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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 

Il Risorgimento della Grecia e il Regno delle Due Sicilie
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2021-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2021

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2021-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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* Argomenti nella Newsletter Kritik dell'11 ottobre 2021 inviata ai lettori



Opere di Carlos Mata e Oscar Bento nella locandina della mostra Rojo Mediterráneo Rojo Mediterráneo
Carlos Mata | Oscar Bento


30 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 30 novembre 2021
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Il rosso della terra mediterranea, della cultura intrisa di storia, il colore simbolico ci rimanda al mondo classico, al colore del sangue, alla lava dei vulcani che emerge e si plasma in forme ancestrali. La mostra fonde in sè l'eleganza e la grazia delle sculture in bronzo di Carlos Mata, cavalli e tori dalla forma essenziale e stilizzata, simboli di forza e di possenza, accompagnati dai colori caldi delle tele dell'artista argentino Oscar Bento, che catturano l' ambiente e la vita dove si è formato e ispirato. Forme limpide e chiare, superfici geometriche, tendenti al monocromo, come colate di prezioso pigmento, sembrano riflettere tutte le tinte del mondo.

La Galleria Immaginaria è attiva da 24 anni nel centro storico di Firenze. E' un luogo vivace di incontro, una fucina di idee, uno spazio di dialogo e di confronto fra arti diverse, teatro di tante iniziative, eventi, mostre e incontro con artisti e letterati. Questa sua peculiarità ci ha permesso di intessere nuove collaborazioni e interscambi di linguaggi artistici anche con gallerie internazionali, ultima, la Galleria Begemot Art di Barcellona, con la quale nasce l'idea di questo nuovo progetto. (Comunicato stampa)




Opera in legno, specchio, acrilico e plexiglass di cm 71x61x21 realizzata da Christian Megert nel 2020 Christian Megert
Rotation


11 novembre (inaugurazione ore 14.00-20.00) - 04 febbraio 2022
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Personale dell'artista di origini svizzere Christian Megert (Berna, 1936). Fin dal 1959 l'elemento centrale del linguaggio artistico di Christian Megert è lo specchio, materiale estremamente duttile e concettualmente ricchissimo. Attraverso i suoi movimenti e giochi di riflessi, le sue opere sono in grado di frammentare la realtà circostante e insieme ricomporsi e prolungare in spazi indefiniti esse medesime. In mostra saranno presenti i lavori più recenti dell'artista realizzati dal 2018 ad oggi, molti dei quali sono esposti in questa occasione per la prima volta al pubblico. Accanto a questi sarà presente l'opera di grandi dimensioni "Ambiente con Mobile", realizzata tra il 1965 e il 2018.

"Voglio costruire un nuovo spazio, uno spazio senza inizio e senza fine, dove ogni cosa vive ed è invitata a vivere, uno spazio allo stesso tempo tranquillo e rumoroso, immobile e mobile..." (Manifesto di Christian Megert, 1961)

Immagine:
Christian Megert, (opera senza titolo), legno, specchio, acrilico e plexiglass cm. 71x61x21, 2020




Pier Paolo Pasolini Pier Paolo Pasolini
Fotogrammi di pittura


11 settembre - 12 dicembre 2021
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

A pochi mesi dal centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (avvenuta il 5 marzo 1922 a Bologna) la mostra intende evidenziare la piena apertura del poeta-regista al dialogo fra letteratura, cinema, arti figurative alla ricerca di quelle "corrispondenze" che furono al centro dell'interesse intellettuale anche di Luigi Magnani, fondatore della Magnani-Rocca, che visse a Roma nello stesso periodo di Pasolini e che ne possedeva le pubblicazioni. Particolare rilievo verrà dato ai riferimenti artistici ed estetici nei film di Pasolini.

Il progetto dell'esposizione - a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera - trae origine dal fatto che Pasolini, pittore egli stesso per tutta la vita, indicava sempre i modelli pittorici come riferimenti per il proprio linguaggio cinematografico, più per stile che per iconografia, spesso costruendo le inquadrature come scene dipinte, senza tuttavia farne citazioni semplicemente estetiche ma esprimendo efficacemente contenuti molto complessi, resi così universalmente comprensibili. L'inquadratura immaginata come un quadro spiega la preferenza di Pasolini per il campo fisso: "come se io in un quadro - dove, appunto, le figure non possono essere che ferme - girassi lo sguardo per vedere meglio i particolari"; quindi la pittura risulta un mezzo congeniale per un linguaggio filmico di impronta "astorica". La citazione artistica viene espressa attraverso la messa in posa, i lunghi primi piani che sottolineano la ieraticità dei volti (di attori presi il più delle volte dalla strada) e la ricostruzione di veri e propri tableaux vivants.

In mostra sontuosi costumi realizzati per i film, prestati dallo CSAC di Parma, e indossati da celebri attrici, come Silvana Mangano, locandine originali dei film, al tempo spesso considerati scandalosi e quasi sempre vietati ai minori di 18 anni, rare fotografie d'epoca e la galleria fotografica delle opere d'arte che Pasolini ebbe come riferimento, in accostamento alle scene tratte dai film. Particolarmente nel suo primo film Accattone (1961) emerge l'influenza del celebre studioso e critico d'arte Roberto Longhi, del quale Pasolini fu allievo all'Università di Bologna, e delle sue lezioni sul Romanico, su Masaccio e su Caravaggio.

Sulla scelta del protagonista del suo secondo film Mamma Roma (1962), spiegava Pasolini: "Ho visto Ettore Garofolo mentre stava lavorando come cameriere in un ristorante dove una sera ero andato a mangiare, [...], esattamente come l'ho rappresentato nel film, con un vassoio di frutta sulle mani come la figura di un quadro di Caravaggio"; la drammatica immagine finale del ragazzo, sconvolto dalla rivelazione del "mestiere" della madre, morente e legato nell'infermeria della prigione, riprende il Cristo morto (1485) di Andrea Mantegna, in una evidente sovrapposizione del sacrificio di Cristo con le sofferenze dei miseri.

Ne La ricotta, episodio da RoGoPaG (1963), Pasolini attraverso i dettami di Orson Welles, nel ruolo di un regista suo alter-ego che dirige un film sulla Passione di Cristo, ricostruisce a tableau vivant, due opere di manieristi toscani: la monumentale Deposizione di Cristo di Rosso Fiorentino (1521) e l'altrettanto imponente pala, di analogo soggetto, del Pontormo (1526-1528). Numerosi sono i riferimenti pittorici anche ne Il Vangelo secondo Matteo (1964) e Teorema (1968) - in particolare Piero della Francesca e Francis Bacon -, poi ne Il Decameron (1971) col regista che dichiara il suo debito verso Giotto e Velázquez; ma la grande arte è presente nella concezione estetica di tutti i film di Pasolini, fino all'ultimo, lo scandaloso quanto lucidissimo e profetico Salò o le 120 giornate di Sodoma. L'estremo tableau vivant è la morte caravaggesca del regista a Ostia il 2 novembre 1975.

La mostra si fregia del patrocinio e della collaborazione del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia (Pordenone) e del Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini presso la Fondazione Cineteca di Bologna. La collaborazione con la Fondazione AAMOD consentirà la visione in sede espositiva del documentario Pasolini cultura e società (1967) di Carlo Di Carlo. Il catalogo della mostra (Silvana editoriale) presenta saggi di Roberto Chiesi (Il cinema di Pasolini), Mauro Carrera (Pasolini come personaggio e icona), Stefano Roffi (Pasolini mette in scena la pittura). (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera in legno intagliato, dorato e dipinto denominato Lo sposalizio della Vergine, parte di Ancona di San Giuseppe realizzato da Fratelli Del Maino e aiuti Sculture lignee a confronto dalle città ducali di Vigevano e Milano
21 ottobre 2021 - 16 gennaio 2022
Castello Sforzesco - Milano
www.milanocastello.it

Concepita come naturale prosecuzione della rassegna espositiva Il Corpo e l'Anima, da Donatello a Michelangelo. Scultura italiana del Rinascimento (Parigi 2020 –Milano 2021), questa iniziativa è un ulteriore approfondimento intorno alle sculture lignee policrome di area lombarda, proponendo un duplice focus sul Compianto di San Dionigie sull'Ancona di San Giuseppe provenienti da Vigevano, come Milano sede di un'importante corte sforzesca tra Quattro e Cinquecento.Questo è un periodo di florida produzione artistica nel territorio lombardo tra l'epoca di Ludovico il Moro, la dominazione francese e il momento dell'ultimo duca Francesco II Sforza, che nei primi anni '30 del XVI secolo si dedica alla riqualificazione del castello e del duomo di Vigevano.

Un'epoca in cui molte corti - ora rivali, ora alleate - tutte splendide e sovente imparentate da convenienti matrimoni, nonostante il susseguirsi di turbolenze politiche e militari e pestilenze, contribuirono a dare vita in Italia a quell'età dell'oro dell'arte che produrrà non solo capolavori già universalmente conosciuti, ma anche opere di destinazione liturgica di straordinaria fattura e qualità estetica ancora in gran parte da scoprire, come la mostra attuale si prefigge di dimostrare. Le sculture sono state recentemente oggetto di interventi di restauro, di indagini scientifiche e documentarie, realizzate in sinergia tra la competente Soprintendenza territoriale e il Castello di Milano.

Ciò consente una serie di confronti con alcune opere del Castello Sforzesco, come le figure dal disperso Compianto dalla chiesa milanese di Santa Maria Bianca in Casoretto, accostate per l'occasione alle sculture vigevanesi. La collocazione entro il percorso museale del Castello Sforzesco di Milano favorisce inoltre il dialogo con la collezione permanente esposta presso il Museo dei Mobili e delle Sculture Lignee (Corte Ducale), una delle maggiori raccolte di sculture lombarde del Rinascimento, e con gli Arazzi dei Mesi Trivulzio esposti nella Sala della Balla, intessuti a Vigevano nei primi anni del '500 su disegno di Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, nelle stesse date in cui venivano scolpite e dipinte le sculture che qui oggi si espongono.

L'allestimento curato dall'architetto Andrea Perin, permette un approccio analitico, con la possibilità di contemplare i gruppi lignei da ogni angolazione, così da ammirarne sia le peculiarità tecniche e costruttive che di apprezzare la disposizione delle singole figure. Un catalogo riccamente illustrato, a cura di Claudio Salsi, edito di Marsilio Editori, accompagna la mostra come sussidio per lo studio del patrimonio vigevanese anche grazie ad un'ampia sezione di documenti, frutto di accurate indagini tra archivi svolte per l'occasione. La mostra è curata da Claudio Salsi, Direttore Area Soprintendenza Castello, Musei Archeologici e Musei Storici del Comune di Milano.

Alla luce degli studi più recenti, i due gruppi scultorei, provenienti da Vigevano e posti a confronto con il cosiddetto Compianto di Casoretto, sono entrambi di imponenti dimensioni e presentano ancora tracce di una policromia antica: conservano quindi interamente quella capacità di comunicazione emotiva che contraddistingue la scultura lignea lombarda rinascimentale. Il Compianto di San Dionigi a Vigevano è stato accostato negli anni passati all'opera del Maestro dei Compianti, un anonimo scultore di cultura artistica lombarda a cui sono state attribuite anche tre statue conservate oggi nella collezione del Castello Sforzesco di Milano, per l'occasione poste a confronto.

Questo anonimo scultore, rimasto un po' ai margini degli studi specialistici, stretto tra le ingombranti personalità delle due principali botteghe attive in Lombardia, quella dei De Donati e quella dei Del Maino, ha infatti recuperato un ruolo non secondario grazie all'identificazione delle tre importanti statue del Castello provenienti dal disperso Compianto della chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia in Casoretto a Milano. La mostra permetterà un eccezionale confronto visivo diretto tra i due gruppi scultorei e consentirà di verificare direttamente le precedenti proposte attributive. L'Ancona di San Giuseppe dalla chiesa della Madonna dei Sette Dolori di Vigevano era opera finora poco nota: le sue ingenti dimensioni e la collocazione in chiesa a notevole altezza da terra hanno fino ad oggi impedito di apprezzare la qualità del modellato e di avanzare una ponderata valutazione stilistica e attributiva.

Il recentissimo restauro, ha permesso di rilevare le notevoli finezze nell'intaglio e nella decorazione policromata con largo uso della tecnica del graffito su tempera ed oro. L'ancona risulta essere il frutto del lavoro dei maggiori artisti dell'epoca: ai fratelli De Donati si attribuiscono le due statue di Giuseppe e Maria, mentre a Giovanni Angelo e Tiburzio del Maino e ai loro collaboratori si assegna l'esecuzione delle scene narrative e dei profeti, oltre alla carpenteria e quindi all'ideazione architettonica. (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Fratelli Del Maino e aiuti, Lo sposalizio della Vergine, parte di Ancona di San Giuseppe, legno intagliato, dorato e dipinto, Vigevano, chiesa della Madonna dei Sette Dolori




Copertina di Vogue dedicata a Black and White di Irving Penn Irving Penn
09 settembre - 22 dicembre 2021
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

La mostra si sviluppa su due piani della galleria, abbracciando non solo la fotografia di moda per cui Penn è conosciutissimo, ma sottolineando il legame speciale dell'artista con l'Italia, capitolo a cui è interamente dedicato il primo piano. Curata in collaborazione con The Irving Penn Foundation, l'esposizione, che comprende opere prodotte dall'artista tra gli anni Quaranta e gli anni Novanta, percorre momenti salienti della quasi totalità della carriera artistica di Penn.

Considerato uno dei maggiori fotografi del Novecento, Irving Penn (1917-2009) è conosciuto per il suo radicale contributo alla modernizzazione del mezzo fotografico, grazie alla creazione di un canone concretizzatosi attraverso le sue opere sia commerciali che personali. Figlio di migranti ebrei russi, Penn emerse a New York in un'epoca turbolenta dal punto di vista sociopolitico. In seguito a studi di pittura, verso la fine degli anni Trenta iniziò a lavorare come artista per la rivista di moda Harper's Bazaar, all'epoca guidata proprio dal suo ex insegnante, il leggendario Alexey Brodovitch, per poi passare ad American Vogue negli anni Quaranta.

Incoraggiato da Alexander Liberman, direttore editoriale di Vogue, Penn focalizzò la propria attenzione professionale sulla fotografia, coltivando al contempo una pratica artistica personale. Nel corso dei successivi sessant'anni, scattò oltre 150 copertine per Vogue, producendo editoriali all'avanguardia, celebrati per la loro semplicità formale e l'uso della luce. Il contributo artistico di Penn formò per Vogue un'eredità senza precedenti; la direttrice Anna Wintour descrive come egli "cambiò radicalmente il modo in cui la gente vedeva il mondo, e la nostra percezione del bello". Rompendo con le convenzioni, Penn utilizzava la fotografia come un artista, espandendo il potenziale creativo del mezzo in un'era in cui l'immagine fotografica era vista principalmente come mezzo di comunicazione.

Irving Penn riunisce lavori chiave che situano l'opera di Penn nel contesto di vari soggetti artistici, sociali e politici. In mostra sono presenti alcuni dei suoi contenuti più iconici, scattati sia in studio che in esterna. Sono scatti che spaziano dalle immagini accattivanti delle star a impressioni del mondo naturale, fino ai rifiuti abbandonati in strada, e a nature morte surreali, a testimonianza della sua costante ricerca di autenticità. L'esposizione introduce l'ispirazione dell'artista, derivata da rifiuti e oggetti quotidiani, e la sua capacità di portare alla luce la bellezza di ambienti caratterizzati da un'estetica calma e minimalista, producendo un linguaggio visivo distillato, caratterizzato da una eleganza disarmante. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)

"La fotografia è solo lo stadio attuale della storia visiva dell'uomo" (Irving Penn)

Immagine:
Irving Penn, Black and White, copertina di Vogue

___ Presentazione di mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Francesco Zizola. Mare Omnis
26 ottobre (inaugurazione 23 ottobre) - 27 novembre 2021
foto forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
Presentazione

Ferdinando Scianna | Due scrittori: Leonardo Sciascia e Jorge Louis Borges
Carla Cerati | Uno sguardo di donna su volti, corpi, paesaggi

termina lo 08 dicembre 2021
Reggia di Colorno (Parma)
Presentazione

Oliviero Toscani. Photographs of Andy Warhol
16 settembre (inaugurazione ore 15.30 - 20.30) - 30 ottobre 2021
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
Presentazione

Fotografia come pretesto. Conversazioni intorno alla mostra Aurelio Amendola | Un'antologia
10 settembre - 05 novembre 2021
Palazzo de' Rossi - Pistoia
Presentazione

Ron Galella. Exclusive Diary
01 settembre - 30 novembre 2021
Presentazione

Trieste Photo Days 2021: le prime anticipazioni
Festival Internazionale della Fotografia Urbana, 8a edizione
28 ottobre - 01 novembre 2021
Presentazione

Chi non salta. Calcio. Cultura. Identità
12 giugno - 24 ottobre 2021
Villa Ghirlanda - Cinisello Balsamo (Milano)
Presentazione

Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985
Presentazione

Ritratto Paesaggio Astratto. Tre percorsi nelle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea
dal 25 febbraio 2021
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
Presentazione

"Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
Presentazione




Locandina della mostra Risvegli con opere di Emilio Fantin Emilio Fantin
Risvegli - The light of darkness


26 ottobre (inaugurazione ore 17.00-20.00) - 08 dicembre 2021
Palazzo Barolo - Torino

Mostra personale di Emilio Fantin, uno degli eventi del progetto "Risvegli" a cura di Gabi Scardi con Katherine Desjardins (Chicago) proposto dal Centro Itard Lombardia. La ricerca dell'artista si sofferma sulle forme del sensibile e dell'esistenza immateriale, indagando le relazioni tra fatti e sogni, tra attività sensoriale e costruzione dell'immagine interiore, tra vita e morte; nella convinzione che flussi, impulsi, intenzioni e movimenti di pensiero, sebbene soggettivi e invisibili, costituiscano l'origine dei fatti concreti e manifesti.

Al centro del progetto c'è l'indagine a lungo termine che l'artista conduce sugli stati di coscienza desta, di sogno, di sonno. Questa ricerca ha portato Fantin anche all'ambito del coma, coinvolgendo una serie di persone, tutte reduci da tragici traumi ma capaci di esprimere forza vitale e nuovi orizzonti. Tra i temi centrali del lavoro ci sono dunque il rapporto con il corpo, il vivere situazioni di anomalia, la possibilità di costruire una seconda esistenza dopo un cambiamento radicale.

La mostra si svolgerà negli immersivi ambienti delle cantine di Palazzo Barolo, dove Fantin proporrà l'Integratore: un dispositivo spaziale di dimensioni ambientali concepito al fine di integrare stati di coscienza diversi, ossia di favorire incontri uno a uno tra individui dai diversi trascorsi di vita, alcuni dei quali hanno attraversato lo stato del coma. Al suo interno si svolgono attività che coinvolgono il pubblico in esperienze di improvvisazione immaginativa e onirica; attraverso di esse l'artista intende stimolare l'esplorazione delle dimensioni meno esposte della realtà.

La mostra comprenderà anche disegni e fotografie riferiti a diversi stati di coscienza e sette video, volti a riportare le testimonianze di coloro che hanno partecipato al progetto, condividendo la propria esperienza dello stato di coma. Le medesime persone sono protagoniste di un filmato realizzato in occasione di alcune performance tenutesi presso il MAMbo di Bologna nel mese di settembre. Durante le giornate del 4, 5 e 26 novembre si svolgeranno alcune performance dedicate ai sogni e alla costruzione di un racconto per immagini.

Gli incontri si terranno nell'Integratore e richiedono la partecipazione del pubblico, di chi sia disposto a mettersi in gioco per raccontare, senza mediazioni, il flusso di immagini che gli attraversa la mente. Ogni performance prevede la presenza di due performer e quattro persone del pubblico; la prenotazione è obbligatoria attraverso il link fantin-performance.eventbrite.it. Tra gli ulteriori sviluppi del progetto vi è un processo di raccolta di sogni e di riflessioni sul tema degli stati di coscienza che vedrà il proprio esito presso la Fondazione Baruchello di Roma. Entro l'anno sarà presentato la pubblicazione "The light of darkness" del progetto "Risvegli" che raccoglie tutta la ricerca e l'opera realizzata da Emilio Fantin.

Emilio Fantin pone le condizioni per un confronto dialettico tra saperi diversi, dalla logica matematica, all'agricoltura, al mondo dei sogni. Indaga le relazioni tra piante, terra e altre forme di vita e, partendo da una visione biodinamica, mette in atto processi artistici che ne manifestano il carattere estetico. Le sue incursioni nel campo della logica intendono illuminare il confine tra ragione e intuizione, terreno fertile per immaginari sorprendenti. Crea spazi e situazioni in cui invita a condividere l'area non geografica del sonno e del sogno, un'area in cui si generano intense dinamiche di scambio, intendendo mostrare ciò che chiama "l'aspetto sociale dei sogni", alla ricerca di quei legami speciali e nascosti che animano la vita di una comunità.

Delle sue ricerche, Emilio Fantin cura in particolare l'aspetto pedagogico; pone grande attenzione al dialogo che si esprime come Arte della Conversazione e al concetto di Comunità Invisibile, dove gli aspetti poetici ed evocativi del vivere sociale diventano pratica quotidiana. Dal 2005 è docente alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove ha iniziato assieme ad altri docenti una sperimentazione didattica, passando dai singoli corsi al corso integrato fino a culminare nel laboratorio Architettura e Arte negli spazi pubblici. Parallelamente è stato creato L'Osservatorio Public Art, struttura di ricerca per l'arte negli spazi pubblici. (Estratto da comunicato stampa ch2_eventi culturali)




Silvio Pasotti
"Ritratti"


23 novembre (inaugurazione 17 novembre ore 16.00-20.00) - 23 dicembre 2021
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

L'arte del ritratto sembra essere una pratica perduta in quest'era dell'immediatezza. Non rimane molto tempo per l'interpretazione quando l'involucro vince sull'anima, quando l'istantaneità non lascia spazio al tempo e la rappresentazione viene istituzionalizzata sulla base dell'apprezzamento di massa. Dietro l'obbiettivo, la matita, il pennello un punto di vista intimo ed unico è chiamato a scrutare il soggetto, ad estrarre e rendere visibile ciò che è nascosto ed invisibile. Uno dei traduttori di questo linguaggio impalpabile è di certo Silvio Pasotti il quale, durante la sua carriera decennale, ha trovato nel ritratto un elemento sempre più importante ed identificativo del proprio percorso.

Nella Milano degli anni 70/80, nel vibrante palcoscenico culturale che la caratterizzava, Pasotti si inserisce come spettatore attivo. Osserva, registra ed imprime nelle mani e nella mente i gesti, le voci, le espressioni di tutti quei volti che hanno reso memorabile il proprio tempo. Racconta tratteggiando le tante storie dei vari protagonisti italiani, e non solo, di svariati settori. Celebri scrittori, giornalisti, mercanti d'arte che hanno fatto la storia delle gallerie milanesi, ma anche imprenditori, icone della moda e del cinema compaiono a testimoniare non solo la loro presenza nella storia d'ogni campo, ma anche quella dell'artista che ne ha delineato l'impronta.

In tali rappresentazioni un fine tratto descrittivo si mischia ad uno più intuitivo nella coniugazione di due opposte tecniche narrative; vivacità e compostezza giocano sul foglio rivelando la trama del soggetto. La scorza esterna si sfuma e si intreccia, mostra riflessi, ombre, frame di un gesto congelato nell'atto descrittivo, permettendo così alla moltitudine di "io" presenti in ognuno di noi di palesarsi.

Pasotti mostra in questo modo l'uomo per quello che è: un anima frammentata e complessa racchiusa in un recipiente dalla conformazione unica. Non vi è difatti un ritratto uguale all'altro, sì, la mano è la medesima, ma proprio come i soggetti descritti ogni raffigurazione è singolare ed incomparabile. Ognuno ha una sua voce, un suo modo di vivere lo spazio, di nascondersi o di esibirsi; c'è chi è più ingarbugliato, chi ha bisogno di pochi tratti per venire fuori, qualcuno è un po' più cupo e vive in bianco e nero, mentre qualcun'altro ama il colore e non può farne a meno. Proprio in questa diversità, nella peculiarità di ogni ritratto Pasotti rivela il suo talento facendosi interprete e traduttore dell'invisibilità dell'animo in segno tangibile. Mostra a cura di Mafalda e Stefano Cortina. (Comunicato stampa)

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Marino - Azuma - Cavaliere - Ramous | Le vie della scultura
12 ottobre (inaugurazione) - 13 novembre 2021
Galleria Cortina Arte - Milano
Presentazione

Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi
Presentazione libro

Dario Zaffaroni | Geometrie Cromo-cinetiche
a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Francesco Zizola
Mare Omnis


26 ottobre (inaugurazione 23 ottobre) - 27 novembre 2021
foto forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Raccolta di 22 fotografie scattate da Francesco Zizola. Il tema della mostra è il rapporto dell'uomo con la natura e della sua influenza sul mare declinato attraverso un linguaggio visivo articolato e complesso. Il mare di Zizola è un mare di sottrazione, nel quale emergono segni, analogie, cose che richiamano altre cose. Il mare diventa cielo e così diviene costellazione che rinvia ad archetipi all'origine del tempo. Nelle fotografie scattate appaiono disegni, figure umane, rappresentazioni antiche, segni nella notte, immagini lontanissime di una natura potente in stretto contatto con l'uomo.

Come ricorda Barthes: "Qualunque cosa essa dia a vedere e quale che sia la sua maniera, una foto è sempre invisibile: ciò che noi vediamo non è lei." Le costellazioni lontanissime in realtà sono reti da pesca inserite nel grande mare mediterraneo, reti che i "tonnarotti" -coloro che si occupano della mattanza- installano per catturare i tonni nella loro migrazione verso la costa, i punti bianchi sono boe e i fili argentati di strisce d'acqua sono le cime che assicurano le parti galleggianti ai fondali.

Zizola sceglie di allontanarsi dai topoi narrativi classici del reportage per un altro tipo di immagine che si discosta da ogni referenzialità del reale per andare verso un linguaggio poetico e astratto. Cosa guardiamo veramente quando vediamo un'immagine? Cosa riconoscono i nostri occhi davanti ad esse? Sono le domande che ci poniamo osservando le fotografie di Mare Omnis. L'ambiguità è totale e Zizola sceglie di ragionare sul paradigma del fotografico sapendo che le immagini hanno il meraviglioso compito di creare percorsi di significato dando origine a processi di consapevolezza nello spettatore.

Le fotografie non sono solo ciò che mostrano, suggerisce Zizola, ma sono molto altro, parte attiva di un processo che pone domande e va oltre al visibile, verso l'immaginazione in un movimento interno tra autore e spettatore. "C'è una verità estatica, poetica. È misteriosa e inafferrabile, e può essere raggiunta solo attraverso l'immaginazione e la stilizzazione. La fotografia ha il compito di aprire nuove possibili comprensioni della complessità della realtà", commenta il fotografo. Il lavoro iniziato nel 2016 si compone di 22 fotografie in bianco e nero di formato 90x120 e raccontano il rapporto ormai capovolto e andato perduto dell'uomo con il mare nella sua forma di sostentamento naturale. É un atto di denuncia poetico, un atto d'amore verso la rottura di un equilibrio, di un tempo in cui il mare era fiorente di vita, l'appello a ritrovare nuovamente la perduta relazione con il sacro. (Claudia Corrent)




Opera in ceramica di Luciana Bertorelli denominata Pangea rossa Dipinto di Luciana Bertorelli denominato Alberi Luciana Bertorelli
Frammenti di un mondo che cambia


23 ottobre (inaugurazione) - 04 novembre 2021
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Ritorna dopo nove anni alla Galleria Arianna Sartori di Mantova, l'artista savonese Luciana Bertorelli che in questa occasione porterà l'ultimo ciclo di dipinti e opere ceramiche, in una mostra curata da Arianna Sartori.

«Il Vero, il Buono, il Bello per contrastare il Male. Come diceva Socrate. Viviamo un momento terribile, in tutte le parti del Mondo si sta frantumando la certezza dell'Essere Umani. Nessuno è esente. Cosa voglio trasmettere con le mie opere... La perdita improvvisa di punti fermi nella mia vita. Esistono sempre i valori in cui ho creduto per tanto tempo... La Natura, la Donna, la Maternità... ma come riflessi in uno specchio che li deforma, che li allontana, che li frantuma. Non solo rosso... Il rosso della violenza, del sangue, della guerra e della sopraffazione, dei diritti negati... non solo rosso ma qualcosa che suggerisca ad ognuno di noi un pensiero intimo, più convinto e personale, più coraggioso per contrastare il Male.

La realtà non è come spesso ci sembra a prima vista, ma si rompe in mille sfaccettature che non ti aspettavi... In quest'ultimo periodo ho lavorato soprattutto su dimensioni ridotte, sia in pittura, che in argilla... ho osservato le nuvole nel cielo, i volti delle persone, gli alberi, ho letto molto e riflettuto. Questo è il risultato visivo». (Non solo rosso, di Luciana Bertorelli, Savona, 12 settembre 2021)

Luciana Bertorelli (Bedonia - Parma) a Genova si diploma al Liceo Artistico "N. Barabino": è allieva del pittore Nobile e dello scultore Barbieri. Frequenta i corsi di pittura all'Accademia Ligustica di Belle Arti. Inizia ad esporre nel 1966 e apre il primo studio a Genova, in via S. Luca nel 1971. È presente in molte importanti pubblicazioni d'arte contemporanea dal 1971. Le sue opere sono in numerose collezioni pubbliche e private in Italia ed all'estero. Ha fatto mostre personali di pittura e scultura ceramica in Italia, Francia, Grecia, Germania, Turchia ed Usa. Ultimamente si dedica anche ad organizzare mostre in varie località italiane e all'estero. Da ricordare in primis Liveglia Live, museo all'aperto permanente di sculture create da Artisti provenienti da tutta Italia e ispirate alla storia, alla memoria ed al futuro di questo paesino incastonato nell'Alta Val Ceno di Bedonia (Parma), per riscattarlo dall'estinzione e recuperare tutti i valori di un turismo ambientale come Bene di successo.

«(...) la Natura è per Luciana Bertorelli la protagonista di una rappresentazione che continua ad affascinare nonostante il passare dei millenni, e deve continuare ad affascinare per il mistero della vita che in essa si rinnova, nonostante le violenze subite dall'uomo. (...) Certamente il pensiero dominante dell'artista consiste nella difesa di una Terra incontaminata, ancora affascinante e misteriosa. Del resto già Aristotele insegnava che "in tutte le cose della natura esiste qualcosa di meraviglioso". Rispetto, amore per la Natura e 'femminismo antropologico', ecco le linee guida che forniscono ad ogni scultura una personale identità pur nella comune ispirazione alle cosiddette Veneri Steatopigiche del Paleolitico.

Ma le Pangee sono probabilmente il segnale di una leadership matriarcale che Luciana Bertorelli amerebbe veder ritornare o, più realisticamente, del definitivo riconoscimento di un rapporto davvero paritetico fra Uomo e Donna per il quale la donna sia considerata una risorsa e non un accessorio, spesso solo patinato, della vita politica, sociale, economica, culturale e lavorativa.

Del resto se è vero che quelle plastiche sculture, magari semplicemente in atteggiamento di una preghiera senza speranza, si coprono gli occhi di fronte ai disastri della Natura provocati dagli uomini, è anche vero che negli 'zaini' che portano dietro le spalle avrebbero le soluzioni adeguate al progressivo degrado ambientale e sociale, adombrate nelle loro definizioni: Acqua-Aria-Terra-Fuoco, alludono certamente alle componenti essenziali del fare ceramica, ma più o meno consapevolmente anche alle teorie dei filosofi pre-socratici (Talete-Anassagora-Anassimandro-Anassimene fino a Eraclìto) che ricercavano nei trattati Perì fùseos / Sulla Natura i princìpi concreti (gli archètipi) dell'Universo. (...)». (prof. Silvano Godani, 2017-2018)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Luciana Bertorelli, Pangea rossa
2. Luciana Bertorelli, Alberi

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Nenne Sanguineti Poggi. Dall'Italia all'Africa, fuori dai luoghi comuni
16 ottobre (inaugurazione) - 28 ottobre 2021
Presentazione

Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione
Pubblicazioni Anno XXXIII




Dipinto a olio su cartoncino montato su legno realizzato da Arnulf Rainer nel 1980 Arnulf Rainer
Colori nelle mani


02 ottobre 2021 (inaugurazione) - 08 gennaio 2022
Galleria Poggiali - Firenze
www.galleriapoggiali.com

"Colori nelle mani" presenta un corpus di dipinti inediti, scelti appositamente dall'artista, dal curatore e dai galleristi attingendo da opere venute alla luce tra il 1981 e il 1985. Tra queste si trovano anche quelle della famosa serie dei dipinti fatti con le mani che furono esposti per la prima volta a Kassel per Documenta 7. "Tra il 1981 e il 1983 nascono i dipinti realizzati con le mani e con le dita, in cui l'energia di Face Farces e del Body Language non approda nell'espressione corporea e nella fotografia, ma la materia del colore viene premuta con tutta la forza sul cartone - spiega Helmut Friedel, curatore della mostra -. In ginocchio, il pittore lavora da una superficie all'altra, afferra i colori ad olio, sente la piena presenza della materia nelle sue mani nude, che non protegge nemmeno con i guanti. Così, come un demiurgo, forma l'espressione come rappresentazione.

Alcune stesure di colore ricordano mani in cerca di soccorso che non trovano sosta e somigliano a urla; altre, più concilianti, circondano un oggetto o uno spazio immaginario e trascinano con sé anche altri colori, generando così una selvaggia danza espressiva, la danza dell’espressione diretta. [...] L'incontro con l'opera di Arnulf Rainer è sempre fonte di sorpresa. I suoi dipinti stupiscono e affascinano per la vivacità dell'applicazione del colore, della velatura cromatica, intensa e violenta nelle immagini strutturali le cui superfici sono preformate in rilievi sottili per poter poi assorbire il colore ancor più intensamente."

La mostra, che sarà accompagnata da un testo critico di Giovanni Iovane, si inserisce nella tradizione della sede fiorentina della Galleria Poggiali che ha infatti esposto il lavoro di grandi maestri come ad esempio Claudio Parmiggiani, Gilberto Zorio, Enzo Cucchi che hanno sempre lavorato appositamente per la galleria. Noto al grande pubblico per la sua arte astratta e informale, Arnulf Rainer durante i suoi primi anni di carriera fu influenzato dal Surrealismo facendo poi evolvere il suo stile verso la distruzione delle forme, con annerimenti, ridipinture e mascherature di illustrazioni e fotografie che dominano i suoi lavori successivi.

Le sue opere sono esposte nei più importanti musei del mondo come il MOMA e il Guggenheim Museum di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi, lo Stedelijk di Amsterdam e il Kunstforum Vienna. Nel 1993 a New York è stato inoltre aperto l'Arnulf Rainer Museum. Dopo una splendida carriera, e a 92 anni, la Galleria Poggiali porta per la prima volta in assoluto Arnulf Rainer a Firenze e gli dedica una grande mostra. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Arnulf Rainer, (opera senza titolo), olio su cartoncino montato su legno, 1980, courtesy the artist




Opera di Lucia Pescador realizzata nel 2020 denominata Geometria, copyright Roberto Marossi Lucia Pescador
Geometrie per Sonia Delaunay e Joseph Beuys


28 ottobre (inaugurazione ore 16.00-20.00) - 27 novembre 2021
Assab One per le arti contemporanee - Milano
www.assab-one.org

Con questa mostra, a cura di Marta Sironi, Lucia Pescador (Voghera, 1943) porta nello spazio dello Studio 3 due grandi figure del Novecento, Sonia Terk Delaunay e Joseph Beuys, qui evocati attraverso i loro abiti, opere su carta e pellicola rispettivamente del 2020 e del 2011. Questi lavori fanno da contrappunto a opere dell'Inventario di fine secolo con la mano sinistra, ciclo di ricerca che l'artista porta avanti dall'inizio degli anni Novanta. Il giorno dell'inaugurazione e fino al 6 novembre sarà possibile visitare la mostra "1+1+1/2021" a cura di Federica Sala. (Comunicato stampa)




Mirò
Il colore dei sogni


termina il 12 dicembre 2021
Villa dei Capolavori - Mamiano di Traversetolo (Parma)

Mostra su Miró, curata da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione, col contributo di studiosi spagnoli e italiani. "Un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni": così il poeta Jacques Prévert descriveva Joan Miró, celeberrimo artista spagnolo vissuto in una delle epoche più fervide della storia dell'arte. Arte, la sua, fondata non tanto sull'immagine tradizionale, quanto su sensazioni, emozioni immediate e suggestioni: colori brillanti e forti contrasti, linee sottili e soggetti allucinati e onirici.

"Miró (Barcellona 1893 - Palma di Maiorca 1983) dipinge ispirandosi - annota Roffi - alle forme della natura, ma anche alla musica; per un periodo compone inoltre poesie di stile surrealista, seguendo meccanismi psicologici simili a quelli adottati in pittura. Egli aspirava chiaramente al divino e la musica e la poesia erano le sue fonti di ispirazione. Talvolta le parole compaiono anche nei quadri, costituendo la loro chiave di lettura. Un rapporto fra pittura-musica-poesia che ben si accorda con gli interessi e la sensibilità di Luigi Magnani, fondatore della Magnani-Rocca".

La mostra, realizzata in collaborazione con Fundación MAPFRE di Madrid, attraverso cinquanta opere fra gli anni Trenta e gli anni Settanta per la gran parte a olio su tela, propone un percorso che, orchestrato come una partitura musicale, evidenzia la sfida continua operata dall'artista nei confronti della pittura tradizionale, "con opere come "Cheveaux mis en fuite par un oiseau" dove Mirò letteralmente massacra - evidenzia il curatore - la pittura comunemente intesa, con un certo parallelismo con l'Espressionismo americano nell'idea che la pittura dovesse essere un getto continuo scaturito da una profonda esplosione creativa, pur garantendo alle proprie forme una dirompente integrità individuale malgrado le metamorfosi subite".

Ad essere particolarmente documentati in mostra sono gli ultimi decenni di attività di Miró, con tele di grande formato e poetica bellezza come "Personnage et oiseaux devant le soleil" e "Personnage devant la lune", e i temi ricorrenti che egli reinventa con frequenza - con l'uso costante di simboli come le stelle, gli uccelli o la donna, e le fantasiose rappresentazioni di teste - nello stesso tempo sottolineando influenze così diverse come la tradizione popolare, la calligrafia asiatica o i graffiti urbani. La pittura di Miró tende all'astrazione; tuttavia nelle variopinte forme fantastiche tra loro accostate, permane quasi sempre una traccia del reale: un occhio, una mano, la luna. Alcuni quadri presenti in mostra fanno pensare a cieli stellati, come "Personnage, oiseau, ètoiles" del 1944 o "Après les constellations" del 1976.

La strepitosa attività di illustratore di Mirò è rappresentata nell'esposizione al massimo livello, grazie al libro d'artista con testi poetici di Tristan Tzara "Parler seul" (1950), con settantadue tavole a colori dell'artista catalano, esposte in grandi teche. Trasgressivo e anticonformista, l'artista affianca alla sua anima più contemplativa una poetica unitaria tra sogno e colore, così da sfuggire alla banalità e al convenzionalismo, dando vita a un linguaggio artistico universale ma allo stesso tempo unico e originale. Come affermava Mirò: 'Una semplice pennellata può dare libertà e felicità'.

Il catalogo della mostra (Silvana editoriale) presenta saggi di studiosi spagnoli, tedeschi e italiani; si segnalano quelli sul rapporto fra Miró e la musica, e fra Miró e l'Italia, entrambi a firma di Joan Punyet Miró, nipote dell'artista, oltre al saggio del curatore e a una particolare intervista che Miró rilasciò a Walter Erben nel 1959; inoltre, nella tradizione delle mostre e dei cataloghi della Fondazione Magnani-Rocca, Mauro Carrera indaga l'attività dell'artista come illustratore. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Foto con Sciascia realizzata da Ferdinando Scianna Ferdinando Scianna | Due scrittori: Leonardo Sciascia e Jorge Louis Borges
Carla Cerati | Uno sguardo di donna su volti, corpi, paesaggi


termina lo 08 dicembre 2021
Reggia di Colorno (Parma)

È il ritratto, ed in particolare quello di scrittori, intellettuali, attori di teatro, a fornire il principale filo conduttore che si dipana nell'annuale appuntamento con la grande fotografia. Due le mostre in programma, entrambe monografiche ed entrambe curate da Sandro Parmiggiani e organizzate da Antea in collaborazione con la Provincia di Parma e dal Gruppo Fotografico Color's Light e grazie ai prestigiosi prestiti del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università degli Studi di Parma.

Le mostre si inseriscono nel programma di Colorno Photo Life un evento di cultura fotografica che offre agli appassionati di ogni livello l'occasione di esporre le proprie opere al fianco di quelle dei maestri e vedere le tendenze in atto nell'ambito della fotografia nazionale. In occasione di queste mostre, la Reggia apre al pubblico alcune sale recentemente restaurate, mai prima inserite nell'itinerario di visita alla sontuosa dimora di Maria Luisa di Asburgo-Lorena, Duchessa di Parma e Piacenza dopo essere stata Imperatrice di Francia.

Sandro Parmiggiani, anticipa i contenuti delle due rassegne. "Ferdinando Scianna, nei 44 ritratti di Leonardo Sciascia e di Jorge Luis Borges, scava nei volti e nei corpi di due scrittori a lui molto cari. Se l'incontro con Borges è degli anni Ottanta, quello con Sciascia risale al 1963, dando vita a un'amicizia e a una collaborazione tali da indurre Scianna a definire lo scrittore siciliano 'un secondo padre'. Proprio a Sciascia si deve uno dei ritratti di Scianna fotografo più lucidi e intensi: 'È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e - in definitiva - al suo stile.'"

"Più ampia è la rassegna di immagini di Carla Cerati", prosegue Parmiggiani. "Le 88 fotografie in mostra - tutte provenienti dal fondo Cerati presso lo CSAC di Parma che le presta per l'occasione - ritraggono personaggi che lei ebbe modo di frequentare: scrittori (Calvino, Pasolini, Marquez, Vargas Llosa, tra gli altri), artisti, architetti, gente del teatro (memorabili una serie di immagini del Living Theatre con le tipiche contorsioni dei corpi e dei volti).

Ferdinando Scianna (Bagheria - Palermo, 1943) frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di Palermo, ma presto la passione per la fotografia prende il sopravvento. Nel 1967 viene assunto dal settimanale "L'Europeo", per il quale realizza servizi memorabili (è, tra l'altro, a Praga nell'agosto 1968) e inizia anche a scrivere articoli, riunificando nella sua persona due aspetti che nel giornalismo sono abitualmente separati. Nel 1977 Scianna si trasferisce a Parigi; qui vive per dieci anni, conosce, e frequenta assiduamente, Henri Cartier-Bresson, che nel 1982 lo introduce nella famosa Agenzia Magnum Photos.

Carla Cerati (Bergamo, 1927) dal 1951 ha vissuto e lavorato a Milano, dov'è scomparsa nel 2016. L'innata curiosità, l'esigenza di documentare una società che cambia, ciò che in essa sta germinando e ciò che è destinato a scomparire, spiegano molti dei temi cui si dedicherà. Nel 1968 entra in alcuni ospedali psichiatrici e pubblica un libro, da lei firmato assieme a Gianni Berengo Gardin, "Morire di classe", che, rivelando le sofferenze terribili delle persone ricoverate nei manicomi, svolge un ruolo fondamentale nel mutamento della coscienza collettiva. Dal 1973, ha affiancato all'attività di fotografa quella di scrittrice, pubblicando vari romanzi, spesso finalisti ai Premi Strega e Campiello. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Acrilico su legno di cm 80x80 denominato Rilievo segno positivo realizzato da Jacques Toussaint nel 1974 Opera dalla collezione di sedute in cuoio Gulf of the Poets realizzata da Jacques Toussaint nel 1983 jacques-toussaint-gulf-of-the-poets-138x140 Jacques Toussaint
Arte e design nel Golfo dei Poeti
1967 | 1987


28 ottobre 2021 (inaugurazione ore 13.00-18.00) - 27 febbraio 2022
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia

Mostra monografica a cura di Giosuè Allegrini e Marzia Ratti, con circa sessanta opere dell'artista-designer francese, residente in Italia ormai da più di cinquant'anni. L'esposizione documenta il lavoro prodotto da Toussaint nel ventennio di soggiorno a Lerici tra gli anni Sessanta e Ottanta, nel vivacissimo clima culturale del famoso borgo ligure, frequentato da personalità della cultura e dell'arte come Attilio Bertolucci, Valentino Bompiani, Silvio Coppola, Vico Magistretti, Giorgio Soavi, Mario Spagnol, Mario Soldati. L'esposizione si concentra in particolare sulla prima mostra di arte e design, "Le due realtà", organizzata da Toussaint al Castello di Lerici nell'estate del 1969, originale confronto dialettico intorno al tema dell'uso della tecnologia e dei nuovi materiali che le ricerche industriali stavano mettendo a disposizione del mondo della produzione e anche delle arti.

Da una parte gli artisti che guardavano con interesse all'uso dei nuovi materiali e delle tecniche più avanzate - Campus, Carabba, "Contenotte" (Facchini), Grignani, La Pietra, Munari, Prina, Vallé -, dall'altra chi pur utilizzandoli li connotava di valenze esistenziali, ironiche o antitecnologiche - Fomez, Germán, Ilacqua, Mazzucchelli, (Miles) Mussi, Mondani, Raffo, Ramosa, Toussaint. Tutti i nomi presentati sono in quel momento parte attiva di un panorama in ebollizione che produce risultati sorprendenti in vari campi: da quello più eclatante di Bruno "Contenotte", che per le sue ricerche sugli effetti ottici sarà chiamato a collaborare per lo strabiliante finale di "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick, alle copertine della collana di fantascienza dei Penguin Books disegnate da Franco Grignani.

Il visitatore inoltre potrà approfondire la produzione di design che Toussaint progettò e rese famosa in quegli anni, dalla sedia in alluminio e selleria cui diede significativamente il nome di "Golfo dei Poeti", al tavolo "Pontile", ispirato all'imbarcadero di Lerici che l'autore poteva contemplare ogni mattina dall'ampia vetrata della sua casa in salita Arpara.

«Design sì, dunque, ma che vede l'oggetto-scultura - precisa il co-curatore Giosué Allegrini - non deliberatamente immerso in uno spazio di azione, tipico degli anni Sessanta, bensì come immagine/concetto razionale che si confronta con lo spazio circostante innescando con esso profonde relazioni e interdipendenze espressive. L'arsenale formale è quello della geometria, che però è usata non in termini esclusivi di razionalità strutturale, ma intuitivamente, come esplicitazione di energie, memorie e suggestioni spaziali e ambientali».

Sono presenti inoltre lavori artistici realizzati nell'atelier ligure, che documentano il rapido passo compiuto da Toussaint in direzione di una ricerca geometrica e segnica, caratterizzata dalla presenza del blu, anch'esso collegabile alle suggestioni maturate nell'ambiente ligure. A proposito di questo versante, Marzia Ratti, co-curatrice della mostra, rileva: «La radicalità del mutamento nel linguaggio di Toussaint appare in tutta la sua portanza nelle sculture-pitture del 1970, in cui prende avvio la ricerca della geometria nello spazio che, attraverso il modulo quadrato della scatola, saggia le possibilità di composizioni tridimensionali avulse da ogni preciso riferimento alla realtà, se non nell'attenzione ai comportamenti fisici dei materiali utilizzati. I materiali con le loro precipue reazioni alle lavorazioni sono al centro della sua attenzione che, evidentemente, riunisce le due realtà - arte e tecnica, arte e design - in un unico pensiero creativo».

Per offrire la possibilità di valutare l'iter creativo di Jacques Toussaint, sviluppatosi in più di cinquant'anni di lavoro, i curatori e l'autore stesso hanno voluto inserire in chiusura un intervento artistico significativo dello spirito attuale di ricerca, che si fonda sulla volontà dell'autore di sottrarre la sua proposta ad una mera osservazione da parte del pubblico per renderlo a sua volta partecipe e protagonista. Varcata la soglia di uno spazio immersivo, il visitatore potrà sostare in una installazione site specific, che gli consentirà di concentrarsi sui propri pensieri e su se stesso.

Accompagnata dall'evocativo titolo "Souvenirs de la terre", composta da elementi illuminanti al neon blu e una proiezione video, suggerisce una presa di posizione portatrice solo di ricordi positivi. Un modo discreto e personale di Toussaint di prendere le distanze dalla propria realtà per non imporre una visione autoreferenziale del proprio mondo. Nel corso della mostra sarà presentato il catalogo con testi critici dei curatori Giosuè Allegrini e Marzia Ratti e una conversazione fra l'artista e il figlio Jacques Heinrich.

Jacques Toussaint (Parigi, 1947) inizia la sua attività artistica in Italia nel 1971 dopo aver studiato all'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. Dopo le sue prime mostre in Francia e in Italia, inizia parallelamente ad interessarsi al design del mobile e per diversi anni sarà consulente per alcune importanti società di arredamento, come Bernini, Interflex e Matteo Grassi; per quest'ultima sviluppa una linea di prodotti e svolge la funzione di art director.

Alla fine del 1985 crea il marchio "Atelier" quale sintesi delle sue precedenti esperienze, con il fine di produrre progetti affidati a designers emergenti, come Hans-Peter Weidmann, Wolfgang Laubersheimer, Hannes Wettstein, o più affermati come Toshiyuki Kita, Ross Littell e Verner Panton. Con Atelier si dedica inoltre alla riedizione di progetti firmati da maestri di livello internazionale come Alvar Aalto, Alfred Roth, Werner Max Moser, Hans Georg Bellmann e Giuseppe Terragni. A partire dal 1993 collabora alla definizione di una nuova collezione di oggetti in carta riciclata per la Arbos di Solagna.

Nel 1997 crea "Glass Works", una collezione di specchi nata dalla ricerca sul vetro, e nel 1998 "Connections", una collezione di oggetti artistici che intende mettere in evidenza le connessioni esistenti tra persone e cose che hanno influenzato il suo lavoro. A partire dal 2000 Toussaint inizia ad elaborare una serie di installazioni in situ di particolare rilievo e in costante evoluzione in relazione agli spazi, che, oltre a procurare una forma di straniamento nello spettatore, conciliano la meditazione.

Questo filone trova il suo inizio nella mostra "Tra sogno e realtà" organizzata dalla Galleria Arsenal nello spazio di Palazzo Branicki a Bialystok (PL), alla quale seguono interventi presso la Fondazione Cocchi nelle Torri dell'Acqua di Budrio e ancora nella chiesa sconsacrata di San Francesco a Pordenone con la mostra "In Itinere", per arrivare all'ambizioso progetto "...Que du bleu!" a cura di Luigi Cavadini, realizzato negli ampi spazi della galleria di Palazzo delle Stelline presso l'Institut Français di Milano.

L'artista francese è stato varie volte invitato a presentare i suoi lavori al Museo Casabianca di Malo (Vicenza), istituzione che illustra attraverso opere grafiche e non solo le varie tappe dell'arte contemporanea internazionale dal 1960 ai nostri giorni. Dopo aver realizzato una serie di interventi artistici in edifici religiosi dalla storia antica, nel 2019 indirizza la sua attenzione verso le qualità intrinseche dell'architettura moderna, scegliendo la chiesa di Santa Maria Assunta di Riola di Vergato, frutto di una lunga progettazione dell'architetto finlandese Alvar Aalto (1898-1976), per una installazione composta di video e di luci, presentata nel 2020 cui seguirà nel gennaio prossimo anno un nuovo intervento artistico.

Il lungo lavoro di analisi e rivisitazione di 50 anni di attività che ha preceduto la pubblicazione della monografia Jacques Toussaint. Arte 1967/2017, ha inoltre ulteriormente rinnovato il suo modo di fare ricerca, che trova in questa mostra della Spezia, nell'opera Galassia CAMeC/JT-840 x 675 h 500 SP, una originale documentazione. Sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti del Denver Art Museum (USA), della Die Neue Sammlung di Monaco di Baviera (D), del Kunstgewerbemuseum di Berlino (D), del Museo Nazionale di Poznan (PL) e della Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Forti di Verona. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte) Immagini (da sinistra a destra):
1. Jacques Toussaint, Rilievo segno positivo, acrilico su legno cm. 80x80, 1974
2. Jacques Toussaint, Dalla collezione di sedute in cuoio Gulf of the Poets, 1983
3. Jacques Toussaint, Informale, inchiostro e tempera su carta cm. 70x50, 1968




Dipinto realizzato dal pittore Togo Togo
Luce di ottobre


16 ottobre (inaugurazione) - 06 novembre 2021
Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo
Locandina della mostra

In esposizione dipinti di recente produzione e alcune incisioni degli anni Ottanta. Le rappresentazioni pittoriche dell'artista, esposte, prendono a prestito il tangibile e conosciuto (il mare, una montagna, una palma, le barche, le case etc.) per poter ricreare un mondo personale pervaso da una vasta gamma di vibrazioni emotive.

Scrive a tal proposito Tommaso Romano nel breve testo che introduce alla mostra: "Togo [è un] autentico creatore di immagini che si rivelano dall'onirico della contemplazione del luogo, del suo mare messinese, delle brume fascinose lombarde, dell'humus, insomma, frutto di una fervida stagione che lo distingue e lo fa unico per forma/informe e la cromaticità squillante. [Esso ricrea] con la riformulazione di una forma che è tanto vera in lui quanto coinvolgente per chi sa ‘entrare' nell'opera d'arte, fino a possederla, a farla divenire proprio paesaggio interiore."

E ancora scrive Vinny Scorsone nella sua presentazione: "Il rapporto con la natura, ha un'importanza vitale nelle opere di questo artista profondamente siciliano e al contempo pienamente addentro allo scenario internazionale, ed è proprio la natura che si offre a lui come "sponda" su cui far rimbalzare le riflessioni sulla nostra epoca in un percorso verso imprevedibili esiti. [...] Nel lavoro di Togo, Eros e Thanatos si scontrano in ogni colpo di pennello, in ogni accostamento cromatico; amplessi amorosi di un rapporto conflittuale e appagante che si protrae incessantemente nel tempo." (Comunicato stampa)




Opera di Nenne Sanguineti Poggi denominata Amete Fotografia di Nenne Sanguineti Poggi davanti a un velivolo Nenne Sanguineti Poggi Nenne Sanguineti Poggi
Dall'Italia all'Africa, fuori dai luoghi comuni


16 ottobre (inaugurazione) - 28 ottobre 2021
Galleria Arianna Sartori - Mantova
Locandina della mostra

Apprezzata dal pubblico americano l'artista savonese, scrittrice, pittrice e sorprendente autrice di decorazioni dei più importanti monumenti in Eritrea e Corno d'Africa, dopo le mostre di New York e Milano per la prima volta a Mantova. In mostra fotografie, disegni, opere a cavalletto dell'artista e riproduzioni dei mosaici nelle opere pubbliche in Eritrea, oltre che la presentazione dell'autobiografia dell'artista "Di che colore dipingersi?" e il film sull'artista Nenne Sanguineti Poggi.

Nata a Savona in una nobile famiglia di intellettuali e storici (come il nonno paterno Vittorio Poggi etruscologo sovrintendente del Museo Archeologico di Firenze) fu pittrice, mosaicista, ritrattista e disegnatrice talentuosa, ma anche scrittrice e giornalista, inviata speciale dell'ONU. "Una donna a tutto tondo" sottolineano Vincenzo e Deborah Sanguineti, rispettivamente figlio (neuropsichiatra alla Jefferson University di Filadelfia; C.E.O. di NSP ART - L.L.C.) e nipote dell'artista "nata nel 1909 e vissuta oltre 100 anni, tra Africa e Italia, al di fuori degli stereotipi e delle convenzioni sociali del suo tempo.

Dopo la mostra di Philadelphia del 2016, l'ultima mostra a New York all'One Art Space è stata l'occasione per saldare collaborazioni con Istituzioni importanti che hanno riconosciuto il valore di questa artista come NOIAW, Wolfsoniana, Rye art Centre, casa italiana Zerilli-Marimo, Politecnico di Milano e Archivio dell'architetto Mezzedimi, architetto con cui Nenne Sanguineti ha realizzato diverse opere".

"Abbiamo progettato e promosso le precedenti mostre di Nenne Sanguineti Poggi a Filadelfia, New York e Milano per valorizzare e ricordare una figura di primo livello della cultura e dell'arte italiana, conosciuta, apprezzata e celebrata in Africa e di recente scoperta dal pubblico americano. Il nuovo allestimento presso la Galleria Sartori di Mantova propone una lettura dell'artista come una figura di un'intellettuale raffinata, pittrice eclettica e geniale e, come recita il titolo: al di fuori dei luoghi comuni" - sottolinea Monica Brondi curatrice della mostra, che da anni cura gli allestimenti e la comunicazione dell'artista. "L'intervento del critico Vittorio Sgarbi alla mostra e al convegno organizzato nel 2019 a Milano testimonia l'interesse e il valore di un'artista non ancora abbastanza conosciuta e valorizzata.

Mosaicista di talento, l'imperatore Hailé Sellassié le commissionò per il governo etiopico diversi lavori per opere pubbliche in varie città dell'impero che realizzò in mosaico, ceramica, guazzo ed altorilievo in cemento anche per clienti privati. Negli anni 1950 dipinse in Eritrea e in Etiopia pitture ad olio di stile post-impressionistico: paesaggi, figure, scene di vita locale catturate dal vero. Espose in diverse mostre personali ad Asmara e Addis Abeba, che furono anche inaugurate da ambasciatori d'Italia, dalla regina Giuliana d'Olanda e dalla figlia dell'imperatore, la principessa Tenagnework.

È dal 2012 che il Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, lavora in Eritrea con attività di conservazione, tutela e valorizzazione. Nel 2017 il Politecnico - con l'ufficio dell'Asmara Heritage Project e grazie ad un finanziamento della Comunità Europea - ha dato avvio ad un progetto di formazione della durata due anni nell'ambito del restauro. Asmara con il suo costruito storico 'corale', dall'eccellente piano urbano in ambiente Moderno, è diventato sito UNESCO nel luglio del 2017. Ed è in questo quadro che si deve leggere l'importante contributo dell'artista Nenne Sanguineti Poggi.

La mostra è promossa da NSP ART (L.L.C.), in collaborazione con Francesco Parisi, curatore della Galleria e della collezione italiana delle opere di Nenne Sanguineti Poggi (www.nennesanguinetipoggi.com) e Punto a Capo comunicazione che ne ha curato il catalogo e l'immagine, in collaborazione con l'Associazione Visioni, l'Associazione Qui Arte. (Comunicato stampa)




Fabio Mantegna
Tutto di personale


14 ottobre (inaugurazione) - 12 novembre 2021
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

Dopo una collaborazione decennale con la Fondazione, con la quale ha portato avanti una serie di progetti e reportage riguardanti artisti e personaggi del mondo culturale italiano e internazionale, un omaggio a una figura dalla creatività libera che si colloca fuori dagli schemi. Nel suo lavoro da sempre intreccia produzioni su committenza e ricerca artistica, facendo coincidere il mondo della professione e quello dell'arte. Negli anni ha sviluppato un modo intimo di esplorare la realtà. Le immagini sono colte con la naturalezza stessa del loro manifestarsi, i luoghi incontrati, non cercati sono spazi dove il fotografo ha potuto riconoscersi, siano essi scorci di paesaggi incantati, metafisiche del territorio, motivi geometrici urbani, o attimi fuggenti o surreali di certe situazioni di varia umanità. Improvvisamente, dal nulla uno scatto, breve, laterale seguito da altri.

L'immaginario che ne scaturisce genera un affresco mobile e variato, una scultura di pensiero i cui tasselli sono la possibilità di raccontare un'infinità di storie. La mostra presenta al piano terra della fondazione una selezione di 23 scatti nei quali il mondo delle forme si libera e va oltre il senso immediato. Una riflessione sulla relazione fra spazio poetico e vita. Al primo piano invece sarà proiettata una selezione di scatti sulla musica, altro campo d'indagine della sua ecletticità. La mostra sarà accompagnata dai testi critici di Davide Di Maggio e Gianluca Ranzi.

Fabio Mantegna si dedica in modo esclusivo alla fotografia a partire dal 2008, interessandosi in particolare al mondo dell'arte contemporanea e ai suoi protagonisti. Nel 2010 inizia un percorso continuativo con l'archivio del pubblicitario Armando Testa svolgendo un lavoro di documentazione e con la Fondazione Mudima impegnandosi in diversi progetti fotografici che hanno riguardato artisti e personaggi del mondo culturale internazionale. Collabora inoltre con la Fondazione Marconi e con alcune delle più importanti gallerie nazionali e internazionali. I suoi interessi fotografici investono anche il teatro e la musica contemporanea. Numerosi sono i reportage dedicati ai concerti di musica sinfonica, jazz e leggera, di cui conserva un ampio archivio d'immagini. Oltre a partecipare alla realizzazione di cataloghi d'arte contemporanea, le sue fotografie vengono spesso richieste da quotidiani e riviste nazionali e internazionali. (Estratto da comunicato stampa)




Dipinto a olio su tela di cm 25.8x34.8 denominato Patisseries realizzato da Leonor Fini nel 1929, coll. privata Leonor Fini. Memorie triestine
06 ottobre (inaugurazione) - 04 novembre 2021
Istituto Italiano di Cultura di Parigi

A 25 anni dalla morte di Leonor Fini, pittrice surrealista, ma anche costumista, scenografa, illustratrice e scrittrice di fama e frequentazioni internazionali, la mostra organizzata dall'Istituto italiano di cultura di Parigi propone una rilettura del tutto inedita della personalità e della creatività dell'artista (Buenos Aires 1907 - Parigi 1996), analizzando il suo intenso e fondamentale rapporto con la città d'origine della madre.

Presentazione mostra




Particolare dalla locandina della mostra su Frida Kahlo Frida Kahlo. Una vita per immagini
16 maggio - 13 ottobre 2021 (prorogata al 14 novembre 2021)
Museo Civico - Sansepolcro (Arezzo)

Attraverso un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, la mostra ricostruisce le vicende della vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca elle motivazioni che l'hanno trasformata in un'icona femminile e pop a livello internazionale. In effetti le foto di sono state realizzate dal padre Guillermo durante l'infanzia e la giovinezza della figlia e poi da alcuni dei più` grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silbertein, Manuel e Lola Alvarez Bravo, Nickolas Muray e altri ancora. In questo straordinario "album fotografico" si rincorrono le vicende spesso dolorose ma sempre appassionate di una vita, oltre agli amori, alle amicizie e alle avventure di Frida.

In mostra è esposto anche un gruppo di piccole fotografie molto intime di Frida, scattate in formato polaroid dal gallerista Julien Levy. Il percorso di mostra ricostruisce innanzitutto il contesto in cui si è affermata la sua personalità: è il Messico del primo Novecento, attraversato da una rivoluzione che ne ha cambiato la storia, grazie a umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata. L'epopea e il mito della rivoluzione messicana resteranno impresse nella mente di Frida e ne forgeranno il carattere indomito, alimentando il suo senso di ribellione verso le convenzioni borghesi e le imposizioni di una società fortemente maschilista. In questo contesto si innestano le vicende della famiglia Kahlo.

Guillermo, il padre, è un fotografo di professione di origine tedesca, giunto in Messico nel 1891 e ben presto innamoratosi del paese che lo ha accolto. La sua attività è testimoniata da alcune fotografie realizzate su incarico del governo austriaco, per documentare le chiese del Messico, erette nel periodo coloniale. Di sangue misto, tedesco e messicano, Frida cresce nel mito di un Messico rivoluzionario, introiettando tutti i caratteri di una personalità libera e indomita, che trova nella pittura un linguaggio appassionato, viscerale, dai forti contenuti impietosamente autobiografici, con cui si racconta senza ipocrisie.

Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, alla ricerca di una propria identità e di una ragione di vita. Nei suoi numerosi autoritratti non teme di mettere a nudo le proprie debolezze e le proprie inquietudini. Accanto a Frida è spesso ritratto Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, che ha attraversato gran parte della sua vita. Ma vi appaiono anche altri personaggi come Leon Trotsky e André Breton.

In mostra sono esposti infine alcuni documenti come il catalogo originale della mostra di Frida, organizzata da André Breton a Parigi, il primo "manifesto della pittura rivoluzionaria" firmato da Breton e Rivera, una documentazione fotografica della sua famosa Casa Azul e un grande dipinto realizzato dal pittore cinese Xu De Qi che riproduce Las Dos Frida. La mostra si chiude con un video che raccoglie le poche immagini filmate della grande artista messicana. Il catalogo, curato da Vincenzo Sanfo è edito da Papiro Art. I servizi di accoglienza nel museo e in mostra sono gestiti da Opera Laboratori Fiorentini. (Comunicato stampa Civita - Ombretta Ambra Roverselli)




Il Rinascimento europeo di Antoine de Lonhy

Palazzo Madama - Torino
07 ottobre 2021 - 09 gennaio 2022

Museo Diocesano - Susa
10 luglio - 07 novembre 2021
www.palazzomadamatorino.it

L'esposizione, curata da Simone Baiocco e Simonetta Castronovo per la sezione di Torino e da Vittorio Natale per la sezione di Susa, punta a ricomporre la figura di Antoine de Lonhy, un artista poliedrico - era pittore, miniatore, maestro di vetrate, scultore e autore di disegni per ricami - che ebbe un impatto straordinariamente importante per il rinnovamento del panorama figurativo del territorio dell'attuale Piemonte nella seconda metà del Quattrocento.

Venuto a contatto con la cultura fiamminga, mediterranea e savoiarda, fu portatore di una concezione europea del Rinascimento, caratterizzata dalla capacità di sintesi di diversi linguaggi figurativi. Lonhy visse e lavorò in tre paesi diversi. Originario di Autun, in Borgogna, si formò sui testi della pittura fiamminga, tra Jan van Eyck e Rogier van der Weyden. Prima del 1450 era già in contatto con uno dei più straordinari mecenati di ogni tempo, il cancelliere del duca di Borgogna Nicolas Rolin, per il quale eseguì delle vetrate istoriate, purtroppo perdute.

Si conoscono poi tutte le tappe del suo percorso attraverso l'Europa: a Tolosa, in Francia meridionale, dove realizzò almeno un ciclo di affreschi e decorò diversi codici liturgici e statuti cittadini; a Barcellona, in Catalogna, dove ancora sopravvive uno dei suoi capolavori: la grande vetrata per la chiesa di Santa Maria del Mar; infine nel ducato di Savoia, dove lavorò per la corte e per numerose chiese e monasteri del territorio e dove si spense, probabilmente, prima della fine del secolo. Il trasferimento di Lonhy dalla Spagna ad Avigliana - dove è documentato dal 1462 - si deve a diversi fattori, come la presenza in questo centro di un castello dei duchi di Savoia e la vicinanza con le prestigiose abbazie di Novalesa e Ranverso, poste sulla Via Francigena, una delle principali arterie di comunicazione già dal Medioevo, da cui passavano cavalieri, ecclesiastici e mercanti di mezza Europa, e quindi un luogo promettente per un artista alla ricerca di nuovi incarichi.

Il percorso espositivo della mostra, articolato su due sedi, Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica di Torino e il Museo Diocesano di Susa, vuole mettere in evidenza i viaggi, gli spostamenti e la carriera itinerante attraverso l'Europa di un artista che nelle sue opere riunì insieme elementi e influssi dalla Borgogna, dalla Provenza, dalla Catalogna e dalla Savoia. A Torino viene presentata una vera e propria antologia della produzione dell'artista, in pittura e miniatura, con i necessari richiami alla cultura franco-fiamminga che sta alla base del suo percorso; a Susa le opere di Lonhy sono messe a confronto con un tessuto regionale - tra Valle di Susa e Valle d'Aosta - che mostra la sua grande influenza sull'arte dei suoi contemporanei.

L'esposizione torinese inizia raccontando la "scoperta" di Antoine de Lonhy: come spesso avviene nel campo della storia dell'arte, alla conoscenza di questo artista del Quattrocento si è arrivati per gradi. Per lungo tempo gli studiosi avevano raccolto alcuni dipinti sotto il nome convenzionale di "Maestro della Trinità di Torino", prendendo spunto proprio da uno dei suoi massimi capolavori, che è nelle collezioni civiche torinesi. D'altro canto, nell'ambito dello studio dei codici miniati, si era identificato, invece, un "Maestro delle Ore di Saluzzo", a partire dal meraviglioso manoscritto, che è uno dei prestiti più importanti concessi per la mostra dalla British Library di Londra. In seguito si è poi compreso che dietro questi nomi convenzionali si celava un'unica personalità, il cui vero nome è stato svelato grazie allo studio dei documenti.

Si descrive poi l'attività dell'artista nelle tappe del suo itinerario: un giovanile codice miniato di proprietà delle collezioni torinesi dà un esempio per la produzione nel ducato di Borgogna, mentre per Tolosa l'elemento di maggiore curiosità è legato ai frammenti di affresco provenienti dalla chiesa di Notre-Dame de la Dalbade, datati 1454. Altrettanto importante è il prestito del polittico destinato al monastero della Domus Dei di Miralles, vicino a Barcellona, esposto insieme ad altri due pannelli che in origine erano parte dello stesso complesso.

La sezione più estesa prende in esame l'attività svolta dall'artista negli anni della sua permanenza nel Ducato di Savoia. Come si è detto, i documenti parlano di lui ad Avigliana e, tra le primissime opere, c'è una tavola frammentaria ritrovata proprio in una frazione di quella località: un San Francesco oggi alla Galleria Sabauda di Torino. Interessanti novità sono emerse nel corso delle ricerche effettuate per la mostra, che ci aiutano a leggere meglio l'impatto innovativo di Lonhy in rapporto alla corte ducale, ma anche rispetto al territorio: per esempio oggi sappiamo di una sua attività destinata a Chieri, al tempo città ancor più importante di Torino, le cui principali famiglie avevano svolto attività finanziarie in tutta Europa ed erano bene informate sulle migliori novità dell'Ars nova internazionale.

La ricostruzione del catalogo "piemontese" di Lonhy, con tavole dipinte e codici miniati, è ora estremamente approfondita e la mostra - che si avvale di prestigiosi prestiti nazionali e internazionali, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private - è in grado di proporla integralmente, comprese alcune opere mai esposte al pubblico. Il fascino dei dipinti raccolti in questa occasione aveva conquistato già in passato alcuni collezionisti privati, le cui storie sono sempre affascinanti, pur rimanendo nel "dietro le quinte" della ricerca. Emblematico il caso del senatore Leone Fontana, che nell'Ottocento aveva acquistato la già citata Trinità, inserendola nella sua ricchissima raccolta di opere piemontesi, donata in seguito al museo di Torino; oppure quello di Bob Jones Jr., che a metà del Novecento scelse la Presentazione di Gesù al Tempio per ampliare la pinacoteca dell'università privata fondata dal padre a Greenville (South Carolina).

La mostra costituisce, inoltre, l'occasione per riunire gli elementi di un polittico venduto nel 1885, che aveva al centro la Adorazione del Bambino, appartenuta in seguito al collezionista olandese Fritz Mayer van den Bergh e oggi custodita nel museo che porta il suo nome ad Anversa. Il catalogo, a cura di Simone Baiocco e Vittorio Natale, è edito da Sagep Editori. La pubblicazione è sostenuta da Associazione Amici Fondazione Torino Musei. (Estratto da comunicato stampa)




Gruppo di disegni su carta xuan di cm 50x130 denominato A Crow Has Been Calling for a Whole Day realizzato da Liu Yi nel 2017 Liu Yi
Among the crows


21 ottobre (inaugurazione) - 21 novembre 2021
aA29 Project Room - Milano

Prima mostra personale in Italia dell'artista cinese Liu Yi (1990, Ningbo, provincia di Zhejiang, Cina), a cura di Gerben Schermer con la consulenza artistica di Maurizio Bortolotti. Realizzata in collaborazione con ShanghART Gallery e presenta 11 opere multimediali e immersive che sperimentano diversi linguaggi, dal disegno e pittura a inchiostro tradizionale cinese all'animazione e live-action, fino a installazioni di grandi dimensioni dove si connettono diversi media. Influenzata dalla lunga tradizione di interazioni tra cinema, animazione e arte contemporanea tipica della cultura cinese, la ricerca di Liu Yi nasce dai primi film d'arte cinese per arrivare all'animazione sperimentale, muovendosi agevolmente tra diverse discipline artistiche.

Tra i suoi ultimi lavori, A Crow Has Been Calling for a Whole Day (2016) è un documentario creativo realizzato sotto forma di diario di viaggio, una rielaborazione dell'esperienza particolarmente toccante vissuta dall'artista in India, nel novembre 2015. L'installazione si compone di diversi tessuti tesi e dipinti, che dividono lo spazio della galleria, e sulla quale l'artista proietta un film che è una combinazione al contempo di live-action e di fluenti animazioni realizzate a mano con inchiostro cinese, una restituzione a metà tra la realtà e l'immaginazione, che esprime il dramma e le profonde emozioni umane che l'artista ha percepito sui volti delle persone indiane. Il pubblico è chiamato a camminare attraverso l'installazione e a osservare i dipinti statici e le immagini in movimento, lasciandosi impressionare e travolgere, come in un passaggio repentino in un'altra dimensione spazio-temporale.

The Earthly Men (2017) è invece un'indagine filosofica sull'umanità, realizzata disegnando su diversi strati di sottile carta di riso, materiale organico che si altera con l'umidità dell'inchiostro e aggiungendo alle animazioni una componente materica. L'orientamento verticale dell'immagine proiettata ricorda il modo dinamico e odierno di filmare con il cellulare. Della stessa serie sono presenti in mostra anche delle lightbox che, attraverso la sovrapposizione ciascuna di sei disegni su carta di riso, rivelano un'immagine viva e vibrante, uno stato dell'essere umano transitorio e fluido che non si trattiene e che spesso si fatica ad accettare.

Among the crows diventa così un momento di approfondimento e di conciliazione tra due linguaggi apparentemente distanti come la pittura a inchiostro e il film. Le opere di Liu Yi plasmano lo spazio espositivo di aA29 Project Room rendendo lo spettatore parte del lavoro, partecipe del mondo che l'artista immagina. Liu Yi interpreta la sfida universale e senza tempo dello scontro tra realtà e immaginazione, per arrivare all'essenza dei sentimenti e delle passioni umane. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Liu Yi, A Crow Has Been Calling for a Whole Day, Gruppo di disegni su carta xuan 50x130 cm, 2017




Allegretto Nuzi
Oro e colore nel cuore dell'Appennino


15 ottobre 2021 - 30 gennaio 2022
Pinacoteca civica B. Molajoli | Spedale di Santa Maria del Buon Gesù - Fabriano
www.pinacotecafabriano.it

Allegretto Nuzi, fabrianese d'origine e toscano di formazione, lavorò stabilmente a Fabriano dal 1347 fino alla morte nel 1373, creando un numero rilevante di opere diverse, dagli altaroli per il culto privato ai polittici di grandi dimensioni, a cicli affrescati. La qualità dei fondi oro del Maestro ebbe, da subito e ancora più nei secoli successivi, uno straordinario successo e queste opere vennero contese da estimatori e collezionisti, finendo in musei e collezioni importanti non solo fuori da Fabriano ma anche dall'Italia, tanto che nel nostro paese non restano i dipinti di devozione individuale.

Questa mostra, curata da Andrea de Marchi e Matteo Mazzalupi e promossa dal Comune di Fabriano e dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti con la collaborazione e l'apporto di diverse istituzioni italiane e internazionali, riesce per la prima volta nella "impresa impossibile": riportare a Fabriano una trentina di opere del grande Maestro prestate per l'occasione, fra cui undici tavole da musei stranieri. Per dare contezza del singolare momento artistico fabrianese della seconda metà del '300, queste opere sono affiancate a una serie di sculture di altri artisti del territorio, sculture che nelle loro cromie, ma non solo, risentono in modo evidente dell'influenza di Allegretto e della sua scuola. Proprio questa capillare "riconduzione all'origine" consente anche di riunire parti da tempo disperse di polittici, di mettere a confronto opere che con chiarezza delineano il percorso di un Maestro che a pieno titolo può essere definito tale. La dispersione e la conseguente scarsa conoscenza diretta delle sue opere lo avevano relegato a un ruolo apparentemente locale.

"Forte della sua educazione toscana - scrive Andrea De Marchi - il Nuzi esercitò un'influenza enorme, fra Umbria e Marche, in sodalizio con il conterraneo ed emulo Francescuccio di Cecco, importando un linguaggio pacato e monumentale, maturato sul confronto con la tenerezza espressiva dei Lorenzetti a Siena e con i volumi accarezzati di giotteschi fiorentini come Maso di Banco e Bernardo Daddi. Allegretto introdusse nelle Marche tipologie ancora ignote di complessi polittici e squisiti altaroli per la devozione individuale. Nelle iconografie fu innovatore, contribuendo alla diffusione della Madonna dell'Umiltà in area adriatica, piegando le storie della Passione a interpretazioni originali e toccanti.

Nelle tecniche pittoriche fu sperimentatore, combinando con grande libertà i punzoni per comporre i decori floreali dei nimbi e dispiegando scintillanti tessuti operati con fantasie di uccelli e tartarughe, col colore sgraffito per rimettere in luce l'oro del fondo. Da Fabriano dialogò strettamente coi migliori pittori fiorentini suoi coetanei, con Puccio di Simone che portò a lavorare con sé fra 1353 e 1354, coi fratelli Andrea e Nardo di Cione, gli Orcagna. Seppe impalcare cicli murali di rara freschezza, capaci di coniugare la grandiosità semplificata dell'insieme e l'immediatezza narrativa del dettaglio. I principali si conservano ancora nelle chiese di Fabriano, in Santa Lucia Novella, dei domenicani (cappella di San Michele e Sant'Orsola, sagrestia), e nella tribuna di San Venanzio".

La tribuna della chiesa di San Venanzio, oggi cattedrale, eretta negli anni sessanta del Trecento, è un vertice misconosciuto dell'architettura gotica centroitaliana ed è stata oggetto di una restituzione virtuale fondata su un rigoroso rilievo, qui esperibile in forma immersiva, quale adeguata introduzione alla visita nell'attuale cattedrale, dove sopravvivono, decurtati dalle trasformazioni successive, i resti degli affreschi che rivestivano le cappelle di San Lorenzo, di San Giovanni e della Santa Croce.

La mostra, grazie alla collaborazione con la Diocesi di Fabriano - Matelica, presenta anche una piccola sezione presso il Museo Diocesano e nella stessa cattedrale di San Venanzio, dove è ricostruito un Calvario ligneo coi dolenti. Alla mostra fabrianese è collegata anche l'esposizione su Ottaviano Nelli a Gubbio, a cura dello stesso Andrea De Marchi e Maria Rita Silvestrelli e promossa dal Comune di Gubbio e dalla Direzione regionale dei Musei dell'Umbria. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera denominata Espansione a luci intermittenti realizzata da Paolo Scirpa nel 1978 Opera denominata Cubo multispaziale Espansione+trasl realizzata da Paolo Scirpa Paolo Scirpa
"In forma di luce alla ricerca dell'infinito"
Opere 1965-2017


09 ottobre (inaugurazione) - 28 novembre 2021
Galleria "Sandro Bongiani VRspace" | "Spazio Ophen Virtual Art Gallery" - Salerno
www.sandrobongianivrspace.it | www.paoloscirpa.it

Antologica, a cura di Sandro Bongiani, che la Collezione Bongiani Art Museum di Salerno dedica all'artista italiano Paolo Scirpa, con opere realizzate tra il 1965 e il 2017 dislocate in due mostre. Vengono presentati 91 opere tra Ludoscopi, opere pittoriche, ideazioni plastiche, progetti urbanistici e installazioni. La sua iniziale ricerca nasce negli anni Sessanta come momento di ricerca percettivo-cinetico tra astrazione e lirismo. Nel 1965 il dipinto "Composizione" è un'opera matura con una visione del paesaggio caratterizzato da una inconsueta dislocazione e decentramento. Così anche le opere successive del "Sole" e di "Habitat" definiti provvisoriamente tra forma e costruzione artificiale.

Agli inizi degli Settanta nascono i primi Ludoscopi ormai in linea per originalità e creatività con le diverse tendenze contemporanee svolte in quel periodo in campo internazionale. Le opere dei "Ludoscopi", creati nei primi anni Settanta non evidenziano il vuoto come "assenza" ma come essenza e presenza insostanziale non ancora definita e pur visibile nella dimensione intima dello spazio. Scrive Sandro Bongiani, "...una condizione, si direbbe sospesa, con una temporaneità provvisoria, frantumata e ridotta a pezzi, nata per essere "infinita". Una visione insostanziale di presenze incorporee che prendono forma grazie all'utilizzo della luce reale.

I contenitori virtuali dalla forma primaria, grazie all'uso di luce al neon e di specchi, trasformano e alterano la forma geometrica moltiplicando a dismisura la funzionalità in un sintetico spazio-luce". Con i "Progetti d'intervento nel territorio" degli anni Ottanta vi è la lucida esigenza di analizzare in una nuova chiave d'indagine la propria e personale visione poetica utilizzando un diverso approccio e rapporto dimensionale a verifica della fattibilità della cosa proposta. Dall'incessante indagine dei progetti d'intervento, proprio nel 2009, nasceranno i progetti del "Teatro è il suo doppio", modelli lignei immaginati sulla forma del teatro greco come quello di Siracusa in cui ha vissuto Paolo Scirpa per diverso tempo prima di trasferirsi a Milano, nati da un oscuro e indefinito moto dell'immaginazione tra forma, invenzione e storia.

In oltre 50 anni di assidua e ossessiva ricerca, l'artista ha saputo indagare le svariate possibilità del fare ricerca e coniugare l'ignoto con eventi transitori del "non luogo" con soluzioni decisamente assai concilianti e sorprendenti. In questo senso, tutto il lavoro di Scirpa può essere ricondotto criticamente nell'alveo di un progetto ben più ampio e maestoso ai confini delle soglie disciplinari e ancora del tutto attuale e percorribile. Per l'occasione sarà edito un catalogo con una antologia critica con tutti i testi scritti in questi anni per Paolo Scirpa.

Paolo Scirpa nasce a Siracusa nel 1934. Sin da subito mostra la sua attitudine per l'arte intrattenendo studi di pittura tra Palermo e Catania, frequentando anche per lungo tempo le officine grafiche di Salisburgo dove conobbe John Friedlander nel cui studio successivamente lavorerà a Parigi. Nel '65 si trasferisce a Milano dove realizza i primi "Sole" opere legate ad un espressionismo lirico ma già orientate verso una sintesi formale. Nel 1972 realizza "Megalopoli Consumistica" opera di denuncia consumistica composta da una gran quantità di involucri e contenitori vuoti assemblati tra loro.

Il lavoro di Scirpa ha sempre teso verso una ricerca interiore, slegato da ogni rapporto di appartenenza. Negli anni '70 passa da una iconografia bidimensionale alla modularità di uno spazio oggettuale che la luce e gli specchi trasformano in polioggettuale. La sua ricerca si orienta verso una dimensione in cui luce e spazio divengono protagonisti immateriali e spettacolari. É nel 1972 che il Maestro inizia la realizzazione dei Ludoscopi, opere tridimensionali che, per mezzo di un sistema di giochi combinatori di neon e specchi, propongono la percezione di profondità fittizie, veri iperspazi-luce in cui è abolito il limite tra il reale e l'illusorio. É in questi anni che Scirpa conosce e frequenta gli esponenti dell'arte ottico-cinetica e del MAC, tra i quali il Maestro Bruno Munari che nei suoi scritti evidenzierà anche l'aspetto ludico del lavoro dell'artista. Nei sui Ludoscopi l'artista è interessato a rappresentare non tanto la luce reale quanto la luce "ideale" cioè l'idea dell'infinito.

Negli anni '80 iniziano i primi interventi progettuali sul territorio, giganteschi Ludoscopi vengono introdotti, tramite dei fotomontaggi in: edifici, monumenti, siti archeologici e città, creando vertiginose fughe prospettiche all'interno del paesaggio. Ancora oggi Scirpa prosegue il suo lavoro di ricerca e sperimentazione proponendo opere e progetti sempre attuali e all'avanguardia. É stato docente all'Accademia di Belle Arti di Brera. Opere del maestro son state esposte in molteplici mostre personali e collettive oltre ad essere presenti in importanti collezioni private e museali. (Comunicato stampa Archivio Ophen Virtual Art)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Paolo Scirpa, Espansione a luci intermittenti, 1978
2. Paolo Scirpa, Cubo multispaziale. Espansione+trasl




Dipinto denominato San Giovanni Battista realizzato da Bernardo Daddi, dalla fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia Locandina della mostra Dante e Giotto Dialogo e suggestione Dipinto denominato Discesa dello Spirito Santo realizzato da Pacino Di Bonaguida, dalla fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia Dante e Giotto
Dialogo e suggestione


02 ottobre (inaugurazione) - 19 dicembre 2021
Museo Civico "Amedeo Lia" - La Spezia
www.museolia.it

La mostra, a cura di Andrea Marmori e Francesca Giorgi, prende l'avvio da eccezionali documenti figurativi, provenienti da Firenze e Castefiorentino: la "Madonna con il Bambino" di Cimabue, con il più che probabile intervento del giovane Giotto, e il "Santo Stefano" eseguito da Giotto negli anni della piena maturità, tra il 1320 e il 1325, quando in contemporanea è attivo a illustrare le vicende di "San Francesco" nella Cappella Bardi a Santa Croce. A questi sono associati un considerevole nucleo di dipinti a fondo oro, la cui realizzazione si colloca negli anni della vicenda biografica dantesca e giottesca, provenienti dalla Collezione permanente, ad iniziare dal "Compianto" di Lippo di Benivieni, compiuto a Firenze allo scadere del XIII secolo, per giungere al malinconico "San Giovanni nel deserto" del più abile tra gli allievi di Giotto, il raffinato Bernardo Daddi.

E poi oggetti sontuari e pagine miniate che offrono la straordinaria occasione di comprendere quale riverbero abbia infatti avuto la rivoluzione giottesca, come ben dimostra il foglio di Pacino di Bonaguida, nel quale ricerca di naturalezza e vigore espressivo paiono debitori dei ritmi ampli e distesi della Cappella Peruzzi di Giotto. A rafforzamento ecco infine i materiali librari provenienti dalla Biblioteca Mazzini che attestano la fortuna editoriale dell'opera di Dante e lo sviluppo degli studi indefessamente dedicatigli, come ben illustra il manoscritto di Giovanni Sforza relativo alla presenza di Dante in Lunigiana, confermata, oltre che dalle molteplici citazioni nella "Commedia", da documenti spesso non più consultabili perché andati perduti, conosciuti solo grazie a queste puntuali quanto insostituibili registrazioni.

L'esposizione, promossa dal Comune della Spezia, si inserisce nelle celebrazioni dantesche, ponendo a confronto la produzione letteraria di Dante, a fondamento dello sviluppo della lingua e della cultura italiane, e i testi figurativi contemporanei, dove Giotto è il campione di una rivoluzione lenta ma dirompente che porta l'immagine a dire parole universali. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Bernardo Daddi, San Giovanni Battista, fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia
2. Locandina Dante e Giotto Dialogo e suggestione
3. Pacino Di Bonaguida, Discesa dello Spirito Santo, fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia




Dipinto a tecnica mista su tela di cm 40x40 denominato Good Morning Berlin realizzato da Ferdy Poloni nel 2010 Ferdy Poloni
08 ottobre 2021 (inaugurazione) - 30 marzo 2022
JulietRoom - Muggia

Personale del pittore Ferdy Poloni. Anche questa mostra cammina sulla falsariga della tematica orientale; saranno presentati, infatti, i lavori di varie dimensioni che rappresentano un punto di arrivo del lungo viaggio che l'artista ha iniziato molti anni fa, e che lo hanno portato attraverso sperimentazioni di materiali e di tecniche, a toccare i temi non solo di un "nuovo orientalismo", ma anche quelli dell'ecologia, delle diversità culturali, e di una diffusa ostilità verso le politiche omologatrici della globalizzazione.

In questo senso l'orientalismo (nel significato datogli dall'autore) abbandona qualsiasi rilevanza storica, e non si rifà a quella moda (in qualche modo romantica) successiva alla campagna in Egitto di Napoleone e a tutti i viaggi e le fantasie esotiche che sono poi seguite: da Delacroix a Matisse. L'autore abbandona il significato di semplice veduta rappresentativa, per appropriarsi dei simboli e dei colori che diventano icone di modernità per mezzo delle quali si concretizzano i riferimenti al mondo berbero, un mondo che l'autore vede ancora incontaminato, conservatore delle tradizioni, ricco di colori e di sapori; e che utilizza appunto come contrapposizione concettuale a quella realtà globalizzata e segnata da troppi fattori negativi (inquinamento e distruzione delle biodiversità) e che sono gli elementi principali della denuncia che egli vuole fare. Se volessimo osare potremmo anche arrivare ad affermare che lo slogan "System change not climate change" gli appartiene ben prima che Roger Allam, il fondatore di Extinction Rebellion, assurgesse agli onori della cronaca.

Ferdy Poloni, nel cercare la nostra complicità, si fa carico di una focalizzazione sulle culture meno evolute dal punto di vista tecnologico, della loro problematica sopravvivenza nei confronti di un imperialismo culturale, che appiattisce le menti per produrre mercati omogenei, in cui (per il guadagno di poche compagnie) sia possibile far circolare gli stessi prodotti di consumo. La mostra che vede il sostegno di Bar RadioGolden, Jungle Records, Trattoria Città di Venezia, Sommariva, Malafede Tatto, sarà introdotta da Kamal Ghadimi. (Comunicato stampa)

Immagine:
Ferdy Poloni, Good Morning Berlin, tecnica mista su tela cm 40x40, 2010




Alison Knowles
Not Only Beans


07 ottobre (inaugurazione) - 30 novembre 2021
UnimediaModern Contemporary art - Genova
www.unimediamodern.it

Mostra personale di Alison Knowles (New York, 1933), a cura di Caterina Gualco, nell'ambito della rassegna START che vede coinvolte tutte le gallerie d'arte genovesi. Alison Knowles è nota per le sue installazioni, performance, soundworks e pubblicazioni. Negli anni '60, ha partecipato attivamente alla scena artistica newyorkese collaborando con artisti influenti come John Cage e Marcel Duchamp.

Nel 1962 era presente a Wiesbaden al primo Festival Fluxus, la rete internazionale di artisti che viene considerata l'ultima avanguardia, i cui membri aspirano a fondere diversi media e discipline artistiche. In un suo prezioso testo Henry Martin parla di Ars Gratia Artis (principio della ricerca libidinale) a proposito di Fluxus, "...Impariamo a lasciar libero nelle nostre vite uno spazio per eventi, esperienze, emozioni e sensibilità che alimentino un senso di integrità a di pienezza e che altrimenti, e erroneamente, potremmo ritenere gratuiti..."

Questo invito, valido per qualsiasi evento artistico, è particolarmente utile a chi si avvicina al lavoro di Alison Knowles, sia nelle opere visive sia negli eventi e nelle performance, che prevedono sovente un coinvolgimento del pubblico, tra immagine e suono, mentre un sottile senso di humour e di surrealtà le pervade ondivago. Alison Knowles con il suo lavoro riesce a farci vedere cose che prima non eravamo in grado di vedere (come ha scritto sul suo Note-book) e questo è il mistero della poesia. La mostra è accompagnata da un flyer con testi di Alessandra Gagliano Candela, Caterina Gualco e Henry Martin. Nella project room sarà presentata una selezione di opere di artisti Fluxus, in attesa di festeggiarne il sessantesimo compleanno nel 2022. (Comunicato stampa)




Conrad Marca-Relli
Il Maestro Irascibile


09 ottobre (inaugurazione) - 04 dicembre 2021
Palazzo Albertoni Spinola - Roma

Dopo la storica esposizione della Galleria La Tartaruga del 1957, prima retrospettiva romana organizzata in collaborazione con l'Archivio Marca-Relli interamente dedicata all'artista italoamericano, figura cardine dell'Espressionismo Astratto americano. Conrad Marca-Relli, al secolo Corrado Marcarelli, nasce a Boston il 5 giugno 1913 da genitori italiani di origini campane. Spirito indomito e instancabile viaggiatore, Marca-Relli cresce in un continuum di viaggi in Italia che lo renderà perfettamente bilingue, letteralmente e artisticamente parlando. Amante della monumentalità di Roma, dove lavorerà per diversi anni, e della grande Pittura rinascimentale italiana, l'italoamericano è la vera anima classicista della Scuola di New York. Al suo temperamento fervente è da ricondurre la nascita dell'Eighth Street Club e l'organizzazione della celebre mostra Ninth Street Show del 1951.

Marca-Relli, intriso di cultura classica ma anche di un certo pragmatismo di matrice americana, intraprenderà dagli anni Cinquanta un fortunato e imperituro percorso di ricerca sulla tecnica a collage, di cui porterà all'estrema conseguenza gli esiti compositivi fino al punto di parlare, per la sua arte, di "pittura-collage". Questo modus operandi si configura come un bilanciato mix fra l'armonia compositiva tipica della tradizione europea e l'irruenza del gesto figlia dell'arena rosenberghiana e dell'action painting: tele grezze tagliate a rasoio, incollate, scollate, spostate, sovrapposte, stratificate sul supporto e, infine, ridipinte nell'ottica di armonizzare gli spazi "positivi" e quelli "negativi".

Da questo primigenio incontro fra forze opposte prendono vita le sue tele, palinsesti di collage figli di una gestualità parimenti ragionata e "nevrastenica", termine con cui Afro Basaldella definisce l'artista in una lettera inviata all'amico e collega Toti Scialoja. Partendo sempre dalle proporzioni classiche del manichino ligneo - inseparabile compagno della sua pittura - Marca-Relli dà vita a un macrocosmo di segni solo apparentemente astratti, tasselli primari dei suoi maggiori risultati artistici, in mostra alla Galleria Mattia De Luca. Dagli asciutti Cityscape dal sapore metafisico dei primi anni Cinquanta, alle enigmatiche figure sedute degli esordi a collage, per arrivare fino all'omaggio dedicato al suo amico e vicino di casa Jackson Pollock, la mostra ripercorre il forte impatto della figura e dell'opera di Marca-Relli sulla scena americana e internazionale.

Sarà possibile apprezzare opere quali Cityscape del 1953, olio su tela ispirato ai soggiorni messicani dell'artista e punto di svolta per l'approdo alla tecnica del collage; ci saranno anche le Seated Figure di metà anni Cinquanta, capisaldi del suo corpus grazie alla loro armonia compositiva di reminiscenza cubista. Immancabili i capolavori del 1955 The Strategist e The Struggle, insieme all'opera-elogio Death of Jackson Pollock, testamento di quella che più che un'amicizia è una reciproca influenza, ricca di scontri - d'altronde come conciliare l'irascibile Conrad con il dispotico e infantile animo del ragazzo di Cody -, di dialoghi, di incontri e rispetto reciproco.

Il viaggio nella produzione del maestro italoamericano proseguirà con l'armonico subbuglio di forme di M-11-56, opera che aprirà la strada ai capolavori newyorkesi The Battle e The Warrior, rispettivamente parte delle collezioni permanenti MET e del Guggenheim Museum di New York. Logica conseguenza del percorso artistico di Marca-Relli, saranno esposte le tele di fine anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, nelle quali svanisce ogni riferimento antropomorfo per fare spazio a composizioni architettoniche di sapore classico, come in The Wall No. 2.

Non mancano i media alternativi con i quali l'artista si cimenta lungo l'intero arco della sua vita, come nel caso di Cunard L-8-62, che ci mostrano la grande capacità di Marca-Relli di assorbire gli stimoli derivanti dalle esperienze del minimal e dell'Arte povera, attraverso composizioni che, pur non perdendo mai di vista l'armonia delle forme, si aprono ai concetti di ritmo e di materia tipici dei lavori di Donald Judd e di quelli dei grandi poveristi. Marca-Relli, espressionista astratto dall'impostazione europea, è non solo un "ponte" fra Roma e New York, ma soprattutto un maestro a cavallo di due mondi, l'Europa e gli Stati Uniti. (Comunicato stampa)




Francobollo dedicato a Dante Alighieri Francobollo dedicato a Dante Alighieri nel 1945 utilizzato per la posta pneumatica Dante Alighieri nei francobolli
04-30 ottobre 2021
Spazio Filatelia e Museo Postale di Trieste

Esposizione filatelica organizzata da Poste Italiane nei locali di Spazio Filatelia e Museo Postale di Trieste. Un momento importante delle celebrazioni dedicate ai 700 anni dalla morte del Sommo Poeta che nelle settimane scorse si erano impreziosite con l'emissione di una serie di francobolli ad hoc per l'importante ricorrenza. Il racconto della vita e delle opere di Dante vengono infatti raccontate attraverso una modalità insolita: il racconto della vita e delle opere di Dante con sullo sfondo, tutte le emissioni filateliche italiane dedicate al grande poeta e tutte le emissioni del mondo uscite nel 1965 per celebrare i 700 anni dalla sua nascita.

Si tratta di un'occasione unica per rileggere la storia di questa grande personalità italiana e di capire come i francobolli siano sempre presenti per celebrare eventi importanti, personalità di spicco, luoghi significativi così come i momenti salienti della storia del nostro Paese. Nello stesso tempo è un modo per rivalutare il mondo filatelico e le collezioni tematiche nelle quali i francobolli di tutto il mondo, legati insieme del fil rouge culturale, danno vita ad una raccolta costruttiva e approfondita sia sul tema trattato che sui francobolli stessi.

Grazie alla collaborazione con il Comitato di Trieste della Società Dante Alighieri, il Circolo Filatelico Sloveno "Lovrenc Košir e collezionisti privati, l'esposizione filatelica sarà arricchita da alcuni pezzi unici. In primis l'edizione Minuscola della Divina Commedia della Hoepli, stampata su carta di riso, a Firenze, da "L'Arte della Stampa" nel 1941: nella prima pagina appare una dedica di un padre Mario, Ispettore Scolastico classe 1878, che la regalò al figlio Giovanni nel 1942 in occasione dell'onomastico, e che il ragazzo portò con sé quando fu inviato sul fronte Russo.

A seguire una raccolta di quaderni manoscritti della Divina Commedia compilati da Tiziano Sgreva di Venezia, Ispettore delle Ferrovie dello Stato, classe 1885, grande appassionato di Dante Alighieri. Inoltre, una versione in dialetto triestino e, infine, la Divina Commedia realizzata con i francobolli, progetto ciclopico del Cift (Centro Italiano Filatelia Tematica) che ha voluto illustrare tutta (Inferno, Purgatorio e Paradiso) la Divina Commedia con materiale postale e filatelico. (Comunicato stampa)

___ Presentazione mostre e iniziative dedicate a Dante Alighieri pubblicate nella newsletter Kritik

Ravenna dantesca: l'emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni
Presentazione

Felice Limosani. Dante: il Poeta Eterno
14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze
Presentazione

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Dante
Poesia di Nidia Robba




Dipinto a olio su tela di cm. 220x200 denominato Metempsicosi realizzato da Claudio Olivieri nel 1994 Dipinto a olio su tela di cm. 260x195 denominato Brucia Bisanzio realizzato da Claudio Olivieri nel 1997 Claudio Olivieri
Infinito visibile


08 ottobre (inaugurazione ore 17.00-19.30) - 21 novembre 2021
Galleria Arte Contemporanea di Palazzo Ducale - Mantova
www.claudioolivieri.com

Prima mostra allestita dopo la scomparsa di Claudio Olivieri (Roma, 1934 - Milano, 2019), comprende una trentina di opere, tra olii su tela e tecniche miste su carta, tutte di proprietà dell'Archivio Claudio Olivieri. L'esposizione, realizzata con il patrocinio del Comune di Mantova, si articola attraverso tre sale, che seguono lo svolgersi del percorso creativo di Olivieri, cominciando dal "Senza Titolo" del 1967 fino a "Vaneggiare" del 2014. La distribuzione delle opere nello spazio non segue, tuttavia, un ordine esclusivamente cronologico, ma procede anche per richiami ed assonanze, in linea con il pensiero dell'artista, che riconosceva nel colore e nella luce gli assi portanti del proprio percorso.

Claudio Olivieri ha vissuto a Mantova, luogo natale della madre, fino al 1953, anno del suo definitivo trasferimento a Milano, dove per quasi vent'anni è stato titolare della cattedra di "Arti Visive e Pittura" presso la Nuova Accademia di Belle Arti. Dopo la prima mostra milanese, allestita nel 1960 al Salone Annunciata, l'artista è stato protagonista di numerose esposizioni che hanno fatto conoscere la sua opera a livello internazionale, come le Biennali di Venezia del 1966, 1970, 1986 e 1990, Documenta di Kassel del 1977 e le personali a Montreal (1976), Bonn (1986), Amsterdam (1997) e Los Angeles (2014).

A Mantova, è documentato l'intero percorso dell'artista, con dipinti selezionati realizzati dalla fine degli anni Sessanta sino agli anni Duemila e agli esiti più recenti della sua ricerca. Le opere tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta (in mostra "Thule", 1970, tecnica mista su carta intelata, 150x182 cm) mostrano come l'artista fosse arrivato a una sua personale visione dell'arte Informale che si portava fuori dalla pesantezza della materia e dall'oscuro magma esistenziale tipico di quell'indirizzo artistico, per rivolgersi invece a un segno febbrile ed elettrico che si accorda più alla luce e alla brillantezza del colore che al gesto della mano, che pure, in queste prime opere è ancora presente.

Incomincia qui a delinearsi quell'identità tra colore-oggetto e superficie, in una visione in cui l'accordo tra cromie e luminosità sarà sempre più autonomo e svincolato dal soggetto, per assumere una profondità di campo sempre più incontenibile e intensamente poetica, di cui l'opera scelta come immagine della mostra e copertina del catalogo costituisce uno dei massimi esempi ("Metempsicosi", 1994, olio su tela, 200x220 cm).

Dagli anni Settanta spazio e libertà divengono parole d'ordine della pittura di Olivieri e segnano una svolta decisa, tramutando la materia pittorica filamentosa delle opere precedenti in stratificate campiture di colore, steso ora non più col pennello ma a spruzzo, con una tecnica che l'artista andrà via via raffinando e che gli permetterà di ottenere quelle velature, quegli aloni, quelle aperture e sfondamenti pittorici oltre la superficie che connotano la sua opera più matura (si vedano in mostra: "Gli occhi di Atlantide", 1978, olio su tela, 200x220 cm e "Senza Titolo", 1980, olio su tela, 200x220, "Barlume", 1983, olio su tela, 260x170 cm).

Gli anni Settanta e Ottanta vedono anche il prevalere di una tavolozza che pur scurendosi resta splendente per le sovrapposizioni aeree e leggere degli strati pittorici, un effetto tecnicamente acuito mescolando il colore ad olio con trementina e cera vergine e distribuendolo in un pulviscolo di luce e baluginio steso sulla superficie con l'uso magistrale che l'artista fa della pistola a spruzzo. L'osservatore davanti a queste opere diviene protagonista attivo, impegnato a discernere i piani e le profondità, l'apparire e l'eclissarsi, gli enigmi della visibilità e le tracce dell'infinito, venendosi a creare una reale interazione tra l'opera e lo spettatore.

Nel raggiungere con autonomia ed originalità questi risultati Claudio Olivieri si pone in dialogo con gli sviluppi più raffinati e aggiornati della ricerca pittorica internazionale di quegli anni, dalla Pittura analitica Italiana fino alle Geplante Malerei tedesca e agli esiti più maturi della Post-Painterly Abstraction americana, fino a trovare degli echi in Estremo Oriente nella pittura del gruppo coreano Dansaekhwa ed in alcune esperienze pittoriche di quello stesso giro d'anni nell'ambito del gruppo giapponese Mono-Ha.

La mostra si estende a considerare gli esiti maturi di quella ricerca così rigorosa ed essenziale, che per Olivieri prosegue sulla linea della suggestione che colore e luce continueranno ad esercitare su di lui fino alle ultime opere, dai lavori più decentrati ("Memorie d'oltretomba", 1983, olio su tela, 220x260 cm) a quelli più assiali degli anni Novanta e del Duemila ("Occhio Fatato", 1998, olio su tela, 198x220 cm e "Infine", 2005, olio su tela, 130x90 cm) fino a quelli che insistono sui margini che come quinte si aprono sull'infinità dello sfondo più immaterialmente lontano ("Scaturigine", 1992, olio su tela, 230x160 cm).

La personale sarà accompagnata da un catalogo edito da Publi Paolini con testi istituzionali prefazione di Eleonora Olivieri, testi critici di Arianna Baldoni, Matteo Galbiati e Gianluca Ranzi e ricca antologia critica che raccoglierà alcune delle principali voci più che hanno scritto di Claudio Olivieri dagli anni Sessanta a oggi. Il volume, corredato dalle vedute delle sale, sarà presentato al termine della mostra.

L'Archivio Claudio Olivieri nasce a Milano nel 2021 per tutelare e valorizzare il lavoro dell'artista Claudio Olivieri. Il comitato scientifico è composto da Eleonora Olivieri (presidente), Arianna Baldoni (curatore), Matteo Galbiati e Gianluca Ranzi. L'Archivio Claudio Olivieri si occupa, inoltre, della catalogazione e dell'archiviazione delle opere di Claudio Olivieri, nonché del rilascio dei certificati di autenticità. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Claudio Olivieri, Metempsicosi, olio su tela cm. 220x200, 1994, Courtesy Archivio Claudio Olivieri - Milano
2. Claudio Olivieri, Brucia Bisanzio, olio su tela cm. 260x195, 1997, Courtesy Archivio Claudio Olivieri




Il Castello Maniace a Siracusa in Sicilia Opera realizzata da Alfredo Pirri denominata Passi Alfredo Pirri
"Passi"


17 maggio - 31 dicembre 2021
Castello Maniace - Siracusa

* Dal 7 settembre il documentario Alfredo Pirri, Passi / Castello Maniace - Doc, prodotto da Aditus e diretto dal filmmaker Pietro Leone, è visibile online sul sito di Sky Arte.

Nel federiciano Castello Maniace, a Siracusa, un gigantesco pavimento di specchi frantumati, su cui trovano spazio antichi reperti del luogo, apre un dialogo affascinante tra passato e presente. Ottocento metri quadrati ricoperti di specchi calpestabili, una nuova, temporanea pavimentazione per la Sala Ipostila del Castello Maniace, dove si moltiplicheranno le immagini delle volte a crociera, delle colonne in pietra luminosa, della sobria architettura normanna. "Passi", la coinvolgente installazione itinerante di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957), giunge per la prima volta in Sicilia, operando un'affascinante trasformazione di un monumento millenario, grazie alla forza concettuale e al potere visionario dell'arte contemporanea.

Si tratta della più grande edizione dell'opera realizzata fin qui in uno spazio chiuso, seconda solo a quella a cielo aperto pensata per il Foro di Cesare. Il Castello Maniace, luogo fortificato sin dai tempi degli antichi Greci, successivamente roccaforte bizantina - il nome viene dal comandante Giorgio Maniace, Principe e Vicario dell'Imperatore di Costantinopoli - fu edificato, per come lo conosciamo oggi, dall'architetto Riccardo da Lentini su ordine di Federico II di Svevia. Era il 1232 e una straordinaria testimonianza storico-artistica iniziava a prendere forma inluogo iconico della città di Siracusa. Oggi il Castello è un bene di pertinenza della Soprintendenza regionale di Siracusa.

Da un'idea della curatrice, Helga Marsala, l'approdo di "Passi" al Maniace si è reso possibile grazie all'impegno di Aditus, concessionaria per i servizi aggiuntivi della Regione Siciliana per i principali siti archeologici e culturali della Sicilia orientale: in stretta collaborazione con la Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Siracusa, Aditus ha prodotto e realizzato la poderosa installazione,che all'interno dello storico edificio genera una trasformazione radicale, tra suggestioni di tipo estetico e simbolico, nel moltiplicarsi di luce, spazio, linee, forme: il soffitto e le pareti, sdoppiandosi e frammentandosi sullo specchio, destinato a infrangersi sotto il peso di migliaia di passi, produrranno immagini nuove, dilatate, plurali, irregolari.

"La luce è rinascita, rinnovamento, continua offerta di spigolature e colori nuovi. Gli specchi infranti di Alfredo Pirri - sottolinea l'Assessore dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Alberto Samonà - rimescolano le carte, spazzano via finte certezze, ci mostrano una realtà che può essere interpretata in chiave contemporanea attraverso occhi nuovi, attraverso uno sguardo altro rispetto all'ordinario. Riaprire il Castello Maniace con questa installazione apre a una rilettura dell'antico attraverso nuove forme narrative, crea un ponte ideale tra passato, presente e futuro e ci avvia sulla strada di una modernità da indagare secondo prospettive inedite. Uno specchio che si infrange, in generale, è anche metafora della nostra personalità, di un ego troppo spesso autocelebrativo che, però, proiettato in una dimensione irregolare deforma séstesso e rivela particolari non conosciuti dell'essere umano e dello spazio circostante".

Per il Dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Sergio Alessandro, "L'arte contemporanea dimostra di nuovo come sia possibile coniugare ricerca attuale e custodia del passato, intendendo la storia come bagaglio da vivificare e interpretare. Siamo orgogliosi - aggiunge - di ospitare quest'importante opera in uno dei luoghi più iconici della nostra isola. La tutela del monumento non esclude la sua trasformazione temporanea, quando si è dinanzi a progetti di alto profilo, orientati al rispetto dei luoghi e gestiti con profonda intelligenza.

Un particolare apprezzamento mi piace esprimerlo innanzitutto nei confronti del Soprintendente Irene Donatella Aprile, che con lucida visione ha voluto offrire spunti di nuova luce a questi luoghi straordinari, e poi a tutto lo staff del Concessionario dei servizi aggiuntivi, Aditus: il sapiente management, ancora una volta espresso nel lavoro sul territorio, ha saputo coniugarsi con la sensibile cura del progetto da parte di Helga Marsala e con il talento di un artista di livello internazionale come Alfredo Pirri".

E proprio l'Architetto Irene Donatella Aprile, Soprintendente di Siracusa, ha creduto nel progetto, sposando l'idea - spiega - di "una reinvenzione in chiave contemporanea del monumento, in analogia con i più prestigiosi luoghi culturali italiani, di cui il Castello Maniace rappresenta una testimonianza altrettanto prestigiosa nel circuito culturale della Sicilia". "La Sala Ipostilasi moltiplica a dismisura - sottolinea infine la curatrice, Helga Marsala - in una girandola percettiva densa di significati. Un incantesimo che trasporta il visitatore in una nuova dimensione, simile a un sogno o una vertigine. I luoghi a cui affidiamo la nostra identità culturale e la nostra memoria vengono messi in discussione grazie a un'operazione che, fra estetica e politica, trasforma l'aspetto di monumenti immutabili, "beni comuni" in cui la società si identifica; trasformando altresì la condizione dello sguardo e l'esperienza della visione.

Un modo per ribadire che la storia può e deve essere riletta criticamente, essendo sempre punto di partenza per nuove riflessioni. Il pubblico, protagonista di una performance collettiva, frantuma gli specchi camminandovi sopra. Grazie al tipo di materiale utilizzato - calpestabile in sicurezza - le fratture si moltiplicheranno, ma la superficie non arriverà a rompersi. Un'immagine di fragilità e resistenza, cicatrici come aperture verso significati altri e altre modalità di attraversamento". "Passi" è il titolo di una serie di installazioni avviata nel 2003 da Alfredo Pirri - uno dei maggiori esponenti dell'arte contemporanea italiana, attivo a partire dagliAnni Ottanta - con un fortunato intervento all'interno della Certosa di San Lorenzo a Padula (Salerno), a cura di Achille Bonito Oliva.

Da quel momento il progetto è stato accolto in diverse sedi storiche, in Italia e all'estero, integrando nel suo nome quello dello spazio che lo ospitava: edifici sacricome la stessa Certosa di Padula e l'Abbazia di Novalesa, spazi culturalicome il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e la Cinemateca jugoslava di Belgrado, istituzioni museali come Palazzo Altemps (Roma), Museo Novecento (Firenze) e la Galleria Nazionale d'Arte Moderna (Roma),siti archeologici come il Foro di Cesare (Roma) o siti industriali come l'ex Centrale termoelettrica di Daste e Spalenga a Bergamo o l'ex bunker antiatomico voluto da Tito a Konjic, in Bosnia.

Per questo debutto in Sicilia, nell'affascinante corrispondenza tra lo specchio del mare che circonda il castello e il piano specchiante all'interno della Sala Ipostila, l'installazione trova un modo per ridisegnare l'ambiente, realizzando una perfetta sintesi tra architettura e natura, tra storia e arte contemporanea. Sul pavimento in frantumi "galleggiano", come testimonianze emerse dagli abissi, alcuni reperti provenienti dal Museo archeologico "Paolo Orsi" di Siracusa, in dialogo con le leggerissime sfere colorate realizzate dall'artista: sono pesanti "proiettili" in pietra diantiche catapulte, divenuti qui oggetti misteriosi, metafisici, dal forte valore simbolico e formale.

In una seconda sala, intitolata all'aspetto grafico e progettuale del lavoro, sono esposti dei frammenti di capitelli ritrovati in loco, memorie storico-architettoniche accostate ad altre opere di Pirri: due nuovi disegni e una maquettedi specchi dedicati al Maniace, insieme a una serie di acquerelli recenti. Il Castello, macchina scenica luminosa e insieme macchina da guerra, mette insieme la potenza dell'arte e del paesaggio con l'epica della morte e del potere propria del suo passato di fortezza militare e dimora reale.

Il lavoro di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) al confine tra pittura e scultura, architettura e installazione, s'impone all'attenzione del pubblico internazionale fin dalla metà degli Anni Ottanta. Lo spazio diventa per lui paesaggio abitato da presenze plastiche, in cui la superficie pittorica genera luce e ombra, in chiave costruttiva e insieme poetica. L'arte di Pirri crea un confronto armonico con l'architettura e tende alla creazione di uno spazio abitabile, che è allo stesso tempo luogo di una funzione pubblica. «In tutti questi anni il mio interesse per lo spazio è rimasto predominante, fino a sfiorare l'architettura. Si tratta di un interesse politico, inteso come tentativo di mostrare qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia afavore dell'esistenza».

Tra i suoi principali progetti, «Passi» realizza attraverso gli specchi la capacità della luce di modulare e alterare gli ambienti, ridefinendoli sul piano della percezione e della memoria. Alfredo Pirri ha esposto in numerose sedi nazionali e internazionali, tra cui: Museo Nazionale Romano -Palazzo Altemps, Roma (2018); MACRO, Roma (2017); Museo Novecento, Firenze (2015); London Design Festival (2015); Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma (2013); Palazzo Te, Mantova (2013);Project Biennial D-0 ARK Underground Konjic in Bosnia Herzegovina (2013); Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l'opera permanente «Piazza» (2011); Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro (2007); Maison Européenne de la Photographie, Parigi (2006); Biennale dell'Avana (2001); Accademia di Francia a Roma -Villa Medici (2000); MoMa PS1, New York (1999); Walter Gropius Bau, Berlino (1992); Biennale d'Arte di Venezia (1988).

Il Castello Maniace è costruito per volontà di Federico II fra il 1232 e il 1240. L'edificio, a pianta rigorosamente quadrata, è chiuso da un poderoso muro perimetrale con quattro torri cilindriche agli angoli. Il nome risale al generale bizantino Giorgio Maniace, che nel 1038 riconquista la città agli Arabi. L'ingresso è segnato da un portale marmoreo strombato a struttura ogivale. Sopra l'arco, nel 1614,viene collocato lo stemma spagnolo. Ai lati del portale, due mensole contenevano su due arieti di bronzo, di cui uno solosi è salvato ed è oggi conservato al Museo archeologico regionale "Antonino Salinas"di Palermo. Della struttura originaria restano le due navate coperte da volte a crociera lungo il lato meridionale.

L'ala Nord-Est invece, nella cui torre era ricavata una polveriera, nel 1704 è distrutta da un'esplosione causata da un fulmine. Il Maniace nasce non solo come elemento della difesa dell'area meridionale dell'impero di Federico II, ma anche come residenza per la corte itinerante del re e per le riunioni del Parlamento. Nei secoli successivi subirà continui rimaneggiamenti ed estensioni. Nel XV secolo diventa anche prigione. Nel XVI secolo, all'esterno del manufatto federiciano, sono impiantate le batterie di cannoni che lo collegano al sistema delle fortificazioni cittadine.

Oltre il fossato sopra il quale passa un ponte, viene realizzata la porta attribuita all'architetto di Siracusa Giovanni Vermexio. Nel XVII secolo l'architetto militare fiammingo Carlos de Grunenbergh munisce il Castello di una difesa a punta di diamante e costruisce due semi-baluardi nella parte antistante l'ingresso. Infine, in età borbonica, viene costruita la casamatta, recentemente restaurata. Nel 2018, dopo un'opera di attento restauro a cura della Soprintendenza di Siracusa, il castello è stato restituito alla città, tornando ad occupare la posizione di rango che gli spetta nel patrimonio storico-culturale del territorio. (Comunicato ufficio Stampa Lara Facco P&C)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Castello Maniace - Siracusa, Sicilia)
2. Alfredo Pirri, Passi, Jugoslovenska Kinoteka, Belgrado 2019




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
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Federica Di Pietrantonio
lost in myst


inaugurazione 02 ottobre 2021, ore 18.00
Celleno - Borgo Fantasma, Viterbo

Con una grande proiezione su una parete esterna delle rovine della chiesa del borgo di Celleno, il 2 ottobre 2021 alle ore 18 prenderà vita l'opera video di Federica Di Pietrantonio lost in myst, progetto finanziato con l'avviso pubblico "Lazio Contemporaneo" per iniziativa dalla Regione Lazio - Lazio creativo. lost in myst è un video d'artista della durata di 39 minuti la cui narrazione, che procede attraverso elementi tipici della sintassi filmica (riprese, dialoghi, sottotitoli e musica), si manifesta sotto forma di passeggiata virtuale, di deambulazione in un paesaggio originariamente ideato come scenografia di videogioco e trasformato dall'artista in simulacro dello straordinario scenario naturale costituito dai luoghi della cosiddetta "Tuscia incantata", una collana di borghi e luoghi di grande bellezza raccolti in un itinerario costruito in un'ottica di promozione e valorizzazione del territorio della Tuscia.

Le opere di Federica Di Pietrantonio nascono di norma da piattaforme e da esperienze virtuali, frutto dell'abitudine ad attraversare mondi, come Second Life o alcuni giochi elettronici, al fine di vivere esperienze dirette seppure non reali attraverso avatar e alter ego. La tecnologia viene messa dall'artista al servizio, oltre che dell'accuratezza dell'opera e della fruibilità da parte dello spettatore, soprattutto di una originale modalità di esperienza, trattando gli scenari di tali piattaforme virtuali come luoghi di archeologia informatica caratterizzati da un'aura di splendore e decadenza.

Il video lost in myst si appropria dei quadri scenici del videogioco Myst e della sua piattaforma online Myst Uru. Nato nel 1993, Myst è un videogioco studiato per essere esplorato la cui piattaforma online è stata chiusa nel 2008; al momento Federica Di Pietrantonio è tra i pochissimi utenti che visitano quei luoghi. Attraverso una visione spezzata e sovrapposta, il film intende offrire un'esperienza immersiva in cui lo spettatore è spinto a tradurre la passeggiata virtuale in una proiezione di esperienza reale riferita, seppure in forma traslata e metaforica, ai luoghi della Tuscia.

Il continuo mutamento di paesaggio, la ricchezza di simbologie e riferimenti a civiltà lontane e a epoche diverse, tanto passate quanto futuribili, da una parte colgono l'essenza del vagabondare tipico della navigazione su piattaforme virtuali e dall'altra trasmettono il senso della possibilità, propria della vita reale, di immergersi nell'ambiente circostante con la capacità di coglierne ogni sfumatura di differenza, ogni ricchezza di linguaggi, ogni opportunità di godere luoghi straordinari che si collocano oltre il rapporto tra esperienza e fantasia. Parallelamente alle immagini, con uguale libertà di espressione e senza vincoli stringenti di conseguenzialità narrativa, si dipana una colonna sonora fatta essenzialmente di pensieri e parole intime, quasi un racconto che segue la stessa sorte degli scenari visivi, susseguendosi in forma sincopata e irregolare.

Immagini e parole convergono nel tentativo di coinvolgere lo spettatore nella scoperta di una dimensione in cui intimità personale e natura convivono e costituiscono fonte preziosa di benessere interiore. L'iniziativa è stata possibile anche grazie al supporto dello studio di europrogettazione della Dott.ssa Chiara Frontini che ha curato la presentazione della domanda. Parte rilevante del progetto è il catalogo edito da Vanilla Edizioni, con testi critici di Valentina Tanni e di Chiara Cottone. Il catalogo alterna ai testi una serie di fotografie del luogo, scattate da Eleonora Cerri Pecorella, e di still/screenshot del film, con un design realizzato da Andrea Frosolini mirato all'analogia tra i luoghi fisici e i luoghi virtuali proposti. (Comunicato stampa)




Karl Lagerfeld, Anna Piaggi. Diario illustrato di un modo di vestire Anna-cronistico

Un diario di moda, gli anni '90
22 settembre - 28 novembre 2021

Anna-Chronique, gli anni '70 e '80
26 settembre - 28 novembre 2021

Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Centottanta disegni originali di Karl Lagerfeld ritraggono Anna Piaggi, musa, amica e icona di stile negli anni '70, '80 e '90. A partire dal loro primo incontro a Parigi nel 1973, diventano inseparabili. Lagerfeld trae ispirazione dalle continue metamorfosi stilistiche di Anna Piaggi e la ritrae tra il 1973 e il 1997 nelle sue case in Bretagna, a Montecarlo, a Parigi o in albergo durante i loro numerosi viaggi insieme, a Roma, Firenze, Londra. Molti disegni ritraggono Anna Piaggi in situazioni quotidiane, come lei stessa descrive: "In gran parte dei disegni c'è un tema corrente e continuo: la sublimazione della quotidianità a porte chiuse [...], una specie di teatralizzazione dell'esistenza quotidiana che Karl illustra, documenta, sottolinea, e idealizza." E Karl Lagerfeld aggiunge "La sua scena è quella quotidiana. Lei sa come drammatizzare l'istante che passa: l'istinto è la sua memoria."

"Anna-chronique è cominciato a Parigi al tavolo di un ristorante cinese. Su un tovagliolo di carta, Karl aveva fatto uno schizzo della mia testa con i capelli tagliati di fresco da Henry Hebel di Vidal Sassoon a Londra, e del mio accessorio di quella sera: un ventaglio 'telescopico' con un manico d'avorio. Da allora, Karl ha continuato a disegnare me e molti dei miei vestiti, ritratti soprattutto nella vita quotidiana e privata." (Anna Piaggi, 1986)

"Anna è una persona grafica. Nel vestirsi crea un'immagine. Non provoca, mai, ma evoca. Un dettaglio imprevisto, un pleonasmo stilistico, un accessorio contraddittorio, una combinazione insolita, un'imprevedibile associazione di idee e un indispensabile humor ne fanno una presenza unica che mi ha sempre spinto a disegnarla". (Karl Lagerfeld, 1986)

La mostra è divisa in due sezioni: "Un diario di moda, gli anni '90" presenta cinquanta disegni inediti realizzati da Karl Lagerfeld tra il 1990 e il 1997. Il tratto è pittorico, i colori pastello e le luci mettono in rilievo in una visione ravvicinata il volto, i cappelli, gli abiti e gli accessori di Anna Piaggi. "Anna-Chronique, gli anni '70 e '80" presenta centotrenta disegni realizzati tra il 1973 e il 1984 che furono raccolti in un libro curato da Anna Piaggi con un testo suo e di Karl Lagerfeld. Il libro, pubblicato nel 1986, è oggi oggetto da collezione. In mostra anche scritti, fotografie, polaroid, bijoux e cappelli di Anna Piaggi.

Anna Piaggi (Milano, 1931 - 2012) Negli anni Sessanta è stata tra le prime giornaliste italiane a scrivere di moda. Con il tempo, le sue colonne su Arianna, Panorama, L'Espresso, Vanity Fair e Vogue, per cui ha inventato le celebri "Doppie Pagine", hanno fatto storia. Grazie alla sua stretta amicizia con Vern Lambert, proprietario di un negozio al Chelsea Antique Market di Londra, "scopre" il vintage. Creativa e sempre originale, Anna Piaggi ha interpretato la moda in modo personale e inimitabile, che l'hanno resa un'icona di stile.

Karl Lagerfeld (Amburgo, 1933 - Parigi, 2019) Dapprima assistente di Pierre Balmain, Karl Lagerfeld fa un passaggio da Jean Patou prima di iniziare nel 1964 a lavorare per Chloé. Ben presto diviene uno dei designer più apprezzati della moda internazionale. Dal 1983 è stato alla guida di Chanel. Ha anche collaborato alla creazione delle collezioni ready-to-wear di Fendi. Lo stilista, che è stato anche fotografo e regista, ha spesso lavorato per il cinema, l'opera e il teatro, come il Burgtheater di Vienna e La Scala di Milano. Nel 2016 Palazzo Pitti gli ha dedicato la mostra "Karl Lagerfeld - Visions of Fashion".

L'Associazione Culturale Anna Piaggi è stata fondata nel 2013 dalla famiglia di Alberto Piaggi, fratello di Anna, con l'intento di preservare la collezione di abiti, cappelli e accessori e promuovere iniziative quali mostre, eventi, collaborazioni, oltre a presentazioni presso università e scuole di moda. La Fondazione Sozzani è un'istituzione culturale costituita a Milano da Carla Sozzani nel 2016 per la promozione della fotografia, della cultura, della moda e delle arti. La Fondazione ha assunto il patronato della Galleria Carla Sozzani e prosegue il percorso dell'importante funzione pubblica che la galleria svolge dal 1990. (Comunicato stampa)




Tempera su carta di cm64x47 realizzata da Bernd Zimmer nel 1987 Acrilico e pastello su carta di cm 65x50 denominato firmament phantom realizzato da Brus nel 2005 Opera a tecnica mista su carta di cm 43.2x61.4 realizzata da Markus Lupertz nel 1990 Dipinto ad acrilico su tela di cm 110x154 denominato La voglia matta realizzato da Urs Luthi nel 1983 "Malerei"
23 settembre (inaugurazione) - 30 novembre 2021
Studio d'arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Una mostra collettiva incentrata sulla pittura realizzata da artisti provenienti da paesi di lingua tedesca. "Malerei", infatti, raccoglie personalità differenti unite però da due fattori: la lingua e il mezzo pittorico. La maggior parte di questi artisti germanofoni ha lavorato a stretto contatto con la galleria, che ne ha realizzato numerose personali in passato, mentre altri sono esposti per la prima volta in questa occasione. Saranno dunque presentati i lavori di artisti provenienti da Germania, Austria e Svizzera, appartenenti a diversi movimenti e periodi storici: si va dalla pittura dei "Nuovi selvaggi" a quella degli "Azionisti viennesi", dagli anni '80 agli anni 2000. Un'occasione unica per scoprire alcune opere raramente esibite al pubblico.

Gli artisti esposti: Hans Peter Adamski, Hermann Albert, Peter Angermann, Siegfried Anzinger, Günter Brus, Michael Buthe, Peter Chevalier, Walter Dahn, Martin Disler, Jirí Dokoupil, Rainer Fetting, Till Freiwald, Friedmann Hahn, Karl Horst Hödicke, Leiko Ikemura, Jörg Immendorff, Bernd Köberling, Markus Lüpertz, Urs Lüthi, Helmut Middendorf, Jan Muche, Hermann Nitsch, A. R. Penck, A. Stalder, Josef Strau, Miriam Vlaming, Maja Vukoje, Rolf Winnewisser, Bernd Zimmer. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Bernd Zimmer, opera senza titolo, tempera su carta cm64x47, 1987
2. Brus, firmament phantom, acrilico e pastello su carta cm 65x50, 2005
3. Markus Lupertz, opera senza titolo, tecnica mista su carta cm 43.2x61.4, 1990
4. Urs Luthi, La voglia matta, acrilico su tela cm 110x154, 1983

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Bandiera della Germania Articoli di Ninni Radicini sulla Germania




Opera di Arianna Sanesi nella serie Le Ligne del 2019 Arianna Sanesi
"Una pazienza selvaggia"


23 settembre (inaugurazione) - 30 ottobre 2021
Red Lab Gallery - Milano
www.redlabgallery.com

Mostra a cura di Giovanna Gammarota. Ventuno opere fotografiche che chiedono a chi le guarda di soffermarsi a lungo per osservarle con tutta la calma e la pazienza necessarie, azione che mette quasi a disagio l'uomo contemporaneo, sempre più divorato dal culto della velocità che ha intossicato la sua mente e stretto fra paure e stereotipi che lo hanno allontanato da ogni possibilità di riscoperta interiore. Arianna Sanesi, che con Red Lab Gallery sarà anche presente al MIA (7-10 ottobre) insieme all'autore greco Yorgos Yatromanolakis, attraverso il suo lavoro ci suggerisce di ritrovare in noi stessi la capacità di guardare al nostro inconscio, alla nostra parte istintiva più arcaica, per lasciare che l'anima ritorni a prevalere.

"Una pazienza selvaggia", è l'incipit della poesia "Integrità" di Adrienne Rich, poetessa e saggista americana contemporanea. Scrive Giovanna Gammarota nel suo testo critico: "Il verso appartiene alla poesia Integrità, cui Arianna Sanesi si è ispirata per questa raccolta di immagini e affronta il tema del tornare interi, con fatica, ma anche attraverso qualcosa che ci spinge a ricomporci - l'istinto selvaggio - dopo essersi sparpagliati durante il cammino". Arianna Sanesi invita ognuno di noi a scavare dentro le proprie storie profonde, ad andare oltre e a rendere visibile ciò che non lo è o semplicemente ciò che manca, grazie proprio a quella "pazienza selvaggia" intesa come la parte primordiale, creativa e autentica che si trova in tutti noi, condizione necessaria per "ricostruirsi" e accedere alla propria integrità.

Le sue opere fotografiche richiamano alla solennità e alla sontuosità della natura che ci circonda e che è dentro di noi; immagini che per essere accolte e abbracciate richiedono la predisposizione assoluta della nostra mente di mettersi al servizio della nostra anima e delle nostre emozioni, sentendone la pienezza. Ancora Giovanna Gammarota: "Nel lavoro di Arianna Sanesi qui presentato, la sequenza delle immagini viene proposta sotto forma di trittici. Il tre è un numero che suggerisce un "passaggio": una trasformazione. Si parte da un punto, si staziona in un altro, per poi proseguire oltre. Ogni gruppo di immagini è dunque percorso da un filo conduttore che diviene espressione del "passaggio". Si entra e si esce incedendo in un flusso che a poco a poco ci trasforma, si parte e si arriva per poi ripartire ancora poiché fermarsi non è contemplato".

Che sia l'immagine di una fonte luminosa quasi accecante che non ti permette di vedere cosa c'è oltre, o all'inverso una che sembra condurti nel buio più profondo dove sembra dimorare solo il nulla, che sia la superficie di un possibile stagno che fa intravedere altra vita oltre a quella che già conosciamo, o un sentiero nel sottobosco che non sembra porti da nessuna parte, poco importa.

Quello che Arianna Sanesi chiede è solamente la capacità di far risorgere quell'istintività innata in noi che normalmente viene soffocata, quella parte selvaggia che aiuta l'essere umano a non rimanere bloccato, spento, "domato", esattamente come fanno i lupi, che sanno attendere e osservare, ma soprattutto sanno agire seguendo il proprio istinto, perché è la loro natura. È come vivono, in libertà e indipendenza. Analogamente l'uomo deve riuscire a liberarsi dalle immense paure e vuoti emotivi che lo soffocano annebbiandogli la mente riappropriandosi della parte istintuale, la sola che può aiutare l'individuo a riconnettersi con la propria identità, rendendola di nuovo unica e libera.

Dopo la Laurea magistrale in Storia della Fotografia conseguito all'università di Bologna, Arianna Sanesi ha frequentato CFP Bauer a Milano e lavorato per diverso tempo come assistente di Ferdinando Scianna. Nel 2013 frequenta il corso avanzato di narrazione visiva presso la Danish School of Media and Journalism di Aarhus (DK). Il progetto finale, "Dispersal", diventa un libro riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Attualmente dedica tutto il suo tempo alla narrazione visiva, concentrando la sua attenzione su questioni sociali e culturali. Red Lab Gallery è stata fondata nel 2018 come laboratorio di sperimentazione pensato per indagare tutte le discipline della cultura visiva contemporanea, in particolare la fotografia, ma è altrettanto aperta a contaminazioni multidisciplinari capaci di avvicinare l'arte alla vita e di promuoverne una partecipazione interattiva. (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)

Immagine:
Arianna Sanesi, serie Le Ligne, 2019




Paesaggi a confronto
Arte, natura e società in Svizzera 1850-1920


18 settembre 2021 - 16 gennaio 2022
Museo Villa dei Cedri - Bellinzona

Una sessantina di opere provenienti dai principali musei e collezioni della Svizzera rendono omaggio alla pittura di paesaggio elvetica dalla seconda metà del XIX secolo alla Prima guerra mondiale. Durante questo periodo, l'industrializzazione e l'urbanizzazione, lo sviluppo della mobilità e del turismo hanno cambiato radicalmente la società in Svizzera e in Europa, e con essa il rapporto tra uomo e natura. Anche il paesaggio si trasforma: l'intensificazione dell'agricoltura, la nazionalizzazione e la protezione dei boschi ne modificano la struttura e l'aspetto.

Il "bel paesaggio" svizzero non corrisponde quindi più all'ideale intatto del Settecento, ma la nostalgia di questa visione idilliaca si combina con un desiderio di realismo e di modernità che perdura ancora oggi. Di certo, nella produzione artistica, contano sempre i modelli più antichi, come le vedute olandesi del XVII secolo, così come le tendenze che emergono dai grandi centri europei quali Parigi e Monaco. Tuttavia, mai come allora sono stati determinanti anche le amicizie e gli scambi culturali tra i pittori elvetici, ad esempio la formazione del bernese Ferdinand Hodler presso Barthélemy Menn a Ginevra o il soggiorno del basilese Arnold Böcklin nell'atelier di Gottfried Steffan a Monaco di Baviera. Mettendo in dialogo le opere di questi artisti, la mostra offre la rara possibilità di comprendere i loro rapporti, che superano le frontiere regionali, e di contemplare i loro paesaggi con rinnovata meraviglia e consapevolezza.

Con le opere di Cuno Amiet, Edoardo Berta, Arnold Böcklin, Eduard Boss, Frank Buchser, Alexandre Calame, Gustave Castan, François Diday, Charles-Edouard Dubois, Hans Emmenegger, Filippo Franzoni, Otto Frölicher, Giovanni Giacometti, Abraham Hermanjat, Ferdinand Hodler, Rudolf Koller, Barthélemy Menn, Alexandre Perrier, Luigi Rossi, Hans Sandreuter, Traugott Schiess, Giovanni Segantini, Johann Gottfried Steffan, Albert Trachsel, Félix Vallotton, Robert Zünd. (Comunicato stampa)




Andy Warhol in una fotografia realizzata da Oliviero Toscani Oliviero Toscani
Photographs of Andy Warhol


16 settembre (inaugurazione ore 15.30 - 20.30) - 30 ottobre 2021
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

Nel 1975 Oliviero Toscani è tra i protagonisti della fotografia italiana e internazionale. Poco più che trentenne, ha già firmato la campagnapubblicitaria che lo renderà celebre e discusso. Con Jeans Jesus e i famosi slogan "chi mi ama mi segua", "non avrai altro jeans all'infuori di me" affronta la prima controversia nella sua lunga carriera da professionista che culminerà, un decennio dopo, nella lunga collaborazione con Benetton segnata da una rivoluzione copernicana nell'immagine pubblicitaria.

In questi stessi anni, mentre pubblica per diverse riviste di moda e di life style, Toscani è a New York. Capelli lunghi da beatnik, baffi, total look denim, soggiorna al Chelsea Hotel, conosce le divinità laiche dell'underground americano, scatta foto da Max's Kansas City, allo Studio 54 e nel 1974 realizza un'altra immagine molto celebre, il ritratto di Lou Reed in versione super glamour che andrà a comporre l'artwork del live dell'ex leader dei Velvet Underground. Allora New York voleva dire Andy Warhol, che attraversa una fase di ripensamento del proprio lavoro: si dedica ai ritratti serigrafici su commissione, produce la trilogia sperimentale di Paul Morrissey, Flash, Heat, Trashcon Joe Dallesandro, soprattutto si dedica alla sua ultima scoperta, la polaroid, che gli consente di scattare migliaia di foto istantanee a chi viene a trovarlo alla Factory che nel frattempo si è spostata a Union Square.

Tra i frequentatori abituali c'è Oliviero Toscani insieme alla sua macchina fotografica, che coglie il lato vanesio di Warhol utilizzandolo come modello e protagonista di questo ciclo di immagini in bianco e nero, dal taglio ruvido e immediato, senza alcun ritocco né aggiustamento, dove testimoniarela frenesia creativa improvvisata di un luogo che ha mantenuto inalterato il suo fascino. Per questa mostra, a cura di Luca Beatrice, Toscani ha personalmente selezionato cinquanta foto, scattate tra il 1971 e il 1975, in gran parte inedite e alcune poco note, che costituisconosia la testimonianza dei suoi anni newyorkesi, sia un'estetica dall'immediatezza reportagistica, dove al centro della scena ci sono sì i personaggi ma il fulcro è rappresentato proprio dalla macchina fotografica come un'appendice del corpo e uno strumentodi indagine.

Vestito come un gentleman nel tempo libero, con la predilezione per le camicie Brooks Brothers, il Warhol di Toscani è più ordinario del solito. Quando non fotografa ordina i provini, telefona, discute con gli amici e solo raramente si mette in posa. Rispetto ai tanti fotografi "ufficiali" della Factory, come Stephen Shore, Billy Name, Nat Finkelstein, lo sguardo di Oliviero Toscani è meno aderente, meno incline a cogliere la "divinità" warholiana; prevale piuttosto la testimonianza di un momento vissuto con molta naturalezza, si direbbe autentico, che non risente affatto dei decenni passati nel frattempo. (Comunicato stampa)




Esmeralda Kosmatopoulos
Caressing walls


14 settembre (inaugurazione) - 30 ottobre 2021
A Pick Gallery - Torino
www.apickgallery.com

Esmeralda Kosmatoupoulos (Thessaloniki, 1982) è un'artista concettuale che indaga due grandi tematiche, il linguaggio e l'identità, attraverso diverse tecniche. Nata in Grecia e cresciuta a Parigi, ora vive fra il Cairo, Parigi e New York e il suo lavoro è incentrato sulla memoria, personale e collettiva, che si trova alla base della storia e della cultura. L'esperienza personale entra preponderante nel suo lavoro e costruisce connessioni tra passato e presente, alla ricerca dei più piccoli denominatori comuni che colleghino il tempo e lo spazio all'interno dell'esperienza umana.

Attraverso le installazioni e una serie di lavori fotografici in mostra l'artista rilegge alcuni versi del "Cantico dei cantici", testo contenuto nella Bibbia ebraica, composto da otto poemi d'amore in forma colloquiale tra un uomo (Salomone) e una donna (Sulammita). Il poema inizia con l'espressione di desiderio della donna per il suo amante e continua con un dialogo tra loro. Dai versi scaturiscono opere, ne è un esempio "la mia amata è per me come un grappolo di Cipro in fiore nei vigneti di En Gedi" che diventa il trittico My beloved is to me a grape from the vineyards of Engedi dove il cibo è metafora ed esprime amore e attenzioni sensuali.

In Caressing walls l'artista approfondisce le relazioni attraverso il tatto, il senso maggiormente usato, il più istintivo, il senso che annulla le distanze tra noi e l'altro. Nell'epoca digitale la sensazione è quella di perdere il contatto; di relazionarsi spesso al di là di uno schermo, di guardare e interagire attraverso spazi virtuali. Esmeralda Kosmatopoulos rilegge il gesto comune di accarezzare qualcosa o qualcuno, esplorando le varie sfumature del tatto e dei suoi limiti. Ogni scoperta avviene attraverso la pelle, vista sia come un mezzo di comunicazione, sia come il confine del nostro corpo. Dal piacere al dolore, le opere in mostra elaborano la vulnerabilità umana. (Estratto da comunicato stampa)




Elisabetta Benassi
Lady and Gentlemen


14 settembre - 17 dicembre 2021
Fondazione Adolfo Pini - Milano
www.fondazionepini.net

Con riferimenti alla tradizione culturale, politica ed artistica del 900, ai temi controversi della contemporaneità, l'opera di Elisabetta Benassi percorre uno spazio difficile, quello del nostro presente. Sullo sfondo dei suoi lavori appare sempre una domanda sulla condizione e l'identità attuali, sui loro rapporti con il passato storico e una spinta a riconsiderarlo, guardandolo in controluce.

Il nuovo progetto, appositamente ideato per la dimora che fu in origine di Renzo Bongiovanni Radice e poi di Adolfo Pini, è incentrato sulla figura del gallerista torinese Luciano Anselmino, figura oggi dimenticata, animatore dell'ambiente artistico tra Roma e Milano negli anni Sessanta e Settanta: gli stessi anni in cui il palazzo milanese di Corso Garibaldi passava da Renzo Bongiovanni Radice, pittore schivo e riservatissimo, dedito per tutta la sua vita alla pittura con sguardo personale e introspettivo, al nipote Adolfo Pini, bon vivant, responsabile del lascito testamentario grazie al quale la Fondazione Adolfo Pini tuttora esiste.

In quegli anni l'Italia vive un fermento culturale internazionale nel quale l'impetuosa attività di Anselmino, amico e sodale di grandi artisti del suo tempo, da Man Ray ad Andy Warhol, si inserisce perfettamente. Elisabetta Benassi, con stile asciutto, fa riferimento alla figura di Anselmino, agli straodinari incontri artistici da lui innescati nel brevissimo arco della sua attività, alla sua morte prematura. Mostra a cura di Gabi Scardi. (Comunicato ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Foto chiesa per MadworkshopAbroad Opera di Sofia Boarino denominata Temenos Madworkshop Abroad
Costanza Giordano | Giulia Perniola | Tatiana Pankina


inaugurazione il 23 settembre 2021 dalle ore 14.00 alle 18.00
Chiesa sconsacrata di San Giovanni - Casciago (Varese)

Seconda edizione dell'evento Madworkshop Abroad, che presenterà tre installazioni performative degli architetti Costanza Giordano, Giulia Perniola e Tatiana Pankina, tre giovani neolaureate dell'USI-Accademia di Architettura di Mendrisio. I lavori degli architetti, selezionati da una giuria internazionale tra gli studenti diplomandi del Professor Riccardo Blumer, occupano la chiesa e il sagrato trasformandola in uno spazio culturale sperimentale: una danza di gesti che esplorano lo spazio attraverso corpo e tecnologia, una macchina che prende vita attraverso il suo continuo movimento disegnando nuovi limiti spaziali, e un'altalena speciale che mette in scena un vivace spettacolo di luci, sono le opere che vi regaleranno un'esperienza artistica unica.

Danza, gioco, e interazione sono gli elementi progettuali della festa d'arte e di architettura che per questa giornata e per i 3 weekend successivi, trasformerà la chiesa sconsacrata di Casciago in un centro culturale. Con l'intento di promuovere la cultura artistica legata al design e all'architettura la fondazione "The Martin Architecture and Design Workshop" (madworkshop.org), con sede a Santa Monica in California, si impegna da anni a promuovere progetti e idee innovativi di studenti, architetti, designer e artisti.

La collaborazione con Riccardo Blumer e gli studenti ha già visto prodotto il padiglione "Wall" presso la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, l'esposizione con il FAI a Villa Panza "Light Theaters" (2018) e la performance "Feel the Air" come risultato dell'omonimo workshop tenuto da Blumer a Santa Monica nel 2018. Nel 2019 la fondazione californiana ha promosso la prima edizione del progetto Madworkshop Abroad a Casciago con l'installazione "Témenos" dell'architetto Sofia Boarino (madworkshop.org/projects/temenos).

Madworkshop Abroad è promosso in partenariato con il comune di Casciago, ed è realizzato anche grazie al contributo di SelecTTrade S.T. SPA di Varese, oltre che dalla Fonazione Teatro dell'Architettura di Mendrisio. L'evento rientra sia nel programma della Design Week di Varese, che nelle giornate FAI del 16 e il 17 ottobre (www.varesedesignweek-va.it e faiprenotazioni.fondoambiente.it). (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Chiesa per rassegna MadworkshopAbroad
2. Sofia Boarino, Temenos




Scultura in bronzo realizzata da Azuma nel 1977 Scultura in bronzo di cm 55,5x39x29,5 denominata Cavallo realizzata da Marino Marini nel 1950 Marino - Azuma - Cavaliere - Ramous
Le vie della scultura


12 ottobre (inaugurazione) - 13 novembre 2021
Galleria Cortina Arte - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra, a cura di Stefano Cortina e Luca Pietro Nicoletti, vuol essere innanzitutto un omaggio alla grandezza di Marino Marini, non a torto ritenuto da molti il più grande scultore al mondo del '900 e maestro ispiratore di innumerevoli artisti. Abbiamo deciso di affiancargli tre tra i più importanti e autorevoli dei suoi "allievi" e amici, Kengiro Azuma che lasciò il natio Giappone proprio per le lezioni di Marino all'Accademia di Brera e successivamente ne divenne assistente di studio, Alik Cavaliere, prima allievo poi assistente di Marini in Accademia, Carlo Ramous anche lui passato dalle aule di Brera, poi amico e collega del maestro.

La vitalità dell'insegnamento di Marino Marini, che questa mostra vuole ricordare attraverso alcuni dei suoi maggiori interpreti, si vede dalla molteplicità di percorsi che,partendo da quella lezione comune,si sono mossi in direzioni diverse, ma tutti all'insegna della sperimentazione e della libertà espressiva. In vita ne riconobbero la grandezza e furono da lui ispirati nella loro creatività e produzione. I quattro sono stati tra gli indiscussi protagonisti di una scuola, quella Italiana che ha fatto epoca nella storia della scultura mondiale del Novecento, scuola che è stata faro e ispirazione per tutti coloro che si avvicinavano alla "terza dimensione".

Marino Marini, oltre che grande scultore è stato un eccelso disegnatore, ottimo pittore e grafico con un cospicuo corpus di disegni e di arte moltiplicata, incisioni, acqueforti, litografie. Tutti e quattro hanno privilegiato nella loro produzione in bronzo un ridotto numero di fusioni piuttosto che il multiplo di più facile distribuzione e maggiormente remunerativo. La mostra presenta un piccolo compendio di fusioni in bronzo, terrecotte, disegni e litografie che accompagnano e caratterizzano le loro carriere e l'influenza che Marini ha esercitato si di loro. Per l'occasione sarà editato da Cortina Arte un catalogo con testo di Luca Pietro Nicoletti e un nutrito materiale iconografico sia delle opere che biografico dei quattro artisti. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Azuma, scultura in bronzo 1977
2. Marino Marini, Cavallo, bronzo cm 55,5x39x29,5, 1950




Dipinto di Martin Disler Lieux Communs
Martin Disler / Tomak


18 settembre (inaugurazione) - 19 dicembre 2021
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona

Riguardando, nell'archiviare, tutta una serie di pubblicazioni risalenti agli anni 1960-1970, mi accorgo, sempre con rinnovato e piacevole interesse, che il tempo della visione per un cambiamento positivo rimane uno dei motori dell'arte e della ricerca artistica, sia esso fenomeno sociale che esistenziale; anche una utopia. Il Novecento, fino ai decenni successivi alla ricostruzione post-bellica, ha rappresentato un importante spaccato storico, a tratti difficile e nevrotico, volto al rinnovamento e alla ricerca, indotto dal particolare e delicato contesto di passaggio da un secolo all'altro: una sorta di dimensione societale che guarda alla catarsi, laddove il maggiore coinvolgimento della produzione artistica con la coscienza e l'impegno politici ne è una delle particolarità in ambito del sapere, permeando così di questo clima socio-rivoluzionario tutto il secolo scorso fino al volgere del nuovo millennio.

Lo scorso secolo sembra essersi arrestato a suo completamento proprio con il nuovo millennio, dando il via a una produzione artistica, che il più delle volte manca di vigore e di slancio utopico, come se il pensiero debole e unico avesse inesorabilmente ceduto al concetto di slogan e stereotipo, a scapito della ricerca, alimentando moda e mercato e ingoiando artisti e autori compiaciuti. Il concetto di avanguardia e di manifesto culturale ha lasciato, quindi, il posto alla globalizzazione, che ci ha resi tutti più poveri dentro, ma con l'illusione di poter scegliere individualmente ciò che in realtà vogliono gli altri, rimanendo così orfani di una qualsivoglia idea di libertà e di autodeterminazione, nonché dimentichi e disinteressati della nostra storia e del suo processo di costruzione.

La plastificazione ha lentamente rimosso il concetto, sempre valido, che la storia siamo noi, e che, ciò che abbiamo è ciò che abbiamo voluto essere. Da questa breve e assolutamente non esaustiva impressione socio-economica, mai come ora si rende interessante e necessario ricorrere ad approcci interattivi, se non comparativi, tra epoche e autori. Lieux Communs intende presentare, sotto uno stesso tetto, due autori apparentemente distanti tra loro, ma uniti dalla passione, dal vigore, dalla ribellione dal déjà-vu e dall'ortodossia.

Non vi sono approcci estetici comuni, se non una profonda e libera riflessione attorno all'esistenza - in generale - come valore universale attraverso gli stilemi più immediati legati a Eros e Thanatos, o l'assenza pressoché totale di religiosità iconica e sacrificale entro i due poli estremi tra la Vita e la Morte, riflessi dallo specchio caleidoscopico della Passione e della Vita stessa. Sì, qualcosa li accomuna, anche se in maniera diversa: la fede nella pittura e nel gesto pittorico, concepiti come una estensione magica tra il corpo stesso e l'opera che gli autori vanno viepiù realizzando. Nel 1991 Martin Disler (1949-1996) realizza per l'Albertina Museum a Vienna una esposizione, corredata da un catalogo, con delle serie di opere calcografiche di grande formato appositamente realizzate per questo contesto museale.

Il MACT/CACT ne espone due complete dalle proprie collezioni: Museum of Desire e Night of Vienna, con cui l'artista esprime e disegna la sua sensibile percezione esistenziale, in perenno bilico tra constatazione, dolore e rassegnazione, di ciò che lo circonda. Non è banale per Disler la scelta di un sito culturale come l'Albertina, e soprattutto della capitale austriaca, che fu scenario e scenografia di momenti storici visionari, drammatici e sofferti, nel verso di una spasmodica ricerca di nuove identità dopo la caduta delle grandi monarchie e dell'Impero.

Ed è anche qui, in questo contesto, che si inserisce l'opera di Tomak (1970); una produzione artistica fortemente connotata da una identità europea per la forza del suo segno, che la memoria e il vissuto storico lasciano come incisi nel presente. Il rapporto tra la sua opera e quella di Martin Disler si esprime in totale equilibrio tra ispirazione e dialogo, in dialogo tra apollineo e dionisiaco, come se il distacco generazionale potesse in qualche modo sublimare la fatalità, e il destino riuscisse finalmente a staccarsi dal reale collettivo per la ridefinizione di una propria individuale geografia metastorica, nell'esatto momento dell'incontro dei due autori al centro della rappresentazione, prima che dell'immagine. Vivere il presente e/o rileggere il vissuto all'interno del processo di confronto sono due approcci percettivi diversi dell'idea che abbiamo della verità attraverso la presa di coscienza dell'esperienza individuale. (Mario Casanova, 2021)




Sete d'oro
Rotazione di kesa e paraventi giapponesi


07 settembre 2021 - 06 marzo 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Una nuova rotazione di kesa e paraventi nella galleria del Giappone, sostituzione che si rende necessaria per consentire alle fibre dei tessuti di distendersi dopo lo stress a cui sono sottoposte nel periodo di esposizione al pubblico e ai manufatti più delicati di non essere sovraesposti alla luce. I kesa, preziosi mantelli rituali indossati dai monaci e composti da fasce verticali di stoffa unite da cuciture sovrapposte, costituiscono un elemento essenziale nella pratica buddhista: donare un tessuto conferisce merito all'offerente e la sua confezione è intesa come un atto di devozione per il monaco.

La nuova rotazione prevede l'esposizione di tre mantelli di fattura, epoca e iconografia differente. Il primo è un kesa a motivi floreali, con draghi e fenici multicolori della prima metà del XIX secolo. Sullo sfondo ocra del mantello si alternano fiori di peonia e di pruno alternati a draghi avvolti ad anello tra nuvole e simboli augurali, mentre le fenici in volo riprendono il dinamismo rotatorio dei draghi grazie alle loro lunghe code piumate che ne cingono il corpo. Il secondo tessuto, che risale al XVIII secolo, è impreziosito da minuti motivi floreali: si tratta di una stoffa di colore bruno preziosa e leggera, piuttosto sobria nonostante il largo uso di filati metallici.

Il terzo kesa esposto, risalente al XIX secolo, presenta un motivo di draghi allineati e avvolti su loro stessi a formare tanti anelli sormontati da tralci vegetali con peonie in fiore, elementi dal profondo significato beneaugurale, ulteriormente impreziositi da rade foglie di gelso ricamate in oro. Per dimensioni e fattura, possiamo ipotizzare che questo mantello sia stato ricavato da un uchikake, un kimono nuziale femminile. Contestualmente ai kesa, saranno allestiti anche tre piccoli paraventi a due ante.

Il primo presenta una decorazione con ritratti di grandi poeti del periodo Fujiwara (898-1185): le immagini del monaco Shun'e, del cortigiano Fujiwara no Kiyosuke, del letterato Fujiwara no Mototoshi e della dama Akazome Emon, applicati sul fondo a foglia d'oro, sono poste accanto ad alcuni dei loro versi più celebri. Gli altri due paraventi formano una coppia e raccontano scene di famosi scontri militari: sul supporto in carta spruzzata di laminette d'oro appaiono alcuni episodi celebri della battaglia di Ichinotani (1184), teatro di uno degli scontri conclusivi della lunga guerra tra i Taira e i Minamoto, che si contesero il dominio sul Giappone alla fine dell'epoca Heian. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre al Museo d'Arte Orientale

I fiori dell'imperatore. Rotazione di lacche e inro giapponesi
06 luglio - 05 dicembre 2021
Presentazione




Locandina di Fotografia come pretesto Fotografia come pretesto
Conversazioni intorno alla mostra Aurelio Amendola | Un'antologia


10 settembre - 05 novembre 2021, ore 19.00
Palazzo de' Rossi - Pistoia
www.pistoiamusei.it

___ Programma

- 10 settembre
Massimo Bray, Direttore Generale dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
Aurelio Amendola e Treccani. Dall'editoria di pregio al catalogo di mostra

Un racconto del percorso di Aurelio Amendola con Treccani, dalle campagne fotografiche per i volumi di pregio pubblicati dall'Istituto, in parte confluite nella mostra di Pistoia Musei, alla realizzazione del catalogo-monografia che ha dato a Treccani l'opportunità di riarticolare i contenuti della mostra, insieme ai curatori, per raccontare la carriera del Maestro.

-17 settembre
Bruno Corà, critico d'arte, Presidente Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello
Dall'immagine fotografica ai mutamenti dell'arte

Riflessioni, fotografie e opere d'arte del XX e XXI secolo per mostrare i mutamenti avvenuti nell'ambito artistico e più ampiamente in quello cognitivo del pensiero, fino ad alcune espressioni dell'attualità che inducono a meditare sugli sviluppi della cultura in una fase storica come l'attuale.

- 23 settembre
Tomaso Montanari
Storico dell'arte, Rettore dell'Università per Stranieri di Siena

Quale sguardo sul patrimonio culturale? Le fotografie di Aurelio Amendola ci ricordano che nessuno sguardo è neutrale: quale potrebbe essere lo sguardo collettivo con cui tornare a 'vedere' il nostro comune patrimonio culturale?

- 01 ottobre
Francesca Cappelletti, Direttrice Galleria Borghese, Roma
Immagini del passato, idee per il futuro: La Galleria Borghese

Il museo per sua stessa natura ci costringe a interrogarci sul concetto di Tempo: il tempo dell'opera, il tempo della collezione, il tempo nostro con le sue domande specifiche e pressanti, il tempo del progetto. In questa conversazione cercheremo di capire come nella Galleria Borghese si possa pensare a un tempo futuro per le opere ma anche per il concetto di museo e per quello di storia dell'arte.

- 15 ottobre
Walter Guadagnini, Storico della fotografica, Direttore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Torino
Fotografare la Pop art. Da Ugo Mulas a Aurelio Amendola

Andy Warhol è stato l'ultimo vero artista popolare nel senso autentico del termine, sulla scia di figure come quelle di Picasso e Dalì, che hanno saputo sfruttare l'effetto moltiplicatore dell'immagine garantito dalla fotografia. Nel ritrarre l'autore delle Marilyn e delle Campbell Soup, Mulas e Amendola evidenziano le differenze del loro approccio alla fotografia e al ritratto d'artista.

- 22 ottobre
Gianluigi Colin, Artista, Cover editor de "La Lettura"
Emilio Isgro, Artista
Fotografare l'arte. L'arte della fotografia

Il tema dell'incontro tocca il rapporto tra fotografia e rappresentazione dell'universo artistico, e il ritratto dell'artista come indagine di un mondo interiore. Il corpo dell'artista come metafora dell'Essere. Ma è davvero così?

- 05 novembre
Aurelio Amendola, Fotografo
Roberto Barni, Artista
Marco Bazzini, Storico dell'arte
Due parole sulla scultura e tre sulla fotografia. Conversazione tra Aurelio Amendola, Roberto Barni e Marco Bazzini

Fotografia e scultura hanno avuto da sempre destini incrociati, proprio come i percorsi personali dei tre amici - un fotografo, uno scultore e uno storico dell'arte - che tra ipotesi, teorie e ricordi si ritrovano in pubblico per parlarne insieme. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Opera di Gigi Guadagnucci Guadagnucci. La sfida del bianco all'universo del colore
18 settembre - 07 novembre 2021
Forte Leopoldo I - Forte dei Marmi (Lucca)

Attraverso una mirata selezione di circa quindici sculture provenienti dallo studio dell'artista versiliese, la mostra mette in risalto la produzione astratta parigina, a partire dalla fine degli anni Cinquanta. "Scoperta" da Claude Rivière e ammirata da Marc Gaillard e Pierre Courthion, che definisce Gigi Guadagnucci "poeta della forma" apprezzando "i suoi sogni e i suoi umori, i suoi dubbi e le sue convinzioni, la sua ragione di vita, la sua passione, il suo genio", l'opera di Guadagnucci si è nutrita del fervore artistico respirato a Montparnasse, a contatto con gli interpreti delle tendenze più aggiornate del momento: da Giacometti a Zadkine, da Klein e Tinguely, da Moore, Lipchitz sino a Marini.

Un progetto che, a otto anni dalla morte e a tredici dall'ultima personale alla Galleria Forni di Bologna, invita a riconsiderare l'opera di Guadagnucci tra le più originali del suo tempo per l'estro creativo nella trasfigurazione della realtà, secondo le linee e le immagini della contemporaneità. Nella concentrazione di forme protese nell'aria alla ricerca di una dimensione che ne esalti l'armonia, la mostra restituisce il profilo di un artista di grande talento, raffinato ed elegante che, forgiatosi nella "bella montagna di marmo", dov'è nato e cresciuto, plasma con audacia una materia con la quale l'uomo da sempre si confronta, rendendola leggera e delicata, al limite dell'impalpabile (...)".

È il pensiero che sta dietro ad un lavoro estremamente sofisticato, che la mostra esalta con originalità, contrapponendo, in una sorta di sfida, il candore assoluto di quelle forme aeree alla vivezza di una straordinaria galleria di nature morte - anch'esse prestiti eccezionali, esposte al primo piano - dove ad imporsi è invece il colore. In realtà, l'ossimoro estetico generato dall'affiancamento ai lavori di Guadagnucci delle raffigurazioni silenti di Donghi, De Chirico, De Pisis, Ghiglia, Lloyd, Longoni e di altri protagonisti del Novecento che nella natura morta hanno trasferito parte dell'interiorità e percezione visiva non è più di tanto provocatorio, vista la comune ricerca di plasticità, eleganza e purezza assoluta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Charlotte Posenenske
From B to E and more


11 settembre 2011 (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

Prima mostra italiana di Charlotte Posenenske, a cura di Vincenzo de Bellis. Artista di fama internazionale e figura centrale del movimento minimal tedesco, Charlotte Posenenske (1930-1985) lavorò prevalentemente con la scultura, ottenendo ampi riconoscimenti in Germania e sulla scena internazionale fino alla decisione, nel 1968, di dedicarsi alla sociologia. E' la sua prima retrospettiva in Italia e ripercorre l'evoluzione della pratica di un'artista scomparsa prematuramente concentrandosi su una serie di opere, tra le più conosciute, realizzate in realtà in poco più di un anno. Il suo lavoro si distingue per la propria natura radicalmente aperta: insistendo sui concetti di ripetizione e di fabbricazione industriale, Posenenske ha sviluppato una forma di minimalismo che, a differenza dei suoi contemporanei americani, affrontava le preoccupazioni socioeconomiche e politiche del '68 al fine di ripensare lo status quo del mercato dell'arte e rifiutando le gerarchie culturali prestabilite.

In questi anni di pandemia e proteste sociali derivanti da una preoccupazione sempre crescente rispetto alla polarizzazione economica, la Fondazione Antonio Dalle Nogare propone la mostra per aprirsi ad un confronto necessario sulle dinamiche che governano le strutture economiche mondiali e in particolare il sistema dell'arte contemporanea. Lo fa attraverso l'opera di un'artista che ha lavorato su queste tematiche oltre 50 anni fa, a testimoniare come, nonostante i progressi della nostra civiltà, ciclicamente ci confrontiamo con le stesse preoccupazioni, anche se generate da eventi di natura profondamente diversa. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Lo studio di Jeanne Gaigher a Cape Town in Sudafrica nel 2021 Jeanne Gaigher
Sing into my mouth


09 settembre (inaugurazione) - 06 novembre 2021
Osart Gallery - Milano

Con la prima personale in Italia di Jeanne Gaigher (Cape Town, 1990), Osart Gallery prosegue la sua indagine sulle personalità più interessanti del panorama artistico sudafricano. A partire dalla riflessione sul formato tradizionale della pittura e del suo supporto - la tela - Gaigher indaga le possibilità espressive dei materiali e delle loro texture. L'artista utilizza stoffe, garze, pittura e disegno, per costruire opere in cui racconta le tensioni tra il corpo e il suo contesto. Mette in scena narrazioni oniriche, surreali, in cui il corpo femminile è assoluto protagonista.

"Al momento, sono particolarmente interessata all'anatomia della tela stessa - la costruzione del sostrato su cui è dipinta l'immagine. Uso la parola "anatomia" in relazione alla superficie, costruita attraverso strati di tela dalle forme curve, cucite insieme, che mimano il profilo di organi e arti. Ha una sua pseudo-simmetria. La stessa anatomia cambia - il corpo della tela cambia." (Comunicato stampa)




Dipinto denominto Milano Zona Rossa Sant Ambrogio realizzato da Giovanni Cerri nel 2020 Dipinto a olio su tela denominato Sequenza orizzontale realizzato da Giancarlo Cerri nel 1995 Dipinto denominato Stop realizzato da Giovanni Cerri nel 2020 Giancarlo e Giovanni Cerri
The art of two generations


21 ottobre 2021 (inaugurazione) - 20 febbraio 2022
Museo Italo Americano di San Francisco
www.museoitaloamericano.org

Giancarlo e Giovanni Cerri, padre e figlio ancora una volta a confronto. Due modi differenti di pensare e interpretare il dipingere ma con radici profonde e comuni, per un omaggio all'essenzialità della pittura e alla irrinunciabilità della vita. Il progetto espositivo a cura di Bianca Friundi, realizzato con il patrocinio dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e il Museo della Permanente di Milano, si pone come un confronto aperto tra le ricerche pittoriche dei due artisti milanesi, che in passato hanno già avuto occasione di esporre insieme in Italia e all'estero.

- Giancarlo Cerri
Le sequenze astratte. 1995-2005


Una selezione di 20 opere per raccontare un decennio di attività del pittore Giancarlo Cerri, nato a Milano negli anni Trenta. In mostra il periodo delle "Sequenze", il più intenso e che rappresenta il raggiungimento dell'astrazione dopo diversi anni di ricerca, prima figurativa (dagli anni Sessanta agli Settanta) e poi informale (anni Ottanta e primi anni del successivo decennio). Alla metà degli anni '90 l'artista compone i primi quadri sintonizzati su neri elaborati che si contrappongono ad un solo colore, preferibilmente primario, talvolta interrotti da una sottile striatura bianca a dividere quasi in due parti esatte la tela, una sorta di "graffio" realizzato con la punta della spatola nel colore ancora fresco, a creare quella vibrazione finemente materica che interrompe le due larghe campiture.

Orizzontali o verticali, le "Sequenze" rappresentano il punto di arrivo di estrema sintesi del percorso di Giancarlo Cerri, laddove la pittura si esprime e si mostra per ciò che è realmente, e diventa lei sola la protagonista. Tuttavia, se nella linea di demarcazione che separa le due campiture orizzontali si scorge un remoto nesso con l'idea del paesaggio, nella concezione verticale il pensiero astratto diviene assoluto, perentorio, definitivo. Ciò si presenta con ancor più forza nei quadri di ampia dimensione, come nelle due "Grandi Sequenze" del 2001 presenti in mostra, laddove la pittura, saggiamente calibrata sul gioco delle campiture, rivela tutta la sua forza emotiva, senza esigenza alcuna di narrare.

Tra le opere esposte anche alcune "Sequenze nere", realizzate tutte nel 1999 con poche righe di colore messe in contrasto con il nero lavorato sottostante, dove la monocromaticità diviene quasi assoluta e la pittura si fa ancor più misteriosa e segreta. Da sempre punto cardine della sua pittura, riferendosi alla tavolozza di Giancarlo Cerri non bisogna mai parlare di Nero ma di Neri, al plurale, perché sempre elaborati, spesso con il colore che gli va incontro dall'altra parte della tela, come rossi, verdi, gialli e blu, che si nascondono e fanno palpitare il quadro.

Infine, in due delle opere selezionate ("Croce su fondo giallo" e "È sempre l'ora della croce", rispettivamente del 2003 e 2005) l'accenno alla tematica sacra è tutta nell'immagine della croce, che per l'iconografia cristiana rappresenta il simbolo del sacrificio estremo. Una memoria medievale o pre-rinascimentale, che qui, nella consueta sintesi che contraddistingue la ricerca del pittore, riaffiora aggiornata nel taglio d'immagine adatto all'uomo contemporaneo e alla sua tensione spirituale, spogliata del racconto e intonata sulla forza del simbolo.

- Giovanni Cerri
2020: a Milano nell'ora del lupo


La pittura di Giovanni Cerri, classe 1969, fin dai suoi esordi avvenuti alla fine degli anni Ottanta ha spesso raccontato la città e l'ambiente urbano, in particolare il territorio delle periferie, partendo proprio da Milano, città dove da sempre vive e lavora, ricca di spunti artistici, architettonici e di immagini legate al mondo industriale. Giovanni la sua città l'ha vissuta, indagata e rappresentata in tanti aspetti, cercando sempre di rendere partecipe il pubblico di quanto sia stato importante per lui, come uomo e artista, crescere in un determinato tipo di ambiente.

Così, a cinque anni di distanza dalla mostra Milano ieri e oggi, realizzata in occasione di Expo 2015, l'artista presenta un nuovo percorso di immagini ispirate a Milano, questa volta partendo da un fatto reale altamente drammatico, l'epidemia Covid-19. Preceduto dal corpus di disegni Diario della pandemia, già esposti a ottobre 2020 alla Casa di Lucio Fontana a Comabbio (Varese), il ciclo di lavori realizzato ad-hoc per la mostra "2020: a Milano nell'ora del lupo" richiama nel titolo il film L'ora del lupo di Ingmar Bergman del 1968, dove diventa emblematica la citazione: "L'ora del lupo è quella tra la notte e l'alba, quando molta gente muore e molta gente nasce, quando il sonno è più profondo, gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura."

Non solo scorci di una Milano vuota, osservata "in presa diretta" negli accadimenti di quei mesi, quando il rumore prevaricante era il suono sempre più incessante delle ambulanze, ma anche alcuni volti in cui si percepisce l'angoscia della rinuncia alla vita di tutti i giorni, la costrizione degli spazi privati, la rinuncia alla libertà di muoversi dovuta all'emergenza sanitaria e ai suoi divieti inderogabili. Volti e sguardi immersi nell'ora più buia, introspezioni del "coprifuoco", come quello di Papa Francesco nella solitudine immensa e sconfinata della giornata del 27 marzo 2020 durante la preghiera e la benedizione Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro desolatamente vuota.

Giornate oscure e piovose, che si susseguono una dietro l'altra, drammaticamente uguali, tenebrose e struggenti come tutte quelle settimane in cui il mondo pareva essersi fermato, costretto a una tragica sosta: Piazza del Duomo, il Castello Sforzesco, la Basilica di Sant'Ambrogio, lo skyline della città con i nuovi grattacieli dell'area di Porta Nuova dove in primo piano un carrello della spesa è stato abbandonato, il tram che percorre una periferia vuota e silente. Anche i parchi giochi sono pervasi dalla muta assenza, così come i posti di lavoro, come nel quadro "Stop", che ci mostra una scavatrice spenta in un cantiere vuoto, perché il virus ha posto fine anche all'articolo 4 della Costituzione. Soffre la Milano di Giovanni Cerri, così come la città italiana più colpita dal Covid, Bergamo, volutamente rappresentata dall'artista con colori lividi e tetri nell'opera "Bergamo tace". (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Giovanni Cerri, Milano Zona Rossa Sant Ambrogio, 2020
2. Giancarlo Cerri, Sequenza orizzontale, olio su tela, 1995
3. Giovanni Cerri, Stop, 2020

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Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze


di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020

Presentazione






Opera di Maurizio Mochetti in mostra Maurizio Mochetti
07 settembre (inaugurazione) - 29 ottobre 2021
MAAB Gallery - Milano

Figura eclettica, artista concettuale tra i più interessanti, Maurizio Mochetti (Roma, 1940) espone una selezione di lavori, scelti tra i tanti da lui realizzati in un arco temporale di oltre cinquant'anni. Fin dalla metà degli anni Sessanta, ha intrapreso la sua esplorazione artistica coniugando teoria e pratica, superando il concetto di spazio pittorico, delimitato e statico, in favore di un approccio più ampio e dinamico, oltre il significato simbolico della materia. L'arte è l'idea, come dichiara in un suo scritto, e gli strumenti, i materiali, la tecnologia sono funzionali alla realizzazione dell'idea, una dichiarazione questa che apre la strada del perfettibile, un'indagine verso la verificabilità e l'esattezza scientifica di intuizioni provenienti dal campo della sperimentazione artistica. Interessato al rapporto dell'arte con la scienza, da sempre indaga lo spazio e la materia utilizzando strumenti tecnici sofisticati come i laser.

Nella mostra si potranno vedere opere come Travasi di luce (1970), già esposta alla Fondazione Burri, che consiste in due sfere bianche poste in stretta relazione tra di loro grazie all' intensità luminosa: quando l'una ne acquisisce, l'altra ne perde, in una proporzionale e reciproca dipendenza dialettica. Un'altra sfera, questa volta nera, è penetrata da un raggio laser che, rimbalzando all'interno, fuoriesce in un'altra direzione casuale (Rimbalzi all'interno di una sfera, 1989). (...) Un importante catalogo, con un testo critico di Massimiliano Scuderi, accompagnerà la mostra. (Comunicato stampa)




Disegno realizzato da Laurina Paperina Laurina Paperina
Il sonno della ragione genera mostri


30 settembre (inaugurazione) - 15 dicembre 2021
Studio d'Arte Raffaelli - Trento
www.studioraffaelli.com

Terza mostra personale di Laurina Paperina allo Studio d'Arte Raffaelli di Trento: dopo "New Pollution" del 2012, che ha segnato l'esordio spamming dell'artista, e "Doomsday" del 2016, in cui grandi tele hanno occupato lo spazio terreno e ultra- terreno della galleria seguendo la tematica apocalittica del Giudizio Universale, Laurina Paperina è pronta a confrontarsi con una nuova dimensione, che segna un'importante evoluzione del suo percorso artistico. Il nucleo tematico della mostra ruota attorno all'omonimo capolavoro di Goya e alla rielaborazione di un tempestoso sturm-und-drang calato nella contemporaneità - artistica e non - in cui le ispirazioni di Laurina Paperina si muovono come autonomi personaggi; ma la novità dirompente dei nuovi lavori dell'artista, con l'ausilio tecnologico della App ARIA, è la realtà aumentata (AR), che permette ai dipinti di prendere vita propria, e muoversi nell'etere staccandosi dai confini dell'opera.

Pittura, disegno e animazione, medium prediletti di Laurina Paperina, si fondono e confondono in queste opere uniche e sorprendenti, dove le scoperte e le possibilità narrative si moltiplicano potenzialmente all'infinito dando origine a un mondo visivo virtuale che integra la realtà fisica muovendosi in parallelo a essa. Completa l'esposizione una selezione di sculture inedite, testimoni della volontà dell'artista di sconfinare nella terza dimensione, e un'esclusiva sezione di merchandising in edizione limitata in Augmented Reality. La mostra è accompagnata da un catalogo - al quale è stata applicata la tecnologia AR - con testo di Nicolas Ballario. (Comunicato stampa)




Spazi sensibili
15 settembre (inaugurazione) - 17 novembre 2021
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

La relazione complessa tra spazio e sensorio è il fulcro di questa mostra, a cura di Francesca Pola, che presenta insieme Philippe Decrauzat, Riccardo De Marchi, Martina Klein, Arcangelo Sassolino. Tra le opere di questi quattro autori si possono riconoscere alcuni elementi di analogia: sono caratterizzate da un'essenzialità formale che intende annullare qualsiasi aspetto di espressività in chiave sentimentale ed emotiva e con essa da una radicale e fondante nitidezza materiale ed esecutiva, per cui il metodo operativo è parte fondante e significante, trasparente ed evidente nel suo farsi immagine.

Ciascuno di essi, in modo differente, realizza immagini che possiamo definire spazi sensibili, con i quali il visitatore è chiamato a mettere in gioco la propria fisicità: Decrauzat nelle sue distorsioni percettive di permeabilità dell'astrazione, De Marchi nelle sue traiettorie di buchi che materializzano il vuoto, Martina Klein nelle sue articolazioni plastico-cromatiche sospese, Sassolino nelle sue paradossali tensioni di materia. Sono opere pensate come modulazioni sensibili dello spazio, ma non in una chiave puramente visuale: non esauriscono infatti il loro significato nell'essere osservate, ma richiedono un altro tipo di coinvolgimento.

Il visitatore è chiamato a decifrare la loro presenza sensibile attraverso la propria, in un tempo di relazione e assimilazione: non limitandosi allo sguardo, ma percorrendo con il corpo e con la mente le vibrazioni e i respiri di queste immagini, la cui essenzialità complessa diviene luogo di accadimenti sensoriali, in tempo reale. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con la riproduzione delle opere esposte, un saggio introduttivo di Francesca Pola e un aggiornato apparato bio-bibliografico degli artisti esposti.

Philippe Decrauzat (Losanna - Svizzera, 1974), intende minare il campo dell'astrazione nell'intento di spingere la percezione oltre i confini dell'immagine. Attraverso una varietà di media che include murales, sculture, installazioni, opere site-specific e audiovisuali è interessato al rapporto diretto che l'Op art fornisce agli spettatori e al modo in cui influenza le loro menti. Con l'investigazione dello stato dell'immagine propone situazioni che mirano a stabilire un dialogo con il visitatore e a stimolare lo sguardo del pubblico.

Riccardo De Marchi (Mereto di Tomba, 1964) realizza opere costituite da traiettorie di fori che attraversano superfici in alluminio, acciaio inox, plexiglass, muro, materializzando una diretta fisicità del gesto iterato, ripetuto, del bucare, che letteralmente trascrive, senza mediazioni e sovrastrutture convenzionali, il mondo come pensiero umano, in tracciati volutamente sospesi tra logica e sensibilità. Riccardo De Marchi rintraccia il mondo riscrivendolo in sequenze di buchi, spazi e volumi e, con lenta e inesorabile coerenza, da decenni fora superfici offrendoci diaframmi di realtà come dispositivi per cogliere il non coglibile.

Martina Klein (Trier - Germania, 1962) realizza tele monocrome che vengono appoggiate a muro o installate libere nello spazio. Le diverse monocromie creano piani di colori che definiscono lo spazio e il suo carattere. Martina Klein costruisce la sua opera con diversi strati di colore dove il pigmento a olio e l'uso specifico dei colori conferiscono maggiore luminosità al suo fare pittura.

Arcangelo Sassolino (Vicenza, 1967) parte da un'idea di compenetrazione tra arte e fisica, nel costante interesse per la meccanica e la tecnologia in quanto fonte di nuove possibilità di configurazione della scultura e di indagine sulle energie latenti della materia. Velocità, pressione, gravità, tensione costituiscono le basi di una ricerca rigorosa sempre protesa a sondare il limite ultimo di resistenza e di non ritorno. (Comunicato stampa)




Opera di Aymone Poletti denominata Clair de lune realizzata nel 2021 Opera di Aymone Poletti denominata Sognando dal treno realizzata nel 2021 Aymone Poletti
Mondi Poetici


20 agosto (inaugurazione) - 31 ottobre 2021
Museo Regionale delle Centovalli e del Pedemonte di Intragna (Canton Ticino, Svizzera)
www.museocentovallipedemonte.ch | Locandina

La mostra offre agli spettatori un ulteriore discorso ricco e raffinato, incentrato sulle storiche realtà artistico-regionali del Cantone. Dopo l'esposizione dedicata al lavoro di Alexander Heil ora il filone si arricchisce della mostra personale dell'artista Aymone Poletti dal titolo evocatore. Accostamenti di incisioni, monotipie e collages, senza dimenticare i delicati lavori fotografici elaborati con una particolare tecnica di bollitura al sale, sono in dialogo tra loro in una esposizione che riassume uno scorcio degli ultimi lavori di ricerca dell'artista nel campo dell'arte. Una cinquantina le opere esposte nelle sale intime del Museo.

Così viene introdotta l'esposizione dal Professor Gilberto Isella: "(...) L'intenzione (di Poletti) è quella di istituire un metaluogo, anima dell'universo o sfera immaginaria del vivente. L'oikos, beninteso, ma concepito nella sua dinamica specifica, che lo sguardo corrente ignora. Indicatore primario di una natura in fieri, che 'viene ad essere'- dunque sempre ai margini 'iperbolici' della rappresentazione - il paesaggio è infatti còlto da Aymone ai suoi albori, nella sua epifania cosmica e attraverso le sue continue metamorfosi, secondo il variare dei tratti distintivi posti in evidenza. Una faccenda di posture, di atmosfere luminose evidenziate spesso tramite significativi contrasti tonali.(...) La carica espressiva delle parti e del tutto deriva dal sottile gioco di intrecci, sovrapposizioni e condensazioni dei dispositivi formali e cromatici messi in atto, sotto la regia di una tecnica rigorosa ancorché addolcita dall'emotività dello sguardo.(...)

La tecnica mista unita al collage - privilegiata anche nella presente occasione - contribuisce a rendere particolarmente intensa, porosa e materica la 'grana' astratta dei quasi-sfondi. Nell'amalgamare pigmenti diversi, le stesure cromatiche generano in molti casi un panorama investito di squarci tenebrosi: preannunci di quel nero che, compatto, andrà a rivestire le cornici interne. E così sarà spesso la notte a governare la vicenda cosmica. Su fondali materici e indeterminati si stagliano forme nette e luminose, pronte a promuovere innegabili confronti dialettici, a tener viva la dicotomia chiaro/oscuro.(...) Andrebbe a questo punto evidenziata, per concludere, la tensione lirica, nell'accezione più ampia del termine, che caratterizza l'insieme. Una "suavitas" dello sguardo e del tocco, refrattaria al concettualismo di tanta arte contemporanea, una leggerezza che restituisce al paesaggio il volto trasognato delle origini."

Aymone Poletti (Lugano) ha studiato a Mendrisio dove si è diplomata all'Accademia di Architettura, seguita fra l'altro dagli architetti Aurelio Galfetti, Alfredi Pini e Peter Zumthor. Nel primo semestre del 2015 è stata artista in residenza alla Cité internationale des Arts di Parigi e, nel 2016, è stata la più giovane artista selezionata in occasione della mostra collettiva Donazioni allo spazioOfficina di Chiasso, con un'opera dedicata al movimento tau-beta amiloide. Tramite Artrust ha esposto a Venezia nell'ambito del VAP (Venice Art Projects), curato da Edoardo Cimadori. Le sue opere si trovano in collezioni sia pubbliche sia private, in Svizzera e all'estero. E' attiva tra Lugano e Venezia. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra)
1. Aymone Poletti, Clair de lune, 2021
2. Aymone Poletti, Sognando dal treno, 2021




Nanda Vigo, incontri ravvicinati
Arte, Architettura, Design


04 settembre (inaugurazione) - 01 novembre 2021
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Effervescente e curiosa, Nanda Vigo (Milano, 1936-2020), è stata architetto, artista e designer, protagonista del clima culturale, milanese ed europeo degli anni Sessanta ed è stata soprattutto capace di una visione propria rivolta al futuro, quasi spaziale, anche negli anni duemila. Attraverso l'arte, l'architettura e il design, il percorso espositivo è un viaggio nello spazio e nel tempo, dove ogni opera è ambientale e si confronta con lo spazio, con il tempo e con la luce. La mostra, a cura di Marco Meneguzzo e Allegra Ravizza, Archivio Nanda Vigo, in collaborazione con Luca Preti, con rari prototipi fuori produzione, pezzi unici, disegni e schizzi inediti, si divide in tre sezioni dedicate ad altrettanti ambiti progettuali distinti ma intrecciati.

La prima sezione presenta Nanda Vigo come "maestra della luce", con una delle sue opere d'arte più note: "l'Ambiente Cronotopico" del 1968. Come negli ambienti che Vigo aveva realizzato con Lucio Fontana tra il 1964 e il 1968, l'Ambiente Cronotopico, luminoso e trasparente, rappresenta l'idea immersiva della luce come viaggio. Una struttura metallica dove sono inserite lastre di vetro industriale trasparente attraversate dalla luce che è l'elemento unificante temporale (crono) e spaziale (topico). "A cosa mi ispiro? Alla luce. La luce è determinante per le forme, per gli oggetti, per un'ambientazione totale. La luce va e non ha dimensione, e si può viaggiare molto lontano..."

La seconda si concentra sull'architettura, attraverso pezzi storici e immagini inedite. Molto precoce la sua collaborazione con Gio Ponti, con cui realizza il progetto della "Casa per lo Scarabeo sotto la Foglia" a Malo (Vicenza, 1958 al 1968), dove il talamo nuziale è il centro della casa come una primigenia stanza della "GENESI". Emblematica la prima delle sue architetture immersive, la "ZERO House" a Milano (1959-1962), una casa di luce con i muri di vetro satinato al cui interno un sistema di luci al neon di differenti colori alterano la percezione dello spazio. In mostra anche i documenti e le immagini dei progetti delle Torri cimiteriali e di altri significativi progetti pubblici, oltre agli interni monocromatici residenziali blu, gialli, rosa e neri.

La terza sezione riflette la complessità della ricerca di Nanda Vigo come designer: dai celebri specchi, alle sedie "due più" (1961) con le loro sorprendenti pellicce che le trasformano una sedia nella poltrona di comando di una navicella intergalattica. Completano il percorso i giochi di luce, la storica lampada Golden Gate fino alla collezione Hard & Soft, ultima collezione completa realizzata per un'ambiente immersivo nel 2019. Riflettendo sulla sua carriera, Vigo diceva: "Ho seguito la visione del grande Gio Ponti; si è avvicinato agli spazi in modo globale, dai cucchiaini all'arte. Ho sempre visto architettura, design e arte insieme come un tutt'uno nei miei progetti". In occasione della mostra, Glas Italia, azienda storicamente legata a Nanda Vigo, ha rieditato il tavolo e lo specchio della serie Andromeda. Numerosi contenuti multimediali e ricerche storiche curate dall'Archivio Nanda Vigo completano l'esposizione negli spazi della Fondazione Sozzani. (Comunicato stampa)




Sala della Casa dell'Arte di Monterone Casa dell'Arte
"Morterone. Natura Arte Poesia"


Località Pra' de l'Ort, Morterone (Lecco)
www.macamorterone.it

L'Associazione Culturale Amici di Morterone ha inaugurato sabato 26 giugno 2021 la Casa dell'Arte, uno spazio espositivo in cui vengono presentate opere di artisti internazionali appartenenti a diverse generazioni che hanno partecipato sin dalla metà degli anni '80 a rigenerare ed animare la vita culturale di Morterone. L'attività dell'Associazione Culturale Amici di Morterone ha avuto inizio nel 1986 e nasce dalla visione poetico-filosofica della Natura Naturans di Carlo Invernizzi, che pone al centro delle proprie riflessioni l'uomo e la sua capacità di percepire e sentire ciò che gli sta intorno non come un qualcosa di estraneo, ma come parte integrante del divenire vitale.

Il percorso espositivo della Casa dell'Arte si ricollega alle mostre presentate a Morterone nel corso dei decenni. Nella prima sala al piano terra le opere di Rodolfo Aricò dialogano con quelle di Carlo Ciussi e Mario Nigro accanto alle "grafie dell'essere" di Dadamaino e alle "tracce" di Riccardo De Marchi. Il ritmo della pittura di Alan Charlton e Niele Toroni coinvolge l'ambiente circostante.

Nella sala adiacente vengono presentate, in un dialogo attivo, le ricerche visuali e percettive di Enrico Castellani, Gianni Colombo, François Morellet e Grazia Varisco, mentre nella sala successiva sono esposti i bianchi monocromi di Riccardo Guarneri, Angelo Savelli e Antonio Scaccabarozzi. I segni archetipici di Gianni Asdrubali conducono al piano superiore, dove i molteplici elementi della disseminazione di Pino Pinelli rimarcano la manualità del suo 'fare' pittura. Bruno Querci e Raffaella Toffolo, attraverso un uso sapiente della luce, svelano visioni inedite di partiture d'ombra. L'opera di Francesco Candeloro restituisce alla ista l'immagine di un ricordo di materia impalpabile.

Proseguendo il percorso espositivo incontriamo, nella prima sala, le superfici pittoriche di Bernard Frize, Günter Umberg ed Elisabeth Vary che focalizzano l'attenzione sulla genesi dell'evento pittorico. Nella sala accanto la pittura di Nelio Sonego è posta in dialogo con il disegno a pastello di David Tremlett, a cui si contrappone l'opera in MDF di Lesley Foxcroft.

L'ultimo piano è dedicato alle sculture di Rudi Wach e ai progetti di Riccardo De Marchi, Alan Charlton, Mauro Staccioli e Michel Verjux. Inoltre, sono esposti i bozzetti di interventi di Igino Legnaghi e David Tremlett già presenti nel Museo di Arte Contemporanea all'Aperto, oltre alle immagini fotografiche di Luigi Erba. Le poesie di Carlo Invernizzi accompagnano il visitatore lungo l'intero percorso espositivo. All'esterno della Casa dell'Arte sono state installate le opere di Nicola Carrino, François Morellet e Ulrich Rückriem, mentre le ceramiche di Gianni Asdrubali sono esposte in Località Pradello.

L'attività proposta dall'Associazione Culturale Amici di Morterone è volta a mettere in risalto la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente: gli interventi ed i contributi realizzati da ciascun artista, in tempi e spazi diversi e secondo le proprie specificità, si pongono alla nostra attenzione come ipotesi e possibilità di un fare dell'uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma che in un dialogo con essa sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative all'uomo che la abita.

È l'arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo e non è un caso che sia stata proprio questa realtà a generare una situazione di questo tipo: Morterone è in quest'ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all'affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell'universo vivente. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Tomas Saraceno a Siracusa Tomás Saraceno
AnarcoAracnoAnacro


29 luglio 2021 - 30 gennaio 2022
Area monumentale Neapolis - Siracusa

Tomás Saraceno, artista argentino di origine italiana che vive e lavora a Berlino, è considerato uno dei maggiori protagonisti della scena artistica contemporanea internazionale e uno dei più influenti attivisti per la salvaguardia del pianeta che sfida, attraverso le sue opere, i modi dominanti di vivere e percepire l'ambiente. Nella mostra presenta un progetto multimediale creato appositamente per l'Area monumentale della Neapolis di Siracusa, dove l'artista opera per la prima volta, uno dei più importanti complessi archeologici del Mediterraneo con una superficie di circa 240.000 metri quadrati che comprende il Teatro greco, il cosiddetto Santuario di Apollo Temenite, l'Ara di Ierone II, l'Anfiteatro romano, le latomie del Paradiso, Intagliatella e Santa Venera, fino alla cosiddetta Tomba di Archimede.

I tradizionali percorsi archeologici della Neapolis saranno attraversati dal percorso narrativo sperimentale di Saraceno. Composta da diversi capitoli, dislocati in numerosi punti distanti tra loro, la mostra costruisce un proprio mondo sensoriale e semiotico, evolvendo come una vera e propria forma di vita nel corso dei mesi. Archeologia, ecologia, aracnomanzia, arte e attivismo sociale dialogheranno, tessendo nuove poetiche visive.

La mostra, a cura di Paolo Falcone, è promossa dalla Regione Siciliana - Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, dal Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. È prodotta e organizzata da Civita Sicilia in collaborazione con Studio Tomás Saraceno, INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico e Accademia d'Arte del Dramma Antico.

L'esposizione è concepita come un dispositivo narrativo volto a moltiplicare le storie raccontate dal sito archeologico, si interroga sulla centralità della storia umana e in particolare su quella dell'Occidente, che trova il suo momento fondativo proprio nell'epoca classica. La ragnatela, l'aracnomanzia, l'evocazione e la reinterpretazione dei miti, così come il concetto di metamorfosi diventano concetti guida per ripensare e riscoprire l'intreccio di forme di vita, linee temporali e reti simbiopoietiche che animano l'Area, portando l'attenzione del pubblico a rivolgersi a coloro che l'hanno abitata per milioni di anni, come le 46 specie di ragni che sono state ritrovate all'interno.

Aracronie e antropocronie, geo-storie e idro-storie, mitologie ibride e post-umane raccontano le urgenze del presente attraverso linguaggi oracolari e vibrazioni impercettibili, chiedendo ai visitatori di prestare attenzione alle reti di vita che ci collegano alle nostre ecologie circostanti e di riconoscere la responsabilità necessaria per fermare il ciclo distruttivo del Capitalocene.

L'Area monumentale della Neapolis, scenario ideale per le installazioni di Saraceno, è un sito del Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. La sua fama nel mondo è legata al maestoso Teatro greco situato al suo interno dove, da più di cento anni, con le rappresentazioni dell'INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico, continuano ad essere rievocate le tragedie e le commedie che hanno commosso ed emozionato gli antichi abitanti della città greca. Nonostante lo sviluppo della città moderna, la Neapolis ha saputo conservare e valorizzare il fascino degli spazi naturali e dei manufatti artificiali che la caratterizzano, assumendo il ruolo di simbolo della città, meta di visitatori da tutto il mondo.

Ed è proprio il percorso di visita, un continuo connubio tra storia e natura, ad aver ispirato il progetto di Tomás Saraceno: la spettacolare Ara di Ierone II; l'affascinante Grotta del Ninfeo, il santuario dedicato al culto delle Muse, sulla rupe che sovrasta l'edificio teatrale con una vista mozzafiato sull'insenatura naturale del Porto Grande, fonte di ricchezza per la città antica e teatro di sanguinose battaglie; la flora con centinaia di specie e vere e proprie rarità botaniche. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Foto di Paul Schmulbach scattata a 26 novembre 1974 a New York City che ritrae Ron Galella e Marlon Brando al Waldorf Hotel Ron Galella. Exclusive Diary
01 settembre - 30 novembre 2021
www.photology.com/rongalella

In occasione del suo novantesimo compleanno, Photology Online Gallery rende omaggio a Ron Galella (New York, 1931), immenso e ineguagliabile "paparazzo" che per oltre sessant'anni ha inseguito e fotografato attori, registi, cantanti e politici, per narrare, rigorosamente in bianco e nero, il mondo delle celebrities. John Travolta e Sylvester Stallone, Elvis Presley e Louis Amstrong, Frank Sinatra e Marlon Brando, Maria Callas, Sophia Loren, Frank Zappa e Richard Burton, Elton John e Yves Saint Lauren, Mick Jagger, Truman Capote e Andy Warhol... provate a nominare un nome qualsiasi delle star che hanno fatto la storia americana dagli anni '50 in poi e senza dubbio quel nome lo ritroverete tra le oltre 3 milioni di fotografie meticolosamente custodite nell'immensa villa di Ron Galella a poco più di un'ora da New York, in un angolo di campagna del New Jersey.

Curata da Davide Faccioli e fruibile in modalità virtuale, la mostra presenta circa 40 opere fotografiche (tutte rarissime stampe vintage, le uniche firmate e timbrate dall'artista e con descrizione giornalistica d'epoca sul retro. Dimensioni 20x25 cm circa) suddivise in due categorie: singole o "sequenze d'azione" composte da due o tre stampe ciascuna. Tutte le immagini in mostra sono contenute nel libro "Exclusive Diary" (306 pagine con 157 fotografie in bianco e nero stampate in tricromia) edito da Photology nel 2004 e ora diastribuito su Amazon al prezzo scontato di € 50 oppure tramite il sito Photology.com.

Personaggio iconico e straordinario, Ron Galella si è costruito la fama di "The king of paparazzi" scatto dopo scatto, sin da quando abitava coi genitori nel Bronx, a dodici miglia da Manhattan e tornava sempre a casa a sviluppare le fotografie che scattava per strada, fuori dai locali più famosi, nei party, ai vernissage delle mostre o alle anteprime cinematografiche.

Figlio di un falegname immigrato di Muro Lucano, in Basilicata, borgo di cui oggi è cittadino onorario, Ron Galella inizia a durante la guerra di Corea, per poi laurearsi in fotogiornalismo nel 1958 all'Art Center College of Design di Los Angeles. Dagli anni Cinquanta in poi non c'è stata celebrità che non sia stata "paparazzata" dalla raffinata sfrontatezza di Ron Galella, capace di farsi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto. Fotografie "rubate" sì ma apprezzate per la loro immediatezza, scattate spesso a raffica senza neppure guardare nell'obiettivo, che più volte gli hanno creato numerosi guai, ma che alla fine sono state pubblicate sui principali magazine di tutto il mondo e oggi sono presenti nei musei più prestigiosi.

Ron Galella, personaggio unico e irripetibile, capace di ridefinire il rapporto fra celebrità e fotografo, sebbene molti attori e artisti si fossero "rassegnati" di buon grado alla sua presenza, anche perché fondamentale per la loro stessa popolarità, si è trovato più volte in mezzo a diverse risse prendendo botte, spinte e insulti da moltissimi attori e personaggi famosi.

Eppure, la genialità di Ron Galella è stata anche quella di trasformare con ironia e arguzia i momenti più difficili in occasioni per continuare a farsi apprezzare. In particolare, è lui stesso a ricordare due episodi: la prima volta quando Marlon Brando, prima di entrare in un ristorante di Chinatown a New York, si girò verso di lui e lo colpì violentemente con un pugno facendogli saltare cinque denti e rompendogli la mascella. Dopo quell'episodio, per il quale venne anche risarcito, quando Galella incrociava Marlon Brando indossava sempre un casco da football, e quando un collega lo fotografò mentre seguiva l'attore con in testa il casco e in mano la macchina fotografica, quell'immagine venne pubblicata a doppia pagina dal magazine People e divenne famosa in tutto il mondo.

La seconda volta quando la sua ossessione per Jackie Kennedy, all'epoca moglie di Ari Onassis, si concluse nel 1972 con l'arresto per "stalking fotografico" e un ordine di restringimento che gli impediva da quel giorno in avanti di avvicinarsi a lei a meno di quindici metri. Ron Galella non si scoraggiò e decise che, ogni volta che avrebbe potuto incontrare la vedova del presidente Kennedy, si sarebbe portato con sé un gigantesco metro per controllare la giusta distanza. Andy Warhol, uno dei migliori amici di Ron Galella, un giorno ha detto: "Una buona foto deve ritrarre un personaggio famoso che sta facendo qualcosa di non famoso. Ecco perché il mio fotografo preferito è Ron Galella". (Comunicato stampa De Angelis press)

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Ron Galella, Marlon Brando and Ron Galella, Waldorf Hotel, foto di Paul Schmulbach, New York City 26 novembre 1974, Vintage gelatin silver print. @2004 by Ron Galella, Courtesy Photology Milan

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Copertina del libro Atlante americano di Giuseppe Antonio Borgese Atlante americano
di Giuseppe Antonio Borgese, ed. Vallecchi
Recensione

Parlare o scrivere dell'America, ovvero degli Stati Uniti, è motivo di opinioni opposte, a volte inconciliabili. Oggi come ieri sembra che nulla sia cambiato da quando all'inizio del Novecento la sua immagine - la mentalità, i costumi, la cultura - diventarono oggetto di valutazioni utilizzate con precise finalità propagandistiche, sia in senso positivo sia negativo.

Copia del libro L'ultima stagione di Phil Jackson e Michael Arkush L'ultima stagione
di Phil Jackson e Michael Arkush, ed. Libreria dello Sport

Recensione

Essere un allenatore di basket che colleziona record nella Nba e scrivere un libro su una delle pochissime stagioni in cui la propria squadra ha perso. Perchè con tante individualità slegate una squadra non arriva a nulla e nella pallacanestro americana l'unica vittoria è quella del titolo NBA. Dal secondo in poi si è uguali nella sconfitta.




Perugino. Il maestro di Raffaello
20 luglio - 17 ottobre 2021 (prorogata allo 01 novembre 2021)
Palazzo Ducale - Urbino

Dopo la mostra "Raffaello e Baldassare Castiglione", il Palazzo Ducale di Urbino dedica una nuova rassegna di alto profilo a un maestro del Rinascimento italiano, Pietro Vannucci detto il Perugino (Città della Pieve, 1448 circa - Fontignano, 1523). L'esposizione celebra la sua arte raffinata, che seppe fondere con straordinaria armonia le migliori prerogative della pittura centro-italiana della seconda metà del XV secolo ed esercitò una grande influenza sul giovane Raffaello. Frutto della collaborazione tra la Regione Marche e il Comune di Urbino, curata da Vittorio Sgarbi e organizzata da Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura, la mostra completa idealmente le celebrazioni per il quinto centenario della morte di Raffaello e anticipa il quinto centenario della morte di Perugino che si celebrerà nel 2023.

«Continua il centenario raffaellesco (1520) mentre ci si avvia al centenario di Perugino (1523). A Urbino, in Palazzo Ducale, nel nome del padre Giovanni Santi, si celebra il maestro di Raffaello, che fu appunto il Perugino. Ma si illumina soprattutto, attraverso alcuni capolavori, quel momento, fra 1470 e 1500, in cui, dopo l'arrivo della Pala di Piero della Francesca per la Chiesa di San Bernardino, mausoleo dei duchi, gli artisti tra Umbria, Marche e Toscana cercano una strada nuova, una lingua di emozioni e sentimenti che nessuno saprà interpretare meglio di Raffaello. Ma a ispirarlo e a indirizzarlo fu proprio Perugino», evidenzia Vittorio Sgarbi, curatore della mostra.

La mostra affronta, attraverso una ventina di opere, uno dei momenti più alti nella storia dell'arte rinascimentale. Perugino è uno dei maggiori maestri del suo tempo e dopo aver guidato il cantiere della Cappella Sistina, è in assoluto il più quotato. Ma la mostra intende cogliere un momento particolare della sua vicenda artistica, quando gli equilibri del Quattrocento sono ormai alle spalle e Perugino è all'apice della carriera, quando emerge nella sua stessa bottega il genio precoce del giovane Raffaello.

La rassegna si apre con le opere di alcuni artisti umbri e marchigiani, tra cui Giovanni Boccati e Bartolomeo Caporali, per richiamare il contesto figurativo del secondo Quattrocento, dove si sentono ancora i bagliori del tardogotico e nel quale si muove la prima formazione artistica di Perugino. Ma il suo orizzonte si sposta presto a Firenze, nella bottega di Andrea del Verrocchio, a quel tempo frequentata dai talenti più promettenti della pittura fiorentina, tra cui Leonardo, Botticelli e Ghirlandaio. Fu proprio in virtù di questo prestigioso apprendistato che Perugino acquisì quell'invidiabile scioltezza del disegno che sarà poi alla base della sua arte.

A Firenze era inoltre possibile ammirare i capolavori dei più celebrati maestri fiamminghi, che Perugino tentò sempre di emulare, specialmente nei suoi paesaggi luminosi e smaltati. Non meno importante per la sua formazione fu l'incontro con Piero della Francesca, che gli trasmise un più misurato senso compositivo e una perfetta competenza prospettica. Nel 1481 fu chiamato a dirigere, insieme ad altri artisti, la decorazione della Cappella Sistina, un'impresa che segnerà un punto di svolta decisivo per la sua carriera. Il maestro riuscì a godere per almeno due decenni di un successo incontrastato e ad attirare commissioni da ogni parte d'Italia, al punto da tenere ben due botteghe a Firenze e a Perugia.

La rassegna, con prestiti dalla Galleria Nazionale dell'Umbria, dal Museo di Arte Antica e di Arte Sacra di Sutri, dal museo del tesoro della Basilica di San Francesco di Assisi e dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, si snoda in un percorso narrativo articolato in sezioni allestite nelle Sale del Castellare. La sezione iniziale, dedicata agli artisti che hanno preceduto Perugino, mette in evidenza la straordinaria unità di linguaggio artistico tra i due "versanti" dell'Appennino umbro e marchigiano, segno di un tempo in cui la montagna non era una barriera ma piuttosto un fattore di unità nell'arte e non solo. Nella seconda sala espositiva l'opera di Perugino viene evocata attraverso le opere di suoi "colleghi" come Giovanni Santi, Bartolomeo della Gatta, Pinturicchio e Signorelli, questi ultimi in parte anche suoi allievi.

La terza sezione presenta il nucleo più importante delle opere di Perugino, realizzate tra il XV e il XVI secolo, prima che Raffaello si trasferisca a Firenze e per Perugino inizi invece una stagione più ripiegata verso il suo territorio. La sala finale è dedicata all'eredità di Perugino e quindi agli artisti che hanno interpretato la sua lezione dando vita ad una maniera che si è diffusa anche oltre i confini umbro marchigiani. Perugino ha infatti creato un linguaggio nazionale (anticipando in questo Raffaello e per la prima volta dopo Giotto) da cui deriva una sorta di "manierismo" peruginesco che determina la sua fortuna "italiana". Il percorso narrativo è arricchito da due contributi video.

Il primo filmato mette a confronto lo Sposalizio della Vergine di Perugino, dipinto nei primi anni del Cinquecento per la cattedrale di Perugia e oggi nel Musée des Beaux Arts di Caen in Normandia con lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la tavola dipinta nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello e oggi nella Pinacoteca di Brera. Partendo dalla Consegna delle chiavi, affrescata da Perugino nella Cappella Sistina tra il 1481 e il 1482 e dagli affreschi nel Collegio del Cambio di Perugia, il filmato mette in luce il "debito" verso Perugino e nello stesso tempo il "sorpasso" già compiuto dal giovane Raffaello. Un secondo video consente ai visitatori di ripercorrere la produzione artistica della maturità di Perugino attraverso una selezione di venti capolavori. La mostra è infine accompagnata da un catalogo scientifico edito da Maggioli Cultura. (Estratto da comunicato stampa Civita)




Dipinto ad acrilici e matita ad olio su tela di cm 125x183 denominato Firmamento (templar castle) realizzato nel 2021 da Debora Hirsch, Courtesy Boccanera Gallery Trento Milano Debora Hirsch
Até aqui


10 settembre (inaugurazione) - 13 novembre 2021
Boccanera Gallery - Trento

14 settembre (inaugurazione) - 06 novembre 2021
Boccanera Gallery - Milano

Debora Hirsch presenta una serie di lavori inediti con i quali continua il suo affascinante lavoro di cucitura tra poli opposti, geografici, mentali e visivi. Tra passato e futuro, tra reale e virtuale, tra natura e artificio. Ogni opera dell'artista è l'esito di uno straordinario lavoro di assemblaggio e dissimulazione. Dietro ogni opera si nasconde infatti un'intelaiatura precisa di memorie e di pensieri, che spesso fanno riferimento al mondo da cui Debora Hirsch viene, il "nuovo mondo"; poi il processo pittorico porta, secondo quanto suggeriva il grande poeta brasiliano Oswald de Andrade, a cui il titolo della mostra rende omaggio, alla determinazione di una situazione inedita; immagini di un mondo "ultra nuovo" che non cancella ciò che è stato, non elimina gli opposti ma li colloca dentro un orizzonte liquido dove tutto diventa ancora possibile.

La pittura di Debora Hirsch è la pittura di un nuovo mondo matriarcale, dove le immagini del mondo e della storia si ricompongono dentro un ordine che permette agli opposti di confluire uno nell'altro, senza annullarsi. "Até aqui", "Fino a qui" indica proprio questo orizzonte sempre mobile, "firmamento" come nel titolo/suffisso di tutte le sue opere, verso il quale la pittura dell'artista si è sospinta. Tra i nuovi lavori che Debora Hirsch presenta a Trento c'è una serie di tele di formato quadrato, un formato sul quale l'artista ha lavorato con singolare e significativa ostinazione.

Il quadrato che nella cultura occidentale richiama la chiarezza della razionalità, qui è destinato a racchiudere immagini fluide, a volte quasi amniotiche, permeate di sostrati che sfuggono e portano verso profondità mutanti. Nel perimetro del quadrato, la chiarezza non viene affatto rinnegata, ma portata ad una condizione superiore e assume forme mobili, riluttanti ad ogni rigidità interpretativa. Eppure dentro quelle forme si condensano la storia, con tutte le sue ferite, come nel bellissimo "Firmamento (pelourinho)", che richiama una colonna per le torture usata dai conquistatori; la geografia, con i fiumi che si fanno sistema venoso nel dipinto "Firmamento (river veins)", la natura con le sue strutture quotidiane e insieme totemiche in "Firmamento (calabash 2)".

È un orizzonte nel quale la separazione tra pittura e digitale sfuma. Nelle tele compaiono filamenti che sono radici aeree e insieme nodi di reti. Così con molta fluidità le immagini slittano dentro gli schermi dei video di Deborah Hirsch, con la stessa naturalezza con cui galleggiano sulle tele. "Até qui" non è un approdo ma un movimento che chiama sempre nuovi movimenti.

Debora Hirsch (San Paolo - Brasile, 1967) è interessata a esplorare come le strutture del potere possano essere sottili, insidiose e impercettibili, oltre che brutali e invasive, spaziando dalle dinamiche storiche di colonizzazione, al controllo tecnologico, alle dinamiche che agiscono a livello personale. Alcuni temi chiave ricorrono nelle opere di Debora Hirsch, come l'antropologia contemporanea, le interrelazioni inosservate e le realtà nascoste, l'influenza dei media e della tecnologia sulla cultura e la società, definendo la natura multidisciplinare della sua pratica artistica.

Sebbene il suo lavoro sia spesso concettuale e di appropriazione - raccoglie immagini da archivi, vecchi libri, mondo digitale, arte e una varietà di media - costruisce il proprio immaginario e la propria prospettiva attraverso una concezione metafisica dell'arte. Il suo linguaggio visivo spesso invita deliberatamente gli spettatori a indagare e a riconsiderare le loro azioni e la loro esistenza. Il suo metodo preferito per la produzione di disegni, dipinti, video, siti web, installazioni e oggetti è quello di progredire per associazioni e deduzioni. Le opere di Debora Hirsch sono spesso istantanee elaborate di un'indagine in corso che include teorie, congetture, reinterpretazioni di segni su realtà apparentemente irrilevanti, interconnessioni nascoste e somiglianze tra mondi e tempi lontani. (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Debora Hirsch, Firmamento (templar castle), 2021, acrilici e matita ad olio su tela, 125 x 183 cm, Courtesy Boccanera Gallery Trento/Milano




Opera di Duilio Cambellotti Duilio Cambellotti
Al di là del mare


24 luglio (inaugurazione) - 20 novembre 2021
Ex Chiesa di San Domenico - Terracina
www.fondazioneterracina.it - www.duiliocambellotti.it

Le novantatre opere e l'interessante repertorio di fotografie d'epoca messe a disposizione dall'Archivio dell'Opera di Duilio Cambellotti costruiscono una mostra dall'andamento antologico che segue l'attività del poliedrico artista-artigiano dalla fine dell'Ottocento, l'epoca del suo esordio come disegnatore di manifesti teatrali e pubblicitari, alla fine degli anni '40. Un lungo cammino nel corso del quale la sua torrentizia creatività viene assoggettata alla missione di produrre arte totale per tutti. Cambellotti si esprime nel campo delle arti applicate realizzando mobili, ceramiche e vetrate, è illustratore, incisore, grafico pubblicitario, scultore, scenografo, non pone limiti alle sue incursioni nel campo dell'arte. Sullo sfondo, il costante richiamo a una terra amatissima, la sua inesauribile fonte di ispirazione.

Figura del tutto eccentrica nel contesto dell'arte italiana del '900, tenacemente impegnato in una ricerca dai modi arcaizzanti ma in realtà d'avanguardia, Duilio Cambellotti è un artista difficile da inquadrare. Francesco Tetro, curatore della mostra, sceglie di iniziare il racconto della sua carriera dall'incontro che cambierà la sua vita, quello con i paesaggi, la gente, gli animali e la storia del paludoso, malsano, affascinante territorio immediatamente a Sud di Roma, lungo il rettilineo della via Appia.

La mostra è ospitata negli ambienti della duecentesca chiesa di San Domenico, splendida architettura cistercense bombardata durante la seconda guerra mondiale e finalmente restituita alla vita della comunità cittadina da un filologico intervento di restauro. Non casuale la scelta di inaugurare il nuovo spazio culturale con una mostra dedicata a Duilio Cambellotti, artista di vertice nel panorama artistico italiano della prima metà del '900, legato al territorio dell'Agro Pontino e, in particolare, alla città di Terracina da un rapporto profondo e di nodale importanza nella sua ricerca, come opportunamente messo in luce dalla rassegna.

- L'artista e il territorio

"Sto rivivendo! Ho rivisto oggi la palude e i neri animali. Ho rivisto il mare; [...] Questo è bastato perché il torpore del mio cervello e delle mie membra scomparisse per incanto. Nuove visioni così appaiono ai miei occhi e potranno, lo spero sinceramente, rimettere in movimento la mia produzione". È il 1910, nelle lettere inviate da Terracina alla futura moglie Maria Capobianco si legge quanto importante fosse diventata per Cambellotti la frequentazione dell'arcaico mondo contadino in cui, all'inizio del secolo, lo aveva introdotto l'amico Alessandro Marcucci, direttore delle Scuole dell'Agro Romano impegnato nel programma di alfabetizzazione delle arretrate popolazioni rurali locali. Un programma che, oltre a Marcucci, coinvolge anche altri illustri esponenti dell'ambiente socialista umanitario romano: Giovanni Cena e la compagna Sibilla Aleramo, Anna Fraentzel Celli con il marito, il malariologo Angelo Celli, anche Giacomo Balla condivide i loro ideali.

Cambellotti, convinto sostenitore della funzione educatrice dell'arte, si getta a capofitto nell'impresa, contribuendo a realizzare, nella zona compresa tra Cisterna di Latina e Terracina, una fitta rete di scuole ricavate in locali di fortuna concessi da privati, chiese rurali o capanne costruite ex novo da allievi e maestri. Per quelle scuole illustra i sillabari, realizza decorazioni e arredi, suoi persino i crocifissi da appendere alle pareti. Quando è nell'Agro, soggiorna a Terracina, la città che lo incanta per la bellezza delle sue marine con vista sul promontorio del Circeo e sulle Isole Pontine, per la fierezza della sua gente e la ricchezza di una storia millenaria che affonda le sue radici nel mito.

Benché la sua arte finalizzata a raggiungere massivamente la parte migliore del pubblico, il popolo si esprima preferibilmente attraverso le arti applicate, la scenografia teatrale, la grafica pubblicitaria e l'illustrazione, la suggestione esercitata dall'ambiente di Terracina gli ispira una produzione particolare, quella delle visioni, il modo in cui chiama certe composizioni fantastiche "Nate per fissare sulla carta cose che non erano dinanzi ai miei occhi ma... sorgevano da dentro di me". Attento osservatore della natura, Cambellotti riempie di annotazioni e schizzi dal vivo i taccuini che porta sempre con sé. Giunto a casa, quelle idee raccolte en plein air germogliano in narrazioni visionarie che attingono al suo profondo interesse per la mitologia greco-romana.

L'allestimento della sala che introduce il visitatore alla mostra si sviluppa proprio attorno a una di quelle visioni, per la precisione la prima di una famosa serie di quattro grandi tempere acquarellate su carta a sviluppo orizzontale, le Allegorie del Circello, esposte nel 1922 alla mostra degli Amatori e Cultori. L'essenziale, elegante composizione eseguita a monocromo mostra il promontorio del Circeo trasformato in una nave dalla prua equina pronta a salpare, mentre, sullo sfondo, le Isole Pontine, assumono le fattezze di chimere dalla testa leonina.

- Il lavoro per il teatro classico

Un artista che produce arte programmaticamente diretta al popolo per promuoverne l'educazione e migliorarne le condizioni di vita non può che apprezzare le opportunità di diffusione dei propri principi offerti dal mezzo teatrale. Esteso ed entusiasta fu infatti l'impegno di Cambellotti nel campo della scenografia e, più in generale, dell'allestimento di spettacoli all'aperto tratti dal repertorio della drammaturgia classica. Una sezione della mostra è interamente dedicata a documentare il contributo offerto dall'artista alla realizzazione di indimenticabili rappresentazioni presso il Teatro greco di Siracusa, il Teatro antico di Taormina e quello di Ostia antica. Nei modellini e nei bozzetti scenografici si evidenzia la sua moderna propensione alla riduzione degli elementi scenici. Cambellotti fa muovere gli attori entro ambienti dalle geometrie essenziali in cui un sapiente uso del colore svolge la funzione di evocare i principi etici sottesi al dramma.

- La scultura

Anche per motivi economici, Cambellotti produce soprattutto sculture di piccole dimensioni, grandiose, però, nella potenza dell'invenzione iconografica. Ai visitatori della mostra è riservata la sorpresa di una ricostruzione del prototipo dei famosi vasi cambellottiani con gli animali, il Vaso dei cavalli del 1903, semidistrutto nell'incendio della Sezione Arti Decorative dell'Esposizione Internazionale di Milano del 1906. Dalle macerie fumanti Cambellotti trasse due cavallini di bronzo, quel che restava del manufatto. Nell'occasione della mostra, i cavalli superstiti sono stati montati su un vaso di gesso della stessa forma di quello originario, in modo da rivelare la deliziosa idea compositiva dei due animali che sporgono il muso oltre l'orlo del recipiente nell'atto di abbeverarsi.

La Cibele del 1910, arcaica dea della fecondità calata nei panni di una stilizzata contadina dell'Agro, è una delle più felici invenzioni di un artista capace di traghettare il mito nella dimensione del quotidiano. Sono anche esposte due versioni di Buttero a cavallo, quella realizzata tra il 1918 e il 1919 e il Magister Equitum del 1924. Monumento equestre più volte e in varie dimensioni realizzato nel corso della sua carriera, il buttero è la risposta antiretorica alle celebrative sculture di eroi a cavallo che popolano le piazze dell'Italia post risorgimentale. Nel progredire degli anni, Cambellotti avvia su questa sua originale tipologia scultorea un processo di semplificazione formale in cui il profondo legame tra cavallo e cavaliere viene sottolineato modellando il gruppo come un'unica creatura, un centauro della Campagna Romana.

- Dal Simbolismo alle Arti Applicate

Nell'ambiente un tempo occupato dalla sagrestia della chiesa di San Domenico è stata infine ricavata una sorta di Wunderkammer che rende conto della molteplicità di interessi di Duilio Cambellotti. Il suo talento di designer di mobili di minimale eleganza in cui l'apparato decorativo è sacrificato a favore di una approfondita ricerca sulla struttura è testimoniato dal Tavolo dei timoni, modernissima creazione del 1912 in cui il sostegno che regge un semplice piano rotondo è costituito da tre timoni per barca. Tante le ceramiche e le terrecotte che traggono ispirazione da motivi naturalistici: il vaso con il serpente e quello con i porcellini lattonzoli, il vasellame dipinto con motivi di falchi, leopardi e cavalli, un repertorio zoologico completato dai corvi di palude che occupano lo spazio di una vetrata degli anni '30.

In memoria del suo impegno di costruttore di scuole per l'alfabetizzazione delle popolazioni contadine stanziate a sud della capitale, si espongono i suoi abbecedari illustrati e la grande raffigurazione di un olivo multicolore che decorava l'interno di un'aula affacciata su un cortile dominato da un olivo vero, in un gioco di corrispondenze tra arte e natura che è tipico del suo modo di progettare gli ambienti destinati alla vita dell'uomo.

Di grande raffinatezza la serie dei bozzetti esecutivi di manifesti pubblicitari, un genere che sente congeniale alla sua vocazione di divulgatore dell'arte: "Preferivo sempre il cartellone al quadro perché diretto al popolo [...] E da questo fu facile passare ad una forma più atta alla diffusione perché moltiplicabile: la silografia". E infatti nella camera delle meraviglie cambellottiana compaiono alcune bellissime illustrazioni. Chiude la mostra una serie di xilografie del '47 di eccezionale qualità esposte, accanto alle loro matrici in legno, in un ambiente in cui è ricostruito lo studio dell'artista.

- I Monumenti ai caduti della Prima e Seconda Guerra Mondiale

Appendice ideale del percorso espositivo della mostra è la visita al Monumento ai caduti della I Guerra Mondiale in piazza Garibaldi e al Monumento ai caduti della II Guerra Mondiale in piazza IV Novembre (Borgo Hermada). Commissionati a Cambellotti dal Comune di Terracina all'indomani dei due conflitti mondiali. (Comunicato ufficio stampa Scarlett Matassi)




I fiori dell'imperatore
Rotazione di lacche e inro giapponesi


06 luglio - 05 dicembre 2021
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Il programma di rotazioni che il Museo effettua periodicamente per la corretta conservazione delle opere più delicate prevede, dopo un'assenza di sette anni, l'esposizione di una selezione di raffinate lacche giapponesi dal XVII secolo ai primi anni del Novecento. In un'apposita teca nella galleria del Giappone, troveranno infatti posto quattro scatole laccate recanti i simboli della famiglia imperiale, il crisantemo a sedici petali e la paulonia. L'arte della laccatura, importata in Giappone dall'Asia continentale, raggiunse i massimi livelli tecnici ed espressivi nel periodo Edo (1603-1868).

Questa tecnica consiste nel rivestire le superfici di recipienti e utensili con lacche colorate, trasparenti o opache, arricchite spesso di polveri e lamine metalliche o altri materiali (soprattutto madreperla), che donano al manufatto effetti di preziosa e compatta brillantezza. Tra le lacche esposte in occasione della rotazione, il pezzo più pregevole è un ryoshibako decorato con motivi vegetali, una scatola per carta e documenti di epoca Edo (seconda metà del XVII secolo) in legno laccato con aggiunta di polveri metalliche applicate secondo la tecnica maki-e, che rivela la grande maestria raggiunta dagli artigiani giapponesi dell'epoca.

Sul fondo di lacca nera spiccano in primo piano corolle rotonde di crisantemi (kiku) alternate a foglie e piccoli fiori di paulonia (kiri), secondo il tipico stile Kodaiji. In secondo piano, ad arricchire il disegno, alcuni raggruppamenti di erbe e fiori autunnali. Secondo l'iconografia tradizionale, il crisantemo e la paulonia sono associati alle figure dell'imperatore e dell'imperatrice e sono ricchi di significati simbolici: secondo la leggenda, l'albero della paulonia è legato anche alla fenice di tradizione estremo-orientale, che si poserebbe solo sui suoi rami.

Accanto alle scatole in lacca trovano posto anche tre inro, contenitori in legno per conservare medicinali, timbri e piccoli oggetti, che venivano tradizionalmente appesi alle vesti con un cordoncino e assicurati alla cintura da una sorta di alamaro. Due dei tre inro esposti, composti da cinque compartimenti impilati a sezione ellissoidale, sono finemente decorati con immagini di paesaggi stilizzati su fondo oro, mentre il terzo mostra la curiosa raffigurazione della divinità Shoki che insegue un demone. Secondo la tradizione, esporre l'immagine di questa divinità durante la Festa dei Bambini proteggerebbe i figli maschi dalla malasorte e dalla sfortuna. (Comunicato stampa)




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Intervento site-specific di Genuardi-Ruta nel 2021 per Masseria Canali, in acrilico, legno, velluto, ecopelle, Foto Claudio Palma, Courtesy Nicoletta Rusconi Art Projects Genuardi/Ruta
Sotto Verde Manto


inaugurazione 26-27 giugno 2021
Masseria Canali - Via extraurbana Canali Memmi - Casarano (Lecce)
www.nicolettarusconi.com


Personale del duo artistico Genuardi/Ruta, Antonella Genuardi (Sciacca,1986) e Leonardo Ruta (Ragusa,1990). Figlio di Cascina I.D.E.A., il progetto di residenze avviato ad Agrate Conturbia (NO) attivo dal 2017, con I.D.E.A. Salento, Nicoletta Rusconi Art Projects offre agli artisti la possibilità di vivere due realtà molto peculiari sia dal punto di vista paesaggistico che della tradizione artigiana: il lago Maggiore e il Monte Rosa da un lato e i due mari della Puglia dall'altro. Per questa seconda edizione di I. D.E.A. Salento, Nicoletta Rusconi ha scelto di collaborare con Davide Meretti, che ospita l'iniziativa a Masseria Canali (Casarano), nel cuore del Salento.

Sotto Verde Manto è il risultato della permanenza del duo Genuardi/Ruta in Masseria e del loro viaggio alla scoperta del Salento, per comprendere, nel profondo, modi e riti delle civiltà marinare e contadine, e vivendo i suggestivi intrecci di leggende, storie, colori e architetture dello straordinario territorio salentino. Genuardi/Ruta innescano un dialogo indoor a partire dalle loro forme e dal paesaggio che li circonda: costruzioni antiche e grotte rupestri, città e monumenti, torri saracene, verdi distese e pietre ambrate. L'intervento è stato realizzato ad hoc negli spazi della Masseria utilizzando strutture elicoidali, corpi abbigliati con tessuti di superficie opaca e riflettente, dialogando con l'ambiente interno e in armonia con le esigenze funzionali ed estetiche di un'abitazione privata.

Il duo indaga i fattori costitutivi dello spazio, ridefinendo l'architettura attraverso la pittura, traducendo l'incontro della luce con i volumi del costruito, mantenendo sempre al limite l'equilibrio tra una geometria della realtà e una visionaria. Le geometrie che Genuardi/Ruta mettono in campo sono sempre frutto di una ricerca sulla luce, sui volumi che intercetta e sui tagli che definisce. La loro riflessione sullo spazio, il cui rapporto con la luce compone il fulcro del loro lavoro, non deriva da una matrice tecnico-analitica ma esprime un bagaglio di memorie remote. La mostra è accompagnata da un testo critico a cura di Elsa Barbieri.

Masseria Canali una vecchia casa colonica recentemente ristrutturata, risale alla fine del 1800 e si trova nella campagna tra i comuni di Casarano e Collepasso, nel cuore del Salento, in un'area di svariate decine di ettari di ulivi secolari. La masseria era utilizzata per ricoverare il bestiame e custodire attrezzi agricoli, oltre ad ospitare alcuni coloni. Fulcro della vita della contrada, la masseria garantiva pane e acqua a tutti i contadini impiegati nei campi grazie al pozzo e al forno a legna. La sua struttura originale, realizzata in fasi successive, è stata modificata e ampliata nel corso degli anni, creando una sovrapposizione di epoche e stili facilmente visibile dall'esterno. Mentre l'esterno della casa è chiaramente in stile salentino, l'idea alla base degli interni era quella di creare un ambiente dal sapore internazionale. La maggior parte dei pezzi sono vintage, raccolti dal proprietario durante viaggi, da mercatini dell'antiquariato, fiere e da vari commercianti italiani ed esteri. (Comunicato stampa)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali:

- Biblioteca: circa 5.000 tra libri, cataloghi, riviste, raccolte di ritagli stampa e pubblicazioni di vario genere legate all'artista e alla sua attività;
- Audiovisivi: circa 100 pellicole cinematografiche e 500 tra VHS, DVD, audiocassette e altri supporti contenenti film d'artista, documentari, interviste e riprese di vario genere;
- Carteggi: più di 1.000 tra lettere, telegrammi, cartoline e biglietti, selezionati dall'artista a partire dalla fitta corrispondenza con amici artisti, intellettuali e personalità del mondo della cultura;
- Fotografie: quasi 200 tra cassetti e scatole contenenti stampe di vario formato, negativi e diapositive che documentano le opere, le mostre e la vita dell'artista, realizzate da alcuni dei più grandi fotografi d'arte, attivi a Milano e non solo, tra i quali Paolo Monti, Ugo Mulas, Antonia Mulas, Gianfranco Gorgoni e Carlo Orsi;
- Carte di lavoro: più di 300 faldoni contenenti le pratiche di lavoro prodotte nel corso degli anni dall'artista e dal suo studio;
- Materiali diversi: quasi 200 manifesti di mostre e spettacoli teatrali, più i numerosi premi ricevuti dall'artista e tutti quei materiali di varia natura non altrimenti categorizzabili.

Fin dalla sua nascita nel 1995, la Fondazione si è occupata dell'archivio, svolgendo un'azione di comunicazione e promozione verso l'esterno e di collegamento con il pubblico, garantendo l'accesso a professionisti e studiosi, che possono accedere alla consultazione in sede inviando una richiesta di appuntamento. La stessa Fondazione ha quotidianamente attinto all'archivio per costruire e arricchire la propria offerta culturale, dalle mostre alle pubblicazioni alle diverse attività didattiche e divulgative, fino alla pubblicazione del Catalogo ragionato della scultura (ed. Skira, 2007) e a quella del Catalogue Raisonné online (lanciato nel 2019). Una prima release delle sezioni Fotografie, Carte di lavoro e Materiali vari sarà online entro la fine dell'anno. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare.

In questo contesto la poetica sensibile del fotografo e l'attitudine sperimentale dell'azienda si incontrano e danno vita ai Portfolio Marazzi, un progetto di ricerca fotografica in cui Ghirri coinvolge i fotografi John Batho, Cuchi White, Charles Traub per interpretare i nuovi brevetti e collezioni di Marazzi, e in cui la ceramica è letta come superficie e spazio mentale, possibilità infinita di composizione, luce e colore. "Trasformare la materia attraverso la forma, la luce e il colore per renderla viva: questo per Marazzi è fare ceramica" così Filippo Marazzi presentava il lavoro di ricerca della Marazzi e di Ghirri - "Non sorprende che l'occhio attento di un grande fotografo come Luigi Ghirri abbia colto con esattezza l'espressione di questa realtà e l'abbia interpretata secondo la propria personale lettura".

Le molte immagini create da Ghirri per Marazzi sono state conservate da allora nell'archivio dell'azienda: un corpus di opere quasi totalmente inedito di foto e stampe in edizione limitata per lo più mai esposte o pubblicate, se non per il nucleo scelto per Foto/Industria 2019, a cura di Francesco Zanot, la Biennale dedicata alla fotografia della Fondazione MAST. Un patrimonio consistente che oggi, grazie all'impegno di Marazzi e alla collaborazione con l'Archivio Eredi Luigi Ghirri, è al centro di un'importante operazione di valorizzazione: la condivisione di un'esperienza culturale unica che aggiunge un tassello importante alla conoscenza dell'opera e della ricerca di un maestro assoluto della fotografia italiana.

Primo elemento di questa operazione è Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985, un prezioso volume non destinato alla vendita che raccoglie una selezione di 30 fotografie realizzate dall'artista nel corso dei dieci anni di sodalizio con l'azienda, accompagnate da testi dello scrittore Cosimo Bizzarri e del critico fotografico e curatore Francesco Zanot. Questa stessa selezione è anche il primo nucleo di opere presentate all'interno del sito dedicato, che sarà progressivamente arricchito con apparati, testi e informazioni sulle iniziative che verranno organizzate nel tempo. Infine, le immagini saranno protagoniste di un progetto espositivo su scala europea che ha il suo simbolico inizio con il piccolo focus sull'opera simbolo di questa operazione, ospitata nelle sale dei Musei Civici di Reggio Emilia a partire dal 21 maggio fino al 4 luglio 2021 nell'ambito di Fotografia Europea.

Nelle fotografie realizzate in quegli anni per Marazzi, Ghirri guarda appunto alla piastrella in modo nuovo. A differenza dei fotografi commerciali, si interessa profondamente al soggetto e lo interpreta liberamente: la piastrella diventa sfondo per una rosa, superficie su cui posare due pastelli, palcoscenico in miniatura per un pianoforte. "La ceramica" - scrive Luigi Ghirri a proposito del suo lavoro - "ha una storia che si perde nella notte dei tempi. È sempre stata un 'oggetto' su cui si vengono a posare altri oggetti: i mobili, i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi.

Realizzando queste immagini, ho ripensato a tutto questo e ho cercato di ricostruire, con l'aiuto di superfici di diversi colori, nella sovrapposizione degli oggetti e delle immagini, uno spazio che, invece di essere lo spazio fisico e misurabile di una stanza, fosse l'idea dello spazio mentale di un momento, di una sovrapposizione che può prodursi o si produce, in una delle numerose stanze riscoperte grazie a queste superfici. Questo lavoro, al di là di altri significati, è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria".

La collaborazione con Marazzi si colloca in mezzo a due momenti cardine della carriera del fotografo emiliano - tra la fase di totale sperimentazione degli anni Settanta e quella che nella seconda metà degli anni Ottanta lo porta all'apice della sua ricerca sulla rappresentazione dei luoghi che è "Viaggio in Italia" (1984) - e in un certo senso costituisce le premesse e la sintesi di questi filoni di ricerca e interesse. Come sottolinea nel volume Francesco Zanot "Lontanissima dai canoni della promozione pubblicitaria, questa committenza è al contrario un'importante occasione per sperimentare che dimostra l'urgenza assoluta del fotografo emiliano nel mettere alla prova e proseguire un'esplorazione che tocca alcuni punti cruciali del nostro rapporto con il mondo." Marazzi Group, presente in più di 140 Paesi, è universalmente riconosciuto come sinonimo di ceramica di alta qualità per pavimenti e rivestimenti e simbolo del miglior made in Italy nel settore dell'arredamento e del design. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Installazione della mostra Studiofloor and Diamond Paintings di Michael Krebber alla Fondazione Antonio Dalle Nogare nel 2021 in una fotografia di Jürgen Eheim, Fotostudio Michael Krebber
Studiofloor and Diamond Paintings


29 maggio 2021 - 08 gennaio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

Prima mostra personale di Michael Krebber in Italia, curata da Vincenzo de Bellis. Artista di fama internazionale e figura centrale sulla scena artistica tedesca tra gli anni Ottanta e Novanta, Michael Krebber (Colonia, 1954) è diventato negli anni riferimento per un'intera generazione di artisti più giovani, grazie a una costante ricerca attenta a mettere in discussione le convenzioni e i confini del medium pittorico, inteso dall'artista come spazio di dialogo e zona di contaminazione, piuttosto che un modo finalizzato alla produzione di un oggetto. Krebber porta avanti da decenni una ricerca contraddistinta da un approccio concettuale alla pittura, basandosi sulla convinzione che non sia possibile inventare qualcosa nuovo nell'arte, poiché tutto è già stato inventato.

Piuttosto che "inventare qualcosa di nuovo", gli interventi minimali e apparentemente irrisolti di Krebber restituiscono allo spettatore una tela aperta e piena di possibilità: come una frase incompiuta, le sue opere lasciano lo spettatore libero di immaginare che cosa potrebbe succedere. La pittura è intesa dall'artista quasi come una performance : il suo è stato definito un "sistema di esitazioni in cui forze opposte simultaneamente si incoraggiano e si ostacolano", espandendo la pittura al di là della nozione convenzionale del dipinto come oggetto. L'estetica incompiuta di Krebber non è tuttavia il risultato di un tentativo di sabotaggio del medium, quanto piuttosto della precisa volontà di estendere il discorso al di fuori della tela e dello spazio tradizionalmente attribuito alla pittura. Intenzione che emerge con particolare chiarezza nelle due serie esposte in mostra.

La serie intitolata studiofloor MK/P MK19/087/1-8 (2000), fu presentata con un'immagine enigmatica sulla copertina di Artforum nel 2005. Per una mostra di qualche anno prima Krebber chiese in prestito ad alcuni collezionisti una serie di suoi stessi dipinti che dispose su grandi tavoli al centro della stanza. Capovolgendo una nozione più comune di display, le pareti, rimaste vuote - sulle quali sarebbero dovuti essere installati i dipinti - furono ricoperte da grandi pannelli di masonite, porzioni di pavimento dello studio dell'artista, tagliate e posizionate sul muro come fossero quadri.

La sostituzione delle più tradizionali tecniche pittoriche con l'utilizzo del readymade ritorna anche nella seconda serie esposta in mostra. Nelle quattordici tele di Diamond Painting (2003), Krebber smitizza in maniera sistematica, come d'altra parte suggerisce il titolo della serie, la centralità del soggetto e della tecnica in pittura, suggerendo invece uno spazio aperto alla sospensione e all'incompletezza. Tessuti acquistati in negozio, decorati con pattern prestampati, sostituiscono la tradizionale tela e divengono la superficie su cui Krebber dipinge semplici forme geometriche di rombi bianchi. Come spesso accade nel suo lavoro, il riferimento a influenti artisti tedeschi, in questo caso che hanno utilizzato il tessuto, come Rosemarie Trockel e Sigmar Polke, rivela la profonda conoscenza della storia dell'arte e della pittura contemporanea. La mostra è realizzata in collaborazione con Greene Naftali, New York. (Comunicato stampa)




Ravenna dantesca: l'emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni

Un disegno a inchiostro, un commosso tributo a Dante realizzato nel 1863: ha finalmente un nome l'artista che lasciò questa insolito omaggio su uno degli albi che per oltre un secolo hanno raccolto le firme dei visitatori nella tomba del poeta. È il pittore, incisore e fotografo Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 - Perugia 1869), vicino alla Scapigliatura, allievo di Giacomo Trecourt e amico di Tranquillo Cremona. La biografia dell'artista lombardo, morto suicida nel 1869, racconta la storia di un genio tormentato e instabile, che ottenne successi a Parigi e Roma ma che non riuscì a venire a patti con i suoi demoni. Nel suo breve itinerario esistenziale raccolse meno di quanto il suo straordinario talento non meritasse ma fu all'insegna della continua sperimentazione e dell'insoddisfazione che si svolse la sua ricerca artistica: passò dalla pittura storica, che tentava di liberarsi dai canoni imposti dall'ormai ingombrante figura di Francesco Hayez, all'incisione e alla fotografia, sempre con originalità e dedizione.

Fu apprezzato da molti contemporanei ma anche osteggiato da parte della critica ufficiale. Sono noti anche i suoi sentimenti patriottici, di stampo mazziniano, e la vicinanza alla famiglia Cairoli: suoi amici furono in particolare Ernesto (1833-1859), caduto nella battaglia di Varese e da lui ritratto in un celebre dipinto del 1862 (Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo), e Benedetto (1825-1889), garibaldino, cospiratore e poi presidente del Consiglio, cui l'artista inviò l'ultima, drammatica lettera della sua vita, dopo la quale si uccise ingerendo cianuro. Era il 1869 e l'artista aveva solo 36 anni.

Il riconoscimento si deve a Benedetto Gugliotta, responsabile dell'Ufficio Tutela e valorizzazione dell'Istituzione Biblioteca Classense e curatore della mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, nella quale il disegno è attualmente esposto fino al 17 luglio prossimo. Il percorso è una riflessione sull'ultimo centenario della morte di Dante (1921), è segnato dalla presenza di diversi albi di firme, usati un tempo nella tomba del poeta per raccogliere pensieri, omaggi o anche semplici firme di visitatori e visitatrici illustri o del tutto sconosciuti.

In apertura il curatore ha collocato questo straordinario omaggio simbolico, un'opera d'arte giunta fin qui anonima e che poteva ben rappresentare l'affetto e l'attaccamento che gli italiani hanno provato per Dante nei secoli e per le più disparate ragioni. «In questo caso», afferma il dott. Gugliotta, «era evidente un'allusione alle lotte risorgimentali, in considerazione della data, quella sì, annotata in calce al disegno, e del verso riportato sul basamento del monumento ideale al poeta: "Libertà vo [sic] cercando..." (Purgatorio, canto I, v. 71), che è quasi un mantra del Risorgimento italiano che aspirava, con le sue diverse anime, alla liberazione della Patria e alla sua unità. Il disegno è stato notato già in passato e nel 1882 gli erano state dedicate parole non benevole dallo scrittore e critico letterario Adolfo Borgognoni, zio di Corrado Ricci, che con poca acutezza e senza ovviamente averne riconosciuto l'autore, lo definì "peggio che mediocre"». (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Opera in plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, denominata Subway realizzata nel 1967 da Laura Grisi, Courtesy Grazyna Kulczyk Laura Grisi
The Measuring of Time


05 giugno - dicembre 2021
Muzeum Susch (Svizzera)
www.muzeumsusch.ch

Prima ampia retrospettiva museale dedicata all'artista italiana Laura Grisi (1939-2017) dopo la sua scomparsa, concepita per Muzeum Susch, a cura di Marco Scotini, realizzata in collaborazione con l'Archivio Laura Grisi di Roma e la Galleria P420 di Bologna. Collocato in una posizione isolata e difficilmente inquadrabile in una sola tendenza degli anni Sessanta - Settanta, il lavoro di Laura Grisi appare oggi come uno dei casi più originali e personali di arte concettuale (sensoriale e mentale allo stesso tempo) e di pensiero diagrammatico, in cui la stessa riflessione prende forma sia attraverso icone che attraverso rappresentazioni visive. In un'attività multiforme che assume quale propria basilare condizione quella del "viaggio" (dai luoghi remoti attraversati alla varietà dei media utilizzati), Laura Grisi incarna una sorta di soggetto femminile apolide e nomade che sfida le politiche dell'identità, l'univocità della rappresentazione e l'unidirezionalità del tempo.

Il titolo dell'esposizione è tratto da un film in 16mm che documenta l'artista sola su una spiaggia e impegnata in un'impresa degna di Sisifo, che apparentemente non ha fine, oltre il tempo. Insieme all'esposizione di importanti opere dagli anni Sessanta agli anni Ottanta (conservate in istituzioni pubbliche e collezioni private) e alla presentazione di documenti fondamentali della ricerca e dei viaggi dell'artista, la mostra sarà l'occasione per ricostruire i nove ambienti dedicati ai fenomeni naturali (sala della nebbia, sala della pioggia, del vento, ecc.) e mai riallestiti dalla fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta, quando furono presentati per la prima volta. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione sul lavoro di Laura Grisi edita da jrp|editions e sviluppata grazie alla collaborazione tra jrp|editions, Muzeum Susch e la galleria P420.

La prima monografia completa dedicata a Laura Grisi testimonia la singolarità e la visione innovativa dell'artista italiana all'interno della storia dell'arte contemporanea e raccoglie un'ampia documentazione sulla sua multiforme pratica, sulla sua ricerca e sui suoi numerosi viaggi, concentrandosi principalmente attorno agli anni '60 -'70. La pubblicazione comprende saggi, tra gli altri, del critico e curatore italiano Marco Scotini, della storica dell'arte francese Valérie Da Costa, dello scrittore e critico Martin Herbert e della Professoressa di Studi Visivi e Ambientali dell'Università di Harvard Giuliana Bruno, oltre alla ristampa di una seminale intervista a Laura Grisi realizzata da Germano Celant nel 1990.

Nata a Rodi, in Grecia, nel 1939, formatasi a Parigi e vissuta tra Roma e New York, Laura Grisi trascorre lunghi periodi della propria vita in Africa, Sud America e Polinesia: un'esperienza nelle culture extra-occidentali destinata a segnare per sempre la sua pratica, sempre più focalizzata sulla ricerca di un pensiero cosmico o una 'scienza del concreto' - come avrebbe detto Lévi-Strauss. Allo stesso modo, pur facendo della fotografia il linguaggio primario della propria ricerca, in seguito passa a una pittura definita "variabile" (con pannelli scorrevoli e tubi di neon), poi a delle installazioni ambientali dinamiche in cui riproduce artificialmente fenomeni naturali, fino ad approdare a una forma verbale descrittiva e al linguaggio matematico come strumento concettuale che impiega per esplorare i meccanismi della percezione e della conoscenza umana.

L'intero lavoro di Laura Grisi è uno sforzo titanico nel rendere conto dell'ampiezza, della molteplicità, della natura impercettibile così come della proliferazione senza fine di tutto il possibile, ma partendo da vincoli precisi, da gap paradossali, da limiti linguistici e semiotici, secondo un'attitudine vicina al Noveau Roman, al cinema della Nouvelle Vague e al gruppo francese Oulipo.

La tensione tra macro e microscala, tra i dati e il possibile, (la legge e il caso, l'universale e il particolare, il passato e il futuro) è messa in scena ogni volta attraverso una radicale politica dell'attenzione rivolta al minimo, al marginale, al grado zero: quattro ciottoli, il suono delle gocce d'acqua, il colore delle foglie di mango, la direzione del vento, il passaggio percettivo tra le sensazioni, i rumori prodotti dallo spostamento delle formiche sul terreno. Tale attenzione estrema è sempre l'oggetto di un rituale antropologico di cui ci sfuggono le coordinate culturali: contare granelli di sabbia, misurare la forza del vento, distillare percezioni sensoriali, rifotografare fotografie, permutare cose e oggetti, ascoltare l'inudibile.

Come se l'incommensurabile fosse sempre il dato ultimo (l'esito imprevisto) di un infaticabile processo di misurazione, come se i segni e i linguaggi fossero il limite iniziale del possibile. "Il suo lavoro - come scrisse Lucy Lippard nel 1979 - sta in equilibrio tra le alternative possibili e la mancanza di alternative. Di solito sceglie il sistema permutazionale e poi accetta le sue conseguenze".

'Museo laboratorio' di nuova concezione, il Muzeum Susch è stato inaugurato nel gennaio 2019, fondato e creato da Grazyna Kulczyk, imprenditrice polacca e grande sostenitrice dell'arte contemporanea, i cui principali precedenti progetti hanno dato vita a innovative piattaforme per il dialogo tra le arti e altri linguaggi. Il museo ha sede all'interno di uno straordinario campus nell'area di un ex monastero e birrificio del XII secolo a Susch, una piccola città della valle dell'Engadina, sulle Alpi svizzere, collocata nell'antica rotta dei pellegrini verso Santiago de Compostela. Il poliedrico progetto comprende oltre 1.500 m2 di spazi espositivi che ospitano sia opere permanenti site-specific sia un programma regolare di mostre temporanee. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Laura Grisi, Subway, 1967, plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, Courtesy Grazyna Kulczyk




Arrivano i primi segnali positivi per la stagione 2021
La Sicilia apre la stagione in Sold Out!

www.gbviaggi.it

(Comunicato stampa GB Viaggi Tour Operator) - Nelle ultime settimane è manifesta la volontà di ritornare il più possibile alla normalità e iniziano ad arrivare le prenotazioni per le vacanze. Il settore turistico è stato uno dei comparti più penalizzati dalla pandemia. Un settore che ha già pagato a caro prezzo il peso delle restrizioni che hanno praticamente bloccato gli spostamenti e quindi la possibilità di andare in vacanza. Con l'avanzamento del programma vaccinale è arrivato il momento di programmare la ripartenza. Una ripartenza forte, come dimostrano i dati. Secondo le prime stime del tour operator GB Viaggi, è un vero e proprio boom per le vacanze estive con la Sicilia in vetta tra le mete più gettonate.

Nell'era del Covid-19 abbiamo assistito anche alla trasformazione del concetto stesso di vacanza. Le location più attrattive, non sono quelle di massa, i vacanzieri sono sempre più alla ricerca di spazi aperti, soggiorni più isolati e misure di sicurezza garantite. Anche per questa stagione 2021, in molti preferiranno rimanere in Italia, scegliendo mete sicure. Tra queste la Sicilia è una delle mete più ambite. Qui natura, distanziamento, sicurezza e comfort sono le parole d'ordine che fanno, dell'isola più grande del Mediterraneo, una tra le più belle al mondo, anche una delle mete più ambite e sicure dell'estate 2021.

Il fattore vaccini è un elemento essenziale per sorreggere la fiducia di un ritorno alla normalità. "Sono i numeri a parlare chiaro! - afferma Domenico Stefanelli, direttore booking di GB Viaggi - Gli esiti della forte campagna vaccinale si sono rivelati importantissimi per sbloccare l'incertezza dei vacanzieri e rassicurare sulla possibilità di andare in vacanza". I vaccini però, non sono l'unico elemento che favorisce la ripartenza. Il coraggio di investire, nonostante l'incertezza, nell'eccellenza di prodotto, viene premiato.

È il caso dell'Hotel Club La Paya, sito a Marina di Patti, in provincia di Messina, pronto ad aprire i battenti dal prossimo 28 maggio 2021. Un'apertura che ha registrato già il sold out grazie anche alla forte collaborazione con il tour operator GB Viaggi. Una sinergia che grazie all'impegno, alla costanza e al duro lavoro, ma soprattutto alla volontà di crederci, nonostante tutto, sta iniziando a dare i suoi frutti.

L'Hotel di Michele Mastronardi negli ultimi tempi è stato insignito di prestigiosi titoli tanto da aver ricevuto il riconoscimento delle 5 stelle dal Wedding Awards 2020 e del premio Travel Cooker 2020. Tra le regioni del Sud Italia, la Sicilia è quella che ha ricevuto il maggiore interesse. Oltre il 44% degli italiani ha scelto un soggiorno in Sicilia con un aumento delle ricerche, a partire da gennaio, pari al +42%.

"Segnali positivi, dunque - conclude il direttore delle vendite - per la prossima stagione, che ci auguriamo possano incrementarsi con il supporto dei programmi di vaccinazione e grazie alle misure di sicurezza che abbiamo introdotto in tutte le nostre strutture. Nella speranza che la garanzia di poter trascorrere le proprie vacanze in totale sicurezza possa incoraggiare gli italiani, consentendo a tutti di non rinunciare alle vacanze".

  The Rough Guide - Sicilia (Recensione di Ninni Radicini a una Guida turistica sulla Sicilia)

La Trinacria | Storia e Mitologia (Articolo sul simbolo mitologico e storico della Sicilia)

Sicilia e Grecia (Convergenze storiche e culturali nel mondo Ellenico)





Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

«Con immensa gioia riapriamo la galleria per accogliervi in un'oasi di serena bellezza. Ma siamo stati costantemente attivi e presenti e lo saremo sempre e comunque. Questo video (www.youtube.com/watch?v=PxGn6pvVLtY) è un manifesto che vuole testimoniare l'esistenza di una categoria dimenticata dalle istituzioni e trascurata dai canali di informazione: gli artisti, i galleristi e gli operatori culturali che rappresentano l'Arte Contemporanea. "Noi ci siamo" e continuiamo a lavorare con impegno e passione perché il mondo non dimentichi che l'arte e la cultura sono realtà vive in continuo divenire. Riprendono le visite su appuntamento, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e nello spirito di garantire la massima attenzione alle esigenze della clientela.» (Laura Romano)




Autoritratto di Antonio Ligabue dipinto olio su tavola di faesite cm 60x53 realizzato tra il 1951 e 1952 Locandina della mostra Ligabue, la figura ritrovata 11 artisti contemporanei a confronto Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto
08 maggio - 14 novembre 2021
Palazzo Bentivoglio - Gualtieri (Reggio Emilia)
www.museo-ligabue.it

Curata da Nadia Stefanel e Matteo Galbiati, la mostra propone un inedito dialogo tra il segno di Antonio Ligabue e quello di undici artisti contemporanei che operano, prevalentemente, in ambito figurativo: Evita Andùjar, Mirko Baricchi, Elisa Bertaglia, Marco Grassi, Fabio Lombardi, Juan Eugenio Ochoa, Michele Parisi, Ettore Pinelli, Maurizio Pometti, Giorgio Tentolini e Marika Vicari. Agli artisti invitati, i curatori hanno chiesto di porsi in dialogo con le opere di Antonio Ligabue selezionate per l'esposizione, testimonianza di un percorso in cui la figura, in una prima fase caratterizzata da una precisa connotazione, viene successivamente sottoposta ad una estrema sintesi, fino a dissolversi nel colore.

«Il progetto - spiega Nadia Stefanel - nasce dall'incontro fra Antonio Ligabue e undici artisti contemporanei. Fra un artista, che ha unito Arte e vita in modo così stretto da districarne difficilmente la giunzione, che ha realizzato opere sempre sul filo dell'immaginazione e con la sola necessità di dipingere per esistere, e la contemporaneità dell'arte di oggi. Chi lo vide dipingere rimase fortemente colpito dalla libertà e sicurezza di esecuzione senza pentimenti o titubanze, un modus operandi istintivamente guidato da una ricca fantasia visionaria, che lo portava alla immediata realizzazione figurativa, senza abbozzi preliminari. Ligabue possedeva la sapienza di modulare il colore per ricreare quelle forme appartenenti ad un viaggio nomade e in solitaria, il suo, ma guardava anche alla natura con ammirazione sincera e sguardo limpido, per trovare alla fine un riparo dagli attacchi del mondo nella bellezza minuziosa dei dettagli dei suoi animali, nei manti delle sue fiere, nei piumaggi impalpabili dei rapaci, nelle forme descritte anatomicamente dal colore».

Ripercorrendo le sensazioni e le emozioni suscitate dalle opere e dall'espressività di Ligabue, per la prima volta il Salone dei Giganti accoglie un peculiare dialogo tra il maestro di Gualtieri e undici artisti contemporanei in un inedito confronto di reciprocità e convergenze che testimoniano come, anche nell'attualità dei linguaggi dell'oggi, sia presente un simile spirito trascendente e una pari centralità di riflessione posta sull'uomo, il suo sentire ed essere nel mondo.

«La scelta di questi artisti - spiega Matteo Galbiati - guarda alla specificità delle loro ricerche che, senza condizionamenti o scelte d'occasione, hanno sempre posto l'essenza della loro visione proprio sull'animo come centro di valore per le loro esperienze estetiche. Il tema e il concetto di figura rappresentata è il mezzo per oltrepassare l'immediatezza del resoconto visibile e lasciar affiorare la tensione e la passionalità di immagini che trasfigurano esperienze comuni e condivise. Il loro linguaggio consacra la potenza dell'immaginazione che sa guidare lo sguardo di ogni osservatore ben oltre la singolarità del racconto specifico e rende ciascuna opera una soglia spalancata sulla sincerità del pathos umano. In questo senso Ligabue non rivive in loro, non è spunto per una "ricopiatura", ma in loro prosegue l'ideale di coinvolgimento dell'altro, la connessione della realtà con un altrove denso di mistero e di tutta la sua trepidante speranza».

La mostra comprende 16 dipinti di Antonio Ligabue, molti dei quali non esposti negli ultimi anni, che Francesco Negri ha personalmente selezionato e studiato, ed una trentina di opere realizzate dagli artisti invitati, la maggior parte delle quali inedite. Il percorso espositivo si articola in due sezioni: la prima si sviluppa intorno all'energia epidermica, carnale e fisica del colore e del suo realizzarsi attraverso il farsi concreto nella pittura; la seconda pone l'accento sul potere trasfigurante dell'arte, che coglie l'immagine nell'istante in cui diventa memoria, sogno, miracolo, apparizione, fissandola prima di una sua inesorabile sparizione.

Tra concretezza e levità, il racconto di questa mostra ripropone non solo l'aspetto più iconico di Ligabue, ma ne vuole anche ripercorrere l'umanità dirompente e sensibile, capace di ritrovare nella sua spontaneità la lungimiranza di un sentire ben più profondo di quanto emerge da una superficiale apparenza. Attraverso gli undici artisti presenti si propone un altro modo per leggere la "figura" - dell'uomo e del suo ambiente - che, accompagnandosi alla semplicità vera di Ligabue, sa riconciliare il nostro sguardo con presenze che sanno ritrovare se stesse e il proprio essere al di là del tempo. Nel corso della mostra sarà pubblicato un catalogo Vanillaedizioni con i testi dei curatori ed un ricco apparato iconografico. I pannelli esplicativi che accompagnano la visita dello spettatore, introducendo le ricerche degli artisti contemporanei, così come le schede presenti nel catalogo, sono realizzati dalle studentesse del corso di "Didattica dei Linguaggi Artistici" (prof. Matteo Galbiati) dell'Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia.

La Fondazione Museo Antonio Ligabue nasce nel 2014 per volontà del Comune di Gualtieri, Emilbanca Credito Cooperativo, Gruppo Landi Renzo (attraverso Girefin S.p.a.) e Boorea Soc. Coop. Nel 2015 la Fondazione organizza una grande mostra antologica dal titolo "Ligabue, Gualtieri. Il ritorno", nell'anno del cinquantesimo anniversario della morte dell'artista. L'esposizione registra un'affluenza da record (oltre 35.000 visitatori). A partire dal 2015 la Fondazione, in stretta collaborazione con il Comune di Gualtieri, che già nel 1988 aveva allestito nella Sala Giove di Palazzo Bentivoglio il Centro Studi e Documentazione Antonio Ligabue, che raccoglieva materiale bibliografico e iconografico del pittore, un autoritratto, fotografie, incisioni, stampe, sculture e filmati originali, inizia un percorso progettuale per la realizzazione di un museo permanente dedicato all'artista.

Oggi l'attività della Fondazione si declina dunque principalmente su tre fronti: l'organizzazione di mostre temporanee dedicate ad artisti legati al mondo di Ligabue, ad artisti eminenti del territorio e ad artisti di importanza riconosciuta in ambito nazionale e internazionale; la valorizzazione del patrimonio di opere della Collezione Umberto Tirelli (frutto della donazione Tirelli-Trappetti); la valorizzazione del patrimonio monumentale costituito da Palazzo Bentivoglio. Il Museo Antonio Ligabue nasce nel 2018 dalla volontà della Fondazione che ne porta il nome di dotare Gualtieri di un polo espositivo stanziale per l'opera di Antonio Ligabue, valorizzando inoltre il patrimonio documentale di proprietà del Comune di Gualtieri - che conta quasi 150 documenti originali - attraverso la costituzione di un centro di studio e ricerca sull'opera e sulla vicenda biografica di Antonio Ligabue.

Dopo la grande antologica del 2015, intitolata "Ligabue, Gualtieri. Il ritorno", la Fondazione Museo Antonio Ligabue diviene il punto di riferimento in Italia per l'organizzazione di mostre temporanee dedicate all'artista. Nel 2020 la Fondazione ha promosso la mostra "Incompreso. La vita di Antonio Ligabue attraverso le sue opere", curata da Sergio e Francesco Negri a Palazzo Bentivoglio, in concomitanza con l'uscita nelle sale del film "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti. Interlocutore accreditato a livello italiano ed internazionale, nel mese di ottobre 2020 la Fondazione Museo Antonio Ligabue è stata partner del Festival International du Film de La Roche-sur-Yon per l'allestimento della mostra "Antonio Ligabue: Hors Cadre", che ha accompagnato la première francese del film "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Autoritratto di Antonio Ligabue, dipinto a olio su tavola di faesite cm 60x53 realizzato tra il 1951 e 1952, Courtesy Comune di Gualtieri
2. Locandina della mostra Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto




Felice Limosani
Dante: il Poeta Eterno


14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze

Attraverso la digitalizzazione del maestoso ciclo delle 135 incisioni ottocentesche di Gustave Dorè che rappresentano il viaggio ultraterreno di Dante dall'Inferno al Paradiso, attualizzate con un re-work originale mai visto prima, l'artista Felice Limosani ha costruito un percorso che attraverserà la sacralità della Cappella Pazzi, l'architettura del Chiostro del Brunelleschi e il Cenacolo di Santa Croce. Immagini retro illuminate in alta definizione, immagini animate con proiezioni, e movimento nelle immagini con visori di realtà virtuale, offriranno ai visitatori un'esperienza intima, ma anche interattiva e digitale, che non "spiegherà" la Divina Commedia ma "racconterà" Dante, la sua avventura umana, l'attualità del suo messaggio universale, la sua eredità culturale, morale e spirituale. unicum che offrirà un'esperienza di visita museale evoluta, rispettosa e aggiornata ai nuovi linguaggi; un progetto nato con l'obiettivo di restituire alla letteratura e all'arte il loro potere trasformativo, sperimentando in modo nuovo non solo la Commedia, ma anche il rapporto con l'opera d'arte in generale. (Estratto da comunicato Lara Facco P&C)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Opera di Antony Gormley denominata SHY realizzata nel 2017 in Ghisa _ Cast iron di dimensioni 363,3 x 84,2 x 62,7 cm in una foto di di Ela Bilakowska, OKNOstudio 
Copyright Line © the Artist Foto di Ela Bilakowska dell'opera SHY realizzata Antony Gormley e installata nel centro di Prato Fotografia di Ela Bilakowska di SHY, opera di Antony Gormley, nella Piazza Duomo a Prato SHY
Opera di Antony Gormley


Piazza Duomo - Prato

Antony Gormley (Londra) ha posto al centro della sua ricerca artistica il rapporto tra il corpo, come sede della mente, in relazione agli spazi architettonici o naturali con cui si relaziona. Egli presta particolare attenzione alla collocazione della sua arte in spazi pubblici accessibili, nel suo lavoro possiamo trovare una forte attenzione alla politica ambientale e sociale che lo caratterizza. Gormley insiste da sempre sul fatto che il silenzio e l'immobilità della scultura sono le sue qualità più forti, che le permettono di essere aperta a tutti i nostri pensieri e sentimenti. In contrasto con la tradizione, secondo cui la scultura sostiene e celebra il potere politico e religioso, il progetto di Gormley cerca di riconoscere e catalizzare l'esperienza soggettiva. C'è sia empatia che umorismo in questo lavoro, con il quale l'artista desidera rianimare il potenziale dell'arte nel regno collettivo per celebrare la vita quotidiana.

Nelle parole dell'artista: "Voglio fare qualcosa che sia sicuro della sua presenza come punto di riferimento, ma che all'esame si connetta con il nostro io interiore e si confronti con quelle emozioni umane più timide e silenziose come la tenerezza e la vulnerabilità". Sfruttando una struttura architettonica semplice, la scultura vuole evocare la timidezza nella sua stessa esposizione. Realizzata con 3600 kg di ghisa, SHY porta in una piazza del XVIII secolo i materiali e i metodi della rivoluzione industriale. L'artista utilizza la dimensione per attivare lo spazio e invitare chi ne è partecipe a prendere coscienza della propria posizione, costantemente in movimento nello spazio e nel tempo.

L'istallazione dell'opera di Gormley testimonia il costante impegno del Comune di Prato nell'aggiornamento della sua identità contemporanea, grazie anche all'azione propositiva svolta negli ultimi trent'anni dal Centro Pecci per l'Arte contemporanea. La Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, che gestisce il Centro Pecci, è il punto di riferimento per la collaborazione tra i soggetti pubblici e privati che operano nella Regione e la promozione della produzione artistica contemporanea in Toscana. Questa collaborazione si è sviluppata nel contesto di una crescente consapevolezza ambientale.

Negli ultimi anni Prato ha sviluppato importanti politiche di riciclo delle acque industriali, riciclo dei tessuti e risparmio energetico. Il rapporto sempre più stretto della città con i partner istituzionali europei ha fatto sì che la Prato dell'innovazione e dell'economia circolare sia uno scenario perfetto per una collaborazione artistica internazionale. In questo quadro si è sviluppato per affinità il coinvolgimento dell'Associazione Arte Continua, nata con l'obiettivo di connettere la Comunità internazionale dell'arte con le comunità locali e a valorizzare la cultura della circolarità, della forestazione e del green deal come motore di cambiamento, e come frontiera di sperimentazione sociale legata ai temi di una nuova vivibilità dei centri abitati "Ricentrando" con gli artisti della comunità internazionale dell'arte le periferie e le zone industriali.

Il progetto di collaborazione si è concretizzato con l'invito del Centro Pecci ad installare nel centro di Prato l'opera SHY di Antony Gormley, con cui Associazione ha già realizzato in passato progetti di arte pubblica e mantiene un forte legame. Il 19 dicembre 2020, il Comune di Prato e la Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, attraverso il Centro Pecci, in collaborazione con Associazione Culturale Arte Continua hanno inaugurato l'opera, che resterà esposta in Piazza Duomo per 6 mesi. (Estratto da comunicato Ufficio stampa Silvia Pichini)

Immagini (da sinistra a destra):
Antony Gormley, SHY, ghisa centimetri 363,3 x 84,2 x 62,7 (Fotografia di Ela Bilakowska, OKNOstudio Copyright Line © the Artist)




Un libro nella collezione dei manoscritti greci della Biblioteca Palatina di Parma Nuova Pilotta. La Biblioteca Palatina svela al mondo i suoi manoscritti greci.

Il Complesso della Pilotta annuncia che i 35 manoscritti greci realizzati tra il X e il XVIII secolo, sono messi a disposizione degli studiosi e degli appassionati di tutto il mondo dalla Biblioteca Palatina di Parma. (...) Massimo Magnani, professore di Lingua e Letteratura Greca dell'Università di Parma, è il responsabile scientifico del progetto, oltre che curatore del convegno di studi sui manoscritti greci della Palatina, realizzato in Biblioteca nel novembre del 2019. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Direzione della Biblioteca Palatina. La pubblicazione è avvenuta in "Internet Culturale", portale di accesso al patrimonio delle biblioteche pubbliche e di prestigiose istituzioni culturali italiane, curato dall'Istituto centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU). L'indirizzo da cui è possibile accedere alla collezione è www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29848/: ogni singolo manoscritto può essere visualizzato, sfogliato, ingrandendo le pagine o particolari di pagina.

Il dettaglio dell'immagine è altissimo, permettendo anche di cogliere il dettaglio fisico delle pergamene o delle carte sulle quali i testi sono stati scritti. La "esplosione" delle miniature, per altro bellissime, consente di percepire particolari che l'occhio umano non riuscirebbe a rilevare. Ma cosa è stato messo a disposizione del mondo? A questa, che è la domanda fondamentale, risponde la direttrice della Palatina, dottoressa Paola Cirani. "Si tratta - afferma la studiosa - dell'intera raccolta di manoscritti greci della nostra biblioteca. Opere preziose e di enorme interesse, imprescindibili per studiosi di diverse discipline. Undici di essi provengono dal Fondo Palatino, nato dalla raccolta iniziata a Lucca dai Duchi di Borbone, che riunirono manoscritti acquistandoli da importanti collezioni private, come quella dei tre cardinali della famiglia Buonvisi.

Uno dei pezzi più preziosi è il Ms. Pal. 5, sontuoso Tetraevangelo, datato intorno all'anno Mille. Altri 24 manoscritti appartengono al Fondo Parmense, dove si trovano grazie all'opera di Paolo Maria Paciaudi (1710-1785), primo bibliotecario della Palatina, e di Giovanni Bernardo de Rossi (1742-1831), artefice della raccolta di quel fondo ebraico di manoscritti e stampati, che rende unica a tutt'oggi la Biblioteca. Tra i tesori di questo fondo vi è il Rotolo in pergamena (Ms. Parm. 1217/2), riunito con altri tre in una custodia, arricchita dallo stemma impresso in oro di Ferdinando di Borbone, oltre all'Etimologico di Simone Grammatico, opera di valore inestimabile." (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera artistica nella mostra Antologia 2021 Antologia 2021
Arte moderna e contemporanea


Tornabuoni Arte
.. Firenze, dal 9 dicembre 2020
.. Milano, dal 12 dicembre 2020
www.tornabuoniarte.it

Appuntamento annuale che, come di consueto, offre un'accurata selezione di opere, frutto dell'importante lavoro di ricerca che la galleria ha svolto nell'arco dell'ultimo anno. Un'opportunità per ripercorre i momenti più significativi della storia dell'arte dagli inizi del XX secolo ad oggi, attraverso i capolavori di alcuni dei suoi principali protagonisti. Un volume, puntuale e completo accompagna l'esposizione con il testo introduttivo Viaggio al termine della forma firmato da Sonia Zampini. Il percorso espositivo inizia con una prima sezione che rappresenta l'arte figurativa del XX secolo, a partire dall'opera Versailles, la Galleria degli Specchi, dipinta da Giovanni Boldini intorno al 1871, durante il suo periodo parigino, realizzato a Versailles luogo simbolo dell'Ancien Regime, la cui particolare atmosfera riecheggia lo sfarzo voluto dalla monarchia di Luigi XIV. E prosegue seguendone l'evoluzione attraverso una carrellata di opere straordinarie di maestri come Balla, Campigli, Carrà, Casorati, de Chirico, De Pisis, Guttuso, Magnelli, Marini, Paresce, Prampolini, Rosai, Savinio, Severini, Sironi, Soffici, Tozzi e Viani.

In questa sezione non poteva mancare di certo Giorgio Morandi, tra le figure più emblematiche del panorama artistico del primo Novecento, con una Natura morta del 1930, a testimoniare come la sua pittura sia riuscita a ridisegnare i confini del mondo fisico attraverso la rappresentazione di umili oggetti del nostro vissuto quotidiano che Morandi celebra in modo solenne. Pablo Picasso con il suo Tasse et paquet de tabac del 1922 segna il passaggio tra la prima e la seconda parte di questa antologia. Picasso, protagonista delle prime avanguardie, contribuisce in modo determinante alla rivoluzione della figurazione pittorica con un nuovo linguaggio che mette in discussione la pittura da cavalletto e che "interesserà inizialmente l'immagine - come scrive Sonia Zampini - per poi coinvolgere, nel progressivo affermarsi dell'arte contemporanea, i materiali, i contenuti ed infine i luoghi stessi dell'arte."

La mostra prosegue con opere dal secondo dopoguerra ad oggi e si apre con la figura di una grande artista italiana, Carla Accardi, presente nel volume con alcune importanti opere tra cui un imponente lavoro del 1967, Senza titolo, caratterizzato dall'uso del sicofoil, la cui trasparenza consente di mostrare il telaio che diventa, insieme all'essenzialità del segno, parte fondamentale della struttura visiva. Una sezione densa di tasselli significativi in questo spaccato di storia dell'arte che vede numerose sperimentazioni come Concetto spaziale del 1955 di Lucio Fontana - presente in catalogo anche con altre opere - interprete dello Spazialismo che si allontana ancora di più dalla concezione classica della pittura.

Ci sono: una Combustione del 1960 dove Alberto Burri riveste la materia di un ruolo primario; due grandi tele di Hans Hartung, dipinte entrambe nel 1962; il disegno preparatorio di Running Fence, progetto tra i piu` celebrati di Christo e Jeanne-Claude dove una recinzione continua, di circa quaranta chilometri, si estende nella campagna californiana a Nord di San Francisco, chiaro esempio di quello che è stata la Land art. A rappresentare il movimento surrealista, troviamo Jaon Mirò e Sabastian Matta mentre l'Arte Povera, teorizzata sapientemente da Germano Celant, ha, in questa sede, indubbi testimoni come Boetti, Kounellis, Pascali, Pistoletto, Zorio. Il Portrait of Bronka Weintraub, 1986, introduce alla Pop art americana e ai ritratti seriali di Andy Warhol. Molti altri ancora gli artisti che si potranno ammirare: Adami, Afro, Alviani, Angeli, Baj, Calzolari, Capogrossi, Castellani, Ceroli, Chia, Colombo, Crippa, Dadamaino, De Maria, Dorazio, Mambor, Manzoni, Paladino, Pamiggiani, Pomodoro, Mimmo Rotella, Paolo Scheggi, Mario Schifano, Antoni Tàpies, Joe Tilson, Giulio Turcato, Victor Vasarely e Vedova.

Tra le opere più recenti ricordiamo Libro rosso per la Divina Commedia, 2018, e Oristano, 2010, di Emilio Isgrò, uno dei nomi italiani più conosciuti a livello internazionale, la cui ricerca nasce da diverse discipline, poesia, arte, teatro e letteratura. Isgrò ha il merito di aver creato un nuovo linguaggio attraverso la teorizzazione della cancellatura della parola stessa che restituisce ai testi un nuovo significato. L'esposizione, nelle due sedi, sarà in corso per tutto il 2021. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina di INONDA canale digitale di Fondazione Torino Musei INONDA
Il canale digitale di Fondazione Torino Musei
inonda.fondazionetorinomusei.it

La Fondazione Torino Musei si prende cura delle oltre 150.000 opere delle collezioni d'arte della Città di Torino. Il passato con Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica, l'Oriente con il MAO Museo d'Arte Orientale e il futuro con la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea: prospettive diverse su epoche storiche e mondi apparentemente lontani eppure connessi fra loro. La  mission è la tutela di questo patrimonio e la sua divulgazione, con una particolare attenzione all'accessibilità e ai progetti educativi. Per l'anno scolastico 2020-2021 il Settore Educazione di ciascun museo ha realizzato una programmazione che si sviluppa attraverso percorsi e laboratori INMUSEO dedicati alle ricche collezioni permanenti e alle prossime mostre e a distanza con il nuovo e innovativo progetto che porta il museo in classe, grazie alla piattaforma virtuale INONDA.




Sala della Pinacoteca De Nittis Nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis
dal 26 settembre 2020
www.studioesseci.net

Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione. Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all'epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell'istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città. Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d'arte Renato Miracco dal titolo Rileggere De Nittis, oggi, cerca, infatti, di porre l'accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine '800 a Parigi, considerata all'epoca il centro dell'Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.

"Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l'Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale - scrive il curatore nella sua presentazione - "Inoltre, in alcune sezioni della Mostra" - continua - "alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d'Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni"

Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a "vivere' il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all'aria aperta". Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne" in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei", come scrisse Dumas figlio, per l'epitaffio dell'artista amico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto nella mostra Il primato dell'opera Il primato dell'opera
26 settembre 2020 - 10 agosto 2022
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

La GAM rinnova l'allestimento delle sue collezioni permanenti del Novecento con un nuovo percorso che intende restituire la centralità all'opera d'arte. Il nuovo ordinamento è studiato per permettere il confronto, consentire il paragone necessario tra opera e opera: le sequenze di dipinti, sculture, installazioni sono affiancate da poche informazioni essenziali che introducono alla lettura degli stili diversi, di generazione in generazione, che gli artisti hanno elaborato. Suddivise in diciannove spazi, le opere sono raccolte privilegiando un taglio storico-artistico che segue le principali correnti artistiche del secolo appena trascorso, ma anche dando rilievo alla storia delle collezioni civiche nel panorama artistico torinese, nazionale e internazionale. Inserite in questa narrazione si trovano alcune sale personali, nate dalla volontà di restituire il valore indiscusso di alcuni artisti, insieme alla possibilità offerta dalle nostre collezioni di presentarli con opere importanti.

La prima sala è dedicata a tre delle figure che maggiormente hanno influito, su diversi piani, sulla principale arte italiana e internazionale del Novecento. Giorgio de Chirico ha generato un nuovo modo di pensare l'opera d'arte, alla ricerca di una rappresentazione che fosse anche disvelamento filosofico. Giorgio Morandi ha sviluppato un culto della forma e delle sue illimitate varianti, in una sorta di disciplina concettuale, con una continuità mentale e temporale che permette di presentare, all'inizio del percorso, anche le sue tarde Nature morte. Infine Filippo de Pisis, che ha tramandato una lezione di libertà totale da condizionamenti di tipo accademico, ma anche da scelte avanguardistiche, creando quasi uno stile-ponte solitario tra Impressionismo e Informale.

A questa premessa fa seguito un ordinamento che, sala dopo sala, ripercorre alcune fasi fondamentali della storia dell'arte, rappresentate dai capolavori della collezione: dalle Avanguardie storiche con le opere di Umberto Boccioni, Gino Severini, Giacomo Balla, Enrico Prampolini, Otto Dix, Max Ernst, Paul Klee e Francis Picabia, alle stimolanti proposte artistiche nate a Torino tra le due guerre mondiali dove scorrono le opere della maggior parte dei Sei di Torino; dalla riscoperta e influenza di Amedeo Modigliani sugli artisti torinesi grazie anche agli studi di Lionello Venturi che teneva la cattedra di Storia dell'Arte all'Università di Torino, agli acquisti di dipinti e sculture per la collezione della GAM tra la fine degli anni Venti e tutti gli anni Trenta alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma.

La sezione dedicata all'Astrattismo italiano è rappresentata da artisti quali Fausto Melotti, Osvaldo Licini e Lucio Fontana, mentre le sale successive ripercorrono le vicende di Roma e la scuola di Via Cavour, indagano l'arte dopo Il 1945 tra Figurativo e Astratto e mostrano le sorprendenti acquisizioni di arte internazionale nel periodo post bellico nello spazio intitolato Per una Galleria Civica internazionale, dove troviamo artisti come Marc Chagall, Hans Hartung, Pierre Soulages, Tal Coat, Pablo Picasso, Jean Arp, Eduardo Chillida.

Gli anni Cinquanta sono stati, per quel che riguarda le ricerche sperimentali, gli anni dell'Informale, e anche la GAM conserva significativi esempi: dall'"Informale di segno" di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi e Antonio Sanfilippo alla rappresentazione in chiave Informale del paesaggio e della natura di Renato Birolli, Ennio Morlotti e Vasco Bendini. Un Informale certamente più veemente e radicale fu quello di Emilio Vedova e anche l'arte torinese fu coinvolta in queste dinamiche, tramite Piero Ruggeri, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino, o Paola Levi Montalcini.

Il facile linguaggio del New Dada e della Pop Art italiana e straniera (rappresentato tra gli altri da Piero Manzoni, Louise Nevelson, Yves Klein e Andy Warhol) cederà presto il passo ad un quadro rinnovato di concetti e materiali. Dopo un passaggio doveroso al Museo sperimentale di arte contemporanea che arrivò in dono alla fine del 1965 alla Galleria Civica d'Arte Moderna composto da un fondo che conta oggi 364 opere che intendevano rappresentare il più largo ventaglio di opzioni linguistiche di taglio innovativo e, appunto, sperimentale e qui rappresentato con una nutrita selezione di esempi, il nuovo allestimento culmina nell'esperienza dell'Arte Povera, che si aprì a un nuovo linguaggio, alla ricerca di una libertà totale dai condizionamenti. Sono rappresentati tutti gli artisti del movimento teorizzato nel 1967 da Germano Celant e approdato per la prima volta in un museo nel 1970 proprio nella nostra Galleria d'Arte Moderna: Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio.

Tutto il percorso è intervallato da sale personali dedicate: Felice Casorati che ha lasciato una lezione indelebile nel contesto torinese e nazionale, Arturo Martini che ha contribuito a cambiare le connotazioni della scultura italiana, Alberto Burri e Lucio Fontana che hanno modificato la veste materica e concettuale della loro opera influenzando l'arte internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Grazie all'incremento delle collezioni possiamo ora riproporre, in un confronto di forte contrasto, il valore di azioni fondamentali quali la realizzazione del ciclo della "Gibigianna" di un altro artista al centro di relazioni internazionali, Pinot Gallizio. A Giulio Paolini, infine, è stato dato spazio per averci indicato l'esigenza di mantenere sempre un rapporto necessitante con la storia dell'arte, i suoi segni e richiami, e il loro valore per una vivificazione concettuale della forma. (Comunicato stampa)




Dipinto olio su tela di cm 25x115 realizzato da Alfredo Pini nel 2020 denominato Calorosamente freddo Alfredo Pini: "Il tempo sospeso"
dal 6 luglio 2020
Bottega d'Arte Lacerba - Ferrara
www.lacerba.com | www.alfredopini.com

In questa mostra on-line, la galleria Lacerba propone una serie di dipinti che Alfredo Pini ha realizzato nel periodo in cui, a causa della recente pandemia, ci siamo ritrovati a vivere una situazione mai provata in precedenza, una lunga quarantena in isolamento, in cui lo stato emotivo di ciascuno di noi è stato messo alla prova, sollecitato da sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Un tempo, che non è ancora terminato e che indubbiamente lascierà una traccia profonda: "... e di questo momento, voglio soprattutto dare un volto al silenzio, ad un mondo che incredibilmente sembra si sia fermato, ad un mondo sospeso che non sa se guardarsi dentro o guardare timoroso al domani, ad una vaga sensazione catartica che aleggia nell'aria, sopra tutti noi. E voglio dipingere la luce di questi giorni, non quella reale ma quella interiore, quella che vive dentro di noi, contrastante, ambigua. E voglio dipingere i miei luoghi, la mia terra... la mia anima." (Comunicato stampa)

Immagine:
1. Calorosamente freddo, dipinto olio su tela di cm 25x115 realizzato da Alfredo Pini nel 2020




Opera di Daniele Cestari Daniele Cestari: "Tempo sospeso"
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
Presentazione on line

Nuova serie di lavori dell'artista ferrarese, che esplora, accanto ai già noti temi cittadini, paesaggi marini e di montagna. Il titolo di questa selezione rievoca l'orfismo campaniano di sospensione del tempo ("E del tempo fu sospeso il corso." Cit. D.C.) di cui tutti abbiamo avuto esperienza durante questi mesi nelle contingenze sfaccettate della realtà. Con questi nuovi lavori l'autore non si limita più alla dimensione metafisica, ma indaga quella più strettamente individuale  e collettiva della quotidianità. (Comunicato stampa)

__EN

We are pleased to present a new series of works by the artist from Ferrara, who explores marine and mountain landscapes alongside the already well-known city themes. The title of this selection recalls the Campanian orphism of suspension of time ("And of time the course was suspended." Cit. D.C.) which we have all experienced during these months in the multifaceted contingencies of reality. With these new works the author is no longer limited to the metaphysical dimension, but investigates the more strictly individual and collective dimension of everyday life. (Press release)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso.

Un libro prezioso, una musica rara, un centenario giornale quotidiano, un foglietto manoscritto, un emozionato libretto della Prima rappresentazione, uno spartito firmato ad un amico, una lettera e un augurio, una fotografia accartocciata sugli angoli e dedicata in bella scrittura, una vecchia fiaba illustrata, uno pentagramma mai scritto prima per note che non esistevano ancora, il ricordo di una Diva o di un editore anti-filosofo, una struggente dedica d'amore con microscopica musica inedita, un calendario illustrato, un aperitivo musicato da un breve jingle...

___ EN

Galleria Allegra Ravizza is pleased to propose a selection of 20th Century Thematic Archives

With their precious content, these archives deal with, and get to the heart of, the specific and exact arguments of the last century. From Futurism to Decadentism. These small collections, the result of deep studies, have the ambitious aim of permitting the rediscovery of forgotten or misunderstood sensations of our cultural heritage and the joy that comes from them. The 20th Century Thematic Archives can be sent anywhere to whoever might be interested, even by those who do not believe they could be interested. Culture is like noise, to quote John Cage (Los Angeles 1912 - New York 1992): "When we ignore it, it disturbs us. When we listen to it, we find it fascinating" [1]. "Silence does not exist" [2].

Ignorance does not exist! Culture's noise is inescapable and continuous in every aspect of our life; if we want to ignore it we become upset, it torments us from childhood, it is the soundtrack of a widespread social obligation, it is a buzzing that embarrasses like flatulence and, in the same way, it makes us feel inadequate and badly digested. But when we listen to the echo of the noise of Culture, we hear it rebound from every wall around us and it is transformed to become Knowledge and Awareness. At this point we can no longer turn back: the noise will be transformed into melody and our ears will decode each vibration and will become hungry for them. Those who love techno, metallic, or disco music cannot ignore Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947) and, probably, ought to venerate him, inasmuch as his intuition transformed the music of noise forever [3].

It's done by now and there is no going back; noise has become music and our ears love it. We believe in the history of art and its developmental contribution to individual and collective awareness. As is well known, "Contemporaneity" would not be such if there were not a "Precedent". In this epoch where, for the natural evolutionary dynamics of thought, the motives of children prevail over those of their parents, as in Futurism or in 1968, the desire for annulment is understandable and necessary, but historical knowledge of what one wants to renew is its basis. For this reason we are proposing twelve thematic archives with an understanding of them as their aim. This is, we find, adapted to this historical period that we enclose in our rooms and that we are deeply changing.

The hope is that there will be a new contemporaneity, one that is perhaps calmer but more attentive, a dawning maturity towards a new Synchrony. Strongboxes of Sin-Crono [4] for an understanding of the art of Noises and of Futurist theatre, of the poetry and music that have led us through the last century. We have great masters; so let's listen and enjoy their intuitions, let's listen to their echoes on the walls of our rooms. Each archive contains a genuine collection of original documents and objects contained in a strongbox: an Art Collection for an understanding of the argument. A precious book, rare music, a centennial daily newspaper, a handwritten sheet of paper, an emotional letter about a debut, a score signed for a friend, a letter and best wishes, a photo crumpled at the corners and with a beautifully written dedication, an old, illustrated fairytale, a stave never before written on for notes that did not yet exist, the memory of a Diva and an anti-philosophical editor, the writing of a revolutionary, a moving dedication of love with microscopic and previously unseen music, an illustrated calendar, an aperitif set to music with a short jingle... Scents, colours, Noises.
[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento. Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo. Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia.

Un viaggio alla scoperta delle opere e della mostra allestita a Senigallia attraverso le schede testuali e gli apparati iconografici, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza diretta degli autori coinvolti, accompagnati da Matteo Galbiati. (...) All'iniziativa, faranno seguito ulteriori progetti sviluppati online in collaborazione con Kromya Art Gallery di Lugano per portare idealmente l'arte a casa delle persone, così da offrire momenti di approfondimento e di svago in una quotidianità incerta, gettando insieme le basi per una nuova comunità dell'arte.

La Galleria FerrarinArte nasce nel 2004 a Legnago (Verona) come spazio dedicato alla grande arte italiana e ai suoi protagonisti. Una ricerca costante, sostenuta da entusiasmo e volontà, che si fonda sul dialogo diretto con gli artisti. Giorgio Ferrarin, amante dell'arte e collezionista per passione, nel tempo ha creato, infatti, legami forti e sinceri con i maestri del secondo dopoguerra. Grandi personali di Carla Accardi, Agostino Bonalumi, Achille Perilli, Alberto Biasi ed approfondimenti dedicati alla Pittura Analitica, con mostre pubbliche al Palazzo della Gran Guardia di Verona, a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta (Padova), alla Rocca di Umbertide (Perugia), ai Musei di San Salvatore in Lauro (Roma), alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) e al Palazzo del Monferrato (Alessandria), hanno permesso alla Galleria di distinguersi per la coerenza espositiva, divenendo punto di riferimento per appassionati e collezionisti, raggiunti anche attraverso nuove strategie di comunicazione.

Il web diventa fondamentale, infatti, non solo per far conoscere gli autori e le opere, ma anche per condividere i numerosi contributi video che, testimoniando rapporti di stima e di amicizia, consentono al fruitore di entrare nei luoghi in cui l'arte prende forma. Fondamentale attività della Galleria è poi la produzione dei cataloghi dedicati alle mostre e agli artisti proposti negli spazi di Legnago e nelle sedi istituzionali: volumi che raccontano e completano i progetti espositivi attraverso raffinati confronti tra arte e letteratura, accompagnati anche da numerose videointerviste pubblicate sul canale www.youtube.com/user/ferrarinarte. La Galleria partecipa, infine, alle principali fiere di settore, come Arte Fiera Bologna e ArtVerona. (Comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Ferrara ebraica online
ferraraebraica.meis.museum

Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah ha voluto allestire la mostra "Ferrara ebraica" per spiegare perché il museo sia nato proprio in questa città e oggi, in tempi di Coronavirus, vuole dare a tutti la possibilità di visitarla e di conoscere almeno una parte della grande ricchezza del patrimonio ebraico della città estense. Nel sito ferraraebraica.meis.museum chiunque potrà fare un salto virtuale nel tempo, visitare, conoscere, incontrare, approfondire alcune storie ebraiche ferraresi. L'esposizione, organizzata pienamente dal MEIS, voluta dal Direttore Simonetta Della Seta, curata da Sharon Reichel e allestita da Giulia Gallerani, è un viaggio tra passato e presente che racconta una delle comunità ebraiche più antiche d'Italia, con una eredità culturale e artistica unica.

Oltre a valorizzare la straordinaria fattura di oggetti cerimoniali e ricostruire l'ambiente sinagogale, "Ferrara ebraica" si interroga anche sul rapporto tra gli ebrei e la città, portando alla luce racconti affascinanti intrecciati con la Storia. Il percorso è arricchito dal video introduttivo e le interviste agli ebrei ferraresi firmate da Ruggero Gabbai e dalle foto di Marco Caselli Nirmal. Le musiche della tradizione ebraica ferrarese, incise appositamente per il MEIS, sono curate ed eseguite da Enrico Fink. La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione del Comune di Ferrara e della Comunità ebraica di Ferrara, che ha prestato al MEIS gran parte degli oggetti esposti e qui presentati, ed è stata sostenuta da Holding Ferrara Servizi, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Il video introduttivo è realizzato in collaborazione con l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con un contributo della Regione Emilia Romagna, legge Memoria del Novecento. In un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo, il MEIS vuole condividere almeno in via digitale alcuni dei valori che hanno permesso agli ebrei di continuare a costruire la loro vita anche in momenti difficili. Con la speranza di riaprire presto le porte del museo, il MEIS non si ferma e continua ad essere un luogo di libertà, scambio di opinioni e condivisione di idee. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)

"Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?" (R. Hillel, Pirkei Avot I:14), dalle Massime dei Padri.




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Fotografia realizzata da Mimmo Rubino come immagine guida per la campagna di comunicazione della mostra Quando le statue sognano allestita nel 2019 Quando le Statue sognano
Frammenti da un museo in transito


dal 29 novembre 2019
Museo Salinas - Palermo

.. 28 novembre 2019
Concerto inaugurale con Ornella Cerniglia (pianoforte); Floriana Franchina (flauto); 108 (electronics)


Dalle metope dei Templi di Selinunte - il più importante complesso scultoreo dell'arte greca d'Occidente - alla Pietra di Palermo, reperto egizio risalente alla metà del II Millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini all'Ariete bronzeo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose nel mondo.

Grazie alla mostra in due capitoli, curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e Helga Marsala e a una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo "Frammenti di un museo in transito", vengono temporaneamente restituiti al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno definitivamente solo al termine dei complessi lavori di restauro e riallestimento,in via di completamento. Ed è proprio tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote che i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l'occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in dialogo con opere e reperti archeologici.

Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l'attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall'apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, ricerca e comunicazione. E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il "Salinas" ha scelto di affidare aun artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell'arte pubblica e dell'arte urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979), noto anche come Rub Kandy, ha ideato la campagna creativa per la promozione delle mostre: agli scatti fotografici, i manifesti, l'immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano,con la sua cifra personale, un'avventura concettuale e di stile, concepita come opera d'arte in progress.

La mostra comincia, in questo primo appuntamento, con l'apertura straordinaria della Sala Ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi contigui, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca Borbonica, parte del patrimonio museale. Il percorso si apre conuna preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943). Le fotografie, realizzate dal maestro siciliano proprio al Salinas, nel 1984, ritraggono Jorge Luis Borges, anziano e già cieco, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di "vederle" con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta - che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili - e i corpi marmorei ospitati tra le sale del museo: una muta conversazione, un ideale "reciproco ascolto", di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un'invisibilità tramutata in visione interiore.

Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori,in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull'antica Roma e sull'eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo.

In mostra sono inoltre già presentidue importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni - inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo dal Re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un'affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo. Ed è proprio l'Arietea a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industriale e post-graffiti.

Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato alconcetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell'animale, l'evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L'ariete (2019) è invece il suo primo libro d'artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l'artista, a un moderno rituale misterico.

Completano il corpus quattro tracce sonore - Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) - che realizzano un soundscape ('paesaggio sonoro') chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings ('registrazioni sul campo') realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, in una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici.

In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vege tali in mutazione: un'idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell'artista, un riflesso materiale eallucinato.

Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all'alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il Cinquecento e gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo.

Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile,l'immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente,ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l'artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta foto sensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto.

L'immagine risultante è un'impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l'apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione. Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d'epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l'ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

Accompagna la mostra Interludi, un programma appuntamenti che si svilupperà nel corso del 2020,in cui un'opera selezionata dai depositi del Museo, in attesa di approdare al nuovo allestimento,dialoga col progetto di un artista contemporaneoo con opere in prestito da altre prestigiose collezioni. Il ciclo si inaugura con la fotografa Roselena Ramistella (Gela, 1982) e la sua serie Ritratto di famiglia: un insieme di scatti ispirati ai lavoratori del Museo - dagli archeologi ai custodi, dai funzionari ai bibliotecari, da chi si occupa di comunicazione a chi ha in carico la sicurezza, gli archivi, le pulizie, i restauri dei reperti -, posta in dialogo con una raffinata testa romana di età adrianea (prima metà II sec. d. C.), un ritratto marmoreo del giovane Polydeukion, discepolo favorito di Erode Attico.

Il restauro terminato nel 2016 - che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini - insieme all'esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituiscono dunque al pubblico un'area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del "Salinas" (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto,in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d'uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo.

Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni e desideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest'esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le Statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l'Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella.

Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Casa delle tecnologie emergenti di Matera
Creato il logo della Cte Matera


Un tocco d'azzurro in omaggio al gonfalone della città, un sasso stilizzato e un cavo di cablaggio che disegna la "M" di Matera. C'è la città, nei suoi colori e simboli e, con il cavo di cablaggio emblema di reti e interconnessioni, il logo della Casa delle Tecnologie emergenti di Matera "racconta" anche le opportunità che genererà. La Cte Matera ha il suo logo ufficiale. Realizzato dalla Pirene srl, società di pubbliche relazioni che opera dal 1999. Selezionata con bando a evidenza pubblica, la Pirene è stata scelta fra le 11 aziende che hanno partecipato alla selezione.

Offerta competitiva quella dell'azienda romana che, da contratto, seguirà la Cte Matera per un anno occupandosi dell'identità visiva. Descrizione/concept del logo Cte Matera: L'idea nasce dalla volontà di rappresentare lo sviluppo tecnologico nel contesto di una delle più antiche città al mondo. La costruzione del logo "cte matera" è formata da un pittogramma che sintetizza, con un tratto originale e moderno, una linea morbida che dinamicamente disegna la lettera "m" (iniziale di Matera) e si ferma con un punto in alto. Questo elemento ricorda un cavo di rete per cablaggio, simbolo dello sviluppo tecnologico.

La linea è sovrapposta a una forma di colore azzurro (colore della città) che raffigura un grosso sasso. In basso la parte testuale "cte matera" è costruita con un font nuovo e personalizzato di facile lettura, la scelta del minuscolo trasmette disponibilità e apertura all'esterno. Invece in maiuscolo con font Titillium, di dimensioni più piccole, il marchio si completa con "Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera". La scelta dei colori e l'alternanza tra linee morbide e forme rigide conferiscono movimento alla figura e racchiudono il significato di un progetto innovativo e concreto. (Estratto da comunicato stampa)




I vincitori del Monreale Premio Ambiente 2021
Monreale (Palermo), 15-18 settembre 2021
www.festivaldelcinemaitaliano.com

Proiezioni, convegni, incontri con personaggi del cinema italiano, masterclass e una serata finale, con tanti ospiti e sorprese hanno caratterizzato la quattro-giorni monrealese. L'evento è parte del Festival del Cinema Italiano, organizzato da A&D Comunicazione, diretto dal regista Paolo Genovese, con Fabrizio del Noce in veste di Presidente onorario. Al centro del festival l'argomento ambientale - tema quanto mai attuale e centrale anche in virtù della Cop 26, il vertice globale sul clima che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre 2021. Il Festival del Cinema Italiano ha portato, accanto alla cattedrale medioevale di Santa Maria Nuova (dal 2015 Patrimonio Mondiale dell'Umanità UNESCO) una selezione dei migliori documentari ambientali delle due edizioni precedenti.

La serata conclusiva del festival presso il Pool Garden dell'Al Balhara Resort & Spa, è stata presentata dall'attrice e conduttrice Anna Falchi, alla presenza di attori, produttori, cantanti e registi. Lidia Schillaci, Neja, Danilo Amerio, Roccuzzo, Dario Cassini, Pino Ammendola, Angela Nobile, Loredana Cannata e Sofia Fici, Miss Sicilia 2020 si sono alternati sul palco in una serata organizzata come un vero e proprio show di intrattenimento puro.

La Giuria composta da Marcello Foti - già direttore della Cineteca Nazionale di Roma e direttore generale della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia - dai giornalisti Marta Perego e Marino Midena, Eleonora Contessi, direttrice della fotografia, Alberto Arcidiacono Sindaco di Monreale, dalla regista e produttrice Rosalida Ferrante, dal regista Giuseppe Sciacca, dalla giornalista Titti Giuliani Foti e da Stefano Lo Coco componente dell'Amministrazione locale, ha assegnato Il Monreale Premio Ambiente 2021 al documentario Tra il mare e la terra, regia di Marco Spinelli.

Il documentario è un viaggio attraverso la Sicilia delle tradizioni, alla ricerca della passione che anima la vita di chi ancora oggi ha scelto di continuare a lavorare come un tempo. Dalle montagne al mare, attraverso gli occhi di agricoltori, pastori e pescatori che hanno un rapporto ancora arcaico e carnale con la propria terra. Emozioni che fluttuano tra le onde o vengono mosse dal vento nei campi. La magia si esprime nel raccontare il nostro rapporto con la natura grazie allo sguardo e alla voce dei più semplici, la motivazione espressa dai giurati.

Per la forza di una inchiesta senza compromessi che va al cuore del problema del commercio illegale del legno e della deforestazione la Menzione speciale va a Deforestation Made in Italy di Francesco De Augustinis: due anni di indagini, viaggi, ricerche, racchiusi in un documentario ambientato tra Italia, Europa e Brasile. Uno scorcio inedito sul rapporto diretto che esiste tra le principali eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale. Il Premio del Pubblico è invece assegnato a Covid-19 Il virus della paura di Christian Marazziti. Il film vede protagonisti un complottista seminatore di fake news, un'italo-cinese tacciata di essere il "virus", un'ipocondriaca in panico, un irresponsabile malato di Covid.

Nel corso dell'evento sono stati, inoltre, conferiti riconoscimenti a tre aziende e ad un giovane imprenditore che si sono distinti nel campo dello sviluppo sostenibile, del rispetto ambientale e della responsabilità sociale. I Premi sono andati a Erg Spa per essere riuscita a trasformare, nel corso degli ultimi anni, il proprio modello produttivo e di sviluppo aziendale, sostituendo sempre più le attività basate sul petrolio con quelle legate a fonti rinnovabili, contribuendo così a un minore impatto ambientale, e a uno sviluppo sostenibile.

A Ecolandia, per essere divenuta un'azienda di grande efficienza nel trattamento dei rifiuti, grazie a una particolare attenzione alle esigenze ambientali, riuscendo a ottenere punte di assoluto rilievo nella raccolta differenziata, in tutte le realtà locali in cui opera. A Mec, per aver recuperato un antico palazzo palermitano, e aver inserito, all'interno di una moderna struttura museale, un ristorante di alta qualità, e dimostrando così che la cura all'ambiente si traduce nell'attenzione all'uso di ingredienti a chilometro zero, ma anche alla conservazione e riutilizzazione del patrimonio artistico. A Giuseppe Montalbano, per essere intervenuto nel territorio di Monreale recuperando una vecchia struttura in abbandono, che faceva parte del parcoreale, e averla trasformata in un moderno, accogliente ed elegante complesso turistico, che configura la compatibilità ambientale fra i suoi punti di forza.

La kermesse che si è svolta tra il centro di Monreale e la splendida cornice del Resort Al Balhara, si avvale del sostegno della Regione Sicilia e del Comune di Monreale e del patrocinio di: Ministero della Cultura (MiC), Ministero dell'Ambiente, Regione Sicilia, Comune di Monreale, CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia. Si ringraziano inoltre Al Balhara - Hotel Resort Spa e Smile Vision, società nata nel 2015 attiva nel settore della comunicazione visiva e della produzione cinematografica, che affianca ancora una volta il Festival del Cinema Italiano prendendo parte al Monreale Premio Ambiente in qualità di Media Partner. L'azienda mira a valorizzare il profilo sostenibile assunto dalla rassegna cinematografica attraverso la produzione di video, dirette streaming, interviste, materiale fotografico e contenuti destinati ad Speciale dedicato, che andrà in onda su Rai 2 nei prossimi giorni. Media Partner: Rai 2, Radio 2 e Rai Radio Live, Smile Vision, Ciak Magazine e la Accademia Ciak si gira, Coming soon, TeleSpazio Canale 611. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandina della edizione 2021 del Trieste Photo Days Trieste Photo Days 2021: le prime anticipazioni
Festival Internazionale della Fotografia Urbana

8a edizione, 28 ottobre - 01 novembre 2021

Un circuito di sedi espositive a partire già da agosto con una serie di eventi in anteprima che si svolgono fuori città (Photo Days Tour) con mostre a Parenzo (Croazia), Roma, San Daniele del Friuli, Cormòns, Sacile e al Trieste Airport. La rassegna vedrà tra gli ospiti autori di livello internazionale come Paolo Pellegrin, Francesco Cito e, in collegamento live Bruce Gilden, icona vivente della street photography e presidente della giuria di URBAN Photo Awards 2021. A Gilden spetterà il compito di selezionare il vincitore assoluto di URBAN 2021 durante la cerimonia di premiazione prevista sabato 30 ottobre 2021 all'Auditorium del Museo Revoltella.

Numerose le mostre in programma, a partire dalle esposizioni di URBAN Photo Awards 2021: alla Biblioteca statale Stelio Crise, in Sala Xenia (sede principale del Festival) e al Civico Museo Sartorio con la mostra-premio dei quattro progetti di URBAN selezionati da Laura Carlini Fanfogna, direttore del Servizio Musei e Biblioteche del Comune di Trieste, e Claudia Colecchia, Responsabile della Fototeca e Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte del Comune di Trieste e allestiti con la collaborazione del Conservatore del museo Lorenza Resciniti. Alla Biblioteca statale Stelio Crise sarà inoltre allestita la grande mostra, con presentazione del libro, Tales of the Unwritten dedicata ai grandi collettivi internazionali di street photography e agli autori coinvolti nel progetto.

Il Civico Museo d'Arte Orientale ospiterà una mostra personale di Graziano Perotti, Sri Lanka Stories. Gli scatti proposti dall'associazione dotART saranno selezionati da Michela Messina, Conservatore del museo e da Claudia Colecchia, Responsabile della Fototeca e Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte del Comune di Trieste. Alla Stazione Rogers la mostra collettiva Utopia Melara, a cura di Graziano Perotti, dedicata all'edificio simbolo di Trieste. Alla Sala Fittke la mostra Trieste Photo Young. All'Accademia Scaglia la mostra personale Spaces di Alexandra Sophie e la mostra Mythography con una sezione dedicata al grande Francesco Cito, ospite d'onore del progetto.

Anche quest'anno verranno presentate in anteprima alcune mostre fuori città, prima fra tutte la mostra del Bruce Gilden Special Prize alla Galleria Umberto Mastroianni di Roma, presso i Musei di San Salvatore in Lauro; New Buildings a Milano; al Museo del Territorio di Parenzo (Croazia), la mostra-premio di URBAN; il Progetto Dante 2021. Un tributo fotografico al Museo del Territorio di San Daniele del Friuli e PixAround FVG a Lignano Sabbiadoro. Una selezione dei migliori progetti di URBAN 2021 saranno esposti anche al Trieste Airport, al Museo del Territorio di Cormòns e all'Imaginario Gallery di Sacile.

Spazio come sempre anche alle iniziative nate nell'ambito del festival che coinvolgono fotografi dai cinque continenti. Verranno presentati i volumi fotografici dedicati a Dante 2021. Un tributo fotografico curato dal professor Angelo Floramo; il grande volume collettivo Tales of the Unwritten che coinvolge anche produzioni dei più conosciuti collettivi internazionali di street photography: BULB Photos, iN-PUBLiC, Observe Collective, Un-posed, VoidTokyo, Women Street Photographers.

Saranno presentati anche il volume del Bruce Gilden Special Prize, con serie fotografiche dello stesso Gilden e di altri 10 fortunati autori selezionati direttamente dal maestro americano; Mythography, il primo dei 5 volumi liberamente ispirati alle divinità del pantheon romano, con foto di Francesco Cito e altri autori, e curato dal professor Enrico Medda; URBAN Unveils the City and its Secrets vol. 07, che contiene il meglio del concorso URBAN 2021 e l'URBAN Book Award; PixAround, primo volume del progetto fotografico dedicato alla scoperta della Regione FVG; il libro George di Giorgio Galimberti e Cities 9 a cura di Italian Street Photography. Incontri, workshop e MasterClass- Domenica mattina 31 ottobre, Paolo Pellegrin terrà un incontro pubblico presentando il suo progetto Antarctica, affiancato dal direttore artistico del Festival Angelo Cucchetto e da Andréa Holzherr, coordinatrice mostre internazionali Magnum Photos.

Sabato 30 e domenica 31 ottobre saranno proposte tre MasterClass esclusive al Magazzino delle Idee, con tre ospiti d'eccezione per altrettante imperdibili occasioni: Francesco Cito, fotogiornalista pluripremiato, vincitore di due World Press Photo con un focus su L'idea dietro la foto; Andréa Holzherr, coordinatrice mostre internazionali Magnum Photos con un focus su Progetti espositivi, costruzione e presentazione mostre; Alberto Prina, coordinatore del Festival della Fotografia Etica di Lodi con focus su Festival di fotografia, occasioni per autori.

Lunedì 1 novembre sarà una giornata dedicata ai professionisti, con talk e seminari organizzati dall'Accademia Scaglia e da Roberto Tomesani, coordinatore dell'Associazione italiana Fotografi professionisti Tau Visual. Il Festival ospiterà inoltre due workshop fotografici: uno a quattro mani sulla moda con Alexandra Sophie e Enrico Scaglia, l'altro con Giorgio Galimberti: "Volti, Luci, Ombre di Trieste". Graziano Perotti selezionerà e premierà i migliori progetti tra quelli pervenuti attraverso un'iniziativa dedicata di dotART di consulenze progettuali.

Il 2021 è anche l'anno del lancio di Trieste Photo Young, il challenge internazionale gratuito dedicato ai fotografi under 30, promosso dall'associazione culturale dotART con il sostegno della Fondazione Pietro Pittini e in coorganizzazione con il Comune di Trieste PAG - Progetto Area Giovani. Le finali e la premiazione avverranno in diretta durante il Festival. A coronare il programma espositivo le mostre del Trieste Photo Fringe, il "festival diffuso" di Trieste Photo Days che si svolge in un circuito selezionato di locali del centro città.

Trieste Photo Days è promosso dall'associazione culturale dotART di Trieste con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia - Assessorato alla Cultura, della Fondazione Benefica Kathleen Foreman Casali, della Fondazione Pietro Pittini e in collaborazione con il Servizio Musei e Biblioteche e il Servizio Promozione Turistica, Eventi Culturali e Sportivi del Comune di Trieste e il Ministero della Cultura Segretariato regionale FVG. Il Festival conta inoltre sulla collaborazione con il Ministero della Cultura - Biblioteca statale Stelio Crise di Trieste, ERPAC FVG e Stazione Rogers; le Partnership con La Cappella Underground - Trieste Science+Fiction Festival e Matrix4Design di Milano; la collaborazione con il Centro Studi dell'opera di Umberto Mastroianni e Il Cigno GG Edizioni di Roma, l'Associazione italiana Fotografi professionisti Tau Visual, Imaginario Gallery di Sacile; la collaborazione con i Comuni di Cormòns, Lignano Sabbiadoro, San Daniele del Friuli e la Biblioteca Guarneriana. (Comunicato stampa)




Locandina Premio Amidei 2021 Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" a "Est - Dittatura Last Minute"
23 - 29 luglio 2021
Palazzo del Cinema - Hiša FilmaPiazza della Vittoria - Gorizia

  "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura e regia di Antonio Pisu vince il 40° Premio internazionale alla migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei" con la seguente motivazione: "Per la verità con cui viene portata sullo schermo una vicenda realmente accaduta, per la capacità di non perdere mai di vista la realtà, tratto distintivo della personalità di Amidei, per l'autenticità con cui sono ritratti i personaggi e la mano leggera con cui si passa dal dramma alla commedia, per l'originalità anche visiva della storia, in cui vecchie riprese in video 8 e immagini di repertorio trovano nel racconto un perfetto equilibrio. E soprattutto per essere riusciti a farci danzare con le stelle, citando il brano del grande e compianto Franco Battiato la cui voce illumina il film, la giuria attribuisce il Premio alla Migliore Sceneggiatura Sergio Amidei 2021, giunto alla sua quarantesima edizione, a un film piccolo e indipendente, ma dalla grande anima: "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura di Antonio Pisu, che firma anche la regia".

_ Scheda Film

"Est - Dittatura Last Minute"


Regia: Antonio Pisu
Soggetto: Maurizio Paganelli (libro), Andrea Riceputi (libro)
Sceneggiatura: Antonio Pisu
Fotografia: Adrian Silisteanu
Montaggio: Paolo Marzoni
Scenografia: Iuliana Vilsan, Paola Zamagni, Alexandra Takacs
Costumi: Magda Accolti Gil, Luminita Mihai
Musiche: Davide Caprelli
Produzione: Paolo Rossi Pisu, Maurizio Paganelli, Andrea Riceputi per Genoma Films, con Rai Cinema, in collaborazione con Stradedellest
Produzioni Distribuzione: Genoma Films (2020)
Origine: Italia, Romania 2019
Durata: 100'
Interpreti:  Lodo Guenzi (Rice), Matteo Gatta (Pago), Jacopo Costantini (Bibi), Paolo Rossi Pisu (Girolamo), Anna Ciontea (Costelia), Ioana Flora (Andra), Liviu Cheloiu (Emil), Ada Condeescu (Simona)

Sinossi: La storia vera di tre amici, Pago, Bibi e Rice che partono da Cesena per un viaggio insolito nell'Europa dell'Est. Arrivati a Budapest conosceranno Emil, un uomo che è fuggito dalla Romania di Ceausescu lasciando la famiglia nella capitale. Emil chiede ai ragazzi di portare una valigia ai suoi cari, e nonostante i tre si rifiutino, la valigia, in qualche modo, riesce a partire per Bucarest con loro. Da quel momento, il viaggio si trasformerà in un'avventura rocambolesca e porterà nelle vite dei tre romagnoli un nuovo modo di vedere il mondo.

L'annuncio è stato così commentato dal regista e sceneggiatore Antonio Pisu: "A parte le banalità, che però sono la realtà, la gioia e la felicità di vincere un Premio così importante è tanta anche perché questo film è stato una grande fatica, sono stati due anni di lavoro intensissimi. Sappiamo tutti che anno è stato per il cinema in generale quindi sono veramente felice che il film abbia avuto tutto questo seguito.  Ringrazio il Premio Amidei e a tutti i giurati per aver individuato in "Est" la migliore sceneggiatura, i produttori del film, persone che ancora oggi decidono di rischiare il proprio denaro per promuovere l'arte la cultura dando la possibilità a persone come me di raccontare delle storie.

Mi piace, inoltre, sottolineare che questo film, anche se ambientato nell'89, parla di una tematica universale che è quella dell'aiutare. Ci sono questi confini, queste linee immaginarie che ancora oggi esistono soprattutto in una città come Gorizia. Noi tutti oggi attraverso la tecnologia conosciamo molto meglio che cosa accade nel resto del mondo ma ritengo che solo attraverso il viaggio, l'esperienza in prima persona possiamo renderci conto che chi sta oltre confine poi, di fatto, sono persone come noi. Sono persone che parlano un'altra lingua, hanno un'altra religione, che vivono sotto una dittatura o in mezzo a una guerra, ma è come se fossimo noi. Mi sento quindi di dedicare a tutte queste persone il premio e a tutti questi popoli.

Che questa sia una storia universale che faccia capire quanto sia importante empatizzare con l'altro.  Il valore di ricevere questo Premio a Gorizia è dunque molto più forte perché credo che nessun altro come gli abitanti di queste zone possano capire bene che cosa voglia dire un confine, cosa voglia dire andare al di là o stare dall'altra parte. Di tutte le vicissitudine che ne possono nascere, soprattutto gli scontri. Senza dire banalità, sarebbe bello se non ci fossero confini, questo è chiaro per tutti. "Est" è il viaggio di tre ragazzi che non sono persone acculturate, non sanno tutto di storia ma sono ragazzi semplici che fanno il piccolissimo gesto di aiutare. Sarebbe bello se fosse così per tutti in maniera molto semplice e genuina".

Perno dell'intera manifestazione goriziana, il Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" viene conferito dalla Giuria Amidei -composta dalla sceneggiatrice Doriana Leondeff, i registi e sceneggiatori Francesco Bruni, Massimo Gaudioso e Francesco Munzi, il regista Marco Risi, la produttrice e Presidente di Giuria Silvia D'Amico e l'attrice Giovanna Ralli -alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e per la capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo.

Oltre ad "Est - Dittatura Last Minute", questi gli altrititoli europei distribuiti durante la stagione cinematografica 2020-2021che hanno concorso per il 40° Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei": "Un altro giro" sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm, Regia: Thomas Vinterberg; "Il cattivo poeta" sceneggiatura e regia: Gianluca Jodice; "The Father - Nulla è come sembra" (sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller (dalla pièce teatrale Il padre di Florian Zeller), Regia: Florian Zeller; "Miss Marx" sceneggiatura e regia: Susanna Nicchiarelli; "Non odiare" sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini, Regia: Mauro Mancini; "Volevo nascondermi" sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni, Regia: Giorgio Diritti;  Ritirano il Premio alle 21 in Piazza della Vittoria Antonio Pisu, sceneggiatore e regista di "Est - Dittatura Last Minute", assieme al produttore di Genoma Films Paolo Rossi Pisu. Consegnano il riconoscimento Fabrizio Oreti Assessore alla cultura del Comune di Gorizia e Francesco Donolato Presidente dell'Associazione culturale "Sergio Amidei". (Comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti
Recensione

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.




Festival RestART Palermo 2021

Canti liturgici ortodossi delle tradizioni slava, greca e georgiana

30 luglio 2021, ore 21.15 (prezzo del biglietto: 10,00 euro)
Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio (Martorana) - Palermo
www.restartpalermo.it

- Concerto narrato Dalla terra al cielo. Il canto liturgico dell'Oriente cristiano
Coro Svete Tikhij
Irina Nedoshivkina Nicotra, direttore
Maria Giuliana Rizzuto, etnomusicologa, Università degli Studi di Palermo

Il concerto propone un percorso musicale diacronico, a partire da canti anonimi, espressione dei primi secoli del cristianesimo, fino ad alcune composizioni musicali dell'Ottocento (M.A. Balakirev, D.V. Allemanov) e del Novecento (S. Rachmaninov e N. Kedrov). I brani eseguiti nelle lingue greca, slavonica e aramaica, secondo le tradizioni musicali slava, greca e georgiana, sono espressione del multiforme mosaico sonoro dell'Oriente cristiano.

Questo percorso permette la scoperta della peculiare funzione comunicativa che il canto riveste nei riti delle Chiese d'Oriente. Gli inni, eseguiti ritualmente, mettono in relazione il microcosmo umano e il macrocosmo divino, nell'equilibrio tra anima e corpo. I canti, come le icone, divengono, così, le porte per accedere alla bellezza celeste a partire dall'esperienza terrena.

_ Programma

1. "Kyrie, eleison", tradizione bizantina (anonimo);
2. "Blagoslovi, duše moja, Gospoda", Prima antifona della Divina Liturgia, canto paleoslavo (anonimo);
3. "Cheruvimskaja", Inno cherubico (anonimo);
4. "Bogoriditse, Dievo", Inno alla Madre di Dio, melodia georgiana (anonimo);
5. "Milost' Mira", Misericordia di pace, melodia athonita (anonimo);
6. "Gospodi pomiluij", Acclamazione in risposta alla ektenia, melodia dell'antico monastero di Elenskij (Bulgaria), arrangiamento di Sepfora;
7. "Anghel vopiaše", Megalinario di Pasqua, melodia del monastero di Valaam (Russia), armonizzazione di M.A. Balakirev;
8. N. Kedrov, figlio, "Svete tikhij", Inno vespertino;
9. S. Rachmaninov, "Tebe poiem", Canto dell'Epiclesi;
10. D.V. Allemanov, "Vzsbrannoij Voievode", Inno alla Madre di Dio;
11. Schiarchimandrita Serafim, "Kadishà Elàh", Inno trisagio (canto in aramaico).

Il coro Svete Tikhij, diretto da Irina Nedoshivkina Nicotra, nasce nel 2014 per gli uffici liturgici della chiesa di S. Alessandro di Comana del Patriarcato di Mosca a Palermo, interamente cantati e destinati alla comunità ortodossa palermitana. A partire dal 2015, il coro è andato oltre la propria vocazione iniziale e ha intrapreso, con l'acquisizione di nuovi membri, sia russi sia italiani, interessati al canto liturgico delle Chiese d'Oriente, un'attività concertistica volta a far conoscere repertori liturgici e paraliturgici di tradizione ortodossa poco conosciuti in Occidente.

Nel repertorio del coro, oltre a canti tradizionali dell'ufficio divino, rientrano opere diverse per epoca, genere, stile, lingua e provenienza geografica, dal canto slavo antico a compositori dell'Ottocento e del Novecento (tra cui Glinka, Balakirev, Cajkovskij, Bortnjans'kyj, Cesnokov, Rachmaninov, Allemanov, Hristov, Kedrov, Yaitchkov e Sviridov). I vari repertori vengono adattati allo stile della liturgia slava grazie all'uso dei testi appartenenti alle diverse tradizioni ortodosse. Tra i molti concerti si ricordano quelli di Palermo alla Cappella Palatina, nell'Oratorio delle Dame, nell'Agorà del Museo Archeologico Salinas nell'ambito del "Festival delle letterature migranti", nella chiesa evangelica valdese a favore di Azione Parkinson Sicilia Onlus, nella sala dei concerti dell'Istituto dei Ciechi "Florio-Salamone", e nel duomo di Monreale.

Inoltre il coro si è esibito a Messina e a Palermo nel corso di manifestazioni del Consolato della Russia. Nel 2019 il coro ha partecipato alla VIII edizione della "Settimana delle Culture" di Palermo. Nel 2020 ha realizzato un concerto narrato "Svieta ot svieta" durante le "Giornate di studio Luce da luce" all'interno delle manifestazioni svoltesi a palazzo Riso, a Palermo, dal titolo "L'esperienza estetica nella tradizione cristiana d'Oriente e islamica. Luoghi dell'arte e linguaggi del contemporaneo", organizzato dalla Regione Siciliana assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana e dal Dipartimento Culture e Società, Università degli Studi di Palermo, Officina di Studi Medievali.

Il 6 gennaio 2021 il coro si è esibito in un concerto narrato sul tema del Natale, intitolato "Luce d'Oriente", teletrasmesso da una emittente televisiva palermitana, nell'ambito della manifestazione del Comune di Palermo per il Natale 2020 "Accendiamo una luce". Il coro si esibisce in diverse tipologie performative. A quella classica concertistica, a partire dall'aprile 2018 si è aggiunta quella dei "concerti narrati", fatta in collaborazione con l'etnomusicologa Maria Giuliana Rizzuto, che pubblica articoli e saggi in riviste nazionali e internazionali in ambito etnomusicologico

La chiesa di S. Maria dell'Ammiraglio prende il nome dall'Ammiraglio della flotta di Ruggero II d'Altavilla, Giorgio di Antiochia. Ufficiale siriano di culto bizantino, l'Antiocheno la edificò verso la metà del XII secolo accanto al suo palazzo, dedicandola alla Madre di Dio per ringraziarla della protezione che gli aveva concesso nella sua lunga vita militare sui mari.

La chiesa fu costruita su pianta a croce inscritta, tipica delle chiese bizantine del tardo periodo, orientata in asse con l'abside a Est e la facciata a Ovest, perché si doveva sempre pregare verso oriente. Comprendeva anche un nartece che all'epoca era connesso a un cortile porticato aperto, sotto il quale scrivani e notai svolgevano la loro attività per la comunità bizantina. Questo portico fu in seguito unito al campanile.

Appena varcato l'ingresso dal campanile, si apre l'Atrio interno, sovrastato da volte, sostenute dalle otto colonne del vecchio portico. Due colonnine recano iscrizioni arabe dal Corano. La volta della sala di quest'atrio fu affrescata da Olivio Sozzi (Catania 1690 - Ispica 1765) nel 1744, col tema della Gloria dell'Ordine Benedettino. Sono dieci scene divise in due parti di cinque ciascuna, in ovali mistilinei, le cui cornici sono in trompe l'oeil per aumentare lo spazio e la profondità. Bell'effetto coloristico è lo sfondo dei cieli azzurri in contrasto col grigio scuro degli abiti dei monaci.

Diceva il viaggiatore e mercante Ibn Gubair, a Palermo nel 1185, che la "chiesa dell'Ammiraglio era uno dei più stupendi monumenti dei cristiani... che mancano le parole a descriverla ed è forza tacerne, perché è il più bel monumento del mondo". Rimase molto impressionato dagli ori e dai colori dei mosaici. L'apparato dei mosaici, che rivestono interamente le volte e gli archi della croce greca dell'originaria chiesa bizantina, è uno dei più importanti del mondo.

Il culmine è naturalmente la cupola che ha al centro il Pantocratore a figura intera, seduto sul trono, benedicente-annunciante con la destra, mentre regge il Vangelo con la sinistra, appoggiando i piedi sulla Terra sotto forma di sgabello. Nella cornice in greco il brano evangelico che inizia con "Io sono la luce del mondo...". Volano intorno al Cristo i quattro arcangeli. Nel tamburo, gli otto profeti, che tengono in mano i cartigli delle profezie, e nelle nicchie i quattro evangelisti. (Comunicato stampa)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







Aqua Film Festival 2022
6a edizione, Roma, 07-10 aprile 2022
www.aquafilmfestival.org

Al via il bando a iscrizione gratuita  della sesta edizione dell'Aqua Film Festival, rassegna internazionale per lavori dedicati al  tema dell'acqua organizzata dall'Associazione Universi Aqua. Il festival vuole rappresentare, con lo strumento cinematografico e di documentazione, lo straordinario mondo dell'acqua  nei suoi diversi valori e funzioni di utilizzo, per scoprire anche nuovi talenti cinematografici e nel campo dell'audiovisivo. Il bando è aperto per Corti  di massimo 25 minuti e  Cortini di massimo 3 minuti (titoli di coda non compresi).  Direttore Artistico e fondatrice del Festival è Eleonora Vallone - pittrice, stilista, autrice, attrice di cinema, televisione e teatro, giornalista ed esperta di metodologie salutistiche in acqua. Termine di scadenza: 20 febbraio 2022 

Tra le novità della prossima edizione, il nuovo Premio Aqua & Turismo, che nasce con l'intento di stimolare i vacanzieri a un maggior rispetto verso l'ambiente e alla sostenibilità dei luoghi presso cui sono in visita. Grazie alla collaborazione intrapresa con le Scuole e le Università, il festival ha aperto anche un concorso parallelo a quello ufficiale, denominato "Aqua & Students", che avrà come protagonisti Cortini (massimo 3 minuti) realizzati dagli allievi alunni di scuole e università di tutto il mondo. I Cortini potranno essere realizzati con smatphone e dovranno avere come protagonista assoluta l'acqua in tutte le sue forme e funzionalità.

Il comitato artistico e scientifico è composto da figure del mondo dello spettacolo di consolidata esperienza. Nell'attesa della nuova edizione del festival, Aqua Film Festival approda nell'Isola di Ponza, dal 26 al 29 giugno 2021 con la direttrice artistica Eleonora Vallone per la proiezione dei  primi due film vincitori di Aqua Film Festival nella sezione "Sorella Aqua" e il corto vincitore della  Menzione speciale Aqua & Isola: Apollo 18 di Marco Renda; Blu di Paolo Gremei e Il Guardiano del faro di Ole-André Rønneberg. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Beuys e Napoli
11 maggio - 13 novembre 2021
Casa Morra - Archivio d'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

.. 09 maggio 2021
Diretta Facebook con interventi di: Achille Bonito Oliva, Michele Bonuomo, Mario Franco, Petra Richter e Italo Tomassoni. Con un'introduzione dell'Ambasciatore Tedesco Viktor Elbling

Casa Morra d'intesa con Goethe-Institut Neapel omaggia Joseph Beuys, a cento anni dalla nascita, con la mostra a cura di Giuseppe Morra, proponendo un principio di riflessione sull'eredità culturale dei transiti dell'artista tedesco a Napoli e in Italia tra il 1971 e il 1985. Cinque film saranno proiettati in successione negli spazi degli Archivi Mario Franco: al regista napoletano si deve la più completa documentazione filmica della collaborazione tra Lucio Amelio e Beuys a partire dalla prima mostra La rivoluzione siamo noi (1971) alla Modern Art Agency. Per celebrarne il cinquantenario, la programmazione inaugurerà con l'omonimo film che sarà proiettato insieme a Der Tisch, filmato donato da Beuys al regista napoletano nel formato originale in 16mm, che documenta una delle sue prime azioni all'Accademia di Düsseldorf (1971).

Della collaborazione tra il gallerista napoletano e l'artista tedesco, Franco documenta altre azioni come "Vitex agnus castus", realizzata per Arena: dove sarei arrivato se fossi stato intelligente! (1972), e "Diagramma Terremoto", contestuale a Terremoto in palazzo (1981). Di questa seconda azione Petra Richter restituisce una suggestiva immagine di Beuys, descrivendolo come un "sismografo umano (...) assorbito nel tracciare le vibrazioni di un terremoto immaginato allo stesso modo in cui una macchina ECG registra l'attività elettrica del cuore umano". Dell'ultima grande mostra a Capodimonte, Palazzo Regale (1985) - raccontata da Michele Bonuomo come "una definitiva architettura di tutta la sua produzione, quasi (...) un testamento" - Franco realizza un filmato con l'ultima intervista all'artista tedesco sulla sua opera e sul suo legame con Napoli e l'Italia.

A conferma della vocazione di Casa Morra verso l'apertura sugli inattesi percorsi di ricerca indotti dai materiali d'archivio, una serie fotografica di Gerardo Di Fiore testimonia l'incursione di Beuys nel contesto dell'azione "Hic Sunt Leones" (1972) del collettivo Galleria Inesistente, e offre, al contempo, una più ampia veduta sulla stratificazione dell'ambiente artistico e culturale napoletano tra gli anni sessanta e settanta. In mostra anche una selezione di multipli, funzionali alla strategia divulgativa del più ampio progetto beuysiano di "scultura sociale": per l'artista tedesco il problema del "dare forma" non ha a che vedere con una ricerca stilistica interna allo spazio di autonomia dell'arte, ma si risolve nelle possibilità antropologiche di formare/organizzare tutti i campi del sociale a partire dalla creatività individuale.

Si tratta, a ben vedere, di quello che Achille Bonito Oliva, nel corso della prima fondamentale intervista a Beuys nel 1971, definisce come uno "spazio socratico". L'intuizione critica è confermata dallo stesso artista: "l'arte mi interessa solo in quanto mi dà la possibilità di un dialogo con l'uomo". E le possibilità costituenti dell'arte, in un senso inclusivo e democratico, sono esemplarmente indagate da Beuys nel suo storico contributo a Documenta 5 (1972) dove per cento giorni allestì l'ufficio per l'"Organizzazione per la democrazia diretta tramite referendum". Di questa esperienza a Kassel viene presentata un'inedita documentazione fotografica di Vettor Pisani.

I film saranno proiettati tutti i mercoledì alle 18.00 su prenotazione (ad eccezione dei mesi di luglio e agosto) negli spazi degli Archivi Mario Franco. Il percorso della mostra si chiude con un'appendice della sala permanente dedicata all'artista tedesco, allestita nel 2017 con materiali donati da Lucrezia De Domizio Durini. In occasione di Beuys e Napoli Italo Tomassoni ricorda questa esperienza di condivisione con un'intima missiva all'artista. (Comunicato stampa)

___ EN

The films will be screened every Wednesday at 6 p.m. by reservation (except for the months July and August) in the space of the Mario Franco Archives From 11 May to 13 November Casa Morra in agreement with Goethe-Institut Neapel pays tribute to Joseph Beuys, commemorating the centenary of his birth with the exhibition Beuys e Napoli curated by Giuseppe Morra, reflecting on the cultural heritage of the German artist's visits to Naples and his travels around Italy between 1971 and 1985. The Mario Franco Archives will host a showing of five films in succession. Neapolitan film director Mario Franco has assembled the most comprehensive documentary footage of Lucio Amelio and Beuys's work together, starting with their first exhibition, La rivoluzione siamo noi (1971), at the Modern Art Agency.

To celebrate its 50th anniversary, the programme opens with a showing of the film of the same name, which will be screened together with Der Tisch, a film Beuys donated to the Neapolitan director in its original 16mm format, documenting one of his first actions at the Düsseldorf Academy (1971). Franco documents other actions resulting from the collaboration between the Neapolitan gallery owner and the German artist, such as 'Vitex agnus castus', for Arena: dove sarebbe arrivato se fosse stato intelligente! (1972), and 'Diagramma Terremoto', produced at the same time as Terremoto in palazzo (1981). Petra Richter conjures up an evocative image of Beuys in this second action, describing him as a "human seismograph (...) absorbed in tracing the vibrations of an imaginary earthquake, just like an ECG machine records the electrical activity of the human heart".

For the last great exhibition at the Capodimonte Museum, Palazzo Regale (1985) - described by Michele Bonuomo as "a definitive architecture of his entire production, almost (...) a testament" - Franco made a film from his last interview with Beuys, discussing his work and his ties with Naples and Italy. Confirming Casa Morra's aptitude for embarking on unexpected lines of research inspired by findings among archive material, a series of photographs by Gerardo Di Fiore bears witness to Beuys' incursion into the context of the action 'Hic Sunt Leones' (1972) from the collective exhibition Galleria Inesistente, at the same time offering a broader view of the many layers of Neapolitan artistic and cultural life in the nineteen-sixties and seventies.

The exhibition also includes a selection of multiples, part of Beuys' broader "social sculpture" project: for him, the problem of "giving form" is not a question of stylistic research within the autonomous space of art; rather it is resolved in the anthropological possibilities of forming/organizing every social field, starting from individual creativity. On closer inspection, this is what Achille Bonito Oliva defined as a "Socratic space" during his first key interview with Beuys in 1971. This critical insight is confirmed by the artist himself: "art interests me only insofar as it allows me to dialogue with humanity".

And Beuys ably investigates the constituent possibilities of art in the inclusive and democratic sense in his historic contribution to Documenta 5 (1972), where he set up an office for the "Organisation for Direct Democracy by Referendum", running for a hundred days. Vettor Pisani presented a previously unseen photo documentary of this experience in Kassel. The exhibition closes with an addition to the room permanently dedicated to the German artist, set up in 2017 with materials donated by Lucrezia De Domizio Durini: an in-depth look at Difesa della natura in Bolognano, where, on 13 May 1984, Beuys set up a space for public talks on the defence of nature and individual creativity. On the occasion of Beuys e Napoli Italo Tomassoni revisits this shared experience through an intimate letter to the artist. (Press release)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


dal 25 gennaio 2020
www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

Si tratta di una produzione filmica sensibile, che interpreta e riflette sui problemi contemporanei, capace di stimolare la ricerca delle possibilità espressive del linguaggio cinematografico: un cinema all'insegna della libertà creativa e produttiva, nato dall'impegno di autori responsabili delle loro opere, per l'intero percorso progettuale che va dall'ideazione al prodotto finito. La playlist, che sarà implementata nei prossimi mesi, propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti.

Cinemaimpresatv, con oltre 7 milioni di visualizzazioni, è la testimonianza dell'interesse crescente per materiali di repertorio poco o per nulla conosciuti. La playlist Fedic-70 anni di cinema è il momento finale di un lungo lavoro di archiviazione, selezione e digitalizzazione, curato da Mariangela Michieletto con la collaborazione di Diego Pozzato e Ilaria Magni. Parte delle opere sono state restaurate digitalmente nel laboratorio dell'Archivio Nazionale Cinema Impresa con il contributo di Giorgio Sabbatini, regista e presidente del Cineclub FEDIC Piemonte, nonché componente insieme a Giorgio Ricci del Comitato Scientifico Cineteca FEDIC presieduto dal critico e storico del cinema Paolo Micalizzi. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Comunicato stampa)




Particolare dalla locandina del concerto slavo bizantino Luce d'Oriente a Palermo "Luce d'Oriente"
Concerto Narrato
Un viaggio sonoro Slavo-Bizantino a Palermo


.. 06 gennaio 2020, ore 18.00
www.facebook.com/tvmpalermo

.. TVM Palermo (canale 18 del digitale terrestre), ore 21.30

L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" di Palermo propone l'esecuzione di questo concerto presso la chiesa di Sant'Alessandro di Comana. Il repertorio concerne canti di Natale Bizantini e canti paraliturgici che evocano le atmosfere della Russia. L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" partecipa alla programmazione "Accendiamo una luce" di eventi in streaming per le Festività Natalizie e di Fine Anno promossi dal Comune di Palermo.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana, ex chiesa dei Carbonai, sita a Palermo nell'antico quartiere della Loggia, è oggi sede della Comunità Ortodossa. La chiesa è frequentata da persone di diverse nazionalità, russi, bielorussi, ucraini, serbi, georgiani, eritrei e italiani di tradizione greca. In questa comunità si è formato nel 2013 il coro Svete Tikhij "Luce Gioiosa" per gli uffici liturgici. Il coro con l'acquisizione di nuovi membri, sia russi, sia italiani, professionisti, svolge un'attività concertistica volta a far conoscere repertori liturgici e paraliturgici di tradizione ortodossa. Nella tradizione Cristiana d'Oriente il canto liturgico, rigorosamente "a cappella" è lo strumento della preghiera, un servizio offerto alla comunità, un ministero nei confronti di dio; esso è inseparabile dal rito. Affinché il canto divenga preghiera è necessario che ciascun cantore superi il compiacimento nell'ascoltare la propria voce e la faccia diventare voce della propria anima.

Dalla collaborazione tra Irina Nedoshivkina Nicotra, direttrice del coro Svete Tikhij e l'etnomusicologa palermitana Maria Rizzuto, il concerto narrato è uno spettacolo al fine di trovare una modalità dialogica con la Città, per condividere repertori di straordinaria bellezza poco conosciuti in Occidente. La struttura dello spettacolo prevede che parola e canto si alternino, rafforzandosi reciprocamente, all'interno del più ampio contesto narrativo evocato dai canti eseguiti secondo l'iter dell'azione rituale. Durante il concerto narrato, il narratore accompagna gli ascoltatori nelle atmosfere musicali, simboliche e linguistiche dell'Oriente Cristiano. Infatti, nel mondo bizantino un unico corpus testuale è stato tradotto in molte lingue.

Pertanto i canti sono in Slavonico, Georgiano, Greco, Aramaico. Questa peculiarità amplifica le sollecitazioni musicali che il pubblico riceve e che, attraverso la narrazione, ciò che inizialmente sembrava estraneo, alla fine del concerto narrato, diventa intimo. Una dolcezza particolare tocca il cuore del pubblico, la narrazione ha proprio questa funzione: accompagnare gli ascoltatori, coinvolgendoli, permettendo loro di comprendere ciò che accade e di intuire la profondità dei canti altrimenti inaccessibili al pubblico italiano che ne sconosce i repertori. Proprio il suono del canto e il suono della parola narrata divengono così due mani che accompagnano gli ascoltatori in un'esperienza emozionante alla scoperta di universi inaspettati.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana fu costruita grazie ai fondi della ricca confraternita dei Carbonai. I lavori furono avviati nel 1725 e la chiesa fu consacrata nel giorno dell'Epifania del 1737. L'edificio fu dedicato al Santo Alessandro di Comana, detto anche "il Carbonaio". Una storia travagliata ha caratterizzato il destino della chiesa. Nel corso del XIX secolo l'edificio fu trasformato in un magazzino e venne riaperto al culto nel 1870. Nel 2000 l'edificio fu sottoposto a un intervento di restauro, nel corso del quale fu scoperta un'ampia cripta. Divenne poi sede distaccata dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, ospitando un corso sperimentale di Arte sacra e pittura.

Dall'8 settembre 2013 l'edificio è stato affidato ai fedeli della Chiesa Ortodossa Russa divenendo parrocchia di Sant'Alessandro del Patriarcato di Mosca. In quel giorno, con la benedizione dell'Arcivescovo di Egor'evsk Mark Golobkov ed alla presenza del Sindaco di Palermo, è stata celebrata la prima divina liturgia. Nell'abside centrale nell'anno 2014 è stata installata una grande icona della Santissima Trinità donata dal celebre iconografo russo Aleksandr Sokolov.

Ciò che lega particolarmente questa piccola chiesa Russo-Ortodossa alla Storia di Palermo sta nell'iconostasi in legno intagliato che è la fedele riproduzione dell'originale iconostasi della prima cappella Russo-Ortodossa di Palermo, sita nella Villa Olivuzza che ospitò nel 1845 lo zar Nicola I, la sua famiglia e la sua corte. Lo stesso villino dell'Olivuzza, acquistato nel 1898 dalla prestigiosa famiglia dei Florio, divenne sotto il progetto dell'architetto Ernesto Basile, una delle opere più emblematiche dell'architettura Liberty, conosciuto oggi come villino Florio. L'iconostasi originale attuale locale chiesa Ortodossa Russa di Vevey in Svizzera. (Comunicato stampa)




Fondazione In Between Art Film

Per diffondere la cultura delle immagini in movimento e di sostenere gli artisti, le istituzioni e gli organismi di ricerca internazionali che esplorano il dialogo tra le discipline e i territori di confine tra cinema, video, performance e installazione, nasce a Roma la Fondazione In Between Art Film. Su iniziativa della sua fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari, la Fondazione In Between Art Film intende contribuire al dibattito artistico internazionale, approfondendo la riflessione sulla natura, il ruolo e le potenzialità delle immagini in movimento nel nostro presente. Il team che la affiancherà nello sviluppo del programma culturale: Alessandro Rabottini in qualità di Direttore Artistico e Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini nel ruolo di curatori.

"Da quando è iniziata l'avventura di In Between Art Film nel 2012," afferma Beatrice Bulgari "ho avuto la fortuna di accompagnare nel loro percorso creativo tanti talenti che hanno arricchito e trasformato i linguaggi del video, del film, della performance e dell'installazione. Le produzioni e i progetti che abbiamo fino ad ora sostenuto hanno costituito momenti di crescita per me e per le persone che con me lavorano e ci hanno sempre di più fatto comprendere come gli artisti riescano a ridefinire continuamente la nostra comprensione della realtà. Le immagini in movimento ci emozionano, ci informano, ci scuotono e ci fanno riflettere: esse sono uno straordinario strumento di relazione con il mondo che ci circonda. (...)" (Estratto da comuncato stampa Lara Facco P&C)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti. La rassegna online propone anche punti vista non aziendali, come i film di famiglia che immortalano il primogenito - di solito con la nascita del secondo figlio la cinepresa era già in soffitta - con grembiule e cartella o le gite scolastiche che inauguravano l'arrivo della primavera; e con due titoli della Documento Film: il primo, Seconda D, è un documentario parte di una serie diretta da Sergio Amidei e Luciano Emmer, il secondo, Giorno di Scuola, documenta con toni paternalistici il primo giorno di scuola in un paesino della Toscana nel 1954.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Copertina del CD degli Alenfado "Passeando"

Il 22 maggio 2020 è uscito il primo CD del gruppo musicale palermitano Alenfado. Il titolo portoghese Passeando, che vuole intenzionalmente e significativamente richiamare il termine siciliano Passiando (nonché lo spagnolo Paseando), evoca una passeggiata musicale attraverso il Portogallo, la Spagna, l'America Latina e la Sicilia. Dalle malinconiche atmosfere del fado dei quartieri di Lisbona si giunge alla scoperta di assonanze con le sonorità e le tematiche esistenziali e narrative di altre musiche popolari, quali la nostalgia, la lontananza e l'esilio di Fado triste, Meu fado meu e A chi vali unni nascisti, o le pene d'amore e il vittimismo di Com que voz, Algo contigo, Que nadie sepa mi sufrir, Fatum, Alfama, in un comune sentimento di fatalismo che permea tutti i brani e che talora si combina anche con sentimenti gioiosi e positivi, così come avviene nella vita reale.

Gli arrangiamenti e le orchestrazioni originali di tutti i brani sono di Toni Randazzo. Contiene dodici brani in lingua portoghese, spagnola e siciliana, tra cui due composizioni inedite, una delle quali con testo del giornalista e scrittore Daniele Billitteri. La registrazione è stata fatta nel "Recraft Studio" di Raffaele Pullara, che ha anche partecipato con la fisarmonica in tre tracce. (Comunicato stampa)




Sport Film Festival

La 40esima edizione della rassegna dedicata all'audiovisivo a tema sportivo si è svolta Palermo dal 20 al 26 gennaio 2020. Ogni anno la Commissione cinematografica composta da giornalisti, critici, personalità del mondo sportivo, dell'arte e spettacolo, realizza una selezione di film di genere sportivo, nel quadro della promozione dei valori dello Sport. L'SFF presenta un programma in cui, oltre alle proiezioni dei film selezionati (al cinema Multisala di Palermo), prevede convegni e incontri con i produttori.

Una delle novità della rassegna siciliana, diretta da Roberto Oddo e organizzata dal Centro di Comunicazione Visiva, è la partecipazione alla competizione di film e documentari dedicati agli E-Sport, ovvero i videogiochi e gli sport realizzati attraverso dispositivi elettronici. Durante la rassegna è stata allestita la mostra "Cinema e sport" che attraverso una documentazione video-fotografica ed editoriale ha rappresentato la storia dello Sport Film Festival. L'edizione di quest'anno, che ha raggiunto un record nelle presenze internazionali, è stata gemellata con il Premio Massimo Troisi. In ricordo di Massimo Troisi è stato proiettato il film Il Postino. Enzo Decaro, attore che ha iniziato la carriera artistica nel trio "La Smorfia" - insieme con Massimo Troisi e Lello Arena - ha ricevuto il Premio alla Carriera.

Alla conclusione di una selezione tra 495 film in concorso tra lungometraggi, cortometraggi, film dedicati al calcio e allo sport paralimpico prodotti tra il 2016 e il 2019, provenienti da 54 Stati, sono stati assegnati i Premi - il Paladino d'Oro - in varie categorie, durante una cerimonia svolta al al teatro Politeama di Palermo.

Premi Paladino d'Oro

- Miglior Lungometraggio: Butterfly (Italia)
- Migliore Regia: Benjamin Best Sorry Game (Germania)
- Miglior Documentario: She Is Ocean (Russia)
- Miglior Cortometraggio: 8 (Usa)
- Miglior Fiction: The Buzz (Ungheria)
- Migliore Sceneggiatura Aimone's Dreams (Italia)
- Miglior Film Calcistico: The Making Of: José Mourinho (Inghilterra)
- Miglior Film Straniero: Reflecting Ice (Finlandia)
- Miglior Film Paralimpico: 10km/h (Canada)
- Migliore Fotografia: The Botton Turn (Inghilterra)
- Migliore Colonna Sonora: Mission 8 (Germania)
- Miglior Montaggio: L'ingegnere dei record (Italia)
- Migliore E-Sport: To Win it all (Usa)
- Premio del Pubblico ("Social Award"): Take tour Mark Banu (India)
- Premio "School Award": Road to the Final (Inghilterra)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco è stat dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Sulla fotografia e oltre
di Enrico Gusella, ed. Silvana Editoriale in collaborazione con Fondazione Alberto Peruzzo, 532 pagine, 135 immagini a colori e b/n

Il libro è stato presentato il 23 luglio 2021 alla Galleria Michela Rizzo di Venezia

Enrico Gusella racconta i grandi interpreti della fotografia e le loro storie. Una narrazione di ampio respiro in una nuova edizione aggiornata. Una storia, o meglio una serie di storie sulla fotografia, sugli interpreti e i protagonisti dall'Ottocento ai giorni nostri. Critico, curatore, considerato uno dei più acuti studiosi di fotografia, Enrico Gusella in questo libro ci accompagna in un viaggio oltre l'immagine fotografica: un percorso narrativo attraverso il quale sono indagati fatti artistici e fotografici, i rapporti fra testo e immagine, fra cultura e società.

Un excursus che investe autori e contesti della fotografia, ma anche i diversi generi che costituiscono l'arcipelago fotografico: dal paesaggio all'architettura, dai corpi e i ritratti all'astrazione passando per le collezioni, la letteratura e la sociologia. Nasce così una geografia della narrazione fotografica tesa ad approfondire le diverse visioni dei protagonisti della nuova scena artistica contemporanea, ma anche di una fotografia storica e storicizzata.

Il volume si apre con un'intervista del 1995 a Mimmo Jodice dedicata alla sua mostra Tempo interiore e alla sua città natale, Napoli. E sono proprio le città e i paesaggi a caratterizzare questo appassionato libro con la nutrita sezione dal titolo Paesaggi. Oltre duecento pagine che scandagliano i territori del nostro Paese e del mondo: dalle metropoli e le periferie di Gabriele Basilico (Milano: Ritratti di fabbriche, Beirut) alle campagne friulane e dell'amata Venezia di Elio Ciol, a cui risponde un altro grande veneziano, Fulvio Roiter.

Le geometrie astratte e cromatiche di Franco Fontana, il lirismo spirituale di Giovanni Chiaramonte, la "fotografia del no" in Mario Cresci, Nadar, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Berenice Abbott, Inge Morath, Luigi Ghirri, Thomas Struth, Josphef Beuys nelle fotografie di Buby Durini, Sebastião Salgado, Vittorio Storaro, Elliot Erwitt, Walter Niedermayr (Tra presenza e assenza), Italo Zannier, Ugo Mulas, Luca Campigotto, George Tatge (Italia metafisica), Olivo Barbieri, Maurizio Galimberti, Raffaello Bassotto, Giovanni Umicini, Renato Begnoni, Cesare Gerolimetto, Luca Chistè, proseguono l'intensa sequenza.

Ma altri ancora sono i fotografi oggetto delle ricerche di Gusella, che a loro volta investono straordinari luoghi: Parigi in Robert Doisneau, la Yosemite Valley in Ansel Adams, i paesaggi alpini di Albert Steiner, i luoghi nostalgici di Andrej Tarkovskij, e dal MADRE di Napoli è la grande retrospettiva "L'Attesa" di Mimmo Jodice, il corpo della città in Vincenzo Castella, e non mancano giovani protagonisti come Marco Maria Zanin di cui su Padova è Segni per Sant'Agnese.

Il Reportage con i luoghi e le storie di Gianni Berengo Gardin e i grandi fotografi di Epoca, mentre dal carcere sono le "foto da galera" di Davide Ferrario, l'Agenzia VII, Gordon Parks, Enrico Bossan sull'Etiopia e W. Eugene Smith da Pittsburgh, Robert Capa, James Nachtwey, Ferdinando Scianna a Venezia e Vivian Maier, Letizia Battaglia e Lee Miller.

Nel terzo capitolo invece i protagonisti sono i Corpi e i ritratti, attraverso l'opera e lo sguardo di fotografi del calibro di Helmut Newton, Nan Goldin, Cindy Sherman, Stanley Kubrick, Spencer Tunick e David LaChapelle, Irving Penn, Anton Corbijn, Araki, Christian Dior e Peter Lindbergh. A seguire la sezione Astrazioni, che indaga la poetica di grandi artisti come Man Ray, Franco Vaccari, Mario Schifano, Leo Matiz, e i grandi testimoni della contemporaneità quali Thomas Ruff, Roni Horn, Douglas Gordon.

Il collezionismo letto attraverso importanti esempi quali la Fondazione Venezia con il famoso Archivio Italo Zannier, la collezione di Mario Trevisan e quella di Fabio Castelli, ma anche nelle foto di Mauro Fiorese dedicate alle gallerie e alle collezioni museali italiane. E ancora, a caratterizzare e aggiornare questa nuova edizione di Silvana Editoriale e della Fondazione Alberto Peruzzo sono due nuovi capitoli sulla fotografia - fotografia e letteratura, fotografia e società - quale documento e analisi delle dinamiche della nostra società come l'affaire Capa sul miliziano colpito a morte, Ronaldo Schemidt in Venezuela o le città all'epoca del coronavirus. In questa ampia sezione si indaga la fotografia quale funzione di una narratività che trova nella letteratura alcuni dei più suggestivi esempi quali Roma-Pompei di Gianni Berengo Gardin e Aurelio Amendola, Steve McCurry e le polaroid stories di Wim Wenders.

Enrico Gusella, critico e storico delle arti, è stato professore a contratto per l'insegnamento di Storia della Fotografia e delle Arti Visive all'Università Ca' Foscari di Venezia; cultore della materia per l'insegnamento di Storia dell'Arte moderna all'Università di Verona, ed è membro del «LISaV» - Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia. Ha curato oltre 230 mostre. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro di Emilia Santoro Lascia la rosa sul bordo del giardino. Frammenti poetici
di Emilia Santoro, ed. Iod Edizioni

Il libro è stato presentato il 9 luglio 2021 alla Libreria Punto Einaudi di Firenze

Dal mese di Luglio ha inizio presso la Libreria la nuova rassegna di poesia intitolata "Poesia Contemporanea", con presentazioni e letture di opere di poeti emergenti e noti. In libreria verrà ospitata come prima presentazione la scrittrice Emilia Santoro, con la sua raccolta di poesie

"La poesia è una questione di metafore oniriche che risalgono dall'inconscio al mondo reale e i poeti sono sulla soglia tra conscio e inconscio proprio come i sogni. Questa raccolta di poesie ha quattro stanze (Macramè, Duetto, Poesie dedicate e Le Meraviglie e l'orizzonte) in cui ritrovare e comporre frammenti di se stessi. In questa raccolta, la poetessa campana affronta la finitudine attraverso la vitalità del sento per costruire un tentativo di esistenza, di comunicazione, e conquistare la libertà piegando il linguaggio alla logica delle immagini e della musicalità".

Emilia Santoro, nata a Napoli, pubblica negli anni Novanta i suoi racconti sulle riviste «Linea d'Ombra» e «Dove sta Zazà». Sempre in quegli anni, la sua raccolta di poesie Macramè viene segnalata sulla rivista «Anterem». Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione e nel 2013 Asino senza lingua. Dal 2019 collabora con la rivista letteraria «Acab», diretta da Nando Vitali. Per poter partecipare alla presentazione sarà gradita la prenotazione o sarà possibile collegarsi al link Google Meet di seguito per la videoconferenza. (Comunicato stampa)




"L'invisibile filo fra Arte e Vita"
I sentieri del sé alla scoperta dei valori dell'esistenza
di Monica Melani


Il libro è stato presentato il 16 giugno 2021 presso Il Mitreo Arte Contemporanea (Roma)
www.mitreoiside.com

L'Arte come via di Conoscenza e di sperimentazione del sé: il cammino coraggioso di una donna alla scoperta di un nuovo strumento espressivo che si fa linguaggio dell'Anima e dono di guarigione per sé stessa, per gli altri e per il territorio in cui vive e che, attraverso la sua opera più complessa "Il Mitreo di Corviale", reinventa ogni giorno il rapporto fra opera e fruitore e il senso stesso della creAzione e dei cosiddetti fattori di contesto che tanto influenzano la qualità della vita ed il ben-essere delle persone; una opera d'arte collettiva, innovativa, etica ed inclusiva che "mette in campo", con un approccio creativo, metodi e strumenti per organizzare in armonia l'azione sociale dei singoli esseri umani e dei gruppi, per la rinascita di un modello in cui, creando ben-essere e gioia di vivere individuale, si generi felicità realizzata nella vita collettiva. Un modo di vivere e relazionarsi che, a dirla con le parole dell'artista, "faccia di ogni vita una vera e propria opera d'arte". (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina del doppio libro di artista Internal Memories External Memories di Carolina Sandretto Internal Memories | External Memories
Edizione limitata: 199 copie; Stampa Fonte Grafica Milano

Doppio libro d'artista di Carolina Sandretto dedicato al tempo, la memoria e le eredità personali. A marzo 2020, Carolina Sandretto ha passato il primo lockdown da sola nella sua casa di famiglia in Toscana, circondata da oggetti del passato, legati alle donne della sua vita: le sue due amatissime nonne, e sua madre, che in quel periodo era lontana. Ha iniziato a fotografare gli oggetti della casa - arredi, porcellane e minuzie - catalogandoli per forma e per colore, perché potessero rivelare le persone cui erano appartenuti e le loro diverse personalità, materializzando una presenza che riempisse il silenzio e la solitudine di quelle settimane.

In quegli stessi giorni, al tramonto saliva in terrazzo e fotografava la vista sul mondo esterno: la cupola del Duomo, la torre del campanile e le case intorno alla sua. Anche in questo caso la fotografia diventava una disciplina, per continuare a uscire, ammirare il paesaggio, riflettere sul tempo. Le fotografie - polaroid che l'artista ha sovraesposto più volte - sottolineano lo scorrere del tempo, lo rendono visibile, fisico, in quei giorni in cui sembrava immobile. Così un doppio libro d'artista, in edizione limitata, prezioso, poetico e a tratti struggente: due volumi tenuti insieme da un elastico in cui Internal Memories affronta i temi della memoria e delle eredità personali di ognuno, mentre External Memories racconta il passare del tempo, la percezione che ne abbiamo e l'illusione che la fotografia possa fermarlo. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro su Carlo Invernizzi a cura di Massimo Donà Carlo Invernizzi
Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017

a cura di Massimo Donà

* Il volume è stato presentato il 6 settembre 2020 nel Palazzo delle Paure di Lecco

Nel volume è raccolta per la prima volta l'intera opera poetica di Carlo Invernizzi (Milano 1932-2018). Il libro contiene anche una sezione antologica in cui sono pubblicati saggi dedicati alla poesia e alla visione poetico-filosofica di Invernizzi, e uno short film del regista Francesco Castellani, Carlo Invernizzi. La voce del poeta (2020), accessibile tramite il sito de La nave di Teseo.

«Dall'inizio degli anni Sessanta sino alla sua scomparsa nel 2018, la poesia di Carlo Invernizzi si è fatta sempre più radicale, sino a trasformarsi in un vero e proprio "corpo a corpo" con l'impossibile. Le sue parole non descrivono, e neppure hanno mai voluto farsi mera testimonianza di uno stato d'animo; esse indicano piuttosto la lucida consapevolezza del fatto che ogni sforzo poetico sarà vano, ma nello stesso tempo assolutamente necessario. Sì, perché la realtà è per lui tutta espressione di quella Natura Naturans che sta prima di ogni distinzione concettuale; prima, cioè, della divisione tra essere e nulla.» (Massimo Donà).

La Natura Naturans è quel «tuttuno di fantasiapensiero e cosa di cui l'uomo è coscienza intrinseca, non componente estraneo che vuole dominarla e deturparla» (Invernizzi). Questa concezione è riflessa dalla poesia in cui il "pensieroimmagineparola" rimanda al "tuttoniente" delle cose, rispetto alle quali esso non vuole, né può, essere altro". La raccolta dell'intera opera di Invernizzi manifesta in modo particolarmente incisivo l'unitarietà della visione poetico-filosofica della Natura Naturans lungo tutto l'arco della sua produzione, che ha per luogo insieme fisico e mentale Morterone, definito dal poeta suo «luogo di radici, soglia ingermino d'immagini metafore» del suo «fare poesia». Proprio a Morterone veniva firmato nel 1996 il manifesto Tromboloide e disquariata, steso dal poeta con i pittori Gianni Asdrubali, Bruno Querci e Nelio Sonego a cui è seguita nel 1999 la mostra Tromboloide e disquarciata. Natura Naturans presso i Musei Civici di Villa Manzoni a Lecco, dopo essere stata presentata nel 1997 presso il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia, la Galleria Nothburga di Innsbruck e il Museo Rabalderhaus di Schwaz.

La stessa concezione è dal 1986 alla base delle attività della Associazione Culturale Amici di Morterone, e ha condotto alla creazione del Museo d'Arte Contemporanea all'Aperto di Morterone. Il Museo, costituito da oltre trenta opere installate nella natura incontaminata, abbelisce il territorio morteronese rendendolo un autentico segnale poetico. Il rapporto del poeta con Morterone costituisce anche un momento saliente dello short film realizzato da Francesco Castellani, che lo presenterà in questa occasione. Seguiranno interventi di Tommaso Trini, scrittore e critico d'arte contemporanea, che parlerà del mondo poetico di Invernizzi, di Massimo Donà, musicista jazz, filosofo e Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha curato il volume, e Davide Mogetta, collaboratore del Centro Studi Carlo Invernizzi, che parlerà di alcuni temi che uniscono la poesia alla visione poetico-filosofica della Natura Naturans. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




La nascita del Partito popolare a Trino tra cattolicesimo sociale, movimento socialista e reducismo
di Bruno Ferrarotti
www.storia900bivc.it

Il volume «offre un'attraente panoramica su questioni fondamentali per la comprensione delle vicende che hanno caratterizzato la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, fino alla soglia dell'avvento del fascismo. Ancora una volta seguendo l'autore è possibile passare agilmente dalla dimensione nazionale a quella locale e comprendere gli stretti collegamenti tra la politica generale e la sua traduzione nell'orizzonte più contenuto, ma non meno significativo, della comunità locale. Al centro dell'attenzione la nascita del Partito popolare, nato per raccogliere i consensi dell'elettorato cattolico, con uno statuto ispirato alla dottrina sociale cristiana, che alla prima prova elettorale, nel novembre 1919, con soli dieci mesi di attività raccolse oltre il 20 per cento di voti.

La ricostruzione di Ferrarotti della fitta rete di iniziative sociali, economiche e culturali messe in atto dal mondo cattolico trinese in contrapposizione all'azione socialista, consente di avere piena consapevolezza che l'irruzione sulla scena politica del Partito popolare sia stato l'esito non di un progetto politico estemporaneo, ma il prodotto di una lunga gestazione, dopo la stagione del non expedit e le progressive ma parziali aperture, limitate alla dimensione amministrativa» (dalla prefazione di Enrico Pagano). Libro nella collana "Studi trinesi" edito dal Comune di Trino in collaborazione con l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.

Bruno Ferrarotti è autore e coautore di pubblicazioni scientifiche nonché saggi e monografie di storia politica, religiosa, sociale ed ambientale della comunità trinese e del suo circondario. In collaborazione con l'Istituto, oltre al volume qui presentato, ha pubblicato, sempre nella collana "Studi trinesi", il volume Trino 1948. Cronaca di un conflitto politico annunciato, che arricchisce la storia del Novecento trinese di un nuovo e interessante capitolo sulla transizione istituzionale e politica degli anni compresi fra il 1946 e il 1948. (Comunicato stampa)




Locandina della presentazione del libro di Christopher Kloeble Quasi tutto velocissimo
di Christopher Kloeble

* Il romanzo è stato presentato il 2 febbraio 2020 alla Libreria Modusvivendi di Palermo

Incontro con lo scrittore Christopher Kloeble in occasione della presentazione dell'edizione italiana del suo libro Quasi tutto velocissimo (Traduzione dal tedesco: Scilla Forti, Keller Editore, 2019), titolo originale: Meistens alles sehr schnell. Modera: Rita Calabrese, germanista.

Albert ha diciannove anni, è cresciuto in un orfanotrofio e non ha mai conosciuto la madre. Per tutta la vita ha dovuto assistere il padre, Fred, che è come un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, trascorre il tempo leggendo enciclopedie, contando le auto verdi che passano per strada ed è conosciuto come l'eroe di un tragico incidente d'autobus. Quando a Fred vengono diagnosticati solo pochi mesi di vita, per Albert inizia una vera e propria corsa contro il tempo perché sa che quell'uomo perso in un mondo tutto suo è l'unico a poterlo aiutare nella ricerca del proprio passato. Comincia così un viaggio avventuroso e commovente in compagnia di personaggi memorabili che li porterà in un'epoca lontana, fino a una notte di agosto del 1912 e alla storia di un amore proibito...

Quasi tutto velocissimo è una saga famigliare luminosa e drammatica, un travolgente road novel ambientato nelle alte terre alpine dal quale è impossibile separarsi. Due adorabili eroi ci conducono in un tempo pieno di possibilità e ombre, amori, misteri e viaggi, in luoghi e cittadine immerse nelle atmosfere di antiche fiabe. Christopher Kloeble ha studiato presso l'Istituto di Letteratura tedesca di Lipsia e presso l'Università della televisione e del cinema di Monaco. Suoi contributi sono comparsi tra gli altri su Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e TAZ. È stato membro del Programma di scrittura internazionale dell'Università dello Iowa e scrittore residente all'Università di Cambridge. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Disegno che ritrae Federico Fellini nella locandina della iniziativa promossa dal Centro Sperimentale di Cinematografia Federico Fellini
Il libro dei sogni


Il volume è stato presentazione volume il 28 gennaio 2020 alla Casa del Cinema di Roma
www.fondazionecsc.it

«Se i film di Fellini, per citare Shakespeare, sono spesso fatti della materia di cui sono fatti i sogni, questo volume dimostra che i suoi sogni sono fatti della materia di cui sono fatti i film. Il libro dei sogni - capolavoro d'arte dell'illustrazione - si pone infatti anche come un "catalogo" - verrebbe da dire, come nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte: "delle donne che amò il padron mio". Certo, ci sono anche le donne, senza le quali il "Pianeta Fellinia", per usare una bella definizione di Gian Piero Brunetta, perderebbe una "fonte energetica" fondamentale. Ma Il libro dei sogni è in realtà una sorta di "archivio generale" della vita di Fellini, sia di quella interiore - come ogni sogno che si rispetti - sia dei suoi punti di vista su un mondo fatto, oltre che di persone e cose, anche di "effetti cinema", storie, personaggi, vicende personali, amori e idiosincrasia di un mestiere, che per Fellini coincide con la vita stessa, pur restandone sempre "più grande".

A titolo d'esempio, citiamo soltanto il sogno del 4 febbraio 1961: «Negli studi della Federiz Fracassi mi sorride: E allora Federico, quando hai intenzione di cominciare sul serio?". È il tempo in cui Fellini entra in società con Rizzoli per favorire l'esordio di giovani cineasti. Pier Paolo Pasolini è uno dei primi che si presenta col soggetto di Accattone. Ma alla prima visione dei giornalieri, di fronte alla "passeggiata di Accattone", Fellini rifiuta vigorosamente di continuare la produzione, e litiga in modo radicale con l'amico e collaboratore Pier Paolo, di cui non condivide l'estetica. Nel sogno, azzardiamo, Clemente Fracassi, il direttore di produzione, esorta Federico a "fare sul serio", anche perché, nella realtà dei fatti, a Fellini poi di produrre giovani autori non importava davvero nulla, e il progetto - anche a seguito della lite con Pasolini - naufragò senza rimpianti.

A questo "reperto d'archivio" se ne potrebbero aggiungere infiniti altri, che aprono nuove letture della vita e della creatività dell'autore di film che sono oggi parte integrante dell'identità italiana. In questa prospettiva, l'edizione del Libro dei sogni si affianca, nella celebrazione del centenario della nascita di Federico Fellini, al progetto di restauro dell'opera omnia, portato avanti dalle cineteche italiane, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e Cinecittà Luce. Ma l'opera di Federico non potrebbe dirsi completa senza questo Libro dei sogni, che è anche un "libro dei film", esattamente come i suoi film sono anche il "cinema dei sogni"» (dalla Prefazione di Sergio Toffetti, Gian Luca Farinelli, Felice Laudadio, al volume di Federico Fellini, Il libro dei sogni, Rizzoli, 2019).




Locandina della presentazione del libro Dal Pop rock alla musica celtica, di Cochi Quarta Per il ciclo "Leggere parole tra noi - Incontri con l'autore"

Dal Pop rock alla musica celtica
di Cochi Quarta


* Il libro è stato presentato il 21 gennaio alla Biblioteca I.C. Giorgio Perlasca - Pietralata (Roma)

Dagli anni Sessanta, dal primo gruppo pop, attraverso mode, stili, culture e band sempre nuove. Un viaggio oltre le note alla ricerca di un modo diverso di fare musica, di viverla come espressione di tutti, come esigenza quotidiana; un sentire ormai quasi dimenticato, ma non dappertutto. È l'incontro con l'Irlanda, le sue note, le sue tradizioni, la sua realtà politica e sociale a far sì che tutto questo diventi realtà. E allora pagina dopo pagina potremo leggere che è possibile vedere una miriade di ragazzini suonare la loro musica popolare e mezza Europa sia lì per ascoltarli; che è possibile che un professionista rispetti i giovani musicisti con cui sta suonando; che è possibile che un vecchio percussionista ti regali il suo strumento e che è possibile raccontare la storia di un popolo attraverso le sue ballate. Questo e altro, nel racconto dei 50 anni di musica di Cochi Quarta insieme ai tanti compagni di viaggio che hanno condiviso conoscenze, passioni, nuove avventure e, non ultimo, il piacere, mai passato di moda, di suonare insieme. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di poesie di Berardo Di Ferro intitolato Nuvole Nuvole
Poesie di Berardo Di Ferro

Il libro è stato presentato il 25 novembre 2019 a Palermo alla Galleria d'Arte Studio 71
www.studio71.it

L'evento è curato da Vinny Scorsone che nella prefazione della raccolta di poesie scrive: "Le sue poesie sono pregne del tempo che passa, sono piene di Liana che come un'onda calda gli ha riempito la vita..." Ma Liana oltre che ad essere musa ispiratrice di Berardo è anche pittrice e per questa occasione presenta alcune opere che illustrano le liriche. Allieterà la serata Cinzia Romano La Duca con la sua chitarra, leggerà le poesie Marisa Palermo. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Dipinto di Antonio Ligabue denominato Aratura con cavalli realizzato nel 1948 ad olio su tavola di faesite cm.85x12 Copertina del libro Antonio Ligabue Gli anni della formazione 1899-1919 di Renato Martinoni Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)
di Renato Martinoni, Marsilio Editori, 2019

Libro presentato lo 05 ottobre 2019 alla Galleria d'Arte 2000 & Novecento di Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l'occasione per fare conoscere l'opera dell'artista in quella che può definirsi la sua "patria perduta". Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un'emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent'anni "svizzeri" di Antonio Ligabue, che nel libro vengono definiti "gli anni della formazione", giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia. Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all'Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue. Per l'occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l'angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un'arte che mostra in primo piano l'estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un'esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina libro Armenia Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell'Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)




Copertina libro Credo Professo Attendo | sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

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Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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