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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2021-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2021

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2021-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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Perugino. Il maestro di Raffaello
20 luglio - 17 ottobre 2021
Palazzo Ducale - Urbino

Dopo la mostra "Raffaello e Baldassare Castiglione", il Palazzo Ducale di Urbino dedica una nuova rassegna di alto profilo a un maestro del Rinascimento italiano, Pietro Vannucci detto il Perugino (Città della Pieve, 1448 circa - Fontignano, 1523). L'esposizione celebra la sua arte raffinata, che seppe fondere con straordinaria armonia le migliori prerogative della pittura centro-italiana della seconda metà del XV secolo ed esercitò una grande influenza sul giovane Raffaello. Frutto della collaborazione tra la Regione Marche e il Comune di Urbino, curata da Vittorio Sgarbi e organizzata da Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura, la mostra completa idealmente le celebrazioni per il quinto centenario della morte di Raffaello e anticipa il quinto centenario della morte di Perugino che si celebrerà nel 2023.

«Continua il centenario raffaellesco (1520) mentre ci si avvia al centenario di Perugino (1523). A Urbino, in Palazzo Ducale, nel nome del padre Giovanni Santi, si celebra il maestro di Raffaello, che fu appunto il Perugino. Ma si illumina soprattutto, attraverso alcuni capolavori, quel momento, fra 1470 e 1500, in cui, dopo l'arrivo della Pala di Piero della Francesca per la Chiesa di San Bernardino, mausoleo dei duchi, gli artisti tra Umbria, Marche e Toscana cercano una strada nuova, una lingua di emozioni e sentimenti che nessuno saprà interpretare meglio di Raffaello. Ma a ispirarlo e a indirizzarlo fu proprio Perugino», evidenzia Vittorio Sgarbi, curatore della mostra.

La mostra affronta, attraverso una ventina di opere, uno dei momenti più alti nella storia dell'arte rinascimentale. Perugino è uno dei maggiori maestri del suo tempo e dopo aver guidato il cantiere della Cappella Sistina, è in assoluto il più quotato. Ma la mostra intende cogliere un momento particolare della sua vicenda artistica, quando gli equilibri del Quattrocento sono ormai alle spalle e Perugino è all'apice della carriera, quando emerge nella sua stessa bottega il genio precoce del giovane Raffaello.

La rassegna si apre con le opere di alcuni artisti umbri e marchigiani, tra cui Giovanni Boccati e Bartolomeo Caporali, per richiamare il contesto figurativo del secondo Quattrocento, dove si sentono ancora i bagliori del tardogotico e nel quale si muove la prima formazione artistica di Perugino. Ma il suo orizzonte si sposta presto a Firenze, nella bottega di Andrea del Verrocchio, a quel tempo frequentata dai talenti più promettenti della pittura fiorentina, tra cui Leonardo, Botticelli e Ghirlandaio. Fu proprio in virtù di questo prestigioso apprendistato che Perugino acquisì quell'invidiabile scioltezza del disegno che sarà poi alla base della sua arte.

A Firenze era inoltre possibile ammirare i capolavori dei più celebrati maestri fiamminghi, che Perugino tentò sempre di emulare, specialmente nei suoi paesaggi luminosi e smaltati. Non meno importante per la sua formazione fu l'incontro con Piero della Francesca, che gli trasmise un più misurato senso compositivo e una perfetta competenza prospettica. Nel 1481 fu chiamato a dirigere, insieme ad altri artisti, la decorazione della Cappella Sistina, un'impresa che segnerà un punto di svolta decisivo per la sua carriera. Il maestro riuscì a godere per almeno due decenni di un successo incontrastato e ad attirare commissioni da ogni parte d'Italia, al punto da tenere ben due botteghe a Firenze e a Perugia.

La rassegna, con prestiti dalla Galleria Nazionale dell'Umbria, dal Museo di Arte Antica e di Arte Sacra di Sutri, dal museo del tesoro della Basilica di San Francesco di Assisi e dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, si snoda in un percorso narrativo articolato in sezioni allestite nelle Sale del Castellare. La sezione iniziale, dedicata agli artisti che hanno preceduto Perugino, mette in evidenza la straordinaria unità di linguaggio artistico tra i due "versanti" dell'Appennino umbro e marchigiano, segno di un tempo in cui la montagna non era una barriera ma piuttosto un fattore di unità nell'arte e non solo. Nella seconda sala espositiva l'opera di Perugino viene evocata attraverso le opere di suoi "colleghi" come Giovanni Santi, Bartolomeo della Gatta, Pinturicchio e Signorelli, questi ultimi in parte anche suoi allievi.

La terza sezione presenta il nucleo più importante delle opere di Perugino, realizzate tra il XV e il XVI secolo, prima che Raffaello si trasferisca a Firenze e per Perugino inizi invece una stagione più ripiegata verso il suo territorio. La sala finale è dedicata all'eredità di Perugino e quindi agli artisti che hanno interpretato la sua lezione dando vita ad una maniera che si è diffusa anche oltre i confini umbro marchigiani. Perugino ha infatti creato un linguaggio nazionale (anticipando in questo Raffaello e per la prima volta dopo Giotto) da cui deriva una sorta di "manierismo" peruginesco che determina la sua fortuna "italiana". Il percorso narrativo è arricchito da due contributi video.

Il primo filmato mette a confronto lo Sposalizio della Vergine di Perugino, dipinto nei primi anni del Cinquecento per la cattedrale di Perugia e oggi nel Musée des Beaux Arts di Caen in Normandia con lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la tavola dipinta nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello e oggi nella Pinacoteca di Brera. Partendo dalla Consegna delle chiavi, affrescata da Perugino nella Cappella Sistina tra il 1481 e il 1482 e dagli affreschi nel Collegio del Cambio di Perugia, il filmato mette in luce il "debito" verso Perugino e nello stesso tempo il "sorpasso" già compiuto dal giovane Raffaello. Un secondo video consente ai visitatori di ripercorrere la produzione artistica della maturità di Perugino attraverso una selezione di venti capolavori. La mostra è infine accompagnata da un catalogo scientifico edito da Maggioli Cultura. (Estratto da comunicato stampa Civita)




Dipinto ad acrilici e matita ad olio su tela di cm 125x183 denominato Firmamento (templar castle) realizzato nel 2021 da Debora Hirsch, Courtesy Boccanera Gallery Trento Milano Debora Hirsch
Até aqui


10 settembre (inaugurazione ore 12.00-20.00) - 13 novembre 2021
Boccanera Gallery - Trento

14 settembre (inaugurazione 16.00-20.00) - 06 novembre 2021
Boccanera Gallery - Milano

Debora Hirsch presenta una serie di lavori inediti con i quali continua il suo affascinante lavoro di cucitura tra poli opposti, geografici, mentali e visivi. Tra passato e futuro, tra reale e virtuale, tra natura e artificio. Ogni opera dell'artista è l'esito di uno straordinario lavoro di assemblaggio e dissimulazione. Dietro ogni opera si nasconde infatti un'intelaiatura precisa di memorie e di pensieri, che spesso fanno riferimento al mondo da cui Debora Hirsch viene, il "nuovo mondo"; poi il processo pittorico porta, secondo quanto suggeriva il grande poeta brasiliano Oswald de Andrade, a cui il titolo della mostra rende omaggio, alla determinazione di una situazione inedita; immagini di un mondo "ultra nuovo" che non cancella ciò che è stato, non elimina gli opposti ma li colloca dentro un orizzonte liquido dove tutto diventa ancora possibile.

La pittura di Debora Hirsch è la pittura di un nuovo mondo matriarcale, dove le immagini del mondo e della storia si ricompongono dentro un ordine che permette agli opposti di confluire uno nell'altro, senza annullarsi. "Até aqui", "Fino a qui" indica proprio questo orizzonte sempre mobile, "firmamento" come nel titolo/suffisso di tutte le sue opere, verso il quale la pittura dell'artista si è sospinta. Tra i nuovi lavori che Debora Hirsch presenta a Trento c'è una serie di tele di formato quadrato, un formato sul quale l'artista ha lavorato con singolare e significativa ostinazione.

Il quadrato che nella cultura occidentale richiama la chiarezza della razionalità, qui è destinato a racchiudere immagini fluide, a volte quasi amniotiche, permeate di sostrati che sfuggono e portano verso profondità mutanti. Nel perimetro del quadrato, la chiarezza non viene affatto rinnegata, ma portata ad una condizione superiore e assume forme mobili, riluttanti ad ogni rigidità interpretativa. Eppure dentro quelle forme si condensano la storia, con tutte le sue ferite, come nel bellissimo "Firmamento (pelourinho)", che richiama una colonna per le torture usata dai conquistatori; la geografia, con i fiumi che si fanno sistema venoso nel dipinto "Firmamento (river veins)", la natura con le sue strutture quotidiane e insieme totemiche in "Firmamento (calabash 2)".

È un orizzonte nel quale la separazione tra pittura e digitale sfuma. Nelle tele compaiono filamenti che sono radici aeree e insieme nodi di reti. Così con molta fluidità le immagini slittano dentro gli schermi dei video di Deborah Hirsch, con la stessa naturalezza con cui galleggiano sulle tele. "Até qui" non è un approdo ma un movimento che chiama sempre nuovi movimenti.

Debora Hirsch (San Paolo - Brasile, 1967) è interessata a esplorare come le strutture del potere possano essere sottili, insidiose e impercettibili, oltre che brutali e invasive, spaziando dalle dinamiche storiche di colonizzazione, al controllo tecnologico, alle dinamiche che agiscono a livello personale. Alcuni temi chiave ricorrono nelle opere di Debora Hirsch, come l'antropologia contemporanea, le interrelazioni inosservate e le realtà nascoste, l'influenza dei media e della tecnologia sulla cultura e la società, definendo la natura multidisciplinare della sua pratica artistica.

Sebbene il suo lavoro sia spesso concettuale e di appropriazione - raccoglie immagini da archivi, vecchi libri, mondo digitale, arte e una varietà di media - costruisce il proprio immaginario e la propria prospettiva attraverso una concezione metafisica dell'arte. Il suo linguaggio visivo spesso invita deliberatamente gli spettatori a indagare e a riconsiderare le loro azioni e la loro esistenza. Il suo metodo preferito per la produzione di disegni, dipinti, video, siti web, installazioni e oggetti è quello di progredire per associazioni e deduzioni. Le opere di Debora Hirsch sono spesso istantanee elaborate di un'indagine in corso che include teorie, congetture, reinterpretazioni di segni su realtà apparentemente irrilevanti, interconnessioni nascoste e somiglianze tra mondi e tempi lontani. (Estratto da comunicato stampa)

_ Immagine:
Debora Hirsch, Firmamento (templar castle), 2021, acrilici e matita ad olio su tela, 125 x 183 cm, Courtesy Boccanera Gallery Trento/Milano




Bandiera usata dai Greci durante il Risorgimento iniziato nel 1821 1821-2021. Mostra dedicata al Bicentenario del Risorgimento della Grecia

di Ninni Radicini


Presentazione

Al Museo di Cultura Bizantina di Thessaloniki (Salonicco), la mostra "WAAG. We Are All Greeks!", allestita dal 15 maggio al 29 agosto 2021, ha rappresentato una occasione di notevole rilievo storico e culturale per evidenziare la ricorrenza del Bicentenario dall'inizio del Risorgimento della Grecia, che condusse alla liberazione del popolo ellenico dal giogo dei turchi ottomani.




Il Corpo e l'Anima. Da Donatello a Michelangelo
Scultura italiana del Rinascimento


21 luglio - 24 ottobre 2021
Castello Sforzesco - Milano

Un affondo su oltre sessant'anni di storia dell'arte, dal ritorno di Donatello a Firenze nel 1453 fino alla morte dei più perfetti interpreti del Rinascimento, Leonardo e Raffaello, scomparsi rispettivamente nel 1519 e nel 1520. Sessant'anni durante i quali i maestri del Rinascimento hanno scavato la materia per far emergere "i moti dell'anima", i tormenti e le tensioni, i palpiti, per rendere ancora più viva l'emozione. Sessant'anni di opere strappate al marmo, modellate nella terracotta, intagliate nel legno, fuse nel bronzo, in un percorso che trova il suo apice nella "Pietà Rondanini", sulla quale Michelangelo lavorò fino alla sua morte, avvenuta nel 1564.

Il percorso è stato studiato e progettato congiuntamente da Musée du Louvre e Castello Sforzesco, in particolare da Marc Bormand, conservatore al dipartimento delle sculture del Louvre; Beatrice Paolozzi Strozzi, direttrice del Museo del Bargello dal 2001 al 2014; e Francesca Tasso, conservatrice responsabile delle Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco di Milano. Le 120 opere esposte provengono dai più importanti musei del mondo : dal Metropolitan Museum di New York al Kunsthistorisches Museum di Vienna, dal Museo Nacional del Prado di Madrid al Museo Nazionale del Bargello di Firenze, dal Victoria&Albert Museum di Londra alla "Her Majesy the Queen Elisabeth II from the British Royal Collection", oltre che, naturalmente, dal Musée du Louvre e dalle raccolte civiche del Castello Sforzesco.

Articolata in quattro sezioni (1. Guardando gli antichi: il furore e la grazia; 2. L'arte sacra: commuovere e convincere; 3. Da Dionisio ad Apollo; 4. Roma "Caput mundi"), la mostra sviluppa nelle Sale Viscontee pressochè lo stesso percorso ospitato al Louvre, a parte l'ultima sala che vedeva esposti a Parigi gli Schiavi (o Prigioni) e a Milano la Pietà Rondanini: entrambe opere di Michelangelo, entrambe inamovibili.

I visitatori della mostra potranno approfondire il tema della Pietà grazie a una video-opera proiettata in loop nella Sala degli Scarlioni - dove si trovava la Pietà Rondanini prima della sua attuale collocazione - verso la fine del percorso di mostra. Il video riprende la rappresentazione teatrale "Mater strangosciàs" di Giovanni Testori, monologo funebre dedicato a Maria di Nazareth, nella rilettura contemporanea della Compagnia Tiezzi-Lombardi.

Per permettere al visitatore di comprendere com'era la musica tra il XV ed il XVI secolo, a partire dalle ore 16 di mercoledì 21 luglio sarà disponibile, sui canali Facebook e YouTube del Castello Sforzesco e della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, il concerto "Zephyro Spira. Chanson, Frottole e Villanesche nel primo Rinascimento", eseguito e ripreso a porte chiuse dalla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado. Accompagna la mostra un prestigioso catalogo scientifico edito in italiano e francese a cura di Officina Libraria, vincitore del Prix du catalogue d'exposition 2021. (Estratto da comunicato stampa Uffici Stampa Civita Mostre e Musei - Ombretta Roverselli)




Opera di Duilio Cambellotti Duilio Cambellotti
Al di là del mare


24 luglio (inaugurazione) - 20 novembre 2021
Ex Chiesa di San Domenico - Terracina
www.fondazioneterracina.it - www.duiliocambellotti.it

Le novantatre opere e l'interessante repertorio di fotografie d'epoca messe a disposizione dall'Archivio dell'Opera di Duilio Cambellotti costruiscono una mostra dall'andamento antologico che segue l'attività del poliedrico artista-artigiano dalla fine dell'Ottocento, l'epoca del suo esordio come disegnatore di manifesti teatrali e pubblicitari, alla fine degli anni '40. Un lungo cammino nel corso del quale la sua torrentizia creatività viene assoggettata alla missione di produrre arte totale per tutti. Cambellotti si esprime nel campo delle arti applicate realizzando mobili, ceramiche e vetrate, è illustratore, incisore, grafico pubblicitario, scultore, scenografo, non pone limiti alle sue incursioni nel campo dell'arte. Sullo sfondo, il costante richiamo a una terra amatissima, la sua inesauribile fonte di ispirazione.

Figura del tutto eccentrica nel contesto dell'arte italiana del '900, tenacemente impegnato in una ricerca dai modi arcaizzanti ma in realtà d'avanguardia, Duilio Cambellotti è un artista difficile da inquadrare. Francesco Tetro, curatore della mostra, sceglie di iniziare il racconto della sua carriera dall'incontro che cambierà la sua vita, quello con i paesaggi, la gente, gli animali e la storia del paludoso, malsano, affascinante territorio immediatamente a Sud di Roma, lungo il rettilineo della via Appia.

La mostra è ospitata negli ambienti della duecentesca chiesa di San Domenico, splendida architettura cistercense bombardata durante la seconda guerra mondiale e finalmente restituita alla vita della comunità cittadina da un filologico intervento di restauro. Non casuale la scelta di inaugurare il nuovo spazio culturale con una mostra dedicata a Duilio Cambellotti, artista di vertice nel panorama artistico italiano della prima metà del '900, legato al territorio dell'Agro Pontino e, in particolare, alla città di Terracina da un rapporto profondo e di nodale importanza nella sua ricerca, come opportunamente messo in luce dalla rassegna.

- L'artista e il territorio

"Sto rivivendo! Ho rivisto oggi la palude e i neri animali. Ho rivisto il mare; [...] Questo è bastato perché il torpore del mio cervello e delle mie membra scomparisse per incanto. Nuove visioni così appaiono ai miei occhi e potranno, lo spero sinceramente, rimettere in movimento la mia produzione". È il 1910, nelle lettere inviate da Terracina alla futura moglie Maria Capobianco si legge quanto importante fosse diventata per Cambellotti la frequentazione dell'arcaico mondo contadino in cui, all'inizio del secolo, lo aveva introdotto l'amico Alessandro Marcucci, direttore delle Scuole dell'Agro Romano impegnato nel programma di alfabetizzazione delle arretrate popolazioni rurali locali. Un programma che, oltre a Marcucci, coinvolge anche altri illustri esponenti dell'ambiente socialista umanitario romano: Giovanni Cena e la compagna Sibilla Aleramo, Anna Fraentzel Celli con il marito, il malariologo Angelo Celli, anche Giacomo Balla condivide i loro ideali.

Cambellotti, convinto sostenitore della funzione educatrice dell'arte, si getta a capofitto nell'impresa, contribuendo a realizzare, nella zona compresa tra Cisterna di Latina e Terracina, una fitta rete di scuole ricavate in locali di fortuna concessi da privati, chiese rurali o capanne costruite ex novo da allievi e maestri. Per quelle scuole illustra i sillabari, realizza decorazioni e arredi, suoi persino i crocifissi da appendere alle pareti. Quando è nell'Agro, soggiorna a Terracina, la città che lo incanta per la bellezza delle sue marine con vista sul promontorio del Circeo e sulle Isole Pontine, per la fierezza della sua gente e la ricchezza di una storia millenaria che affonda le sue radici nel mito.

Benché la sua arte finalizzata a raggiungere massivamente la parte migliore del pubblico, il popolo si esprima preferibilmente attraverso le arti applicate, la scenografia teatrale, la grafica pubblicitaria e l'illustrazione, la suggestione esercitata dall'ambiente di Terracina gli ispira una produzione particolare, quella delle visioni, il modo in cui chiama certe composizioni fantastiche "Nate per fissare sulla carta cose che non erano dinanzi ai miei occhi ma... sorgevano da dentro di me". Attento osservatore della natura, Cambellotti riempie di annotazioni e schizzi dal vivo i taccuini che porta sempre con sé. Giunto a casa, quelle idee raccolte en plein air germogliano in narrazioni visionarie che attingono al suo profondo interesse per la mitologia greco-romana.

L'allestimento della sala che introduce il visitatore alla mostra si sviluppa proprio attorno a una di quelle visioni, per la precisione la prima di una famosa serie di quattro grandi tempere acquarellate su carta a sviluppo orizzontale, le Allegorie del Circello, esposte nel 1922 alla mostra degli Amatori e Cultori. L'essenziale, elegante composizione eseguita a monocromo mostra il promontorio del Circeo trasformato in una nave dalla prua equina pronta a salpare, mentre, sullo sfondo, le Isole Pontine, assumono le fattezze di chimere dalla testa leonina.

- Il lavoro per il teatro classico

Un artista che produce arte programmaticamente diretta al popolo per promuoverne l'educazione e migliorarne le condizioni di vita non può che apprezzare le opportunità di diffusione dei propri principi offerti dal mezzo teatrale. Esteso ed entusiasta fu infatti l'impegno di Cambellotti nel campo della scenografia e, più in generale, dell'allestimento di spettacoli all'aperto tratti dal repertorio della drammaturgia classica. Una sezione della mostra è interamente dedicata a documentare il contributo offerto dall'artista alla realizzazione di indimenticabili rappresentazioni presso il Teatro greco di Siracusa, il Teatro antico di Taormina e quello di Ostia antica. Nei modellini e nei bozzetti scenografici si evidenzia la sua moderna propensione alla riduzione degli elementi scenici. Cambellotti fa muovere gli attori entro ambienti dalle geometrie essenziali in cui un sapiente uso del colore svolge la funzione di evocare i principi etici sottesi al dramma.

- La scultura

Anche per motivi economici, Cambellotti produce soprattutto sculture di piccole dimensioni, grandiose, però, nella potenza dell'invenzione iconografica. Ai visitatori della mostra è riservata la sorpresa di una ricostruzione del prototipo dei famosi vasi cambellottiani con gli animali, il Vaso dei cavalli del 1903, semidistrutto nell'incendio della Sezione Arti Decorative dell'Esposizione Internazionale di Milano del 1906. Dalle macerie fumanti Cambellotti trasse due cavallini di bronzo, quel che restava del manufatto. Nell'occasione della mostra, i cavalli superstiti sono stati montati su un vaso di gesso della stessa forma di quello originario, in modo da rivelare la deliziosa idea compositiva dei due animali che sporgono il muso oltre l'orlo del recipiente nell'atto di abbeverarsi.

La Cibele del 1910, arcaica dea della fecondità calata nei panni di una stilizzata contadina dell'Agro, è una delle più felici invenzioni di un artista capace di traghettare il mito nella dimensione del quotidiano. Sono anche esposte due versioni di Buttero a cavallo, quella realizzata tra il 1918 e il 1919 e il Magister Equitum del 1924. Monumento equestre più volte e in varie dimensioni realizzato nel corso della sua carriera, il buttero è la risposta antiretorica alle celebrative sculture di eroi a cavallo che popolano le piazze dell'Italia post risorgimentale. Nel progredire degli anni, Cambellotti avvia su questa sua originale tipologia scultorea un processo di semplificazione formale in cui il profondo legame tra cavallo e cavaliere viene sottolineato modellando il gruppo come un'unica creatura, un centauro della Campagna Romana.

- Dal Simbolismo alle Arti Applicate

Nell'ambiente un tempo occupato dalla sagrestia della chiesa di San Domenico è stata infine ricavata una sorta di Wunderkammer che rende conto della molteplicità di interessi di Duilio Cambellotti. Il suo talento di designer di mobili di minimale eleganza in cui l'apparato decorativo è sacrificato a favore di una approfondita ricerca sulla struttura è testimoniato dal Tavolo dei timoni, modernissima creazione del 1912 in cui il sostegno che regge un semplice piano rotondo è costituito da tre timoni per barca. Tante le ceramiche e le terrecotte che traggono ispirazione da motivi naturalistici: il vaso con il serpente e quello con i porcellini lattonzoli, il vasellame dipinto con motivi di falchi, leopardi e cavalli, un repertorio zoologico completato dai corvi di palude che occupano lo spazio di una vetrata degli anni '30.

In memoria del suo impegno di costruttore di scuole per l'alfabetizzazione delle popolazioni contadine stanziate a sud della capitale, si espongono i suoi abbecedari illustrati e la grande raffigurazione di un olivo multicolore che decorava l'interno di un'aula affacciata su un cortile dominato da un olivo vero, in un gioco di corrispondenze tra arte e natura che è tipico del suo modo di progettare gli ambienti destinati alla vita dell'uomo.

Di grande raffinatezza la serie dei bozzetti esecutivi di manifesti pubblicitari, un genere che sente congeniale alla sua vocazione di divulgatore dell'arte: "Preferivo sempre il cartellone al quadro perché diretto al popolo [...] E da questo fu facile passare ad una forma più atta alla diffusione perché moltiplicabile: la silografia". E infatti nella camera delle meraviglie cambellottiana compaiono alcune bellissime illustrazioni. Chiude la mostra una serie di xilografie del '47 di eccezionale qualità esposte, accanto alle loro matrici in legno, in un ambiente in cui è ricostruito lo studio dell'artista.

- I Monumenti ai caduti della Prima e Seconda Guerra Mondiale

Appendice ideale del percorso espositivo della mostra è la visita al Monumento ai caduti della I Guerra Mondiale in piazza Garibaldi e al Monumento ai caduti della II Guerra Mondiale in piazza IV Novembre (Borgo Hermada). Commissionati a Cambellotti dal Comune di Terracina all'indomani dei due conflitti mondiali. (Comunicato ufficio stampa Scarlett Matassi)




Barefoot in the Park
09 luglio - 30 agosto 2021

Mostra on line presentata da Antonio Colombo







Opera di Daniele Piemontese denominata Nere Consistenze Opera di Daniele Piemontese Opera di Daniele Piemontese Daniele Piemontese
Nere Consistenze


21 luglio (inaugurazione) - 30 luglio 2021
Vi.P. Gallery - Milano

Mostra personale del pittore Daniele Piemontese intitolata, che presenta una ventina di lavori dell'artista brenese non ancora ventenne, tutti dedicati alla produzione recentissima. La mostra è a cura di Virgilio Patarini. (Comunicato stampa)




Particolare della locandina della mostra Sinergie Sinergie, quindici poesie per quindici artisti
22 luglio (inaugurazione) - 02 agosto 2021
Florence Art Deposit Gallery - Firenze

Dall'incontro tra arte e poesia, la mostra, in collaborazione con la Galleria Immaginaria di Firenze, la mostra esplorerà il rapporto fra queste due arti che si intersecano fra loro. Artisti italiani e stranieri ispirati dalle poesie di Yuliya e Alesia Savitskaya, hanno dato vita ad opere che traducono con il gesto pittorico l'intimo messaggio delle due poetesse bielorusse. "La mostra rappresenta uno dérèglement poetico in cui l'assenza di ragione delle cose porta tutto ad essere altro: si vedono toccando e si toccano vedendo le stratificazioni materiche che si annunciano tra loro contraddittorie. Questo è anche il bello dell'Arte! La congiunzione velata tra il visibile della pittura e il sensoriale della poesia." (Comunicato stampa)




Leoni a Palazzo
Trieste, 20 luglio - 05 settembre 2021

Mostra organizzata dal Museo Postale e Telegrafico di Poste Italiane che si sviluppa tra il Palazzo delle Poste centrali di Trieste, in Piazza Vittorio Veneto e lo Spazio Filatelia di Poste Italiane. La mostra comprende una raccolta di fotografie tematiche realizzate da Estella Levi, apprezzata fotografa recentemente scomparsa, una ricca serie francobolli di tutto il mondo e una varietà di disegni originali di Maria Lupieri, che raffigurano in modi differenti il re della foresta.

L'esposizione, dedicata ad Estella Levi, apprezzata fotografa e collaboratrice del Museo Postale e dell'Associazione 6idea di Trieste, recentemente scomparsa, esordisce nelle Salone Centrale del Palazzo delle Poste con degli scatti fotografici dell'artista triestina, realizzati all'interno del Palazzo stesso di Trieste che rappresentano un connubio simbolico reso evidente dalla sovrapposizione delle immagini, dove la forza del leone viene sovrapposta ai simboli costruttivi di una storia ancora recente.

Interessante la parte della mostra che vuole essere un omaggio all'artista triestina Maria Lupieri e ai suoi schizzi leonini, magnifici disegni realizzati dall'artista nel 1960, guardando dalla finestra di casa sua, la vita di un Circo. Schizzi inediti incorniciati da un racconto, anch'esso inedito, tratto dalla raccolta di racconti dell'artista dal titolo Ricordi istriani e triestini. "Il domatore di leoni non era fortunato. Lo guardavo dalla famosa finestra quando si intestardiva ad ammaestrare un leone a camminare sulla corda, esercizio destinato sempre al fallimento. Vedo ancora oggi la corda tesa e il domatore che grida, facendo schioccare la frusta: «Sultan, Sultan!». Il povero leone balzava su quella corda con un disperato ruggito, per poi capitombolare a terra all'istante. «Sultan!», urlava di nuovo, imperioso, il padrone. «Hurrr», rispondeva il leone avvilito, e non si rivoltava mai.

La mostra prosegue nelle bacheche site nel salone delle Poste centrali, e nello Spazio Filatelia di via Galatti, con i francobolli leonini esposti per l'occasione; centinaia di esemplari provenienti da tutto il mondo che rappresentano, nei modi più svariati il re della foresta. Il leone infatti, simbolo da sempre di forza e saggezza, viene spesso raffigurato anche nei bolli. A seconda del Paese di emissione, diversa è la presentazione del felino; dagli araldici norvegesi, ai leoni della Savana Africana, alcuni di loro (i più significativi) verranno evidenziati nei poster presenti al Palazzo delle Poste e potranno essere, per il visitatore uno spunto interessante per la realizzazione di una collezione filatelico tematica sul Re Della Foresta. Scopriremo, infatti, attraverso i francobolli che al Museo dell'Asia Anteriore di Berlino sono custoditi dei magnifici mosaici che rappresentano il leone, ma anche che il simbolo del famoso festival Internazionale del cinema di Venezia è un leone alato.

"Leoni a Palazzo" rientra nel più ampio progetto "100 leoni in città" (fino al 30 luglio, Sala Veruda, Palazzo Costanzi), esposizione internazionale d'arte realizzata dall'Associazione culturale 6idea in collaborazione con il Comune di Trieste, che vuole essere una sorta di scatola delle curiosità che ha come protagonista il leone. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




Numero 4 della rivista Archigram di 22×17 cm diretta da Peter Cook a Londra realizzato nel 1964 Giocattolo in blocchi di legno dipinto impilabile misure variabili realizzato da Josef Franz Maria Hoffmann nel 1920 Volume Bauhaus 1919-1928 di 26,6×19,2 cm realizzato nel 1938 da Herbert Bayer Walter Gropius, Ise Gropius (eds.) Volume Metropolis nella edizione tedesca del 1926 di 19×13 cm realizzato da Thea von Harbou Pianeta città
Arti cinema musica design nella Collezione Rota 1900-2021


09 luglio - 24 ottobre 2021
Fondazione Ragghianti - Lucca
www.fondazioneragghianti.it

Esposizione inerente al tema della città e della trasmissione della conoscenza, analizzato prevalentemente attraverso gli innumerevoli pezzi della collezione, eccezionale e unica, dell'architetto Italo Rota, tra i più noti progettisti del nostro tempo. In mostra - a cura di Aldo Colonetti e Italo Rota - oltre cinquecento pezzi, una moltitudine di oggetti di vario tipo, tecnica e dimensioni: dai libri alle opere d'arte, dai manifesti al cinema, dalle copertine dei dischi ai prodotti di design, dalle riviste ai fumetti.

Tutto ciò seguendo un itinerario che va dalla nascita della città contemporanea all'inizio del Novecento fino alla nuova idea di città che si sta profilando, e sempre ponendo in relazione la cultura di tutti i giorni con le ricerche più avanzate. Il concept della mostra è stato ideato da Paolo Bolpagni con Aldo Colonetti, filosofo e studioso di architettura e design e con lo stesso Italo Rota, in condivisione con un comitato scientifico nel quale sono rappresentate le differenti discipline coinvolte: la storia dell'arte, il cinema, la geografia economica, l'architettura, l'urbanistica.

"La mia collezione - racconta Italo Rota - è stata raccolta secondo una ricerca incrociata con il mio lavoro e si basa su interessi precisi che vanno alla radice dei problemi e sono scavi nel sapere del XX secolo. Dopo quarant'anni di collezionismo e lavoro intrecciati si tratta di un archivio di beni comuni rispetto al tema città, che nell'insieme servono per immaginare il futuro. Per il visitatore la mostra è un invito a riflettere sul modo in cui vivremo: il presente di oggi è fatto dai lavori del passato. Uno slogan potrebbe essere: «Se tutto questo vi ha interessato, nulla sarà più come prima»".

"La mostra - afferma invece Aldo Colonetti - è un viaggio dentro le 'cose', sospeso tra testimonianze 'alte', i documenti originali delle grandi utopie del Novecento, dal Bauhaus alla controcultura californiana degli anni Sessanta da un lato, e la cronaca dall'altro lato, che viene dal 'basso': manifesti, oggetti comuni, il tutto intrepretato e messo in scena attraverso il modello epistemologico di Aby Warburg, dove la storia dell'arte è intesa in quanto comparazione antropologica. Al centro sta la città come esperienza fisica, nella quale ciascuno è abitante e protagonista del cambiamento: 'Pianeta città' è un percorso, fisico e mentale, dove ciascuno troverà un pezzo della propria storia, senza dimenticare, come scriveva il poeta greco Alceo, che «le città sono gli uomini»".

"La mostra - afferma Rota - è imperniata sulla relazione tra umani quando si riuniscono in alta concentrazione: il 70% dell'umanità vive in città, è la storia della migrazione verso punti precisi del pianeta". E prosegue Colonetti: "da qui al 2030 il 60% degli esseri umani vivrà in città, le megacities dove abitano più di dieci milioni di persone aumenteranno da 33 a 43, mentre il nostro Paese fa eccezione: le metropoli perdono terreno e prosperano i mille campanili di medie dimensioni".

Accanto alla mostra è realizzato un documentario della durata di circa venti minuti, prodotto dalla Fondazione Ragghianti in collaborazione con La Fournaise, che racconta la collezione di Italo Rota dalla sua prospettiva personale. Il film, diretto da Eleonora Mastropietro, esplora la casa di Rota, dove si trova l'"accumulo", come lo chiama l'architetto, di migliaia di oggetti, opere d'arte e libri che compongono la sua collezione. Una congerie di pezzi in cui si alternano "alto" e "basso", popolare e cólto, che dialogano tra loro in una collocazione apparentemente casuale, e che Rota usa come strumenti di ricerca, icone, promemoria per supportare il proprio lavoro culturale e creativo.

Dieci le sezioni, che presentano al proprio interno diversi macro-temi:

1. Primo '900: l'alba della contemporaneità

"L'arrivo in città dei veicoli senza cavalli e la nascita dell'aereo", dove troviamo libri e manuali sulle prime automobili e i motori a scoppio, le automobili-giocattolo di E.P. Lehmann, immagini dei primi voli aerei dei fratelli Wright, il magnifico dipinto "Verso San Siro" (1910-1911) di Aroldo Bonzagni. "L'architettura moderna", con, tra le altre opere, libri emblematici di Peter Behrens, Otto Wagner, Adolf Loos, Joseph Maria Olbrich, il "Manifesto futurista" di Antonio Sant'Elia, i bellissimi giocattoli colorati in vetro o legno rappresentanti palazzi di Josef Franz Hoffmann.

2. L'utopia delle avanguardie e la città nuova

"Il Bauhaus", con xilografie e libri di Walter Gropius e Lyonel Feininger sul noto movimento architettonico degli anni Venti del Novecento e volumi illustrati dai pittori Vasilij Kandinskij, Piet Mondrian, Kazimir Malevic e Theo van Doesburg, le banconote in tessuto di Herbert Bayer, gli scacchi di Joseph Hartwig, le carte da parati secondo gli stilemi Bauhaus. "Metropolis", con manifesti e il celebre film di Fritz Lang del 1927. "La grafica delle avanguardie storiche", con un approfondimento su quella sovietica degli anni Venti e Trenta, in particolare su El Lissitzky e Alexandr Rodcenko e testi poetici di Vladimir Majakovskij. "Il flâneur a spasso per la città d'anteguerra", con volumi di grandi intellettuali dell'epoca come Louis Aragon, Walter Benjamin, Bertold Brecht, Robert Musil, August Sander, Upton Sinclair.

3. L'orrore del nazismo

"L'affermarsi dell'immaginario visivo antisemita nella Germania degli anni Venti / L'arte degenerata / Leni Riefenstahl e l'immaginario pop dei nazisti", con litografie, stampe, banconote, manifesti e cartoline dei giochi olimpici di Berlino del 1936, il terribile stemma giallo con la Stella di David, modellini raffiguranti Adolf Hitler e Eva Braun, macchinine della Gestapo, fotografie della Riefenstahl: un repertorio dell'orrore collezionato da Rota con l'intento di non dimenticare l'esperienza malefica della disumanizzazione nazista.

4. Maestri dell'architettura

"Protagonisti dell'architettura moderna", con litografie e libri di Frank Lloyd Wright e Richard Buckminster Fuller e rari volumi in prima edizione di Le Corbusier, realizzati tra il 1923 e il 1966.

5. Visioni fantascientifiche

"I primi robot", con libri di Isaac Asimov, Karel Capek, Ruggero Vasari e robotgiocattolo del periodo 1950-1960. "Wernher von Braun e l'idea della colonizzazione dello spazio negli anni Cinquanta", con film, giocattoli, riviste e manifesti sulle prime avventure spaziali.

6. Berlino est: l'angoscia del socialismo reale

"Stalinallee: la Berlino comunista", con cartoline, libri, manifesti e spille della capitale della DDR nel dopoguerra.

7. Gli anni del boom

"How cybernetics connects computing and counterculture" (anni Cinquanta-Settanta), con vinili con le prime forme di computer music, volumi sulla cibernetica e sulla controcultura. "La Londra pop e poi beat dagli anni Cinquanta ai Sessanta" e la "Summer of Love del 1967", con manifesti e cataloghi di mostre, i ritratti psichedelici dei Beatles di Richard Avedon, i celebri dischi beatlesiani "White Album", "Yellow Submarine" e "Stg. Pepper's Lonely Hearts Club Band", numeri delle riviste "OZ Magazine" e "IY Magazine", litografie a colori sulla "Summer of Love". "San Francisco LSD city" (anni Sessanta-Settanta), con numeri del "San Francisco Oracle", manifesti e libri su Los Angeles e Las Vegas. "Goldrake e l'immaginario manga giapponese", con manifesti e fumetti, libri fotografici di Nobuyoshi Araki e Daido Moriyama e figure di plastica di Takashi Murakami.

8. Immaginare il futuro

"Archigram e l'avanguardia architettonica: una visione del futuro", con straordinarie stampe su carta realizzate dal gruppo di avanguardia architettonica formatosi negli anni Sessanta del Novecento, con sede presso l'"Architectural Association" di Londra, riviste di design e volumi come il celebre "L'architecture mobile" del 1960 di Yona Friedman e altri libri di Le Corbusier, Ico Parisi e Claes Oldenburg. "La nascita del movimento ecologista", con i primi volumi di cultura alternativa e sostenibilità ambientale ante litteram.

9. Abitare alla scandinava

"Da Ellen Key a Ikea, un nuovo modo di arredare e di abitare: la rivoluzione silenziosa degli scandinavi", con i libri che hanno cambiato il sistema d'arredo mondiale, da quelli della Key del 1908, ai libri e riviste di funzionalismo svedese degli anni Trenta, sino ai primi cataloghi Ikea degli anni Cinquanta.

10. Nuove prospettive

"La nuova grafica editoriale degli anni Novanta e Duemila", con libri di design di Gilles Clement, Olafur Eliasson, Rem Koolhas, John Maeda, Bruce Mau e Hans Ulrich Obrist. (Estratto da comunicato stampa)

_ Immagini (da sinistra a destra)

1. «Archigram», 1964, numero 4 della rivista diretta da Peter Cook a Londra, testo a stampa 22×17 cm, Milano, Collezione Italo Rota
2. Josef Franz Maria Hoffmann, Fabrik von Prof. Josef Hoffmann, 1920, giocattolo in blocchi di legno dipinto impilabile misure variabili, Milano, Collezione Italo Rota
3. Herbert Bayer, Walter Gropius, Ise Gropius (eds.), Bauhaus 1919-1928, 1938, volume a stampa 26,6×19,2 cm, Milano, Collezione Italo Rota
4. Thea von Harbou, Metropolis (edizione tedesca), 1926, volume a stampa, 19×13 cm, Milano, Collezione Italo Rota




Fede Galizia
Mirabile pittoressa


03 luglio - 25 ottobre 2021
Castello del Buonconsiglio - Trento

Non sono molte le pittrici che hanno lasciato un segno nella storia dell'arte ma tra Cinque e Seicento alcune raggiunsero fama e successo. Accanto a Sofonisba Anguissola e Artemisia Gentileschi spicca anche Fede Galizia, pittrice di origine trentina, che sarà celebrata con la prima mostra monografica a lei dedicata. Documentata a Milano a partire almeno dal 1587, vive prevalentemente nella città lombarda fino alla morte, avvenuta dopo il 1630. Il trasferimento - da Trento a Milano - della famiglia Galizia, di origini cremonesi, deve essere avvenuto per il poliedrico padre, Nunzio, artista pure lui, impegnato nel mondo della miniatura, dei costumi, degli accessori, ma anche in quello della cartografia.

Fede - un nome programmatico per l'Europa della Controriforma - ottiene un successo straordinario tra i committenti dell'epoca, tanto che opere sue raggiungono, prima del 1593, tramite la mediazione di Giuseppe Arcimboldi, la corte imperiale di Rodolfo II d'Asburgo. Gli studi novecenteschi, soprattutto italiani ma non solo, hanno dato particolare risalto all'attività di Fede come autrice di nature morte, alle origini di questo fortunato genere. Sembra giunto il momento di ripensare nel suo complesso il profilo dell'artista, che realizzò soprattutto ritratti ma anche pale d'altare, destinati a sedi tutt'altro che locali (Montecarlo e Napoli, per esempio).

A tutt'oggi non esiste un repertorio completo delle numerose testimonianze letterarie che celebrano, in versi e in prosa, le doti di Fede Galizia, da intrecciare con un completo regesto documentario, che sarà approntato per l'occasione. La mostra, curata da Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, aspira a rispondere, tramite la presentazione delle opere dell'artista e adeguati confronti, alla domanda: perché Fede Galizia piaceva tanto? Quali sono le ragioni del suo successo nell'epoca in cui visse? Quanto ha pesato, in questo, il suo essere donna? Come cambia l'apprezzamento di un'opera d'arte tra il lungo crepuscolo del Rinascimento e il mondo di oggi?

In mostra un'ottantina di opere tra dipinti, disegni, incisioni, medaglie e libri antichi. Oltre a opere di Fede Galizia, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana e Barbara Longhi, ci saranno lavori di Arcimboldi, Bartholomeus Spranger, Giovanni Ambrogio Figino, Jan Brueghel e Daniele Crespi, provenienti dai più importanti musei italiani, oltre ad alcuni prestiti internazionali. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto di Carlo Ciussi, composizione geometrica di linee ondulate su fondo scuro Carlo Ciussi: pittura come umanità allo stato puro
11 settembre (inaugurazione ore 11) - 17 ottobre 2021
Galleria Civica Harry Bertoia - Pordenone
www.archiviocarlociussi.it

Carlo Cussi (Udine, 1930-2012) è uno dei protagonisti dell'arte italiana del XX secolo: con la sua arte, ha voluto consegnarci immagini d'intensa e vibrante essenzialità, che ci appaiono come espressioni di umanità allo stato puro. Ciussi ha interpretato l'arte come visione attiva del mondo, e come fisicità di un pensiero che non accetta alcuna neutralità di contenuto o decorativismo di forma, ma si pone come visione positiva possibile della realtà, ricreando costantemente nuovi spazi di espressione umana. È di questo paradosso che vive la sua opera, volutamente pensata per non essere categorizzabile secondo schemi correnti o canoni precostituiti, quanto come inesorabile e inesausta trasformazione dell'universo: dare corpo al pensiero come azione che interpreta il mondo. Senza descriverlo, ma per ricrearlo, in un incessante divenire che procede, senza soluzione di continuità, dall'esistenza stessa.

La mostra è la prima retrospettiva museale dedicata all'artista in Italia dopo la sua scomparsa: concepita da Francesca Pola in stretta relazione agli spazi espositivi, include 40 opere che vengono messe in dialogo attivo con l'architettura di Palazzo Spelladi, sede della Galleria Harry Bertoia. L'esposizione propone un percorso attraverso l'opera di Ciussi a partire dal 1964, anno della sua prima significativa partecipazione all'Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia, sino alle opere ultime, passando per alcuni momenti cruciali della sua notorietà internazionale, tra cui la personale alla Galerie Paul Facchetti di Parigi e la partecipazione alla Biennale di San Paolo del Brasile nel 1967.

Ciussi ha sempre inteso, con il suo dipingere, ricreare attraverso il colore la struttura intima dell'uomo e del mondo, dando vita a una pittura che fosse una costruzione di una nuova realtà invece che pura registrazione di immagini naturalistiche o impulsi emozionali. Le sue forme espressive fortemente personali lo vedono pienamente inserito nelle tendenze a lui contemporanee, come l'astrazione, il minimalismo, l'arte optical, ma con un distinguo cruciale, che per lui è sempre stato il colore come elemento di sensibilità strutturante.

Il colore geometrizzato nell'opera di Ciussi non è qualcosa di distaccato dalla realtà, ma la modalità attraverso cui l'artista materializza la struttura intima ed emotiva dell'uomo e del mondo: negli anni Sessanta, attraverso il quadrato che si dispiega sulle superfici, si moltiplica, e si intreccia poi con il cerchio, sovrapponendosi, permutandosi; negli anni Settanta, assumendo le sue caratteristiche forme rettangolari incastonate tra loro; negli anni Ottanta e Novanta, diventando l'energia dinamica di un segno pittorico serpentinato o angolare che arriva a invadere l'ambiente.

Il disseminarsi del segno è traccia di un gesto, che però non è pura espressività soggettiva, ma un modo attraverso cui Ciussi registra oggettivamente nella pittura il divenire del mondo e della nostra esperienza di esso, come accade anche nelle opere estreme in cui il colore emerge da graffi e stratificazioni di una struggente quanto vitale intensità emotiva. Nella sala video viene proiettato il filmato su Carlo Ciussi realizzato nel 2011 da V!dee per la regia di Bruno Mercuri. In occasione della mostra viene pubblicata una monografia bilingue a cura di Francesca Pola: fondata su un ampio e approfondito studio dell'opera di Ciussi, intende offrire una visione complessiva del suo lavoro in chiave internazionale, con centinaia di immagini di dipinti, sculture, fotografie storiche e documenti, oltre che una selezione di scritti d'artista e testi critici che ne hanno punteggiato il percorso, e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Estratto da comunicato stampa Archivio Carlo Ciussi)




I fiori dell'imperatore
Rotazione di lacche e inro giapponesi


06 luglio - 05 dicembre 2021
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Il programma di rotazioni che il Museo effettua periodicamente per la corretta conservazione delle opere più delicate prevede, dopo un'assenza di sette anni, l'esposizione di una selezione di raffinate lacche giapponesi dal XVII secolo ai primi anni del Novecento. In un'apposita teca nella galleria del Giappone, troveranno infatti posto quattro scatole laccate recanti i simboli della famiglia imperiale, il crisantemo a sedici petali e la paulonia. L'arte della laccatura, importata in Giappone dall'Asia continentale, raggiunse i massimi livelli tecnici ed espressivi nel periodo Edo (1603-1868).

Questa tecnica consiste nel rivestire le superfici di recipienti e utensili con lacche colorate, trasparenti o opache, arricchite spesso di polveri e lamine metalliche o altri materiali (soprattutto madreperla), che donano al manufatto effetti di preziosa e compatta brillantezza. Tra le lacche esposte in occasione della rotazione, il pezzo più pregevole è un ryoshibako decorato con motivi vegetali, una scatola per carta e documenti di epoca Edo (seconda metà del XVII secolo) in legno laccato con aggiunta di polveri metalliche applicate secondo la tecnica maki-e, che rivela la grande maestria raggiunta dagli artigiani giapponesi dell'epoca.

Sul fondo di lacca nera spiccano in primo piano corolle rotonde di crisantemi (kiku) alternate a foglie e piccoli fiori di paulonia (kiri), secondo il tipico stile Kodaiji. In secondo piano, ad arricchire il disegno, alcuni raggruppamenti di erbe e fiori autunnali. Secondo l'iconografia tradizionale, il crisantemo e la paulonia sono associati alle figure dell'imperatore e dell'imperatrice e sono ricchi di significati simbolici: secondo la leggenda, l'albero della paulonia è legato anche alla fenice di tradizione estremo-orientale, che si poserebbe solo sui suoi rami.

Accanto alle scatole in lacca trovano posto anche tre inro, contenitori in legno per conservare medicinali, timbri e piccoli oggetti, che venivano tradizionalmente appesi alle vesti con un cordoncino e assicurati alla cintura da una sorta di alamaro. Due dei tre inro esposti, composti da cinque compartimenti impilati a sezione ellissoidale, sono finemente decorati con immagini di paesaggi stilizzati su fondo oro, mentre il terzo mostra la curiosa raffigurazione della divinità Shoki che insegue un demone. Secondo la tradizione, esporre l'immagine di questa divinità durante la Festa dei Bambini proteggerebbe i figli maschi dalla malasorte e dalla sfortuna. (Comunicato stampa)




Walter Niedermayr. Transformations
29 luglio (inaugurazione) -17 ottobre 2021
CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
www.camera.to

Mostra personale di Walter Niedermayr (Bolzano,1952) che, attraverso focus su un corpo di lavori creati negli ultimi dieci anni della sua carriera, approfondisce il tema dei cambiamenti dello spazio. Curato da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Claudio Composti e Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include gli ultimi vent'anni di ricerca artistica di uno fra i più importanti fotografi italiani contemporanei. Attraverso i temi ricorrenti della sua opera come i paesaggi alpini, le architetture e il rapporto fra lo spazio pubblico e lo spazio privato, viene evidenziato l'interesse dell'autore per i luoghi non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello sociale.

Sebbene in continuità con l'eredità della tradizione fotografica italiana che vede il paesaggio come primaria chiave interpretativa della società, la ricerca visiva di Niedermayr è rilevante per la capacità di rileggere tale argomento e rinnovarlo sia dal punto di vista concettuale che formale. Per il fotografo altoatesino, infatti, oggi lo spazio fisico non può essere approcciato con un'esclusiva intenzione documentaria, ma appare come perno di una relazione trasformativa tra ecologia, architettura e società.

In alcuni lavori della serie Alpine Landschaften (Paesaggi Alpini), ad esempio, la presenza dell'uomo nella raffigurazione di paesaggio è interpretata come un parametro di misurazione delle proporzioni dei panorami alpini, e al tempo stesso come metro politico del suo intervento nella metamorfosi degli equilibri naturali. Discorso che viene rimarcato anche in lavori come Portraits (Ritratti), dove i cannoni sparaneve ripresi durante la stagione estiva - quindi inattivi - diventano ambigue presenze che abitano il paesaggio.

Con una cinquantina di opere di grande formato, spesso presentate nella formula del dittico e del trittico e caratterizzate da tonalità poco contrastate e neutre, la mostra ci racconta una simultaneità di attività umane e non, che coesistono e trovano un equilibrio instabile in costate mutamento, come evidenzia la serie Raumfolgen (Spazi Con/Sequenze). Sono esposti in mostra anche due dittici inediti realizzati a seguito di una committenza che ha permesso a Niedermayr di scattare, ad inizio anno, nel cantiere di Palazzo Turinetti a Torino che diventerà la quarta sede delle Gallerie d'Italia di Intesa Sanpaolo. In apertura nei primi mesi del 2022, il museo sarà dedicato prevalentemente a fotografia e videoarte. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale.

Walter Niedermayr (Bolzano,1952) è un fotografo e artista che con la sua ricerca indaga, a partire dal 1985, il rapporto intenso e ambiguo tra uomo e ambiente. A partire dal 1988 espone le sue opere fotografiche e video in istituzioni pubbliche, musei e gallerie. Il suo lavoro è stato esposto in prestigiosi enti e manifestazioni culturali. Tra il 2011 e il 2014 ha insegnato fotografia artistica presso la Libera Università di Bolzano. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

___ Presentazione di mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Nino Migliori
01-31 luglio 2021
Museo Civico Archeologico - Bologna
Presentazione

Chi non salta. Calcio. Cultura. Identità
12 giugno - 24 ottobre 2021
Villa Ghirlanda - Cinisello Balsamo (Milano)
Presentazione

Zeitwirdknapp / Non c'è più tempo - Retrospektive 1977-2019. Fotografie di Miron Zownir
21 maggio (inaugurazione) - 31 luglio 2021
Centro Internazionale di Fotografia - Cantieri Culturali alla Zisa - Palermo
Presentazione

Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985
Presentazione

Paolo Di Paolo. La lunga strada di sabbia
04 maggio (inaugurazione) - 29 agosto 2021
Fondazione Sozzani - Milano
Presentazione

Aurelio Amendola. Visti da vicino
28 marzo - 19 settembre 2021
Museo Casa Rusca - Locarno
Presentazione

Ritratto Paesaggio Astratto. Tre percorsi nelle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea
dal 25 febbraio 2021
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
Presentazione

"Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
Presentazione




Pastello su carta applicata su tela di cm 50x65 denominato La partenza realizzato da Enrico Benaglia Dipinto a olio, tempera, acrilici, materiale vinilico e foglia d'oro zecchino su tela di cm 100x80 denominato Donna in attesa realizzato da Lino Tardia Dipinto a olio su tela di cm 50x70 denominato Paesaggio realizzato nel 2000 da Ernesto Piccolo Dipinto a olio, pigmenti e smalti su tela di cm 40x40 denominato Gazometro realizzato da Mariarosaria Stigliano Arte d'Estate 2021
09-31 luglio 2021
Galleria d'arte Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Tutti gli artisti della galleria in un'unica grande mostra dal titolo "Arte d'Estate". Oltre 400 tra dipinti, litografie, serigrafie, incisioni e sculture di importanti autori del '900 e contemporanei permetteranno ai visitatori di approfondire i diversi linguaggi.

Opere di: Ugo Attardi, Enrico Benaglia, Franz Borghese, Ennio Calabria, Angelo Camerino, Michele Cascella, Tommaso Cascella, Giuseppe Cesetti, Angelo Colagrossi, Roberta Correnti, Marta Czok, Mario Ferrante, Salvatore Fiume, Franco Fortunato, Felicita Frai, Franco Gentilini, Gianpistone, Emilio Greco, Renato Guttuso, Ivan Jakhnagiev, Andrea Marcoccia, Franco Marzilli, Piero Mascetti, Maurizio Massi, Renzo Meschis, Francesco Messina, Mauro Molle, Norberto, Sigfrido Oliva, Ernesto Piccolo, Giorgio Prati, Salvatore Provino, Domenico Purificato, Aldo Riso, Carlo Roselli, Sebastiano Sanguigni, Aligi Sassu, Cynthia Segato, Mariarosaria Stigliano, Orfeo Tamburi, Lino Tardia, Renzo Vespignani. (Comunicato stampa)

_ Immagini (da sinistra a destra)

1. Enrico Benaglia, La partenza, pastello su carta applicata su tela, cm 50x65
2. Lino Tardia, Donna in attesa, olio, tempera, acrilici, materiale vinilico e foglia d'oro zecchino su tela, cm 100x80
3. Ernesto Piccolo, Paesaggio, 2000, olio su tela, cm 50x70
4. Mariarosaria Stigliano, Gazometro, olio, pigmenti e smalti su tela, cm 40x40




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Dipinto di Antonio Fontanesi realizzato tra il 1861 e il 1863 denominato Pastorella solitaria Natura e Verità
Il paesaggio come scelta 1861-1871


09 luglio - 17 ottobre 2021
Wunderkammer GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

In parallelo alla mostra Una infinita bellezza. Il paesaggio in Italia dalla pittura romantica all'arte contemporanea a cura di Virginia Bertone, Guido Curto, Riccardo Passoni in corso alla Reggia di Venaria, la GAM allestisce nello spazio Wunderkammer l'esposizione, a cura di Virginia Bertone, che pone l'accento sulle ricerche più audaci condotte sul fronte del paesaggio tra Piemonte e Liguria, la cosiddetta "Scuola dell'Avvenire", l'appellativo con cui la critica bollò la cerchia degli estimatori e degli allievi di Antonio Fontanesi.

Accanto al maestro reggiano, protagonista con un capolavoro come Novembre e altri dipinti eseguiti a Firenze nel 1867, è il cenacolo di Rivara: da Carlo Pittara a Federico Pastoris, da Alfredo de Andrade a Ernesto Bertea a Ernesto Rayper. La resa della luce e l'uso dei colori accesi, l'adozione di tagli compositivi non convenzionali e la libertà della stesura pittorica costituiscono scelte che avvicinano le opere esposte: in questi soggetti, che suscitarono scandali e polemiche, riverberano la lezione di Fontanesi e la consonanza con le ricerche che in quegli anni, sotto la spinta del realismo, rinnovavano la scena artistica europea. La mostra-dossier allestita nella Wunderkammer della GAM mette a fuoco la trama delle relazioni che legarono Fontanesi a quei più giovani artisti che concentrarono una parte della loro attività tra Piemonte e Liguria e che fecero del paesaggio una scelta, un campo privilegiato del proprio lavoro artistico.

L'idea è stata di porre l'accento sul loro modo di intendere il paesaggio attraverso alcuni dipinti che funzionavano come veri e propri casi-studio, come Bosco con portatori di canapa e Le cave di calce di Rivara entrambi di Alfredo de Andrade. In questi esempi è possibile osservare il procedere del loro lavoro dal vero, immersi nella natura, attraverso la sbozzatura dei disegni e poi degli studi di piccolo formato in grado di registrare rapidamente le forme della vegetazione, le luci, l'infinita varietà dei verdi, fino a giungere a opere finite o rimaste incompiute. Come nella tradizione delle mostre ospitate nello spazio della Wunderkammer, tutte le opere esposte appartengono alle collezioni della GAM, qui in particolare alle collezioni dell'Ottocento e del Gabinetto Disegni e Stampe.

Diverse tra le opere presentate in Wunderkammer non erano esposte da tempo, come Una marina di Alfredo de Andrade o Spiaggia a Bordighera di Federico Pastoris, uno dei suoi esiti più coraggiosi per l'acceso trascolorare delle luci al tramonto. In altri casi si tratta di veri e propri inediti come nel caso de Le cave di calce di Rivara di de Andrade, cui si legano intensi studi a carboncino e bozzetti anch'essi presentati per la prima volta. Un ulteriore, significativo elemento di novità accompagna la mostra in Wunderkammer. Si tratta di un nucleo di sedici trascrizioni di lettere di Antonio Fontanesi ad Alfredo de Andrade: quattordici lettere coprono un arco cronologico dal 1861 al 1866, mentre le ultime due recano la data 1873.

Una documentazione inedita che conferma o svela trasferimenti e viaggi, aspirazioni, ambizioni e delusioni che accompagnarono i percorsi del maestro e del più giovane allievo, verso il quale Fontanesi esprime un costante e sincero apprezzamento. Ad accompagnare la mostra è un catalogo, edito da Silvana Editoriale, che affianca, al testo della curatrice, gli interventi di Alessandro Botta e Alice Guido cui spetta il merito della riscoperta e della trascrizione delle lettere ritrovate. (Comunicato stampa)




Soshana ovvero Susanne Schueller I volti di Soshana e Giacometti
03 luglio (inaugurazione ore 15.00) - 29 agosto 2021
Centro Giacometti - Stampa (Cantone Grigioni, Svizzera)
www.centrogiacometti.ch

Soshana - artista dalla vita intensa e drammatica, nata a Vienna nel 1927 con il nome di Susanne Schüller, emigrata in America in seguito alle leggi razziali naziste - utilizza per la prima volta il suo nome d'arte nel 1948 per una mostra al Círculo de Bellas Artes dell'Avana. A Parigi, negli anni Cinquanta, usa come studio gli spazi che furono di Derain e Gauguin; conosce artisti come Brâncusi, Calder, Chagall, Ernst, Klein, Picasso, intellettuali come Sartre, e naturalmente Giacometti, con cui nasce una profonda amicizia.

A quest'artista esule e donna pittrice libera, che la stampa parigina definiva "Cassandra della tela", il Centro Giacometti dedica una mostra a cura di Virginia Marano (Università di Zurigo), con allestimento dello Studio Alder Clavuot Nunzi Architekten GmbH ETH SIA (Soglio, Svizzera): attraverso 9 opere su carta, 27 tele - tra cui un celebre ritratto dell'artista svizzero, intitolato Giacometti (1962) - e parte dell'epistolario tra Giacometti e Soshana, provenienti dalla collezione di Amos Schueller, figlio dell'artista, la mostra restituisce non soltanto la poetica della pittrice ma anche la storia di un'amicizia.

Una galleria di ritratti, volti, figure sottili che si appoggiano a tende scure o si proiettano su sfondi dorati, e si possono dividere in tre gruppi: il primo, che comprende il ritratto di Isaku Yanaihara- filosofo giapponese di riferimento per Giacometti- rappresenta una riflessione sul ruolo della memoria; il secondo, in cui i volti ritratti richiamano il profilo dello scultore e sottolineano l'incontro tra i due artisti, riguarda il mistero dell'assenza; il terzo è dedicato al trauma della guerra, in cui entra prepotente il continuo esilio vissuto dall'artista in quanto ebrea.

Nel documentare e testimoniare il rapporto esistenziale tra i due artisti, ancora per molti versi poco approfondito, la mostra racconta la loro comune ricerca dell'assoluto inteso non come perfezione artistica, ma come possibilità di rendere il visibile, da un punto di vista artistico. La mostra è organizzata dagli Amici del Centro Giacometti (Stampa) e si avvale del sostegno del Comune di Bregaglia, degli Amici del Centro Giacometti, della Fondazione Centro Giacometti, dell'Ufficio della cultura dei Grigioni / Swisslos, della Regione Maloja.

Soshana (Susanne Schüller) nasce da Margarete Schüller, scultrice che non riesce a perseguire la carriera artistica. Nel 1938 gli Schüller, ebrei, sono costretti a partire per gli Stati Uniti. Soshana frequenta la Washington Irving High School e qui incontra il pittore Beys Afroyim, con cui si sposa e ha un figlio, Amos. Nel 1952 si trasferisce a Parigi dove frequenta l'ambiente artistico e conosce Bazaine, Brâncusi, Calder, Chagall, Ernst, Klein, Kupka, Picasso, Sartre, Zadkine e naturalmente Giacometti, con cui nasce una profonda amicizia. Nel 1953 incontra il gallerista svizzero Max G. Bollag che diviene un importante promotore della sua opera. Espone nella parigina Galleria André Weil, al Salon d'Automne, nel Salon des Réalités Nouvelles e al Salon de Mai, dove incontra Pablo Picasso.

Nel 1957 è invitata dal Ministero della Cultura cinese a esporre al Palazzo Imperiale di Pechino. Nel 1959 visita e ritrae Albert Schweitzer in Gabon. Nello stesso anno avvia un sodalizio con il pittore italiano Pinot Gallizio e si avvicina al collettivo d'arte CoBrA, situandosi nel contesto dell'arte informale e astratta, influenzata da un forte interesse per la calligrafia giapponese e cinese. Compie numerosi viaggi. Nel 1972 si trasferisce prima in Israele e poi a New York. Negli anni Ottanta ritorna a Vienna, dove riceve premi come il Merit Award, il Gold of the Province of Vienna e la Croce austriaca d'onore per la scienza e l'arte. Qui si spegne nel 2009.

Il Centro Giacometti, gestito dall'omonima Fondazione, è un luogo culturale di informazione e documentazione sull'attività della famiglia di artisti Giacometti nella Val Bregaglia svizzera dei Grigioni. Allo stesso tempo il Centro organizza mostre di qualità e alto pregio didattico, ed elabora percorsi tematici. In questo modo la Fondazione sostiene un approccio di conoscenza alla vita e alle opere delle personalità della famiglia Giacometti volto all'approfondimento e all'interdisciplinarietà. La Fondazione ne promuove una lettura in relazione alla Val Bregaglia, contribuisce a far apprezzare, documentare, ricercare, comunicare e conservare l'eredità lasciata dalla loro vita e dalle loro opere, perseguendo uno scambio culturale e di saperi a livello regionale, nazionale e internazionale.

La Bregaglia, valle di lingua italiana nei Grigioni svizzeri, tra Lago di Como ed Engadina, è ricca di storia e bellezze naturali, con mille colori di prati e boschi stesi ai piedi dei grigi graniti di grandi montagne austere. Al fascino storico e naturale accompagna importanti tradizioni culturali che fra Otto e Novecento sono fiorite nella famiglia Giacometti, da Giovanni ed Augusto fino ad Alberto, Diego e Bruno. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Paolo Masi Opera senza titolo in cartone graffiato di cm 55x40 realizzata da Paolo Masi nel 2016 Paolo Masi
Pittura, vibrazione e segno | 60 anni di ordinata casualità


09 luglio (inaugurazione) - 29 agosto 2021
Rocca di Umbertide - Umbertide (Perugia)

La mostra si configura come un'importante antologica che ha per protagonista Paolo Masi, di cui raccoglie, grazie alla disponibilità dello stesso artista e della galleria FerrarinArte di Legnago (Verona), una selezione di capolavori degli ultimi sessant'anni della sua intensa attività di ricerca e sperimentazione. Come per i precedenti progetti nati dalla collaborazione tra l'artista e la galleria veneta, ogni occasione espositiva viene concepita in funzione del luogo che la accoglie, generando uno stretto legame tra la vibrazione segnica delle opere di Masi e gli ambienti che le circondano.

L'analiticità della pittura di Masi raccoglie le eredità di un pensiero attorno alla Pittura che si è sviluppato a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta e, analogamente ad alcuni altri artisti della sua generazione che in tutta Italia affermavano il valore perdurante di questo linguaggio, ha manifestato la coerenza del suo atteggiamento - certo con variazioni e diverse tipologie di lavori - in un lungo itinerario artistico che, ininterrotto, prosegue tutt'oggi.

Scrive Matteo Galbiati all'interno della monografia recentemente pubblicata da Silvana Editoriale: «L'occasionalità del segno e la corrispondenza con il momento/luogo Masi le rafforza quando inizia, nella metà degli anni Settanta, a lavorare con i cartoni che integrano e si accostano alle tavole e alle tele: metodo iniziato per caso a Firenze quando, trovato un cartone abbandonato per strada che lo aveva colpito per quelle tracce "porche" che già aveva sulla superficie, integrò a queste presenze alcuni sui interventi segnici. Il risultato fu un'opera generata in modo accidentale che, però, ebbe immediato riscontro ad una mostra-vendita in favore di Zona, uno spazio autogestito no profit, di cui è stato, nel 1974, co-fondatore.

In quella circostanza Masi capì che il cartone, con le sue strutture, le pieghe, la sua tattilità e la sua povertà materiale, potesse diventare supporto idoneo per ampliare le possibilità della sua espressione, riuscendone a evidenziare meglio le qualità fenomenologiche. La fragilità della superficie, che con poca forza e una minima gestualità risponde immediatamente all'incidenza della sua mano, gli conferisce un'ampia gamma timbrica di forme che si fanno altro codice espressivo, forte di una capacità di traduzione della pittura in una più vasta apertura alle informazioni visibili e interiori. Il cartone non è nobile, non è respingente, ma è passivo rispetto ad ogni intervento, è risonante di ogni possibilità, è povero, è quotidiano, si trova ovunque e con pari e simili proprietà.

La novità del cartone diventa per Masi sorgente di un altro universo di possibilità. Qui trova un campo d'azione che arricchisce nel tempo con mutevoli trasformazioni non solo attraverso il timbro incisivo dei segni, ma anche con altri materiali e con ulteriore materia cromatica che portano il cartone da imballaggio a altre consistenze concettuali. […] Del resto Masi ci ha abituati proprio a questo, al continuo andare e venire, partire e tornare della sua arte che, come lui, infaticabile non smette mai di segnare il passo di quei nuovi percorsi che accolgono le imprevedibili episodicità delle esperienze».

Il percorso espositivo si compone di oltre sessanta opere, in un dialogo-confronto inedito che permette un'approfondita immersione nella sua espressività, un avvincente viaggio nelle profondità di un colore divenuto segno. La mostra costituisce la prima occasione espositiva per presentare la monografia "Paolo Masi. Pittura, vibrazione e segno. 60 anni di ordinata casualità", a cura di Giorgio Ferrarin e Matteo Galbiati, edita da Silvana Editoriale nel 2020. Il volume riassume gli ultimi sessant'anni di lavoro dell'artista attraverso tutte le serie e le tipologie di opere da lui realizzate nell'ampio arco temporale della sua ricerca.

Dopo aver elaborato negli anni Cinquanta e Sessanta un'attività articolata, complessa e diversificata, Paolo Masi (Firenze, 1933) si avvicina alle contestuali esperienze analitico-riduttive, scomponendo e riorganizzando sul pavimento e contro le pareti aste di alluminio, specchi, fili o piccole stecche di plexiglas colorato, che estendono anche alla terza dimensione la ritmicità dello "spazio-colore". La fase successiva coincide con il ritorno alla bidimensionalità attraverso il progetto "Rilevamenti esterni - conferme interne" (1974-76), elaborazione che egli sviluppa all'esterno e nel suo studio con le "Tessiture" (tela grezza cucita) e i "Cartoni" da imballaggio, dove utilizza per la prima volta adesivi trasparenti e coprenti, facendo emergere la struttura interna del materiale.

Le opere successive sono i "Contenitori di forma colore", le "erialità" e nuovamente i "Cartoni" (superfici di vario tipo: legno, tela, carta), sulle quali l'artista interviene con una complessa operazione pittorica. La serie di plexiglas "Trasparenze", iniziata nel 2000, dipinta con la tecnica della vernice spray, permette all'artista di operare una nuova definizione dello spazio attraverso "ollecitazioni cinetico-cromatiche" di luci e ombre. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

_ Immagini
1. Paolo Masi
2. Paolo Masi, opera Senza titolo, 2016, cartone graffiato cm 55x40




Marisa Zattini
Hermetica - Metamorphosi fra Nigredo & Albedo


03 luglio (inaugurazione ore 17.00) - 21 agosto 2021
Antica Farmacia - Camaldoli (Arezzo)

Dopo l'esperienza ravennate del 2019, nell'Antica Farmacia settecentesca del Museo Nazionale di Ravenna, l'esposizione a Camaldoli assume un significato ancor più pregnante in quanto conferma e ribadisce l'attenzione dell'artista al rapporto Uomo-Natura e alle suggestioni dell'universo alchemico. L'antica Farmacia era nota sino al XVIII sec. come 'Spezieria di Camaldoli'. Già nel 1046 i monaci avevano edificato un ospedale dove venivano ricoverati gli ammalati provenienti dai paesi vicini. Durante la soppressione napoleonica del 1810 venne chiuso, ma non la farmacia, che continuò ad operare. Ancora oggi vi possiamo ammirare i forni e gli alambicchi, i mortai, il corredo di vasi in ceramica e in vetro.

Così pure la libreria della Spezieria si presenta pressoché intatta, con libri a stampa dal XVI al XIX sec. (ricettari, erbari, manuali di chirurgia). Agli erbari metamorfici di Ulisse Aldrovandi - indagati dall'artista nel 2019 - subentrano le indagini ricognitive sugli 'insetti', ispirate ai disegni di Francesco Redi e alla sua pubblicazione Esperienze intorno alla generazione degl'Insetti (1674), riprodotta recentemente in anastatica. I disegni, realizzati a china su lettere dell'800, si affiancano in un canto e controcanto alle loro trasposizioni a getto d'inchiostro su lastra di alluminio lucidata a specchio. Nel luogo dove si svolge il rito alchemico e farmaceutico, sull'antico tavolo denso di memoria storica, utensili e contenitori dalle forme bizzarre e dai lunghi becchi ritorti.

Una vera accumulazione di storte in vetro soffiato ed elementi ceramici ad ingobbio, con incisi simboli di pianeti, dedicati agli strumenti alchemici visionariamente reinventati dall'Artista. Elementi che si incastrano gli uni con gli altri, in un respiro anfibio che li unisce. A latere, vicino al banco della Farmacia, sono proposti i due alambicchi mercuriali ceramici. A completamento della mostra, alcune tavole di erbari e bestiari notturni - trasmutazioni - si innestano all'esposizione museale permanente.

Marisa Zattini (1956), già architetto, poeta, art director, curator, come artista ha realizzato mostre in Italia e all'estero a partire dal 1976, con la sua prima personale a Ravenna. Dal 1989 è Direttore Artistico de Il Vicolo Sezione Arte, Il Vicolo Editore e della rivista trimestrale di Arte & Letteratura "Graphie" fondata nel 1998. (Estratto da comunicato stampa)




Sala della Casa dell'Arte di Monterone Casa dell'Arte
"Morterone. Natura Arte Poesia"


Località Pra' de l'Ort, Morterone (Lecco)
www.macamorterone.it

L'Associazione Culturale Amici di Morterone ha inaugurato sabato 26 giugno 2021 la Casa dell'Arte, uno spazio espositivo in cui vengono presentate opere di artisti internazionali appartenenti a diverse generazioni che hanno partecipato sin dalla metà degli anni '80 a rigenerare ed animare la vita culturale di Morterone. L'attività dell'Associazione Culturale Amici di Morterone ha avuto inizio nel 1986 e nasce dalla visione poetico-filosofica della Natura Naturans di Carlo Invernizzi, che pone al centro delle proprie riflessioni l'uomo e la sua capacità di percepire e sentire ciò che gli sta intorno non come un qualcosa di estraneo, ma come parte integrante del divenire vitale.

Il percorso espositivo della Casa dell'Arte si ricollega alle mostre presentate a Morterone nel corso dei decenni. Nella prima sala al piano terra le opere di Rodolfo Aricò dialogano con quelle di Carlo Ciussi e Mario Nigro accanto alle "grafie dell'essere" di Dadamaino e alle "tracce" di Riccardo De Marchi. Il ritmo della pittura di Alan Charlton e Niele Toroni coinvolge l'ambiente circostante.

Nella sala adiacente vengono presentate, in un dialogo attivo, le ricerche visuali e percettive di Enrico Castellani, Gianni Colombo, François Morellet e Grazia Varisco, mentre nella sala successiva sono esposti i bianchi monocromi di Riccardo Guarneri, Angelo Savelli e Antonio Scaccabarozzi. I segni archetipici di Gianni Asdrubali conducono al piano superiore, dove i molteplici elementi della disseminazione di Pino Pinelli rimarcano la manualità del suo 'fare' pittura. Bruno Querci e Raffaella Toffolo, attraverso un uso sapiente della luce, svelano visioni inedite di partiture d'ombra. L'opera di Francesco Candeloro restituisce alla ista l'immagine di un ricordo di materia impalpabile.

Proseguendo il percorso espositivo incontriamo, nella prima sala, le superfici pittoriche di Bernard Frize, Günter Umberg ed Elisabeth Vary che focalizzano l'attenzione sulla genesi dell'evento pittorico. Nella sala accanto la pittura di Nelio Sonego è posta in dialogo con il disegno a pastello di David Tremlett, a cui si contrappone l'opera in MDF di Lesley Foxcroft.

L'ultimo piano è dedicato alle sculture di Rudi Wach e ai progetti di Riccardo De Marchi, Alan Charlton, Mauro Staccioli e Michel Verjux. Inoltre, sono esposti i bozzetti di interventi di Igino Legnaghi e David Tremlett già presenti nel Museo di Arte Contemporanea all'Aperto, oltre alle immagini fotografiche di Luigi Erba. Le poesie di Carlo Invernizzi accompagnano il visitatore lungo l'intero percorso espositivo. All'esterno della Casa dell'Arte sono state installate le opere di Nicola Carrino, François Morellet e Ulrich Rückriem, mentre le ceramiche di Gianni Asdrubali sono esposte in Località Pradello.

L'attività proposta dall'Associazione Culturale Amici di Morterone è volta a mettere in risalto la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente: gli interventi ed i contributi realizzati da ciascun artista, in tempi e spazi diversi e secondo le proprie specificità, si pongono alla nostra attenzione come ipotesi e possibilità di un fare dell'uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma che in un dialogo con essa sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative all'uomo che la abita. È l'arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo e non è un caso che sia stata proprio questa realtà a generare una situazione di questo tipo: Morterone è in quest'ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all'affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell'universo vivente. (Comunicato stampa)




Evidence of Contemporary Papers
01 luglio - 23 luglio 2021
01 settembre - 10 settembre 2021
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

Artisti: Daniela Alfarano, Alessandro Bazan, Joseph Beuys, Jake&Dinos Chapman, Martin Dammann, Diamante Faraldo, Formento & Sossella, Claire Fredric, Bryson Gill, Dick Higgins, Oda Jaune, Milan Knizak, Yoko Ono, Andrea Salvino, Andrea Santarlasci, Markus Schinwald, Gianni Emilio Simonetti, Fausta Squatriti, Lee Ufan, Alessandro Verdi, Wolf Vostell.

La mostra presenta più di quaranta tra disegni e opere su carta, di artisti di diverse generazioni e provenienze, che pongono l'attenzione sull'importanza cruciale che la carta ha e ha avuto all'interno del loro processo creativo. Una tipologia di mostra che parrebbe esiliata dal pensiero corrente. Piccoli fogli e carte di grandi dimensioni, inchiostri acquerellati e schizzi preparatori, collage, grafiche storiche e libri di artista. Oggetti da vedere da vicino con un'attenzione sconosciuta alla frenetica fruizione cui eravamo abituati fin d'ora. Quando si pensa all'arte moderna e contemporanea, vengono subito in mente installazioni, video, fotografie, happenings, dipinti e sculture, difficilmente si pensa alle opere su carta.

Se poi viene citato il disegno come forma d'arte si pensa a Michelangelo o alle bozze di Leonardo da Vinci, quasi mai a qualche artista del Novecento, meno ancora agli artisti contemporanei. A differenza di altre forme d'arte basate sulla poetica del definitivo, l'opera su carta, deve la sua forza alla sua natura precaria e fragile, a partire dalla leggerezza del supporto, la carta. La carta come materiale sensibile e vario dove agire attraverso il segno, dove concretizzare le proprie idee, accompagna la vita e le esperienze di gran parte degli artisti contemporanei. La sperimentazione su carta è il loro luogo d'elezione, il luogo in cui si misura la ricchezza e la novità dell'ispirazione dell'artista stesso.

Le opere si rivelano come un'incomparabile testimonianza della fertile immaginazione e del duro lavoro degli artisti, uno spaccato delle infinite possibilità offerte da una tecnica antica che, anche in questa occasione, non manca di rivelare la sua attualità. In altre parole l'opera su carta non cerca una coerenza legata a un'idea del mondo fisso, bloccato in un'ideologia, ma cede al dubbio, alla distrazione, tenendo così sotto controllo il concetto di arte che il mondo ha ratificato, complicandolo e ponendo obiezioni.

Prendendo spunto da un'intuizione dello storico dell'arte Alberto Boatto, che ha parlato delle differenze esistenti tra l'uso di un segno su fondo bianco, chiaro dominio concettuale, e un segno su fondo nero, viscerale, espressionista e quindi pittorico, Evidence of Contemporary Papers, presenta un'analisi di entrambe le tendenze, che entrano a far parte di un'area di invenzione molto vasta, che diventa allo stesso tempo una sfera di riflessione e immaginazione.

Inquieti e instancabili contemplatori del mondo e sfrenati inghiottitori di tutte le sensazioni che esso produce, gli artisti in mostra riescono a squarciare il tutt'altro che sottile velo di tenebra che li separa da ciò che è convenzionale, banale o già noto, una sottile linea d'ombra che come ha scritto Joseph Conrad, "...è ciò che divide le fasi della vita, la bellezza dalla banalità, la poesia dallo squallore, la geometria dal caos e l'opera umana dalla natura, che poi se ne riappropria. Si tratta di un confine labile e confuso, di una linea sottile che non è una barriera ma una frontiera, che ci permette di vivere in bilico o di tuffarci in una direzione ben definita. Allo stesso tempo è lo spazio che separa me da voi che mi leggete, ed insieme è il filo che tiene uniti i vostri pensieri alle mie parole, che collega menti, persone e vite diverse, altrimenti destinate a rimanere estranee".

Il percorso della mostra parte da questo concetto e si sviluppa sui due piani della Fondazione creando una casa comune degli artisti, che pur con tematiche diverse sono accomunati dall'uso della carta e dal tentativo di rappresentare il mondo che li circonda attraverso di essa, mostrando senza intermediari il significato della linea d'ombra e della vita stessa, fatta proprio di questi momenti. (Comunicato stampa)




Nino Migliori
01-31 luglio 2021
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.fondazioneninomigliori.it

I volti umani sono monumenti irripetibili che contengono storie, esperienze, emozioni, paure, amori, dolori e gioie. Nino Migliori ha fotografato seicento volti di donne e uomini, alla luce di un fiammifero, come ha fatto con molte sculture e bassorilievi. Ci sono volti che qualcuno riconoscerà o altri che rimarranno sconosciuti. Sono amici, o amici di amici, che sono andati a trovarlo dal 2016 ad oggi nel suo studio a Bologna. Attraverso i tanti ritratti che Nino Migliori realizza nel corso del tempo è possibile riconoscere l'evoluzione del suo linguaggio e capire che i generi fotografici sono per lui un pretesto da cui partire per trovare e sperimentare nuove possibilità di visione e di narrazione.

Per Migliori la fotografia è un processo di scrittura per immagini del proprio pensiero, che permette di aprire nuovi interrogativi sulla percezione del reale. Sperimentare non è solo verificare la struttura e le possibilità di un linguaggio, ma significa confrontarsi anche con la tradizione poetica e iconografica del passato, per rileggere il presente. Oltre alla luce, l'autore riprende sempre nelle sue ricerche il tempo, inteso come fattore che segna la realtà e permette alla fotografia di formarsi, la materia, corpo del reale e dell'immagine, e infine la memoria, come traccia stratificata in divenire. Tutto questo è considerato da Migliori in relazione all'evoluzione tecnologica dei sistemi di visione, non solo fotografici, che consentono diverse possibilità di lettura e di percezione della realtà.

Questi aspetti tornano in una forma nuova nel ciclo fotografico intitolato Lumen dedicato alla scultura, a cui si lega il lavoro dei ritratti a lume di fiammifero. Nella serie Lumen, Migliori fotografa in bianco e nero, a lume di candela, importanti opere della storia dell'arte italiana, dal Medioevo all'Ottocento, per riflettere sulla percezione dell'immagine dalla prospettiva di un tempo lontano. Dal racconto a lume di candela dell'inanimato, con il riferimento a un tempo storico precedente a quello della luce elettrica e della fotografia, passa a un ciclo in cui rivolge lo sguardo all'animato, al volto dell'uomo.

Dal 2016 al 2021 realizza i ritratti che sono presenti in mostra e nel catalogo che l'accompagna. In questo lavoro si evidenzia ancora una volta l'elemento gestuale, al di fuori del mezzo fotografico, il tempo, determinato dalla bruciatura del bastoncino di legno, la materia, quella del volto ritratto che riflette la luce in modo diverso rispetto alle superficie delle sculture in marmo o in terracotta. Quelli di Migliori sono ritratti dell'interiorità, che si manifestano attraverso la luce e l'ombra, il bianco e il nero. Il fiammifero acceso, che tiene in mano e muove con velocità diverse intorno al volto del soggetto mentre lo ritrae, diventa l'unico riferimento al mondo esterno, al divenire delle cose.

Mostra a cura di Alessandra D'Innocenzo Fini Zarri, promossa da Doutdo e Fondazione Nino Migliori, in collaborazione con Istituzione Bologna Musei e Fondazione Cineteca di Bologna.

Nino Migliori inizia a fotografare nel 1948. La sua fotografia svolge uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d'immagine europea. Gli inizi appaiono divisi tra fotografia neorealista con una particolare idea di racconto in sequenza, e una sperimentazione sui materiali del tutto originale ed inedita. Da una parte, nasce un corpus segnato dalla cifra stilistica dominante dell'epoca, il cosiddetto neorealismo. Sull'altro versante Migliori produce fotografie offcamera, opere che non hanno confronti nel panorama della fotografia mondiale, sono comprensibili solo se lette all'interno del versante più avanzato dell'informale europeo con esiti spesso in anticipo sui più conosciuti episodi pittorici.

La ricerca continuerà nel corso degli anni coinvolgendo altri materiali e tecniche: polaroid, bleaching. Dalla fine degli anni Sessanta il suo lavoro assume valenze concettuali ed è questa la direzione che negli anni successivi tende a prevalere. Sperimentatore, sensibile esploratore e alternativo lettore, le sue produzioni visive sono sempre state caratterizzate da una grande capacità visionaria che ha saputo infondere in un'opera originale ed inedita. È l'autore che meglio rappresenta la straordinaria avventura della fotografia che, da strumento documentario, assume valori e contenuti legati all'arte, alla sperimentazione e al gioco. Oggi si considera Migliori come un vero architetto della visione. Ogni suo lavoro è frutto di un progetto preciso sul potere dell'immagine, tema che ha caratterizzato tutta la sua produzione. Sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Vinicio Berti a Firenza da luglio ad agosto 2021 Vinicio Berti

Firenze, 01 luglio - 31 agosto 2021
Hotel 500, inaugurazione 01 luglio 2021, ore 19.00-21.00
Galleria Immaginaria, inaugurazione 02 luglio 2021, ore 19.00-21.00

Vinicio Berti (1921) è stato il firmatario del manifesto di uno dei più importanti movimenti del dopoguerra, quello sull'Astrattismo classico (1950), assieme ad Alvaro Monnini, Gualtiero Nativi, Mario Nuti e Bruno Brunetti, che hanno animato il dibattito artistico di una stagione d'oro dell'arte fiorentina. La scelta delle opere in mostra spazia dalle produzioni degli anni '40 fino alle ultime degli anni '90, come la famosa serie dei "Guardare in alto" che nasce con una prospettiva rovesciata, quando sdraiato sul selciato di Piazza del Duomo, l'artista fiorentino volgeva lo sguardo verso il campanile di Giotto. Voce rivoluzionaria per l'estetica che attraverso l'arte voleva promuovere una nuova coscienza sociale, Berti è stato propugnatore di un movimento artistico a favore di una pittura che raccontasse la vita vera "violenta e poderosa!".

A guidare questo suo fervore creativo era un'immaginazione straordinaria, accompagnata da un talento grafico che lo ha portato sin da giovanissimo a pubblicare famosi fumetti quali Atomino, Sgorbio e il famoso Pinocchio, precorrendo i tempi della moderna street-art. Questa sua inquietudine e sofferenza per non aver trovato un ambiente artistico che lo comprendesse a pieno, ci ha dato la spinta per continuare a promuovere il suo pensiero con un titolo assolutamente provocatorio "Non basta?", rispetto a una società che in questo momento storico, post-pandemico, vive dissidi simili ai terribili momenti dell'angoscia post-bellica.

La storica dell'arte, Paola Facchina, nel suo testo critico intesse un dialogo immaginario con l'artista, attraverso le pagine dei suoi diari, creando un legame tra passato e presente, per dimostrare quanto l'opera di Berti riesca a colpire nell'animo oggi più di ieri. Il 2 luglio, una mostra itinerante nelle vetrine artigianali da via Panicale, dove viveva e lavorava l'artista, a via Guelfa, in tutto il quartiere di San Lorenzo, luoghi che facevano parte della sua vita e del suo cammino quotidiano, in collaborazione con l'associazione CCN di Via Guelfa e Via San Gallo. (Comunicato stampa)




Olivetti e la cultura nell'impresa responsabile. La collezione Olivetti
03 luglio - 17 ottobre 2021
Museo Civico P. A. Garda - Ivrea

Prima mostra di un programma pluriennale di iniziative che il Museo civico della Città di Ivrea e l'Associazione Archivio Storico Olivetti cureranno, a partire dalla possibilità di poter studiare e rendere disponibili e fruibili al grande pubblico le opere d'arte della raccolta Olivetti, in stretta relazione con la documentazione storica che ne ricostruisce i processi di acquisizione: un patrimonio culturale di documenti, filmati e fotografie, che la società Olivetti ha commissionato e acquistato negli anni e che riconosce il valore della cultura come fattore di crescita della società, dalla fabbrica al territorio.

Una selezione di oltre 100 opere d'arte di 32 artisti e oltre 100 documenti storici dell'Archivio e della Biblioteca dell'Associazione Archivio Storico Olivetti (manifesti, locandine, filmati storici, pubblicazioni, fotografie e carteggi) vengono riproposti per la prima volta al grande pubblico - dopo l'unica occasione espositiva quale fu la mostra che si svolse nel 2002 all'Officina H di Ivrea, 55 artisti del Novecento dalla raccolta Olivetti - dando il via a un percorso di progressiva conoscenza e piena fruizione di molteplici segmenti di questa consistente e straordinaria raccolta.

La mostra racconta il valore della cultura come strumento strategico dell'impresa e come fattore di crescita culturale della società, secondo diverse declinazioni e ambiti di influenza, dalla fabbrica al territorio. Attraverso quattro percorsi interni, vengono delineate la complessità e la ricchezza di molti decenni di impresa culturale Olivetti: La Biblioteca e il Centro Culturale Olivetti, le agende, le grandi mostre e i restauri, la Galleria Olivetti. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Goya, Boucher, Ricci, Batoni e i maestri del '700 nelle città del Cybei Goya, Boucher, Ricci, Batoni e i maestri del '700 nelle città del Cybei
11 giugno - 10 ottobre
Museo Carmi di Villa Fabbricotti - Carrara

Scultore, abate, praticante di pittura e primo Direttore dell'Accademia di Belle Arti di Carrara, Giovanni Antonio Cybei (Carrara 1706-1784) fece gran tesoro delle suggestioni pittoriche avute nei suoi viaggi, che questa mostra vuole ricreare. Il Cybei, fra i personaggi meno noti del Settecento artistico italiano, fu una delle personalità più interessanti, come dimostrano le sue opere destinate ai più importanti luoghi d'arte d'Europa: dalla Basilica di San Pietro alla Reggia di Venaria, dall'Ermitage di San Pietroburgo con il ritratto di Caterina II di Russia, al Victoria & Albert Museum di Londra con quello del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena.

In occasione delle celebrazioni dei 250 anni dell'Accademia - che aprì i suoi corsi nella primavera del 1770 - all'artista, e all'universo di relazioni e influenze che ebbe nel corso della sua non breve vita, è dedicata la mostra a cura di Marco Ciampolini. Più di cinquanta dipinti, riuniti per dare una rappresentazione completa dei generi artistici della pittura nel Settecento, dagli episodi storici a quelli religiosi, dall'allegoria alla mitologia, dal ritratto alla scena di genere, dalla veduta al capriccio.

Opere spesso sconosciute, dimenticate o difficilmente accessibili: 16 inedite, 7 mai studiate in sede scientifica, 10 esposte per la prima volta e 4 provenienti da enti pubblici o istituzioni museali poco note. L'esposizione, in contemporanea e in contiguità con la grande mostra dedicata alle sculture di Cybei, illustra il clima artistico di un'epoca in cui gli artisti si muovevano tra il Ducato di Modena, di cui faceva parte il Principato di Carrara, e il resto d'Italia, da Roma a Torino, da Pisa a Napoli, tutti luoghi frequentati dallo scultore.

In mostra una Sacra Famiglia di Pompeo Batoni, tra i più grandi ritrattisti del suo tempo, due importanti tele a tema religioso di Giovanni Battista Tempesti - Lot e le sue figlie e San Ranieri in preghiera -, un Soggetto Allegorico di Sebastiano Ricci, un capriccio con rovine romane del vedutista Giovanni Paolo Pannini accanto a Salvataggio di un ragazzo in balia delle onde, inedito dipinto che rappresenta un unicum nella sua vasta attività, l'imponente ciclo delle quattro stagioni di Francesco Corneliani, e ancora molti altri dipinti di artisti meno noti al grande pubblico ma di assoluto talento, come Giuseppe Cades, di cui è in mostra la Conversione di Sant'Ignazio, modelletto per una dimenticata pala siciliana, o il bolognese Gaetano Gandolfi, di cui viene esposto un San Francesco.

Accanto agli esponenti del panorama italiano anche alcuni pittori internazionali, che come gli altri frequentano le corti e i luoghi di Cybei e che dimostrano il variegato e spesso sottovalutato ambiente pittorico dell'Italia non continentale: due paesaggi arcadici del parigino François Boucher, pittore della corte di Luigi XIV, due stupendi dipinti mitologici di Pietro Pedroni, artista locale anticipatore del Neoclassicismo, e due preziosi autoritratti di Francisco Goya, che ci dimostrano l'evolvere dello stile dell'artista nello stesso soggetto.

Tutte opere che accompagnano il respiro culturale che caratterizzò la produzione di Cybei, destinata alle grandi corti europee. La conoscenza della pittura contemporanea aiuta Cybei a rendere più sensibile il suo rapporto con la materia scultorea, suggerendogli l'aerea leggerezza nei gruppi, la levigata trasparenza nelle epidermidi, i valori atmosferici nel trattamento delle superfici.

La mostra racconta Carrara e l'importanza dei suoi contatti nel Settecento, che se non fu grande dal punto di vista delle commissioni, mancando una vera e propria corte, lo fu invece per la scoperta da parte della città della sua vocazione artistica. Nel Settecento, infatti, Carrara passa dall'essere un mero centro di scavo e commercio del marmo a centro di produzione di scultura, ma soprattutto polo di formazione degli artisti, prima con le botteghe degli scultori, poi con le scuole private e infine con l'istituzione dell'Accademia di Belle Arti, che è stata, e ancora è, la migliore scuola per l'insegnamento della scultura. Ancora oggi questo territorio di eccellenza continua a essere valorizzato, con impegno e collaborazione dal Comune di Carrara e dall'Accademia, grazie a un accordo di programma in vigore dal 2018. La mostra sarà accompagnata da un catalogo a cura di Marco Ciampolini, edito da Silvana Editoriale, con saggi e contribuiti dei più importanti studiosi del Settecento italiano ed europeo. (Estratto da comunicato Lara Facco P&C)




Busto di Michelangelo Buonarroti il Giovane di altezza cm 87 realizzato in marmo da Giuliano Finelli nel 1630 alla Casa Buonarroti di Firenze Dipinto a olio su tela di cm 37x34.5 realizzato da Tiberio Titi ante 1615 denominato L'installazione del busto di Michelangelo Buonarroti sulla tomba nella basilica di Santa Croce, alla Casa Buonarroti di Firenze Michelangelo Buonarroti il Giovane (Firenze 1568-1647)
Il culto della memoria


15 giugno -30 agosto 2021
Fondazione Casa Buonarroti - Firenze
www.casabuonarroti.it

Michelangelo il Giovane (Firenze) - figlio di Leonardo di Buonarroto, nipote di Michelangelo - fu, degli immediati successori, l'unico a raccoglierne la prestigiosa eredità artistica e culturale. E lo fece in quanto personaggio di primo piano nella Firenze della prima metà del Seicento, ben introdotto a corte perché favorito della Granduchessa madre Cristina di Lorena e amico personale del granduca Cosimo II de' Medici. A lui si deve, com'è noto, la costruzione del palazzo di Via Ghibellina, attuale sede della Fondazione e la realizzazione delle sale dell'appartamento monumentale che nella Galleria hanno il luogo deputato alla celebrazione dell'illustre antenato attraverso un ciclo pittorico e scultoreo che vide, fra il 1613 e il 1635, il concorso dei maggiori artisti allora attivi in Firenze e nel Granducato nella prima metà del Seicento.

Gli altri ambienti, del pari sontuosamente decorati, sono dedicati ai personaggi più importanti della famiglia, di nobili origini, alla chiesa fiorentina nell'ambiente adibito a Cappella e ai Fiorentini illustri distintisi nei vari rami del sapere, raffigurati sulle pareti dello Studio. Del pronipote del sommo artista possediamo una documentazione eccezionale, rilegata in ben 56 volumi dell'archivio Buonarroti, che ci consente di ripercorrerne quasi quotidianamente, la vicenda biografica, i contatti con i sovrani, i nobili, gli artisti e gli uomini di cultura. Sebbene la sua figura e la sua opera siano state oggetto di studi specialistici, si avverte a tutt'oggi la mancanza di una trattazione d'insieme che dia conto della varietà e molteplicità dei suoi interessi culturali e del suo ruolo di protagonista nella prima età barocca a Firenze.

L'esposizione - a cura di Alessandro Cecchi, Elena Lombardi e Riccardo Spinelli - in stretta relazione con i quartieri monumentali del primo piano, si aprirà con una sezione d'introduzione, nella prima sala, sull'uomo, il letterato e il poeta, curatore, tra l'altro, nel 1623, della prima edizione delle Rime michelangiolesche, e l'autore teatrale e di spettacoli musicali, coinvolto nelle feste nuziali di Maria de' Medici del 1600 e in quelle del 1608 per le nozze di Cosimo II e Maria Maddalena d'Austria. Il contributo maggiore dovrebbe comunque essere una rassegna dei disegni preparatori, esposti dalla seconda alla quarta sala per le pitture dell'Appartamento seicentesco, eseguiti dagli artisti incaricati da Michelangelo il Giovane, una selezione a cura di Riccardo Spinelli, studioso specialista della grafica fiorentina del Seicento. (Comunicato ufficio stampa Fondazione Casa Buonarroti)

_ Immagini (da sinistra a destra)
1. Giuliano Finelli, Busto di Michelangelo Buonarroti il Giovane, Firenze, Casa Buonarroti
2. Tiberio Titi, L'installazione del busto di Michelangelo Buonarroti sulla tomba nella basilica di Santa Croce, olio su tela di cm 37x34.5, ante 1615




Opera dalla collezione collezione Catalogo Cartelli Donne, eroine e dame all'Opera dei Pupi.
I cento anni della Marionettistica dei Fratelli Napoli di Catania


12 giugno - 17 ottobre 2021
Museo Civico - Noto (Siracusa)
www.sikarte.it | Locandina della mostra

Mostra didattico-documentaria, che racconta la storia della Famiglia Napoli e l'importanza del patrimonio storico-antropologico rappresentato dai loro preziosi e antichi materiali teatrali. Si tratta del terzo evento espositivo organizzato a Noto da Sikarte e del primo in partnership con Turnè Sicily - ente privato che ha in gestione il Museo Civico di Noto - con cui Sikarte - associazione culturale siciliana che si propone come punto d'unione tra location d'eccezione e artisti storicizzati e contemporanei su scala nazionale - ha ideato e realizzato questa mostra che intende valorizzare l'Opera dei Pupi e il patrimonio storico-artistico di Noto, entrambi riconosciuti Patrimonio dell'Unesco.

Mostra, a cura di Alessandro Napoli, con il patrocinio del Comune di Noto e del Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino di Palermo. La Marionettistica dei Fratelli Napoli ha favorito la realizzazione del progetto prestando le opere e curandone la direzione scientifica e artistica; dalle collezioni Muscà (museum of sicilian cart), invece, proviene una selezione di cartelli dipinti da Rosario Napoli nel primo trentennio del Novecento come manifesti per pubblicizzare gli spettacoli.

«Con la mostra Donne, eroine e dame all'Opera dei Pupi - afferma la presidente dell'associazione culturale siciliana, Graziana Papale - Sikarte inizia una nuova collaborazione con Turnè Sicily e con il Museo Civico di Noto, con l'intento di raccontare la tradizione dell'Opera dei Pupi e di celebrare il centenario della Marionettistica dei Fratelli Napoli di Catania. L'iniziativa s'inserisce nel Settore VIII - Programmazione Turistica e Cultura, dell'Assessorato al Turismo e allo Spettacolo e dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Noto, nell'ambito della "tematica artistica" scelta per l'anno 2021: "L'arte è donna".

Il 2021, l'anno della ripartenza, è anche l'anno in cui il Museo Civico di Noto per la prima volta apre le sue sale a una mostra didattico - documentaria che presenta e promuove il grande patrimonio storico - antropologico rappresentato da pupi, cartelli, fondali e scenografie teatrali, che come vere e proprie installazioni artistiche, attualizzano e raccontano la forte identità storica e artistica dell'Opera dei Pupi. Un focus all'interno della mostra è dedicato alle donne protagoniste delle antiche storie cavalleresche, ma anche alle donne che partecipano attivamente alla produzione e alla messa in scena degli spettacoli, e quindi costumiste e parlatrici, tra cui spicca Italia Chiesa Napoli, straordinaria interprete che ha dato voce ai personaggi femminili delle storie di repertorio».

«Ritroviamo con piacere l'associazione Sikarte a Noto, - dichiara il Sindaco di Noto, Corrado Bonfanti - in uno degli spazi espositivi su cui la mia Amministrazione crede fortemente. Dal successo della mostra su Guttuso, adesso una nuova esposizione che mette insieme la figura della donna e una delle più grandi tradizioni della nostra terra, l'Opera dei Pupi. Lo fa con eleganza e ricerca, trasmettendo la forza e l'intelligenza femminile, valori tramandati nelle narrazioni cavalleresche di un tempo. Sono molto felice che sia Noto la protagonista del centenario di una famiglia prestigiosa, i fratelli Napoli di Catania, e di valorizzare con questa mostra rappresentativa dell'Opera dei Pupi uno dei nostri beni iscritto nella lista del Patrimonio Immateriale dell'Unesco».

«Quest'anno ricorrono i cento anni della nascita della Marionettistica dei Fratelli Napoli di Catania - spiega Fiorenzo Napoli, il Direttore Artistico della compagnia - fondata nel 1921 da don Gaetano Napoli. È ormai universalmente noto che la tradizione dell'Opera dei Pupi, di cui i Fratelli Napoli sono illustri e riconosciuti alfieri, sia una delle marche d'identità più rappresentative della cultura isolana. La Marionettistica dei Fratelli Napoli di Catania è rimasta attiva senza soluzione di continuità dal 1921 a oggi, superando la grande crisi che investì l'Opera dei Pupi negli anni Cinquanta - Settanta del secolo scorso. La compagnia infatti ha saputo adattare l'Opira catanese alle esigenze del pubblico contemporaneo, pur mantenendosi fedele ai codici e alle regole di messinscena della tradizione.»

«Il mondo teatrale dell'Opira catanese - aggiunge Alessandro Napoli, curatore scientifico della mostra - così ricco di suggestioni, ha dato origine a forme proprie di artigianato artistico: i pupi, le scene e i cartelli. Questi manufatti, da considerare tra i prodotti più significativi dell'arte popolare siciliana, sono gli elementi costitutivi del cosiddetto misteri, "mestiere", cioè l'insieme di tutte le attrezzature teatrali che consentivano ai pupari di mettere in scena le loro serate. La famiglia Napoli custodisce oggi l'unico antico mestiere di stile catanese rimasto integro e completo, col quale la Marionettistica ha lavorato dal 1921 a oggi, facendo conoscere i pupi in Italia e nel mondo. Si tratta di un bene culturale prezioso e di grande interesse storico - antropologico, acquisito, conservato e arricchito dai Fratelli Napoli nei loro cento anni di attività».

Entrando al Museo Civico di Noto, il visitatore si ritrova ad ammirare, insieme alle collezioni permanenti del museo (Sala Frammenti Medievali e Galleria E.E. Pirrone), le sei sezioni in cui si articola la mostra, dedicate rispettivamente: alla creazione del pupo all'interno "della bottega del puparo"; ai cartelli, veri e propri manifesti pubblicitari, dipinti a tempera su carta da imballaggio, distribuiti per la città al fine di comunicare e promuovere lo spettacolo; alle tematiche e al repertorio dell'Opera dei Pupi; alla figura della donna intesa come personaggio e come professionista nella produzione dello spettacolo in qualità di parlatrice e costumista; e l'ultima sezione è quella della messa in scena, dei fondali, delle quinte, dei costumi.

Oltre a celebrare il centenario della compagnia, la mostra riserva un'attenzione particolare al ruolo delle donne nella tradizione catanese dell'Opera dei Pupi. Donne come personaggi delle storie rappresentate nel repertorio dei Fratelli Napoli, e quindi figure esemplari di regine, principesse ed eroine. Ma anche donne che prendono parte attiva nella produzione e messinscena degli spettacoli, e quindi parlatrici e costumiste. Particolare attenzione sarà, infatti, dedicata a Italia Chiesa Napoli, venuta a mancare nel 2018, grande interprete dei personaggi femminili delle storie dei pupi e instancabile compagna di vita e d'arte di Natale Napoli, scenografo e cartellonista, col quale si assunse la responsabilità del mantenimento della tradizione dell'Opira a Catania.

Parte dell'allestimento, dagli elementi espositivi ai pannelli didascalici, è ecosostenibile. L'organizzazione, molto attenta alla questione ambientale, ha affidato, anche per questa mostra, la realizzazione dei suoi progetti allestitivi a un partner tecnico del settore, Archicart, che ha modulato il cartone non solo per i supporti tecnici e didascalici ma anche per la realizzazione della riproduzione di palcoscenico del teatro dei pupi presente in mostra, elemento scenografico fortemente voluto e progettato da Sikarte.

Sikarte anche per questo progetto rinnova la sua collaborazione con la casa editrice Villaggio Maori, che stamperà il catalogo della mostra in cui saranno presenti tutte le immagini delle opere in mostra con i relativi apparati e testi critici di Alessandro Napoli e Giuliana Fiori. Si ringraziano, infine, l'Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Siciliana, l'ARS (Assemblea Regionale Siciliana), Oranfrizer, la Dr.ssa Tarico Chirurgia Plastica, Sergio Tumino S.P.A., Archicart e Home Art Decò, ossia, gli sponsors che hanno supportato tutte le fasi della mostra contribuendo alla sua realizzazione.

L'Associazione culturale SIKARTE, ente senza scopo di lucro, persegue esclusivamente finalità culturali attraverso la promozione e la realizzazione di eventi nell'area delle arti visive, musicali, letterarie e teatrali. Diffonde l'arte nel mondo giovanile e non, con l'espletamento di attività didattiche da realizzare contestualmente a mostre ed eventi culturali quali laboratori, visite guidate e simili; amplia la conoscenza della cultura artistica in genere, attraverso internet e contatti fra persone, enti ed associazioni, incentivando le attività di artisti emergenti e professionisti. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Opere dalla Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Collicola e dalla Fondazione Marignoli di Montecorona Work in Progress
Opere dalla Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Collicola e dalla Fondazione Marignoli di Montecorona


26 giugno - 26 settembre 2021
Palazzo Collicola - Spoleto
www.palazzocollicola.it

Due collezioni d'arte di Spoleto, quella della Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Collicola e quella della Fondazione Marignoli di Montecorona, hanno voluto mettere a confronto, creando una linea storica senza soluzione di continuità, dal XVI secolo all'epoca contemporanea, una serie particolare di opere: bozzetti, modelli, schizzi preparatori, studi. Seppure esposte su due differenti piani del Museo di Palazzo Collicola (Salone d'Onore del Piano Nobile e Galleria d'Arte Moderna), le due collezioni offrono la possibilità di indagare in modo organico e di riflettere sul senso del work in progress e quindi sull'idea stessa di opera d'arte, di non finito, sul rapporto tra dimensioni immaginate e reali di un'opera, dipinto o scultore che sia. In sintesi, un'occasione che permette di chiarire, attraverso un tema comune a più epoche, la natura fluida, dinamica e sempre in divenire (di qui il titolo Work in progress) del processo artistico e della creazione di un'opera d'arte.

L'occasione espositiva, a cura di Michele Drascek, Duccio K. Marignoli, Marco Tonelli, ha permesso inoltre di articolare il concetto di work in progress in un catalogo arricchito di approfondite schede delle opere in mostra e di alcuni autorevoli contributi critici che, oltre a quelli dei curatori incentrati sulle rispettive collezioni, fanno il punto metodologico e storico artistico su una situazione più generale, come nel caso di Sir Timothy Clifford, membro del Comitato scientifico della Fondazione Marignoli di Montecorona e dello storico dell'arte Thierry Dufrêne, membro del Comitato scientifico di Palazzo Collicola.

Sono esposte in tutto 70 opere tra disegni, dipinti, sculture, maquette in legno, modelletti, alcune delle quali recuperate eccezionalmente dai depositi di Palazzo Collicola o esposte per la prima volta in pubblico dalla collezione conservata a Palazzo Marignoli. Un modo per valorizzare collezioni della città che presentano opere e artisti conosciuti in tutto il mondo, come Federico Barocci, Anton Raphael Mengs, Jean-Léon Gérôme, Bernard Boutet de Monvel o Alexander Calder, Henry Moore, Domenico Gnoli, Sol LeWitt. (Comunicato stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Intervento site-specific di Genuardi-Ruta nel 2021 per Masseria Canali, in acrilico, legno, velluto, ecopelle, Foto Claudio Palma, Courtesy Nicoletta Rusconi Art Projects Genuardi/Ruta
Sotto Verde Manto


inaugurazione 26-27 giugno 2021
Masseria Canali - Via extraurbana Canali Memmi - Casarano (Lecce)
www.nicolettarusconi.com


Personale del duo artistico Genuardi/Ruta, Antonella Genuardi (Sciacca,1986) e Leonardo Ruta (Ragusa,1990). Figlio di Cascina I.D.E.A., il progetto di residenze avviato ad Agrate Conturbia (NO) attivo dal 2017, con I.D.E.A. Salento, Nicoletta Rusconi Art Projects offre agli artisti la possibilità di vivere due realtà molto peculiari sia dal punto di vista paesaggistico che della tradizione artigiana: il lago Maggiore e il Monte Rosa da un lato e i due mari della Puglia dall'altro. Per questa seconda edizione di I. D.E.A. Salento, Nicoletta Rusconi ha scelto di collaborare con Davide Meretti, che ospita l'iniziativa a Masseria Canali (Casarano), nel cuore del Salento.

Sotto Verde Manto è il risultato della permanenza del duo Genuardi/Ruta in Masseria e del loro viaggio alla scoperta del Salento, per comprendere, nel profondo, modi e riti delle civiltà marinare e contadine, e vivendo i suggestivi intrecci di leggende, storie, colori e architetture dello straordinario territorio salentino. Genuardi/Ruta innescano un dialogo indoor a partire dalle loro forme e dal paesaggio che li circonda: costruzioni antiche e grotte rupestri, città e monumenti, torri saracene, verdi distese e pietre ambrate. L'intervento è stato realizzato ad hoc negli spazi della Masseria utilizzando strutture elicoidali, corpi abbigliati con tessuti di superficie opaca e riflettente, dialogando con l'ambiente interno e in armonia con le esigenze funzionali ed estetiche di un'abitazione privata.

Il duo indaga i fattori costitutivi dello spazio, ridefinendo l'architettura attraverso la pittura, traducendo l'incontro della luce con i volumi del costruito, mantenendo sempre al limite l'equilibrio tra una geometria della realtà e una visionaria. Le geometrie che Genuardi/Ruta mettono in campo sono sempre frutto di una ricerca sulla luce, sui volumi che intercetta e sui tagli che definisce. La loro riflessione sullo spazio, il cui rapporto con la luce compone il fulcro del loro lavoro, non deriva da una matrice tecnico-analitica ma esprime un bagaglio di memorie remote. La mostra è accompagnata da un testo critico a cura di Elsa Barbieri.

Masseria Canali una vecchia casa colonica recentemente ristrutturata, risale alla fine del 1800 e si trova nella campagna tra i comuni di Casarano e Collepasso, nel cuore del Salento, in un'area di svariate decine di ettari di ulivi secolari. La masseria era utilizzata per ricoverare il bestiame e custodire attrezzi agricoli, oltre ad ospitare alcuni coloni. Fulcro della vita della contrada, la masseria garantiva pane e acqua a tutti i contadini impiegati nei campi grazie al pozzo e al forno a legna. La sua struttura originale, realizzata in fasi successive, è stata modificata e ampliata nel corso degli anni, creando una sovrapposizione di epoche e stili facilmente visibile dall'esterno. Mentre l'esterno della casa è chiaramente in stile salentino, l'idea alla base degli interni era quella di creare un ambiente dal sapore internazionale. La maggior parte dei pezzi sono vintage, raccolti dal proprietario durante viaggi, da mercatini dell'antiquariato, fiere e da vari commercianti italiani ed esteri. (Comunicato stampa)




Dipinto di Mario Puccini denominato Paesaggio con barche Dipinto di Mario Puccini denominato Case coloniche presso Orbetello Autoritratto di Mario Puccini Mario Puccini. "Van Gogh involontario"
02 luglio - 19 settembre 2021
Museo della Città di Livorno
museodellacitta.comune.livorno.it

La nuova mostra del Museo nasce dalla riscoperta di una importante collezione di dipinti di Mario Puccini (Livorno 1869 - Firenze 1920), grande pittore nel solco dei Macchiaioli definito da Emilio Cecchi nel 1913 un "Van Gogh involontario", di cui si vuole celebrare il valore storico artistico, ponendo al contempo una riflessione su opere mai presentate prima o raramente esposte in passato. Curata da Nadia Marchioni affiancata da un Comitato scientifico formato da Vincenzo Farinella, Gianni Schiavon e Carlo Sisi, l'esposizione celebra il centenario della morte del pittore del 2020 e amplia le ricerche avviate in occasione dell'esposizione del 2015 al Palazzo Mediceo di Seravezza.

La collezione "riscoperta" permette infatti di seguire lo sviluppo della carriera artistica di Puccini dal suo esordio, a partire dai rari ritratti della fine degli anni Ottanta dell'Ottocento, in cui si evidenzia il legame con l'ambiente artistico fiorentino di fine secolo e con i maestri Fattori e Lega, alla maturità dell'istintivo colorista, così come si manifestò dopo i cinque anni trascorsi negli ospedali di Livorno e Siena, dove, ricoverato per "demenza primitiva", fu dimesso dagli psichiatri nel 1898 e affidato, "non guarito", alla custodia del padre, permettendogli di riacquistare la libertà. La malattia mentale, oltre all'appassionato utilizzo del colore, ha contribuito a suggerire già ai contemporanei l'ipotesi storico-critica di un legame fra la pittura di Puccini e quella di Van Gogh, la cui opera il livornese aveva effettivamente ammirato, assieme a quella di Cézanne, nella celebre collezione fiorentina di Gustavo Sforni, con il quale entrò in contatto grazie all'amico Oscar Ghiglia.

"Il suo aggiornamento in senso europeo - afferma la curatrice Nadia Marchioni- era probabilmente già avviato nel 1910, grazie al confronto diretto con i dipinti di Van Gogh, Cézanne, Gauguin osservati, fra gli altri, alla celebre Prima Mostra fiorentina dell'Impressionismo e stimolato dagli esempi di Alfredo Müller e Plinio Nomellini, come lui cresciuti nell'orbita di Fattori. Da questo momento la carriera artistica di Puccini fiorì grazie allo stesso Sforni, a Mario Galli ed altri raffinati collezionisti che commissionarono e acquistarono le sue opere. L'esposizione dell'opera di Puccini, assecondando la cronologia, segue anche un criterio tematico, con i dipinti più rappresentativi fra tutti i generi prediletti dall'artista: ritratti, nature morte, vedute del porto di Livorno e, soprattutto, paesaggi, nei quali il lirismo cromatico raggiunge vertici di altissima sensibilità".

Con oltre centoquaranta opere divise in otto sezioni, "la mostra è l'occasione - prosegue la curatrice - per far dialogare i capolavori della citata collezione con una serie di altri selezionatissimi dipinti provenienti da diverse raccolte e da prestigiose istituzioni museali, per illustrare il percorso dell'artista nella sua completezza e attraverso i lavori di più alta qualità formale, permettendo al pubblico e agli studiosi di confrontarsi con opere rare o mai viste precedentemente e aggiungendo preziosi tasselli alla conoscenza dell'enigmatica figura di un artista "senza storia" e del vivacissimo panorama artistico toscano fra la fine dell'Ottocento e i primi venti anni del Novecento".

La prima sezione è dedicata agli esordi di Puccini in un contesto tardo ottocentesco dove in Toscana, e non solo, giganteggiavano le figure di Fattori e Lega; il giovane artista, a Firenze per studiare all'Accademia accanto all'illustre maestro, esordisce come ritrattista, in un percorso che lo vede vicino al più esuberante amico Nomellini, suo concittadino. I dipinti presenti in questa sezione illuminano gli albori dell'arte di Puccini e il contesto in cui nasce la sua attività pittorica precocemente unica, in una serie di serrati confronti per far comprendere la genesi e la peculiarità dell'opera dell'artista, offrendo alcune fra le più rare testimonianze di questo suo poco documentato periodo.

La seconda sezione documenta l'interruzione forzata della ricerca artistica del giovane pittore dovuta alla crisi psichica che portò al suo ricovero, ventiquattrenne, all'ospedale di Livorno ed in seguito al Manicomio di San Niccolò di Siena, dove fu recluso dal 1894 al 1898; le foto d'epoca, i documenti e i disegni tutt'oggi conservati nell'Archivio storico della Asl 7 di Siena testimoniano la sua drammatica vicenda esistenziale, fornendo preziose indicazioni, grazie allo studio delle cartelle cliniche e ad una rara lettera dell'artista al direttore dell'Istituto senese, sugli anni della sua "reclusione". Questa sezione documentaria è arricchita dal prezioso e inedito confronto di tre autoritratti dell'artista eseguiti fra il 1912 e il 1914, proiezioni di un'anima sensibilissima, desiderosa di affermare un'immagine pubblica serena e rispettabile, che cela al suo interno una prorompente e anticonvenzionale urgenza espressiva.

La terza sezione è dedicata all'ideale legame profondissimo che unì per tutta la vita Puccini al maestro Fattori e al superamento del suo insegnamento, favorito dall'aggiornamento in senso europeo della pittura in Toscana fra Ottocento e Novecento, quando artisti come Nomellini e Müller urtarono la sensibilità dell'anziano artista cercando Oltralpe nuove suggestioni fra impressionismo, divisionismo e simbolismo.

"Puccini - prosegue la curatrice - rimanendo in qualche modo fedele all'insegnamento di Fattori e al saldo impianto grafico e compositivo dei suoi lavori, fu capace di rinnovarne il messaggio e la forza espressiva esasperandone la sintesi formale e caricando la visione con la potenza del colore, talvolta completamente astratto dalla realtà, come nel caso dei buoi azzurri, evidentemente debitori delle acutezze disegnative del maestro".

Accompagnano la sezione una serie di confronti fra opere di Puccini e di artisti come lui cresciuti sotto il modello fattoriano e particolarmente vicini all'artista per vicende personali ed artistiche, fra cui Bartolena, Benvenuti, Ghiglia, Ulvi Liegi, Micheli. Dopo il silenzio che regna nell'arte di Puccini nella seconda metà degli anni Novanta, la quarta sezione mostra il suo ritorno alla pittura, in una veste completamente mutata; l'attenzione dell'artista non è più concentrata sullo studio della figura umana, ma si allarga al paesaggio che lo circonda: attraverso alcuni magistrali dipinti lo seguiamo nelle peregrinazioni nella sua Livorno, alla ricerca di scorci solitari e silenziose marine, messi in relazione, nel Museo della Città, con le fotografie d'epoca, sottolineando l'interpretazione al contempo realistica e visionaria dell'artista.

Proprio nei primi anni del Novecento il linguaggio formale del pittore appare infatti radicalmente mutato rispetto al passato e informato dagli aggiornamenti che amici, coetanei e allievi ossequiosi o "ribelli" rispetto all'insegnamento di Fattori, come Micheli, Nomellini, Müller, introducevano nella loro pittura, seguendo l'ispirazione di un vago "Impressionismo", che già includeva le istanze divisioniste e sintetiste maturate Oltralpe alla fine dell'Ottocento. L'eccezionalità delle prime testimonianze pittoriche novecentesche di Puccini risiede in una matura e personale interpretazione del clima post-impressionista francese, condensata nella cifra personalissima di uno smagliante cromatismo, che accende la realtà di una luce speciale, inconcepibile senza l'ispirazione costante di Livorno e una netta influenza dell'opera di Van Gogh.

La quinta sezione prosegue l'indagine sul dinamico panorama culturale cittadino, presentando due importanti e vasti dipinti eseguiti da Puccini raffiguranti Il Lazzaretto di Livorno, uno dei quali eseguito, assieme ad un grande disegno a carboncino, per la decorazione di una sala del Caffé Bardi, una sorta di Caffè Michelangelo dei postmacchiaioli, ritrovo di intellettuali ed artisti dal 1909. A Puccini ed altri pittori cittadini furono commissionate le decorazioni del Caffè di piazza Cavour, di cui si espongono quelle maggiori e ad oggi note di Renato Natali, Corrado Michelozzi e Gino Romiti, con un delizioso bozzetto per una perduta decorazione di Gastone Razzaguta ed un disegno di Benvenuto Benvenuti che ricorda l'aspetto della sala del locale; un disegno di Puccini eseguito sul cartone intestato del Caffè, in suggestivo confronto con il celebre Ritratto di Aristide Sommati, realizzato da Modigliani su carta intestata del locale durante il suo soggiorno livornese del 1909, completano la sala in cui due grandi artisti livornesi del primo Novecento sono così riuniti.

Una sala della mostra viene poi dedicata all'attività grafica dell'artista, mostrando l'intensità espressiva che il pittore riusciva a raggiungere anche nell'essenzialità acuta e vigorosa del tratto di matita e carboncino; disegni su grandi formati, che ritraggono scorci cittadini, porti, paesaggi, animali, contadini, modelle confermano Puccini fra i grandi disegnatori del Novecento, nel segno del maestro Fattori.

La sesta sezione mostra l'artista a confronto con diversi paesaggi: le rare opere eseguite a Digne, nelle Alpi Marittime, dove Puccini si reca nel 1910 e nel 1912, caratterizzate da cromatismi di inedita freschezza, quelle eseguite in Versilia e a Seravezza, dove lo studio del trasporto dei marmi riconduce agli esempi dei candidi buoi fattoriani, che acquistano nel più giovane artista una smagliante colorazione azzurra, e i dipinti della campagna fra Livorno e Pisa, i dintorni di Castiglioncello, la Maremma.

La settima sezione analizza l'umanità prediletta di Puccini: il mondo quotidiano del popolo e dei lavoratori; bambini seduti in ozio davanti alla porta di umili abitazioni, contadini intenti al lavoro nei campi. Con questi lavori si entra nell'universo umano che l'artista maggiormente amava, quello del silenzio e della semplicità del lavoro operoso e dell'infanzia, in una celebrazione, sempre sulle orme del maestro Fattori, della dimensione antieroica dell'esistenza.

L'ottava sezione presenta una scelta di ritratti e nature morte, queste ultime eseguite in gran numero da Puccini, che dal 1911, grazie anche ad una società per la commercializzazione delle sue opere costituita dagli amici Benvenuti e Pierotti della Sanguigna, comincia ad ottenere un certo successo nelle vendite. L'artista, bisognoso costantemente del confronto col vero, si dedica verosimilmente a questi generi pittorici nei giorni di cattivo tempo, lontano dalla luce naturale, ma la potenza emotiva della sua pittura appare quasi esaltata dal tema intimo e denso di significati della natura morta, affrontata con una intensità cromatica inarrivabile, così come avviene in uno dei suoi più straordinari ritratti, quello dell'ingegnere e collezionista Emanuele Rosselli.

Una speciale sezione della mostra evoca, come antefatto all'opera matura di Puccini, Il giardiniere di Van Gogh oggi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, prima opera dell'artista olandese esposta in Italia, a Firenze, alla Prima Mostra italiana dell'Impressionismo nel 1910, dopo essere stata acquistata a Parigi da Gustavo Sforni, nella cui collezione fiorentina Puccini poté ammirarla durante una documentata visita. "Quest'immagine - conclude la curatrice - rappresenta il più significativo commento alle parole dei molti critici che hanno evocato il nome dell'artista olandese a proposito dell'opera di Puccini, definito un "van Gogh involontario" da Emilio Cecchi, mentre Mario Tinti espresse la nota equazione: "Puccini sta a Fattori, come Van Gogh sta a Cézanne...", parallelo da cui metteva in guardia Llewelyn Lloyd nel suo volume Tempi andati, rivendicando l'orgoglio cittadino di un "van Gogh livornese". (Comunicato ufficio stampa Lucia Crespi)

_ Immagini (da sinistra a destra)
1. Mario Puccini, Paesaggio con barche
2. Mario Puccini, Case coloniche presso Orbetello
3. Mario Puccini, Autoritratto




Vite di corsa
La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli


01 luglio - 26 settembre 2021
Castello di Caldes - Val di Sole (Trento)

Esposizione dei maestri della celebre agenzia fotografica Magnum (circa 80 immagini, molte delle quali mai prima esposte al pubblico). Marco Minuz, curatore della mostra, ha scelto fotografie d'autore che esplorano la dimensione umana di questa pratica sportiva che fa del ciclismo uno degli sport più popolari e amati. Raccontando le epopee dei campioni e delle grandi manifestazioni internazionali, Tour de France in primis, ma anche la quotidiana, straordinaria umanità di campioni e del grande pubblico che ai bordi delle strade e al traguardo li sostiene, immedesimandosi con loro e con il loro impegno.

Sudore, fango, tenacia, imprese di uomini che macinano chilometri misurandosi innanzitutto con sé stessi, la propria forza e i propri limiti. Colpiscono le immagini di uomini stremati, che letteralmente crollano sull'asfalto o sul pavé appena superato il traguardo, la partecipazione emotiva dei loro sostenitori, l'indifferente serenità di una mandria che continua a brucare mentre gli umani sembrano impazzire per l'impresa del loro campione. La spettacolare sequenza di immagini in mostra è aperta da una serie, poco nota, di fotografie realizzate da Robert Capa nel 1939 quando venne incaricato dalla rivista "Match" di seguire il Tour de France di quell'anno.

Fotografie dove l'attenzione si sposta prevalentemente nella partecipazione del pubblico alla corsa, cogliendo sguardi ed equilibri compositivi.Un'altra serie raccoglierà foto realizzate da Guy Le Querrec nel Tour de France del 1954; all'epoca il fotografo aveva solo 13 anni e si trovava in Bretagna per passare le vacanze estive e dove, in quell'edizione, passava la celebre corsa ciclistica. Circa 30 anni dopo, nel 1985, il fotografo venne invitato a seguire la squadra ciclistica della Renault-Elf durante gli allenamenti invernali; in questa stagione scattò fotografie del campione Laurent Fignon e seguì il campionato di ciclocross.

Il percorso proseguirà con fotografie Christopher Anderson dedicate al ciclista Lance Amstrong nel 2004 che suggeriscono il triste epilogo della carriera di questo sportivo per doping. Una sezione sarà dedicata agli spettatori con i loro riti con foto di Mark Power, Robert Capa, Harry Gruyaert e Richard Kalvar. Poi le immagini realizzate dal fotografo francese Harry Gruyaert nel Tour del 1982 e una sezione dedicata ai velodrom, con immagini di René Burri, Stuart Franklin e Raymond Depardon. Il fotografo italiano Alex Majoli sarà presente con delle fotografie dedicate al celebre produttore di bici milanese Alberto Masi con sede del suo laboratorio sotto le curve del Velodromo Vigorelli.

Infine una selezione di immagini di Peter Marlow dedicate a frammenti di quotidianità dei corridori impegnati nel giro della Bretagna nel 2003. Il progetto vuole indagare, attraverso lo sguardo di celebri fotografi di Magnum, la dimensione umana di uno degli sport più seguiti dal grande pubblico. Scegliere la sensibilità degli autori di questa agenzia permette di andare oltre alle gesta sportive, e porre l'attenzione sulle alchimie del ciclismo, l'unico sport, come ripeteva Gianni Mura, dove "chi fugge non è un vigliacco". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

___ Recensioni a libri di ciclismo

Tour de France 1903 - La nascita della Grande Boucle
Bottecchia - Il forzato della strada
Quando spararono al Giro d'Italia
Jan Ullrich. O tutto o niente




Mauro Panichella
Rainbow Constellations


01 luglio - 25 settembre 2021
UnimediaModern - Genova

Dice l'artista: "Stiamo vivendo un momento storico dominato dall'incertezza, durante il quale il sentimento più condiviso è stato indubbiamente quello di impotenza di fronte ad un antagonista invisibile. Spesso si è associata l'attuale situazione mondiale ad una lotta contro un nemico impalpabile, un'entità mostruosa, che dall'alto della sua invulnerabilità osserva gli eroi dei nostri tempi: i medici, gli infermieri i lavoratori e, in senso più generale, ognuno di noi. L'umanità intera, in oriente come in occidente, su ogni piano sociale, sta facendo i conti con il sentimento della speranza, della ricerca della salvezza. Tale sentimento incarna l'atavico stimolo alla continua ricerca di una spiegazione a ciò che accade in natura; la scienza e la fede, la medicina e la magia in questo senso coincidono e non è un caso che, in molti miti del passato e del presente, il Mostro e il Santo costituiscano spesso un unico ente supremo. In ogni storia, mito o artefatto in cui è presente l'intervento umano, è celato il suo tormento."

Le opere presentate sono la raffigurazione di tre costellazioni ben visibili nel cielo notturno: Asclepio, Orione e Ercole. Ognuna è legata ad un personaggio mitologico maschile ed è rappresentata nell'azione di soccorso. Asclepio impugna un serpente, che gli suggeriva quali medicine utilizzare per guarire i malati; Orione e Ercole (spesso associati) impugnano un bastone e la pelle di un leone nell'atto di sconfiggere il Minotauro e l'Idra di Lerna. In mostra ci saranno altre due opere, entrambe assolutamente emblematiche, un grande arcobaleno e una fotografia…

Ancora Panichella: "Questa fotografia svela simbolicamente il vero senso della serie di lavori sulle cosmogonie. Il titolo "Standstill" richiama il trovarsi in un punto morto, l'incertezza di essere all'inizio o alla fine di un percorso. L'azione di illuminare il proprio cammino con una torcia è un riferimento simbolico alla ricerca nel vuoto, ma ciò che viene illuminato è la soglia di una selva dantesca. Il cielo stellato sullo sfondo fa da quinta. Nel complesso, si tratta di un'immagine misteriosa, che spinge l'osservatore ad identificarsi nella figura dell'artista visto di schiena, con un velato riferimento visivo al "viandante sul mare di nebbia" di Caspar David Friedrich." (Comunicato stampa)




Locandina della mostra DantePOP #DantePOP
20 giugno (inaugurazione) - 12 settembre 2021
Il Vittoriale degli Italiani / MAS - Gardone Riviera (Brescia)

Prima tappa del progetto itinerante"#DantePOP" dell'artista Sandra Rigali, teso a ripercorrere un ponte pop-letterario tra Lombardia e Toscana nel nome del Sommo Poeta. Curata da Alice Traforti, la mostra sarà inaugurata in occasione dell'evento per il centenario del Vittoriale. Il 2021 è un anniversario straordinario - scrive Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani - perché si celebrano non solo i settecento anni dalla morte di Dante ma anche i primi cento anni di vita del Vittoriale. Un filo rosso unisce questi due grandi Italiani, Dante e d'Annunzio, entrambi artefici della parola e cultori della Bellezza salvifica: la comune appartenenza è talmente sentita dal poeta delle Laudi da fargli affermare con vanità "La poesia italiana comincia con 200 versi di Dante e - dopo un lungo intervallo - continua in me". La seconda tappa del progetto è prevista in autunno presso le Stanze della Memoria di Barga (LU), in collaborazione con la Fondazione Giovanni Pascoli.

Alla base della mostra - spiega la curatrice Alice Traforti - c'è la volontà di avvicinare il pubblico alla figura del Poeta, inteso soprattutto come "uomo del cambiamento". Settecento anni dopo la sua scomparsa, molte tematiche all'avanguardia per la sua epoca risultano essere ancora drammaticamente delicate nella nostra, palesando la necessità di una nuova rivoluzione culturale in continuità con il suo lascito. Sandra Rigali ci racconta il Poeta e la sua visione del mondo attraverso un parallelismo tra le fonti letterarie e i fatti di oggi (ritagli di giornali), evidenziando il forte legame tra l'opera dantesca e la società presente, per riappropriarsi fieramente della bellezza, dell'arte e della nostra cultura.

A quattro anni dal progetto espositivo del 2017, Sandra Rigali torna al Vittoriale degli Italiani con una mostra personale ancora una volta strettamente connessa al luogo che la ospita, ovvero la cittadella monumentale fatta costruire da Gabriele d'Annunzio sulle rive del Lago di Garda. Un nucleo di opere sarà infatti dedicato al dialogo tra Dante e d'Annunzio, mettendo in luce l'apporto determinante che ciascuno dei due ha dato alla lingua Italiana. Il percorso espositivo, allestito nella struttura del MAS (il motoscafo anti sommergibile utilizzato per la celebre "Beffa di Buccari"), comprende una cinquantina di opere inedite e create appositamente per "#DantePOP" tra il 2020 e il 2021, e due lavori dedicati a d'Annunzio realizzati nel 2017.

Tele di grande formato e piccole formelle accompagnano il visitatore, come le cartoline di un viaggio in Italia, attraverso luoghi reali e immaginari, nei quali si esplicano alcuni momenti significativi dell'opera dantesca, legati alle sue idee più all'avanguardia, come il ruolo della donna e la lingua come specchio della società. Dal punto di vista tecnico, l'artista fa uso di una pittura stratificata, più o meno materica, che comprende anche collage, ritagli di quotidiani e copertine, con interventi dattiloscritti e dettagli impreziositi con la foglia d'oro. Con l'hashtag #iosonoDante il pubblico potrà diventare protagonista attivo dell'evento. Un particolare "specchio senza volto" accompagnerà la mostra in ogni sede e inviterà il visitatore a farsi promotore del pensiero dantesco con un selfie da diffondere nel web.

La seconda tappa del progetto "#DantePOP" si terrà dal 25 settembre al 6 novembre 2021 presso le Stanze della Memoria di Barga (LU), con l'aggiunta di un ulteriore nucleo di lavori sul legame tra Dante e Pascoli. È previsto un catalogo complessivo, con testi di Giordano Bruno Guerri (Presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani), Alessandro Adami (Presidente della Fondazione Giovanni Pascoli) e Alice Traforti (critica d'arte), che presenterà la mostra nella sua interezza.

Tra gli eventi collaterali si segnalano la partecipazione all'annuale serata dedicata alla celebrazione di Giovanni Pascoli, organizzata dalla Fondazione Giovanni Pascoli (Barga, 10 agosto 2021), la presentazione del manifesto"#DantePOP" in occasione della seconda edizione del festival di arte pubblica Gallicano Paste-Up!, che vede Sandra Rigali alla guida artistica (Gallicano, luglio-agosto 2021) e la presentazione del catalogo.

Il Vittoriale degli italiani è un complesso di edifici, vie, piazze, giardini, corsi d'acqua e un teatro all'aperto - eretto tra il 1921 e il 1938 per volontà di Gabriele d'Annunzio, è uno dei musei più visitati d'Italia (oltre 270mila persone nel 2019). Costruito a Gardone Riviera sulle rive del lago di Garda a memoria della "vita inimitabile" del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la Prima Guerra Mondiale, si conferma luogo più che mai vitale, visitato ogni anno non solo da studenti e turisti, ma anche da studiosi e intellettuali che quotidianamente frequentano i suoi archivi, da artisti di caratura internazionale che hanno calcato il palcoscenico all'aperto del suo anfiteatro o che hanno voluto celebrare il poeta abruzzese donando opere d'arte che oggi adornano i viali, le piazze e gli affacci sul lago.

Il MAS 96 giunse al Vittoriale nel 1923 e venne dapprima ormeggiato nella Torre San Marco, poi posto nel parco del Vittoriale, dove si può ammirare tutt'oggi. La sigla MAS significa motoscafo-anti-sommergibile, ma d'Annunzio aggiunse Memento Audere Semper, ovvero "ricordarsi sempre di osare". Con il MAS 96, infatti, il poeta soldato aveva "osato l'inosabile" rendendosi protagonista, insieme a Costanzo Ciano e Rizzo, dell'impresa ricordata come la "Beffa di Buccari", un raid militare portato a termine nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918.

Sandra Rigali (Lucca, 1965) si diploma in Pittura all'Accademia di Firenze nel 1988 e apre lo studio prima a Barga, poi a Lucca, alternando la pittura di ricerca all'insegnamento e alle frequenti commissioni pubbliche. Indaga i temi della donna e del territorio come identità, mixando la tradizione toscana alle istanze del '900 attraverso il proprio segno, il colore e la materia: affresco, olio, terre, foglia oro e cemento, murales, scrittura, strappi, collage. Il suo immaginario femminile spazia dal nudo al ritratto in posa di corpi e soggetti in bilico tra autodifesa e resilienza. Tutta la natura, specchio interiore, è pervasa dallo stesso spirito, che rivitalizza ogni paesaggio, casolare o fiore. (Estratto da comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Opera di Giuseppe Modica dalla locandina della mostra Atelier Giuseppe Modica 1990-2021
23 giugno - 24 ottobre 2021
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma
www.giuseppemodica.com

"La mostra che il Museo Hendrik Andersen dedica a Giuseppe Modica è un tributo alla sua carriera lunga e prolifica ma, al tempo stesso, un omaggio a Hendrik Christian Andersen nella casa museo dove sono raccolte quasi tutte le sue opere più importanti. Il percorso espositivo s'incentra sul tema dell'atelier, soggetto fra i più studiati dal pittore siciliano, ricorrente nella sua produzione come si vede dai titoli nei quali la parola "atelier" è un vero e proprio leitmotiv. Per Hendrik Andersen l'atelier è stato la sua vita. Nelle due sale del museo al pian terreno è ospitata la collezione permanente, esposta proprio in quelli che erano appunto atelier e galleria ovvero i luoghi dove Hendrik lavorava scolpendo le sue monumentali sculture e dove esponeva per amici, collezionisti e appassionati le sculture una volta fuse in bronzo e destinate, per la maggior parte, a ornare piazze ed edifici della sua città ideale rimasta ahimè irrealizzata".

Nel suo testo in catalogo, introduce così la mostra la curatrice Maria Giuseppina Di Monte. È in questo contesto museale che si inserisce la mostra di Giuseppe Modica sul tema dell'Atelier, un soggetto fortemente presente nella ricerca dell'artista già dal 1990. Gabriele Simongini co-curatore della mostra conduce lo spettatore in un viaggio dentro l'opera di Modica: "fra miraggi, riflessi, rifrazioni, esiti in controluce, rispecchiamenti, ci lasciamo andare perdendoci in questi labirinti della visione mediterranea, sapendo che ammiriamo un'illusione che ci porta altrove, forse un'utopia dello sguardo capace di dialogare efficacemente con quell'afflato utopistico e ideale che, pur in modi diversi, ovunque si diffonde nel Museo Andersen. La vicinanza della realtà visibile viene trasfigurata nella lontananza dell'aura metafisica. Il quadro diventa un dispositivo di moltiplicazione visiva e riflessivo/speculativa".

Il percorso espositivo, a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini, si apre su un'opera emblematica di Modica, un omaggio al San Girolamo nello studio di Antonello da Messina con l'opera Omaggio ad Antonello (S. Girolamo nello studio) del 1990-91. Qui l'artista si ritrae seduto mentre dipinge, e lo studio, uno spazio assolato e aderente allo straordinario registro compositivo dell'opera di Antonello, si trasforma nell'atelier dell'artista, come a voler consacrare il valore della pittura.

"Attraverso gli anni, il tema dell'Atelier, si ripresenta con precise variazioni e cambiamenti. Più volte nelle mie note scritte mi sono soffermato sullo studio-atelier inteso come labor-oratorium: è nell'Atelier che si riordinano e chiariscono le idee; è in questo luogo magico che avviene la conversione alchemica dei pensieri, dei frammenti di memoria e delle annotazioni (schizzi, prove di colore, collage, foto) che si organizzano e prendono forma". Così Giuseppe Modica inizia il racconto di questa sua nuova mostra e del grande valore intimo e simbolico del tema da essa percorso.

L'Atelier è uno spazio privato che appartiene solo all'Artista, è un mondo fatto di luoghi illusori e di pensiero che qui diviene soggetto privilegiato, come si potrà vedere nelle 37 opere che compongono l'intero percorso espositivo. L'occhio del pittore rileva e rivela le cose, dando loro una fisionomia ed una identità prima sconosciuta: l'Artista rinomina il mondo e lo fa vedere attraverso il proprio stile e linguaggio in una luce e configurazione singolare e magica.

L'Atelier è il luogo di un labirintico intreccio di impressioni del quotidiano e di memorie culturali che prendono forma in oggetti-personaggio: la macchina fotografica, lo specchio, la squadra, il cubo di Dürer e le enigmatiche presenze di Man Ray. Sul fronte dell'attualità la mostra di Modica presenta alcune opere dedicate al dramma dei migranti nel Mediterraneo e alla condizione di solitudine causata dall'attuale pandemia. L'atelier diventa una tela solitaria immersa nell'intensa luce dello studio d'artista dove lo sguardo dello spettatore si accende sulla geografia del dolore o si trasforma in uno spazio quasi buio con una visione minimale del mondo.

Il catalogo è edito da Silvana Editoriale con il patrocinio dell'Accademia di Belle Arti di Roma ed è dedicato al Centenario della nascita di Leonardo Sciascia. Si ringraziano per il sostegno: Accademia di Belle Arti di Roma, la Fondazione Leonardo Sciascia, lo sponsor Clean Genius, l'agenzia AXA Alessandra e Cesare d'Ippolito, Moira Boccia (Company Consulting srl), Andrea Schiavo (H501 srl) e Carla Cerati (Archivio Giuseppe Modica).

Giuseppe Modica (Mazara del Vallo, 1953), tra i principali esponenti della pittura metafisica italiana del secondo Novecento, dopo gli studi all'Accademia di Belle Arti di Firenze si stabilisce alla metà degli anni Ottanta a Roma. Nel 1986 la sua produzione suscita l'interesse di Leonardo Sciascia che ne scrive sottolineando lo studio della luce. Nel 1993 instaura un dialogo con Antonio Tabucchi, autore per Modica del racconto Le vacanze di Bernardo Soares. È inserito nel 1999 nel gruppo De Metaphisica da Maurizio Fagiolo dell'Arco, curatore nel 2002 del catalogo La luce è la luce per le retrospettive a Mazara del Vallo, Roma e Arezzo.

Docente di Pittura all'Accademia di Belle Arti di Roma dal 2004, le sue mostre sono state ospitate da musei, gallerie private e istituti di cultura: Aosta (1991), Ferrara, Palazzo dei Diamanti (1993); (1997) Casa dei Carraresi, Treviso; Barcellona e Mosca (2003), (2005) Loggiato di San Bartolomeo, Palermo; (2007) Convento del Carmine Galleria Civica, Marsala; (2007) Arte italiana a Palazzo Reale, Milano; (2008) Palazzo di Venezia, Roma; (2010) Galleria Civica, Potenza, (2015) Parigi, Galleria Sifrein e Sydney (2015), Melbourne (2016). Nel 2018 ha allestito a Pechino la mostra Light of memory, curata da Giorgio Agamben e Zhang Xiaoling. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra dedicata a Leonor Fini a Trieste 2021 Leonor Fini
Memorie Triestine


26 giugno (inaugurazione ) - 22 agosto 2021
Polo museale del Magazzino 26 (Porto Vecchio di Trieste)

A 25 anni dalla morte di Leonor Fini, pittrice surrealista, ma anche costumista, scenografa, incisore, illustratrice e scrittrice di fama e frequentazioni internazionali, a Trieste la mostra multimediale di pittura, luce, musica e percezione olfattiva - ideata e curata sul piano critico da Marianna Accerboni - propone una rilettura del tutto inedita della personalità e della creatività dell'artista (Buenos Aires 1907 - Parigi 1996), analizzando il suo intenso e fondamentale rapporto con la città d'origine della madre, Trieste.

Presentazione




Chi non salta
Calcio. Cultura. Identità


12 giugno - 24 ottobre 2021
Villa Ghirlanda - Cinisello Balsamo (Milano)
www.mufoco.org

Artisti: Andrea Abati, Gianpietro Agostini, Giovanni Ambrosio e Sébastien Louis, Autopalo/Gli impresari, Davide Baldrati, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Walter Battistessa, Ruth Beraha, Gianni Berengo Gardin, Mario Cattaneo, Giovanni Chiaramonte, Cesare Colombo, Mario Cresci, Matteo de Mayda, Emilio Deodato, Paola Di Bello, Vittore Fossati, Federico Garolla, Ando Gilardi, Carlo Garzia, Giulia Iacolutti, Giuseppe Iannello, Mimmo Jodice, Martino Marangoni, Paola Pagliuca, Piero Pozzi, Marco Previdi, Daniele Segre, The Cool Couple, Hans van der Meer, Fulvio Ventura, Manfred Willmann.

Il Museo di Fotografia Contemporanea presenta la mostra collettiva, a cura di Matteo Balduzzi, una riflessione sul gioco del calcio come espressione dell'identità individuale e collettiva. Si tratta di un progetto espositivo articolato che prende il via con lo svolgersi del Campionato europeo di calcio. La mostra indaga il ruolo del calcio nella cultura italiana presentando una panoramica per immagini della sua presenza nella società, nel paesaggio, nella memoria e nella cultura del nostro Paese. Protagonisti dell'esposizione saranno i lavori di oltre venti artisti di generazioni, discipline e linguaggi diversi tra fotografie, installazioni e video presentati in dialogo con le collezioni del Museo, alcune produzioni artistiche recenti, raccolte di immagini di taglio antropologico, progetti partecipati.

Molti intellettuali, da Jean-Paul Sartre a Umberto Saba, da Dino Buzzati sino a Carmelo Bene o a scrittori del nostro tempo come Stefano Benni si sono interessati al gioco del calcio in quanto espressione viva e pulsante della società. Tra questi, Pier Paolo Pasolini è probabilmente colui per il quale la condivisione di questa passione popolare è stata talmente autentica e ancestrale da indurlo ad accostarla alle rappresentazioni del sacro nella società contemporanea. Al contempo Pasolini non perdeva occasione per togliersi la giacca e buttarsi personalmente dietro a un pallone in partite improvvisate con i ragazzi nei campetti di periferia o in occasione di incontri più ufficiali caratterizzati da grande organizzazione e agonismo.

La mostra analizza il gioco del calcio in relazione alla costruzione dell'identità individuale - la formazione della persona, il senso del gruppo, la squadra ma anche a una dimensione più collettiva, dove il tifo contribuisce a definire il senso di appartenenza e ne fornisce al contempo una rappresentazione sempre in tensione tra due poli: i mondi degli "attori" e degli "spettatori", della pratica quotidiana e del tifo più o meno organizzato. A partire da questa suggestione la mostra si apre con una introduzione dedicata al rapporto tra arte e calcio e prosegue poi con due sezioni principali: il calcio guardato, come tifo e rappresentazione di un'identità collettiva nella sala al primo piano; il calcio giocato, come pratica, momento di incontro e formazione al secondo piano. Il progetto espositivo, articolato e dinamico, è completato da una mostra all'aperto dedicata al calcio nella città di Cinisello Balsamo, risultato di un progetto speciale prodotto per l'occasione e da un'attività di ricerca specifica e partecipata svolta sul territorio.

Il progetto interseca due delle linee di ricerca privilegiate del Museo: la valorizzazione delle collezioni e il rapporto con il pubblico, mettendo in dialogo tra loro opere differenti per natura "artistica, antropologica, culturale" e linguaggi, sempre in una logica di partecipazione attiva del Museo alla vita e al dialogo con il territorio. In un'idea di Museo come luogo di sperimentazione e di relazioni tra pubblico, artisti, comunità e territorio, la mostra è il nucleo da cui prendono vita una serie di progetti partecipati e condivisi, tra cui laboratori didattici/sportivi di calcio e fotografia, proposte educative per giovani calciatori, visite guidate, bookshop dedicato al rapporto tra arte e calcio, incontri, talk, presentazioni. (Comunicato stampa)

  Recensioni di Ninni Radicini a libri di argomento calcistico

Derby Days - Il gioco che amiamo odiare
di Dougie ed Eddie Brimson, ed. Libreria dello Sport

Dal 29 maggio 1985 la parola "hooligan" risuona nella testa degli italiani. Quella sera, per la finale di Coppa dei Campioni, i sostenitori della Juventus presenti allo stadio belga Heysel, separati dai tifosi inglesi del Liverpool attraverso una rete "da pollaio" (così è stata definita nelle cronache per la sua consistenza), vissero e subirono l'epilogo terrificante di un modo di intendere il calcio che sconfina nella violenza tribale.

Idoli di carta
di Giusva Branca, ed. Laruffa

Questo è un libro di uomini e di calcio. Undici ritratti di calciatori lavoratori, artigiani, sognatori e di un grande allenatore, che, differenti per generazione, ruolo, origine, hanno condiviso un tratto di storia della Reggina.





Le Donne, l'Arte e il Grand Tour
Gioielli in micromosaico e dipinti-ricamo in collezioni private svizzere


12 giugno - 03 ottobre 2021
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Svizzera)

Uno dei filoni oggetto di approfondimento della Pinacoteca Züst conduce alla scoperta di raccolte private presenti sul territorio, che hanno talvolta per oggetto temi curiosi e ancora poco conosciuti. Questa rassegna presenta piccoli capolavori, che fondono estrema perizia e narrazione artistica grazie a tecniche raffinate e inconsuete. Si tratta di manufatti affascinanti risalenti al XVIII-XIX secolo che conducono il visitatore sulle tracce del Grand Tour, il celebre viaggio di formazione intrapreso attraverso l'Europa da nobili, intellettuali e giovani aristocratici. La meta era l'Italia e le tappe imprescindibili Venezia, Firenze, Roma e Napoli. Sovente i viaggiatori effettuavano con grande interesse una deviazione per visitare Ginevra, la città di J. J. Rousseau.

La prima collezione è dedicata a un'espressione artistica mista, che fonde sapientemente pittura perlopiù all'acquarello e ricamo su un supporto di solito in seta: i tableau brodé, realizzati in epoca neoclassica da donne di origine ugonotta, il cui nome è quasi sempre sconosciuto. In mostra vengono presentati una cinquantina di pezzi rappresentativi dei vari temi: da quelli ispirati a opere di Rousseau, in questa sala, ai soggetti riferiti al mondo classico, esposti nella balconata. Al piano superiore si trova anche la seconda raccolta, che riunisce una serie di gioielli in micromosaico realizzati con minuscole tessere in pasta vitrea, diventati di gran moda tra Sette e Ottocento. Tali gioielli riscontrarono un enorme successo grazie all'interesse di viaggiatori colti e facoltosi che, giunti in Italia, li acquistavano come preziosi souvenir.

In questa occasione, a cura di Silvia Mazzoleni e Matteo Bianchi, vengono presentate anche due sale della Pinacoteca riallestite con opere della collezione permanente. Nella prima viene ospitato il progetto didattico "Destinazione museo" con opere di Valeria Pasta Morelli (1858-1909), realizzato dalla scuola elementare di Riva San Vitale (v. allegato). Nella seconda si trovano invece le nuove acquisizioni della Pinacoteca: opere di Ernesto Fontana - il Ritratto di Annamaria Agustoni, a cui è dedicato l'asilo di Caneggio, costruito con le elargizioni del padre Giuseppe Agustoni -, Alessandro Ruga, Fausto Agnelli, Ettore Burzi ed Emilio Oreste Brunati giunte a Rancate grazie a donazioni e acquisti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali:

- Biblioteca: circa 5.000 tra libri, cataloghi, riviste, raccolte di ritagli stampa e pubblicazioni di vario genere legate all'artista e alla sua attività;
- Audiovisivi: circa 100 pellicole cinematografiche e 500 tra VHS, DVD, audiocassette e altri supporti contenenti film d'artista, documentari, interviste e riprese di vario genere;
- Carteggi: più di 1.000 tra lettere, telegrammi, cartoline e biglietti, selezionati dall'artista a partire dalla fitta corrispondenza con amici artisti, intellettuali e personalità del mondo della cultura;
- Fotografie: quasi 200 tra cassetti e scatole contenenti stampe di vario formato, negativi e diapositive che documentano le opere, le mostre e la vita dell'artista, realizzate da alcuni dei più grandi fotografi d'arte, attivi a Milano e non solo, tra i quali Paolo Monti, Ugo Mulas, Antonia Mulas, Gianfranco Gorgoni e Carlo Orsi;
- Carte di lavoro: più di 300 faldoni contenenti le pratiche di lavoro prodotte nel corso degli anni dall'artista e dal suo studio;
- Materiali diversi: quasi 200 manifesti di mostre e spettacoli teatrali, più i numerosi premi ricevuti dall'artista e tutti quei materiali di varia natura non altrimenti categorizzabili.

Fin dalla sua nascita nel 1995, la Fondazione si è occupata dell'archivio, svolgendo un'azione di comunicazione e promozione verso l'esterno e di collegamento con il pubblico, garantendo l'accesso a professionisti e studiosi, che possono accedere alla consultazione in sede inviando una richiesta di appuntamento. La stessa Fondazione ha quotidianamente attinto all'archivio per costruire e arricchire la propria offerta culturale, dalle mostre alle pubblicazioni alle diverse attività didattiche e divulgative, fino alla pubblicazione del Catalogo ragionato della scultura (ed. Skira, 2007) e a quella del Catalogue Raisonné online (lanciato nel 2019). Una prima release delle sezioni Fotografie, Carte di lavoro e Materiali vari sarà online entro la fine dell'anno. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Acquaforte su rame di cm 30.4x21.8 realizzata nel 1924 da Carlo Carrà denominata La casa dell'amore II o Interno o La massaia Litografia su zinco di cm 35.9x25.8 realizzata nel 1919-1949 da Carlo Carrà denominata La figlia dell'Ovest o La fanciulla dell'Ovest Matita litografica su carta di cm 28x37 realizzata nel 1942 da Arturo Martini denominata Viaggio d'Europa Appare l'angelo Fenice Dipinto a olio su cartone di cm 58x48.3 realizzata nel 1946 da Arturo Martini denominato La siesta Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione.
L'opera grafica


12 giugno (inaugurazione) - 03 ottobre 2021
Museo del Paesaggio (Palazzo Viani Dugnani) - Verbania
www.museodelpaesaggio.it

Mostra con opere provenienti dalla collezione del Museo e da una collezione privata milanese, a cura di Elena Pontiggia e di Federica Rabai, direttore artistico e conservatore del Museo. Oltre 90 opere, per lo più di grafica, dei due grandi artisti del Novecento italiano che si sono distinti e affermati proprio grazie all'invenzione di un nuovo linguaggio in pittura e scultura. Completa il percorso dedicato al mito e alla visione una serie di sculture di Arturo Martini, presentate accanto ai bozzetti, ai disegni e alle incisioni.

___ Carrà. L'opera grafica

In mostra sono esposte circa cinquanta tra acqueforti e litografie a colori, che comprendono tutti i più importanti esiti dell'artista. Si va dagli incantevoli paesaggi dei primi anni Venti, tracciati con un disegno essenziale e stupefatto (Case a Belgirate,1922), alla suggestiva Casa dell'amore (1922), fino alle visionarie immagini realizzate nel 1944 per un'edizione di Rimbaud, in cui Carrà, sullo sfondo della guerra mondiale, rappresenta angeli, demoni, creature mitologiche e figure realistiche, segni di morte ma anche di speranza (Angelo, 1944). Fin dagli inizi, inoltre, Carrà avvia grazie all'incisione un sistematico ripensamento della sua pittura, che lo porta a reinterpretare con acqueforti e litografie i suoi principali capolavori, dalla Simultaneità futurista alle Figlie di Loth, dal metafisico Ovale delle apparizioni al Poeta folle. L'incisione diventa così per l'artista un momento di verifica, ma anche uno struggente album dei ricordi.

- La Stagione iniziale (1922-1928)

Le prime incisioni di Carrà - tutte acqueforti, con l'unica eccezione della litografia I saltimbanchi, destinata a una cartella edita a Weimar dal Bauhaus - risalgono al 1922-1923. E' però nel 1924 che l'artista si dedica sistematicamente all'incisione, grazie agli insegnamenti di Giuseppe Guidi, che quell'anno aveva aperto un laboratorio calcografico nella sua stessa casa, in via Vivaio a Milano. Esegue infatti trentatré acqueforti e stampa i rami che aveva inciso, ma non impresso, nel biennio precedente.

Carrà adotta un segno sintetico, duro, capace di esprimere il suo mondo di figure e luoghi sottratti al tempo. E' soprattutto il paesaggio ad attrarlo, che vuole trasformare in "un poema pieno di spazio e di sogno". Fin dagli inizi, però, l'incisione serve a Carrà anche per rielaborare opere precedenti, in un'incontentabile ricerca espressiva. Questa fervida stagione iniziale ha un'appendice nel 1927-1928, quando Carrà, che in quel periodo aderisce al gruppo del "Selvaggio" (la rivista toscana animata da Maccari, a cui sono vicini Soffici, Rosai, Morandi e altri artisti) esegue litografie e acqueforti caratterizzate da un linguaggio più pittoricistico.

- La Stagione delle Litografie (1944-1964)

Nel 1944, dopo un intervallo di sedici anni dalle ultime incisioni, Carrà torna a dedicarsi alla grafica. A differenza degli anni Venti, quando aveva praticato soprattutto l'acquaforte, ora è la litografia a impegnarlo, sia in bianco e nero che a colori. Le tavole di Carrà si raggruppano quasi sempre in progetti articolati. Nel 1944 pubblica la cartella Segreti, in cui prende vita un paesaggio trasognato (il lago di Como, visto da Corenno Plinio dove l'artista era sfollato nel 1943) immerso in una quiete irreale. Sempre in questo periodo si dedica intensamente all'illustrazione.

Nello stesso 1944 esegue dodici tavole per Versi e prose di Rimbaud, dove compare un mondo di angeli, demoni e segni di morte (riflesso dei tragici momenti della guerra). Nel 1947 illustra L'Après-midi et le Monologue d'un Faune di Mallarmé, tradotto da Ungaretti. A partire dal 1949, ormai alla soglia dei settant'anni, ripensa invece sistematicamente alla propria opera. Nella cartella Carrà 1912-1921 (Venezia 1950) e nei due album Carrà n. 1 e n. 2 dei primi anni Sessanta riprende opere del periodo futurista, primitivista e metafisico. Tutto il corteo di muse e maschere inquietanti nate quaranta-cinquant'anni prima gli si ripresentano alla memoria con la levità di un dagherrotipo, o con cromatismi leggeri e impalpabili. Come apparizioni.

___ Arturo Martini. L'opera pittorica e grafica

Alla fine degli anni Trenta Martini prende sistematicamente a dipingere, accettando la sfida di un linguaggio per lui quasi nuovo, di cui deve assimilare pazientemente la tecnica. In pittura non è il maestro celebrato, ma un principiante che parte quasi da zero e conosce imperfezioni, incertezze, fallimenti. Certo, in passato, soprattutto da giovane, aveva eseguito disegni, incisioni e anche qualche quadro, ma quelle prove non bastano a dargli la padronanza del mestiere e nelle sue lettere alla moglie Brigida rivela tutte le sue ansie, insieme alle sue speranze. "Non mollo l'osso, devo spuntarla, deve nascere la mia pittura" le scrive e più tardi: "Mi par d'aver trovato con questa nuova speranza la vita, perché di scultura non ne potevo più, ero nauseato".

In autunno, da Vago di Lavagno, nel Veronese scrive: Spero [...] poter dipingere dal vero i paesaggi che mi stanno attorno. Domani mi proverò ad uscire con una cassetta di colori, vedremo se capirò qualche cosa, però nella peggiore delle ipotesi studierò dal vero, sfogherò un desiderio che da tanto tempo avevo". Commuove pensare che chi parla così, come un pittore della domenica, non è un dilettante ma un maestro, il vincitore del gran premio alla Quadriennale, uno degli artisti più famosi d'Italia, se non d'Europa. In quella scommessa difficile, in quel corpo a corpo con la tela, che lo colma di gioia nonostante le difficoltà dell'esecuzione e le incertezze degli esiti, Martini si gioca tutto, anche il benessere faticosamente conquistato dopo anni di fame. "Forse dipingerò sempre anche se questo mi porterà come un tempo alla miseria".

Il 17 febbraio 1940 alla Galleria Barbaroux di Milano, Martini inaugura la sua prima mostra di pittura. Ventitré quadri, dipinti tutti nel 1939 tra Vago, Burano e Milano. "E' certo l'avvenimento maggiore della cronaca artistica dell'annata [...] Martini ha raggiunto [...] i gradini più alti della pittura contemporanea" aggiungeva euforico Guido Piovene, allora critico d'arte del Corriere della Sera. "Il risultato è stato inaspettato, la critica entusiasta [...] le vendite al modo che si comperasse pane in periodo di carestia" riconosceva anche Martini.

Preceduta in gennaio da un articolo trionfale, sempre di Piovene, sul diffuso supplemento del Corriere ("Martini è un grande scultore, ma da questo momento v'è un grande pittore in più"); governata da una concezione idealistica dell'arte, secondo cui i generi non contano e "i buoni scultori sanno anche disegnare", la critica non aveva lesinato le lodi per quelle tele che univano il segno approssimativo dell'espressionismo lirico a una solidità appunto da scultore. Anche un osservatore esigente come Savinio giudicava i quadri di Martini "rapidi, poetici, geniali".

Le circa quaranta opere in mostra sono comprese tra il 1921 e il 1945 coprendo tutta la carriera dell'artista, a iniziare dal lavoro a matita su carta Il circo del 1921 circa, importate disegno del momento di "Valori plastici" quando Martini è molto prossimo a Carrà e in genere a una personale rivisitazione della congiuntura metafisica. Ricorda la grafica di Carrà per i corpi bloccati dentro un segno sigillante, e, nel contempo, sembra di cogliervi un'eco di Parade di Picasso, il grandioso sipario eseguito a Roma nella primavera del 1917 quando anche Martini frequentava sporadicamente la capitale. Segue Carnevale del 1924, incisione pubblicata sulla rivista "Galleria" accompagnata da una breve poesiola non-sense sul "Carne-vale". Si differenzia per levità di tratto dalle coeve xilografie pubblicate sulla stessa rivista, caratterizzate invece da tratti pesanti e scultorei.

Interessante è il Suonatore di Liuto del 1929, prima opera donata da Martini a Egle Rosmini al momento della loro conoscenza, e comunque l'unica con la dedica. Raffigura un giovane uomo in posizione stante, vestito in abiti rinascimentali: forti le assonanze con un affresco, oggi in parte perduto, in una facciata di un palazzo a Treviso, dove ricorre il particolare del vestito diverso nelle due gambe. Importante poi il ciclo di incisioni eseguite a Blevio nell'estate del 1935 su soggetti già trattati anche in scultura - come L'Attesa e Ratto delle Sabine - o già presenti in altre incisioni precedenti - come L'uragano; altre però sono nuove come Il fabbro inserito nell'antro oscuro come un Vulcano moderno o Il Samaritano che sembra partecipare anche fisicamente al dolore del corpo vulnerato del povero.

Il fatto che non sussistono riscontri stilistici tra le opere plastiche modellate a Blevio nello stesso frangente e queste opere grafiche (discrasia evidente nel caso del bassorilievo del Ratto delle Sabine in mostra) attesta che Martini accedeva a mezzi espressivi diversi proprio per staccare un registro espressivo dall'altro. In queste incisioni la trama delle linee è fittissima fino a oscurare la superficie, quasi a emulazione della maniera nera.

Nel 1942 realizza 11 disegni preparatori - tutti in mostra - del Viaggio d'Europa per l'illustrazione dell'omonimo racconto di Massimo Bontempelli. Tra questi disegni preparatori e la versione definitiva delle illustrazioni c'è lo stesso rapporto che sussiste tra i bozzetti delle opere monumentali e l'esito finale. Rigidi e puramente orientativi questi "bozzetti" sono serviti a Martini per un primo approccio al soggetto del racconto bontempelliano e, pur testimoniando la presenza di alcuni topoi martiniani - il dormiente, l'incontro di due figure, gli squarci spaziali - e di un generale clima "metafisico", è evidente il loro carattere provvisorio e di studio.

Del 1944-45 sono il gruppo di incisioni predisposte da Martini per l'illustrazione della traduzione italiana dell'Odissea a cura di Leone Traverso, poi non pubblicata. Eseguite a Venezia, rivelano un lato straordinario della versatile fantasia martiniana, anche qui orientata a sperimentare materiali "poveri" e linguaggi poveri, al limite tra immagine e pura suggestione timbrica. Pubblicate postume soltanto nel 1960 sono tra le prove più convincenti della grafica martiniana. Accanto a queste prove dell'artista sono esposte dieci sculture come La famiglia degli acrobati, Can can, Adamo ed Eva, Ulisse e il cane, Testa di ragazza, Busto di ragazza e tre tele: Sansone e Dalila, La siesta e Paesaggio verde per rafforzare il tema della differenza tra disegno e realizzazione finale delle opere, pezzi unici di grande valore storico e artistico.

Carlo Carrà (Quargnento - Alessandria, 1881 - Milano, 1966), dopo gli studi all'Accademia di Brera, dove è allievo di Cesare Tallone, è tra i firmatari, nel 1910, del Manifesto Futurista, con Boccioni, Balla, Severini, Russolo. Nel 1911 e nel 1912 si reca a Parigi, dove ha contatti con i maggiori protagonisti delle avanguardie, stringendo amicizia in particolare con Apollinaire e conoscendo Picasso, Braque, Matisse, Derain. A partire dal 1915-16 sviluppa una ricerca primitivista che ripensa al Doganiere Rousseau, ma anche a Giotto e a Paolo Uccello. Richiamato al fronte nel 1916, conosce Giorgio De Chirico, con il quale dà vita alla pittura metafisica, cioè a un'arte che vuole indagare il significato ultimo della realtà, andando oltre (in greco "meta") la mera apparenza.

Vicino nel dopoguerra alla rivista romana "Valori Plastici" e poi, dalla metà degli anni Venti, al Novecento Italiano, sviluppa una pittura che lui stesso definisce "realismo mitico". I suoi paesaggi, infatti, non sono più una riproduzione veristica della natura, ma vogliono raggiungere la forma assoluta delle cose: vogliono essere, come scrive lui stesso "un poema pieno di spazio e di sogno". Anche negli anni Trenta, in cui è tra i protagonisti della rinascita della pittura murale, e nel secondo dopoguerra l'artista prosegue la sua ricerca.

Da una famiglia poverissima e litigiosa, Arturo Martini (Treviso, 1889-1947), inizia a lavorare a dodici anni e solo a diciotto, grazie a una borsa di studio, può studiare scultura a Venezia. Con i primi faticati guadagni soggiorna a Monaco (1909) e a Parigi (1912), ma nello stesso 1912 rientra in Italia per la morte del padre. Protagonista con Gino Rossi della stagione rivoluzionaria di Ca' Pesaro, nel 1912 si avvicina al futurismo e, dopo la guerra, al "Novecento". Nel 1920 si sposa, ma non ha i soldi per mantenere la moglie Brigida, di Vado Ligure, e deve separarsene per cercare lavoro a Milano. Tornato a Vado dipende, tra mille umiliazioni, dall'aiuto del suocero. Intanto aderisce alla rivista "Valori Plastici" ed è tra i maggiori interpreti degli ideali classicheggianti dell'epoca.

Nel 1931 il miracolo: alla Quadriennale di Roma vince il primo Premio di centomila lire, leggendario in un'Italia che sognava di avere "mille lire al mese". Sempre in questo periodo in un grande forno-studio porta la terracotta a proporzioni monumentali e a esiti di straordinaria poeticità. Si lega quindi alla giovane Egle Rosmini, nata a Selasca (Verbania), pur non interrompendo il rapporto con Brigida e i figli. Questo periodo felice, che chiama "la stagione del canto", finisce però alla fine del decennio. I suoi ultimi anni, in cui "scopre" il marmo, sono spesso segnati dalla malattia e, nel 1945, da un umiliante processo di epurazione, oltre che da una angosciosa crisi d'identità che lo porta a considerare la scultura una "lingua morta". (Comunicato Ufficio Stampa Lucia Crespi)

Immagini (da sinistra a destra):
Carlo Carrà, La casa dell'amore II o Interno o La massaia, 1924, acquaforte su rame, cm 30.4x21.8
Carlo Carrà, La figlia dell'Ovest o La fanciulla dell'Ovest, 1919-1949, litografia su zinco, cm 35.9x25.8
Arturo Martini, Viaggio d'Europa: Appare l'angelo Fenice, 1942, matita litografica su carta, cm 28x37
Arturo Martini, La siesta, 1946, olio su cartone, cm 58x48.3




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare.

In questo contesto la poetica sensibile del fotografo e l'attitudine sperimentale dell'azienda si incontrano e danno vita ai Portfolio Marazzi, un progetto di ricerca fotografica in cui Ghirri coinvolge i fotografi John Batho, Cuchi White, Charles Traub per interpretare i nuovi brevetti e collezioni di Marazzi, e in cui la ceramica è letta come superficie e spazio mentale, possibilità infinita di composizione, luce e colore. "Trasformare la materia attraverso la forma, la luce e il colore per renderla viva: questo per Marazzi è fare ceramica" così Filippo Marazzi presentava il lavoro di ricerca della Marazzi e di Ghirri - "Non sorprende che l'occhio attento di un grande fotografo come Luigi Ghirri abbia colto con esattezza l'espressione di questa realtà e l'abbia interpretata secondo la propria personale lettura".

Le molte immagini create da Ghirri per Marazzi sono state conservate da allora nell'archivio dell'azienda: un corpus di opere quasi totalmente inedito di foto e stampe in edizione limitata per lo più mai esposte o pubblicate, se non per il nucleo scelto per Foto/Industria 2019, a cura di Francesco Zanot, la Biennale dedicata alla fotografia della Fondazione MAST. Un patrimonio consistente che oggi, grazie all'impegno di Marazzi e alla collaborazione con l'Archivio Eredi Luigi Ghirri, è al centro di un'importante operazione di valorizzazione: la condivisione di un'esperienza culturale unica che aggiunge un tassello importante alla conoscenza dell'opera e della ricerca di un maestro assoluto della fotografia italiana.

Primo elemento di questa operazione è Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985, un prezioso volume non destinato alla vendita che raccoglie una selezione di 30 fotografie realizzate dall'artista nel corso dei dieci anni di sodalizio con l'azienda, accompagnate da testi dello scrittore Cosimo Bizzarri e del critico fotografico e curatore Francesco Zanot. Questa stessa selezione è anche il primo nucleo di opere presentate all'interno del sito dedicato, che sarà progressivamente arricchito con apparati, testi e informazioni sulle iniziative che verranno organizzate nel tempo. Infine, le immagini saranno protagoniste di un progetto espositivo su scala europea che ha il suo simbolico inizio con il piccolo focus sull'opera simbolo di questa operazione, ospitata nelle sale dei Musei Civici di Reggio Emilia a partire dal 21 maggio fino al 4 luglio 2021 nell'ambito di Fotografia Europea.

Nelle fotografie realizzate in quegli anni per Marazzi, Ghirri guarda appunto alla piastrella in modo nuovo. A differenza dei fotografi commerciali, si interessa profondamente al soggetto e lo interpreta liberamente: la piastrella diventa sfondo per una rosa, superficie su cui posare due pastelli, palcoscenico in miniatura per un pianoforte. "La ceramica" - scrive Luigi Ghirri a proposito del suo lavoro - "ha una storia che si perde nella notte dei tempi. È sempre stata un 'oggetto' su cui si vengono a posare altri oggetti: i mobili, i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi.

Realizzando queste immagini, ho ripensato a tutto questo e ho cercato di ricostruire, con l'aiuto di superfici di diversi colori, nella sovrapposizione degli oggetti e delle immagini, uno spazio che, invece di essere lo spazio fisico e misurabile di una stanza, fosse l'idea dello spazio mentale di un momento, di una sovrapposizione che può prodursi o si produce, in una delle numerose stanze riscoperte grazie a queste superfici. Questo lavoro, al di là di altri significati, è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria".

La collaborazione con Marazzi si colloca in mezzo a due momenti cardine della carriera del fotografo emiliano - tra la fase di totale sperimentazione degli anni Settanta e quella che nella seconda metà degli anni Ottanta lo porta all'apice della sua ricerca sulla rappresentazione dei luoghi che è "Viaggio in Italia" (1984) - e in un certo senso costituisce le premesse e la sintesi di questi filoni di ricerca e interesse. Come sottolinea nel volume Francesco Zanot "Lontanissima dai canoni della promozione pubblicitaria, questa committenza è al contrario un'importante occasione per sperimentare che dimostra l'urgenza assoluta del fotografo emiliano nel mettere alla prova e proseguire un'esplorazione che tocca alcuni punti cruciali del nostro rapporto con il mondo." Marazzi Group, presente in più di 140 Paesi, è universalmente riconosciuto come sinonimo di ceramica di alta qualità per pavimenti e rivestimenti e simbolo del miglior made in Italy nel settore dell'arredamento e del design. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

___ANNO XXXIII
N.6 - Giugno-Luglio-Agosto 2021
N.4/5 - Aprile-Maggio 2021
N.4 - Aprile 2021
N.3 - Marzo 2021
N.2 - Febbraio 2021
N.1 - Gennaio 2021


___ Anno XXXII
N.10 - Dicembre 2020
N. 9 - Novembre 2020
N. 8 - Ottobre 2020
N. 7 - Settembre 2020
N. 6 - Giugno/Luglio/Agosto 2020
N. 5 - Maggio 2020
N. 4 - Aprile 2020




Installazione della mostra Studiofloor and Diamond Paintings di Michael Krebber alla Fondazione Antonio Dalle Nogare nel 2021 in una fotografia di Jürgen Eheim, Fotostudio Michael Krebber
Studiofloor and Diamond Paintings


29 maggio 2021 - 08 gennaio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

Prima mostra personale di Michael Krebber in Italia, curata da Vincenzo de Bellis. Artista di fama internazionale e figura centrale sulla scena artistica tedesca tra gli anni Ottanta e Novanta, Michael Krebber (Colonia, 1954) è diventato negli anni riferimento per un'intera generazione di artisti più giovani, grazie a una costante ricerca attenta a mettere in discussione le convenzioni e i confini del medium pittorico, inteso dall'artista come spazio di dialogo e zona di contaminazione, piuttosto che un modo finalizzato alla produzione di un oggetto. Krebber porta avanti da decenni una ricerca contraddistinta da un approccio concettuale alla pittura, basandosi sulla convinzione che non sia possibile inventare qualcosa nuovo nell'arte, poiché tutto è già stato inventato.

Piuttosto che "inventare qualcosa di nuovo", gli interventi minimali e apparentemente irrisolti di Krebber restituiscono allo spettatore una tela aperta e piena di possibilità: come una frase incompiuta, le sue opere lasciano lo spettatore libero di immaginare che cosa potrebbe succedere. La pittura è intesa dall'artista quasi come una performance: il suo è stato definito un "sistema di esitazioni in cui forze opposte simultaneamente si incoraggiano e si ostacolano", espandendo la pittura al di là della nozione convenzionale del dipinto come oggetto. L'estetica incompiuta di Krebber non è tuttavia il risultato di un tentativo di sabotaggio del medium, quanto piuttosto della precisa volontà di estendere il discorso al di fuori della tela e dello spazio tradizionalmente attribuito alla pittura. Intenzione che emerge con particolare chiarezza nelle due serie esposte in mostra.

La serie intitolata studiofloor MK/P MK19/087/1-8 (2000), fu presentata con un'immagine enigmatica sulla copertina di Artforum nel 2005. Per una mostra di qualche anno prima Krebber chiese in prestito ad alcuni collezionisti una serie di suoi stessi dipinti che dispose su grandi tavoli al centro della stanza. Capovolgendo una nozione più comune di display, le pareti, rimaste vuote - sulle quali sarebbero dovuti essere installati i dipinti - furono ricoperte da grandi pannelli di masonite, porzioni di pavimento dello studio dell'artista, tagliate e posizionate sul muro come fossero quadri.

La sostituzione delle più tradizionali tecniche pittoriche con l'utilizzo del readymade ritorna anche nella seconda serie esposta in mostra. Nelle quattordici tele di Diamond Painting (2003), Krebber smitizza in maniera sistematica, come d'altra parte suggerisce il titolo della serie, la centralità del soggetto e della tecnica in pittura, suggerendo invece uno spazio aperto alla sospensione e all'incompletezza. Tessuti acquistati in negozio, decorati con pattern prestampati, sostituiscono la tradizionale tela e divengono la superficie su cui Krebber dipinge semplici forme geometriche di rombi bianchi. Come spesso accade nel suo lavoro, il riferimento a influenti artisti tedeschi, in questo caso che hanno utilizzato il tessuto, come Rosemarie Trockel e Sigmar Polke, rivela la profonda conoscenza della storia dell'arte e della pittura contemporanea. La mostra è realizzata in collaborazione con Greene Naftali, New York. (Comunicato stampa)




Dipinto di Riccardo Corti "Restart"
19 giugno - 19 settembre 2021
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com

Rassegna di arti visive curata da Gianni Costa, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, patrocinata dal Comune di Camaiore. L'iniziativa punta a lanciare un forte segnale di ripartenza, offrendo al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini (Firenze, 1873-1956) agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Nella mostra verranno esposti recenti dipinti di Riccardo Corti, Beppe Francesconi, Guido Morelli, Armando Orfeo e Valente Taddei. I cinque artisti, seppur diversi tra loro per formazione estetica, stili e tecniche pittoriche, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della figurazione contemporanea. Nel giardino della Residenza d'Epoca saranno collocate alcune sculture dell'urban artist Giovanni da Monreale. Riccardo Corti (Firenze, 1952) dipinge a olio esili pini marittimi, in composizioni equilibrate nelle quali l'eleganza dinamica delle forme si unisce alla morbidezza delle sfumature. Ne nasce una pittura poetica e dalla spiccata valenza simbolica, nel contesto di un'indagine estetica mai fine a se stessa.

Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961) tratteggia racconti che si snodano sul filo di un originale registro visionario: le composizioni con piccoli animali che tendono a levarsi in volo esprimono la volontà di superare i problemi materiali e di immergersi in un fiabesco mondo di utopie. Guido Morelli (La Spezia, 1967) raffigura sintetici paesaggi naturali nei suoi oli dall'impronta materica. E' una pittura 'mentale', in cui è accentuata la dimensione della memoria: l'artista si concentra sul linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi dagli aspetti descrittivi e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità. Nelle sue tecniche miste, Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) riproduce surreali paesaggi urbani e marini nei quali si stagliano architetture audaci. L'artista realizza un onirico affresco sulla condizione dell'essere umano, servendosi di un'ironia volta a stimolare una meditazione non banale sull'esistenza.

Valente Taddei (Viareggio, 1964) realizza dipinti a olio e china dal taglio narrativo, nei quali un minuscolo individuo si ritrova in situazioni paradossali, sospeso in tempi e spazi indefiniti. La linea tracciata dall'artista asseconda le peripezie del piccolo personaggio, icona della fragilità umana in bilico tra sogno e inconscio. Giovanni da Monreale (Monreale, 1980) è autore di colorate sculture iperrealiste in cemento e in vetroresina, rappresentanti scene di vita quotidiana. Le sue opere, dal potente impatto visivo, offrono uno spunto di riflessione riguardo agli effetti negativi della dipendenza tecnologica sui giovani. (Comunicato stampa)

Immagine:
Dipinto di Riccardo Corti




Ravenna dantesca: l'emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni

Un disegno a inchiostro, un commosso tributo a Dante realizzato nel 1863: ha finalmente un nome l'artista che lasciò questa insolito omaggio su uno degli albi che per oltre un secolo hanno raccolto le firme dei visitatori nella tomba del poeta. È il pittore, incisore e fotografo Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 - Perugia 1869), vicino alla Scapigliatura, allievo di Giacomo Trecourt e amico di Tranquillo Cremona. La biografia dell'artista lombardo, morto suicida nel 1869, racconta la storia di un genio tormentato e instabile, che ottenne successi a Parigi e Roma ma che non riuscì a venire a patti con i suoi demoni. Nel suo breve itinerario esistenziale raccolse meno di quanto il suo straordinario talento non meritasse ma fu all'insegna della continua sperimentazione e dell'insoddisfazione che si svolse la sua ricerca artistica: passò dalla pittura storica, che tentava di liberarsi dai canoni imposti dall'ormai ingombrante figura di Francesco Hayez, all'incisione e alla fotografia, sempre con originalità e dedizione.

Fu apprezzato da molti contemporanei ma anche osteggiato da parte della critica ufficiale. Sono noti anche i suoi sentimenti patriottici, di stampo mazziniano, e la vicinanza alla famiglia Cairoli: suoi amici furono in particolare Ernesto (1833-1859), caduto nella battaglia di Varese e da lui ritratto in un celebre dipinto del 1862 (Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo), e Benedetto (1825-1889), garibaldino, cospiratore e poi presidente del Consiglio, cui l'artista inviò l'ultima, drammatica lettera della sua vita, dopo la quale si uccise ingerendo cianuro. Era il 1869 e l'artista aveva solo 36 anni.

Il riconoscimento si deve a Benedetto Gugliotta, responsabile dell'Ufficio Tutela e valorizzazione dell'Istituzione Biblioteca Classense e curatore della mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, nella quale il disegno è attualmente esposto fino al 17 luglio prossimo. Il percorso è una riflessione sull'ultimo centenario della morte di Dante (1921), è segnato dalla presenza di diversi albi di firme, usati un tempo nella tomba del poeta per raccogliere pensieri, omaggi o anche semplici firme di visitatori e visitatrici illustri o del tutto sconosciuti.

In apertura il curatore ha collocato questo straordinario omaggio simbolico, un'opera d'arte giunta fin qui anonima e che poteva ben rappresentare l'affetto e l'attaccamento che gli italiani hanno provato per Dante nei secoli e per le più disparate ragioni. «In questo caso», afferma il dott. Gugliotta, «era evidente un'allusione alle lotte risorgimentali, in considerazione della data, quella sì, annotata in calce al disegno, e del verso riportato sul basamento del monumento ideale al poeta: "Libertà vo [sic] cercando..." (Purgatorio, canto I, v. 71), che è quasi un mantra del Risorgimento italiano che aspirava, con le sue diverse anime, alla liberazione della Patria e alla sua unità. Il disegno è stato notato già in passato e nel 1882 gli erano state dedicate parole non benevole dallo scrittore e critico letterario Adolfo Borgognoni, zio di Corrado Ricci, che con poca acutezza e senza ovviamente averne riconosciuto l'autore, lo definì "peggio che mediocre"». (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Giorgio Morandi in una foto di Lamberto Vitali, settembre 1958 Re-collecting
Morandi racconta. Il segno inciso: tratteggi e chiaroscuri


27 maggio - 29 agosto 2021
Museo Morandi - Bologna

Prosegue con il terzo e ultimo appuntamento dedicato a Giorgio Morandi, Re-collecting, ciclo ideato da Lorenzo Balbi che approfondisce temi legati alle collezioni permanenti dell'Area Arte Moderna e Contemporanea dell'Istituzione Bologna Musei. Dopo le rassegne dedicate ai Fiori e alle Nature morte, quella dedicata al tema dell'Incisione, a cura di Lorenza Selleri.

Partendo dalla domanda ricorrente "Che cos'è un'acquaforte?", il museo cerca di rispondere attraverso il terzo un focus incentrato su questa tecnica, di cui Morandi è stato maestro. Maestro in senso stretto, dal momento che dal 1930 diventa docente di Tecnica dell'Incisione all'Accademia di Belle Arti di Bologna, ma anche in senso lato, dati il suo rigore e la sua straordinaria capacità tecnica. Giorgio Morandi si dedicò alla grafica, e in particolare all'acquaforte, con impegno pari a quello dedicato alla pittura ("dipingo e incido paesaggi e nature morte", dichiarò egli stesso nel 1937), tanto che ne divenne un interprete straordinario, tra i più significativi di tutto il panorama europeo del suo tempo.

La sua maestria è paragonabile a quella dei grandi incisori del passato, Rembrandt in primis, che studiava con assiduità e fermezza. Le riproduzioni su volumi in folio, così come le stampe originali che teneva esposte nella casa-studio di via Fondazza, e nella sua aula in Accademia, erano funzionali alla sua necessità di poterne carpire la tecnica perfetta. Così avvenne la sua formazione (non esistendo all'epoca in Accademia un corso di studi per questa disciplina specifica) e quella dei numerosi allievi che frequentarono la sua aula durante i ventisei anni del suo insegnamento.

In quel periodo Morandi descrive così il tipo di addestramento impartito ai suoi studenti: "faccio eseguire qualche copia da incisori antichi e limito l'insegnamento all'acquaforte eseguita a puro segno". Durante il suo magistero si alternarono nella sua aula studenti tra cui oggi ravvisiamo nomi noti come Luciano Minguzzi, Pompilio Mandelli, Quinto Ghermandi, Luciano Bertacchini, Leone Pancaldi, e poi ancora: Vasco Bendini, Pirro Cuniberti, Dino Boschi, Luciano De Vita e Paolo Manaresi. Artisti, questi, che appresero la sua lezione e nel contempo se ne distanziarono, acquisendo una propria personalità o, come suggeriva Morandi stesso, un "proprio timbro".

Nello sviluppo della sua tecnica Morandi puntò sul segno per andare oltre il bianco e il nero; attraverso il tratteggio, infatti, tradusse i rapporti tonali, o meglio chiaroscurali, giungendo a valersi di quelli che Brandi argutamente definì "colori sottintesi". Del resto la sua attività pittorica procedeva di pari passo. L'acquaforte, come pure la pittura, comportò per lui una fruizione lenta del mondo di cose che aveva sotto gli occhi, quasi una meticolosa distillazione. Ma è appunto in questa meditata operazione che riuscì a percepire la qualità di ciò che aveva di fronte, e quindi ad impadronirsene attraverso un'abilità tecnica straordinaria, che non divenne mai virtuosismo fine a se stesso.

Il percorso espositivo della mostra si apre con una natura morta cubofuturista, tratta dalla prima e unica lastra incisa all'acquaforte nel 1915 (V.inc.3), e si conclude con un esemplare dell'ultima e unica natura morta che Morandi realizzò nel 1961 (V.inc.131). Sette delle quattordici acqueforti esposte entrarono a far parte del patrimonio del Comune di Bologna nel 1961, quando Morandi le donò, conservando l'anonimato, in occasione del riordino delle raccolte della Galleria d'Arte Moderna allora ubicata presso Villa delle Rose. Alcuni fogli appartenenti a collezioni private completano l'esposizione. Si tratta di opere concesse in comodato gratuito al museo in tempi più o meno recenti, come ad esempio I Pioppi e la Grande natura morta con la lampada a petrolio del 1930 (V.inc.76 e 75) e la già citata natura morta del 1961, appartenuta a Luciano Pavarotti. A queste si aggiunge la stampa della sola lastra, ad oggi nota, che Morandi incise con la tecnica della ceramolle.

Alcune vetrine permettono al pubblico di avere accesso a documenti che gettano luce sulla dedizione di Morandi verso la tecnica oggetto del focus espositivo e sui suoi lunghi anni di insegnamento. Tra questi spiccano le lettere dell'artista all'amico Mino Maccari e quelle di Carlo Alberto Petrucci, Direttore della Calcografia Nazionale di Roma a Morandi, oppure i registri, le note di qualifica e le relazioni provenienti dall'Archivio Storico Accademia di Belle Arti di Bologna. La mostra è accompagnata da una pubblicazione realizzata dall'ufficio editoriale dell'Area Arte Moderna e Contemporanea dell'Istituzione Bologna Musei con un testo della curatrice e immagini delle opere, in distribuzione gratuita per il pubblico. (Comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




Dante e la miniatura a Bologna al tempo di Oderisi da Gubbio e Franco Bolognese
28 maggio - 03 ottobre 2021
Museo Civico Medievale di Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Richiamandosi al rapporto, intenso e fecondo, che Dante Alighieri ebbe in vita con la città di Bologna, le ragioni della mostra - curata da Massimo Medica - muovono dallo sguardo curioso e dalla attenta sensibilità critica che egli dovette rivolgere verso le arti figurative, di cui dimostrò di essere a conoscenza nei più importanti sviluppi coevi al suo tempo. Come è noto Dante soggiornò a Bologna in più occasioni: una prima volta probabilmente intorno al 1286-87, quando forse frequentò, come "studente fuori corso", l'Università. Più prolungato dovette essere invece il secondo soggiorno, che vide il poeta trattenersi in città per almeno due anni, dal 1304 al 1306.

Dopo avere lasciato Verona, e poi Arezzo, Dante ricercava ora nella scrittura e nello studio il motivo del suo riscatto che l'avrebbe risollevato dall'ignominia dell'esilio, iniziato nel 1302. Ed è probabile che in queste circostanze avesse scelto proprio Bologna come possibile nuova meta, atta a garantirgli le necessarie risorse per vivere e anche per studiare e scrivere. Una presenza che dovette consentirgli di entrare in contatto con alcuni di quei luoghi deputati alla produzione e alla vendita dei libri, dove probabilmente aveva avuto notizia dello stesso miniatore Oderisi da Gubbio di cui racconta l'incontro, tra i superbi, nell'XI canto del Purgatorio: «Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,/ l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte/ ch'alluminar chiamata è in Parisi?»/ «Frate», diss'elli, «più ridon le carte/ che pennelleggia Franco Bolognese;/ l'onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ed è in particolare in questo canto, spesso oggetto di riflessioni da parte degli storici dell'arte, a lasciar trapelare l'interesse del poeta per le discipline pittoriche e per l'arte della decorazione miniata del libro. Le terzine lasciano infatti intuire i rapporti del poeta con il mondo della produzione libraria ai più alti livelli, che non doveva limitarsi alla conoscenza personale dell'eugubino, come testimoniato dal riferimento all'enluminure parigina e all'altro miniatore Franco Bolognese, dimostrando come il sapere artistico di Dante fosse aggiornato, e non limitato solo alle figure più note di Cimabue e Giotto, ma anche edotto su un'arte più esclusiva ed elitaria come quella del minio.

Oderisi da Gubbio risulta in effetti documentato a Bologna tra gli anni sessanta e settanta del Duecento, il che induce a credere che egli avesse operato nell'ambito della miniatura locale del cosiddetto "primo stile" - una scuola tradizionale ancora legata allo stile bizantino - le cui caratteristiche ritornano, come documentano alcuni dei codici esposti, nella stesura rapida e corsiva, giocata su una gamma assai limitata di colori (ufficio del tempo, ms. 511; antifonario del tempo, ms. 513; lezionario, ms. 514; antifonario del tempo, ms. 515; antifonario del tempo, ms. 516; collettario, ms. 612). A questa prima fase dovette seguire più tardi una diversa e più aggiornata corrente di stile capace di rinnovare, nel ricorso ad una sintassi figurativa legata ai modelli della tradizione bizantina, il carattere delle decorazione dei codici bolognesi in una direzione goticizzante.

Questa ulteriore corrente, definita "secondo stile", ebbe come protagonista il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, nome che gli deriva da una sontuosissima Bibbia oggi conservata alla Biblioteca Capitolare di Gerona. Come risulta dai graduali da lui miniati per la chiesa di San Francesco (mss. 526,527) la sua attitudine a confrontarsi con i modelli più colti della cultura ellenistico-bizantina rivive nelle cadenzate euritmie che caratterizzano le varie figurazioni, ripensate si direbbe direttamente sugli esempi della miniatura di età paleologa, ma anche antecedenti collegabili alla rinascenza macedone. Il tutto interpretato con una verve ed una vitalità, anche cromatica, di sapore tutto occidentale, tale da presupporre un confronto anche con le coeve novità della pittura monumentale, ben documentate a Bologna negli anni del più antico soggiorno di Dante, dalla Maestà che Cimabue eseguì per la chiesa dei Servi.

Ed è forse a questo cambiamento che Dante allude nella Commedia quando dopo avere fatto riferimento ad Oderisi da Gubbio parla appunto dell'altro miniatore, il fantomatico Franco Bolognese "l'onor è or tutto suo, e mio in parte", come del resto potrebbe lasciare intendere anche l'ambientazione del poema nell'anno 1300, quando sicuramente Oderisi era già defunto. I riflessi di questo stile aulico si possono cogliere in buona parte dei codici miniati a Bologna tra la fine del Duecento e i primissimi anni del Trecento (graduale, ms.521; antifonario, ms.529, antifonario ms.532, matricola dei Merciai del 1303, ms.629) dove tuttavia appare crescente anche l'adesione ad un ritmo narrativo di stampo ormai gotico che in taluni casi sembra già presupporre la conoscenza di certi modelli giotteschi. (Comunicato stampa)




Francesca Guffanti | Opere recenti / opere dalla collezione
Katia Bassanini (1969-2010) | Cabinet: opere dalla collezione


05 giugno (inaugurazione) - 22 agosto 2021
MACT/CACT Museo e Centro d'Arte Contemporanea Ticino - Bellinzona (Svizzera)
www.cacticino.net

La tradizione della cultura europea, in particolare nel tempo della Controriforma, ha sviluppato anche un vero e proprio concetto, quasi politico, dell'immagine, che ancora oggi rimane nella genetica dei popoli e diventa, con l'avvento dell'immagine commerciale, preponderante come significante rispetto ai suoi significati. Raffinata pittrice, Francesca Guffanti (1962), nelle sue produzioni degli ultimi anni, insegue la sintesi e il concetto dell'immagine più che la vana perfezione formale fine a se stessa, e dove la pittura medesima diventa marginale rispetto alla poetica dei suoi contenuti. L'artista italiana crea una vero e proprio impianto estetico, entro cui il dialogo tra gesto e rappresentazione assume i contorni di un elevato impegno interpretativo.

Il suo approccio, da anni, corre lungo il filone espressionista, ove non già la caratura pittorica prevale, bensì vieppiù la ricerca analitica e quasi filosofica; come se i suoi quadri diventassero finestre di un mondo che ci circonda, più che icone tematiche a sé stanti. Ecco che l'oggetto si smaterializza sempre più in soggetto e i suoi personaggi o i suoi soggetti diventano il prodotto di un'alchimia metamorfica, quasi una quinta teatrale, una sorta di sublimazione immaginifica, che li rende simbolici ed eterni, permettendo al visitatore un libero approccio interpretativo. La presenza della figura umana si scarnifica, dipinta con pochi mezzi, quasi la materia sottile e disordinata ci indicasse la verità della condizione umana, e la natura assumesse quella importanza che ci sovrasta e ci sopravvive.

Parallelamente il MACT/CACT dedica una sezione, titolata "Cabinet: Opere dalla Collezione", all'artista svizzera prematuramente scomparsa Katia Bassanini (1969-2010). Figlia degli anni 1980, l'autrice di origine ticinese e residente a New York, dà corpo ai temi del rapporto di forza all'interno di una società consumistica, grazie all'uso di un linguaggio figurativo e multimediale, e dove l'approccio performativo domina e permea tutta la sua opera. In mostra sono visibili opere plastiche e su carta dal 1996 al 2004. (Mario Casanova, 2021)




Il Castello Maniace a Siracusa in Sicilia Alfredo Pirri - Passi - Jugoslovenska Kinoteka, Belgrado 2019 Alfredo Pirri
"Passi"


17 maggio - 31 dicembre 2021
Castello Maniace - Siracusa

Nel federiciano Castello Maniace, a Siracusa, un gigantesco pavimento di specchi frantumati, su cui trovano spazio antichi reperti del luogo, apre un dialogo affascinante tra passato e presente. Ottocento metri quadrati ricoperti di specchi calpestabili, una nuova, temporanea pavimentazione per la Sala Ipostila del Castello Maniace, dove si moltiplicheranno le immagini delle volte a crociera, delle colonne in pietra luminosa, della sobria architettura normanna. "Passi", la coinvolgente installazione itinerante di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957), giunge per la prima volta in Sicilia, operando un'affascinante trasformazione di un monumento millenario, grazie alla forza concettuale e al potere visionario dell'arte contemporanea.

Si tratta della più grande edizione dell'opera realizzata fin qui in uno spazio chiuso, seconda solo a quella a cielo aperto pensata per il Foro di Cesare. Il Castello Maniace, luogo fortificato sin dai tempi degli antichi Greci, successivamente roccaforte bizantina - il nome viene dal comandante Giorgio Maniace, Principe e Vicario dell'Imperatore di Costantinopoli - fu edificato, per come lo conosciamo oggi, dall'architetto Riccardo da Lentini su ordine di Federico II di Svevia. Era il 1232 e una straordinaria testimonianza storico-artistica iniziava a prendere forma inluogo iconico della città di Siracusa. Oggi il Castello è un bene di pertinenza della Soprintendenza regionale di Siracusa.

Da un'idea della curatrice, Helga Marsala, l'approdo di "Passi" al Maniace si è reso possibile grazie all'impegno di Aditus, concessionaria per i servizi aggiuntivi della Regione Siciliana per i principali siti archeologici e culturali della Sicilia orientale: in stretta collaborazione con la Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Siracusa, Aditus ha prodotto e realizzato la poderosa installazione,che all'interno dello storico edificio genera una trasformazione radicale, tra suggestioni di tipo estetico e simbolico, nel moltiplicarsi di luce, spazio, linee, forme: il soffitto e le pareti, sdoppiandosi e frammentandosi sullo specchio, destinato a infrangersi sotto il peso di migliaia di passi, produrranno immagini nuove, dilatate, plurali, irregolari.

"La luce è rinascita, rinnovamento, continua offerta di spigolature e colori nuovi. Gli specchi infranti di Alfredo Pirri - sottolinea l'Assessore dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Alberto Samonà - rimescolano le carte, spazzano via finte certezze, ci mostrano una realtà che può essere interpretata in chiave contemporanea attraverso occhi nuovi, attraverso uno sguardo altro rispetto all'ordinario. Riaprire il Castello Maniace con questa installazione apre a una rilettura dell'antico attraverso nuove forme narrative, crea un ponte ideale tra passato, presente e futuro e ci avvia sulla strada di una modernità da indagare secondo prospettive inedite. Uno specchio che si infrange, in generale, è anche metafora della nostra personalità, di un ego troppo spesso autocelebrativo che, però, proiettato in una dimensione irregolare deforma séstesso e rivela particolari non conosciuti dell'essere umano e dello spazio circostante".

Per il Dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali e dell'Identità siciliana, Sergio Alessandro, "L'arte contemporanea dimostra di nuovo come sia possibile coniugare ricerca attuale e custodia del passato, intendendo la storia come bagaglio da vivificare e interpretare. Siamo orgogliosi - aggiunge - di ospitare quest'importante opera in uno dei luoghi più iconici della nostra isola. La tutela del monumento non esclude la sua trasformazione temporanea, quando si è dinanzi a progetti di alto profilo, orientati al rispetto dei luoghi e gestiti con profonda intelligenza. Un particolare apprezzamento mi piace esprimerlo innanzitutto nei confronti del Soprintendente Irene Donatella Aprile, che con lucida visione ha voluto offrire spunti di nuova luce a questi luoghi straordinari, e poi a tutto lo staff del Concessionario dei servizi aggiuntivi, Aditus: il sapiente management, ancora una volta espresso nel lavoro sul territorio, ha saputo coniugarsi con la sensibile cura del progetto da parte di Helga Marsala e con il talento di un artista di livello internazionale come Alfredo Pirri".

E proprio l'Architetto Irene Donatella Aprile, Soprintendente di Siracusa, ha creduto nel progetto, sposando l'idea - spiega - di "una reinvenzione in chiave contemporanea del monumento, in analogia con i più prestigiosi luoghi culturali italiani, di cui il Castello Maniace rappresenta una testimonianza altrettanto prestigiosa nel circuito culturale della Sicilia". "La Sala Ipostilasi moltiplica a dismisura - sottolinea infine la curatrice, Helga Marsala - in una girandola percettiva densa di significati. Un incantesimo che trasporta il visitatore in una nuova dimensione, simile a un sogno o una vertigine.

I luoghi a cui affidiamo la nostra identità culturale e la nostra memoria vengono messi in discussione grazie a un'operazione che, fra estetica e politica, trasforma l'aspetto di monumenti immutabili, "beni comuni" in cui la società si identifica; trasformando altresì la condizione dello sguardo e l'esperienza della visione. Un modo per ribadire che la storia può e deve essere riletta criticamente, essendo sempre punto di partenza per nuove riflessioni. Il pubblico, protagonista di una performance collettiva, frantuma gli specchi camminandovi sopra. Grazie al tipo di materiale utilizzato - calpestabile in sicurezza - le fratture si moltiplicheranno, ma la superficie non arriverà a rompersi. Un'immagine di fragilità e resistenza, cicatrici come aperture verso significati altri e altre modalità di attraversamento".

"Passi" è il titolo di una serie di installazioni avviata nel 2003 da Alfredo Pirri - uno dei maggiori esponenti dell'arte contemporanea italiana, attivo a partire dagliAnni Ottanta - con un fortunato intervento all'interno della Certosa di San Lorenzo a Padula (Salerno), a cura di Achille Bonito Oliva. Da quel momento il progetto è stato accolto in diverse sedi storiche, in Italia e all'estero, integrando nel suo nome quello dello spazio che lo ospitava: edifici sacricome la stessa Certosa di Padula e l'Abbazia di Novalesa, spazi culturalicome il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e la Cinemateca jugoslava di Belgrado, istituzioni museali come Palazzo Altemps(Roma), Museo Novecento (Firenze) e la Galleria Nazionale d'Arte Moderna (Roma),siti archeologici come il Foro di Cesare (Roma) o siti industriali come l'ex Centrale termoelettrica di Daste e Spalenga a Bergamo o l'ex bunker antiatomico voluto da Tito a Konjic, in Bosnia. Per questo debutto in Sicilia, nell'affascinante corrispondenza tra lo specchio del mare che circonda il castello e il piano specchiante all'interno della Sala Ipostila, l'installazione trova un modo per ridisegnare l'ambiente, realizzando una perfetta sintesi tra architettura e natura, tra storia e arte contemporanea.

Sul pavimento in frantumi "galleggiano", come testimonianze emerse dagli abissi, alcuni reperti provenienti dal Museo archeologico "Paolo Orsi" di Siracusa, in dialogo con le leggerissime sfere colorate realizzate dall'artista: sono pesanti "proiettili" in pietra diantiche catapulte, divenuti qui oggetti misteriosi, metafisici, dal forte valore simbolico e formale. In una seconda sala, intitolata all'aspetto grafico e progettuale del lavoro, sono esposti dei frammenti di capitelli ritrovati in loco, memorie storico-architettoniche accostate ad altre opere di Pirri: due nuovi disegni e una maquettedi specchi dedicati al Maniace, insieme a una serie di acquerelli recenti. Il Castello, macchina scenica luminosa e insieme macchina da guerra, mette insieme la potenza dell'arte e del paesaggio con l'epica della morte e del potere propria del suo passato di fortezza militare e dimora reale.

Il lavoro di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) al confine tra pittura e scultura, architettura e installazione, s'impone all'attenzione del pubblico internazionale fin dalla metà degli Anni Ottanta. Lo spazio diventa per lui paesaggio abitato da presenze plastiche, in cui la superficie pittorica genera luce e ombra, in chiave costruttiva e insieme poetica. L'arte di Pirri crea un confronto armonico con l'architettura e tende alla creazione di uno spazio abitabile, che è allo stesso tempo luogo di una funzione pubblica. «In tutti questi anni il mio interesse per lo spazio è rimasto predominante, fino a sfiorare l'architettura. Si tratta di un interesse politico, inteso come tentativo di mostrare qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia afavore dell'esistenza».

Tra i suoi principali progetti, «Passi» realizza attraverso gli specchi la capacità della luce di modulare e alterare gli ambienti, ridefinendoli sul piano della percezione e della memoria. Alfredo Pirri ha esposto in numerose sedi nazionali e internazionali, tra cui: Museo Nazionale Romano -Palazzo Altemps, Roma (2018); MACRO, Roma (2017); Museo Novecento, Firenze (2015); London Design Festival (2015); Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma (2013); Palazzo Te, Mantova (2013);Project Biennial D-0 ARK Underground Konjic in Bosnia Herzegovina (2013); Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l'opera permanente «Piazza» (2011); Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro (2007); Maison Européenne de la Photographie, Parigi (2006); Biennale dell'Avana (2001); Accademia di Francia a Roma -Villa Medici (2000); MoMa PS1, New York (1999); Walter Gropius Bau, Berlino (1992); Biennale d'Arte di Venezia (1988).

Il Castello Maniace è costruito per volontà di Federico II fra il 1232 e il 1240. L'edificio, a pianta rigorosamente quadrata, è chiuso da un poderoso muro perimetrale con quattro torri cilindriche agli angoli. Il nome risale al generale bizantino Giorgio Maniace, che nel 1038 riconquista la città agli Arabi. L'ingresso è segnato da un portale marmoreo strombato a struttura ogivale. Sopra l'arco, nel 1614,viene collocato lo stemma spagnolo. Ai lati del portale, due mensole contenevano su due arieti di bronzo, di cui uno solosi è salvato ed è oggi conservato al Museo archeologico regionale "Antonino Salinas"di Palermo. Della struttura originaria restano le due navate coperte da volte a crociera lungo il lato meridionale.

L'ala Nord-Est invece, nella cui torre era ricavata una polveriera, nel 1704 è distrutta da un'esplosione causata da un fulmine. Il Maniace nasce non solo come elemento della difesa dell'area meridionale dell'impero di Federico II, ma anche come residenza per la corte itinerante del re e per le riunioni del Parlamento. Nei secoli successivi subirà continui rimaneggiamenti ed estensioni. Nel XV secolo diventa anche prigione. Nel XVI secolo, all'esterno del manufatto federiciano, sono impiantate le batterie di cannoni che lo collegano al sistema delle fortificazioni cittadine. Oltre il fossato sopra il quale passa un ponte, viene realizzata la porta attribuita all'architetto di Siracusa Giovanni Vermexio. Nel XVII secolo l'architetto militare fiammingo Carlos de Grunenbergh munisce il Castello di una difesa a punta di diamante e costruisce due semi-baluardi nella parte antistante l'ingresso. Infine, in età borbonica, viene costruita la casamatta, recentemente restaurata. Nel 2018, dopo un'opera di attento restauro a cura della Soprintendenza di Siracusa, il castello è stato restituito alla città, tornando ad occupare la posizione di rango che gli spetta nel patrimonio storico-culturale del territorio. (Comunicato ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Opera in plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, denominata Subway realizzata nel 1967 da Laura Grisi, Courtesy Grazyna Kulczyk Laura Grisi
The Measuring of Time


05 giugno - dicembre 2021
Muzeum Susch (Svizzera)
www.muzeumsusch.ch

Prima ampia retrospettiva museale dedicata all'artista italiana Laura Grisi (1939-2017) dopo la sua scomparsa, concepita per Muzeum Susch, a cura di Marco Scotini, realizzata in collaborazione con l'Archivio Laura Grisi di Roma e la Galleria P420 di Bologna. Collocato in una posizione isolata e difficilmente inquadrabile in una sola tendenza degli anni Sessanta - Settanta, il lavoro di Laura Grisi appare oggi come uno dei casi più originali e personali di arte concettuale (sensoriale e mentale allo stesso tempo) e di pensiero diagrammatico, in cui la stessa riflessione prende forma sia attraverso icone che attraverso rappresentazioni visive. In un'attività multiforme che assume quale propria basilare condizione quella del "viaggio" (dai luoghi remoti attraversati alla varietà dei media utilizzati), Laura Grisi incarna una sorta di soggetto femminile apolide e nomade che sfida le politiche dell'identità, l'univocità della rappresentazione e l'unidirezionalità del tempo.

Il titolo dell'esposizione è tratto da un film in 16mm che documenta l'artista sola su una spiaggia e impegnata in un'impresa degna di Sisifo, che apparentemente non ha fine, oltre il tempo. Insieme all'esposizione di importanti opere dagli anni Sessanta agli anni Ottanta (conservate in istituzioni pubbliche e collezioni private) e alla presentazione di documenti fondamentali della ricerca e dei viaggi dell'artista, la mostra sarà l'occasione per ricostruire i nove ambienti dedicati ai fenomeni naturali (sala della nebbia, sala della pioggia, del vento, ecc.) e mai riallestiti dalla fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta, quando furono presentati per la prima volta. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione sul lavoro di Laura Grisi edita da jrp|editions e sviluppata grazie alla collaborazione tra jrp|editions, Muzeum Susch e la galleria P420.

La prima monografia completa dedicata a Laura Grisi testimonia la singolarità e la visione innovativa dell'artista italiana all'interno della storia dell'arte contemporanea e raccoglie un'ampia documentazione sulla sua multiforme pratica, sulla sua ricerca e sui suoi numerosi viaggi, concentrandosi principalmente attorno agli anni '60 -'70. La pubblicazione comprende saggi, tra gli altri, del critico e curatore italiano Marco Scotini, della storica dell'arte francese Valérie Da Costa, dello scrittore e critico Martin Herbert e della Professoressa di Studi Visivi e Ambientali dell'Università di Harvard Giuliana Bruno, oltre alla ristampa di una seminale intervista a Laura Grisi realizzata da Germano Celant nel 1990.

Nata a Rodi, in Grecia, nel 1939, formatasi a Parigi e vissuta tra Roma e New York, Laura Grisi trascorre lunghi periodi della propria vita in Africa, Sud America e Polinesia: un'esperienza nelle culture extra-occidentali destinata a segnare per sempre la sua pratica, sempre più focalizzata sulla ricerca di un pensiero cosmico o una 'scienza del concreto' - come avrebbe detto Lévi-Strauss. Allo stesso modo, pur facendo della fotografia il linguaggio primario della propria ricerca, in seguito passa a una pittura definita "variabile" (con pannelli scorrevoli e tubi di neon), poi a delle installazioni ambientali dinamiche in cui riproduce artificialmente fenomeni naturali, fino ad approdare a una forma verbale descrittiva e al linguaggio matematico come strumento concettuale che impiega per esplorare i meccanismi della percezione e della conoscenza umana.

L'intero lavoro di Laura Grisi è uno sforzo titanico nel rendere conto dell'ampiezza, della molteplicità, della natura impercettibile così come della proliferazione senza fine di tutto il possibile, ma partendo da vincoli precisi, da gap paradossali, da limiti linguistici e semiotici, secondo un'attitudine vicina al Noveau Roman, al cinema della Nouvelle Vague e al gruppo francese Oulipo.

La tensione tra macro e microscala, tra i dati e il possibile, (la legge e il caso, l'universale e il particolare, il passato e il futuro) è messa in scena ogni volta attraverso una radicale politica dell'attenzione rivolta al minimo, al marginale, al grado zero: quattro ciottoli, il suono delle gocce d'acqua, il colore delle foglie di mango, la direzione del vento, il passaggio percettivo tra le sensazioni, i rumori prodotti dallo spostamento delle formiche sul terreno. Tale attenzione estrema è sempre l'oggetto di un rituale antropologico di cui ci sfuggono le coordinate culturali: contare granelli di sabbia, misurare la forza del vento, distillare percezioni sensoriali, rifotografare fotografie, permutare cose e oggetti, ascoltare l'inudibile.

Come se l'incommensurabile fosse sempre il dato ultimo (l'esito imprevisto) di un infaticabile processo di misurazione, come se i segni e i linguaggi fossero il limite iniziale del possibile. "Il suo lavoro - come scrisse Lucy Lippard nel 1979 - sta in equilibrio tra le alternative possibili e la mancanza di alternative. Di solito sceglie il sistema permutazionale e poi accetta le sue conseguenze".

'Museo laboratorio' di nuova concezione, il Muzeum Susch è stato inaugurato nel gennaio 2019, fondato e creato da Grazyna Kulczyk, imprenditrice polacca e grande sostenitrice dell'arte contemporanea, i cui principali precedenti progetti hanno dato vita a innovative piattaforme per il dialogo tra le arti e altri linguaggi. Il museo ha sede all'interno di uno straordinario campus nell'area di un ex monastero e birrificio del XII secolo a Susch, una piccola città della valle dell'Engadina, sulle Alpi svizzere, collocata nell'antica rotta dei pellegrini verso Santiago de Compostela. Il poliedrico progetto comprende oltre 1.500 m2 di spazi espositivi che ospitano sia opere permanenti site-specific sia un programma regolare di mostre temporanee. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Laura Grisi, Subway, 1967, plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, Courtesy Grazyna Kulczyk




Historia
Francesco Bertocco


29 maggio - 01 agosto 2021
Museo MA*GA - Gallarate
www.museomaga.it

Historia dell'artista Francesco Bertocco è vincitore della settima edizione del bando Italian Council (2019), concorso ideato dalla DGAAP del Ministero della Cultura, per promuovere l'arte contemporanea italiana nel mondo. Il progetto è a cura di Viafarini con la collaborazione curatoriale di Mariagrazia Muscatello e con Museo MA*GA a Gallarate e MAC Museo de Arte Contemporaneo e Museo de Quimica y Farmacia e Istituto Italiano di Cultura a Santiago del Cile. Historia è un'indagine sulla storia della medicina cilena attraverso gli eventi storici più significativi accaduti nel paese sudamericano nella seconda metà del Novecento.

Bertocco riflette su cosa sia la pratica della cura in Cile, mettendo a confronto la medicina "ufficiale" e quella tradizionale, come vivono e coesistono all'interno della stessa società. Il lavoro interroga le relazioni tra ospedalizzazione e controllo sociale, scienza e la più ampia idea di cura. In contemporanea con il MA*GA, s'inaugura anche la mostra al Museo de Arte Contemporáneo di Santiago del Cile, a cura di Mariagrazia Muscatello, creando un link culturale tra le due istituzioni.

La rassegna, a cura di Alessandro Castiglioni, mette in dialogo questa nuova produzione dell'artista, caratterizzata da una serie di fotografie e un'inedita opera video, con i principali lavori realizzati da Bertocco in oltre dieci anni di ricerca e attività. In merito scrive l'artista: "Il lavoro è pensato attraverso una forma in progress, che andrà a costruirsi durante tutto il periodo della mostra, raggiungendo, verso la fine, la sua forma finale. Questa modalità di presentazione del lavoro, vuole mettere in scena il processo di realizzazione di Historia e le trasformazioni che lo hanno interessato in questi ultimi due anni di ricerca, tra un contesto socio-politico improvvisamente mutato e l'emergenza pandemica che lo ha attraversato e modellato". L'intero progetto è completato con una pubblicazione editoriale, un vero e proprio strumento critico atto ad approfondire le tematiche trattate, attraverso saggi critici, pubblicazioni scientifiche e documenti, edito da Mousse Publishing nell'autunno del 2021.

- L'opera video Historia

Il video si apre con le immagini del dipinto muralista Historia de la medicina y la farmacia en Chile. Il murales nel suo complesso simboleggia le varie fasi culturali, sociali e temporali della storia della medicina cilena. Dopo di che si passa all'interno del Museo Nacional de Medicina di Santiago, luogo che raccoglie la più vasta collezione di oggetti, fotografie, documenti di medicina del Cile, distribuita in un arco temporale che va dai secoli XVI-XVII fino ai giorni nostri. Frammenti di interviste di tre studiosi César Leyton (Università del Cile), Ivan Oyarzum Quezada (conservatore Museo Nazionale di Medicina di Santiago) e Marcelo López (Università del Cile), compongono un racconto della medicina cilena dalla nascita fino ai giorni nostri, accompagnati dai preziosi documenti fotografici di questo archivio.

Successivamente, ci spostiamo nel nord del Cile, a Camiña, nelle terre degli aymara, seguendo la figura dello Yatiri (lo sciamano del villaggio) e le sue pratiche curative adottate come medicina ufficiale da questo popolo. L'ultima parte è ambientata all'interno del Centro de Medicina Mapuche situato nella periferia Ovest di Santiago. La sua presenza permette di comprendere meglio i legami tra i popoli indigeni e la loro tradizione curativa con il Cile contemporaneo, come queste due modalità di intendere i processi curativi possano coesistere all'interno di un unico paese così eterogeneo come il Cile.

.. Webinar, 12 giugno 2021, dalle 10.00 alle 17.30 zoom.us/j/93189608707

Viafarini organizza un workshop online nella giornata di sabato 12 giugno, partendo da Historia, dedicato ad approfondire temi correlati al progetto attraverso le opere di artisti e teorici invitati a un confronto sul rapporto tra produzione artistica e culturale, ricerca scientifica e il più ampio concetto di cura e salute nella nostra società. Partecipano: Riccardo Arena, Francesco Bertocco, Alessandra Caccia, Alessandro Castiglioni, Milovan Farronato, Marcello Fumagalli, Mariagrazia Muscatello, Maria Pecchioli, Cristiana Perrella, Gabi Scardi, Marco Trovato, Wurmkos. (Estratto da comunicato stampa)




Annullo postale per la tappa di Sacile del Giro d'Italia 2021 Annullo speciale dedicato alla tappa sacilese del 104esimo Giro d'Italia

In occasione del 104° Giro d'Italia che farà tappa a Sacile, Poste Italiane attiverà un servizio filatelico temporaneo di annullo speciale con la dicitura "La Città di Sacile saluta i ciclisti". Nell'occasione, lunedì 24 maggio, dalle ore 9 alle 13, sarà possibile timbrare con l'annullo speciale le corrispondenze presentate nella loggia di Palazzo Ragazzoni, in Viale Pietro Zancanaro. Eventuali commissioni filateliche potranno essere inoltrate allo sportello filatelico dell'Ufficio postale di Sacile. (Comunicato stampa)





Locandina della mostra di fotografie realizzate da Miron Zownir in esposizione a Palermo al Centro Internazionale di Fotografia Zeitwirdknapp / Non c'è più tempo - Retrospektive 1977-2019
Fotografie di Miron Zownir


21 maggio (inaugurazione) - 31 luglio 2021
Centro Internazionale di Fotografia - Cantieri Culturali alla Zisa - Palermo
www.goethe.de/palermo

E' uno dei più radicali fotografi della scena contemporanea degli ultimi quarant'anni, le cui immagini scattate nella Berlino Ovest, a Londra e New York, nelle città post comuniste dell'Est Europa, lo hanno reso noto in tutto il mondo. Miron Zownir, il fotografo, ma anche regista e scrittore, il Poeta della fotografia radicale - come lo consacrò il grande scrittore statunitense Terry Southern -, arriva per la prima volta a Palermo, con la mostra, che s'inaugura in sua presenza, al Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia.

Oltre 70 fotografie, di medio e grande formato, realizzate tra il 1977 e il 2019, e corredate da una selezione di video tratti da alcuni suoi film, raccolte in una grande retrospettiva curata da Gaetano La Rosa, e sostenuta dal Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con l'Assessorato alle CulturE del Comune di Palermo, per rendere omaggio alla grande personalità di un artista dotato di un fortissimo talento, non soltanto per la fotografia. In occasione della mostra verrà presentato il libro fotografico Apotheosis and Derision - The Living Theater Of Miron Zownir, settantatre foto dalla selezione della mostra di Palermo, prefazione di Gaetano La Rosa, edito da PogoBooks Berlin con il supporto del Goethe-Institut Palermo. Durante il periodo della mostra il volume sarà disponibile al prezzo speciale di € 25,00 presso la sede del Goethe-Institut Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Opera di Marisa Zattini Marisa Zattini
Labirintica
in limine Dedalus


22 maggio - 26 settembre 2021
Labirinto della Masone - Fontanellato (Parma)
www.ilvicolo.com

Scrive Gianfranco Lauretano: «Il gesto artistico di Marisa Zattini, che fa scendere questi minuziosi labirinti sulle foglie d'oro di preghiere orientali, si inserisce in piena coerenza nel suo percorso, così come si sta sviluppando negli ultimi anni. [...] Si pensi al supporto di questi labirinti, la carta leggerissima ma terrena e la doratura divina di questi fogli, nati come supporto di preghiere orientali. Il tema del labirinto così si mostra particolarmente adatto alla tensione conoscitiva dell'artista. Esso è già di per se stesso simbolo alchemico, addirittura archetipico.

La sua origine è antichissima e universale, comune a tutte le civiltà, di tutte le latitudini ed epoche. Compare insomma in cronologie e geografie lontane, nelle quali è enigmaticamente ricorrente. Di questi labirinti colpisce la fattura, la delicatezza e la fantasia del gesto, la miniatura e la varietà. E se davvero il labirinto è una forma antropologica - archetipica si diceva - del percorso interiore alla ricerca della misteriosa profondità di se stessi, contemporaneamente quelli di Marisa Zattini, percorrendo a loro volta quella strada, ne danno forme nuove e inedite, dalla foglia al cerebro, dall'otto dell'infinito alla stella di David, a una ricchezza di forme lussureggianti [...]».

L'esposizione curata da Maddalena Casalis, inserita nel programma delle attività di Parma 2020+21 Capitale Italiana della Cultura, è accompagnata da una guida/catalogo (pagg. 48) che contiene tutte le opere esposte, con testi dell'artista e a firma di Gianfranco Lauretano e Giovanni Ciucci. (Comunicato ufficio stampa Il Vicolo Sezione Arte)




Arrivano i primi segnali positivi per la stagione 2021
La Sicilia apre la stagione in Sold Out!

www.gbviaggi.it

(Comunicato stampa GB Viaggi Tour Operator) - Nelle ultime settimane è manifesta la volontà di ritornare il più possibile alla normalità e iniziano ad arrivare le prenotazioni per le vacanze. Il settore turistico è stato uno dei comparti più penalizzati dalla pandemia. Un settore che ha già pagato a caro prezzo il peso delle restrizioni che hanno praticamente bloccato gli spostamenti e quindi la possibilità di andare in vacanza. Con l'avanzamento del programma vaccinale è arrivato il momento di programmare la ripartenza. Una ripartenza forte, come dimostrano i dati. Secondo le prime stime del tour operator GB Viaggi, è un vero e proprio boom per le vacanze estive con la Sicilia in vetta tra le mete più gettonate.

Nell'era del Covid-19 abbiamo assistito anche alla trasformazione del concetto stesso di vacanza. Le location più attrattive, non sono quelle di massa, i vacanzieri sono sempre più alla ricerca di spazi aperti, soggiorni più isolati e misure di sicurezza garantite. Anche per questa stagione 2021, in molti preferiranno rimanere in Italia, scegliendo mete sicure. Tra queste la Sicilia è una delle mete più ambite. Qui natura, distanziamento, sicurezza e comfort sono le parole d'ordine che fanno, dell'isola più grande del Mediterraneo, una tra le più belle al mondo, anche una delle mete più ambite e sicure dell'estate 2021.

Il fattore vaccini è un elemento essenziale per sorreggere la fiducia di un ritorno alla normalità. "Sono i numeri a parlare chiaro! - afferma Domenico Stefanelli, direttore booking di GB Viaggi - Gli esiti della forte campagna vaccinale si sono rivelati importantissimi per sbloccare l'incertezza dei vacanzieri e rassicurare sulla possibilità di andare in vacanza". I vaccini però, non sono l'unico elemento che favorisce la ripartenza. Il coraggio di investire, nonostante l'incertezza, nell'eccellenza di prodotto, viene premiato.

È il caso dell'Hotel Club La Paya, sito a Marina di Patti, in provincia di Messina, pronto ad aprire i battenti dal prossimo 28 maggio 2021. Un'apertura che ha registrato già il sold out grazie anche alla forte collaborazione con il tour operator GB Viaggi. Una sinergia che grazie all'impegno, alla costanza e al duro lavoro, ma soprattutto alla volontà di crederci, nonostante tutto, sta iniziando a dare i suoi frutti.

L'Hotel di Michele Mastronardi negli ultimi tempi è stato insignito di prestigiosi titoli tanto da aver ricevuto il riconoscimento delle 5 stelle dal Wedding Awards 2020 e del premio Travel Cooker 2020. Tra le regioni del Sud Italia, la Sicilia è quella che ha ricevuto il maggiore interesse. Oltre il 44% degli italiani ha scelto un soggiorno in Sicilia con un aumento delle ricerche, a partire da gennaio, pari al +42%.

"Segnali positivi, dunque - conclude il direttore delle vendite - per la prossima stagione, che ci auguriamo possano incrementarsi con il supporto dei programmi di vaccinazione e grazie alle misure di sicurezza che abbiamo introdotto in tutte le nostre strutture. Nella speranza che la garanzia di poter trascorrere le proprie vacanze in totale sicurezza possa incoraggiare gli italiani, consentendo a tutti di non rinunciare alle vacanze".

  The Rough Guide - Sicilia (Recensione di Ninni Radicini a una Guida turistica sulla Sicilia)

La Trinacria | Storia e Mitologia (Articolo sul simbolo mitologico e storico della Sicilia)

Sicilia e Grecia (Convergenze storiche e culturali nel mondo Ellenico)





Particolare dalla locandina della mostra su Frida Kahlo Frida Kahlo. Una vita per immagini
16 maggio - 13 ottobre 2021
Museo Civico - Sansepolcro (Arezzo)

Attraverso un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, la mostra ricostruisce le vicende della vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca delle motivazioni che l'hanno trasformata in un'icona femminile e pop a livello internazionale. In effetti le foto di sono state realizzate dal padre Guillermo durante l'infanzia e la giovinezza della figlia e poi da alcuni dei più` grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silbertein, Manuel e Lola Alvarez Bravo, Nickolas Muray e altri ancora. In questo straordinario "album fotografico" si rincorrono le vicende spesso dolorose ma sempre appassionate di una vita, oltre agli amori, alle amicizie e alle avventure di Frida.

In mostra è esposto anche un gruppo di piccole fotografie molto intime di Frida, scattate in formato polaroid dal gallerista Julien Levy. Il percorso di mostra ricostruisce innanzitutto il contesto in cui si è affermata la sua personalità: è il Messico del primo Novecento, attraversato da una rivoluzione che ne ha cambiato la storia, grazie a umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata. L'epopea e il mito della rivoluzione messicana resteranno impresse nella mente di Frida e ne forgeranno il carattere indomito, alimentando il suo senso di ribellione verso le convenzioni borghesi e le imposizioni di una società fortemente maschilista. In questo contesto si innestano le vicende della famiglia Kahlo.

Guillermo, il padre, è un fotografo di professione di origine tedesca, giunto in Messico nel 1891 e ben presto innamoratosi del paese che lo ha accolto. La sua attività è testimoniata da alcune fotografie realizzate su incarico del governo austriaco, per documentare le chiese del Messico, erette nel periodo coloniale. Di sangue misto, tedesco e messicano, Frida cresce nel mito di un Messico rivoluzionario, introiettando tutti i caratteri di una personalità libera e indomita, che trova nella pittura un linguaggio appassionato, viscerale, dai forti contenuti impietosamente autobiografici, con cui si racconta senza ipocrisie.

Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, alla ricerca di una propria identità e di una ragione di vita. Nei suoi numerosi autoritratti non teme di mettere a nudo le proprie debolezze e le proprie inquietudini. Accanto a Frida è spesso ritratto Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, che ha attraversato gran parte della sua vita. Ma vi appaiono anche altri personaggi come Leon Trotsky e André Breton.

In mostra sono esposti infine alcuni documenti come il catalogo originale della mostra di Frida, organizzata da André Breton a Parigi, il primo "manifesto della pittura rivoluzionaria" firmato da Breton e Rivera, una documentazione fotografica della sua famosa Casa Azul e un grande dipinto realizzato dal pittore cinese Xu De Qi che riproduce Las Dos Frida. La mostra si chiude con un video che raccoglie le poche immagini filmate della grande artista messicana. Il catalogo, curato da Vincenzo Sanfo è edito da Papiro Art. I servizi di accoglienza nel museo e in mostra sono gestiti da Opera Laboratori Fiorentini. (Comunicato stampa Civita - Ombretta Ambra Roverselli)




Landscape with two hands, by Igor Eškinja 2019, Lambda print on plexiglass and dibond 80x65 cm Videogioco Spacewar per computer PDP-1 Net Jumps 1921-2021
La nascita del mondo parallelo extra-materico della Ipermente che vive nel nostro presente


27 maggio (inaugurazione) - 30 luglio 2021
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

La mostra degli artisti Igor Eškinja, Franklin Evans, Federico Luger, vuole aprire una riflessione, attraverso il lavoro di tre artisti e una ricerca storica, lunga 100 anni, sulla nascita dell'Ipermente contemporanea; un percorso cronologico dalle prime intuizioni della letteratura di fantascienza degli anni '20, alle analisi storiche e collegamenti con la Guerra Fredda degli anni '50, fino alla nascita dei primi videogiochi di ruolo e la conseguente invenzione di "avatar". Il punto di partenza è il Futuro distopico presentato nel dramma "L'Angoscia delle macchine" di Ruggero Vasari, iniziato esattamente cent'anni fa, nel lontano 1921.

Il racconto della mostra comincia proprio da quel futuro vasariano che generò l'Ipermente, che oggi abita nel nostro universo percettivo. Definiamo "Ipermente" quella capacità sviluppata dall'essere umano contemporaneo di comprendere e agire proiettando se stesso in un'astrazione mai raggiunta prima. Con l'avvento delle macchine-computer e il loro collegamento di massa, insieme ad uno sviluppo rapidissimo delle scienze matematiche e informatiche, le idee che provenivano dalle intuizioni esistenziali dell'uomo antico sono divenute idee extra-materiche reali, presenti e attive nel nostro mondo reale e percettivo. Nel mondo delle Idee di Platone non avevano il joystik! Noi sì.

Net Jumps è un salto tra nuovi mondi e nuove estraneazioni. Nelle sale della galleria si potrà giocare con videogames vecchi e nuovi, un percorso tra computer storici e materiali informatici e telematici, si analizzeranno i tre aspetti su cui si basa la formazione della nostra Ipermente: lo spazio percepito | Igor Eškinja; i livelli di informazione | Franklin Evans; l'interazione extra-materica | Federico Luger. Una mostra interattiva, un percorso nel tempo e nell'Ipermente. Con l'occasione sarà pubblicato un catalogo ricco di contenuti multimediali per guidarci in questo salto, con un testo di Bartolomeo Pietromarchi. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Stampa su plexiglass di cm 80x65 denominata Landscape with two hands, realizzata nel 2019 da Igor Eškinja
2. Videogioco "Spacewar!" per computer PDP-1, realizzato da Steve Russel tra il 1961 e il 1962




Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

«Con immensa gioia riapriamo la galleria per accogliervi in un'oasi di serena bellezza. Ma siamo stati costantemente attivi e presenti e lo saremo sempre e comunque. Questo video (www.youtube.com/watch?v=PxGn6pvVLtY) è un manifesto che vuole testimoniare l'esistenza di una categoria dimenticata dalle istituzioni e trascurata dai canali di informazione: gli artisti, i galleristi e gli operatori culturali che rappresentano l'Arte Contemporanea. "Noi ci siamo" e continuiamo a lavorare con impegno e passione perché il mondo non dimentichi che l'arte e la cultura sono realtà vive in continuo divenire. Riprendono le visite su appuntamento, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e nello spirito di garantire la massima attenzione alle esigenze della clientela.» (Laura Romano)




Terminato il restauro della "Fuga in Egitto" di Guttuso
www.sacromontedivarese.it | www.archeologistics.it

Sono terminati i lavori di restauro della "Fuga in Egitto" di Renato Guttuso e il Sacro Monte di Varese si prepara a vivere una nuova stagione. Le 14 cappelle della via sacra che porta al santuario, la cripta, il museo Baroffio, la casa museo Pogliaghi e il borgo di Santa Maria del Monte: il Sacro Monte varesino è testimone e protagonista di un'arte del Novecento che si integra e completa con secoli di storia. La restituzione dell'opera di Guttuso, imponente murales in acrilico realizzato dal pittore neorealista nel 1983 in prossimità della terza cappella, rappresenta un momento di rinascita del patrimonio artistico varesino, soprattutto all'indomani del difficile periodo di chiusure che l'intero comparto turistico ha vissuto.

Archeologistics, realtà varesina impegnata nella valorizzazione del patrimonio culturale cui è stato affidata la valorizzazione del complesso monumentale del Sacro Monte, per l'occasione ha predisposto un programma di visite guidate e incontri online nel mese di maggio con l'intento di comprendere il rapporto tra arte antica e arte contemporanea che il sito Unesco varesino custodisce. (...) Il programma promosso da Archeologistics prevede tre visite guidate e due incontri in digitale, tutti gratuiti con prenotazione obbligatoria. Il 16 e il 23 maggio una camminata guidata di circa due ore lungo il Viale delle Cappelle per conoscere da una parte la storia e le vicende che hanno portato alla nascita della Via Sacra dedicata al Rosario nel Seicento e dall'altra per scoprire opere di artisti contemporanei al Sacro Monte di Varese, con particolare attenzione alla "Fuga in Egitto" di Renato Guttuso

La visita, presso il Centro Espositivo Macchi alla prima cappella, dove sono conservate opere firmate da Renato Guttuso, Floriano Bodini, Aligi Sassu, Mario Sironi, proseguirà fino alla terza cappella per ammirare e conoscere il restauro della "Fuga in Egitto" di Guttuso.  Il 13 maggio appuntamento online per l'incontro "La committenza ecclesiastica" dedicato al tema del rapporto tra committente e artista (...). Il secondo incontro online è previsto mercoledì 20 maggio. In "La bellezza non si arrende - Gli artisti contemporanei nell'impervio territorio del Sacro" (...). Tutti gli appuntamenti in programma sono gratuiti con prenotazione obbligatoria.

Nei fine settimana di maggio sono aperti anche il Museo Baroffio, la Casa Museo Pogliaghi e la cripta del Santuario. Si tratta di tre gioielli che testimoniano il forte connubio tra arte antica e arte contemporanea che caratterizza il Sacro Monte di Varese. Il Museo Baroffio, collocato a fianco del Santuario, custodisce all'interno la collezione Baroffio, con opere dall'epoca romanica fino al Settecento, la raccolta del Santuario e la collezione Macchi, con una sala dedicata ad artisti contemporanei, quali Matisse, Guttuso, Bodini, Carpi e Longaretti. La Casa Museo Pogliaghi è stata la residenza eclettica dell'artista milanese autore della porta del Duomo di Milano.

Le sale racchiudono l'internazionale collezione di Ludovico Pogliaghi, appassionato esteta che nella sua vita collezionò reperti archeologici (più di ottocento reperti egizi, greci, etruschi e romani), tappeti, opere dall'estremo oriente, oreficerie e molto ancora. Accanto alla collezione sono ammirabili anche le opere dell'artista, tra le quali spicca il modello in gesso della porta del Duomo di Milano. Non ultima la cripta del Santuario. L'antica chiesa di IX-X secolo costruita sulla montagna è il cuore di tutta la storia di Santa Maria del Monte. I restauri conclusi nel 2017 hanno riportato alla luce affreschi quattrocenteschi e resti che riportano ai primi secoli di vita di questo importante luogo di culto.

Archeologistics, fondata nel 2004, progetta e realizza servizi di gestione museale, educazione al patrimonio, visite guidate e turismo culturale. In Lombardia opera in tutti i quattro siti Unesco Patrimonio dell'Umanità della provincia di Varese e collabora con le principali istituzioni del territorio e con il Ministero per i Beni Culturali. Fornisce consulenza per musei, monumenti e aree archeologiche, luoghi d'interesse storico-artistico e progetta percorsi per scuole e pubblico specialistico. (Estratto da comunicato ufficio stampa Archeologistics - Eo Ipso)




Lost Spring VI, opera di Brigitta Rossetti nella mostra Flowering and other poems Brigitta Rossetti
Flowering and other poems


Bianchi Zardin Contemporary Art - Milano
www.bianchizardin.com

Mostra personale di Brigitta Rossetti, inaugurata il 30 aprile, a cura di Domenico De Chirico, accessibile in forma ibrida tra uno spazio virtuale - dal sito della Galleria - e uno fisico. Realizzata in collaborazione con Wide VR (www.widevr.eu), celebra le opere Lost Spring, realizzate dall'artista a partire dal 2012, con la partecipazione nel 2021 alla mostra dei finalisti di Arte Laguna Prize presso l'Arsenale di Venezia. Brigitta Rossetti esprime un legame molto forte con la natura la cui leggerezza e linguaggio nascosto si ritrovano nell'accostamento di colori e materiali che prendono vita sulla tela in modo delicato e poetico, e dove la fisicità del gesto nella realizzazione è predominante insieme alla sacralità della rappresentazione della natura.

Il tema principale riguarda la primavera, una primavera persa, a causa dell'alterata ciclicità delle stagioni e in questo momento storico in particolare a causa della pandemia che stiamo vivendo. L'artista parla anche di una primavera di emozioni, essendo questa simbolo di vita e creazione. Le opere Lost spring sono una stratificazione di elementi naturali, sintetici e sensazioni imminenti. La mostra sarà accompagnata da un diario poetico intimistico.

Per celebrare lo spirito di quartiere che contraddistingue il Maroncelli District tre opere saranno esposte fisicamente presso Officina Antiquaria, tortatelier e presso lo spazio espositivo della chiesa di Sant'Antonio da Padova. Parte del ricavato derivante dalla vendita dell'opera esposta presso lo spazio della Chiesa di Sant'Antonio da Padova sarà devoluto allo stesso Centro Sant'Antonio dei Frati Minori che sostiene i bisognosi di questa parte di città.

«L'operare della natura è frutto di un codice costituito da un a priori che tuttavia rivede sempre i propri grovigli interni manifestando volta per volta nuove fioriture e che sovente si evolve in una commistione di eventi che misteriosamente va di pari passo col mero accadimento. "La Natura è un oggetto enigmatico, un oggetto che non è del tutto oggetto... non ciò che ci è dinanzi, ma ciò che ci sostiene", sosteneva il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty...» (Domenico De Chirico) (Estratto da comunicato stampa Veronica Iurich - ch2_eventiculturali)




Viaggio controcorrente
Arte italiana 1920-1945


05 maggio - 12 settembre 2021
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Mostra dedicata a un periodo storico molto intenso per l'arte italiana, tra la fine della Grande Guerra e il termine della Seconda Guerra Mondiale: 25 anni di storia raccontati con circa 130 opere attinte dal patrimonio del museo e da alcune opere scelte dalla Galleria Sabauda, facendo ruotare le due raccolte pubbliche intorno a una significativa selezione di 73 capolavori dalla ricca collezione privata dell'Avvocato Giuseppe Iannaccone di Milano. La mostra è curata da Annamaria Bava, responsabile Area Patrimonio dei Musei Reali, dal direttore della GAM Riccardo Passoni e dalla curatrice della collezione Iannaccone Rischa Paterlini.

Dal dialogo tra le tre collezioni, due pubbliche e una privata, nasce quindi questa mostra dove si è voluto indagare, attraverso opere di grande qualità artistica, la storia, le idee, i progetti e gli scontri che caratterizzarono gli anni tra le due guerre. Questi venticinque anni della nostra storia videro nascere, dopo i turbolenti anni dell'Avanguardia, i principi di "Valori Plastici" che, prendendo ispirazione dalla solennità del grande passato italiano, certamente influenzarono la retorica di un'arte fascista, che in seguito si sviluppò nel richiamo al classicismo: un'arte che prediligeva le impostazioni chiare e sobrie, con riferimento alla purezza delle forme e all'armonia nella composizione.

La collezione di arte italiana tra le due guerre di Giuseppe Iannaccone rappresenta oggi un unicum nel panorama italiano e internazionale, e nasce nei primi anni Novanta con la volontà manifesta di ricostruire un'alternativa a questa dimensione retorica e ufficiale, riuscendo a rintracciare le opere di un significativo gruppo di artisti che credettero in un'arte dalle molte possibilità espressive, in un arco temporale che va dal 1920 al 1945. La raccolta riunisce dunque le opere di artisti le cui ricerche hanno sviluppato visioni individuali e collettive controcorrente rispetto alle politiche culturali fasciste di ritorno all'ordine e classicità monumentale novecentista.

Dalla poesia del quotidiano di Ottone Rosai e Filippo De Pisis all'espressionismo della Scuola di via Cavour (Mario Mafai, Scipione, Antonietta Raphaël), dal lavoro di scavo nel reale di Fausto Pirandello, Renato Guttuso e Alberto Ziveri, alle correnti dei Sei di Torino (Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio, Enrico Paulucci) e del Chiarismo lombardo (Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Umberto Lilloni), fino alle forze innovatrici dei pittori e scultori di Corrente (Ernesto Treccani, Renato Birolli, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Arnaldo Badodi, Luigi Broggini, Giuseppe Migneco, Italo Valenti, Bruno Cassinari, Ennio Morlotti, Emilio Vedova), la collezione rappresenta un'originale e importante testimonianza di una stagione creativa, complessa e vitale, dell'arte italiana del Novecento.

La mostra prevede un confronto incrociato con circa 60 opere provenienti dalle collezioni della GAM e dei Musei Reali: un accostamento che è stato possibile perché la maggior parte degli artisti della collezione Iannaccone sono presenti nelle raccolte della GAM grazie all'incremento del patrimonio, avvenuto proprio negli anni specifici del progetto, poi proseguito fino ad oggi con la recente acquisizione del Nudo rosso di Francesco Menzio da parte della Fondazione De Fornaris. Pochi sanno che la Galleria Sabauda, oltre a capolavori dal Trecento al primo Ottocento, possiede una cospicua raccolta di primo Novecento, confluita nelle sue collezioni in seguito al riaccorpamento delle opere acquisite dal 1935 al 1942 dalla Soprintendenza all'Arte Medievale e Moderna per il Piemonte e la Liguria, investendo importanti risorse finanziarie per rappresentare gli esiti dell'attività degli artisti piemontesi contemporanei.

Una sfida particolare è stata inoltre quella di presentare, accanto alle opere novecentesche, alcune mirate opere di arte antica della Galleria Sabauda, che si scalano tra il Cinquecento e il Settecento, particolarmente efficaci per evocare lontani ricordi, suggestioni e confronti, tematici o stilistici, che consciamente o inconsciamente sembrano aver influenzato e stimolato i nostri artisti di primo Novecento. L'esposizione si articola in sezioni tematiche: Interni; Figure; Allegorie e Ritratti; Nature morte; Paesaggi / vedute ed è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, curato da Annamaria Bava, Riccardo Passoni e Rischa Paterlini, che include tutte le riproduzioni delle opere in mostra e testi di approfondimento. (Comunicato ufficio stampa GAM)




Krishna, il divino amante
Dipinti indiani del XVII-XIX secolo dalle collezioni del MAO


28 aprile - 26 settembre 2021
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La collezione d'opere d'arte proveniente dall'Asia meridionale comprende quattro dipinti religiosi incentrati sulla figura del dio Krishna, di cui tre di notevoli dimensioni. L'esposizione, a cura di Claudia Ramasso e Thomas Dähnhardt, si propone di mostrare al pubblico questo tipo di produzione pittorica (picchavai), accompagnata da una selezione di componimenti poetici ascrivibili alla corrente devozionale della bhakti, nell'ottica di esaltare attraverso la visita il concetto di esperienza estetica cara alla tradizione indiana, il rasa. Il termine rasa, che significa "succo", "essenza" o "gusto", indica un particolare stato emozionale che è intrinseco all'opera d'arte, sia essa visiva, letteraria o musicale, e che riesce a suscitare nello spettatore la corrispondente disposizione d'animo.

Le poesie presentate in mostra accanto ai dipinti, oltre a essere una chiave di lettura evocativa delle raffigurazioni pittoriche, intendono invitare a un pieno godimento estetico dell'esposizione attraverso il linguaggio universale dei modi dell'arte. I picchavai, opere pittoriche delle scuole del Rajasthan, sono grandi dipinti devozionali su tela libera consacrati al dio Krishna, una delle divinità indiane più conosciute in Occidente, manifestazione terrena del dio Vishnu e fulcro della corrente devozionale della bhakti. Tradizionalmente vengono esposti nella sala interna del tempio dove è venerata l'immagine di Krishna per adornare le pareti e gli arredi. I dipinti, di grande espressività artistica, raccontano la vita terrena del dio Krishna attraverso una serie di contesti diversi, che variano nel corso dell'anno in base al calendario delle festività relative alla divinità.

Di particolare rilievo sono le raffigurazioni denominate Raslila, che rappresentano Krishna mentre intesse giochi amorosi con le giovani mandriane (gopi) nei boschi di Vrindavan, luogo dove la tradizione religiosa colloca la sua giovinezza. Lila significa appunto "gioco" e nell'ambito della corrente devozionale della bhakti questo termine è inteso in senso simbolico: le anime umane sono viste come "amanti" passionali del dio "amato", rapite estaticamente in una danza amorosa con la divinità, come le gopi con Krishna. Fra i versi che accompagnano i dipinti, il più antico risale alla Bhagavad-gita, uno dei testi sacri per eccellenza della tradizione hindu e di fondamentale importanza nel contesto delle correnti devozionali krishnaite, che risale al II secolo a.C. e che celebra la maestosità universale del Beato, epiteto attribuito a Krishna.

Compiendo un salto temporale dall'antica tradizione brahmanica alle forme più recenti dell'induismo, tre dei quattro componimenti poetici sono invece traduzioni inedite da testi hindi ascritti a grandi poeti devozionali del XV - XVI secolo, epoca in cui l'India settentrionale si trovava sotto la dominazione islamica. I testi letterari della corrente della bhakti di questo periodo evidenziano un ambiente culturale particolarmente fecondo, dove la fede devozionale per il dio amato apre le porte a nuove forme espressive che descrivono compiutamente una società multiculturale. (Comunicato ufficio stampa Chiara Vittone)




Paolo Di Paolo
La lunga strada di sabbia


04 maggio (inaugurazione) - 29 agosto 2021
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Mostra a cura di Silvia Di Paolo, con fotografie di Paolo Di Paolo e testi di Pier Paolo Pasolini: centouno immagini, di cui molte inedite, video e documenti. Nel 1959 Paolo Di Paolo ha 34 anni e fotografa da cinque anni per "Il Mondo" diretto da Mario Pannunzio, Pier Paolo Pasolini è un promettente scrittore di 37 anni, ha pubblicato La meglio gioventù, Ragazzi di vita e Una vita violenta, non è ancora regista. In Italia il miracolo economico è appena iniziato. Alle famiglie italiane nei giornali si tende a prospettare un microcosmo di personaggi mitici, in alternativa al grigiore e alle paure della guerra, dell'emigrazione, della povertà da lasciarsi alle spalle.

Arturo Tofanelli, direttore del mensile "Successo" e del settimanale "Tempo", affida ai due autori, che non si conoscono, il servizio sulle vacanze estive degli italiani. Lo scrittore e il fotografo partono insieme da Ventimiglia, con il progetto di percorrere le coste dell'Italia sino al sud e risalirle sino a Trieste. Ma hanno visioni diverse. "Pasolini cercava un mondo perduto, di fantasmi letterari, un'Italia che non c'era più - ricorda Di Paolo - io cercavo un'Italia che guardava al futuro. Avevo anche ideato il titolo La lunga strada di sabbia che voleva indicare la strada faticosa percorsa dagli italiani per raggiungere il benessere e le vacanze." Nasce un sodalizio complesso, delicato, che li accomunerà solo per la prima parte del viaggio, ma che si consoliderà poi nel rispetto e nella fiducia reciproci.

Lo straordinario racconto per immagini di Paolo Di Paolo accompagnato dai testi di Pier Paolo Pasolini verrà pubblicato da "Successo" in tre puntate (4 luglio, 14 agosto e 5 settembre 1959) e racconterà gli italiani in vacanza, dal Tirreno all'Adriatico; da Ventimiglia a Ostia; da Torvaianica alla Sicilia; da Santa Maria di Leuca a Trieste. Scrive Pasolini: "I monti della Versilia... ridenti o foschi? Ecco una cosa che non si può mai capire. Un poco folli, di forma, e inchiostrati sempre con tinte da fine del mondo, con quei rosa, quelle vampate secche del marmo che trapelano come per caso. Ma così dolci, mitici. Qui c'è la spiaggia del Cinquale. (...)"

Paolo Di Paolo (Larino - Molise, 1925) si trasferisce a Roma nel 1939 per conseguire la maturità classica. Nell'immediato dopoguerra si iscrive alla facoltà di Storia e Filosofia dell'Università La Sapienza. Frequenta gli ambienti artistici di Roma entrando in stretto contatto con il gruppo "Forma 1". Sono i suoi amici artisti ad incoraggiarlo a sviluppare la sua vena creativa attraverso la fotografia. Lavora nell'editoria e nel 1953 viene nominato caporedattore della rivista "Viaggi in Italia". L'esordio come fotografo avviene da dilettante, nel senso di «fotografare per diletto».

Nel 1954 viene pubblicata la sua prima foto sul settimanale culturale "Il Mondo" sul quale, fino alla chiusura del giornale nel 1966, Di Paolo risulterà il fotografo più pubblicato. Tra il 1954 e il 1956 collabora con "La Settimana Incom Illustrata" e nello stesso periodo inizia a lavorare per il settimanale "Tempo". Numerose le inchieste e i servizi firmati con Antonio Cederna, Lamberti Sorrentino, Mino Guerrini, Luigi Romersa. Nei primi anni Sessanta da inviato viaggia in Unione Sovietica, Iran, Giappone, Stati Uniti, oltre che in tutta Europa. Documenta Pasolini durante le riprese dei film Mamma Roma con Anna Magnani e de Il Vangelo secondo Matteo. Nel 1966 chiude "Il Mondo" di Pannunzio, poco dopo cambia anche la direzione di "Tempo", con l'avvento della televisione e dei paparazzi l'informazione è orientata sempre più verso la cronaca e gli scoop scandalistici. Conclude la sua carriera fotografica collaborando ai servizi di Irene Brin, celebre giornalista di costume, con reportage esclusivi di moda e sul jet set internazionale.

L'archivio fotografico, oltre 250.000 negativi, provini, stampe e diapositive, resterà per decenni nascosto, perfettamente ordinato. Viene trovato per caso nei primi anni 2000 dalla figlia Silvia che scopre una parte sconosciuta della vita del padre e riporta alla luce la straordinaria lettura di un momento storico irripetibile. Nel 2019 il museo MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, dedica a Paolo Di Paolo l'importante retrospettiva "Mondo Perduto". È attualmente in produzione un film documentario sulla vita di Paolo Di Paolo diretto da Bruce Weber. (Estratto da comunicato stampa)




Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona
11 giugno - 03 ottobre 2021
Galleria d'Arte Moderna Achille Forti - Verona
www.danteaverona.it

L'esposizione - a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli - costituisce uno dei fulcri dell'articolata mostra diffusa appositamente ideata per le celebrazioni del centenario del 2021, che prevede il duplice omaggio al Poeta e alla città di Verona, che gli diede "lo primo tuo refugio e 'l primo ostello" (Paradiso, XVII, 70). La città scaligera, infatti, non è semplicemente lo sfondo della vicenda dantesca, ma ne diventa essa stessa protagonista. Questa specificità, che la caratterizza rispetto alle altre città dantesche, viene valorizzata attraverso un itinerario cittadino che, tramite l'ausilio di una mappa cartacea appositamente realizzata, porta il visitatore alla riscoperta di ventun luoghi - tra piazze, palazzi, chiese, emergenze monumentali in città e nel territorio - direttamente legati alla presenza del Poeta, dei suoi figli ed eredi, e a quelli di tradizione dantesca.

Un omaggio all'esilio veronese di Dante e al legame tra Verona e il Poeta che, nel corso dei secoli, continuò ad alimentarsi dando origine a una ricca produzione artistica. Il progetto espositivo prevede una selezione di oltre 100 opere tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti e testimonianze materiali dell'epoca scaligera, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa in originale e in formato digitale provenienti dalle collezioni civiche, dalle biblioteche cittadine, da biblioteche e musei italiani ed esteri. La mostra copre un arco cronologico compreso tra Trecento e Ottocento e si sviluppa in due nuclei tematici principali: il primo intende ricostruire il rapporto tra Dante, Verona e il territorio veneto nel primo Trecento, mentre il secondo si concentra sul revival ottocentesco di un medioevo ideale tra Verona e il Veneto.

Se in apertura la mostra rievoca il leggendario e presunto incontro tra Giotto e Dante a Padova e consente di ripercorrere la cultura artistica scaligera nel grande snodo della rivoluzione giottesca, il percorso espositivo prosegue poi nell'affascinante racconto del profondo legame che unì Dante e Cangrande della Scala, al quale il poeta dedicò il Paradiso. Le ricche testimonianze legate alla figura dello Scaligero delineano il contesto in cui Dante trascorse gli anni dell'esilio fino alla creazione del suo Poema. Testi decorati della Commedia, manoscritti e a stampa, accompagnano i visitatori dall'epoca di Dante alla fine del Settecento, attestando la costante attenzione che Verona e il Veneto rivolsero al Poeta e alla sua Opera.

Tra le opere in mostra, da non perdere i tre disegni di Botticelli, prestigioso prestito del Kupferstichkabinett, Berlino. In particolare, Dante e Beatrice. Paradiso II, è stato scelto come immagine coordinata della mostra diffusa, che sviluppa graficamente il tema dell'itinerario dantesco nel Paradiso e lo traduce nel cammino del Poeta, guidato da Beatrice, lungo le strade di Verona, alla scoperta dei luoghi legati alla sua memoria. Il secondo nucleo tematico sviluppa la riscoperta del mito di Dante nella grande stagione ottocentesca, come incarnazione dei nascenti ideali risorgimentali e allo stesso tempo esempio del tormento creativo del Poeta esiliato. È a questo punto del percorso espositivo che il visitatore potrà ammirare la fortuna iconografica dei personaggi danteschi, a partire da Beatrice e Gaddo, ma anche di altre figure femminili e delle tragiche vicende, legate al tema dell'amore e degli amanti sfortunati, di Pia de' Tolomei e Paolo e Francesca. Proprio quest'ultimo tema introduce il mito di Giulietta e Romeo, giovani innamorati nati dalla penna di Luigi da Porto nel Cinquecento e resi celebri da William Shakespeare in tutto il mondo.

Attraverso questo percorso si potrà cogliere il costituirsi dell'identità della Verona ottocentesca, che da un lato si alimenta della presenza storica e reale di Dante alla corte di Cangrande, dall'altro di quella immaginaria di Romeo e Giulietta, creati anch'essi nella cornice di un Trecento scaligero. I due percorsi tematici, reale quello dantesco e immaginario quello shakespeariano, entrambi sullo sfondo - ancora reale e immaginario - di un medioevo scaligero, definiscono un tratto saliente della fisionomia urbana e culturale di Verona, ancor oggi ben riconoscibile: per questa ragione l'esposizione si lega in modo imprescindibile alla "mostra diffusa" che è la città stessa, nei monumenti e nelle testimonianze urbanistiche e architettoniche legate alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta.

La mostra è realizzata dal Comune di Verona - Assessorato alla Cultura - Musei Civici, nell'ambito del progetto Verona, Dante e la sua eredità 1321-2021 promosso dal Protocollo d'Intesa interistituzionale, con il patrocinio e il contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

___ Presentazione mostre dedicate a Dante Alighieri

Felice Limosani. Dante: il Poeta Eterno
14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze
Presentazione

Michael Mazur. L'Inferno
06 marzo - 03 ottobre 2021
Museo di Castelvecchio - Verona
Presentazione

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Dante
Poesia di Nidia Robba




Foto Sale con opere di Aurelio Amendola © Museo Casa Rusca Foto Cosimo Filippini Opera di Aurelio Amendola denominata Visti da vicino Aurelio Amendola. Visti da vicino
28 marzo - 19 settembre 2021
Museo Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

Aurelio Amendola (Pistoia, 1938), fotografo di statura internazionale, nell'Accademia delle Arti del Disegno, ha legato il suo nome all'arte. Nel corso della sua lunga carriera, il suo obiettivo ha ritratto i più importanti esponenti delle avanguardie del Novecento tra cui De Chirico, Lichtenstein, Pomodoro e Warhol. Una passione, quella per l'arte del XX secolo, che acquista anche un valore umano per le frequentazioni personali del fotografo con alcuni artisti. Rapporti di amicizia che hanno dato vita ad importanti lavori monografici dedicati a scultori e pittori moderni tra cui Marini, Burri, Manzù, Fabbri, Ceroli, Vangi e Kounellis.

L'altro polo di interesse di Amendola è la scultura, ambito nel quale ha sviluppato una grande sensibilità documentando, tra l'altro, alcune note sculture del Rinascimento italiano. Celebri gli scatti delle opere di Jacopo Della Quercia, Canova e Donatello, e anche di singoli capolavori come il pulpito di Giovanni Pisano. Più di tutti, si è dedicato alla fotografia delle opere di Michelangelo, per cui ha ottenuto numerosi riconoscimenti (nel 2007 è stato il primo fotografo ad essere presente all'Hermitage di San Pietroburgo con una mostra dedicata alle creazioni del Maestro rinascimentale).

Aurelio Amendola, ovvero l'arte che fotografa l'arte e la fotografia che diventa arte. La sua fotografia infatti non si riduce a mera riproduzione, ma è simile alla pratica scultorea, un atto poetico, allo stesso tempo materiale e spirituale, meditativo e seduttivo. Tra i fotografi più acuti e ricercati del nostro tempo, genio poliedrico, irriverente e solare, che incanta e ti conduce con sé tra rievocazioni di antichi maestri e importanti artisti contemporanei, con il suo stile rigoroso e raffinato, frutto di esperienza, fantasia e capacità tecnica. La mostra vuole rendere omaggio a un uomo che ha dedicato la sua vita alla rappresentazione del mondo dell'arte.

Attraverso una selezione di 79 fotografie, a cura di Rudy Chiappini, il visitatore avrà l'occasione di apprezzare una tra le più interessanti e significative testimonianze fotografiche mai realizzate sui lavori dei maggiori talenti artistici italiani e internazionali, immortalati con un click della sua inseparabile Hasselblad, sempre rigorosamente in analogico. Il fil rouge dell'esposizione è l'atelier, luogo privato e inaccessibile, dove l'artista prefigura il suo lavoro in un contesto che ne rispecchia le personalità e l'estro, dove l'opera d'arte viene concepita, realizzata e infine contemplata, ma anche spazio di vita e di autorappresentazione dell'artista stesso. La forza dello sguardo di Amendola sta nell'essere riuscito a penetrare la dimensione interiore dell'artista al lavoro, a fermare il momento assoluto e potente della creazione.

Solo lui è riuscito in tale impresa (a parte Ugo Mulas con la celebre sequenza del taglio di Lucio Fontana) grazie alla complicità e intimità creata con gli artisti. È questa l'unicità di Amendola: una combinazione di prodigioso talento professionale unito ad una rara sensibilità umana. Amendola con i suoi occhi ferma nel tempo qualcosa di unico: l'enigma insolubile della creazione. Quello che conta davvero per il fotografo è raccontare il mondo di un artista in un'istantanea e coinvolgere emotivamente l'osservatore che percepisce di essere di fronte a quei momenti sublimi che accompagnano l'atto creativo. Possiamo così addentrarci furtivamente e in punta di piedi nell'ampio studio di uno tra i più celebri esponenti della Pop Art, Roy Lichtenstein, intento a ultimare una tela di grande formato oppure osservare Marino Marini scolpire all'aperto a Forte dei Marmi.

Stupirci di fronte ad un Giorgio de Chirico elegantissimo in giacca e cravatta che studia il suo quadro illuminato dai raggi del sole provenienti da un lucernaio nel suo studio a Roma all'inizio degli anni Settanta. Invidiare Emilio Vedova, il pittore espressionista che lavora nel suo atelier veneziano usando non i pennelli ma le mani e pare quasi confondersi, coperto di colore com'è, con l'opera che realizza. Restare affascinati da come il gesto istintivo di Julian Schnabel - pittore e regista statunitense alle prese con vele nautiche ricoperte di colore su cui campeggiano dei piatti rotti - faccia da contraltare all'indagine sul colore e alla precisione dell'esecuzione di Piero Dorazio.

Interrogarci insieme a Hermann Nitsch - uno dei massimi esponenti dell'Azionismo viennese - sulla fascinazione per l'opera d'arte totale mentre l'artista, con indosso il consueto camice intriso da precisi significati sacerdotali, è intento a camminare sulle sue tele mastodontiche. Fra i più spettacolari artisti ripresi in azione non poteva mancare la sequenza dell'amico fraterno Alberto Burri con in mano un bruciatore nel momento in cui crea una delle sue celebri "combustioni" in plastica mentre il volto scompare tra le fiamme. In questo vasto ciclo di opere trovano un posto speciale i ritratti di Andy Warhol realizzati nel 1977 e nel 1986, poco prima della sua morte prematura.

In queste immagini Amendola, uno dei pochissimi fotografi ammessi a ritrarre Warhol nella Factory, ci svela un artista che, consapevole di essere un'icona del suo tempo, si mette in posa immobile come una statua o un oggetto di uso quotidiano alla stregua di una delle sue lattine di zuppa Campbell's o di un Brillo Box. Tuttavia le due serie non potrebbero essere più differenti. Le fotografie del 1977 sono calcolatissime, vi è un senso della "composizione" dove ritroviamo un Warhol distante e costruito rappresentato tra delle sedie vuote per raccontare proprio quel senso di solitudine che Amendola aveva percepito in lui. Sono più umani, invece, gli scatti del 1986, quando Warhol stava già malissimo. L'artista è un uomo maturo, dal fisico provato, il viso scavato, meno interessato alla propria immagine: la giacca nera e gli stivaletti lucidi hanno fatto posto ad una tenuta banale, propria - si potrebbe dire - dell'americano medio: i jeans, un giubbetto e una camicia a quadri.

Uno degli aspetti più originali della capacità fotografica di Amendola riguarda il suo lavoro sulla scultura, in particolare la sua interpretazione di Michelangelo Buonarroti. Amendola è l'unico fotografo al mondo che ha avuto il privilegio di ritrarre la totalità delle opere di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, realizzando cinque libri a lui dedicati, regalando così all'umanità delle inquadrature meravigliose. Il pubblico potrà ammirare, ad esempio, gli scatti esclusivi delle tre Pietà di Michelangelo: la Rondanini custodita al Castello Sforzesco a Milano, la Pietà di Santa Maria del Fiore a Firenze e la celebre Pietà vaticana conservata nella Basilica di San Pietro, coglierne tutte le sfaccettature e apprezzarne ogni singolo dettaglio.

I capolavori di Michelangelo filtrati dall'obiettivo di Amendola rivelano ogni aspetto della loro grandezza. Marmi che danno vita a forme sinuose delle quali il fotografo esalta la potenza plastica, la superba esecuzione, l'impulso vitale dei corpi, riuscendo quasi a restituire quel "contatto epidermico" che solo Michelangelo può avere avuto con la materia da cui sono scaturite le sue figure. Il tutto senza alcun artificio, nell'elegante semplicità delle immagini in bianco e nero, dove interagiscono perfettamente la mano di Michelangelo e il profondo sentimento della luce di Amendola. Ed è attraverso un sapiente gioco di luci, angolazioni e riprese ravvicinate che il fotografo si addentra nelle opere, scoprendovi continuamente infinite chiavi di lettura, per riconsegnarci - da una prospettiva nuova - un repertorio iconografico entrato a tutti gli effetti nell'immaginario collettivo.

Nelle fotografie di Amendola possiamo ammirare le opere del massimo scultore e pittore rinascimentale svelato e non prevaricato; interpretato ma non travisato; nuovo e pure riconoscibile. Il risultato è una lettura intensamente partecipe, al punto da attualizzare le figure classiche del Maestro, offrendone in modo straordinariamente efficace una leggibilità inedita. Anche per questo il percorso espositivo delle ultime due sale del Museo risulta particolarmente affascinante: un'autentica esperienza emozionale che consente al visitatore di penetrare con lo sguardo e con la mente l'opera michelangiolesca ed assaporare fino in fondo le principali sculture del grande maestro del Rinascimento.

Le immagini di Amendola rappresentano l'essenza stessa della fotografia, che è semplicemente la facoltà di poter guardare al mondo o alle cose attraverso altri occhi. Occhi capaci, in questo caso, di regalare il senso di una rivelazione, di raccontare l'impercettibile e di scrutare l'anima. Come ebbe a dire Alan Jones "Con il suo occhio penetrante, l'apparato fotografico, e il soggetto sotto il suo sguardo, che si tratti di pietra o di un essere vivente, egli compie una triangolazione filosofica: l'arte come scelta e punto di osservazione, l'arte come direzione dello sguardo, l'arte come strumento per rendere visibile l'invisibile." La mostra è accompagnata da un catalogo corredato dalle riproduzioni di tutte le opere esposte, unitamente a contributi critici di Walter Guadagnini e Antonio Paolucci. (Estratto da comunicato ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Autoritratto di Antonio Ligabue dipinto olio su tavola di faesite cm 60x53 realizzato tra il 1951 e 1952, Courtesy Comune di Gualtieri Locandina della mostra Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto
08 maggio - 14 novembre 2021
Palazzo Bentivoglio - Gualtieri (Reggio Emilia)
www.museo-ligabue.it

Curata da Nadia Stefanel e Matteo Galbiati, la mostra propone un inedito dialogo tra il segno di Antonio Ligabue e quello di undici artisti contemporanei che operano, prevalentemente, in ambito figurativo: Evita Andùjar, Mirko Baricchi, Elisa Bertaglia, Marco Grassi, Fabio Lombardi, Juan Eugenio Ochoa, Michele Parisi, Ettore Pinelli, Maurizio Pometti, Giorgio Tentolini e Marika Vicari. Agli artisti invitati, i curatori hanno chiesto di porsi in dialogo con le opere di Antonio Ligabue selezionate per l'esposizione, testimonianza di un percorso in cui la figura, in una prima fase caratterizzata da una precisa connotazione, viene successivamente sottoposta ad una estrema sintesi, fino a dissolversi nel colore.

«Il progetto - spiega Nadia Stefanel - nasce dall'incontro fra Antonio Ligabue e undici artisti contemporanei. Fra un artista, che ha unito Arte e vita in modo così stretto da districarne difficilmente la giunzione, che ha realizzato opere sempre sul filo dell'immaginazione e con la sola necessità di dipingere per esistere, e la contemporaneità dell'arte di oggi. Chi lo vide dipingere rimase fortemente colpito dalla libertà e sicurezza di esecuzione senza pentimenti o titubanze, un modus operandi istintivamente guidato da una ricca fantasia visionaria, che lo portava alla immediata realizzazione figurativa, senza abbozzi preliminari. Ligabue possedeva la sapienza di modulare il colore per ricreare quelle forme appartenenti ad un viaggio nomade e in solitaria, il suo, ma guardava anche alla natura con ammirazione sincera e sguardo limpido, per trovare alla fine un riparo dagli attacchi del mondo nella bellezza minuziosa dei dettagli dei suoi animali, nei manti delle sue fiere, nei piumaggi impalpabili dei rapaci, nelle forme descritte anatomicamente dal colore».

Ripercorrendo le sensazioni e le emozioni suscitate dalle opere e dall'espressività di Ligabue, per la prima volta il Salone dei Giganti accoglie un peculiare dialogo tra il maestro di Gualtieri e undici artisti contemporanei in un inedito confronto di reciprocità e convergenze che testimoniano come, anche nell'attualità dei linguaggi dell'oggi, sia presente un simile spirito trascendente e una pari centralità di riflessione posta sull'uomo, il suo sentire ed essere nel mondo.

«La scelta di questi artisti - spiega Matteo Galbiati - guarda alla specificità delle loro ricerche che, senza condizionamenti o scelte d'occasione, hanno sempre posto l'essenza della loro visione proprio sull'animo come centro di valore per le loro esperienze estetiche. Il tema e il concetto di figura rappresentata è il mezzo per oltrepassare l'immediatezza del resoconto visibile e lasciar affiorare la tensione e la passionalità di immagini che trasfigurano esperienze comuni e condivise. Il loro linguaggio consacra la potenza dell'immaginazione che sa guidare lo sguardo di ogni osservatore ben oltre la singolarità del racconto specifico e rende ciascuna opera una soglia spalancata sulla sincerità del pathos umano. In questo senso Ligabue non rivive in loro, non è spunto per una "ricopiatura", ma in loro prosegue l'ideale di coinvolgimento dell'altro, la connessione della realtà con un altrove denso di mistero e di tutta la sua trepidante speranza».

La mostra comprende 16 dipinti di Antonio Ligabue, molti dei quali non esposti negli ultimi anni, che Francesco Negri ha personalmente selezionato e studiato, ed una trentina di opere realizzate dagli artisti invitati, la maggior parte delle quali inedite. Il percorso espositivo si articola in due sezioni: la prima si sviluppa intorno all'energia epidermica, carnale e fisica del colore e del suo realizzarsi attraverso il farsi concreto nella pittura; la seconda pone l'accento sul potere trasfigurante dell'arte, che coglie l'immagine nell'istante in cui diventa memoria, sogno, miracolo, apparizione, fissandola prima di una sua inesorabile sparizione.

Tra concretezza e levità, il racconto di questa mostra ripropone non solo l'aspetto più iconico di Ligabue, ma ne vuole anche ripercorrere l'umanità dirompente e sensibile, capace di ritrovare nella sua spontaneità la lungimiranza di un sentire ben più profondo di quanto emerge da una superficiale apparenza. Attraverso gli undici artisti presenti si propone un altro modo per leggere la "figura" - dell'uomo e del suo ambiente - che, accompagnandosi alla semplicità vera di Ligabue, sa riconciliare il nostro sguardo con presenze che sanno ritrovare se stesse e il proprio essere al di là del tempo. Nel corso della mostra sarà pubblicato un catalogo Vanillaedizioni con i testi dei curatori ed un ricco apparato iconografico. I pannelli esplicativi che accompagnano la visita dello spettatore, introducendo le ricerche degli artisti contemporanei, così come le schede presenti nel catalogo, sono realizzati dalle studentesse del corso di "Didattica dei Linguaggi Artistici" (prof. Matteo Galbiati) dell'Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia.

La Fondazione Museo Antonio Ligabue nasce nel 2014 per volontà del Comune di Gualtieri, Emilbanca Credito Cooperativo, Gruppo Landi Renzo (attraverso Girefin S.p.a.) e Boorea Soc. Coop. Nel 2015 la Fondazione organizza una grande mostra antologica dal titolo "Ligabue, Gualtieri. Il ritorno", nell'anno del cinquantesimo anniversario della morte dell'artista. L'esposizione registra un'affluenza da record (oltre 35.000 visitatori). A partire dal 2015 la Fondazione, in stretta collaborazione con il Comune di Gualtieri, che già nel 1988 aveva allestito nella Sala Giove di Palazzo Bentivoglio il Centro Studi e Documentazione Antonio Ligabue, che raccoglieva materiale bibliografico e iconografico del pittore, un autoritratto, fotografie, incisioni, stampe, sculture e filmati originali, inizia un percorso progettuale per la realizzazione di un museo permanente dedicato all'artista.

Oggi l'attività della Fondazione si declina dunque principalmente su tre fronti: l'organizzazione di mostre temporanee dedicate ad artisti legati al mondo di Ligabue, ad artisti eminenti del territorio e ad artisti di importanza riconosciuta in ambito nazionale e internazionale; la valorizzazione del patrimonio di opere della Collezione Umberto Tirelli (frutto della donazione Tirelli-Trappetti); la valorizzazione del patrimonio monumentale costituito da Palazzo Bentivoglio. Il Museo Antonio Ligabue nasce nel 2018 dalla volontà della Fondazione che ne porta il nome di dotare Gualtieri di un polo espositivo stanziale per l'opera di Antonio Ligabue, valorizzando inoltre il patrimonio documentale di proprietà del Comune di Gualtieri - che conta quasi 150 documenti originali - attraverso la costituzione di un centro di studio e ricerca sull'opera e sulla vicenda biografica di Antonio Ligabue.

Dopo la grande antologica del 2015, intitolata "Ligabue, Gualtieri. Il ritorno", la Fondazione Museo Antonio Ligabue diviene il punto di riferimento in Italia per l'organizzazione di mostre temporanee dedicate all'artista. Nel 2020 la Fondazione ha promosso la mostra "Incompreso. La vita di Antonio Ligabue attraverso le sue opere", curata da Sergio e Francesco Negri a Palazzo Bentivoglio, in concomitanza con l'uscita nelle sale del film "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti. Interlocutore accreditato a livello italiano ed internazionale, nel mese di ottobre 2020 la Fondazione Museo Antonio Ligabue è stata partner del Festival International du Film de La Roche-sur-Yon per l'allestimento della mostra "Antonio Ligabue: Hors Cadre", che ha accompagnato la première francese del film "Volevo nascondermi" di Giorgio Diritti. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Autoritratto di Antonio Ligabue, dipinto a olio su tavola di faesite cm 60x53 realizzato tra il 1951 e 1952, Courtesy Comune di Gualtieri
2. Locandina della mostra Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto




Felice Limosani
Dante: il Poeta Eterno


14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze

Attraverso la digitalizzazione del maestoso ciclo delle 135 incisioni ottocentesche di Gustave Dorè che rappresentano il viaggio ultraterreno di Dante dall'Inferno al Paradiso, attualizzate con un re-work originale mai visto prima, l'artista Felice Limosani ha costruito un percorso che attraverserà la sacralità della Cappella Pazzi, l'architettura del Chiostro del Brunelleschi e il Cenacolo di Santa Croce. Immagini retro illuminate in alta definizione, immagini animate con proiezioni, e movimento nelle immagini con visori di realtà virtuale, offriranno ai visitatori un'esperienza intima, ma anche interattiva e digitale, che non "spiegherà" la Divina Commedia ma "racconterà" Dante, la sua avventura umana, l'attualità del suo messaggio universale, la sua eredità culturale, morale e spirituale. unicum che offrirà un'esperienza di visita museale evoluta, rispettosa e aggiornata ai nuovi linguaggi; un progetto nato con l'obiettivo di restituire alla letteratura e all'arte il loro potere trasformativo, sperimentando in modo nuovo non solo la Commedia, ma anche il rapporto con l'opera d'arte in generale. (Estratto da comunicato Lara Facco P&C)




Sun Guangyi
"Heaven - A Clear View of the Universe series"

www.barbarafrigeriogallery.it/page/19

Negli ultimi anni si è assistito ad un ritorno, da parte di molti artisti cinesi, alle tecniche della loro tradizione, tra queste sicuramente quella dell'inchiostro su carta di riso è una delle più affascinanti. Nei lavori di Sun Guangyi le pennellate lunghe e corpose, ma allo stesso tempo delicate e quasi effimere, danno vita  a paesaggi delle mente che rimandano alla sue esperienze di vita legate alla pratica buddista. "Spirituali visioni" nella quali ognuno può rivivere emozioni e stralci di vita immergendosi in un'estetica quiete. (Comunicato stampa)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Opera di Michael Mazur Michael Mazur
l'Inferno


06 marzo - 03 ottobre 2021
Museo di Castelvecchio - Verona

Mostra monografica - a cura di Francesca Rossi, Daniela Brunelli, Donatella Boni - in concomitanza con il Settimo Centenario della morte del Poeta. Giusto vent'anni fa, lo statunitense Michael Mazur, tra i più originali incisori del recente Novecento, espose la sua interpretazione dell'Inferno dantesco nella sale di Castelvecchio. In mostra la collezione delle 42 stampe che l'artista decise, dopo quella prima esposizione, di donare al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Castelvecchio. In questa potente sequenza di opere, Mazur illustra il viaggio di Dante con sconvolgente forza. La sua è una interpretazione "agghiacciante ed indelebile", decisamente originale e intimamente sentita.

Piuttosto che usare la consueta raffigurazione del poeta e della sua guida, infatti, Mazur descrive in prima persona il viaggio all'interno dei gironi infernali e annota: "l'artista, come nostro Virgilio, vede ciò che Dante ha visto". Ad emergere da questa esperienza è un audace confronto tra un grande interprete contemporaneo e l'immaginario medievale. Alle sue opere, nella mostra scaligera, vengono affiancati brani della celebratissima traduzione inglese del testo di Dante realizzata dal "poeta laureato" Robert Pinsky. Mazur ha realizzato le sue incisioni ricorrendo alla tecnica del monotipo (stampa unica) e dell'acquaforte, alle cui possibilità espressive, dai neri vellutati ai bianchi puri risparmiati sul foglio, l'artista ha affidato quella che non solo è la traduzione figurativa di un testo letterario così noto ed evocativo, ma, insieme, la rivisitazione autonoma ed attualissima di un repertorio di temi fortemente legato alla tradizione e sui quali si sono misurati, nei secoli, molti grandi artisti.

La tematica infernale non era nuova a Mazur. Egli ne era infatti fortemente affascinato. Aveva iniziato a confrontarsi con l'Inferno già agli inizi degli anni Novanta del Novecento, quando realizzò una prima serie di monotipi per illustrare la fortunata nuova traduzione inglese del testo dantesco ad opera, appunto, di Robert Pinsky. Un'elaborazione che lo ha poi gradualmente condotto ad approfondire l'intera Cantica, completandone l'interpretazione attraverso le potenti opere esposte in questa mostra. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Antony Gormley denominata SHY realizzata nel 2017 in Ghisa _ Cast iron di dimensioni 363,3 x 84,2 x 62,7 cm in una foto di di Ela Bilakowska, OKNOstudio 
Copyright Line © the Artist Foto di Ela Bilakowska dell'opera SHY realizzata Antony Gormley e installata nel centro di Prato Fotografia di Ela Bilakowska di SHY, opera di Antony Gormley, nella Piazza Duomo a Prato SHY
Opera di Antony Gormley


Piazza Duomo - Prato

Antony Gormley (Londra) ha posto al centro della sua ricerca artistica il rapporto tra il corpo, come sede della mente, in relazione agli spazi architettonici o naturali con cui si relaziona. Egli presta particolare attenzione alla collocazione della sua arte in spazi pubblici accessibili, nel suo lavoro possiamo trovare una forte attenzione alla politica ambientale e sociale che lo caratterizza. Gormley insiste da sempre sul fatto che il silenzio e l'immobilità della scultura sono le sue qualità più forti, che le permettono di essere aperta a tutti i nostri pensieri e sentimenti. In contrasto con la tradizione, secondo cui la scultura sostiene e celebra il potere politico e religioso, il progetto di Gormley cerca di riconoscere e catalizzare l'esperienza soggettiva. C'è sia empatia che umorismo in questo lavoro, con il quale l'artista desidera rianimare il potenziale dell'arte nel regno collettivo per celebrare la vita quotidiana.

Nelle parole dell'artista: "Voglio fare qualcosa che sia sicuro della sua presenza come punto di riferimento, ma che all'esame si connetta con il nostro io interiore e si confronti con quelle emozioni umane più timide e silenziose come la tenerezza e la vulnerabilità". Sfruttando una struttura architettonica semplice, la scultura vuole evocare la timidezza nella sua stessa esposizione. Realizzata con 3600 kg di ghisa, SHY porta in una piazza del XVIII secolo i materiali e i metodi della rivoluzione industriale. L'artista utilizza la dimensione per attivare lo spazio e invitare chi ne è partecipe a prendere coscienza della propria posizione, costantemente in movimento nello spazio e nel tempo.

L'istallazione dell'opera di Gormley testimonia il costante impegno del Comune di Prato nell'aggiornamento della sua identità contemporanea, grazie anche all'azione propositiva svolta negli ultimi trent'anni dal Centro Pecci per l'Arte contemporanea. La Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, che gestisce il Centro Pecci, è il punto di riferimento per la collaborazione tra i soggetti pubblici e privati che operano nella Regione e la promozione della produzione artistica contemporanea in Toscana. Questa collaborazione si è sviluppata nel contesto di una crescente consapevolezza ambientale.

Negli ultimi anni Prato ha sviluppato importanti politiche di riciclo delle acque industriali, riciclo dei tessuti e risparmio energetico. Il rapporto sempre più stretto della città con i partner istituzionali europei ha fatto sì che la Prato dell'innovazione e dell'economia circolare sia uno scenario perfetto per una collaborazione artistica internazionale. In questo quadro si è sviluppato per affinità il coinvolgimento dell'Associazione Arte Continua, nata con l'obiettivo di connettere la Comunità internazionale dell'arte con le comunità locali e a valorizzare la cultura della circolarità, della forestazione e del green deal come motore di cambiamento, e come frontiera di sperimentazione sociale legata ai temi di una nuova vivibilità dei centri abitati "Ricentrando" con gli artisti della comunità internazionale dell'arte le periferie e le zone industriali.

Il progetto di collaborazione si è concretizzato con l'invito del Centro Pecci ad installare nel centro di Prato l'opera SHY di Antony Gormley, con cui Associazione ha già realizzato in passato progetti di arte pubblica e mantiene un forte legame. Il 19 dicembre 2020, il Comune di Prato e la Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, attraverso il Centro Pecci, in collaborazione con Associazione Culturale Arte Continua hanno inaugurato l'opera, che resterà esposta in Piazza Duomo per 6 mesi. (Estratto da comunicato Ufficio stampa Silvia Pichini)




Un libro nella collezione dei manoscritti greci della Biblioteca Palatina di Parma Nuova Pilotta. La Biblioteca Palatina svela al mondo i suoi manoscritti greci.

Il Complesso della Pilotta annuncia che i 35 manoscritti greci realizzati tra il X e il XVIII secolo, sono messi a disposizione degli studiosi e degli appassionati di tutto il mondo dalla Biblioteca Palatina di Parma. (...) Massimo Magnani, professore di Lingua e Letteratura Greca dell'Università di Parma, è il responsabile scientifico del progetto, oltre che curatore del convegno di studi sui manoscritti greci della Palatina, realizzato in Biblioteca nel novembre del 2019. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Direzione della Biblioteca Palatina. La pubblicazione è avvenuta in "Internet Culturale", portale di accesso al patrimonio delle biblioteche pubbliche e di prestigiose istituzioni culturali italiane, curato dall'Istituto centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU). L'indirizzo da cui è possibile accedere alla collezione è www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29848/: ogni singolo manoscritto può essere visualizzato, sfogliato, ingrandendo le pagine o particolari di pagina.

Il dettaglio dell'immagine è altissimo, permettendo anche di cogliere il dettaglio fisico delle pergamene o delle carte sulle quali i testi sono stati scritti. La "esplosione" delle miniature, per altro bellissime, consente di percepire particolari che l'occhio umano non riuscirebbe a rilevare. Ma cosa è stato messo a disposizione del mondo? A questa, che è la domanda fondamentale, risponde la direttrice della Palatina, dottoressa Paola Cirani. "Si tratta - afferma la studiosa - dell'intera raccolta di manoscritti greci della nostra biblioteca. Opere preziose e di enorme interesse, imprescindibili per studiosi di diverse discipline. Undici di essi provengono dal Fondo Palatino, nato dalla raccolta iniziata a Lucca dai Duchi di Borbone, che riunirono manoscritti acquistandoli da importanti collezioni private, come quella dei tre cardinali della famiglia Buonvisi.

Uno dei pezzi più preziosi è il Ms. Pal. 5, sontuoso Tetraevangelo, datato intorno all'anno Mille. Altri 24 manoscritti appartengono al Fondo Parmense, dove si trovano grazie all'opera di Paolo Maria Paciaudi (1710-1785), primo bibliotecario della Palatina, e di Giovanni Bernardo de Rossi (1742-1831), artefice della raccolta di quel fondo ebraico di manoscritti e stampati, che rende unica a tutt'oggi la Biblioteca. Tra i tesori di questo fondo vi è il Rotolo in pergamena (Ms. Parm. 1217/2), riunito con altri tre in una custodia, arricchita dallo stemma impresso in oro di Ferdinando di Borbone, oltre all'Etimologico di Simone Grammatico, opera di valore inestimabile." (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera artistica nella mostra Antologia 2021 Antologia 2021
Arte moderna e contemporanea


Tornabuoni Arte
.. Firenze, dal 9 dicembre 2020
.. Milano, dal 12 dicembre 2020
www.tornabuoniarte.it

Appuntamento annuale che, come di consueto, offre un'accurata selezione di opere, frutto dell'importante lavoro di ricerca che la galleria ha svolto nell'arco dell'ultimo anno. Un'opportunità per ripercorre i momenti più significativi della storia dell'arte dagli inizi del XX secolo ad oggi, attraverso i capolavori di alcuni dei suoi principali protagonisti. Un volume, puntuale e completo accompagna l'esposizione con il testo introduttivo Viaggio al termine della forma firmato da Sonia Zampini. Il percorso espositivo inizia con una prima sezione che rappresenta l'arte figurativa del XX secolo, a partire dall'opera Versailles, la Galleria degli Specchi, dipinta da Giovanni Boldini intorno al 1871, durante il suo periodo parigino, realizzato a Versailles luogo simbolo dell'Ancien Regime, la cui particolare atmosfera riecheggia lo sfarzo voluto dalla monarchia di Luigi XIV. E prosegue seguendone l'evoluzione attraverso una carrellata di opere straordinarie di maestri come Balla, Campigli, Carrà, Casorati, de Chirico, De Pisis, Guttuso, Magnelli, Marini, Paresce, Prampolini, Rosai, Savinio, Severini, Sironi, Soffici, Tozzi e Viani.

In questa sezione non poteva mancare di certo Giorgio Morandi, tra le figure più emblematiche del panorama artistico del primo Novecento, con una Natura morta del 1930, a testimoniare come la sua pittura sia riuscita a ridisegnare i confini del mondo fisico attraverso la rappresentazione di umili oggetti del nostro vissuto quotidiano che Morandi celebra in modo solenne. Pablo Picasso con il suo Tasse et paquet de tabac del 1922 segna il passaggio tra la prima e la seconda parte di questa antologia. Picasso, protagonista delle prime avanguardie, contribuisce in modo determinante alla rivoluzione della figurazione pittorica con un nuovo linguaggio che mette in discussione la pittura da cavalletto e che "interesserà inizialmente l'immagine - come scrive Sonia Zampini - per poi coinvolgere, nel progressivo affermarsi dell'arte contemporanea, i materiali, i contenuti ed infine i luoghi stessi dell'arte."

La mostra prosegue con opere dal secondo dopoguerra ad oggi e si apre con la figura di una grande artista italiana, Carla Accardi, presente nel volume con alcune importanti opere tra cui un imponente lavoro del 1967, Senza titolo, caratterizzato dall'uso del sicofoil, la cui trasparenza consente di mostrare il telaio che diventa, insieme all'essenzialità del segno, parte fondamentale della struttura visiva. Una sezione densa di tasselli significativi in questo spaccato di storia dell'arte che vede numerose sperimentazioni come Concetto spaziale del 1955 di Lucio Fontana - presente in catalogo anche con altre opere - interprete dello Spazialismo che si allontana ancora di più dalla concezione classica della pittura.

Ci sono: una Combustione del 1960 dove Alberto Burri riveste la materia di un ruolo primario; due grandi tele di Hans Hartung, dipinte entrambe nel 1962; il disegno preparatorio di Running Fence, progetto tra i piu` celebrati di Christo e Jeanne-Claude dove una recinzione continua, di circa quaranta chilometri, si estende nella campagna californiana a Nord di San Francisco, chiaro esempio di quello che è stata la Land art. A rappresentare il movimento surrealista, troviamo Jaon Mirò e Sabastian Matta mentre l'Arte Povera, teorizzata sapientemente da Germano Celant, ha, in questa sede, indubbi testimoni come Boetti, Kounellis, Pascali, Pistoletto, Zorio. Il Portrait of Bronka Weintraub, 1986, introduce alla Pop art americana e ai ritratti seriali di Andy Warhol. Molti altri ancora gli artisti che si potranno ammirare: Adami, Afro, Alviani, Angeli, Baj, Calzolari, Capogrossi, Castellani, Ceroli, Chia, Colombo, Crippa, Dadamaino, De Maria, Dorazio, Mambor, Manzoni, Paladino, Pamiggiani, Pomodoro, Mimmo Rotella, Paolo Scheggi, Mario Schifano, Antoni Tàpies, Joe Tilson, Giulio Turcato, Victor Vasarely e Vedova.

Tra le opere più recenti ricordiamo Libro rosso per la Divina Commedia, 2018, e Oristano, 2010, di Emilio Isgrò, uno dei nomi italiani più conosciuti a livello internazionale, la cui ricerca nasce da diverse discipline, poesia, arte, teatro e letteratura. Isgrò ha il merito di aver creato un nuovo linguaggio attraverso la teorizzazione della cancellatura della parola stessa che restituisce ai testi un nuovo significato. L'esposizione, nelle due sedi, sarà in corso per tutto il 2021. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina di INONDA canale digitale di Fondazione Torino Musei INONDA
Il canale digitale di Fondazione Torino Musei
inonda.fondazionetorinomusei.it

La Fondazione Torino Musei si prende cura delle oltre 150.000 opere delle collezioni d'arte della Città di Torino. Il passato con Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica, l'Oriente con il MAO Museo d'Arte Orientale e il futuro con la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea: prospettive diverse su epoche storiche e mondi apparentemente lontani eppure connessi fra loro. La  mission è la tutela di questo patrimonio e la sua divulgazione, con una particolare attenzione all'accessibilità e ai progetti educativi. Per l'anno scolastico 2020-2021 il Settore Educazione di ciascun museo ha realizzato una programmazione che si sviluppa attraverso percorsi e laboratori INMUSEO dedicati alle ricche collezioni permanenti e alle prossime mostre e a distanza con il nuovo e innovativo progetto che porta il museo in classe, grazie alla piattaforma virtuale INONDA.




Sala della Pinacoteca De Nittis Nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis
dal 26 settembre 2020
www.studioesseci.net

Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione. Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all'epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell'istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città. Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d'arte Renato Miracco dal titolo Rileggere De Nittis, oggi, cerca, infatti, di porre l'accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine '800 a Parigi, considerata all'epoca il centro dell'Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.

"Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l'Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale - scrive il curatore nella sua presentazione - "Inoltre, in alcune sezioni della Mostra" - continua - "alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d'Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni"

Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a "vivere' il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all'aria aperta". Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne" in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei", come scrisse Dumas figlio, per l'epitaffio dell'artista amico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto nella mostra Il primato dell'opera Il primato dell'opera
26 settembre 2020 - 10 agosto 2022
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

La GAM rinnova l'allestimento delle sue collezioni permanenti del Novecento con un nuovo percorso che intende restituire la centralità all'opera d'arte. Il nuovo ordinamento è studiato per permettere il confronto, consentire il paragone necessario tra opera e opera: le sequenze di dipinti, sculture, installazioni sono affiancate da poche informazioni essenziali che introducono alla lettura degli stili diversi, di generazione in generazione, che gli artisti hanno elaborato. Suddivise in diciannove spazi, le opere sono raccolte privilegiando un taglio storico-artistico che segue le principali correnti artistiche del secolo appena trascorso, ma anche dando rilievo alla storia delle collezioni civiche nel panorama artistico torinese, nazionale e internazionale. Inserite in questa narrazione si trovano alcune sale personali, nate dalla volontà di restituire il valore indiscusso di alcuni artisti, insieme alla possibilità offerta dalle nostre collezioni di presentarli con opere importanti.

La prima sala è dedicata a tre delle figure che maggiormente hanno influito, su diversi piani, sulla principale arte italiana e internazionale del Novecento. Giorgio de Chirico ha generato un nuovo modo di pensare l'opera d'arte, alla ricerca di una rappresentazione che fosse anche disvelamento filosofico. Giorgio Morandi ha sviluppato un culto della forma e delle sue illimitate varianti, in una sorta di disciplina concettuale, con una continuità mentale e temporale che permette di presentare, all'inizio del percorso, anche le sue tarde Nature morte. Infine Filippo de Pisis, che ha tramandato una lezione di libertà totale da condizionamenti di tipo accademico, ma anche da scelte avanguardistiche, creando quasi uno stile-ponte solitario tra Impressionismo e Informale.

A questa premessa fa seguito un ordinamento che, sala dopo sala, ripercorre alcune fasi fondamentali della storia dell'arte, rappresentate dai capolavori della collezione: dalle Avanguardie storiche con le opere di Umberto Boccioni, Gino Severini, Giacomo Balla, Enrico Prampolini, Otto Dix, Max Ernst, Paul Klee e Francis Picabia, alle stimolanti proposte artistiche nate a Torino tra le due guerre mondiali dove scorrono le opere della maggior parte dei Sei di Torino; dalla riscoperta e influenza di Amedeo Modigliani sugli artisti torinesi grazie anche agli studi di Lionello Venturi che teneva la cattedra di Storia dell'Arte all'Università di Torino, agli acquisti di dipinti e sculture per la collezione della GAM tra la fine degli anni Venti e tutti gli anni Trenta alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma.

La sezione dedicata all'Astrattismo italiano è rappresentata da artisti quali Fausto Melotti, Osvaldo Licini e Lucio Fontana, mentre le sale successive ripercorrono le vicende di Roma e la scuola di Via Cavour, indagano l'arte dopo Il 1945 tra Figurativo e Astratto e mostrano le sorprendenti acquisizioni di arte internazionale nel periodo post bellico nello spazio intitolato Per una Galleria Civica internazionale, dove troviamo artisti come Marc Chagall, Hans Hartung, Pierre Soulages, Tal Coat, Pablo Picasso, Jean Arp, Eduardo Chillida.

Gli anni Cinquanta sono stati, per quel che riguarda le ricerche sperimentali, gli anni dell'Informale, e anche la GAM conserva significativi esempi: dall'"Informale di segno" di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi e Antonio Sanfilippo alla rappresentazione in chiave Informale del paesaggio e della natura di Renato Birolli, Ennio Morlotti e Vasco Bendini. Un Informale certamente più veemente e radicale fu quello di Emilio Vedova e anche l'arte torinese fu coinvolta in queste dinamiche, tramite Piero Ruggeri, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino, o Paola Levi Montalcini.

Il facile linguaggio del New Dada e della Pop Art italiana e straniera (rappresentato tra gli altri da Piero Manzoni, Louise Nevelson, Yves Klein e Andy Warhol) cederà presto il passo ad un quadro rinnovato di concetti e materiali. Dopo un passaggio doveroso al Museo sperimentale di arte contemporanea che arrivò in dono alla fine del 1965 alla Galleria Civica d'Arte Moderna composto da un fondo che conta oggi 364 opere che intendevano rappresentare il più largo ventaglio di opzioni linguistiche di taglio innovativo e, appunto, sperimentale e qui rappresentato con una nutrita selezione di esempi, il nuovo allestimento culmina nell'esperienza dell'Arte Povera, che si aprì a un nuovo linguaggio, alla ricerca di una libertà totale dai condizionamenti. Sono rappresentati tutti gli artisti del movimento teorizzato nel 1967 da Germano Celant e approdato per la prima volta in un museo nel 1970 proprio nella nostra Galleria d'Arte Moderna: Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio.

Tutto il percorso è intervallato da sale personali dedicate: Felice Casorati che ha lasciato una lezione indelebile nel contesto torinese e nazionale, Arturo Martini che ha contribuito a cambiare le connotazioni della scultura italiana, Alberto Burri e Lucio Fontana che hanno modificato la veste materica e concettuale della loro opera influenzando l'arte internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Grazie all'incremento delle collezioni possiamo ora riproporre, in un confronto di forte contrasto, il valore di azioni fondamentali quali la realizzazione del ciclo della "Gibigianna" di un altro artista al centro di relazioni internazionali, Pinot Gallizio. A Giulio Paolini, infine, è stato dato spazio per averci indicato l'esigenza di mantenere sempre un rapporto necessitante con la storia dell'arte, i suoi segni e richiami, e il loro valore per una vivificazione concettuale della forma. (Comunicato stampa)




Dipinto olio su tela di cm 25x115 realizzato da Alfredo Pini nel 2020 denominato Calorosamente freddo Alfredo Pini: "Il tempo sospeso"
dal 6 luglio 2020
Bottega d'Arte Lacerba - Ferrara
www.lacerba.com | www.alfredopini.com

In questa mostra on-line, la galleria Lacerba propone una serie di dipinti che Alfredo Pini ha realizzato nel periodo in cui, a causa della recente pandemia, ci siamo ritrovati a vivere una situazione mai provata in precedenza, una lunga quarantena in isolamento, in cui lo stato emotivo di ciascuno di noi è stato messo alla prova, sollecitato da sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Un tempo, che non è ancora terminato e che indubbiamente lascierà una traccia profonda: "... e di questo momento, voglio soprattutto dare un volto al silenzio, ad un mondo che incredibilmente sembra si sia fermato, ad un mondo sospeso che non sa se guardarsi dentro o guardare timoroso al domani, ad una vaga sensazione catartica che aleggia nell'aria, sopra tutti noi. E voglio dipingere la luce di questi giorni, non quella reale ma quella interiore, quella che vive dentro di noi, contrastante, ambigua. E voglio dipingere i miei luoghi, la mia terra...la mia anima." (Comunicato stampa)

Immagine:
1. Calorosamente freddo, dipinto olio su tela di cm 25x115 realizzato da Alfredo Pini nel 2020




Opera di Daniele Cestari Daniele Cestari: "Tempo sospeso"
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
Presentazione on line

Nuova serie di lavori dell'artista ferrarese, che esplora, accanto ai già noti temi cittadini, paesaggi marini e di montagna. Il titolo di questa selezione rievoca l'orfismo campaniano di sospensione del tempo ("E del tempo fu sospeso il corso." Cit. D.C.) di cui tutti abbiamo avuto esperienza durante questi mesi nelle contingenze sfaccettate della realtà. Con questi nuovi lavori l'autore non si limita più alla dimensione metafisica, ma indaga quella più strettamente individuale  e collettiva della quotidianità. (Comunicato stampa)

__EN

We are pleased to present a new series of works by the artist from Ferrara, who explores marine and mountain landscapes alongside the already well-known city themes. The title of this selection recalls the Campanian orphism of suspension of time ("And of time the course was suspended." Cit. D.C.) which we have all experienced during these months in the multifaceted contingencies of reality. With these new works the author is no longer limited to the metaphysical dimension, but investigates the more strictly individual and collective dimension of everyday life. (Press release)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso.

Un libro prezioso, una musica rara, un centenario giornale quotidiano, un foglietto manoscritto, un emozionato libretto della Prima rappresentazione, uno spartito firmato ad un amico, una lettera e un augurio, una fotografia accartocciata sugli angoli e dedicata in bella scrittura, una vecchia fiaba illustrata, uno pentagramma mai scritto prima per note che non esistevano ancora, il ricordo di una Diva o di un editore anti-filosofo, una struggente dedica d'amore con microscopica musica inedita, un calendario illustrato, un aperitivo musicato da un breve jingle...

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Galleria Allegra Ravizza is pleased to propose a selection of 20th Century Thematic Archives

With their precious content, these archives deal with, and get to the heart of, the specific and exact arguments of the last century. From Futurism to Decadentism. These small collections, the result of deep studies, have the ambitious aim of permitting the rediscovery of forgotten or misunderstood sensations of our cultural heritage and the joy that comes from them. The 20th Century Thematic Archives can be sent anywhere to whoever might be interested, even by those who do not believe they could be interested. Culture is like noise, to quote John Cage (Los Angeles 1912 - New York 1992): "When we ignore it, it disturbs us. When we listen to it, we find it fascinating" [1]. "Silence does not exist" [2].

Ignorance does not exist! Culture's noise is inescapable and continuous in every aspect of our life; if we want to ignore it we become upset, it torments us from childhood, it is the soundtrack of a widespread social obligation, it is a buzzing that embarrasses like flatulence and, in the same way, it makes us feel inadequate and badly digested. But when we listen to the echo of the noise of Culture, we hear it rebound from every wall around us and it is transformed to become Knowledge and Awareness. At this point we can no longer turn back: the noise will be transformed into melody and our ears will decode each vibration and will become hungry for them. Those who love techno, metallic, or disco music cannot ignore Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947) and, probably, ought to venerate him, inasmuch as his intuition transformed the music of noise forever [3].

It's done by now and there is no going back; noise has become music and our ears love it. We believe in the history of art and its developmental contribution to individual and collective awareness. As is well known, "Contemporaneity" would not be such if there were not a "Precedent". In this epoch where, for the natural evolutionary dynamics of thought, the motives of children prevail over those of their parents, as in Futurism or in 1968, the desire for annulment is understandable and necessary, but historical knowledge of what one wants to renew is its basis. For this reason we are proposing twelve thematic archives with an understanding of them as their aim. This is, we find, adapted to this historical period that we enclose in our rooms and that we are deeply changing.

The hope is that there will be a new contemporaneity, one that is perhaps calmer but more attentive, a dawning maturity towards a new Synchrony. Strongboxes of Sin-Crono [4] for an understanding of the art of Noises and of Futurist theatre, of the poetry and music that have led us through the last century. We have great masters; so let's listen and enjoy their intuitions, let's listen to their echoes on the walls of our rooms. Each archive contains a genuine collection of original documents and objects contained in a strongbox: an Art Collection for an understanding of the argument. A precious book, rare music, a centennial daily newspaper, a handwritten sheet of paper, an emotional letter about a debut, a score signed for a friend, a letter and best wishes, a photo crumpled at the corners and with a beautifully written dedication, an old, illustrated fairytale, a stave never before written on for notes that did not yet exist, the memory of a Diva and an anti-philosophical editor, the writing of a revolutionary, a moving dedication of love with microscopic and previously unseen music, an illustrated calendar, an aperitif set to music with a short jingle... Scents, colours, Noises.
[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento. Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo. Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia.

Un viaggio alla scoperta delle opere e della mostra allestita a Senigallia attraverso le schede testuali e gli apparati iconografici, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza diretta degli autori coinvolti, accompagnati da Matteo Galbiati. (...) All'iniziativa, faranno seguito ulteriori progetti sviluppati online in collaborazione con Kromya Art Gallery di Lugano per portare idealmente l'arte a casa delle persone, così da offrire momenti di approfondimento e di svago in una quotidianità incerta, gettando insieme le basi per una nuova comunità dell'arte.

La Galleria FerrarinArte nasce nel 2004 a Legnago (Verona) come spazio dedicato alla grande arte italiana e ai suoi protagonisti. Una ricerca costante, sostenuta da entusiasmo e volontà, che si fonda sul dialogo diretto con gli artisti. Giorgio Ferrarin, amante dell'arte e collezionista per passione, nel tempo ha creato, infatti, legami forti e sinceri con i maestri del secondo dopoguerra. Grandi personali di Carla Accardi, Agostino Bonalumi, Achille Perilli, Alberto Biasi ed approfondimenti dedicati alla Pittura Analitica, con mostre pubbliche al Palazzo della Gran Guardia di Verona, a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta (Padova), alla Rocca di Umbertide (Perugia), ai Musei di San Salvatore in Lauro (Roma), alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) e al Palazzo del Monferrato (Alessandria), hanno permesso alla Galleria di distinguersi per la coerenza espositiva, divenendo punto di riferimento per appassionati e collezionisti, raggiunti anche attraverso nuove strategie di comunicazione.

Il web diventa fondamentale, infatti, non solo per far conoscere gli autori e le opere, ma anche per condividere i numerosi contributi video che, testimoniando rapporti di stima e di amicizia, consentono al fruitore di entrare nei luoghi in cui l'arte prende forma. Fondamentale attività della Galleria è poi la produzione dei cataloghi dedicati alle mostre e agli artisti proposti negli spazi di Legnago e nelle sedi istituzionali: volumi che raccontano e completano i progetti espositivi attraverso raffinati confronti tra arte e letteratura, accompagnati anche da numerose videointerviste pubblicate sul canale www.youtube.com/user/ferrarinarte. La Galleria partecipa, infine, alle principali fiere di settore, come Arte Fiera Bologna e ArtVerona. (Comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Ferrara ebraica online
ferraraebraica.meis.museum

Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah ha voluto allestire la mostra "Ferrara ebraica" per spiegare perché il museo sia nato proprio in questa città e oggi, in tempi di Coronavirus, vuole dare a tutti la possibilità di visitarla e di conoscere almeno una parte della grande ricchezza del patrimonio ebraico della città estense. Nel sito ferraraebraica.meis.museum chiunque potrà fare un salto virtuale nel tempo, visitare, conoscere, incontrare, approfondire alcune storie ebraiche ferraresi. L'esposizione, organizzata pienamente dal MEIS, voluta dal Direttore Simonetta Della Seta, curata da Sharon Reichel e allestita da Giulia Gallerani, è un viaggio tra passato e presente che racconta una delle comunità ebraiche più antiche d'Italia, con una eredità culturale e artistica unica.

Oltre a valorizzare la straordinaria fattura di oggetti cerimoniali e ricostruire l'ambiente sinagogale, "Ferrara ebraica" si interroga anche sul rapporto tra gli ebrei e la città, portando alla luce racconti affascinanti intrecciati con la Storia. Il percorso è arricchito dal video introduttivo e le interviste agli ebrei ferraresi firmate da Ruggero Gabbai e dalle foto di Marco Caselli Nirmal. Le musiche della tradizione ebraica ferrarese, incise appositamente per il MEIS, sono curate ed eseguite da Enrico Fink. La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione del Comune di Ferrara e della Comunità ebraica di Ferrara, che ha prestato al MEIS gran parte degli oggetti esposti e qui presentati, ed è stata sostenuta da Holding Ferrara Servizi, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Il video introduttivo è realizzato in collaborazione con l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con un contributo della Regione Emilia Romagna, legge Memoria del Novecento. In un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo, il MEIS vuole condividere almeno in via digitale alcuni dei valori che hanno permesso agli ebrei di continuare a costruire la loro vita anche in momenti difficili. Con la speranza di riaprire presto le porte del museo, il MEIS non si ferma e continua ad essere un luogo di libertà, scambio di opinioni e condivisione di idee. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)

"Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?" (R. Hillel, Pirkei Avot I:14), dalle Massime dei Padri.




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Fotografia realizzata da Mimmo Rubino come immagine guida per la campagna di comunicazione della mostra Quando le statue sognano allestita nel 2019 Quando le Statue sognano
Frammenti da un museo in transito


dal 29 novembre 2019
Museo Salinas - Palermo

.. 28 novembre 2019
Concerto inaugurale con Ornella Cerniglia (pianoforte); Floriana Franchina (flauto); 108 (electronics)


Dalle metope dei Templi di Selinunte - il più importante complesso scultoreo dell'arte greca d'Occidente - alla Pietra di Palermo, reperto egizio risalente alla metà del II Millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini all'Ariete bronzeo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose nel mondo.

Grazie alla mostra in due capitoli, curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e Helga Marsala e a una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo "Frammenti di un museo in transito", vengono temporaneamente restituiti al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno definitivamente solo al termine dei complessi lavori di restauro e riallestimento,in via di completamento. Ed è proprio tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote che i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l'occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in dialogo con opere e reperti archeologici. Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l'attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall'apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, ricerca e comunicazione.

E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il "Salinas" ha scelto di affidare aun artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell'arte pubblica e dell'arte urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979), noto anche come Rub Kandy, ha ideato la campagna creativa per la promozione delle mostre: agli scatti fotografici, i manifesti, l'immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano,con la sua cifra personale, un'avventura concettuale e di stile, concepita come opera d'arte in progress. La mostra comincia, in questo primo appuntamento, con l'apertura straordinaria della Sala Ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi contigui, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca Borbonica, parte del patrimonio museale

Il percorso si apre conuna preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943). Le fotografie, realizzate dal maestro siciliano proprio al Salinas, nel 1984, ritraggono Jorge Luis Borges, anziano e già cieco, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di "vederle" con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta - che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili - e i corpi marmorei ospitati tra le sale del museo: una muta conversazione, un ideale "reciproco ascolto", di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un'invisibilità tramutata in visione interiore. Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori,in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull'antica Roma e sull'eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo.

In mostra sono inoltre già presentidue importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni - inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo dal Re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un'affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo. Ed è proprio l'Arietea a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industriale e post-graffiti.

Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato alconcetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell'animale, l'evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L'ariete (2019) è invece il suo primo libro d'artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l'artista, a un moderno rituale misterico. Completano il corpus quattro tracce sonore - Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) - che realizzano un soundscape ('paesaggio sonoro') chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings ('registrazioni sul campo') realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, in una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici.

In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vege tali in mutazione: un'idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell'artista, un riflesso materiale eallucinato.

Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all'alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il Cinquecento e gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile,l'immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente,ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l'artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta foto sensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto.

L'immagine risultante è un'impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l'apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione. Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d'epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l'ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

Accompagna la mostra Interludi, un programma appuntamenti che si svilupperà nel corso del 2020,in cui un'opera selezionata dai depositi del Museo, in attesa di approdare al nuovo allestimento,dialoga col progetto di un artista contemporaneoo con opere in prestito da altre prestigiose collezioni. Il ciclo si inaugura con la fotografa Roselena Ramistella (Gela, 1982) e la sua serie Ritratto di famiglia: un insieme di scatti ispirati ai lavoratori del Museo - dagli archeologi ai custodi, dai funzionari ai bibliotecari, da chi si occupa di comunicazione a chi ha in carico la sicurezza, gli archivi, le pulizie, i restauri dei reperti -, posta in dialogo con una raffinata testa romana di età adrianea (prima metà II sec. d. C.), un ritratto marmoreo del giovane Polydeukion, discepolo favorito di Erode Attico.

Il restauro terminato nel 2016 - che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini - insieme all'esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituiscono dunque al pubblico un'area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del "Salinas" (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto,in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d'uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo.

Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni e desideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest'esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le Statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l'Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Locandina della rassegna 10 Corti in giro per il mondo 10 Corti in giro per il mondo
24 luglio e 07 agosto 2021, ore 21.00
Terrazza dell'Artemis - Platanos (Leros)
www.aial.gr

In collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Atene, l'Associazione propone in Grecia la sesta edizione della rassegna del cortometraggio italiano nell'ambito della Rete di Cooperazione Culturale italo-ellenica e con il sostegno della Federazione Nazionale dei Cineclub di Grecia. I filmati, messi gratuitamente a disposizione in tutto il mondo dal Centro Nazionale del Cortometraggio in collaborazione con il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, costituiscono una selezione dei lavori più interessanti e rappresentativi realizzati nel corso dell'anno precedente da registi italiani nell'ambito della narrativa, della fantascienza, del thriller. Le pellicole sono in lingua originale e sottotitolate in greco.

_ Programma

- Come un uovo nel radiatore, di Davide Maria Valsecchi, 2020, 10'
- Cracolice, di Fabio Serpa, 2020, 12'
- En rang par deux, di M. Giusti, V. Mancini, E. Bosco, 2020, 7'
- La terra delle onde, di Francesco Lorusso, 2020, 17'
- Le mosche, di Edgardo Pistone, 2020, 15'
- Macchiato, di Prospero Pensa, 2020, 18'
- Paese che vai, di Luca Padrini, 2020, 11'
- Slow, di Giovanni Boscolo, Daniele Nozzi, 2020, 11'
- Threads Of Desire, di Bianca Di Marco, 2021, 14'
- Tropicana, di Francesco Romano, 2020, 13'




Locandina del Premio Sergio Amidei 2021 40° Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei"
23-29 luglio 2021
Palazzo del Cinema - Hiša Filma - Gorizia
www.amidei.com

Organizzato dall'Associazione culturale "Sergio Amidei" in partnership con il Dams - Discipline dell'audiovisivo, dei media e dello spettacolo, Corso interateneo Università degli Studi di Udine e Trieste e dall'Associazione Palazzo del Cinema-Hiša Filma, il Premio sceglie il termine Memorandum - in latino "degno di essere ricordato". Il palinsesto si articolerà su 7 giorni per un'offerta costituita da 40 opere cinematografiche proiettate al mattino e al pomeriggio. Un intenso programma vedrà l'alternarsi dei tre premi principali - il Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei", il Premio all'Opera d'Autore e il Premio alla Cultura Cinematografica - a mini rassegne, presentazioni di libri con proiezioni abbinate, incontri con gli autori.

Tutt'attorno un corollario di mostre, eventi speciali ed eventi collaterali frutto dei pluriennali sodalizi con la galleria d'arte studiofaganel di Gorizia, l'Associazione La Cappella Underground di Trieste e Le giornate della luce di Spilimbergo e da quest'anno anche con il France Odeon, Festival del Cinema francese di Firenze e la Transmedia srl. Fino al 21 luglio è inoltre possibile richiedere l'accredito basic al 40° Premio "Sergio Amidei" aperto a tutti gli interessati: studenti, docenti, operatori del settore cinematografico e appassionati di cinema.

Il Premio vede in corsa per il prestigioso riconoscimento sette titoli europei distribuiti durante la stagione cinematografica 2020-2021 selezionati come d'abitudine dalla giuria del Premio Amidei composta dalla sceneggiatrice Doriana Leondeff, i registi e sceneggiatori Francesco Bruni, Massimo Gaudioso e Francesco Munzi, il regista Marco Risi, la produttrice e Presidente di Giuria Silvia D'Amico e l'attrice Giovanna Ralli. Conferito alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e per la capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo, questi i titoli in corsa per il 40° Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei":

- Un altro giro, sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm, Regia: Thomas Vinterberg;
- Il cattivo poeta, sceneggiatura e regia: Gianluca Jodice;
- Est - Dittatura Last Minute, sceneggiatura e regia: Antonio Pisu;
- The Father - Nulla è come sembra, (sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller (dalla pièce teatrale Il padre di Florian Zeller), Regia: Florian Zeller;
- Miss Marx, sceneggiatura e regia: Susanna Nicchiarelli;
- Non odiare, sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini, Regia: Mauro Mancini; Volevo nascondermi sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni, Regia: Giorgio Diritti;

Per i 40 anni del Premio Amidei il Premio all'Opera d'Autore 2021 va al regista Pupi Avati. Al riconoscimento - attribuito a grandi autori che si sono cimentati nel cinema e nell'immagine, che hanno saputo distinguersi come artisti completi con una particolare attenzione nell'ambito della scrittura, della sceneggiatura e della narrazione - si affiancherà una retrospettiva curata assieme al regista per offrire al pubblico una panoramica sulla sua opera. Questi i titoli selezionati provenienti dal Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale:

- La casa dalle finestre che ridono, sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Gianni Cavina, Maurizio Costanzo;
- Zeder, sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Maurizio Costanzo;
- Una gita scolastica, sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati;
- Noi tre, sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati;
- Impiegati, sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Cesare Bornazzini;
- Festa di laurea, sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati;
- Regalo di Natale;
- Lei mi parla ancora

Per l'occasione sabato 24 luglio 2021 Pupi Avati ospite a Gorizia presenterà il suo ultimo film Lei mi parla ancora tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Sgarbi. Il Premio Opera d'Autore è stato assegnato nelle passate edizioni a grande registi italiani, europei ed internazionali tra cui Bernard Tavernier, Patrice Leconte, Robert Guédiguian, Edgar Reitz, Ken Loach, Abbas Kiarostami, Alex de la Iglesia, Paul Schrader, Silvio Soldini, Carlo Verdone, Vittorio e Paolo Taviani, Ettore Scola e Franco Giraldi, Giuliano Montaldo, Otar Ioseliani, Fabio Carpi, Wim Wenders, Miklòs Jancsò, Mario Martone, Margarethe Von Trotta e Jean-Pierre e Luc Dardenne (edizione 2020). La sezione speciale è dedicata all'importante anniversario del Premio Sergio Amidei, con la proiezione di sette film italiani distribuiti nel 1981, anno della prima edizione del Premio, selezionati per importanza artistica e storica. (Estratto da comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


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Aqua Film Festival 2022
6a edizione, Roma, 07-10 aprile 2022
www.aquafilmfestival.org

Al via il bando a iscrizione gratuita  della sesta edizione dell'Aqua Film Festival, rassegna internazionale per lavori dedicati al  tema dell'acqua organizzata dall'Associazione Universi Aqua. Il festival vuole rappresentare, con lo strumento cinematografico e di documentazione, lo straordinario mondo dell'acqua  nei suoi diversi valori e funzioni di utilizzo, per scoprire anche nuovi talenti cinematografici e nel campo dell'audiovisivo. Il bando è aperto per Corti  di massimo 25 minuti e  Cortini di massimo 3 minuti (titoli di coda non compresi).  Direttore Artistico e fondatrice del Festival è Eleonora Vallone - pittrice, stilista, autrice, attrice di cinema, televisione e teatro, giornalista ed esperta di metodologie salutistiche in acqua. Termine di scadenza: 20 febbraio 2022 

Tra le novità della prossima edizione, il nuovo Premio Aqua & Turismo, che nasce con l'intento di stimolare i vacanzieri a un maggior rispetto verso l'ambiente e alla sostenibilità dei luoghi presso cui sono in visita. Grazie alla collaborazione intrapresa con le Scuole e le Università, il festival ha aperto anche un concorso parallelo a quello ufficiale, denominato "Aqua & Students", che avrà come protagonisti Cortini (massimo 3 minuti) realizzati dagli allievi alunni di scuole e università di tutto il mondo. I Cortini potranno essere realizzati con smatphone e dovranno avere come protagonista assoluta l'acqua in tutte le sue forme e funzionalità.

Il comitato artistico e scientifico è composto da figure del mondo dello spettacolo di consolidata esperienza. Nell'attesa della nuova edizione del festival, Aqua Film Festival approda nell'Isola di Ponza, dal 26 al 29 giugno 2021 con la direttrice artistica Eleonora Vallone per la proiezione dei  primi due film vincitori di Aqua Film Festival nella sezione "Sorella Aqua" e il corto vincitore della  Menzione speciale Aqua & Isola: Apollo 18 di Marco Renda; Blu di Paolo Gremei e Il Guardiano del faro di Ole-André Rønneberg. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Beuys e Napoli
11 maggio - 13 novembre 2021
Casa Morra - Archivio d'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

.. 09 maggio 2021
Diretta Facebook con interventi di: Achille Bonito Oliva, Michele Bonuomo, Mario Franco, Petra Richter e Italo Tomassoni. Con un'introduzione dell'Ambasciatore Tedesco Viktor Elbling

Casa Morra d'intesa con Goethe-Institut Neapel omaggia Joseph Beuys, a cento anni dalla nascita, con la mostra a cura di Giuseppe Morra, proponendo un principio di riflessione sull'eredità culturale dei transiti dell'artista tedesco a Napoli e in Italia tra il 1971 e il 1985. Cinque film saranno proiettati in successione negli spazi degli Archivi Mario Franco: al regista napoletano si deve la più completa documentazione filmica della collaborazione tra Lucio Amelio e Beuys a partire dalla prima mostra La rivoluzione siamo noi (1971) alla Modern Art Agency. Per celebrarne il cinquantenario, la programmazione inaugurerà con l'omonimo film che sarà proiettato insieme a Der Tisch, filmato donato da Beuys al regista napoletano nel formato originale in 16mm, che documenta una delle sue prime azioni all'Accademia di Düsseldorf (1971).

Della collaborazione tra il gallerista napoletano e l'artista tedesco, Franco documenta altre azioni come "Vitex agnus castus", realizzata per Arena: dove sarei arrivato se fossi stato intelligente! (1972), e "Diagramma Terremoto", contestuale a Terremoto in palazzo (1981). Di questa seconda azione Petra Richter restituisce una suggestiva immagine di Beuys, descrivendolo come un "sismografo umano (...) assorbito nel tracciare le vibrazioni di un terremoto immaginato allo stesso modo in cui una macchina ECG registra l'attività elettrica del cuore umano". Dell'ultima grande mostra a Capodimonte, Palazzo Regale (1985) - raccontata da Michele Bonuomo come "una definitiva architettura di tutta la sua produzione, quasi (...) un testamento" - Franco realizza un filmato con l'ultima intervista all'artista tedesco sulla sua opera e sul suo legame con Napoli e l'Italia.

A conferma della vocazione di Casa Morra verso l'apertura sugli inattesi percorsi di ricerca indotti dai materiali d'archivio, una serie fotografica di Gerardo Di Fiore testimonia l'incursione di Beuys nel contesto dell'azione "Hic Sunt Leones" (1972) del collettivo Galleria Inesistente, e offre, al contempo, una più ampia veduta sulla stratificazione dell'ambiente artistico e culturale napoletano tra gli anni sessanta e settanta. In mostra anche una selezione di multipli, funzionali alla strategia divulgativa del più ampio progetto beuysiano di "scultura sociale": per l'artista tedesco il problema del "dare forma" non ha a che vedere con una ricerca stilistica interna allo spazio di autonomia dell'arte, ma si risolve nelle possibilità antropologiche di formare/organizzare tutti i campi del sociale a partire dalla creatività individuale.

Si tratta, a ben vedere, di quello che Achille Bonito Oliva, nel corso della prima fondamentale intervista a Beuys nel 1971, definisce come uno "spazio socratico". L'intuizione critica è confermata dallo stesso artista: "l'arte mi interessa solo in quanto mi dà la possibilità di un dialogo con l'uomo". E le possibilità costituenti dell'arte, in un senso inclusivo e democratico, sono esemplarmente indagate da Beuys nel suo storico contributo a Documenta 5 (1972) dove per cento giorni allestì l'ufficio per l'"Organizzazione per la democrazia diretta tramite referendum". Di questa esperienza a Kassel viene presentata un'inedita documentazione fotografica di Vettor Pisani.

I film saranno proiettati tutti i mercoledì alle 18.00 su prenotazione (ad eccezione dei mesi di luglio e agosto) negli spazi degli Archivi Mario Franco. Il percorso della mostra si chiude con un'appendice della sala permanente dedicata all'artista tedesco, allestita nel 2017 con materiali donati da Lucrezia De Domizio Durini. In occasione di Beuys e Napoli Italo Tomassoni ricorda questa esperienza di condivisione con un'intima missiva all'artista. (Comunicato stampa)

___ EN

The films will be screened every Wednesday at 6 p.m. by reservation (except for the months July and August) in the space of the Mario Franco Archives From 11 May to 13 November Casa Morra in agreement with Goethe-Institut Neapel pays tribute to Joseph Beuys, commemorating the centenary of his birth with the exhibition Beuys e Napoli curated by Giuseppe Morra, reflecting on the cultural heritage of the German artist's visits to Naples and his travels around Italy between 1971 and 1985. The Mario Franco Archives will host a showing of five films in succession. Neapolitan film director Mario Franco has assembled the most comprehensive documentary footage of Lucio Amelio and Beuys's work together, starting with their first exhibition, La rivoluzione siamo noi (1971), at the Modern Art Agency.

To celebrate its 50th anniversary, the programme opens with a showing of the film of the same name, which will be screened together with Der Tisch, a film Beuys donated to the Neapolitan director in its original 16mm format, documenting one of his first actions at the Düsseldorf Academy (1971). Franco documents other actions resulting from the collaboration between the Neapolitan gallery owner and the German artist, such as 'Vitex agnus castus', for Arena: dove sarebbe arrivato se fosse stato intelligente! (1972), and 'Diagramma Terremoto', produced at the same time as Terremoto in palazzo (1981). Petra Richter conjures up an evocative image of Beuys in this second action, describing him as a "human seismograph (...) absorbed in tracing the vibrations of an imaginary earthquake, just like an ECG machine records the electrical activity of the human heart".

For the last great exhibition at the Capodimonte Museum, Palazzo Regale (1985) - described by Michele Bonuomo as "a definitive architecture of his entire production, almost (...) a testament" - Franco made a film from his last interview with Beuys, discussing his work and his ties with Naples and Italy. Confirming Casa Morra's aptitude for embarking on unexpected lines of research inspired by findings among archive material, a series of photographs by Gerardo Di Fiore bears witness to Beuys' incursion into the context of the action 'Hic Sunt Leones' (1972) from the collective exhibition Galleria Inesistente, at the same time offering a broader view of the many layers of Neapolitan artistic and cultural life in the nineteen-sixties and seventies.

The exhibition also includes a selection of multiples, part of Beuys' broader "social sculpture" project: for him, the problem of "giving form" is not a question of stylistic research within the autonomous space of art; rather it is resolved in the anthropological possibilities of forming/organizing every social field, starting from individual creativity. On closer inspection, this is what Achille Bonito Oliva defined as a "Socratic space" during his first key interview with Beuys in 1971. This critical insight is confirmed by the artist himself: "art interests me only insofar as it allows me to dialogue with humanity".

And Beuys ably investigates the constituent possibilities of art in the inclusive and democratic sense in his historic contribution to Documenta 5 (1972), where he set up an office for the "Organisation for Direct Democracy by Referendum", running for a hundred days. Vettor Pisani presented a previously unseen photo documentary of this experience in Kassel. The exhibition closes with an addition to the room permanently dedicated to the German artist, set up in 2017 with materials donated by Lucrezia De Domizio Durini: an in-depth look at Difesa della natura in Bolognano, where, on 13 May 1984, Beuys set up a space for public talks on the defence of nature and individual creativity. On the occasion of Beuys e Napoli Italo Tomassoni revisits this shared experience through an intimate letter to the artist. (Press release)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


dal 25 gennaio 2020
www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

Si tratta di una produzione filmica sensibile, che interpreta e riflette sui problemi contemporanei, capace di stimolare la ricerca delle possibilità espressive del linguaggio cinematografico: un cinema all'insegna della libertà creativa e produttiva, nato dall'impegno di autori responsabili delle loro opere, per l'intero percorso progettuale che va dall'ideazione al prodotto finito. La playlist, che sarà implementata nei prossimi mesi, propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti.

Cinemaimpresatv, con oltre 7 milioni di visualizzazioni, è la testimonianza dell'interesse crescente per materiali di repertorio poco o per nulla conosciuti. La playlist Fedic-70 anni di cinema è il momento finale di un lungo lavoro di archiviazione, selezione e digitalizzazione, curato da Mariangela Michieletto con la collaborazione di Diego Pozzato e Ilaria Magni. Parte delle opere sono state restaurate digitalmente nel laboratorio dell'Archivio Nazionale Cinema Impresa con il contributo di Giorgio Sabbatini, regista e presidente del Cineclub FEDIC Piemonte, nonché componente insieme a Giorgio Ricci del Comitato Scientifico Cineteca FEDIC presieduto dal critico e storico del cinema Paolo Micalizzi. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Comunicato stampa)




Particolare dalla locandina del concerto slavo bizantino Luce d'Oriente a Palermo "Luce d'Oriente"
Concerto Narrato
Un viaggio sonoro Slavo-Bizantino a Palermo


.. 06 gennaio 2020, ore 18.00
www.facebook.com/tvmpalermo

.. TVM Palermo (canale 18 del digitale terrestre), ore 21.30

L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" di Palermo propone l'esecuzione di questo concerto presso la chiesa di Sant'Alessandro di Comana. Il repertorio concerne canti di Natale Bizantini e canti paraliturgici che evocano le atmosfere della Russia. L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" partecipa alla programmazione "Accendiamo una luce" di eventi in streaming per le Festività Natalizie e di Fine Anno promossi dal Comune di Palermo.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana, ex chiesa dei Carbonai, sita a Palermo nell'antico quartiere della Loggia, è oggi sede della Comunità Ortodossa. La chiesa è frequentata da persone di diverse nazionalità, russi, bielorussi, ucraini, serbi, georgiani, eritrei e italiani di tradizione greca. In questa comunità si è formato nel 2013 il coro Svete Tikhij "Luce Gioiosa" per gli uffici liturgici. Il coro con l'acquisizione di nuovi membri, sia russi, sia italiani, professionisti, svolge un'attività concertistica volta a far conoscere repertori liturgici e paraliturgici di tradizione ortodossa. Nella tradizione Cristiana d'Oriente il canto liturgico, rigorosamente "a cappella" è lo strumento della preghiera, un servizio offerto alla comunità, un ministero nei confronti di dio; esso è inseparabile dal rito. Affinché il canto divenga preghiera è necessario che ciascun cantore superi il compiacimento nell'ascoltare la propria voce e la faccia diventare voce della propria anima.

Dalla collaborazione tra Irina Nedoshivkina Nicotra, direttrice del coro Svete Tikhij e l'etnomusicologa palermitana Maria Rizzuto, il concerto narrato è uno spettacolo al fine di trovare una modalità dialogica con la Città, per condividere repertori di straordinaria bellezza poco conosciuti in Occidente. La struttura dello spettacolo prevede che parola e canto si alternino, rafforzandosi reciprocamente, all'interno del più ampio contesto narrativo evocato dai canti eseguiti secondo l'iter dell'azione rituale. Durante il concerto narrato, il narratore accompagna gli ascoltatori nelle atmosfere musicali, simboliche e linguistiche dell'Oriente Cristiano. Infatti, nel mondo bizantino un unico corpus testuale è stato tradotto in molte lingue.

Pertanto i canti sono in Slavonico, Georgiano, Greco, Aramaico. Questa peculiarità amplifica le sollecitazioni musicali che il pubblico riceve e che, attraverso la narrazione, ciò che inizialmente sembrava estraneo, alla fine del concerto narrato, diventa intimo. Una dolcezza particolare tocca il cuore del pubblico, la narrazione ha proprio questa funzione: accompagnare gli ascoltatori, coinvolgendoli, permettendo loro di comprendere ciò che accade e di intuire la profondità dei canti altrimenti inaccessibili al pubblico italiano che ne sconosce i repertori. Proprio il suono del canto e il suono della parola narrata divengono così due mani che accompagnano gli ascoltatori in un'esperienza emozionante alla scoperta di universi inaspettati.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana fu costruita grazie ai fondi della ricca confraternita dei Carbonai. I lavori furono avviati nel 1725 e la chiesa fu consacrata nel giorno dell'Epifania del 1737. L'edificio fu dedicato al Santo Alessandro di Comana, detto anche "il Carbonaio". Una storia travagliata ha caratterizzato il destino della chiesa. Nel corso del XIX secolo l'edificio fu trasformato in un magazzino e venne riaperto al culto nel 1870. Nel 2000 l'edificio fu sottoposto a un intervento di restauro, nel corso del quale fu scoperta un'ampia cripta. Divenne poi sede distaccata dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, ospitando un corso sperimentale di Arte sacra e pittura.

Dall'8 settembre 2013 l'edificio è stato affidato ai fedeli della Chiesa Ortodossa Russa divenendo parrocchia di Sant'Alessandro del Patriarcato di Mosca. In quel giorno, con la benedizione dell'Arcivescovo di Egor'evsk Mark Golobkov ed alla presenza del Sindaco di Palermo, è stata celebrata la prima divina liturgia. Nell'abside centrale nell'anno 2014 è stata installata una grande icona della Santissima Trinità donata dal celebre iconografo russo Aleksandr Sokolov.

Ciò che lega particolarmente questa piccola chiesa Russo-Ortodossa alla Storia di Palermo sta nell'iconostasi in legno intagliato che è la fedele riproduzione dell'originale iconostasi della prima cappella Russo-Ortodossa di Palermo, sita nella Villa Olivuzza che ospitò nel 1845 lo zar Nicola I, la sua famiglia e la sua corte. Lo stesso villino dell'Olivuzza, acquistato nel 1898 dalla prestigiosa famiglia dei Florio, divenne sotto il progetto dell'architetto Ernesto Basile, una delle opere più emblematiche dell'architettura Liberty, conosciuto oggi come villino Florio. L'iconostasi originale attuale locale chiesa Ortodossa Russa di Vevey in Svizzera. (Comunicato stampa)




Fondazione In Between Art Film

Per diffondere la cultura delle immagini in movimento e di sostenere gli artisti, le istituzioni e gli organismi di ricerca internazionali che esplorano il dialogo tra le discipline e i territori di confine tra cinema, video, performance e installazione, nasce a Roma la Fondazione In Between Art Film. Su iniziativa della sua fondatrice e Presidente Beatrice Bulgari, la Fondazione In Between Art Film intende contribuire al dibattito artistico internazionale, approfondendo la riflessione sulla natura, il ruolo e le potenzialità delle immagini in movimento nel nostro presente. Il team che la affiancherà nello sviluppo del programma culturale: Alessandro Rabottini in qualità di Direttore Artistico e Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini nel ruolo di curatori.

"Da quando è iniziata l'avventura di In Between Art Film nel 2012," afferma Beatrice Bulgari "ho avuto la fortuna di accompagnare nel loro percorso creativo tanti talenti che hanno arricchito e trasformato i linguaggi del video, del film, della performance e dell'installazione. Le produzioni e i progetti che abbiamo fino ad ora sostenuto hanno costituito momenti di crescita per me e per le persone che con me lavorano e ci hanno sempre di più fatto comprendere come gli artisti riescano a ridefinire continuamente la nostra comprensione della realtà. Le immagini in movimento ci emozionano, ci informano, ci scuotono e ci fanno riflettere: esse sono uno straordinario strumento di relazione con il mondo che ci circonda. (...)" (Estratto da comuncato stampa Lara Facco P&C)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti. La rassegna online propone anche punti vista non aziendali, come i film di famiglia che immortalano il primogenito - di solito con la nascita del secondo figlio la cinepresa era già in soffitta - con grembiule e cartella o le gite scolastiche che inauguravano l'arrivo della primavera; e con due titoli della Documento Film: il primo, Seconda D, è un documentario parte di una serie diretta da Sergio Amidei e Luciano Emmer, il secondo, Giorno di Scuola, documenta con toni paternalistici il primo giorno di scuola in un paesino della Toscana nel 1954.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Copertina del CD degli Alenfado "Passeando"

Il 22 maggio 2020 è uscito il primo CD del gruppo musicale palermitano Alenfado. Il titolo portoghese Passeando, che vuole intenzionalmente e significativamente richiamare il termine siciliano Passiando (nonché lo spagnolo Paseando), evoca una passeggiata musicale attraverso il Portogallo, la Spagna, l'America Latina e la Sicilia. Dalle malinconiche atmosfere del fado dei quartieri di Lisbona si giunge alla scoperta di assonanze con le sonorità e le tematiche esistenziali e narrative di altre musiche popolari, quali la nostalgia, la lontananza e l'esilio di Fado triste, Meu fado meu e A chi vali unni nascisti, o le pene d'amore e il vittimismo di Com que voz, Algo contigo, Que nadie sepa mi sufrir, Fatum, Alfama, in un comune sentimento di fatalismo che permea tutti i brani e che talora si combina anche con sentimenti gioiosi e positivi, così come avviene nella vita reale.

Gli arrangiamenti e le orchestrazioni originali di tutti i brani sono di Toni Randazzo. Contiene dodici brani in lingua portoghese, spagnola e siciliana, tra cui due composizioni inedite, una delle quali con testo del giornalista e scrittore Daniele Billitteri. La registrazione è stata fatta nel "Recraft Studio" di Raffaele Pullara, che ha anche partecipato con la fisarmonica in tre tracce. (Comunicato stampa)




Sport Film Festival

La 40esima edizione della rassegna dedicata all'audiovisivo a tema sportivo si è svolta Palermo dal 20 al 26 gennaio 2020. Ogni anno la Commissione cinematografica composta da giornalisti, critici, personalità del mondo sportivo, dell'arte e spettacolo, realizza una selezione di film di genere sportivo, nel quadro della promozione dei valori dello Sport. L'SFF presenta un programma in cui, oltre alle proiezioni dei film selezionati (al cinema Multisala di Palermo), prevede convegni e incontri con i produttori.

Una delle novità della rassegna siciliana, diretta da Roberto Oddo e organizzata dal Centro di Comunicazione Visiva, è la partecipazione alla competizione di film e documentari dedicati agli E-Sport, ovvero i videogiochi e gli sport realizzati attraverso dispositivi elettronici. Durante la rassegna è stata allestita la mostra "Cinema e sport" che attraverso una documentazione video-fotografica ed editoriale ha rappresentato la storia dello Sport Film Festival. L'edizione di quest'anno, che ha raggiunto un record nelle presenze internazionali, è stata gemellata con il Premio Massimo Troisi. In ricordo di Massimo Troisi è stato proiettato il film Il Postino. Enzo Decaro, attore che ha iniziato la carriera artistica nel trio "La Smorfia" - insieme con Massimo Troisi e Lello Arena - ha ricevuto il Premio alla Carriera.

Alla conclusione di una selezione tra 495 film in concorso tra lungometraggi, cortometraggi, film dedicati al calcio e allo sport paralimpico prodotti tra il 2016 e il 2019, provenienti da 54 Stati, sono stati assegnati i Premi - il Paladino d'Oro - in varie categorie, durante una cerimonia svolta al al teatro Politeama di Palermo.

Premi Paladino d'Oro

- Miglior Lungometraggio: Butterfly (Italia)
- Migliore Regia: Benjamin Best Sorry Game (Germania)
- Miglior Documentario: She Is Ocean (Russia)
- Miglior Cortometraggio: 8 (Usa)
- Miglior Fiction: The Buzz (Ungheria)
- Migliore Sceneggiatura Aimone's Dreams (Italia)
- Miglior Film Calcistico: The Making Of: José Mourinho (Inghilterra)
- Miglior Film Straniero: Reflecting Ice (Finlandia)
- Miglior Film Paralimpico: 10km/h (Canada)
- Migliore Fotografia: The Botton Turn (Inghilterra)
- Migliore Colonna Sonora: Mission 8 (Germania)
- Miglior Montaggio: L'ingegnere dei record (Italia)
- Migliore E-Sport: To Win it all (Usa)
- Premio del Pubblico ("Social Award"): Take tour Mark Banu (India)
- Premio "School Award": Road to the Final (Inghilterra)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco è stat dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Sulla fotografia e oltre
di Enrico Gusella, ed. Silvana Editoriale in collaborazione con Fondazione Alberto Peruzzo, 532 pagine, 135 immagini a colori e b/n

Il libro è stato presentato il 23 luglio 2021 alla Galleria Michela Rizzo di Venezia

Enrico Gusella racconta i grandi interpreti della fotografia e le loro storie. Una narrazione di ampio respiro in una nuova edizione aggiornata. Una storia, o meglio una serie di storie sulla fotografia, sugli interpreti e i protagonisti dall'Ottocento ai giorni nostri. Critico, curatore, considerato uno dei più acuti studiosi di fotografia, Enrico Gusella in questo libro ci accompagna in un viaggio oltre l'immagine fotografica: un percorso narrativo attraverso il quale sono indagati fatti artistici e fotografici, i rapporti fra testo e immagine, fra cultura e società.

Un excursus che investe autori e contesti della fotografia, ma anche i diversi generi che costituiscono l'arcipelago fotografico: dal paesaggio all'architettura, dai corpi e i ritratti all'astrazione passando per le collezioni, la letteratura e la sociologia. Nasce così una geografia della narrazione fotografica tesa ad approfondire le diverse visioni dei protagonisti della nuova scena artistica contemporanea, ma anche di una fotografia storica e storicizzata.

Il volume si apre con un'intervista del 1995 a Mimmo Jodice dedicata alla sua mostra Tempo interiore e alla sua città natale, Napoli. E sono proprio le città e i paesaggi a caratterizzare questo appassionato libro con la nutrita sezione dal titolo Paesaggi. Oltre duecento pagine che scandagliano i territori del nostro Paese e del mondo: dalle metropoli e le periferie di Gabriele Basilico (Milano: Ritratti di fabbriche, Beirut) alle campagne friulane e dell'amata Venezia di Elio Ciol, a cui risponde un altro grande veneziano, Fulvio Roiter.

Le geometrie astratte e cromatiche di Franco Fontana, il lirismo spirituale di Giovanni Chiaramonte, la "fotografia del no" in Mario Cresci, Nadar, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Berenice Abbott, Inge Morath, Luigi Ghirri, Thomas Struth, Josphef Beuys nelle fotografie di Buby Durini, Sebastião Salgado, Vittorio Storaro, Elliot Erwitt, Walter Niedermayr (Tra presenza e assenza), Italo Zannier, Ugo Mulas, Luca Campigotto, George Tatge (Italia metafisica), Olivo Barbieri, Maurizio Galimberti, Raffaello Bassotto, Giovanni Umicini, Renato Begnoni, Cesare Gerolimetto, Luca Chistè, proseguono l'intensa sequenza.

Ma altri ancora sono i fotografi oggetto delle ricerche di Gusella, che a loro volta investono straordinari luoghi: Parigi in Robert Doisneau, la Yosemite Valley in Ansel Adams, i paesaggi alpini di Albert Steiner, i luoghi nostalgici di Andrej Tarkovskij, e dal MADRE di Napoli è la grande retrospettiva "L'Attesa" di Mimmo Jodice, il corpo della città in Vincenzo Castella, e non mancano giovani protagonisti come Marco Maria Zanin di cui su Padova è Segni per Sant'Agnese.

Il Reportage con i luoghi e le storie di Gianni Berengo Gardin e i grandi fotografi di Epoca, mentre dal carcere sono le "foto da galera" di Davide Ferrario, l'Agenzia VII, Gordon Parks, Enrico Bossan sull'Etiopia e W. Eugene Smith da Pittsburgh, Robert Capa, James Nachtwey, Ferdinando Scianna a Venezia e Vivian Maier, Letizia Battaglia e Lee Miller.

Nel terzo capitolo invece i protagonisti sono i Corpi e i ritratti, attraverso l'opera e lo sguardo di fotografi del calibro di Helmut Newton, Nan Goldin, Cindy Sherman, Stanley Kubrick, Spencer Tunick e David LaChapelle, Irving Penn, Anton Corbijn, Araki, Christian Dior e Peter Lindbergh. A seguire la sezione Astrazioni, che indaga la poetica di grandi artisti come Man Ray, Franco Vaccari, Mario Schifano, Leo Matiz, e i grandi testimoni della contemporaneità quali Thomas Ruff, Roni Horn, Douglas Gordon.

Il collezionismo letto attraverso importanti esempi quali la Fondazione Venezia con il famoso Archivio Italo Zannier, la collezione di Mario Trevisan e quella di Fabio Castelli, ma anche nelle foto di Mauro Fiorese dedicate alle gallerie e alle collezioni museali italiane. E ancora, a caratterizzare e aggiornare questa nuova edizione di Silvana Editoriale e della Fondazione Alberto Peruzzo sono due nuovi capitoli sulla fotografia - fotografia e letteratura, fotografia e società - quale documento e analisi delle dinamiche della nostra società come l'affaire Capa sul miliziano colpito a morte, Ronaldo Schemidt in Venezuela o le città all'epoca del coronavirus. In questa ampia sezione si indaga la fotografia quale funzione di una narratività che trova nella letteratura alcuni dei più suggestivi esempi quali Roma-Pompei di Gianni Berengo Gardin e Aurelio Amendola, Steve McCurry e le polaroid stories di Wim Wenders.

Enrico Gusella, critico e storico delle arti, è stato professore a contratto per l'insegnamento di Storia della Fotografia e delle Arti Visive all'Università Ca' Foscari di Venezia; cultore della materia per l'insegnamento di Storia dell'Arte moderna all'Università di Verona, ed è membro del «LISaV» - Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia. Ha curato oltre 230 mostre. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro di Emilia Santoro Lascia la rosa sul bordo del giardino. Frammenti poetici
di Emilia Santoro, ed. Iod Edizioni

Il libro è stato presentato il 9 luglio 2021 alla Libreria Punto Einaudi di Firenze

Dal mese di Luglio ha inizio presso la Libreria la nuova rassegna di poesia intitolata "Poesia Contemporanea", con presentazioni e letture di opere di poeti emergenti e noti. In libreria verrà ospitata come prima presentazione la scrittrice Emilia Santoro, con la sua raccolta di poesie

"La poesia è una questione di metafore oniriche che risalgono dall'inconscio al mondo reale e i poeti sono sulla soglia tra conscio e inconscio proprio come i sogni. Questa raccolta di poesie ha quattro stanze (Macramè, Duetto, Poesie dedicate e Le Meraviglie e l'orizzonte) in cui ritrovare e comporre frammenti di se stessi. In questa raccolta, la poetessa campana affronta la finitudine attraverso la vitalità del sento per costruire un tentativo di esistenza, di comunicazione, e conquistare la libertà piegando il linguaggio alla logica delle immagini e della musicalità".

Emilia Santoro, nata a Napoli, pubblica negli anni Novanta i suoi racconti sulle riviste «Linea d'Ombra» e «Dove sta Zazà». Sempre in quegli anni, la sua raccolta di poesie Macramè viene segnalata sulla rivista «Anterem». Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione e nel 2013 Asino senza lingua. Dal 2019 collabora con la rivista letteraria «Acab», diretta da Nando Vitali. Per poter partecipare alla presentazione sarà gradita la prenotazione o sarà possibile collegarsi al link Google Meet di seguito per la videoconferenza. (Comunicato stampa)




"L'invisibile filo fra Arte e Vita"
I sentieri del sé alla scoperta dei valori dell'esistenza
di Monica Melani


Il libro è stato presentato il 16 giugno 2021 presso Il Mitreo Arte Contemporanea (Roma)
www.mitreoiside.com

L'Arte come via di Conoscenza e di sperimentazione del sé: il cammino coraggioso di una donna alla scoperta di un nuovo strumento espressivo che si fa linguaggio dell'Anima e dono di guarigione per sé stessa, per gli altri e per il territorio in cui vive e che, attraverso la sua opera più complessa "Il Mitreo di Corviale", reinventa ogni giorno il rapporto fra opera e fruitore e il senso stesso della creAzione e dei cosiddetti fattori di contesto che tanto influenzano la qualità della vita ed il ben-essere delle persone; una opera d'arte collettiva, innovativa, etica ed inclusiva che "mette in campo", con un approccio creativo, metodi e strumenti per organizzare in armonia l'azione sociale dei singoli esseri umani e dei gruppi, per la rinascita di un modello in cui, creando ben-essere e gioia di vivere individuale, si generi felicità realizzata nella vita collettiva. Un modo di vivere e relazionarsi che, a dirla con le parole dell'artista, "faccia di ogni vita una vera e propria opera d'arte". (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina del doppio libro di artista Internal Memories External Memories di Carolina Sandretto Internal Memories | External Memories
Edizione limitata: 199 copie; Stampa Fonte Grafica Milano

Doppio libro d'artista di Carolina Sandretto dedicato al tempo, la memoria e le eredità personali. A marzo 2020, Carolina Sandretto ha passato il primo lockdown da sola nella sua casa di famiglia in Toscana, circondata da oggetti del passato, legati alle donne della sua vita: le sue due amatissime nonne, e sua madre, che in quel periodo era lontana. Ha iniziato a fotografare gli oggetti della casa - arredi, porcellane e minuzie - catalogandoli per forma e per colore, perché potessero rivelare le persone cui erano appartenuti e le loro diverse personalità, materializzando una presenza che riempisse il silenzio e la solitudine di quelle settimane.

In quegli stessi giorni, al tramonto saliva in terrazzo e fotografava la vista sul mondo esterno: la cupola del Duomo, la torre del campanile e le case intorno alla sua. Anche in questo caso la fotografia diventava una disciplina, per continuare a uscire, ammirare il paesaggio, riflettere sul tempo. Le fotografie - polaroid che l'artista ha sovraesposto più volte - sottolineano lo scorrere del tempo, lo rendono visibile, fisico, in quei giorni in cui sembrava immobile. Così un doppio libro d'artista, in edizione limitata, prezioso, poetico e a tratti struggente: due volumi tenuti insieme da un elastico in cui Internal Memories affronta i temi della memoria e delle eredità personali di ognuno, mentre External Memories racconta il passare del tempo, la percezione che ne abbiamo e l'illusione che la fotografia possa fermarlo. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro su Carlo Invernizzi a cura di Massimo Donà Carlo Invernizzi
Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017

a cura di Massimo Donà

* Il volume è stato presentato il 6 settembre 2020 nel Palazzo delle Paure di Lecco

Nel volume è raccolta per la prima volta l'intera opera poetica di Carlo Invernizzi (Milano 1932-2018). Il libro contiene anche una sezione antologica in cui sono pubblicati saggi dedicati alla poesia e alla visione poetico-filosofica di Invernizzi, e uno short film del regista Francesco Castellani, Carlo Invernizzi. La voce del poeta (2020), accessibile tramite il sito de La nave di Teseo.

«Dall'inizio degli anni Sessanta sino alla sua scomparsa nel 2018, la poesia di Carlo Invernizzi si è fatta sempre più radicale, sino a trasformarsi in un vero e proprio "corpo a corpo" con l'impossibile. Le sue parole non descrivono, e neppure hanno mai voluto farsi mera testimonianza di uno stato d'animo; esse indicano piuttosto la lucida consapevolezza del fatto che ogni sforzo poetico sarà vano, ma nello stesso tempo assolutamente necessario. Sì, perché la realtà è per lui tutta espressione di quella Natura Naturans che sta prima di ogni distinzione concettuale; prima, cioè, della divisione tra essere e nulla.» (Massimo Donà).

La Natura Naturans è quel «tuttuno di fantasiapensiero e cosa di cui l'uomo è coscienza intrinseca, non componente estraneo che vuole dominarla e deturparla» (Invernizzi). Questa concezione è riflessa dalla poesia in cui il "pensieroimmagineparola" rimanda al "tuttoniente" delle cose, rispetto alle quali esso non vuole, né può, essere altro". La raccolta dell'intera opera di Invernizzi manifesta in modo particolarmente incisivo l'unitarietà della visione poetico-filosofica della Natura Naturans lungo tutto l'arco della sua produzione, che ha per luogo insieme fisico e mentale Morterone, definito dal poeta suo «luogo di radici, soglia ingermino d'immagini metafore» del suo «fare poesia». Proprio a Morterone veniva firmato nel 1996 il manifesto Tromboloide e disquariata, steso dal poeta con i pittori Gianni Asdrubali, Bruno Querci e Nelio Sonego a cui è seguita nel 1999 la mostra Tromboloide e disquarciata. Natura Naturans presso i Musei Civici di Villa Manzoni a Lecco, dopo essere stata presentata nel 1997 presso il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia, la Galleria Nothburga di Innsbruck e il Museo Rabalderhaus di Schwaz.

La stessa concezione è dal 1986 alla base delle attività della Associazione Culturale Amici di Morterone, e ha condotto alla creazione del Museo d'Arte Contemporanea all'Aperto di Morterone. Il Museo, costituito da oltre trenta opere installate nella natura incontaminata, abbelisce il territorio morteronese rendendolo un autentico segnale poetico. Il rapporto del poeta con Morterone costituisce anche un momento saliente dello short film realizzato da Francesco Castellani, che lo presenterà in questa occasione. Seguiranno interventi di Tommaso Trini, scrittore e critico d'arte contemporanea, che parlerà del mondo poetico di Invernizzi, di Massimo Donà, musicista jazz, filosofo e Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha curato il volume, e Davide Mogetta, collaboratore del Centro Studi Carlo Invernizzi, che parlerà di alcuni temi che uniscono la poesia alla visione poetico-filosofica della Natura Naturans. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




La nascita del Partito popolare a Trino tra cattolicesimo sociale, movimento socialista e reducismo
di Bruno Ferrarotti
www.storia900bivc.it

Il volume «offre un'attraente panoramica su questioni fondamentali per la comprensione delle vicende che hanno caratterizzato la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, fino alla soglia dell'avvento del fascismo. Ancora una volta seguendo l'autore è possibile passare agilmente dalla dimensione nazionale a quella locale e comprendere gli stretti collegamenti tra la politica generale e la sua traduzione nell'orizzonte più contenuto, ma non meno significativo, della comunità locale. Al centro dell'attenzione la nascita del Partito popolare, nato per raccogliere i consensi dell'elettorato cattolico, con uno statuto ispirato alla dottrina sociale cristiana, che alla prima prova elettorale, nel novembre 1919, con soli dieci mesi di attività raccolse oltre il 20 per cento di voti.

La ricostruzione di Ferrarotti della fitta rete di iniziative sociali, economiche e culturali messe in atto dal mondo cattolico trinese in contrapposizione all'azione socialista, consente di avere piena consapevolezza che l'irruzione sulla scena politica del Partito popolare sia stato l'esito non di un progetto politico estemporaneo, ma il prodotto di una lunga gestazione, dopo la stagione del non expedit e le progressive ma parziali aperture, limitate alla dimensione amministrativa» (dalla prefazione di Enrico Pagano). Libro nella collana "Studi trinesi" edito dal Comune di Trino in collaborazione con l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.

Bruno Ferrarotti è autore e coautore di pubblicazioni scientifiche nonché saggi e monografie di storia politica, religiosa, sociale ed ambientale della comunità trinese e del suo circondario. In collaborazione con l'Istituto, oltre al volume qui presentato, ha pubblicato, sempre nella collana "Studi trinesi", il volume Trino 1948. Cronaca di un conflitto politico annunciato, che arricchisce la storia del Novecento trinese di un nuovo e interessante capitolo sulla transizione istituzionale e politica degli anni compresi fra il 1946 e il 1948. (Comunicato stampa)




Locandina della presentazione del libro di Christopher Kloeble Quasi tutto velocissimo
di Christopher Kloeble

* Il romanzo è stato presentato il 2 febbraio 2020 alla Libreria Modusvivendi di Palermo

Incontro con lo scrittore Christopher Kloeble in occasione della presentazione dell'edizione italiana del suo libro Quasi tutto velocissimo (Traduzione dal tedesco: Scilla Forti, Keller Editore, 2019), titolo originale: Meistens alles sehr schnell. Modera: Rita Calabrese, germanista.

Albert ha diciannove anni, è cresciuto in un orfanotrofio e non ha mai conosciuto la madre. Per tutta la vita ha dovuto assistere il padre, Fred, che è come un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, trascorre il tempo leggendo enciclopedie, contando le auto verdi che passano per strada ed è conosciuto come l'eroe di un tragico incidente d'autobus. Quando a Fred vengono diagnosticati solo pochi mesi di vita, per Albert inizia una vera e propria corsa contro il tempo perché sa che quell'uomo perso in un mondo tutto suo è l'unico a poterlo aiutare nella ricerca del proprio passato. Comincia così un viaggio avventuroso e commovente in compagnia di personaggi memorabili che li porterà in un'epoca lontana, fino a una notte di agosto del 1912 e alla storia di un amore proibito...

Quasi tutto velocissimo è una saga famigliare luminosa e drammatica, un travolgente road novel ambientato nelle alte terre alpine dal quale è impossibile separarsi. Due adorabili eroi ci conducono in un tempo pieno di possibilità e ombre, amori, misteri e viaggi, in luoghi e cittadine immerse nelle atmosfere di antiche fiabe. Christopher Kloeble ha studiato presso l'Istituto di Letteratura tedesca di Lipsia e presso l'Università della televisione e del cinema di Monaco. Suoi contributi sono comparsi tra gli altri su Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e TAZ. È stato membro del Programma di scrittura internazionale dell'Università dello Iowa e scrittore residente all'Università di Cambridge. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Disegno che ritrae Federico Fellini nella locandina della iniziativa promossa dal Centro Sperimentale di Cinematografia Federico Fellini
Il libro dei sogni


Il volume è stato presentazione volume il 28 gennaio 2020 alla Casa del Cinema di Roma
www.fondazionecsc.it

«Se i film di Fellini, per citare Shakespeare, sono spesso fatti della materia di cui sono fatti i sogni, questo volume dimostra che i suoi sogni sono fatti della materia di cui sono fatti i film. Il libro dei sogni - capolavoro d'arte dell'illustrazione - si pone infatti anche come un "catalogo" - verrebbe da dire, come nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte: "delle donne che amò il padron mio". Certo, ci sono anche le donne, senza le quali il "Pianeta Fellinia", per usare una bella definizione di Gian Piero Brunetta, perderebbe una "fonte energetica" fondamentale. Ma Il libro dei sogni è in realtà una sorta di "archivio generale" della vita di Fellini, sia di quella interiore - come ogni sogno che si rispetti - sia dei suoi punti di vista su un mondo fatto, oltre che di persone e cose, anche di "effetti cinema", storie, personaggi, vicende personali, amori e idiosincrasia di un mestiere, che per Fellini coincide con la vita stessa, pur restandone sempre "più grande".

A titolo d'esempio, citiamo soltanto il sogno del 4 febbraio 1961: «Negli studi della Federiz Fracassi mi sorride: E allora Federico, quando hai intenzione di cominciare sul serio?". È il tempo in cui Fellini entra in società con Rizzoli per favorire l'esordio di giovani cineasti. Pier Paolo Pasolini è uno dei primi che si presenta col soggetto di Accattone. Ma alla prima visione dei giornalieri, di fronte alla "passeggiata di Accattone", Fellini rifiuta vigorosamente di continuare la produzione, e litiga in modo radicale con l'amico e collaboratore Pier Paolo, di cui non condivide l'estetica. Nel sogno, azzardiamo, Clemente Fracassi, il direttore di produzione, esorta Federico a "fare sul serio", anche perché, nella realtà dei fatti, a Fellini poi di produrre giovani autori non importava davvero nulla, e il progetto - anche a seguito della lite con Pasolini - naufragò senza rimpianti.

A questo "reperto d'archivio" se ne potrebbero aggiungere infiniti altri, che aprono nuove letture della vita e della creatività dell'autore di film che sono oggi parte integrante dell'identità italiana. In questa prospettiva, l'edizione del Libro dei sogni si affianca, nella celebrazione del centenario della nascita di Federico Fellini, al progetto di restauro dell'opera omnia, portato avanti dalle cineteche italiane, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e Cinecittà Luce. Ma l'opera di Federico non potrebbe dirsi completa senza questo Libro dei sogni, che è anche un "libro dei film", esattamente come i suoi film sono anche il "cinema dei sogni"» (dalla Prefazione di Sergio Toffetti, Gian Luca Farinelli, Felice Laudadio, al volume di Federico Fellini, Il libro dei sogni, Rizzoli, 2019).




Locandina della presentazione del libro Dal Pop rock alla musica celtica, di Cochi Quarta Per il ciclo "Leggere parole tra noi - Incontri con l'autore"

Dal Pop rock alla musica celtica
di Cochi Quarta


* Il libro è stato presentato il 21 gennaio alla Biblioteca I.C. Giorgio Perlasca - Pietralata (Roma)

Dagli anni Sessanta, dal primo gruppo pop, attraverso mode, stili, culture e band sempre nuove. Un viaggio oltre le note alla ricerca di un modo diverso di fare musica, di viverla come espressione di tutti, come esigenza quotidiana; un sentire ormai quasi dimenticato, ma non dappertutto. È l'incontro con l'Irlanda, le sue note, le sue tradizioni, la sua realtà politica e sociale a far sì che tutto questo diventi realtà. E allora pagina dopo pagina potremo leggere che è possibile vedere una miriade di ragazzini suonare la loro musica popolare e mezza Europa sia lì per ascoltarli; che è possibile che un professionista rispetti i giovani musicisti con cui sta suonando; che è possibile che un vecchio percussionista ti regali il suo strumento e che è possibile raccontare la storia di un popolo attraverso le sue ballate. Questo e altro, nel racconto dei 50 anni di musica di Cochi Quarta insieme ai tanti compagni di viaggio che hanno condiviso conoscenze, passioni, nuove avventure e, non ultimo, il piacere, mai passato di moda, di suonare insieme. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di poesie di Berardo Di Ferro intitolato Nuvole Nuvole
Poesie di Berardo Di Ferro

Il libro è stato presentato il 25 novembre 2019 a Palermo alla Galleria d'Arte Studio 71
www.studio71.it

L'evento è curato da Vinny Scorsone che nella prefazione della raccolta di poesie scrive: "Le sue poesie sono pregne del tempo che passa, sono piene di Liana che come un'onda calda gli ha riempito la vita..." Ma Liana oltre che ad essere musa ispiratrice di Berardo è anche pittrice e per questa occasione presenta alcune opere che illustrano le liriche. Allieterà la serata Cinzia Romano La Duca con la sua chitarra, leggerà le poesie Marisa Palermo. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Dipinto di Antonio Ligabue denominato Aratura con cavalli realizzato nel 1948 ad olio su tavola di faesite cm.85x12 Copertina del libro Antonio Ligabue Gli anni della formazione 1899-1919 di Renato Martinoni Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)
di Renato Martinoni, Marsilio Editori, 2019

Libro presentato lo 05 ottobre 2019 alla Galleria d'Arte 2000 & Novecento di Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l'occasione per fare conoscere l'opera dell'artista in quella che può definirsi la sua "patria perduta". Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un'emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent'anni "svizzeri" di Antonio Ligabue, che nel libro vengono definiti "gli anni della formazione", giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia. Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all'Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue. Per l'occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l'angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un'arte che mostra in primo piano l'estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un'esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina libro Armenia Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell'Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)




Copertina libro Credo Professo Attendo | sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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