti striature nell'immagine. Un sistema sperimentato con molta pazienza che ha avuto tra i suoi principali sostenitori Ernst Hass, Douglas Barkey, Alexey Titarenko... solo per citarne alcuni".

Così l'autore, rasentando l'astrazione o, per dirla in altro modo, la non riconoscibilità del soggetto ripreso, disegna con la luce, inseguendone i contorni, l'intensità, il calore, il moto dell'animo, per donare un proprio timbro all'immagine originaria, il che vale a dire una vita nuova. La serata è organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet. (Comunicato stampa)




Lidija Delic - Sunset Journey - 130x170.cm 2017 Lidija Delic: Sunset Journeys
termina il 12 maggio 2017
Circoloquadro arte contemporanea - Milano
www.circoloquadro.com

Prima personale in Italia di Lidija Delic, a cura di Marta Cereda. La giovane artista presenta la sua ricerca più recente: una serie di dipinti che ruotano intorno all'idea del tramonto come rappresentazione sintetica e simbolica di temi legati al viaggio, alla memoria e allo scorrere del tempo. Nelle opere in mostra l'apparente banalità del soggetto viene da una parte enfatizzata, attraverso la ripetizione e la ridondanza, dall'altro viene annullata grazie a una tecnica pittorica che richiede capacità di attesa e che impedisce un risultato uniforme e uguale a se stesso.

Alcune carte di grandi dimensioni e un'installazione sottolineano dunque la soggettività del tempo e l'evanescenza del ricordo, mentre il soggetto rimanda sia alla pittura di paesaggio en plein air sia alle collezioni di cartoline di paesaggi esotici raccolte e sfogliate dall'artista. La nuova sede di Circoloquadro arte contemporanea con la grande finestra affacciata su corso Buenos Aires dialoga con il progetto, inserendo un ulteriore livello di lettura: quello dello scorrere del tempo reale che progressivamente illumina e porta all'oscurità naturalmente le opere in mostra.

Dopo essersi diplomata in Pittura presso la facoltà di Belle Arti a Belgrado, Lidija Delic (Montenegro, 1986) ha conseguito un dottorato presso il dipartimento di Arte Multimediale della stessa università. Il suo lavoro è stato esposto in mostre personali e collettive, tra cui si ricordano Interspace (Gallery 212, Belgrado, 2016) e Diving (Espacio Trapezio, Madrid, Spagna, 2015). Nel 2015 è stata artista in residenza presso Glo' Art, Global Art Center, Lanaken, Belgio e Intercambiador Acart, Madrid, Spagna. Nel 2017 è stata selezionata per Bjcem, Biennale des jeunes créateurs de l'Europe et de la Méditerranée. E' cofondatrice di U10 Art Space. (Comunicato stampa)




Giovanni Colombo - Cernobbio Pomelasca - Opera di Giovanni Colombo in mostra alla Galleria Cortina di Milano Giovanni Colombo: Geometrie dello sguardo
termina lo 01 aprile 2017
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La scelta del paesaggio come soggetto, per Giovanni Colombo, comprende non solo una visione del mondo e dei luoghi, ma diventa una testimonianza del suo rapporto con la vita (...). Nella sua ricerca il disegno dal vero è un esercizio di resistenza e un'operazione concettuale necessaria, mentre la fotografia è una sfaccettatura della memoria puntualmente registrata su un taccuino d'appunti in cui gli scritti si mischiano agli schizzi abbozzati sull'onda di suggestioni immediate. Nelle recenti composizioni il ritmo è cadenzato da sequenze messe a punto a computer e la tela diventa l'approdo ultimo e la destinazione finale di "racconti dello sguardo" più che di meri dipinti. Così i quadri diventano interpretazione sentimentale, evocazione poetica, frammenti di memoria vissuti come epifanie di un impalpabile universo in cui si dipana l'umana avventura. (...)

Nelle opere una sorta di griglia in bianco evidenzia una scansione di vedute, legate al tempo che scorre o alla prospettiva, che raccontano il luogo in vari momenti, la sua storia, le evocazioni suggerite. (...) E' un leitmotiv dell'espressione di Giovanni Colombo che persegue da sempre nella sua ricerca una sorta di gioco intellettivo, declinato tra rigore e stupore, che si va delineando secondo regole ben precise. Tra i soggetti prediletti della mostra, che racchiude opere degli ultimi tre anni, c'è il lago, con l'intrigante specchio d'acqua che lo caratterizza e diventa un caleidoscopio in continuo divenire di forme e colori. Lo si incontra nei paesaggi ritratti che spaziano dal Lario al Ceresio e dall'Italia alla vicina Svizzera fino all'Irlanda. (dal testo di Stefania Briccola). Mostra a cura di Stefano Cortina. Catalogo in galleria con testo di Stefania Briccola. (Comunicato stampa)

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Dadamaino - Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

Dario Zaffaroni - Geometrie Cromo-cinetiche
Catalogo a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

50 e oltre - Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
Catalogo a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Silver Surfer - Signed Stan Lee only on front Steve Kaufman - Elvis Le cinéma de Steve Kaufman
termina lo 06 maggio 2017
Barbara Frigerio Contemporary Arts - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it/page/18 (versione on line della mostra)

"Non c'è fine. Non c'è inizio. C'è solo l'infinita passione per la vita." Questa frase di Federico Fellini può descrivere al meglio lo spirito di Steve Kaufman e del suo lavoro, volto a descrivere persone ed oggetti del mondo contemporaneo con fare ironico e sognante. E lo scintillante mondo del cinema è sicuramente una buona fonte d'ispirazione per le sue opere: tra star, locandine e fotogrammi. Una per tutti l'intramontabile Marylin, icona per eccellenza, da Kaufman ritratta innumerevoli volte, ma sempre con una nuova veste. Lo stesso può dirsi per Elvis Presley e James Dean, volti intramontabili della nostra storia, qui presenti accanto, tra gli altri, ad una bellissima ed elegante Grace Kelly. Lo sguardo divertito dell'artista pop non poteva non prendere in considerazione anche il mondo delle fiabe, dei cartoni animati e dei supereroi: un modo sapiente di farci continuare a sognare. (Comunicato stampa)




Opera di Angela Rapio Angela Rapio: Scritture strappate
termina il 31 marzo 2007
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Secondo appuntamento della rassegna Corrispondenze assonati; quattro proposte di linguaggio sul tema del frammento, dello strappo, della 'memoria', curata da Massimo Bignardi. La rassegna propone le esperienze di quattro artisti italiani che da tempo, in piena autonomia, lavorano sul valore di piano e di superfice che a volte diviene anche quella del frammento. Si tratta di Silvio D'Antonio che propone le sue Variazioni rilevando in esse corrispondenze con le liriche geometrie che cifravano le sue opere dei primi anni settanta; di Angela Rapio, la più giovane che con le sue Scritture strappate tratte dal ciclo carte fossili propone il rapporto tra superfice e frammento, tra scrittura e immagine.

Seguono le città di Giuseppe di Muro: le sue lastre in ceramica raku parlano di progetti di una terra archetipa, nascosta nel nostro desiderio di città. Infine le trasparenti sequenze pittoriche di Mario Lanzione che, con la mostra dal titolo Carte, trasparenti filtri delle emozioni ci riporta al piano, alla sua capacità di farsi, attraverso la trasparenza di carte veline, spazio dell'inesprimibile. «Una rassegna,avverte Bignardi, che non ha margini di chiusura, comparti stagni dove ciascun artista conserva il suo 'monologo'. Anzi spinge verso i margini di un contatto, di un corto circuito tale da rendere l'assonanza un vero accordo, cioè la misura di un dialogo».

In mostra venti opere su carta, articolati collages realizzati dall'artista pugliese nel 2015 e proposte nelle due significative personali allestite a Rimini e al Fondo Regionale d'Arte Contemporanea di Baronissi tra il 2015 e il 2016. «Il passo verso la scrittura, il frammento - scrive Massimo Bignardi - è stato breve. Non perché abbia esemplificato e ridotto a forma-sagoma gli spessori delle tridimensionali radici esposte all'Orto botanico di Siena, tanto meno per il facile tentativo di dare risposta all'idea di materia e di costruzione attraverso una pratica che richiama nella sua sostanza il collage.

Angela Rapio si è posta una domanda sulla genesi di queste geografie dell'emozione, vale a dire sul personale abbecedario di segni con i quali traccia, consapevolmente o accogliendo l'inarrestabile fluire del destino, giorno dopo giorno la sua mappa esistenziale, la sua storia nelle storie dell'universo, con la fermezza che lei (il suo occhio) è lì pronta a testimoniare il presente. Frammenti di carte, discontinue sia per i colori, sia per le forme, sia per gli spessori dei supporti, dalle veline a quelli più grezzi e ruvidi delle carte per acquerello, costituiscono questo attuale repertorio. Il risultato è sotto i nostri occhi: pagine di una estrema delicatezza ove l'occhio trova difficoltà a seguire l'inquieta trascrizione di segni e di scritture, ove il segno a volte si sfuma fino a disperdersi nell'acquosità delle tinte, nelle gocce che scivolano dando luogo a grovigli, a siepi, ad alghe che agitano la superficie, trattenendo quel sapore di vissuto che è proprio del frammento di carta». (Comunicato stampa)




Vincenzo Agnetti
Photo-Graffie | Dopo le grandi manovre 1979-1981


termina il 14 maggio 2017
Fondazione Brodbeck - Catania
www.fondazionebrodbeck.it

Con le due mostre personali dedicate a Federico Baronello, Indigenation, e a Mauro Cappotto, Makes, Remakes and Unmakes, nel 2016, la Fondazione Brodbeck ha inaugurato il format espositivo Unfinished Culture, ideato da Giovanni Iovane con l'intento di ridefinire l'idea d'identità, territorio e della rete complessa che allinea in maniera orizzontale la scena internazionale dell'arte contemporanea, del pensiero critico, geopolitico e sociale. Il tema generale delle mostre si fondava essenzialmente sul processo concettuale della documentazione fotografica come opera d'arte e, nello stesso tempo, come pratica espositiva. Sempre nel progetto Unfinished Culture, l'istituzione catanese dedicata all'arte contemporanea presenta una mostra su Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-1981), a cura di Giovanni Iovane in collaborazione con L'Archivio Agnetti.

Vincenzo Agnetti è stato un artista "eccentrico" e di fondamentale importanza per le sperimentazioni concettuali a partire dagli anni '60. I suoi primi interventi sono infatti teorici e a sostegno, attraverso la rivista "Azimuth", di artisti come Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Successivamente, e mediante una particolare esperienza artistica e di vita, Agnetti elabora una vera e propria poetica essenzialmente fondata sull'impossibilità di comunicare. Tale "impossibilità", insieme drammatica e ironica, è presente sin dal 1963 con il suo romanzo Obsoleto e poi in opere esemplari come il Libro dimenticato a memoria (1969).

La riflessione sul linguaggio (ciò che si comunica...), lo accomuna ad altri artisti internazionali concettuali, così come la riflessione filosofica essenzialmente basata sulle analisi del filosofo Ludwig Wittegenstein (1889-1951). Punto nodale dell'originale esperienza artistica di Agnetti è il "rammemorare" come forma di conoscenza e contemporaneamente come forma di oblio. Tale apparente paradosso filosofico e psicologico assume speciali forme attive e performative nelle opere di Agnetti attraverso le figure del "rammentatore", del "dicitore" o in azioni come quella appunto di "dimenticare a memoria". Altra caratteristica dell'esperienza artistica di Agnetti, oltre alle contaminazioni tra arte e poesia e linguaggio, riguarda la teatralizzazione e la messa in scena come elemento sia performativo che di reale compimento dell'opera d'arte.

La mostra Vincenzo Agnetti Photo-Graffie e Dopo le grandi manovre riprende la pratica dell'uso della fotografia come medium e soprattutto come processo concettuale. Agnetti realizza la serie delle Photo-Graffie dal 1979 al 1981. Si tratta di pellicole fotografiche esposte alla luce, trattate e graffiate al fine di "recuperare" il disegno o meglio l'elemento figurativo e talora pittorico dell'immagine. Come per i lavori precedenti di Agnetti la "Photo-graffia" si fonda su un procedimento alterato. Con l'esposizione alla luce della pellicola fotografica, il conseguente annerimento diviene una azione di azzeramento e nello stesso tempo di totale compressione dell'immagine.

Dalla fine e dall'annientamento dell'immagine, così come da una fotografia che non presenta altro che il nero, è tuttavia possibile agire con graffi e con colori. Graffiare e dipingere divengono in tal modo dei "segnali", delle forme poetiche disposti su una struttura cancellata quale appunto la pellicola fotografica. Una originale forma di espressione pittorica che nelle Vetrate si arricchisce ancor più di ulteriori possibilità spaziali (anche in questo caso con un procedimento alterato tra interno ed esterno). Tale "recupero" dell'immagine s'inserisce all'interno di un procedimento concettuale e insieme poetico che contraddistingue l'intera e straordinaria esperienza artistica di Vincenzo Agnetti. Sotto il titolo generale di Dopo le grandi manovre (1979-1981) sono presenti in mostra 20 opere su carta realizzate mediante l'uso della fotografia, della scrittura, della china e talora del collage e del pastello.

"Io sono stato colpito - dichiara lo stesso artista - da questo fotografo di circa cento anni fa, che era un grande fotografo. Ho trovato le sue immagini incollate in un vecchio album, che ho comprato da un rigattiere a Gibilterra. Erano piccole foto in bianco e nero, che un altro anonimo ha successivamente acquarellato. Io le ho rifotografate con una macchina da dilettante, le ho fatte ingrandire in un modo particolare e ho ottenuto queste cose. Mi interessano perché sono di un poeta che usava le foto. Da parte mia ho voluto inserirmi in questo spessore poetico".

Anche in queste opere, "originate" da un vecchio album di tavole giapponesi, l'immagine fotografica s'inserisce simultaneamente in un processo artistico concettuale che fonde immagine, linguaggio e capacità espressiva pittorica. Come per le Photo-Graffie, lo "spessore poetico" è la chiave di volta per la comprensione e soprattutto la visione di queste opere. La mostra è stata resa possibile dalla collaborazione attiva di Germana Agnetti. Gli studenti del Biennio specialistico di "Visual Cultures e pratiche curatoriali" dell'Accademia di Brera, Vincenzo Argentieri, Emilie Gualtieri e Bianca Frasso, coordinati da Valeria Faccioni (Archivio Agnetti) hanno collaborato al progetto espositivo nonché alla preparazione editoriale del libro Vincenzo Agnetti Photo-Graffie Dopo le grandi manovre che sarà presentato a Catania presso la Fondazione Brodbeck in occasione del finissage della mostra.

La Fondazione Brodbeck è stata costituita il 30 novembre del 2007 con il fine di produrre e presentare opere di artisti in grado di modificare i confini del fare arte. Essa si trova all'interno di un complesso postindustriale situato nel cuore della vecchia Catania, più precisamente nel quartiere storico di San Cristoforo, a pochi passi dal Museo Civico Castello Ursino, dalla ex Manifattura Tabacco (futura sede del Museo Archeologico), da Piazza Duomo e da Piazza Università. L'intero isolato nel quale ha sede la Fondazione è stato soprannominato "Fortino" sia per le mura che, cingendo lo spazio, ricordano la struttura di un piccolo forte, sia perché vicino al quartiere storicamente così denominato.

Un'area di 6 mila metri quadri che si presenta come una cittadella composta da 15 capannoni che si affacciano su tre piccole corti. Il complesso risale alla fine dell'Ottocento, con aggiunte postume novecentesche. Attualmente sono stati ristrutturati 600 metri quadri destinati a spazi per mostre temporanee, residenze d'artista, foresteria e un laboratorio progettuale; un modulo operativo che, arricchito della presenza della collezione Paolo Brodbeck, verrà esteso all'intero complesso. Ad affiancare le attività espositive un programma didattico rivolto prevalentemente alle scuole, ma anche a pubblici adulti, strutturato con la formula della visita partecipata, in cui lo spettatore è parte attiva nel processo di fruizione delle opere. (Comunicato stampa)




Aldo Damioli - Venezia New York - acrilici su tela cm.70x80 2016 Aldo Damioli - Venezia New York - acrilico su tela cm.80x100 2016 Aldo Damioli. Città della mente
termina lo 09 aprile 2017
VS Arte presso sede "Appiani Arte" - Milano
www.vsarte.it

Aldo Damioli (Milano, 1952), tra i maggiori esponenti di una pittura concettuale che affonda le radici nella metafisica di De Chirico, dipinge nelle sue opere città immaginarie, metropoli contemporanee estremamente verosimili nelle architetture, ma ognuna caratterizzata da uno specifico codice estetico che le colloca in una dimensione cristallizzata, dando vita ad atmosfere che esulano dal reale. Questi paesaggi urbani, caratterizzati dal sapiente uso della luce e delle forme geometriche, immobili nella loro grandiosità, fanno da sfondo a scene di vita quotidiana in cui l'elemento umano sembra essere avvolto da uno spazio quasi zen, sereno e silenzioso, sospeso in un eterno presente.

I venti lavori in mostra realizzati ad acrilico su tela - dai 40x50cm fino ai due metri - e accomunati dallo stesso tema, le "Città della mente", illustrano mondi visionari; lo si osserva nelle rappresentazioni di New York dipinta come se fosse Venezia e trasformata in una sorta di non-luogo e di non-tempo tanto irreale da sembrare concreta, ne è un esempio l'opera Venezia New York (2013) in cui un gruppo di persone a bordo di imbarcazioni è rischiarato dalle luci degli edifici della notte newyorkese. La città di Milano è vista sempre nelle ore notturne. Nel ritrarre Parigi Damioli ripropone le atmosfere cantate dagli chansonniers francesi (A Parigi, 2015), mentre nelle città cinesi i dipinti sono maggiormente legati alla geometria del Tao (Pechino, 2016).

Elena Pontiggia nel testo critico scrive: "Si è parlato spesso di un moderno riallacciarsi a Canaletto per le Venezie-New York di Damioli, ma i suoi maestri ideali possono essere anche un certo Settecento illuminista oppure l'arte che si colloca fra la Nuova Oggettività tedesca e il realismo magico alla Donghi, ripensate con un velo di ironia". Accompagna la mostra un catalogo con la riproduzione delle principali opere esposte e un testo di Elena Pontiggia. (Comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




La flotta perduta di Kubilai Khan
Mostra fotografica della spedizione archeologica


termina lo 01 aprile 2017
Fondazione Luciana Matalon - Milano
www.fondazionematalon.org

Nel 1281 l'Imperatore della Cina Kubilai Khan, nipote del più noto Gengis, tentò di invadere il Giappone, ma la gigantesca flotta di circa mille imbarcazioni e quarantamila uomini fu fermata da un improvviso e violentissimo tifone che la fece affondare insieme ai suoi sogni di conquista. La terribile tempesta, che venne considerata provvidenziale dai giapponesi, fu appunto ribattezzata il "vento divino". La spedizione archeologica dell'IRIAE (International Research Institute for Archaeology and Ethnology) realizzata in collaborazione con l'ARIUA (Asian Research Institute for Underwater Archaeology) ha riportato alla luce dopo sette secoli la maestosa flotta agli ordini di Kubilai Kahn nelle acque dell'isola di Takashima, regione del Kyushu, nel Sud del Giappone.

La mostra, realizzata in collaborazione con l'IRIAE, presenta 36 fotografie di grande formato e un video. Gli scatti dei giornalisti e fotografi Marco Merola e David Hogsholt, realizzati in occasione di un reportage poi pubblicato dal prestigioso magazine internazionale "Terra Mater", hanno colto i momenti di scavo subacqueo, di recupero dei materiali e di "vita" della missione più suggestivi. Insieme alle stampe sarà presentato un filmato montato da Fabio Branno, Cinemax Studio, che avrà il compito di trascinare il pubblico nel Giappone profondo, mostrando l'area interessata dalla spedizione e, soprattutto, facendo vivere in differita le emozioni vissute dagli archeologi nei sette anni di attività sul campo. La spedizione in Giappone ha permesso di scrivere un'importante pagina di storia, svelando quello che era considerato uno dei dieci grandi misteri dell'archeologia. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra di Barbara Giavelli Barbara Giavelli - L'apertura della mente - mosaico in marmo cm.90x70 2015 Barbara Giavelli: L'arte del mosaico
termina lo 06 maggio 2017
Atelier di Barbara Giavelli - Chiozza di Scandiano (Reggio Emilia)
www.macauba.com

Dopo l'esposizione estiva a Pietrasanta (Lucca) e la partecipazione alla rassegna "L'Arte svelata in luoghi insoliti", a cura di Pina Tromellini, l'artista ha deciso di aprire al pubblico il proprio atelier per consentire ai visitatori di seguire il farsi dell'opera. Come si legge nel testo di Pina Tromellini, pubblicato nel volume L'Arte svelata in luoghi insoliti (Vanillaedizioni, 2016), «Ci si innamora del proprio lavoro artistico; si può piangere dalla gioia se si raggiunge un traguardo prefissato. Succede a Barbara Giavelli, mosaicista che, dopo varie esperienze creative, ha scoperto il mosaico e l'ha trasformato in un'attività totalizzante. Sorprende la relazione che l'artista ha con le pietre, numerose, di colori diversi e di sfumature impensate. Ogni tanto le annaffia come farebbe con i fiori di un giardino, per esaltarne i colori. Il suo laboratorio infatti è un giardino di pietre: le distingue singolarmente e le sfiora con delicatezza, perché è convinta che diventeranno qualcosa di unico e prezioso. Gli smalti veneziani emanano luce dentro a bottiglie trasparenti, altre pietre sono ordinate in diversi contenitori. Per apprezzare i mosaici di Barbara occorre iniziare da qui, da una materia prima che non ha confini. Le pietre appartengono al mondo. (...)». In esposizione, anche piccoli oggetti, come fibbie, ciondoli ed opere da indossare.

Barbara Giavelli (Reggio Emilia, 1970) da sempre attratta dall'arte, in particolare dalla pittura e dal disegno, sperimenta varie tecniche. Nel 2000 inizia a frequentare i corsi di pittura tenuti da Alessandra Ariatti che, contemporaneamente, la indirizza verso l'arte musiva. In un primo tempo affronta la tecnica del mosaico in modo autonomo, successivamente si rivolge al mosaicista Gian Domenico Silvestrone per acquisire maggiore dimestichezza con la materia. Già dai primi lavori, l'artista intuisce le potenzialità del mosaico e la possibilità di esprimere con tessere in pietra, ori e smalti veneziani il proprio sentire. Dopo un primo studio dei soggetti classici, concentra la propria attenzione sulla potenza espressiva del colore, sull'effetto della luce che colpisce la materia vitrea e la pietra. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Franco Vasconi - Paesaggio Urbano - olio su tela cm.80x100 1975 Franco Vasconi: Figura e Nuova Visione
termina il 14 aprile 2017
Spazio Eventi di Palazzo Pirelli - Milano
www.francovasconi.com

La mostra di Franco Vasconi si presenta come una completa antologica che, nella selezione di cinquantasei opere tra dipinti, disegni e sculture, offre tutte le tematiche svolte dall'Artista protagonista della scena nazionale dagli anni '50. Dalle prime riflessioni sulla pittura di carattere realistico (La Preghiera del '45), legate al clima culturale piemontese e lombardo, passando attraverso il confronto con la materia e la natura nella vicinanza con Ennio Morlotti, si approda, negli anni '60, ad un segno pittorico maturo fondato su una meditazione delle avanguardie storiche (Futurismo) sempre rivissute e relazionate alle tematiche del presente, della natura e della centralità delle vicende dell'uomo. Inediti e importanti, i grandi cartoni per il mosaico della chiesa di Santa Maria del Rosario a Milano che concludono idealmente un percorso fatto di passione e vitalità. La mostra, a cura di Stefano Cortina, Renato Galbusera e Luca Pietro Nicoletti, sarà illustrata da un catalogo delle opere con un testo critico di Luca Pietro Nicoletti.

Franco Vasconi (Spigno Monferrato, 1920 - Milano, 2014) negli anni '30 studia a Milano, presso la Scuola d'Arte Cristiana Beato Angelico e la Scuola degli Artefici di Brera. La sua attività artistica si è sviluppata attraverso la pittura, la scultura, la scenografia, la grafica. Vasconi è protagonista di un contesto del sistema artistico milanese in cui la geografia di gallerie connota un certo profilo non solo di stile quanto di gusto e di collezionismo. Entro il capoluogo lombardo, dove stabilisce la propria dimora nel 1955, pur avendo qui in precedenza compiuto il proprio percorso formativo, egli gravita a lungo intorno alla galleria di Renzo Cortina, e parte della critica che si occupa di lui è proprio quella, specie fra la fine dei Sessanta e tutti gli anni Ottanta, che è di casa presso la Libreria Internazionale Cavour e il relativo spazio espositivo.

Tra le principali opere realizzate in ambito pubblico e privato si segnalano: Crocefissione, affresco realizzato nella chiesa parrocchiale di Roe di Sedico del '75, l'affresco Omaggio alla libertà realizzato nel '76 a Seregno. Durante la sua lunga e appassionata attività artistica, ha presentato le sue opere in numerose mostre personali ed ha partecipato a rassegne e premi. Tra i numerosi riconoscimenti, nel 1972, ha avuto dal comune di Milano l'Ambrogino d'oro. (Comunicato stampa)




Francesca Vivenza - Who is in - Who is out? (Chi è Dentro, chi è Fuori?) - acrylic on paper - acrilico su carta, 55,5x14, 26,5x14 cm each - ciascuno 2014 Francesca Vivenza: "Tentative Language"
termina il 30 marzo 2017
Galleria Il Gabbiano - La Spezia

«Da anni, nella mia attività artistica, gioco con le due lingue che uso quotidianamente, inglese e italiano: i loro intrecci sono la forza che guida i concetti con cui costruisco i miei lavori. Preparando questa mostra, Tentativi di linguaggio, mi sono incuriosita dei meccanismi neuro-cerebrali che muovono questo mio metodo e ho deciso di affrontare la scienza che studia il bilinguismo. (...) Dopo le mie ricerche sul cervello bilingue, posso considerare i miei lavori non solo un viaggio nel mondo bilingue, ma anche in parte il risultato di un'esperienza spiegabile in chiave scientifica, in quanto la struttura e la funzione del mio cervello sono modificate da più di quarant'anni di intensa attività dall'uso dell'alternanza linguistica. Comunicare con due lingue quotidianamente aiuta a partecipare, ma forse non ad appartenere, sia al luogo d'origine che a quello acquisito con la nuova residenza. (...)» (Francesca Vivenza)

Il lavoro di Francesca Vivenza (Roma, 1941) si esprime in forme diverse, da libri d'artista a istallazioni site-specific - che chiama Tentativi di Itinerari - su temi di viaggio, distanza e disorientamento, mettendo in discussione la stabilità di concetti d'identità come comunità, nazione e lingua d'origine. Ha studiato all'Accademia di Brera a Milano e partecipa a mostre internazionali dal 1971. Nel 2011 è stata invitata al Padiglione Italia nel mondo, Biennale di Venezia, Toronto-Venezia. (Comunicato stampa)




Opera di Filippo La Vaccara Filippo La Vaccara - opera pittorica Filippo La Vaccara
termina il 31 marzo 2017
Carta Bianca fine arts - Catania
www.galleriacartabianca.it

Selezione di nuove opere pittoriche di Filippo La Vaccara ed una serie inedita di sculture in ceramica ed engobbio, frutto della sua produzione più recente. Per lo spazio catanese La Vaccara ha ideato un allestimento in cui le pareti di un colore blu intenso, anziché il più utilizzato bianco, sono un ritaglio di cielo, abisso di fondo, con l'idea di stimolare la concentrazione dell'osservatore all'interno dello spazio dipinto, sull'icona che ne emerge, quel luogo dove tutto avviene e il suo lavoro agisce. Il tentativo è quello di creare un silenzio attorno all'opera, ricostruire in piccolo l'atmosfera di un museo, dove lo spettatore è invitato a contemplare.

Mai come in questo periodo la capacità di concentrazione è stata messa a repentaglio dalla grande quantità di immagini alle quali siamo sottoposti. Osservare un'opera di La Vaccara è, più che uno stimolo, un momento di rallentamento dello sguardo che predispone ad una visione più totale, intensa, vera. "Gli artifici e il candore dell'uomo non hanno mai fine", alcuni versi del Golem di J.L.Borges, sono citati nel testo del recente libro monografico sull'artista dall'autrice. Mercedes Auteri (Allemandi e Pollock - Krasner Foundation di New York) che racchiude una sintesi del lavoro ventennale di Filippo La Vaccara e della sua poetica vivida e delicata.

Il dialogo onirico dell'artista con i suoi soggetti, in pittura e scultura, si è fatto negli anni sempre più sintetico, a tratti surreale, primigenio, fedele alla visione, all'idea, alla suggestione. Nella sua tensione a rappresentare con semplicità aspetti comuni della vita quotidiana, questa si trasforma in ritratto poetico e magico della realtà, a volte sogno, a volte incubo, fatta di bellezze e inquietudini. Le sue teste in terracotta, come il Golem, come Adamo, vengono biblicamente plasmate per venire alla luce, per raccontare un altro specchio del mondo. Così le sue opere, sono esercizi per lo sguardo: dettagli perfetti dentro paesaggi sognati ma solo a metà, figure riconoscibili però evanescenti, sfuggenti e palpabili allo stesso tempo.

Filippo La Vaccara (Catania, 1972) si diploma in Scultura all'Accademia di Catania nel 1994 e inizia la sua carriera artistica nel 1998, con la personale a cura di Francesca Pasini in Viafarini a Milano. Nel 1999 è scelto da Angela Vettese e Giacinto di Pietrantonio per il Corso Superiore d'Arti Visive alla Fondazione Antonio Ratti di Como e segue uno stage con Haim Steinbach. Nel 2002 è Artist in Residence presso la Fondazione Orestiadi di Gibellina, dove esegue 5 grandi dipinti poi esposti nella mostra Laboratorio a cura di Achille Bonito Oliva.

Tra le altre mostre: Filippo La Vaccara (2000 e 2001), entrambe a cura di Francesca Pasini, presso la Galleria Salvatore+Caroline Ala, Milano; La trama invisibile (2009) Galleria Claudia Gian Ferrari e Galleria The Flat - Massimo Carasi, Milano (con testi di Laura Cherubini e Marco Meneguzzo); Ritratto di L. R. (2010) per Riso Museo d'Arte Contemporanea della Sicilia (Palermo) e Fondazione Brodbeck (Catania); La Scultura Italiana del XXI secolo, Fondazione Pomodoro Milano (2011), a cura di Marco Meneguzzo; La Vaccara / Maillet (2012) a cura di Marco Meneguzzo, presso il Museo Valtellinese di Storia e Arte di Sondrio e alla Galleria Credito Siciliano di Acireale. Nel 2015 due sue opere, proprietà della collezione di Mario e Bianca Bertolini, vengono acquisite dal Museo del 900 di Milano. Nel 2016 riceve la menzione d'onore al Premio Fondazione Focus Abengoa di Siviglia. Lo stesso anno, viene pubblicato il libro monografico sull'artista edito da Allemandi e prodotto dalla Pollock-Krasner Foundation, di New York. (Comunicato stampa)




Maria Papa - La pureté - marmo bianco di Altissimo h 60cm 1989 Maria Papa Rostkowska (1923-2008)
Le opere, gli amici, i luoghi


termina il 30 aprile 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Virgilio Guidi - San Donato Milanese

Maria Baranowska (Varsavia, 1923 - Pietrasanta, 2008), di padre polacco e madre russa, nel 1943 sposa Ludwik Rostkowski Jr, importante esponente della social-democrazia polacca, con il quale partecipa al salvataggio di numerosi ebrei del Ghetto di Varsavia. Durante l'insurrezione di Varsavia, nel 1944, è attiva nella lotta contro l'armata tedesca ottenendo, dopo la liberazione, la medaglia "Virtuti Militari" nel frattempo studia architettura e belle arti. Rimasta vedova nel 1950 inizia a partecipare come pittrice, a varie esposizioni in Polonia. Nel 1957, su invito del pittore Edouard Pignon si trasferisce a Parigi dove conosce l'editore, scrittore e critico d'arte Gualtieri di San Lazzaro (al secolo Giuseppe Papa), fondatore della rivista d'arte "XXe Siècle" e dell'omonima galleria, che sposerà nel 1958.

Maria si trova subito al centro della vita artistica parigina, conosce gli artisti più importanti come Serge Poliakoff, Joan Mirò, Ésteve, diventa amica di scrittori, critici e personalità della cultura come Eugene Ionesco, André Pieyre de Mandiargues, Pierre Volboudt, André Verdet, Robert Lebel, Jacques Lassaigne, Beniamino Joppolo, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini. Ma anche Nina Kandinsky e scultori come Emile Gilioli, Marino Marini, Lucio Fontana e Carlo Sergio Signori. Sono questi gli anni in cui, passando le estati ad Albisola (Savona), scopre la ceramica e la terracotta e comincia a dedicarsi principalmente alla scultura.

Lavora nei laboratori di Tullio d'Albisola e passa il tempo in compagnia di Carlo Cardazzo e degli amici artisti che gravitano intorno alla Galleria del Naviglio come Capogrossi, Crippa, Fabbri, Manzoni, Scanavino, Milena Milani, Sassu, Wifredo Lam e Asger Jorn. Il risultato di quel lavoro febbrile e intenso sarà presentato per la prima volta alla Galleria del Naviglio, nel 1960, con una presentazione di André Verdet. Seguiranno altre importanti rassegne, in cui Maria Papa si trova in un importante circuito internazionale, che vede la partecipazione di artisti delle avanguardie storiche, come Hans Arp, Marc Chagall, Alberto Magnelli, Massimo Campigli e Sonia Delaunay, e artisti della seconda École de Paris, o italiani come Alberto Burri, Agenore Fabbri, Giuseppe Capogrossi e Lucio Fontana.

Nel 1966 è invitata da Giuseppe Marchiori a partecipare al Symposium del Marmo organizzato dalla ditta Henraux di Querceta, in Versilia, dove scopre il marmo, che diventerà il suo materiale d'elezione. Da allora, e fino al 1999, la sua vita si dividerà fra la Versilia e Parigi. Nell'aprile 2009 la città di Pietrasanta le dedica un'importante retrospettiva, rendendo omaggio a una delle rare donne scultrici che si siano dedicate alla "taglia diretta". Esposizioni commemorative si sono tenute a Parigi, a Varsavia e a Milano. In anni recenti alcune sue grandi opere sono state collocate in luoghi pubblici a Milano (Centro Apice, Università di Milano), Varsavia (Museo di Scultura, Museo Nazionale e due nel Palazzo Presidenziale della Repubblica Polacca), Mentone, Pietrasanta.

A Parigi, al Palais Bourbon, proprio davanti alla sala dei deputati del Parlamento Francese, è stata collocata nella primavera del 2011 la scultura monumentale "Promesse de Bonheur", alta più di 3 metri, in marmo bianco di Altissimo. Maria Papa è la sola artista non-francese ad avere un'opera al Palais Bourbon. La mostra Maria Papa Rostkowska (1923-2008) - Le opere, gli amici, i luoghi è a cura di Stefano Cortina. L'inaugurazione della mostra sarà preceduta alle ore 17 dal concerto della pianista Magdalena Zuk Musicality of sculpture, su musiche di Frederic Chopin, Karol Szymanowski e Domenico Scarlatti. (Comunicato stampa Associazione Culturale Renzo Cortina)




Roberto Crippa
termina lo 09 aprile 2017
Sala Lucio Fontana - Comabbio (Varese)

Mostra di Roberto Crippa (1921-1972), monzese di nascita e milanese d'adozione, uno dei più grandi artisti del dopoguerra. Tra i primi firmatari del Manifesto Spazialista con Lucio Fontana nel 1951, viene presentato con un breve ma esauriente excursus della sua opera. Dai primigeni lavori geometrici, alle celebrate Spirali, ai Totem, ai Sugheri, alle Amiantiti. Un percorso fecondo che in poco più (o dovremmo dire, ahimè, solamente) di un ventennio, ha consacrato Crippa come il maestro del segno, della ricerca materica, della composizione, dell'azione creativa.

Lo si è visto partecipe di mostre personali in tutto il mondo, di sei partecipazioni alla Biennale di Venezia e quattro alla Triennale di Milano. Uomo di forte personalità e di profonda cultura è stato protagonista partecipe della stagione della ricostruzione artistica e culturale italiana degli anni 50, amico e sodale di Lucio Fontana e Gianni Dova, come di tanti altri artisti non necessariamente legati alla medesima ricerca. Questa mostra a cura di Nicoletta Colombo e Stefano Cortina ne celebra il genio creativo nel segno di continuità delle proposte culturali del Paese che vide tra i suoi illustri cittadini Lucio Fontana, maestro di tutti.

Roberto Crippa, laureato in architettura, si dedica alla pittura dal 1943. Nel 1948 conclude l'Accademia di Brera a Milano, allievo di Carpi, Funi e Carrà. Nel 1951 firma il manifesto dello Spazialismo e si avvicina al MAC. Espone alla Biennale di Venezia nel 1950, 1952, 1954, 1958, 1964, 1968. Partecipa alla Triennale di Milano nel 1948, 1951, 1954, 1957, 1960, anno in cui gli viene assegnato il Gran Premio XIII Triennale di Milano. Partecipa alla Documenta di Kassel nel 1955 e nel 1961 alla Biennale di San Paolo. Tra i suoi cicli più noti ricordiamo quelli deli "Sugheri" e delle "Spirali". Dal 1956 si dedica anche alla scultura, per la quale riceverà il Premio Città di Carrara. Dai primi anni Cinquanta espone anche negli Usa. Muore durante un volo sul campo dell'aeroporto di Bresso nel 1972. (Comunicato stampa Associazione Culturale Renzo Cortina)




Opera di Henri Cartier Bresson Henri Cartier Bresson: Fotografo
termina l'11 giugno 2017
Palazzo Ducale - Genova

Centoquaranta scatti di Henri Cartier Bresson, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava. Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per 'dare un senso' al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale.

Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme. Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

"Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale - è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947.

Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier-Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire. A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: "Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco."

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato Ufficio Stampa Civita)




Our Place in Space
10 Artists inspired by Hubble Space Telescope images


termina il 17 aprile 2017
Palazzo Cavalli Franchetti - Venezia

Astronomia e Arte a colloquio nell'esposizione ispirata alle immagini di Hubble Space Telescope. Per 26 anni il telescopio spaziale Hubble - missione congiunta Nasa ed Esa - ha espanso i nostri orizzonti cosmici. Grazie alle sue innumerevoli immagini, Hubble ha svelato nel dettaglio la bellezza, la meraviglia e la complessità dell'Universo, mettendole a disposizione del grande pubblico. Our Place in Space, a cura di Antonella Nota e Anna Caterina Bellati, propone un viaggio visivo mozzafiato attraverso il nostro Sistema Solare fino ai confini dell'Universo conosciuto, sottolineato dalla percezione interpretativa di 10 artisti italiani che hanno tratto ispirazione dagli scatti di Hubble Space Telescope. Grazie all'integrazione tra le diverse prospettive offerte da artisti e astronomi, la mostra invita a riflettere sul posto occupato dall'umanità nel grande schema dell'Universo.

Fin dall'alba della civiltà gli uomini hanno alzato gli occhi al cielo per provare a dare un senso a cio` che vedevano e si sono posti le domande fondamentali: Da dove veniamo? Qual è il nostro posto nell'Universo? Siamo soli nello spazio? Oggi ci poniamo ancora questi stessi quesiti e anche se la tecnologia permette di espandere sempre più i nostri orizzonti nello spazio, la brama di trovare risposte cresce. A partire dal suo lancio avvenuto nel 1990, il Telescopio Spaziale Hubble ha dato il suo contributo decisivo nel ricercare risposte, orbitando attorno alla Terra ogni 90 minuti.

Hubble simboleggia appieno il desiderio umano di esplorare. Possiede strumentazioni avanzate costruite per osservare zone inesplorate dell'Universo ed è stato progettato per essere riparato in orbita da astronauti esperti che negli anni lo hanno fatto ripartire e migliorato. Hubble non ha solo compiuto innumerevoli scoperte astronomiche, ha anche avvicinato l'astronomia al grande pubblico soddisfacendo la curiosità, accendendo l'immaginazione e producendo un forte impatto su cultura, società, arte.

Our Place in Space offre l'opportunità di ammirare alcune celebri immagini scattate da Hubble, a partire da quelle del nostro vicinato cosmico - le Facce di Marte, la Grande Macchia Rossa di Giove, le intense Aurore di Saturno - fino a una strabiliante selezione di vastissime Galassie, affascinanti Nebulose e particolari fenomeni astronomici. Oltre a questa esibizione scientifica dell'Universo, la mostra propone le installazioni di alcuni noti artisti italiani che hanno realizzato dipinti, sculture e installazioni site specific, ispirandosi alle meraviglie viste dagli occhi di Hubble. La fusione di scienza e arte propone all'osservatore una visione diversificata dello spazio intorno a noi e della sua comprensione.

L'Istituto Veneto ha già ospitato nel 2010 la mostra The Hubble Space Telescope: Twenty Years at the Frontier of Science (Il telescopio spaziale Hubble, alle frontiere dell'Universo). Visitata da 12000 persone in un solo mese, ha segnato l'inizio di una collaborazione tra l'Istituto Veneto, l'Agenzia Spaziale Europea e lo Space Telescope Science Institute Dopo questa prima tappa a Venezia, Our Place in Space sarà trasferita nell'antica cittadina di Chiavenna (SO), dove si svilupperà in numerose sedi, tra le quali Palazzo Vertemate, dal 6 maggio al 27 agosto 2017. In seguito sarà ospitata presso l'Eso Supernova Planetarium & Visitor Centre di Garching, Monaco di Baviera, Germania. Ulteriori tappe sono previste in altre città europee, negli Stati Uniti d'America e in Australia.

Artisti: Antonio Abbatepaolo, Marco Bolognesi, Paola Giordano, Ettore Greco, Mario Paschetta, Alessandro Spadari, Marialuisa Tadei, Sara Teresano, Mario Vespasiani, Dania Zanotto. (Comunicato stampa)




Imer Guala - Il felice ritorno - tela cm.80x100 1998 Mariano Pieroni - Mandrillo - 2009 Giulio Mottinelli - Il bosco delle fate - acrilico su tela cm.40x40 Animalia. Natura & Arte
termina lo 09 aprile 2017
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

La mostra - a cura di Arianna Sartori - nasce da un'idea e progetto di Adalberto Sartori. In mostra sono esposte 99 opere, tra dipinti e sculture. Con i patrocini di Regione Lombardia, Provincia di Mantova, Comune di Castel d'Ario, Fondo Ambiente Italiano Delegazione di Mantova, WWF Mantovano, Parco del Mincio, Pro Loco di Castel d'Ario e Rotary Club Mantova Est Nuvolari Castel d'Ario. Nel catalogo, a cura di Arianna Sartori, sono riprodotte tutte le 99 opere a colori, con le biografie degli artisti (Archivio Sartori Editore, Mantova, 216 pagine, € 25,00)

Durante la mostra è possibile visitare il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori". Nel Museo, ancora in divenire, è presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti nel cortile interno del palazzo. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti.

«(...) Oggi sono sempre più numerosi gli animali a rischio di estinzione nel mondo a causa del bracconaggio, della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Il bracconaggio riguarda soprattutto specie come gli elefanti e i rinoceronti, che vengono cacciati alla ricerca di materiali considerati preziosi come l'avorio. Anche nella pratica industriale degli allevamenti intensivi, dove l'oggetto prodotto À carne, spesso gli animali vengono più che maltrattati. E non allarghiamo il discorso alle cavie... Questa e molte altre vicende ci portano a riflettere sull'egocentrismo dell'uomo che oltre a considerarsi padrone della Terra, continua a esercitare assurde violenze verso il mondo animale. Non dimentichiamo, peraltro, che molti animali oggi vengono allevati esclusivamente per l'uomo, per colmare la sua inappagata necessitá d'affetto.

Dipinti, sculture e disegni, uniti in un'unica mostra, per celebrare, davvero sœ, celebrare, il mondo degli "animali". Questa l'idea - tema, che ha mosso la curatrice Arianna Sartori, per coinvolgere gli artisti in questo singolare percorso. Cento artisti, di fama nazionale, provenienti dalle varie provincie italiane, si sono quindi dati appuntamento, presso la Casa Museo Sartori, di Castel d'Ario, per esporre il loro lavoro, ogni artista figura con un'opera, realizzata con la propria tecnica, con i propri materiali, con i propri rapporti psicologici, di affetto, di simpatia, di amore, di paura, verso il mondo animale che ha sempre accompagnato le varie attivitá dell'uomo, dalla preistoria ai nostri giorni. (...)» (Maria Gabriella Savoia, autrice del testo critico in catalogo)

Artisti presenti in mostra: Baldassin Cesare, Barbero Carlo, Bedeschi Nevio, Bertazzoni Bianca, Bianco Lino, Billia Giorgio, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borsacchi Cesare, Busdon Duilio, Calabr/ Vico, Campanella Antonia, Capellini Sergio, Capraro Sabina, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Cattaneo Claudio, Cervini Milena, Ciaponi Stefano, Coccia, Renato, Crescini Giovanna, Cropelli Fausta, Dalla Fini Mario, Davanzo Walter, De Luigi Giuseppe, Desiderati, Luigi, Erioli Giorgio, Fabri Otello, Faccioli Giovanni, Falco Marina, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Ferro Davide, Fonsati Rodolfo, Fortuna Alfonso, Gambino Debora, Gauli Piero, Gheller Monica, Giussani Lino, Grasselli Stefano, Gravina Aurelio, Guala Imer, Jemolo Salvatore, Joyce Nigel, Lombardo Ernesto, Lucchi Bruno, Luchini Riccardo, Macaluso Elisa, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Massa Caterina, Mattei Mario, Miano Antonio, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Maria Elena, Mottinelli Giulio, Musi Roberta, Nastasio Alessandro, Nonfarmale Giordano, Origlia Agnese, Orlandini Fabrizio, Pallotta Caterina, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paolucci Enrico, Paradiso Mario, Pascoli Gianni, Pedroli Gigi, Pedullá Gianni, Pesci Brenno, Petr/ Paolo, Piazza Massimo, Picciolini Francesco, Pieroni Mariano, Pirondini Antea, Plaka Ylli, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Previtali Carlo, Rampinelli Roberto, Romani Maurizio, Ronchi Cesare, Rossato Kiara, Rovati Rolando, Santoli Leonardo, Sciutto Renza Laura, Sironi Fabio, Spaggiari Rita, Staccioli Paola, Tambara Germana, Tecco Giuseppe, Tonelli Natalino, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zoli Carlo, Zuppelli Massimo. (Comunicato stampa)

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Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017

"Terra crea - Sartori" | Museo di scultura ceramica




Opera di Bruna Zazinovich Bruna Zazinovich
termina il 31 marzo 2017
Europalace Hotel - Monfalcone

Bruna Zazinovich ha al suo attivo numerose mostre collettive (in Italia e all'estero) ed ha partecipato a vari concorsi artistici (pittorici e poetici) piazzandosi spesso ai primi posti. Si presenta in questa mostra con tutto il suo ricco e variegato bagaglio artistico. Parte dal figurativo classico, passa attraverso le effimeri e fantasiose nuvole, per arrivare al lato più creativo: quello informale. Spazia dall'olio all'acrilico agli smalti. E sono proprio gli smalti che lei usa per creare i sui "informali". In questi lavori la tecnica usata è particolare, lei la definisce shakj dripping ossia "sgocciolato agitato-sceccherato". Ne ricava un informale fluttuante, dove i colori scivolano sulla tela creando fantasiose sfumature e ritmici movimenti.

Inoltre, gli smalti, rendono i dipinti particolarmente brillante i e vivi. Un mondo pittorico particolare quindi, dove la sua creatività s'illumina di "Fantasia": Ed è proprio così che lei ama definire questa serie di quadri: "Guardare con fantasia". In questo modo lascia che il fruitore entri liberamente nell'opera, senza vincoli che possano derivare da titoli o altre indicazioni. In questi lavori, con la quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti, il risultato è di grande effetto visivo, con una pittura basata sul colore che si sposa con tratti casuali e veloci.

Non da meno però sono i sui lavori figurativi, frutto del suo lavoro svolto sotto la guida esperta del Maestro C. Cosmini (scomparso anni fa) che per lei è stato un punto fermo per molti anni. Quindi, pur rimando sempre fedele al figurativo più classico, ogni tanto sperimenta tecniche e tematiche diverse. Ciò per poter esprimere al meglio la sua interiorità, regalandoci quadri ricchi di pathos dove nulla è disegnato ma tutto s'intravede. (Gabriella Machne - Curatrice artistica)




Opera dalla mostra Miller & Maranta all'Accademia di architettura di Mendrisio Miller & Maranta
termina lo 02 aprile 2017
Accademia di architettura (Palazzo Canavée) - Mendrisio (Svizzera)
www.arc.usi.ch

La mostra è un'occasione per avvicinarsi al processo ideativo e al pensiero che sta alla base del lavoro dell'omonimo studio basilese, fondato nel 1994 da Paola Maranta (1959) e Quintus Miller (1961) e di cui Jean-Luc von Aarburg (1975) è partner dal 2013. Nell'ambito della ricerca tipologica così come nell'uso dei materiali e di pratiche costruttive contemporanee, lo studio Miller & Maranta ha sviluppato modalità di lavoro inedite posizionando il loro operato nelle prime file dello scenario culturale nazionale. Il percorso espositivo, grazie ai piani, ai modelli e alla raccolta di frammenti evocativi racconta il metodo maturato durante più di vent'anni di lavoro, offrendo soluzioni architettoniche e urbane sempre e comunque differenziate in base ai contesti di riferimento.

In particolare, tra le opere in mostra, ci preme ricordare l'edificio per appartamenti Schwarzpark a Basilea (2004), il restauro e ampliamento della Villa Garbald di Gottfried Semper a Castasegna (2004), l'estensione del Vecchio Ospizio sul Passo del San Gottardo (2010), gli edifici nella Sempacherstrasse a Basilea (2015), gli uffici della società Ernst Basler+Partner nel Kunstcampus di Berlino (2016) e le opere portate avanti negli anni per la riqualificazione dell'Hotel Waldhaus a Sils-Maria (1994-2016) che sono terminati con la realizzazione del nuovo centro benessere. (Comunicato stampa)

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The Miller & Maranta exhibit is an opportunity to approach the creative process as well the thinking underpins the work of the Basel based studio founded in 1994 by Paola Maranta (1959) and Quintus Miller (1961) and of which Jean-Luc von Aarburg (1975) has been partner since 2013. Explorating typological aspects as well as the use of materials and contemporary construction techniques, Miller & Maranta Studio gained unconventional practices, reflecting their militant position and a prominent role within the Swiss cultural scene. The exhibition, thanks to drawings, models and to a collection of evocative and emotional objects, aims to shows a design method developed during more than twenty years of work, offering in any case different architectural and urban solutions according to the various contexts. Among the remarkable shown projects it is worth mentioning the apartment building Schwarzpark in Basel (2004), the restoration and addition to Gottfried Semper's Villa Garbald in Castasegna (2004), the extension of the Old Hospice on the Gotthard Pass (2010), the Sempacherstrasse buildings in Basel (2015), the Ernst Basler+Partner offices in the Berlin Kunstcampus and the Hotel Waldhaus facilities (1994-2016) whit the new wellness center in Sils-Maria. (Press release)




Made in Usa by Andy Warhol
termina il 26 marzo 2017
Fondazione Sassi - Matera
www.fondazionesassi.org

Nel trentennale della morte, la Fondazione Sassi organizza una mostra dedicata al grande artista della Pop Art americana. Oltre 30 opere in esposizione, a cura di Graziano Menolascina. Il suo nome è sinonimo di una corrente artistica, la Popular o Pop Art, la sua arte ha posto l'accento sulla fase creativa. Mettendo in secondo piano la creazione originale, ha reso popolare, di largo consumo e alla portata di tutti, l'Arte. A Andy Warhol (Pittsurgh, 6 agosto 1928 - New York, 22 febbraio 1987), il maggior esponente della Pop Art americana, a trent'anni dalla morte la Fondazione Sassi dedica una mostra di oltre 30 opere, realizzata in collaborazione con le gallerie d'arte Formaquattro di Bari e Restelliartco di Roma e la Iemme Edizioni.

"La retrospettiva presenta un percorso completo di tutto il lavoro svolto nella carriera dell'artista - spiega il critico d'arte Graziano Menolascina - che va dalla serie delle polaroid, alla serie delle icone e i ritratti, tutti gli oggetti e i manifesti pubblicitari, la serie degli strumenti musicali e i vinili utilizzati e realizzati per e dalle grandi Pop Star come Michael Jackson, Rolling Stones e Liza Minnelli. La coloratissima serie dei Flowers e degli Space Fruit, la fantomatica serie di personaggi dei fumetti I Myths, sino agli intramontabili Self Portrait. L'utilizzo di colori accesi e contrapposti, l'esaltazione di idoli rappresentativi in uno schema che si può riassumere nei concetti base di bellezza-potere-moda, il consumismo, la ripetitività, l'arte di Andy Warhol è insomma la raffigurazione di un'epoca attraverso le sue immagini chiave. Andy Warhol, con la sua personalità e con la sua immagine, rifletteva i desideri della cultura consumistica americana e la sua opera non è altro che un prolungamento coerente con tutto questo. Le sue serigrafie in serie di personaggi famosi o di prodotti di largo consumo diventano il manifesto di un'attenzione maniacale all'immagine, all'apparenza, e soprattutto sfidano sfacciatamente il mondo dell'arte tradizionalmente intesa". (Estratto da comunicato stampa)

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Fink on Warhol - New York Photographs of the 1960s
Spazio Damiani - Bologna, termina il 30 aprile 2017
Presentazione




Immagine dalla locandina della mostra Strutture, di Cesare Leonardi Cesare Leonardi: Strutture
termina il 17 aprile 2017
Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce - Genova
www.villacroce.org

La prima mostra comprensiva sul lavoro di Cesare Leonardi. Architetto e fotografo, nel corso di una carriera professionale durata più di quarant'anni Leonardi ha continuamente messo in discussione il confine tra progettazione e pratica artistica. Nonostante il successo dei primi oggetti di design (come la poltrona Dondolo disegnata con Franca Stagi nel 1967, selezionata per la celebre esposizione Italy: The New Domestic Landscape al MoMA) la maggior parte dell'opera di Leonardi è ancora poco conosciuta. La mostra, organizzata in stretto contatto con l'Archivio Leonardi, mette in luce la dimensione personale e allo stesso tempo poliedrica della sua produzione.

Il percorso espositivo sfrutta la cornice storica di Villa Croce per tre macro campi - sedie, ombre, alberi - che Leonardi ha affrontato in scale molto diverse a distanza di anni. In parallelo ai noti lavori di design in vetroresina, negli anni Sessanta Leonardi e Stagi iniziano un progetto ventennale dedicato al disegno degli alberi, pubblicato nel volume L'Architettura degli Alberi (1982). Il risultato, poetico e ossessivo, comprende oltre 360 tavole a china e va molto oltre l'intenzione iniziale. Punto focale della mostra - a cura di Joseph Grima e Andrea Bagnato - è una serie di oltre cinquanta di questi disegni originali.

Lo studio sistematico degli alberi, attraverso una vastissima indagine fotografica che Leonardi ha condotto viaggiando in tutto il mondo, è propedeutico ad una serie di progetti per il paesaggio basati sull'idea di una struttura non gerarchica (e potenzialmente infinita) che regola la posizione di ogni elemento nello spazio. A partire dagli anni Ottanta, in risposta alla crisi petrolifera che rende insostenibile la produzione in vetroresina, Leonardi inizia a lavorare con il legno usando semplici tavole gialle da cantiere. Decontestualizzati e scomposti secondo schemi sempre più complessi, questi pannelli danno origine ai pezzi di arredamento della serie Solidi, vere e proprie sculture in cui Leonardi manifesta il tema dell'infinita variazione delle parti.

Similmente, la fotografia informa e accompagna l'intera carriera di Leonardi, riflettendo sia il suo interesse per la forma astratta che il modo di lavorare analogico, basato sull'iterazione e sulla sequenza. Mantenendo sempre un linguaggio fortemente originale, Leonardi ha avuto numerosi rapporti con figure importanti della scena culturale emiliana e modenese (come Luigi Ghirri e Claudio Parmiggiani) scegliendo però di restare lontano dalla notorietà. Cesare Leonardi: Strutture è un percorso intimo attraverso lo straordinario corpus di Leonardi, nel quale, nonostante le applicazioni più varie, emerge costantemente la tensione tra opera d'arte e prodotto artigianale, così come tra elemento singolo e struttura. La mostra a Villa Croce sarà seguita da una retrospettiva presso la Galleria Civica di Modena, che si terrà da settembre 2017 a gennaio 2018.

Cesare Leonardi (Modena, 1935) dopo la laurea in architettura a Firenze nel 1970, apre a Modenauno studio di progettazione insieme a Franca Stagi. Lo studio realizza diversi progetti di interni, architettonici, e paesaggistici, ad esempio il Centro Nuoto di Vignola (1975) e la Città degli Alberi di Bosco Albergati (1998). In parallelo Leonardi continua a sperimentare con la fotografia e la stampa in camera oscura. Tra i suoi libri, Il Duomo di Modena. Atlante fotografico (Panini, Modena 1985) e Solidi/Solids (Logos, Modena 1995). Le opere di Leonardi sono nella collezione permanente di diverse istituzioni internazionali tra cui il Museum of Modern Art di New York e il Victoria and Albert Museum di Londra. (Comunicato stampa)

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The Villa Croce Museum of Contemporary Art presents the first comprehensive exhibition on the work of Cesare Leonardi (b. 1935, Modena, Italy). An architect and photographer, in the course of a career that spanned more than four decades Leonardi has continuously challenged the boundary between design and artistic practice. In spite of the recognition gained by his early furniture design - such as the Rocking chair, designed with Franca Stagi in 1967 and featured in the foundational MoMA exhibition Italy: The New Domestic Landscape - most of Leonardi's oeuvre has remained little known, even within Italy. The exhibition Cesare Leonardi: Strutture, organized in close cooperation with Leonardi's archive, sheds light on a body of work that is at once intimate and multifaceted.

The exhibition uses the historical backdrop of Villa Croce to explore three broad topics - chairs, shadows, trees - which preoccupied Leonardi throughout his career, and on which he worked across very different scales. In parallel with the acclaimed work on fiberglass furniture, in the 1960s Leonardi and Stagi embarked on a twenty-year-long project to redraw common trees in order to provide a missing tool for landscape designers. The result, is a group of more than 360 hand-inked scale drawings, published in the book L'Architettura degli Alberi (1982) that is now out of print; poetic and obsessive, it goes far beyond its original intentions. A focal point of the exhibition is a series of more than fifty original drawings.

The systematic study of trees, conducted through a large photographic survey that took Leonardi to travel around the world, was propaedeutic to a series of landscape projects based on the idea of a non-hierarchic network. The structure, potentially endless, regulates the position of each element in space. In the 1980s, as a reaction to the oil crisis that made fiberglass no longer sustainable, Leonardi began working with simple timber formwork. Decontextualized and combined according to increasingly complex patterns, the yellow boards became a series of furniture termed Solidi.

These are veritable sculptures in which Leonardi explores the idea of an infinite permutation of the same element. Similarly, photography informed and played along Leonardi's entire career, reflecting both his interest for abstract form and his analogic working method, which was always based on iterations and sequences. While retaining a highly original language, Leonardi entertained productive exchanges with important figures in the regional scene, such as photographer Luigi Ghirri and artist Claudio Parmiggiani; nonetheless, he always chose to shy away from publicity. (Press release)




Florian Neufeldt: Stray Currents
24 february 2017 (vernissage h 18.00) - 29 april 2017
The Gallery Apart - Roma
www.thegalleryapart.it

The Gallery Apart is proud to present Stray Currents, the third solo show hosted in the Gallery's spaces by Florian Neufeldt, German artist based in Berlin. Neufeldt carries on his research on the relationships between architectures, objects and matter, a path based on the idea of space, particularly with regard to mental space. The works by Neufeldt, indeed, are the result of a process of deconstruction and reconstruction which mostly takes place at thought level, starting from the evocative impressions offered to the artist by the expressive potential he himself sees in imagining the transformations to which he submits the objects used as starting points for his sculptures. The objets trouvés that make up the artist's imaginary are not collected, selected and used as found objects, but as matter capable of being transformed.

Neufeldt is interested in the identity of the selected object and in the identity of the new shape he donates to that object, identities that are linked by a line differential which saves the memory of the previous object and, at the same time, creates a new shape provided with a strong power of abstraction. They are two halves of the same whole that finds its completion first in the visual and then in the mental perception. And this creates a vicious circle: the work comes to life in the artist's mind and passes through the transformation of the matter, it is captured by the beholders' eye to end its journey in their mind.

Stray Currents deals indeed with the way everyday use objects are perceived, particularly exploring their relationship with energy, in the form of electric energy, when they are processed and modified so as to become conductor devices throughout which current flows, and which partly is dispersed into the environment. The works on display are connected with the Gallery's electrical system, so that the activation or deactivation of the electrical current directly influences their essence as inert objects, that is their being conductors. The work is therefore activated in this function of energy conduction, in a symbolic and also material sense. Alongside the sculptures, Neufeldt arranges a series of black and white photographic images originated from the transformation of objects (chairs) and from their use as conductors of energy.

The artist, in this case as well, starts from the sculptures through which electricity flows, electricity that goes to the projector in order to throw the image on the wall. After having photographed the sculptures, these are given back to their original shape and function as chairs. At this point the photo captures the sculptures to which the artist assigns an ephemeral destiny, although renewed by using seats and seatbacks created with insulating material. The outcome is a hybrid artwork, since each picture contributes to compose along with the chair a complete work that involves and includes in itself sculpture, photography and video. A practice that highlights the importance of the art-making process to the artist in order to underline the element that characterizes its genesis: thought. (Press release)




Opera di Fabio Carmignani Opera di Romain Mayoulou Interni ed Esterni: Paesaggi e scene d'interno
termina lo 01 aprile 2017
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Come già consolidato nei mesi precedenti, gli artisti della Liconi Arte presentano una nuova collettiva, esponendo oggi opere incentrate sul paesaggio e nature morte, perché il linguaggio pittorico è nato per rappresentare, dare testimonianza del mondo che ci circonda. Alessandra Carloni crea paesaggi dove abita la sua fantasia fiabesca unita a una sensibilità tutta femminile. Le scene raffigurate sono la rappresentazione dei sentimenti. La tecnica della Carloni nasce dalla studio dell'illustrazione, del fumetto e della Street Art. Fabio Carmignani concepisce i paesaggi che rappresenta come uno specchio dell'animo dei suoi personaggi, tanto che in una delle opere presentate il fiume e le sue rive vestono la protagonista dell'opera.

Romain Mayoulou presenta in mostra le suggestioni della sua terra natia, l'Africa, giocando su forme che tendono all'astrazione e colori vivaci. Daniele Mini per questa collettiva presenta tre città, tre opere che con differenti "tagli prospettici" raffigurano tre paesaggi urbani. La quinta strada di New York ripresa in un momento del tutto particolare con la luce del mattino o del tramonto; Milano,vista sotto la pioggia, opera che si distanzia dall'iperrealismo puro che caratterizza l'artista e crea l'atmosfera proprio grazie alle pennellate fratte. Infine in questa mostra viene presentata un'opera che è la prima di una serie che Mini intende eseguire, aventi come soggetto Torino e le sue atmosfere. I caffè tipici della città vengono riproposti con la tecnica iperrealista, soffermandosi sui riflessi delle vetrine, gli arredi d'epoca e gli avventori del locale.

Marina Tabacco concepisce il paesaggio come un pattern. L'immagine di un villaggio africano, è rappresentato attraverso la raffigurazione di un corteo presso alcune capanne, gli abitanti del villaggio sono puramente delle silhouette monocrome e leggere, ma la drammaticità del momento è rappresentata da una linea rossa che attraversa la scena. La natura, gli alberi stilizzati di Marina diventano un tessuto di colori scanditi da un ritmo costante, come la vegetazione delle boscaglie del continente africano.

Per la prima volta presso Liconi Arte espone Luisa Albert, artista torinese, formatasi all'Istituto Europeo del Design di Milano. Per la sua formazione artistica di certo è stata rilevante anche l'esperienza presso lo studio del pittore Ottavio Mazzonis. Sin dal 1998 l'artista ha iniziato l'attività espositiva presso importanti gallerie della città e anche di altre regioni. Luisa Albert predilige l'esecuzione di nature morte, paesaggi e ritratti, le sue opere sono entrate a far parte di importanti collezioni istituzionali. (Comunicato stampa)




Gabriele Basilico - Dancing in Emilia Gabriele Basilico: Dancing in Emilia
termina il 26 marzo 2017
Spazio NonostanteMarras - Milano
www.antoniomarras.com

La mostra - a cura di Francesca Alfano Miglietti con la collaborazione dello Studio Gabriele Basilico - presenta le immagini che il grande fotografo Gabriele Basilico ha realizzato nel 1978 nei dancing in Emilia Romagna per incarico del mensile di architettura e design "Modo". Alla fine degli anni Settanta il boom del liscio di Raoul Casadei e degli scatenati ritmi di John Travolta, sostenuti dall'intraprendenza di alcuni mecenati dell'evasione musicale di massa, avevano popolato la zona fra Parma e Ravenna di una miriade di discoteche frequentate da un pubblico numeroso e indifferenziato.

In un turbinio di minigonne, luci stroboscopiche, abiti eleganti e papillon, Gabriele Basilico cerca di svelare il successo che accompagna l'avvento della musica di rottura che va imponendosi sulla scena italiana ma che convive ancora con i ritmi della tradizione. La sua ricerca non si limita, però, a una campionatura di tipo sociologico, ma interviene in modo frontale e partecipe: Basilico utilizza il flash quale strumento principe della sua indagine, come un riflettore teatrale che isola e seleziona i personaggi su un palcoscenico.

Come scrive Giovanna Calvenzi in Dancing in Emilia (Silvana Editoriale, 2013), "Basilico ricerca con i suoi soggetti un rapporto recitato, dove le immagini nascono dalla performance collettiva e dall'interazione fotografo-fotografato. La sua comprensione e la sua partecipazione, inizialmente solo parziali, si ampliano nello svolgersi del lavoro. Indirizza dapprima la sua analisi critica verso gli spazi, gli imbottiti di plastica, il plexiglass, i neon e i finti ori, gli oblò e il peluche. Poi, con un deciso slittamento dall'incombenza professionale, passa dagli arredi e dai decori al pubblico, alla ricerca di momenti emblematici, di volti, di situazioni. Gente che balla, ritratti, il flash scava nel buio e ferma momenti, gesti, sorrisi, presenze e assenze, è strumento di indagine ma anche e soprattutto segno di riconoscimento, l'avvertimento dell'operazione in corso, un "memento" per chi vuole sfuggirgli e un punto di riferimento per chi, in processione spontanea, vuole essere parte della rappresentazione che il fotografo sta mettendo in scena".

Una lettura attenta dei nuovi spazi del divertimento ma anche dei comportamenti, dei trasformismi, dei rapporti generazionali, dell'evolversi del costume e della moda. Una selezione di cento immagini è stata presentata per la prima volta nel 1980 alla Galleria Civica di Modena dove è stata riproposta nel 2013 a cura di Silvia Ferrari. Il volume Dancing in Emilia ospita testi di Silvia Ferrari, Gustavo Pietropolli Charmet, Gabriele Basilico, Giovanna Calvenzi e una conversazione del 2007 tra Gabriele Basilico e Massimo Vitali.

Gabriele Basilico (Milano, 1944-2013), dopo la laurea in architettura (1973), si dedica con continuità alla fotografia. La forma e l'identità delle città, lo sviluppo delle metropoli, i mutamenti in atto nel paesaggio postindustriale sono da sempre i suoi ambiti di ricerca privilegiati. Considerato uno dei maestri della fotografia contemporanea, ha ricevuto molti premi e le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private italiane e internazionali. Milano. Ritratti di fabbriche (1978-80) è il primo lungo lavoro che ha come soggetto la periferia industriale e corrisponde alla sua prima mostra presentata in un museo (1983, Padiglione di Arte Contemporanea, Milano). Partecipa alla XIII Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (2012) con il progetto Common Pavilions, su progetto di Adele Re Rebaudengo e realizzato in collaborazione con Diener & Diener Architekten, Basilea, pubblicato nel 2013. (Comunicato stampa Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Alexandere Dellantonio - Alto Adige Cassia Raad - Trentino Artisti a Statuto Speciale - particolare dalla locandina della mostra Roberto Floris - Sardegna Artisti a Statuto Speciale
- 24 febbraio - 10 marzo 2017
Sale di Torre Mirana, Sala Thun e Cantine in via Belenzani - Trento
- 31 marzo - 18 aprile 2017
Galleria Civica - Bolzano
- Sardegna e Friuli - Venezia Giulia (date da definire)
www.fida-trento.com

Progetto artistico di Antonello Serra e Paolo Sirena in collaborazione con FIDA Trento - Federazione Italiana Degli Artisti Trento. L'idea di partenza vede il coinvolgimento di due regioni italiane: Sardegna e Trentino. Questo pensiero ha come fulcro, l'obbiettivo di mettere in dialogo, attraverso l'arte e la cultura, due territori italiani siti geograficamente opposti, ma che si accomunano attraverso alcune forme speciali di cui godono dal primo dopo guerra, ovvero Autonomia a Statuto Speciale concessa dopo la seconda Guerra Mondiale, articolo 116 della Costituzione Italiana.

Nel 2015, dunque, la realizzazione di questo progetto, avvenne con l'esposizione di opere d'arte di Artisti sardi e trentini. La prima mostra venne ospitata presso Torre Mirana a Trento e la seconda presso il Museo di Sa Corona Arubbia (Cagliari). Con l'evento di queste esposizioni, furono create intorno ad esse una serie di eventi, riportanti usi, costumi, letteratura, musica, enogastronomia, i quali coronarono, ricamarono, divulgarono ciò che da queste terre proviene, mettendo a confronto due popoli regionali, affinché l'accrescimento culturale di entrambi potesse davvero toccarsi con mano, pertanto apprendere tutto quello che altrimenti potrebbe essere alieno solamente per distanza geografica.

Da tale evento, l'idea è progredita, per il 2017, con la progettazione di coinvolgere altre Regioni a Statuto Speciale. Nella fattispecie il Friuli-Venezia-Giulia e l'Alto Adige. Rammento che se Trentino Alto Adige è considerata una Regione a Statuto Speciale, di fatto la Regione è divisa in due Province, che unitariamente godono di Autonomia separata. E, l'ambizione maggiore, sarà quella, di coinvolgere tra due anni, con l'avvento della Terza Biennale a tema anche la Regione Sicilia e Valle D'Aosta.

La motivazione di espandere il progetto è una conseguenza naturale al fatto che questi territori, posti tutti sui confini dell'Italia, sia montani che marini, hanno sempre subìto il passaggio di svariate culture, se non ché il tentativo di essere piegati o addirittura sottomessi dalle genti che nella storia hanno transitato, e, per più o meno tempo stazionato sulle loro terre. Questo aspetto, chiamiamolo di relazione osmotica tra genti, ha portato ad una formazione identitaria di carattere particolare e molto ben definito e distinto dal resto dell'identità italiana, nonché una inclinazione caratteriale unica, riconoscibile soprattutto per la tenacia di temperamento, che se pur diversa tra queste regioni, ne accomuna il segno geroglifico che è forgiato dalle esperienze storiche scritte nei loro DNA.

Identità culturale e identità linguistica - ogni di queste terre porta una lingua propria - identità enologica e identità gastronomica. Questi i punti centrali su cui il progetto fissa il proprio obbiettivo, affinché la divulgazione e la conoscenza di essi non si perda, ma si valorizzi attraverso questo importante evento artistico, il quale spalanca le porte di chiusura circondariale dei confini regionali politici, aprendoli alla geografia della conoscenza, e, se come scrive Magris, illustre di terra friulana, "Un'onesta e fedele divulgazione è a base di ogni cultura", che questi attributi divengano dunque le basi per lo sviluppo culturale futuro, che in questo caso ha una genesi macro territoriale, ma in futuro potrebbe espandersi al mondo.

Sorge spontanea la concreta necessità di indire la specifica richiesta da parte di Artisti A Statuto Speciale, ai rappresentanti delle Istituzione Regionali e Provinciali relative allo Statuto Speciale, che le rappresentano, la programmazione di una conferenza a tema (come evento correlato di primaria importanza), ove attraverso il ponte di aggancio artistico, si articoli una conversazione in cui raccontare le peculiarità delle Regioni a Statuto Speciale. Peculiarità non solamente di origine politica e statutaria, bensì mettendo in evidenza i caratteri storici, culturali ed artistici così ben definiti e distinti tra loro, facendo in modo che questi temi divengano un grande punto di forza per le Terre di confine italiano.

Tale conferenza, potrebbe essere a Trento durante il periodo espositivo, non necessariamente nelle sale di Torre Mirana, bensì in un altro luogo significativo della città. Il fatto di fare una conferenza con questo tema così poco conosciuto ai più e, talvolta quasi tenuto a distanza, come al contempo invidiato, sarà per certo una occasione di avvicinamento tra le varie Regioni che ne fanno parte, tra i cittadini, tutti, e un abbattimento di quella membrana invisibile che spesso toglie tridimensionalità alle parole di un articolo Costituzionale, dando forma appunto a ciò che è necessario conoscere attraverso la divulgazione culturale. Interessante e soprattutto arricchente potrebbe essere anche la materiale idea di invitare i rappresentanti relativi ad Alto Adige, Friuli-Venezia-Giulia e Sardegna, oltre ai presenti del Trentino.

Durante i periodi espositivi vi saranno degli eventi correlati, ovvero la programmazione di incontri di confronto culturale basato sulla letteratura - identità linguistica- che prevede di ospitare poeti provenienti da ognuna delle regioni, i quali reciteranno in versi della propria terra; enogastronomia - identità culturale attraverso il cibo ed il vino -, che prevede la presenza di prodotti enologici e gastronomici; musica, che vuole la presenza di musicisti di folklore per divulgare l'identità di costume. La presenza dell'arte, come linguaggio di comunicazione e divulgazione, oggi, più che mai e importante, affinché non si perdano le identità territoriali, le quali saranno per il futuro il punto di forza per una evoluzione collettiva. (Barbara Cappello - Presidente FIDA Trento)

Artisti partecipanti

Trento: Antonello Serra, Lome Lorenzo Menguzzato, Barbara Cappello, Claudio Cavalieri, Stefano Benedetti, Matteo Boato, Cassia Raad, Nadia Cultrera.

Bolzano: Renato Sclaunich, Mike Fedrizzi, Marzio Ghiotto, Lucia Nardelli, Alma Olivotto, Stephan Fish, Andrea Pozza, Alexander Dellantonio.

Friuli - Venezia Giulia: Elena Budai, Sonia Passoni, Edo Vincent, Luciano Lunazzi, Arianna Ellero, Carlo Stragapede, Giovanni Di Benedetto, Enzo Valentinuzzi.

Sardegna: Marco Pili, Silvano Caria, Antonio Ledda, Dina Montesu, Gisella Mura, Giuseppe Bosich, Roberto Floris, Marina Desogus.




Fink on Warhol
New York Photographs of the 1960s


termina il 30 aprile 2017
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

In mostra 15 opere fotografiche in bianco e nero che costruiscono un dialogo tra il fervore sociale e politico della New York degli anni '60 e la figura artistica e nichilista di Andy Warhol e dei personaggi della Factory. Le fotografie che ritraggono Andy Warhol ed alcuni dei più celebri esponenti della Factory, tra cui Lou Reed e i Velvet Underground, Ingrid Superstar, Susanna Campbell e Gerard Malanga, sono state scattate nell'arco di tre giorni della primavera del 1966, quando Larry Fink fu incaricato di realizzare un servizio per l'East Side Review. Coprono invece un arco temporale più esteso, dal 1964 al 1968, gli scatti che documentano un'America percorsa dalle tensioni politiche e sociali. Le immagini in mostra, così come l'intero corpus fotografico da cui provengono, tornano ora per la prima volta alla luce.

Dall'accostamento di questi due volti della New York degli anni '60 emerge potente il ritratto di una società in pieno movimento. Da un lato Andy Warhol e i personaggi della Silver Factory caratterizzati da un atteggiamento di studiato distacco sociale, disimpegno politico e profonda conoscenza dell'intreccio tra logiche commerciali, arte e comunicazione di massa; dall'altro un giovane Larry Fink totalmente coinvolto nei rivolgimenti della società civile, strenuo sostenitore della partecipazione politica e convinto detrattore dell'arte asservita alle logiche di mercato. Kevin Moore, autore del testo critico che accompagna questo progetto dai risvolti quanto mai attuali, scrive: "in un certo senso, semplificando le cose, si potrebbe asserire che Fink e Warhol fossero entrambi interessati alla politica, così come lo erano all'arte, semplicemente lo facevano partendo da presupposti non solo diversi, ma agli antipodi".

Le fotografie in mostra restituiscono il linguaggio di Larry Fink: prospettive inconsuete, eloquenza della composizione e profondità di narrazione. L'individuo è sempre al centro della scena, anche quando questo individuo è Andy Warhol: nessun accorgimento tecnico o stilistico viene utilizzato per conferire una luce particolare ai più celebri rispetto all'uomo comune. Al contrario, negli scatti di Larry Fink ogni mezzo scenico è evocato per sottolineare l'umanità del soggetto fotografato. Il re è nudo e il mito è a portata di mano. Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani tra le novità editoriali della primavera 2017 che presenta la serie completa degli 80 scatti inediti da cui è stata tratta questa mostra.

Nel leggendario libro fotografico Social Graces (pubblicato nel 1984), Fink Larry Fink (Brooklyn, 1941) mette a confronto due mondi: uno proletario e quotidiano che trova le sue radici nella Pennsylvania rurale, l'altro ricco e festaiolo che anima la vita dell'alta classe cittadina di Manhattan. Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre personali presso il Museum of Modern Art, LACMA, San Francisco Museum of Modern Art, il Whitney Museum of American Art, al Musée de l'Elysée in Svizzera, al Musée de la Photographie a Charleroi in Belgio, al Centro Andaluz de la Fotografia in Spagna e più recentemente al Museo de Arte Contemporaneo di Panama. Fink ha insegnato fotografia presso altre istituzioni tra cui la Yale University School of Art e al Cooper Union School of Art. Attualmente è professore di fotografia al Bard College, Annandale-On-Hudson, NY. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra La Stampa fotografa un'epoca La Stampa fotografa un'epoca
termina il 22 maggio 2017
Palazzo Madama - Corte Medievale - Torino

Il 9 febbraio 2017 La Stampa compie 150 anni. La mostra documenta con quasi 500 fotografie la nascita e l'evoluzione del quotidiano nazionale di Torino che dal 1867 ha accompagnagnato i propri lettori in un viaggio con gli occhi aperti sul mondo e la mente rivolta al futuro, mantenendo al contempo uno strettissimo legame con il proprio territorio. Attraverso fotografie e documenti provenienti dall'archivio storico del giornale sarà possibile rivivere temi sociali, costumi e personaggi che hanno caratterizzato un secolo e mezzo di storia, testimoniando al contempo l'importanza fondamentale che la documentazione iconografica riveste nella vita di un giornale.

Le tante testimonianze in mostra - selezionate dall'Art Director de La Stampa e curatrice dell'esposizione Cynthia Sgarallino - comprendono fotografie originali e documenti dell'archivio storico: alcune con annotazioni storiche, altre ritoccate a tempera e matita, come si faceva prima di Photoshop, altre ancora sgualcite o incurvate. Tutte sono state selezionate perché "hanno addosso" il lavoro di questi 150 anni in cui sono passate di mano tra fotografi, archivisti e giornalisti. La mostra si articola in 13 sezioni, seguendo un ordine tematico che prende le mosse dalla Redazione, a testimonianza dei veri protagonisti che hanno fatto la storia del quotidiano. Le fotografie presentate, in bianco e nero e a colori, costituiscono una testimonianza dell'immenso materiale presente nell'archivio fotografico del giornale, che conta ad oggi oltre 5 milioni di immagini.

Attraverso di esse sarà possibile compiere un viaggio alla scoperta di come La Stampa sia stata e continui ad essere testimone importante non solo per la storia del territorio e dell'Italia, ma anche per i fatti internazionali, grazie ad una chiara connotazione "glocal". Ad accompagnare le immagini in mostra, un'ampia selezione di prime pagine del giornale, ben 47 per ricordare gli avvenimenti più importanti accaduti in Italia e nel mondo nel corso degli ultimi 150 anni. Al centro della mostra Il mondo della Stampa, opera d'arte contemporanea in carta di giornale pressata di Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933), realizzata appositamente per l'occasione.

Il celebre artista ne ha sintetizzato il significato con questa frase: "Quanti frammenti di memorie compongono la sfera di giornali che celebra La Stampa nel mondo!". Il percorso di visita prevede anche numerosi apparati multimediali. Innanzitutto gli audio di alcuni eventi chiave della storia italiana: dalla canzone del Piave, all'ultimo discorso di Matteotti alla Camera, ma anche il popolare Lascia o raddoppia?! di Mike Bongiorno. Un touch screen consentirà di selezionare e ascoltare le interviste a otto direttori de La Stampa. (Estratto da comunicato stampa)




E wide shut - Selezione internazionale dal Video Art Miden Festival di Kalamata in Grecia E wide shut
Selezione internazionale dal Video Art Miden Festival, Kalamata (Grecia)


termina il 25 febbraio 2017
[.BOX] - Milano
www.dotbox.it

Festival Miden (Miden in greco significa "zero"), a cura di Giorgos Dimitrakopoulos, è uno dei primi festival di video arte in Grecia e di un'organizzazione che mira ad espandere la ricerca sulla video arte e nuovi media. Si tratta di un'organizzazione indipendente fondata, organizzata e curata da un team di artisti greci contemporanei, con sede a Kalamata. Dal 2005 si è gradualmente affermato come uno dei festival di video arte più riusciti e interessanti in Grecia e all'estero ed è stato un importante punto di scambio culturale per il video arte greca e internazionale, la creazione di una alternativa, punto di incontro per artisti emergenti e video artisti affermati. Dal 2015, Miden continua il suo lavoro con una programmazione di eventi più flessibile ed ampia, con l'obiettivio base di stimolare la creazione di video arte originali e contribuire a diffondere e sviluppare la ricerca in materia.

Attraverso collaborazioni e scambi con importanti festival e organizzazioni internazionali, Miden è stato riconosciuto come una delle piattaforme di video arte di maggior successo e interessanti a livello internazionale e come un importante punto di scambio culturale per la video arte greca e internazionale. Inoltre fornisce anche un punto di incontro alternativo per emergenti e affermati artisti e un hub di comunicazione tra gli artisti, le organizzazioni, i festival e gli spazi d'arte di tutto il mondo. I programmi di screening del Miden Festival hanno viaggiato in molte città della Grecia e in tutto il mondo, e sono ospitati da festival importanti, i musei e le istituzioni a livello globale. (Comunicato stampa [.BOX] Videoart Project Space)




Immagine dalla locandina della mostra di Fausta Squatriti Fausta Squatriti
Se il mondo fosse quadro, saprei dove andare...


Triennale di Milano, 10 febbraio - 05 marzo 2017
Gallerie d'Italia, 10 febbraio - 02 aprile 2017
Nuova Galleria Morone, 10 febbraio - 02 aprile 2017

La città di Milano rende omaggio all'artista Fausta Squatriti (Milano, 1941) con Se il mondo fosse quadro, saprei dove andare..., un progetto a cura di Elisabetta Longari articolato in tre mostre parallele. Alla Triennale di Milano, una selezione di venti opere ripercorre la ricerca dell'artista dai lavori di esordio - ancora sedicenne - fino ai recentissimi polittici polimaterici; alle Gallerie d'Italia - Piazza Scala, con la co-curatela di Francesco Tedeschi, prendendo spunto dalle opere di Fausta Squatriti nella collezione Intesa Sanpaolo, saranno esposte alcune grandi Sculture nere realizzate tra il 1972 e il 1985 e un nucleo di lavori degli anni '80 mai esposti in Italia, a sintesi della sua ricerca sulla Fisiologia del quadrato; alla Nuova Galleria Morone, con la co-curatela di Susanne Capolongo, una ventina di sculture degli anni '60, anch'esse inedite in Italia, connotate da una vivace componente cromatica.

Ognuna delle tre mostre è un unicum, legata alle altre da un filo conduttore che connette tra loro le opere realizzate in diversi periodi dall'artista durante la sua articolata ricerca, a partire dal 1957 fino al 2017. Pur non volendo essere una retrospettiva esauriente della vasta e differenziata ricerca condotta in oltre sessant'anni di lavoro, grazie ai suoi tre focus il progetto permette di entrare in contatto con modalità e processi creativi di un'artista molto speciale, capace di intuizioni anticipatrici di successive tendenze e a suo agio nell'utilizzo, sempre profondo e originale, di molteplici linguaggi, dalle arti visive, alla poesia, alla narrazione fino alla saggistica. Lo stesso titolo Se il mondo fosse quadro, saprei dove andare... è tratto da una poesia di Fausta Squatriti ed è sintesi del suo sistematico ispezionare il mondo della percezione e della riflessione, raggiungendo esiti decisamente atipici.

La mostra allestita nell'Impluvium della Triennale di Milano presenta le tappe fondamentali del percorso logico e poetico della Squatriti, a partire da due calligrammi di grandi dimensioni del 1957, tracciati con parole e segni da una Fausta sedicenne, nelle cui precoci scelte e interessi si delinea già la complessità che la sua ricerca affronterà negli anni a venire. A soffitto, un "cielo", dipinto nel 1966 con colori da affresco in chiave giocosa e caramellata, per restituire un volo (o una caduta?) ispirato a Giovanbattista Tiepolo, il cui senso dello spazio è qui rivisitato in modo da spezzare le figure rendendole inafferrabili in una superficie immateriale e colorata. Al centro del salone, una scultura di acciaio e lamina d'oro del 1972, un mazzo di frecce. Ma il clou è rappresentato dai lavori del nuovo millennio, trittici polimaterici e una grande scultura del 2008, tutti connotati dall'idea della morte e del dolore, in cui il linguaggio si avvale di oggetti recuperati dalla realtà e rivisitati nella loro forma di "resto". Domina lo spazio, sia dal punto di vista scenografico che da quello del pathos, il grande Polittico dell'eclissi (2015).

Le Gallerie d'Italia di Intesa Sanpaolo ospitano tre grandi Sculture nere realizzate tra il 1972 e il 1985. Al centro della ricerca dell'artista sta in questo caso la precarietà dell'equilibrio, attraverso inquietanti spostamenti di pesi e volumi. Negli anni '80, Fausta Squatriti si dedica all'indagine del rapporto tra la superficie e il volume, realizzando grandi dipinti - sia all'acquerello sia con altre tecniche - messi in relazione progettuale con piccoli cubi di marmo o ferro, ma anche con croci, stelle e altri sviluppi geometrici derivati dalle misure delle forme geometriche dipinte. A partire da Fisiologia del quadrato, realizzata tra il 1985 e il 1986, viene definita l'idea di un progetto razionale, in cui la geometria e l'aritmetica sono usate in un insolito ruolo, quello di dimostrare il valore dell'assurdo.

Le sculture e dipinti generano enigmi complessi nei quali, con forme elementari composte sul piano, si vanno sviluppando ipotesi di crescita e di trasformazione attraverso le equivalenze tra pieno e vuoto, a significare che ogni possibile costruzione ha un destino imprevedibile. Il percorso alle Gallerie si completa con alcune opere del ciclo In segno di natura, realizzate tra il 1986 e il 1989 e mai esposte prima in Italia. Qui l'artista si serve dei grandi temi della decorazione, prelevando motivi classici romani e orientali ed elaborandoli graficamente con la stampa serigrafica per metterli a confronto con un loro doppio creato secondo un ragionamento logico e matematico che ricorda il precedente ciclo, Fisiologia del quadrato. La mostra si inserisce nelle attività espositive della sede museale delle Gallerie d'Italia - Piazza Scala, le cui collezioni riuniscono un patrimonio di opere di grande rilievo, in un percorso che copre tutto il secolo corso.

Le Gallerie d'Italia dedicano inoltre un omaggio all'impegno letterario di Fausta Squatriti con la lettura del monologo Benvenuti!! (istruzioni per l'uso), costruito sul filo dell'ironia, quando non del sarcasmo, messo in scena per l'occasione dall'attore e autore teatrale francese di origine italiana Alberto Lombardo. In scena, il solo attore con una vecchia valigia racconta, con un accento divertente, le istruzioni per l'uso che l'autrice ha scritto a una coppia di giovani amici ai quali presta il proprio appartamentino a Parigi per aiutarli a orientarsi nel loro primo viaggio all'estero.

Infine, negli spazi della Nuova Galleria Morone vengono presentate una ventina di sculture degli anni '60, anch'esse inedite in Italia, connotate da una vivace componente cromatica: forme elementari, cubi, piramidi, coni, parallelepipedi, in plexiglas, acciaio speculare, o laccato, o in ferro ossidato. Volumi tagliati, spostati, messi in disequilibrio, ma anche corrotti da sovrapposizioni, escrescenze, figure improprie che mettono in dubbio la semplicità e la purezza delle forme cui si aggrappano. Un ragionamento critico sulla precarietà, che mette in allarme riguardo all'entusiastica posizione condivisa in quegli anni a proposito di un incipiente mondo tecnologico. In questi lavori si unisce l'ammirazione di Squatriti per l'arte essenziale delle Avanguardie suprematiste e costruttiviste, con lo spirito dissacrante di matrice Pop che si respirava in quegli anni, da lei interpretato in modo personale, senza rifarsi a nessuno degli stilemi correnti, precorrendo di quasi cinquant'anni alcune ricerche internazionali successive.

Dopo il diploma all'Accademia di Brera di Milano nel 1960, Fausta Squatriti tiene la sua prima personale alla Galleria del Disegno di Milano, e nel 1964 vince il Premio San Fedele, all'epoca il più prestigioso riconoscimento italiano per i giovani artisti, raramente assegnato a una donna. Nel 1968 il mercante d'arte svedese Pierre Lundholm, si interessa alla sua ricerca, e la espone nella sua galleria di Stoccolma, punto di partenza per la carriera internazionale dell'artista. Un altro incontro cruciale è quello con il gallerista Alexander Iolas, uno dei più importanti mercanti d'arte degli anni Settanta, che espone il lavoro di Squatriti nella sua galleria di Ginevra e la coinvolge anche in qualità di art director, facendole realizzare cataloghi, libri e manifesti per gli artisti che espone nelle sue gallerie di Parigi, New York, Milano, Ginevra, Roma, Madrid e Atene.

A Milano nel 1979 Squatriti tiene una personale alla Galleria del Naviglio, e nel 1980, sempre a Milano presenta allo Studio Marconi, le sculture di ferro nero, di grandi dimensioni, saranno apprezzate anche da Denise Renè, che nell'82 le espone in una personale a Parigi, e in alcune mostre di tendenza. Espone a Milano da Bianca Pilat nel 1995, alla Fondazione Mudima nel 2001, al Museum am Ostwald, a Dortmund, a cura di Ingo Bartsh, nel 2001, al Museum of Modern Art di Mosca, a cura di Evelina Schatz, nel 2009, da Assab One, Milano, nel 2012.

Esperta di editoria d'arte, grafica, e multipli, Squatriti ha insegnato all'Accademia di Belle Arti di Carrara, Venezia e Milano, ed è stata due volte visiting professor alla University at Manoa di Honolulu e all'Académie des Beaux-Arts di Mons. Ha tenuto conferenze sul proprio lavoro e su altri argomenti. All'attività come artista, editore e docente si aggiunge, a partire dal 1986, quella di saggista. In quell'anno è una dei tre curatori di ''Arte e scienza: colore'' alla Biennale di Venezia, con saggi pubblicati in catalogo.

In occasione del progetto Se il mondo fosse quadro, saprei dove andare... verrà prodotto un volume bilingue, in italiano e inglese, con testi di Elisabetta Longari, Jacqueline Ceresoli, Claudio Cerritelli, Martina Corgnati, Michel Gauthier e Francesco Tedeschi, una conversazione di Susanne Capolongo con l'artista e una biografia ragionata a cura di Ornella Mignone. Il volume sarà edito da Mandragora. (Comunicato stampa)




Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Ventun anni dopo la grande esposizione al Moma, che l'aveva inserito tra i fotografi sperimentatori più all'avanguardia nella scena artistica del momento, un anno dopo la grande antologica a lui dedicata dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Solo Show avrà come oggetto gli storici bianchi e neri delle serie Annonces e Précis de décomposition, testimonianza di una fotografia cinematografica che ricerca nel dinamismo dei rapporti tra fotografia e cinema la sua fonte di ispirazione. Il lavoro di Rondepierre, infatti, mette in gioco poesia, pittura, cinema e fotografia offrendo una visione enigmatica della realtà che, per quanto segnata da una grande forza sperimentatrice, sembra rievocare continuamente il fascino di epoche passate.

Non solo. I segni del tempo che affligono e deformano la pellicola donano all'immagine un fascino e un potere inatteso, suggerendo quella condizione di instabilità che stimola l'immaginazione dello spettatore. In mostra saranno inoltre visibili anche alcuni dei suoi lavori più noti (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) per la prima volta in grande formato, insieme alla celebre installazione Les 30 Etreintes. Nel caso della serie Annonces (1991-...) le fotografie sono tratte dalle pellicole di film francesi o americani risalenti agli anni 1930-1960, facendo particolarmente attenzione alla componente testuale che si insinua sullo schermo (nomi di attori, slogan generici, commenti...). L'artista visiona le varie pellicole in slow motion tramite un videoregistratore o direttamente al tavolo di montaggio, in modo da isolare e selezionare un fotogramma in cui il testo definitivo (come apparirà allo spettatore) non sia ancora totalmente leggibile.

La serie si articola in 25 scatti, suddivisi nelle varie categorie Annonces vidéo, Annonces peinture e Annonces film. Précis de décomposition (1993-1995) sancisce, invece, l'uso sistematico degli archivi cinematografici come punto di partenza del processo creativo di Eric Rondepierre. Consultando archivi americani, l'artista ha avuto modo di visionare frammenti di anonimi film muti che hanno subito l'azione del tempo, dell'ambiente o di cattive condizioni di conservazione e si presentano, quindi, corrosi e rovinati. Proprio queste anomalie sono diventate il soggetto centrale dei suoi scatti: cancellazioni, deformazioni, macchie... I 30 pezzi complessivi della serie si articolano in tre ambiti: Scènes mostra personaggi in azione, Masques si focalizza su volti in primo piano e Cartons invece evidenzia la corrosione dei cartelli testuali dei vecchi film muti. (Comunicato stampa)

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Almost twenty years after the great exhibition at Moma that celebrated him as one of the most talented experimenter photographers in the artistic scene of that time; a year after the great retrospective hold at the Maison Européenne de la Photographie in Paris, Paci contemporary gallery is pleased to announce Eric Rondepierre's Solo Show "C'era una volta il cinema...". The exhibition will feature the famous black and white images from the series "Annonces" and "Précis de décomposition", proof of a cinematographic photography that has its source of inspiration in the dynamism of the relationship between photography and cinema. Rondepierre's production involves poetry, painting, cinema and photography giving back an enigmatic vision of reality that, even if characterized by a great experimental attitude, is able to recall the fascination for ancient times.

Moreover, the signs of the time that distort and disfigure the film give an unexpected power to the image, suggesting a condition of instability able to inspire people's imagination. On view there will also be other famous works (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) for the first time visible in larger format, together with the great installation "Les 30 Etreintes". In the series "Annonces" (1991-...), the photographs are taken from trailers to French or American films from the period 1930-1960, in which particular attention has been paid to their special textual effects (actors' names, slogans, comments...). Films have been viewed in slow motion using a video player or an editing table, so that it could be possible to isolate a frame in which the graphics (as they will be viewed by the audience) are still being formed.

The series contains 25 shots articulated in different categories "Annonces vidéo", "Annonces peinture" and "Annonces film". "Précis de décomposition" (1993-1995) mirrors the systematic use of cinematographic archives as starting point of Eric Rondepierre's creative process. While consulting American collections, he came across some reels of unknown silent films that have been subjected to the passing of time, to the action of the environment or bad stocking conditions and show themselves as damaged and corroded. Exactly these anomalies have become the main subject in his photographs: erasures, deformations or stains. The 30 works of the series are subdivided in three main fileds: "Scènes" shows characters in action, "Masques" focuses on faces in close-up and "Cartons" contains texts of the intertitle cards of silent movies that have been corroded. (Press release)




J.J. Winckelmann
I "Monumenti antichi inediti"
Storia di un opera illustata


termina lo 07 maggio 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Nell'ambito del filone dedicato alla "grafica storica", per i trecento anni dalla nascita di Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), erudito raffinato e innovativo, fra i più grandi studiosi della cultura classica, teorico e padre della moderna disciplina della storia dell'arte, l'esposizione rende omaggio a uno fra i più raffinati studiosi della cultura classica, riscoprendo la sua fondamentale opera a stampa dal titolo "Monumenti antichi inediti" e presentando tutte le 208 splendide grafiche contenute nell'editio princeps in 2 volumi del 1767. In mostra anche i 2 manoscritti preparatori, 20 matrici in rame, 14 prove di stampa, 5 ritratti incisi e 2 dipinti a olio, 1 quadro inedito, 46 libri antichi e 3 preziosi reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: una gemma, un bassorilievo e un affresco di Pompei. La mostra è stata inserita dalla prestigiosa Winckelmann-Gesellschaft di Stendal (città natale dell'autore) nel calendario del Giubileo 2017 per il terzo centenario della nascita di Winckelmann.

La mostra - a cura di Stefano Ferrari, vice presidente dell'Accademia Roveretana degli Agiati e uno dei massimi esperti del transfer culturale di Winckelmann, e di Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo di Chiasso - è incentrata sui "Monumenti antichi inediti": un'opera fondamentale dell'autore (la penultima che scrive e l'unica in lingua italiana), ma poco nota e poco studiata finora, perché considerata incompiuta. E' essenziale, però, per la sua influenza sul mondo del Neoclassicismo e ben oltre: l'autore, infatti, per la prima volta in maniera così rilevante accompagna le descrizioni dei "Monumenti" con le grafiche degli stessi in una visione assolutamente innovativa per l'epoca.

Si tratta di ben 208 splendide tavole incise, tutte siglate, affidate ad artisti che Winckelmann sceglie e paga di tasca propria, convinto della bontà culturale dell'operazione, senz'altro titanica a quei tempi. I "Monumenti antichi inediti" (1767) descritti da Winckelmann e raffigurati nelle 208 grafiche sono "oggetti dell'antico", ovvero sculture, bassorilievi, gemme, candelabri, scarabei, busti, vasi, mosaici, suppellettili e edifici all'attenzione di Winckelmann durante i suoi meticolosi studi delle antichità che ha occasione di ammirare nelle collezioni del suo entourage - prima fra tutte, quella del Cardinale Alessandro Albani di cui è bibliotecario e stretto collaboratore dal 1758 e cui dedica i "Monumenti" -, ma anche nel corso di numerosi viaggi (rari a quei tempi) che intraprende.

Si tratta quindi di una pubblicazione che non solo riunisce opere d'arte e oggetti che costituiscono veri e propri capolavori di bellezza, ma che presenta anche un metodo di studio e una visione fortemente innovativa del comunicare l'arte, abbinando al testo l'immagine di riferimento e potenziandone il messaggio; un'opera, quindi, che pone tra i suoi obiettivi fondamentali la ricerca del "bello ideale" in arte e la descrizione delle antiche opere attraverso l'iconografia, considerata soprattutto come la rappresentazione dei miti greci narrati dai maggiori poeti classici.

La mostra presenta tutte le 208 grafiche dei "Monumenti" esposte in folio, i 2 volumi dell'editio princeps, i 2 relativi manoscritti preparatori, 20 preziose matrici in rame restaurate per l'occasione, 14 prove di stampa (ossia incisioni all'acquaforte ritoccate a bulino e a puntasecca), 5 ritratti incisi e 2 dipinti a olio che raffigurano Winckelmann, 46 libri antichi e rari (dalla fine del 1700 alla prima metà dell'800), nonché 3 preziosi reperti archeologici provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: 1 gemma con Giove che fulmina i giganti (cammeo in agata onice), 1 bassorilievo del I secolo a.C. in marmo bianco con Paride e Afrodite e 1 affresco rinvenuto a Pompei nella casa di Cipius Pamphilus (quest'ultimo citato, ma non raffigurato nei "Monumenti") con il cavallo di Troia.

E' inoltre presentato per la prima volta al pubblico 1 quadro inedito (1798-1799) conservato in una collezione privata francese: il ritratto di Henri Reboul ad opera di Angelika Kauffmann, pittrice svizzera che nel corso della sua carriera ha raffigurato tutto l'entourage del mondo neoclassico a Roma e in patria. A Henri Reboul, intellettuale e fervente promulgatore dei principi estetici di Winckelmann, va il merito di aver acquistato il manoscritto del terzo volume dei "Monumenti antichi inediti". Tutte le 208 grafiche dei "Monumenti" (appartenenti alla collezione d'arte del m.a.x. museo) sono esposte "in folio" alle pareti, e possono essere apprezzate con la lente d'ingrandimento che verrà fornita a ogni visitatore, confrontate con le matrici di riferimento.

In mostra le prime due edizioni italiane dell'opera: l'editio princeps del 1767 in 2 volumi e quella successiva napoletana del 1820, con l'addenda di Stefano Raffei del 1823, prestate dalla Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli e da un collezionista privato. I 2 volumi manoscritti sono, invece, un prestito reso possibile dalla Bibliothèque Universitaire de Médecine di Montpellier: per la prima volta escono dalla Bibliothèque per essere presentati nell'ambito di un'esposizione. Le matrici in rame vengono prestate dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e sono state restaurate per l'occasione dall'Accademia di Belle Arti della stessa città (Sezione restauro e oggetti antichi).

Una specifica sezione è dedicata a 5 ritratti incisi e 2 quadri a olio che ritraggono Winckelmann; in pratica l'intera iconografia dedicata all'erudito tedesco. Uno dei quadri presenta Winckelmann in pelliccia di lupo e taffetas rosso, con turbante e i "Monumenti antichi inediti" poggiati sul suo scrittoio: un ritratto di grande effetto, prestato dalla Winckelmann-Gesellschaft di Stendal (copia del celebre ritratto ad opera di Anton von Maron). Gli altri provengono dalla Biblioteca Comunale "A. Saffi", Fondi Antichi, Manoscritti e Raccolte Piancastelli di Forlì, mentre una copia coeva dell'atelier della pittrice svizzera Angelika Kauffmann è in prestito dalla Kunsthaus di Zurigo.

Un'altra sezione della mostra è consacrata alla fortuna critica dei "Monumenti antichi inediti", attraverso ben 46 volumi rari dalla fine del 1700 alla prima metà dell'800. I "Monumenti" s'inseriscono in effetti in una lunga tradizione di raccolte di antichità illustrate che hanno il loro avvio con il Rinascimento. Ma se Winckelmann manifesta, all'inizio della sua carriera, una certa riserva nei confronti dei cosiddetti "musei di carta", con i "Monumenti antichi inediti" si assiste a una completa riabilitazione di questo genere editoriale e all'avvio di un nuovo metodo di studio, in cui narrazione e illustrazione godono di un rapporto del tutto paritario.

Sebbene la morte prematura abbia impedito a Winckelmann di completare lo sviluppo dei "Monumenti", i suoi principali continuatori, da Seroux d'Agincourt (1730-1814) a Leopoldo Cicognara (1767-1834) a Luigi Rossini (1790-1857) a Giovanni Volpato (1735-1803), considerano i "Monumenti" un modello di "raccolta" per la storia dell'arte, che combina appunto testi e raffigurazioni. La Zentralbibliothek di Zurigo presta dunque l'editio princeps del celebre "Geschichte der Kunst des Alterthums" ("Storia dell'arte nell'antichità") del 1764 che precede i "Monumenti". Altri volumi e edizioni provengono dalla Biblioteca cantonale di Lugano, dalla Biblioteca dell'Accademia di architettura di Mendrisio e da preziose collezioni private.

Catalogo bilingue (Italiano/Inglese) J.J. Winckelmann (1717-1768). Monumenti antichi inediti. Storia di un'opera illustrata. History of an Illustrated work, a cura di Stefano Ferrari e Nicoletta Ossanna Cavadini, con saggi dei curatori e di Maria Rosaria Esposito, Valeria Sampaolo, Lorenzo Lattanzi, Massimiliano Massera, a corredo una ricca sezione iconografica, apparati a cura di Gianmarco Raffaelli e Stefano Ferrari, Skira editore, Ginevra-Milano, 2017, cm.24x24, p. 336, CHF 35.- / Euro 35. Come per tutte le mostre del m.a.x. museo, la redazione di Ultrafragola (3D Produzioni) realizza un video, visibile in mostra a Chiasso e online sul sito di Ultrafragola (www.ultrafragola.tv), con interviste ai curatori. Il filmato sarà trasmesso anche su ArtBox-Sky Arte durante il periodo espositivo. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa m.a.x. museo)




Locandina mostra Magnum 70 anni Magnum 70 anni
da marzo 2017
Torino, Cremona, Brescia
www.studioesseci.net

Proprio 70 anni fa - si era nel 1947 - sulla terrazza del Museo d'Arte Moderna di New York, nacque l'agenzia fotografia Magnum. Si andava così concretizzando il progetto messo a punto da Robert Capa durante la guerra civile spagnola e discusso con altri fotografi come Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandivert. L'esigenza era quella di salvaguardare il lavoro del fotografo, rispettandone dignità professionale, sia dal punto di vista etico che da quello economico. Attraverso la formula della cooperativa, i fotografi diventavano così proprietari del loro lavoro, prendevano decisioni collettivamente, proponevano autonomamente alle testate i propri servizi e mantenevano i diritti sui negativi, garantendo così una corretta diffusione delle loro immagini.

Alcuni dei protagonisti individuarono specifiche aree geopolitiche e culturali di interesse: Cartier-Bresson sceglierà l'Asia (una scelta che lo porterà a compiere diversi viaggi in Cina, India, Birmania e Indonesia), Seymour si concentrerà sull'Europa, Rodger sull'Africa, mentre Capa, dall'America, sarà pronto a partire per ogni dove. L'impegno in prima linea ha portato alla tragica scomparsa di due dei soci fondatori, Robert Capa e David Seymour, oltre che di un altro dei soci della prima ora, lo svizzero Werner Bischof, tutti vittime dei teatri di guerra degli anni Cinquanta. Da quel giorno del 1947, le immagini di Magnum hanno connotato e cambiato la percezione della cronaca e della storia del mondo, narrando i grandi e i piccoli eventi dell'umanità per un settantennio. E ancora oggi Magnum, con sedi a New York, Parigi, Londra e Tokyo resta, nonostante le innovazioni del mondo dell'informazione, la fonte più autorevole di immagini del mondo.

Numerose le iniziative nel mondo in occasione del settantesimo anniversario di Magnum Photos, e anche in Italia, ben tre città - Torino, Cremona e Brescia - renderanno omaggio alla più storica e autorevole agenzia fotografica internazionale. A Torino, Camera - Centro Italiano per la Fotografia, festeggia la ricorrenza con la mostra L'Italia di Magnum. Da Cartier-Bresson a Pellegrin (2 marzo - 21 maggio 2017), a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Arianna Visani. Venti sono gli autori (tra cui Robert Capa, David Seymour, Elliott Erwitt, Herbert List, Ferdinando Scianna, Martin Parr) chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell'Italia dal dopoguerra a oggi, in un affascinante intreccio di fotografie iconiche e di altre meno note.

Al Museo del Violino di Cremona, a cura di Marco Minuz, i 70 anni di Magnum danno vita a "Life - Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia" (4 Marzo - 11 Giugno 2017). In mostra fotografie di Eve Arnold, Werner Bischof, Bruno Barbey, Cornell Capa, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Philippe Halsman, Inge Morath, Dennis Stock. Terzo appuntamento a Brescia, dove, dal 7 marzo, prenderà vita la prima edizione di "Brescia Photo Festival 2017" dove Magnum sarà raccontata da tre mostre: "Magnum First", al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing. Sempre a Santa Giulia ci sarà anche "Magnum - La première fois" con i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, tramite proiezioni e stampe originali. Inoltre, nella sede della Camera di Commercio di Brescia, per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, tre reportage su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre celeberrimi reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina mostra Art Deco' Art Déco
Gli anni ruggenti in Italia


termina il 18 giugno 2017
Musei San Domenico - Forlì

Un gusto, una fascinazione, un linguaggio che ha caratterizzato la produzione artistica italiana ed europea negli anni Venti, con esiti soprattutto americani dopo il 1929. Ciò che per tutti corrisponde alla definizione Art Déco fu uno stile di vita eclettico, mondano, internazionale. Il successo di questo momento del gusto va riconosciuto nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli ultimi miti ottocenteschi e la mimesi della realtà industriale, con la logica dei suoi processi produttivi. Dieci anni sfrenati, "ruggenti" come si disse, della grande borghesia internazionale, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l'orizzonte cupo dei totalitarismi.

Dopo le grandi mostre dedicate a Novecento e al Liberty, nel 2017 Forlì dedica una grande esposizione all'Art Déco italiana. La relazione con il Liberty, che lo precede cronologicamente, fu dapprima di continuità, poi di superamento, fino alla contrapposizione. La differenza tra l'idealismo dell'Art Nouveau e il razionalismo del Déco appare sostanziale. L'idea stessa di modernità, la produzione industriale dell'oggetto artistico, il concetto di bellezza nella quotidianità mutano radicalmente: con il superamento della linea flessuosa, serpentina e asimmetrica legata ad una concezione simbolista che vedeva nella natura vegetale e animale le leggi fondamentali dell'universo, nasce un nuovo linguaggio artistico.

La spinta vitalistica delle avanguardie storiche, la rivoluzione industriale sostituiscono al mito della natura, lo spirito della macchina, le geometrie degli ingranaggi, le forme prismatiche dei grattaceli, le luci artificiali della città. Nell'ambito di una riscoperta recente della cultura e dell'arte negli anni Venti e, segnatamente, di quel particolare gusto definito "Stile 1925", dall'anno della nota Esposizione universale di Parigi dedicata alle Arts Decoratifs, da cui la fortunata formula Art Déco, che ne sancì morfologie e modelli, nasce l'idea di una mostra che proponga immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l'Italia e l'Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi mondiale del 1929, assumendo via via declinazioni e caratteristiche nazionali, come mostrano non solo le numerosissime opere architettoniche, pittoriche e scultoree, ma soprattutto la straordinaria produzione di arti decorative.

Il gusto Déco fu lo stile delle sale cinematografiche, delle stazioni ferroviarie, dei teatri, dei transatlantici, dei palazzi pubblici, delle grandi residenze borghesi: si trattò, soprattutto, di un formulario stilistico, dai tratti chiaramente riconoscibili, che ha influenzato a livelli diversi tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall'oreficeria ai tessuti alla moda negli anni Venti e nei primissimi anni Trenta, così come la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa. Le ragioni di questo nuovo sistema espressivo e di gusto si riconoscono in diversi movimenti di avanguardia (le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo) cui partecipano diversi artisti quali Picasso, Matisse, Lhote, Schad, mentre tra i protagonisti internazionali del gusto vanno menzionati almeno i nomi di Ruhlmann, Lalique, Brandt, Dupas, Cartier, così come la ritrattistica aristocratica e mondana di Tamara de Lempicka e le sculture di Chiparus, che alimenta il mito della danzatrice Isadora Duncan.

Ma la mostra avrà soprattutto una declinazione italiana, dando ragione delle biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930, oltre naturalmente dell'expo di Parigi 1925 e 1930 e di Barcellona 1929. Il fenomeno Déco attraversò con una forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, gioielli, argenti, abiti impersonando il vigore dell'alta produzione artigianale e proto industriale e contribuendo alla nascita del design e del "Made in Italy".

La richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell'artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti, Giovanni Gariboldi, Guido Andloviz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini, alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, come agli arazzi in panno di Depero.

Obiettivo dell'esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l'originalità e l'importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana connotando profondamente i caratteri del Déco anche in relazione alle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Sono qui essenziali i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, affiancato da grandi maestri, come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono a Klimt e alla Secessione viennese; dei maestri faentini Domenico Rambelli, Francesco Nonni e Pietro Melandri; le invenzioni del secondo futurismo di Fortunato Depero e Tullio Mazzotti; i dipinti, tra gli altri, di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla straordinaria produzione della Richard-Ginori ideata dall'architetto Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci e tedeschi fino ad arrivare al passaggio di testimone, agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.

Non si è mai allestita in Italia una mostra completa dedicata a questo variegato mondo di invenzioni, che non solo produce affascinanti contaminazioni con il gusto moderno - si pensi per esempio al quartiere Coppedè a Roma o al Vittoriale degli Italiani, ultima residenza di Gabriele d'Annunzio - ma evoca atmosfere dal mondo mediterraneo della classicità, così come la scoperta nel 1922 della tomba di Tutankhamon rilanciò in Europa la moda dell'Egitto. E poi echi persiani, giapponesi, africani a suggerire lontananze e alterità, sogni e fughe dal quotidiano, in un continuo e illusorio andirivieni dalla modernità alla storia.

Trattandosi di un gusto e di uno stile di vita non mancarono influenze e corrispondenze col cinema, il teatro, la letteratura, le riviste, la moda, la musica. Da Hollywood (con le Parade di Lloyd Bacon o le dive, come Greta Garbo e Marlene Dietrich o divi come Rodolfo Valentino) alle pagine indimenticabili de Il grande Gatsby (1925), di Francis Scott Fitzgerald, ad Agata Christie, a Oscar Wilde, a Gabriele D'Annunzio. La mostra è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, ed è diretta da Gianfranco Brunelli. Il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Mario Nigro dalla mostra Dai Ritmi Obliqui allo Spazio Totale Mario Nigro. Dai "Ritmi Obliqui" allo "Spazio Totale"
termina il 21 aprile 2017
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Una mostra personale di Mario Nigro (Pistoia, 1917 - Livorno, 1992) che, in occasione del centenario dalla sua nascita, ripercorre il momento germinale di tutta la sua esperienza artistica, il ventennio che va dal 1948 al 1968. L'esposizione presenta il percorso fondamentale dell'artista, dai suoi "Ritmi obliqui" del 1948 fino alle opere esposte alla XXXIV Biennale Internazionale d'Arte di Venezia del 1968. Nella prima sala del piano superiore della galleria sono esposte opere realizzate a partire dal 1950. Questi lavori, dal ciclo "Scacchi", testimoniano un momento di maturazione del linguaggio dell'artista, già orientato verso un interesse percettivo più dinamico e penetrante, che prelude, con l'accentuazione dell'elemento diagonale nel 1952, alla serie dello "Spazio totale".

Negli ambienti successivi dello stesso piano si trovano opere che ripercorrono l'evoluzione creativa di Mario Nigro a partire dai "Ritmi obliqui" del 1948, che elaborano e analizzano le sue prime suggestioni astratto-costruttive, fino al superamento della bidimensionalità del quadro in una nuova tensione tra spazio e forma che si risolve nell'intrecciarsi e accavallarsi dei piani negli "Spazi totali" del 1954. All'ingresso della galleria è esposta "Tempo e spazio: tensioni reticolari: simultaneità di elementi in lotta" del 1954. Si tratta di un'opera fondamentale per comprendere i successivi sviluppi della pittura di Mario Nigro in relazione all'approfondimento dei concetti di tempo, simultaneità e progressività che diventeranno essenziali nelle opere degli anni seguenti. Un'attenzione particolare viene inoltre riservata a un nucleo di opere del 1956.

In seguito all'invasione sovietica dell'Ungheria in quell'anno, tutte le certezze politiche e ideologiche dell'artista vengono improvvisamente infrante. Con il crollo dell'utopia sociale che animava il suo lavoro, anche la fiducia nella purezza assoluta della geometria viene meno, lasciando il posto ad un progressivo accentuarsi e poi disgregarsi delle griglie spaziali, fino allo loro totale dissoluzione. Il percorso espositivo si conclude al piano inferiore dove vengono presentate le opere esposte nella sala personale dell'artista alla XXXIV Biennale Internazionale d'Arte di Venezia del 1968.

L'abisso prospettico delle opere precedenti esce dalla bidimensionalità della tela per diffondersi nello spazio, assumendo una dimensione ambientale nell'accumularsi in colonne o nel dispiegarsi lungo le pareti. Questo luogo vivo e pulsante si completa poi nel ritmo musicale sviluppato dal ripetersi dei piccoli tratti di colore che percorrono l'opera a terra dal titolo Le stagioni o dall'infinita tensione espansiva dei "Tralicci". E' in questa rinnovata sinergia tra spazio e tempo che le opere di Nigro raggiungono una totalità immersiva assoluta, nella quale, e durante la quale, lo spettatore si trova calato non tanto in una rappresentazione dell'esistenza ma in una sua concreta e drammatica manifestazione. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume bilingue con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Luca Massimo Barbero e un aggiornato apparato bio-bibliografico. La mostra viene realizzata in collaborazione con l'Archivio Mario Nigro. (Comunicato stampa)

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The A arte Invernizzi gallery will open on Thursday, 23 February 2017 at 6.30 p.m. a solo exhibition of works by Mario Nigro (Pistoia, 1917 - Livorno, 1992). Celebrating the centenary of the artist's birth, the show retraces the seminal moment of his entire artistic career - the two decades from 1948 to 1968. The exhibition shows the artist's fundamental process, which led from his "Ritmi obliqui [Oblique Rhythms]" of 1948 through to the works shown at the 24th Venice Biennale in 1968. Works made from 1950 onwards are on show in the first room on the upper floor of the gallery. Starting with the "Scacchi [Chess]" series, they reveal much about a moment of development in the artist's visual language.

He was already moving towards a more dynamic and penetrating approach to perception, and the accentuation of the diagonal in 1952 already foreshadowed the "Spazio totale [Total Space]" series. The works in the following rooms on the same floor retrace Mario Nigro's development from the Ritmi obliqui of 1948, which further develop and analyse his initial abstract-constructive works, through to the overcoming of the two-dimensional plane. He also introduced a new tension between space and form, which led to an interweaving and overlapping of planes, as we see in the "Spazi totali" of 1954. On show at the entrance to the gallery is Tempo e spazio: tensioni reticolari: simultaneità di elementi in lotta [Time and Space: Reticular Tensions: Simultaneities of Elements in Conflict] of 1954.

This work is key to understanding the later developments of Mario Nigro's work in relation to his investigation of the concepts of time, simultaneity and progressivity that were to become so much a part of his works in later years. Particular attention is also paid to a group of works from 1956. After the Soviet invasion of Hungary that year, all the artist's political and ideological certainties were shattered. When the social utopia that underpinned his work collapsed, also his faith in the absolute purity of geometry was lost, making way for a gradual intensification and then disintegration of his spatial grids, until they disappeared altogether.

The exhibition ends on the lower floor, with the works that were shown in the artist's personal room at the 24th Venice Biennale in 1968. The perspective depth of his previous works emerges from the two-dimensionality of the canvas and spreads out through space, acquiring an environmental dimension in its accumulation in columns and in its unravelling along the walls. This living, pulsating place is then completed in the musical rhythm brought about by a repetition of little traces of colour that run through Le stagioni [The Seasons], the work shown on the ground, or by the infinite, expansive tension of the "Tralicci [Trellises]".

It is in this new synergy between time and space that Nigro's works achieve their absolute immersiveness, in which, and during which, the viewer is plunged not so much into a representation of existence as into its concrete and dramatic manifestation. On the occasion of the exhibition, a bilingual volume will be published with reproductions of the works on display, an introductory essay by Luca Massimo Barbero and updated bio-bibliographical notes. The exhibition is being held in collaboration with the Archivio Mario Nigro. (Press release)




Opera di Nanni Balestrini dalla mostra La Tempesta Perfetta Nanni Balestrini. La Tempesta Perfetta
termina il 17 aprile 2017
MACRO - Museo d'Arte Contemporanea Roma

Nanni Balestrini realizza una mostra-concept che prende spunto iconografico dal famosissimo quadro de "La Tempesta" di Giorgione per confrontarsi però con la nostra situazione contemporanea: culturale, sociale, economica ma anche psicologica, con all'interno appunto lo sguardo "dal passato" di Giorgione, destrutturato tramite patchwork, scomposizioni, implosioni e sovrascritture. Parole dello stesso Balestrini che non sono però commento all'immagine ma struttura stessa dell'opera, della nuova opera, così come del resto l'autore ci ha abituato fin dagli anni Sessanta. E le sue parole s'intrecciano ai personaggi dipinti da Giorgione ma anche alle parole della Genesi, così come a quelle di Shakespeare e/o del Canto XLV di Ezra Pound. Durante il periodo della mostra verrà presentato il catalogo che conterrà le foto dell'allestimento, studiato insieme all'artista, saggi critici di Achille Bonito Oliva, Michele Emmer, Patrizio Paterlini e una intervista inedita allo stesso Balestrini a cura di Claudio Crescentini e Federica Pirani.

Come scrive Achille Bonito Oliva in catalogo: "L'opera di Nanni Balestrini è un'epica lotta contro la resistenza dell'arte. Ha trovato nella contaminazione tra parola e immagine un armistizio, matrimonio morganatico tra la parola scritta o stampata e l'elemento iconico. Ecco allora che Balestrini parte all'attacco e si confronta con la Tempesta del Giorgione. (...) L'arte è sempre una catastrofe, una catastrofe linguistica, è la rottura dell'equilibrio tettonico del linguaggio della comunicazione corrente, il precipitato in una sorta di spazio aperto per combattere l'entropia, il progressivo silenzio verso cui si avvia il linguaggio. (...)". (Comunicato stampa)




Locandina mostra Clorofilla Clorofilla - natura e dintorni
dal 28 gennaio 2017 alle 19.30
Salotto dell'Arte - Cagliari
www.salottodellarte.it

Rigenerazione ambiental culturale. Creare una parte di "Esterno" dentro un "Interno", far riposare l'occhio umano dentro esercizi di stile e angoli di natura. Partendo dalle suggestioni di alcune delle opere presenti in galleria, alle quali si aggiungono opere private di pittori, scultori e artisti sui generis, la mostra vuole accompagnare il visitatore lungo un percorso libero, eterogeneo e non dogmatico su uno dei leitmotiv del dibattito contemporaneo: Un richiamo naturalistico nella vita di tutti i giorni. Nulla di meglio che creare delle finestre artificiali attraverso l'arte, e il Salotto dell'Arte sarà la parte promotrice di questo concetto.

Artisti: Maria Cecilia Angioni, Silvana Belvisi, Andrea Brundu, Franca Formis, Maria Rita Mainas, Sandro Masala, Alessandro Melis, Anna Montalto, Sara e Stefania Pedoni, Sergio Stara, Lorenzo Stea, Cristina Zara. (Comunicato stampa)




Elliott Erwitt: Kolor
termina il 16 luglio 2017
Palazzo Ducale - Genova

Prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt (Parigi, 1928). Se i lavori in bianco e nero sono stati esposti in numerose mostre di grande successo all'estero e in Italia, la sua produzione a colori, invece, è completamente inedita. Solo in tempi molto recenti Erwitt ha infatti deciso di affrontare, come un vero e proprio viaggio durato lunghi mesi, il suo immenso archivio a colori; una tecnica che aveva scelto di dedicare solo ai suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda. Immagini dunque sostanzialmente diverse, immagini sulle quali ha posato uno sguardo critico e contemporaneo a distanza di decenni, che ci fanno conoscere un mondo parallelo altrettanto straordinario.

La mostra comprende circa 135 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dai suoi due grandi progetti a colori, Kolor e The Art of André S. Solidor. Kolor è il titolo del grande volume retrospettivo per realizzare il quale Erwitt ha rivisitato tutto il suo archivio, con un impegno imponente che attraversa tutta la sua produzione a colori. The Art of André S. Solidor è invece l'esilarante e sottile parodia del mondo dell'arte contemporanea con i suoi controsensi e con le sue assurdità. Mentre il primo progetto vive di scoperte dei vecchi negativi Kodak, in cui si ritrova il tipico linguaggio di Erwitt, dai ritratti di personaggi famosi alle immagini più ironiche e talvolta irriverenti, nella sezione di André S. Solidor, invece, egli crea un vero e proprio alter ego del maestro, con tanto di autoritratti, che si esprime in una produzione che non lascia più niente al caso o all'intuizione, come emerge anche in un breve ed esilarante filmato.

Dal 1953 della storica agenzia Magnum, fondata tra gli altri da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. "Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l'aspetto delle cose, il tuo stato d'animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l'istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla". Non a caso è considerato il fotografo della commedia umana. Con lo stesso atteggiamento d'altra parte Erwitt riserva la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto, portando all'estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo.

Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite. Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero. La visita è corredata da una audioguida inclusa nel biglietto, che fornisce al visitatore il racconto di quanto accade nelle immagini di Erwitt. Un testo prezioso, frutto di una documentazione ricostruita dalla curatrice con l'autore, e mai pubblicato in precedenza. La mostra è curata da Biba Giacchetti, con il progetto grafico e di allestimento di Fabrizio Confalonieri. Prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (Comunicato stampa)




Devenir II - carboncino su carta cm.76x80 2014 - Courtesy: Galleria Continua, San Gimignano | Beijing | Les Moulins | Habana Photo by ©Yaque Locandina della mostra Agujero de gusano - scala, utensili cm.130x31x5 2016 - Courtesy: the artist and Galleria Continua - Photo by: Paola Martinez Fiterre José Yaque | Alluvione d'Arno
Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà


termina lo 02 aprile 2017
Villa Pacchiani Centro Espositivo - Santa Croce sull'Arno
www.villapacchiani.wordpress.com

La mostra - a cura di Ilaria Mariotti - esprime la volontà di riflettere sui temi della sostenibilità delle operazioni nel mondo contemporaneo: sulla vita di oggetti e materiali, sull'idea di recupero, sull'idea dei rifiuti come rappresentanti dell'identità dei nostri territori e su questi processi in atto. Portavoce della produzione creativa cubana a livello internazionale, José Yaque sarà uno degli artisti chiamati ad esporre all'interno del Padiglione di Cuba alla prossima Biennale di Venezia.

A Villa Pacchiani l'artista presenta due grandi installazioni pensate appositamente per gli interni e gli esterni del centro espositivo, una serie di dipinti e disegni realizzati nell'arco degli ultimi anni e un nucleo di disegni inediti legati a questo progetto. Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà è il proseguimento di un percorso fortemente condiviso dalle amministrazioni comunali di Pisa e Santa Croce sull'Arno - e, in prima istanza, da Galleria Continua e Associazione Arte Continua da sempre interessate alla relazione tra arte e territorio e fautrici della necessità di coinvolgere gli artisti in un percorso di riconsiderazione di questioni sociali - iniziato nel 2013 e teso alla costruzione di un modello d'intervento e di messa in relazione tra territori ed artisti internazionali.

Quest'anno il progetto sviluppa alcune sue caratteristiche per favorire percorsi formativi, costruire occasioni d'incontro e scambio tra studenti delle Accademie di Belle Arti toscane e José Yaque artista dal curriculum consolidato, con l'obbiettivo di costruire un sistema integrato tra artista e giovani in formazione per l'approfondimento di tematiche quali, in primis, l'identità dei territori, declinata attraverso eccellenze produttive e artistiche, produzione, risorse, operatività, collaborazioni tra pubblico e privato. Per questa edizione il focus del progetto si concentra sulla zona di Santa Croce sull'Arno: l'azienda d'eccellenza, con la quale José Yaque si trova a dialogare e a lavorare a stretto contatto per questo progetto, è la Waste Recycling, società del Gruppo Hera.

Durante la permanenza a Santa Croce sull'Arno l'attenzione e la sensibilità di José Yaque sono state catturate da una serie di elementi che declinano in vario modo alcune tematiche sostanziali e che, al tempo stesso, rimandano alla ricerca dell'artista. Innanzi tutto la presenza del fiume: uguale a se stesso come entità ma sempre mutevole per via del fluire incessante verso il mare. Nel fiume Yaque legge la grande metafora che informa tutto il suo lavoro ma che, prima di tutto, è la chiave filosofica attraverso la quale legge i fatti della vita degli uomini: non ci si bagna mai nella solita acqua dei fiumi perché l'acqua è sempre diversa ma anche perché i momenti diversi in cui ci bagnamo ci vedono in continua evoluzione e cambiamento.

Per l'artista l'unico elemento di continuità nella storia delle civiltà è il fluire continuo e incessante di vite, sempre diverse e che sono lette nel loro essere popolo, essere esistenza, essere parte di un tutto che lentamente, come il fiume, scorre. Per Yaque la mutevolezza è l'elemento fenomenologico che vale la pena di essere studiato, analizzato, rappresentato. Perché tutto cambia ma l'aspetto mutevole è, paradossalmente, ciò che rimane caratteristica costante. In questa chiave di lettura l'esperienza alla Waste Recycling è stata fondamentale per costruire, attraverso l'attività umana, la tecnologia, la ricerca, la visualizzazione di questa metafora: cumuli di rifiuti industriali divisi per materiale che permangono negli spazi di stoccaggio per breve tempo per essere continuamente smantellati e ricomposti dai nuovi arrivi.

Ciò che è il residuo delle attività umane viene letto, nel suo continuo scomporsi e ricomporsi, come il fluire incessante del fiume, che parla, al contempo, delle attività dell'uomo, dei suoi consumi, dei suoi scarti. La visita all'impianto di depurazione Aquarno e il ciclo del trattamento che restituisce al canale Usciana e poi, bonificata, al fiume, l'acqua utilizzata dal settore conciario, hanno costituito per l'artista un tassello ulteriore nella costruzione e verifica di un immaginario incentrato sulla circolarità del movimento di cose, acque, materiali, energia. Così come ulteriori spunti di riflessione, poi coagulatisi attorno all'immagine del "divenire" sono stati gli incontri con alcuni rappresentati delle comunità di migranti che costituiscono un'importante percentuale della popolazione di Santa Croce sull'Arno, la storia del paese, l'incontro con un'azienda di eccellenza che lavora pellami destinati al mondo del lusso e della moda.

Le due grandi installazioni pensate da José Yaque appositamente per Villa Pacchiani, l'una all'esterno, all'ingresso della Villa, l'altra per la sala centrale dello spazio espositivo, inglobano tutte queste suggestioni insieme. L'idea del fluire, del detrito, del perenne cambiamento, dell'evento catastrofico che genera una nuova forma di bellezza - tutti concetti che tornano nella ricerca dell'artista - si concretizzano nelle due installazioni che inglobano la vita del fiume, la vita e le cose degli uomini. Una serie di dipinti e di disegni realizzati nell'arco di alcuni anni e frutto di esperienze diverse si dispongono all'interno dello spazio espositivo occupandone un'ala. Si tratta di disegni e di dipinti appartenenti a due serie diverse: l'una si incentra su alcuni ritratti di ponti di città diverse, l'altra riguarda la visione del ruolo dell'arte e della sua esposizione.

La serie di dipinti e di disegni che ha come tema i ponti è stata realizzata nel 2013 durante residenze a Londra e Varsavia. Due città attraversate da fiumi. I ponti che collegano le due diverse sponde, costituiscono punti privilegiati per registrare il fluire continuo di persone parallelo a quello dei fiumi. Osservatori efficaci per la visualizzazione di metafore sul movimento e sull'evoluzione degli uomini e delle civiltà. Sempre nella medesima ala di Villa Pacchiani una serie di disegni (Devenir, tutti del 2014) mostra gallerie di dipinti, musei, dove le strutture espositive sono trattate come sorta di piloni di ponti attorno ai quali si accumulano detriti, rami, oggetti trasportati durante una piena e qui incagliatisi.

Questa serie di dipinti e disegni si specchia, in un segno di continuità delle ricerche e di azioni dell'artista, in un flusso costante di pensiero e visualizzazioni, in un nuovo nucleo di disegni incentrati sulle immagini fotografiche raccolte a Santa Croce sull'Arno durante il soggiorno dell'artista che viene esposta nell'altra ala dello spazio espositivo. José Yaque, Alluvione d'Arno per Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà vedrà la sua conclusione con la realizzazione di una pubblicazione a documentare l'esperienza.

José Eduardo Yaque Llorente (Manzanillo - Cuba, 1985) dal 2004 fino al 2009 espone in numerose mostre collettive e personali all'Avana, nel 2010 partecipa alla prima Biennale di Arte Contemporanea del Portogallo ed espone al Wasps Artists' Studios, a Glasgow in Scozia. L'anno successivo prende parte ad una mostra collettiva a Madrid, nel 2012 è nuovamente a Glasgow per il Festival Internazionale di Arte Visiva. Nello stesso anno vince una residenza a Varsavia; in Polonia l'artista espone all'interno della Zacheta Project Room della Galleria Nazionale d'Arte di Varsavia nella mostra collettiva "Fragmentos" e realizza, presso la Galleria Nazionale d'Arte Zacheta, la sua prima personale fuori dai confini nazionali. (Estratto da comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Utagawa Kunisada - Con l'ombrello sotto la neve - Xilografia, Giappone 1828-30 Il giovane Kunisada e la scuola di Osaka
termina il 28 maggio 2017
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino

A partire dal 24 gennaio il percorso espositivo delle stampe sarà completamente rinnovato: a quelle attualmente esposte subentreranno xilografie che raffigurano scene del teatro kabuki nel ventennio 1815-1835, periodo di affermazione della grande scuola Utagawa di Edo (Tokyo) in questo filone dell'ukiyo-e, attraverso le opere di uno dei suoi maggiori esponenti, Kunisada (1786-1864). Il suo stile eclettico, profondamente influenzato dal caposcuola Toyokuni (1769-1825), viene messo a confronto con le produzioni coeve degli artisti operanti nel Kansai, raggruppati sotto la dicitura "Scuola di Osaka": essi diedero vita a uno stile regionale piuttosto uniforme, caratterizzato da una certa spigolosità delle figure che le rende quasi monumentali.

Oltre al corpus principale delle stampe kabuki, verrà trattato il tema del paesaggio attraverso alcune composizioni in formato verticale tratte da serie famose di Utagawa Hiroshige (1797-1858). Nella sala principale al secondo piano saranno invece riproposti otto kakemono (dipinti in formato verticale) che forniscono un assaggio della variegata produzione pittorica nipponica tra la fine del XVI e la seconda metà del XIX secolo. Di questa rotazione particolarmente preziosa si segnalano dei dipinti a inchiostro monocromo, su seta o su carta: un etereo paesaggio nello stile del grande maestro di scuola Kano, Tan'yu (1602-1674); il tema Zen del "Gibbone che afferra il riflesso della luna nell'acqua", dipinto da Kaiho Yusho (1533-1615), e un piccolo fugu (pesce palla) che reca la firma del famoso Katsushika Hokusai (1760-1849). (Comunicato stampa Raffaella Bassi - Fondazione Torino Musei)




Thomas Ruff - Substrat 16 I - stampa cromogenica / chromogenic print cm.287x186 2002 Vassily Kandinsky - Impression Sonntag (Impression Sunday) - Städische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau München 1911 L'emozione dei colori nell'arte
Klee | Kandinsky | Munch | Matisse | Delaunay | Warhol | Fontana | Boetti | Paolini | Hirst


termina il 23 luglio 2017
Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea | GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.castellodirivoli.org - www.gamtorino.it

Esposizione di una raccolta di 400 opere d'arte realizzate da oltre 125 artisti provenienti da tutto il mondo che datano dalla fine del Settecento al presente. La mostra collettiva ripercorre la storia, le invenzioni, l'esperienza e l'uso del colore nell'arte moderna e contemporanea occidentale, nelle culture non occidentali e nelle culture indigene presenti nel mondo oggi. Attraverso una molteplicità di racconti e presentazioni di opere d'arte importanti, si affronta l'uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico.

"Durante il secolo scorso sono state organizzate numerose mostre sul colore a partire dalle teorie della percezione divenute popolari negli anni Sessanta. Quel tipo di approccio discende da una nozione universalistica della percezione e da una sua pretesa valenza oggettiva, molto distante dalla consapevolezza odierna della complessità di significati racchiusa nel colore", afferma Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della mostra. La mostra indaga l'utilizzo del colore nell'arte dando conto di movimenti e ricerche artistiche che si discostano dalle storie canoniche sul colore e l'astrazione, attraverso molteplici narrazioni che si ricollegano alla memoria, alla spiritualità, alla politica, alla psicologia e alla sinestesia.

I precedenti dell'arte astratta moderna sono indagati attraverso opere dei seguaci Hindu Tantra (XVIII secolo) e dei Teosofisti (XIX secolo) che utilizzavano le forme-colore come fonti per la meditazione e la trasmissione immateriale del pensiero. Il punto di avvio nell'astrazione teosofica è legato alle ricerche di Annie Besant (1847-1933), la quale scrisse attorno al 1904, "dipingere le forme vestite dalla luce di altri mondi con i colori ottusi della terra è un compito arduo; esprimiamo gratitudine a chi ha tentato di farlo. Avrebbero bisogno di fuoco colorato, ma hanno solo pigmenti e terre a disposizione". Alla fine del Settecento, Isaac Newton scopre che i colori che vediamo corrispondono a specifiche e oggettive onde elettromagnetiche non assorbite da materiali.

Johann Wolfgang von Goethe, che pubblica nel 1810 la sua Zur Farbenlehre (La teoria dei colori) si oppone a Newton, affermando che i colori sono prodotti dalla mente e non oggettivi. Goethe scopre il fenomeno degli Afterimage colors (il fatto che l'occhio umano percepisce come immagine residua il colore complementare a un colore osservato con persistenza su di una superficie bianca). All'epoca prevalse la teoria di Newton. L'Ottocento è anche il secolo del grande sviluppo della chimica e della scoperta dei colori sintetici derivati dal catrame di carbone. Nell'Ottocento e Novecento si sviluppa la standardizzazione industriale dei colori con i vari codici RAL e Pantone.

Gli artisti reagiscono con sfumature, esperienze sinestetiche, spirituali e psichedeliche del colore, oppure ironizzano sui codici e gli standard. Con il relativismo culturale che caratterizza l'epoca attuale e attraverso le recenti ricerche neuroscientifiche, si torna alla visione di Goethe, attribuendovi un valore nuovo. L'emozione dei Colori nell'arte riflette sul tema da un punto di vista che tiene conto della luce, delle vibrazioni e del mondo affettivo. Si pone in discussione la standardizzazione nell'uso del colore nell'era digitale, standardizzazione che riduce sensibilmente le nostre capacità di distinguere i colori nel mondo reale. Nel corso della mostra, il neuroscienziato Vittorio Gallese - che insieme a Giacomo Rizzolati ha scoperto i neuroni specchio - dirigerà, per la prima volta a livello mondiale, un laboratorio di studio neuroscientifico incentrato sull'esperienza del pubblico di fronte a opere d'arte.

Le opere in mostra includono alcuni lavori di Henri Matisse (1869, Le Cateau Cambrésis, Francia - 1954, Nizza, Francia), Wassily Kandinsky (1866, Mosca, Russia - 1944, Neuilly sur Seine, Francia), Paul Klee (1879, Münchenbuchsee - 1940, Muralto, Svizzera), Giacomo Balla (1871, Torino - 1958, Roma), Edvard Munch (1863, Løten, Norvegia - 1944, Oslo, Norvegia), Luigi Russolo (1885, Portogruaro - 1947, Laveno-Mombello, Italia), Andy Warhol (1928, Pittsburgh, Pennsylvania, Usa - 1987, Manhattan, New York, Usa), Katharina Fritsch (1956, Essen, Germania), Gerhard Richter (1932, Dresda, Germania), Carlos Cruz-Diez (1923, Caracas, Venezuela), Gilberto Zorio (1944, Andorno Micca, Biella, Italia), Alighiero Boetti (1940, Torino - 1994, Roma), Gustav Metzger (1926, Norimberga, Germania), fino a lavori recenti di artisti contemporanei. (Comunicato stampa)




Cosimo Veneziano - Giorni di un futuro passato - carboncino su tela cm.100x200 2017 Cosimo Veneziano: Petrolio/Appunti
termina lo 01 aprile 2017
Galleria Alberto Peola | MEF Museo Ettore Fico - Torino
www.albertopeola.com

Le opere inedite presentate concludono la ricerca di Cosimo Veneziano (Moncalieri - Torino, 1983) sul ruolo della scultura nello spazio pubblico nella società contemporanea, e sul valore iconografico e simbolico che le immagini assumono nel processo di creazione della propaganda politica. In particolare il suo interesse si rivolge al processo di selezione di fatti e personaggi e scarto di altri, che viene messo in atto nella costruzione di un'iconografia da parte di una comunità, prima che il simbolo sia collocato nello spazio pubblico, fisico o virtuale.

Nelle due opere della serie Petrolio i disegni su tela della scultura di un toro androcefalo e di una scultura religiosa, originarie dell'epoca assiro-babilonese, sono parzialmente coperti dal feltro per evidenziare la recente distruzione nei conflitti in Medio-Oriente. L'opera invita a riflettere sul peso e sugli effetti che ha sull'immaginario la perdita di un patrimonio culturale riconosciuto come collettivo. Il gruppo di sculture in ceramica dal titolo Membrana è composto da riproduzioni di parti di statue greche e romane sulle quali Veneziano ha operato una deformazione attraverso un processo di stratificazione materica, contrapponendo l'originaria fisionomia frontale della statua a quello che doveva essere l'aspetto della parte esterna del calco. Anche in questo caso l'occultamento della visione corrisponde all'idea della perdita di un'identità culturale avvenuta nel tempo.

Monochrome II lavora sulla capacità percettiva graduale dell'osservatore. La serie di colature di gomma siliconica è realizzata partendo da una matrice di dipinti su tela, che raffigurano simboli iconografici propri delle culture occidentale e orientale, che si sono succeduti nel tempo. Nell'ultima sala della galleria sono esposte quattro tele di grandi dimensioni sulle quali Veneziano ha disegnato figure umane armate di martello. Per questo ultimo lavoro dal titolo Giorni di un futuro passato, l'artista riprende immagini usate dalla propaganda delle rivoluzioni politiche del passato, e le mette in dialogo tra loro per evidenziare l'enfasi posta sull'atto di distruzione che sottende ai processi di rottura e cambiamento avvenuti nella storia umana. La forza dirompente dell'atto e la monumentalità della rappresentazione rimandano a un intento celebrativo, in contrapposizione al processo di censura che avviene anche durante i periodi di continuità politica. (Comunicato stampa)




Liberty in Italia: Artisti alla ricerca del Moderno
termina lo 02 aprile 2017
Palazzo Magnani - Reggio Emilia

Un ampia e raffinata indagine sul Liberty in Italia. Sette sezioni che vedono riunite quasi 300 opere: dipinti, sculture, illustrazioni, progetti architettonici, manifesti, ceramiche, incisioni. Selezionatissimi i prestiti provenienti dai più importanti Musei italiani e da straordinarie Collezioni private, e molti dei quali, oggetto di recenti studi, vengono presentati al grande pubblico per la prima volta. Ogni sezione della mostra - dedicata al dialogo tra le diverse arti - mette in luce l'alternanza tra le due "anime" del Liberty italiano: quella propriamente floreale e quella "modernista", più inquieta, stilizzata ed essenziale e che precederà le ricerche delle avanguardie, in primis il Futurismo.

"All'interno di una idea più ampia e generale di Liberty italiano - anticipano i Curatori Francesco Parisi e Anna Villari - abbiamo voluto porre a confronto le due diverse tendenze; cercando di assecondare in questo modo il dibattito storico artistico dell'epoca che individuava, come vera essenza del Liberty, la linea fluente, floreale e decorativa e, d'altra parte, recuperando il modello critico della letteratura coeva che identificava nel Liberty tutto ciò che era considerato moderno e di rottura, includendo quindi anche quelle esperienze non propriamente classificabili in Italia come floreali ma piuttosto moderniste o secessioniste".

Il percorso della mostra si sviluppa secondo una scansione per sezioni "tradizionali": pittura, scultura, decorazione murale, ceramiche, progetti di case d'artista (come chiave nuova per entrare nell'idea progettuale dell'architetto che lavora, eccezionalmente e con la massima libertà espressiva, per se stesso), manifesti, illustrazione e incisione. Filo rosso che collega tutte le sezioni di mostra è lo stretto dialogo tra opera e processo creativo, che si manifesta attraverso la pratica del disegno e l'esercizio sulla linea grafica: alle pitture, sculture, ceramiche, ai progetti decorativi e ai manifesti sono stati infatti accostati bozzetti preparatori, cartoni, i disegni relativi a vasi, piatti e oggetti, in un continuo scambio tra arti e campi di ricerca.

Si potrà così anche scoprire che lo scultore Arturo Martini ha disegnato vasi in ceramica, Felice Casorati ha progettato una fontana, Vittorio Corcos è stato anche cartellonista. Che risale insomma proprio al Liberty la ricerca di una bellezza applicata, grazie alla firma di un "autore", a tutte le forme del vivere quotidiano. Una chiave inconsueta che rivela, entrando nel vivo del "fare" e nella mente dell'artista, la vera essenza concettuale e espressiva del Liberty, un movimento, una tendenza e una moda che, a distanza di più di cento anni, non ha ancora esaurito il suo potere seduttivo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Gianni Berengo Gardin
Vera fotografia con testi d'autore


termina il 30 aprile 2017
CAOS (Centro Arti Opificio Siri) - Terni
www.caos.museum

Le fotografie di Gianni Berengo Gardin hanno raccontato un'epoca, accompagnato e a volte costruito una visione. Si tratta di uno tra i più grandi maestri della fotografia italiana perché possiede il dono di riuscire sempre a sorprendere per la sua capacità di raccontare il nostro paese e il nostro tempo. Nessuno come lui è stato un vero interprete, un artigiano devoto, un compagno, un amante della fotografia intesa come documentazione attenta e mai banale della realtà. In sessanta anni di carriera, la vita del fotografo è stata caratterizzata anche da molti incontri, che in un certo senso sono all'origine di questa mostra.

Ciascuna delle foto esposte in mostra è infatti presentata da un protagonista dell'arte e della cultura, che ha commentato uno degli scatti scelti nell'immenso corpus fotografico di Berengo Gardin: amici, intellettuali, colleghi, artisti, giornalisti, registi, architetti. I loro testi, accostati a ciascuna delle 24 foto selezionate, permettono ancor di più di ragionare sul valore di testimonianza sociale ed estetica delle immagini.L'esposizione è inoltre arricchita da una proiezione di immagini tratte dall'archivio del fotografo. L'intera produzione e l'archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. Accompagna la mostra il libro Vera fotografia pubblicato da Contrasto.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all'indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentato le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. E' molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). L'intera produzione e l'archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra La guerra è finita. Nasce la Repubblica La guerra è finita. Nasce la Repubblica.
Milano 1945-1946. Fotografie di Federico Patellani


termina il 30 aprile 2017
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
www.mufoco.org

Il Museo di Fotografia Contemporanea celebra i 70 anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne con una mostra dedicata a Federico Patellani: 70 immagini che raccontano la distruzione e la rinascita di Milano dopo la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946. La mostra, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, intende offrire una occasione di conoscenza e di riflessione su un periodo cruciale della storia dell'Italia del Novecento: i momenti immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il referendum Monarchia-Repubblica e l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea Costituente, che ebbero luogo il 2 giugno 1946, una data fondamentale della quale quest'anno ricorre il settantesimo anniversario.

Immagini celeberrime e meno note, stampate in grande formato, accompagnano il visitatore all'interno di un percorso nella storia. Un primo corpus di fotografie mostra la vita nella città di Milano nell'immediato dopoguerra: case distrutte e macerie, in uno scenario di povertà e di disagio sociale che rimanda a un'Italia molto lontana, ferita e disorientata all'indomani del ventennio fascista. Il secondo corpus di immagini si riferisce specificatamente al referendum Monarchia-Repubblica e all'elezione dell'Assemblea Costituente. Un momento di enorme rilievo storico, nel quale, per la prima volta in Italia, le donne sono ammesse al voto.

Federico Patellani documenta questi passaggi con il consueto sguardo attento e amorevole, celebrando la vittoria della Repubblica con un'immagine divenuta icona: la cosiddetta "donna della Repubblica". All'interno del percorso espositivo saranno mostrati anche i provini realizzati dall'autore, che testimoniano il processo di costruzione della celeberrima fotografia. Il Museo conserva l'intero archivio di Federico Patellani, costituito da 690 mila pezzi tra stampe originali, provini e negativi, oltre alla fedele ricostruzione del suo studio. Gli eredi hanno depositato il Fondo fotografico presso Regione Lombardia, che l'ha affidato alle cure, alla gestione e alla valorizzazione del Museo di Fotografia Contemporanea.

Federico Patellani (Monza, 1911 - Milano, 1977) è uno dei maestri del fotogiornalismo italiano riconosciuto a livello europeo. Colto e sensibile narratore, testimone puntuale della società italiana, ha raccontato il paese nel dopoguerra, la ripresa economica, le industrie, la moda, il costume, la vita culturale. Ha affiancato all'attività fotogiornalistica la frequentazione del mezzo cinematografico e televisivo. Negli ultimi anni della sua attività si è dedicato a viaggi in tutto il mondo. Patellani realizza un reportage rigoroso, privo di retorica, attento a restituire all'osservatore gli elementi essenziali della narrazione, secondo lo stile di quello che egli stesso nel 1943 definì "giornalista nuova formula": chiarezza, comunicatività, rapidità, gusto nell'inquadratura, esclusione di luoghi comuni, così che le immagini "appaiano viventi, attuali, palpitanti, come lo sono di solito i fotogrammi di un film". (Comunicato stampa)




Francesco del Drago: Parlare con il colore
termina il 26 marzo 2017
Museo Carlo Bilotti - Roma
www.museocarlobilotti.it

«Fino al tempo di Matisse e Picasso, i pittori creavano quadri che servivano per essere visti dall'occhio. Oggi cerchiamo di agire direttamente sulla trasmissione dalla retina all'area cerebrale, ed io personalmente sull'area gratificante delle sinapsi edoniche». Ad esprimersi così è stato Francesco del Drago, l'artista di cui il Museo Carlo Bilotti annuncia la prima retrospettiva per l'inizio dell'anno, a cura di Pietro Ruffo, con la consulenza scientifica di Elena del Drago.

Francesco del Drago (Roma, 1920-2011) ha percorso quasi un secolo di storia da protagonista, partecipando attivamente e con passione tanto alle trasformazioni artistiche che si sono susseguite nel Novecento, quanto ai cambiamenti politici. Ha tenuto numerose mostre a partire dalla partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1954, ed è presente in molte collezioni pubbliche e private soprattutto europee e statunitensi. La mostra pensata da Pietro Ruffo per il Museo Bilotti presenterà una selezione di opere astratte fondamentali, che consentiranno di entrare nel pensiero e nella pratica artistica di Francesco del Drago. Seguendo un percorso a ritroso, la mostra all'Aranciera comincerà con le ultime opere realizzate dall'artista, commoventi nello sforzo di ampliare ulteriormente la gamma cromatica, per poi concentrarsi sugli imponenti polittici astratti, summa dell'intera ricerca di Del Drago.

Di del Drago, sarà evidenziata anche la statura di teorico, i suoi studi sul colore strettamente connessi alle più recenti scoperte matematiche attraverso una ricca selezione di documenti, filmati ed esperimenti. Particolarmente interessante è infatti la possibilità di passare dai risultati estetici alle premesse teoriche in un processo che consente di approfondire le problematiche dell'arte astratta de Novecento e, segnatamente, quelle riguardanti il colore. Non a caso la ricerca di Francesco del Drago ha influenzato profondamente l'utilizzo cromatico delle generazioni successive, ma anche nel mondo della grafica, della pubblicità e del cinema.

Intellettuale rigoroso e straordinario artista, indagò a lungo la fenomenologia del colore giungendo all'elaborazione del "Nuovo Cerchio Cromatico". I contrasti cromatici e la giustapposizione di determinate forme concorrono nel creare uno stato di eccitazione nelle aree cerebrali deputate alla visione. Le sue ricerche teoriche sono state oggetto di conferenze in molte università del mondo, ma anche di scambio con i numerosi amici artisti: tra gli altri Guttuso e Birolli in Italia, Picasso, Pignon, Matta e i maestri del colore francese come Herbin e Dewasne a Parigi, dove si trasferì nel 1951. Esperienza francese particolarmente rilevante nel suo percorso, tanto che lo storico dell'arte Nello Ponente scrisse: "Del Drago porta aventi tutti gli sviluppi della pittura contemporanea e in modo particolare quelli della tradizione francese." (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




Opera di Andy Warhol in mostra alla Galleria Allegra Ravizza di Lugano Andy Warhol
termina il 17 marzo 2017
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Una quindicina di opere che hanno caratterizzato il lavoro della "Pop star" americana Andy Warhol. Le opere intendono esplorare la relazione tra cultura commerciale ed espressione artistica utilizzando pubblicità, lusso e moda come oggetti per prodotti artistici. L'idea di elevare un prodotto ordinario verso una luce più glamour fino a diventare oggetto d'arte è alla base del lavoro artistico di Warhol e trova la sua piena espressione nella Shoes Series. Le scarpe hanno svolto un ruolo di primo piano nella carriera iniziale di Warhol come artista commerciale: i suoi annunci del 1950 calzature da donna e i suoi disegni di scarpe stravaganti erano molto famosi tanto che lui stesso aveva creato una serie di disegni in cui ogni scarpa aveva il nome di una celebrità.

In mostra alcuni lavori degli anni '80 in cui Warhol ritorna al soggetto come fonte di ispirazione per una serie di serigrafie dove le scarpe raffigurate in gruppi diventano reminiscenze di nature morte. Tutte le opere in mostra riflettono sull'idea di bellezza e di glamour che ha influenzato gran parte della produzione artistica di Warhol e presentano una dimensione autobiografica rivelando il suo amore per le cose femminili, la fascinazione per il denaro e le cose preziose. In mostra, infine, opere rappresentative della produzione di Warhol come Campbell's, Jackie e Fish.

Andy Warhol è stato un vero e proprio fenomeno culturale: grande artista e leader del movimento americano Pop art è diventato una figura influente nel mondo dell'arte utilizzando molteplici tecniche espressive: pittura, serigrafia incisione, fotografia, disegno, scultura, film, happening e performance. Ossessionato dalla celebrità, dalla cultura del consumo e dalla riproduzione seriale Andy Warhol ha creato alcune tra le immagini più iconiche del ventesimo secolo.

Andy Warhol (Pittsburgh, Pennsylvania, 1928 - New York, 1987) ha studiato grafica pubblicitaria presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh. La sua prima mostra importante è stata presso Ferus Gallery di Los Angeles nel 1962. Da allora, il suo lavoro è stato oggetto di innumerevoli mostre in musei e gallerie in tutto il mondo dalla famosa retrospettiva al Pasadena Art Museum, alle personali al MoMa di NY, alla Nationalgalerie di Berlino alla Tate Modern di Londra. Il Museo Andy Warhol nella sua città natale contiene una vasta collezione permanente di arte e di archivi ed è il più grande museo degli Stati Uniti dedicato ad un singolo artista. (Comunicato stampa)




Bellini e i belliniani
Dall'Accademia dei Concordi di Rovigo


termina il 18 giugno 2017
Palazzo Sarcinelli - Conegliano

La mostra prosegue le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni tra Quattro e Cinquecento. Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l'indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini, scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro. Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell'atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?

La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell'antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti) del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d'uomini e di capolavori. Bellini ha lasciato indubbiamente il segno inconfondibile del suo passaggio, ha creato punti di riferimento che hanno fatto scuola per un consistente numero di pittori, stilemi di cui possiamo riconoscere gli elementi costitutivi: semplici contorni di un volto, la postura e la struttura delle mani femminili, ma anche straordinari paesaggi incantati, spalle di colline scoscese e alberate, città murate e fortificazioni, il profilo lontano di catene alpine.

C'è tuttavia qualche cosa che è più difficile descrivere e definire del mondo belliniano: quell'estasi muta e pensosa, quell'essere amorevolmente assorti in insondabili pensieri virtuosi, quella mitezza e quasi pudore degli sguardi che è un'attitudine che parte dal Maestro e viene gelosamente conservata e tramandata dai seguaci. Quindi la 'svolta' atmosferica e tonale della sua pittura, nello sfumato in cui svanisce la percezione dei contorni e dei profili, dove i protagonisti sono avvolti e immersi in una luce dorata che nessuno però saprà più eguagliare.

In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare nomi e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: assistenti che hanno lavorato al suo fianco nelle grandi imprese decorative di Palazzo Ducale o nelle sale delle Scuole di San Marco e di San Giovanni Evangelista; aiuti che hanno replicato le più fortunate tavole destinate alla devozione privata; artisti partiti da cartoni della bottega, che hanno poi continuato la loro ricerca in autonomia di ispirazione e di linguaggio, dichiarando però il loro legame profondo e irrinunciabile con la pittura del maestro. Marco Bello, Andrea Previtali, i Santacroce, Luca Antonio Busati, Pasqualino Veneto, Jacopo da Valenza, Nicolò Rondinelli...

Non più fantasmi: nella mostra prendono corpo e fisionomia nelle loro Madonnine, nelle loro Conversazioni, nei paesaggi di una idealizzata pedemontana, nella ragnatela di sguardi inquieti e nostalgici. Talvolta permeati di una ingenua naïveté, tal altra attenti a recuperare tradizioni e caratteri derivati dal genius loci di periferie fiere e felici. Alcuni di questi maestri hanno segnato anche il territorio coneglianese, tanto che, una volta ancora, sarà possibile costruire una sorta di mappa-itinerario del loro passaggio tra Conegliano e Asolo, tra Serravalle e la trevigiana, riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori: completare l'itinerario compiuto dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti "scoperte" di capolavori sparsi sul territorio, per conoscere lo straordinario museo diffuso che caratterizza il nostro Paese.

La mostra è, dunque, un'occasione per interrogarsi sull'eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali. Accompagnerà la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato Giovanna Ambrosano - ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Opera di Mikhail Opera di Andrey Buryak Andrey Buryak | Michael Inkov: Impronte e la materia
11 gennaio (inaugurazione)
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Mostra dedicata a due artisti bielorussi: il pittore Andrey Buryak e lo scultore Michael Inkov. L'arte bielorussa nasce in seno al conflitto fra la tradizione culturale dell'Europa Occidentale e quella dell'Europa Orientale: da una parte l'influenza dell'ideologia sovietica, dall'altra la Sots-art, un movimento di artisti contemporanei che, nel periodo post-sovietico, danno vita ad un arte nuova. Dall'esperienza di Marc Chagall fino ad oggi, lo spazio artistico bielorusso si è sviluppato in varie direzioni, secondo le linee di scuole diverse fra loro.

Andrey Buryak (Minsk, 1965) ha compiuto gli studi, all'Art College e presso l'Accademia delle Arti bielorussa. Ha studiato con artisti bielorussi del calibro di Algerd Maliszewski e Gabriel Vashchenko. Tuttavia l'artista non ritiene che questi maestri abbiano inciso profondamente sulla sua personale visione artistica. Osservando le sue opere, si può notare che Buryak ricerca sempre nuovi metodi tecnici. I dettagli sono semplici e alludono alle idee principali del simbolismo concettuale; sebbene percorsa da sfumature surreali, la sua creatività non sconfina mai nel surrealismo tout court.

Mikhail Inkov (Zelva, 1954) si è laureato presso la Facoltà di Architettura del Politecnico bielorusso. Non soddisfatto dell'architettura circostante, insofferente del divieto di creare qualcosa di diverso, si dedica alla scultura astratta. Il suo linguaggio creativo si pone dunque in contraddizione con l'ideologia sovietica. Inkov, scultore e architetto, realizza opere monumentali - quali bassorilievi e busti - commissionategli dallo Stato e dalla Chiesa ortodossa; e tuttavia crea queste opere combinando lo stile monumentale con la concezione plastica. In esse si estrinseca uno stato d'animo: più che la ricerca intellettuale è un'esigenza espressiva che muove dall'interno verso l'esterno a informarle. Dal 1995 Inkov è nella Unione degli Artisti bielorussi. (Comunicato stampa)




Artico: Ultima frontiera
termina lo 02 aprile 2017
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.civitatrevenezie.it

La difesa di uno degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall'uomo, il pericolo imminente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà. L'esposizione, curata da Denis Curti, presenta 120 immagini, rigorosamente in bianco e nero, di tre maestri della fotografia di reportage, quali Paolo Solari Bozzi (Roma, 1957), Ragnar Axelsson (Kopavogur, Islanda, 1958) e Carsten Egevang (Taastrup, Danimarca, 1969). La rassegna è un'indagine approfondita, attraverso tre angolazioni diverse, di un'ampia regione del pianeta che comprende la Groenlandia, la Siberia, l'Alaska, l'Islanda, e della vita della popolazione Inuit, di soli 150.000 individui, costretti a gestire, nella loro esistenza quotidiana, la difficoltà di un ambiente ostile.

La lotta con le difficoltà dell'ambiente, il passaggio, lento ma inesorabile, dallo stile di vita di una cultura millenaria a quella della civilizzazione contemporanea, cui si aggiunge il drammatico scenario del cambiamento climatico, figlio del surriscaldamento ambientale, sono i punti su cui s'incentrano le esplorazioni dei tre fotografi. Per questo appuntamento alla Casa dei Tre Oci, Paolo Solari Bozzi presenta il progetto inedito, frutto del suo viaggio, tra febbraio e aprile di quest'anno, sulla costa orientale della Groenlandia, nel quale ha visitato numerosi villaggi, riportando la quotidianità di una popolazione che ha scelto di vivere in un ambiente difficile.

Il reportage di Paolo Solari Bozzi sarà pubblicato nel volume, in edizione inglese, Greenland Into White (Electa Mondadori). Proprio le popolazioni Inuit sono al centro della ricerca di Ragnar Axelsson che, fin dai primi anni Ottanta, ha viaggiato nelle ultime propaggini del mondo abitato per documentare e condividere le vite dei cacciatori nell'estremo nord del Canada e della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell'Atlantico del nord e degli indigeni della Scandinavia del Nord e della Siberia.

Ragnar Axelsson racconta di villaggi ormai scomparsi, di intere comunità ridotte a due soli anziani che resistono in una grande casa scaldando una sola stanza; racconta di mestieri che nessuno fa più e di uomini che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Ma dalle stampe di Axelsson emerge soprattutto l'umanità che ha incontrato sulle lunghe piste delle regioni artiche. Dal canto suo, Carsten Egevang, partendo da una formazione accademica in biologia, che lo ha portato dal 2002 al 2008 a vivere in Groenlandia e a studiare la fauna ovipara della regione artica, ha saputo documentare con la sua macchina fotografica la natura selvaggia e la tradizionale vita delle popolazioni Inuit.

Accanto alle potenti immagini di una natura infranta e al contempo affascinante, tre documentari arricchiscono la narrazione delle regioni del Nord: Sila and the Gatekeepers of the Arctic, realizzato dalla regista e fotografa svizzera Corina Gamma; Chasing Ice, diretto dal giovane film-maker americano, Jeff Orlowski; The Last Ice Hunters, un documentario dei registi della Repubblica Ceca Jure Breceljnik & Rožle Bregar. (Comunicato stampa)




Dominik Uhlír - Inspired by the contours of lake and mountain, Flip is silicone bowl/container which can be easily reshaped with simply flipping its edge or top. Customise to your current need in the kitchen and create bowl to serve soups, sauces, desserts and fruits or use it as a lid covering food to prevent spoiling. Keep it in room as container for things you need around - keys, glasses, USB, pencils and hide those you don't. Flip its edge and use it as a phone, tablet or book holder. Possible to flatpack, it doesn't take nearly any space. Light weighted, you can take it wherever you want. Eco-friendly, food-grade silicone object is easy and cheap to produce by moulding into form. Flip is an original piece of tableware you will be proud to have on your shelf. Opera di Ena Priselec Waterline XII
Concorso internazionale di design - 12esima edizione
Ena Priselec (Croazia) e Dominik Uhlír (Repubblica Ceca) vincono il Premio Gillo Dorfles 2016

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Vittoria ex aequo del Primo Premio Gillo Dorfles da parte di Ena Priselec e Dominik Uhlír. Waterline è stata la terza ideale tappa di una serie di edizioni di questo concorso biennale accomunate da un particolare tipo di ricerca legata alla storia e al territorio. Con Double Track nel 2012 era iniziata una staordinaria mappatura di oggetti del recente passato, di uso quotidiano, di design anonimo del Centro Est Europa, dai quali i progettisti sono partiti per disegnare un nuovo oggetto (o dare nuova vita a quello vecchio). Due anni dopo con Map Pin la mappatura è continuata, con le puntine sulla carta geografica a segnalare beni culturali, artistici, materiali o immateriali, per i quali i partecipanti hanno realizzato kit turistici d'autore. E per finire nel 2016, con Waterline, l'attenzione è stata dedicata a una nuova idea e un oggetto sulla vita, il lavoro e lo svago sull'acqua in Europa.

L'acqua è una risorsa fondamentale. Una vasta serie di attività umana - riguardanti sia il lavoro che lo svago - coinvolgono l'acqua. L'Europa è circondata dal mare ed è disseminata di fiumi e laghi. Questo elemento naturale è inestricabilmente legato alla vita dell'uomo europea ed ha un ruolo sia di unione che di separazione economica e geopolitica. I mezzi di navigazione commerciale e di diporto, gli strumenti e le costruzioni utilizzate per svolgere attività che coinvolgono l'acqua, fanno parte di un importante comparto produttivo che, sempre più, deve rispondere in maniera specializzata alle vecchie e nuove richieste di questo settore.

La giovane designer croata sceglie di partire dalla šterna, una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, molto diffusa nelle città costiere e insulari della Croazia. Situate nella piazza principale, le cisterne sono state il luogo simbolico della vita sociale di questi piccoli centri, punto di effettivo risparmio e condivisione di una risorsa vitale e preziosa come l'acqua. Da questa antica usanza la Priselec disegna un oggetto per la casa, che nella forma ricorda un tradizionale secchio. Il progetto vincitore aggiunge alla funzione di raccogliere l'acqua quella di purificarla con uno speciale filtro. Radicato nella tradizione, è dunque un invito al risparmio e alla consapevolezza delle limitate risorse naturali, al riuso intelligente e alla condivisione.

Il progettista ceco individua come punto di partenza del suo progetto l'impianto idroelettrico di Dlouhe Strane, in Moravia: una centrale con sistema di pompaggio e un lago artificiale di 15 ettari situato a 1.350 metri sul livello del mare. Il luogo è una straordinaria commistione di bellezza naturale e archeologia industriale ed è la fonte di ispirazione "acquatica" per l'oggetto finale che ha vinto il Premio Dorfles. La forma del lago, con i contorni delineati sulla cima tronca della montagna, molto caratteristica e facilmente riconoscibile, si presta come originale ispirazione per un oggetto d'uso contemporaneo. Una ciotola/contenitore in silicone che si può facilmente adattare a diversi usi capovolgendone la base o la punta. (Comunicato stampa)

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Mostre sui Balcani




La Raccolta Salce
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La più importante raccolta del settore in Italia e in Europa, che divide il primato con il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives), ha trovato collocazione in due antichi spazi nel cuore di Treviso. Si tratta della medievale Chiesa di Santa Margherita e dell'edificio comunicante con la Chiesa di San Gaetano. Nella prima delle due, la chiesa di Santa Margherita, stanno trovando collocazione, in grandi cassettiere tecnologiche, i 24.580 manifesti raccolti da Nando Salce e dalla moglie Regina Gregory. E, accanto ad essi, i laboratori scientifici indispensabili per garantire la loro perfetta conservazione e manutenzione.

"Naturalmente questi ambienti sono stati pensati per la conservazione e non per una fruizione pubblica allargata, chiarisce Marta Mazza, direttore del nuovo Museo Statale Collezione Salce. "Per ovvi motivi di conservazione e gestione l'accesso diretto a questo grande deposito sarà limitato agli studiosi. Tuttavia ciò che non può essere fisicamente messo a disposizione del pubblico, viene integralmente posto a disposizione di tutti, accedendo al sito www.collezionesalce.beniculturali.it dove vengono proposte le immagini di tutti i 24.580 nostri manifesti. A regime, a fine 2018, in Santa Margherita potrà essere ricavato anche uno spazio ulteriore per esposizioni dedicate."

Dall'8 aprile sarà invece aperto al pubblico l'importate spazio per mostre temporanee del Museo Salce, ricavato dallo storico immobile annesso alla Chiesa di San Gaetano, già Chiesa dei Cavalieri Templari con il titolo di San Giovanni al Tempio. Questi ambienti sono pronti ad accogliere mostre dedicate alla Collezione che, con ogni 4 mesi ne illustreranno una sezione, un tema o un autore. I 4 mesi previsti per ciascuna mostra costituiscono il tempo massimo previsto dai protocolli di conservazione di questi preziosi e fragili materiali cartacei.

Per l'apertura degli spazi museali di San Gaetano prevista la prima di tre successive mostre di un ciclo denominato "Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce". La mostra di apertura darà conto, per capolavori assoluti, della parte più antica della Raccolta, quella dedicata alla "La Belle Epoque". Le mostre successive riguarderanno i manifesti del periodo "Tra le due guerre" e, infine, "Dal secondo dopoguerra al 1962". In modo da offrire, nell'arco di un anno, un excursus, sia pure di estrema sintesi, nel percorso temporale della magnifica Collezione che accoglie manifesti datati tra il 1885 e il 1962.

Nel 1895, fu l'immagine di una procace donnina che campeggiava, per opera di Giovanni Maria Mataloni, nel manifesto della "Società Anonima Incandescenza a Gas" a colpire Nando. Che, al prezzo di una lira, riuscì ad ottenere dall'attacchino comunale l'agognata immagine. Era l'inizio di una passione che lo avrebbe portato, anche con l'aiuto della moglie Regina Gregory, ad accumulare nella loro casa migliaia di manifesti. Nemmeno Nando riusciva a conoscere il numero dei pezzi da lui raccolti, tanto che l'inventario effettuato dopo il suo lascito della Collezione al Ministero li ha quantificati in poco meno di 25 mila, il doppio di quanto il collezionista supponesse. Ma a colpire della Collezione Salce non è solo il dato quantitativo, oggettivamente strabiliante per una singola collezione privata, bensì sopratutto quello qualitativo.

Per questa sua passione Nando volle essere affiancato anche di esperti al massimo livello, creando una rete di rapporti che gli garantirono il meglio di quanto veniva proposto in Italia (ma non solo) nel settore della grafica pubblicitaria. Così come riuscì a intessere rapporti di collaborazione con editori e tipografi specializzati nel ramo pubblicitario (Wild e Tensi di Milano, Alessandro Marzi di Roma, Salomone di Roma, Chappuis di Bologna, Ricordi di Milano, Cassan di Tolosa, Hirth's Verlag e Bruckmann di Monaco di Baviera), con le ditte e le aziende committenti, con gli stessi cartellonisti (del Mataloni, l'autore del primo manifesto collezionato, rimase ammiratore fedele, al punto da commissionargli il disegno della sua carta intestata), con gallerie specializzate (Sagot di Parigi).

A 55 anni dalla scomparsa del collezionista e dal sua lascito, la Collezione ha trovato una collocazione consona, dopo essere stata ospitata in modo provvisorio in diverse sedi, tra cui i Civici Musei di Treviso. Tutti i 24580 manifesti Salce sono stati catalogati e fotografati e, con l'apertura del Museo, saranno disponibili anche on line. Tappe di un progetto organico che ha consentito di assicurare loro una "casa" definita e che segna un momento importante per la valorizzazione pubblica di questo immenso, affascinate patrimonio. Che non riguarda solo la storia della comunicazione ma anche quasi un secolo di storia del costume dell'Italia e degli italiani". (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Immagina dalla locandina della mostra La forza delle cose con opere di Renato Guttuso Guttuso. La forza delle cose
termina il 26 marzo 2017
Villa Zito - Palermo

In occasione dei venticinque anni dalla sua nascita, la Fondazione Sicilia, con Sicily Art Culture e in collaborazione con gli Archivi Guttuso e il Comune di Pavia - Assessorato alla Cultura e Turismo, promuove una importante esposizione, curata da Fabio Carapezza Guttuso e Susanna Zatti, direttrice dei Musei Civici di Pavia. Il progetto espositivo nato da una preziosa collaborazione tra i Musei Civici di Pavia con gli Archivi Guttuso da cui la realizzazione della prima tappa della mostra, da settembre a dicembre 2016, ospitata presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. La mostra si avvale inoltre del patrocinio della Regione Sicilia, dell'Assemblea Regionale Siciliana e dell'Assessorato alla cultura della Città di Palermo.

Sono esposte 47 nature morte, genere che Renato Guttuso ha praticato nell'intero arco della sua attività e che costituiscono, dalla fine degli anni Trenta, una componente essenziale della sua produzione. L'artista indaga ossessivamente una serie di oggetti che si animano nelle tele e che diventano i protagonisti indiscussi delle opere grazie alla straordinaria forza espressiva e alla potenza cromatica. Scrive egli stesso in un articolo del 1933: "Se la pittura non penetra l'oggetto e non ne svela le vibrazioni, se non arriva partendo dall'oggetto e dall'osservazione sentimentale di esso alla creazione di un equivalente plastico dell'oggetto non si perviene alla poesia, ma si precipita nella fotografia."

Le opere esposte - che provengono da prestigiose sedi espositive tra le quali il Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la Fondazione Magnani Rocca, i Civici Musei di Udine, il Museo Guttuso, la Fondazione Pelline alcune importanti collezioni private offrono al pubblico una prospettiva inedita e di grande fascino sul percorso artistico del maestro siciliano, studiando la forza delle cose rappresentata nelle opere.

La mostra presenta opere degli anni Trenta e degli anni Quaranta, che documentano l'impegno dell'artista a testimoniare la drammatica condizione esistenziale, imposta dalla dittatura e dalla tragedia della guerra. Nel dopoguerra, con Finestra (1947) o Bottiglia e barattolo (1948), il crescente interesse verso la sintesi post-cubista picassiana rivela il profondo impegno dell'artista nel recupero della cultura artistica europea per arrivare, negli anni Sessanta, a una nuova fase che rivela una dimensione più meditativa, derivante anche dalla elaborazione, nei suoi scritti, dei temi del Realismo e dell'Informale, visibile ne Il Cestello (1959), La Ciotola (1960) e Natura morta con fornello elettrico (1961).

L'esposizione si conclude con una selezione di dipinti della fine degli anni Settanta - inizio anni Ottanta, periodo in cui la continua ricerca del reale di Guttuso si accentua per dare vita a celebri dipinti come Cimitero di macchine (1978), Teschio e cravatte, Bucranio, mandibola e pescecane (1984) che diventano metafore e allegorie del reale. Il percorso della mostra arricchito da fotografie in parte inedite concesse dagli Archivi Guttuso e da frammenti video messi a disposizione da Rai Teche che raccontano la vita, intima e pubblica, dellartista mostrando anche i luoghi del suo lavoro e delle sue relazioni con importanti scrittori come Moravia, Vittorini, Saba e Levi, scultori come Manz e Moore, poeti come Pasolini e Neruda, registi come De Sica e Visconti, musicisti come Nono e artisti come Picasso; rapporti che influenzeranno i suoi lavori e ispireranno non solo dipinti, ma anche illustrazioni per libri, scenografie teatrali, collaborazioni cinematografiche, sodalizi letterari e politici. (Comunicato stampa Ufficio Stampa Civita)




Opera di Fosco Bertani dalla mostra Le stagioni del paesaggio all'Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi di Roma Fosco Bertani: Le stagioni del paesaggio
termina il 19 maggio 2017
Anfiteatro della Cultura del Teatro Riccardi - Roma

"Artista lombardo già conosciuto dal pubblico per le sue forti indagini sul colore, sulle tecniche e sulle riflessioni di fondo cui poggiano tutti i suoi dipinti; riflessioni di ordine filosofico dettate sia dalle letture dei grandi della letteratura antica ma anche contemporanea. Ecco allora che qualsiasi visione, oggetti, piante, figure, paesaggio, appunti religiosi, diventa per l'artista lombardo esercizio di comunicazione, quasi di evangelizzazione, di canto novello del mondo intero. Nei paesaggi dove l'accensione dei colori e dei toni è tutto di impianto mistico, Fosco Bertani lascia leggere un rimando tutto francescano, dove pezzature di cielo e terre, colline, luoghi di preghiera e riflessione, terre d'Italia, si accertano come la parte migliore della sua produzione. E' una pittura ossificata, essenziale, che non vive di decorazioni, coglie il cuore di ogni cosa, sicchè quest'ultimo capitolo artistico di Fosco Bertani è una piccola storia del paesaggio italiano e lombardo". (Carlo Franza)

Fosco Bertani (Asola - Mantova, 1951), ammira la pittura di Chagall e di El Greco, e compiuti gli studi classici a Monza, frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia a Milano fino alla scelta per la pittura nel '73, quando si iscrive alla Accademia di Brera, e poi a quella di Firenze, dove si diploma nel '78, con una tesi finale sul Beato Angelico. Nel '79 a Parigi studia la pittura degli ultimi anni di Cezanne. Nel frattempo ha conosciuto l'arte di William Congdon e ne rimane profondamente colpito. A Milano incontra e segue l'attività teatrale e critica di Giovanni Testori. Dopo il matrimonio si trasferisce nella campagna mantovana, per studiarne meglio il paesaggio. Nell'89 esegue un grande dipinto murale commissionato dall'architetto Sandro Benedetti a Roma nella chiesa di Sant'Alberto Magno. Nel '96 torna in Brianza e da allora insegna discipline pittoriche stabilmente al liceo artistico statale "Fausto Melotti" di Cantù. Alterna la pittura di paesaggio al ritratto. (Comunicato stampa)




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
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Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all'Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Le architetture di Vincenzo Scamozzi
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Da oggi dallo smartphone potete accedere gratuitamente al primo itinerario completo fra 25 capolavori dell'architetto Vincenzo Scamozzi nel Veneto e in Lombardia: palazzi pubblici e privati, chiese, cappelle, ville, teatri. E' sufficiente connettersi a www.palladiomuseum.org/scamozzi. Per ogni edificio sono disponibili agili descrizioni, in italiano e inglese, splendide fotografie d'autore, e tutto ciò che serve per raggiungerli: mappe interattive e informazioni sulla loro accessibilità. Alcuni edifici sono strutturati per la visita di interni ed esterni.

In altri l'intervento scamozziano si limita agli esterni, di alcuni ancora - soprattutto fra le residenze private - gli interni non sono accessibili se non su richiesta. Tutte queste diverse opzioni sono espresse con chiarezza sul sito, e comunque l'itinerario rende possibile godere uno degli elementi chiave della poetica di Scamozzi, vale a dire l'inserimento dell'edificio nel contesto e nel paesaggio. L'iniziativa vuole essere un omaggio al grande studioso Franco Barbieri (1922-2016), anima del Consiglio scientifico del Centro palladiano per oltre quarant'anni e fondatore del campo di studi sull'architettura di Vincenzo Scamozzi.

Pur mantenendo un taglio divulgativo, questa guida digitale raccoglie gli esiti degli oltre sessant'anni di ricerca che il professor Barbieri ha dedicato a Scamozzi (la sua storica monografia sull'architetto vicentino risale al 1952) e va ad integrare le novità emerse nella mostra tuttora in corso Nella mente di Vincenzo Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento, l'ultimo progetto espositivo curato da Franco Barbieri per il Palladio Museum, insieme a Guido Beltramini (CISA Andrea Palladio), Katherine Isard (Università di Cambridge, UK) e Werner Oechslin (Politecnico di Zurigo). I suggestivi ritratti in bianco e nero delle architetture sono frutto di una campagna fotografica di Václav Sedy, mentre i testi sono stati messi a punto da Guido Beltramini. Elisabetta Michelato e Simone Baldissini (Cisa Andrea Palladio) hanno curato il database online.

Lista delle architetture consultabili:

Vicenza e provincia: portale del giardino Valmarana, palazzo Trissino al Duomo, palazzo Trissino al Corso, palazzo Valmarana Salvi, Teatro Olimpico, chiesa di Santa Maria della Misericordia, villa Ferramosca a Barbano, oratorio di San Carlo Borromeo a Lisiera, villa Verlato a Villaverla, villa Pisani (la Rocca) a Lonigo, villa Priuli del Ferro a San Germano dei Berici, villa Dolfin Campolongo a san Germano dei Berici, villa Godi a Sarmego di Grumolo delle Abbadesse; Venezia e provincia: Procuratie Nuove, atrio della Zecca, Statuario della Repubblica, chiesa dei Tolentini, cappella ducale, palazzo Contarini agli Scrigni, villa Ferretti a Dolo; Padova e provincia: chiesa di San Gaetano, villa Molin alla Mandria, complesso di villa Duodo a Monselice, villa Priuli a Due Carrare; Mantova: Teatro Ducale a Sabbioneta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).




Teelgramma per Pia Punter Pia Punter Poster dedicato alla cestista triestina Pia Punter e telegrammi originali
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Da una serie di telegrammi originali rinvenuti, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dedica un poster a una cestista triestina che attorno alla fine degli anni Quaranta del Novecento fu pure capitana della nazionale italiana di "palla al cesto", quella Pia Punter che con la squadra del dopolavoro del Pubblico Impiego Ilva di Trieste vinse il campionato italiano 1939-1940. "Infinite congratulazioni al misterioso ma grande tesoro della Pallacanestro Italiana nonché capitana delle campioni d'Italia con orgoglio stringoti la mano abbraccioti" scrive in un telegramma tale Itala Soave riferendosi alla vittoria della Puntar e delle sue compagne sulle milanesi.

Erano tempi, quelli, in cui il basket veniva giocato sulla terra battuta, signore e signorine calzavano divise con le gonne ben sotto il ginocchio, i punteggi erano ben lontani da quelli odierni. Infatti l'Ilva Trieste di Pia Punter conquistò lo scudetto in una finale giocata contro l'Ambrosiana Inter di Milano, regolando le meneghine con un sofferto ma sufficiente 23 a 22. Da un dirigente nazionale del Dopolavoro un altro telegramma esprime "a Voi e camerate vivissimi rallegramenti per vittoria campionato nazionale palla canestro sicura promessa per altre future affermazioni nostra squadra". Era il ventennio fascista, e le compagne di squadra, erano, per l'appunto, "camerate".

Campionato dopo campionato gli scenari cambiano. "Juventus e Genova disposte ingaggiarti - riceverai offerte squadre - segue lettera", si legge in un altro telegramma che fa intendere come l'atleta fosse richiesta da tante altre squadre e fosse pronta a lasciare Trieste. Non per niente fu capitana della squadra nazionale che nel 1938 vinse il campionato europeo. Ne aveva fatta di strada da quel ricreatorio sangiacomino Riccardo Pitteri in cui iniziò a praticare da ragazzina il basket, la pallavolo e il tennis. Scomparsa nel 1984, appartiene meritatamente al novero di quelle azzurre triestine che hanno portato alto il nome della propria città nel Paese e all'estero. Il poster a Lei dedicato, con i telegrammi originali, sarà presentato alla presenza di alcuni familiari dell'atleta azzurra. Il poster arricchirà in modo permanente la collezione telegrafica della struttura museale. (Comunicato stampa)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

News culturali dalla Grecia di artisti ellenici Grecia moderna e Mondo ellenico
Convegni, iniziative culturali, festival musicali e cinematografici



Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Giani Stuparich studente a Praga
30 marzo 2017, ore 16.30
Biblioteca Statale Stelio Crise - Trieste

Conferenza della dottoressa Waltraud Fischer (Archivio e Centro d Documentazione della Cultura Regionale). L'incontro, a cura del professor Elvio Guagnini, si inserisce nell'ambito degli appuntamenti culturali del giovedì organizzati dalla Società di Minerva.




Aiace
di Ghiannis Ritsos

Traduzione: Nicola Crocetti
Con Viola Graziosi
Regia e Voce: Graziano Piazza
Scenografia musicale: Arturo Annechino
Costumi: Valentina Territo
Registrazioni e mix: David Benella
Assistente alla regia: Ester Tatangelo
Produzione: Sycamore T Company
Durata 55: minuti

28 marzo - 02 aprile 2017
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

La storia dell’eroe greco attraverso la voce di una donna interpretata da Viola Graziosi. Una donna, forse una proiezione, un miraggio, e un uomo, Aiace, evocato attraverso la voce di lei. Ripercorrono insieme la storia dell'eroe greco, il più valoroso dopo Achille. Dai fasti delle vittorie fino al grottesco tragico epilogo. Pian piano la donna riveste i panni dell'eroe attraverso le sue parole e le sue folli azioni, fino ad assumerne quasi le sembianze. L'Aiace, di Ghiannis Ritsos, scritto tra il 1967 e il 1969, è una rilettura della tragedia di Sofocle attraverso la quale il poeta, considerato tra i più grandi del 900, offre una visione lucida e cruda della sua contemporaneità umana e politica. (Estratto da comunicato ufficio stampa iagostudio)




Concerto del Quartetto Voce e di Pierre Cussac
27 marzo 2017, ore 20.45
Teatro Comunale - Monfalcone
www.teatromonfalcone.it

Fondato nel 2004, il Quartetto Voce in pochi anni si è affermato a numerosi concorsi internazionali (Cremona, Ginevra, Vienna, Bordeaux, Londra) e ha ottenuto nel 2013 la nomina di "Rising Stars" da parte di ECHO. Laureato alla Fondazione Cziffra e titolare di un Master d'Accordéon, Cussac ha vinto un Prix d'improvisation al CNSM di Parigi e il Concours Général des Lycées. Attenti alla musica contemporanea e ai repertori più diversi, il Voce e Cussac propongono un programma di grande originalità, con brani scritti per diversi tipi di fisarmonica: il bayan (la fisarmonica russa alla quale Sofia Gubaidulina ha dedicato molte composizioni, fra cui il magnifico De Profundis del 1978), il bandoneón, lo strumento fondamentale nelle orchestre di tango argentine, suonato da Astor Piazzolla (di cui è in programma Tango Sensations, opera del 1989 composta per il celebre Kronos Quartet) e la fisarmonica da concerto, per la quale il compositore franco-argentino Gabriel Sivak ha scritto Nadando en la nada (2008).

In programma anche le Bagatelle op. 47 di Dvorak del 1878 (scritte originariamente per due violini, violoncello e harmonium), i 5 Pezzi per quartetto di Schulhoff del 1923, che esplorano il mondo dei balli popolari dell'epoca (il n. 4 è Alla Tango Milonga) e La Oración del Torero (La preghiera del torero), una delle pagine più famose del compositore spagnolo Joaquín Turina. Nell'ambito di "Dietro le quinte", alle 19.00 al Bar del Teatro, avrà luogo un incontro con i componenti del Quartetto Voce e con Pierre Cussac. (Comunicato stampa)




Concerto di Alda Caiello e Maria Grazia Bellocchio
27 marzo 207, ore 20.30
Ridotto del Teatro Verdi - Trieste

Il soprano Alda Caiello e la pianista Maria Grazia Bellocchio in un programma che, attraverso compositori classici, presenterà pagine estremamente varie d'impronta popolare, dalla Spagna coinvolgente delle 7 Canzoni di Manuel de Falla, alle raffinate 5 Melodie popolari greche di Ravel, alle 4 Canzoni popolari di Luciano Berio, per poi spostarci su una serie di brevi canti provenienti da Regioni diverse, rivisti e musicati da Bussotti, Mosca, Nieder, Ambrosini, di Bari, Gorli e Gaslini.

Alda Caiello è attualmente una delle maggiori interpreti internazionali per versatilità, raffinatezza e capacità espressive. Cantante prediletta da Luciano Berio, si è esibita sotto la guida di direttori quali Berio stesso, Frans Brüggen, Myung-Whun Chung, Valery Gergiev, Gianandrea Noseda, Donato Renzetti, Waine Marshall, Christopher Franklin, Renato Rivolta, solo per citarne alcuni, e con registi come Daniele Abbado, Yoshi Oida, Cristina Mazzavillani Muti, Ignacio García e Giorgio Pressburger.

E' stata invitata dalle maggiori istituzioni musicali europee (Teatro alla Scala di Milano, Concertgebouw di Amsterdam, Wigmore Hall di Londra, Konzerthaus e Musikverein di Vienna, Maggio Musicale Fiorentino, Festival di Musica Contemporanea di Barcellona, Festival d'Automne di Parigi, Accademia Nazionale di S. Cecilia, Festival Mito). Tra le sue ultime produzioni spiccano Lo specchio magico di Fabio Vacchi al Maggio Musicale Fiorentino, La passion selon Sade di Bussotti per il Teatro dell'Opera di Roma e la nuova creazione operistica "Oltre la porta" di Carlo Boccadoro, al Festival di Stresa.

Maria Grazia Bellocchio ha suonato con prestigiose orchestre, tra le quali l'Orchestra della Rai di Milano, Milano Classica, Scottish Chamber Orchestra, Orchestra Toscanini di Parma, Orchestra Sinfonica Verdi di Milano e Orchestra Schleswig Holstein Music Festival, diretta da Leonard Bernstein. Si esibisce regolarmente per le maggiori istituzioni concertistiche italiane e straniere (New Music of Middelburg, Klangforum di Vienna, Università di Valparaiso in Cile, Fondazione Gulbenkian di Lisbona, Festival Musica di Strasburgo, Festival Presences di Parigi, Biennale di Venezia, Printemps des Arts de MonteCarlo).

Parallelamente all'attività solistica, si dedica assiduamente alla musica da camera e ha suonato con musicisti quali Ingo Goritzki, Han de Vries, Renate Greis, Wolfgang Mayer, William Bennet, Sergio Azzolini, Rocco Filippini, Franco Petracchi, Elizabeth Norberg Schulz, Salvatore Accardo e Bruno Giuranna e in duo pianistico con Stefania Redaelli. Collabora stabilmente con il "Divertimento Ensemble", diretto da Sandro Gorli. (Comunicato stampa Associazione Chamber Music)




"One Minute"
Selezione di Videoarte internazionale dal progetto "One Minute Volumes 1-9"


termina lo 02 aprile 2017
[.BOX] - Milano
www.dotbox.it

I Volumi 1-9 sono stati creati nel corso degli ultimi nove anni dall'artista e curatrice Kerry Baldry e comprendono una gamma eclettica di opere realizzate in un minuto da artisti / filmmaker nel corso della loro carriera. Queste raccolte sono state esposte in diversi spazi in tutto il mondo. Kerry Baldry (Uk) è un artista, filmmaker e curatrice. Nel corso degli ultimi 9 anni ha curato, gestito e organizzato gli screening di videoarte del progetto One Minute (volumes 1-9).

Artisti: Martin Pickles, Alex Pearl, Steven Ball, Gordon Dawson, Michael Szpakowski, Virginia Hilyard, Lynn Loo, Nick Jordan, Claire Morales, Nicki Rolls, Kerry Baldry, Riccardo Iacono, Eva Rudlinger, Nicolas Herbert, Esther Johnson, Lumiere et Son / Sam Renseiw & Philip Sanderson, Katharine Meynell, Stuart Pound, Kayla Parker and Stuart Moore, John Smith, Anna Mortimer, Daniela Butsch, Guy Sherwin, Louisa Minkin, Grant Petrey, Rose Butler, Marty St. James, Olga Jurgenson, Paul Tarrago, The Gluts, Alexander Costello, Emily Richardson, Tony Hill, Chris Paul Daniels, Annabel Dover, Sana Ghobbeh, Paulo B. Menezes. (Comunicato stampa)




L'Uomo e la Croce
Tre incontri sull'evento della Croce, tra arte e teologia


14 marzo - 04 aprile 2017
Auditorium San Fedele - Milano

Conferenze di Andrea Dall'Asta SI, direttore Galleria San Fedele. Nella storia dell'Oriente e dell'Occidente cristiani, la Croce è diventata il simbolo dell'identità cristiana. Se nei primi secoli i fedeli evitano di mettere in scena la morte di Gesù giudicata troppo vergognosa, in seguito l'evento della Croce diventa una delle immagini centrali della fede. San Fedele Arte propone un percorso in cui saranno analizzate, secondo un itinerario tematico, immagini tratte dall'arte bizantina a Cimabue, da Giotto a Michelangelo, da Grünewald a Rubens, fino a giungere all'arte contemporanea e al cinema. Le opere saranno interpretate secondo un approccio interdisciplinare, in un'unità profonda tra arte, teologia e filosofia. Sarà così delineato un cammino per entrare nelle profondità del mistero di un Dio che si rivela nella storia.

.. 14 marzo, ore 18.15, Il Cristo Glorioso - Dall'arte paleocristiana al Barocco

La conferenza analizza alcune rappresentazioni tratte dall'arte bizantina (Sant'Apollinare in Classe e Galla Placidia), per soffermarsi successivamente sull'arte Medioevale (Santa Maria Antiqua e Sant'Angelo in Formis), per concludersi sull'arte rinascimentale e barocca (Raffaello, Michelangelo, Rubens), in cui Cristo è rappresentato nella straordinaria bellezza di un corpo trasfigurato, la cui armonia è mutuata dalla statuaria greco-romana.

.. 28 marzo, ore 18.15, Il Christus patiens - Matthias Grünewald e il polittico di Issenheim

In questa conversazione sarà analizzata in modo particolare la Crocifissione di Matthias Grünewald a Issenheim in cui, capovolgendo le immagini gloriose della tradizione rinascimentale italiana, è messo in scena un Cristo dolente, piagato, immerso nell'oscurità della notte. L'artista propone l'immagine di un Dio che si rivela sub contraria specie, nel suo segno contrario, nella sua atroce bruttezza. Questa immagine sarà il punto di partenza per la maggior parte delle rappresentazioni di Cristo nel Novecento.

.. 04 aprile, ore 18.15, Il Crocifisso nell'età Contemporanea - da Rouault al cinema

Se nel Novecento le immagini di Dio sembrano giunte a un capolinea, la figura di Cristo continua invece a suscitare un grande fascino. Non solo. Se Cristo non viene rappresentato direttamente, si preferisce spesso mettere in scena figurae Christi, vale a dire personaggi la cui vita assume come trama di fondo la vita di Gesù. Il cinema sarà fondamentale per comprendere come Dio si rivela nel quotidiano, nella vita dell'uomo contemporaneo. (Comunicato stampa)




«Libri per la città. Quattro sguardi sul Fondo Antico della biblioteca civica di Riva del Garda»

Seicento e Settecento: tra censura e libera circolazione delle idee

termina lo 01 aprile 2017
Biblioteca civica di Riva del Garda

Secondo appuntamento con il ciclo di quattro eventi espositivi dedicati alla valorizzazione del patrimonio librario antico conservato dalla biblioteca rivana. Quattro mostre progettate espressamente per avvicinare un pubblico di non addetti ai lavori, il più possibile ampio, proponendo loro una selezione (necessariamente limitata) degli oltre 4000 volumi conservati negli archivi della biblioteca, manoscritti e libri a stampa databili tra il secolo XV e il XIX. Ogni mostra, allestita in parte all'entrata e negli atri, in parte nella sala all'ultimo piano della biblioteca, propone una selezione di libri, ognuno corredato di una completa didascalie e, in alcuni casi, di oggetti d'epoca, con pannelli aerei di contestualizzazione e una guida cartacea dedicata, contenente una bibliografia essenziale, riferita sia a Riva del Garda, sia alla storia del libro. (Estratto da comunicato stampa)




Così è (se vi pare)

di Luigi Pirandello
regia di Annig Raimondi
Durata 90 minuti (senza intervallo)

09-26 marzo 2017
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

A 100 anni dalla prima pubblicazione e dalla sua immediata messa in scena a Milano, la commedia di Luigi Pirandello debutta in prima assoluta con la regia di Annig Raimondi.

Ai giorni nostri, a Valdana, città di provincia, in seguito alle distruzioni causate da un terremoto, arriva una misteriosa e riservatissima famiglia. Lui, il signor Ponza, si stabilisce con la moglie in un appartamento in periferia, affittando per la suocera, la signora Frola, un piccolo appartamento in centro. Nello stesso palazzo dove sembra sia stata sistemata la suocera ha luogo una discussione sul caso. Corre voce che il nuovo cittadino arrivato non solo abbia alloggiato la suocera nell'appartamento situato di fronte a quello dei signori Agazzi, ma le impedirebbe di vedere la figlia. La curiosità contagia tutti e le supposizioni e i pettegolezzi dei curiosi intorno allo strano rapporto si moltiplicano, anche perché la signora Frola evita ogni tipo di contatto con i vicini. In casa Agazzi si consuma un vero e proprio interrogatorio, ma i risultati non fanno altro che aumentare la confusione.

"Nello spettacolo, - spiega la regista Annig Raimondi - la verità che viene annunciata, per essere creduta ha bisogno dell'approvazione di chi guarda lo spettacolo in teatro. Tutto è relativo e ciascuno di noi vede, e crede, quella che gli appare sia la sua verità; almeno la verità del momento. E' inutile cercare la Verità: essa non esiste, come dice Laudisi, il personaggio-scrittore, che, contrapponendosi al coro dei cittadini curiosi, cerca di chiarire il caso anche al pubblico. In uno stesso istante esistono più verità, anche se apparentemente contraddittorie, e ciascuna è coerente in se stessa". (Estratto da comunicato stampa)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

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«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




Locandina della rassegna cinematografica La Stagione del Raccolto La Stagione del Raccolto
Rassegna cinematografica per imparare a invecchiare bene

Realizzata in collaborazione tra A.R.I.S,, Asp ITIS e Cooperativa Bonawentura

05 febbraio - 26 marzo 2017
Teatro Miela - Trieste




Programma

.. 05 febbraio 2017, ore 16.30, Lo stagista inaspettato
Di Nancy Meyers; Con Robert De Niro, Anne Hathaway, Rene Russo, Anders Holm
Usa, 2015, 121'

Ben, pensionato settantenne e vedovo, le ha provate tutte per ingannare il tempo, ma non riesce a rimanere senza amore né lavoro. Decide così di ripartire dalla gavetta, approfittando di un insolito programma di stagisti senior promosso dalla start-up About the fit, un e-commerce di abbigliamento. A ben viene assegnato il ruolo di assistente della fondatrice dell'azienda, Jules, più giovane di lui di 40 anni. Jules è un control freak perfezionista, incapace di rimanere con le mani in mano, ma la sua vita privata ne risente; intanto la sua iniziale diffidenza verso ben si tramuta gradualmente in rispetto e ammirazione.

.. 12 febbraio 2017, ore 16.30, Di nuovo in gioco
Di Robert Lorenz; Con con Clint Eastwood, Chelcie Ross, Ed Lauter, Amy Adams, Raymond Anthony Thomas
Usa, 2012, 111'

Gus è uno dei migliori scout nel mondo del baseball, da decenni. Con l'avanzare dell'età, però, sta perdendo la vista e facilitando il compito di chi, sul lavoro, vorrebbe fargli le scarpe. Sua figlia Mickey, convinta da un amico di famiglia, si offre di accompagnarlo nel Nord Carolina, per aiutarlo a decidere se un giovane battitore è davvero la promessa che sembra. Da parte sua, però, Gus non ha mai fatto altrettanto per stare vicino alla figlia e la trasferta si rivela per la ragazza l'occasione di mettere il padre alle strette ed esigere una spiegazione

.. 26 febbraio 2017, ore 16.30, Almanya (La mia famiglia va in Germania)
Di Yasemin Samdereli; Germania, 2011, 101'

Dopo aver lavorato per 45 anni come operaio ospite (gastarbeiter) Hüseyin annuncia alla sua vasta famiglia di aver deciso di acquistare una casetta da ristrutturare in Turchia. Vuole che tutti partano con lui per aiutarlo a sistemarla. Le reazioni però non sono delle più entusiaste. La nipote Canan poi è incinta, anche se non lo ha ancora detto a nessuno, e ha altri problemi per la testa. sarà però lei a raccontare al più piccolo della famiglia, Cenk, come il nonno e la nonna si conobbero e poi decisero di emigrare in Germania dall'Anatolia.

.. 05 marzo 2017, ore 16.30, Mister Morgan
Di Sandra Nettelbeck; Con Michael Caine, Clémence Poésy, Justin Kirk, Michelle Goddet, Jane Alexander
Fra, Ger, Bel, Usa, 2013, 116'

Matthew Morgan è americano e vive a Parigi. Tre anni fa ha perso la moglie e da allora si trascina per la città e nella vita, aspettando soltanto il momento giusto per farla finita. Matthew incontra Pauline Laubie, giovane insegnante di cha cha cha orfana di padre. La distanza anagrafica viene riempita molto presto da un affetto sincero, lunghe promenade, pranzi in panchina e cene solenni, in cui Matthew e Pauline aprono i loro cuori e confrontano le rispettive paure. Ma a Pauline non riesce il miracolo di 'trattenere' Matthew, che sprofondato dal dolore cerca riparo nella morte.

. 19 marzo 2017, ore 16.30, Florida
Di Philippe Le Guay; Con Jean Rochefort, Sandrine Kiberlain, Anamaria Marinca
Francia, 2015, 110'

Claude Lherminier è stato proprietario e dirigente di un'importante cartiera di Annecy ed è ora un ottantenne che inizia a sentire, senza volerli ammettere, i primi importanti segni della demenza senile. La figlia Carole, che lo ha sostituito nella direzione aziendale, cerca di occuparsene affidandolo a badanti che lui mette, più o meno scientemente, in difficoltà. C'è poi un suo desiderio ricorrente al quale non vuole rinunciare: rivedere l'altra figlia, Alice, che vive in Florida.

.. 26 marzo 2017, ore 16.30, Philomena
Di Stephen Frears; Con Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark
Gb, Usa, Fra 2013, 98'

Irlanda, 1952. Philomena resta incinta, la famiglia la ripudia e la chiude in un convento di suore a Roscrea. La ragazza partorirà e dopo pochi anni il figlio le verrà sottratto e dato in adozione. 2002. Philomena non ha ancora rinunciato all'idea di ritrovare il figlio per sapere almeno che ne è stato di lui. Troverà aiuto in un giornalista che è stato silurato dall'establishment di Blair. (Comunicato Associazione A.R.I.S)




Immagine di presentazione della serie di conferenze sulla Storia della Moda del Novecento Quattro conferenze sulla Storia della Moda del '900 con qualche excursus sull'Arte
Palazzo Caetani Lovatelli - Roma
Biglietto: €12 - Studenti €10 - Abbonamento all'intero ciclo di incontri €40
www.bertolamifinearts.com

Ritornano gli incontri culturali di Palazzo Caetani Lovatelli con un ciclo di conversazioni che Mariastella Margozzi dedicherà alla storia della moda del '900. Gli incontri, quattro in tutto che si terranno con cadenza mensile, tratteranno i seguenti argomenti:

Programma

.. 31 gennaio, ore 18.30, La moda nella modernità
Prima parte: tra Ottocento e Novecento - Dalla nascita dell'Haute Couture e dalla moda dettata dalle corti europee, alla Belle Epoque e al gusto charmeuse della borghesia. Focus su Frederick Worth. Seconda parte: il cambio di passo. Prima e dopo la Grande Guerra - La consapevolezza della donna moderna nella moda del secondo e terzo decennio del novecento. Focus su Paul Poiret.

.. 23 febbraio, ore 18.30, Tra le due Guerre. Moda e Costume
Il gusto decò contagia la moda negli anni venti e fino a metà dei trenta. L'emancipazione femminile nella società si riflette nel modo di vestire. Il fascismo detta nuove regole allo stile italiano. Da John Guida a Schuberth A Parigi: Cristobal Balenciaga, Madeleine Vionnet e Elsa Schiaparelli. Focus su Coco Chanel.

.. 30 marzo, ore 18.30, L'alta moda italiana degli anni Cinquanta. Le sartorie diventano maisons
La Sala Bianca di Palazzo Pitti e G.B. Giorgini. Walter Albini, Carosa, Maria Antonelli, Jole Veneziani, Sorelle Fontana, Germana Marucelli, Fernanda Gattinoni, Irene Galitzine, Salvatore Ferragamo. Nasce l'Alta moda italiana e si diffonde nel mondo. A Parigi: Dior e il primo Yves Saint Laurent. Focus su Sorelle Fontana.

.. 27 aprile, ore 18.30, Alta moda e non solo. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta: trenta anni di fashion style made in Italy
La moda diventa comunicazione e recepisce tutte le novità sociali e culturali del momento. Il genere pop contagia la produzione per i giovani. Nasce il pret-à-porter. L'alta moda italiana si confronta con quella francese: da Capucci a Valentino, da Ferrè ad Armani, da Fendi a Sarli a Versace, i brands italiani vincenti. Focus su Capucci e Fendi. (Comunicato stampa Scarlett Matassi)




Logo 90 Volte Tor Pignattara Torpignattara - vecchia stazione 90 Volte Tor Pignattara
www.90voltetorpigna.it

Si terranno a partire dal 12 gennaio 2017 le celebrazioni e iniziative organizzate dal Comitato di Quartiere Tor Pignattara, dall'Associazione per Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, dalla Scuola Popolare di Tor Pignattara e dall'Associazione culturale Bianco e Nero (organizzatrice del KarawanFest) per celebrare i 90 anni del quartiere romano del Municipio Roma 5. Sebbene l'insediamento dell'abitato risalga alla costituzione della stazione sanitaria nel 1882, la notte fra il 17 e il 18 luglio 1927 segna un momento storico: l'atto di inclusione dell'area urbana nel territorio amministrativo interno al Comune di Roma. Quella notte, infatti, divenne esecutivo il provvedimento che impose lo spostamento della cinta daziaria comunale oltre via dell'aeroporto di Centocelle: un atto amministrativo che trasformò Tor Pignattara da borgo rurale della campagna romana in 'uno dei centri abitati compresi nel comune chiuso' di Roma.

Il progetto '90 Volte Tor Pignattara' intende costruire un programma annuale di manifestazioni attraverso la diretta partecipazione delle tante realtà sociali e culturali operanti nel territorio. Numerosi eventi condivisi, per costruire un'offerta culturale plurale, in cui ogni realtà possa dare il proprio contributo. Il calendario delle celebrazioni prenderà avvio giovedì 12 gennaio 2017 alle ore 9:00 con un evento di straordinaria importanza: la posa di 6 pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria dei partigiani del quartiere trucidati alle Fosse Ardeatine.

L'iniziativa è parte dell'ottava edizione di 'Memorie d'inciampo a Roma', organizzata dall'Associazione ArteInMemoria, a cura di Adachiara Zevi. Il 15 gennaio, invece, prenderanno avvio le Domeniche dell'Ecomuseo Casilino 2017, con una passeggiata storica che avrà come filo narrativo le vicende vissute dal quartiere nei nove mesi di lotta per la liberazione di Roma dal nazi-fascismo. Il ciclo di trekking urbani proseguirà quindi nei mesi successivi per accompagnare i cittadini alla scoperta del patrimonio storico, archeologico, antropologico, artistico e paesaggistico del territorio.

Ad aprile 2017, invece, verrà presentato il primo fumetto sulla vita del partigiano Giordano Sangalli realizzato grazie al laboratorio tenuto da Alessio Spataro per la Scuola Popolare di Tor Pignattara. Il 25 aprile, invece, spazio alla tradizionale Festa della Liberazione, che si terrà, come da tradizione, al Parco Giordano Sangalli. "Questo è solo un assaggio - sottolineano gli organizzatori - delle tantissime manifestazioni che comporranno il calendario delle celebrazioni. Stanno arrivando infatti tantissime adesioni che sono al vaglio del comitato promotore. Una partecipazione straordinaria che ancora una volta testimonia la vitalità di un quartiere che, attraverso il suo straordinario tessuto associativo, respinge l'immagine mediatica di periferia degradata e rivendica il suo ruolo centrale nel panorama sociale e culturale romano".

Per sostenere questo obiettivo è stato realizzato un logo celebrativo, necessario per "segnalare" l'adesione del singolo evento all'iniziativa e un sito internet - www.90voltetorpigna.it - con fini informativi e promozionali. Le realtà associative che intendono aderire all'iniziativa - purché non affiliate a partiti politici e operanti senza scopo di lucro - non dovranno far altro che proporre la propria adesione compilando il formulario presente sul sito. (Comunicato Ufficio Stampa Carlo Dutto)




Pubblicato il bando di gara per il X Filmfestival del Garda
San Felice del Benaco (Brescia), 20 maggio - 04 giugno 2017
www.filmfestivaldelgarda.it

Il bando di gara del concorso del FFG17 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri, le domande potranno essere presentate fino al 3 marzo. Oltre a quello della critica cinematografica, ogni anno presente in forza, un premio sarà assegnato anche dal pubblico attraverso schede di voto consegnate a ogni singola proiezione. La manifestazione, ideata e organizzata dall'Associazione culturale Cineforum Feliciano, presenta ogni anno dal 2007, quando si svolgeva a dicembre, opere che rappresentano le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale e organizza eventi artistici, mostre e concerti ispirati all'arte cinematografica. Tra le novità dell'edizione la sezione dedicata agli istituti scolastici della prima infanzi, primari e secondari con laboratori e proiezioni accompagnate da professionisti.

"La prossima edizione - dice Veronica Maffizzoli, direttrice artistica del FFG - sarà un importante traguardo: dieci anni di Filmfestival del Garda sono una grandiosa soddisfazione per un evento che negli anni è riuscito a maturare e crescere. Il FFG17 si svolgerà ancora nel periodo estivo, avendo riscontrato con soddisfazione un interesse anche turistico oltre che culturale, e soprattutto con grande soddisfazione confermiamo la storica formula delle sezioni che, tornate lo scorso anno dopo un variante nel format, si divideranno tra Concorso lungometraggi, Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali". (Comunicato stampa)




No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




"Mario Schifano. ottantanovanta"

Presentazione catalogo della mostra
26 marzo 2017, ore 12.00
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Edito dalla Casa Editrice Gli Ori, con testi a cura di Giorgio Verzotti, oltre a contenere immagini delle opere esposte e di altre risalenti agli ultimi due decenni di produzione dell'artista, il volume includerà anche alcune fotografie di repertorio ed un'intervista a Memmo Mancini, il famoso "coloraio", riferimento imprescindibile non solo per Mario Schifano ma anche per tanti artisti che hanno frequentato l'ambiente romano dalla fine degli anni cinquanta ad oggi. (Comunicato stampa)

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The catalogue, published by Gli Ori with texts edited by Giorgio Verzotti, includes exhibited works and others of the last two decades of the artist's production. Moreover it will contain some archive pictures and an interview with Memmo Mancini, the most important supplier of materials and colors, essential reference not only for Mario Schifano but also for the many artists who attended the roman environment from the end of 50's to nowadays.




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Copertina libro Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione - di Maddalena Menza Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione
di Maddalena Menza, ed. Arbor Sapientiae

Il volume Parole e Cartoons - Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione è un viaggio nel mondo poco conosciuto del cartoon italiano. Un cinema che ha dato ottimi frutti tra cui i capolavori di Bruno Bozzetto, primo fra tutti Allegro non troppo, che negli Usa è un cult-movie, e i lavori di Enzo D'Alò, da La Freccia azzurra, tratto da Rodari a Momo, al grande successo de La gabbianella e il gatto. Il libro contiene una intervista all'illustratore proprio de La Freccia azzurra, Paolo Cardoni, ma grande spazio è dato anche al dimenticato pioniere dell'animazione, Stelio Passacantando, scomparso nel 2010, e creatore di personaggi ribelli quali Alice e Gian Burrasca, che ha lavorato con i grandi dell'animazione come George Dunning (collaborando al film sui Beatles Yellow submarine). Completano il volume le schede dei film e numerose interviste.

"Lo spunto del libro - sottolinea l'autrice, Maddalena Menza - arriva dal ricordo delle fiabe raccontate da mia madre napoletana, unita al mio personale vissuto di madre e maestra. Questo mi ha spinta a indagare la forza inalterata che conserva ancora oggi la fiaba (...) La sua magia non sta tanto nel trasportarci in mondi lontani quanto di mostrarci la verità sulla vita, come diceva Schiller, più di quanto lo facciano le 'verità' apprese da grandi".

Maddalena Menza, giornalista, scrittrice e docente, è laureata in Storia dello Spettacolo e dottore di ricerca in Pedagogia. Ha preso parte alla scuola drammaturgia di Eduardo De Filippo e ha lavorato con Federico Fellini nel film La voce della luna e con diverse produzioni teatrali. Redattrice di Pepe verde, Teatro Cult e Campo dè Fiori, per i suoi libri ha ricevuto riconoscimenti tra cui il Premio "Ricomincio da Roma" del 2013 e il Trofeo "Penna d'autore" di Torino. (Comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




Il gioco dell'arte
di Agata Boetti, Edizioni Electa

"Non mi ricordo di aver mai visto mio padre uscire per andare al lavoro. Non si rasava, non metteva la cravatta. Non parlava mai di colleghi e di stipendio. A volte dormiva tutto il giorno, altre volte spariva per giorni, settimane, addirittura mesi ". Alighiero Boetti, raccontato da sua figlia Agata nel libro Il gioco dell'arte, un libro spiazzante e delicato, pieno di immagini quasi completamente inedite. Scrive Deleuze in 'Conversazioni': "Il giusto modo di leggere oggi, è quello di porsi di fronte a un libro così come si ascolta un disco, come si guarda un film, come si sente una canzone: ogni atteggiamento di fronte a un libro che richieda per esso un rispetto speciale, un'attenzione di altra sorta, è qualcosa che giunge da un'altra epoca e che condanna definitivamente il libro".

Agata Boetti (Torino, 1972), direttrice dell'Archivio Boetti, a diciotto anni, lascia Roma per studiare psicologia a Parigi. Nel 1995, dopo la scomparsa di suo padre, Agata si dedica all'Archivio Alighiero Boetti insieme a tutta la famiglia, senza però abbandonare le sue altre attività a Parigi. Dal 2014, si dedica esclusivamente alla direzione dell'Archivio. (Comunicato stampa ufficio stampa Maria Bonmassar)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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