La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Prima del nuovo numero di Kritik...
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier: Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
Poesia «Pirandello»
Immagine per presentazione articolo elezione Germania 2017
Articolo Elezioni Germania 2017
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Articolo su Maria Callas
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari: Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Opera di Nino Bruno dalla locandina della mostra Racconti di terra e di mare alla Galleria d'Arte Studio 71 di Palermo Nino Bruno: "Racconti di terra e di mare"
23 settembre (inaugurazione ore 17.30) - 06 ottobre 2017
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo
www.studio71.it

Scrive Vinny Scorsone nel suo testo in catalogo: "Le opere di Nino Bruno raccontano una storia ed era quasi d'obbligo abbracciare uno stile che gli permettesse di rappresentare ed illustrare. I tagli della luce che attraversano il quadro, la suddivisione della stesura cromatica, quasi a frammentare, come in una vetrata dipinta, le campiture del disegno, l'incasellamento in riquadri ben delineati di determinati momenti, l'utilizzo soprattutto della linea come generatrice di ogni cosa, i colori accesi, hanno reso il suo stile unico. Molti sono i cicli pittorici da lui affrontati ed ognuno è stato caratterizzato da determinati "compagni di viaggio". Tra gli "amici" più fedeli vi sono senza dubbio i pesci e soprattutto i delfini. Questi sono stati sempre validi aiutanti e i soggetti perfetti nel momento in cui Nino Bruno ha sentito la necessità di affrontare il tema del mare." Ma la mostra ha tali sfaccettature da potersi considerare una mostra antologica anche se racchiusa in una ventina di opere. La presentazione della sua monografia realizzata e curata da Studio 71 di Palermo che anticipa la mostra, sarà presenta da Vinny Scorsone e dall'autore. (Comunicato stampa)




Nanni Balestrini - Periscope - cm.42x20 2016 Nanni Balestrini: Periscope
termina lo 03 novembre 2017
MAAB Gallery - Milano

Una serie inedita di collages di Nanni Balestrini, realizzata a Parigi nell'agosto del 2016. La mostra, curata da Gianluca Ranzi, si compone di 22 opere di 42x20 centimetri e di una di 84x40 centimetri, più alcune opere storiche che illustrano il percorso dell'artista dagli anni Sessanta a oggi. Il titolo della mostra e della serie di collages deriva dalla nota rivista parigina Pariscope, nata nel 1965 e i cui numeri settimanali dell'agosto 2016 sono serviti a Nanni Balestrini come materiale per la produzione dei collages. Da Pariscope il titolo della serie diviene Periscope, a significare quel movimento a 360 gradi di lettura della realtà che l'operazione del collage permette all'artista. Infatti mentre la rivista parigina, il cui ultimo numero cartaceo è uscito nell'ottobre 2016, era dedicata agli eventi cittadini, l'operazione di smontaggio e di rimontaggio delle immagini e delle parole attuata da Nanni Balestrini, sposta il piano di lettura dalla realtà locale a un affresco colorato, dinamico e pulsante del mondo contemporaneo, come se si passasse dalla geografia alla Storia.

L'effetto è duplice: da una parte le immagini delle pubblicità vengono decostruite quasi a smascherare la loro artificiosa perfezione patinata e sono ricondotte al caotico blob mediatico che oggi affastella immagini dopo immagini, dall'altra parte le parole, i numeri e le casistiche, anch'essi ripescati da Balestrini da questo gioco mediatico di furbo "copia e incolla", appaiono ora ridefiniti e riposizionati dal suo acuto sguardo periscopico, che riesce a mostrarne con ironia e leggerezza anche la banalità, l'approssimazione e la parzialità. Il lavoro di Nanni Balestrini, fin dai primi anni Sessanta al confine tra immagine e parola, da sempre interdisciplinare e aperto alla contaminazione, ha fatto dell'indeterminazione e dell'apertura dei codici visivi e letterari una delle sue caratteristiche fondanti, fino a toccare recentemente con il film Tristanoil il tema della rigenerazione automatica, infinita e imprevedibile delle immagini.

Nel caso dei collages di Periscope tale attenzione alle leggi del caso e dell'imprevedibilità è associata a una ricomposizione formale estremamente accurata e talvolta quasi "pittorica" nella scelta dei colori e dei toni dominanti, nelle forme in cui si iscrivono, nelle cadenze delle lettere-segno che scandiscono i collages o nella curiosa ripetizione "a dittico" che alcuni di essi assumono. In questo caso l'opera di Balestrini, che come già avvenuto in passato affonda le sue radici anche nella tradizione dell'arte, si serve di una lingua forse futura che sa guardare al passato, ma che sa soprattutto far luce sul presente, ampliandone le prospettive, arricchendone i significati e aumentando l'interesse alla comprensione delle cose, che essa avvenga oppure no.

Nanni Balestrini (Milano, 1935), poeta, romanziere e artista visivo, agli inizi degli anni '60 fa parte dei poeti Novissimi e del Gruppo 63, che riunisce gli scrittori della neoavanguardia. Nel 1963 compone la prima poesia realizzata con un computer. E' autore, tra l'altro, del ciclo di poesie della Signorina Richmond e di romanzi sulle lotte politiche degli anni Settanta come Vogliamo tutto e Gli invisibili. Ha svolto un ruolo determinante nella nascita delle riviste di cultura Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zoooom. Nel campo delle arti visive, ha esposto in numerose gallerie in Italia e all'estero. Nel 1993 è presente alla Biennale di Venezia e nel 2012 a Documenta di Kassel. (Comunicato stampa)




Opera di Luca Brandi nella locandina della mostra alla Galleria ZetaEffe di Firenze Luca Brandi: Quintessenza
23 settembre (inaugurazione ore 17.00) - 19 ottobre 2017
Galleria ZetaEffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

Le opere del pittore e scultore fiorentino Luca Brandi, conosciute in tutto il mondo ed in particolare negli Stati Uniti, dove il movimento dell'Espressionismo astratto è nato e si è diffuso. Il titolo della mostra "quintessenza" suggerisce un percorso che vuole farci rivivere la forza e l'energia dell'acqua, dell'aria, del fuoco e della terra, in chiave contemporanea. Desidera farci pensare proprio alla radice di tutto, al fatto che dipendiamo totalmente dalle stesse quattro sostanze di cui è composto il mondo e che animano quasi tutte le culture sia d'Oriente che d'Occidente. Lo spazio in cui possiamo ritrovare la quintessenza dei quattro elementi è quello creato da Luca Brandi nelle sue opere. Ed è nell'estratto più puro delle cose, la quintessenza dell'arte. Catalogo a cura di Paola Facchina. (Comunicato stampa)




Prima di Como. Nuove scoperte archeologiche dal territorio
30 settembre - 10 novembre 2017
Chiesa di S. Pietro in Atrio - Como

Per la prima volta in mostra, reperti archeologici di grande importanza storica, esito della ricerca condotta a Como negli ultimi dieci anni. L'articolata, organizzata congiuntamente dalla Soprintendenza Archeologica e dai Musei Civici di Como, accanto alla panoramica sugli ultimi ritrovamenti, illustra le novità scientifiche sulle più antiche fasi di popolamento, sviluppatosi nel corso del primo millennio avanti Cristo, e mette in risalto il valore e il significato del ricco patrimonio archeologico comasco precedente alla fondazione della colonia romana. Urne cinerarie e vasi per offerte dalle forme inconsuete, ornamenti in bronzo, ferro, ambra, pasta vitrea, elementi dell'abbigliamento, amuleti, simboli di status delle antiche popolazioni e preziosissime armi riferibili alla cultura protostorica detta "di Golasecca" caratterizzano il percorso espositivo, accompagnato da fotografie e disegni ricostruttivi, video e immagini 3D, che forniscono, grazie alle nuove tecnologie, informazioni approfondite finalizzate a coinvolgere un vasto pubblico.

I temi principali della mostra - a cura di Lucia Mordeglia e Marina Uboldi - sono i corredi funerari della prima età del Ferro provenienti dagli scavi di S. Fermo della Battaglia, via per Mornago (2006) e di Grandate, emersi nel 2011 durante la costruzione della nuova Pedemontana; l'enigmatica area religiosa/monumentale del Nuovo Ospedale Sant'Anna (scavi 2007), risalente al VI secolo a.C., costituita da un grande circolo del diametro di 70 m, delimitato da un doppio recinto di pietre con piattaforma centrale ad emiciclo e setti radiali in materiali litici e terre diverse, di difficile interpretazione funzionale; un ripostiglio sacro dell'Età del Ferro rinvenuto sul Monte San Zeno in Val d'Intelvi; i più recenti dati archeobiologici sul clima, la vegetazione, l'alimentazione umana in età protostorica; e infine i risultati della nuova ricerca condotta sul Carro cerimoniale del V secolo a.C. della Ca' Morta dal prof. Bruno Chaume dell'Università della Borgogna, Direttore del programma Vix et son Environnement, che ha messo in evidenza una stretta parentela con i coevi carri di ambito culturale hallstattiano, rinvenuti nel Centro Europa.

Questi ultimi ritrovamenti contribuiscono ad accrescere il ricco patrimonio archeologico del centro protostorico che ha preceduto la fondazione di Como, le cui origini risalgono al I millennio a.C. Infatti, prima della città romana, i rilievi attorno alla città attuale vedono l'insediamento di villaggi e gruppi di abitazioni: diversi reperti e resti di tombe ne conservano la testimonianza. Nei secoli successivi, in particolare il VI e il V a.C., l'abitato raggiunge la sua massima espansione e ricchezza, concentrandosi soprattutto lungo il versante meridionale della Spina Verde, il parco regionale che si estende sulla fascia collinare a Nord-Ovest di Como.

Fondamentale per lo sviluppo del nucleo abitativo è il suo ruolo di centro di contatto e scambi tra la Pianura Padana, stabilmente occupata dagli Etruschi, e il mondo celtico e quello hallstattiano (dalla cittadina di Hallstatt, nei pressi di Salisburgo) del Centro Europa. L'ininterrotto stanziamento delle popolazioni nella medesima area fino ai giorni nostri, unito all'intensificarsi delle attività edilizie del secondo dopoguerra, ha nascosto o cancellato segni dell'insediamento antico. Tuttavia, l'attività di tutela svolta dalla Soprintendenza Archeologica in sinergia con le Amministrazioni Comunali, consente di recuperare sempre nuove testimonianze del passato della città e dei suoi abitanti, garantendone la salvaguardia.

La ricerca scientifica - che di recente si è avvalsa della collaborazione con importanti centri di studio internazionali, quali il CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e le Università di Berlino e di Mainz - permette ora di porre in risalto il ruolo della civiltà di Golasecca (cultura preromana che si sviluppa nel I millennio a.C. nel territorio della Lombardia occidentale, Piemonte Orientale, Canton Ticino, che deriva dalla località di Golasecca, sulla sponda varesina del fiume Ticino) nel quadro delle relazioni con le coeve civiltà mediterranee e mitteleuropee. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Luca Bellandi - Golden surprise - tecnica mista su tela - opera in mostra alla Galleria d'arte Ghiggini 1822 di Varese Luca Bellandi: "Gentle storm"
30 settembre (inaugurazione ore 17.30) - 22 ottobre 2017
Galleria d'arte Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

Il pittore livornese, classe 1962, espone per la prima volta in galleria a Varese e per l'occasione verrà presentata al pubblico una raccolta di pezzi che racchiude alcune delle tematiche e dei soggetti cari all'artista. L'esposizione sarà arricchita da un catalogo in cui le immagini dei dipinti saranno accompagnate dalle interpretazioni critiche dell'opera di Luca Bellandi a firma di Alberto Gavazzeni e di Gian Ruggero Manzoni. Luca Bellandi ha frequentato l'istituto d'arte a Pisa e nel 1985 ha conseguito la laurea all'Accademia d'arte di Firenze. Inizia dai classici, poi successivamente scopre l'arte e l'underground americano. L'artista livornese si è imposto con una fitta serie di mostre in Europa e negli Stati Uniti che l'hanno visto collezionare successi e consensi di pubblico e critica che lo hanno riconosciuto come uno degli artisti più interessanti nel panorama artistico contemporaneo. Dal 2006 è direttore artistico del settore arti visive presso l'Associazione "Arti Evasive" di Livorno dove insegna pittura e disegno. Da citare la personale presso il MUMI Museo Michetti di Francavilla nel 2007 e la mostra presso il Palazzo Ducale di Urbino nel 2013.

"La sua è comunque capacità emotiva, attraverso i tralci di fiori, i pappagalli variopinti o i pesci, di cogliere l'incanto momentaneo della natura e della sua risplendente provvisorietà. A questi elementi spesso aggiunge sulle tele parole, lettere, segni grafici. Qui ha i suoi precursori nella scomposizione cubista e futurista ma, soprattutto, nella pittura Nord americana dei Cy Twombly, Basquiat e Schnabel. L'uso dell'alfabeto appare coestensivo dell'immagine trasmettendoci l'idea della scrittura come forma e della parola come elemento pittorico. Insomma la parola può diventare immagine e quindi il punto focale del dipinto. Sono elementi di un sistema narrante dove l'innesto della parola va visto come portatore di una simultaneità che informa la percezione del nostro tempo. Insomma scrittura come fare ed elaborato pittorico perché possa dilatare la magia che promana dagli altri soggetti del quadro". (I fiori viventi, di Luca Bellandi, di Alberto Gavazzeni)

"Su Luca Bellandi è stato detto molto perché in arte lui stesso è molto del resto un pittore che non suscita parole è come un mago che non fa miracoli mentre proprio questo seguire l'impossibile la sua prima dote che non si ferma davanti a nulla per inventare e l'invenzione è pur sempre miracolosa nonché frutto di grande sicurezza e maestria gestuale. Con gli anni tramite il suo creare Bellandi ci ha abituati allo svolgimento di cicli tematici in chiavi compositive e tonali diverse seppur la sua fluidità pittorica resti inalterata questo quasi per saggiare sperimentare verificare successivamente su una base fissa le infinite eventualità e le tante varianti della forma di quella forma che sgorga dal suo intimo dal suo inatteso inconscio". (Pittura d'atmosfera: Luca Bellandi, di Gian Ruggero Manzoni)




Carlo Mastronardi - Calanchi - olio su tela cm.100x90 2014 Carlo Calzolari - Accumulazioni - cm.120x120 2014 Corrado Tagliati - Capodimonte - olio su canson cm.103x83 2016 Carlo Calzolari, Carlo Mastronardi e Corrado Tagliati
"Le strade della pittura"


23 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 29 ottobre 2017
Corte Ospitale - Rubiera (Reggio Emilia)

L'esposizione si tiene in un luogo fortemente simbolico - la cinquecentesca Corte Ospitale di Rubiera, per secoli centro di accoglienza e di incontro, e in questa occasione luogo simbolico in cui si incrociano le strade della pittura - e riunisce e mette a confronto tre artisti reggiani, originari di terre diverse: Calzolari (Parma, 1944), risiede a Reggio Emilia da quarantacinque anni; Mastronardi (Prepotto - Udine, 1940), rubierese di adozione; Tagliati (Castelnovo ne' Monti, 1940) ha solidi, apparentemente irrecidibili, legami con l'Appennino, avendovi sempre vissuto. Una mostra che, pur di dimensioni contenute - una decina di opere per ciascuno degli autori -, assume significati e valori peculiari.

Da un lato, essa getta luce su ciò che tenacemente alcuni artisti continuano quotidianamente a fare, nel silenzio e nella solitudine dei loro studi, interrogandosi su quali possano essere oggi i linguaggi della pittura, capaci di non recidere il legame con la tradizione, di confrontarsi con il nuovo e, soprattutto, di essere fedeli testimoni della loro interiorità, delle tensioni che li animano, delle sfide che sentono di dovere raccogliere. Dall'altro lato, questi artisti dimostrano come la provincia possa essere luogo in cui si può sperimentare, lontano da luci e assedi di ogni genere (compresa la sollecitazione a replicare ciò che il mercato accoglie), un percorso di continui affinamenti e verifiche, con esiti che sono parte di ciò che può definirsi contemporaneo. Catalogo disponibile in mostra con riproduzione fotografica delle opere, apparato bio-bibliografico e presentazione di Sandro Parmiggiani, curatore dell'esposizione e del volume.

Calzolari, Mastronardi e Tagliati non formano certo un gruppo, né mai hanno pensato di dare vita a un sodalizio formale che potesse sostenere il loro percorso. Nutrono, da molti anni, sentimenti di amicizia personale, e di rispetto l'uno per il lavoro dell'altro, che già li hanno portati in passato ad esporre assieme, pure con altri amici artisti, quali i compianti Marco Gerra e Bruno Olivi, oltre a Fausto De Nisco. Sono assai diverse le strade percorse dai tre artisti - anche se quelle di Mastronardi e Tagliati hanno segrete affinità e convergenze -; la frequentazione costante che da anni intrattengono fa sì che siano sempre aggiornati sugli esiti del lavoro di ciascuno, che questa mostra documenta con opere realizzate negli anni recenti.

Carlo Calzolari traccia bave, fiati di segni, graffiti, grumi e grovigli, numeri e lettere dell'alfabeto, parole nelle quali si condensa il retaggio di una presenza e di un pensiero misterioso, che pare sintonizzarsi sulla meraviglia e sull'estrema sensibilità proprie dell'infanzia; tutto viene percepito da chi guarda come ombre distorte da una lastra trasparente di plexiglass, che, investita dalla luce, proietta e origina sulla tavola retrostante brividi e fluttuazioni delle forme, a conferma che la cangiante presenza della luce è fondamentale nella percezione dell'opera, continuamente generando incupimenti, chiarori, trasalimenti dei toni.

Carlo Mastronardi fa ritorno, in queste opere ultime, al paesaggio delle nostre colline e montagne, in un qualche modo riallacciandosi alle esperienze degli esordi, quando trasfigurava il paesaggio emiliano, per poi rivisitare, sempre con un linguaggio informale sensibile al fascino della materia e del colore, i fienili e le vecchie case contadine, abbandonate a un inesorabile declino, i vecchi strumenti e attrezzi contadini - totem sacrali, tanto che la sua opera potrebbe davvero definirsi un'ininterrotta elegia sulla civiltà contadina ormai inghiottita e dissolta dal tempo. Di Mastronardi non possiamo infine dimenticare la ricerca sulla natura morta, con esiti del tutto personali, di grande felicità tonale e compositiva.

Corrado Tagliati è, fin dagli esordi, un indagatore del paesaggio, dapprima reso con una pittura figurativa, che presto s'inoltra lungo le strade di un'astrazione formalmente rigorosa, modulata su toni e tonalismi lavorati per accordi minimi, per segni, variazioni e sfumature di colore quasi impercettibili, ma che sempre reca l'impronta di emozioni e sentimenti che si rinnovano ogni volta che l'artista getta lo sguardo sulla natura, sia essa quella ancora in gran parte incontaminata sia quella che reca i segni dell'umano intervento. Spira nei suoi dipinti, sia ad olio sia a pastello, una sensibilità estrema, con la capacità di cogliere ogni più estenuato tono, ogni impercettibile frontiera tra forma e vuoto, ogni più recondita vibrazione della luce, che ne fanno un artista di rara qualità, che ha introiettato alcune delle esperienze più alte della pittura del Novecento. (Comunicato Ufficio Stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Sven Druhl - SDVS - lacca su tela - lacquer on canvas cm.110x110 2016 Sven Drühl: Simulated Landscapes
termina il 21 ottobre 2017
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Prima personale in Italia dell'artista tedesco Sven Drühl. Sven Drühl studia e rielabora paesaggi e motivi architettonici della storia dell'arte moderna e contemporanea e nei suoi lavori cita opere già esistenti di altri artisti come Caspar David Friedrich, Ferdinand Hodler o colleghi contemporanei. Lavora sul paesaggio, e lo fa in una maniera non convenzionale, utilizzando oltre a materiali classici come gli oli e gli acrilici, silicone e lattice, donando tridimensionalità alle tele. Negli ultimi 10 anni ha lavorato intensamente seguendo il movimento giapponese New Print Movement, detto Shin Hanga, che ha le sue origini in Giappone negli anni '10. In questa ultima serie di lavori, e per la mostra Simulated Landscapes, intraprende un nuovo metodo artistico traendo ispirazione dalla virtualità, da texture di videogames e riproducendo paesaggi che sembrano assolutamente essere reali. Così come accade per le texture in computer grafica, l'artista segue una struttura matematica; la composizione è bene organizzata e la ripetizione dei motivi è ciclica. (Comunicato stampa)

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Sven Drühl investigates and re-elaborates Modern and Contemporary Art History's landscapes and architectural designs. In his works he alludes to already existing artworks by other artists such as Caspar David Friedrich, Ferdinand Hodler or by fellow contemporary artists. He works on the landscape in a nonconventional way, employing silicone and latex in addition to traditional materials, giving three-dimensionality to the canvas. During the last decade he intensely worked following the Japanese New Print Movement, known as Shin Hanga, which originated during the 1910s in Japan. In this last series of works, and for the exhibition Simulated Landscapes, he undertakes a new artistic method inspired by virtuality and videogames textures, reproducing landscapes which look like they are entirely real. As it happens with textures in computer graphics, in his artworks the artist follows a mathematical structure; the composition is well organized and the pattern repetition is cyclic. (Press release)




Alessandro Traina - Collimazioni - cm.43x43 2016 Alessandro Traina
23 settembre (inaugurazione ore 17.00) - 28 ottobre 2017
Showcases Gallery - Varese

La mostra curata da Franco crugnola, con catalogo curato da Palmira Rigamonti, è promossa da "Franco Crugnola Studio Di Architettura" di Varese. Una serie di lavori di Alessandro Traina, un artista il cui linguaggio artistico tocca indistintamente sia il segno pittorico che scultoreo, attraverso un'espressione linguistica e simbolica tesa al rinnovamento e alla creazione assoluta. Le sue opere sono forme "mobili" composte di volta in volta, a seconda dell'equilibrio percettivo e del movimento plastico ricercato dall'artista; sono segni nitidi, di peso differente che comprimono ed espandono lo spazio.

Sono creazioni di grande leggerezza, che sembrano essere sospese e galleggiare sulla parete in un equilibrio precario, ma infinito, sospese nello spazio e nel tempo. Ogni opera di Alessandro Traina, sia che si tratti di una scultura che di un'opera su carta, non può essere considerata come un risultato conclusivo, ma esprime sempre un divenire, un programma. L'artista ha scelto nella sua lunga carriera artistica di utilizzare la geometria e la sua struttura logica come forma espressiva e di lavorare sullo spessore, sul "diversamente tattile" delle superfici e sulle tramature e sfumature delle sottili garze con cui le riveste. Le sue "forme aperte" (come definite da Luciano Caramel) sono spazi in divenire in cui il punto d'incontro tra le linee di demarcazione sono l'equilibrio tra il principio e la fine. (Palmira Rigamonti)




Giulio Squillacciotti - Visto due volte - video still 2017 Visto due volte | Giulio Squillacciotti
26 settembre (inaugurazione ore 19) - 15 ottobre 2017
Barriera - Torino

Mostra personale dell'artista Giulio Squillacciotti invitato da Arteco (Annalisa Pellino e Beatrice Zanelli) in una residenza che è parte integrante del lavoro di studio e ricerca condotto negli archivi di arte irregolare - storicamente definita come art brut e più di recente outsider art - del progetto Mai Visti. Per realizzare questa mostra è stato richiesto all'artista di condurre una riflessione sul lavoro di archiviazione delle opere d'arte avviato da Arteco nel tentativo di dissodare terreni ancora poco noti della ricerca storico-artistica, a partire dalle sue fonti primarie e rivelandone il potenziale narrativo che nel suo farsi assume declinazioni talvolta inattese e non necessariamente lineari.

Durante la residenza Squillacciotti si è concentrato in modo particolare su tre archivi a cui ha avuto accesso - il Museo di Antropologia ed Etnografia dell'Università degli Studi di Torino, quello di opere realizzate nell'ex Ospedale Psichiatrico di Collegno e l'Archivio Mai Visti della Città di Torino - intesi come involucri di un'alterità che tutto contiene e capace di assorbire la stessa presenza umana in un insieme indistinto di micro-storie e valori simbolici, estratti per poi essere ricombinati in maniera del tutto arbitraria e fittizia nelle opere video e negli apparati scenografici presenti in mostra.

Il lavoro di Squillacciotti si focalizza sull'analisi degli apici culturali di certi fenomeni, sulle loro narrazioni e sulla possibile reinvenzione degli stessi in altri contesti, fondendo insieme elementi fittizi e fatti storici. Conduce ricerche che tendono a rivisitare la storia, o le storie, creandone di nuove da prospettive soggettive in cui narrativa e cultura popolare si fondono attraverso un sistema di significati multi-strato, formalmente tradotti in film, documentari, talk e performance.

Artista, film-maker e ricercatore, Giulio Squillacciotti (Roma 1982) studia Storia dell'Arte Medievale a Roma e Barcellona e successivamente arti visive allo IUAV di Venezia. Autore di due lungometraggi, il suo lavoro è stato esposto e proiettato, fra gli altri, a Les Rencontres Internationales del Centre Pompidou e Gayte Lyrique di Parigi, Haus der Kulturen der Welt di Berlino, Manifesta 8 di Murcia, Le Magasin CNAC a Grenoble, New York Photo Festival, Dumbo Video e la Columbia University di New York e al 33° Torino Film Festival. Mai Visti e Altre Storie (www.maivisti.it) è un progetto del 2015 con l'obiettivo di catalogare e far conoscere le opere di arte outsider presenti nelle collezioni piemontesi. Si offre come occasione per riflettere sulla permeabilità dei confini tra arte outsider e pratiche artistiche contemporanee riconosciute. Ciò avviene non solo attraverso il lavoro in archivio, ma anche grazie a mostre e talk, workshop e formazione rivolta a vari target di pubblico, nonché attraverso collaborazioni con enti e realtà attive nel mondo della grafica e dell'editoria indipendente.

Il progetto nasce da un'idea di Tea Taramino (Città di Torino) è curato da Arteco (Annalisa Pellino e Beatrice Zanelli) in collaborazione con Unito e con il Museo di Antropologia ed Etnografia dell'Università di Torino e con il patrocinio della Regione Piemonte. E' realizzato grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo e della Città di Torino (Direzione Politiche Sociali), con il contributo tecnico di MCL Officine Poligrafiche, Artecno Cartongessi e Barriera. (Comunicato Ufficio stampa Cristina Negri)




Daumier: attualità e varietà
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona
www.villacedri.ch

Nel 2017 il Museo Civico Villa dei Cedri ha scelto come filo rosso della sua programmazione la condizione umana nella società attuale. Così, dopo le riflessioni di artisti contemporanei sui nostri spazi di vita. Con la sua produzione particolarmente cospicua che si caratterizza per un modo distaccato e allo stesso tempo empatico di descrivere la realtà, Honoré Daumier si annovera, con Gustave Courbet e Jean-François Millet, tra i pionieri del Realismo, movimento culturale erede del Positivismo, sviluppatosi in Francia attorno al 1840. In un'epoca chiave come la metà dell'Ottocento, segnata dalle rivendicazioni nazionaliste e dalla crescita della classe borghese e poi di quella operaia, Daumier ci presenta un ritratto poetico della modernità.

Tra polemica e ironia, l'artista illustra e commenta la difficile vita dei più disagiati, che dagli scantinati spiano i passi eleganti dei signori, o che dagli abbaini teneramente guardano la luna; la sua opera documenta lo sviluppo urbanistico e quello dei mezzi di trasporto, il mondo dello spettacolo così come quello dell'arte. Al centro della sua commedia umana mette l'uomo qualunque che tenta di fare del suo meglio, l'eroe sconosciuto nel quale chiunque potrebbe riconoscersi. Il percorso presentato vuole essere soprattutto tematico piuttosto che cronologico, sottolineando così l'impertinente realtà dei soggetti cari all'artista e così d'attualità anche oggi. (Comunicato stampa)




Opera di Roman Opalk dalla mostra alla Galleria Michela Rizzo di Venezia "anche OPALKA"
1958 - 1965 / 1 - ∞


23 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 18 novembre 2017
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

A differenza della prima mostra dedicata all'artista nel 2011 a Palazzo Palumbo Fossati, in concomitanza con lo svolgersi della Biennale di Arti Visive, questa nuova esposizione dà voce alla dimensione artistica meno nota ed introspettiva di Opalka, ovvero quella che coincide con il suo dedicarsi alle sperimentazioni d'avanguardia, prima di concedersi completamente, fino alla morte, al suo grande progetto sul tempo. Se quindi, durante la scorsa occasione è stato presentato in maniera esaustiva il lavoro più celebre di Opalka, 1965/1 - ∞, accompagnato dai dipinti, dagli autoritratti, dalle carte da viaggio e dall'installazione sonora, ora invece la galleria propone una presentazione inedita in un contesto diverso.

Dodici dipinti firmati tra il 1958 e il 1965 troveranno così collocazione negli spazi recuperati all'interno dell'ex stabilimento industriale Dreher della Giudecca. Un lotto poco conosciuto di opere, tra le quali figurano alcuni lavori del ciclo relativo all'Alfabeto Greco e le Composizioni. Le "lettere greche" rappresentano il linguaggio che i segni e i loro movimenti scolpiscono sulle tele, mentre le composizioni si presentano come strutture tridimensionali in tessuto, legno o altri materiali. In questi lavori antecedenti il 1965, si manifesta già l'attitudine di Opalka alla sobrietà, all'essenzialità e all'economia dei mezzi, e si evidenzia in particolar modo la passione per la materia, quale appunto il le fibre di legno, e le trame dei tessuti. Per celebrare il legame con la svolta attuata a partire dal 1965, verrà allestito nella stanza superiore della galleria, addattandolo allo spazio, lo studio di Opalka di Bois Mauclair, con i Details, il cavalletto e glistrumenti personali dell'artista, per la prima volta esposti in una mostra aperta al pubblico.

Roman Opalka (Hocquincourt - Francia, 1931 - Chieti, 2011) è di origini polacche. La famiglia ritorna in Polonia nel 1935, ma viene poi deportata in Germania nel 1940, dove rimane in un campo di lavoro sino al termine della guerra. Una volta liberati rientrano in Francia, per poi ritornare finalmente a Varsavia, dove Opalka frequenta la Scuola di grafica di Walbrzych Nowa Ruda (1946-1948) e di arte e design di Lòdz (1949). Tra il 1950 e il 1956 studia all'Accademia di belle arti di Varsavia e nel 1957 si reca a Parigi. Nel 1966 tiene la sua prima personale alla Galeria Dom Artysty Plastyka a Varsavia. L'anno seguente inizia il progetto Opalka 1965/1 - ∞, a cui dedicherà tutta la vita a partire dal 1970. Opalka si lega così inestricabilmente all'Arte concettuale. A cavallo tra gli anni '60 e '70 riceve numerosi premi: il Grand Prize della First British International Print Bien- nial, Bradford (1968), due premi a Tokyo (1970) alla 7a International Biennial Exhibition of Prints e all'Art Museum Ohara, e il Primo premio del Ministero della cultura e delle arti della Polonia (1971).

Nel 1972 si reca per la prima volta negli Stati Uniti. Nel 1977 si trasferisce a Teille, in Francia, e viene premiato alla 14a Biennale di Sao Paulo. Nel 1985 diventa cittadino francese. Tra il 1985 e il 1990 insegna alla Summer Academy di Salisburgo. Negli anni seguenti Opalka espone in numerose occasioni e riceve molti premi, come il Premio nazionale di pittura, Parigi (1991), e il Premio speciale del Ministero degli affari esteri della Polonia, Varsavia (1996). Nel 1992 espone al Musèe d'Art Moderne de la Ville de Paris e nel 1996 rappresenta la Polonia alla Biennale di Venezia. Nel 2002-2003 un grande antologica della sua opera è esposta in varie città europee. Nel 2009 è insignito del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres a Parigi, e della Medaglia d'oro Gloria Artis a Varsavia. (Comunicato stampa)

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The Gallery Michela Rizzo is proud to present from the 23rd of September to the 18th of November the exhibition anche Opalka of the great Polish artist in the new spaces of the gallery in Venice and in collaboration with the Estate of Roman Opalka. Unlike the first exhibition dedicated to the artist in 2011 at Palazzo Palumbo Fossati that coincided with the Biennial of Visual Arts, this new exposition gives voice to the artistic dimension that is less known and more introspective of Opalka. It is a merge with a dedication to avant-garde experiments before giving in completely, up until death, to his great project on time. If during the last occasion, the work was presented in an in-depth manner of the more famous works of Opalka, 1965/1 - ∞, which was accompanied by a sound installation, self-portraits and travel cards, this time the gallery will offer a unique presentation in a different context.

Twelve paintings signed between 1958 and 1965 will therefore be located in the reclaimed spaces within the former Giudecca Dreher factory. It is an unprecedented lot of works, of which will be represented by Greek letters and compositions. The Greek letters illustrate the language of the signs and their movements that are sculpted on the canvases while the compositions are presented as large three-dimensional structures in fabric, wood and other materials. The change of the year, that is, 1965, will be celebrated in the upper room of the gallery, where it will be set up for the occasion, adapting the Opalka studio by Bois Mauclair, with the artist's stand and personal instruments, presented for the first time in an exhibition open to the public.

Roman Opalka was born on August 27th, 1931 in Hocquincourt, France. Being of Polish origins, the family members returned to Poland in 1935 but were then deported to Germany in 1940, where they stayed in a labor camp until the end of the war. Once released, they went to France, and then finally returned to Warsaw, where Opalka attended the School of Walbrzych Nowa Ruda's graphics (1946-1948) and Lódz's Art and Design (1949). Between 1950 and 1956 he studied at the Academy of Fine Arts in Warsaw and in 1957 he went to Paris. In 1966 he held his first opening at Galeria Dom Artysty Plastyka in Warsaw. The next year OPALKA 1965/1 - ∞ project beings, of which he dedicated his whole life to starting from 1970, thus linking Opalka inextricably to Conceptual Art. Between the 60's and 70's he received numerous awards: the First British Grand Prize International Print Biennial, Bradford (1968), two awards in Tokyo (1970) at the 7th International Biennial Exhibition of Prints and at the Art Museum Ohara, as well as first prize from the Ministry of Culture and Arts of Poland (1971).

In 1972 he traveled for the first time to the United States. In 1977 he moved to Teillé, France, and was awarded at the 14th Sao Paulo Biennale, and in 1985 became a French citizen. Between 1985 and 1990 he taught at the Summer Academy of Salzburg. In the following years Opalka exhibited on numerous occasions and received many awards, such as the National Painting Prize, Paris (1991), and the Special Prize of the Ministry of Foreign Affairs of Poland, Warsaw (1996). In 1992 he exhibited at the Musée of Modern Art de la Ville de Paris and in 1996 represented Poland at the Biennale of Venice. In 2002-2003 a great collection of his work was displayed in various European cities. In 2009 he was awarded the title of Chevalier des Arts et des Lettres in Paris, and the Gold Medal of Gloria Artis in Warsaw. Opalka dies in Chieti on August 6th, 2011. (Press release)




Werner Bischof
Fotografie 1934-1954


22 settembre 2017 - 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

Antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell'agenzia Magnum. La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l'artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato.

In essa si coglie l'originalità dello scatto che rivela l'occhio 'neorealista' di Werner Bischof. Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell'età dell'oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall'Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio. Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all'analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte. Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione. Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento. Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

Werner Bischof (Svizzera) ha studiato fotografia con Hans Finsler nella sua nativa di Zurigo presso la Scuola di Arti e Mestieri, poi ha aperto uno studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 è diventato un freelance per la rivista Du, che pubblicò i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943. Bischof ha ricevuto il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, Bischof ha viaggiato in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 ha fotografato le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, ha lavorato per Picture Post, The Observer, Illustrated, e Epoca.

E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai fondatori nel 1949. Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l'ha fatto apprezzare particolarmente dagli editori. Tuttavia, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Nell'autunno del 1953, Bischof creò una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti. L'anno successivo viaggiò in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, dove si occupava di fare un film. Tragicamente, Bischof è morto in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perse la vita in Indocina. (Comunicatop stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Guy Bourdin: In Between: 1955-1987 | Untouched: 1950-1955
15 ottobre - 12 novembre 2017
Galleria Carla Sozzani - Milano
Presentazione

Elliott Erwitt Personae
23 settembre 2017 - 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì
Presentazione

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata
23 giugno - 08 ottobre 2017
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione

La forza delle immagini. Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro
termina il 24 settembre 2017
MAST.Gallery - Bologna
Presentazione

Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione




Particolare della locandina della rassegna Xouthou il silenzio della città Xouthou: il silenzio della città
Atene, 18 settembre - 15 ottobre 2017
www.ilvicolo.com

L'artista Marisa Zattini parteciperà, insieme a Onorio Bravi, Silvano Barducci, Paola Campidelli, Donatella Franchi, Mauro Pipani, Anton Roca, Silvano Tontini, con altri artisti europei invitati da Dimitra Siaterli. Il progetto è nato intorno a via Xouthou, un'anonima strada ateniese che nel tempo ha visto spesso modificarsi la sua 'fisionomia', anche sociale. L'obiettivo è realizzare un racconto artistico che porti l'attenzione «sulla geografia scarsamente illuminata della zona - come la stessa via Xouthou - e le sue mutazioni nel tempo».

Parallelamente, in Germania, ad Aalen nel castello di Fachsenfeld (inaugurata il 9 luglio 2017, fino a domenica 29 ottobre 2017), prosegue la mostra Natura e figura a cura di Hermann Schludi. Marisa Zattini, invitata con Paola Campidelli e Giovanni Fabbri, è presente con n. 47 opere tratte dal ciclo Erbari e Mandragore. Le opere esposte entrano in emozionale dialogo con la suggestiva sede del Castello (XVI secolo), con la natura del paesaggio (un parco di oltre 7 ettari) e le opere d'epoca collocate nelle sale del Castello. (Comunicato stampa)




Vincenzo Cecchini - Inquadratura - olio e grafite su tela emulsionata cm.20x20 1972-73 Vincenzo Cecchini
Trittici" 1972/1975 & "Foto-Tracce 2015/2017


23 settembre (inaugurazione ore 18.00) - 25 ottobre 2017
Galleria Peccolo - Livorno

Vincenzo Cecchini (Cattolica, 1934), ha vissuto a Milano, Roma e Latina dove ha insegnato nei vari Istituti d'Arte. Tra il 1970 e 1975 è stato protagonista, insieme con altri pittori italiani, del rinnovamento per una nuova concezione della pittura che, in seguito, fu definita "Pittura Analitica". Recentemente la "Pittura Analitica" sta godendo della rivalutazione sia da parte della critica che del mercato, e le esposizioni su questo tema si susseguono tra Musei e Gallerie Italiane e Internazionali. Ma durante tutti gli anni Settanta la scena artistica internazionale era dominata dalla visione di un'arte detta Concettuale e della Performance o dell'Arte Povera: un fare arte che privilegiava, nell'operare artistico, l'effimero, la concezione filosofica e mentale o corporale dell'autore; ricusando come dogma l'uso dei materiali pittorici: la tela, il pennello e il colore.

In quegli stessi anni il medium fotografia andava assumendo un ruolo importante quale mezzo artistico di ricerca e Vincenzo Cecchini, da sempre appassionato sperimentatore sia in Pittura che nella Fotografia, ha indagato con i suoi lavori le possibilità di dialettica e di combinazione tra questi due mezzi artistici a lui congeniali. "Fotografo quello che dipingo e ridipingo ciò che ho fotografato" questo breve aforisma potrebbe essere lo slogan che accompagna tutta la produzione artistica di Cecchini, dalle prime opere Inquadrature e Trittici del 1972-75 fino alla recente serie di quadri Foto-Tracce e ai recentissimi Omaggio a Giorgio Morandi del 2015-2017; e in questa personale livornese sono esposte, in un confronto diretto, le opere significative dei due nuclei di lavori.

Con le Inquadrature e i Trittici del '72-75 Cecchini partecipava, durante gli anni Settanta, oltre che nelle mostre in Musei Italiani ed Europei dedicate alla "Pittura Analitica", anche alla mostra Aphoto che il prestigioso Studio Marconi di Milano nel 1977 dedicò ad artisti nel cui lavoro si incrociavano Pittura e Fotografia; tra i partecipanti: Agnetti, Paolini, Di Bello, ecc. A documentare la mostra un catalogo a cura della Galleria Peccolo che contiene una prefazione di Marco Meneguzzo, una selezione dei principali testi critici che negli anni hanno seguito lo sviluppo della sua opera a partire dal 1970 fino ai recenti esiti; con illustrate tutte le opere esposte in questa mostra-confronto. Sarà inoltre disponibile il recente Libro d'Artista Affinità Elettive creato da Vincenzo Cecchini con 13 poesie in dialetto romagnolo e 13 tavole a colori che riproducono disegni dell'autore. Il volume è edito dalle Edizioni Peccolo nella Collana "Memorie d'Artista". (Comunicato stampa)




Angelo Accardi - Misplaced - tecnica mista su tela cm.70x100 2016 Angelo Accardi. Lost and found
termina lo 04 novembre 2017
VS Arte - Milano
www.vsarte.it

Tele inedite di grandi, medie, piccole dimensioni che giocano sul costante dualismo fra reale e irreale, apparenza e significato, ricche di simboli e di visioni nascoste, sono esposte accanto a sculture e installazioni. Angelo Accardi, artista attento allo studio della società e dell'uomo descrive nelle sue opere squarci di vita quotidiana, di paesaggi urbani animati da presenze simboliche, soprattutto animali, che rappresentano le chiavi interpretative di realtà celate e sono testimoni della tensione e della paura caratterizzante l'epoca attuale.

Su sfondi di architetture estremamente realistiche, in abitazioni e musei come si osserva nelle nuove tele dei grandi cicli Misplaced, Blend e nei lavori creati ad hoc, compaiono struzzi dalle tonalità cromatiche accese, dal piumaggio verde, rosso, blu o giallo e rinoceronti che con un'apparente vena ironica si inseriscono in questi contesti. Guardandoli attentamente si percepisce, tuttavia, nel loro irrompere nelle scene, un pericolo e un disagio che rappresenta lo stato di agitazione e di irrequietezza nei confronti della contemporaneità.

Le opere d'impronta realistica, studiate nei dettagli e nella composizione, realizzate a tecnica mista con interventi di pittura gestuale, si soffermano sul rapporto con il tempo, dove il passato viene messo in costante confronto con il presente. Gli sfondi - architetture e stanze con citazioni di capolavori artistici di Velasquez, Picasso, Liechtenstein, Bacon che rimandano a periodi precedenti o di frames tratti da film famosi e di nicchia - rappresentano una sorta di stabilità, che viene turbata dall'arrivo di irriverenti animali, simbolo dell'epoca odierna. Talvolta s'incontrano anche altri elementi in connessione con il contemporaneo, personaggi pop o dei cartoons legati alla cultura di massa, come i Minions e i Simpson, che svelano con ironia le evoluzioni del linguaggio visivo.

Nei lavori di Angelo Accardi le presenze umane appaiono immobili, cristallizzate e in contrapposizione agli ingombranti pennuti in costane movimento, che osservano, analizzano e divengono i protagonisti della scena. Afferma il curatore Mimmo Di Marzio "Quella di Accardi è una pittura spiazzante, carica di evocazioni e citazioni, eppure fortemente intima. Le sue visioni surreali contrastano con il realismo della rappresentazione e rompono definitivamente quel confine tra realtà e fiction già messa in crisi dalla civiltà della rete". L'artista effettua un'operazione di decontestualizzazione, per cui l'animale selvaggio ed esotico è inserito in ambientazioni a lui estranee e allo stesso tempo viene provocato nel visitatore un effetto sorpresa che stimola le coscienze e invita a riflettere sulla quotidianità.

In mostra - a cura di Mimmo Di Marzio - si ammira inoltre una selezione di sculture e installazioni, realizzate con materiali differenti fra cui ferro, metallo, lamiera e plastica fusa, i cui soggetti sono nuovamente gli struzzi, che collocati accanto alle tele fanno le veci di sentinelle. Vengono dunque ricreate affascinanti situazioni di "opera nell'opera", dove la realtà espositiva riproduce ciò che è stato dipinto nella tela, generando un senso di straniamento nel visitatore che "perde e trova" il contatto con il mondo reale, un metaforico "lost and found".

Angelo Accardi (Sapri - Salerno, 1964) frequenta l'Accademia Delle Belle Arti di Napoli, periodo in cui realizza opere di matrice astratta. Agli inizi degli anni Novanta apre uno studio a Sapri ed inizia la ricerca sulla figurazione a sfondo sociale con le collezioni Human Collection e Misplaced, che diventa la sua cifra stilistica; nello stesso periodo è presente in gallerie prestigiose italiane ed estere. Il ciclo Human Collection, atmosfere ovattate dove le figure sono velate da una patina di umidità, segna un passaggio fondamentale del suo percorso artistico e sono esposte per la prima volta a Vancouver.

Successivamente 15 tele sono esposte in una mostra itinerante a Firenze, Innsbruck, Barcellona e Budapest. Nel 2006 partecipa a Shanghai a "Galleria Italia". Nel 2008 partecipa a importanti iniziative artistiche e le sue opere iniziano a essere apprezzate in Italia e all'estero. Nel 2011 lo storico dell'arte Marco Vallora, lo seleziona per la 54a Biennale di Venezia. Successivamente seguono numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero (Canada, Germania, Spagna) e ad oggi le sue opere sono trattate da gallerie nazionali e internazionali situate in città importanti come Ginevra, Londra, Lugano e Miami. (Estratto da comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Opera di Patricia Morosan Don't Forget Me Not
Ostkreuzschule Berlin, Seminar Linn Schröder

Photographs by Tina Bauer, Judith Horn, Diana Juneck, Ania Kaszot, Alexander Klang, Irina Kholodna, Gunnar Krüger, Carola Lampe, Patricia Morosan, Melina Papageorgiou, Linn Schröder, Jessica Wolfelsperger, Martina Zaninelli


termina il 14 ottobre 2017
Foto-forum - Bolzano
www.foto-forum.it

Il tempo non si riesce a fermare, neanche per un attimo, oppure sì? Gli antenati spirituali della fotografia sono l'eterna ricerca per fermare il tempo, l'attimo perso e la cattura del momento. Compiti ai quali la fotografia non si è mai sottratta e che continua a provare a soddisfare. Nel momento dello scatto la fotografia conferisce materialità ad un ricordo, là dove poco prima c'era solo la realtà. Cosa vogliamo però realmente ricordare? Cosa ci raccontano le immagini? Il limbo tra i ricordi e il tentativo di immortalarli in uno scatto sono il tema principale di questa mostra. La mostra prova a raccontare anche l'equilibrio precario tra passato e presente, tra ricordare e dimenticare e allo stesso tempo prova a tematizzare la nostalgia per l'attimo fuggente nella società. (Comunicato stampa)

__ DE

Zeit lässt sich nicht aufhalten, noch nicht einmal festhalten, oder doch? Die Sehnsucht nach der stillgestellten Zeit, der verlorene Augenblick und die Feier des Momentes waren die geistigen Paten der Fotografie. Und Fotografie nahm den Auftrag dankbar an. Sie mate- rialisiert den Augenblick zur Erinnerung, wo doch nur Realität war. Was aber erinnern wir wirklich? Was zeigen uns die Bilder? Die Kluft besteht fort und ist das Thema dieser Ausstellung. Sie beschreibt die prekäre Stellung der Fotografie zwischen Erinnerung und Wirklichkeit, zwischen Vergessen und Vergangenem. Und thematisiert ganz nebenbei die Wandlung von der Sehnsucht nach der stillgestellten Zeit zur Sehnsucht moderner Prägung. (Pressemitteilung)

__ EN

You cannot delay time, let alone stop it - really? The old longing to freeze time, to restore golden moments lost and to celebrate the here and now were the spiritual godfathers of this project in photography. A great challenge indeed - yet more than welcome. Photography freezes the moment in time, transforming it into lasting remembrances. But what do we really remember? What do pictures show us after all? The gap between golden moments lost and the here and now - which is the theme of this exhibition - cannot be bridged, however much we long for this to happen. The idea of this exhibition is to focus on the precarious position of photography in its balancing act between remembrances and reality, between oblivion and events in the past. Besides, this exhibition endeavours to point out the transformation of the old longing for immortalizing time into a longing for a modern and lasting imprint. (Press release)




Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini
termina lo 03 dicembre 2017
Museo Civico d'Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

I Musei Civici d'Arte Antica dell'Istituzione Bologna Musei, in collaborazione con il Dipartimento delle Arti - Alma Mater Studiorum Università di Bologna, promuovono la mostra Luigi Crespi ritrattista nell'età di papa Lambertini, la prima dedicata all'artista, letterato e mercante d'arte (1708-1779), figlio del celebre pittore Giuseppe Maria detto lo Spagnolo (1665-1747). L'esposizione, a cura di Mark Gregory D'Apuzzo e Irene Graziani, intende tributare un dovuto omaggio a questa poliedrica figura fra le più interessanti del panorama artistico e letterario del Settecento bolognese, in relazione al clima di rinnovamento culturale favorito dall'illuminata opera pastorale del cardinale Prospero Lambertini (1731-1754).

In stretti rapporti con Giuseppe Maria Crespi, l'ecclesiastico fu un fervido sostenitore del figlio secondogenito Luigi, del quale sostenne la carriera clericale nominandolo segretario generale della visita della città e della diocesi, canonico della collegiata di Santa Maria Maggiore ed infine, dopo l'elezione al soglio pontificio con il nome di Benedetto XIV (1740-1758), suo cappellano segreto. Allestita nelle splendide sale ambientate del Museo Davia Bargellini, dove sono esposte la pregevole quadreria senatoria di dipinti bolognesi dal XIV al XVIII secolo appartenuta alla famiglia Bargellini e una peculiare raccolta di oggetti di arte applicata, la mostra presenta il nucleo più significativo di dipinti di Luigi Crespi qui conservati, in dialogo con altre sue opere provenienti dalle Collezioni Comunali d'Arte e prestiti di altre importanti istituzioni museali cittadine e collezionisti privati, in un percorso antologico articolato in sette sezioni tematiche che, per la prima volta, consente di ricostruire le fasi più rilevanti della sua vicenda artistica.

Pur essendo soprattutto noto come autore del terzo tomo della Felsina Pittrice edito nel 1769, in prosecuzione dei due volumi pubblicati da Carlo Cesare Malvasia nel 1678, Luigi Crespi infatti ha percorso con successo anche la carriera artistica, avviata nella bottega paterna fra la fine degli anni venti e gli inizi degli anni trenta del Settecento. Un'attività che egli stesso, molti anni più tardi, nella biografia del padre (1769), sosterrà di aver svolto "per divertimento", per significare il privilegio accordato al prestigioso ruolo, assunto a partire dagli anni cinquanta, di scrittore e critico d'arte, che gli frutterà importanti riconoscimenti come l'aggregazione alle Accademie di Firenze (1770), di Parma (1774) e di Venezia (1776).

La sua produzione figurativa, in particolar modo quella rappresentata dal più congeniale genere del ritratto, rivela un autore sensibile al dialogo con la scienza moderna e con la libera circolazione delle idee dell'Europa cosmopolita. Nonostante l'impegno applicato anche all'ambito dell'arte sacra, cui Luigi si dedica almeno fino agli inizi degli anni Settanta, è soprattutto nella ritrattistica che egli raggiunge esiti di grande finezza ed efficacia, molto apprezzati dalla committenza. «Ebbe un particolare dono di ritrarre le fisionomie degli Uomini, e ne fece una serie di Ritratti di Cavaglieri e Damme», scrive infatti l'erudito del tempo Marcello Oretti, celebrandone l'abilità nell'adattare la formula del codice ritrattistico alle esigenze della clientela.

Come dimostrano il Ritratto di giovane dama con cagnolino, o i tre ritratti dei Principi Argonauti in origine nel collegio gesuitico di San Francesco Saverio, la pittura di Crespi junior, già addestrato dal genitore Giuseppe Maria ad un fare schietto, attento al naturale e al «vero», evolve verso un nitore della visione che risalta i dettagli, in un'analitica investigazione della realtà, memore di certi esempi virtuosistici (Balthasar Denner e Martin van Meytens) osservati nel 1752 durante un viaggio fra Austria e Germania, dove visita le Gallerie delle corti di Dresda e Vienna.

Dal confronto con il «grande mondo» - per utilizzare un'espressione di Prospero Lambertini - Luigi deriva la conferma della validità del genere del ritratto ufficiale, che gli consente di rappresentare i personaggi, qualificandone i gusti sofisticati, le abitudini raffinate, i comportamenti eleganti e disinvolti da assumere nella vita di società, dove si praticano i rituali di quella "civiltà della conversazione" che nella moderna Europa riunisce aristocratici e intellettuali in un dialogo paritario, dettato dalla condivisione di regole e valori comuni.

La prossimità con la cultura lambertiniana lo conduce inoltre a sperimentare, dapprima ancora con il sostegno del padre, poi autonomamente, nuove invenzioni compositive in cui lo sguardo incrocia i volti di individui del ceto borghese: talvolta sono gli oggetti a raccontare con la loro perspicuità di definizione la dignità del lavoro (Ritratto di Antonio Cartolari), altre volte sono invece i gesti caratteristici, l'inquadratura priva di infingimenti, la resa confidenziale del modello, quasi al limite della caricatura (Ritratto di Padre Corsini), a fare emergere il valore umano di quella parte della società, cui papa Lambertini riconosceva un ruolo fondamentale nella riforma dei rapporti con le istituzioni ecclesiastiche.

La mostra è accompagnata da un volume, il primo monografico nella bibliografia sull'artista, edito da Silvana Editoriale, corredato da un apparato iconografico che documenta la produzione ritrattistica, una presentazione di Massimo Medica e saggi di Gabriella Zarri, Giovanna Perini Folesani, Irene Graziani e Mark Gregory D'Apuzzo. Durante il periodo di apertura dell'esposizione, i Musei Civici d'Arte Antica organizzano un ciclo di conferenze per approfondire la conoscenza dell'opera di Luigi Crespi nella cultura artistica del Settecento. Gli incontri, gratuiti e aperti al pubblico fino a esaurimento posti disponibili, si tengono alle ore 17 nel Salone di Nomisma - Società di studi economici, al primo piano di Palazzo Davia Bargellini. (Comunicato Ufficio Stampa Bologna Musei)

___ Calendario delle conferenze

.. 11 ottobre 2017
Angelo Mazza, storico dell'arte, "La ritrattistica di Angelo Crescimbeni tra aristocratici, intellettuali, borghesi, artisti"

.. 25 ottobre 2017
Sandra Costa, Università degli Studi di Bologna, "I 'mondi dell'arte' in Francia nel XVIII secolo. Il ruolo del pubblico e dei conoscitori nel giudizio sulla pittura"

.. 08 novembre 2017
Giovanna Perini Folesani, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, "Luigi Crespi storiografo, mercante e artista, ovvero la resistibile ascesa di un avventuriero poco onorato"

.. 15 novembre 2017
Elisabetta Pasquini, Università degli Studi di Bologna, "Padre Giambattista Martini e il Settecento musicale bolognese"

.. 29 novembre 2017
Andrea Bacchi, direttore Fondazione Federico Zeri, "Sculture e scultori tra Roma e Bologna negli anni di Benedetto XIV Lambertini"




Opera di Michele Wable Opera di Nello Caruso Artistes d'Orient - Artistes d'Occident
termina il 30 settembre 2017
Spazio Studio49 VideoArte - Napoli
www.ilsemedinapoli.com

La mostra a cura della storica dell'arte dott.ssa Ilaria Sabatino e dell'artista Carole Le Pers vede la presenza di diversi artisti e diversi linguaggi d'arte (pittura, fotografia, incisioni...) che spaziano dal linguaggio figurativo all'astratto. Con l'artista Nello Caruso viaggeremo, attraverso una pittura dai toni classici, ma intrisa da una visione contemporanea, con delle forme geometriche precise, volute dallo stesso artista, quasi a creare una perfetta scenografia per la scena centrale, dai tratti surreali. L'artista Pascale Cerato, ci mostrerà delle opere dai colori vivaci e dalle forme astratte, sottolineando il contorno con delle linee scure, quasi ad evidenziarne i confini.

Altri due artisti dalle tecniche diverse, ma dagli stessi colori ed i tratti delicati, che sembrano quasi viaggiare in parallelo: l'artista Lea Rime, fotografa ed illustratrice, crea con l'ausilio di programmi digitali, immagini dagli effetti personali, uniche; l'artista Michéle Wable, artista eclettica, dalla pittura figurativa, ha deciso di avvicinarsi all'astrattismo creando con l'alternanza dei colori, dei tenui ricami. L'artista Carole Le Pers, con la sua L'automne des chats, dieci stampe su carta modigliani, eseguite con la tecnica della puntasecca e vernici ferromicacee su matrice in plexiglass, ci porterà in un'atmosfera dai toni "noir". Di Nilofar Mehrin ammireremo le opere dai toni e dai colori energici, con una particolare sensibilità ad ogni minimo dettaglio. (Comunicato stampa)




Opera di Anna Rita Alatan nella mostra Bisbigli del cuore alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Anna Rita Alatan. Bisbigli del cuore
termina il 28 settembre 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Anna Rita Alatan è nata e vive a Roma. Ed è proprio questo territorio sacro ed antico, pieno di intensa e romantica atmosfera umana ed artistica che le suggerisce le ispirazioni della sua creatività. La pittura è il suo amore, il suo sogno... la sua vita. Nei dipinti di Anna Rita colori forti, i simboli fantastici e le immagini misteriose esaltano le emozioni ed i sogni dell'artista, aspettano la chiamata dell'anima e trasmettono le gioie, i dolori e le consolazioni. Anna Rita comincia il suo viaggio con i sogni ed ogni viaggio artistico è ovviamente un percorso di trasmissione e chiamata, anzi una sublimazione della scoperta ed innovazione. Dipingere è inventare. La vera ricchezza dell'anima è avventurarsi in viaggi fantastici attraversando diversi paesi e culture.

Autrice e spettatrice al tempo stesso del breve gioco delle immagini che fioriscono e rapidamente dilagano in vistose macchie cromatiche concettuali con esiti di sicuro effetto. Anna Rita segue e insegue assorta le vicende dei personaggi da lei stessa plasmati. Non ci sono più barriere di cultura e storia perché le emozioni parlano la stessa lingua. Le piace presentare le sue opere a i popoli di diversi paesi e gode l'istante di dialogo spirituale. Essendo una donna, Anna Rita Alatan presta attenzione non solo ai dipinti, ma anche allo spirito, alla vita, alla civiltà umana... Dal 1970 le opere di Anna Rita Alatan sono state mostrate tramite diverse forme in diverse città del mondo come Roma, Parigi, Shangai, Pechino, New York, Vienna, Mantova, Trieste ecc... accrescendo la fama della pittrice a livello internazionale. Mi auguro che il viaggio artistico della Sig.ra Anna Rita Alatan vada sempre più lontano. (Prof. Tang Bin - Accademia Centrale di Belle Arti Pechino)




Opera di Lesley Foxcroft nella mostra alla Galleria A arte Invernizzi di Milano Lesley Foxcroft
termina lo 09 novembre 2017
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra personale di Lesley Foxcroft, in occasione della quale saranno esposte opere realizzate appositamente per gli spazi della galleria. Nella prima sala del piano superiore si trovano lavori in gomma industriale, quali Folds e Knotted, materiale relativamente nuovo per l'artista inglese, che tuttavia lavora da sempre con materie prime semplici e basilari dall'uso fondamentalmente quotidiano - quali carta, cartoncino e MDF. In queste opere come anche nell'istallazione "Eye level", presente nel secondo ambiente del piano superiore, Foxcroft utilizza un linguaggio essenziale e rigoroso per manipolare la materia e creare forme non comunemente ad essa associate.

La capacità di evidenziare delle caratteristiche del materiale meno note rispetto alle qualità che ne risultano evidenti dall'utilizzo quotidiano, appare evidente anche in Stacked o Milan corner e negli altri lavori esposti al piano inferiore della galleria e realizzati in MDF. Foxcroft riesce a combinare la flessibilità della materia prima in un equilibrio perfetto con la semplicità degli elementi funzionali - quali uncini, asole, morsetti o viti - tanto da creare una nuova entità, un nuovo insieme, che guida la percezione in modo nuovo, chiaro e logico-razionale. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)

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The A arte Invernizzi gallery will open on Thursday 21 September 2017 at 6.30 p.m. a solo exhibition of works by Lesley Foxcroft, with some pieces specially made for the gallery's spaces. In the first room upstairs there are works, such as Folds and Knotted, in industrial rubber, a relatively new material for the English artist, who has always worked with simple, basic raw materials of fundamental everyday use, such as paper, cardboard and medium-density fibre board (MDF). In these works, as well as in the "Eye Level" installation in the second room on the upper floor, Foxcroft adopts a strict, austere visual language to manipulate the material and create forms not normally associated with it.

The ability to bring out aspects of the material that are usually not found in its everyday use is clear to see also in Stacked and Milan Corner, as well as in the other works in MDF that are on show on the lower floor of the gallery. Foxcroft manages to combine the flexibility of the raw material in a perfect balance with the simplicity of functional elements - such as hooks, eyelets, clamps and screws - in such a way as to create a new entity, a new ensemble, that guides our perception in a clear new manner that is both logical and rational. On the occasion of the exhibition a catalogue will be published with illustrations of the works on display, a poem by Carlo Invernizzi and updated bio-bibliographical notes. (Press release)




Particolare dalla locandina della mostra Il paesaggio e le sue sfumature presso Il Salone dell'Arte di Trieste Il paesaggio e le sue sfumature
termina lo 04 ottobre 2016
Il Salone dell'Arte - Trieste

Rassegna d'Arte contemporanea di pittura e fotografia. Sette espositori locali con le loro opere promuovono questo evento. Per la pittura: Rita Marizza, Sergio Valcovich, Margherita Donnarumma, Flavio Busso, Mirella Granduc. Per la fotografia: Andrea Comari e Emanuela Sol. Presenta lo storico dell'arte Cristina Feresin.

Così scrive di questa collettiva nell'invito l'artista monfalconese Diego Valentinuzzi: «Pittura e poesia, scultura e poesia, fotografia e poesia sono tematiche comunicanti dall'immagine visiva oltre che dai segni dai colori o dalla luce, tutto ciò che sembra smarrito è solo momentaneamente scordato e l'arte con le sue infinite possibilità aiuta a scoprire le connessioni non ancora conosciute. Chi si esprime con il colore chi con la camera fotografica, tutto ciò non è altro che una necessità di comunicare. In questa rassegna otto artisti si confrontano in una tematica apparentemente semplice una tematica che interroga, dove solo occhi liberi per guardare riescono in questa impresa, lontano dalle turbolenze materialistiche che altrove ne sconvolgono l'anima. Ciò che colpisce di più è la proprietà armonica che unisce questi pittori i quali da solitarie esibizioni si trasformano in una potente voce unitaria. Dunque un augurio a voi tutti per un buon proseguimento nel variegato mondo dell'arte senza mai scordare le basi principali di un artista: essenza... presenza.»




Opera di Fabio Mariacci dalla mostra Il sogno di un assoluto astratto Il sogno di un "assoluto astratto"
Opera di Fabio Mariacci


termina lo 08 ottobre 2017
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

«Seguo da più di 20 anni il percorso artistico di Fabio Mariacci ma la sua prima mostra, "Croma", alla galleria tifernate "Il Pozzo" di Novello Bruscoli me la sono persa. Era il 1990 e vivevo ancora a Milano. Ho recuperato in seguito scrivendo su quasi tutti i suoi lavori. In cambio l'ho coinvolto in molte mie attività contigue e similari. Come le rievocazioni teatrali storiche di Montone, dove l'estro artigianale di Mariacci si sbrigliava in scenografie di straordinario impatto visivo. E il suo fondamentale apporto in quel progetto di funzionale utopia dell'arte contemporanea applicata che furono le Wunderkammer del 2007 e 2008 a Palazzo Vitelli a S. Egidio di Città di Castello. Conosco la sua versatilità che ha oscillato fin dagli esordi tra impostazione grafica e disegno, è ricorsa all'acquarello, all'olio, al bulino e anche alla matita grassa per le tante magnifiche litografie.

L'ultima è una veduta di Città di Castello presa dal Santuario degli Zoccolanti e iscritta tra le due gemme della Fondazione Burri: in primo piano gli Ex-Essicatoi del Tabacco e sullo sfondo il Museo di Palazzo Albizzini. Un omaggio schivo e sincero al reboante centenario burriano. A dispetto del talento figurativo, la ricerca formale di Fabio Mariacci si è sempre mossa in una dimensione di geometrica astrazione, con slittamenti impercettibili ma inesorabilmente decisi. Il ciclo di oggi appare un ulteriore e forse definitivo giro di boa. Mi sembra d'averlo colto nel colloquio con l'artista che ho trascritto a caldo.

"Ormai è come se avessi dipinto tutto e digerito quello che m'ha 'nutrito'. A 60 anni mi sento libero davanti al gesto creativo. Non m'arrovello più a perseguire un fine. Radiata la prospettiva (vera o finta che sia), eliminati i titoli, resta solo la data di realizzazione dell'opera. L'acrilico mi permette un'esecuzione istantanea e quindi lavoro sul rapporto spazio/colore alla ricerca di un'armonia che dovrebbe costruire un 'disordine ordinato'. L'equilibrio è affidato alla mia sensibilità. Ho anche inserito colori che non avevo mai usato: il nero che m'ero sempre vietato; i grigi che non consideravo tonalità cromatiche; l'esaltazione del bianco proprio in funzione del "non-dipinto". Come succede in una partitura musicale, lascio silenzi e pause di colore che stimolano l'occhio come l'assenza del suono tiene desto l'orecchio". Passo in rassegna i nuovi lavori.

Ritrovo nei cromatismi le amate pennellate "futuriste"; scopro inedite sagome romboidali formate da quattro tele accostate; scovo forme nello spazio del quadro che gli conferiscono lungo un asse diagonale un'accelerazione dinamica. E dopo l'accorato intento a vivere "la pura sensibilità dell'arte" e il sogno di un "assoluto astratto", la presenza in queste opere, inedita e prepotente del nero, m'accende in testa un nome: Malevic. Chi non ricorda i suoi neri monocromi targati 1913? E il proclama sulla poetica del Suprematismo che liberava l'artista "moderno" dalla schiavitù di un fine estetico e pratico dell'arte? Riflessioni che coincidono con quelle registrate sopra. Con una insignificante differenza, si parva licet. Che accanto a Malevic, nella Russia pre-rivoluzionaria, c'era quell'angelo folle e geniale del "compagno" Majakovskij (...). Fabio Mariacci purtroppo si deve accontentare del sottoscritto.» (Ivan Teobaldelli)




Matteo Tenardi
Luoghi Instabili | la deriva delle cose e il ciclo dell'acqua


termina il 28 ottobre 2017
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Matteo Tenardi (Castenuovo Grafagnana - Lucca, 1984) presenta un nuovo ciclo di opere di grandi dimensioni che creano scenografie estranianti e singolari, come sempre accade nelle sue esposizioni, accompagnate da una serie di progetti che sono essi stessi opere a sé stanti per la minuziosità dei dettagli e per la stratificazione concettuale con cui Tenardi comunica la profondità delle sue riflessioni sulle cose e sull'esistenza umana. E' l'artista stesso l'autore del testo di presentazione di questa mostra appositamente pensata e realizzata per gli spazi della galleria: "Per l'Uomo non esistono luoghi stabili, incorruttibili allo scorrere del Tempo, al divenire della Storia, ed è la mancanza di questa stabilità che rende lo Spazio un dubbio, un principio che va continuamente individuato e designato.

E' l'Instabile che governa il divenire e l'instabilità strutturale delle cose e che consegna alla realtà rovine, reperti, memorie fisiche ed oggettuali che fanno intravedere un Tempo puro e non databile. Cose, luoghi, case, montagne, pietre, elementi imperfetti generati dall'esistenza che li ha vissuti e trasformati, imprimendo nella loro forma il gesto dell'Uomo e dello scorrere del Tempo. L'uomo discende da una catena ininterrotta di antenati e il fatto che nasca senza volontà propria e senza autoconsapevolezza lo rende l'ospite casuale di un divenire incerto. Non resta quindi che scegliere di camminare in un Tempo puro, tra le brecce create dall'incuria ed accettare il senso delle Rovine. E' necessario vincere l'ostinazione e scegliere di contemplare il meccanismo inesorabile del ciclo idrologico all'interno del quale evaporazione, condensazione e precipitazione sono possibili soltanto grazie alla natura instabile dell'Acqua, elemento imprescindibile della Vita." (Matteo Tenardi, agosto 2017)




Mostre con opere di Roberto Re, Giovanni Trimani e Lucia Fiaschi alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Roberto Re | Giovanni Trimani | Lucia Fiaschi
termina il 28 settembre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

L'arte la più alta espressione della creatività umana, il linguaggio universale per raccontare l'essere umano. L'arte è ricerca esistenziale, si riferisce all'essere in generale, alle sue strutture immutabili, oggettive e reali, soggettive e personali, le stesse che compongono i suo mondo, l'universo. Tutto è fatto di idrogeno, l'elemento più leggero e il più abbondante nel tutto. La forma, contenitore organico o no, è costruita da questo generatore di acqua, di flusso, di vita. La materia, dunque, in ogni suo aspetto, è incostante, effimera.

Di tutto ciò narra l'arte di Roberto Re, impaziente ma costante poeta dei propri sentimenti, impegnato sempre nel tradurre, interpretare, illustrare le metamorfosi del mondo, quello interiore intimo e sacro, quello esteriore pubblico e profano. La leggerezza dell'essere è colta nel liquido amniotico della sua incessante nascita, la ruvidità della cosa è urtata e frantumata di continuo nella vana ricerca della forma perfetta. Ma l'artista non teme l'equilibrio precario della vita, lo accoglie e trasforma in un personale linguaggio estetico che non cerca nomi, personaggi, eventi, monumenti, ma cattura pazientemente e inavvertitamente la grande ed eterna energia dell'universo.

La stessa forza degli astri brilla nelle opere di Giovanni Trimani. Un caos geometrico, fumettistico, narrativo emerge dal chiasso di forme pimpanti, zigzaganti, pulsanti di colore e luce. Il tempo è fermo o, meglio, troppo veloce, il tempo delle stelle, che trasporta la nostra percezione con la velocità della luce nel continente Trimani, un concentrato di fantasia, la stessa materia di cui sono fatti i sogni. Allora sogniamo ad occhi aperti e riconosciamo la bellezza nei colori delle strade, nei grafiti dei muri, nelle luci del traffico, nella nostra vita che ora comprendiamo come gioco, come teatro, come un film che ci coinvolge tanto da farci perdere la cognizione del tempo e esso stesso. Pertanto il lavori di Trimani, sotto la lucida veste Pop, nascondono la spigolosità del cubismo, la deformità del manierismo, l'ironia del grottesco, la verità della realtà. L'intuizione di fare arte fingendo di creare una sua parodia richiede perciಠnon tanto un ottimo senso di umorismo quanto un sesto senso per la vera natura del mondo.

Una visione cosmica domina anche la creatività di Lucia Fiaschi. Il bagliore astrale e la cromica chimica universale pervadono ogni contenitore, immaginario e reale. Le figure sono mondi, i mondi sono esseri, il tutto e nel nulla e viceversa. La sensibilità femminile addolcisce del reale e trasforma la visione artistica in un giardino pieno di sole forme vive che si compenetrano e completano in un incessante crescere e fiorire, che riempie l'aria di musica. Le superficie più musive che pittoriche delle opere di Fiaschi sfoggiano un fiabesco e inesauribile sistema di elementi illustrativi che gli trasforma in arabeschi, ovvero nella complessa scrittura di una lingua estetica letta da molti ma raramente compresa. La narrativa visiva che abbiamo davanti non cerca di sfidarci o confonderci in un gioco intellettuale, ma si affida unicamente ai sensi e allo loro spontanea e sempre veritiera lettura. Si assiste a una metalessi pittorica che illustra il cortocircuito tra finzione e realtà, dove tutto appare familiare ma irriconoscibile, comprensibile ma enigmatico, confortante ma eccitante. (Denitza Nedkova)




Elisabetta Piu - Paesaggio italiano Salvatore Alessi - Limit - tecnica mista su tela cm 72x85 2017 Alberto Besson - Riflessi di luna - tecnica mista su tela cm.70x50 2000 Elisabetta Piu: In-Personale
Salvatore Alessi e Alberto Besson: Astrazione 2.0


termina il 24 settembre 2017
Galleria ItinerArte - Milano
www.zamenhofart.it

Entrambe le mostre esplorano, con freschezza d'ispirazione, eleganza e perizia di esecuzione, e soprattutto con estremo rigore di approccio, i labili territori di confine tra Pittura Analitica, Astrazione Geometrica e Astratto Informale, nella definizione di una possibile koinè della pittura astratta contemporanea capace di far tesoro dell'eredità del Novecento senza scadere nella pedissequa imitazione.

Maria Elisabetta Piu (Cagliari, 1957) architetto, inizia il percorso artistico diplomandosi al Liceo Artistico e frequentando alcuni corsi dell'Accademia delle Belle Arti di Roma. Nel 1980 si laurea alla Facoltà di Architettura di Roma, intraprende l'attività di progettazione e approfondisce le sue conoscenze sull'arte contemporanea. Il suo impegno nell'attività artistica cresce negli anni in un dialogo fecondo con la sua formazione professionale. Cerca un rapporto tra l'opera e il suo contenitore con una composizione modulare delle tele e con l'uso dei colori che inondano i quadri spezzando la monocromia delle superfici architettoniche che li accolgono.

Le sue opere di grande formato hanno un impatto grafico, dominano le pareti come fondali da percorrere. In quelle di minore dimensione il gioco cromatico racconta capitoli di vita, attimi, sensazioni; con l'espandersi, il concentrarsi, il rarefarsi, l'intensificarsi, accompagna l'osservatore a ripercorrere l'andamento delle emozioni dell'artista e lo stimolano a integrarle con le proprie quando il segno non è più esplicito e quasi scompare. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. Partecipa a mostre e Biennali in Italia e all'estero ed è presente in cataloghi e pubblicazioni d'arte.

Salvatore Alessi nasce in Sicilia (Mazzarino - Caltanissetta, 1953), dopo aver conseguito il diploma di maturità artistica presso il Liceo Artistico di Catania, si laurea in Architettura presso l'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma. Da sempre svolge la sua attività di ricerca artistica ed espositiva parallelamente a quella di architetto, partecipando ad un numero crescente di mostre e premi su tutto il territorio nazionale e all'estero, in spazi espositivi privati ed istituzionali.

Dopo un periodo di esperienze diversificate, Alberto Besson (Crema) si laurea in giurisprudenza alla Statale di Milano e superato un concorso pubblico, ottiene un impiego statale. Significativi riconoscimenti al Castello Sforzesco di Milano ed alla società Belle Arti di Torino, lo incoraggiano a continuare il proprio discorso artistico iniziato nel 1965. Gli anni '70 sono di grande fervore creativo, favorito dalla frequentazione degli ambienti artistici milanesi, parallelamente agli studi universitari. Tre le personali nel capoluogo lombardo in breve tempo e prime realizzazioni serigrafiche su lastre di alluminio e nuovi materiali plastici. Al suo attivo una quarantina di illustrazioni su volumi di racconti e poesie pubblicati da varie case editrici e oltre quattrocento le presenze dal 1970 in Gallerie d'Arte, Fondazioni e Musei in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Opera di Traversi Guerra nella mostra Vivide emozioni alla Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 di Milano Traversi Guerra: Vivide emozioni
termina lo 03 ottobre 2017
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

L'artista Traversi Guerra, pittrice e scrittrice, ha un animo sensibile, profondamente femminile nella sua accezione più intima ed è coniugabile con gli elementi della dolcezza, della raffinatezza e della fenomenicità, oltremodo riscontrabili nei singoli quadri, in ogni disegno e, in modo particolare, in ogni segno della collezione risalente all'ultimo anno. Traversi Guerra torna nel panorama milanese, in Brera, presso Galleria Statuto13, dove sono presentati i suoi nuovi lavori artistici più recenti. Se la precedente esposizione aveva l'intento di mostrare un percorso maturato durante la lunga carriera sia in Italia che all'estero, passando dalla figurazione iniziale e giungendo infine alla gestualità astratta; in questo nuovo progetto - a cura di Massimiliano Bisazza - ciò che è palese agli occhi del fruitore è l'elemento del processo trasformativo.

L'approfondimento che ne scaturisce viaggia su due fronti: quello tecnico/materico e quello segnico - seppur non tralasciando mai quello contenutistico, sempre molto intenso e vivido - che procedono seguendo un andamento binario molto fluido e spontaneo. Secondo un punto di vista strettamente tecnico infatti si denota un ormai definito connubio tra la pittrice e l'Informale astratto. Una conquista raggiunta nel corso degli anni, seguendo esperienze vitali e sensazioni mistiche, spirituali ed emotive molto personali. Mentre l'avvicinamento, il contatto con il "segno" è l'altro aspetto che caratterizza tutta la mostra e il momento più contemporaneo all'artista stessa. Si denota la gestualità istintiva con linee più o meno marcatamente materiche sulla tela o sulla tavola.

Le cromie che spiccano e che sono rappresentative di questo suo fecondo periodo creativo virano dai blu agli azzurri e dagli indachi ai viola. Colori ai quali è molto legata e che esprimono il suo umore, il suo stato vitale, la sua percezione filosofico-estetica dell'oggi, e perché no... di un divenire prossimo e mai così lontano. Invero nell'ultimo decennio la poetica si trasforma è trasformata da una sorta di "impressionismo floreale" in una sospensione mistica; dettata dal colore e dalle pennellate con ampie campiture. Essa si snoda in piccoli tocchi di cromie eleganti e flautate. (Comunicato stampa)




Opera di Umberto Chiodi nella mostra Impromptu allo Studio d'arte Cannaviello di Milano Umberto Chiodi: Impromptu
termina lo 07 novembre 2017
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Nella sua quarta mostra personale allo Studio d'arte Cannaviello, Umberto Chiodi presenta diverse tipologie di opere, che hanno caratteri polari e inscindibili, tutte realizzate tra il 2016 e il 2017. Sono presenti circa trenta disegni, di piccolo e grande formato (da 50x35cm. a 150x100cm.), una grande installazione a parete, composta da trenta assemblaggi della serie Generatori di vuoto, e un libro d'artista della serie Cavità. I disegni esposti sono realizzati con grafite, pastelli, china, acquerello e tempera su carta e cotone. In questa raccolta l'artista ricerca una sorta di "realismo primario", vicino alla scoperta e alla delineazione dell'archetipo, della metafora immaginale, partendo dal gesto grafico. I disegni sono presentati senza cornice per mantenere la peculiare leggerezza dell'oggetto.

Se la ricerca estetica di Chiodi va verso la proliferazione fantastica e mostruosa delle forme, questa è accompagnata da una forte attenzione critica nei confronti della società bulimica del consumo. Gli assemblaggi (dimensioni variabili) sono composti da materiali plastici, ferro, vetro ed elementi organici. Chiodi fa compenetrare frammenti di oggetti di uso comune e strutture organiche, creando una serie di ipotetici e paradossali strumenti che rimandano ad accessori di consumo o a feticci tribali antropomorfi. Queste sculture disposte a parete disegnano bizzarre "silhouette", che costellano la galleria con linee colorate fluttuanti.

Umberto Chiodi (Bentivolgio - Bologna, 1981) si è laureato all'Accademia di belle arti di Bologna nel corso di pittura. Ha esposto in Italia e all'estero in gallerie e musei. I suoi lavori si trovano in importanti collezioni private e pubbliche (Collezione Bertolini; Museo del '900, Milano; JP Morgan Chase Art Collection, New York). (Comunicato stampa)




Opera di Umberto Gervasi dalla locandina della mostra Opera di Raffaele Romano Umberto Gervasi | Raffaele Romano
termina il 20 ottobre 2017
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

Umberto Gervasi (Catania, 1939) è un siciliano, a Milano dal 1972. La mostra, curata da Carmelo Strano, si compone di una serie di sculture in argilla, anche colorata a ingobbio, e di alcune tele e carte dipinte ad acrilico. Pur non avendo fatto dell'arte la sua prima professione, l'amore e la pratica della scultura e della pittura lo accompagnano dalla fine degli anni Sessanta, con un'attenzione privilegiata su un repertorio di forme e di soggetti, affrontato con calore e vivacità narrativa e prelevato dalla vita quotidiana, dalle lotte degli umili, dall'epopea del lavoro, dal folklore siciliano. Questi ambiti d'interesse divengono infine la scena e i comprimari con cui articolare le tematiche che più lo interessano e che muovono dal suo profondo senso di compassione umana, di giustizia sociale e di fede politica.

Raffaele Romano (Comiso 1944) presenta una serie di recenti grandi disegni a carboncino (175x150cm., fino a 150x280cm.) e una serie di opere su tela (50x60cm.) che prendono spunto da Esopo, da Fedro e, come avviene per tutto il suo lavoro, dalla mitologia. Romano è un artista viaggiatore che ha speso la sua gioventù per le strade d'Europa sfruttando il sapere d'arte accumulato nelle botteghe siciliane e nella scuola d'arte e mestieri di Comiso, immagazzinando incontri ed esperienze poi riversati nella sua opera matura. Nel 1969 a Milano comincia a collaborare con la Stamperia Calcografica di Franco Sciardelli, con cui ha modo di lavorare ai torchi d'incisione e così, oltre ad arricchire la propria opera con questa tecnica, arriva a collaborare stabilmente con artisti quali Eugenio Tomiolo e Fausto Melotti. Nelle opere in mostra, a cura di Gianluca Ranzi, il mito, l'enigma, il lavoro agreste, sono all'origine di figure arcaiche e suggestive, selve di segni rapidi e incisivi, animali fiabeschi, angeli musicanti e contadini trasognati. (Comunicato stampa)




Levi van Veluw - The monolith - wood, black ink 2016 - Archive Photo Daniel Canogar - Gust - led screen, electronic components, metal structure Baptiste de bompourg - FLOW - contextual glass installation made from car windscreens, 4,3x16x8m 2013 - Art Center Oeil de Poisson - Québec - Canada Tensioni Strutturali #3
Daniel Canogar | Baptiste Debombourg | Levi Van Veluw | Zimoun


23 settembre (inaugurazione dalle ore 18.00) - 22 dicembre 2017
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La trilogia Tensioni Strutturali è stata articolata come un progetto organico suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra di loro, che sono state presentate gradualmente negli spazi della galleria. La prima mostra, realizzata a febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell'individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker. La seconda mostra, inaugurata a novembre 2016, analizzava le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione attraverso i lavori di Davide Dormino, Diamante Faraldo, Andrea Nacciarriti, Marzia Corinne Rossi e Aeneas Wilder.

In quest'occasione viene presentata la mostra che chiude la trilogia in cui le installazioni site specific di Daniel Canogar, Baptiste Debombourg, Levi Van Veluw e Zimoun - a cura di Angel Moya Garcia - si interrogano sui processi entropici dell'ambiente quotidiano. L'entropia viene designata generalmente come la tendenza intrinseca a un sistema di prendere irreversibilmente parte del proprio ordine o delle proprie qualità, mentre nella teoria dell'informazione viene associata a quanto è d'impedimento alla chiarezza e univocità di un determinato messaggio.

Una tendenza all'irregolarità, a un apparente disordine in cui forse si cela un equilibrio nascosto, benché complesso e difficile da capire, che può fornire delle indicazioni sulla realtà quotidiana. In questo processo caotico, l'individuo si trova spesso smarrito e prova a resistere a tutto ciò che sfugge dal proprio controllo ideando etichette, classificazioni o categorizzazioni per provare a contrastarlo e per dotarsi di un sistema rigido di controllo che possa, in un certo modo, garantire una serenità e una stabilità fisica e psicologica. In quest'ottica, l'ultima parte della trilogia viene sviluppata dai quattro artisti invitati come un'analisi dei processi entropici che sovrastano la nostra quotidianità e dei possibili tentativi di instaurare un ordine, elaborando una tassonomia dei componenti della realtà per suggerire una possibilità di assetto stabile o, in ultima analisi, per trascurare consapevolmente questo intento.

Dai fenomeni naturali e atmosferici agli stati emotivi e psicologici, dai processi storici sulla simbologia di determinate forme agli studi sui ritmi meccanici e funzionali, la mostra si articola come un momento di verifica per misurare il grado di disordine presente, le possibilità di trovare un equilibrio e l'accettazione, attraverso la constatazione empirica, del fatto che le configurazioni "disordinate" sono le più probabili. Una serie di lavori, infine, che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle possibilità di costruire una narrazione stabile e solida, ma che allo stesso tempo ci chiedono fino a che punto dovremmo proseguire quella ricerca invece di lasciarci andare nell'inesorabile fallibilità delle nostre sicurezze.

In particolare, nella prima sala, Daniel Canogar (Madrid - Spagna, 1964) realizza un'ambientazione in cui un'animazione generata da un algoritmo reagisce in tempo reale alle precipitazioni, registrate attraverso diverse pagine web, delle 195 capitali riconosciute dall'Onu. Uno schermo scultoreo realizzato con dei LEDs flessibili e in grado di adattarsi e distorcersi alle caratteristiche specifiche dell'architettura che lo cir-conda fa pulsare continuamente la stanza. Attraverso la connessione a Internet percepisce, registra e riformula fenomeni planetari difficilmente prevedibili che sono oltre la portata delle nostre capacità sensoriali e che, tuttavia, sono vitali per la nostra sopravvivenza come specie.

Nella seconda sala, Levi Van Veluw (Hoevelaken - Olanda, 1985) presenta un'installazione in penombra, claustrofobica e immersiva in cui si evince un'esplorazione sui temi scuri della paura, della solitudine, dell'ordine e della perdita di controllo. Un lavoro che manifesta una ricerca sulla nozione di perfezione all'interno di una struttura sistematica e ordinata e, contemporaneamente, evoca la tensione sottostante tra il nostro desiderio di un universo regolato e l'impossibilità razionale del controllo totale. Al suo interno, una sedia e una scrivania alludono ad un protagonista assente che tenta maniacalmente di avere il controllo dell'universo attraverso la classificazione di determinati materiali e che, tuttavia, diventa inevitabilmente frustrato davanti alla pluralità di forme inerenti alla materia che lotta per dominare.

Nella terza sala, Baptiste Debombourg (Lione - Francia, 1978) presenta un'installazione realizzata con legno verniciato e vetro laminato infranto la cui formalizzazione fa riferimento al simbolismo, al movimento e alla tensione della forma ellittica. In particolar modo l'artista richiama la rottura che rappresentò l'ellisse come nuova forma ispirata e collegata all'eliocentrismo, alla scoperta di Copernico sulla posizione dei pianeti nell'universo e il loro movimento intorno al sole, in contrasto con la rappresentazione circolare vincolata al sistema geocentrico. All'epoca, la perdita della visione antropocentrica abbatteva definitivamente tutte le certezze dell'uomo, costringendolo a rivedere la sua posizione di "centralità", la sua sicurezza di supremazia, ben inserita all'interno di un ordinato progetto divino, e determinava la nascita dell'uomo moderno complesso, dubbioso, sfaccettato, disgregato, frantumato e privo di solide convinzioni.

Infine, nell'ultima sala, Zimoun (Berna - Svizzera, 1977) esplora il ritmo meccanico, la tensione tra i modelli ordinati del modernismo e la forza caotica della vita, trasmettendo una profondità istintiva attraverso il ronzio acustico dei fenomeni naturali. L'utilizzo volontario di titoli che descrivono le sue opere semplicemente come un elenco dei materiali e delle componenti meccaniche utilizzate, provoca che le sue sculture sonore richiedano all'osservatore un ulteriore sforzo di immaginazione, rendendolo attivamente partecipe nel completamento dell'opera stessa. Allo steso tempo, l'utilizzo di componenti semplici e funzionali, come oggetti industriali di uso quotidiano, li rende estremamente vicini, trainanti e affascinanti. Un connubio di articolati congegni meccanici e suono in cui l'unica certezza è che non potremmo mai sapere razionalmente e presumibilmente cosa accadrà. (Estratto da comunicato stampa)




L'obiettivo di John Phillips sul mondo.
Dalla guerra mondiale alla nascita della Repubblica italiana.
Fotografie 1937-1946


termina il 17 ottobre 2017
Biblioteca Nazionale Universitaria - Torino

L'Associazione Archivio Storico Olivetti, in collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Torino, presenta una mostra di fotografie originali di John Phillips che raccontano la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica Italiana. John Phillips (1914-1996), considerato il fondatore del foto-giornalismo, è stato un autentico cittadino del mondo. E' presente con la sua macchina fotografica nei più disparati angoli del mondo in tanti momenti topici della storia. Tra il 1936 e il 1949 lavora come inviato della rivista "Life" e le sue foto scattate in luoghi e momenti cruciali per le vicende mondiali sono vere e proprie icone della storia del Novecento.

Nel 1938 a Vienna racconta al mondo l'Anschluss; nel 1943 diventa corrispondente di guerra e segue le operazioni in Nord Africa e Medio Oriente; fissa l'immagine del vertice tra Churchill, Roosevelt e Stalin; Fotografa Tito e i suoi partigiani in Jugoslavia; è testimone della Polonia devastata, di Roma liberata e del faticoso cammino dell'Europa verso la pace. Lasciata "Life", dal 1950 John Phillips opera come fotografo indipendente. Non sono più i tempi eroici del fotoreporter di guerra, ma il suo obiettivo è sempre attento a cogliere i momenti decisivi, a fissare con le immagini i costumi e i cambiamenti della società. Il titolo del suo libro, Free spirit in a troubled world, pubblicato postumo, riassume il senso della sua vita e delle sue foto. Fotografie - èstato detto - che si guardano come si sfoglierebbe un libro di storia.

La società Olivetti nel 1986-1989 dedicò a John Phillips un'ampia mostra itinerante. Di queste foto, l'Associazione Archivio Storico Olivetti presenta oggi un'accurata selezione centrata sul decennio 1937-1946: immagini scattate in Europa e nel mondo che presentano scene di ordinaria vita quotidiana e scene drammatiche negli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra. La mostra è arricchita dal servizio inedito che Phillips realizzò a Roma, nel giugno 1946 all'indomani del referendum che decretò la nascita della Repubblica Italiana; vi ritroviamo De Gasperi, Togliatti, Nenni, Gronchi, e molti altri politici.

Il percorso fotografico si completa con una selezione di documenti e pubblicazioni d'epoca provenienti dagli archivi della Biblioteca Nazionale. Tutte le fotografie esposte sono originali conservati a Ivrea dall'Associazione Archivio Storico Olivetti, a cui Tim e Olivetti hanno affidato un patrimonio archivistico che comprende quasi mezzo milione di foto. Con questa mostra l'Associazione Archivio Storico Olivetti avvia un processo di valorizzazione dei fondi di fotografia, con l'obiettivo di portare a conoscenza del grande pubblico documenti e immagini della storia industriale, sociale e culturale del nostro Paese anche attraverso la straordinaria esperienza olivettiana. (Comunicato stampa)




Opera di Nicoletta Bagatti Opera di Giuseppe Polizzi Opera di Andrea Giovannini Eridiania
termina lo 01 ottobre 2017
SpazioArte Prospettiva16 - Boretto (Reggio Emilia)
www.circolodegliartisti.re.it

Dall'antico nome del Fiume Po (Eridano), un'esposizione collettiva che intende esplorare i tanti linguaggi artistici che trovano origine "dal" e "nel" territorio di appartenenza. Luoghi, atmosfere, personaggi, bestiari, storia, tradizioni, attualità, curiosità tra la Via Emilia e il Po, perché a volte non serve andare lontano per trovare ciò che si cerca. La mostra - curata da Gaia Bertani e Nicla Ferrari - promossa dal Circolo degli Artisti di Reggio Emilia e da Kairos art & projects, in collaborazione con SpazioArte Prospettiva16, con una presentazione dello storico dell'arte Giuseppe Berti, ospita le ricerche di diciannove pittori, scultori e fotografi iscritti al Circolo degli Artisti (Marco Aduini, Francesca Artoni, Nicoletta Bagatti, Alberto Bertolotti, Federico Bianchi, Lucio Braglia, Flavio Bregoli, Massimo Canuti, Emanuela Cerutti, Andrea Giovannini, Susy Manzo, Luigi Marmiroli, Epifanio Mestica, Silva Nironi, Eugenio Paterlini, Oscar Piovosi, Giuseppe Polizzi, Giovanni Sala, Claudio Salsi), unitamente a due invitati (Antonella De Nisco, Riccardo Varini).

«Con questo evento - spiegano le curatrici - si intende porre l'accento sulla straordinaria influenza che il territorio di appartenenza può esercitare sulla formazione dell'individuo, contribuendo a forgiare una precisa identità artistica. L'artista, come un Argonauta, può cercare e trovare il proprio Vello d'Oro, ovvero la propria fonte d'ispirazione, laddove per altri non esiste magia, anche tra le pieghe di un territorio apparentemente insipido ma in realtà assai fecondo ed ospitale, abitato fin dalle civiltà più antiche e ricco di storia, generoso in fatto di tradizioni e di cultura, di eccellenze produttive e creative». (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine opera di Mauro Molinari nella locandina della mostra Textures al Museo Diocesano di Velletri Mauro Molinari: Textures
termina lo 08 ottobre 2017
Museo Diocesano di Velletri (Roma)
www.mauromolinari.it

La mostra, a cura di Sara Bruno e Claudia Zaccagnini, intende essere uno sguardo retrospettivo al ciclo di lavori che ha occupato gli anni 1990-2006; lavori nati da una predilezione familiare per i tessuti e diventati fonte di una complessa rielaborazione pittorica. La mostra si svolge in occasione della donazione al Museo Diocesano di Velletri da parte dell'artista di 6 sculture lignee ricoperte di carte dipinte, che rappresentano delle pianete con i loro preziosi tessuti sacri. La ricerca artistica di Mauro Molinari (Roma) è contrassegnata da cicli diversi come quelli dedicati alla pittura scritta, ai libri d'artista, alla reinterpretazione degli antichi motivi tessili, e nell'ultimo decennio al racconto della città e della sua caotica umanità.

«Le opere di Mauro Molinari sfiorano, richiamano e rielaborano l'antica tradizione manifatturiera caratterizzata da un lungo, sapiente e faticoso lavoro di trama e ordito. Il paziente lavoro delle mani che realizzano e creano meraviglie in tessuto testimonia da sempre la perizia e la preziosità dei paramenti liturgici che sono poi realizzati, indossati e spesso donati alle cattedrali come segno del passaggio di Vescovi-Cardinali; segno tangibile della loro presenza nella diocesi ma anche della bravura degli artigiani che ne hanno permesso la creazione. Un'idea immanente di bellezza che attraversa i secoli mantenendo immutata la sua importanza e il suo splendore. La pianeta o casula è da sempre legata alla celebrazione eucaristica del presbitero: è una veste sacra nata come mantello da viaggio chiamato paenula o casula.

Accompagna quindi il viaggio della vita del presbitero in tutte le celebrazioni e nell'immaginario collettivo è immediatamente identificata con la sua figura. Le pianete di Mauro Molinari rievocano tutto questo pur non essendo state tessute; hanno una staticità, data da un materiale vivo come il legno e hanno la leggerezza e la fragilità conferite dalla carta. Si posizionano nell'ambiente del museo come opere d'arte ma anche come testimonianza liturgica e umana. La prima è data dal tipo di indumento, immediatamente riconoscibile e riconducibile al momento della celebrazione eucaristica, la seconda è data dalle ferite che ogni pianeta porta con sé.

Ogni pianeta è diversa ed ognuna si carica di una ferita e di un significato moderno, a volte terribile perché legato alla sofferenza e al sangue. La riproduzione in carta delle preziose lavorazioni antiche si unisce indissolubilmente al dolore cui ogni oggetto è legato. Le ferite sono tangibili e visibili così come la bellezza dell'opera e convivono insieme nel tempo e nello spazio. Il percorso del museo diocesano si arricchisce di opere contemporanee che richiamano il passato in un dialogo continuo, cui fanno da eco anche la devozione e la vita liturgica legata alla città tutta. Vita e morte si accompagnano e restituiscono la storia della liturgia sacra e quella carica di dolore dell'umanità; umanità viva come il legno e fragile come la carta delle opere senza tempo di Mauro Molinari.» (Sara Bruno)

«Spesso negli intrecci dei fili della memoria, riemergono con casuale riproposizione, magari stuzzicati da sensazioni tattili o odorifere, alcuni momenti di vita vissuta apparentemente smarriti in qualche recondito bugigattolo della nostra mente. Accade così che l'improvvisa scintilla, che innesca ricordi e sensazioni, diventi il motivo ispiratore nella creazione artistica. (...) L'artista, cresciuto tra vigogne, pregiatissime sete e lucenti damaschi, ha fatto dell'indagine sul tessuto uno dei punti di forza del suo percorso creativo. Colpito dalle infinite possibilità geometrico-lineari offerte dai molteplici decori, che lo hanno sollecitato a non lasciare mai la sicurezza della linea tracciata (Molinari è uno di quegli artisti che fa del disegno il fondamento di qualsiasi suo pensiero inventivo), ha trasfuso nell'arte contemporanea una tradizione iconografica più che millenaria.

Egli analizza le architetture decorative ripercorrendo a tratti la storia di un gusto ma anche eviscerando la sua valenza spirituale e sacrale. (...) Le limpide trasparenze dell'acquarello assecondano, sulla superficie piana, lo sbocciare di fiori e il germogliare di mitici esseri viventi dalle gole aperte, urlanti afone elegie, figlie di un tempo trascorso, tra silenziose corrispondenze e ritmiche partiture. Tuttavia, all'apparente leggerezza cromatica dei pattern, Molinari contrappone un segno grafico tormentato nel quale, l'ininterrotta sequenza primitiva, che percorre agilmente la stoffa, diviene un incerto tracciato, fatto di ritorni e lievi asperità. Introduce negli antichi modelli le sue Variazioni e la superficie dipinta diviene luogo di un'incessante frammentazione della forma.

Caratterizza lo spazio pittorico come un hortus conclusus nel quale, la disgregazione delle silhouette zoomorfe e fitomorfe, rivela le sue tracce qui e là, in un apparente caos segnico. (...) L'artista elabora con la forza del colore, insinuando nelle compassate iconografie le sue inquietudini e la sua commozione. Carica di rosso i contorni, sottolineando con vigore i punti nevralgici del Giardino Spagnolo - omaggio al lampasso - e lo popola di immoti volatili applicati al dettato maggiore. (...) Punteggia con frenetico lavorìo la lotta tra uccelli rapaci e draghi, metafora dell'infinito avvicendarsi di luce e tenebre, di bene e male, risalendo agli antichi bestiari ed infondendo loro nuova vita. La ricerca di Mauro Molinari si muove tra rigore semantico e ribollimento emozionale. Non mancano nel suo dettato creativo spunti di stilizzazione che quasi toccano le vette dell'astrazione, come quando si interessa ai tessuti-corteccia dell'Oceania, offrendo, mediante lo spunto etnografico, leggeri itinerari grafici tra delicate intonazioni cromatiche.

Quando nel 1998 inizia ad elaborare il progetto delle Pianete (Stellae errantes), l'artista sviluppa un percorso nel quale abbina lo studio della forma plastica immersa nello spazio alla suggestione estetica. (...) Al contempo, trasforma il paramento sacerdotale non soltanto in scultura lignea ma in ieratica presenza. E se da un lato recupera la tecnica usata da Mastro Guglielmo nella croce dipinta di Sarzana (1138) e, al posto della pergamena, incolla sul legno la carta atta a ricevere sinopia e pittura, dall'altro conferisce alla sua creazione una concettualizzazione simbolica. La pianeta, nella sua accezione di veste rituale nella celebrazione della messa cattolica, diviene fulcro visivo ma anche luogo che custodisce.

Non a caso il termine casula con cui è anche conosciuta e che sembrerebbe derivare da "casetta" (Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XIX, 24) esprime quella protezione che può dare un ambiente familiare. Avvolgendo il celebrante nelle sue soffici pliche, accoglie la presenza divina e la riflette, nella sua abbagliante bellezza, all'assemblea dei credenti. (...) Molinari somatizza in una sagoma lignea la sofferenza patita dal Cristo. Gioca sul contrasto tra tessuto e forma ma anche sulla simbologia del colore in funzione rituale.

Egli imprime ad ogni scultura un volto, estratto dagli antichi armadi delle sacrestie ma, con vigore e drammaticità, mediante il suo gesto creativo, punta all'essenza profonda del mistero divino, alla ricerca di un sentimento universale. Attraverso l'indagine sul tessuto, nella sua lunga e prolifica ricerca, Mauro Molinari ha operato una sintesi culturale tra Oriente e Occidente e riportato in vita, con la sua personalissima visione, le trame di una storia antica come il mondo, un intreccio di fili, tra sacro e profano.» (Alla ricerca del sincretismo iconico-cromatico, di Claudia Zaccagnini - Velletri, giugno 2017)




Andrea Gnocchi - Piazza Duomo - Milano cm.80x180 Andrea Gnocchi: #Instacity
termina il 15 ottobre 2017
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

"La rappresentazione pittorica della città nella storia dell'arte ha assunto ruoli diversi. Per esempio nel Quattrocento è stata sfondo della scena umana e divina per esaltare il potere religioso e politico. Nel Settecento la sua raffigurazione spesso documentava il viaggio prima dell'invenzione della fotografia. Nel primo Novecento i centri urbani venivano dominati da prospettive aeree in un tripudio di dinamicità, tecnologia e positività per poi veder spegnere ogni esaltazione alla fine dello stesso secolo, quando la città diventa luogo di alienazione, di vita sopraffatta dal cemento indisciplinato e irrefrenabile delle costruzioni e custode di cattedrali industriali abbandonate. Della città, di questo paesaggio antropizzato, dove la natura addomesticata e la progettazione umana hanno avuto il sopravvento sulla scelta abitativa della popolazione mondiale, Andrea Gnocchi ha scelto di farne un suo racconto contemporaneo.

Si è cimentato in un'impresa difficile quanto mai necessaria per esprimere quel cambiamento di inizio del terzo Millennio che porta a una nuova visione del paesaggio urbano ormai definito metropolitano e cosmopolita. La sua ricerca pittorica l'ha portato ad una sintesi rappresentativa in cui domina un concetto di tempo, di segno attraverso la luce, di struttura e di racconto socio-politico della città che passa attraverso una visione iconografica. Potremmo definirlo un architetto del pensiero, il costruttore di una mappa concettuale del territorio dell'uomo contemporaneo che trova i suoi punti nevralgici nella permanenza illuminante di alcune costruzioni simbolo (...)" (stralcio dal testo critico a cura di Melina Scalise).

Una ricerca quanto mai attuale perché oggi qualunque città ha ormai individuato una serie di luoghi e architetture simbolo, elementi di identificazione di una nazione, di un popolo, di una cultura. La mostra a Spazio Tadini presenta l'ultima produzione di Andrea Gnocchi e dei suoi riflettori puntati sulle città. La mostra è realizzata in collaborazione con Casa D'arte San Lorenzo.

Andrea Gnocchi (Gallarate - Varese, 1975) inizia la sua formazione artistica nello studio del padre, anch'egli pittore. La sua vocazione lo spinge ad intraprendere un percorso di studi professionale prima con il Liceo Artistico, poi con l'Accademia di Belle Arti di Brera diplomandosi nel corso di Decorazione con una valutazione di 110 e lode. Dopo varie esperienze di lavoro decide di dedicarsi a tempo pieno alla professione artistica come pittore. Dal 2001 inizia a collaborare con diversi mercanti d'arte che divulgano i suoi lavori tramite esposizioni e fiere. La notorietà sempre crescente e il suo successo professionale lo rendono presto interessante anche per le gallerie d'arte nazionali e internazionali, che ne prendono la rappresentanza e lo espongono in mostre collettive e personali. Questa nuova fase professionale lo mette in contatto con importanti firme della critica e il suo lavoro viene esposto in ambiti sempre più prestigiosi. Oggi, diversi lavori di Andrea Gnocchi sono presenti in collezioni pubbliche e private in Italia e all'Estero. (Comunicato ufficio stampa Melina Scalise)




Opera dalla mostra The Bike Connection The Bike Connection
Dario Pegoretti - Brooks England con video e performance di Shaun Gladwell


termina il 30 settembre 2017
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

Contaminazione tra mondo dell'arte e delle due ruote, in collaborazione con il celebre telaista Dario Pegoretti e la storica azienda Brooks England Ltd che, dal 1866, produce prestigiose selle in cuoio. L'esposizione, oltre ad essere l'occasione per rendere omaggio alla bicicletta che compie 200 anni dalla sua invenzione, nasce in realtà da una serie di coincidenze che hanno coinvolto in particolare due artisti: l'australiano Shaun Gladwell e l'americano Jacob Hashimoto, entrambi legati per ragioni diverse alla bici, sia come mezzo di trasporto che come vera e propria icona di lifestyle. Marco Meneguzzo, autore del testo che accompagna la mostra, ben descrive con queste parole la genesi del progetto: (...) Che Hélène si sia spostata in un luogo apparentemente poco glamour non sorprende... ma è il luogo stesso che fa da catalizzatore di persone dotate di fiuto speciale: a pochi passi dalla galleria si apre una porta che conduce a quella che era una vecchia officina, e che vuole mantenere l'immagine della vecchia officina, pur essendo all'avanguardia nel suo settore, che vuole mantenere ristretto, governabile da un singolo uomo e dalle sue mani.

E' la bottega, l'officina, l'antro di "Pegoretti", Dario Pegoretti, assemblatore e soprattutto pittore di biciclette la cui "livrea" è unica, esemplare per esemplare (...). Per questo si sono trovati. Per questo si fa una mostra in galleria di telai di biciclette e di accessori (complice la passione di Jacob Hashimoto, artista nuovaiorchese con la mania della bici, che di Pegoretti sapeva tutto, e ne parlava con una strana luce negli occhi), perché l'interesse per il materiale è qualcosa di molto vicino all'amore per la materia tipico degli artisti. In mostra, oltre alla bicicletta disegnata da Jacob Hashimoto e realizzata da Dario Pegoretti, il video dell'australiano Shaun Gladwell, - intitolato Reversed Readymade - dove l'artista collega uno dei lavori più conosciuti dell'arte moderna Ruota di Bicicletta di Marcel Duchamp, 1913, alle evoluzioni contemporanee su biciclette BMX.

La famosa forma disfunzionale del primo ready-made: ruota di bicicletta, forcella e sgabello è qui svincolata dal suo "valore simbolico" e acquisisce un "valore d'uso" e nuova funzione attraverso le abili manovre del performer. Come dichiara lo stesso Gladwell "Ci sono solo una manciata di atleti e acrobati che avrebbero tentato un 'giro' sulla Ruota di bicicletta di Duchamp e meno ancora quelli in grado di manovrare questa scultura". L'investigazione dello spazio ha portato Gladwell a cimentarsi via via con differenti formati video, sperimentando il multicanale e utilizzando superfici architettoniche come aree di proiezione. Questo lavoro è studiato per essere fruito anche tramite la cosidetta "realtà aumentata", attraverso l'uso di appositi visori in grado di coinvolgere totalmente lo spettatore con una prospettiva a 360°.

Shaun Gladwell sarà presente il giorno dell'opening per eseguire la performance su BMX: Study of stillness and balance. A completare il sodalizio tra mondo dell'arte, del design e della bicicletta - protagonisti indiscussi di questa mostra - c'è la collaborazione con Zanotta, ditta fondata nel 1954 e da sempre riconosciuta come una delle maggiori aziende della storia del design italiano. I visitatori avranno l'opportunità di guardare il video di Shaun Gladwell da una prospettiva insolita grazie a Sella, seduta d'eccezione concepita nel 1957 dalle menti di Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Una vera e propria sella da bicicletta montata su un tubo di acciaio sostenuto da un pesante basamento a calotta semisferica, capace di un "equilibrio dinamico". Nato come "sgabello per telefono", e per posture inusuali e sedute occasionali, al di là della dichiarata allusione al mondo ciclistico (il colore rimanda a quello della maglia del vincitore del Giro d'Italia), l'oggetto riprende il sedile del mungitore, con un unico appoggio a terra.

Dario Pegoretti (1956) è un costruttore di biciclette italiano che attualmente lavora a Verona, negli spazi riqualificati delle ex officine ferroviarie Galtarossa. È considerato uno dei grandi costruttori contemporanei di telai in acciaio e un pioniere della saldatura TIG. Pegoretti utilizza solo l'acciaio e l'alluminio per creare i suoi telai, utilizzando tubi da Excel, Dedaccia i e, più di recente, Columbus. I suoi modelli attuali includono il Responsorium, Day is Done, Big Leg Emma, Mxxxxxo, Duende, Luigino, Love #3, e 8:30. Ha appreso le tecniche da Luigino Milani, costruttore esperto che era anche suo suocero. Pegoretti ha progettato e costruito telai che sono poi stati utilizzati da famosi ciclisti quali: Miguel Indurain, Marco Pantani, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, Mario Cipollini e Andrea Tafi tra gli altri. Ha iniziato come appaltatore, creando telai che venivano successivamente etichettati da altri produttori fino a che il distributore americano Gita non lo convinse a costruire sotto il proprio nome.

Brooks England Ltd opera nel settore della produzione di selle per biciclette da oltre un secolo. Nel 1865 John Boultbee Brooks partì da Hinckley a Leicestershire, con poco più del suo nome, della sua ambizione e 20 sterline in tasca. Si diresse verso Birmingham, dove solo un anno più tardi fondò la sua impresa che produceva imbragature e articoli in pelle per cavalli. Dodici anni dopo, a seguito della morte del suo cavallo, John Boultbee Brooks prese in prestito una bicicletta per un suo viaggio di lavoro. Brooks era davvero entusiasta delle potenzialità di questo nuovo mezzo di trasporto, ma il suo essere seduto su una scomoda sella in legno non lo convince e si ripromise di fare qualcosa. Nell'autunno del 1882 aveva già depositato il primo di una lunga serie di brevetti per una sella di bicicletta in pelle.

A seguito di questi suoi nuovi disegni, la società si ampliò rapidamente producendo molti altri nuovi prodotti per il ciclismo, tra cui: abbigliamento sportivo, robusti bagagli, ma anche una vasta gamma di borse da ciclismo. Con l'aggiunta di questi nuovi prodotti, Brooks si è affermata come punto di riferimento per la qualità e lo stile, divenendo quindi la key word per delineare beni artigianali per il ciclista contemporaneo che sono conosciuti ancora oggi. Nel 2002 l'azienda è stata acquisita da Selle Royal S.p.A., un gruppo internazionale con sede in Italia e da allora è sotto la nuova direzione mantenendo però i propri impianti di produzione in Inghilterra. Non seguendo la strada di altri produttori britannici, Brooks ha prosperato: raddoppiando la propria forza lavoro e aumentando il suo fatturato annuo. La fabbrica di Smethwick, a pochi chilometri dalla sede originaria fondata da John Boultbee Brooks, ospita la forza lavoro qualificata che continua ad utilizzare la stesse macchine tradizionali, alcune delle quali risalgono agli anni '40 e '50. (Comunicato Ufficio Stampa Studio la Città)




Opera dalla mostra 10 anni in Galtarossa allo Studio la Città di Verona 10 anni in Galtarossa - Misura del tempo
Foto di Michele Alberto Sereni


termina il 30 settembre 2017
Studio la Città - Verona

Era il 12 maggio del 2007 quando Hélène de Franchis inaugurava la nuova sede espositiva di Studio la Città: uno spazio di 900 metri quadrati nel complesso delle ex-officine ferroviarie in Lungadige Galtarossa 21, a Verona. Sono già passati 10 anni dalla mostra inaugurale intitolata ...e ricomincio da tre, a cura di Luca Massimo Barbero e per questo il prossimo 16 settembre Studio la Città riaprirà la nuova stagione espositiva, celebrando il suo decimo anniversario con una rassegna fotografica di Michele Alberto Sereni che documenta e ricorda quasi tutte le inaugurazioni e gli eventi che, dal 2007 ad oggi, si sono succeduti fuori e dentro "le mura" della galleria.

La mostra è accompagnata da un catalogo con introduzione di Hélène de Franchis e testo di Marco Meneguzzo e vuole essere al contempo un momento di "festa" da condividere con amici, collezionisti, artisti e tutte le persone del mondo dell'arte che negli anni hanno collaborato e frequentato la galleria. L'esposizione sarà un percorso attraverso i momenti più significativi degli ultimi 10 anni, un lungo tragitto durante il quale Hélène ha avuto quasi sempre come compagno di viaggio Michele Alberto Sereni, fotografo d'arte per eccellenza.

Così scrive di lui e dei suoi lavori, il curatore Marco Meneguzzo: (...) Dire di chiunque "è un fotografo", implica sapere che cosa sia e cosa definisca un fotografo. Un tempo era tutto più facile, perché un fotografo era qualcuno che faceva fotografie in maniera professionale (...). Ecco allora che affermare "Michele Alberto Sereni è un fotografo" non è più così scontato, se non altro perché implica un rimando storico a una definizione dura a morire, ma che non risponde più alla realtà dei fatti. Dunque, Sereni è un fotografo alla maniera "classica", "all'antica" (avremmo mai pensato di usare questi termini per la fotografia, solo un paio di decenni fa?...) perché risponde esattamente a quei due requisiti che hanno determinato il momento aureo della fotografia: il "documento" e "l'istante".

Michele Alberto Sereni (Pesaro, 1958) nel 1974 lavora come tecnico di stampa in camera oscura per lo sviluppo e la stampa del bianco e nero. Successivamente fa ricerca e sperimentazione nell'ambito della fotografia, lavori culminati nella collaborazione come fotografo di scena con la compagnia teatrale "Il Labirinto" di Pesaro, e con la realizzazione delle mostre: nel 1985 Oltre la scena, prolunga menti dell'evento teatrale al teatro Rossini, Pesaro; nel 1986 Polifemi nel teatro comunale di Novafeltria; nel 1987 13 fotografie a casa Tabanelli Riolo Terme; nel 1990 Farfalle d'Italia con il WWF al Palazzo Ducale di Pesaro; la partecipazione nel 1991 alla mostra Paesaggi a cura di Andrea Del Guercio e Alessandro Pitrè al Convento dei servi di Maria, Monteciccardo; nel 1996 Società Rutrale nel Municio di Colbordolo.

Nel 1987 apre uno studio fotografico a Pesaro ed inizia a lavorare come fotografo a livello professionale, negli ambiti dell'industria e dell'editoria. Nel 1991 cura il coordinamento e la realizzazione del reportage fotografico per il PrixItalia della RAI svoltosi a Pesaro e Urbino. Nel 2004-2007 ha curato la catalogazione dei beni artistici dei musei civici di Pesaro, casa Rossini, Pesaro, Fondazione cassa di risparmio di Pesaro. Tra le sue principali esposizioni recenti invece, sono da citare le mostre: Sconfinati nel 2017 alla Rocca Roveresca di Senigallia; Hema la Principessa indiana nel 2016 a Studio la Città, Verona; nel 2013 La Dilatazione del Tempo, a cura di Ludovico Pratesi, Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro e, nel 2011 la mostra curata da Luca Massimo Barbero al MACRO di Roma. (Comunicato Ufficio Stampa Studio la Città)




Viktoria Binschtok - Bulb - 2017 Viktoria Binschtok
termina il 14 ottobre 2017
foto-forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Cosa trasportano immagini alle quali manchi qualsiasi rimando a fonte, luogo e motivazione dello scatto? E' questo il tipo di situazione creato da Viktoria Binschtok. L'artista ci pone di fronte a un mix selvaggio di excerpta decontestualizzati, che compongono una realtà figurativa immanente e lasciano il resto al nostro apporto cognitivo. Ora con forza, ora sottovoce questi cluster visuali mostrano la loro inquietante affinità, alla base della quale vi sono il calcolo di una macchina e l'incalcolabilità del gesto artistico. Le fotografie, accuratamente riallestite e che sempre rinviano a immagini esistenti, in virtù della loro parvenza artificiale si sottraggono a una semplice collocazione nei generi correnti: tagli e sovrapposizioni tra più livelli dell'immagine ed elementi che conducono oltre i suoi confini catturano le nostre abitudini di osservazione forgiate dagli schermi e le trasportano nello spazio off line.

Nature morte o snap shot, immagini professionali o amatoriali, private o pubbliche: tutti i filtri sono ridotti a zero. Reti di informazioni visive ci distolgono temporaneamente dal nostro pensiero lineare, attirandoci in un confronto eccitante con un medium che non solo viene da tempo strumentalizzato in senso politico, ma che è diventato il metro di ognuno di noi in una cultura della valutazione permanente. E' la valuta in continua crescita nel commercio dell'attenzione, ma il suo sottotesto è quello di sempre: tutto potrebbe essere stato così, o in modo del tutto diverso.

Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali e collettive, in questi ultimi anni, tra le altre: Pinakothek der Moderne, Munich; C/O Berlin; KW Institute for Contemporary Art, Berlin; Fondazione Prada, Milan, Italy; Centre de la Photographie Genève, Switzerland; pier24, San Francisco, USA; Museum Folkwang, Essen; Centre Pompidou, Metz, France; Schirn Kunsthalle, Frankfurt am Main; Heidelberger Kunstverein, Heidelberg; Georgian National Museum, Tbilisi, Georgia, The Krasnoyarsk Museum Center, Siberia; Kunstverein Göttingen; Museum der Bildenden Künste Leipzig. (Comunicato stampa)

_ DE

Was transportieren Bilder, denen jegliche Hinweise zu Quelle, Ort und Motivation des Festgehaltenen fehlen? Eine solche Situation schafft Viktoria Binschtok. Sie konfrontiert uns mit einem wilden Mix entkontextualisierter Versatzstücke, die eine ganz eigene bildimmanente Realität konstruieren und überlässt den Rest unserer kognitiven Leistung. Mal laut, mal leise demonstrieren diese visuellen Cluster ihre unheimliche Verwandtschaft, der die rechnerische Leistung einer Maschine und die Unberechenbarkeit einer künstlerischen Geste zu Grunde liegt. Die präzise re-inszenierten Fotografien, die stets auf existierende Bilder verweisen, entziehen sich durch ihren artifiziellen Schein einer simplen Einordnung in gängige Genres - Anschnitte, Überlappungen mehrerer Bildebenen und über Bildgrenzen hinausführende Elemente greifen unsere screen-basierte Sehgewohnheit auf und überführen diese in den Offline-Raum.

Still-Life oder Snap-Shot, Profi- oder Amateurbild, privat oder öffentlich: alle Filter sind auf Null gesetzt. Vernetzte visuelle Informationen lenken uns für den Moment von unserem linearen Denken ab, zugunsten einer lustvollen Auseinandersetzung mit einem Medium, das längst nicht nur politisch instrumentalisiert wird, sondern zur Messlatte jedes Einzelnen in einer Bewertungskultur geworden ist. Sie ist die stetig steigende Währung im Handel um Aufmerksamkeit, doch ihr Subtext ist der alte: Es könnte alles so, oder ganz anders gewesen sein. Viktoria Binschtok lebt und arbeitet in Berlin.

Ihre Arbeiten wurden in zahlreichen Einzel- und Gruppenausstellungen gezeigt, in den letzten Jahre unter anderem: Pinakothek der Moderne, Munich; C/O Berlin; KW Institute for Contemporary Art, Berlin; Fondazione Prada, Milan, Italy; Centre de la Photographie Genève, Switzerland; pier24, San Francisco, USA; Museum Folkwang, Essen; Centre Pompidou, Metz, France; Schirn Kunsthalle, Frankfurt am Main; Heidelberger Kunstverein, Heidelberg; Georgian National Museum, Tbilisi, Georgia, The Krasnoyarsk Museum Center, Siberia; Kunstverein Göttingen; Museum der Bildenden Künste Leipzig. (Pressemitteilung)

_ EN

What do images communicate without any indication of the source, location, or the motivation behind what has been captured in them? Viktoria Binschtok achieves just such a situation, confronting us with a wild mix of decontextualized components that construct a reality all its own immanent to the image and leaving the rest to our cognitive abilities. Sometimes loudly, sometimes quietly, these visual clusters demonstrate their uncanny affinity based on the calculations of a machine and the incalculability of an artistic gesture. The precisely re-staged photographs, which always refer to already existing images, refuse to be easily classified in standard genres by their artificial appearance-cuts, overlappings of several visual layers, and elements that go beyond visual borders take up our screen-based habits of vision and move them to an offline space.

Still life or snapshot, professional or amateur photograph, private or public: all filters are turned off. Networked visual information distracts us for a moment from our linear thinking in favor of a pleasurable engagement with a medium that for a long time now has not only been instrumentalized politically, but has become a yardstick for all of us in our culture of instant evaluation. It is the currency in the attention business, always rising in value, yet its subtext is an old one: It could all be this way, but it could also be entirely different. Viktoria Binschtok lives and works in Berlin.

Her works have been presented both in numerous solo and group exhibitions, in recent years a.o. at Pinakothek der Moderne, Munich; C/O Berlin; KW Institute for Contemporary Art, Berlin; Fondazione Prada, Milan, Italy; Centre de la Photographie Genève, Switzerland; pier24, San Francisco, USA; Museum Folkwang, Essen; Centre Pompidou, Metz, France; Schirn Kunsthalle, Frankfurt am Main; Heidelberger Kunstverein, Heidelberg; Georgian National Museum, Tbilisi, Georgia, The Krasnoyarsk Museum Center, Siberia; Kunstverein Göttingen; Museum der Bildenden Künste Leipzig. (Press release)




Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli: Opera su carta
termina il 24 settembre 2017
Chiesa di San Giuseppe - Sassoferrato

Nunc videmus per speculum et in enigmate... aveva detto San Paolo. Vediamo come attraverso uno specchio e sotto forma di enigma. Un giorno vedremo in verità e splendore. Ma intanto, che fare? Se il mondo visibile è lo specchio del mistero, come può la poesia in parole o la poesia in figura (ut pictura poesis, vale ancora e varrà sempre l'antica equivalenza, questo catalogo ce ne fornisce persuasiva testimonianza) come può la poesia sciogliere l'enigma? O, per meglio dire, come può tentare di avvicinarsi alla soluzione dell'enigma? Aprite un qualsiasi manuale di storia dell'arte e vi accorgerete che i modi tentati dai pittori per attraversare lo specchio paolino sono innumerevoli; dai grafiti rupestri del Sahara agli sberleffi Dada, dagli affreschi di Piero della Francesca ai sacchi di Burri.

Non è dato a nessun artista, sotto il cielo, sciogliere l'enigma ma nessuno merita l'arduo e scomodo titolo di artista se non ci prova. Paolo Gubinelli ci ha provato e ci prova con ascetica pazienza ma anche (mi si perdoni l'ossimoro) con una specie di furiosa determinazione. Cosa sono le sue ermetiche carte trasparenti, le sue criptiche incisioni, le sue piegature esatte melodiose e misteriose, simili ai segni che le onde lasciano sulla sabbia? Sono icone del disordine (Venturoli) o piuttosto di un ordine sepolto che un giorno ci sarà dato comprendere? Sono i crittogrammi di un alfabeto incognito che allude ai segreti della "razionalità induttiva" (Argan). Oppure sono, le carte di Gubinelli, i segni di "un poeta nel tempo della povertà", come ha detto con una bella immagine Carmine Benincasa? Io non so rispondere. So però che - se privilegio e destino dell'artista è auscultare il mistero del mondo e mettere in figura le chiavi della interpretazione possibile - Paolo Gubinelli è un artista vero. (Antonio Paolucci, febbraio 2004, Ed. Nuova Grafica Fiorentina)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in italia e all'estero. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni. In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale.

Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. (Comunicato stampa)




Opera di Gabriella Lupinacci "10.1 Una serata in..."
fine agosto-settembre 2017
Casina di Caccia Borbonica - Ficuzza (Palermo)
www.studio71.it

Il percorso della mostra giunge nella prestigiosissima Casina di Caccia Borbonica di Ficuzza (Palermo) proveniente dal palazzo della Cultura di Mistretta, dal Castello Beccadelli di Marineo e da altre emergenze architettoniche della Sicilia. La mostra come si è detto nasce da una serata trascorsa in un ristorante di Marineo nel quale un gruppo di artisti si erano dati appuntamento per scambiarsi gli auguri di Natale, cenando e scherzando in modo molto goliardico, come accade sempre meno frequentemente, purtroppo. La scelta fu presa e si decise di realizzare una mostra itinerante facendo si che, se non è più l'appassionato d'arte ad andare per mostre, ma sono gli artisti ad avvicinare le opere al pubblico, spesso distratto. L'arte è come una creatura, bisogna averne cura, sempre, accompagnandola affinché cresca bene nello spazio della mente a Lei riservato e molto frequentemente inutilizzato.

Scrive Vinny Scorsone nel suo racconto "Aspettando che spiova" che accompagna le opere in catalogo: "(...) La pensilina di un portone mi diede un temporaneo riparo. La pioggia continuava a cadere copiosa. Mi guardai intorno. La pulsantiera del citofono era illuminata. Era ancora una di quelle pulsantiere "umane", con scritti in evidenza i nomi degli occupanti gli appartamenti. Tanto per occupare il tempo, cominciai a leggerli: Antonella Affronti, Alessandro Bronzini, Sebastiano Caracozzo, Aurelio Caruso, Elio Corrao, Giuseppe Gargano, Gabriella Lupinacci, Sara Mineo, Franco Nocera. Cinzia Romano La Duca e Manuela Seicaru (...) La pioggia finalmente concesse una tregua ed io uscii dal mio riparo occasionale. Mi voltai verso il palazzo e lo guardai. Guardai le sue finestre; alcune erano illuminate, altre invece buie e mute... Abbandonai quegli amici involontari fatti solo di lettere. La città mi fagocitò nuovamente con i suoi edifici..." Mi sovvenne un pensiero su quei nomi della pulsantiera, ma erano tutti quelli di Marineo, quelli che hanno interpretato le opere nelle quali è presente un aspetto di "una serata in..." dipingendo magari anche qualche "stranezza". Sì, erano lì per la mostra. (Comunicato stampa Galleria e Biblioteca d'Arte Studio 71)




Guy Bourdin

In Between: 1955-1987

termina l'11 ottobre 2017

Untouched: 1950-1955
14 ottobre (inaugurazione ore 15.00-20.00) - 12 novembre 2017

Galleria Carla Sozzani - Milano
www.galleriacarlasozzani.org

La Fondazione Sozzani presenta due mostre del fotografo francese Guy Bourdin con una selezione di fotografie vintage e moderne a cura di Shelly Verthime: In Between e Untouched. Considerato uno dei più importanti fotografi della seconda metà del ventesimo secolo. Guy Bourdin, grazie a un trentennale rapporto con Vogue Francia, ha posto le basi per un cambiamento radicale nelle convenzioni della fotografia di moda. Ispirato dal Surrealismo, è stato in grado di creare un mondo fantastico che ha raccontato con una visione straordinaria. Mentre i suoi primi lavori sono tradizionalmente noti per l'intensità dei suoi colori, le due selezioni di Shelly Verthyme: In Between e Untouched, sono in bianco e nero, e mettono in evidenza un aspetto meno conosciuto del suo lavoro, anche se metà dei suoi scatti di moda e dei lavori commerciali erano in bianco e nero. Queste prime fotografie possiedono quelle stesse qualità grafiche ch e si sarebbero poi evidenziate nelle sue fotografie di moda, e confermano indirettamente come già agli inizi Bourdin sia stato maestro di sofisticata sensibilità visiva.

Untouched presenta 30 rare fotografie d'epoca dal 1950 al 1955. Philippe Garner, vicepresidente del dipartimento di fotografia di Christie's, nel suo saggio scrive: "... queste fotografie gettano una luce sui primi anni determinanti del processo creativo di Bourdin". Questa mostra, inedita, coincide con la presentazione del libro dallo stesso titolo. Shelly Verthime, racconta il processo di scoperta: "Una scatola Kodak di colore giallo, un tesoro trovato nell'archivio, pieno di buste di carta marrone che contenevano ciascuna un negativo e il relativo pro vino catalogate all'esterno, spesso con indicazioni per il taglio. Questi provini sono rimasti inediti per cinquant'anni, come intimi, personali e autentici riflessi degli ampi orizzonti visivi di Guy Bourdin prima ancora di iniziare la sua carriera nella moda."

In Between presenta circa 20 eccezionali fotografie di moda degli anni 1950-1987, molte delle quali non sono mai state viste o mostrate dopo le loro prime pubblicazioni. Questa selezione mostra i momenti decisivi del lavoro di Guy Bourdin con Vogue Francia e l'universo visionario che ha creato dal suo primo leggendario servizio "Chapeaux Choc", pubblicato nel febbraio 1955, fino al 1988 quando ha ottenuto il premio ICP Infinity Award, NY. Bourdin poteva ricreare una teatrale mise en scene anche in epoca pre-digitale con un drammatico gioco di luci e ombre e uno stile squisitamente intimo e personale. Negli anni Cinquanta Guy Bourdin è stato il primo fotografo di moda a dare più importanza all'immagine che al prodotto.

Guy Bourdin (1928-1991) pittore autodidatta e fotografo, ha vissuto e lavorato a Parigi. Venne introdotto alla fotografia durante il servizio militare, come fotografo aereo. Negli anni Cinquanta conobbe Man Ray, che scrisse per lui l'introduzione del catalogo della sua prima mostra nel 1952. La sua carriera continuò per oltre tre decenni, dagli inizi degli anni '50 fino alla fine degli anni '80, con gli scatti più famosi per Vogue Francia e per Charles Jourdan. Il suo nome è noto in tutto il mondo e il suo lavoro è presente in numerosi musei, in particolare Tate Modern e Victoria & Albert Museum, Londra, Galerie Nationale du Jeu de Paume, Parigi, National Gallery of Victoria, Melbourne, National Museum of China, Pechino, e Getty Museum, Los Angeles. (Comunicato stampa)




Locandina Todi Festival Immagine opera di Marco Tirelli dalla locandina della mostra Marco Tirelli: Senza Titolo
termina il 26 ottobre 2017
Galleria Bibo's Place - Todi
www.bibosplace.it

Esposto un insieme di opere basate sulla luce e sull'ombra, ovvero in esse la definizione dello spazio e della forma avviene attraverso un utilizzo parossistico di questi elementi e la realtà affiora dal buio come un'apparizione. Ci dice Tirelli stesso a questo proposito: "Il buio è inquadrato da una scelta, una selezione... è un magma e la realtà che si rivela per apparizione è l'eternizzazione di un momento guardato. La realtà dell'immaginario diventa cosa, è tutto ciò che la mente vuole vedere." L'esposizione si tiene in occasione del Todi Festival, per cui Tirelli ha realizzato a quattro mani con Robin Heidi Kennedy il manifesto dell'edizione di quest'anno, e contestualmente ad una seconda mostra organizzata dal Comune di Todi nelle proprie sale espositive, dove saranno presentate tele di dimensioni monumentali. (Comunicato stampa)




Locandina mostra Arte tra scrittura e segni "Arte tra scrittura e segni"
Libri d'artista di Francesca Cataldi


termina il 30 settembre 2017
Associazione Culturale "la roggia" - Pordenone

Anche per l'edizione 2017 del Festival del Libro pordenonelegge.it l'Associazione Culturale "la roggia" di Pordenone, in collaborazione con la Biblioteca Civica, organizza una mostra dedicata al Libro d'Artista. Francesca Cataldi da 40 anni (dalla fine degli anni settanta) realizza libri d'artista servendosi di materiali disparati: in carta, in vetro, in piombo, in fili di rame, in cemento, in ardesia, in resina; ci sono anche alcune cose realizzate in fili di catrame all'epoca delle proiezioni sugli edifici di Pordenone in occasione di Liber/azioni nel 1982. Da anni tiene in Germania Seminari sul Libro d'Artista e per l'Università di Stoccarda ha realizzato un imponente Libro dal Faust di Goethe.

Per la stessa Università sta preparando un lavoro sul Paradiso di Dante di cui si prevede l'esposizione in Germania dal prossimo mese di ottobre e che l'Artista intende presentare a Pordenone, in anteprima, a settembre, in occasione della mostra. Tra le altre opere significative, anche un'interpretazione di Lo Cunto delli Cunti di Giambattista Basile che potrebbe essere presentato in mostra se si verificassero le condizioni necessarie per l'allestimento di un manufatto di notevole dimensione. Contemporaneamente alla mostra nella sede dell'associazione, sarà allestito un particolare segmento comprendente alcuni fogli dell'interpretazione di Francesca Cataldi del Paradiso di Dante (rivisitato in libro d'Artista e già previsto per la mostra di novembre in Germania) da esporre in specifiche teche nell'atrio della Biblioteca Civica di Pordenone, dal 5 al 20 settembre 2017.

Nella Saletta "T. Degan" della stessa Biblioteca Civica, alle ore 18,00 del 5 settembre 2017, si terrà una conversazione a cura di Enzo di Grazia e Francesca Cataldi sulla mostra e, più in generale, sul libro d'artista. L'iniziativa prenderà il titolo di Trasumanar dai versi significativi del primo canto (Trasumanar significar per verba / non si poria; però l'essemplo basti / a cui esperïenza grazia serba.) come riferimento alla creatività artistica ed all'approdo (trasumanante) all'opera finita. (Comunicato stampa)




Konrad Mägi
10 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma

In concomitanza con l'avvio del Semestre di Presidenza Estone dell'Europa, la prima ampia mostra europea - a cura di Eero Epner - su Konrad Mägi (1878-1925), uno dei maggior artisti del Novecento estone. Per il pubblico italiano Mägi sarà una clamorosa riscoperta perché questo artista, singolare per vicende personali e per la sua pittura, è certamente tra i più "eccentrici" protagonisti dell'arte europea nel fatidico ventennio intorno alla Prima guerra mondiale. Per molti versi Mägi resta un artista e un uomo difficile da collocare negli "ismi" di quegli anni. Si confronta con tutti, nelle sue opere ne sfiora alcuni, l'Espressionismo fra tutti, ma non ne fa proprio nessuno. Così come non si appiattisce, pur amandola, sulla tradizione artistica estone.

E' un artista originale, unico nel panorama continentale del momento. Anche perché del tutto personale era il suo approccio con la pittura, arte con la quale si misurò per meno di un ventennio, a partire dal 1906 quando, abbandonata la scuola a San Pietroburgo si rifugiò alle Isole Åland, in quella che era una specie di comune di musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi. Poi il soggiorno a Parigi, quello in Normandia e, ancora, in Norvegia. Uomo fortemente irrequieto, problematico, instabile, Mägi torna in Estonia a partire dall'estate del 1912. Qui fu uno dei rifondatori di Scuola d'Arte di Pallas, che diventa un campus per decine di artisti.

L'ambiente naturale di Saaremaa, dove soggiornò per periodi alle terme, risultò straordinariamente consono alla sua pittura. A stimolarlo non era la visione romantica, sentimentale della natura ma la percezione del paesaggio, di boschi, prati e acque colti come potente sintesi di bellezza e potenza. Pochi anni e Mägi viene colto da nuova irrequietezza e, ai primi del 1920, ricomincia a peregrinare in Europa. Visita Venezia, Capri e Roma. Il sole, la luce, i colori del Mediterraneo sembrano catturarlo ma l'artista continua a misurarsi con i problemi di una complessa vicenda umana, in costante difficile equilibrio.

La morte prematura arriva nel 1925, a concludere una esistenza intensa, complessa e magmatica e difficile. Mägi, che era un uomo distinto, molto attento alle forme, elegante, si descrisse come un nano soffocato dalla solitudine: incapace di fare nulla se non prendere un pennello. Puntando sul colore per dipingere quadri che dovevano trasmettere allegria, positività, gioia, annullando la paura del passare del tempo e il dissolversi della bellezza. Ed è proprio il colore la principale cifra dell'opera di Mägi. Colori brillanti e potenti. Si tratta dei paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e affascinanti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




___ Locandine

Circeo Film Arte Cultura
Rassegna a San Felice Circeo (Latina), 23-26 agosto 2017
Locandina

Animavì Festival Internazionale del Cinema d'animazione poetico
Pergola (Pesaro-Urbino), II edizione, 13-16 luglio 2017
Locandina

Dalla meccanica all'elettronica - Lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti
Mostra al Campus Luigi Einaudi di Torino (21 novembre - 03 dicembre 2016), nel programma della Settimana della Cultura d'impresa.
Locandina

On the road
Mostra alla Galleria PioMonti Arte contemporanea di Roma (giugno-luglio 2017).
Locandina

50anni d'Arte in Lombardia
Mostra alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova).
Locandina

Stappiamolarte
Presentazione del volume con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia.
Locandina

Artisti per Nuvolari, ed. 2016
Mostra dedicata a Tazio Nuvolari alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario.
Locandina




Divina Creatura
La donna e la moda nelle Arti del secondo Ottocento


15 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Pinacoteca Cantonale Gionanni ZÜST - Rancate (Mendrisio)
www.ti.ch/zuest

Sessanta sculture e dipinti e, per corredo, una sequenza di ventagli d'autore - dipinti cioè da grandi artisti, spesso i medesimi che ritraevano le "belle Signore" - e un nucleo di preziosi abiti d'epoca. E' quanto Mariangela Agliati Ruggia, Sergio Rebora, Marialuisa Rizzini, con il coordinamento di Alessandra Brambilla e il contributo di diversi studiosi, hanno selezionato da Musei e collezioni private per questa mostra. Con l'obiettivo di ricreare e testimoniare, nelle sale espositive della Pinacoteca Züst, a Rancate nel vicino Ticino, quello che è stato un vero e proprio cambio di paradigma nella storia del costume femminino in Europa. Se il tutto si volesse proprio ancorare ad una data, si potrebbe individuarla nel 1858, l'anno, a Parigi, di l'Haute Couture di Worth, subito amplificata e diffusa dai primi Grand Magasins che spopolano nelle principali metropoli europee.

Veicolano offerte molto differenziate per il pubblico femminile e fanno si che l'"essere alla moda" diventi l'imperativo condiviso nella seconda metà dell'Ottocento dalle donne di pressoché tutti i ceti sociali. La circolazione di figurini e di molte riviste illustrate, tra cui la celebre Margherita, l'irrompere della fotografia, specie nel formato carte de visite, i celebri affiches di Sartorie e Grandi Magazzini, portano a diffondere la moda, in modo molto capillare. Sono anni in cui si consolida il ruolo della donna, ora anche protagonista al di fuori delle pareti domestiche. Attentissima al proprio ruolo sociale e alla immagine che contribuiva a veicolarlo. Pur presentando alcuni favolosi abiti d'epoca e un nucleo di ventagli firmati da Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis, Pompeo Mariani e Pietro Fragiacomo, la Pinacoteca Züst sceglie di illustrare questo felice momento storico ricorrendo alle testimonianze che i grandi artisti ci tramandano attraverso le loro magnifiche opere.

Ed è soprattutto attraverso il ritratto su commissione che è possibile seguire le rapide e sorprendenti evoluzioni dell'abbigliamento femminile: i personaggi effigiati, sia che appartengano all'aristocrazia, ancora assai influente anche come esempio di gusto, o alla borghesia, posano per i pittori e gli scultori vestiti e acconciati con attenzione nei confronti dei dettami imposti dalla moda ma anche, assecondando sottili strategie comportamentali, in modo da mostrarsi in sintonia con il proprio preciso ruolo sociale. Spesso i modelli sono rappresentati da donne simbolo, a cominciare dalla regina d'Italia, Margherita di Savoia, o da figure appartenenti all'aristocrazia internazionale distinte grazie alla propria eleganza, come, per restare nel Cantone Ticino, la contessa Carolina Maraini Sommaruga (1869-1959).

Alla sua personalità emblematica verrà dedicata una sezione apposita, ponendo un'attenzione particolare alle attività filantropiche della contessa, che la portarono ad esempio a donare la sua villa romana alla Confederazione, oggi sede dell'Istituto Svizzero, che presterà il suo ritratto realizzato da Vittorio Corcos. E' la prima volta che la figura di Carolina Maraini viene ampiamente trattata e presentata in una mostra: in questa occasione si ricostruirà anche nei dettagli l'ambiente in cui viveva (abiti, accessori, mobilio, ma anche opere di celebri artisti che la ritrassero come Marino Marini e Giovanni Boldini). Negli anni del realismo, accanto a Bertini - caposcuola il cui ruolo appare oggi non ancora pienamente riconosciuto - tra i ritrattisti più significativi in tal senso si ricordano almeno Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Mosè Bianchi, Antonio Ciseri, Tranquillo Cremona, Ernesto Fontana, in una mappa che attraversa le regioni d'Italia e travalica il confine elvetico.

Negli anni che scivolano verso la fine del secolo non si parla ormai più di fenomeno di moda solo attraverso l'abbigliamento, ma anche attraverso la gestualità, le movenze, la dizione, in una parola: lo stile. Sono interpreti di questo rinnovato ritratto mondano maestri celebrati anche Oltralpe, come Giovanni Boldini, Paul Troubetzkoy, Vincenzo Vela, Vittorio Corcos, Giacomo Grosso, oltre ai ticinesi Pietro Chiesa, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti. Accanto al ritratto, negli anni del realismo è la pittura di genere a documentare con efficacia iconografica ed esemplare obbiettività l'evoluzione della moda femminile, ma anche le più diffuse tipizzazioni dei ruoli. Dopo il 1860 in pittura si moltiplicano le scene di ambientazione quotidiana e borghese, ispirate a momenti di vita familiare in cui è protagonista, come si diceva, la donna.

Si tratta di composizioni che sullo sfondo di interni domestici o di strade cittadine o di paese rappresentano figure femminili impegnate nei lavori ad ago, nella lettura, nella conversazione, nel passeggio, in riposo, con i figli. Di ciascuna, molto spesso, gli artisti restituiscono l'abbigliamento con dettagliata cura perfino negli accessori, in modo da permettere allo spettatore di seguire, di anno in anno, le minime mutazioni di gusto, trasformando la moda in uno degli elementi che determinano la modernità dell'opera. Questo filone, che si ispira alla pittura internazionale lanciata dalla Casa d'Arte Goupil e che trova i suoi vertici in maestri quali Ernest Meissonier e Mariano Fortuny, accomuna la sperimentazione degli artisti di tutte le scuole regionalistiche italiane e di quella del Cantone, dai Macchiaioli - tra cui Antonio Puccinelli e Odoardo Borrani - ai cosiddetti italiani a Parigi come Giovanni Boldini. Come detto, sarà per la prima volta studiato e proposto un genere specifico, quello dei ventagli eseguiti da artisti: accessori femminili di primissimo piano per tutto il diciannovesimo secolo, alcuni dei quali portano firme illustri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




I.L.T. Illumina Le Tenebre
Desideri complessi di un'Europa taciuta


Lodi: 10 giugno 2017, Biblioteca civica, presentazione nazionale del progetto
Bussolengo: 17 giugno - 01 luglio 2017, Villa Spinola
Venezia: 08-30 luglio 2017, Laguna Libre
Bologna: 02-27 agosto 2017, Museo internazionale e biblioteca della musica
Trieste: 02-17 settembre 2017, Magazzino delle Idee
Settimo Torinese: 21 settembre - 01 ottobre 2017, Biblioteca civica Archimede
Lodi: 07-29 ottobre 2017, VIII Festival della fotografia etica
Novi Sad: 11-26 novembre 2017, Castello Edseg / Egység
Nis: 15-24 dicembre 2017, Salone della Fortezza
Belgrado: 28 dicembre 2017 - 15 gennaio 2018, Museo Etnografico

Terza tappa del progetto artistico dedicato a Velika Hoca, enclave serba situata in Kosovo e Metohija. In mostra, negli spazi del museo dedicati agli eventi temporanei, una selezione di dodici ritratti fotografici di grande formato tratti dall'omonimo libro di Federica Troisi (Duuscia Edizioni, pag.216), che si svelano al suono di una colonna sonora appositamente composta da Giovanni Lindo Ferretti. L'esposizione è curata dall'Associazione Amici di Decani che si occupa del sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del monastero ortodosso di Visoki Decani in Kosovo, dichiarato nel 2006 patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Dopo il debutto a Lodi con la presentazione nazionale del progetto, nel corso del 2017 l'esposizione segue un percorso itinerante tra Italia e Serbia, toccando le città di Bussolengo, Venezia, Bologna, Trieste, Settimo Torinese, Lodi, Novi Sad, Belgrado e Nis.

La storia di I.L.T. Illumina Le Tenebre ha i contorni di una favola. Inizia nell'agosto 2016, quando Federica Troisi, fotografa emiliana, giunge insieme alla propria famiglia a Velika Hoca, per partecipare come volontaria a GiocHoca2016, un programma di giochi estivi e solidali che per tre settimane animano il villaggio attraverso l'organizzazione di eventi sportivi, ludici, artistici, musicali, momenti aggregativi e workshop. Federica è stregata dall'enclave di cui non immaginava l'esistenza. "Adesso - racconta - potrei dividere la mia vita in prima di essere andata a Velika Hoca e dopo".

Macchina fotografica alla mano, esplora il villaggio, immortala volti, congela momenti emozionanti. Federica tornerà in ottobre, con un progetto chiaro in mente: cosa desiderano gli abitanti di un'enclave? Girerà casa dopo casa per chiederlo, per scoprire un mondo altro, attraverso la fotografia e una candela, simbolo e scettro della sua ricerca poetica. Alla fine si sommano novantadue ritratti di fortissima intensità. Sapientemente catalogati, vengono impreziositi da un testo lirico di Giovanni Lindo Ferretti, intellettuale, musicista, poeta della parola e del suono. Ma la mostra nasce principalmente per essere testimone di bellezza e di solidarietà. Ecco perché viene costruita I.L.T. x K.i.M. cioè Illumina Le Tenebre per Kosovo i Metohija. Le immagini di I.L.T. sono stampate su forex fotografico in copia unica.

Al termine delle varie mostre in Italia e Serbia, i file originali, tutti in formato raw ad alta definizione saranno distrutti in modo da rendere impossibile una eventuale ristampa delle fotografie in grande formato (cm.150x150). Così facendo i dodici scatti di I.L.T. diverranno dei veri pezzi unici, la cui originalità sarà garantita da un certificato di autenticità e dalle dichiarazioni degli artisti che saranno allegati alle fotografie. Sarà indetta un'asta pubblica su eBay per permettere a tutti i collezionisti di aggiudicarsi uno o più elementi della mostra. Il ricavato verrà impiegato nella realizzazione di progetti solidali a favore di Velika Hoca, restituendo attraverso la bellezza un valore economico e sociale alla promozione del territorio.

"Fanno la loro traversata con esemplare dignità. In bocca alla tragedia da sempre, non perdono la capacità di meraviglia". Questo è il destino e la storia del popolo serbo di Kosovo e Metohija. Umanità sofferente, privata dell'inalienabile diritto all'identità e resistente alle ingiurie della povertà, alle difficoltà quotidiane del vivere, alle insidie della modernità omologatrice. Federica Troisi, fotografa di rara sensibilità, incontra attraverso un'esperienza solidale la realtà di una enclave. Tocca con mano la discriminazione, la stanchezza, la rassegnazione ma anche la potenza del desiderio, la volontà di coltivare un sogno a dispetto di qualsiasi razionalità. Non conosce la lingua, ma approfondisce la comunicazione, studia corpi, volti, gesti, lacrime e sorrisi. Ritorna ostinata all'enclave, Velika Hoca, un piccolo villaggio di seicento anime, adagiato sulle colline di Metohija.

Spende giornate e chiacchiere notturne, attrezzata di apparecchio fotografico, microfono e interprete; visita case, consuma ingenti quantità di caffè, partecipa della vita taciuta di chi tutto può desiderare e poco e niente realizzare. Scatta ritratti, chiede permesso, accende candele, sorride, piange, attonita si ferma innanzi a qualche soglia, penetra la sensibilità di una popolazione ferita, incredula in un futuro colmo di nubi, anticipatore di tenebra. Tornata alle colline di Reggio Emilia, sale alla montagna appenninica, visita il reduce barbarico, che sperimenta felice l'esilio dalla volgarità del mondo. L'incontro con Giovanni Lindo Ferretti, musicista, scrittore, teatrante, è fecondo; insieme riempiono le immagini di nuove parole, sedimentano emozioni aprendo orizzonti differenti, inedite prospettive.

Nasce così una riflessione fuori dal tempo e dallo spazio che si coniuga perfettamente alla poetica dei ritratti. "Niente di eclatante a parte l'esistere". Ed è un'esistenza nuova che affonda le proprie radici nelle origini dell'umanità fiera, gelosa custode della propria identità, rispettosa dell'altro, devota alla religione dell'ospitalità. Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti ci donano un compendio d'immagini, parole e musica che raffigura con forza l'enclave del terzo millennio, dove l'Europa smarrisce il senso della propria esistenza sprofondando in un baratro che conduce all'oscurità. Unica stella polare possibile i desideri sussurrati di donne, uomini, giovani, bambini, flebile luce di speranza, che illumina le tenebre.

Duecentosedici pagine di mistero. Come può nell'Europa del terzo millennio esistere ancora l'apartheid? Che cosa vuol dire vivere in un'enclave a meno di due ore di volo da Milano o da Roma? Come sopravvivere nell'era della comunicazione globale a chi ti vuole ridurre al silenzio con l'arma discreta dell'indifferenza, con la forza potente dell'isolamento? Cosa rende unica l'esperienza religiosa cristiana in una terra di frontiera? Queste e molte altre ancora sono le domande che si pongono Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti. Un problema epocale affrontato con la grammatica dell'anima, attraverso le immagini di Federica, le parole profonde di Giovanni. Novantadue ritratti. pura rappresentazione dell'anima che oltrepassa le barriere linguistiche, culturali, etniche. La parola emozionata che ne consegue, filo rosso che unisce i montanari di qualsiasi altitudine, rivelazione della natura più profonda dell'uomo che a qualsiasi latitudine lo affratella con il proprio simile, nella comunione dello Spirito.

Federica Troisi (Reggio Emilia, 1973), giunge alla fotografia nei primi anni '90. Restituisce all'apparecchio fotografico la funzione di lente privilegiata per l'osservazione della realtà. Particolarmente attiva nel sociale, esplora differenti registri comunicativi per sottolineare il principio attorno al quale si articola la sua poetica: la profondità dell'esperienza umana in ogni contesto. Divisa tra fotocamera e cinepresa, utilizza le ambientazioni del quotidiano per restituire la meraviglia della narrazione, dall'ospedale ai teatri di quartiere. Nel 2002 espone ad Esterni di Milano il lavoro Brasile, successivamente partecipa a diversi eventi. "Con il mio obiettivo - ponte tra me e realtà differenti - sono entrata in dimensioni nascoste. Là dentro, la vita mi ha accolto e mi ha spinta con tutta la sua forza. Ogni volta, fiduciosa, ho lasciato che la folla mi portasse. Sono commossa per quanto ho ricevuto, per l'intima condivisione che mi ha nutrito. Sono una grata testimone che ha trovato nella fotografia il suo lasciapassare".

Giovanni Lindo Ferretti (Cerreto Alpi, 1953), musicista, scrittore, viaggiatore, allevatore di cavalli è universalmente considerato uno dei padri del punk italiano. Fondatore del gruppo CCCP Fedeli alla Linea, di seguito trasformatosi in C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti, ha continuamente innovato il suo repertorio artistico sino all'esperienza musicale dei P.G.R. Per Grazia Ricevuta e l'epico Saga, il canto dei canti, opera equestre. Ha fondato a Bologna nel 2002 la Bottega di musica e comunicazione. Ha pubblicato i libri: "Reduce" nel 2006, "Bella gente d'Appennino" nel 2009 e "Barbarico" nel 2013, tutti editi da Mondadori. Vive nella casa dei suoi avi sull'Appennino Reggiano. "Dovendo sintetizzare le mie generalità, in mancanza di una professione certificata dall'appartenenza a un albo, ne ho fatto una formula: montano italico cattolico romano".

Associazione Amici del Monastero di Decani non ha scopo di lucro, è un'associazione di natura apolitica, non confessionale e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, nel campo della promozione della cultura. La propria attività consiste nel sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del Monastero di Visoki Decani - Kosovo e Metohija, patrimonio dell'umanità dell'Unesco. L'Associazione partecipa e promuove qualsiasi forma di incentivazione relativa alla valorizzazione, conservazione, restauro e sviluppo dei beni culturali ed architettonici del sito del Monastero di Visoki Decani. (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)

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Mostre sui Balcani




Opera nella Quinta rassegna Artisti per Nuvolari alla Casa Museo Sartori Artisti per Nuvolari
Quinta rassegna 2017


termina il 15 ottobre 2017
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

«...Artisti!!! dedicate il vostro lavoro, la vostra genialità, la vostra arte a uno dei maggiori personaggi sportivi che l'Italia abbia avuto, a Tazio Nuvolari... di Castel d'Ario in provincia di Mantova. Analizzate il personaggio, la vita, gli episodi salienti, gli aneddoti, le vittorie e le sconfitte e trasformate il tutto in opere che meritino di essere esposte e conservate. Ogni espressione artistica è gradita perché molte sono le forme che si possono attuare e che meritano di essere conosciute e viste". Per tornare a "Nivola", ancora una volta il nostro amicale invito è stato accolto da una selezionata schiera di oltre cinquanta artisti che hanno realizzato opere significative, che hanno esplorato i diversi ambiti personali e sportivi che hanno avuto a che fare con il nostro campione. Tazio all'epoca era famoso nel mondo, poi dopo la morte, pian piano, il suo nome è stato via via trascurato, e così anche nel suo paese... Se lo stesso personaggio fosse stato anglosassone o francese, di lui avrebbero celebrato sempre e comunque, qualsiasi aneddoto o aspetto sociale.

In realtà l'Italia non ha mai sostenuto i propri campioni e, non solo in ambito sportivo, molti hanno dovuto andare all'estero per veder riconosciuto il loro talento, al contrario siamo pronti a celebrare qualsiasi moda..., espressione artistica... personaggio..., che arrivi dall'estero. Siamo giunti, così, alla quinta edizione della rassegna dedicata a Tazio Nuvolari, tornati per celebrare la figura del grande pilota mantovano e questo ci aiuta ad essere fieri ed orgogliosi del nostro passato ritrovato. La rassegna dedicata a Tazio Nuvolari rappresenta oramai un punto di forza di Casa Museo Sartori, dello stesso paese di Castel d'Ario ed anche della Città di Mantova, e ogni inaugurazione dell'esposizione unisce arte, cultura, e città in un'unica impresa vittoriosa che diventa nuovo stimolo per la rassegna successiva.

La promozione di un mito diventa così anche sviluppo di un territorio conosciuto nel mondo; il riunire artisti, appassionati, collezionisti, cittadini, enti e sostenitori, in un obiettivo comune, aiuta a riflettere sulle opportunità che tali manifestazioni possono offrire, a migliorare le relazioni con il contesto locale, potenziare l'effettivo impatto sulla città creando effetti a breve e a lungo termine sull'intera economia locale, sull'intero tessuto sociale generando un senso di appartenenza più ampio che superi la logica dell'evento in sé. (...) La scelta operata dalla curatrice va valutata in senso assolutamente positivo. Arianna certamente ha la conoscenza per selezionare ed invitare di volta in volta gli artisti più idonei per qualità esecutiva e potenza evocativa. (...)» (Tazio, il nostro passato ritrovato, di Maria Gabriella Savoia)

La mostra nasce da un'idea e progetto di Adalberto Sartori, con i patrocini di Regione Lombardia, Provincia di Mantova, Comune di Castel d'Ario, Comune di Mantova, Automobile Club Mantova, Museo Tazio Nuvolari, Amici del Museo Tazio Nuvolari, Amams Associazione Mantovana Auto e Moto Storiche Tazio Nuvolari, Mantova Corse, Ecomuseo della risaia, dei fiumi, del paesaggio rurale mantovano, Rotary Club Mantova Est Nuvolari e ProLoco di Castel d'Ario. Il catalogo (144 pagine con presentazione storica di Attilio Facconi e testo critico di Maria Gabriella Savoia) riproduce le 53 opere, le 53 biografie degli artisti e riporta i contenuti in italiano ed inglese (Archivio Sartori Editore, Mantova. €25,00).

In mostra sono esposti 53 opere, tra dipinti e sculture, realizzate da: Baglieri Gino, Baldassin Cesare, Benedetti Laura, Biagioni Emanuele, Bianco Lino, Bocelli Giuseppe, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Budini Gianfranco, Candiano Carmelo, Capraro Sabina, Castaldi Domenico, Cerri Giovanni, Chiappa Tommaso, Corsucci Umberto, Cortellazzi Rossano Simone, Cristini Filippo, D'Ambrosi Diego, Davanzo Walter, Diazzi Roberta, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Ferro Davide, Filippini Claudio, Fonsati Rodolfo, Gravina Aurelio, Lengua Antonio, Luchini Riccardo, Luglio Corrado, Marzelli Pasquale, Merlo Alessandro, Miano Antonio, Mini Daniele, Minto Maria Grazia, Molinari Mauro, Monga Paolo, Musi Roberta, Orlandini Fabrizio, Paolini Parlagreco Graziella, Perna Vincenzo, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Poli Gabriele, Rameri Alessandra, Romani Massimo, Romani Maurizio, Rossato Kiara, Sanna Alessandro, Santoli Leonardo, Scotto Aniello, Trombini Giuliano, Zamboni Nicola, Zoli Carlo.

Nel corso della rassegna si svolgeranno diverse manifestazioni ed eventi collaterali. Il 10 settembre, passerà per via XX Settembre davanti alla "Casa Museo Sartori" di Castel d'Ario, dalle ore 10.00, la manifestazione d'auto storiche "Amams Caffè veloce a Castel d'Ario" organizzata da Amams Tazio Nuvolari. La sosta delle autovetture avverrà nella Piazza del Castello e gli equipaggi partecipanti si recheranno a visitare la rassegna d'arte per rendere un omaggio al campione Nuvolari.

Il 16 settembre, dalle ore 14.30, il Club 8Volanti farà giungere a Castel d'Ario da Mantova il corteo delle auto storiche che partecipano al "3° Concorso d'Eleganza per auto storiche Città di Mantova. La più bella del reame", ed effettueranno il passaggio dinanzi alla "Casa Museo Sartori", la successiva sosta delle auto nella Piazza del Castello e visita degli equipaggi alla mostra in onore del pilota Nuvolari.

Il 17 settembre, dalle ore 13.00, la scuderia Mantova Corse, ha previsto per il "Gran Premio Nuvolari", il passaggio di 300 auto storiche per Castel d'Ario e per via XX Settembre dove ha sede "Casa Museo Sartori", ed una sosta veloce nella Piazza del Castello. Alle ore 17.00, nel cortile di "Casa Museo Sartori" si svolgerà lo spettacolo "La Decima Musa" di Ennio Castellani (Burattini di Maurizio Gioco. Costumi dei burattini di Ennio Castellani. Musiche di Francesco Bellomi. Burattinai: Maurizio Gioco e Barbara Caracciolo), inoltre l'esposizione di alcuni abiti dello stilista Ennio Castellani. (Comunicato stampa)




Operra di Angelo Rinaldi dalla mostra Ritmo Astratto alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario Ritmo Astratto
Angelo Rinaldi
Una vita d'arte. Dipinti - Vetri - Sculture dal 1960 al 2017


termina il 15 ottobre 2017
Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova)

La mostra, che arriva a Castel d'Ario dopo le due importanti tappe ad Arezzo (gennaio-marzo 2017) e a Portobuffolè (Treviso) (aprile-maggio 2017), prorogate entrambe per il grande interesse riscontrato dal pubblico, presenta una cinquantina di opere ed è curata da Arianna Sartori e Fausto Tonello, con il patrocinio di Comune di Castel d'Ario, Comune di Padova, Ecomuseo della risaia, dei fiumi, del paesaggio rurale mantovano e dell'Associazione Pro Loco di Castel d'Ario.

Angelo Rinaldi nasce in provincia di Padova nel 1942. Studia arte in Italia e all'estero, ma la sua formazione artistica si avvale principalmente della collaborazione e frequentazione di studi di importanti artisti del 900, italiani e internazionali. Opere di Angelo Rinaldi sono conservate in musei e collezioni private e pubbliche di tutto il mondo, tra cui Kunst Museum di Düsseldorf in Germania, Fondazione Morishita di Tokyo (Giappone), Istituto di Cultura Italiano di Ljubljana (Slovenia), sezione permanente del Museo degli Argenti di Palazzo Pitti di Firenze.

«(...) Per lui fare arte sembra una sorta di sfida necessaria, un imperativo più morale che sperimentale (...) Rinaldi insomma agisce e pensa in contesto, non "delega" alla riflessione il compito di individuare i tempi necessari all'elaborazione del progetto creativo: l'istinto e l'esperienza gli bastano per individuare il percorso da seguire. E a questa libertà d'azione non è certo estranea l'ampiezza del registro stilistico che la sua opera è riuscita a rivelarci attraverso gli anni: che poi altro non è che assoluta indifferenza al perseguimento di una formula, di un cliché linguistico stabile che garantisca all'artista la riconoscibilità sufficiente per collocarlo nelle "liste d'attesa" del mercato, o comunque delle congiunture mondane.

Rinaldi ha solo assecondato la propria curiosità d'artista-rabdomante mettendosi in sintonia con le più diverse opzioni espressive, storiche e non (...). Si pensi per esempio al "periodo" del minimalismo astratto-geometrico dove le consonanze con l'epoca d'oro de Il Milione, e dunque con Veronesi, Soldati e Radice, sono apparse più che una ipotesi; o all'altra stagione dove il fattore materico-segnico è sembrato porsi in antinomia e conflitto con quello, quasi a indicare un'urgenza di complementarità che fosse capace di ricostituire un disegno creativo unitario, una totalità sognata e intesa come traguardo, se un qualche "traguardo" dovesse mai proporsi in arte. E qui si inserisce l'altro elemento che connota fortemente il lavoro di Rinaldi, elemento che forse sarebbe più appropriato rimandare a una deontologia alla rovescia, là dove il distacco aristocratico da quelle che potranno essere le sorti dell'opera scatta come un segnale preciso, come una dichiarazione di poetica, un marchio d'appartenenza. (...)» (Angelo Rinaldi Ars felix, di Giuliano Serafini)

«Con il termine Astrattismo si intende, in pittura e non solo, la ricerca essenziale e ristretta della forma pura, attraverso il tramite dei colori e delle strutture lineari. Avanguardia artistica che in Italia coincise con le opere di alcuni artisti, tra i quali Mario Radice (1898-1987) e Manlio Rho (1901-1957), in Olanda, attraverso il neoplasticista Piet Mondrian (1872-1944) e in Russia con Kazimir Severinovic Malevic (1878-1935), pioniere dell'astrattismo geometrico, confluito poi nel movimento del Suprematismo. Da queste premesse nasce il Nuovo Astrattismo, che si concentra sull'armonizzazione di colore, linea, e forma tenendo in considerazione, non solo l'aspetto plastico ma anche i risultati, ottenuti dalla lavorazione di altri materiali come: l'acciaio, il bronzo o il vetro, tutti elementi impiegati in quel distinto contenitore, appartenuto alle arti applicate e all'oreficeria poi espresso nel design industriale.

Una ricerca stilistica, che adesso si declina su nuovi presupposti geometrico - astratti, condensata nel simbolismo dei segni, numeri, tracce e dettagli figurativi e portata avanti dall'artista di fama internazionale Angelo Rinaldi. Il quale mostra, fin dagli anni 60', di avere assimilato la lezione lasciata dal pittore ed esperto della fotocomposizione László Moholy - Nagy (1895-1946), quest'ultimo prediligendo nelle sue opere, effetti di trasparenza, lasciati dalle figure geometriche sopra le forme sottostanti. Una scelta quella della trasparenza e della brillantezza dei colori, che porteranno Rinaldi a creare e a progettare sculture luminose, collaborando con importanti aziende produttrici di vetri, come le fucine Muranesi o a realizzare, su commissione del Museo Ideale Leonardo da Vinci, una fontana in vetro con il nome di Fonte di Artemide, avvalendosi di un disegno progettuale di Leonardo da Vinci. Esperto nella tecnica della sommersione, per cui è un abile artigiano della materia; Rinaldi durante le fasi di colatura del vetro fuso, inserisce elementi aggiuntivi quali: decorazioni, paste, oro, argento, oggetti o disegni, che risultano così "bloccati" nell'involucro vitreo.

Un'operazione, che nel corso della fase finale dell'opera, gli consente di sfruttare appieno il potere riflettente della materia nella quarta dimensione della trasparenza; mentre al fruitore, di scrutare all'interno della scultura e addirittura di vedere oltre, senza doversi spostare. Una ricerca astratta, combinata alla sperimentazione informale, che lo porteranno nel 1996, ad unirsi al movimento "Artisti Artefici", fondato dall'artista Paola Crema Fallani, di cui fanno parte: Novello Finotti, Igor Mitoraj, Roberto Fallani, Marina Karella, Kurt Laurenz Metzler, Yvan Theimer e Do Vassilakis Konig. Da segnalare, la presenza di Rinaldi, al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti di Firenze con l'opera in argento, raffigurante il torso maschile e femminile intitolata l'Adamo ed Eva. Rinaldi scansione con sapienza, materiali duttili come il vetro, per passare alla scultura tridimensionale, tanto che adesso la scultura non è più sinonimo di statua ma è concepita nell'utilizzo di materiali che la rendano il più possibile leggera, aerea e trasparente. (...)

Elaborazione stilistica che raggiunge il suo apice con Athletis, una colonna in vetro massello, realizzata attraverso la sommersione di bolle, successivamente scolpita, dorata ed incisa, che ricorda gli antichi prodotti della vetraria ellenistico - alessandrina (III-II a.C.). Visioni artistiche, come sono state definite, sperimentate dall'artista, attraverso un prontuario di materiali e tecniche che si distinguono dalla fusione delle sculture in ferro e cristallo scolpito, al vetro blu soffiato o in quelle intagliate per sommersione di polveri metalliche. Lavoro ricomposto, rivisitato e sviluppato nel presupposto di un nuovo lessico contemporaneo, composto da segni e simboli espressivi che si estende nella pittura di acrilici su tela o nel cartone e faesite. Con riferimento alle opere in esposizione di: Frammenti - AR 16 (2012), Minotauro (2013) ed Eclissi (2016), oppure confluito nelle tracce archeologiche ed atemporali dei bassorilievi in porcellana dorata denominati Futuro proximo (2015).» (Appunti d'Arte©2011, di Barbara Rossi)




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Locandina della mostra Alberto Biasi, Sara Campesan, Bruno Munari e altri amici di Verifica 8+1 Alberto Biasi, Sara Campesan, Bruno Munari e altri amici di Verifica 8+1
termina lo 08 ottobre 2017
Galleria di piazza San Marco - Venezia
www.bevilacqualamasa.it

L'Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa in occasione della 57. Esposizione Internazionale d'Arte, VIVA ARTE VIVA ospita, come Evento Collaterale, la mostra Alberto Biasi, Sara Campesan, Bruno Munari e altri amici di Verifica 8+1. Un'esposizione che si inserisce nellamission dell'Istituzione che già in passato ha dato spazio ad artisti veneziani che si sono particolarmente distinti con la loro ricerca. In questa occasione nella Galleria di Piazza San Marco, oltre ai tre maestri, si espongono opere di artisti che hanno avuto Mestre come centro della produzione e che sono sempre rimasti legati al territorio portando la loro arte in circuiti nazionali e internazionali.

L'associazione Verifica 8+1 nasce infatti nell'aprile del 1978 nella terraferma veneziana, nel centro di Mestre, come luogo di incontro di artisti impegnati nella ricerca di nuovi linguaggi. L'attività è inaugurata con una prima mostra collettiva dei soci fondatori, che mette in luce gli intenti e la poetica condivisa dal gruppo. Il progetto espositivo, pensato dal curatore Giovanni Granzotto, è focalizzato su tre significativi maestri molto vicini all'associazione: Sara Campesan, socia fondatrice dalla personalità dinamica e dalla spiccata originalità creativa, recentemente mancata; Bruno Munari, padre putativo dell'Associazione, protagonista della prima mostra personale del Centro del quale ha disegnato il logo; Alberto Biasi, l'artista veneto caposcuola dell'Arte Programmata nel Veneto e non solo.

La mostra raccoglie poi le opere degli altri soci fondatori (Aldo Boschin, Franco Costalonga, già presente al Guggenheim, Nadia Costantini, Maria Teresa Onofri, Nino Ovan, Mariapia Fanna Roncoroni, Rolando Strati) e di altri sette artisti che hanno tenuto presso il Centro delle mostre personali, e che sono stati particolarmente presenti nell'attività del Gruppo. In mostra ci saranno le opere di Edoer Agostini, Ferruccio Gard, Marina Apollonio, Claudio Rotta Loria, Sandi Renko (particolarmente attivo nel tempo attuale), Julio Le Parc (nel 1966 ha vinto il Gran Premio della Biennale) e Horacio Garcia Rossi fondatori del GRAV francese. La struttura espositiva sarà caratterizzata da tre sale dedicate ciascuna a Sara Campesan, Bruno Munari e Alberto Biasi. Per ognuno degli altri maestri verranno esposte due o tre opere, con testimonianze provenienti sia dal Museo Apollonio, sia dalla raccolta del Centro, sia da importanti collezioni italiane. Verranno così presentati anche dei capolavori esposti alla GNAM di Roma, all'Ermitage di San Pietroburgo, al Belas Artes di Santiago del Cile, al Macba di Buenos Aires. (Comunicato stampa)




Il Rinascimento di Francesco Verla
Viaggi e incontri di un artista dimenticato


termina lo 06 novembre 2017
Museo Diocesano Tridentino - Trento
www.museodiocesanotridentino.it

A mezzo secolo dalla pubblicazione dell'unica indagine sull'artista, allora curata da Lionello Puppi, il Museo Diocesano Tridentino propone la prima retrospettiva su Francesco Verla (Vicenza, 1470 - Rovereto, 1521). "E' un risarcimento dovuto ad un grande protagonista del Rinascimento tra Veneto e Trentino, a torto dimenticato", afferma Domenica Primerano, Direttrice del Tridentino. Nelle sale del Museo Diocesano si potrà, per la prima volta, vedere riunita la gran parte delle opere di Verla: dalle soavi pale d'altare ispirate all' "aria angelica et molto dolce del Perugino" ai fregi a grottesche, di cui era uno specialista. L'esposizione avrà inoltre un'articolazione sul territorio con i cicli affrescati nella chiesa di San Pantaleone a Terlago e sulle facciate di Casa Wetterstetter a Calliano. A dar conto di un artista tutt'altro che secondario nell'arte italiana ed europea a cavallo tra Quattro e Cinquecento, "alfiere del Rinascimento" in territorio alpino.

La mostra, curata da Domizio Cattoi e Aldo Galli, completa un complesso percorso di ricerca sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Trento. L'indagine ha fatto emergere numerosi dati inediti, nuove attribuzioni e documenti finora sconosciuti che vanno a riempire significative lacune nella conoscenza dell'artista e del suo tempo. Verla ebbe una carriera itinerante che lo portò nei primi anni del Cinquecento in Umbria, dove conobbe il grande Pietro Perugino, e a Roma, governata allora da papa Alessandro VI Borgia. Qui si diede allo studio dell'arte antica e delle rovine del Palazzo di Nerone, la famosa Domus Aurea, dove scoprì quel genere di decorazioni - allora di gran moda - che erano dette "grottesche". Queste esperienze rimarranno indelebili nella sua memoria e il pittore vicentino sarà tra i primi a diffondere a nord del Po un repertorio fatto di dolcissime figure devote e di cornici estrose e bizzarre che lo distinguono nettamente dai contemporanei.

Rientrato in patria, Verla si afferma presto come uno dei pittori più apprezzati di Vicenza, partecipando al cantiere simbolo del Rinascimento in città, quello della chiesa di San Bartolomeo, sciaguratamente distrutta nell'Ottocento. Una grande, bellissima pala d'altare dipinta per una cappella di quell'edificio è stata identificata in quest'occasione e verrà presentata in mostra. Il precipitare della situazione politica, che vede Vicenza pesantemente coinvolta nella guerra che contrapponeva la Repubblica di Venezia e l'Impero Asburgico, spinge il pittore a trasferirsi prima a Schio, dove lascia uno dei suoi quadri più ispirati (anch'esso in mostra), e poi, nel 1513, in Trentino. Qui si fermerà per diversi anni, lavorando, oltre che nella città vescovile, a Terlago, a Seregnano, a Calliano, a Mori e a Rovereto. In una terra ancora profondamente legata a stilemi gotici, Francesco Verla fece da apripista al rinnovamento culturale e artistico, che di lì a poco si sarebbe sviluppato mirabilmente grazie all'azione del principe vescovo Bernardo Cles.

"La perdita di molti dei suoi lavori, il successivo arrivo alla corte clesiana di artisti di prima grandezza come Romanino, Dosso Dossi o Marcello Fogolino, e anche un certo imbarazzo della critica davanti alla sua diversità rispetto ai pittori veneti contemporanei, ne hanno a lungo oscurato i meriti", sottolinea Domenica Primerano. "Per il pubblico Verla è dunque oggi un artista 'dimenticato'. Da qui nasce l'urgenza di riscoprirlo e di rivalutarne il ruolo di alfiere del Rinascimento tra l'Adige e le Alpi". (Comunicato Studio Esseci)




Imago Mundi - Great and North
termina il 29 ottobre 2017
Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti - Venezia
www.imagomundiart.com

Imago Mundi traccia il profilo dell'arte contemporanea di un esteso territorio dell'America settentrionale, che, partendo dall'estremo Nord del Nunavut coperto di ghiacci, percorre le praterie assolate e ondulate del Mid West, dai picchi sublimi e impervi delle Montagne Rocciose arriva fino alle coste ora frastagliate ora sabbiose del Pacifico; in mezzo, laghi, fiumi, tundra, foreste e metropoli. Alla diversità di paesaggi di questo percorso che tocca Canada e Stati Uniti corrisponde la pluralità del tessuto artistico espresso in queste collezioni: agli Inuit del Canada settentrionale si affiancano i nativi degli Stati Uniti e gli artisti delle grandi città canadesi. Pittori, scultori, incisori, designer, architetti, fotografi, scrittori, musicisti, tutti sono presenti. Per le loro opere, scelgono colori ad olio, acrilici, pastelli, ma anche pelle di foca, pietra saponaria, alabastro, perfino chiodi e petali di rosa.

A tenere insieme queste suggestioni, è il riconoscersi tutti in una unità geografica su cui si dipanano esperienze culturali multiformi e stratificate, frutto dell'incontro che dura da secoli tra cultura indigena e importata. Il risultato è un affresco colorato di questo pezzo di mondo, in cui, oltre all'incanto di fronte alla varietà di temi, materiali, tecniche, c'è anche spazio per la riflessione. Great and North vuole esprimere quindi, fin dal suo titolo, la grandiosità del Nord americano, e invita il visitatore a conoscerne da vicino le sfaccettature, aprendosi a un incontro sincero, genuino e spontaneo con i 759 artisti che, senza filtri o mediazioni, espongono sulla tela 10x12cm l'essenza della propria anima. La mostra è curata da Francesca Valente (Canada Centro-Orientale) e Jennifer Karch Verzè (Canada Occidentale, Inuit, Indigeni del Nord America).

Imago Mundi è il progetto non profit di arte contemporanea promosso da Luciano Benetton: artisti di tutto il mondo, affermati ed emergenti, si stanno confrontando con lo stesso supporto, la tela 10x12 cm; fino ad ora sono stati coinvolti più di 20.000 artisti da oltre 140 Paesi, regioni e popoli, che diventeranno 26.000 entro la fine del 2017. Gli artisti sono promossi internazionalmente attraverso i cataloghi, la piattaforma imagomundiart.com, Google Arts & Culture e la partecipazione a rassegne ed esposizioni. (Comunicato Studio Esseci)




Giovanni Boldini
La stagione della Falconiera


termina lo 06 gennaio 2018
Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi - Pistoia

In occasione di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, la mostra, curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, prende ispirazione da un ciclo di pitture murali a tempera che Giovanni Boldini ha eseguito durante il suo periodo toscano, sul finire degli anni sessanta dell'Ottocento, presso la Villa La Falconiera, che apparteneva allora alla mecenate inglese Isabella Falconer. Questo ciclo di pitture murali di cui per diverse vicissitudini dopo l'esecuzione  nel 1868 si perse subito la memoria, rappresenta un unicum in Europa, non solo per quanto riguarda la produzione artistica del grande pittore ferrarese, ma in generale della corrente macchiaiola, alla quale il Boldini aderì, in modo personalissimo, prima del suo trasferimento a Parigi (1871), dove era destinato a diventare il più importante ritrattista internazionale e icona stessa della Belle Époque.

Il ciclo di pitture murali oggi è interamente custodito nei Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi. La riscoperta delle pitture si deve a Emilia Cardona Boldini, giovane vedova nonché prima biografa del maestro. Alla fine degli anni Trenta del Novecento, la Cardona vagava per la Toscana per ritrovare un ciclo di pitture murali al quale Giovanni Boldini aveva lavorato in epoca giovanile, in una città di cui il ferrarese non ricordava il nome, ma che iniziava sicuramente con la lettera "P".

Emilia giunse, sulla scia di vaghe voci raccolte strada facendo, a Villa La Falconiera e dopo averla ispezionata, in procinto di andarsene venne attratta da una rimessa di attrezzi agricoli che altro non era che l'antica, ormai irriconoscibile, sala da pranzo della mecenate inglese Isabella Falconer, proprietaria della dimora negli anni Sessanta dell'Ottocento e interamente decorata dal giovane Boldini all'età di 25 anni. La vedova decise di acquistare la proprietà nel 1938 e a seguire vi trasferì da Parigi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, ivi stabilendo la propria dimora. La conoscenza di questo  importante ciclo pittorico è  stata tuttavia  graduale, solo dopo il distacco  dai muri della villa (1974), il restauro e la collocazione nel Palazzo dei Vescovi a Pistoia è divenuto oggetto di studi ma è tuttora poco conosciuto al grande pubblico.

  La mostra si propone di riportare in luce lo straordinario momento creativo vissuto del maestro ferrarese in epoca giovanile, quando muovendosi tra Pistoia, Firenze e Castiglioncello, si trovò al centro di una rete di importanti relazioni amicali e professionali che ne segnarono positivamente l'inarrestabile ascesa artistica. Il ciclo pittorico sarà oggetto di nuove riflessioni alla luce di documentazione anche inedita che permetterà di sondare il mistero intorno alle origini della signora Falconer, al suo ruolo di mecenate nei confronti dell'irrequieto ma geniale Boldini e all'influenza che ella ebbe nella scelta iconografica del ciclo pittorico che rimane impresa unica, nel suo genere, nell'entourage dei Macchiaioli.

Del periodo macchiaiolo del Boldini saranno in esposizione sedici capolavori realizzati durante gli anni toscani (1864-1871), provenienti da collezioni private e da pubblici musei. Tra questi la Marina (1870) custodita a Milano, che ha una trasposizione a tempera in una scena nel ciclo della Falconiera; i ritratti di Telemaco Signorini (1870) e di Cristiano Banti (1866), custoditi presso la Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti, legatissimi al Boldini, tanto da averlo sostenuto e promosso non solo durante il suo soggiorno toscano; il raffinato ritratto di Alaide Banti in abito bianco (1866) e il superbo ritratto del Generale Spagnolo, eseguito durante l'inverno trascorso in Costa Azzurra con la signora Falconer, tra novembre 1867 e marzo 1868 e considerato il capolavoro che ha proiettato il giovane Boldini nell'emisfero dei più grandi ritrattisti di tutti i tempi. (...) Il catalogo, a cura di Francesca Dini come la mostra, è edito da Sillabe. (Comunicato ufficio Stampa Opera -  Civita)




Reparto disegno caratteri - Officine Simoncini Materiali produzione - carattere tipografico con Linotype Metodo Simoncini
Ricerca di un'estetica dell'insieme


22 settembre (inaugurazione ore 17.30) - 12 novembre 2017
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna
www.griffoanniversary.com

Mostra, a cura di Elisa Rebellato e Antonio Cavedoni, dedicata a Francesco Simoncini, grande innovatore nel campo del design di caratteri tipografici, creatore di celebri font che sono passati sotto gli occhi di milioni di lettori per oltre quarant'anni e sono tutt'ora apprezzati in tutto il mondo: dal Garamond Simoncini, utilizzato dalla Einaudi e divenuto un carattere iconico nell'editoria italiana al Delia, progettato per gli elenchi telefonici. L'esposizione è stata ideata da Griffo, la grande festa delle lettere, progetto multidisciplinare che narra e celebra la storia dell'inventore bolognese e delle lettere, strumento prezioso che ci accompagna ogni giorno. Con un Comitato Scientifico composto dai massimi esperti nella storia del libro a livello internazionale e già presieduto da Umberto Eco, in collaborazione con Comune e Università di Bologna e altri partner istituzionali e privati italiani e internazionali, il progetto culminerà nel 2018 negli eventi celebrativi dei 500 anni dalla morte di Francesco Griffo.

Metodo Simoncini delinea la vicenda imprenditoriale e la carica innovativa espresse da Francesco Simoncini (1912-1975), dal 1954 Amministratore unico delle Officine Simoncini, azienda fondata da suo padre nel 1953 a Bologna, poi trasferitasi in un grande stabilimento a Rastignano, destinata ad affermarsi come una delle realtà più all'avanguardia del settore della progettazione e produzione di matrici per macchine Linotype. Se oggi in ogni momento condividiamo idee con parole e frasi d'inchiostro e pixel, poco o nulla sappiamo di quello straordinario strumento che sono le lettere, della loro storia e di quella di chi le ha create. La mostra, attraverso le innovazioni e i traguardi di Simoncini come imprenditore e designer di caratteri autodidatta, illustra il valore di un approccio globale al progetto, in cui estetica e funzionalità, ricerca e umanità sono elementi equivalenti e indispensabili.

Il percorso espositivo, che propone un'esperienza immersiva e multimediale con un allestimento ispirato alla disposizione del reparto disegno caratteri Officine Simoncini, accoglie il visitatore con filmati, fotografie e strumenti originali dell'epoca, introducendolo nell'affascinante processo di ideazione e realizzazione di una matrice per Linotype. Si prosegue con la presentazione del brevetto internazionale "Metodo Simoncini", insieme a documenti, disegni dei caratteri e rare edizioni che ricostruiscono il contributo di Francesco Simoncini come progettista e offrono una panoramica su impatto e diffusione dei suoi alfabeti più importanti, come i già citati Garamond Simoncini creato per Einaudi e il Delia progettato per gli elenchi telefonici. Molti suoi caratteri hanno avuto larga diffusione anche in quotidiani e periodici in Italia e all'estero: tra quelli italiani figurano Stadio, La Nazione, Il Tempo, Guerin Spotivo, Il Resto del Carlino, La Domenica del Corriere.

Nel progettare i propri caratteri, Simoncini si pone come obiettivi chiarezza e leggibilità, mettendo al centro di ogni progetto i consumatori finali del suo prodotto, i lettori. Questa attenzione, nell'epoca della diffusione della tecnologia Linotype, fa sì che i suoi caratteri abbiano largo impiego in ogni ambito della stampa in Italia. Ancora oggi alcuni dei suoi caratteri, anche se creati per una tecnologia obsoleta, sono noti e apprezzati in tutto il mondo. E' lui stesso a scrivere: "La leggibilità e funzionalità dei testi stampati, destinati a letture prolungate, è in parte oggi legata alla scelta di un buon procedimento di stampa, ma soprattutto alla diligenza con cui si procede alla preparazione dello stampato. In questo senso si può e si deve operare con impegno. Non sempre è felice la scelta dei caratteri, della carta e non sempre sono curate la composizione e la stampa. (...) In ogni nostro atto, nell'attività grafica, sia sempre presente la figura del lettore e le sue esigenze." (Testo tratto da: Francesco Simoncini, Leggibilità e funzionalità dei caratteri da stampa. Lezione-conferenza per il Corso Superiore di Cultura Grafica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, Castello del Valentino, Torino 6 marzo 1965).

Anche come imprenditore Simoncini mise in pratica una visione innovativa per l'epoca, con un'attenzione costante volta al rispetto di collaboratori e dipendenti. Insieme ai fratelli riuscì a condurre l'attività del padre da piccola officina di riparazioni per Linotype colpita dalla guerra, a grande industria internazionale per la progettazione e produzione di caratteri. La sua dedizione si estese anche al di fuori dell'azienda: assunse infatti ruoli di rilievo in associazioni di settore, impegnandosi inoltre nella formazione dei giovani tecnici e nella standardizzazione della tecnologia.

Il Museo del Patrimonio Industriale studia, documenta e divulga la storia economico-industriale di Bologna e del suo territorio ricostruendone le vicende dal XV secolo, con l'affermarsi dell'industria serica, all'odierno distretto meccanico della motoristica e dell'automazione. Il nucleo storico del Museo è costituito dalle collezioni dell'Istituto Aldini Valeriani che ha rappresentato per il territorio un elemento strategico di innovazione nel campo della formazione professionale. Dal suo costituirsi alla metà del XIX secolo, la scuola introduce progressivamente al posto del vecchio apprendistato di bottega, ormai superato, un insegnamento che coniuga il sapere e il saper fare con lezioni teoriche integrate ad attività manuali e dimostrazioni di modelli e di macchine.

Nelle sue officine si sono formati generazioni di imprenditori e tecnici che hanno dato vita alla moderna identità industriale della città. Delle varie sezioni espositive (aggiustatori, fucinatori, chimici, etc...), quella dedicata alle Arti Grafiche è particolarmente significativa in quanto documenta l'evoluzione delle tecniche di stampa attraverso le platine, le Linotype e le Monotype sulle quali si sono esercitate generazioni di ragazzi poi impiegati nelle numerose e rinomate tipografie bolognesi. Fortemente connesso con la collezione, per la comune matrice culturale, E' l'archivio dei disegni originali dei caratteri delle Officine Simoncini, acquisito dal Museo negli anni 1990 e valorizzato in esposizione. (Estratto da comunicato stampa)




Francobollo Franz Joseph Haydn Francobollo Teatro alla Scala Musica in Europa tra Settecento e Ottocento
termina il 23 settembre 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nella serie di eventi dedicati ai trecento anni dalla nascita di Maria Teresa d'Austria, il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste promuove una nuova iniziativa dedicata alla filatelia. Una rassegna filatelica tematica realizzata dal collezionista triestino Mario Tiberio che all'esposizione mondiale "Italia 76" ha conseguito la medaglia di bronzo argentato per la categoria Juniores. La collezione comprende due periodi della storia musicale europea, dal Classicismo al Romanticismo. Ogni periodo risulta caratterizzato non solo dall'emissione di un francobollo riguardante un determinato compositore ma pure da manifestazioni musicali, concorsi, ricorrenze di importanti teatri europei. Il materiale documentativo consta di francobolli, buste, foglietti e annulli figurati. Le emissioni sono di paesi diversi, a commemorare i grandi maestri del Classicismo, da Franz Joseph Haydn a Wolfgang Amadeus Mozart, per arrivare al secolo romantico di cui L. van Beethoven traccia le prime strade.

La rassegna filatelica dà spunto per conoscere e riflettere sulla particolare versatilità di Maria Teresa d'Austria che, lungimirante sovrana, aveva coltivato pure l'arte musicale. Stando alle cronache, Maria Teresa sapeva suonare il clavicembalo e possedeva una voce bellissima tanto da poter cimentarsi nell'opera lirica. Sensibile all'arte in generale, la sovrana si impegnò per ridare il teatro a Milano. Fu proprio Lei infatti a dare impulso alla ricostruzione del Regio Ducal Teatro distrutto da un incendio. Il nuovo teatro venne eretto sul luogo dove si ergeva la chiesa di S. Maria della Scala. Per tale ragione la nuova struttura diventerà quel prestigioso teatro che oggi risponde al nome di "Alla Scala". All'inaugurazione della mostra, l'Ensemble Teresiano, complesso triestino da camera a organico variabile composto dai violinisti Marco Zanettovich e Marco Favento, dalla viola di Lara di Marino, dal violoncello di Davide Zotti e dal clarinetto di Marta Macuz, eseguirà brani del periodo classico spesso poco eseguiti o conosciuti. (Comunicato stampa)

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Il Lazzaretto Teresiano e lo sviluppo di Trieste al tempo degli Asburgo
termina il 30 giugno 2017
Presentazione




Elliott Erwitt Personae
23 settembre 2017 - 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì

Prima grande retrospettiva delle sue immagini sia in bianco e nero che a colori. I suoi scatti in bianco e nero sono ormai diventati delle icone della fotografia, esposti con grande successo a livello internazionale, mentre la sua produzione a colori è quasi del tutto inedita. Il percorso espositivo mette in evidenza l'eleganza compositiva, la profonda umanità, l'ironia e talvolta la comicità, tutte caratteristiche che rendono Erwitt  un autore amatissimo e inimitabile, non a caso considerato il fotografo della commedia umana. Marilyn Monroe, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l'ironia e la complessità del vivere quotidiano.

Con lo stesso atteggiamento, d'altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto. Con il titolo Personae, non a caso in sintonia con quello dell'ottava edizione della Settimana del Buon Vivere, si allude proprio a questa sua adesione alla vita concreta degli individui e, nello stesso tempo, a un senso della maschera e del teatro, che caratterizza tutta la sua produzione, in particolare le foto realizzate con lo pseudonimo di André S. Solidor.  A.S.S. (l'acronimo  non è casuale) è la maschera che Erwitt dedica senza diplomazia al mondo dell'arte contemporanea ed a un certo tipo di fotografia. (...)

Con Solidor, presente in mostra anche con un video, si apre la sezione dedicata al colore. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni '40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero. Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi. Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda.

A distanza di decenni, intorno a queste immagini Erwitt ha compiuto un vero e proprio viaggio, durato mesi, posando su di esse uno sguardo critico e contemporaneo. E' nata così una raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2013 con il volume Kolor di teNeues e ora finalmente esposta con circa 100 scatti, che lui stesso ha selezionato con Biba Giacchetti nel suo studio di New York. La rassegna dimostra così come la sua straordinaria sensibilità passi indifferentemente dal colore al bianco e nero e viceversa, in una totale continuità di stile e di ricerca. Dal 1953 nella storica agenzia Magnum, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. Senza dimenticare la sua lunga carriera di autore e regista televisivo, a cui sarà dedicata una rassegna cinematografica promossa da Civitas e Settimana del Buon Vivere.

La mostra comprende circa 170 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dal suo vastissimo archivio. Le foto, nel formato di cm.70x100 e di cm.100x140, sono stampate con particolare cura e allestite con cornici fine art e vetro antiriflesso. Una accurata audioguida è disponibile per tutti i visitatori. La mostra, curata da Biba Giacchetti con il progetto di allestimento di Fabrizio Confalonieri, è promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, con Civitas e Romagna Terra del Buon vivere ed è organizzata  da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (...) La mostra e il calendario aggiornato degli appuntamenti collaterali su mostraerwittforli.it (on line da settembre). (Comunicato ufficio stampa Civita)




Pubblicità!
La nascita della comunicazione moderna 1890-1957


termina il 10 dicembre 2017
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

E' il 22 giugno 1890 e sulla 'Tribuna Illustrata' appare il primo e più antico slogan italiano a cui ne seguirono tanti negli anni successivi come: "Bianchezza dei denti Igiene della Bocca.. La vera Eau de Botot è il solo dentifricio approvato dall'Accademia di Medicina di Parigi". Fino al celebre "A dir le mie virtù basta un sorriso per il dentifricio Kaliklor" (1919), esito felice di un concorso aperto a tutti divenuto una pietra miliare della storia della comunicazione pubblicitaria. Da questi primi passi della storia della pubblicità prende avvio la mostra, a cura di Dario Cimorelli e Stefano Roffi, che, attraverso duecento opere dalla fine dell'Ottocento all'era di Carosello, si pone l'obiettivo di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all'introduzione dell'illustrazione come strumento persuasivo e spiazzante per novità e per fantasia, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all'arrivo della radio come strumento di comunicazione di massa.

La prima sezione racconta come i primi illustratori furono in primo luogo artisti e i loro bozzetti e manifesti fossero realizzati seguendo l'idea dell'illustrazione come elemento di comunicazione, in primo luogo bello e quindi indipendente dal contenuto promosso, dove la rappresentazione spesso stupisce, altre volte cattura l'attenzione per la sua costruzione e composizione cromatica, altre volte impaurisce, altre ancora attrae con ironia.

La seconda sezione è dedicata al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario, dove uno rafforza l'altro, dove il prodotto è rappresentato, o comunque evocato nella rappresentazione, e quindi descritto con il suo nome e la sua marca alcune volte associato a uno slogan che ne rafforza le caratteristiche e la sua distintività. In questa sezione divisa in capitoli, attraverso marchi celeberrimi, si indaga il mondo del manifesto in un incrocio virtuoso tra temi, i settori merceologici, le scuole (le grafiche Ricordi, Richter, Chappius etc..), le prime agenzie pubblicitarie (Maga, Acme Dalmonte etc..) e i grandi maestri (fra i quali, Cappiello, Dudovich, Mauzan, Codognato, Carboni, Nizzoli, Testa).

La terza sezione riguarda tutti gli strumenti di promozione pubblicitaria che si sono sviluppati accanto al più conosciuto manifesto, come locandine, depliant, targhe in latta fino all'illustrazione della confezione. La quarta e ultima sezione è dedicata ai nuovi strumenti di comunicazione che si affacciano dal 1920 in poi, la radio prima e poi la televisione fino al giorno in cui nacque Carosello, il primo passo verso un'altra storia.

La mostra, fra gli altri contributi, si avvale della collaborazione col prestito di un importante numero di bozzetti originali di Carboni, Nizzoli, Testa, Sepo del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell'Università di Parma, e di manifesti d'epoca del Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, della Civica Raccolta delle Stampe 'Achille Bertarelli' del Comune di Milano, della Collezione Alessandro Bellenda - Galleria L'Imagine, Alassio - Savona. Il catalogo dell'esposizione, edito da Silvana Editoriale, prevede i saggi di Dario Cimorelli, Nando Fasce, Elio Grazioli, Peppino Ortoleva, Stefano Roffi, Stefano Sbarbaro, Anna Villari oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Massimiliano e l'esotismo. Arte orientale nel Castello di Miramare
termina lo 07 gennaio 2017
Castello di Miramare - Trieste

In occasione dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo (6 luglio 1832 - 19 giugno 1867) il Museo storico del Castello di Miramare rende omaggio all'imperatore del Messico, presentando una mostra a cura di Rossella Fabiani e Francesco Morena, con un percorso espositivo che offre ai visitatori il patrimonio di oggetti preziosi d'arte orientale - oltre 100 opere - raccolti dall'imperatore durante i suoi numerosi viaggi, conservati nelle collezioni storiche del Castello di Miramare ed esposti adesso per la prima volta. In questo modo il Museo, oltre ad approfondire la personalità di Massimiliano, sensibile alla cultura e all'arte, offre una riflessione sull'importanza che la tradizione artistica orientale ha avuto nell'Europa della metà del XIX secolo.

Porcellane, lacche, arredi, sculture e suppellettili di vario genere - provenienti dall'area medio-orientale, dall'India, dalla Cina e dal Giappone - dialogheranno con dipinti, litografie, iscrizioni arabe ed esemplari della produzione europea e americana ispirata all'arte orientale, la cosiddetta Cineseria. Il termine identifica in maniera molto ampia tutto ciò che in Europa aveva a che fare con l'Asia orientale, dal collezionismo di manufatti, alla realizzazione di Gabinetti in stile, dalla produzione europea di oggetti d'ispirazione asiatica, all'influenza che la Cina e territori limitrofi ebbero sulla filosofia, sul teatro e sulla letteratura europei.

I manufatti risalgono a un arco cronologico che va dalla fine del Cinquecento alla metà dell'Ottocento. Massimiliano infatti acquista pezzi antichi insieme a oggetti della produzione allora contemporanea presso gli antiquari delle città che frequenta, tra le quali Trieste. Oltre al monumentale paravento messicano del 1719, che raffigura un'intensa scena di vita cinese, esemplare prezioso e unico in Italia di Cineseria coloniale, si potranno ammirare - tra gli altri - uno stipo giapponese in legno e intarsi di madreperla dell'inizio del Seicento, realizzato per il mercato portoghese e appartenente alla tipologia Nanban, una scultura di porcellana dipinta in esuberante policromia, ancora giapponese, della fine del XVII secolo, raffigurante un leone seduto, e due spettacolari vasche da pesci in porcellana cinese della metà del Settecento. Rappresentativo dell'arte indiana un magnifico stipo di Goa, in legno di cedro e intarsi di ebano e avorio, anch'esso appartenente a un genere di manufatto raro per le collezioni italiane.

Un'infatuazione, quella di Massimiliano per l'Oriente, che raggiunge il suo acme nei due ambienti 'alla cinese' presenti al Castello. Il Salotto Giapponese e il Salotto Cinese riflettono l'ammirazione da parte del giovane Asburgo di una moda molto diffusa già nel Settecento, seguita con entusiasmo anche dai membri della famiglia imperiale, i quali avevano realizzato simili stanze nelle residenze di Vienna e Schönbrunn. In particolare, il Salotto Cinese, adibito a fumoir nelle giornate di gala e destinato ad ospitare parte dei manufatti asiatici di Massimiliano, ha tutte le pareti rivestite di un tessuto decorato a stampa con un motivo orientaleggiante, ispirato a composizioni che si ritrovano frequentemente nei repertori settecenteschi di incisioni, ad esempio nel The Ladies Amuseument di Pillement (1762).

Massimiliano fornì già nel 1860 precise indicazioni per la Chinesisches Zimmer, richiedendo che si predisponesse "ancora legno di quercia con ricca doratura, le pareti con grandi specchi... e anche piante fresche", secondo uno schema in cui arredi e natura si compenetrano anche all'interno dell'abitazione, già sperimentato in una stanza verandata di Villa Lazarovich, la prima residenza triestina dell'arciduca, così raffigurata in un dipinto di Germano Prosdocimi del 1855 circa. Il Salotto Giapponese, così denominato nonostante in realtà esso non mostri prevalenti caratteri giapponesi, rimane piuttosto ancorato agli stilemi della Cineseria settecentesca.

Richiamano quel contesto le sete dipinte utilizzate per le pareti, il soffitto e i tendaggi della sala, decorate in ricca policromia su fondo chiaro con motivi di fiori, farfalle e vasi racchiusi entro volute rocaille. La boiserie in legno chiaro che corre nella parte inferiore delle pareti, nell'angolo con lo specchio e sulle sovrapporte mostra una filettatura che riproduce le naturali nodosità dei fusti di bambù. Simili griglie di bambù si vedono anche sulle superfici delle due porte che affacciano nel Salotto. Ognuna di loro inquadra un pannello in lacca, a fondo rosso, oppure marrone, oppure nero, decorato a oro con composizioni di fiori e uccelli e scorci di paesaggio marino con imbarcazioni. Un certo numero di questi pannelli - della metà dell'Ottocento circa - costituisce l'unica reale presenza di Giappone nella sala.

Per Massimiliano l'Oriente non è solo la risposta all'esigenza di adeguarsi a certi gusti aristocratici, ma un'autentica scoperta. Il viaggio diviene per l'imperatore uno stile di vita, una dimensione della mente grazie al quale, toccando ben quattro continenti (Europa, Asia, Africa e America), conosce culture e popoli diversi, rispettandone i costumi e apprezzandone le abitudini, fino a farne propria qualcuna. Attraverso l'acquisizione di oggetti extraeuropei e di libri dedicati a queste esplorazioni (presenti nella biblioteca del Castello) Massimiliano porta il mondo per così dire "dentro casa".

Pur non avendo visto, infatti, l'India, la Cina e il Giappone, gli oggetti provenienti da quei luoghi lontani e misteriosi costituiscono uno strumento per ampliare orizzonti di cultura e di conoscenza altrimenti preclusi. La mostra intende indagare anche questo aspetto della complessa e affascinante personalità di Massimiliano, che ha fatto del viaggio uno dei fili conduttori della sua breve, ma intensa, esistenza. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo Marsilio Editori, frutto del lavoro di catalogazione di tutti gli oggetti orientali della collezione del Castello di Miramare. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Federica Rossi - dalla serie The living cell - acrilico su tela cm.120x100 2017 Federica Rossi: "The living cell"
termina il 24 settembre 2017
Museo della Città "Luigi Tonini" - Rimini
www.federicarossi.it

Nuova produzione pittorica di Federica Rossi in mostra, a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei. Dedicata alla cellula, nel suo divenire vita pulsante in viaggio verso l'eternità, la serie The living cell, da cui trae il titolo la mostra stessa, raccoglie una quarantina di opere inedite su tela e su carta. Come spiega Francesca Baboni, «Giocando su cromatismi che rispecchiano le tinte naturali della terra, sublimati dall'impasto di colori miscelati e inchiostri, e dall'atto creatore che assume forma e consistenza diversificate a seconda che l'autrice operi sulla carta o sulla tela, Federica Rossi ci trasporta nel suo universo fluido e luminoso, in cui le cellule si muovono e si avvicendano pulsanti di vitalità come se fluttuassero nel liquido amniotico, lasciando le tracce del loro viaggio infinito e quindi ancora più sorprendente».

«Nelle sue opere - conclude Stefano Taddei - è la cellula la protagonista. Non solo però. Tale centralità non blocca il magma creativo proposto dall'autrice, che si dipana in numerosi rivoli e pare amplificarsi ulteriormente, non limitandosi assolutamente e meramente nello spazio dell'elaborazione. La profondità coloristica delle composizioni lascia trasparire vari fenomeni cellulari che prendono vita, manifestandosi in tutta la loro estrinseca potenzialità vigorosa ed energica. Grazie all'indagine creativa di Federica Rossi la vita ci scorre davanti, la possiamo cogliere o solo osservare. Tutto ciò ci rimanda al nostro fluire al mondo, una potenza in atto che nessuno può evitare e cancellare». L'esposizione è promossa dal Comune di Rimini con il patrocinio della Biennale del Disegno, in collaborazione con la Galleria Annovi di Sassuolo (Modena).

Federica Rossi (Parma, 1972) si diploma al Liceo d'Arte di Parma e successivamente frequenta l'Accademia di Comunicazione di Milano. La prima svolta decisiva nel compiersi della sua identità di artista avviene nel 2004. Già dagli esordi ha avuto la fortuna di collaborare con importanti esponenti del mondo artistico, grazie ai quali, dal 2006 inizia a partecipare a diverse mostre collettive e personali, dapprima a livello locale e nazionale e, ben presto, a livello internazionale. Dal 2009 comincia, infatti, un'intensa attività espositiva che la vede protagonista in mostre personali e collettive. Attualmente le sue opere trovano spazio in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




MOstra dedicata a Mirò Mirò: "Le lézard aux plumes d'or"
termina lo 01 ottobre 2017
Villa Colloredo Mels - Recanati
www.infinitorecanati.it

L'attività di illustratore ha sempre rappresentato un momento fondamentale nel percorso artistico di Joan Miró, facendone un protagonista assoluto della storia del libro d'artista. La serie di litografie a colori "Le lezard aux plumes d'or", realizzata nel 1971, rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico dal grande artista catalano, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. Nella terra di Giacomo Leopardi, la poesia surrealista diventa immagine e l'immagine è testo poetico: questa mostra è un'occasione unica per scoprire e ammirare un particolare aspetto del meraviglioso mondo di Miró. La mostra, promossa dal Comune di Recanati e organizzata dalla società Sistema Museo, è il primo evento del nuovo progetto "Infinito Recanati", che fa leva sulla sua forte identità legata all'arte, alla poesia e alla musica della città.

Curioso sperimentatore di tecniche e materiali, Miró approfondisce l'estrema poeticità della sua arte a stretto contatto con la parola. La prestigiosa esposizione accompagna il visitatore alla scoperta dell'alternanza armoniosa di versi e immagini vibranti di colori, per sorprendersi di inattese visioni e libertà espressiva. Un viaggio dai segni alla parola, dal colore alla rappresentazione. Scrisse Miró: "Niente semplificazioni né astrazioni. In questo momento io non mi interesso che alla calligrafia di un albero o di un tetto".

«Nel corso della sua lunga vita Miró strinse amicizia con i maggiori poeti del Novecento e lavorò all'illustrazione dei loro versi; in alcuni casi si occupò di veri e propri classici della storia della letteratura. Per questa sua straordinaria produzione, nel 1954 la giuria della Biennale di Venezia gli conferì il "Gran Premio internazionale per la Grafica". Nel 1971 prese forma la coinvolgente avventura editoriale Le lézard aux plumes d'or. La genesi del libro fu piuttosto travagliata. Già nel 1967, Miró aveva realizzato diciotto litografie a colori che illustravano il poemetto per conto dell'editore Louis Broder. Ma le stampe risultarono lacunose nella resa dei colori a causa, pare, di un difetto nella fabbricazione della carta e l'intera tiratura fu distrutta. Poiché nel frattempo le matrici erano state annullate non fu possibile ristamparle e Miró dovette attendere alla realizzazione di nuove lastre, che furono stampate da Mourlot e pubblicate, sempre da Broder, solo nel 1971.

Le quindici nuove litografie, insieme alle ventitre che riproducono il poemetto chirografato di Miró, diventano il luogo dove la scrittura-segno si determina e si trasfigura, in tutta la sua concretezza lineare, nell'immagine-segno. Nelle tavole di Le lézard aux plumes d'or immagine e parola hanno origine dall'impulso indistinto e si compenetrano fino a diventare un'unica trasmissione dell'energia intima, l'impronta permanente dell'esistenza. Se l'immagine-segno svela gli aspetti più profondi della vita (...), la scrittura-segno è la trascrizione diretta di quel dinamismo che chiamiamo poesia. E' evidente che ci troviamo in un contesto fiabesco. Perché Miró fu sempre un "pittore di favole" ed è palese la sua propensione ad un tipo di poesia che, pur mettendo in luce echi degli automatismi surrealisti e affinità col nonsense dadaista, si fa testimone di relazioni animistiche e magiche tra uomo e natura, di un mondo in cui gli animali - ma anche le cose inanimate- aiutano il mondo a rinascere: "perciò il suo genere è la favola (..)" (G. C. Argan)

Se qualcuno, accostandosi a Le lézard aux plumes d'or con qualcosa di più della semplice curiosità, non si lascerà sulle prime disorientare dalla baraonda cromatica di alcune pagine in cui le immagini zampillano con una profusione che non conosce limiti, né scoraggiare dal costante insistere su soluzioni e caratteri stilistici apparentemente ripetitivi, incontrerà l'assoluta mancanza di retorica che permea l'intero libro. Qui tutto è profondo e giocoso, brillante e disinvolto, così come è suggestivo e inafferrabile quell'alone di segreto che si dipana dall'immagine-segno di Miró.» (Sebastiano Guerrera, dal testo critico del catalogo)




Maria Papa Rostkowska - La pureté - marmo bianco di Altissimo h 60cm. Ca 1989 Maria Papa Rostkowska
Le opere, gli amici, i luoghi


termina il 14 ottobre 2017
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Dopo l'antologica di questa primavera, la Galleria Cortina ripropone l'opera di Maria Papa Rostkowska. A distanza di cinque anni dalla personale del 2012, si rinnova la presenza con una mostra, a cura di Stefano Cortina, dedicata alle sue sculture in marmo e ai lavori della sua cerchia di amici artisti.

Maria Baranowska (Varsavia, 1923 - Pietrasanta, 2008) di padre polacco e madre russa, nel 1943 sposa Ludwik Rostkowski Jr, importante esponente della social-democrazia polacca, con il quale partecipa al salvataggio di numerosi ebrei del Ghetto di Varsavia. Durante l'insurrezione di Varsavia, nel 1944, è attiva nella lotta contro l'armata tedesca ottenendo, dopo la liberazione, la medaglia Virtuti Militari nel frattempo studia architettura e belle arti. Rimasta vedova nel 1950 inizia a partecipare come pittrice, a varie esposizioni in Polonia. Nel 1957, su invito del pittore Edouard Pignon si trasferisce a Parigi dove conosce l'editore, scrittore e critico d'arte Gualtieri di San Lazzaro (al secolo Giuseppe Papa), fondatore della rivista d'arte "XXe Siècle" e dell'omonima galleria, che sposerà nel 1958.

Maria si trova subito al centro della vita artistica parigina, conosce gli artisti più importanti come Serge Poliakoff, Joan Mirò, Esteve, diventa amica di scrittori, critici e personalità della cultura come Eugene Ionesco, André Pieyre de Mandiargues, Pierre Volboudt, André Verdet, Robert Lebel, Jacques Lassaigne, Beniamino Joppolo, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini. Ma anche Nina Kandinsky e scultori come Emile Gilioli, Marino Marini, Lucio Fontana e Carlo Sergio Signori. Sono questi gli anni in cui, passando le estati ad Albisola (Savona), scopre la ceramica e la terracotta e comincia a dedicarsi principalmente alla scultura. Lavora nei laboratori di Tullio d'Albisola e passa il tempo in compagnia di Carlo Cardazzo e degli amici artisti che gravitano intorno alla Galleria del Naviglio come Capogrossi, Crippa, Fabbri, Manzoni, Scanavino, Milena Milani, Sassu, Wifredo Lam e Asger Jorn. Il risultato di quel lavoro febbrile e intenso sarà presentato per la prima volta alla Galleria del Naviglio, nel 1960, con una presentazione di André Verdet.

Seguiranno altre importanti rassegne, in cui Maria Papa si trova in un importante circuito internazionale, che vede la partecipazione di artisti delle avanguardie storiche, come Hans Arp, Marc Chagall, Alberto Magnelli, Massimo Campigli e Sonia Delaunay, e artisti della seconda École de Paris, o italiani come Alberto Burri, Agenore Fabbri, Giuseppe Capogrossi e Lucio Fontana. Nel 1966 è invitata da Giuseppe Marchiori a partecipare al Symposium del Marmo organizzato dalla ditta Henraux di Querceta, in Versilia, dove scopre il marmo, che diventerà il suo materiale d'elezione. Da allora, e fino al 1999, la sua vita si dividerà fra la Versilia e Parigi. Nell'aprile 2009 la città di Pietrasanta le dedicherà un'importante retrospettiva, rendendo omaggio a una delle rare donne scultrici che si siano dedicate alla "taglia diretta".

Esposizioni commemorative si sono tenute a Parigi, a Varsavia e a Milano. In anni recenti alcune sue grandi opere sono state collocate in luoghi pubblici a Milano (Centro Apice, Università di Milano), Varsavia (Museo di Scultura, Museo Nazionale e due nel Palazzo Presidenziale della Repubblica Polacca), Mentone, Pietrasanta. A Parigi, al Palais Bourbon, proprio davanti alla sala dei deputati del Parlamento Francese, è stata collocata nella primavera del 2011 la scultura monumentale Promesse de Bonheur, alta più di 3 metri, in marmo bianco di Altissimo. Maria Papa è la sola artista non-francese ad avere un' opera al Palais Bourbon. Saranno presenti in mostra anche le opere dei principali artisti che gravitavano tra Parigi, Milano, Albisola e Pietrasanta e che costituivano la stretta cerchia di amicizie e frequentazioni abituali di Maria Papa e Gualtieri di San Lazzaro: Arp, Man Ray, Verdet, Sonia Delaunay, Poliakoff, Picasso, Mirò, Calder, Max Ernst, Capogrossi, Crippa, Dadamaino, Fabbri, Lucio Fontana, Marino Marini, Magnelli.

Catalogo Cortina Arte Edizioni (in italiano, inglese e francese) con testi critici e memorie di Marco Meneguzzo (storico dell'arte e docente presso l'Accademia di Belle Arti di Brera), Lydia Harambourg (storica e critica dell'arte), Agnieszka Tarasiuk (curatrice del Museo di Scultura Kròlikarnia a Varsavia), Stefano Cortina e Massimo Mallegni (sindaco di Pietrasanta). (Comunicato stampa)




"Ordine e Bizzarria"
Il Rinascimento di Marcello Fogolino


termina lo 05 novembre 2017
Castello del Buonconsiglio - Trento

Tra il 1531 e il 1533 il Magno Palazzo era un grandioso cantiere rinascimentale dove pittori, scultori, artigiani, garzoni di bottega lavoravano a tempo record per rendere sontuosa la nuova dimora rinascimentale del principe vescovo Bernardo Cles. Dopo le grandi mostre monografiche dedicate ai pittori che affrescarono il maniero ovvero Girolamo Romanino e i fratelli Dosso e Battista Dossi, il museo renderà omaggio al terzo artista che contribuì alla decorazione del Magno Palazzo: il veneto Marcello Fogolino.

La rassegna vuole far conoscere al grande pubblico un pittore che fu costretto ad una forzata permanenza in Trentino, in quanto esiliato dalla Repubblica di Venezia, ma che riuscì a guadagnarsi, con la sua opera, la fiducia del Principe Vescovo Bernardo Cles fino a divenirne il pittore di corte. Il contesto trentino sarà illustrato con opere fogoliniane provenienti da chiese e dalle collezioni del museo, in merito alle quali particolare attenzione verrà dedicata alle figure dei relativi committenti, mentre la sua produzione profana sarà approfondita partendo dai cicli pittorici del Castello del Buonconsiglio con l'inevitabile ed importante parentesi costituita dal ciclo di Ascoli Piceno, ma anche dalla scarne ma preziose testimonianze grafiche.

La mostra si snoderà nelle sale del Magno Palazzo, in parte affrescate da Romanino e dai fratelli Dossi e in parte affrescate dallo stesso Fogolino, e prenderà avvio da pale d'altare che hanno contraddistinto l'evolversi del suo percorso stilistico tra Vicenza e la provincia di Pordenone, evidenziando la ricca valenza del patrimonio artistico e culturale del Triveneto ed approfondendo lo studio dei rapporti e della collaborazione culturale con gli altri artisti vicentini, tra cui Giovanni Bonconsiglio, Bartolomeo Montagna e Francesco Verla.

In mostra le magnifiche pale d'altare provenienti dal Rijksmuseum di Amsterdam, dalla Galleria dell'Accademia di Venezia, dalla Pinacoteca Nazionale di Siena, dalla Pinacoteca di Palazzo Chiericati a Vicenza ai disegni provenienti dal museo statale di Dresda e di Amburgo. L'iniziativa può contare sulla collaborazione dei Musei Civici - Palazzo Chiericati di Vicenza, con il quale è stipulato specifico accordo, mentre un secondo accordo vede la collaborazione tra museo del Castello del Buonconsiglio e il Museo Diocesano Tridentino, che in contemporanea alla mostra su Fogolino curerà l'avvio di una iniziativa parallela sul Francesco Verla, altro importante artista che nei primi anni del XVI secolo soggiornò a lungo in Trentino.

Il particolare clima culturale che contraddistinse il periodo clesiano, non senza positive influenze sull'arte fogoliniana e sulla importante stagione rinascimentale trentina, verrà messo in evidenza da materiali di confronto ispirati al gusto antiquario del tempo, alla statuaria, alla produzione libraria e incisoria. Molti sono ancora i problemi aperti intorno alla personalità e alla produzione del pittore vicentino, ma trentino d'elezione: da quelli relativi alla biografia e all'itinerario artistico a quelli connessi con la definizione del catalogo e la periodizzazione delle opere. Nodi che possono ora essere dipanati anche grazie alla serrata campagna di restauro condotta nell'ultimo ventennio sui cicli affrescati del Magno Palazzo, agli studi condotti sul cantiere voluto dal Cles e sulla figura del Fogolino, nonché all'accurata campagna di verifiche archivistiche. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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Mostre relative al Trentino - Alto Adige / Südtirol




Il secolo breve. Tessere di '900
termina il 05 novembre 2017
Fondazione Matteucci per l'Arte Moderna - Viareggio

Il titolo della rassegna, Il secolo breve - a cura di Susanna Ragionieri - si richiama naturalmente al celebre saggio pubblicato nel 1994 da Eric Hobsbawm. Il sottotitolo Tessere di '900 vuole invece dar conto di una esposizione che propone una serie di testimonianze di rilievo assoluto del Secolo trascorso, tessere di un mosaico che letto nella sua complessità evidenzia un periodo artistico tra i più fecondi e creativamente tumultuosi dell'arte italiana. Nel percorso espositivo estremamente emozionale concepito da Susanna Ragionieri le nature morte di Thayat, Balla, Severini e De Pisis emergono per il sentimento di classicità di cui sono pervase, mentre le figure di Spadini e Campigli si contrappongono, pur nella comune impronta parigina, per l'evocazione di un passato colto e dal cuore antico.

Il paesaggio, infine, si offre nei volti più variegati attraverso le suggestive visioni di Rosai, Lloyd, Guidi e Paresce. Ecco che, in questo caleidoscopico panorama, ogni artista - ai già citati si aggiungono Morandi, Guttuso, Viani e De Chirico - diviene così una tessera dell'affascinante ed eclettico mosaico che prelude alla modernità. (...) Nell'apparente autonomia e disomogeneità espressiva, queste dissonanti connotazioni confermano lo spirito inquieto che da sempre caratterizza l'arte italiana, delineando un inaspettato spaccato, quanto mai unitario nel comunicare il pensiero creativo del tempo.

Non si tratta di avventurarsi in uno spazio temporale alla ricerca di un tema, di un genere o di consonanze estetiche, ma di scoprirne l'infinita varietà di forme concepite e articolate ora sul colore, ora sulla ragione, ora sul sentimento, nelle quali l'immagine, nonostante tutto, continua a vivere prima della frantumazione. Eric Hobsbawm, in Il secolo breve, condensa il Novecento in tre periodi, non esitando ad indicare il primo, compreso tra il 1914 e il '45, come quello della "catastrofe" per le ferite sociali e le crisi economiche sofferte dall'Europa durante i due conflitti mondiali. Se, però, si sposta l'analisi all'ambito artistico, la visione non è di un tramonto bensì di un'aurora. Nessun altro momento è stato, infatti, altrettanto fecondo e ricco di fermenti, al punto di rivoluzionare la ricerca con un impulso analogo a quello determinato ai nostri giorni dalla rete.

Portando la lancetta del tempo al 1909, all'alba di quello che qualcuno ha definito anche "il secolo delle speranze deluse", quando Marinetti pubblica su "Le Figaro" il Manifesto del Futurismo, ci si avvede che la pittura italiana, lasciatasi alle spalle la lezione degli Impressionisti e di Cézanne, si apre ad uno dei momenti più dirompenti e felici, cambiando radicalmente volto. A voler essere coincisi e pragmatici, verrebbe da dire che proprio nel ventennio seguente, a partire dalle ultime frange divisioniste, le tendenze e le avanguardie audacemente impostesi sul realismo ottocentesco imprimeranno tracce tanto profonde e marcate da orientare gli sviluppi del dopoguerra: dall'Informale di Vedova e Capogrossi, allo Spazialismo di Fontana. Alludiamo alla trasformazione visiva scaturita dallo stesso Futurismo e dalla Metafisica, nonché al recupero della forma operato da Novecento, movimento che, riallacciandosi alla tradizione, ha elaborato una nuova idea figurativa in grado di dialogare con il presente. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Federico Seneca (1891-1976)
Segno e forma nella pubblicità


termina il 24 settembre 2017
Galleria Carifano (Palazzo Corbelli) - Fano

L'esposizione vuole scandagliare la personalità ingegnosa quanto talentuosa di Federico Seneca, attraverso una selezione delle sue opere - circa una novantina tra manifesti, bozzetti preparatori in gesso e matita su carta, schizzi e studi - partendo dai manifesti di promozione turistica locale dedicati proprio alla città di Fano, rappresentati in modo particolare dal favoloso manifesto del 1924, appartenente Museo Nazionale Collezione Salce (Treviso) in cui Seneca, attraverso la sua straordinaria abilità di disegnatore, mette in scena una teatralità raffinatissima riuscendo al contempo ad esaltare sia la bellezze della stazione balneare fanese che l'eleganza della sua gente. I suoi manifesti, insegne, loghi, scatole, calendari hanno fatto la fortuna, oltre che l'immagine, di alcuni notissimi marchi.

Dagli esordi di sapore Liberty, all'adesione al Futurismo (suggellata dallo stesso Marinetti), accostandosi al Déco, poi al Cubismo e via via fino all'originalissima sintesi formale che egli raggiunge negli anni successivi, spesso carica di Surrealismo, con la quale ha trasformato la natura di un prodotto e la conseguente percezione dei suoi consumatori. Degli anni che seguono la Grande Guerra, gli elaborati per Perugina, con il famoso cartiglio dei Baci e ancora molti altri. Lavori che ricordano bene dunque anche gli anni dal suo trasferimento in Lombardia. Seneca nasce a Fano nel 1891 da famiglia borghese, si diploma all'Accademia di Belle Arti di Urbino e per pochi anni è impegnato nell'insegnamento. E' proprio nella sua città natale che inizia l'attività di "cartellonista": incaricato dal 1912 di promuovere il lido fanese, realizza un gruppo di manifesti che, se da un lato richiamano lo stile di Marcello Dudovich, dall'altro delineano il suo preciso e originalissimo marchio grafico.

Basti guardare al giallo puro con cui rende la battigia, lo stesso giallo che si ritroverà protagonista di altri suoi più celebri e celebrati manifesti successivi. La guerra lo porta ad un distacco da Fano; va al fronte, poi all'Accademia di Modena, quindi ad Orbetello impegnato a ottenere il brevetto di pilota e ancora al fronte. All'indomani del conflitto, inizia il suo rapporto professionale come direttore dell'ufficio pubblicità della Perugina, in particolare a supporto della promozione dei Baci, e di seguito della Buitoni. E poi Milano, il successo. A Fano egli resta "di casa", qui trascorre le vacanze e coltiva le vecchie amicizie.

La direzione artistica di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio ha tra i suoi massimi obiettivi quello di offrire, in particolar modo ai giovani, una finestra su un passato che vale la pena di ricordare perché ancora attuale e di forte stimolo per capire il presente, sia da un punto di vista prettamente legato al mondo della grafica, che a quella preziosa e intramontabile tradizione del fare manuale che a loro avviso non è scomparso, come molti invece sostengono trovandosi di fronte all'eccezionale progresso tecnologico. Per l'occasione è stato stampato un catalogo edito da Silvana Editoriale, con la curatela e saggi critici di Nicoletta Ossanna Cavadini, Dario Cimorelli, Marta Mazza, Luigi Sansone. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Franco Fontana dalla mostra Paesaggi a Torino Franco Fontana: Paesaggi
termina il 23 ottobre 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

La mostra, a cura di Walter Guadagnini, direttore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino, rende omaggio al celebre fotografo Franco Fontana (Modena, 1933) attraverso venticinque immagini di grande formato in prestito dalla UniCredit Art Collection, una delle principali raccolte d'arte in Europa a livello corporate. Leitmotiv del percorso espositivo è il colore, inteso come rivelazione, come fondamento di poetica, come linguaggio assoluto attraverso il quale passa ogni possibilità di espressione. Questo è, sin dai precoci inizi alla fine degli anni Sessanta, il fondamento della poetica di Fontana, maestro di una fotografia di paesaggio intimamente e profondamente anti-naturalistica e anti-documentaristica, paradosso questo che da sempre rappresenta la sua forza, la sua caratteristica primaria.

Nel colore Fontana cerca e trova gli equilibri compositivi, e con il colore risolve lo spazio: nulla importa, a chi guarda, dove quella fotografia sia stata scattata, né quando, nulla importa del contesto. In questo senso, il suo è un paesaggio puro, liberato dalle necessità e dai vincoli della contingenza, poiché il vero soggetto della sua fotografia è il gioco delle cromie e delle luci, il taglio dell'inquadratura, l'estensione emotiva di questi elementi, non della natura in quanto tale. L'esposizione - realizzata con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino - arricchisce con un nuovo capitolo il filone delle mostre fotografiche che ormai da qualche anno Palazzo Madama accoglie in Corte Medievale.

Franco Fontana (1933) inizia a fotografare nel 1961, e realizza i suoi primi scatti celebri nella seconda metà degli anni Sessanta, quando inizia a espone quelle fotografie a colori che ne caratterizzeranno l'attività sino ai giorni nostri, conferendogli una fama mondiale come uno degli "inventori" della moderna fotografia a colori. Negli anni Settanta tiene una personale in "Photokina", dove espone i suoi paesaggi, ottenendo un grande riscontro di critica e di pubblico. In seguito a un primo viaggio negli Stati Uniti nel 1979 approfondisce la ricerca sugli spazi urbani che proseguirà anche nei decenni successivi; nel 1982 pubblica "Presenzassenza", volume dedicato alla ricerca sull'ombra.

Nel 2000 pubblica il volume Sorpresi nella luce americana, nel quale concentra la sua attenzione sulla figura umana in rapporto allo spazio urbano. Negli ultimi anni si dedica con frequenza anche all'elaborazione digitale della fotografia, in un continuo rinnovamento della propria ricerca. Nel 2003 è pubblicata la monografia Franco Fontana - Retrospettiva, con introduzione di A.D.Coleman, che ripercorre l'intero suo percorso creativo. Nel 2006 ha ricevuto la Laurea Magistrale ad Honorem in Design eco compatibile dal Consiglio della Facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo. (Comunicato stampa)




Croce - Santa Maria Maggiore 1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

L'esposizione, curata da Massimo Medica, nasce dall'occasione di esporre per la prima volta al pubblico questo prezioso esemplare di croce viaria a seguito del restauro eseguito da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). L'opera rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze. Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle "leggendarie" quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant'Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana.

E' però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l'espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l'arrivo delle truppe napoleoniche e l'instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli. La croce ritrovata di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all'iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L'opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.

Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo, inoltre: "Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell'XI e XII secolo l'acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi."

Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d'acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura. Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni originarie, codici miniati dell'XI e XII secolo, tavolette d'avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.

La mostra è accompagnata da un catalogo e in occasione verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniatodal titolo Bologna città della croce, con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna. Il documentario, del 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio. Il documentario è visibile su www.youtube.com/watch?v=RBm58qgdR7Y (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)




"Amore e rivoluzione"
Coppie dell'Avanguardia Russa


termina lo 01 ottobre 2017
Museo MAN - Nuoro
www.museoman.it

La mostra, a cura di Heike Eipeldauer e Lorenzo Giusti, adotta un punto di vista innovativo - le coppie di artisti - per rileggere le vicende dell'avanguardia visiva russa attraverso il contributo di sei autori della prima generazione, uniti nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi, così come nella vita comune: Natalya Goncharova (1881-1962) e Mikhail Larionov (1881-1964), Varvara Stepanova (1894-1958) e Alexander Rodchenko (1891-1956), Lyubov Popova (1889-1924) e Alexander Vesnin (1883-1959).

Destinata ad attrarre un pubblico variegato, non soltanto di amanti della storia dell'arte, ma anche di appassionati di storia del Novecento, di comunicazione, design e fotografia, la mostra intende raccontare lo stretto legame tra arte e vita che le diverse coppie si trovarono a sperimentare, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno, sia artistico, sia politico. Attraverso un nucleo di oltre cento opere, tra dipinti, sculture, disegni, collage, fotografie, manifesti pubblicitari e di propaganda politica, saranno indagati i metodi di lavoro, le tecniche, i linguaggi, soffermandosi sui punti di contatto, ma anche sulle specificità e dunque sui diversi profili degli autori considerati. Accomunati dall'ambizione di connettere tutti i generi della creatività artistica con l'azione estetica, l'elaborazione teorica e la prospettiva politica, gli artisti dell'avanguardia contribuirono ad alimentare l'aspirazione al cambiamento e a costruire le basi di una nuova idea di società.

Contraddistinti da una grande produttività, i movimenti nati sotto la spinta della rivoluzione bolscevica del 1917 portarono alla ribalta non soltanto un numero senza precedenti di donne artiste, attive alla stregua degli uomini, ma anche una serie inusuale di coppie all'interno della quale le tre coinvolte in questo progetto possono essere considerate le più importanti e rappresentative. Lavorando fianco a fianco, condividendo spazi, idee, programmi, le coppie dell'avanguardia russa giunsero a fondere indissolubilmente la sfera privata con quella pubblica, promuovendo e testimoniando quella visione utopica, quella possibilità di una creazione collettiva alternativa al mito dell'arte come sfera del genio solitario, di cui la rivoluzione si era fatta promotrice insieme al grande ideale della parità di genere. Quali aspetti artistici e quali ideali sociali risultano predominanti nel percorso di queste coppie? Funzionò effettivamente, questa collaborazione, come strumento di emancipazione oppure le convenzioni di genere continuarono a condizionare la produzione artistica e la sua ricezione da parte del pubblico?

Con queste domande alla base, la mostra al MAN intende tracciare una genealogia dell'avanguardia russa: dagli esordi prerivoluzionari intorno al 1907, influenzati dalle sperimentazioni dell'arte moderna occidentale, fino allo sviluppo dei più noti movimenti artistici degli anni Dieci e Venti, capitali nello sviluppo dei linguaggi dell'avanguardia internazionale, a partire dal cubo-futurismo di Liubov Popova e Varvara Stepanova, passando per il raggismo di Natalia Goncharova e Mikhail Larionov, che, come Popova, partecipò anche al suprematismo di Malevich, fino alla sperimentazione di nuovi criteri di funzionalizzazione dell'arte nell'ambito del costruttivismo, frequentato da Stepanova, Vesnin, Popova e soprattutto Rodchenko, di cui, insieme a un numero significativo di pitture, collage e manifesti, sarà presentato un nucleo di oltre 20 fotografie che, nel loro insieme, costituiscono di fatto una mostra nella mostra. Completerà la mostra un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale con testi di Lorenzo Giusti, Heike Eipeldauer, Florian Steininger, Verena Krieger, Aleksandr Lavrent'ev. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Angelo Verga - Dorani Az - olio su tela cm.60x50 1965 - Courtesy Archivio Angelo Verga - Milano - Ca' di Fra' - Milano Angelo Verga: Occhi Chiusi Mente Aperta
termina il 27 ottobre 2017
Ca' di Fra' - Milano

Il lavoro di Angelo Verga (Milano, 1933-1999) è una continua "ipotesi" e "ricerca"... Entrò nel Gruppo Nucleare (anni '50). Firmò manifesti con Sordini e Manzoni (1956-1957). Aderì al Gruppo del Cenobio (1962). Il Cenobio pose al centro della propria poetica la ricerca segnica, aprendo un fossato con le correnti dell'Arte Oggettuale, Cinetica, Programmata e Pop che stavano avanzavando. Nelle opere di questo periodo il segno è una grafia leggera. La sua ricerca sul segno e sul gesto maturano con lui fino ad approdare ad una essenzialità e povertà di elementi compositivi assolute. "A questa austerità si oppone, ha osservato Nello Ponente, una vivacità ed una ricchezza di rapporti tra segno e segno, tra segno e zona di colore, tra forma e colore". Tempo e Spazio sono concetti interiori, intimi; Così come il concetto di geometria è, per lui, assoluto e personale. Dal 1967 Verga rivolge, infatti, la sua attenzione a figure geometriche quali il quadrato, il triangolo, il cerchio.

La geometria ricopre una valenza importante nella composizione della tela così come nella razionalizzazione dello spazio di lavoro (Il triangolo matto, Il quadrato stanco sono lavori anni '70). La sua ricerca sul ritmo e sullo spazio giunge ad estreme semplicazioni proponendo, sempre più, uno spazio ragionato e misurato. Queste opere sono tutte variazioni su un unico tema: quello di una o più immagini cromatiche distinte, ricondotte a figure geometriche. Sono anche gli anni di Tensioni e Incastri (1968-70) e delle tempere e lavori ad olio intitolati Ciclotimia, Sequenze, Il nodo dell'amore. La mostra, che conclude il ciclo dedicato al Gruppo del Cenobio, pone l' attenzione sugli anni '60-'70 della sua produzione. (Comunicato stampa)

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"Dorani Az", di Angelo Verga (Immagine opera ingrandita)




Renato Guttuso - senza titolo - olio su tela 1983 Renato Guttuso - Carrettiere siciliano addormentato - olio su carta intelata 75x100cm. 1946 Renato Guttuso - Tetti - china acquerellata su cartone 34x50cm. 1961 Renato Guttuso - La madre - olio su tela 60x48cm. 1937 Rosso Guttuso
Opere 1934-1984


termina lo 05 novembre 2017
Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte - San Giovanni La Punta (Catania)
www.fondazionelaverdelamalfa.com

Una importante mostra dedicata al grande maestro siciliano Renato Guttuso, in occasione del nono anniversario di nascita della la Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte di Catania, istituzione attiva nella valorizzazione dei quattro fondi patrimoniali di cui dispone (il parco; la sezione di opere d'arte moderna e contemporanea; la collezione di abiti d'epoca e di libri antichi) e nella promozione artistica attraverso l'organizzazione di attività ed eventi culturali.

La mostra, pensata insieme alla Galleria De Bonis di Reggio Emilia che da molti anni si occupa della divulgazione delle ricerche e delle opere degli artisti del Novecento italiano e in particolare delle opere di Renato Guttuso, sarà in permanenza negli spazi della Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte dal 19 giugno al 5 novembre 2017. Rosso Guttuso presenta una selezione di lavori del pittore neorealista (Bagheria, 1911 - Roma, 1987), tracciando un duplice percorso che è, allo stesso tempo, cronologico e tematico. In mostra, infatti, saranno esposte opere che vanno dal 1934 fino al 1984. Il testo critico è di Giorgio Agnisola.

Il rosso così com'è declinato nelle opere di Renato Guttuso diventa sinonimo di sofferenza, passione, pietà, violenza, lotta, speranza, in altre parole, simbolo di vita attiva e partecipata, di vita sentita e vissuta, di vita umana ed in quanto tale debole e forte, buona e cattiva, reale e sognata. Gli olii su tela che ritraggono figure umane in interni domestici (un suo topos stilistico), nature morte, processioni di martiri e un carrettiere a riposo, dialogano con le chine su carta in cui quelli che appaiono abbozzi e appunti presentano già la consistenza del lavoro finito. Ad esempio, gli "studi per la crocefissione" presenti in mostra, sebbene siano solo una parte del lavoro completo, hanno in se stessi una forza e una personalità che pochi artisti, come Guttuso, sono in grado di creare con il solo gesto della propria mano.

«Dentro ma anche al di là del segno - scrive Giorgio Agnisola - il colore rosso riflette un condizione d'anima, una passione immanente e trascesa, che apre al pulsare sanguigno dello sguardo, ma anche al vibrare sotteso della memoria, alla dolcezza e al sogno della vita trasfigurata dagli ideali». Rosso Guttuso sarà visitabile su prenotazione da giugno a novembre, attraverso dei percorsi in visita guidata e dei laboratori didattici creati ad hoc per la mostra e suddivisi per tipologia di pubblico e di interessi.

Elenco opere di Renato Guttuso in mostra:

Marta, Renato e Rocco, china su carta, 73.7x51cm.
Natura morta, 1973, olio su tela, 80x100cm.
Carrettiere siciliano addormentato, 1946, olio su carta intelata, 75x100cm.
I martiri, 1954, olio, tempera, inchiostro di china su carta intelata, 162x300cm.
La madre, 1937, olio su tela, 60x48cm.
Lo studio dell'Artista, 1963, olio su tela, 100x130cm.
Studio per Crocifissione, 1940, china su carta, 33,5x22cm.
Studio per la crocefissione, 1940, china su carta, 32x22cm.
Tetti, 1961, china acquerellata su cartone, 34x50cm.
Il congedo, 1934, olio su tavola, 70x52cm.

«Esiste un "rosso Guttuso"? E' possibile. Il colore pervade l'opera del maestro, variabile e persistente; soprattutto lo scarlatto, il cinabro, il cadmio, il porpora, l'amaranto. Potrebbe dirsi una dominante psicologica, un esercizio dello spirito infiammato e ribelle. Il rosso come nell'arte di altri maestri più o meno contemporanei, da Scipione ad Aligi Sassu, ma che in Guttuso acquista un valore simbolico e trae origine innanzitutto dalla memoria, quella dei carretti di Emilio Murdolo, ad esempio, presso cui ancora bambino l'artista compì i primi passi nell'immaginario artistico.

Il rosso è il colore dominante dei dipinti del maestro negli anni della formazione, ancora di impronta espressionista: un rosso che permea come temperie lo spazio, che riflette un clima interiore, talora morbido e persino delicato, come in Congedo, olio su tavola del 1934, presente nella bella mostra catanese, presso la Fondazione La Verde La Malfa, più spesso segnato da un riverbero di toni cupi, sanguigni, aperti al dramma, come in Fucilazione in campagna, opera del 1938, e in Fuga dall'Etna, del '38-'39, dove il colore è elemento unificante: amalgama il dinamismo dei corpi e coniuga le diverse scene, riflettendo un epico sentimento di disperazione. Il rosso è il colore della passione.

In Mimise, opera del 1940, la blouse e il cappellino della donna sono di un rosso vivo e sgargiante, esuberante, passionale. Così in parte è nell'opera La madre, precedente, del 1937, presente in mostra. Dove però il colore sottolinea una tensione più intimistica, una memoria ripiegata su se stessa. Nel dipinto, appena fauve e appena neocubista, lo spazio si dispiega per gradi nelle forme squadrate delle case, puntando in lontananza al cielo azzurro e mediterraneo. La porta d'ingresso, di fianco alla donna, è prospettico sipario, determina nello spartito dell'opera un qui ed un altrove, segna, insomma, la distanza. In alto, in primo piano, è una lampada, simbolo della casa. La donna è pensosa, dolce e solenne, il braccio sinistro poggiato al mento. E' il rosso a "spiegare" l'opera, a dare tono al pensiero della donna, tingendo la sua fronte, oltre il verdeazzurro dei suoi occhi abbassati, evocando forse il figlio lontano. Il rosso è il colore della tragedia.

Nella famosa cartella Gott mit Uns, una delle testimonianze artistiche più angoscianti dell'occupazione nazista, realizzata allorché Guttuso fu riferimento nel suo studio romano del gruppo partigiano della capitale, il contrasto drammatico dei disegni è rappresentato proprio dalla contrapposizione tra il nero dell'inchiostro e il rosso del sangue in terra, versato dagli uomini barbaramente trucidati. Nella celebre Crocifissione del 1940-'41, il rosso è innanzitutto spazio intermedio, col bruno, col blu: contribuisce, amalgamato, a creare la trama visiva, postcubista, postimpressionista dell'opera. Il rosso ha un duplice spartito, quello del ladrone cattivo e quello del mantello di Cristo, poggiato quest'ultimo sul dorso di un cavallo picassiano. Il ladrone è visto di spalle, il male non ha volto. Il suo capo contrasta quello del Cristo, quasi lo fronteggia, emblematicamente. Il dipinto fu contestato, per il suo contenuto ideologico e per l'arditezza della rappresentazione.

Eppure, un senso religioso animava a monte la rappresentazione, come è leggibile nei due studi in mostra, entrambi databili 1940, un prospettico gruppo di cavalli e cavalieri e una prova di compianto. Negli anni dell'"equilibrato postcubismo" il rosso, frequentemente, si fa segno. Definisce i contorni del carro nell'opera Carrettiere, del 1946, anch'essa in mostra. Ed è segno rapido, dominante sul piano cromatico. L'uomo riverso sul suo carretto dorme. Il carretto è la sua casa. Campeggia su di uno sfondo di vegetazione e sottolinea il tutt'uno della scena: l'uomo, il carretto, la vita contadina. Su fondo rosso l'artista si ritrae in un noto Autoritratto del 1950.

Sono i vari peccati della violenza nella splendida opera Martiri, del 1954: dalla sedia elettrica alla decapitazione. La croce di Cristo è al centro, emblema di tutte le croci. L'opera è di grandi dimensioni, raggiunge i tre metri di lunghezza. (...) Il Cristo, al centro, ha il capo ripiegato in avanti, come sconfitto. A lui dintorno gli esempi variegati del martirio. Com'è frequente nell'opera di Guttuso non mancano citazioni di quadri celebri: forse, una fucilazione di Goya, forse, La morte di Marat, frammenti di Guernica. In un clima sulfureo Guttuso rappresenta il teatro del male, del male come ingiustizia, negazione della libertà. Ed è il rosso, appunto, nella dicotomia con il nero dell'inchiostro, a sottolineare con i suoi bagliori sinistri l'orrore della tragedia.

In Guttuso il disegno è fondamentale. Non esiste opera che non fondi su di uno sviluppo lineare, sia esso di colore o di punta d'inchiostro. Il disegno come trama, come veduta d'insieme, come costruzione dello spazio. Un disegno calibrato, come testimonia la china e acquerello Tetti di Roma, via Leonina, del 1961, anch'essa esposta. La scenografia dei tetti è rappresentata con uno sguardo esemplare, attentissimo al multiplo gioco dei pieni e dei vuoti. Nel disordine de Lo studio dell'artista, del 1963, è ancora il colore rosso a essere elemento unificante: è trama, sfondo, riempimento, prospettiva. (...) Un drappo rosso in una Natura morta del 1973 costituisce una prospettiva metaforica, nel disporsi casuale degli oggetti: carte, un coltello, una sega, tazza e bicchieri, una macchinetta da caffè e infine un telefono, col filo aggrovigliato che fa sul piano da lineare collegamento.

Il rosso dei vessilli è simbolo ideale nel famoso dipinto La morte di Togliatti. Le bandiere nella loro moltiplicata esibizione sono trama evocativa. Cui fa da contrappunto la citazione dei volti conosciuti del mondo comunista. Tra di essi l'autore ritrae se stesso, due volte, come in un diario. Fu, com'è noto, la Vucciria, del 1974, opera che si riferiva al celebre mercato palermitano, uno dei più noti dipinti del maestro. Vi si rappresenta con una prospettiva verticale, tesa a ribaltare sullo spettatore, con un esacerbato realismo, la vista dell'incredibile varietà di prodotti esibiti per la vendita. Nella scena non c'è la consueta festosità delle fiere, i volti delle persone sono cupi, chiusi, contratti. (...)

In mostra è uno splendido Studio per Vucciria, del 1974, con ortaggi di vario colore. A tre anni dalla morte, nel 1983, Guttuso dipinse un emblematico olio su tela, senza titolo, anch'esso presente in mostra. E' un camino in cui brilla la fiamma. Di fronte a esso, una sedia vuota. Ricorda stranamente la Partenza per l'eternità di Van Gogh, ma qui non c'è figura. Anzi, di lato, è l'allegra macchinetta del caffè. Sulla mensola emblematicamente un uovo, forse il simbolo della vita; lo affianca un quaderno, un libro, un diario chissà: naturalmente rosso.» (testo critico di Giorgio Agnisola)




Mario Schifano - A la Balla - acrilici su carta cm.146x116 1977 Mario Schifano - Futurismo rivisitato a colori - acrilici su tela cm.95x115 Tano Festa - Persiana blu - acrilici su legno cm.100x80 1985 Mario Schifano e la Pop Art in Italia
termina il 23 ottobre 2017
Castello Carlo V - Lecce

Promosso da Theutra e Oasimed, in collaborazione con Galleria Accademia di Torino, con il patrocinio del Comune di Lecce e il sostegno di Axa Cultura, il progetto espositivo - a cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro - è dedicato a quattro maestri di primo piano della storia dell'arte italiana e internazionale del secondo Novecento: Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Il gruppo, denominato poi Scuola di Piazza del Popolo, è riuscito a far transitare nel mondo dell'arte motivi e oggetti provenienti dall'immaginario comune, dalla storia dell'arte e della vita, fornendo un contributo fondamentale all'arte contemporanea.

Un dipinto dell'artista Tano Festa, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato Per il clima felice degli anni Sessanta. Campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Piero Manzoni, Franco Angeli, Mario Schifano, Enrico Castellani e quello dello stesso Festa. E' il 1969 ma c'è già nostalgia di un decennio mitico che per l'arte italiana - tra Roma e Milano - ha rappresentato un punto di riferimento, anche nel clima culturale internazionale, anche grazie ad artisti stranieri che all'epoca frequentavano molto l'Italia. Dalle esperienze astratte e informali degli anni precedenti, si transita verso ricerche sfaccettate e complesse che riflettono, in contemporanea rispetto alle esperienze americane, sui concetti di riferimento della Pop Art: il mito, la società di massa, i paradigmi e i segnali della città metropolitana e il dialogo fecondo tra generi artistici e linguaggi.

Naturalmente non si tratta di una rielaborazione passiva del grande movimento americano, che tra l'altro era sbarcato alla Biennale di Venezia nel 1964 provocando un certo scalpore. Al contrario, i protagonisti di questa rivoluzione artistica, tutta italiana e con tangenze internazionali, riflettono su temi e immaginari legati alla loro cultura visiva di riferimento. Al centro di tutto c'è Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto di fermenti, anche grazie a gallerie come La Tartaruga e critici come Alberto Boatto, Palma Bucarelli e Maurizio Calvesi. E' qui che si svolge l'esistenza - e la fervida esperienza artistica - dei quattro protagonisti della mostra.

La sezione principale ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, 1934 - Roma, 1998). Dopo un periodo di azzeramento di radice concettuale, attraverso i monocromi (1960-1961), l'artista ricostruisce la sua narrazione insieme poetica e intellettuale guardando alla natura e quindi al paesaggio. In mostra due paesaggi anemici che evidenziano la smaterializzazione del colore, che diviene liquido, pur mantenendo la sua identità e la sua energica forza espressiva. In coincidenza con una mostra retrospettiva di Giacomo Balla (nel 1963), Schifano avvia una rivisitazione del Futurismo, il movimento italiano fondato nel 1909 grazie alle intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e dello stesso Balla, sostenendo idee rivoluzionarie dedicate alla velocità, al mito del progresso e alla commistione di linguaggi artistici, dalla poesia alla scultura, dal teatro alla cucina, al cinema.

Al maestro italiano Schifano dedica un ciclo di opere, tra cui uno dei dipinti esposti in mostra; mentre al celebre ciclo Futurismo rivisitato a colori è dedicata una delle tele proposte nelle sale del Castello Carlo V. La celebre foto che ritrae il gruppo futurista è proposta come un'icona intramontabile di cultura e storia, ritoccata attraverso colori vivaci e segni veloci, pienamente in linea con una cultura visiva Pop. La televisione diventa per Schifano un primario punto di riferimento visivo, lo schermo tv diviene quindi un paesaggio da esplorare e fotografare per concepire tele che ritraggono brandelli di realtà filtrata dal tubo catodico (in mostra una tela degli anni Settanta che ben evidenzia questa declinazione di senso).

Si prosegue poi con le opere degli anni Ottanta, in cui il colore assume una dimensione fondamentale, preannunciando gli sviluppi dell'arte italiana e internazionale, all'insegna di una riscoperta della dimensione eroica del quadro e di un ritorno alla pittura figurativa dopo anni di arte concettuale ed esperienze di azzeramento del linguaggio pittorico. I dollari americani, l'obelisco di piazza del Popolo e le svastiche sono al centro dell'immaginario di Franco Angeli (Roma, 1935-1988), che come un archeologo capta e riconosce l'importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nelle sue tele. In mostra una selezione di opere, alcune di grandi dimensioni, realizzate negli anni Sessanta, decennio fondamentale della sua parabola artistica.

Alla dimensione pittorica rimarrà sempre fedele Tano Festa (1938-1988), eleggendo anch'egli a simbolo alcune declinazioni della storia e della storia dell'arte e dell'architettura. In mostra, tra altre, anche una celebre Persiana, in cui l'artista recupera l'elemento oggettuale e reale per fonderlo con la sua grammatica pittorica. La Scuola di Piazza del Popolo non era però composta esclusivamente da artisti uomini, tra l'altro celebri non solo per la loro genialità ma anche per la vita densa di incontri, esperienze estreme. Tra loro c'era una figura femminile insieme eterea e forte, come le sue opere: Giosetta Fioroni (nata a Roma, dove vive e lavora, nel 1932). In mostra opere molto rare degli anni Sessanta, in cui volti argentati delle sue figure femminili si costruiscono grazie a una sovrapposizione sentimentale di velature e segni leggeri, che oramai appartengono di diritto alla storia dell'arte contemporanea. (Comunicato ufficio stampa Società Cooperativa Coolclub)

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___ Presentazione mostre Pop Art in questa pagina

Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino
termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo
Presentazione

Il Mito del Pop. Percorsi Italiani
termina lo 08 ottobre 2017
Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato - Pordenone
Presentazione




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia


Inaugurazione 01 luglio 2017
www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)




Domenico Gnoli Disegno di Domenico Gnoli Opera di Domenico Gnoli in mostra Disegno di Domenico Gnoli Domenico Gnoli
Disegni per il teatro. 1951-1955


termina lo 01 ottobre 2017
Palazzo del Comune - Spoleto
www.marignolifoundation.org

La mostra, a cura di Michele Drascek e Duccio K. Marignoli, presenta un periodo specifico della produzione di Domenico Gnoli (Roma, 1933 - New York, 1970), uno dei più importanti artisti italiani del Novecento: la creazione di disegni di costumi e di scenografie per il teatro realizzati dal 1951 al 1955. Tale lasso di tempo è antecedente alla fase in cui l'artista si dedicherà esclusivamente alla pittura e al disegno. Saranno presentati circa settanta disegni. Le opere in mostra provengono tutte dall'Archivio Domenico Gnoli di Roma ed includono: i disegni per i manifesti della versione teatrale di Chéri di Colette prodotta dalla Compagnia Andreina Pagnani e andata in scena al Teatro Eliseo a Roma (1951); i disegni per l'opera di Carlo Gozzi Re Cervo (1953); le scenografie per La Belle au Bois di Jules Supervielle richieste all'artista da Jean-Louis Barrault (1954); i disegni per lo scenario e i costumi di As you like it di William Shakespeare diretto da Robert Helpmann all'Old Vic Theatre di Londra (1955); gli schizzi per una scenografia del balcone di Romeo e Giulietta (1955).

Domenico Gnoli, figlio dello storico dell'arte Umberto Gnoli e della ceramista Annie de Garrou, è stato avviato al disegno, per poi dedicarsi da autodidatta alla pittura. Frequenta i corsi di incisione e disegno di C.A. Petrucci, direttore della Calcografia Nazionale di Roma. Nel 1951 partecipa alla mostra Art graphique italien contemporain presso la Galerie Giroux di Bruxelles; tiene la prima personale alla galleria La Cassapanca di Roma e disegna il poster per la versione teatrale di Chéri di Colette, prodotta dalla Compagnia Andreina Pagnani al Teatro Eliseo di Roma.

Nel 1952 si è iscritto al corso di scenografia all'Accademia di Belle Arti di Roma. Già a vent'anni disegna scene e costumi per il Re Cervo di Carlo Gozzi e per Il Mercante di Venezia per la Compagnia di Cesco Baseggio per lo Schauspielhaus di Zurigo. Nel 1954 si trasferisce a Parigi, dove Jean Louis Barrault lo invita a disegnare le scenografie per La Belle au Bois di Jules Supervielle. Lo stesso Barrault lo presenta a Londra, dove, nel 1955, all'Old Vic Theatre realizza scene e costumi per As you like it di Shakespeare, diretto da Robert Helpmann.

Malgrado il successo ottenuto come scenografo, decide di abbandonare il teatro per dedicarsi alla pittura e al disegno. Nel 1956 va ad abitare a New York dove partecipa alla mostra Contemporary Italian Painters alla Sagittarius Gallery dove l'anno successivo tiene una mostra di quadri e disegni. Nel 1957 espone disegni e dipinti in una personale alla galleria Arthur Jeffress di Londra e l'anno successivo tiene la prima personale di dipinti in Italia, alla galleria l'Obelisco a Roma. Dalla seconda metà degli anni '50 trascorre molto tempo a New York dove si dedica più intensamente alla pittura pur continuando a collaborare con illustrazioni per alcuni libri pubblicati in America e per diversi periodici facendo reportage che lo portano a fare lunghi viaggi.

Frequenta vari artisti tra cui il grande amico Ben Shahn. Scrive e illustra una lunga favola, Oreste or the Art of Smiling, pubblicata da Simon and Shuster a New York e da Collins a Londra. Ma, sempre più preso dalla pittura, decide di stabilirsi nell'isola di Mallorca. Nel 1964, dopo una personale alla Galerie Schoeller di Parigi, i galleristi Jan Krugier di Ginevra e Mario Tazzoli di Torino, lo mettono sotto contratto per alcuni anni. Seguono mostre personali a Torino, Napoli e Roma, al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, alla Kestner-Gesellschaft di Hannover. Nel 1968 prepara una mostra di 40 quadri e cinque sculture in bronzo per la Sidney Janis Gallery a New York. In seguito, sono state organizzate numerose retrospettive in vari musei e importanti gallerie. (Comunicato Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Locandina della mostra La casa della vita - IED Design interpreta la Collezione Praz alla Casa Museo Mario Praz di Roma La casa della vita
IED Design interpreta la Collezione Praz


termina il 30 settembre 2017
Casa Museo Mario Praz - Roma

La mostra nasce dalla collaborazione tra la Casa Museo Mario Praz e IED Istituto Europeo di Design Roma. Al progetto partecipa anche il Liceo Statale Benedetto Croce di Roma, che ha coinvolto alcuni studenti nella comunicazione e nella fase finale di allestimento, nel programma Alternanza Scuola Lavoro. Sotto la guida della docente Tiziana Proietti, ventidue studenti del corso Triennale di Interior Design presso IED Roma hanno progettato otto oggetti di design realizzati nei laboratori della Scuola di Design: spazi dove la creatività prende forma attraverso tecnologie all'avanguardia, ma anche attraverso tecniche artigianali tradizionali.

Gli oggetti di design degli studenti IED si ispirano ad altrettante opere del museo Praz, reinterpretando lo spazio museale. Attraverso la mostra i numerosi oggetti in stile Impero collezionati da Praz si confrontano con oggetti contemporanei pensati per interagire con le opere della collezione e allo stesso tempo per far rivivere l'idea di «casa della vita» narrata nell'omonima autobiografia di Mario Praz. Il risultato finale di questo progetto didattico è un percorso inedito dedicato alla personalità, spesso controversa, di Mario Praz: anglista, critico letterario, scrittore d'arte e collezionista sempre alla ricerca della bellezza e dell'originalità.

La Casa Museo Mario Praz offre un'esperienza affascinante attraverso nove sale corrispondenti ad altrettanti ambienti di quella che fu la casa del famoso studioso italiano, la cui collezione di dipinti, sculture e oggetti fu acquistata dallo Stato Italiano alla sua morte. L'esposizione, che rispetta le indicazioni dello stesso Praz, propone ai visitatori una personale interpretazione della casa ideale. Databili tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, gli oggetti della collezione caratterizzano con precisione ogni ambiente attraverso una serie di rimandi narrando al contempo la vicenda umana e la passione artistica di Mario Praz. (Comunicato stampa)




Foto di Vivian Maier dalla mostra Una fotografa ritrovata al Palazzo Ducale di Genova Vivian Maier. Una fotografa ritrovata
23 giugno - 08 ottobre 2017
Palazzo Ducale - Genova

La mostra retrospettiva - curata da Anne Morin e Alessandra Mauro - ricostruisce il lavoro fotografico della grande e sconosciuta autrice. La vita e l'opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. E' il 2007 quando John Maloof acquista, durante un'asta, parte dell'archivio della Maier. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

La mostra presenta 120 fotografiein bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti. Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto - New York e Chicago - con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.

Le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa. Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa. Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l'enigma di un'artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.

Come scrive Marvin Heiferman "Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata... Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi". La vicinanza con la mostra di Elliot Erwitt, allestita negli spazi del Sottoporticato di Palazzo Ducale, offre la possibilità di un interessantissimo confronto tra due sguardi sull'America, uno maschile, l'altro femminile. Accompagna la mostra il libro Vivian Maier. Fotografa pubblicato da Contrasto. (Comunicato stampa Civita)




Velázquez e Bernini
Autoritratti in mostra


termina il 22 ottobre 2017
Nobile Collegio del Cambio - Perugia

Il reciproco influsso, nell'ambito della ritrattistica, anzi dell'autoritratto, tra Gian Lorenzo Bernini, qui proposto nella sua veste di pittore, e lo spagnolo Diego Velázquez. Francesco Federico Mancini indica, a ideale punto di partenza per questa sua mostra, un'immagine fotografica: quella dello studio romano dell'insigne storico dell'arte barocca e docente all'ateneo perugino Valentino Martinelli. In questa immagine si vedono due delle tre versioni possedute da Martinelli del celeberrimo Autoritratto di Velázquez conservato nella Pinacoteca Capitolina di Roma (1629-1630). Se la prima versione, che può essere riferita al carrarese Carlo Pellegrini, allievo di Gian Lorenzo Bernini, e la seconda, attribuibile a un pittore romano della metà del Seicento, dimostrano l'attenzione riservata nel secolo XVII (e in ambiente romano) a quel superbo prototipo "straniero", la terza, che viene realizzata nel 1876 dal veneziano Luigi Quarena, dimostra che la fortuna del modello capitolino travalicò abbondantemente il Seicento e il contesto più strettamente romano.

Accanto al trittico Martinelli (oggi conservato nella Galleria Nazionale dell'Umbria) e al prototipo capitolino (perno dell'intero discorso), verranno proposti in mostra l'Autoritratto a mezza figura di Bernini e l' AutoritrattoAutoritratto di Bernini (che Tomaso Montanari ritiene di un anonimo seguace del Bernini - secondo Martinelli si tratta invece di un "non finito" di Gian Lorenzo) e l'Autoritratto di Bernini del Musée Fabre di Montpellier (anche questo ritenuto da Montanari di un anonimo seguace del Bernini - secondo Martinelli "forse del Bernini"). Principale proposito della mostra, avvincente anche per l' eccezionale qualità dei pezzi presentati, è rilanciare il dibattito sulle relazioni e sulle reciproche influenze intercorse tra Velázquez e Bernini i quali sicuramente si incontrarono (e si frequentarono) fin dal primo soggiorno in Italia del maestro spagnolo, nel 1629-1630 (il secondo viaggio di Velázquez in Italia risale al 1650).

"A mio parere - scrive Francesco Federico Mancini - l'incontro romano e il conseguente, straordinario incrocio di esperienze di due fra i maggiori protagonisti del Seicento europeo produsse benefici di reciproca utilità. Velázquez, grazie a Bernini, comprese quale forza espressiva si celasse nel taglio a mezzo busto del ritratto, da lui già sperimentato sul versante della scultura, e quanta vitalità potesse scaturire dalla tizianesca contrapposizione tra la maniera abbozzata degli abiti e la maniera finita dei volti. Bernini apprese dal collega spagnolo il modo di scavare nell'intimo nei personaggi, di entrare nella loro complessità psicologica. In definitiva condivido la conclusione cui giunge Montanari, che a lungo si è occupato di questi temi, quando osserva: 'E' indubbio che i ritratti di Velázquez assumono dopo Roma una vitalità, una capacità di fissare un momento preciso, una gamma cromatica e una sprezzatura che prima non conoscevano. Ma è altrettanto vero che quelli di Bernini acquistano in profondità psicologica, in rarefazione della materia e in sobrietà. La cosa certa è che lo scambio è avvenuto, ed è probabile che il saldo vada fissato in parità". (Comunicato stampa Studio Esseci)




August Patek (1874-1958) - C.k. priv., Továrny na koberce a látky nábytkové, Filip Haas a synové, 1900 - Litografia a colori cm.113x83 Ferdinand Andri - XXVI. Ausstellung Secession - Litografia a colori su carta cm.96x63 1906 Progetto Marie Krivánková - esecuzione Pavel Vávra - Collana, dopo il 1910, Praga - Oro, granati boemi, madreperla, lunghezza 35cm Il Liberty e la rivoluzione europea delle arti
Dal Museo delle Arti Decorative di Praga


termina lo 07 gennaio 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste

L'ultimo degli stili universali in Occidente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, porta l'arte nella vita e la vita nell'arte influenzando ogni forma creativa anche nella quotidianità. Dal Museo di arti decorative di Praga, per la prima volta in Italia, una selezione di 200 opere delle collezioni riporta ai tempi e ai gusti della Belle Époque in Europa. Tra i capolavori di Alphonse Mucha in mostra a Trieste, anche 7 metri di decorazione del padiglione della Bosnia-Erzegovina per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Liberty (in ceco: Secese), l'ultimo degli stili universali ad avere interessato l'Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segnando con i suoi tipici elementi figurativi l'architettura, la pittura, la scultura ma anche il mondo multiforme delle arti decorative, ebbe a Praga e in Boemia uno dei suoi centri di sviluppo più significativi e originali.

Sarà Trieste, città mitteleuropea per eccellenza, a presentare per la prima volta in Italia alcune delle più affascinanti realizzazioni del Liberty (o Art Nouveau) ceco ed europeo, grazie all'eccezionale collaborazione con l'UPM di Praga, Museo delle Arti Decorative tra i più rilevanti nel panorama internazionale. Istituito nel 1885 e chiuso dal 2014 per lavori di ristrutturazione della storica sede, il museo praghese - che riaprirà al pubblico a gennaio 2018 con le sue oltre 200.000 opere e una biblioteca di 172.000 volumi - ha prestato infatti alla città giuliana una selezione di oltre 200 tra le più significative opere delle sue raccolte, esposte in una mostra di grande fascino nelle sedi, tra loro contigue, delle Scuderie, nuovamente aperte, e del Museo storico del Castello di Miramare, in un progetto di valorizzazione e fruizione di questo straordinario complesso monumentale.

Promossa dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia, dal Museo storico e parco del Castello di Miramare e dal Museo delle Arti Decorative di Praga, prodotta e organizzata da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International, la mostra farà dunque rivivere l'avvento del "modernismo" e gli anni cruciali della rivoluzione e dell'emancipazione delle arti in risposta alla sollecitazione dell'età moderna e alle mutate esigenze estetiche e spirituali. Pur con la sua doppia anima fatta di tradizione e di innovazione, la sua eterogeneità e la varietà di scenari ideologici che questo stile ebbe nelle diverse culture europee, il Liberty o Art Nouveau fu un fenomeno culturale che investì tutta l'Europa e coinvolse tutte le arti nel segno del rinnovamento e della ribellione alla stagnante e sterile figurazione artistica. Con una convinzione comune - che arte e vita dovevano essere intrecciate e con una forte carica etica e l'impegno a trasformare l'ambiente di vita e le condizioni sociali.

Il concetto di "vita" ebbe un ruolo centrale nelle teorie estetiche in vigore al volgere del secolo, fondate su consapevolezza che potremo definire quasi olistica. "Lo stile è tutto ciò che rispecchia e accentua la connessione della vita... E' l'intenso desiderio di un'unità spirituale della vita e del mondo, un'incarnazione dell'affinità e unità cosmica". Di qui l'attenzione per la natura come fonte di bellezza artistica, una visione organica dell'esistenza e dell'arte concepita nella sua interezza, senza distinzioni, e l'interesse di tanti esponenti dell'Art Nouveau per le scienze naturali e spirituali. Istanze sociali e istanze artistiche s'intrecciavano laddove l'obiettivo era la rigenerazione della vita e il cambiamento della gerarchia dei valori.

Le arti applicate ebbero un ruolo centrale in questa visione: fu in questo campo infatti che il movimento dell'Art Nouveau o Liberty si fuse maggiormente con la generalizzata modernizzazione della società divenendo una componente importante del processo di trasformazione: elemento chiave nella riforma della vita quotidiana. Dalle pitture alle litografie, dai manifesti ai gioielli, dagli stupefacenti vetri alle ceramiche, dai mobili ai tessuti, dall'abbigliamento e dalla biancheria agli oggetti da tavola la mostra di Trieste - curata da Radim Vondracek, Iva Knobloch, Lucie Vlckova con la direzione di Helena Koenigsmarkova (Direttore del Museo delle Arti Decorative di Praga) e di Rossella Fabiani storico dell'arte, rievoca il mondo della Belle Époque e di una borghesia che fa i conti con il progresso.

Un progresso che rincorre - l'emancipazione femminile, i trasporti, le comunicazioni, la corrente elettrica - ma dal quale vuole difendersi, combattendo l'eccesso di industrializzazione e la cultura meccanizzata di massa, con il ritorno all'industria artistica e a un artigianato di pregio. Accanto a capolavori d'arte decorativa presentati all'Esposizione Universale di Parigi del 1900 - momento decisivo nella diffusione di questo stile e punto d'arrivo del Liberty cosiddetto organico - saranno esposte opere influenzate dalle diverse correnti di pensiero sviluppatesi all'epoca. Accanto ad artisti del calibro di Jan Preisle e Alphonse Mucha, uno dei più importanti e rappresentativi protagonisti dell'Art Nouveau in Europa di cui la mostra presenta ben 12 opere, saranno esposti a Trieste esempi delle innovazioni grafiche del viennese Gustav Klimt e di Koloman Moser.

Quindi le firme nei gioielli di Emanuel Novák, Josef Ladislav Nemec e Franta Any'z; le celebri vetrerie boeme e le creazioni di Adolf Beckert e Karl Massanetz, pioniere della decorazione a freddo dei vetri; i grandi nomi di Jan Kotera, Josef Hoffmann e Leopold Bauer, allievi della Wiener Akademie e di Otto Wagner, soprattutto per gli arredi, come pure dell'architetto Pavel Janák esponente principale dell'associazione praghese Artel. Davvero impressionante di Mucha l'esposizione di una parte consistente (L'epoca romana e l'arrivo degli slavi) della decorazione realizzata per la sala principale del padiglione della Bosnia-Erzegovina all'Esposizione Universale di Parigi del 1900: un acquarello e colore stemperato su tela di quasi 7 metri di lunghezza per 3 e mezzo di altezza che ci immerge nell'epopea slava.

Coinvolgente poi la possibilità di vedere ricreati, grazie all'allestimento scenografico affidato a Pierluigi Celli e agli eccezionali prestiti, ambienti in stile Art Nouveau unificato - dai mobili alle decorazioni per tessuti, agli accessori, agli oggetti funzionali - secondo quel concetto di arte globale che aveva coinvolto gli sforzi creativi in diversi settori interessando sia la classe media che il ceto alto, soprattutto l'intellighenzia urbana in piccole e grandi città. Si cercava la bellezza e l'equilibrio, si puntava all'arte nella vita: un'arte emancipata e integrata che in Boemia porterà a percorrere le nuove strade del cubismo. Si era fiduciosi nel futuro e ottimisti di fronte al progresso e a una pace diffusa.

Ma era un fragile equilibrio che si sarebbe spezzato di lì a poco. I Nazionalismi mai sopiti avrebbero aperto le porte dell'intolleranza; l'affare Dreyfus in Francia, cui seguì l'analogo caso Hilsner nel contesto boemo, evidenziò in quale misura la società fosse accessibile all'intolleranza nella veste dell'antisemitismo. "Dopo la crisi del 1908 in Bosnia e Erzegovina, vennero alla luce pericolose contraddizioni sociali, ideologiche e geopolitiche. Le guerre balcaniche scoppiate nel 1912 furono già una diretta avvisaglia del tragico epilogo della Belle Époque: uno splendido sogno finito, come dice Stefan Zweig, nel «massimo crimine del nostro tempo», quella sanguinosa conclusione che fu la Prima guerra mondiale". Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato Civita Tre Venezie)




David Aaron Angeli - Centauro - cera, ferro, corten, cm.35x8x26 2017 David Aaron Angeli: Europa
termina a metà ottobre 2017
Cellar Contemporary - Trento

«Zeus, vedendo in un prato Europa, la figlia di Fenice, che insieme a delle ninfe coglieva fiori, se ne invaghì, e là giunto si trasformò in un toro che dalle narici spirava croco; avendo in tal modo ingannato Europa, la prese sul suo dorso, e, portatala fino a Creta, si unì a lei.» (Esiodo, Frammenti)

Nel lavoro di David Aaron Angeli svolgono un ruolo chiave i simboli culturali dei modelli di società ancestrali: attraverso il linguaggio del disegno e della scultura, l'artista rievoca racconti lontani intrisi di figure ed elementi naturalistici. I disegni su carta e le sculture in cera presenti in mostra, in particolare, a partire da intermittenti suggestioni legate alla contemporaneità, ri-compongono l'episodio iniziale del mito di Europa percorrendo le tematiche del viaggio, della scoperta e della ciclicità della vita.

David Aaron Angeli (Santiago - Cile, 1982) studia Oreficeria all'Istituto d'Arte Vittoria di Trento, e nel 2006 consegue il diploma presso l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. La sua ricerca è espressa dal disegno su carta e dalla scultura. Carte disegnate a tecnica mista e ritagliate danno vita a grandi installazioni a parete o si presentano in forma di quadri; la cera d'api è la materia prima della scultura, talvolta dipinta a olio o con inchiostri a china e accostata ad altri materiali come legno, metallo, vetro, carte. (Comunicato stampa)




Galleria Nazionale di Cosenza - sala Luca Giordano Crotone- Museo Archeologico - Statuina femminile La Cattolica - Stilo - ingresso Polo Museale della Calabria
Musei, monumenti e aree archeologiche


Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, con l'assegnazione di nuove Sedi è presente sull'intero territorio regionale con ancora maggiore incisività. Musei, monumenti e aree archeologiche di notevole interesse ne costituiscono un valore assoluto con enormi potenzialità capaci di assegnare alla Calabria un ruolo di primo piano nell'arte, nella cultura e nel turismo. Alcune peculiarità:

- Chiesa di San Francesco d'Assisi - Gerace (Reggio Calabria). Già dei Frati Minori (fondazione 1252).

- Galleria Nazionale di Cosenza. Tanti i capolavori custoditi. La sezione Acquisizioni con le opere, fra gli altri, di Pietro Negroni, Marco Cardisco, Mattia Preti, Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano; i dipinti della collezione di Banca Carime, avuta in comodato; la sezione Umberto Boccioni che espone una straordinaria raccolta grafica del maestro futurista, nonché la sezione, di recente istituzione, dedicata all'arte contemporanea.

- La Cattolica - Stilo (Reggio Calabria). Costruita dai monaci orientali, che nei secoli X e XI vivevano in agglomerati di grotte naturali.

- Le Castella - Isola Capo Rizzuto (Crotone). La torre cilindrica, di chiara derivazione angioina, svetta centralmente all'interno della fortezza di Le Castella e ne testimonia l'impianto originario che dovrebbe risalire al XIV secolo.

- Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia. Di particolar pregio le terracotte (VI-V sec. a. C.), alcuni bronzi e la preziosa laminetta aurea, con testo orfico, rinvenuta in una vasta necropoli che interessa una vasta area della città moderna.

- Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Propone un percorso espositivo, articolato su due piani, in ampie sale open-space.

- Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide - Cassano all'Ionio (Cosenza). Raccoglie testimonianze materiali provenienti dal territorio della Sibaritide. Comprende cinque sale espositive, organizzate in aree tematiche.

- Museo Archeologico e Parco Archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria). Il Museo dell'antica Kaulon accoglie un considerevole numero di manufatti che illustrano la vita e la storia di questo straordinario lembo di Calabria.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone). Sul promontorio di Capo Colonna sorgeva uno dei principali santuari della Magna Grecia, dedicato alla grande dea Hera Lacinia, famoso nell'antichità.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri - Locri (Reggio Calabria). Permette di scoprire uno scorcio della vita pubblica, privata e religiosa del centro di Locri in età greca e romana.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium - Roccelletta di Borgia (Catanzaro). Illustra i vari aspetti che vedono la città romana di Minervia Scolacium svilupparsi tra I secolo a.C. e VII secolo d.C..

- Museo Statale di Mileto - Mileto (Vibo Valentia). Espone un cospicuo e rilevante patrimonio di opere d'arte che abbraccia un arco temporale compreso fra l'età tardo imperiale e l'Ottocento.

- Museo Archeologico Nazionale di Amendolara - Amendolara (Cosenza). Custodisce reperti connessi alla storia del territorio: dall'Età del Bronzo Finale e dell'Età del ferro (XII-VIII sec. a.C.).

- Museo Archeologico Lametino - Lamezia Terme (Catanzaro). Articolato in tre sezioni, Preistorica, Classica e Medievale, la selezione dei reperti esposti evidenzia il livello culturale delle prime comunità, tra le più antiche della Calabria.

- Museo Archeologico di Metauros - Gioia Tauro (Reggio Calabria). Le sale museali attestano la continuità di vita nel territorio dall'età protostorica fino ad età medievale.

- Museo e Parco Archeologico "Archeoderi" - Bova Marina (Reggio Calabria). Dà conto di un ricco patrimonio storico-archeologico da aree di abitato, di necropoli e di siti fortificati a controllo del territorio, inquadrabile in un ampio arco cronologico compreso tra l'età neolitica ed il VI secolo d.C. e si caratterizza per la presenza di testimonianze ebraiche; ad oggi è l'unico Parco calabrese con resti riconducibili a tale civiltà. (Estratto da comunicato stampa)




Serpotta e il suo tempo
termina lo 01 ottobre 2017
Oratorio dei Bianchi - Palermo

Oltre 100 opere tra dipinti, marmi, stucchi, oreficerie, avori, coralli, disegni, stampe e testi antichi raccontano, per la prima volta in una grande esposizione, uno dei momenti più affascinanti e significativi della cultura figurativa a Palermo: lo straordinario connubio tra le arti e l'interazione tra le raffinate maestranze nella capitale siciliana tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento. Alla mostra verrà collegato un percorso di visita dei più importanti oratori serpottiani della città. Curata da Vincenzo Abbate, insigne studioso del collezionismo artistico palermitano, per molti anni direttore della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, la mostra è una ulteriore tappa dellimpegno della Fondazione Terzo Pilastro Italia e Mediterraneo per la valorizzazione della cultura siciliana e delle sue espressioni artistiche più alte.

Giacomo Serpotta contribuì non solo a rivoluzionare l'arte dello stucco, facendolo assurgere alla dignità stessa del marmo, ma a dare elegante veste decorativa a chiese e oratori grazie anche alla sensibilità ed alla disponibilità economica di importanti ordini religiosi e di facoltose confraternite e compagnie. Ma fu l'architetto Giacomo Amato la mente coordinatrice di quella felice stagione artistica palermitana, tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, da cui scaturì una produzione raffinata e di altissimo livello qualitativo spesso a destinazione e su committenza viceregia, oltre che nobiliare ed ecclesiastica che contribuì ad aprire ulteriormente verso l'Europa la capitale del Viceregno di Sicilia.

Giacomo Amato, orientato in direzione di un classicismo barocco nella sua opera architettonica, ma essenzialmente eclettico in altre attività che lo vedono estroso ideatore di raffinati oggetti d'arte decorativa e applicata. Nella ristretta cerchia dei suoi diretti collaboratori troviamo gli interpreti preferiti e congeniali delle sue invenzioni: valenti disegnatori come Antonino Grano o Pietro Dell'Aquila, abili stuccatori coordinati dalla personalità eminente di Giacomo Serpotta, scelte maestranze di orafi, corallari, ebanisti, intagliatori.

Il percorso della mostra, al piano terra dell'Oratorio dei Bianchi, interamente dedicato a Serpotta e vi si possono ammirare a distanza ravvicinata gli stucchi provenienti dalla Chiesa delle Stimmate, staccati prima della distruzione di fine Ottocento per far posto al Teatro Massimo. I disegni e i bozzetti esposti consentono di entrare nel vivo del procedimento di quella tecnica povera che il grande plasticatore palermitano seppe portare ai più alti livelli dell'arte. Al primo piano troviamo sezioni tematiche strettamente correlate ma non standardizzate, in modo tale che le opere possano dialogare fra di loro.

Molti dipinti che provengono da edifici religiosi sono messi a confronto con le grandi architetture esemplificate in mostra dagli splendidi disegni preparatori di Giacomo Amato, di cui evidenziano il vero portato innovativo, ossia il superamento della cultura barocca degli anni Sessanta-Settanta del secolo verso una svolta in direzione classicista di matrice strettamente romana, grazie anche al suo soggiorno nella città pontificia prolungatosi sino al 1684. Gli straordinari oggetti preziosi nella ricca sezione delle arti decorative, a destinazione privata o di arredo liturgico, mettono invece in risalto il ruolo fondamentale di un settore trainante delleconomia di Palermo capitale del viceregno di Sicilia, quello della produzione suntuaria, della grande committenza ecclesiastica e nobiliare, della valenza e della eccelsa manualit delle maestranze cittadine nella realizzazione di argenti, mobili, ricami e suppellettili varie. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Terra, madre Terra

Galleria Dna-Marateacontemporanea - Maratea, 18-28 giugno 2017
Trebisonda - Perugia, 23 settembre - 15 ottobre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma, 05-22 dicembre 2017

Quaranta artisti sono qui chiamati a intervenire su un tema di attualità. Tema cruciale e di grande impatto, declinato in varie accezioni e crocevia di molte visioni e scuole di pensiero, foriero di inquietudini diffuse e percepibili a ogni livello circa il destino della Terra, non essendo chiaro se l'attuale crisi globale preluda a un cambiamento epocale (palingenesi) o all'estinzione dovuta non solo ad un eventuale cataclisma o catastrofe cosmica (ad esempio i cambiamenti climatici o l'esaurimento delle fonti di energia) ma anche, o invece, ad una sorta di esaurimento di ogni forma di speranza e solidarietà. In questo contesto, come evidenziato dal titolo, si vuole offrire non solo una visione laica del mito della Dea Madre ma nel contempo una serie di riflessioni che riguardano la percezione, la sensibilità, la consapevolezza o la rimozione, il timore o la coscienza che quello dell'uomo contemporaneo sia il destino dei penultimi.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Maria Cristina Antonini, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Marcello Corazzini, Carla Crosio, Mariangela De Maria, Stefania Di Filippo, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Mavi Ferrando, Danilo Fiorucci, Salvatore Giunta, Raffaele Iannone, Robert Lang, Silvana Leonardi, Margherita Levo Rosenberg, Mimmo Longobardi, Nazareno Luciani, Paola Malato, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Sandra Maria Notaro, Aurora Paccasassi, Emilio Patalocchi, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Lucilla Ragni, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Ernesto Terlizzi, Sabrina Trasatti, Ilia Tufano, Oriano Zampieri, Gaetano Zampogna. (Comunicato stampa)




Gianluca Motto - Peacock - tecnica mista su tela cm.60x60 "ARTinCLUB 5" - Arte Contemporanea alla Residenza d'Epoca
Dipinti di Gianluca Motto


termina il 30 settembre 2017
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub5

Mostra di pittura organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Gianluca Motto. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla quinta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Gianluca Motto (La Spezia, 1965) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con personali e collettive in numerose città italiane. L'artista privilegia la raffigurazione del mondo animale: le sue tecniche miste sono inframmezzate di lettere e parole che segnano, come timbri vividi, la scena dell'accadimento pittorico, in un'incessante alternanza di colori e di composizioni. La mostra, corredata di catalogo con introduzione di Marzia Ratti, è patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Caravaggio e i caravaggeschi nell'Italia Meridionale dalla collezione della Fondazione Roberto Longhi
termina il 24 settembre 2017
Castello Aragonese - Otranto

Roberto Longhi (Alba 1890 - Firenze 1970) è una delle personalità più affascinanti della storia dell'arte del XX secolo. Alla pittura del Caravaggio (Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Milano 1571 - Porto Ercole 1610) e ai suoi seguaci, i cosiddetti caravaggeschi, ha dedicato una vita di studi, a partire dalla tesi di laurea sul Caravaggio del 1911. Si trattò, a quella data, di una scelta pioneristica, tanto all'epoca il pittore era uno dei "meno conosciuti dell'arte italiana". Longhi seppe da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Merisi, così da intenderlo come "il primo pittore dell'età moderna".

Nella sua dimora fiorentina - villa Il Tasso -, oggi sede della Fondazione che gli è intitolata, raccolse un numero notevole di opere dei maestri di tutte le epoche, che furono per lui occasione di ricerca e di studio. Tra queste il nucleo più importante e significativo è senza dubbio quello che comprende le opere del Caravaggio e dei caravaggeschi, formatosi attorno al Ragazzo morso da un ramarro del Merisi, da lui acquistato verso il 1928. Il dipinto, che risale all'inizio del soggiorno romano di Caravaggio, all'incirca nel 1596-1597, colpisce innanzitutto per la resa del brusco scatto con cui il giovane si ritrae improvvisamente per il morso di un ramarro, quasi come in una istantanea fotografica, ma anche per la "diligenza" con cui ha reso il brano della natura morta con la caraffa e i fiori, un genere pittorico riportato a dignità autonoma proprio dal Caravaggio.

Nella mostra, curata da Maria Cristina Bandera, direttrice scientifica della Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi, accanto al Caravaggio sono esposti i dipinti dei suoi seguaci meridionali o attivi nell'Italia del Sud, che fanno parte della stessa collezione e offrono una efficace testimonianza del significato storico della sua pittura. Grandi capolavori possono ritenersi cinque tele che raffigurano gli Apostoli, del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, il principale caravaggesco napoletano. Il profondo radicamento dell'esempio del maestro nell'arte napoletana è attestato dal David di Andrea Vaccaro e dal drammatico San Girolamo del Maestro dell'Emmaus di Pau.

Nelle opere di Matthias Stom, a lungo attivo in Sicilia, si materializza una perfetta sintesi tra la cultura nordica di partenza - legata al caravaggismo olandese - e la pittura italiana. Sono inoltre presentate inoltre opere di Lanfranco, del Maestro dell'Annuncio ai pastori, di Filippo Napoletano e di Giacinto Brandi. Il percorso si conclude con due capolavori di Mattia Preti, l'artista che più di ogni altro contribuisce a mantenere per tutto il Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca. E' infine prevista la proiezione del film di Mario Martone, L'ultimo Caravaggio (durata 40'), realizzato nel 2004.

La cinepresa del grande regista scompone e riassembla dettagli dai dipinti di Caravaggio, ora dai quartieri popolari e dalle estreme periferie di Napoli, ricostruendo così, con un linguaggio che parla anche al nostro tempo, la vicenda artistica ed umana del Caravaggio nei suoi ultimi anni, vissuti nell'Italia meridionale. La mostra, unitamente a quella di Roberto Cotroneo, sarà accessibile al pubblico con il biglietto di ingresso del Castello Aragonese, che consente di visitare tutti gli ambienti della fortezza, dai sotterranei agli allestimenti dedicati alla storia della città. (Comunicato stampa)




Carlo Mattioli - Ritratto di Ottone Rosai - olio su tela cm.92x75 1969 Carlo Mattioli - Campo di lavanda - olio su tela cm.70x60 1980 Carlo Mattioli
termina il 24 settembre 2017
Labirinto della Masone - Fontanellato (Parma)

Esposizione che intende essere, insieme, un omaggio di Franco Maria Ricci a Carlo Mattioli (1911-1994), concittadino e amico con il quale condivideva lo stretto legame con la città di Parma e il suo territorio, e una nuova occasione di avvicinarsi a un'opera che continua ad affascinare per i suoi splendori e per la feconda ricchezza dei linguaggi che in essa si sono fusi. Un artista essenziale, Mattioli, contemplativo, ma affascinante nella sua sobrietà, una pittura al limite della sinestesia, ma in grado di farsi carico anche di forti suggestioni letterarie, derivate dalla conoscenza e dalla frequentazione di poeti e letterati come Luzi, Bertolucci, Testori e Garboli.

Modenese di nascita ma parmigiano d'adozione, Mattioli è stato una delle figure più rilevanti nell'arte italiana del Novecento. Costituita da una sessantina di opere, molte delle quali inedite, accuratamente scelte nella vasta produzione del pittore da Sandro Parmiggiani e Anna Zaniboni Mattioli, nipote dell'artista e responsabile dell'Archivio, la mostra copre trent'anni dell'opera del Maestro, dal 1961 al 1993 e presenta i dipinti più rappresentativi dei cicli che hanno reso noto Mattioli.

Nella prima sezione della mostra sfilano oltre venti straordinari dipinti in cui prevalgono paste spesse e materiche con colori terrosi e bui o all'opposto chiarissimi e impalpabili; le Nature morte, dove gli oggetti sono suggestioni per dipingerne l'essenza, i Cestini del Caravaggio con il celeberrimo dipinto del Merisi mescolato, diviso, colorato, una icona rivisitata in chiave morandiana e i meravigliosi Paesaggi con gli inconfondibili alberi di Mattioli immersi nella luce accecante estiva, tra cui lo splendido albero rosa del 1980 immagine della rassegna. Grande attenzione nella mostra è rivolta ai Ritratti che occupano una grande parte nell'opera di Mattioli fin dagli esordi.

Accanto al celebre Autoritratto con Anna del 1982 sono esposti alcuni ritratti dedicati a De Chirico, Guttuso, Manzù, Carrà, Longhi, Rosai, insieme a quattro ritratti di Giorgio Morandi del 1969 per la prima volta affiancati. Ritratti meditati e su cui Mattioli ha molto lavorato, restituendoci nei tratti e nei colori l'anima dell'artista rappresentato. La terza e ultima parte della mostra è dedicata ai grandi Paesaggi, le opere forse più famose, che si dispiegano per tutti gli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta con la loro matericità dai colori intensi, dove si sente forte l'amore di Mattioli per la natura e il suo perdersi dentro alcuni di questi squarci: i Campi di papaveri, le Ginestre, le Aigues Mortes.

"Questi cicli sono anche - afferma Anna Mattioli - una meditazione ininterrotta sull'essenza del dipingere. Mattioli interviene sopra superfici segnate da una vita precedente, come se questa fosse rimasta a permeare muri, tavole, tele, carte, lasciandovi labili tracce di sé che una memoria immaginativa ora finalmente riconosce, mentre alla pittura è affidato il compito di estrarre l'anima segreta di materiali che allo sguardo comune sembrano inerti".

La mostra intende anche celebrare l'uscita del Catalogo Generale dei dipinti, realizzato da Franco Maria Ricci con la prefazione di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose. Contiene inoltre la bibliografia completa, l'indice di tutte le esposizioni personali e collettive, l'elenco di tutti i 2700 dipinti e circa 150 riproduzioni a colori di grandi dimensioni delle opere più rappresentative dell'artista, selezionate dall'Editore stesso. L'Archivio Mattioli, in considerazione delle nuove tecnologie di comunicazione, ha scelto di affiancare ad un volume cartaceo di circa duecento pagine, un file digitale racchiuso in una chiavetta USB contenente in dettaglio tutte le schede e le riproduzioni a colori e in bianco e nero delle opere.

"Il mio desiderio - afferma Franco Maria Ricci - oggi esaudito grazie anche alla attenta partecipazione della famiglia Mattioli, è quello di presentare una mostra e un libro che, attraverso una scelta dei risultati più alti, conservi il profumo seducente ed elusivo di questo pittore appartato e incline alla contemplazione. Un'intenzione simile a quella che ebbi quando, molti anni fa, pubblicai nel numero 67 della mia rivista FMR l'affascinante serie degli Alberi di Carlo Mattioli".

In programma anche una mostra collaterale, Nella pagina e nello spazio. Mattioli illustratore e scenografo, alla Biblioteca Palatina di Parma (27 maggio - 22 settembre). Profondo conoscitore della letteratura italiana ed europea Mattioli, negli anni Quaranta e Cinquanta, ha collaborato con l'amico Ugo Guanda alla veste grafica dei volumi agli esordi della Casa Editrice per poi dedicarsi, negli anni Sessanta all'illustrazione vera e propria di capolavori classici (Divina Commedia, Decameron, Canzoniere del Petrarca, Belfagor di Machiavelli, Orlando Furioso, Novelle del Sermini, Venexiana, Ragionamenti dell'Aretino) e moderni (Stendhal, Hofmannsthal, Gustavo Adolfo Bécquer, Garcia Lorca, Balzac, Leopardi).

In mostra saranno esposti i libri, vere edizioni d'arte, affiancate dai disegni originali. Nella seconda sezione della mostra invece usciranno per la prima volta dallo studio dell'artista i bozzetti di scene e costumi di un inedito Mattioli artista per il teatro, attivo come costumista e scenografo nei primi anni Cinquanta per opere di lirica e prosa (Trovatore di Verdi, Medea di Jeffers, Nozze di sangue di Garcia Lorca, Incendio al teatro dell'opera di Georg Kaiser, L'importanza di chiamarsi Ernesto di O. Wilde).

Lo Studio del pittore nel Secentesco Palazzo Smeraldi accanto al Duomo di Parma sarà visitabile su appuntamento. L'atelier è stato conservato nello spirito e nell'atmosfera originale così come l'artista lo ha lasciato: ecco, come se Mattioli ne fosse appena uscito, le tavolozze, i pennelli, la giacca imbrattata di mille colori, i tubetti ancora aperti e le opere compiute ed incompiute. Le grandi stanze, vibranti di memorie, visitate dai più grandi intellettuali del Novecento, trasmettono ancora il soffio vitale della sua carismatica personalità.

In mostra sarà anche visibile il video Viaggio terrestre e celeste nella pittura, coprodotto da Archivio Carlo Mattioli e Solares Fondazione delle Arti, un viaggio di 30 minuti nella pittura dell'artista emiliano. Un racconto che parte dai luoghi dell'infanzia e dalle esperienze formative, dalle amicizie, dalle relazioni interpersonali, linfa vitale alla creatività e alla produzione artistica di Mattioli. Una biografia con immagini di repertorio ed interviste a critici e storici dell'arte quali Maurizio Calvesi, Gianfranco Maraniello, Simona Tosini Pizzetti e Arturo Carlo Quintavalle, e testimonianze di intellettuali come Mario Luzi, Maurizio Chierici, Attilio Bertolucci, Federico Fellini, Enzo Biagi.

Carlo Mattioli nasce l'8 maggio 1911 a Modena. La famiglia si trasferisce a Parma dove Carlo può seguire regolari studi all'Istituto di Belle Arti. Dalla fine degli anni Trenta l'amatissima Lina, sposata nel '37, è l'assoluta protagonista dei suoi dipinti. Si apre allora, negli anni Quaranta, la stagione della grafica che avrà poi altre straordinarie parentesi come quella delle numerose illustrazioni degli anni Sessanta, testimonianza del suo interesse mai sopito e della sua profonda conoscenza della letteratura europea. Del 1943 è la prima personale alla Galleria del Fiore di Firenze. Dal 1948 Mattioli è puntualmente presente alle varie edizioni della Biennale di Venezia. Dal 1965 nascono le Nature morte ocra, nere, brune e grigie, dense, grumose e lievitanti, i Cestini del Caravaggio e le Vedute di Parma e del Duomo dalla finestra dello studio che era proprio accanto alla cattedrale.

Il 1969-70 è il biennio dei notturni su cui scriverà memorabili pagine Roberto Tassi. Negli anni Settanta poi, dopo la ripresa di vecchi temi si apre l'era dei più noti Paesaggi che coprirà anche il decennio successivo. Nel 1982 vengono creati i Muri e le travi del ciclo Per una crocefissione, tenebrosa lancinante preparazione per i grandi Crocifissi ora collocati in S. Maria del Rosario e in San Giovanni Evangelista a Parma e in San Miniato al Monte di Firenze. Negli anni Ottanta vengono allestite grandi mostre personali antologiche e monografiche. Nel 1993 Carlo Mattioli esegue gli ultimi quadri a olio. Una nuova pagina. Sono i Calanchi bianchi, come fantasmi di pietra con lunghe e stecchite radici di tronchi spossati avvinghiate alla terra. Poi l'ultima serie di tempere su antiche copertine di libri. Si spegne a Parma il 12 luglio del 1994. Si sono occupati di lui le maggiori personalità della critica d'arte del Novecento. (Comunicato stampa)




La Rinascente
100 anni di creatività d'impresa attraverso la grafica


termina il 24 settembre 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

La mostra celebra, a cento anni dalla fondazione della Rinascente di Milano (1917) - con la titolazione ideata dalla vena poetica di Gabriele D'Annunzio - la vocazione grafica e comunicativa dei noti grandi magazzini, che fin dagli esordi rappresentano un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la storia della grafica e del design. L'esposizione presenta oltre 500 materiali, fra cui manifesti anche di grandi dimensioni, locandine, pubblicità, cartoline, carte da imballo, biglietti d'auguri, bozzetti, campagne fotografiche e molto altro: donne esili e raffinate con la sciarpa che prende il volo insieme alle valigie, cavalli a dondolo, scale mobili che si rincorrono, pesci azzurri che fanno il girotondo o ancora Babbo Natale che si affaccia da un sacco pieno di doni.

La Rinascente può, in effetti, essere considerata, nel corso della sua storia centenaria, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la grafica e il design, grazie ad artisti, grafici, illustratori e fotografi che hanno saputo tradurre e interpretare con innovazione la ricercata eleganza, ma anche la grande diffusione dei prodotti rivolti verso l'ampio mercato. Connaturata con la sua origine, che guardava con fiducia al progresso e alla cultura della modernità, la Rinascente ha di fatto visto nascere e aiutato lo sviluppo delle discipline legate alla comunicazione, alla vendita e a una vera e propria "messa in scena" del prodotto.

La mostra presenta così i vari ambiti che la Rinascente tocca nella sua storia centenaria: dall'arte al servizio della réclame al cartellonismo, dalla grafica progettata all'imballaggio come sistema comunicativo, dagli allestimenti alla cultura di presentazione scenografica delle merci, dalla pubblicità classica al sistema innovativo del design. In questo agire il gioco dell'immagine coordinata è fatto: dal cartellino del prezzo, alla carta da imballo, dal sacchetto di carta alla scritta luminosa della vetrina, il tutto appare con un potere persuasivo e un'identità "d'immagine aziendale" di altissimo livello.

La mostra consente anche di verificare il mutare dei consumi, la vita di una città e le sue relazioni internazionali nello spaccato della "storia della grafica": dall'abbigliamento per le varie stagioni ai giocattoli e al Natale, dagli articoli da pesca a quelli per la scuola agli utensili da cucina ai mobili, dalle biciclette ai paesi lontani - Giappone, India, Messico, Stati Uniti e Gran Bretagna che negli anni '50 diventano oggetto delle cosiddette "mostre-mercato", operazioni culturali di grande significato per l'epoca, dove tutto quanto presentato nei grandi magazzini ovviamente era in vendita e allo stesso tempo raccontava paesi lontani non ancora particolarmente noti. Dai manifesti in stile liberty disegnati da Marcello Dudovich al monogramma "lR" progettato da Max Huber alle fotografie di Oliviero Toscani, la storia della Rinascente ci offre un secolo di comunicazione d'impresa sempre sorprendente e all'avanguardia: una ginnastica visiva di grande charme.

Ci racconta anche i progetti di tantissimi collaboratori, oggi considerati veri e propri maestri nel campo della grafica, della comunicazione visiva e del design. Un patrimonio infinito di immagini ricche e colorate progettate da Achille Luciano Mauzan, Marcello Dudovich, Leopoldo Metlicovitz, Max Huber, Albe Steiner, Lora Lamm, Giancarlo Iliprandi, Brunetta Mateldi Moretti, Pegge Hopper, Roberto Maderna, Roberto Sambonet, Massimo Vignelli, Bob e Ornella Noorda, Aoi Huber Kono, Heinz Waibl, Salvatore Gregorietti, Giovanna Graf, Bruno Munari, Franco e Jeanne Grignani, Italo Lupi, Carlo Pagani, Giancarlo Ortelli, Richard Sapper, Mario Bellini e molti altri, senza dimenticare fotografi come Aldo Ballo, Ugo Mulas, Serge Libiszewski, William Klein e Oliviero Toscani.

Già nei primi anni del Novecento la Rinascente si impone per la novità e la sofisticata eleganza, che caratterizza in effetti fin dagli esordi anche l'immagine pubblicitaria. Sarà inizialmente il raffinato cartellonismo di Marcello Dudovich, che veicolava l'immagine di una donna dinamica ed elegante, ad accompagnare i successi di crescita della Rinascente per più di trent'anni (dal 1921 al 1956). Lo stile di Dudovich verrà affiancato dai manifesti di altri grandi artisti, come Leopoldo Metlicovitz, Achille Luciano Mauzan, Aldo Mazza, Mario Bazzi, l'agenzia MAGA, Giuseppe Sorgiani e Georges Monestier. Il grande magazzino è concepito come un "regno al femminile": a comprare, a vendere, a servire e a essere servite sono quasi esclusivamente donne. E anche la réclame è prevalentemente rappresentata al femminile.

Le donne che figurano nei manifesti di Dudovich, con chiari riferimenti al Liberty e poi all'Art Déco, sono ammaliatrici, spensierate, moderne e irraggiungibili; immagini che troveranno sempre più spazio anche nei cataloghi, nei cartelloni pubblicitari, nelle vetrine, in opuscoli, foglietti e dépliant. Si affermano così le nuove tipologie pubblicitarie, che dagli anni Trenta comunicano grazie anche a nuove tecniche di stampa, con frequente inserimento della fotografia. Si affiancano poi a Dudovich nuovi autori, come Gino Boccasile, Alfredo Lalia, Renato Vernizzi, Walter Resentera e Nanni Schipani.

Ormai la Rinascente è una grande catena presente in tutta Italia. Nel 1929 viene pubblicato l'house organ "Echi della Rinascente" che nel 1936 diventerà "La Famiglia Rinascente-Upim", quindi "Cronache" con il sottotitolo "Rassegna di vita e di lavoro nei grandi magazzini". Nelle pagine di questo periodico, creato per i dipendenti, verranno pubblicate le molteplici attività del grande magazzino per rendere sempre più innovative le esposizioni, saper presentare le merci e gestire le campagne pubblicitarie. Si intende così offrire una sorta di "democratizzazione" dei consumi, indagando sui nuovi bisogni e operando una ricerca continua di significative collaborazioni.

Sono gli stessi anni in cui Gio Ponti progetta per la Rinascente, insieme a Emilio Lancia, una linea di arredi per rinnovare l'immagine della tipica casa borghese; attraverso il marchio Domus Nova vengono così prodotti e messi in vendita a prezzi contenuti mobili moderni, con l'intento di contribuire allo svecchiamento della società e alla diffusione del gusto internazionale del Modern Style. La Rinascente inizia a sperimentare collaborazioni con disegnatori esterni; dagli esordi degli anni Cinquanta l'incontro fra grafica d'impresa e design diverrà quindi il tratto distintivo dei grandi magazzini.

Il Secondo dopoguerra si apre con la profonda ferita della distruzione della sede di Piazza Duomo a Milano, ma anche con una forte volontà di ricostruzione. Il 4 dicembre 1950 riapre il grande magazzino milanese con gli interni e gli arredi progettati dall'architetto Carlo Pagani, dove un intero piano è dedicato all'arredamento. Si avvia una nuova fase per la Rinascente in cui la spinta alla ricostruzione e al successivo boom economico vengono sfruttati con sapienza imprenditoriale. In questo periodo si lancia anche il nuovo marchio con il monogramma "lR" creato dal giovane grafico svizzero Max Huber, che introduce un cambio di passo nell'immagine.

Huber proporrà un iconico monogramma formato da una prima lettera minuscola a simbolo dell'articolo "la" seguito dalla maiuscola "R" in stampatello per Rinascente, il tutto realizzato in due caratteri tipografici differenti e assolutamente fuori dai canoni prestabiliti: Bodoni corsivo con le grazie il primo e Futura, asciutto e moderno, il secondo. Max Huber sintetizza quindi in due lettere il concetto dei grandi magazzini, unendo tradizione e innovazione, passato e futuro, storia e creatività.

Geometria, fotografia, caratteri tipografici lineari, timbri cromatici e sovrastampe rappresentano l'avanguardia grafica di quello che diventerà lo "stile milanese", un mix d'inventiva capace di unire i migliori grafici italiani con altri provenienti da tutto il mondo in una visione di forte internazionalizzazione: tutti all'opera di fronte alle guglie del Duomo di Milano nell'Ufficio Pubblicità, nell'Ufficio Sviluppo o nell'Ufficio Ricerche di mercato. I grandi magazzini di Milano in quegli anni sono diretti da Cesare Brustio, Aldo Borletti, Alfredo Ceriani e Gianni Bordoli.

La ricerca del successo imprenditoriale approderà nel 1953 alla mostra "L'estetica del prodotto", curata da Carlo Pagani, Bruno Munari e Alberto Rosselli, evolvendo poi nella mostra-premio per il disegno industriale "Compasso d'oro", ideato da Gio Ponti e Alberto Rosselli in collaborazione con Marco Zanuso, Albe Steiner e Augusto Morello, allora responsabile dell'Ufficio Sviluppo della Rinascente. Dopo una fase sperimentale con Max Huber per la comunicazione e Albe Steiner per l'allestimento delle vetrine, l'Ufficio Pubblicità opererà fino agli anni Settanta sotto la direzione artistica di Amneris Latis Liesering e poi Adriana Botti Monti. Con loro lavoreranno grafici interni e molti designer freelance in un clima di forti scambi internazionali, in cui appare privilegiato l'asse Zurigo-Milano. La Rinascente ormai fa parte della storia della grafica e la sola elencazione dei collaboratori lo conferma.

Per la pubblicità: Lora Lamm, Aoi Huber Kono, Heinz Waibl, Giancarlo Iliprandi, Brunetta Mateldi Moretti, Pegge Hopper, Roberto Maderna, Giovanna Graf, Emilio De Maddalena, Monica Furrer, Mario Trüb, Carla Buttura, Celestino Ferrario, Salvadé Borras, Raymond Gfeller, Massimo Vignelli, Salvatore Gregorietti, Georg Erhardt, Gisela Tobler, Hazy Osterwalder, Tomás Maldonado, Gui Bonsiepe, Dalmonte, Tomás Gonda.

Per il packaging, le vetrine e gli allestimenti delle celebri "mostre-mercato", un sofisticato lavoro sulla merceologia e allo stesso tempo singolari operazioni culturali, collaborano: Bruno Munari, Erberto Carboni, Marcello Nizzoli, Franco e Jeanne Grignani, Roberto Sambonet, Ennio Lucini, Giancarlo Ortelli, Attilia Faggian, Giorgio Armani, Italo Lupi, Mario Bellini, Roberto Orefice, Laura Sturme, Grazia Varisco, Richard Sapper, Enzo Mari, Bob e Ornella Noorda. A questi designer si affiancano importanti fotografi, come Aldo e Marirosa Ballo, Ugo Mulas, Gérard Herter, Serge Libiszewski, William Klein, Jeanloup Sieff, Carlo Orsi e Oliviero Toscani. La Rinascente, in cento anni, racconta le vicende di un'impresa aziendale seguendo il mutare dei consumi, la vita di una città e le sue relazioni internazionali nello spaccato della "storia della grafica".

Catalogo La Rinascente. 100 anni di creatività d'impresa attraverso la grafica / 100 Years of Corporate Creativity through Graphic Design, a cura di Mario Piazza e Nicoletta Ossanna Cavadini, con saggi dei curatori, di Raffaella Castagnola e Raimonda Riccini, a corredo una ricca sezione iconografica e un atlante delle immagini, Skira editore, Ginevra-Milano, 2017, 24x24cm, p.282, CHF 36.- / Euro 36.

In contemporanea, con progetto complementare, a Palazzo Reale di Milano, nell'Appartamento del Principe, si terrà lR100. Rinascente. Stories of innovation (24 maggio - 24 settembre 2017) incentrata sulla storia dei grandi magazzini. Come per tutte le mostre del m.a.x. museo, la redazione di Ultrafragola (3D Produzioni) ha realizzato un video, visibile in mostra a Chiasso. Il filmato sarà trasmesso anche su ARTBOX-Sky Arte durante il periodo espositivo. L'esposizione - curata da Mario Piazza, docente presso il Dipartimento di Design, Scuola del Design del Politecnico di Milano, e da Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e di Spazio Officina di Chiasso - è parte della stagione 2016-2017 del Centro Culturale Chiasso, che si declina nel nome della "creatività". (Comunicato Amanda Prada - ufficio stampa m.a.x. museo)




Opera dalla mostra Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino Pop Art Italiana - opera in mostra "Io non amo la natura"
Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino


termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo

La mostra - promossa dalla Fondazione Crc in occasione dei 25 anni dalla nascita, nel gennaio 1992 - propone un excursus intorno alla Pop Art italiana, attraverso una selezione di cinquanta opere tra dipinti, sculture e video, tutte provenienti dalla GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L'esposizione nasce dalla volontà di riflettere sulla vicenda storica della Pop Art in Italia, alla luce della recente rinnovata attenzione da parte della critica. Gli aspetti principali su cui la critica si è soffermata nel rileggere il fenomeno includono, da una parte, lo studio della cronaca di quegli anni, alla ricerca di corrispondenze dirette con l'arrivo del fenomeno Pop americano sul suolo italiano e dall'altra, la messa a fuoco della provenienza culturale e linguistica degli artisti italiani, evidenziandone contiguità e differenze rispetto agli internazionali.

La mostra vuole ricostruire l'ampio ventaglio delle proposte italiane maturate nei primi anni Sessanta. In quegli anni numerose furono le corrispondenze tra il progressivo ma rapido affermarsi della Pop Art americana e la scena italiana, in particolare nelle città di Roma e Torino, così come la circolazione degli artisti e delle loro proposte linguistiche. Il percorso espositivo illustra, per campionamenti, le differenti declinazioni di stile degli artisti, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Fabio Mauri, Mario Ceroli, attivi sulla scena romana, accanto a personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali.

Sul versante torinese, la mostra raccoglie opere di Ugo Nespolo, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Antonio Carena. Sullo sfondo, tra le tante altre proposte in mostra - volte anche a presentare importanti esiti collaterali, non dichiaratamente Pop ma contestualizzabili in quella temperie di sviluppo e ricerca - esempi delle ricerche pioneristiche di Mimmo Rotella e Enrico Baj. Completano la mostra opere della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris e della Fondazione Crt per l'Arte Moderna e Contemporanea, tutte custodite presso la GAM di Torino.

«Tutte le opere esposte provengono dalla GAM» racconta Riccardo Passoni, curatore della mostra e vicedirettore della GAM di Torino «Ed è importante sottolineare come la maggior parte di esse abbia trovato posto nelle nostre collezioni già da molto tempo. Questo è stato possibile soprattutto grazie all'arrivo nel museo, alla metà degli anni Sessanta, della collezione del Museo Sperimentale di Arte Contemporanea fondato nel 1963 da Eugenio Battisti presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Genova. Rileggere quella importante collezione da questo nuovo angolo visuale, ha costituito per noi una vera sorpresa, proprio per la ricchezza di opere sul tema Pop e dintorni.» (Estratto da comunicato stampa Fondazione Torino Musei)




Opera di Masahisa Fukase Opera di Edgar Martins La forza delle immagini
Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro


termina il 24 settembre 2017
MAST.Gallery - Bologna

La Fondazione MAST presenta una nuova mostra tratta dalla propria collezione di fotografia industriale. Sessanta autori dagli anni Venti a oggi mostrano con oltre cento opere - alcune costituite da decine di scatti - il dirompente potere espressivo del linguaggio fotografico nei suoi molteplici significati. La mostra raccoglie una vastissima selezione di scatti provenienti dal mondo della produzione, una pletora di impressioni, un profluvio di visioni dell'industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta.

Lo sguardo di oltre sessanta fotografi ci conduce attraverso il regno della produzione e del consumo, aiutandoci a sviluppare nuove modalità di visione. L'esposizione mette a fuoco gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, tocca questioni chiave di natura sociale, politica, collettiva ma, più che i fatti puri e semplici, le immagini cercano di raffigurare nessi e riferimenti articolati, profondi, presentando all'osservatore realtà complesse, che determinano anche un coinvolgimento emotivo e sensoriale.

L'universo iconografico dell'industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall'idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi e linee temporali che corrono parallele o si incrociano. La mostra propone le opere di fotografi e artisti tra cui Berenice Abbott, Richard Avedon, Margaret Bourke-White, Thomas Demand, Simone Demandt, Jim Goldberg, Hiroko Komatsu, Germaine Krull, Catherine Leutenegger, Edgar Martins, Rémy Markowitsch, Richards Misrach, Jules Spinatsch, Edward Steichen, Thomas Struth, Shomei Tomatsu, Marion Post Wolcott e molti altri. (Comunicato stampa)

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Gli archivi sono giganti silenziosi. Si svegliano e cominciano a parlare se poniamo loro domande dirette, se li scuotiamo dal torpore grazie a determinate prospettive, a punti di vista particolari, o li rendiamo vivi con il nostro interesse, riportando il loro potenziale nel presente. Con le collezioni non è molto diverso, anche se in questo caso la selezione è accompagnata sin dall'inizio da una determinata volontà, un'idea, un interrogativo. Solo quando attingiamo con gli occhi e con la mente al fondo iconografico del passato, quando stabiliamo delle connessioni, quando leghiamo il presente a ciò che è stato, la produzione al consumo, l'uomo alla macchina, la fabbrica alla società, ecco accendersi la scintilla: gli archivi e le collezioni cominciano a raccontare, svelano i loro tesori, consegnano informazioni, entusiasmano con gli universi visivi che custodiscono.

Ogni archivio possiede una propria storia, un sistema specifico fatto di ordine e disordine, e risponde a una struttura del tutto particolare. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le fotografie ricoprono una funzione soprattutto descrittiva. In altre parole, una fotografia raffigura un determinato oggetto, lo rappresenta, mostra l'evento in questione, è stata scattata in un contesto specifico da un fotografo sconosciuto, spesso anonimo. Tutto qui. E' ciò che definiamo il punto di vista descrittivo, denotativo della fotografia, che porta a dimenticarne le potenzialità estetiche, la forza immaginifica, le suggestioni visive: i neri profondi nello strato di sali d'argento che ricopre la carta, l'imponenza dei soggetti sovradimensionati, lo splendore accecante dei colori.

Le fotografie possono fare molto più che definire, descrivere. Sono incisive, sviluppano forze d'irradiazione,... si insinuano dentro di noi anche emotivamente, comunicando non un messaggio univoco, bensì due, tre, quattro concetti diversi e paralleli. Si tratta dei cosiddetti messaggi connotativi, che trapelano dal contesto e possono avere sfumature simboliche o metaforiche, da leggere e comprendere a livello figurativo. Oppure si tratta di quegli stimoli che, come la musica, agiscono in modo diretto e immediato sulle nostre sensazioni ed emozioni. A volte, il potenziale emotivo di una fotografia ci avviluppa, ci pervade in maniera più intensa e profonda rispetto al suo contenuto descrittivo; altre volte la forza descrittiva e quella estetica si contrappongono in modo antitetico, si affrontano in un duello che suscita nell'osservatore un senso di disagio e insicurezza.

Ma se il sommario, il rimando, la definizione e, dal lato opposto, l'emozione, il potenziale figurativo si completano, si arricchiscono a vicenda, la fotografia acquisisce ed emana una forza incomparabile. Queste forze supplementari della fotografia sono quanto la mostra vuole scoprire e rivelare. Il percorso espositivo intende metterle in luce, impiegarle attivamente, facendo interagire le foto tra loro, giustapponendole per sviluppare una nuova forma di narrazione, più ricca, multiforme ed enigmatica. (...)

Lo sguardo di oltre sessanta fotografi ci guida attraverso ambienti, zone, settori diversi, nell'universo dell'industria e del lavoro, in regni che vengono raccontati, spiegati, che ci colpiscono anche emotivamente, rivelando nuove modalità di visione in un gioco di contrasti: similitudine, sdoppiamento, evidenza e impenetrabilità, pesantezza e lievità, pieno e vuoto, energia ed euforia contrapposte alla malinconia, alla tristezza, al mistero, in un mondo estremamente ricco di immagini com'è quello degli oggetti, del lavoro, dell'industria e della tecnica nella nostra società.

L'osservatore, per esempio, si trova immerso nel metallo o, più precisamente, nelle immagini che del metallo ci offrono Germaine Krull, Berenice Abbott, Nino Migliori, Takashi Kijima e Kiyoshi Niimaya: ne sperimenta la pesantezza e la plasmabilità, l'oscurità del processo produttivo, la luce, la brillantezza del risultato, ne osserva la stabilità, l'elasticità, la duttilità, lo vede trasformarsi, sottoposto a deformazione, in "fogli di metallo distorti" (dal titolo di uno scatto di Kiyoshi Niimaya). Il metallo è il materiale con cui si creano ponti, nel senso letterale del termine, come ci mostra la grandiosa serie di fotografie di Germaine Krull.

Il metallo è il materiale primario di una determinata epoca industriale. Poi però vediamo anche lamiera, acciaio, plastica, pneumatici di gomma, intonaco bianco e, nelle foto di Pietro Donzelli, asfalto, barili di catrame, pozzanghere bituminose nelle aree industriali dismesse. La grande opera in venticinque parti di Rémy Markowitsch è stata realizzata in vista di una mostra dedicata alle officine Volkswagen, alla grande fabbrica e alla città di Wolfsburg, cresciuta come appendice dello stabilimento. L'opera trasforma l'oggetto motore in uno Psychomotor (dal titolo che l'artista dà al suo lavoro), la potenza della sua meccanica in sensualità, in una carica erotica diversa a seconda dell'occhio che la guarda.

Le macchine diventano creature impenetrabili, surreali, animali: nelle opere di César Domela, i generatori di vapore si trasformano in giungle, organismi viventi, un concentrato di strutture urbane affollate di entità che ardono, sbuffano, strisciano e si insinuano, soffiano o ticchettano piano per poi partire in una nuvola di fumo. Forme chiuse, enigmatiche, superfici spezzate, motivi che ricoprono intere aree in modo affine ma con significati totalmente diversi: l'analogia formale è ciò che tiene insieme una schiera organizzata di minatori che trasportano carichi pesanti, i pozzi collegati di uno stabilimento chimico o la torre di raffreddamento di una centrale atomica, in modo tale da creare uno spazio fatto di contrasti stridenti. (...)

La grande fotografia di Jules Spinatsch dal titolo Turno del mattino. Unità 631 è un viaggio computerizzato attraverso un turno di otto ore negli impianti di produzione dei trattori John Deere. E' un intero turno, riassunto e schematizzato, ottocento scatti condensati in un'unica immagine. A conclusione del processo produttivo si passa alla verniciatura e al rivestimento, la scocca viene infilata sull'unità motrice come un vestito. In gergo questa fase è definita marriage o wedding, matrimonio. Simone Demandt ci guida all'incontro con le macchine e le apparecchiature notturne, quelle che funzionano ininterrottamente nei laboratori, misteriose e insieme rivelatrici, continuando a misurare, a ticchettare anche quando più nessuno è presente.

Le fotografie della Borsa di Chicago scattate da Geissler/Sann raccontano dello sfinimento dopo una battaglia aspramente combattuta, ma testimoniano anche l'ambizione perenne ad avanzare: un non-stop eterno, insaziabile, da cui non esistono vie d'uscita. Le foto di spazi e ambienti sono la struttura portante della mostra, guidano il visitatore, ne indirizzano lo sguardo, rappresentano i segnavia del percorso espositivo. Passiamo in rassegna capannoni industriali, per esempio quelli ritratti da Thomas Struth in Laminazione a caldo, Thyssenkrupp Steel, Duisburg o da Edgard Martins in Centrale elettrica Alto Rabagão: barra collettrice, oppure dispositivi come quello nella foto Interno della camera da vuoto del Large Space Simulator di Edgard Martins, percorriamo con lo sguardo la Raumfolgen 244 di Walter Niedermayr fino ai bianchi, freddi ambienti di lavoro raffigurati nella serie di Henrik Spohler dal titolo Global Soul che affronta il tema dell'intangibilità, dell'invisibilità dei flussi di dati. (...)

Hiroko Komatsu affronta il tema della produzione di massa con una moltitudine di stampe ai sali d'argento. L'artista erige templi di immagini, pareti di figure da attraversare come in una performance: se con le foto edifica strutture architettoniche, con l'architettura, sempre evocata in uno stato di avanzamento incerto, a metà strada tra costruzione e demolizione, crea un'atmosfera di catastrofe, rovina, sfacelo. L'installazione, costituita da fotografie che ritraggono ogni genere di materiale edilizio e da costruzione, si trasforma in una sorta di spazio fisico, tridimensionale, atto alla riflessione esistenziale: una "bioriserva sanitaria" (dal titolo del lavoro di Komatsu), malinconica bacheca della senescenza, reliquiario di oggetti in declino, ciascuno dei quali, per quanto magistralmente prodotto, è destinato a fine certa.

Anche la fotografia ha sperimentato il fenomeno dell'estinzione con la scomparsa dei processi definiti a posteriori analogici. Abbiamo assistito all'avvento della "fotografia elettronica", com'era chiamata inizialmente, continuando a pensare che non sarebbe riuscita a scalzare il procedimento analogico, considerandola tutt'al più un episodio marginale o un progresso da affiancare ai sali d'argento. Andy Grundberg, illustre critico fotografico del New York Times, ancora nel 1988 scriveva: "... è più probabile che la creazione di immagini elettroniche avrà un destino analogo al procedimento che Edwin Land chiamò polaroid, sarà un optional per la comunità dei produttori di immagini." (...)

Catherine Leutenegger racconta questa decadenza con fotografie a colori piene di ambienti e parcheggi vuoti o in disuso. Nessuna innovazione, neanche la più importante, può essere salvaguardata dal declino. Frattanto l'epopea per immagini si popola di esseri umani: operai, lavoratori, manager. Raramente legati agli ambienti in cui si trovano o alle macchine e agli strumenti che impiegano, sono invece isolati, come nei famosi ritratti della serie "Nel West americano" di Richard Avedon, selezionati e collocati da soli nello spazio figurativo e davanti alla macchina da presa. Sembrano chiedere: chi siamo? dove andiamo? cosa abbiamo fatto? Sono stati gettati nel mondo, come ha affermato Jean-Paul Sartre, condannati a una libertà che spesso, nelle condizioni sociali in cui vivono, non sono mai riusciti a sperimentare.

Paiono assai meno smarriti e alienati quando sono attivi e manovrano le loro macchine, le apparecchiature, gli strumenti. Allora sembrano meno vacui, più ricchi di significato. Il lavoro è una gigantesca macchina che produce identità. L'universo iconografico dell'industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall'idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano - come l'uomo sul carro trainato da un asino ritratto di fronte a uno stabilimento industriale nella foto di Pepe Merisio.

"E' grazie alla forza delle immagini", scriveva André Breton, "che col tempo potranno compiersi le vere rivoluzioni". Viviamo in un mondo che lo dimostra quotidianamente. Il nostro obiettivo non è certo la rivoluzione: ma vogliamo comporre un'epopea, accendere un fuoco d'artificio di immagini, e farlo con le fotografie della collezione Mast. (Materia e idea, macchina e metafora. Un'epopea per immagini del mondo dell'industria e del lavoro, di Urs Stahel - Curatore della Photogallery MAST e dell'esposizione)




Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017
"La révolution mise à nu par ses agitateurs, même": Pablo Echaurren rilegge Duchamp


termina il 15 ottobre 2017
Scala Contarini del Bovolo - Venezia

L'esposizione propone una serie di opere realizzate nell'arco di quarant'anni in cui Pablo Echaurren dialoga con l'ombra del padre dell'arte concettuale Marcel Duchamp. Il percorso della mostra si sviluppa lungo lo spazio fisico della Scala Contarini del Bovolo, che nella sua forma a spirale (bovolo in dialetto veneziano significa chiocciola) rimanda emblematicamente alla coppia di opposti alto/basso e ascesa/discesa. Traendo spunto dall'opera duchampiana Nu descendant un escalier, l'artista ha concepito una serie di cartelli segnaletici che invitano lo spettatore, con un gioco di parole onomatopeico, a salire le scale (Nous ascendants un escalier) e poi a discenderle (Nous descendants un escalier).

La mostra è anche un viaggio nel tempo lontano/vicino e immaginato/vissuto che collega tre date: 1917, 1977 e 2017. 1917: anno in cui Duchamp presenta il ready-made "Fountain", l'opera provocatoria per antonomasia. 1977: abbandonata per qualche tempo la professione di artista, Echaurren, legandosi alla corrente ironica e creativa dei cosiddetti indiani metropolitani, elabora con il gruppo un nuovo linguaggio collettivo basato sull'uso delle provocazioni duchampiane ma in chiave politica, creando fanzine, disegni, collage e dando vita a happening a sorpresa. 2017: l'artista decide di recuperare i materiali legati a quei momenti, quaderni, appunti scritti e disegnati, proponendo anche nuovi lavori che mettono in evidenza la possibilità di servirsi ancora oggi di Duchamp come un palinsesto su cui tracciare un percorso personale.

Il fulcro della mostra è rappresentato da una serie di collage che entrano in rotta di collisione con i materiali cartacei della boîte verte, la scatola duchampiana intitolata La mariée mise à nu par ses célibataires, même (1934). Un'opera che rappresenta per Echaurren non solo un personale oggetto d'affezione ma anche uno stimolo e uno spunto di riflessione sul fare arte come prassi legata alla dimensione del pensiero. La scatola, com'è noto, contiene la riproduzione di appunti, foto, disegni e fogli strappati relativi all'elaborazione del Grande Vetro.

Una sorta di cassetta degli attrezzi ma anche un potenziale collage. Echaurren, che sin dal 1969 ha praticato la via del collage accanto alle altre discipline artistiche, ha utilizzato copie dei facsimile della "boîte" per realizzare cinquanta lavori in un'ideale partita a scacchi con il grande maestro. Al fine di rimarcarne l'importanza, un esemplare originale della scatola è materialmente presente nella mostra. A conclusione dell'itinerario, la scultura di ceramica U/siamo tutti Duchamp, una copia dello storico orinatoio firmato R. Mutt, sulla quale Echaurren è intervenuto applicandovi una sorta di tatuaggio realizzato con una tecnica desunta dal compendiario della grottesca faentina cinquecentesca, trasformando così l'oggetto in una suppellettile straniante attraverso un détournement in bilico tra medioevo, graffitismo, passato e presente, alto e basso.

Pablo Echaurren (Roma, 1951) inizia a dipingere a diciotto anni e, tramite Gianfranco Baruchello, viene scoperto dal critico e gallerista Arturo Schwarz che fa conoscere il suo lavoro in Italia e all'estero. Tra il 1971 e il 1975 espone a Berlino, Basilea, Filadelfia, Zurigo, New York, Bruxelles e nel 1975 è invitato alla Biennale di Parigi. Il suo esordio avviene all'insegna di un minimalismo, di una concettualità e di un'antipittoricità alternativi all'idea di opera d'arte come feticcio. Questa è la direzione in cui l'artista si è mosso da allora, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme di espressione, senza mai adagiarsi sul già fatto.

Non solo pittore, si è impegnato in un'intensa attività applicata, realizzando illustrazioni, manifesti e copertine, tra cui quella del best seller Porci con le ali, nonché "metafumetti" che indagano sul possibile rapporto tra avanguardia e arte popolare, cercando quel necessario e fecondo cortocircuito tra "alto" e "basso", tra cultura e leggerezza, in sintonia con l'ideale di un'arte diffusa. La sua creatività si è sviluppata anche nel campo scrittura, pubblicando romanzi e pamphlet sul mondo dell'arte. Dopo il Duemila, la sua poliedrica produzione è stata presentata in alcune esposizioni personali. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Il Mito del Pop
Percorsi Italiani


termina lo 08 ottobre 2017
Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato - Pordenone
www.artemodernapordenone.it

C'è stata una "via italiana" al Pop ed è stata assolutamente originale. Silvia Pegoraro lo evidenzia con questa mostra dal forte taglio critico, che riunisce circa 70 opere, alcune mai prima esposte, di una ventina di artisti. Si è spesso sostenuto che gli artisti italiani non fecero sostanzialmente altro che "copiare" gli americani. Alcuni di essi, è vero, erano stati in America prima del '64, anno del trionfo della Pop Art americana alla Biennale di Venezia, o si erano informati in precedenza sulle nuove poetiche visive statunitensi: per esempio Mimmo Rotella (celebri i suoi décollages - collages di manifesti pubblicitari strappati), Franco Angeli (tra le sue opere più famose le sue lupe e le sue aquile romane), Tano Festa, con le sue riletture di Michelangelo e di altri celebri maestri del passato, o Mario Schifano, che reinterpreta in pittura le icone pubblicitarie o foto storiche (come nel celeberrimo Futurismo rivisitato, del '66).

Tutti artisti, questi, legati alla romana "Scuola di Piazza del Popolo". Roma è infatti uno dei due punti di irradiazione della Pop Art di casa nostra: qui, il fenomeno della "dolce vita", legato al "boom economico", dà il via a un profondo rinnovamento del costume italiano. Nel dopoguerra, Roma è un luogo di incontri e dibattiti di livello internazionale. Di qui passano molti grandi artisti europei e americani. Si parla, si discute, si crea. Le gallerie di riferimento sono La Tartaruga di Plinio de Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani, dove espongono gli artisti che fanno tendenza. Oltre a quelli già nominati, ci sono Cesare Tacchi, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Ettore Innocente, e Mario Ceroli, che nelle sue famose sculture ricostruisce in legno grezzo immagini e oggetti della quotidianità.

L'altro centro propulsivo della Pop Art italiana è Milano, e il suo cuore è lo Studio Marconi, dove nel '65 espongono in una mostra, insieme a Schifano, Valerio Adami, Emilio Tadini e Lucio Del Pezzo. Questi artisti guardano più all'Europa che all'America: dalle soluzioni genialmente kitsch di Enrico Baj, influenzate dal dadaismo e dal surrealismo, alla altrettanto geniale ibridazione di metafisica dechirichiana e iconografia da fumetto di Adami, alla rigogliosa vena "narrativa" di Tadini che acquisisce, grazie al contatto con la Pop Art, una maggior sintesi d ell'immagine, oltre che un più forte impulso a inserire nella figurazione oggetti appartenenti al mondo reale e quotidiano. La mostra sarà anche un'occasione per ricordare e celebrare, nel trentennale della morte, l'artista Ettore Innocente, noto come uno dei più interessanti e originali artisti della Pop Art di ambito romano, ma provenienete in realtà dal territorio pordenonese, con il quale ha sempre mantenuto legami profondi, coltivati con assiduità.

"Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta - afferma la curatrice - in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l'inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini". (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Carla Bordini Bellandi - Alberi blu mini Carla Bordini Bellandi: "Enchanted Nature"
termina il 26 novembre 2017
Palazzo Mora - Venezia

Nel prestigioso contesto della Biennale di Venezia, la GAA Foundation propone una selezione accuratamente operata del lavoro fotografico di Carla Bordini Bellandi. Le sue foto, che vivono attraverso il suo sguardo e svelano aspetti nascosti e simboli, sono immagini che raccontano una natura osservata attraverso una visione onirica, alla ricerca di un pieno recupero del contatto con essa ma soprattutto del suo riconoscimento come elemento degno di rispetto e da non "usare" in maniera indiscriminata. Per riconquistare un'unione che sembra irrimediabilmente perduta, i suoi scatti, racconti tridimensionali e pieni di luce, regalano una visione pura e limpida. L'aspetto tecnico del suo modo di procedere è molto peculiare e insieme alla sua poetica, è ciò che le ha permesso di essere selezionata tra tanti artisti. Il risultato della sua ricerca si fonda sullo studio dell'"errore fotografico" che esclude l'uso del foto ritocco.

"Ricercatrice visiva", Carla Bordini Bellandi (Milano, 1962) è alla ricerca di storie e narrazioni che attraverso luce, forma e colore, si materializzino dentro lo spazio di un rettangolo di carta. Dai primi scatti realizzati con una Ferrania tascabile a quelli più attuali, il percorso di studio è stato lungo e paziente. Nei circa 40 anni di raccolta visiva e fotografica, sono decine di migliaia le immagini che ora compongono il suo bagaglio artistico. Esperta di colore, inventa, ispira proposte e combinazioni cromatiche anche in ambito tessile e nel mondo della moda. Con uno studio approfondito e attraverso l'analisi delle immagini, indaga l'origine del formarsi e dell'evolversi delle tendenze socioculturali più contemporanee.

Il progetto espositivo è anche la fase iniziale di un programma di salvaguardia ambientale, a testimonianza della necessità impellente di azioni concrete per tutelare il pianeta. Tuttavia l'artista non grida allo scandalo per la mancanza di rispetto delle leggi naturali, ma attraverso le sue foto sussurra un sentimento di profonda malinconia per uno stato ambientale originario che è difficilmente recuperabile. La mostra quindi è un'esortazione forte e silenziosa ad agire, affinché la poesia della natura non si perda del tutto.

Dal nome altamente evocativo e velatamente ironico, la mostra Enchanted Nature, raccoglie le immagini di una natura lontana dal reale, grafica e bidimensionale, nelle quali l'impressione soggettiva supera l'intento descrittivo e va oltre, alla ricerca di una forma estetica che ne rappresenti l'essenza: è un paesaggio ancora maestoso, misterioso, che affascina e stupisce. Collocate al di fuori dello spazio e del tempo, poetiche e astratte, mai coadiuvate da interventi formali sull'immagine, varie visioni convivono in ogni opera per meglio raccontare universi potenti e luminosi ma nel contempo - per contrasto - per narrare segreti essenziali di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici. (Comunicato stampa Press Office artpressagency.it di Anna de Fazio Siciliano)




Immagine dalla locandina della mostra di Carlos Amorales Carlos Amorales: Life in the Folds
termina il 26 novembre 2017
Padiglione del Messico alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia

Life in the folds è il risultato di un'estesa ricerca dove l'artista introduce un linguaggio formale che si articola su diversi supporti lungo l'installazione proposta alla Biennale Arte 2017. La mostra si compone di forme astratte, di poesie scritte in un alfabeto criptato, di ocarine in ceramica che vengono suonate da un ensemble in una performance secondo una partitura grafico-musicale. Amorales sottolinea che "Life in the folds (il titolo si riferisce al romanzo di Henri Michaux pubblicato nel 1949), scaturisce dalla tensione fra il concreto e l'astratto, luogo in cui si manifestano una serie di immagini poetiche associate ai luoghi in cui troviamo la vita; non in mezzo alla pagine, bensì nelle pieghe, nelle rotture, negli interstizi e nelle cose più piccole".

L'incomprensibilità dei testi richiede al pubblico di affrontare, a partire dalla perplessità iniziale, un mondo criptato nel quale dovrà decifrare messaggi e mettere in discussione interpretazioni della realtà. Life in the folds è un'opera d'arte totale in cui le diverse discipline coinvolte tra cui arti visive, grafica, animazione, film, musica, letteratura, poesia e performance convergono creando tensioni e attivando riflessioni non convenzionali. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gigi Bon - Il primo giorno del mondo Gigi Bon
Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia


termina il 26 novembre 2017
Studio Mirabilia | Libreria Lineadacqua - Venezia
www.gigibonvenezia.com | www.lineadacqua.com

In occasione dell'apertura della 57° Esposizione Internazionale d'Arte, una preziosa e inusuale mostra che verrà ospitata in due sedi. Preziosa, perché la prima è lo studio-atelier di Gigi Bon - collezionista-bibliofila-artigiana-artista veneziana - proprio nella calle dove Casanova nacque. Inusuale, la seconda parte, perché si sviluppa nell'unica libreria antiquaria rimasta in città: Lineadacqua. Al progetto si accompagna la pubblicazione del volume-diario Gigi Bon: Veni Etam. Naturalia et Mirabilia, pubblicato da Lineadacqua Edizioni che si avvale di una esaustiva introduzione a cura di Martina Mazzotta.

Il termine Wunderkammer, oggi molto utilizzato e in parte screditato, trova qui una declinazione contemporanea attraverso un omaggio poetico e consapevole a quella storia del collezionismo, della scienza e dell'arte che nei secoli XVI-XVII vide intrecciarsi natura e artificio nell'età d'oro della meraviglia, ripropostasi nel XX secolo a partire da certo Surrealismo. La mostra offre un florilegio di opere e reperti di naturalia, exotica e scientifica - tutti mirabilia disposti nell'atelier e in parte nella libreria. Nel recuperare la tradizione tardorinascimentale delle collezioni enciclopediche, nonché quella ermetico-alchemica, Gigi Bon presenta le opere più importanti della propria carriera venticinquennale, insieme con alcuni inediti.

Vi si ritrovano tecniche e materiali della più fine tradizione veneziana: una eco visuale a Veni Etiam, l'origine etimologica del nome della città secondo Francesco Sansovino, accolta da John Ruskin e da tutti coloro che hanno profondamente amato e interpretato Venezia: cioè, vieni ancora, e ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose, e nuove bellezze. Lo spazio alla libreria si presenterà come una sintesi dell'Universo dell'Artista: una grande scatola magica, di blu vestita. Il blu tanto caro a Gigi. Il blu del cielo, del mare, dell'Infinito. Il blu considerato dagli egizi come il colore degli Dei e presente in maniera fondamentale nelle opere della Bon.

In questo spazio fa da fondo un pannello che rappresenta il mondo immaginario dell'artista con una folla di Rhini Angeli giocosi; una parete-libreria carica di libri antichi e oggettistica preziosa; il grande quadro Museo Caspiano popolato dai lavori dell'artista come fossero personaggi in visita al museo. Personaggi che in questa occasione prendono vita: escono dal quadro e si materializzano in reali sculture animando lo spazio e dando vita a Gigi Bon Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia. L'artista, laurea in Giurisprudenza, con un brillante passato di consulente finanziario, non ha esitato a voltare pagina per dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni e della sua creatività. Le sue sculture, i suoi ritratti immaginari, le sue surreali tecniche miste sono ormai nelle collezioni private di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




Giovanni Segantini e i pittori della montagna
termina il 24 settembre 2017
Museo Archeologico Regionale - Aosta

L'esposizione, a cura di Filippo Timo e Daniela Magnetti, propone un selezionato percorso che ha come fulcro l'esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del Divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica. La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell'arco alpino.

Accanto alle opere di Giovanni Segantini, scelte attingendo ad uno specifico momento dell'esperienza artistica del pittore, ovvero agli anni giovanili trascorsi in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch'essi partecipi di una pagina importante della storia dell'arte italiana.

Nell'orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1882-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa. La mostra Giovanni Segantini e i pittori di montagna è corredata da un catalogo, edito da Skira, illustrato, con testi di Annie-Paule Quinsac, Filippo Timo, Daria Jorioz, Daniela Magnetti, Marco Albino Ferrari, Maurizio Scudiero, Luca Minella, Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




La Raccolta Salce
www.studioesseci.net

E' stata spostata ad un fine settimana tra maggio e giugno l'apertura al pubblico del nuovo museo Nazionale Collezione Salce inizialmente prevista in aprile. La più importante raccolta del settore in Italia e in Europa, che divide il primato con il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives), ha trovato collocazione in due antichi spazi nel cuore di Treviso. Si tratta della medievale Chiesa di Santa Margherita e dell'edificio comunicante con la Chiesa di San Gaetano. Nella prima delle due, la chiesa di Santa Margherita, stanno trovando collocazione, in grandi cassettiere tecnologiche, i 24.580 manifesti raccolti da Nando Salce e dalla moglie Regina Gregory. E, accanto ad essi, i laboratori scientifici indispensabili per garantire la loro perfetta conservazione e manutenzione.

"Naturalmente questi ambienti sono stati pensati per la conservazione e non per una fruizione pubblica allargata, chiarisce Marta Mazza, direttore del nuovo Museo Statale Collezione Salce. "Per ovvi motivi di conservazione e gestione l'accesso diretto a questo grande deposito sarà limitato agli studiosi. Tuttavia ciò che non può essere fisicamente messo a disposizione del pubblico, viene integralmente posto a disposizione di tutti, accedendo al sito www.collezionesalce.beniculturali.it dove vengono proposte le immagini di tutti i 24.580 nostri manifesti. A regime, a fine 2018, in Santa Margherita potrà essere ricavato anche uno spazio ulteriore per esposizioni dedicate."

Per l'apertura degli spazi museali di San Gaetano prevista la prima di tre successive mostre di un ciclo denominato "Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce". La mostra di apertura darà conto, per capolavori assoluti, della parte più antica della Raccolta, quella dedicata alla "La Belle Epoque". Le mostre successive riguarderanno i manifesti del periodo "Tra le due guerre" e, infine, "Dal secondo dopoguerra al 1962". In modo da offrire, nell'arco di un anno, un excursus, sia pure di estrema sintesi, nel percorso temporale della magnifica Collezione che accoglie manifesti datati tra il 1885 e il 1962.

Nel 1895, fu l'immagine di una procace donnina che campeggiava, per opera di Giovanni Maria Mataloni, nel manifesto della "Società Anonima Incandescenza a Gas" a colpire Nando. Che, al prezzo di una lira, riuscì ad ottenere dall'attacchino comunale l'agognata immagine. Era l'inizio di una passione che lo avrebbe portato, anche con l'aiuto della moglie Regina Gregory, ad accumulare nella loro casa migliaia di manifesti. Nemmeno Nando riusciva a conoscere il numero dei pezzi da lui raccolti, tanto che l'inventario effettuato dopo il suo lascito della Collezione al Ministero li ha quantificati in poco meno di 25 mila, il doppio di quanto il collezionista supponesse. Ma a colpire della Collezione Salce non è solo il dato quantitativo, oggettivamente strabiliante per una singola collezione privata, bensì sopratutto quello qualitativo.

Per questa sua passione Nando volle essere affiancato anche di esperti al massimo livello, creando una rete di rapporti che gli garantirono il meglio di quanto veniva proposto in Italia (ma non solo) nel settore della grafica pubblicitaria. Così come riuscì a intessere rapporti di collaborazione con editori e tipografi specializzati nel ramo pubblicitario (Wild e Tensi di Milano, Alessandro Marzi di Roma, Salomone di Roma, Chappuis di Bologna, Ricordi di Milano, Cassan di Tolosa, Hirth's Verlag e Bruckmann di Monaco di Baviera), con le ditte e le aziende committenti, con gli stessi cartellonisti (del Mataloni, l'autore del primo manifesto collezionato, rimase ammiratore fedele, al punto da commissionargli il disegno della sua carta intestata), con gallerie specializzate (Sagot di Parigi).

A 55 anni dalla scomparsa del collezionista e dal sua lascito, la Collezione ha trovato una collocazione consona, dopo essere stata ospitata in modo provvisorio in diverse sedi, tra cui i Civici Musei di Treviso. Tutti i 24580 manifesti Salce sono stati catalogati e fotografati e, con l'apertura del Museo, saranno disponibili anche on line. Tappe di un progetto organico che ha consentito di assicurare loro una "casa" definita e che segna un momento importante per la valorizzazione pubblica di questo immenso, affascinate patrimonio. Che non riguarda solo la storia della comunicazione ma anche quasi un secolo di storia del costume dell'Italia e degli italiani". (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Pompei e i Greci
termina il 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Opera di Elisabetta Sperandio Elisabetta Sperandio: Profezie del Millennio
termina lo 06 ottobre 2017
Otel Ristotheatre - Firenze

"La creatività, la fantasia, la registrazione del mondo catturata dalla vita e dai viaggi, il sapore dell'Oriente, magico, spirituale e sensuale insieme, lascia leggere nel lavoro di Elisabetta Sperandio un clima di intellettualità spiccatamente aperta. Artista di grande esperienza, artefice di svariate tecniche artistiche, Elisabetta Sperandio vive oggi il clima più favorevole all'accoglienza del suo lavoro. Il clima simbolico attraversa le sue carte e i suoi dipinti, si offre come un ricamo e una sintesi di eccellenza, rompe gli innesti della razionalità e si porta verso l'immaginifico, l'orientalismo, l'incantamento di paesaggi, lacerti e tracce, diamanti di colore che affinano le sue proposte. Tra i cicli del suo lavoro troviamo soli, lune, mandala, orientalismi, giapponesismi, giardini, e mille altri rimandi a mondi e occasioni vissute dall'artista, e tutto diventa come una sorta di liberazione, di abbandono, di energia creativa. Ed è proprio uell'energia salvifica a segnare la migliore produzione, in cui il segno, forte, deciso ed emozionale rende visibili dimensioni segrete, giochi combinatori, quel versante informale e gestuale che l'ha resa artista di spessore". (Carlo Franza)

Elisabetta Sperandio (Milano) è diplomata al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Brera con Mauro Reggiani e Domenico Purificato. Dal 1967 al 1973 soggiorni e periodi di studi in Austria e Germania conseguendo il Deutsche Sprachdiplom presso il Goethe Institut / Maximilian Universitat di Monaco (Baviera). Ha frequentato corsi di tecniche dell'incisione alla Sommerakademie di Salisburgo, i corsi di calcografia e di litografia all'Istituto d'Arte di Urbino e corsi di tecniche sperimentali Goetz presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, corsi di pittura con Pierre Potet all'Accademie d'Eté a Nizza.

Nel 1974 è stata invitata quale rappresentante italiana per la grafica alla Biennale delle Livings Arts a Johannesburg ed è stata segnalata da Everardo della Noce sul Bolaffi n11 catalogo della Grafica Italiana. Ha collaborato per diversi anni come grafica alla collana scientifica della casa editrice "Vita e Pensiero" (Università Cattolica di Milano). Titolare di discipline artistiche per oltre vent'anni, si è occupata anche di design ed arredamento. Ha esposto con mostre personali nelle principali città italiane ed estere. (Comunicato stampa)




Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Ventun anni dopo la grande esposizione al Moma, che l'aveva inserito tra i fotografi sperimentatori più all'avanguardia nella scena artistica del momento, un anno dopo la grande antologica a lui dedicata dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Solo Show avrà come oggetto gli storici bianchi e neri delle serie Annonces e Précis de décomposition, testimonianza di una fotografia cinematografica che ricerca nel dinamismo dei rapporti tra fotografia e cinema la sua fonte di ispirazione. Il lavoro di Rondepierre, infatti, mette in gioco poesia, pittura, cinema e fotografia offrendo una visione enigmatica della realtà che, per quanto segnata da una grande forza sperimentatrice, sembra rievocare continuamente il fascino di epoche passate.

Non solo. I segni del tempo che affligono e deformano la pellicola donano all'immagine un fascino e un potere inatteso, suggerendo quella condizione di instabilità che stimola l'immaginazione dello spettatore. In mostra saranno inoltre visibili anche alcuni dei suoi lavori più noti (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) per la prima volta in grande formato, insieme alla celebre installazione Les 30 Etreintes. Nel caso della serie Annonces (1991-...) le fotografie sono tratte dalle pellicole di film francesi o americani risalenti agli anni 1930-1960, facendo particolarmente attenzione alla componente testuale che si insinua sullo schermo (nomi di attori, slogan generici, commenti...). L'artista visiona le varie pellicole in slow motion tramite un videoregistratore o direttamente al tavolo di montaggio, in modo da isolare e selezionare un fotogramma in cui il testo definitivo (come apparirà allo spettatore) non sia ancora totalmente leggibile.

La serie si articola in 25 scatti, suddivisi nelle varie categorie Annonces vidéo, Annonces peinture e Annonces film. Précis de décomposition (1993-1995) sancisce, invece, l'uso sistematico degli archivi cinematografici come punto di partenza del processo creativo di Eric Rondepierre. Consultando archivi americani, l'artista ha avuto modo di visionare frammenti di anonimi film muti che hanno subito l'azione del tempo, dell'ambiente o di cattive condizioni di conservazione e si presentano, quindi, corrosi e rovinati. Proprio queste anomalie sono diventate il soggetto centrale dei suoi scatti: cancellazioni, deformazioni, macchie... I 30 pezzi complessivi della serie si articolano in tre ambiti: Scènes mostra personaggi in azione, Masques si focalizza su volti in primo piano e Cartons invece evidenzia la corrosione dei cartelli testuali dei vecchi film muti. (Comunicato stampa)

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Almost twenty years after the great exhibition at Moma that celebrated him as one of the most talented experimenter photographers in the artistic scene of that time; a year after the great retrospective hold at the Maison Européenne de la Photographie in Paris, Paci contemporary gallery is pleased to announce Eric Rondepierre's Solo Show "C'era una volta il cinema...". The exhibition will feature the famous black and white images from the series "Annonces" and "Précis de décomposition", proof of a cinematographic photography that has its source of inspiration in the dynamism of the relationship between photography and cinema. Rondepierre's production involves poetry, painting, cinema and photography giving back an enigmatic vision of reality that, even if characterized by a great experimental attitude, is able to recall the fascination for ancient times.

Moreover, the signs of the time that distort and disfigure the film give an unexpected power to the image, suggesting a condition of instability able to inspire people's imagination. On view there will also be other famous works (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) for the first time visible in larger format, together with the great installation "Les 30 Etreintes". In the series "Annonces" (1991-...), the photographs are taken from trailers to French or American films from the period 1930-1960, in which particular attention has been paid to their special textual effects (actors' names, slogans, comments...). Films have been viewed in slow motion using a video player or an editing table, so that it could be possible to isolate a frame in which the graphics (as they will be viewed by the audience) are still being formed.

The series contains 25 shots articulated in different categories "Annonces vidéo", "Annonces peinture" and "Annonces film". "Précis de décomposition" (1993-1995) mirrors the systematic use of cinematographic archives as starting point of Eric Rondepierre's creative process. While consulting American collections, he came across some reels of unknown silent films that have been subjected to the passing of time, to the action of the environment or bad stocking conditions and show themselves as damaged and corroded. Exactly these anomalies have become the main subject in his photographs: erasures, deformations or stains. The 30 works of the series are subdivided in three main fileds: "Scènes" shows characters in action, "Masques" focuses on faces in close-up and "Cartons" contains texts of the intertitle cards of silent movies that have been corroded. (Press release)




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
www.studioesseci.net

Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all'Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA).

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Viaggio in Germania con Pio II
22 settembre 2017, ore 19.15 (chiusura delle porte ore 19.30)
Società Dante Alighieri Berlino
www.danteberlin.com

Primo evento della stagione 2017-2018: una conferenza in italiano su Enea Silvio Piccolomini (il futuro Papa Pio II). Nel 1457 l'allora cardinale Piccolomini riceve una lettera dalla Cancelleria di Magonza che accusa la Chiesa di pretendere troppo dal popolo tedesco. Dalle risposte di Piccolomini deriva un trattato sulla Germania cattolica dell'Umanesimo - l'opera postuma Germania -, complici i suoi vent'anni trascorsi sul territorio tedesco. Una storia poco conosciuta che farà luce sulle motivazioni che hanno portato alla Riforma Luterana, indagando i rapporti fra la Germania e l'Italia, le cui storie si incrociano in diversi punti. Sarà la Prof.ssa Maria Giovanna Fadiga, filologa ed esperta di studi sull'Umanesimo, a condurci in questo interessante viaggio attraverso gli occhi di Piccolomini. Per saperne di più, l'articolo pubblicato da Berlino Magazine. (Comunicato stampa)

.. Articolo

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Die Dante Alighieri freut sich, Euch zur ersten Veranstaltung der Saison 2017-2018 einzuladen: einem Vortrag auf Italienisch über Enea Silvio Piccolomini (Papst Pio II). Es war 1457: Der damalige Kardinal Piccolomini bekommt einen Brief aus der Kurie von Mainz, in dem diese die Kirche beschuldigt, dem deutschen Volk zu viel abzuverlangen. Aus den Antworten Piccolominis entsteht ein Traktat über das katholische Deutschland des Humanismus - das postume Werk Germania als Resultat seiner 20 in deutschen Landen verbrachten Jahre. Eine weniger bekannte Geschichte, die die Hintergründe der Lutherischen Reformation beleuchtet und das Verhältnis zwischen Deutschland und Italien untersuchen wird. Die Philologin und Renaissance-Expertin Maria Giovanna Fadiga wird uns mit Piccolomini auf eine Deutschlandreise führen. Mehr Infos unter Berlino Magazine. (Pressemitteilung)




VI Premio Vittorio Frosini in Informatica Giuridica e Diritto dell'Informatica
6th Vittorio Frosini Awards in Legal Informatics and ICT Law


* Termine di partecipazione: 30 novembre 2017
www.fondazionecalamandrei.it

La Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica, unitamente con la famiglia Frosini, promuove il sesto premio dedicato alla memoria di Vittorio Frosini e destinato a una tesi di dottorato in informatica giuridica e diritto dell'informatica presentata in una istituzione universitaria italiana o dell'Unione Europea in una delle seguenti lingue: italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco. Il Premio intende rendere omaggio alla memoria di Vittorio Frosini, ricordando il Suo contributo di fondatore della informatica giuridica in Italia, attraverso la Sua pionieristica opera Cibernetica, diritto e società, del 1968, e poi in numerosissimi studi nell'arco di oltre trent'anni.

Il Premio offre, inoltre, occasione per ulteriori riflessioni sul pensiero di Vittorio Frosini, quale straordinario divulgatore della materia, attraverso la Sua opera di Maestro, di docente universitario, di conferenziere e anche di coordinatore del primo dottorato di ricerca in informatica giuridica attivato nelle Università italiane. La tesi di dottorato dovrà essere stata, già discussa, oppure presentata in via definitiva, negli anni 2015-2016-2017.

Una parte della tesi premiata potrà essere pubblicata sulla Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica. Entro il 30 novembre 2017 i concorrenti dovranno inviare una copia della loro tesi, insieme con un breve curriculum della loro attività di ricerca, indirizzandola alla Fondazione Piero Calamandrei a Roma. In occasione del conferimento del Premio Nazionale Vittorio Frosini, la Rivista Il diritto dell'informazione e dell'informatica promuoverà una giornata di studi in memoria di Vittorio Frosini su di un tema concernente l'informatica giuridica e il diritto dell'informatica. (Comunicato stampa)

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The legal periodical published by the Piero Calamandrei Foundation, Il diritto dell'informazione e dell'informatica, and the Frosini family are promoting the Sixth Vittorio Frosini Award in Legal Informatics and ICT Law which is aimed at commemorating the lasting scholarship of professor Vittorio Frosini. The award will be granted to a PhD dissertation in the fields of Legal Informatics and of ICT Law, presented in an academic institution of the European Union in one of the following languages: English, French, German, Italian, Spanish. Vittorio Frosini's contribution to the foundation and to the development of these areas of research still is fundamental, starting from his seminal book of 1968 on Cibernetica, diritto e società and his following contributions which span over thirty years.

Among his achievements is the creation of the first PhD programme in legal informatics in the Rome 'La Sapienza' university. The dissertation must have been discussed between 2015 and 2017, or has been presented for discussion before the deadline for presenting candidacies, i.e. November 30, 2017. Within such date a hard copy must be sent, together with a cv of the candidate, to the Calamandrei Foundation, Rome. In Spring 2018 in the occasion of a seminar that will be organized on a current and new topic in the field of legal informatics and ICT law. (Press release)




XV Festival organistico e di musica da camera Albert Schweitzer 2017 XV Festival organistico e di musica da camera Albert Schweitzer 2017
29 aprile - 16 novembre 2017

Il Festival organistico Albert Schweitzer si è proposto nel tempo di valorizzare le antiche chiese di Palermo e Sicilia, attraverso un'attività legata agli organi storico-monumentali dell'Isola. Non ultima la campagna per accelerare il restauro dello storico organo a canne della Chiesa della Gancia di Palermo. (...). Il Festival quest'anno è itinerante con tappe a Roma, Milano, Twistringen (Germania) per concludersi a Ribera con il laboratorio di un altro pianista e allievo di Jean Guillou, il quale presenterà l'arte pianistica del compositore francese, in occasione del ottantottesimo compleanno del musicista. Le musiche del festival spaziano da compositori espressamente organistici, ad esecuzioni di brani in prima assoluta. (Estratto da comunicato stampa)

___ Programma

- 29 aprile 2017, ore 21.00, Chiesa S. Oliva (Palermo)
Organista Livia Mazzanti
musiche di Zipoli, Scarlatti, Galuppi, Bach

- 06 maggio 2017, ore 21.00, Chiesa Madre di Burgio (Agrigento)
Soprano Klizia Prestia; Tenore Giuseppe Michelangelo Infantino; Organista Alexandrei Gabrilisoff
Musiche di Durante, Gounod, Kerll, Braga, Frescobaldi

- 14 maggio 2017, ore 21.00, Sala Baldini presso S. Maria in Portico di Campitelli (Roma)
Associazione Musicale "La Cantoria"
Recital pianistico di Giuliana Arcidiacono
Musiche di Mozart, Chopin, Schumann, Debussy

- 23 luglio 2017, ore 21.00, Rettoria S. Francesco Saverio all'Albergheria di Ballarò (Palermo)
Liturgia delle lacrime
Musiche di Anton Phibes per solisti, coro di voci bianche ed ensemble
Direttrice del coro Grazia Maria Russo

- 15 ottobre 2017, ore 21.00, Chiesa di S. Anna di Twistringen (Germania)
Organo monumentale Becker
Organista Alexandrei Gabrilisoff, Assistente organista Paolo Springhetti
Musiche di Bach, Karg-Elert, Mauro Cottone, Phibes, Andriessen

- 18 ottobre 2017, ore 21.00, Chiesa S. Basilio (Milano)
Omaggio a Hendrik Andriessen (125° anniversario), ad Olivier Messiaen (nel 25° anniversario)
Organista Alexandrei Gabrilisoff

.. L'organo moderno e contemporaneo, 1a parte
Conferenza di Paolo Springhetti
Musiche di Andriessen, Messiaen, Monnikendam, Karg-Elert

- 19 ottobre 2017 ore 20.00, Chiesa S. Giuseppe dei Morenti (Milano)
Omaggio a Hendrik Andriessen (125° anniversario), ad Olivier Messiaen (nel 25° anniversario)
Organista Alexandrei Gabrilisoff

.. L'organo moderno e contemporaneo, 2a parte
Conferenza di Paolo Springhetti
Musiche di Andriessen, Messiaen, Karg-Elert, Mauro Cottone, Phibes

- 22 ottobre 2017, ore 21.00, S. Maria in Portico di Campitelli (Roma)
L'Associazione Musicale "La Cantoria" presenta: Pubblicazione e cd su J. J. Froberger (150° anniversario)
Interventi: organista e musicologo Paolo Springhetti
Soprano e musicologa Paola Ronchetti, Organista AAlexandrei Gabrilisoff
Musiche di Froberger, Frescobaldi, Weckmann, improvvisazioni

- 15 e 16 novembre 2017, ore 18.00, Auditorio Istituto musicale Toscanini (Ribera)
Laboratorio e concerto tenuto dal pianista Davide Macaluso L'arte compositiva di Jean Guillou e nuove tecniche pianistiche
Musiche di Jean Guillou




Patrimonio Culturale della Basilicata Patrimonio Culturale immateriale della Basilicata
www.patrimonioculturalebasilicata.it

Presentati a Matera il sito e la App "Patrimonio Culturale della Basilicata", promuovono e georeferenziano riti, tradizioni e folklore lucano per un'esperienza di visita personalizzata. Realizzati da ICT Business Solutions, sito e App sono già on line. Da agosto, come già avviene per il portale web, la App sarà disponibile anche in lingua inglese. Partecipare al "Maggio di Accettura" o alla raccolta dei fiori di sambuco a Chiaromonte, rintracciare i luoghi di Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro e Carlo Levi, da oggi sarà più semplice: il patrimonio culturale immateriale della Basilicata è a portata di click, sia on line che tramite App.

La società ICT Business Solutions, soggetto attuatore per l'Ufficio Sistemi culturali e turistici della Regione Basilicata, ha realizzato il portale tematico: Patrimonio Culturale della Basilicata. Dal sito si può scaricare l'omonima App, disponibile gratuitamente anche negli store Itunes e GooglePlay. Sito e App sono stati presentati questa mattina a Matera nel corso di una conferenza stampa indetta dall'Ufficio Sistemi culturali e turistici-Regione Basilicata.

"Oggi presentiamo i frutti di un lavoro, iniziato nel 2014, di co-progettazione dei comuni insieme alla Regione Basilicata per identificare il patrimonio immateriale - ha spiegato la Dirigente Ufficio Sistemi culturali e turistici Regione Basilicata Patrizia Minardi -; una task force costituita da rappresentanti di università, centri di ricerca e Regione ha censito ed approvato 141 patrimoni culturali immateriali presenti in 81 Comuni della Regione. E sono questi 141 patrimoni immateriali che oggi promuoviamo, ma il lavoro è in itinere ed implementabile, in quanto è una mappatura aperta: ogni anno da ottobre a febbraio possono esserci nuove candidature, che saranno vagliate e andranno a rafforzare l'offerta e la qualità turistica".

"Abbiamo ideato e realizzato un portale web, dalla veste grafica sobria ed elegante - afferma Giovanni Grimaldi della ICT Business Solution - capace di suscitare il coinvolgimento emozionale dell'utente. Il sito georeferenzia i 141 ben immateriali censiti dalla Regione Basilicata. Il motore di ricerca interno consente di effettuare ricerche per data, per distanza chilometrica, per area tematica d'interesse, o di intrecciare tutti questi dati. La App, attraverso la geolocalizzazione attivata dall'utente, permette inoltre di conoscere anche le distanze chilometriche fra l'utente e il luogo che si vuol visitare. Attraverso la consultazione del sito e della App, si dispone di strumenti efficaci per pianificare in autonomia la propria visita in Basilicata".

Il sito, così come la App, offre cinque percorsi tematici che: Storico, Demoetnoantropologico, Artistico, dei Saperi tecnici e artigianali e sulla Santità e vissuto religioso. Ciascun percorso presenta eventi e appuntamenti, che si svolgono nel corso dell'anno, tradizionali o di nuova ideazione: dalle processioni religiose alle rievocazioni storiche, dai riti del Carnevale alle manifestazioni che, promuovendo l'enogastronomia di qualità, contribuiscono a preservare l'identità dei territori. Le schede che presentano i beni sono corredate da una breve introduzione ai luoghi e ai contesti e offrono ulteriori spunti per viaggi e visite. Le schede sono corredate da immagini e video e sia il sito che la App permettono la condivisione su Facebook e Twitter. Attivo anche il canale You Tube "Patrimonio Culturale della Basilicata".

"Sia il portale che la App pongono in relazione luoghi, eventi culturali e patrimonio storico-artistico - prosegue Giovanni Grimaldi della ICT - superando la frammentazione delle informazioni. Un patrimonio culturale immateriale di così grande valore può e deve contribuire a migliorare l'offerta turistica della Basilicata, anche in vista di Matera Capitale europea della cultura per il 2019. Tutti i contenuti - ha poi concluso Grimaldi - sono open, tramite i formati: CSV, KML, ICS. Sito e App saranno costantemente implementate, per l'inizio di agosto 2017 anche la App sarà anche in lingua inglese mentre il sito è già on line in italiano e in inglese". (Comunicato Sissi Ruggi - addetto stampa per ICT)




Logo del Festival di Cinema Vintage Il gusto della memoria "Il gusto della memoria"
Festival di Cinema Vintage


V edizione, Roma, 29, 30 e 31 settembre 2017
www.ilgustodellamemoria.it

Rassegna di film ispirati alle immagini d'archivio.Per il quarto anno è aperto il contest per registi appassionati di immagini d'archivio e il tema di quest'anno è "La Famiglia". Attraverso le immagini presenti su Nos Archives si invitano registi, aspiranti tali, studenti di scuole di cinema, studenti dei licei a raccontare la Storia da un punto di vista alternativo a quello ufficiale, con una storia anche inventata e con i materiali cinematografici presenti in nosarchives.com e nell'archivio dell'Istituto Luce. La scadenza per l'iscrizione è fissata al 30 luglio 2017, mentre i materiali possono essere inviati entro il 30 agosto 2017.

Il contest è aperto a tutti e articolato in tre sezioni: Fiction, per cortometraggi della durata massima di 12 minuti; Documentari, per opere di reportage o di docufiction della durata massima di 30 minuti e infine la sezione Pubblicità, dedicata a spot pubblicitari per prodotti attuali o vintage, della durata massima di 3 minuti. Tutti i lavori devono contenere almeno il 60% di immagini d'archivio: max 1 minuto dall'Archivio Luce e il resto da nosarchives.com, che custodisce in full HD film realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto (8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8, tutti digitalizzati in HD). I materiali sono scaricabili dopo l'iscrizione su www.nosarchives.com e sul sito Archivio LUCE. La musica deve essere originale o in regola con i diritti di utilizzo. Oltre al materiale scaricabile dall'archivio, si potranno usare immagini vecchie e nuove girate con qualsiasi supporto tecnologico.

Il festival, fondato e diretto dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani (co-regista con Gianni Amelio di Registro di classe e montatrice di Felice chi è diverso, sempre di Gianni Amelio) e dall'artista Manuel Kleidman è organizzato dall'Associazione per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale "Come Eravamo", in collaborazione con l'archivio di cinema amatoriale nosarchives.com. Un evento unico, ispirato dall'opera di salvaguardia della memoria dell'archivio nosarchives, che possiede, restaura e digitalizza secondo i più innovati dispositivi dagherrotipi, negativi su vetro, diapositive, Polaroid, filmini familiari e di viaggi e di fatto costituisce il primo archivio mondiale di video ed immagini amatoriali. Il portale ospita più di 13mila filmati e un innumerevole repertorio di immagini che hanno fatto la Storia del Ventesimo secolo. (Comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

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«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




La stigmatizzazione della periferia - Goethe-Institut No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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