La Trinacria simbolo della Sicilia Tempio greco in riferimento a quelli della Valle dei Templi di Akragas in Sicilia
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di Ninni Radicini
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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
L'attore Carlo Delle Piane caratterista in molte commedie tra gli anni Cinquanta e Settanta e poi protagonista in films di Pupi Avanti e di altri autori
In ricordo di Carlo Delle Piane
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier autrice di migliaia di foto scattate in gran parte con una Rolleiflex e di filmati in super 8 scoperti dopo la sua scomparsa
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini per la pagina della newsletter Kritik con locandine di rassegne presentate
Locandine rassegne
Gilles Villeneuve con la Ferrari nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08 | Lista mostre e conferenze 2007-2019

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2019-18 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Locandina di presentazione della mostra Il trionfo del colore con una grase di Paul Gauguin Il trionfo del colore
07 dicembre 2019 (inaugurazione ore 17.00) - 23 dicembre 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

La mostra si articola in una doppia esposizione: la mostra personale dell'artista Silvio Franzini e la mostra collettiva con dipinti e sculture degli artisti Franca Bandera, Alberto Besson, Milvia Bortoluzzi, Eleonora Brianese, Angelo Conte, Bruno Gabrieli, Gianguido Pastorello. La rassegna è organizzata dal "Movimento Arte del XXI Secolo" di Savona, a cura del critico Prof. Aldo Maria Pero, con ripresa video di Licinia Visconti e allestimento curato da Arianna Sartori.

"Il Movimento Arte del XXI Secolo espone per la prima volta in una città d'arte importante come Mantova affidandosi alle cure di Arianna Sartori, titolare dell'omonima storica Galleria. La manifestazione è imperniata sulla personale del parmense Silvio Franzini e sulla collettiva che espone le opere di altri sette artisti, che vanno dalla quasi esordiente Eleonora Brianese alla veterana Milvia Bortoluzzi. Il titolo, quasi pleonastico dal momento che la pittura nasce dalla sintesi di forma e colore, è stato suggerito da un'osservazione di Paul Gaugin, che in una lettera alla moglie esaltò i valori magici del colore, elemento fondanmentale della sua strenua applicazione pittorica. Ed il colore, quasi ad asseverazione del concetto che il francese aveva elaborato nei Mari del Sud, domina con essenziale funzione espressiva in quasi tutti i lavori che Arianna Sartori ha accolto nella sua Galleria.

Si sottrae a questa omologazione cromatica solo il gruppo di sculture presentate dal valdostano Bruno Gabrieli che ha affidato le ragioni del suo lavoro al legno e alla pietra. Silvio Franzini pare l'erede dell'aporia monadologia che tormentò a lungo Gottfried Wilhelm von Leibniz e allo stesso tempo un campione del tipico artista pensatore, la cui storia è cominciata con Vasilij Kandinskij per proseguire con Mondrian e che non può ancora dirsi conclusa. Leibnitz, nel teorizzare l'individuo come una monade in sé conclusa e priva di rapporti con il fuori-di-sé, fu costretto ad affrontare il dubbio che, essendo l'artista per intima natura un comunicatore, doveva necessariamente trasmettere idee con il rischio di infrangere l'isolamento della sua solinga cellula esistenziale.

Franzini pensa e dipinge, due attività collocate in tempi distinti, nell'ordine. Pensa alla circolarità del tempo che torna costantemente su se stesso per rivedere, ritoccare, reindividuare pensieri, immagini e colori. Se medita sullo spirito, progressivamente sposta il proprio interesse verso la non-figura perché le idee possiedono intensità sed non corpus, traduzione di San Tommaso da Aristotele. In questo caso Franzini si avvia verso l'astrazione, per lui un itinerario di spiritualizzazione che si deve necessariamente tradurre, nel proprio aspetto rappresentativo, in colori, colori-concetto. Su questa strada, come Leibnitz, giunge al punto di contraddizione: la necessità di far convivere idee immateriali con la loro trasposizione fisica su tela. Insomma, il pensiero dovrebbe scomparire per sottomettersi alle regole dell'astrazione e allo stesso tempo continuare ad esistere per consentire la sua rappresentazione.

Meglio del filosofo tedesco, l'italiano riesce a risolvere il problema e ci riesce dipingendo su due piani, uno emergente a filo di tela con un tocco memore del puntillismo che sfolgora di ardenti cromie e l'altro che va celando nelle profondità della tela lacerti di figure che tentano dialetticamente di rivelare la propria presenza, fantasmi di lontani ricordi che talora sembrano richiamare le auree maschere dei sovrani di Micene. Franca Bandera, un'artista mantovana di nobile tradizione espressiva, pone al centro della sua opera una complessa meditazione sulla situazione umana che si esprime attraverso una tavolozza scura e giunge sino alla deformazione dei tratti nelle sue sofferte figure umane.

C'è in lei, insieme, la denuncia di un terribile status esistenziale e la pietas che gratificava certe eroine della tragedia greca. Di Alberto Besson vale la pena di citare un giudizio di Vittorio Sgarbi: «Dovessimo rinvenire delle radici storiche, in Besson, le andremmo a cercare lungo un percorso che avrebbe per tappe obbligate, nella prima parte del novecento, Giacomo balla, Prampolini, Abstraction-Crèation, proseguendo nel dopoguerra attraverso esperienze in queste senso fondamentali quali il Movimento Arte Concreta o Forma 1. Ma non so fino a che punto un esercizio di questo genere fornirebbe apporti decisivi ai fini del corretto inquadramento critico di Besson...».

Milvia Bortoluzzi è una delle artiste venete più significative potendo vantare una lunga milizia in tre paralleli settori di attività che in linea di massima individuano altrettanti settori della sua pensosa applicazione artistica e che talora traducono il suo impegno figurativo in una preghiera, l'ora et labora, more benectino. Milvia Bortoluzzi è infatti autrice di un'abbondante produzione di acquerelli, dedicati con grazia delicata alle bellezze naturali; di oli nei quali emergono gli affetti familiari e importanti scorci paesaggistici; e di incisioni nelle quali ha riversato i suoi segreti pensieri e particolari momenti di intimità ponendo al servizio del bulino una tecnica raffinata.

Eleonora Brianese, figlia della Laguna veneziana, trasmette in un lavoro promettente, che attende ulteriori e maggiori prove, sentimenti delicati e un mondo di interessi nei quali si intuisce la curiosità dell'indagine e una notevole propensione a tradurli in sintesi espressive leggiadramente modulate.

Angelo Conte, parmense come Franzini, esprime il suo, possiamo dirlo?, furore artistico in tele complesse nelle quali si articola una grande profusione di simboli in un segno che, con notevole duttilità di accenti, di fa onirico, simbolista, espressionista. La sua è, sotto diversi aspetti, una pittura mitica. E il suo mito principale, ad onta della pretesa di Conte di essere autore di una pittura spontaneistica, quasi un calco della produzione automatica teorizzata da André Breton, è la scimmia ovvero un animale che qualche antropologo colloca quale fattore primigenio dell'umanità e che una ricca tradizione fabululistica di ascendenza orientale vuole protagonista del tradimento, della falsità, della menzogna.

Dalle forti mani di Bruno Gabrieli nascono opere straordinarie affidate al legno, alla pietra e al bronzo. Il suo lavoro risponde ad un'estetica creazionistica nel senso che, a parte i bronzi delle grandi opere pubbliche, il suo scalpello si muove alla ricerca dell'anima insita nel materiale che usa. A sentir lui, il suo intervento si limita ad individuare la forma, il capolavoro nascosto nell'oggetto grezzo che si pone dialetticamente di fronte a lui. Sotto certi aspetti non fa che ripetere quanto teorizzato da Michelangelo, che identificava nella scultura la pratica per eliminare il superfluo dal blocco di marmo. Di certo, si può dire che in Gabrieli c'è l'umiltà del creatore, che scopre e rispetta quanto di grande offre la natura perché lui, a differenza dei pittori, non la descrive, non la riproduce, ma la modifica direttamente.

Gianguido Pastorello, mantovano come Franca Bandera, vanta un'ispirazione classicheggiante, rivolta a reinventare in chiave contemporanea alcuni miti della cultura greca. La sua ricerca viene da lungi e si riferisce al primo compilatore di una sorta di enciclopedia della religione ellenica, Esiodo, che nel VII sec. a.C. fu autore de La Teogonia. In essa, e qui lasciamo la parola allo stesso Pastorello, «dedica un intero capitolo alle 51 Nereidi figlie del dio Nereo e della oceanina Doride. Queste benefiche divinità immortali, di impareggiabile bellezza e leggiadria, vivono in una grotta d'argento nelle profondità del mare e si preoccupano di calmare i venti impetuosi e le tempeste e di soccorrere gli uomini di mare in difficoltà o in pericolo. Le più note sono Anfitrite, che andando sposa a Poseidone diventa la regina del Mare, Teti che unendosi a Peleo diviene madre di Achille e Galatea, sposa di Aci, ma talmente bella che il ciclope Polifemo si innamora di lei»". (Prof. Aldo Maria Pero)

___ Presentazione di altre mostre e di una pubblicazione della Galleria Sartori in questa pagina

Anna Ghisleni: "Lung oil viaggio"
termina il 12 dicembre 2019
Presentazione

Gianfranco Paulli (1948-2018) | "Lo spirit di Canova rinasce"
termina lo 05 dicembre 2019
Presentazione

Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
219 artisti recensiti, pp. 232, con 587 illustrazioni a colori
Presentazione




Dipinto di Bagrat Arazyan denominato Geometria Bagrat Arazyan: "Geometry, Wood"
07 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 30 marzo 2020
JulietRoom - Muggia

Mostra, promossa dall'Associazione Juliet, con le opere di Bagrat Arazyan e introduzione critica di Elisabetta Bacci. Per Bagrat l'espressione artistica è un qualcosa che opera a 360°, toccando temi e declinando "frasi" stilistiche secondo modalità che talvolta possono sembrare quasi contraddittorie. Motivi, situazioni, temi, all'apparenza diversi, si dispiegano in un unico progetto espressivo, quasi in una sorta di contrappunto, confronto e dialogo, toccando perfino, in maniera molto professionale anche il campo della progettazione grafica. E, sebbene la declinazione delle singole opere conduca a una apparente diversità, l'impeto conduttore è sempre il medesimo: l'impeto che unisce è il ragionare sulla dinamica della forma, sulle sue sfumature e sulla sua pulizia. Un modo questo, per dire che la composizione, è il vero e proprio punto nodale del suo pensiero.

Bagrat Arazyan, russo di origini armene, nelle sue installazioni ferma il momento di un sogno ispirato talvolta dal cinema, e talvolta dal proprio inconscio, in modo da creare un dialogo tra il proprio sé e il mondo esteriore, fino ad arrivare a una austerità espressiva, una austerità che si fa vuoto, bianco, silenzio, al di là di qualsiasi tecnica o stile usati. Tuttavia, il vero significato di ogni suo segno, di ogni sua forma è ciò che nel segno e nella forma non appare in modo esplicito, e cioè un canto alla vita e all'esistere quotidiano. In particolare, questa mostra realizzata per la JulietRoom, è parte del progetto "L'Albero esplorato, tra arte e scienza. Da Leonardo a Bruno Munari" promosso dal Gruppo Immagine su bando regione Friuli Venezia Giulia. L'autore si è impegnato nella produzione e allestimento di un gruppo dialogico di tele, tutte giocate su un acceso cromatismo e dalle forti valenze geometriche, il che vuol dire aver toccato i tasti dell'astrazione concettuale e di un sistema compositivo riduttivo e simbolico. (Comunicato stampa)

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Stefano Visintin: "Prospettive"
termina il 28 febbraio 2020
Impresa Sociale "Ad Formandum" - Trieste
Presentazione




Dipinto olio su tela di cm.35x45 realizzato da Fabio Colussi nel 2019 denominato Vele al tramonto Fabio Colussi. Il pittore dell'Adriatico
07 dicembre (inaugurazione ore 18) - 31 dicembre 2019
Salone d'arte di Trieste

Rassegna dedicata dal pittore triestino al tema prediletto della veduta marina: introdotta da Gabriella Pastor, sarà interpretata sul piano critico dall'architetto Marianna Accerboni. In mostra 24 oli su tela e su tavola inediti, realizzati con grande maestria principalmente tra il 2018 e il 2019. "In questa esposizione" - scrive Marianna Accerboni - "Colussi ricostruisce con delicata e calibrata vena lirica il fascino del mare della sua città, Trieste, accostandolo anche a quello di Venezia. La medesima, sottile inclinazione neoromantica, intrecciata a una personale e sensibilissima vena cromatica e a una grande abilità tecnica, caratterizza le sue vedute. (...)"

Presentazione




Cosimo I de' Medici e l'invenzione del Granducato
termina il 12 gennaio 2020
Archivio di Stato di Firenze

Cosimo I è uno dei personaggi più eminenti che Firenze celebra nel 2019, festeggiando i suoi cinquecento anni dalla nascita (Firenze 1519-1574) insieme a quelli di Caterina de' Medici, Regina di Francia (Firenze 1519 - Blois, 1589), nonché quelli dalla morte di Leonardo da Vinci che hanno visto innumerevoli commemorazioni. Cosimo I de' Medici: la vicenda umana e politica del primo granduca di Toscana mostrata attraverso una scelta tra i molti documenti conservati nell'Archivio di Stato di Firenze, accompagnati da un ricco apparato iconografico. Accoglie i visitatori l'albero genealogico della famiglia Medici, accompagnato da due manichini che indossano gli abiti di Cosimo e della sua sposa, Eleonora di Toledo, liberamente ispirati ai loro ritratti. Segue un excursus sulla famiglia di Cosimo, i genitori, le due spose: si possono leggere alcune lettere private scritte da questi personaggi e anche dal piccolo Cosimo.

Una parentesi sull'araldica della famiglia Medici vuole mostrare come il giovane duca, appartenente a un ramo collaterale della famiglia, si appropriò dello stemma del ramo principale, quasi per un tentativo di legittimazione della discendenza dai Medici, signori di Firenze nel secolo precedente. Il potere del nuovo sovrano si concretizzò anche nella scelta delle residenze cittadine: dal palazzo avito di via Larga, alla sede del potere della Repubblica, al palazzo dei Pitti, dimora appartata, quasi un nuovo Olimpo per la nuova dinastia. E poi un itinerario tra alcune delle principali ville medicee, da quelle di provenienza familiare a quelle di nuova acquisizione e trasformazione. Una pausa nel percorso è offerta da un ambiente più scuro e intimo, che intende riportare alla mente i misteriosi studioli, posti in palazzo Vecchio, in cui Cosimo conservava le carte più preziose e importanti.

Un focus è dedicato alla creazione dell'Accademia del Disegno, istituzione che aveva lo scopo di valorizzare e tutelare la produzione artistica toscana. Alcuni documenti evidenziano il rapporto tra Cosimo e Michelangelo Buonarroti, eletto nume tutelare degli artisti toscani. Il percorso politico è mostrato attraverso documenti ufficiali, alcuni anche di grande impatto visivo: diplomi imperiali pergamenacei, spesso accompagnati da importanti sigilli, segnano i progressi di Cosimo nell'affermare il proprio potere su uno Stato territoriale via via più ampio, organizzato in modo moderno grazie all'impronta riformatrice data dai collaboratori e segretari che il duca seppe individuare e valorizzare.

Ma non solo il rapporto con l'Impero era importante; una serie di altre azioni segnarono un avvicinamento progressivo di Cosimo al papato: l'istituzione di un Ordine cavalleresco per combattere contro i Turchi, la creazione dei ghetti ebraici, desiderati dai papi ma non graditi dalla maggior parte dei sovrani. Fu questo progressivo avvicinamento che consentì a Cosimo di ricevere dal papa un nuovo titolo sovrano, inventato per lui, quello di Granduca, che lo mise al di sopra della maggior parte degli altri sovrani italiani: l'immagine della bolla papale con il disegno della corona granducale segna il punto di arrivo del percorso. (Comunicato stampa)

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Similiter in Pictura. Attorno a Leonardo | Opere di Luca Bonfanti, Enzo Rizzo e Togo
termina lo 06 gennaio 2020
Casa del Mantegna - Mantova
Presentazione




Trittico pittorico di Loredana Raciti denominato Madre Trinità Loredana Raciti: "Madre Trinità"
termina lo 08 dicembre 2019
Palazzo Merulana - Roma
www.palazzomerulana.it

Nell'ambito della mostra collettiva "Apolidi / Identità non disperse", l'artista Loredana Raciti con l'opera Madre Trinità. La mostra, a cura di Antonietta Campilongo, affronta il tema delle migrazioni nelle sue diverse declinazioni. Una occasione di analisi e riflessione intorno all'etica, alle culture e alla interculturalità, allo sviluppo del dialogo interculturale e interreligioso, alle questioni di genere. Uno sguardo sulla contemporaneità, in un mondo in declino e in continua trasformazione, sulle inquietudini e le fragilità dell'uomo di oggi. La visione di Loredana Raciti è una visione universale, non un pensiero nuovo, ma un fiume che risale alla sorgiva. Un richiamo alle leggi del mondo naturale, contro l'ordine costruito e imposto dall'uomo che con arroganza ha creduto di essere il dominatore del pianeta. Una visione non più antropocentrica ma olistica, una veggenza. (Comunicato stampa)

- Madre Trinità - Trittico pittorico di Loredana Raciti, di Annarita Borrelli

« L'opera "Madre Trinità" nasce laica, fuori dal tempio, nell'incognito... per poi trasformarsi, lentamente, in una tavola liturgica in cui la liturgia stessa è data da un vero e proprio processo universale di attraversamento e passaggio dall'oscurità ermetica... dalla realtà edonistica, alla consapevolezza lucente della bellezza misterica legata alle origini della storia del mondo.»

- Madre Trinità, di Domenica Giaco

«"Madre Trinità" è opera potente e complessa, suggestiva per dimensioni, eleganza, e per la raffinatezza composita del tratto e del colore. Un affresco contemporaneo in cui la perfezione calligrafica é espressione di un lavoro lirico e feroce, in una visione universale, profetica e sacerdotale. Siamo in presenza di un trittico - m.2.40 x m.2.40, pannello centrale sbalzato in avanti - dalla prospettiva inconsueta: una lettura che non parte dal centro, ma che ha una ascesa da sinistra passando per il centro e verso destra. L'opera è difatti una veggenza, l'ineluttabilita' di un atto necessario, a purificazione dall'ombra e dal male di una umanità insensata e tragica, portata a comportamenti dominanti e distruttivi.

"...è il momento disperato in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina." (Le Città invisibili, incipit - di Italo Calvino)

La scelta di lavorare a un trittico non é casuale. Il trittico è una struttura formale ereditata dal passato, rappresentativa in particolare dell'arte sacra destinata agli altari delle chiese dal medioevo in poi, e che ben si presta a servire una rappresentazione di grande respiro. Il tema è alto, drammatico, come il canto di un coro attico nell'imminenza del compimento del sacrificio. Se fin dall'antichità l'essere umano ha cercato il senso della sua esistenza e sofferenza, dando vita alle varie filosofie, cosmologie e religioni, la visione di Loredana Raciti è sciamanica, magico-psichica, evoca archetipi di fecondità, elementi maschili e femminili, in una dimensione di ritorno allo stato primordiale, mitico. "Madre Trinità" racchiude verità che sfuggono inizialmente alla nostra comprensione, ma l'intento dell'Artista è aprire a un nuovo ascolto, rendersi portatrice di immagini nuove, di nuove metafore, capaci di rimuovere il senso comune e le narrazioni accettate e istituzionalizzate all'interno della società.

Jung definisce questa vocazione "santità dell'artista", come separatezza, capacità di vedere meglio ciò che i suoi contemporanei non vedono. Un richiamo alle leggi del mondo naturale, in questo caso, contro l'ordine costruito e imposto dall'uomo che con arroganza ha creduto di essere il dominatore del pianeta. Una visione non più antropocentrica, ma olistica. Non un pensiero nuovo, ma un fiume che risale alla sorgiva. Un realismo magico e mitico pervade l'opera, luogo ricco di simbologie, in una atmosfera metafisica. Nella scena, Asherah é l'Albero Consacrato, l'albero della vita, grembo universale, colei che insegnò la cultura del dono, le leggi dell'armonia, e quelle della morte-trasformazione.

In alto un raggiante pianeta dalla pelle lunare, come una santissima regalità sacramentale, diffonde la sua trasparenza gravida e senza colpa, prima di divenire al mondo. Al centro domina il Vulcano, la montagna sacra - tutti i popoli hanno una montagna sacra - l'Olimpo, la "Piramide", punto di incontro fra le due dimensioni, quella terrena e quella celeste, fra il piano verticale e quello orizzontale. il Vulcano é sede delle 12 divinità che dall'alto canalizzano sulla terra le energie spirituali. Le 12 divinità dell'Olimpo-Vulcano sono le sole che riescono a vedere oltre le nuvole e sanno, e vedono avvicinarsi l'apocalisse che è distruzione in funzione del disvelamento-rivelazione. Nella bocca del Vulcano affiora sangue rubino e divino, prezioso sangue cosmico che si trasforma in oro. Adagiata sulla sommità, l'Arca dell'Alleanza Universale splende di oro filosofico e radiante, nel segno del segreto e della rivelazione; la forma di falce lunare, come barca, traghettamento di rinascita, o feretro; la vita primigenia non distingue. Di oro risplendono i fianchi della montagna.

Su un fianco, una concatenazione ascendente di simboli, antico genoma di offerte sacrifici preghiere, si staglia come ponte sospeso sulla vertigine, a rappresentare che nulla sulla terra si è creato senza un rischio, una perdita o un sacrificio. L'umanità é feto e non sa, é segno pittorico minimo, e sull'albero della vita produce la sua esistenza, nel possesso, nel dominio e nell'ignoranza, generando, divorando come Crono, i propri figli. Figli segnati dal lutto: cigni neri. Non sa, l'umanità, che le creature sono unità di coscienza e riflesso olografico dell'Uno infinito. E' Il Totem in lontananza la chiave di tutto. Il Totem è la morte, fertile dei suoi simboli in trasparente luminescenza aurorale. La morte è la libertà, la bellezza di lasciare il corpo, il ritorno all'Arché, ente supremo dell'eterno. Questo insegnano tutti i dipinti. La morte invece è stata da sempre usata come controllo e minaccia per indebolire i popoli, quando invece é il vero potere. Emerge così, dalla divinazione dei 22 arcani misteri della conoscenza, l'arcano mistero non svelato.

La fiaba, erede del mito, è un archetipo del subconscio collettivo, un medium, capace di tradurre in maniera semplice idee complesse. L'arte di Loredana Raciti infatti è generata da rigore e ricerca estrema, ricca di allusioni filosofiche, letterarie, mitologiche, mai decorativa. "Madre Trinità" conosce una genesi di due anni, un processo lungo e struggente, un lungo lento lavoro di elaborazione che ha richiesto pause, distanze, riflessioni. E' stata opera in evoluzione, in osmosi col suo creatore, un corpo a corpo, nelle fasi conclusive una sfida in cui é stato necessario frenare l'impeto, dominare la mano, svuotarsi del proprio carattere e della propria struttura.

La tecnica, mista, acquerello quasi a secco e pigmenti, ha richiesto rigore esecutivo e puntuale precisione analitica, un isolamento monastico, disciplina. Il creatore perduto dentro la sua follia, e l'opera, il suo sudario. L'acquerello, tecnica antichissima, è uno strumento filosofico, una disciplina che non perdona gli errori e non permette correzioni, richiede una esecuzione rapida e non ammette ripensamenti. Non può l'artista non entrare in una dimensione sacra, filosofica ed alchemica. Unito ai pigmenti diventa un meraviglioso affresco con delicati effetti di trasparenza.

In "Madre Trinità", le numerose velature creano inconsistenze aeree impalpabili e rarefatte, un paesaggio dal diffuso tonalismo, con lontananze che scolorano nei toni tenui dell'indaco, dell'azzurro e del grigio e ogni cosa sfuma delicatamente in varie intensità di luce e di dissolvenza portando alla mente i rinascimentali paesaggi di lontananze, e tutto si espande in spazi senza tempo, nella religiosa dimensione del silenzio. Una comprensione diversa, consapevole, colta, reale. Un imperativo. Per un tempo che volge al termine, necessario ora realizzare una nuova nascita umana. "Madre Trinità" é una nuova mitologia, é purificazione dal quel profondo inconsapevole desiderio di autodistruzione, che è un dolore inflitto colpevolmente dall'umanità a se stessa nel tempo in cui l'irrealtà ha finito per uccidere la bellezza del Vero. E' voce di colui che grida nel deserto. L'annuncio di un'apocalisse. Forse, redenzione.»




Opera di Fabrizio Pizzanelli realizzata nel 2019 denominata Un giardino di cm.25x35 Fabrizio Pizzanelli: "Un fragile mondo di carta"
07 dicembre 2019, ore 18
Studio Gennai Arte Contemporanea associazione culturale - Pisa
www.studiogennai.it

La grafica è un mondo di carta - perché tutto viene generalmente sempre stampato su carta - di carte diverse (italiane, francesi, tedesche, inglesi...) ed anche di carte storiche così diverse da quelle che noi usiamo oggi. Fabrizio Pizzanelli vi invita a condividere questo mondo di carta, a esplorare le tecniche della grafica e ad entrare nei segreti un po' alchemici ed artigianali della tecnica dell'acquaforte. Siete indifferenti o volete essere partecipi di queste nuove curiosità? Fabrizio Pizzanelli, ormai da molti anni, si dedica all'incisione e, in particolare all'acquaforte. Ha al suo attivo numerose mostre personali e collettive in Italia ed all'estero. Nel dicembre 2016 il Museo della Grafica di Pisa gli ha dedicato una importante esposizione. (Comunicato stampa)




Stampa fotografica di Stefano Visintin Stefano Visintin: "Prospettive"
termina il 28 febbraio 2020
Impresa Sociale "Ad Formandum" - Trieste

Mostra fotografica - organizzata con il concorso dell'Associazione Juliet - sui luoghi della città su cui si accendono frequenti dibattiti e polemiche su un possibile utilizzo futuro. Dopo la mostra dedicata alla città e i suoi riti (il caffè), le persone e gli eroismi quotidiani (lo sport), il progetto fotografico di Stefano Visintin si sofferma sugli spazi urbani che in taluni casi hanno già iniziato una profonda trasformazione con esiti non sempre chiari e positivi. Il "waterfront", la periferia, il quotidiano caotico, gli spazi chiusi e quelli negati suggeriscono interrogativi su potenzialità non sempre sfruttate.

Stefano Visintin è un fotografo triestino che si contraddistingue per l'amore e l'attenzione nei confronti del dettaglio architettonico e la ricerca della tessitura geometrica. Questi assunti costituiscono la base e l'inizio del suo lavoro fotografico. Nel suo percorso di formazione, non si sottrae, quindi, agli stimoli creati in precedenza dai grandi maestri della fotografia, quali Ranger-Patzsch (per l'inquadratura purista e minimalista), Walker Evans (per l'idea di una fotografia debitrice del dettaglio architettonico), Bernd e Hilla Becher (per il sistema di catalogazione e confronto costruito sulle analogie). Da diversi anni, però, la sua attenzione è rivolta anche al tema del ritratto, argomento al quale ha già dedicato diverse mostre tra cui quelle per "Arti e Mestieri" e Uno+Uno nonché per il festival "Triestèfotografia". In quest'ultimo caso le sue fotografie dialogavano con testi narrativi eseguiti ad hoc da scrittori e la narrazione diventava cornice del ritratto o, per dirla in altro modo, il ritratto si rifletteva nel contesto che lo conteneva.

C'è quindi un piano narrativo a più livelli: l'interpretazione del volto della persona inquadrata e la testimonianza della parola che entra a viva forza e in parallelo all'immediatezza fotografica. Il risultato diviene una narrazione ininterrotta, fotografica e letteraria, nonché multilingue e pluriculturale, sui personaggi e le storie della città, in un continuo rispecchiarsi di volti, scorci e situazioni. Di recente ha collaborato con Claudio Grisancich alla realizzazione del libro di poesie e fotografie "Album" edito da Hammerle Editore. La mostra "Pop" che ne è poi scaturita, si incentrava su una attenta e lenta scansione di frammenti, vie, facciate e cose della città che fu e che riemerge da un racconto poetico molto intimo. L'autore ha inoltre collaborato con il settimanale "Zeno" con progetti fotografici ad hoc, e collabora con Juliet art magazine. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




Opera di Iros Marpicati Iros Marpicati: "Paesaggi inospiti"
termina il 28 dicembre 2019
Galleria Gare82 - Brescia
www.gare82.net

Fin dagli esordi, tra gli anni '50 e '60, la ricerca artistica di Marpicati si è imposta sul territorio lombardo con la forte lucidità di una pittura intesa come grido soffocato verso il mondo e concentrata sul senso dello svuotamento esistenziale. Dal ciclo di opere a tema contadino a quello dedicato alla tragedia del Vajont, da quello degli "Incidenti" fino agli ultimi "Paesaggi", Marpicati segue una costante evoluzione della tecnica espressiva ma la condizione dell'uomo contemporaneo e il suo male di vivere costituiscono quel fil rouge che accompagnerà tutta la sua ricerca. La mostra presenta alcune tra le opere appartenenti al ciclo pittorico più recente dell'artista, costituito da geometrie astratte e campiture piatte, colori primari e una presenza umana che appare quasi soffocata. Le figure sono ridotte a linee essenziali, pure forme primarie che compongono scenari spietati, freddi, inospitali o, come li definisce l'artista, inospiti. L'uomo è una sagoma nera, minuscola, privo di un'identità definita, immobile e disorientato, solitario in una spazialità nevrotica e ostile in cui l'alienazione del contemporaneo diviene percettibile.

Iros Marpicati (Ghedi, Brescia 1933) si forma alla Carrara di Bergamo con Achille Funi e, in seguito, all'Accademia di Brera, Milano. Intraprende studi d'architettura al Politecnico di Milano che interrompe per dedicarsi alla pittura. La sua prima mostra risale al 1957 alla galleria Spotorno di Milano e, ad oggi, ha esposto in spazi importanti come Fondazione Stelline, Milano; Chiostro del Bramante, Roma; Casa del Mantegna, Mantova; Museo MIIT, Torino. In occasione dell'inaugurazione sarà presentato il volume Iros Marpicati - Excursus artistico a cura di Gianito Pellarini. (Comunicato stampa)




Flyer della mostra Tra Linee, forme e colori Tra Linee, forme e colori
14 dicembre (inaugurazione ore 18.00) - 28 dicembre 2019
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

«Paul Klee sosteneva nei suoi scritti che gli artisti forse, senza esserne del tutto consapevoli, siano in realtà filosofi, capaci di contemplare la realtà con sguardo acuto e penetrante da un punto di vista privilegiato, che li riconduca continuamente alla riflessione sul concetto di creazione come genesi permanente, capace di annullare il confine tra oggi e ieri. Il riverbero delle considerazioni degli artisti sul visibile trova la sua traduzione artistica all'interno dell'opera d'arte, concepita come spazio di pensiero libero e autonomo, vera e propria espressione di pulsante interiorità. Tutta l'essenza delle cose trova la sua naturale dimensione nell'ambito artistico, che dal secolo scorso si distacca sempre più gradatamente dalla riproduzione della realtà per giungere oggi alla valorizzazione sempre più evidente del concetto che essa racchiude.

Ma nel 1910, quando Wassily Kandinsky realizza il suo primo acquerello astratto, la pittura è ancora in gran parte ancorata alla rappresentazione di un oggetto così come lo si percepisce attraverso il canale visivo. Dopo questa data, dipingere diventa la rappresentazione dell'interiorità dell'artista che, attraverso il filtro delle proprie suggestioni, la restituisce attraverso linee forme e colori così come la avverte a livello profondo. L'anima si libera, ansiosa di sperimentare questa nuova possibilità, e con il passare degli anni restituisce, da allora ai giorni nostri, una visione vibrante del reale, al centro del quale si staglia, protagonista assoluta, l'emozione. Linea, forma e colore cessano di essere solo strumenti, divengono interpreti, la cui presenza o assenza gioca un ruolo fondamentale. Non solo più elementi formali, ma entità di un alfabeto capace di regalare un nuovo linguaggio, foriero di un dialogo - si spera - sempre più contemporaneo e costruttivo.» (Francesca Bogliolo)

Artisti in mostra: Roberto Tomba, Emanuela Bucci, Antonio D'Amico, Marco Rovina, Francesca Fachechi, Tiziana Nucci, Monica Tirelli, Enzo Gatti, Maria Tissone, Francesco Giglio, Eugenio Terzi, Carlo Guidetti, Irene Cosenza, Gabriella Puthod, Rosalind Keith, Lucio Alfonzi, Enrico Cristoni, Gianni Panciroli, Antonello Gangemi, Janilia Jannucci, Tonia Romano, Marisa Paola Fontana, Silvana Mascioli, Paola Carosiello, Enrico Tubertini.

«Nonostante tutte le contraddizioni apparentemente invincibili, anche l'uomo di oggi non si accontenta dell'esteriorità. Il suo sguardo si acuisce, il suo orecchio si affina, e va crescendo il suo desiderio di vedere e di ascoltare l'interno nell'esterno.» (Vasilij Kandinskij)




Locandina della mostra Lucio Fontana e i mondi oltre la tela tra Oggetto e Pittura Lucio Fontana e i mondi oltre la tela. Tra Oggetto e Pittura
07 dicembre 2019 (inaugurazione ore 17.00 al Teatro Comunale) -  02 marzo 2020
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone

La mostra espone più di trenta opere di Lucio Fontana (Rosario, 1899 - Comabbio, 1968). Tra tele, ceramiche e carte, la mostra cerca di evidenziare, in un periodo compreso tra la fine degli anni quaranta e il 1968, quelle tematiche che hanno rappresentato un nuovo modo di concepire l'arte e che hanno ispirato alcuni tra i linguaggi artistici più importanti, dagli anni cinquanta del secolo scorso sino al presente. Nei celebri Concetti spaziali di Lucio Fontana, in cui materia, dinamismo e artificio si coniugano alla fede nelle nuove scoperte della scienza e della tecnica, prende forma lo Spazialismo, in grado di coinvolgere e influenzare generazioni di artisti. Tra questi anche alcuni futuri maestri, capaci di approfondire e innovare le sue intuizioni nella creazione di nuovi linguaggi. (Comunicato stampa)




Ulrich Erben - Schattenlinie 4 - 2013 - Courtesy of the artist and Galleria Gentili, Florence Ulrich Erben: "Incontro"
December 7, 2019 - January 31, 2020
Galleria Gentili - Florence
www.galleriagentili.it

Ulrich Erben was born in Düsseldorf (Germany) in 1940. Between 1958 and 1963, he studied at Hamburg Academy of Art and later at those of Venice, Monaco and Berlin. Erben took part in some of the most important exhibitions dedicated to Analytical Painting, including: Perception Times, Casa della Cultura, Livorno, 1973; A possible future. New Painting, Palazzo dei Diamanti in Ferrara; Reflection about painting, Palazzo Comunale, Acireale; Geplante Malerei, Westfälischer Kunstverein, Münster; Galleria del Milione, Milan, 1974-75; The Colours of Painting, Italian-Latin American Institute, Rome, 1976. In 1977, he was invited to Kassel for Documenta 6.

Interested as he is about the effects of light beyond the picture, he also worked on mural projects like, for example, at the Museum Folkwang in Essen, at the Kunstverein in Cologne, at Galleria Piltzer in Paris, and at Five Ginza in Tokyo. In the last few decades, he held several shows in venues such as Kunsthalle in Mannheim (1984) and Kunstverein für die Rheinlande und Westfalen in Düsseldorf (1990). In 2003, the Wiesbaden Museum dedicated to him a monographic exhibition. He also exhibited at Zappettini Foundation in Chiavari (Genua) in the group shows Painting 70. Painting-painting and analytical abstraction (2004) and Matt surfaces of analytic painting (2009). Between 2010 and 2017, he has exhibited in various German institutions such as the Museum Kunst Palast (Düsseldorf), the Museum DKM (Duisburg) and the Museum Goch (Goch). In 2019 he had a solo show at Josef Albers Museum Quadrat Bottrop. (Press release)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Dipinto astratto di Vinicio Berti Vinicio Berti: "Nel segno"
termina il 10 dicembre 2019
Immaginaria arti visive gallery - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Vinicio Berti (Firenze, 1921-1991) è stato uno dei principali esponenti dell'Astrattismo nel panorama italiano. Esordisce nei primi anni Quaranta con opere di carattere realista-espressionista, che nel loro accostarsi al mondo popolare e alla drammatica realtà della guerra esprimono una categorica rottura nei confronti della tradizione pittorica fiorentina, specie post-rosaiana. Nel 1945 fonda insieme a Brunetti, Farulli, Nativi e al poeta Caverni, il giornale "Torrente" che esprime il rifiuto di una visione intimistica dell'arte in nome di una partecipazione diretta alle tensioni della realtà contemporanea. Partecipa inoltre al movimento "Arte d'oggi", che per alcuni anni ha riunito importanti artisti italiani e stranieri del momento, sotto la bandiera di una comune convinzione innovatrice, organizzando a Firenze dal 1947 al 1949 tre importanti mostre.

Alla Pittura Astratta Berti approda nel 1947, dopo un primo periodo di rilettura del Cubismo e del Futurismo, proseguendo quindi sulla strada delle avanguardie storiche (in particolare seguendo la linea di Mondrian, Malevic, Magnelli) inserendosi, con forza, nel generale rinnovamento della cultura artistica europea. Berti raggiunge, così, con opere quali "Composizione verticale" o "Simbolo", quella che chiamava "una nuova classicità", in opposizione a tutte le tradizioni classicheggianti ancora presenti nell'arte contemporanea. Insieme a Bruno Brunetti, Alvaro Monnini, Gualtiero Nativi e Mario Nuti, fonda nel 1947 il gruppo di Astrattismo classico; vengono organizzate varie mostre collettive e a conclusione della pur breve stagione del gruppo (1947/1950) e le posizioni estetico-culturali riunite in un Manifesto.

L'Astrattismo classico si proponeva di avviare un ciclo nuovo dell'arte contemporanea con la fine della distruzione della forma iniziato da Wols e Fautrier per riproporre, attraverso un linguaggio ancorato alla storia capace di rappresentarne i tempi, una narrazione razionale e costruttiva sul filo di una visione interna della materia. Sfaldatosi il gruppo, Berti continua a sviluppare ed ampliare le possibilità espressive dell'Astrattismo Classico nel contenuto e nella forma. Segue, quindi, la fase definita dallo stesso artista di "Espansione" (1951-55): essa è caratterizzata da una grafia più libera e da una maggiore evidenza di collegamenti tra linee e piani di colore.

Tra il 1947 e il 1950 un rigoroso impianto di geometria classica continua a strutturare i dipinti, dal ciclo delle "Cittadelle ostili" (1955-56) fino ad arrivare all'"Omaggio a Einstein". Seguono, poi, i cicli delle "Brecce nel tempo" (1955-58) e dell'"Avventuroso astrale" (1959-65), ispirato alle prime imprese spaziali con l'importante opera del 1963 - "Utopia del tempo H3" vincitrice del premio Il Fiorino - emblema dell'intera concezione bertiana dell'uomo consapevole delle sue immense capacità espansive. A partire dal 1966 è la volta delle "Cittadelle di resistenza", "Partenza zero", "Geometria volumetrica", "Realtà antagonista", sino a "Dal basso in alto" (1981), preludio alle più recenti "Visioni verso l'alto", che rappresentano la fase estrema dello sviluppo dell'Astrazione classica nel confronto con l'incessante divenire della realtà contemporanea. (Comunicato stampa)




Patrizia Cercamondi: "Tentativi di volo n.2"
10 dicembre 2019 (inaugurazione ore 18.15) - 25 gennaio 2020
Galleria San Fedele - Milano

In mostra - a cura di Rosa Selavi, con la collaborazione di Galleria Inconsueta - ventidue disegni dell'artista Patrizia Cercamondi (Milano, 1979). Eseguiti a pennarello su carta, di diversi formati e dai colori dirompenti, le opere animano gli spazi espositivi. I soggetti vanno da cartoni animati a lettere e ricerche puramente astratte che indagano il segno e il colore. Come scrive la curatrice: "Sembra che Patrizia Cercamondi sia impegnata a osservare e registrare scambi energetici. Un sismografo che annota scrupolosamente la frequenza emotiva del mondo: il suo battito. La ricerca, ossessiva e incessante, è dominata dal movimento, dal colore, dallo scambio e dall'interazione di grafismi pieni di grazia confinati in uno spazio ridotto. A volte felici e dolci come carezze, a volte aggressivi come graffi, i segni creano un reticolo che allo stesso tempo imprigiona e libera lo Spazio: con il loro sgorgare, scorrere, incontrarsi ed evitarsi lo dominano, trasformandolo in un campo di forza primordiale". (Comunicato stampa)




La Regina Madre d'Occidente nel giardino degli immortali
06 dicembre 2019 - 22 marzo 2020
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Una delle più antiche divinità cinesi è Xiwangmu, la Regina Madre d'Occidente, che vive su monti Kunlun, presso un giardino immerso fra le nuvole in cui cresce il pesco dell'immortalità, un albero che dà frutti ogni 3.000 anni. Questa pianta prodigiosa rappresenta il punto d'unione fra cielo e terra e Xiwangmu, che la possiede, è considerata sovrana degli immortali, protettrice della vita e dispensatrice di longevità. Per il loro carattere beneaugurale, le rappresentazioni della Dea venivano anche appese alle pareti nelle grandi dimore dei mandarini, alla maniera degli arazzi occidentali.

In occasione del suo 11° compleanno, il MAO espone per la prima volta al pubblico un grande drappo raffigurante la Regina Madre d'Occidente nel giardino degli immortali, completamente restaurato. Il drappo in seta, donato da un privato e restaurato grazie al generoso contributo dell'Associazione Amici della Fondazione Torino Musei, ha misure notevoli (445 cm d'altezza per 320 di larghezza) ed è finemente decorato con filati di sete policrome e dorati: ad una prima analisi stilistica si ritiene che possa risalire al periodo finale del regno del famoso imperatore Qianlong (1735-1796) e, considerando la sua altissima qualità, non si esclude che potesse far parte degli arredi di corte.

L'eccezionalità del manufatto consiste nella sua rarità e nel suo stato di conservazione: al contrario della maggior parte dei drappi ricamati di grandi dimensioni, solitamente smembrati per essere venduti in parti separate, quest'opera ha infatti mantenuto la sua integrità, che consente di apprezzare la minuzia dei dettagli e l'abilità tecnica nella realizzazione. Il tema principale della raffigurazione è la discesa della Regina Madre d'Occidente, Xiwangmu, a cavallo di una fenice nel giardino del pesco dell'immortalità e tutta l'iconografia dell'opera - compresa quella dei riquadri laterali - è permeata di simboli del taoismo popolare legati alla lunga vita e alla prosperità. (Comunicato stampa)




Dipinto di Anna Ghisleni denominato Cipressi realizzato a olio su tela di cm.30x30 Anna Ghisleni: "Lung oil viaggio"
termina il 12 dicembre 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Mostra della della pittrice bergamasca Anna Ghisleni (Calusco d'Adda), a cura di Arianna Sartori. La Ghisleni (laureata in Giurisprudenza) è molto conosciuta anche in terra mantovana, visto il sodalizio con la Galleria d'Arte Arianna Sartori di Mantova e con la Casa Museo Sartori di Castel d'Ario, è portato avanti da diversi anni sia con esposizioni personali che con grandi collettive. Una prima collettiva nel 2005, le personali "...camminando" nel 2007, "Il lungo inverno" nel 2008, "Blu-Verde" nel 2009, una collettiva a tre artisti nel 2013, la rassegna "L'arte italiana dalla terra alla tavola" alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario nel 2015, la personale "Cover to covers" nel 2016, la rassegna "50anni d'Arte in Lombardia" alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario nel 2016, la rassegna "l'Arte tra paesaggi e periferie" alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario nel 2018.

I soggetti preferiti dall'artista vengono definiti dagli esperti del settore come "squarci ambientali per lo più di grandi dimensioni, ma quasi minimalisti nella semplicità della struttura compositiva. Linee d'orizzonte tra cielo, mare o terra, sottoboschi da cui si ergono tronchi di alberi, briccole in lagune notturne, firmamenti quasi neri solcati da striature di luce cosmica: galassie sconosciute che aprono dimensioni inattese e misteriose dell'universo." Le opere di Anna Ghisleni sono molto richieste non solo per la realizzazione di copertine di dischi, ma anche per i libri.

«Pittrice dalla non comune potenza espressiva, che riesce ad estrinsecare in virtù di una tecnica lucida e personale, si dimostra particolarmente sensibile e attenta all'esplorazione della luce e dei suoi innumerevoli riflessi e manifestazioni, tanto che i suoi lavori si sanno distinguere per l'eleganza stilistica della composizione e per l'acuta e quasi sorprendente interpretazione del colore; è da rilevare, anche, l'empito di una particolare fantasia espressiva che riesce a cogliere con percezione istintuale ed immediata le tensioni e le sfumature del sentimento e dell'essere». (Luciano Lepri di Artexit)

«Visitando lo studio di Anna Ghisleni ci si sente improvvisamente immersi in un bosco profondo (...). Avvicinandosi alle tele, invece, ci si accorge subito che sulla superficie pittorica si è depositata una coltre spessa, ma di pigmento ad olio grasso, quasi cesellato, o modellato, attraverso la spatola. Anna Ghisleni lavora infatti per accostamento di piccoli tocchi di colore, secondo una regola costruttiva ed emotiva. Nel suo studio conserva una nutrita serie di schizzi di piccolo formato, vere e proprie annotazioni visive, delle composizioni che progetta di restituire in pittura: il disegno in piccolo formato l'aiuta a costruire lo spazio, a comporre le masse, a definire i chiari e gli scuri.

Dopodiché, tradotto su scala aumentata quello schizzo di paesaggio, interviene direttamente sulla tela bianca con un impasto grasso, spesso, applicato a spatola, in modo tale da dare letteralmente "corpo" ai suoi paesaggi. (...) Questi quadri sarebbero quasi da toccare, oltre che da vedere, per essere apprezzati a pieno. Eppure, pur non potendo conoscere queste opere con l'esperienza del tatto, anche alla vista risulta ben evidente che la superficie del quadro è sensibile alla luce, che disegna persino luci e ombre dentro al colore....qui l'effetto è molto più naturale; eppure, per fare questo, è stato necessario ridurre il paesaggio a due colori. (...)». (Luca Pietro Nicoletti)




Francobollo delle Poste Italiane con Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone Francobollo dedicato a Giovanni Antonio de' Sacchis detto "il Pordenone"

Il 23 novembre 2019 è stato emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica "il Patrimonio artistico e culturale italiano" dedicato a Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone, relativo al valore della tariffa B zona 3 pari a 3,10€, con una tiratura di trecentomila esemplari e fogli da ventotto esemplari. Il francobollo è in rotocalcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente.

La vignetta, raffigura un particolare dell'affresco "San Rocco e Sant'Erasmo" che Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone, realizzò nel Duomo di San Marco di Pordenone. Completano il francobollo la leggenda "G. A. De' Sacchis detto il Pordenone", le date "1483-1539" la scritta "Italia" e l'indicazione tariffaria "B Zona 3". Il francobollo ed i prodotti filatelici correlati, cartoline, tessere e bollettini illustrativi, possono essere acquistati presso gli Uffici Postali con sportello filatelico, gli "Spazio Filatelia" di Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Roma 1, Torino, Trieste, Venezia, Verona e sul sito poste.it. Per l'occasione è stato realizzato anche un folder in formato A4 a due ante contenente il francobollo, una cartolina annullata ed affrancata, una busta primo giorno di emissione, al costo di 17€.

In occasione della mostra internazionale dedicata al Rinascimento (25 ottobre 2019 - 2 febbraio 2020) e focalizzata sulla figura di Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone, l'Amministrazione Comunale di Pordenone valorizza la figura e l'opera di questo straordinario artista, che ha avuto esiti in tutta Europa. I suoi capolavori verranno proposti insieme con quelli di altri maestri del periodo come Giorgione, Tiziano, Lotto, Romanino, Correggio, Jacopo Bassano e Tintoretto.

Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone (Pordenone 1483/84 - Ferrara 1539) nasce da Angelo, un magister murarius originario di Corticelle nel bresciano, e da Maddalena, di ignoto casato. Vasari afferma: "si mostrò nella pittura sì valoroso, che le sue figure appariscon tonde e spiccate dal muro" (1568). La sua formazione, avvenuta in ambito locale, risente degli influssi di Gianfrancesco da Tolmezzo, Pietro da Vicenza e altri artisti friulani del tempo. Tuttavia egli seppe guardare ben presto oltre i confini regionali e soprattutto in direzione di Venezia, dominata allora dalle figure di Giorgione e dei suoi "creati", Tiziano e Sebastiano del Piombo. Attivo nell'area pordenonese, la sua prima opera è probabilmente da individuarsi nel ciclo di affreschi della chiesa campestre di Marzinis, cui ha fatto seguito nel 1506 il trittico per la chiesa di Santo Stefano a Valeriano (prima opera firmata e datata) e qualche tempo dopo l'importante ciclo nel coro della chiesa di San Lorenzo a Vacile.

Nei primi anni del secondo decennio il Pordenone è impegnato per i conti di Collato nella decorazione della cappella vecchia del castello di San Salvatore, presso Susegana, mentre tra il 1512 e il 1518 realizza numerose altre opere sia a Pordenone e in Friuli sia nella Marca Trevigiana. Meritano di essere ricordate la pala della parrocchiale di Vallenoncello (1512-1513), la pala di Susegana (1513-1514), gli affreschi di Villanova (1514), la pala della Madonna della Misericordia, commissionata nel 1515 per il duomo pordenonese. Gli esiti più innovativi sono tuttavia rappresentati dal grandioso ciclo con storie della Passione di Cristo, eseguito tra il 1520 ed il 1522 nella cattedrale di Cremona.

Dell'attività immediatamente successiva restano importanti testimonianze a Spilimbergo (portelle dell'organo, 1524) e a Pordenone (frammenti d'affresco per la chiesa di San Francesco e la superstite preziosa testimonianza della sagoma di San Giovanni dolente). Verso la fine degli anni venti decora a Venezia il coro (distrutto) della chiesa di San Rocco e le portelle di un armadio per argenti molto ammirate dai contemporanei. Tra il 1530 ed il 1532 opera in Santa Maria di Campagna a Piacenza e nella chiesa dei Francescani a Cortemaggiore. A Pordenone ritorna per realizzare per il duomo la pala di San Marco (1533-1535) e gli scomparti del fonte battesimale (1534 circa). Dal 1535 si stabilisce a Venezia, assumendo importanti incarichi, tra cui la decorazione di alcune sale di palazzo Ducale, e diventando il principale antagonista di Tiziano. Su invito del duca Ercole II d'Este si reca a Ferrara, nel dicembre del 1538, per approntare una serie di cartoni preparatori per arazzi: ma qui morirà, "assalito da gravissimo affanno di petto", intorno al 12-13 gennaio 1539. (Comunicato stampa)




Opera di Grazia Varisco denominata Quaderno a quadretti 2 di cm.40x60 realizzata nel 2019 Opera di Grazia Varisco denominata Quaderno a quadretti 1 di cm.40x60 realizzata nel 2019 Grazia Varisco
Trame... tra me e me


termina lo 07 febbraio 2020
Ca' di Fra' - Milano

Il manifesto del Gruppo T (1959) recitava: "Vediamo la realtà come continuo divenire di fenomeni che noi percepiamo nella variazione". La ricerca dell'Arte Cinetica proponeva, ieri come oggi, di indagare le relazioni spazio-temporali che intercorrono tra i diversi aspetti della realtà percepita dallo spettatore. Una sperimentazione sulla luce, il movimento, il tempo e lo spazio con lo scopo ultimo di creare un nuovo rapporto tra il prodotto artistico e lo spettatore.

Grazia Varisco, attraverso opere come "Tavole magnetiche", mette in rapporto lo Spazio con il Tempo attraverso il Movimento fino a trasformare il movimento stesso nell'oggetto della sua ricerca. Le sue opere, dalle Tavole magnetiche (1959) agli Schemi luminosi, dai Quadri comunicanti alle Risonanze al tocco (2010) invitano lo spettatore/attore a sperimentare la percezione del mondo attraverso i propri sensi. Dunque l'opera d'arte come esperienza plurisensoriale. Quasi un progetto per misurare le emozioni. I nuovi lavori, Quaderni a quadretti (2019) testimoniano la creatività sempre carica di doni della ricerca di Grazia Varisco, sottolineando la sua contemporaneità e allo stesso modo, rendendoci consapevoli della sottile ironia ribadita in più occasioni dall'artista stessa: "Sono viva e continuo a creare...".

La stessa Grazia Varisco spiega con queste parole la nuova ricerca: "Trame... tra me e me. Mi concedo ancora il lusso di giocare con le parole e con i fatti, con l'arte che non incute soggezione, che mi permette di riscoprire nell'ortogonalità un tracciato mosso da linee orizzontali e verticali che si rincorrono e si alternano e poi si fissano in un reticolo che si arresta e che si dispone a diventare trama di altri racconti. Un foglio a quadretti come quello su cui ho imparato a contare, che ho usato in seguito in molte occasioni nella mia attività per impostare il tracciato dei miei lavori, per immaginare i miei percorsi randomici, per esaminare il caso che scompagina l'ordine ortogonale del tracciato tipografico delle mie Extrapagine... Ora, a distanza di tempo, godo l'occasione di solidificare il foglio nei miei "Quaderno a quadretti", in cui la griglia rigida/duttile si lascia muovere dalle mie mani fino a riconoscerla e promuoverla protagonista nel continuare a raccontarmi in privato".

Grazia Varisco (Milano, 1937) dal 1956 al 1960 frequenta l'Accademia di Belle Arti di Brera, allieva di A. Funi. Terminati gli studi, vive l'esperienza artistica del Gruppo T con cui partecipa alle manifestazioni Miriorama, alle mostre di arte cinetica e programmata oltre a quelle del movimento internazionale Nouvelle Tendance. Nel 1962 prende parte alla mostra "Arte Programmata", voluta dalla Olivetti con presentazione di Umberto Eco. Nel 1963 alle rassegne del movimento "Nouvelle Tendance" e alla Biennale di Venezia (1964). In seguito, conclusa l'esperienza di gruppo, continua la sua sperimentazione in modo autonomo, svolgendo anche attività di progettazione grafica per La Rinascente, la rivista "Abitare", l'azienda Kartell e per il Piano Intercomunale Milanese (1962-1963). Dal 1980 al 2007 è titolare della cattedra di Teoria della percezione all'Accademia di Brera a Milano. Sue opere figurano in musei e collezioni pubbliche e private in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Particolare dell'opera di Luca Pignatelli denominata L.P./317 realizzata nel 2019 con tecnica mista su telone ferroviario di cm.171x146 Luca Pignatelli
In un luogo dove gli opposti stanno


termina lo 08 febbraio 2020
Galleria Poggiali - Firenze
www.galleriapoggiali.com

Luca Pignatelli torna con una personale alla Galleria - a cura di Sergio Risaliti - e lo fa con una serie di lavori inediti, scavalcando la linea di demarcazione tra astratto e figurativo, tra citazione e arte povera. La mostra si sonda nei due spazi di via della Scala e di via Benedetta. Una mostra coraggiosa costruita per "assoli" che convivono nello stesso luogo. Sono opere costruite con teloni pesanti tagliati a strisce e pezzature di dimensioni varie, ricucite assieme. I supporti sono in diversi casi marchiati da scritte e cifre di matrice industriale. Elementi grafici che dichiarano un'appartenenza e una provenienza. Testi che ricordano epigrafi o dediche sui monumenti e nei dipinti antichi.

I teloni sono assolutamente monocromi, superfici mai piatte, dove l'immagine completa è data dalla gradazione della verniciatura, che è già un racconto e parla da sé, nonché dalle diverse sezioni geometriche del supporto ricomposte in unità visiva ed espressiva, come patchwork secondo una usanza domestica di riciclo e risparmio, in voga fin dai primordi. A questi teloni - carichi di un rosso iodio o di verde petrolio, oppure del colore della malva o della prugna - si aggiungono altri lavori pittorici realizzati sempre con teloni ferroviari coperti però in questo caso da una pittura metallica color argento. All'aspetto moderno dei teloni monocromi si contrappone questo modernista dell'allumino. La superficie in questi casi è diversamente luminosa ed è lavorata con segni grafici, incisioni e abrasioni.

Al centro dell'opera è fissata con un procedimento meccanico una testa eroica, di imperatore romano. Sono quadri monumentali non per dimensioni ma per scelta poetica e iconografica. Nel primo caso invece il tono alto e imponente è dato dalla scelta del monocromo e del linguaggio astratto. La combinazione in mostra delle due opposte fazioni espressive è vincente. La povertà dei teloni ha il suo peso, il materiale porta con sé una sua storia. L'astratto, in definitiva, non è tale. È una struttura narrativa astratta complessa realizzata togliendo dati figurativi ma non privandola di 'anima'. D'altro canto, anche i quadri iconici non appaiono riducibili al solo linguaggio figurativo, visto che alla citazione archeologica dominante al centro sono stati aggiunti episodi grafici significativi, di natura gestuale e informe.

La fredda e vuota citazione, la superficiale suggestione dell'antico, è qui carica di ferite e cicatrici, di un vissuto esistenziale, di una pelle e di un corpo che ci raccontano un proprio originale vissuto. Il titolo della mostra vale come uno statement e lascia intendere come il campo dell'arte - e in particolare quello della pittura - sia quel luogo - nel mondo e nella realtà - "in cui gli opposti stanno". Ancora una volta Pignatelli mette sotto indagine il suo percorso creativo, senza tradirlo, o rinnegarlo, ma insistendo nella sperimentazione, indagando le possibilità espressive e formali della pittura oggi. La presenza di linguaggi opposti innalza la poesia delle immagini a una dimensione quasi sacrale, svuotando di retorica gli stili per fare posto alla narrazione povera dei materiali, quella empatica dei monocromi, al vissuto delle superfici, armonizzando questi materiali così risonanti ed espressivi con le strutture geometriche del supporto, con il codice iconico delle teste.

Costruendo i suoi 'quadri', Pignatelli si comporta come un musicista classico contemporaneo che fa dell'avanguardia un repertorio tra i tanti e che nelle sue composizioni sperimentali fa stare assieme - ma stare bene e con un senso che non è solo linguaggio e forma, ma poesia ed espressione - materiali di diversa natura e provenienza, storie e contesti differenti, perfino suoni e vocaboli discordanti. L'artista continuando con ostinata fedeltà a fare pittura, cercando ragioni d'essere profonde alla sperimentazione in pittura, lavorando sui materiali, i repertori iconografici, i colori, l'assemblaggio, fa del quadro uno strumento possibile e praticabile della azione politica. In questo senso quel luogo in cui gli opposti stanno è una immagine praticabile della polis. L'artista cacciato dalla Repubblica, afferma un suo ruolo possibile oggi nella sua rielaborazione e difesa. Risparmio, riciclo, recupero della memoria, archeologia delle immagini, ossessione dell'archivio, sono tutte operazioni inerenti il suo lavoro di pittore che non rifiuta il confronto con la realtà e la società, ma lo fa affermando la specificità e centralità del linguaggio artistico, in specifico quello del pittore che nella sua opera è in grado di far stare gli opposti, senza tuttavia svuotarli di originalità e differenza.

Luca Pignatelli (Milano, 1962), è conosciuto in Italia e nel mondo per le sue immagini a carattere archeologico e per un processo di raccolta, recupero, cura e editing iconografico della storia e dell'arte. Con le sue opere, dominate da senso della proporzione e da un emozionante connubio di serenità e malinconia, classicità e modernità, bellezza e povertà, possiamo confrontarci nell'immediato presente con il nostro sapere visivo e con il nostro vissuto, per dare un senso non solo e non tanto al passato della civiltà occidentale, quanto al prossimo futuro dell'humanismus nell'era della globalizzazione digitale. In tre decenni l'artista ha raccolto un archivio eterogeneo di immagini memorabili, collettive e universali, in cui si riconoscono manufatti e segni figurativi di epoche antiche e moderne, testimonianza di civiltà antiche e del progresso industriale.

Sono riproduzioni fotografiche che l'artista recupera a centinaia, selezionandole da pubblicazioni di varie epoche, recuperandole tra bancarelle e gallerie di antichità, con una "cupidigia" che imparenta la sua ossessione a quella del collezionista. Nelle opere di Pignatelli ricorrono immagini di statue greche e romane, busti in marmo, figure in pietra di eroi feriti, imperatori a cavallo o togati, ermafroditi e ninfe, nudi atleti, centauri con Lapiti, figure del mito come Pegaso e Afrodite, Diana e Hermes, Ercole e Apollo, e poi colonnati di templi pagani e piazze rinascimentali, grattacieli e dirigibili, aerei in picchiata, basiliche e grandi stazioni, foreste e laghi ghiacciati.

Opere di grande respiro concettuale e di magnifica fattura, quadri costruiti con l'accoppiamento di stampe su grandi teloni, lamiere, legni, sempre elementi poveri in netto contrasto con l'innegabile bellezza e autorevolezza di quelle figure. Le opere di Pignatelli si nutrono di un fuori tempo, di un tempo differito, quello di immagini che vivono di stratificazioni temporali, annullando, nella dimensione iconica della figura memorabile, nell'eterno presente dell'arte, lo scorrere del tempo, la sequenza di ieri e oggi, e soprattutto l'evoluzione iconografica, quella lineare degli stili. "La mia ricerca degli ultimi anni - afferma l'artista - è un ripensare che cos'è il tempo rispetto all'immagine, ai quadri. Io credo che oggi sia importante collocare l'immagine al centro di una riflessione sulla memoria. Con le mie opere vorrei rispondere alla domanda: cosa sta di fronte a un'immagine? Per me si tratta di un tempo plurale, un montaggio di temporaneità, sfalsate e quindi differenti".

Riconosciamo nelle sue opere un'esperienza romantica della storia e della classicità, non retorica, non ideologica, neppure nostalgica; un'esperienza che viene drammatizzata dall'uso di supporti poveri o industriali, carichi anch'essi di memoria, per una dialettica tra segni e materiali, tra arte anacronistica e arte povera, che permette a Luca Pignatelli di evitare la mera suggestione della citazione antiquaria, l'evocazione di una sterile atmosfera. In altri termini le sue immagini-archivio sono quelle di una classicità sempre viva e presente che non parla il linguaggio muto, inanimato della copia, quello cinico della citazione post-moderna. È grazie all'accostamento tra primo piano e sfondo, tra fondo povero e immagine illustre, che Pignatelli critica la celebrazione di ogni classicità e ogni sua nostalgica rinascenza, chiedendoci di posare lo sguardo sulle ferite e le lacerazioni inferte all'umanità durante le epoche più gloriose del nostro passato in nome e per conto della bellezza e del sacro, del potere sovrano e della razza superiore. Per l'occasione sarà edito un catalogo con testi di Sergio Risaliti ed Arturo Carlo Quintavalle. (Comunicato stampa)




Opera di Emmanuele Villani denominata coffee bench Lampada con filo realizzata da Emmanuele Villani Emmanuele Villani
Il Design del Cambiamento


termina lo 08 dicembre 2019
Palazzo Sanseverino - Vigevano

Design dei servizi, prodotti, opere di arte applicata, prototipi, piccole città, fotografie, sculture lunari, disegni, architetture, mobili, lampade e tante, tantissime realizzazioni, compongono il lavoro e la ricerca di Emmanuele Villani in più di trent'anni di attività. Se osserviamo tutti questi esperimenti progettuali sempre troviamo in comune la sostenibilità del progetto e delle opere eseguite, con un'attenzione esasperata per il dettaglio e la qualità complessiva del lavoro, visto come unica speranza, quella progettuale, per dare una direzione all'attività dell'umano, con passione e intransigenza al tempo stesso

E' possibile incontrare Emmanuele Villani nel suo laboratorio mentre con una saldatrice è intento a collegare strutture di ferro, con una sega circolare a modellare qualche asse, con un bullone a montare una delle sue torri. E' raro e difficile perchè ama lavorare nel silenzio delle sue macchine, mentre modella e costruisce con facilità disarmante le sue opere. Se si riesce a essere accolti in quel mondo si può trovare una dimensione concreta del fare, una volontà di agire che si percepisce nitidamente e senza maschere. Nel corso dell'inaugurazione si svolgerà una performance di Danilo e Francesco Nigrelli, con lettura di brani tratti da Hugo Von Hofmannsthal e Paolo Menghi e con la prima di un progetto video degli stessi autori dal titolo "Parole senza amore. Parole di verità". Mostra a cura di Fortunato D'Amico.

Emmanuele Villani si è laureato in Architettura al Politecnico di Milano con Ezio Manzini con una tesi su "La Grande Distribuzione come operatore ambientale. Un campo di applicazione del design dei servizi". Ha lavorato con Enzo Mari e Michele De Lucchi. Nel corso di oltre trent'anni di attività si è occupato di architettura, industrial design, service design e grafica, con numerosi progetti realizzati in Italia e all'estero. Fondatore dello studio manìarchitetti (www.maniarchitetti.it), del laboratorio di progettazione e manifattura Officine Boiardo (www.officineboiardo.it) è, dall'A.A. 2015-2016, professore a contratto presso la Scuola di Design del Politecnico di Milano.




Dipinto di Michael Peddio denominato Gioco di Forze realizzato nel 2019 in tecnica mista di cm.50x60 Dipinto di Antonio Caputo denominata Januaria realizzato nel 2005 in olio su tela Dipinto di Giorgio_Ferretti Senza titolo realizzato nel 2019 con tecnica mista di cm.100x80 Chronos
Antonio Caputo | Giorgio Ferretti | Michael Peddio

termina il 20 dicembre 2019
Galleria Reggio Arte ReArt - Reggio Emilia

Tre artisti affrontano il tema del tempo, tra epifanie, visioni, rimandi mitologici e riflessioni sulla caducità della vita. Il percorso della mostra, a cura di Giuseppe Berti, comprende una trentina di opere, molte delle quali inedite. «Pur frequentando differenti territori formali - scrive il curatore - i tre artisti condividono il piacere di farsi sedurre dalla pittura grazie ad una vivace e inquieta curiosità dello sguardo; che li porta ad agire su una mobile frontiera di emozioni e di sensazioni in cui figure, cose e "paesaggi" oscillano tra rêverie e realismo, quest'ultimo però insidiato da forti sensi di straniamento». Fulcro della ricerca pittorica di Antonio Caputo è la figura umana, delineata con minuziosa precisione e segno tagliente a partire da una tavolozza cromatica caratterizzata da colori freddi e metallici che si stagliano netti su un fondo monocromo di livido azzurro crepuscolare. Colori notturni ed inquieti impregnano le tele di Giorgio Ferretti. Di colori luminosi ed accesi si avvale, invece, Michael Peddio che, attraverso una pittura densa e stratificata, fa emergere i profili di animali preistorici.

Antonio Caputo (Lamezia Terme, 1976) nel 1995 si diploma all'Accademia di Belle Arti di Urbino con una tesi su Omar Galliani. Insieme a Bruno D'Arcevia (esponente degli Anacronisti e caposcuola della Nuova Maniera Italiana), realizza diversi affreschi e pale d'altare. Vincitore del bando "Atelier d'Artista", istituito dal Comune di Lamezia Terme, nel 2011 ottiene uno studio nello storico Palazzo delle Arti Panariti. Giorgio Ferretti (Reggio Emilia, 1971) parallelamente alla laurea in Ingegneria, coltiva la passione per il disegno e per la pittura, ereditata dal padre. Dal 1996 al 1999 segue un corso avanzato di tecniche pittoriche. Michale Peddio (Reggio Emilia, 1974) eredita la passione per l'arte dal padre Riccardo. Poco più che trentenne, incontra il pittore macchiaiolo Teobaldo Cattini, che gli apre le porte della pittura. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Calendario 2020
07 dicembre (inaugurazione ore 17.00) - 29 dicembre 2019
Galleria Mercurio Arte Contemporanea - Viareggio (Lucca)
www.mercurioviareggio.com

Nella rassegna saranno esposti recenti dipinti di dodici tra i più significativi artisti che negli anni hanno partecipato alle mostre promosse dalla galleria viareggina, attiva dal 1996: Simone Bortolotti (Firenze, 1963), Annamaria Buonamici (Lucca, 1954), Daniela Caciagli (Bibbona, 1962), Riccardo Corti (Firenze, 1952), Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961), Marco Manzella (Livorno, 1962), Guido Morelli (La Spezia, 1967), Gianluca Motto (La Spezia, 1965), Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964), Lisandro Rota (Lucca, 1946), Riccardo Ruberti (Livorno, 1981) e Valente Taddei (Viareggio, 1964). I dodici pittori, che operano nell'ambito della figurazione contemporanea, differiscono tra loro per formazione estetica e scelte stilistiche, ma sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nei rispettivi percorsi creativi.

In occasione di questa rassegna di pittura verrà presentato il Calendario 2020 di Mercurio Arte Contemporanea: un elegante oggetto da tavolo, illustrato con le immagini di alcune delle opere in mostra, realizzato dalla tipografia S. Marco Litotipo di Badia di Cantignano (Lucca) su progetto grafico di Gianni Costa, direttore della galleria. (Comunicato stampa)




Bernardo Bellotto
1740 - Viaggio in Toscana


termina lo 06 gennaio 2020
Complesso monumentale di San Micheletto - Lucca
www.fondazioneragghianti.it

La mostra dell'autunno della Fondazione Ragghianti di Lucca, dedicata all'eccelso pittore veneziano Bernardo Bellotto (1722-1780), nipote di Canaletto, è al contempo un grande evento espositivo e una mostra di studio, presentandosi come un'occasione per ammirare alcune opere rare mai viste insieme, tra cui il più importante dipinto della storia avente come soggetto la città di Lucca, capolavoro di Bellotto, e cinque suoi disegni, sempre di soggetto lucchese, prestati straordinariamente dalla British Library. La mostra vuole illustrare il viaggio di Bernardo Bellotto in Toscana, uno dei temi più affascinanti del vedutismo settecentesco.

L'artista ricevette la propria formazione nello studio di Canaletto quando quest'ultimo era al culmine della sua fama, alla fine degli anni Trenta del Settecento. Bellotto assorbì i modelli e le tecniche compositive dello zio con una capacità di emulazione tale da ingannare gli stessi contemporanei. L'eredità del maestro è alla base di tutta la sua opera, ma non appena il giovane Bellotto iniziò a viaggiare fuori da Venezia - e il soggiorno in Toscana è il primo e fondamentale a questo riguardo - sviluppò il proprio stile espressivo in maniera originale, accentuando il rigore prospettico e il realismo della rappresentazione. I più recenti studi archivistici hanno permesso di datare questo viaggio di Bellotto al 1740, due anni prima rispetto a quanto si ritenesse, evidenziandone così l'importanza come manifesto della precocità dell'artista, allora diciottenne. La documentazione riscoperta consente anche di vedere in lui il pioniere della pittura di veduta a Firenze e a Lucca, al servizio dell'aristocrazia toscana.

"Una concorrenza di idee coraggiose e brillanti - spiega Bozena Anna Kowalczyk, curatore della mostra, tra i maggiori studiosi di Canaletto e Bellotto - è all'origine del viaggio di Bellotto a Firenze nel 1740. La prima, e fondamentale, è quella architettata dal marchese Andrea Gerini (1692-1766) con il conoscitore e antiquario veneziano Anton Maria Zanetti di Girolamo (1680-1767), suo amico e consigliere, di dare vita al vedutismo fiorentino. La seconda è quella di conferire al nascente vedutismo fiorentino del Settecento la modernità illuminista di Canaletto, invitando a Firenze il suo nipote e allievo Bernardo Bellotto, come maestro di prospettiva e tecnica pittorica, riconoscendone, benché giovanissimo, il genio".

Il focus di questa mostra è il nucleo di vedute di Lucca, con il dipinto che raffigura piazza San Martino proveniente dalla York City Art Gallery e i cinque disegni di diversi luoghi intorno alla cattedrale e alla chiesa di Santa Maria Forisportam eccezionalmente concessi dalla British Library. Questo gruppo di opere, mai esposte insieme - i disegni, incollati in un album del primo Ottocento già di proprietà del re Giorgio III d'Inghilterra, e poi di Giorgio IV, saranno per la prima volta staccati - fornisce una documentazione straordinaria della città di Lucca nel Settecento.

"I cinque disegni di Lucca e il dipinto Piazza San Martino con la cattedrale del museo di York - afferma il curatore Bozena Anna Kowalczyk - costituiscono l'unica documentazione nota del viaggio di Bellotto nella città toscana. La stretta vicinanza stilistica e tecnica del dipinto di Lucca alle due vedute di Firenze, eseguite con dimensioni simili, rare per l'artista, L'Arno al Tiratoio con il Ponte Vecchio e L'Arno dalla Vaga Loggia, con San Frediano in Cestello, di collezione privata - che si confermano commissionate da Gerini, eseguite dunque nell'estate 1740 -, indica una data del viaggio di poco successiva, a settembre o a ottobre di quell'anno; Piazza San Martino con la cattedrale riprende inoltre, perfezionandola, la composizione prospettica e luministica della Piazza della Signoria, Firenze, nel 1741 registrata nella collezione di Riccardi, amico strettissimo di Gerini".

Bellotto dunque giunge a Lucca, probabilmente sempre grazie a Zanetti e Gerini e all'intervento di un misterioso collezionista, certamente un personaggio un nobile lucchese di dimensione europea, forse uno degli illuminati sostenitori di Pompeo Batoni, come Francesco Conti, nipote di Stefano - celebre collezionista di Canaletto e Carlevarijs - a contatto con i marchesi Gerini e Riccardi. "Certo è che Bellotto a Lucca lavora da privilegiato - spiega ancora il curatore Bozena Anna Kowalczyk -, un giovane pittore innovativo, all'avanguardia, che descrive la cattedrale e la sua struttura, al centro della curtis aeclesiae della città e, ricercando quattro punti di vista diversi, si muove liberamente tra le stanze dell'arcivescovado, sale persino sul tetto, accede al piano nobile del palazzo Bernardi e s'affaccia alla finestra della chiesa di San Giuseppe. Il solo dipinto eseguito, Piazza San Martino con la cattedrale, rimane in una collezione lucchese almeno fino ai primi anni dell'Ottocento - per apparire solo alla fine del secolo in Inghilterra -, ammirato e copiato da artisti locali, l'unica emblematica veduta della Lucca del Settecento".

Il dipinto di Lucca risulta quindi l'unica veduta dipinta a Lucca, di straordinaria bellezza e armonia, con una luce argentata che diventerà poi la cifra stilistica dell'artista. Prospetticamente ricorda le opere dello zio Canaletto, ma variano il taglio della composizione, la vivacità del tocco, le figure con le ombre allungate dai netti profili, il cielo con nuvole soffici: Bellotto crea un'atmosfera particolare e unica. Si tratta di un capolavoro assoluto, di cui non si conosce ad oggi il committente ufficiale: il curatore Bozena Anna Kowalczyk auspica dunque che, grazie alla mostra, qualche archivio privato possa fornire nuovi dati per far pienamente luce su questa vicenda. Il rapporto di Bellotto con la Toscana è anche affettivo: il fratello Michele è un importante tipografo che da Firenze passa poi al servizio del vescovado ad Arezzo; il più giovane, Pietro, viaggia con lui ed è un promettente pittore; la madre Fiorenza, sorella di Canaletto, si trasferisce anche lei ad Arezzo.

Accanto alle opere di soggetto lucchese sono inoltre presentate in mostra alcune delle vedute conosciute di Firenze realizzate da Bellotto durante e a seguito della sua visita in Toscana, come Piazza della Signoria, Firenze e L'Arno dal Ponte Vecchio fino a Santa Trinità e alla Carraia, entrambe del 1740, provenienti dal Szépmúvészeti Múzeum di Budapest; L'Arno verso il Ponte Vecchio, Firenze e L'Arno verso il ponte alla Carraia, Firenze, ambedue del 1743-1744, prestate dal Fitzwilliam Museum di Cambridge; e il disegno a penna e inchiostro Capriccio architettonico con un monumento equestre del 1764, dal Victoria & Albert Museum di Londra, che documenta la visita di Bellotto a Livorno. L'autonomia conquistata in questo primo viaggio fuori dalla città natale è alla base dei futuri sviluppi della carriera di Bellotto, al ritorno a Venezia come nei viaggi a Roma e in Italia del nord, e più tardi, a partire dal 1747, nell'Europa centrale.

Sono inoltre esposti anche altri magnifici dipinti di Luca Carlevarijs, altro vedutista tra i primi pittori veneziani collezionati dal nobile mercante Stefano Conti (1654-1739), di Giuseppe Zocchi (1717-1767), pittore di casa Gerini di cui in mostra è esposto il ritratto di Gerini e Zanetti, e di alcuni anonimi ma talentuosi artisti che, a Lucca, eseguirono copie dell'eccezionale veduta di piazza San Martino realizzata da Bellotto, a testimonianza della ricaduta che la presenza fondamentale di quest'opera ebbe in città. Altro manufatto di grande valore e interesse per i visitatori è la camera ottica in legno, vetro e specchio usata da Canaletto e concessa in prestito dal Museo Correr di Venezia.

Il viaggio di Bellotto fu, come abbiamo visto, patrocinato dal conoscitore e antiquario veneziano Anton Maria Zanetti di Girolamo, in stretto contatto con i più importanti collezionisti toscani. Bellotto ebbe peraltro occasione di vedere a Lucca quattro magnifiche vedute di Venezia di suo zio Canaletto, commissionate nel 1725 da Stefano Conti. Questa fitta rete di relazioni artistiche, che assicurò il successo del giovane pittore, è illustrata in mostra da una serie di documenti originali dell'epoca: libri, lettere, ricevute di pagamento per commissioni di opere, provenienti dalla Biblioteca Statale di Lucca. Per avere uno sguardo contemporaneo sul celebre quadro di Bellotto su piazza San Martino sono stati chiamati due giovani fotografi selezionati grazie alla collaborazione con il Photolux Festival di Lucca (16 novembre - 8 dicembre 2019): Jakob Ganslmeier (Monaco di Baviera, 1990) e Jacopo Valentini (Modena, 1990), ospitati "in residenza" estiva alla Fondazione Ragghianti. Alla fine del percorso della mostra sono esposti i loro lavori, realizzati negli stessi luoghi che Bellotto vide nel 1740.

L'allestimento della mostra, raccolto e prezioso, con una sala nei toni del blu di Prussia dove ammirare la splendida opera di Bellotto e i disegni della British Library, è firmato dalla nota architetta veneziana Daniela Ferretti. Accompagna la mostra un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale ed Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'arte, a cura di Bozena Anna Kowalczyk, con saggi sull'artista e sulla sua produzione in Toscana, nuove e inedite ricerche storiche e archivistiche svolte per questa esposizione, nonché i risultati delle analisi più innovative riguardanti la tecnica e i procedimenti utilizzati da Bellotto per la realizzazione dei suoi dipinti e disegni, qui per la prima volta confrontati.

Bernardo Bellotto (Venezia, 1722 - Varsavia, 1780), terzogenito di Lorenzo Bellotto e di Fiorenza Canal, sorella di Canaletto. Allievo dello zio fin da giovanissimo, dimostra un talento precoce come vedutista. Nel 1738 si iscrive alla corporazione dei pittori veneziani. Nel 1740 intraprende il viaggio a Firenze e Lucca, invitato dalla nobiltà toscana e probabilmente nel 1742 si reca a Roma, su suggerimento dello zio e maestro Canaletto. Un altro suo viaggio italiano importante è quello in Lombardia, dove dipinge vedute di Milano, Vaprio e Gazzada su commissione dei conti Simonetta, Perabò e dell'arcivescovo Pozzobonelli, e a Torino, dove realizza due magnifiche vedute della città per la corte sabauda. A Verona nel 1745-1745 dipinge l'Adige dal ponte Nuovo e il ponte delle Navi per un committente inglese. La prima biografia dell'artista è dovuta all'amico Pietro Guarienti, pittore veronese e ispettore della Galleria Reale di Dresda.

Bellotto si distingue dal maestro per il rigore prospettico, uno spiccato realismo e l'interesse per la resa precisa delle strutture architettoniche; le città dipinte da questo geniale allievo sono immerse in una luce argentata, le sue figure sono caratterizzate con cura e le ombre sono più scure, dai netti contorni. Nel 1747 è invitato da Augusto III, elettore di Sassonia e re di Polonia, che lo nomina un anno più tardi pittore di corte. Le vedute di Dresda, Pirna e Koenigstein, realizzate tra il 1747 e il 1758 per Augusto III e per il suo primo ministro conte Bruhl, appartengono ai capolavori della pittura europea del Settecento. Alla fine del 1758, quando in Sassonia imperversava la guerra dei sette anni, lo troviamo a Vienna con il figlio Lorenzo; qui lavora per l'imperatrice Maria Teresa d'Austria e per i principi Kaunitz e Liechtenstein.

Nel 1761 è a Monaco di Baviera e all'inizio del 1762 ritorna a Dresda, trovando la sua casa, la collezione e la magnifica biblioteca distrutte dal bombardamento prussiano. I suoi mecenati, il re e il primo ministro, muoiono nel 1763, e nel clima culturale cambiato la sua pittura non trova più il successo. Nel 1764 è nominato professore di prospettiva all'Accademia delle Belle Arti, ma soltanto a Varsavia, alla corte del re Stanislao Augusto Poniatowski, dove si trasferisce nel 1767, trova il giusto riconoscimento come artista. Le ventisei vedute della città e del castello di Wilanów sono state preziose come modelli per la ricostruzione della città dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. (Comunicato ufficio stampa Lucia Crespi)




Fotografia realizzata da Mimmo Rubino come immagine guida per la campagna di comunicazione della mostra Quando le statue sognano allestita nel 2019 Quando le Statue sognano
Frammenti da un museo in transito


dal 29 novembre 2019
Museo Salinas - Palermo

.. 28 novembre 2019, ore 19
Concerto inaugurale con: Ornella Cerniglia (pianoforte); Floriana Franchina (flauto); 108 (electronics)
apertura straordinaria del museo fino alle 23

Dalle metope dei Templi di Selinunte - il più importante complesso scultoreo dell'arte greca d'Occidente - alla Pietra di Palermo, reperto egizio risalente alla metà del II Millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini all'Ariete bronzeo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose nel mondo.

Grazie alla mostra in due capitoli, curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e Helga Marsala e a una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo "Frammenti di un museo in transito", vengono temporaneamente restituiti al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno definitivamente solo al termine dei complessi lavori di restauro e riallestimento,in via di completamento. Ed è proprio tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote che i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l'occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in dialogo con opere e reperti archeologici. Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l'attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall'apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, ricerca e comunicazione.

E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il "Salinas" ha scelto di affidare aun artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell'arte pubblica e dell'arte urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979), noto anche come Rub Kandy, ha ideato la campagna creativa per la promozione delle mostre: agli scatti fotografici, i manifesti, l'immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano,con la sua cifra personale, un'avventura concettuale e di stile, concepita come opera d'arte in progress. La mostra comincia, in questo primo appuntamento, con l'apertura straordinaria della Sala Ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi contigui, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca Borbonica, parte del patrimonio museale

Il percorso si apre conuna preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943). Le fotografie, realizzate dal maestro siciliano proprio al Salinas, nel 1984, ritraggono Jorge Luis Borges, anziano e già cieco, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di "vederle" con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta - che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili - e i corpi marmorei ospitati tra le sale del museo: una muta conversazione, un ideale "reciproco ascolto", di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un'invisibilità tramutata in visione interiore. Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori,in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull'antica Roma e sull'eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo.

In mostra sono inoltre già presentidue importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni - inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo dal Re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un'affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo. Ed è proprio l'Arietea a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industriale e post-graffiti.

Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato alconcetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell'animale, l'evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L'ariete (2019) è invece il suo primo libro d'artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l'artista, a un moderno rituale misterico. Completano il corpus quattro tracce sonore - Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) - che realizzano un soundscape ('paesaggio sonoro') chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings ('registrazioni sul campo') realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, in una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici.

In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vege tali in mutazione: un'idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell'artista, un riflesso materiale eallucinato.

Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all'alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il Cinquecento e gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile,l'immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente,ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l'artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta foto sensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto.

L'immagine risultante è un'impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l'apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione. Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d'epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l'ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

Accompagna la mostra Interludi, un programma appuntamenti che si svilupperà nel corso del 2020,in cui un'opera selezionata dai depositi del Museo, in attesa di approdare al nuovo allestimento,dialoga col progetto di un artista contemporaneoo con opere in prestito da altre prestigiose collezioni. Il ciclo si inaugura con la fotografa Roselena Ramistella (Gela, 1982) e la sua serie Ritratto di famiglia: un insieme di scatti ispirati ai lavoratori del Museo - dagli archeologi ai custodi, dai funzionari ai bibliotecari, da chi si occupa di comunicazione a chi ha in carico la sicurezza, gli archivi, le pulizie, i restauri dei reperti -, posta in dialogo con una raffinata testa romana di età adrianea (prima metà II sec. d. C.), un ritratto marmoreo del giovane Polydeukion, discepolo favorito di Erode Attico.

Il restauro terminato nel 2016 - che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini - insieme all'esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituiscono dunque al pubblico un'area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del "Salinas" (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto,in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d'uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo.

Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni edesideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest'esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le Statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l'Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee. (Comunicato stampa)




Opera di Enzo Rovella denominata Daimon in mostra a Catania alla Galleria Carta Bianca Enzo Rovella
termina il 18 gennaio 2020
Galleria Carta Bianca - Catania
www.galleriacartabianca.it

Mostra di pittura contemporanea di Enzo Rovella, a quasi cinque anni dalla sua ultima personale in galleria - Night Vision - l'artista catanese presenta in prima nazionale (seguiranno le mostre a Milano e Caserta) la sua ultimissima ricerca intitolata Secret Daimon. Nascosti al pubblico per ben tre anni e continuamente rievocati dall'artista nel suo studio, i Secret Daimon sono opere astratte e figurative al tempo stesso. L'astrazione è data dal contesto geometrico che traccia il campo d'azione, una sorta di finestra d'ingresso, mentre la figurazione potrebbe esser definita surrealismo contemporaneo, che però si distacca dalla sfera onirica e le preferisce il campo più intimo delle sensazioni.

I Daimon sono infatti dei soggetti con fattezze simili a quelle umane che non si limitano a porsi statici innanzi allo spettatore, ma che, grazie alla loro forza espressiva, quasi ne pervadono lo spazio, come se il loro scopo non fosse semplicemente quello di farsi guardare, altresì quello di entrare in contatto con chi li percepisce. Ma come possiamo orientarci di fronte a queste figure amorfe che silenti irrompono nel nostro subconscio? Non sembrano esserci risposte, forse non abbiamo ancora trovato le domande. Chiamati in causa, cerchiamo di dare un significato a ciò che osserviamo affidandoci alla nostra personale sensibilità, consapevoli che il compito dell'arte è in fondo aprire delle porte che noi decidiamo di attraversare.

Enzo Rovella non parla di spettri o di presenze, piuttosto della controversa natura umana, di noi stessi che in questo vivere contemporaneo siamo tutti fantasmi, divenuti evanescenti per perduta solidità, per assenza di valori e di Mito. Percepiamo un indiscreto senso di smarrimento in questi luoghi, che non ci appartengono, ma pur tuttavia non ci sono completamente estranei; veniamo guidati da queste figure che oggi chiamiamo Daimon, da sempre compagni segreti del nostro vivere. Sono i grandi filosofi greci Socrate e Platone a parlarne per primi: al momento della nascita «Non sarà il daimon a scegliere voi, ma voi il vostro daimon... Questo daimon, componente ineludibile del nostro io, a volte può essere perso di vista, non coltivato, accantonato, ma prima o poi tornerà per possederci totalmente, per definire la nostra immagine, per far emergere quello che chiamiamo il "me".» (Platone).

Vengono rievocati persino dai latini con il nome di genius e dai cristiani sotto forma di angeli custodi, fino a trascendere nelle teorie sulla psiche del filosofo contemporaneo James Hillman, uno dei massimi allievi di Jung. «Nel mondo antico, il daimon era una figura proveniente da un altrove, né umana né divina, una via di mezzo tra le due cose, abitante di una regione mediana (metaxu), la stessa dell'anima. Più che un dio, era una realtà psichica che aveva intimità con l'uomo: una figura che poteva apparire in sogno o inviare messaggi, presentimenti... il daimon, una forza interiore che a volte scavalca circostanze, limiti e contesti poco favorevoli affinché possiamo esprimere parte della nostra vera natura. Nasciamo con un carattere; ci viene dato, è un dono dei guardiani della nostra nascita, come dicono le vecchie storie... ognuno entra nel mondo con una vocazione... Il daimon svolge la sua funzione di promemoria in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà.» (James Hillman, Il libro del destino).

Così Enzo Rovella segue la sua vocazione, attraverso la pittura, scava nella sua psiche, da corpo al suo Daimon. Il dono ricevuto alla nascita si fa dono e così ci regala fantastiche rappresentazioni che aleggiano in territori sconosciuti, tra cielo, terra e anima. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Teoremi Immaginari con opere di Mauro Ghiglione Mauro Ghiglione: "Teoremi immaginari"
termina il 16 febbraio 2020
Museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova

Artista di derivazione concettuale, che mai si è sottratto ai valori della forma e della materia, influenzato dalle esperienze sia della Minimal Art, sia dell'Arte Povera che ne hanno determinato esclusivamente alcune scelte estetiche, Ghiglione, come sottolinea Antonio d'Avossa in catalogo: ha tra i suoi riferimenti recenti molte opere di Fabio Mauri, di Vincenzo Agnetti, di Franco Vaccari, di Christian Boltanski o di Joseph Kosuth. Mauro Ghiglione ha attivato con la sua pratica artistica una riflessione sul luogo e sul ruolo che l'immagine svolge nel nostro vedere quotidiano e straordinario, in definitiva sull'apparizione e la scomparsa dell'immagine stessa, a "memoria" e "obliata a memoria" allo stesso tempo. Da questo versante Ghiglione ha attivato sempre, nelle sue forme e stilemi espositivi, una modalità d'uso dell'immagine fotografica che ne modifica il senso della visione non soltanto dal punto di vista percettivo ma soprattutto dal punto di vista intuitivo, che poi è il punto reale da cui l'immagine è sempre visionata.

Attraverso questo singolare procedimento l'artista istituisce una vera e propria relazione o conversazione tra l'ordine del visibile e l'ordine del leggibile, in ultima analisi tra l'immagine e la sua propria parola. Il rapporto con l'immagine fotografica è essenziale per quanto scarno, e gli consente da un lato di proseguire la ricerca dei meccanismi mentali che sottostanno alla nascita dell'immagine stessa e delle ragioni del suo essere e, dall'altro, di affrontare le problematiche più strettamente legate a una poetica della contemporaneità. Celebre il suo lavoro Alteratamente sani realizzato sul film di Emidio Greco L'invenzione di Morel. La sua ricerca linguistica, infine, non nasconde il voler sottrarre lo specifico fotografico all'immagine per affrontarne la messa in crisi. A tale scopo, l'artista si serve della tecnologia per produrre immagini, sovente a bassa definizione, con la chiara e voluta consapevolezza che il digitale ha soppiantato l'immagine diventando esso stesso habitat.




Opera di Alice Secci nella mostra Ritualia alla Galleria Ghiggini di Varese Alice Secci: "Ritualia"
termina l'11 gennaio 2020
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

In esposizione una sequenza di miniature che cristallizzano gesti abituali come il caffè del lunedì, il caos del traffico, le festività natalizie oppure tutta una serie di consuetudini nelle quali ci ritroviamo spesso a essere comparse involontarie. "Ritualia" è anche un omaggio alle tradizioni varesine più sentite come il falò di Sant'Antonio. I 25 pezzi in mostra non superano le dimensioni di 16x20 centimetri ciascuno e la qualità di esecuzione caratterizzata da una pennellata precisa attraverso la quale tende a definire ogni dettaglio. I lavori sono raccolti nel catalogo edizione Ghiggini e la pubblicazione è arricchita da un testo di Mario Chiodetti oltre che abbinata a una stampa tratta dal disegno originale dell'artista dedicato al falò di Sant'Antonio. "Ritualia" è la seconda mostra a Varese di Alice Secci (Mestre 1987), diplomata all'Accademia di Belle Arti di Venezia, e segue il progetto "Non è come dirlo" che Alice, in qualità di vincitrice della XIII edizione del Premio GhigginiArte giovani, ha potuto presentare in galleria nel 2014. (Comunicato stampa)

«La banalità del quotidiano, il caos sistematico del nostro vivere, aggrappati a divoranti tecnologie, l'affastellarsi di corpi umani in luoghi chiusi come all'aperto, il dramma degli animali negli allevamenti intensivi, sono il combustibile per la pittura d'inchiesta di Alice Secci, che denuncia i mali della modernità con l'occhio del fotoreporter, regalandoci "diapositive" su tavola colme di dettagli e interrogativi. È un'umanità cristallizzata, quella dell'artista di Mestre, fissata dal colore e sorpresa nei gesti abituali, movimenti che magari non ci accorgiamo nemmeno di compiere, ma che rivisti dipinti ci spiegano la distorsione del nostro vivere, paralizzati nel traffico delle città, in code infinite all'aeroporto o negli uffici pubblici, pigiati nelle tribune di uno stadio oppure spiaggiati come balene morenti, sotto l'illusoria protezione di ombrelloni e creme solari». (Tratto da Segnalibri per la coscienza, di Mario Chiodetti)

«Il progetto proposto per questa esposizione vuole estrapolare gli aspetti ciclici del vissuto: la vita di tutti si articola su base ripetitiva di azioni quotidiane e abitudini. Sono stati presi in esame i più ampi cicli delle tradizioni religiose, politiche e storiche, nonché i più stretti rituali che quotidianamente costruiamo. Per quanto ripetuto, il ciclo non è mai perfettamente uguale: muta costantemente, velocemente quello quotidiano, sulla base dei mutamenti personali, lentamente quello legato alle tradizioni. In base al cambiamento culturale e al sentire popolare sempre diverso, ogni rituale subisce quindi una lenta evoluzione. Quelli che noi viviamo sono nostri e nostri soltanto, sono la carta d'identità della nostra epoca e della nostra società». (Tratto da Ritualia, di Alice Secci)




Opera di Enrico Benaglia denominata I giochi dell'angelo realizzata ad olio su tela di cm.90x80 Opera di Piero Mascetti denominata Strada con figure d'aria fresca realizzata ad olio su tela di cm.62x95 Opera di Ugo Attardi denominata Isola tiberina realizzata nel 1997 ad olio su tela di cm.70x100 Opera di Mariarosaria Stigliano denominata Notte blues realizzata ad olio, pigmenti e smalti su tela di cm.60x40 Opera di Ernesto Piccolo denominata Natura morta realizzata nel 1995 ad olio su tela di cm.40x50 Opera di Renzo Vespignani denominata Periferia realizzata nel 1964 ad olio su tela di cm.70x100 nella Collezione Galleria Edarcom Europa Collettiva di Fine Anno
termina il 28 dicembre 2019
Galleria d'arte Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Torna la tradizionale mostra, quest'anno alla 45esima edizione. In virtù di questo importante anniversario l'allestimento della mostra vuole raccontare il percorso della galleria attraverso le opere degli artisti, partendo dai nomi del catalogo storico fino a quelli rappresentativi dell'attività più recente. Oltre 400 le opere esposte, tutte facenti parte dalla collezione della galleria: dipinti, sculture, litografie, incisioni e serigrafie di oltre 40 artisti tra i più apprezzati della seconda metà del '900 e contemporanei.

Opere di: Ugo Attardi, Enrico Benaglia, Franz Borghese, Ennio Calabria, Angelo Camerino, Michele Cascella, Tommaso Cascella, Giuseppe Cesetti, Angelo Colagrossi, Roberta Correnti, Marta Czok, Mario Ferrante, Salvatore Fiume, Franco Fortunato, Felicita Frai, Franco Gentilini, Gianpistone, Emilio Greco, Renato Guttuso, Ivan Jakhnagiev, Andrea Marcoccia, Franco Marzilli, Piero Mascetti, Maurizio Massi, Francesco Messina, Mauro Molle, Sigfrido Oliva, Ernesto Piccolo, Giorgio Prati, Salvatore Provino, Domenico Purificato, Aldo Riso, Carlo Roselli, Sebastiano Sanguigni, Aligi Sassu, Cynthia Segato, Mariarosaria Stigliano, Orfeo Tamburi, Lino Tardia, Renzo Vespignani. (Comunicato stampa)




Scultura in marmo bianco di cm.89 realizzata da Gianfranco Paulli denominata Sogno sull'Amaca Lo scultore Gianfranco Paulli Gianfranco Paulli (1948-2018)
"Lo spirit di Canova rinasce"


termina lo 05 dicembre 2019
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Nell'accingermi a questo scritto che non vuole essere una pagina memoriale bensì una rinnovata riflessione sull'intero percorso artistico dello scultore cremonese Gianfranco Paulli, non posso non ricordare la nostra lunga amicizia e collaborazione iniziata nel 1988 e conclusa solo dalla sua repentina scomparsa nella primavera del 2018, un percorso condiviso negli ideali dell'arte e della bellezza che ci hanno accomunato, nella stima reciproca e nel ricordo dei Maestri che lo hanno ispirato e nella comune convinzione che lo spirito viaggia e s'innalza vieppiù se sostenuto dalla forza che emana dall'opera d'arte che sa parlare un linguaggio universale. E tale era ed è il linguaggio delle sculture di Gianfranco Paulli, le quali toccano con mano sensibile e lieve la profondità dei sentimenti e delle emozioni più squisitamente umani, dando loro forma nel marmo, nel bronzo, nella creta con la sagace perizia del saldo mestiere e con la forza della esperienza e del sentimento personalmente vissuto.

Le opere dell'artista infatti parlano al cuore forse ancor prima che all'occhio, rispondendo al comune bisogno di interpretare le emozioni dando loro la formulazione più semplice e chiara, quella del vero. La figuratività realistica delle sculture paulliane attinge alla tradizione espressiva del secondo Ottocento, talora tingendosi di una plasticità forte e pittorica certamente espressionistica, senza tuttavia mai perdere quella garbata ed elegante misura classica che delicatamente tocca la materia facendola lievitare e dandole una sua dinamica essenzialità tutta spirituale. La misura classica appunto, che l'artista aveva fatta sua già durante l'alunnato presso il Maestro Leone Lodi, innervata alla fonte del più puro classicismo attraverso la maturata riflessione sull'opera di Canova, che sente particolarmente consentaneo, offre quindi armonia, eleganza e saldezza a quella sua statuaria in marmo bianco di Carrara che raccoglie nelle sue delicate forme la luce o lascia che vi si annidi, morbida, l'ombra.

Il pregio di un linguaggio costruito entro i termini di una semplicità solo apparente, la sobrietà che non si nega mai al dinamismo, la composizione che si declina nello spazio con compostezza salda e pregnante nel ricercato formularsi entro le regole certe della tradizione millenaria sono capisaldi ai quali l'artista si attiene senza sforzo alcuno, muovendosi con serena consapevolezza del suo appartenere alla storia di un'arte resa nobile dai grandi Maestri del passato, ai quali si riferisce anche nelle sue non frequenti incursioni pittoriche e dai quali sente di aver ereditato non solo il mestiere nel senso più nobile del termine ma soprattutto l'impegno del fare, e del fare bene, un lavoro che va oltre il momento contingente della cronaca per lasciare un segno, un tassello d'arte più alto e compiuto nella storia dello spirito e della comune civiltà». (Testo di Tiziana Cordani - co-curatrice della mostra con Arianna Sartori)

«Gianfranco Paulli è uno scultore che mostra radici estremamente colte, che si contrappone opportunamente alle chimere delle avanguardie contemporanee per guardare alla classicità, e a una tipologia di figurazione che consente di tradurre in bellezza un'espressività fortemente emozionale. Questo scultore cremonese riesce a plasmare con le sue mani sensibili e dotate di indubbia magistralità artigianale, un mondo palpitante, che non si sottrae alla fascinazione della favola. Gianfranco Paulli può affrontare la creta in un ritratto, o pensare a una progettazione monumentale da realizzare in bronzo, o ancora applicarsi, alla maniera degli antichi, al marmo bianco statuario di Carrara, riuscendo sempre a portare al massimo risultato, con la forza di una rivelazione, le potenzialità plastiche della materia scultorea. Il suo modo libero di trattare la forma umana, ribadisce la qualità di un lavoro dove l'idealità si coniuga a una precisa esigenza perfezionistica. (...)». (Vittorio Sgarbi - Tratto da "I giudizi di Sgarbi", Ed. Giorgio Mondadori, 2005)




Locandina della mostra Overlap
 a Cosenza Overlap
termina il 12 gennaio 2020
Palazzo Arnone - Cosenza

La Galleria nazionale di Cosenza e BoCs Art presentano "Overlap", mostra collettiva, a cura di Andrea Croce e Michela Murialdo, che si pone come obiettivo quello di indagare sempre più da vicino la realtà culturale della città, espandendo l'area di studio e avvicinamento al territorio sul quale gli artisti sono stati invitati, per due settimane, a focalizzare la propria ricerca. Il progetto espositivo si articola come una narrazione nella quale convivono ricerche e pratiche differenti che, approfondendo il rapporto tra antico e contemporaneo, si pongono in relazione con il patrimonio museale. Le opere, pensate appositamente per gli spazi della Galleria nazionale di Cosenza, nascono in rapporto con l'immaginario iconografico e storico conservato al suo interno, e - rileggendone i caratteri specifici in chiave contemporanea - innescano un dialogo a più voci che trova il suo punto di partenza dall'esperienza di residenza vissuta a stretto contatto con la storia culturale della città.

Gli artisti - Francesco Cardarelli, Matei Vladimir Colteanu, Francesca Finotti, Stefania Mazzola, Anto.Milotta/Zlatolin Donchev, Giuseppe Mirigliano, Matteo Montagna, Michela Pedranti, Alice Pilusi, Francesco Pozzato, Francesco Puppo, e Agnese Smaldone - attingono così, dalla storia dell'arte passata, le coordinate fondamentali sulle quali sovrapporre, in un'ottica di continuità, nuove immagini capaci di restituire uno spaccato del loro vivere come ospiti la realtà cosentina apportandone spunti e suggestioni anche dal loro bagaglio personale e artistico. L'iniziativa nasce dall'incontro tra i dodici artisti in residenza nel mese di novembre presso i BoCs Art. (Comunicato stampa)




Opera di Enzo Rizzo denominata In principio era l'Uno realizzata nel 2015 in olio e resina su tavola di cm.160x100 Opera di Luca Bonfanti denominata Divina proiezione _ uovo cosmico realizzata nel 2018 con tecnica mista acrilico su tela di cm.102x122 Opera di Giorgio Mascheroni denominata Cinque poliedri platonici realizzata nel 2019 Opera di Togo denominata La chiusa realzzata nel 2019 a olio e acrilico su tela di cm.100x120 Similiter in Pictura. Attorno a Leonardo
Opere di Luca Bonfanti, Enzo Rizzo e Togo


termina lo 06 gennaio 2020
Casa del Mantegna - Mantova
www.casadelmantegna.it

* La vigna di Leonardo. Cronaca di una scoperta
Convegno, 07 dicembre 2019

Il percorso espositivo presenta attraverso ottanta lavori la riflessione, l'approfondimento e la rilettura in chiave contemporanea attorno alla poliedrica figura di Leonardo degli artisti Bonfanti, Rizzo e Togo, rispettivamente accompagnati dalla lettura critica di Matteo Galbiati, Alberto Moioli ed Elena Pontiggia. Accanto alle opere pittoriche sono esposte trenta riproduzioni di macchine vinciane realizzate da Giorgio Mascheroni, affiancate ad installazioni video e touch screen che integrano l'osservazione con contenuti didattici, tra cui il video Leonardo racconta "Il Cenacolo" realizzato da Maurizio Sangalli con Massimiliano Loizzi, Marco Ballerini, Alberto Patrucco e Alfredo Colina. Un'applicazione smartphone interattiva permette di approfondire ogni singola opera esposta, condividendone poi i contenuti sui social network nell'ottica di promuovere e incentivare la viralizzazione della cultura.

Di Leonardo i tre artisti in mostra colgono ciascuno una sfumatura differente e propria. Luca Bonfanti ne condivide, come sottolinea Galbiati, la sete di scoperta, un'infaticabile voglia di sperimentazione e ricerca, «una costante curiosità di dover scoprire il "funzionare" del mondo e, analogamente all'atteggiamento leonardesco, osserva, comprende, analizza, annota». Questo porta l'artista a muoversi da geometrie solide ad universi surreali, in un continuo confronto con il colore che si fa "voce narrante". Il segno pittorico, dalla marcata vocazione e ascendenza astratta, porta quindi l'artista verso atmosfere oniriche, intime e poetiche, a tratti esoteriche, restituite con una materia densa e vibrante ed un impiego simbolico del colore.

Bonfanti, difatti, nell'astrazione definisce «quell'amore per le superfici, per la stratificazione del colore, per il continuo rimpasto delle cromie che cercano di farsi metafora del nostro sentire»; ne nascono quindi opere che rimandano all'acqua, all'aria e all'invisibile che sfiora il pensiero e l'intuizione. Emblematica in tal senso l'imponente opera L'ultima cena (2015, tecnica mista, acrilico su tela, cm 165x300) dalla forte simbologia, che attraverso la croce, il germoglio-spermatozoo, la luce divina, la stanza prospettica svela svariate fonti e suggestioni indagate dall'artista, che vanno dalla Bibbia ai Vangeli apocrifi, dai misteri templari alla massoneria, dalla teoria degli Anunnaki, gli antichi dèi venuti dal cielo, al paleocontatto e all'origine della vita, fino alla celebre opera leonardesca.

Invece, nella peculiare espressione informale di Enzo Rizzo, come rivela Moioli, «si entra nel mondo della natura primordiale, un percorso riflessivo che l'artista compie alla ricerca dell'essenza delle origini, un viaggio attraverso i colori e i contorti sentieri dell'anima». Dalle sue opere prende vita, infatti, un flusso cromatico che libera la materia, dal quale non si può che lasciarsi trascinare e coinvolgere intimamente, in un circolo di emozioni e vibrazioni che connettono la tela all'osservatore. In bilico tra ordine e caos si collocano le opere dell'artista, concepite nel "kairòs", il momento sublime e perfetto del mondo greco in cui i sentimenti diventano visione, invitando l'osservatore ad un confronto profondo con il mondo e con la propria interiorità.

Ricorrono così i temi dell'unità degli opposti, della trasformazione della materia e del divenire dell'essere, oltre a simbologie legate alla vita e alla morte, alla nascita, alla creazione e alla natura metamorfica, come nel suo lavoro In principio era l'Uno (2015, olio e resina su tavola, cm 160x100). L'opera, tutta giocata sull'uso del colore blu in una tonalità scelta per la sua forte vibrazione spirituale, è incentrata sul tema dell'unità degli opposti e dell'Uno, il principio primo della manifestazione, in riferimento esplicito al neoplatonismo che influenzò anche Leonardo. Nei quadri di Togo Leonardo è omaggiato tramite i temi del volo e dell'acqua, entrambi rielaborati con un segno personalissimo.

Il primo è un ricordo, un desiderio autobiografico dell'artista coltivato attraverso la fantasia, che nelle sue opere si fa sogno o segno evocato da un'ala di pipistrello o da una farfalla, come in Il primo volo - omaggio a Leonardo (2018, olio e acrilico su tela, cm 160x200), dove l'idea della realizzazione del volo, simulata dagli studi leonardeschi, emerge all'interno di un paesaggio naturale tradotto in forme geometriche in cui il mare è suggerito dalle sue bianche onde. Il tema dell'acqua, invece, forma aperta per eccellenza, per l'artista diventa elemento ritmico e forma chiusa, come nel ciclo delle chiuse. In La chiusa (2019, olio e acrilico su tela, cm 100x120), infatti, l'artista affronta un soggetto caro a Leonardo: il fiume Adda che scorre tra paesaggi dal taglio geometrico e in cui il corso del canale è la somma di due trapezi.

In questi lavori Togo sembra ricercare l'ordine nello spettacolo della natura, lontano dal caos primigenio, restituendolo con colori accesi, propri di un espressionismo mediterraneo che comunica la violenza dei sentimenti, dove il blu fa a gara con il rosso per catturare la luce e il nero diventa il più brillante dei colori. In Togo, come sostiene Pontiggia, «il fantasma vinciano non è altro che un nobile pretesto per un esercizio alto, intenso, e soprattutto autonomo, di pittura». Per approfondire il discorso proposto dall'esposizione in merito alle riproduzioni di Giorgio Mascheroni, durante la rassegna sono previste visite guidate a cura di Alke´mica Cooperativa Sociale Onlus, che per l'occasione presenta eccezionalmente alcuni strumenti scientifici del XVIII e XIX secolo ispirati proprio alle macchine leonardesche, provenienti dal Gabinetto di Fisica del Liceo Virgilio di Mantova. Inoltre, è aperto a studenti e appassionati il laboratorio didattico-educativo Leonardo: le macchine, le idee, le visioni, percorso di lettura delle macchine vinciane atto a mostrarne le implicazioni sul pensiero moderno.

Luca Bonfanti (Desio - Monza e Brianza, 1973), pittore, scultore, fotografo e musicista, da autodidatta inizia la sua formazione 'a bottega' seguendo gli insegnamenti di alcuni dei maggiori artisti contemporanei milanesi, quindi spinge la sua ricerca ad esprimersi con linguaggi diversi. Ottiene premi e riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali, e annovera oltre 50 personali in Italia ed all'estero, oltre a prestigiosi progetti pluriennali in tutta Italia.

Enzo Rizzo (Messina, 1958) dal 1982 espone in mostre personali e collettive in Italia e all'estero, tra cui a Ginevra, New York, Messina, Roma, Milano, Praga, Parigi, Taormina. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private.

Enzo Migneco (Milano, 1937), in arte Togo, dal 1957 si dedica alla pittura e alla fine degli anni '60 inizia la sua ricerca nell'ambito dell'incisione. Espone con curatori di spicco in importanti sedi pubbliche e private in Italia e all'estero, tra cui Milano, Ferrara, Wroclaw (Polonia), Helsinki (Finlandia), Taipei nell'ambito della Biennale Internazionale di Incisione, Perth (Australia), Messina, Roma, Soncino, Palermo, New York, Parlamento Europeo di Bruxelles e 54ª Biennale di Venezia.

Giorgio Mascheroni (Cantù, 1941-2018) ha realizzato macchine che esplicano in modo chiaro e tangibile l'oggetto dei suoi studi incentrato sulla natura, sull'uomo e sulle sue creazioni. Inizialmente ha riprodotto in scala alcune macchine per la lavorazione del legno, quindi si è avvicinato a Leonardo studiandone e ispirandosi ai suoi molteplici disegni. Ogni lavoro è stato eseguito artigianalmente con materiali di recupero, riadattati per rimanere il più possibile nel contesto ambientale ed ecologico. (Comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)

___ Presentazione di mostre dedicate a Leonardo da Vinci in questa pagina della newsletter Kritik

Leonardo. La macchina dell'immaginazione
termina il 26 gennaio 2020
Galleria d'Arte Moderna - Palermo
Presentazione

Sguardi: Omaggio a Leonardo | Opere fotografiche di Jitka Hanzlová
termina il 15 dicembre 2019
Museo della Certosa di Pavia
Presentazione




Opera di Sandro Chia nella locandina della mostra a Foiano della Chiana Sandro Chia. Viaggio in Italia
termina il 30 gennaio 2020
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Come l'artista stesso scrive nella intervista con la curatrice Vittoria Coen: "Viaggio in Italia non è solo il titolo di una mostra di lavori su carta, ma è anche la descrizione di un procedimento, un percorso che porta al disegno, all'acquerello, alla tempera"... "Il viaggio in Italia è l'unico viaggio che valga la pena". Ottanta opere di piccole, medie e grandi dimensioni realizzate con tecnica mista su carta ci introducono alle stazioni, ai luoghi reali e immaginari che l'artista mette in scena, ispirato, come sempre, da mille suggestioni e mille riflessioni sull'arte, sulla vita, sulla natura. Sandro Chia ha lavorato e lavora con tecniche e materiali diversi, e la sua fantasia imprevedibile continua a sorprenderci, nel suo popolato mondo di figure, allegorie e simboli che vive di rinnovata autenticità e freschezza, non senza una certa ironia e autoironia che contraddistinguono da sempre la sua poetica.

Il viandante, il protagonista delle sue avventure, è un poeta, un artista, ma anche uno scienziato e un ricercatore. Non vi è nulla di nostalgico, anzi, si scorge una epifania del colore e della vitalità nella rappresentazione dei paesaggi e degli sfondi, degli animali e delle cose, infine, dell'uomo. Chia ha vissuto e vive molte vite, tra Europa e Stati Uniti, è presente in collezioni internazionali, ha esposto nei più importanti musei del mondo, ed è stato un protagonista della rivincita che la pittura si è presa dopo l'esperienza estenuata del Concettuale storico alla fine degli Anni Settanta. Nella pittura di Sandro Chia vediamo il grande piacere di lavorare con colori accesi e segni sicuri, figli di una grande esperienza ma, nello stesso momento, di una grande curiosità che sembra non esaurirsi mai. A corredo della mostra un catalogo delle opere esposte con testo introduttivo di Vittoria Coen. (Comunicato stampa)




Opera di dadamaino nella mostra Dare Tempo Allo Spazio Dadamaino: "Dare tempo allo spazio"
termina lo 05 febbraio 2019
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale di Dadamaino (Milano, 1930-2004), che ripercorre i diversi momenti della ricerca dell'artista mettendo in luce l'unitarietà e la continuità che ne hanno segnato le scelte estetiche e personali nel corso del tempo. "Nella feconda stagione di radicali azzeramenti linguistici - scrive Bruno Corà - a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio del 1960, accanto alle proposte degli artefici di Azimuth Piero Manzoni ed Enrico Castellani, trova posto l'azione affiancatrice dell'opera di Dadamaino, integra figura tra quelle emerse dalla tensione spazialista avviata da Fontana. Ma, non diversamente da quegli artisti, Dadamaino raggiunge rapidamente un'autonomia linguistica autorevole e autonoma". In occasione della mostra verrà pubblicato un volume bilingue che ripercorrerà l'iter creativo di Dadamaino dalla fine degli anni Cinquanta al 2000, con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Bruno Corà, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

All'ingresso della galleria si trova l'opera Oggetto ottico-dinamico (1962), in cui le diverse tessere in alluminio applicate su tavola dall'artista creano delle "scacchiere" variabili che guidano lo sguardo attraverso percezioni illusorie. Al primo piano della galleria sono esposti tre lavori appartenenti al ciclo de "La Ricerca del colore" (1967) in cui l'artista ha approfondito il rapporto che viene ad instaurarsi fra diverse coppie di colori combinate, in termini quantitativi e qualitativi, utilizzando i sette colori dello spettro (rosso, arancio, giallo, verde, celeste, blu e violetto) associati con bianco, nero e marrone. Nella stessa sala sono presenti anche due tavole del ciclo "Cromorilievi" (1974), in cui l'intenzionalità pittorica emerge, più che dalla variazione dei toni, dalla disposizione degli elementi geometrici utilizzati da Dadamaino per creare molteplici effetti dinamici e luministici che alludono alla profondità visiva.

Nella seconda sala del piano superiore si trovano i lavori del ciclo "L'inconscio razionale" (1975-1977), in cui l'intreccio perpendicolare di linee orizzontali e verticali, che affiorano e si nascondono in modo discontinuo sulla superficie, si apre a componenti nuove, più legate a criteri irrazionali e inconsci. Negli ambienti successivi dello stesso piano sono esposte opere appartenenti alla serie dei "Volumi", che l'artista ha realizzato tra il 1958 e il 1960, e che si differenziano in diverse tipologie, in relazione al numero dei fori realizzati sulla tela, fino a giungere ai "Volumi a moduli sfasati" (1960) in cui la superficie trasparente viene movimentata dalla fitta successione di fori regolari, praticati su fogli di materiale plastico sovrapposti.

La riflessione sul segno che Dadamaino avvia con "L'inconscio razionale" viene maggiormente indagata al piano inferiore della galleria, dove nelle opere appartenenti al ciclo "Costellazioni" (1984-1987) - tra cui Ennetto, presentato alla XI Quadriennale di Roma del 1986 - si può notare una maggiore e progressiva apertura nel rapporto con lo spazio, in cui viene meno la dipendenza rispetto alla struttura lineare della scrittura. Il segno diviene via via una traccia, senza un preciso ordine di svolgimento, e si identifica come pura energia senza un inizio e una fine. Così, quasi fossero solchi nella superficie, i tratti che percorrono le opere della serie "Passo dopo passo" (1988-1990), "Il movimento delle cose" (1990-1996) e dei successivi "Sein und Zeit" (1997-2000), attraverso un minuto e costante proliferare di segni sulla superficie trasparente del poliestere, racchiudono il rapporto tra l'infinitamente piccolo del gesto preciso e chiuso nel momento definito dall'accadimento e l'infinitamente grande del tempo nel suo continuo scorrere. (Comunicato stampa)

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The A arte Invernizzi gallery opens on Thursday, 28 November 2019 at 6.30 p.m. a solo exhibition of works by Dadamaino (Milan 1930-2004). The event retraces the various stages of the artist's research, revealing the consistency and continuity of her aesthetic and personal choices over the years. "In the highly productive period of the radical resetting of artistic forms", writes Bruno Corà, "in the late 1950s and early 1960, together with the proposals put forward by Piero Manzoni and Enrico Castellani, the creators of Azimuth, came the flanking action of the works of Dadamaino, one of the fully formed artists who emerged from the spatialist ambitions launched by Fontana. Not unlike the other artists, Dadamaino rapidly reached an authoritative artistic autonomy of her own."

At the entrance to the gallery is Oggetto ottico-dinamico [Optical-Dynamic Object] (1962), in which the various aluminium tesserae that the artist applied to the panel form variable "chessboards" that guide the eye through illusory perceptions. On the first floor of the gallery, there are three works from the "La Ricerca del colore" ["The Search for Colour"] series in which the artist examines the relationship that forms between two different pairs of combined colours, in both quantitative and qualitative terms. Here she uses the seven colours of the spectrum (red, orange, yellow, green, blue, indigo, and violet) associated with white, black, and brown. In the same room there are also two panels from the "Cromorilievi" series (1974), in which one can appreciate the intentionality of the painting not so much in the variation in tones, as in the arrangement of the geometrical elements that Dadamaino uses to create multiple dynamic and luminist effects that allude to the depth of the visual field. In the second room on the upper floor are works from the "L'inconscio razionale" ["The Rational Unconscious"] (1975-77).

Here the perpendicular interweaving of horizontal and vertical lines, which appear and disappear in a discontinuous manner across the surface, opens up to new components that are more closely linked to irrational and unconscious criteria. In the following rooms on the same floor there are works from the "Volumi" ["Volumes"] series, which the artist made between 1958 and 1960. There are a number of different types, depending on the number of holes in the canvas, through to the "Volumi a moduli sfasati" ["Volumes in Staggered Modules"] (1960), in which the transparent surface is moved by a dense succession of regular holes made on superimposed sheets of plastic material. Dadamaino's subsequent reflections on impressions, which started with "L'inconscio razionale", is further explored on the lower floor of the gallery, where the works in the "Costellazioni" ["Constellations"] series (1984-87) can be seen to have a gradual opening up in their relationship with space, moving away from the previous dependence on the linear structure of the script.

The mark gradually turns into a trace, without a precise order of execution, and is identified as pure energy, with no beginning and no end. The traces that run through the works, almost as though they were furrows on the surface, in "Passo dopo passo" ["Step By Step"] (1988-90), "Il movimento delle cose" ["The Movement of Things"] (1990-96) and the later "Sein und Zeit" (1997-2000), are created by a constant, meticulous proliferation of signs on the transparent polyester surface. They encompass the relationship between the infinitely small, in the precise, closed gesture in the moment defined by the event, and the infinitely large, in the endless flow of time. On the occasion of the exhibition, a bilingual book will be published, retracing Dadamaino's artistic career from the late 1950s to 2000, with reproductions of the works in the exhibition, an introductory essay by Bruno Corà, a poem by Carlo Invernizzi, and an updated bio-bibliography. (Press release)

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Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione




Opera di Gillo Dorfles senza titolo realizzata nel 1987 con pennarello su carta gialla di cm 29,5x21 Il segno rivelatore di Gillo
termina il 14 dicembre 2019
Biblioteca statale Stelio Crise di Trieste

Mostra artistico/documentaria, ideata e curata dall'arch. Marianna Accerboni e promossa dall'Associazione Culturale Gillo Dorfles, fondata da poco nella casa/studio del grande intellettuale artista.

Presentazione




Opera di Pierdonato Taccogna denominata Supernova Green realizzata nel 2017 ad olio e vernice su tela juta di cm.50x50 Opera di Pierdonato Taccogna denominato The theory of birth of stars realizzato nel 2017 ad olio su tela juta di cm.80x80 Opera di Pierdonato Taccogna denominata Earth realizzata nel 2018 ad olio su legno cm.27x24 2018 Opera di Pierdonato Taccogna denominata Supernova Remnant realizzata nel 2018 ad olio su tele di cm.90x93 2018 Opera di Pierdonato Taccogna denominata Hypernova Blue realizzata nel 2017 ad olio su tela juta di cm.80x80 In principio era il cielo | Pierdonato Taccogna
termina lo 05 dicembre 2019
KoArt Unconventional Place- Catania
www.galleriakoart.com

Mostra personale di Pierdonato Taccogna, da un'idea del curatore Giuseppe Carli, curata in questa sua versione catanese, successiva a quella palermitana, da Aurelia Nicolosi, realizzata in collaborazione con il Centro d'arte Raffaello di Palermo. La poetica di Pierdonato Taccogna si avvale di due elementi fondamentali la "luce" e la "materia". La prima viene trattata quasi come un'ossessione poiché scaturisce da una particolare esperienza dell'artista, vissuta nel 2005, che lo ha portato ad indagare il mondo fuori dal reale, ricercando quei bagliori e quelle evanescenze tipiche della sfera subconscia e vivendo in prima e in terza persona visioni comprensive di suoni e profumi, quasi come se fossero dei flash ultraterreni. Mentre l'attrazione per la materia comincia dalla preparazione del telaio, sino all'ultimo strato di vernice.

Taccogna non utilizza colori o altri materiali industriali, tutto è preparato nel suo atelier seguendo le antiche ricette artistiche, e continuando il lavoro di studio e di sperimentazione delle tecniche pittoriche. Il suo vivo interesse verso le "particelle" l'hanno portato ad indagare il cosmo, partendo dallo studio della struttura materiale e le leggi che regolano l'universo concepito come un insieme ordinato, in riferimento allo spazio, al tempo e alla materia. La mostra è incentrata sul legame esistente tra l'uomo, il mondo terrestre e l'universo e lo fa con il linguaggio della scienza e dell'arte contemporanea, discipline votate alla ricerca della bellezza e dell'armonia, intrinseca ed estrinseca, della Natura. Sia la scienza che l'arte, infatti, per le loro ricerche sul senso ultimo dell'essenza e dell'esistenza utilizzano una metodologia precisa, puntuale e mai improvvisata. L'artista con estrema cura e precisione osserva, scruta il mondo attorno a lui e dentro di lui, fino a trovare quella perfetta alchimia che trasforma la ricerca in poesia.

Pierdonato Taccogna (Triggiano - Bari, 1990), dopo aver conseguito la maturità presso il liceo artistico statale "G.De Nittis", prosegue gli studi all'Accademia di Belle Arti di Bari. Nel 2014 sospende tale percorso per dedicarsi interamente all'arte, approfondendo così, mediante la ricerca storica, lo studio delle tecniche pittoriche. Partecipa, in seguito, a svariati concorsi e mostre collettive a livello nazionale, guadagnandosi l'attenzione degli addetti ai lavori intraprendendo con loro una serie di collaborazioni. La sua poetica si avvale di due elementi fondamentali la "luce" e la "materia". La prima viene trattata quasi come un'ossessione poiché scaturisce da una particolare esperienza dell'artista, vissuta nel 2005, che lo ha portato ad indagare il mondo fuori dal reale, ricercando quei bagliori e quelle evanescenze tipiche della sfera subconscia e vivendo in prima e in terza persona visioni comprensive di suoni e profumi, quasi come se fossero dei fash ultraterreni. Mentre l'attrazione per la materia comincia dalla preparazione del telaio, sino all'ultimo strato di vernice. Taccogna non utilizza colori o altri materiali industriali, tutto è preparato nel suo atelier seguendo le antiche ricette artistiche, e continuando il lavoro di studio e di sperimentazione delle tecniche pittoriche. Il suo vivo interesse verso le "particelle" lo hanno portato ad indagare il cosmo, partendo dallo studio della struttura materiale e le leggi che regolano l'universo concepito come un insieme ordinato, in riferimento allo spazio, al tempo e alla materia.

Non solo galleria ma spazio creativo che dialoga con il cuore pulsante di Catania e con i nuovi scenari dell'arte contemporanea, nata nel 2014 per iniziativa della storica dell'arte Aurelia Nicolosi, la Galleria KoArt accoglie nuove generazioni di artisti che si muovono in prima linea sulla scena nazionale e internazionale. Grazie alla preziosa collaborazione del comitato di Centrocontemporaneo e delle Associazioni San Michele Art Power e Fund4art Firenze, sono state numerose le mostre di qualità che hanno determinato il successo di un'iniziativa forte e coraggiosa, volta al recupero di una bellezza superiore al puro piacere estetico. Le opere proposte dalla Galleria KoArt spaziano dal figurativo al concettuale con un occhio attento alle ultime tendenze nel campo del design e della fotografia.

Il curriculum dell'artista non è l'unico criterio adottato per la selezione dei lavori esposti: creatività, raffinatezza tecnica e originalità della ricerca giocano un ruolo fondamentale per costruire un buon portfolio e accedere a importanti progetti. Senza tali elementi, infatti, la galleria non sarebbe stata selezionata per mostre importanti all'interno dell'Expo Milano 2015, del circuito di I-ART, il polo diffuso per le identità e l'arte contemporanea in Sicilia, e la biennale MANIFESTA 12 PALERMO. Un'aria internazionale si respira, quindi, all'interno della Galleria KoArt che sembra ricordare le architetture di Soho e Chelsea, quartieri cool della città di New York, aperti alle nuove tendenze creative: il candore delle pareti stempera i toni scuri del pavimento in un gioco di rimandi, che rendono l'ambiente un perfetto incubatore di idee. La luce, curata dalla designer Marzia Paladino (Ladyled), costituisce un punto di forza essenziale per valorizzare le tele e le sculture, rendendo l'allestimento unico e innovativo, in linea con gli orientamenti di ultima generazione che sfruttano la tecnologia a led. (Comunicato stampa)

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Nello scorso secolo il filosofo e psichiatra Carl Gustav Jung sosteneva che la nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell'universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell'anima. Niente di più vero! Noi siamo polvere di stelle e ogni atomo del nostro corpo, prima di diventare parte di noi, è quasi sicuramente passato attraverso diverse galassie e milioni di altri organismi. (1) Il legame, pertanto, tra noi e l'universo è inscindibile e vi è un'interdipendenza che solo l'arte e la scienza sono in grado di raccontare. Quest'ultime, infatti, costantemente votate alla ricerca della bellezza e dell'armonia, esplorano e analizzano la 'Natura' nelle sue diverse manifestazioni cercando di comprendere il fine ultimo delle cose. Raggiunto un alto livello di competenza tecnica, esse tendono a fondersi nell'estetica, nella plasticità e nella forma (2), escludendo ogni inutile orpello.

«L'arte è scienza, non si improvvisa e non si accontenta di qualunquistiche e superficiali approssimazioni, anzi richiede un duro e sistematico lavoro», così scriveva Leonardo da Vinci e, in effetti, dalla scelta di una tecnica, di un colore, di una prospettiva, dipende la resa del soggetto e l'impatto che ha l'opera sullo spettatore. L'artista con estrema cura e precisione osserva, scruta il mondo attorno a lui e dentro di lui, fino a trovare quella perfetta alchimia che trasforma la ricerca in poesia. Nell'opera di Pierdonato Taccogna rivediamo Turner, Monet, Seurat, Signac, Van Gogh cioè tutti quei pittori in cui la luce e il colore sono diventati parti fondamentali della loro vita e della loro sperimentazione. Sospesi tra passato e presente, i suoi telai sono costruiti sapientemente a mano e i suoi colori sono frutto di una preparazione artigianale antica che recupera i principi della chimica e la proprietà degli elementi.

Le sue sono visioni dense di materia, di polveri e di stupore di fronte a fenomeni incommensurabili che l'uomo tenta inutilmente di decifrare. Assieme a lui non ci resta che contemplare la meraviglia e rimanere attoniti di fronte all'esplosione dell'Universo, raccontata con quella passione che solo un vero artista riesce a trasmettere. E se Galileo per la prima volta puntò un cannocchiale verso il cielo, così Pierdonato, al pari del famoso scienziato, sfida gli stereotipi comuni e le false verità, incantando il pubblico con il suo racconto visivo in cui la volta celeste assume un aspetto sacrale, degno dell'eternità. La sua curiosità lo spinge lontano e nessun buco nero all'orizzonte potrà minacciarne la rotta e il declino. D'altronde Victor Hugo scriveva: «Un punto microscopico brilla, poi un altro, poi un altro: è l'impercettibile, è l'enorme. Questo lumicino è un focolare, una stella, un sole, un universo; ma questo universo è niente. Ogni numero è zero di fronte all'infinito. L'inaccessibile unito all'impenetrabile, l'impenetrabile unito all'inesplicabile, l'inesplicabile unito all'incommensurabile: questo è il cielo». (Il cielo di Pierdonato Taccogna, di Aurelia Nicolosi)

1. Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, 2008, p.152.
2. Albert Einstein, Archivio Einstein, 1923.




Paolo Gubinelli - Graffi - colori in polvere su carta cm.50x70 2019 Paolo Gubinelli - Graffi - colori in polvere su carta cm.50x70 2019 Paolo Gubinelli: "L'opera su carta"
termina lo 08 gennaio 2020
Università Bocconi Milano

Il lavoro di Paolo Gubinelli (Matelica 1945), che vediamo ora in questa breve antologica, è tutto impostato sulla levità, ed è strano che sia meno ricordato di quanto potrebbe, in tempi come i nostri in cui si parla sempre di leggerezza e in cui tutto vuole essere soft e light. Ma una ragione c'è. La levità, nei suoi quadri e nelle sue carte, non è una qualità ottimistica, trionfalistica, positivista. È una dimensione lirica che confina con la fragilità. Le sue linee delicate che attraversano i fogli senza quasi toccarli, le sue diagonali e le sue circonferenze interrotte che percorrono velocemente lo spazio, i suoi colori soffici che sono sul punto di svanire parlano di un mondo volatile che si dissolve sotto i nostri occhi. Parlano di una bellezza fuggevole che tende a nascondersi. Parlano di equilibri difficili, come in certi suoi triangoli opposti al vertice, di cui si potrebbe dire quello che diceva Licini delle sue geometrie: "Stanno in equilibrio per miracolo". Parlano, ancora, di una tensione verso uno spazio diverso da quello, limitato e angusto, in cui ci muoviamo. Linee e tessere colorate danno l'idea, insomma, dell'inizio di un viaggio. Ma quello che interessa a Gubinelli non è il percorso: è il punto di arrivo. (Elena Pontiggia)

Paolo Gubinelli si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti:  Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all'estero. Sono stati pubblicati cataloghi e riviste specializzate, con testi di noti critici. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale.  Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. (Comunicato stampa)

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The work by Paolo Gubinelli (born in 1945 in Matelica, Italy) featured in this short retrospective focuses on levity. It may be strange that his art is not better remembered in times like ours, in which we are always discussing lightness and everything aims to be soft and light. However, there is a reason. The levity in his paintings and papers is not an optimistic, triumphal, positivist quality. It is a lyrical dimension that borders on fragility. His delicate lines that cross the page almost without touching it, his diagonals and interrupted circumferences that quickly travel through space, his soft, almost faded colors, speak of a volatile world that dissolves before our eyes. They speak of a fleeting beauty that tends to hide. They speak of difficult balances, as in his adjacent angle triangles, which could be described as Licini said of his geometries: "They are in equilibrium by some miracle." What's more, they speak of a striving for a space different from the limited and narrow space through which we move. Colored patterns and lines convey the idea, in short, of the beginning of a journey. But what interests Gubinelli is not the path: it is the point of arrival. (Elena Pontiggia)

Paolo Gubinelli received his diploma in painting from the Art Institute of Macerata and continued his studies in Milan, Rome and Florence as advertising graphic artist, planner and architectural designer. While still very young, he discovered the importance of Lucio Fontana's concept of space which would become a constant in his development. His work has been discussed in various catalogues and specialized reviews by such prominent critics as. Many others have also written about his work. His works have also appeared as an integral part of books of previously unpublished poems by major Italian poets foreigners. He participated in numerous personal and collective exhibitions in Italy and abroad.

Following pictorial experiences on canvas or using untraditional materials and techniques, he soon matured a strong interest in "paper" which he felt the most congenial means of artistic expression. During this initial phase, he used a thin white cardboard, soft to the touch and particularly receptive to light, whose surface he cut with a blade according to geometric structures to accent the play of light and space, and then manually folded it along the cuts. In his second phase, he substituted thin white cardboard with the transparent paper used by architects, still cutting and folding it, or with sheets arranged in a room in a rhythmic-dynamic progression, or with rolls unfurled like papyruses on which the very slight cuts challenging perception became the signs of non-verbal poetry.

In his most recent artistic experience, still on transparent paper, the geometric sign with its constructive rigor is abandoned for a freer expression which, through the use of colored pastels and barely perceptible cuts, translates the free, unpredictable motion of consciousness in a lyrical-musical interpretation. Today, he expresses this language on paper with watercolor tones and gestures which lend it a greater and more significant intensity. He made white and colour pottery where engraved and relief signs stand out in a lyrical-poetic space. (Press release)




Dilettanti geniali
Sperimentazioni artistiche degli anni Ottanta


termina lo 05 gennaio 2020
Padiglione de l'Esprit Nouveau - Bologna
www.dilettantigeniali.it

La mostra, a cura di Lorenza Pignatti, con l'art direction di Alessandro Jumbo Manfredini, raccoglie le testimonianze della scena artistica degli anni '80 a Bologna. Anni d'invenzione e creazione di nuovi linguaggi - in perfetta sintonia con ciò che stava accadendo a Londra, New York o Berlino - che però non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento a livello nazionale e internazionale. Schiacciato da semplificazioni e luoghi comuni, descritto come il periodo dell'edonismo e del disimpegno politico, del boom economico, del synth pop commerciale, dei paninari e della Milano da bere, è stato invece un decennio ricco di intuizioni e mutamenti, un laboratorio di forme innovative, caratterizzate a livello visivo da pratiche DIY (Do It Yourself) che hanno permesso il delinearsi di originali sperimentazioni grafiche, musicali e artistiche che hanno influenzato intere generazioni e che ancora oggi suscitano grande interesse. Di alcune di queste situazioni sono rimaste traccie, mentre di altre sperimentazioni sono rimaste solo "memorie del sottosuolo", racconti orali di chi ha vissuto quegli anni in prima persona.

La mostra si sviluppa come un racconto, un atlante eclettico sulla cultura visuale di quegli anni, attraverso una selezione di materiali d'archivio, poster, riviste, vinili, dipinti, disegni e documenti riguardanti la musica, l'arte, il design, il fumetto. Situazioni caratterizzate dal medesimo desiderio di allontanarsi dall'ortodossia modernista dei decenni precedenti, in cui si dilinea il passaggio dalla controcultura alla cybercultura, dall'underground al mainstream, e in cui s'inventano nuove professioni e nuovi stili di vita. Il filo conduttore della mostra non è la nostalgia quanto il desiderio di mappare la creatività meno conosciuta negli anni '80. "I materiali raccolti - afferma la curatrice - compongono un atlante ecclettico, che mostra quanto artisti, intellettuali, designer e musicisti siano stati in grado in quel periodo di delineare, dalle rovine e dal fallimento delle ideologie dei decenni precedenti, nuove istanze culturali e di suggerire l'anticipazione del tempo presente.

A livello estetico si sta infatti assistendo a un ritorno degli anni '80 che non è semplice "Retromania" come afferma il critico musicale Simon Reynolds, quanto la consapevolezza, come scrive Franco Berardi Bifo e dopo di lui Mark Fisher, che la condizione del nostro presente sia caratterizzato da un tempo compresso tra l'accelerazione imposta dallo sviluppo tecnologico e l'assenza di un futuro "altro" che era possibile immaginare invece nel secolo precedente. In questo vertiginoso collasso spazio-temporale gli spettri dei "futuri perduti" preannunciati nel Ventesimo secolo animano la contemporaneità e aleggiano nel presente come "fantasmi". Il termine hauntology, che Mark Fisher riprende dal Jacques Derrida degli Spettri di Marx, indica la permanenza nel presente di istanze passate che sono fonte di interesse e indagine per le generazioni più giovani".

Un atlante ecclettico composto da alcuni protagonisti di quegli anni come Francesca Alinovi, Giovanotti Mondani Meccanici, CCCP Fedeli alla linea, Pier Vittorio Tondelli, Movimento Bolidista, gruppo Valvoline, Massimo Osti, e la fucina creativa di WP Lavori in corso. La critica e ricercatrice al DAMS di Bologna Francesca Alinovi si recava spesso a New York, affascinata dalla sua vibrante cultura urbana e dagli interventi dei primi graffitisti. Collaborò con Keith Haring, Rammellzee, Kenny Scharf, artisti che portò alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna nella collettiva Arte di frontiera. New York Graffiti, di cui sarà presentato il video realizzato durante la mostra. Mostra inaugurata nel 1984, alcuni mesi dopo la sua tragica morte. Diversi anni prima, nel 1981, Alinovi aveva curato per la galleria Holly Solomon di New York la mostra "Italian Wave", presentando gli Enfatisti, artisti italiani vicini per attitudine alla New Wave americana.

La sua attitudine sperimentale fu determinante per la fondazione della galleria Neon, aperta nel 1981 in seguito all'incontro tra Gino Gianuizzi, Valeria Medica e Maurizio Vetrugno. Lo spazio no profit di via Solferino a Bologna divenne fin da subito un punto di riferimento per la giovane arte italiana, ospitando nel corso dei trent'anni successivi mostre di Maurizio Cattelan, Eva Marisaldi, Alessandro Pessoli, Tommaso Tozzi e Francesco Bernardi. Tanti erano gli artisti e i musicisti internazionali presenti a Bologna grazie alla sua vivace scena artistica e musicale, a festival come Electra 1. Per i Fantasmi del Futuro e a eventi annuali come la Settimana Internazionale della Performance, ideata da Renato Barilli in collaborazione con operatori del settore, dal 1977 al 1982. Alla Traumfabrik- casa occupata frequentata da musicisti, artisti e creativi- si formò il gruppo di ricerca video Grabinsky (Emanuele Angiuli, Renato de Maria, Walter Mameli), che con Stress Therapy, un montaggio in loop di immagini riprese dai TG dell'epoca, vinse il primo premio per la migliore produzione video al Festival del cinema di Torino nel 1982.

Oltre ai Grabinsky erano di casa alla Traumfabrik i Gaznevada, gli Stupid Set, Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Stefano Tamburini e molti altri. Della vivace scena di quegli anni presentiamo una selezione degli scatti fatti da Daniela Facchinato alle musiciste Lydia Lunch e Connie Burg, alla band inglese Bauhaus, all'artista Kenny Scharf, alla performer Ann Magnuson e a Stanley Zbigniew Strychacki, fondatore del Club 57 di New York. Se Francesca Alinovi già negli anni '80 scriveva dei futuri sviluppi delle telecomunicazioni, i Giovanotti Mondani Meccanici furono tra i pionieri in Italia nel creare performance multimediali e il primo fumetto realizzato a computer pubblicato sulla rivista "Frigidaire" nel 1984, impresa titanica per i computer del periodo. Le intuizioni cibernetiche del tempo futuro furono indagate dalla rivista milanese "Decoder" pubblicazione internazionale underground, che fin dai primi numeri si è dedicata all'osservazione dell'utilizzo sociale delle nuove tecnologie. Saranno presentati i computer-comics dei Giovanotti Mondani Meccanici, i primi numeri di "Decoder" e una storia a fumetti cibernetica di Nicola Corona.

Giovanni Lindo Ferretti aveva frequentato il DAMS di Bologna e la Traumfabrik - la Fabbrica dei Sogni, appartamento occupato nella centralissima via Clavature - prima di fondare a Berlino nel 1982, con Massimo Zamboni, i CCCP Fedeli alla linea, tra i gruppi musicali più influenti degli anni Ottanta. Autodefinitosi gruppo di "musica melodica emiliana" e di "punk filo-sovietico", i CCCP Fedeli alla linea iniziarono a suonare nelle piazze e nei centri sociali come il Tuwat di Carpi, in provincia di Modena, per terminare con l'ultima tournée internazionale in Russia nel 1990, e fondare i CSI alcuni anni dopo. Il loro primo album fu prodotto dalla Attack Punk Records, etichetta discografica che negli anni '80 pubblicò diversi album di gruppi punk rock come Rivolta dell'Odio, Tampax, Raptus e Disciplinatha. Saranno esposte le fotografie scattate ai CCCP da Luigi Ghirri, tra i più importanti fotografi italiani, accanto ai vinili e alle fanzine di Attack Punk Records, locandine del Tuwat e il libro Babilonia. Nostalgia di muri di Andrea Chiesi.

Lo scrittore di Correggio Pier Vittorio Tondelli si era laureato al DAMS di Bologna dove si era stabilito dopo la fine degli studi. Nonostante i tanti viaggi in Europa e i trasferimenti a Firenze e Milano, aveva sempre mantenuto stretti legami con la città. Fu un autore significativo, tra i primi a contaminare il racconto autobiografico con la forma saggistica e del reportage giornalistico, a unire il mondo del clubbing con l'analisi sociologica, nella migliore tradizione anglosassone dei Cultural Studies. Fu anche il primo a intervistare i CCCP Fedeli alla linea sulle pagine de "L'Espresso" nel novembre del 1984. Dello scrittore saranno presentate le prime edizioni di Altri libertini e di Un weekend postmoderno e un testo inedito per una collaborazione con i Giovanotti Mondani Meccanic,.

Così come Francesca Alinovi aveva scritto il Manifesto dell'Enfatismo, un gruppo di neolaureati alla Facoltà di Architettura di Firenze, teorizzò e fondò a Palazzo Re Enzo di Bologna il 12 luglio 1986 il Movimento Bolidista, gruppo composto da Massimo Iosa Ghini e Maurizio Corrado di Zak Ark, Maurizio Castelvetro e Giovanni Tommaso Garattoni di Complotto Grafico, Stefano Giovannoni e Guido Venturini di King Kong, Pierangelo Caramia, Daniele Cariani, Dante Donegani ed Ernesto Spicciolato di Elettra, Fabrizio Galli e Anna Perico di Memory Hotel Studio, Massimo Mariani, Giusi Mastro, Roberto Semprini, Bepi Maggiori. Ogniuno con la propria cifra stilistica disegnavano oggetti di design basati su suggestioni formali derivate dallo streamline americano e dall'architettura degli anni Trenta riproposta in chiave postmoderna, dove il dinamismo della civiltà delle macchine era sostituito dalla fase "elettronica", caratterizzata dall'accelerazione delle tecnologie dell'informazione, preconizzando, con la visione fluidodinamica del mondo l'avvento dell'immaterialità di Internet.

È stato un movimento multidisciplinare, che ha teorizzato la Città Fluida con grande anticipo rispetto al filosofo Zygmunt Bauman, che farà uscire Modernità liquida solo nel 2000. Saranno esposti i manifesti da loro scritti, oggetti e memorabilia tra cui la sedia Born in flames di Giovanni Tommaso Garattoni, il tavolo Andalu Andalu di Maurizio Corrado, e disegni di Massimo Iosa Ghini. Con il gruppo Valvoline - composto da Lorenzo Mattotti, Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort, Marcello Jori, Jerry Kramsky, Massimo Mattioli e Charles Burns - che si incontrano a Bologna nel 1983, il disegno diventa il linguaggio che crea cortocircuiti con la pittura e il fumetto. Le loro prime storie a fumetti apparvero in quello stesso anno sulle pagine della rivista mensile "Alter Alter", diretta da Oreste Del Buono e furono subito amate da Pier Vittorio Tondelli, da studiosi come Renato Barilli, Roberto Daolio, Antonio Faeti, Francesca Alinovi, Mariuccia Casadio e Daniele Barbieri.

Oltre a "Frigidaire" pubblicarono su "Metal Hurlant", "L'Eternauta" e su numerose pubblicazioni internazionali. "Le riviste, e tra queste vorrei ricordare Westuff, I-D, Manipulator, Frigidaire, The Face - afferma la curatrice della mostra - erano a quel tempo laboratori iconografici in grado di definire una nuova iconografia, trasformando il design da linguaggio, ai più invisibile, a codice universale di creazione di immaginari". Il gruppo Valvoline fu invitato da Anna Piaggi - tra le più estrose e originali giornaliste di costume internazionali - a illustrare servizi di moda per "Vanity", trasformando il fashion shooting in disegno di moda. Nel luglio 1984 la rivista aveva affidato solo alcune immagini di moda ai membri del gruppo Valvoline, ma nei numeri successivi furono realizzati a fumetti pressoché tutti i servizi di moda. In mostra saranno raccolti disegni di Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Massimo Iosa Ghini, Marcello Jori.

In quegli stessi anni Massimo Osti, nato a Bologna nella metà degli anni '40, di formazione graphic designer, contamina il mondo della grafica e dell'arte con quello della moda. Utilizza T-shirt come se fossero supporti per disegni e serigrafie, con il brand Chester Perry, nome che rende omaggio alla striscia a fumetti pubblicata su "Linus", ambientata nell'ufficio acquisti di una ditta americana chiamata appunto Chester Perry. È un indizio della sua vicinanza con il mondo del fumetto, collabora con Andrea Pazienza quando la Volvo nel 1984 gli commissiona l'ideazione di tute da lavoro. Il marchio Chester Perry fu in seguito trasformato in C.P. Company e divenne fin da subito una label caratterizzata da un know-how speciale, legato a processi di stampa e tintura innovativi, a invenzioni sui materiali e sugli elementi strutturali. Nel 1987 Osti fu invitato a presentare la sua ultima collezione a Berlino Ovest, in occasione delle celebrazioni del 750° anniversario della fondazione della città di Berlino e il 150° anniversario della nascita dell'industria tessile.

Decise di far indossare i suoi abiti a performer invece che a modelli professionisti. Un ulteriore esempio della sua volontà nel reinventare i codici stilistici nel mondo moda, che lui ha formulato nell'invenzione dello sportswear e dell'urbanwear, pur essendo, come ha scritto il padre della fantascienza cyberpunk William Gibson "il più grande disegnatore di moda maschile meno conosciuto dal consumatore medio" nella prefazione del libro Ideas from Massimo Osti. Parte del suo archivio è ospitato nel China Design Museum di Zhejiang. Diversi progetti di Massimo Osti mostreranno l'unicità del suo percorso creativo, tra questi la collaborazione con la Rainforest Foundation, fondata tra gli altri, da Sting, la pubblicazione del "C.P. Company Magazine", nel 1984 in italiano, inglese, giapponese e distribuito nelle edicole, il vinile e alcuni frame della performance/sfilata City Sound BERLIN presentata al Reichstag di Berlino, l'uniforme da lavoro per la Volvo, la sponsorizzazione dell'auto elettrica da corsa, progettata dall'architetto Paolo Pasquini nel 1987.

La comunicazione di moda e la pubblicità sono invece reinventate attraverso il fumetto da WP Lavori in Corso che nel 1982 inizia a importare in Italia marchi d'abbigliamento ora popolari, ma che in quegli anni erano pressoché sconosciuti come Avirex, Paraboot, Vans, facendo disegnare diversi suoi house organ all'agenzia di pubblicità A.G.O. (Alcuni Giovani Occidentali), fucina creativa che raccoglieva i più significativi illustratori e designer italiani. Esperienza dirompente che vede nelle pagine disegnate tra il 1986 e il 1988 da Massimo Iosa Ghini, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori e Filippo Scozzari un nuovo modo di fare ricerca, grazie a interlocutori illuminati come i fondatori di Wp Lavori in Corso, Giuseppe e sua figlia Cristina Calori. W.P. Lavori in Corso, è oggi un gruppo internazionale, la cui mission è la ricerca, distribuzione e licenza dei migliori brand originali provenienti da tutto il mondo. W.P. è proprietario dei marchi Baracuta, B.D. Baggies. e Avon Celli, ed è inoltre distributore in esclusiva dei brand Barbour, Blundstone, Deus ex Machina, C.T. Plage e Palladium.

La rete di vendita di W.P. Lavori in Corso comprende 3 Barbour Store, 1 Baracuta Store, 8 WP Store. Saranno presentati alcuni cataloghi realizzati da A.G.O, i quadri di Marcello Jori e Massimo Iosa Ghini per WP, mentre un quadro di Filippo Scozzari sarà esposto nel WP Store a Bologna. Nell'ambito del costume invece, a partire dalla fine degli anni Ottanta ad alimentare la scena underground prima italiana poi internazionale è Slam Jam. Fondata da Luca Benini nel 1989 a Ferrara, Slam Jam nasce distribuendo marche al tempo poco conosciute come Stussy e promuovendo esperienze provenienti dalle diverse scene underground, quando termini come streetwear non erano stati ancora coniati. Nel corso del tempo Slam Jam ha connesso linguaggi eterogenei come moda, musica, arte e clubbing. Realtà eclettica, si è evoluta diventando anche piattaforma culturale pur mantenendo viva la propria natura, sempre attenta a intercettare e connettere attitudini urbane affini al suo DNA. Slam Jam continua ancora oggi a sostenere eventi culturali vicini al suo percorso di ricerca come Dilettanti Geniali. Sperimentazioni artistiche degli anni Ottanta. (Comunicato stampa)

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Tommaso Bonaventura
100 marchi - Berlino 2019

Presentazione




Opere di Isabella Ducrot e Claire de Virieu Isabella Ducrot | Claire de Virieu
termina il 18 gennaio 2020
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

In mostra, a cura di Nora Iosia e Daina Maja Titonel, un corpus di opere di recente produzione che sorge come un dialogo tradotto visivamente tramite il mezzo fotografico di Claire de Virieu e i pigmenti su carte di Isabella Ducrot. Non si tratta di uno spazio intimo e di intesa bensì di un teatro che mette in scena due narrazioni visive apparentemente consonanti tra loro per il tema comune, i vasi e le nature morte, che invece sorprendono lo spettatore per la forza della loro dinamica dissonante, quasi un contrappunto dove i temi si rincorrono senza quiete. I vasi della Ducrot hanno un che di irriverente rispetto allo sguardo: gli oggetti irrompono nello spazio che ha il sapore effimero di un luogo "fuori luogo" senza alcuna indicazione, se non talvolta un accenno ad un tovagliato a quadretti o delle onde marine, come se la loro ragione d'essere fosse definitivamente assoggettata alla loro stessa bellezza: "Il loro modo d'essere riguarda il loro apparire.

Non sono 'natura' ma tutto artificio. L'artista che rappresenta i vasi deve averli visti come 'vivi' nel senso di 'belli a vedere', per questo li ha dipinti o fotografati." (Isabella Ducrot) La tracotanza della loro solitaria bellezza in qualche caso si disfa arrendendosi a una inevitabile dispersione nello spazio di ciò che essi contengono, perché sono dei contenitori. Il loro contenuto, in una sorta di ribellione, evapora e sfugge alla forma, alla categoria della rotondità per disperdersi in un gioco di nuove forme. Le photogrammes di Claire de Virieu tengono a freno la bellezza assoluta dei loro vasi, liberano lo sguardo dalla superficie e dirigono l'occhio oltre la forma visibile. Sembrano infatti voler superare il limite dello spazio e del tempo, tra contenuto e contenitore, tra ciò che appare (il fenomeno) e ciò che è, risolvendo così in un gioco imprevedibile di luci e di ombre, di bianchi e di neri, l'eterna battaglia tra forma e sostanza, tra ciò che l'occhio vede e ciò che l'immaginazione prevede o desidera.

I suoi vasi, che svelano un contenuto non arreso al disfacimento, quasi a resistere a quell'estremo passaggio dove la forma si arrende, possiedono tutta la forza e la risonanza di una imprevedibile vitalità: "Nella camera oscura, senza pellicola e senza macchina, l'atto del fotografo forma direttamente la materia: giochi d'ombra e di luce, libertà di accogliere e di modellare più o meno l'una, più o meno l'altra. È grazie alla loro perpetua lotta che sorge l'immagine. Le mani del fotografo agiscono sulle trasparenze luminose disposte sulla superficie sensibile, ma senza i contorni definiti l'immagine non può che rispondere come una eco al suo desiderio..." (Claire de Virieu)

Isabella Ducrot (Napoli, 1931) nei molteplici viaggi in Oriente sviluppa un particolare interesse per i prodotti tessili di questi paesi; da qui parte un percorso di ricerca artistica che prevede l'uso di materiale tessile per la realizzazione delle opere. I soggetti fotografici più amati da Claire de Virieu (Parigi, 1948) sono la natura e i paesaggi. Ha pubblicato diversi libri con Pierre Bergé, Marc Augé, Hubert de Givenchy, etc. Negli ultimi vent'anni questi lavori sono stati esposti in varie mostre. Recentemente si è riavvicinata alla fotografia in bianco e nero, creando paesaggi immaginari di ispirazione giapponese e una serie di foto astratte. Oggi Claire de Virieu è tornata nella sua camera oscura in Borgogna per creare "photogrammes": un lavoro in contatto diretto con la materia fotografica, senza macchina e senza pellicola. Tutti i fiori e le foglie che utilizza e che animano i suoi fotogrammi vengono dal suo giardino, che, oltre ad essere la sua seconda passione, è anche la sua più grande fonte di ispirazione. (Comunicato stampa)




Festival Fotografia Zero Pixel
Eureka!


termina il 14 dicembre 2019
Biblioteca Statale Stelio Crise - Trieste

Sesta edizione del festival dedicato alla fotografia chimica - promosso da Acquamarina Associazione Culturale - e inaugurazione della mostra Eureka! allestita negli ambienti espositivi del primo piano della Biblioteca. Il tema di quest'edizione del festival si ispira alla genialità e a Leonardo da Vinci e, con il bollino ProESOF 2020, si collega alla più rilevante manifestazione europea focalizzata sul dibattito tra scienza, tecnologia, società e politica che si terrà a Trieste il prossimo anno. La collettiva mette in mostra ben 32 sguardi di fotografi noti del Friuli Venezia Giulia, delle regioni limitrofe ma anche della Germania, Austria, Slovenia e Croazia. Le opere, per la maggior parte create esclusivamente per il festival, formano un percorso sulla genialità, su Leonardo da Vinci e su quanto ha fatto esclamare agli uomini quell'Eureka! di meraviglia, di sorpresa, di scoperta per aver ottenuto qualcosa nuovo, di esclusivo... di geniale.

La Biblioteca Statale Stelio Crise arricchisce la mostra con l'esposizione della riproduzione facsimilare in edizione pregiata del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, il cui originale è conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Si tratta della più vasta raccolta di scritti, disegni, studi, calcoli matematici e riflessioni del genio leonardesco, realizzati tra il 1473 circa e il 1518 e riguardanti ambiti disciplinari eterogenei, come la matematica, l'architettura, l'ingegneria, l'anatomia, l'astronomia, l'arte, la cucina ecc. Saranno visibili alcuni disegni e scritti presenti nel Codex dedicati allo studio dell'occhio umano, della luce e, in particolare, alla tecnica della camera oscura, pensata da Leonardo a supporto del disegno e che fu il primo passo verso la fotografia. Il Codex Atlanticus fa parte della collezione di pregio della Biblioteca Statale. L'Istituto ha accresciuto la serie di riproduzioni dei codici di Leonardo, editi dalla Trec, con la recente acquisizione dei Disegni 1470-1519 e del Codice Arundel, per un totale di dodici volumi. Questa preziosa raccolta, che comprende anche i Quaderni di anatomia e i codici Trivulziano, A e Leicester, è a disposizione degli utenti per la consultazione in sede. (Comunicato stampa)




Dipinto di Luisa Fontalba denominato Armonia di Luce Scultura di Luisa Fontalba denominata Lune Luisa Fontalba: "Le cinque lune"
termina il 14 dicembre 2019
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Luisa Fontalba affolla lo spazio della Galleria Cortina esprimendosi su più livelli: da quello scultoreo a quello pittorico, convogliando questa versatilità anche nella produzione di manufatti di moda e design. Le opere pittoriche hanno un ruolo forse più secondario rispetto alla scultura ma sono esse stesse a tenere ben aperto un dialogo fra le due. Il fremito palpitante del colori che fuggono gli uni dagli altri alla ricerca di una legittimazione individuale crea uno sfondo perfetto per la pacata voce dei viluppi scultorei. Le opere plastiche dai gioielli alle produzioni più massicce posseggono una rara sorta di respiro sospeso; il movimento di questi vortici, nel medesimo tempo voluttuosi e pudici, sembra come congelato nel tempo: un eterno roteare ed intrecciarsi di cui è possibile cogliere soltanto un frammento e nulla di più. La linea curva, che è la linea degli oggetti e degli esseri della natura, raccoglie più luce di una a retta creando al contempo giochi di pieni e di vuoti. Seguiamo allora le linee curve delle sue sculture (Le cinque lune, Volare insieme) e degli anelli (Volo, Abbraccio di luna) che ci raccontano una storia personale, in quanto di Luisa Fontalba, ma anche cosmica e in questo è una storia di tutti noi. (Felice Bonalumi - curatore della mostra)




Tommaso Bonaventura
100 marchi - Berlino 2019


30 ottobre 2019 - 06 gennaio 2020
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino

09 novembre 2019 - 26 gennaio 2020
Fondazione Museo storico del Trentino di Trento

18 gennaio 2020 - 22 marzo 2020
CRAF - Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia - San Vito al Tagliamento

Progetto artistico del fotografo Tommaso Bonaventura, sviluppato in collaborazione con la curatrice Elisa Del Prete, in occasione dei 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989). La mostra propone il racconto del Begrüssungsgeld, il contante di benvenuto che dal 1970 al dicembre 1989 i cittadini della DDR ricevevano quando entravano nella Germania Ovest per la prima volta. Questa vicenda offre uno spunto per interrogarsi su un cambiamento epocale a partire da un punto di osservazione che privilegia le storie private e familiari, restituendole attraverso un duplice racconto: fotografico e video.

La mostra è frutto di una collaborazione tra diverse istituzioni e si articola in più sedi. La semplice domanda «Ricordi come hai speso il tuo Begrüssungsgeld?» posta a un campione di tedeschi della ex DDR di generazioni differenti, intervistati nel corso del 2018 e 2019, ha rappresentato il punto di partenza per un viaggio nella memoria, oggi ancora poco condivisa, di queste persone che hanno vissuto un cambiamento totale, sia da un punto di vista materiale, lavorativo, sociale ed economico, sia politico. Se la caduta del muro di Berlino ha posto le basi per un nuovo assetto politico e geografico mondiale segnando la fine della Guerra Fredda, la riunificazione tra Germania Est e Germania Ovest rimane ancora oggi un fenomeno complesso e poco discusso nei suoi aspetti più profondi. Spesso risolto in modo semplicistico come il coronamento di uno scontato desiderio di libertà, il superamento del confine fisico che simbolicamente coincide con l'abbattimento del muro porta inevitabilmente con sé la necessità di superare anche un confine ideologico.

Il 9 novembre 1989 non cade soltanto il muro di Berlino ma cambia un intero paese: la parte che si ricongiunge alle sue origini subisce una inevitabile metamorfosi e svaniscono rapidamente un modo di vivere, di pensare, di comportarsi, di vestire, di spendere. In tempi brevissimi la Repubblica Democratica Tedesca è rimossa dall'immaginario e dalla memoria. Quasi 17 milioni di persone si trovano di colpo immerse in un nuovo stile di vita, dove non valgono più le regole apprese fino ad allora. La trasformazione è repentina. Nelle politiche governative e nella vita quotidiana delle persone si afferma il nuovo alfabeto dell'Ovest, i suoi colori, i suoi odori, le sue politiche economiche e sociali, e quelle che erano due comunità distinte si trovano a convivere.

Commenta Tommaso Bonaventura: "Mi interessava aprire un dialogo con persone, spesso della mia generazione, che hanno vissuto all'improvviso una trasformazione cosi radicale delle loro vite, che hanno dovuto reinventarsi una nuova esistenza con nuovi codici, nuove regole, che avevano spesso lottato contro la dittatura nel loro paese, ma che non pensavano di vederlo scomparire da un giorno all'altro". L'esito della ricerca sarà un racconto fotografico che, intrecciandosi alla narrazione di queste biografie, si propone di restituire una Berlino contemporanea fatta di volti, luoghi e storie non scontati, rimasta simbolo di uno degli eventi più significativi della storia recente, ancora viva e presente nel tessuto cittadino, urbano e sociale. La ricerca si è infatti focalizzata su Berlino quale emblema di questo cambiamento, ma anche città in cui la presenza fisica e "mentale" del muro, che ha segnato così fortemente l'esperienza delle persone, in qualche modo permane.

In tal senso la mostra - afferma Elisa Del Prete - è un progetto che apre uno sguardo anche sul contesto sociopolitico attuale con l'avvicendarsi di nuove ideologie e il difficile collaudo dei processi di assorbimento e integrazione tra comunità. Non si tratta qui di raccontare la Storia o trarne conclusioni, ma di posizionarsi prima, anzi dentro, di restarvi immersi cercando di buttare fuori ciò che è estraibile. In tal senso la fotografia è preziosa perché va a dire e costruire nuove fonti dirette per la storia contemporanea e in particolare per quella storia materiale che si trova ai margini della Grande Storia. (Comunicato stampa)

  Il Muro trent'anni dopo | Rassegna cinematografica
08 ottobre - 17 dicembre 2019
Goethe-Institut Palermo
Presentazione

Dalla parte del perdente - Eine Geschichte im Fluß der Erinnerungen
Romanzo di Nidia Robba

Recensione

Dialogo di Nidia Robba con Arminio il Condottiero di Teutoburgo

Articoli di Ninni Radicini sulla Germania





Opera di Carlo Ferrari denominata Grande Iceberg 2 realizzata nel 2018 in olio su dibond di cm.70x70 Opera di Carlo Ferrari denominata Ultimo Ghiaccio in blu realizzata nel 2018 in olio su tela di cm.70x70 Carlo Ferrari: "L'ultimo ghiaccio"
termina lo 08 dicembre 2019
Galleria Parmeggiani - Reggio Emilia
www.carloferraripittore.it

"L'ultimo ghiaccio" diventa opera d'arte. Carlo Ferrari festeggia cinquant'anni di pittura con una mostra dedicata ad iceberg e paesaggi polari, ultimi baluardi di uno scenario naturale che stiamo progressivamente perdendo. Noto per i papaveri rossi, dipinti per velature successive, Ferrari presenta alla Galleria Parmeggiani una nuova serie pittorica, esito di un percorso condotto con grande libertà attraverso i colori e i materiali, con lo sguardo proteso al contemporaneo e alla società in cui viviamo. Del resto per l'artista il legame con l'attualità non è mai stato secondario, anche nel momento in cui esso era perseguito attraverso sovrapposizioni semantiche e trasferimenti di significato.

Come scrive la curatrice Chiara Serri, «Certamente Ferrari non è il primo artista che realizza un dipinto il cui contenuto evoca scenari glaciali (pensiamo a "Il mare di ghiaccio" di Caspar David Friedrich, agli iceberg dello statunitense Frederic Edwin Church, o ancora alle esperienze dell'Iperrealismo), ma le sue opere presentano un carattere di interessante originalità: la massa di ghiaccio è estrapolata dal contesto, quasi fosse l'ultimo baluardo di uno scenario naturale che stiamo progressivamente perdendo. Il fondo uniforme - che esso sia nero così come era per i papaveri, oppure bianco o blu cobalto - rende, infatti, l'immagine onirica e surreale. La tecnica minuziosa ritrae il dato naturale, esito di un'approfondita ricerca iconografica. Il fondo lo rende sospeso. Perdiamo ogni coordinata spazio-temporale e ci chiediamo se quel blocco di ghiaccio esista realmente o sia piuttosto lascito di una memoria condivisa o, ancora, dell'immaginazione dell'autore. nDipingere il ghiaccio corrisponde a preservarne eterna memoria. La pittura ad olio rende immortale, o presunto tale, ciò che è fragile e corruttibile, interpretando il desiderio dell'artista di tutelare non tanto il proprio presente, quanto il futuro delle generazioni a venire».

Il percorso espositivo è completato da un rapido excursus attraverso la produzione del passato, dai lavori degli anni Settanta, in cui l'uomo era al centro della scena con il suo carico di dolori e fatiche, alle opere realizzate a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, in cui la figura umana scompare definitivamente ed è sostituita da petali ricolmi di luce. Catturata dalla bellezza dei papaveri, l'attenzione dello spettatore si concentra successivamente sulle simbologie sottese al fiore, memoria del sangue versato sui campi di battaglia, ma anche metafora di resistenza e rigenerazione.

Carlo Ferrari (Massenzatico di Reggio Emilia, 1946), di padre svizzero e madre italiana, da adolescente vive per lunghi periodi a Zurigo, città fondamentale per la sua formazione culturale. Ritornato in Italia, termina gli studi e comincia a frequentare stimati pittori e scultori, approfondendo la tecnica del colore ad olio e, in particolare, la velatura. Nel 1968 apre un atelier a Reggio Emilia, iniziando così una lunga avventura di studio e di pittura che lo porta a spaziare dal paesaggio fiammingo, a Rubens, Turner, Poussin e Caravaggio. Negli anni Novanta inizia a dipingere i fiori, in particolare i papaveri, per i quali oggi è riconosciuto. Nel 2001 inizia una fruttuosa collaborazione con la Galleria Forni di Bologna. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Particolare dell'autoritratto Antonio Badile utilizzato per la presentazione della notizia Donato ai Musei Civici di Verona l'Autoritratto del 1552 dell'artista Antonio Badile

Un particolare dipinto raffigurante, uno degli artisti più significativi del Cinquecento veronese, maestro di Paolo Caliari detto 'Il Veronese'. L'opera, posta appositamente di fronte al dipinto 'Pala Bevilacqua-Lazise' di Paolo Caliari, è da oggi visibile al pubblico nella sala Tintoretto-Veronese. Uno spazio espositivo che avrà a breve un intervento di valorizzazione, perché contiene i capolavori più rappresentantivi del nostro Cinquecento.

Artista autorevole e poliedrico, Antonio Badile, scomparso a soli 42 anni nel 1560, ha guidato la bottega secolare di famiglia, attiva dal XIV al XVII secolo, nel passaggio artistico dal classicismo d'inizio Cinquecento ad una più colta e complessa tecnica pittorica, di cui l'allievo Veronese sarà uno dei massimi esponenti. L'Autoritratto, firmato e datato 1552, è evidentemente ambientato nello studio del pittore. Dalla finestra posta alle sue spalle si apre una veduta su una piazza e un incrocio tra le vie del centro cittadino. In primo piano, appoggiati sul tavolo accanto al biglietto che Badile tiene nella mano destra, si vedono rappresentati i simboli che caratterizzano le diverse competenze dell'artista: il bulino, che si collega alla sua attività di incisore, in cui si era specializzato il padre Girolamo; le penne e il calamaio, a quella di disegnatore. Sempre sul tavolo è ben visibile l'album in primo piano dove Badile raccoglieva studi e testimonianze grafiche, anche dei suoi antenati o di ammirati colleghi.

Nel Seicento il libro di disegni faceva parte della collezione veronese del conte Ludovico Moscardo, ma in seguito fu smembrato. I suoi fogli arricchiscono oggi le collezioni dei più prestigiosi musei del mondo. Nella seconda metà del XVIII secolo, il dipinto si trovava a Bologna nella principesca collezione del marchese Filippo Ercolani. Nel secolo successivo giunse in Inghilterra, dove è documentato in varie raccolte private, tra le quali quella di Robert Stayner Holford a Dorchester House (Londra). Messo all'asta a Sotheby's nel 1969, tornò in una collezione privata veronese e nel 1988 fu esposto a Castelvecchio alla mostra dedicata a Paolo Veronese. Oggi, con la donazione De Stefani, il quadro entra a far parte delle collezioni civiche veronesi. (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Arman nella locandina di presentazione della mostra Arman
termina lo 06 dicembre 2019
Tornabuoni Arte - Milano

Arman, uno degli esponenti più noti e apprezzati del Nouveau Réalisme, le cui opere, connotate da una forte valenza ambientale, sono forse più attuali ora di quanto non lo fossero all'epoca della loro creazione. Un'esposizione monografica, che sceglie di seguire tutta la produzione dell'artista, dai primi anni '50 in poi. Le opere selezionate puntano a dare un'idea a tutto tondo della poetica di Arman, il quale osservava la realtà dal suo lato industriale e urbano, mettendone in evidenza tutte le contraddizioni possibili. Punto di partenza sono le Accumulations del 1953 per arrivare agli Strumenti musicali sezionati, in un percorso che si pone in perfetta sintonia con la società contemporanea. Arman credeva fermamente nel principio di accumulazione, e le sue scatole di vetro riempite con immondizia (polvere, fili, scatole di formaggio etc.) riportano i visitatori ai problemi ambientali di tutti i giorni, in primis l'emergenza rifiuti.

Con un intento irriverente e provocatorio, gli accumuli di Arman possono sembrare confusionari, ma a una visione più attenta mostrano di essere un insieme perfettamente controllato, frutto della costruzione dello sguardo. "Nell'accumulo Arman cerca di cogliere l'essenza e dare una misura a quanto lo circonda" evidenzia la storica dell'arte Rachele Ferrario nel testo introduttivo al catalogo. In Arman l'idea di accumulazione si fa tanto più controllata quanto più si assiste alla sua crescita artistica. Da insiemi di oggetti di varia natura egli passa, successivamente, ad accatastare oggetti tra loro identici, differenziati solo da un minimo particolare. "I telefoni, i tappi, i tubetti di colore si differenziano uno dall'altro per una variazione, un dettaglio o inclinazione minimi e per questo le suppellettili, amate, e gli elenchi sono condannati a restare eterogenei e mai dati una volta per tutte" continua Rachele Ferrario.

E aggiunge: "Pensare di razionalizzare il mondo in una lista 'di bellezze diverse' ha qualcosa di folle, ha a che fare con il desiderio di alterazione della materia. Ma è una caratteristica insita nello spirito della società del secolo scorso da cui nasceranno i mass media, con le vetrine che hanno ispirato poeti, filosofi e artisti da de Chirico ai surrealisti, al Neo-Dada e alla Pop". La poetica di Arman ha quindi uno sviluppo binario nel tempo. Se da una parte troviamo le Accumulations, dall'altra troviamo esposto in mostra anche l'altro suo cavallo di battaglia: le frammentazioni. Una scelta azzardata, che va a porsi un po' in contrapposizione con l'idea di accumulo. Sarà lo stesso Arman a dare però una spiegazione in merito, dicendo: "Credo che nel desiderio di accumulare sia insito un bisogno di sicurezza, mentre nel distruggere e tagliare vi sia la volontà di fermare il tempo". Un'idea di materialismo e cristallizzazione, quindi, che si sviluppa in binari paralleli all'interno della stessa mostra. Un aspetto non esclude l'altro, e anzi possono essere considerati complementari nella vita di tutti i giorni. Due facce della stessa medaglia, che permettono allo spettatore di aprire gli occhi sulla società contemporanea, in un percorso di riflessione e di presa di coscienza. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Guy Harloff denominata Je voudrais voir mon coeur... (i disegni dopo l'infarto) realizzata nel 1975 con un collage e inchiostri su carta di cm.21x22 nella Collezione pri Opera di Guy Harloff denominata La lettre E realizzata nel 1972 con un collage e inchiostri su carta di cm.37x27,2 - Collezione privata Guy Harloff (1933-1991). Alchimie e sinestesie
termina lo 05 dicembre 2019
Centro Culturale di Milano

Simbolismo, filosofia ed esoterismo, ma anche arte, musica e cinematografia: tutto questo compone il multiforme universo del poliedrico artista Guy Harloff. Il percorso espositivo, curato da Serena Redaelli offre al pubblico oltre quaranta opere su carta realizzate dalla metà degli anni Cinquanta fino a tutti gli anni Ottanta, in dialogo con i più stimolanti temi culturali e artistici coltivati da Guy Harloff a testimonianza dell'evoluzione della sua complessa quanto inconfondibile poetica, espressa in un trentennio attorno ad alcuni soggetti prediletti: i mandala, le lettere dell'alfabeto, i vascelli del Grande Viaggio, i libri della conoscenza, gli ampi tappeti persiani, il cuore, l'Albero della Vita, l'alchemica Voie Royale, accompagnati da locuzioni, scritte e datazioni volte a rafforzarne il profondo messaggio.

Avvicinatosi alla Beat Generation, il "mite gigante, pittore e alchimista" - come lo definì Dino Buzzati - si dedica alla pittura, tra collage e chine colorate che, all'insegna dell'accumulazione neo-barocca di segni, seguono un'ispirazione simbolica da miniaturista moderno, giocata sull'ibridazione surreal-simbolista e neo-dadaista con l'allegoria ebraica, orientale. Per una più completa comprensione del "pianeta" Harloff, la mostra propone inoltre fotografie di Roberto Masotti, importanti ritrovamenti dall'Archivio Lelli e Masotti che ritraggono l'artista sul suo galeone a Chioggia e in occasione dell'apertura della personale alla Permanente di Milano, quando l'amico sassofonista e compositore Ornette Coleman, con la sua band, allestisce un memorabile concerto jazz.

E ancora si possono ammirare cover di dischi jazz disegnate da Harloff, foto documentarie, libri e cataloghi particolarmente rari, un prezioso esemplare di tappeto caucasico (courtesy Mirco Cattai FineArt&AntiqueRugs, Milano), a confronto con i Tapis harloffiani, ed una serie di riletture pittoriche dell'opera di Guy Harloff realizzate dalla giovane artista Linda Caracciolo Borra, in arte Linda Orbac. L'esposizione prevede, infine, la proiezione di due cortometraggi realizzati da Harloff, appassionato cinefilo, finora rimasti inediti e concepiti dall'autore come integrazione della sua produzione pittorica. Inoltre, in occasione dell'inaugurazione il quintetto Jazz Rain, accompagnato dalla voce di Sania Gargano, propone un ricercato repertorio jazz anni Cinquanta e Sessanta per rievocare l'atmosfera dello straordinario concerto milanese dedicato ad Harloff dall'amico Coleman nel 1974.

L'anima da apolide, la vastità degli interessi, gli spostamenti ininterrotti hanno infatti portato Guy Harloff a studiare il mondo del jazz, del cinema, della filosofia - è stato cultore di alchimia, tantra, sufismo e cabala ebraica - della letteratura e della critica d'arte, e ad avvicinarsi ad esponenti del grande collezionismo e dell'arte internazionale, come Peggy Guggenheim, Philip Martin, Alberto Giacometti, Francis Bacon. Tra le sue amicizie si ricordano i musicisti Ornette Coleman e Charles Mingus, gli scrittori Giovanni Arpino ed Henry Miller, il poeta Alain Jouffroy, lo storico dell'arte Franco Russoli, il curatore Harald Szeemann e i critici Michel Tapié e Patrick Waldberg, oltre alle collaborazioni con l'attore Vittorio De Sica e l'artista Arsenije Jovanovic. L'attuale esposizione al Centro Culturale di Milano, che segue le recenti mostre milanesi alla Galleria San Barnaba del 2016 e alla Galleria Anna Maria Consadori del 2018, prosegue quindi il progetto di riscoperta dell'articolata figura dell'artista-filosofo di fama negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Accompagna la mostra un approfondito catalogo con testimonianze inedite e curiosità sulla vita e la produzione dell'artista.

Guy Harloff (1933-1991) viaggia per l'Europa con i genitori. Trascorre l'adolescenza a Parigi e, ribelle e pieno di rabbia, appena adolescente abbandona la famiglia e gli studi, e nel 1950 si trasferisce a Roma dove lavora al Centro Sperimentale Cinematografico. Inizia a disegnare nei primi anni Cinquanta, avvicinandosi al surrealismo ed eseguendo i primi collages con materiali di recupero. È qui che entra in contatto con gli esponenti storici della Beat Generation e inizia a interessarsi alla musica jazz, di cui successivamente diviene un profondo cultore. Tra il 1959 e il 1960 la sua produzione artistica è sostenuta in Italia da Carlo Cardazzo e Arturo Schwarz. Nei primi anni Sessanta frequenta Milano e gli amici di Brera, Roberto Crippa e Lucio Fontana, e sottoscrive un contratto con Renzo Cortina. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta partecipa a svariate collettive e tiene numerose personali. Nel decennio successivo, dopo alcuni anni di viaggi negli Stati Uniti, torna in Italia, dove scompare prematuramente. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta Paesaggi
termina il 15 dicembre
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.







Opera di Marco Gastini denominata Miles realizzata nel 1981 in pitture, pergamena e stagno su tela di cm.147x2025 Opera di Angelo Savelli denominata Project realizzata nel 1982 in acrilico, nylon e cartoncino Alfabeti Pittorici
Opere scelte dagli anni '60 ad oggi


termina il 30 gennaio 2020
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Collettiva che permette di documentare, attraverso lo sguardo attento del collezionista, la complessa vicenda artistica passata e recente, avvalendosi di alfabeti, linguaggi e modalità prettamente estetiche e di forte impatto emotivo. A partire da una base comune (che funziona quasi come un primitivo DNA), materiali, colori, segni grafici, alfabeti si caratterizzano in tantissime varianti, grazie alla creatività dei diversi artisti presentati in questa mostra, come Jean Fautrier, Marco Gastini e Giorgio Milani. Nei lavori di Jean Fautrier (1898-1964), uno tra i principali interpreti dell'Informale - in esposizione è stato scelto di presentare un dipinto del 1957 - non si ritrovano figure, storie, composizioni geometriche o vivaci soluzioni cromatiche ma, protagonista dell'opera, diventa la materia: vitale e di grande energia evocativa; concrezioni spesse e rugose di colore, che si stagliano compatte su fondali amorfi.

La storia di Marco Gastini (1938-2018) - come quella di altri artisti presenti in questa mostra - è davvero infinita e ricca di esperienze importanti che hanno attraversato l'arte italiana e contemporanea. La sua opera s'interseca con pittura, scultura, materiali. La sapienza di Gastini è nel far sì che l'opera si dipani nello spazio e ne reinventi le tensioni che sottendono al volume architettonico, per cui la pittura che si tesse al suo interno non potrà che creare forti emozioni. Giorgio Milani (1946), artista che ha fatto invece della scrittura, del segno e dell'alfabeto il centro della sua ricerca, nonché una vera e propria identità artistica, è presente con due Sindoni di Gutenberg. Tecnicamente sono grandi teli di lino che, una volta posati su un Poetario (realizzato con 1867 fregi, cliché e caratteri tipografici di legno che simboleggiano il vasto patrimonio culturale dell'antico Occidente), vengono lavorati a spatola con un impasto di cera e colore ad olio. In queste opere l'immagine delle lettere si rivela in negativo: emergono acrome mentre ombre di colore tracciano le intercapedini. In esposizione anche opere di Giorgio Griffa, Herbert Hamak, Nunzio, Angelo Savelli. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Primo Levi con la scultura del gufo, copyright Mario Monge Primo Levi. Figure
termina il 26 gennaio 2020
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino

In occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Primo Levi la GAM di Torino in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, espone per la prima volta in Italia una selezione significativa dei lavori in filo metallico realizzati dal grande scrittore e intellettuale a cura di Fabio Levi e Guido Vaglio, con il progetto di allestimento di Gianfranco Cavaglià con la collaborazione di Anna Rita Bertorello. Si tratta di oggetti con un forte carattere intimo e domestico, destinati agli scaffali dello studio dello scrittore oppure a essere regalati agli amici più cari: non ci sono datazioni precise (risalgono indicativamente al periodo 1955/1975), né titoli attribuiti dall'autore. Il materiale utilizzato è generalmente il filo di rame: il suo lavoro di chimico specializzato nella smaltatura dei conduttori elettrici gli consentiva di disporre di scarti e materiali da saggio in quantità.

Come tali, dunque, sono trattati nella mostra: non come opere d'arte, ma come prodotti della fantasia e dell'abilità manuale di Levi: un gioco, nell'accezione più ampia e positiva del termine. Ciò che nulla toglie, come si vedrà, alla grazia e alla qualità dei manufatti; pensieri e suggestioni dell'autore prendono corpo in questi oggetti, nei quali la precisione scientifica del particolare si accompagna e si alterna a un piglio più impressionista. Gli animali sono la prima fonte di ispirazione, ma non mancano le creature fantastiche e la figura umana. Accostarsi a questi lavori consente di aprire una straordinaria finestra sul mondo di Levi: un mondo di competenze e di sensibilità molteplici e ricchissime, ben al di là dell'immagine univoca, più nota e diffusa, di testimone della persecuzione e della deportazione.

Ne emerge una figura ricca e complessa, nella quale convivono la formazione del chimico, una solida cultura letteraria classica, la passione per le lingue, le etimologie e i giochi di parole (il gioco è da lui considerato una delle attività primarie dell'uomo), l'alpinismo, il fantastico, l'ironia e l'umorismo, una curiosità aperta per le più recenti espressioni artistiche, un interesse vivo e competente per la matematica, la fisica, le scienze naturali. A fare da sfondo a tutto questo, vi è la grande importanza attribuita da Levi al lavoro, e al lavoro manuale in particolare, alla "mano artefice", perché - ci ricorda lo stesso Levi - imparare a fare una cosa è ben diverso dall'imparare una cosa.

La materialità degli oggetti da lui creati è esaltazione del lavoro libero e del confronto con la materia, perché comprendere la materia è comprendere il mondo, ma anche perché la Materia è "la grande antagonista dello Spirito". Rivendicare la nobiltà della tecnica è anche un modo per rifiutare - culturalmente, prima ancora che politicamente - i fondamenti dell'educazione fascista e l'imposizione del modello gentiliano subìta a scuola. A commento delle figure si è scelto di proporre con una certa libertà citazioni letterarie anziché puntuali didascalie. Sono parole tratte per lo più dall'opera di Levi e, in qualche caso, da alcuni dei suoi autori prediletti. Con il rischio di qualche arbitrarietà, naturalmente, ma con il conforto delle parole dello stesso Levi, quando afferma: "Non conosco noia maggiore di un curriculum di letture ordinato, e credo invece negli accostamenti impossibili".

La visione delle opere esposte, quindi, insieme con i documenti, le immagini e gli oggetti presentati nella vetrina centrale, potranno consentire al visitatore di costruirsi un'immagine più sfaccettata e completa di Primo Levi, di "entrare nel varco e dare uno sguardo all'ecosistema che alberga insospettato nelle mie viscere, saprofiti, uccelli diurni e notturni, rampicanti, farfalle, grilli e muffe". Il Centro Internazionale di Studi Primo Levi rivolge le sue attività di ricerca a tutti i lettori e studiosi dello scrittore torinese, presenti in ogni parte del mondo. Ha sede a Torino, la città dove Levi ha vissuto, e raccoglie le edizioni delle sue opere, le numerose traduzioni pubblicate in decine di lingue, la bibliografia critica e ogni forma di documentazione sulla sua figura e sulla ricezione dell'opera. Il Centro offre inoltre un sostegno alle ricerche degli studiosi e realizza proprie iniziative. (Comunicato stampa)




Willi Moegle - Untitled (2050, Porzellanfabrik Arzberg, design - Heinrich Löffelhardt) - 1960 22.6×16.2cm Willi Moegle: "Do not drop"
Chiasso, 05 ottobre - 08 dicembre 2019
www.rolla.info

In questa occasione la Fondazione Rolla si trasferisce a Chiasso nell'ambito di "In transito / Frequenze - Bi11 Crash". Per l'undicesima Biennale dell'immagine, "Bi11 Crash", sono state selezionate ventinove opere del fotografo tedesco Willi Moegle appartenenti alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. Le immagini scelte sono composizioni perfette di fragili porcellane che rappresentano i moderni prodotti industriali tedeschi realizzati negli anni '50 e '60 del XX secolo. In catalogo un testo di Enrico Minasso.

Dopo la Prima guerra mondiale, Willi Moegle (Stoccarda, 1897 - Leinfelden, 1989) con una borsa di studio della Bosch, si iscrive alla Scuola di arte applicata di Stoccarda per diventare grafico. Il suo insegnante più importante è Ernst Schneidler. In seguito lavora all'ufficio di Stato per la Conservazione e da autodidatta comincia a fotografare. Gli viene affidato il compito di documentare edifici storici, opere d'arte e manoscritti. Nel 1927 apre il suo primo studio e si afferma fotografando mobili in stile Bauhaus, porcellane e oggetti in vetro. Tra i suoi clienti si annoverano presto noti architetti, interior designer, grafici ed editori. Nel 1944 il suo studio viene bombardato, ma riesce a salvare l'archivio. Dopo la Seconda guerra mondiale con importanti contratti, ad esempio con la ditta Bauknecht, continuerà a documentare il design tedesco e la sua storia, tanto da essere considerato il principale rappresentante della fotografia di still life pubblicitario. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Sguardi: Omaggio a Leonardo | Opere fotografiche di Jitka Hanzlová
termina il 15 dicembre 2019
Museo della Certosa di Pavia
Presentazione

Eve Arnold
termina lo 08 dicembre 2019
Casa Museo Villa Bassi - Abano Terme (Padova)
Presentazione

Photology Air 2019/2020 | Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia
22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
Presentazione




Locandina della mostra Gradazioni di luce Gradazioni di luce
Geografie di sguardi tra storia e contemporaneità


termina il 19 gennaio 2020
Fondazione Dino Zoli - Forlì
www.fondazionedinozoli.com

Dopo il successo riscosso a Singapore, in occasione del Gran Premio di Formula 1, il progetto "Gradazioni di luce" approda alla Fondazione Dino Zoli, presentandosi nella sua interezza. La mostra, promossa da DZ Engineering e Fondazione Dino Zoli, è curata da Gigliola Foschi e Nadia Stefanel con opere realizzate per l'occasione da Alessandra Baldoni, Luca Gilli, Cosmo Laera, Luca Marianaccio, Lucrezia Roda e Pio Tarantini, sei fotografi italiani che si sono fatti portavoce nel mondo della cultura, della storia e della ricchezza dei luoghi che caratterizzano il nostro paese.

I sei autori - spiega Nadia Stefanel - sono stati invitati dalla DZ Engineering e dalla Fondazione Dino Zoli, punto di riferimento culturale di Dino Zoli Group, a fotografare dodici siti storici e contemporanei illuminati dalla DZ Engineering, da Castel del Monte e dal Mausoleo di Galla Placidia alle architetture del Polo chimico di Ferrara e del Mapei Stadium di Reggio Emilia. Un lavoro su commissione, volutamente affidato ad artisti appartenenti a diverse generazioni, che si è trasformato in "altro": ogni autore ha messo infatti in questi scatti la sua ricerca e la sua arte, offrendo lo spaccato di un Paese capace di guardare al futuro senza dimenticare la propria storia.

Dodici luoghi - aggiunge Gigliola Foschi - interpretati e narrati inseguendo una luce che svela e rivela, osservati nel tempo dilatato del crepuscolo, momento del cambiamento e dell'intimità, sospeso tra giorno e notte, tra una luce naturale in declino e una luce artificiale che avanza e crea nuove relazioni. Il percorso espositivo comprenderà anche numerosi pannelli esplicativi che illustreranno i siti di interesse sotto il profilo storico-artistico e architettonico, ma anche attraverso gli interventi e i progetti realizzati dalla DZ Engineering.

Ci auguriamo - concludono Monica Zoli e Roberto Grilli, rispettivamente Amministratore Unico e Direttore Generale della DZ Engineering - che la mostra sia in grado di suscitare l'interesse dei visitatori, dimostrando loro come l'illuminazione possa fare la differenza nella valorizzazione di diverse location, dalle cattedrali agli edifici storici, dagli stadi di calcio ai circuiti delle corse internazionali, dai porti alle aree industriali, alla vita. Nel corso della mostra saranno organizzate tre conversazioni con gli artisti, in programma il sabato pomeriggio alle ore 18.00: 16 novembre 2019, conversazione con Cosmo Laera e Pio Tarantini; 14 dicembre 2019, conversazione con Alessandra Baldoni e Luca Gilli; 11 gennaio 2020, conversazione con Luca Marianaccio e Lucrezia Roda. Una parte della mostra, ad aprile 2020, volerà in Vietnam, paese in cui la Formula 1 farà il suo esordio. Attraverso la sua controllata DZE Asia Pte Ltd, la DZ Engineering ha infatti recentemente acquisito la realizzazione dei Sistemi Elettronici per il circuito cittadino di Hanoi. (Estratto da comunicato stampa CSArt di Chiara Serri)




Opera di Giuseppe Uncini denominata Grande parete Studio Marconi MT 6 realizzata nel 1976, courtesy Fondazione Marconi Giuseppe Uncini
La conquista dell'ombra


termina il 21 dicembre 2019
Fondazione Marconi - Milano

Mostra dedicata al lavoro dell'artista marchigiano tra il 1968 e il 1977. Questo progetto espositivo in collaborazione con l'Archivio Uncini, a distanza di quattro anni dalla mostra del 2015 incentrata sul disegno, documenta l'evoluzione della lunga e approfondita indagine dell'artista sul tema delle ombre. Punto di partenza è la mostra, intitolata appunto Ombre, che ha luogo nel 1976 allo Studio Marconi e per la quale l'artista realizza Grande parete Studio Marconi MT 6, espressamente progettata per la galleria milanese. Quest'opera rientra nel periodo in cui Uncini decide di spostare la sua attenzione dalla "costruzione di oggetti" alla "costruzione dell'ombra", dalla forma reale dell'oggetto costruito, alla sua forma virtuale.

In questa nuova ottica egli trasforma ciò che è da sempre percepito come ambiguo e labile in un elemento sostanziale dell'opera, qualcosa di stabile, visibilmente e tattilmente concreto. Luce e ombra vengono così poste allo stesso livello di valore e considerate "materie" alla stessa stregua, permettendo una nuova e inedita lettura dell'opera. Questa scoperta, motivo dominante della sua ricerca fino agli anni Ottanta, lo porta anche a riflettere sulle antinomie luce-ombra, pieno-vuoto, presenza-assenza. È dunque lo spazio a farsi materia dell'atto costruttivo dell'artista e non esiste più distinzione tra il fare pittura e il fare scultura. Per la sua maestosità, la Grande parete rappresenta un momento apicale della ricerca di Uncini e segna la sua definitiva conquista di quella "fuggevole essenza" che fa ormai parte integrante dell'opera stessa.

La mostra presenta un nucleo di opere, comprese tra il 1968 e il 1977, con l'obiettivo di fornire un excursus completo sulla produzione creativa di Uncini in questo arco temporale. Verranno così passate in rassegna tutte le principali declinazioni di quell'assidua necessità dell'artista di indagare la dimensione virtuale della proiezione dei volumi: dalle prime Sedia con ombra e Finestra con ombra (1968), alle Colonne con ombra (1969), Ombra di un cubo sospeso (1973), Muro con ombra T.23 (1976). A questi si aggiungono alcuni significativi lavori provenienti dal fondo dell'Archivio Uncini: Mattoni con ombra n. 12 (1969), Parete interrotta (1971), Ombra di due parallelepipedi T.1 (1972), Ombra di un parallelepipedo M.29 e Ombra di tre quadrati M.30 (1975). Accanto alla Grande parete saranno esposte la maquette originale dell'opera, realizzata in cemento e laminato di legno (1975-1976), alcune foto documentarie scattate durante l'esecuzione dell'opera e una selezione di disegni eseguiti negli stessi anni, visto che in Uncini il disegno ha rivestito, sin dagli inizi della sua attività, un ruolo di primaria importanza per la progettualità del suo lavoro. Farà seguito alla mostra un volume sul tema delle ombre, a cura di Bruno Corà, e in collaborazione con l'Archivio Uncini. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco)

"Fino ad allora avevo pensato di essere e di voler fare il pittore. Poi questa convinzione a poco a poco mi cadde sotto le mani. In seguito sono diventato, mi dicono, scultore. Io ancora non ci credo e mi sento tra la scultura e la pittura e mi va benissimo, non c'è problema in questo." (G. Uncini, 1998)

"L'ombra, questa fuggevole essenza, questa negatività del segno, che troppo spesso viene ignorata o passata sotto silenzio, che quasi sempre vale solo come fattore passivo, di assenza, tutt'al più di completamento dell'indagine - doveva invece costituire, a un certo punto, il centro delle indagini dell'artista; non già come artificio per una resa prospettica o naturalistica, ma come 'messa in luce' (non solo metaforicamente) di un elemento sostanziale dell'opera." (G. Dorfles, 1976)

"Nella nostra cultura, nella nostra storia, penso che il disegno sia il nostro linguaggio, il nostro modo di memorizzare le cose, di costruire. Ritengo che sia molto difficile pensare senza il disegno... Qualsiasi disegno su di un foglio è uno strumento, un linguaggio per individuare il nostro pensiero." (G. Uncini, 1998)




Locandina della mostra Zavattini oltre i confini Zavattini oltre i confini
Un protagonista della cultura internazionale


14 dicembre 2019 - 01 marzo 2020
Palazzo da Mosto - Reggio Emilia

Il 13 ottobre 1969, giusto trent'anni anni fa, moriva Cesare Zavattini. Tre decenni paiono poter essere un giusto tempo per analizzare un personaggio così complesso, originale e appassionato quale è stato Zavattini. A lui - nelle diverse vesti di uomo di cinema, scrittore, fumettista, personaggio dal forte impegno politico - molti studi sono stati dedicati in Italia e nel mondo. Tuttavia un aspetto è rimasto, se non in ombra, certo meno indagato ed è quello che la Biblioteca Panizzi e l'Archivio Cesare Zavattini hanno approfondito in questi anni: il ruolo di Za all'estero, in tempi, i suoi, impregnati dal clima della Guerra Fredda e delle contrapposizioni ideologiche.

I risultati di queste ricerche costituiranno l'oggetto dell'esposizione dal titolo "Zavattini oltre i confini", promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, Regione Emilia-Romagna-IBC, Comune di Reggio Emilia e Archivio Cesare Zavattini che prenderà il via il prossimo 14 dicembre nella storica sede di Palazzo da Mosto a Reggio Emilia. L'Archivio Cesare Zavattini e la Biblioteca Panizzi che conserva l'archivio stesso, hanno condotto un'indagine realmente sistematica intorno all'intensa attività svolta dall'autore luzzarese al di fuori del contesto nazionale. Ne è emerso il ruolo cruciale di Za nel promuovere aspetti salienti della cultura italiana del secondo Novecento e in particolare del neorealismo, nell'orizzonte europeo e più in generale nel panorama internazionale, grazie alla sua intensa partecipazione a convegni, congressi, conferenze, corsi di formazione nei paesi decolonizzati o in via di sviluppo, alle collaborazioni con riviste e a co-produzioni cinematografiche.

Il progetto espositivo, curato da Alberto Ferraboschi, si impronta su due linee direttrici, da un lato indaga l'attività svolta nei diversi ambiti artistici (cinema, letteratura, pittura, ecc.) e geografici (sia in Europa che nel Nuovo Continente); dall'altro approfondisce temi e vicende particolari, come quello del viaggio (ad esempio sulle orme di Van Gogh), della pace, dei rapporti con lo scrittore latino-americano Garcia Marquez e con gli ambienti cosmopoliti ebraici. Nell'esposizione di Palazzo da Mosto, confluiranno materiali documentari e iconografici che raccontano tutte le attività e la rete di rapporti intessute da questa eclettica personalità: migliaia di carte originali, dattiloscritte e manoscritte, annotazioni autografe, insieme a fotografie, video, manifesti e libri.

Arricchiscono la mostra alcuni dei suoi inseparabili oggetti, la macchina da scrivere, il basco, la borsa da viaggio, oltre ai 150 quadri provenienti dalla Pinacoteca di Brera di Milano, facenti parte della celebre collezione di 8X10 che Cesare Zavattini aveva raccolto nel corso degli incontri con alcuni tra i più importanti artisti del Novecento. Tra i tanti saranno in mostra Giacomo Balla, Antonio Ligabue, Alberto Burri, Enrico Baj, Renato Guttuso, Giorgio De Chirico, Lucio Fontana, Fausto Melotti, Bruno Munari, Claudio Parmiggiani, Gillo Dorfles, Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros, Mario Sironi, Alberto Magnelli e poi ancora Pietro Consagra, Roberto Crippa, Fortunato Depero, Filippo De Pisis, Gianni Dova, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Rotella e tanti altri. Ultima sala del percorso espositivo sarà dedicata agli scatti inediti di uno dei maggiori fotografi italiani, Gianni Berengo Gardin, realizzate in occasione del lavoro che ripropone la "Luzzara" di Cesare Zavattini nel libro fotografico "Un Paese vent'anni dopo".

Nell'ambito dell'iniziativa è prevista la stampa del catalogo di mostra, "Zavattini oltre i confini", in cui sarà pubblicato al suo interno tutta la documentazione presente nell'esposizione, insieme ai recenti contributi dei membri del Comitato Scientifico dell'Archivio Cesare Zavattini. Il catalogo, tradotto anche in inglese, comprende saggi innovativi sui rapporti e l'influenza di Zavattini con la Francia (Stefania Parigi), Spagna (Alberto Ferraboschi e David Brancaleone), America Latina (David Brancaleone),  Stati Uniti (Giorgio Bertellini), Europa Orientale (Francesco Pitassio) e Africa (C. Mario Lanzafame e C. Podaliri. Specifiche ricerche sono poi dedicate al tema del viaggio nell'opera di Zavattini (Guido Conti), all'impegno per la pace (Valentina Fortichiari), al progetto su Van Gogh (Nicola Dusi), al rapporto con lo scrittore Garcia Marquez (Gualtiero De Santi) e con gli ambienti cosmopoliti ebraici (Giorgio Boccolari)".

"Dall'indagine sulla dimensione internazionale di Zavattini - continua il curatore Alberto Ferraboschi - emerge l'ampio spettro d'attività dell'autore riguardante non solo la produzione cinematografica ma anche la letteratura nonché altre forme di scambi internazionali (partecipazione a delegazioni artistico-culturali, mostre, convegni, ecc.). L'insieme di queste pratiche e contatti consente di tracciare il profilo internazionale di un intellettuale promotore di una vera e propria diplomazia culturale". (Comunicato stampa Studio Esseci)




Sguardi: Omaggio a Leonardo
Opere fotografiche di Jitka Hanzlová


termina il 15 dicembre 2019
Museo della Certosa di Pavia

Il Museo della Certosa di Pavia e il Museo di Fotografia Contemporanea propongono un omaggio a Leonardo da Vinci nell'anno in cui si celebrano i 500 anni dalla sua morte: cinque ritratti fotografici realizzati dall'artista ceca Jitka Hanzlová nel 2007 e appartenenti alle collezioni del MuFoCo, a suggerire un dialogo ideale tra la fotografia contemporanea e la ritrattistica rinascimentale. I ritratti di Jitka Hanzlová sono stati realizzati a Palazzo Melzi d'Eril a Vaprio d'Adda e alle chiuse di Cornate d'Adda, dove un tempo visse e lavorò Leonardo: questi luoghi diventano per l'artista un'occasione per riflettere sulla rappresentazione della figura umana in dialogo con il paesaggio. Leonardo, infatti, è stato tra i grandi sperimentatori del ritratto inteso in senso moderno, per la sua capacità di creare un rapporto tra l'ambiente e i personaggi e di donare loro una complessità introspettiva attraverso lo sguardo, i gesti e il movimento appena accennato, tratti capaci di rivelare "i moti dell'animo".

Le fotografie di Jitka Hanzlová, intimamente legate alle atmosfere del ritratto rinascimentale, si caratterizzano per il raffinato taglio compositivo, l'uso calibrato della luce naturale e l'atmosfera magica e sfumata, senza tempo, che li avvolge. Gli sguardi, in particolare, che siano diretti allo spettatore o rivolti verso un orizzonte lontano, conferiscono ai volti un'aria poetica e misteriosa. I personaggi della Hanzlová richiamano immediatamente ai più celebri ritratti come la Gioconda, la Dama con l'ermellino e la Belle Ferronière, ma non c'è traccia del banale esercizio accademico di emulazione e di stile, quanto, piuttosto, di una ricerca artistica sull'individuo e l'identità, tutta giocata intorno ai linguaggi dell'arte contemporanea.

Jitka Hanzlová (Nachod - Repubblica Ceca, 1958), si trasferisce nel 1985 ad Essen, in Germania, dove scopre nella fotografia una forma di espressione semplice e diretta. Tra due vite, due culture, due lingue, due paesaggi, Jitka Hanzlová si affida al linguaggio universale della fotografia per affrontare un'affascinante indagine sulla figura umana e sul paesaggio. Le sue immagini si muovono alla costante ricerca del rapporto che l'individuo ha con l'ambiente dove vive. Nel 2007 partecipa al progetto Storie immaginate in luoghi reali commissionato dal Museo di Fotografia Contemporanea in collaborazione con Fondazione Cariplo e Navigli Lombardi. A novembre 2019 espone la mostra Silences presso la Galleria Nazionale di Praga. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di mostre di medesimo argomento pubblicate in questa pagina della newsletter Kritik

Leonardo. La macchina dell'immaginazione
termina il 26 gennaio 2020
Galleria d'Arte Moderna - Palermo
Presentazione




Locandina di presentazione della mostra dedicata a Radiant Radiant. Venti d'Oriente nel manga europeo
termina il 26 gennaio 2020
Palazzo Roncale - Rovigo

Con ampia presenza di capolavori, si rivive il magico impatto del Giappone - si era negli anni '60 dell'800 - sull'arte europea, che non fu più la stessa. Un secolo e più dopo, ecco la seconda "invasione", affidata ai manga che dal Giappone conquistarono il Vecchio Continente e non solo. In entrambi i casi, il percorso è avvenuto nei due sensi. Ed è a questa attualità che si rivolge la mostra. Le forme contemporanee del giapponismo passano attraverso manga e anime. A testimoniare l'influenza dell'estetica giapponese sulla cultura visiva europea del Ventunesimo secolo, un fumetto si è imposto negli ultimi anni tra i principali alfieri della nuova diffusione di stili e modelli dal Giappone: Radiant.

Creato dal francese Tony Valente, Radiant mette in scena un mondo immaginifico popolato da creature cadute dal cielo e da maghi, impegnati nella ricerca della enigmatica 'tana' delle mostruose creature. Un'avventura iniziatica immersa in uno scenario fantastico tipico degli shonen manga giapponesi, condotta da un giovane eroe, costruita per ambientazioni e sfide progressive e ricca di figure frutto di una originale rielaborazione di riferimenti tanto nipponici quanto europei: catastrofi naturali, mutazioni biologiche, medievalismi (sovrani, cavalieri, Inquisizione...). I disegni di Valente, abile interprete della composizione dinamica propria dei manga più influenti del panorama internazionale, offrono una morbidezza della linea tipicamente europea, pur facendo trasparire nel design alcuni grandi modelli giapponesi come Dragon Ball, Hunter X Hunter o Bleach.

Questo equilibrio tra Oriente e Occidente è valso a Radiant diversi premi come migliore opera occidentale in "stile manga", fra cui il premio Daruma al festival Japan Expo 2016 come miglior manga internazionale. La fortuna internazionale di Radiant, prodotta a partire dal 2013 in Francia dall'editore Ankama e pubblicata in Italia da J-Pop Manga, ha inoltre generato per la serie alcuni primati significativi. Si tratta infatti del primo manga francese ad essere stato pubblicato anche in Giappone - con il plauso di autori influenti (Yusuke Murata di One Punch Man e Hiro Mashima di Fairy Tail) - e, fatto ancora più sorprendente, il primo manga francese adattato in una serie in animazione per la tv giapponese. La mostra, inserita nel programma dell'esposizione Giapponismo. Venti d'Oriente nell'arte europea, presenta per la prima volta in Italia un percorso intorno a questo originale manga europeo, in collaborazione con Arcadia Arte, J-Pop Manga e Ankama attraverso tavole originali, illustrazioni, studi di colore e schizzi. L'autore Tony Valente, inoltre, farà visita a Rovigo in occasione della mostra, per incontrare il pubblico e illustrare la genesi e gli sviluppi recenti e futuri di Radiant. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Giuseppe Onesti denominata Volto di profilo in viola Giuseppe Onesti: "Affreschi su tavole"
termina il 22 dicembre 2019
Associazione Culturale "la roggia" - Pordenone

Giuseppe Onesti (S. Giovanni - Casarsa della Delizia, 1944) ha frequentato l'Accademia di Belle Arti di Tandil in Argentina dove ha vissuto per dieci anni. Rientrato in Italia inizia ad esporre i suoi primi lavori nel 1964 realizzando da allora più di 800 mostre (tra personali e collettive) non solo in Italia ma anche in molti paesi europei (Austria, Francia, Germania, Russia, Slovenia, Spagna ecc.) e di oltre oceano (Argentina, Canada, Giappone, USA) affiancando alla sua prevalente attività di pittore numerose installazioni, performances e happenings. Nel 1980 e nel 1987 ottiene due significative segnalazioni nell'Enciclopedia Monografica del Friuli Venezia Giulia. Nel 1991 viene scelto quale artista più giovane fra gli operatori nati nel dopoguerra in provincia di Pordenone a rappresentare la generazione degli anni '40 nella prestigiosa mostra "Capi d'Opera" (pittura e scultura dal 1945 agli anni '80). Nel 2000 il "Menocchio" di Montereale Valcellina nella collana dei "Quaderni del gallo forcello" pubblica una decina dei suoi lavori del ciclo "Polenta & Co,". Nel 2001 é segnalato nel libro "Friuli Venezia Giulia L'Arte del Novecento" edito dalla Biblioteca dell'Immagine.

Nel 2003 una sua installazione pittorica viene pubblicata con testo critico e relativa immagine nel libro "Esperienza estetica e divenire umano" curato dal Dipartimento di Scienza dell'Educazione della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Padova. Nella sua ormai pluriennale attività sempre attenta alle emergenze della sperimentazione e alle nuove tensioni nello specifico della pittura, Onesti ha saputo mettersi in luce dando vita a una impegnativa serie di cicli creativi fra cui si ricordano "Uccelli", "Naturale/Artificiale", "Polenta & Co.", "Il fiume" e l'attuale "Dreams & Colors". Da segnalare, inoltre, le seguenti partecipazioni: "Continuum" Palazzo Consiglio Regionale Trieste - 2010, "Arte Contemporanea In Friuli Venezia Giulia" Villa Manin di Passamano - 2011 "Una storia a regola d'arte" alla Galleria Sagittaria di Pordenone - 2014, "Maestri a nordest" Rassegna regionale - San Giovanni di Casarsa 2016, "Percorsi" Castello di Kormend (Ungheria) e Palazzo Cecchini - Cordovado 2017. (Comunicato stampa)




Opera di presentazione della mostra di George Maciunas George Maciunas
"Zefiro torna. L'utopia Maciunas"


termina il 10 gennaio 2020
UnimediaModern - Genova

«1970-2020... Una storia lunga una vita. UnimediaModern è stata aperta da Caterina Gualco nel novembre 1970. Sta quindi iniziando la cinquantesima stagione della sua esistenza. La scelta della personale di George Maciunas come prima mostra non vuole indicare una preferenza, ma soltanto colmare un vuoto... Durante i 40 anni in cui ci siano occupati di Fluxus, non abbiamo mai fatto una personale di Maciunas; Mister Fluxus merita questa scelta e siamo certi che gli altri artisti non avranno nulla da eccepire. Il titolo della mostra è "Zefiro torna. L'utopia Maciunas". Antonio d'Avossa, che ne è il curatore cita Jonas Mekas e il suo film, il cui sottotitolo è "The life and work of Fluxus artist George Maciunas as seen in clips filmed between 1952 and 1978".

Sarà pubblicato un catalogo con testi di Antonio d'Avossa, Bertrand Clavez, Philip Corner, Caterina Gualco, Billie Maciunas, Gino Di Maggio, Henry Martin e Ben Vautier. Presenteremo il catalogo in una data da comunicare. Per l'occasione ci sarà la proiezione del film di Mekas e la riedizione di alcune performance della Golden Age of Fluxus, curata da Mauro Panichella. La mostra si inaugura il 12 ottobre 2019, data in cui verrà presentata anche "Piazzetta Contemporanea", la realtà che vede in Piazza Invrea un polo del contemporaneo.» (Caterina Gualco)

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«1970-2020... A Story as Long as a Life. UnimediaModern first opened its doors in November, 1970, which means, of course, that it's now at the start of its fiftieth season. Opening this season with a George Maciunas show isn't, therefore, to be taken as a sign of any personal preference, and instead is simply a question of correcting an omission. During forty years of attention to Fluxus, we have never before presented a solo Maciunas show. Mister Fluxus surely deserves we make amends, and we'll surely enjoy the agreement of all the other Fluxus artists.

The exhibition is entitled "Zephyrus Returns. The Maciunas Utopia." Antonio d'Avossa, its curator, here refers back to Jonas Mekas and the film that bears the subtitle, "The life and work of Fluxus artist George Maciunas as seen in clips filmed between 1952 and 1978." The exhibition will be accompanied by a catalogue with texts by Antonio d'Avossa, Bertrand Clavez, Philip Corner, Caterina Gualco, Billie Maciunas, Gino Di Maggio, Henry Martin e Ben Vautier. The date of the catalogue's presentation remains to be announced, and the occasion will include a screening of Jonas Mekas' film as well as a re-edition of a number of performances from the Golden Age of Fluxus, curated by Mauro Panichella.» (Caterina Gualco)




Opera di Albrecht Dürer denominata Le insegne della morte realizzato nel 1503 Albrecht Dürer
Il privilegio dell'inquietudine


termina il 19 gennaio 2020
Museo Civico delle Cappuccine - Bagnacavallo (Ravenna)

Albrecht Dürer (1471-1528) è il "padre nobile" del pensiero grafico, colui che ha saputo innalzare il disegno e l'incisione a espressione artistica non più ancella della pittura, ma pienamente libera e autonoma. Lo riconosceva lo stesso Max Klinger: «Un'opera grafica di Dürer non si riferisce né a un quadro replicato, né traduce sensazioni di colore in forme estranee alla tecnica adottata. È compiuta in se stessa e definitiva, priva solo di quanto l'idea, eternamente inarrivabile, rifiuta alle possibilità di ogni artista». Il progetto espositivo, a cura di Patrizia Foglia e Diego Galizzi, si pone come un invito ad incontrare le diverse anime di Dürer, sia come uomo che come artista. La sua personalità, il suo spirito e naturalmente la sua arte non sono semplici da cogliere nella loro unità. La critica lo ha definito ora un umanista, ora un gotico, ora un artigiano, ora un teorico: la verità è che non è possibile separare le sue singole anime, era tutto questo insieme, aveva in sé l'eterna contraddizione che contraddistingue i più grandi artisti.

È in una Germania ancora permeata da uno spirito gotico e medievale che prende il via l'avventura artistica di Albrecht Dürer, un genio inquieto, un talento dell'arte nordica fatalmente attratto dall'arte rinascimentale italiana e insolitamente disposto alla ricerca teorica e scientifica. Non fosse stato per l'influenza dell'intellettuale e amico Willibald Pirckheimer, probabilmente quest'umile figlio di un artigiano orafo avrebbe orientato i suoi interessi artistici verso Nord, verso la lezione fiamminga, come molti altri artisti suoi conterranei. Invece Pirckheimer lo orientò alla dimensione culturale del nostro Rinascimento, spalancando la mente dell'artista a ricerche a lui aliene, in primo luogo quella tesa a carpire i segreti della rappresentazione dello spazio e della bellezza. Ciò è stato possibile essenzialmente per un motivo: Dürer, come Leonardo, era un ricercatore universale, continuamente ansioso di produrre cose nuove, aveva, come diceva Carl Gustav Carus, «un anelito incessante verso una perfezione irraggiungibile e un'acuta coscienza di problemi insolubili».

Per Dürer l'arte incisoria fu il mezzo ideale per trasmettere una nuova iconografia, sacra o profana, un modo modernissimo per dialogare con il proprio tempo, con la contemporaneità di quel Rinascimento che era caratterizzato dall'avventura del sapere. Il taglio che i curatori hanno voluto dare all'allestimento offre al pubblico molto più che una rassegna di opere d'arte, ma un vero e proprio racconto, che procede attraverso dieci sezioni tematiche, immergendo il visitatore nel visionario sogno di perfezione di un ragazzo, figlio di un umile orafo di Norimberga, che ha voluto inseguire il suo desiderio di appropriarsi dei segreti della rappresentazione della bellezza. «In stretto collegamento con la mostra - anticipa Galizzi - dal 14 dicembre il museo ospiterà un eccezionale e attesissimo ritorno, quello della Madonna del Patrocinio di Albrecht Dürer, un vero capolavoro pittorico che dopo 50 anni torna dalla Fondazione Magnani Rocca alla sede dove si trovava custodita fino al 1969, ovvero l'ex monastero delle suore Clarisse Cappuccine di Bagnacavallo, oggi museo civico cittadino.» (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Conrad Marca-Relli, Cunard L-8-62, 1962, collage and mixed media on wood 189.5x162.5 cm Conrad Marca-Relli - Photo by Hans Namuth, East Hampton 1970 Conrad Marca-Relli: Works from 1962-1972
05 October - 21 December 2019
Ronchini Gallery - London
www.ronchinigallery.com

Ronchini Gallery, together with Archivo Marca-Relli, Parma, is proud to present the second solo exhibition in the UK of works by the renowned Abstract Expressionist Conrad-Marca Relli. This follows the ground-breaking and acclaimed exhibition The Architecture of Action which was held at the gallery in 2012. A central figure in the New York School of Abstract Expressionism that emerged after the Second World War, Marca-Relli's career spans many decades and two continents. A contemporary of artists such as Jackson Pollock and Willem de Kooning, Marca-Relli's works are made on the same monumental scale for which the Abstract Expressionist movement is known, yet Marca-Relli's practice is unique amongst his compatriots for he rejected paint in favour of collage, a medium which Marca-Relli is now synonymous with. Born in Boston, Massachusetts in 1913, Conrad Marca-Relli moved to New York at the age of 13, in 1926. One of the founders of the Artist's Club, alongside Franz Kline and John Ferren, Marca-Relli was part of the New York School of Abstract Expressionism. Focusing on art from the 1930s until his death at the age of 87, he established his own studio in Greenwich Village in 1931.

Featuring key works from the 1960s and 70s, a crucial period in the artist's prolific career, the exhibition will include both collage works as well as a painted aluminium sculpture made in a unique assemblage fashion. Works by Marca-Relli have been exhibited multiple prestigious institutions internationally, yet this will be the first time these works have ever been displayed in the UK, which presents a rare opportunity to see a large group of Marca-Relli works from a key period brought together in a cohesive exhibition. Gallery owner Lorenzo Ronchini notes: "It has been 7 years since we held the UK's first solo exhibition of works by Conrad-Marca Relli and over 50 years since the artist had his first ever retrospective (which was held at the Whitney Museum), so I am extremely proud to work with the artist's Archive again to bring together this incredible group of works for the London audience." (Press release)




Opera nella mostra Guerriere dal Sol Levante Guerriere dal Sol Levante
termina lo 01 marzo 2020
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La mostra, a cura dell'Associazione Yoshin Ryu in collaborazione con il MAO Museo d'Arte Orientale di Torino, vuole rendere omaggio alla figura della donna guerriera in Giappone. La storia del Giappone comprende un periodo lungo otto secoli caratterizzato da molti scontri e battaglie, in cui le donne, in particolare quelle di classe guerriera, erano educate a compiere ogni incarico, dalla gestione finanziaria ed economica della propria famiglia fino a quelli che potevano comportare il ricorso alle armi. La donna guerriera, onna-bugeisha, era preparata alla difesa delle dimore, addestrata all'uso di svariate armi, alle battaglie campali e anche all'eventualità di darsi la morte. Rimangono di quel passato nomi famosi, le cui gesta leggendarie sono ricordate attraverso drammi teatrali, dipinti e trame cinematografiche.

Ma le donne hanno lottato nel tempo e nelle civiltà non solo con spade, alabarde, pugnali, archi e frecce: dal passato al presente, grazie al coraggio e alla creatività, hanno utilizzato altri tipi di attacco e difesa riuscendo a superare pregiudizi e impedimenti, nella letteratura, nell'arte, nel teatro, nella scienza, nella tecnologia, nell'esplorazione. Donne che con il tempo, talvolta silenziosamente e senza essere valorizzate dalla storia, sono riuscite a produrre significativi cambiamenti. La mostra tenta di sviluppare questa trama, partendo dal Giappone per trascendere epoche e frontiere, poiché molte eroine dell'odierna cultura popolare traggono origine proprio da quel passato.

La mostra sviluppa molteplici aspetti della donna guerriera, esponendo oggetti storici e artistici provenienti dalle collezioni del MAO, del Museo Stibbert di Firenze e da collezioni private. Tra le opere si potranno apprezzare armi originali, una corazza decorata di un'armatura di scuola Myochin, dipinti su rotolo verticale, stampe di celebri artisti di ukiyo-e, kimono, utensili e un elegante strumento musicale biwa settecentesco. A questi si aggiungono video, riproduzioni di oggetti in 3D e una vasta collezione di oggetti rari e preziosi legati al mondo dei manga, degli anime e del cinema, media contemporanei che hanno raccolto l'eredità delle donne guerriere creando icone indelebili come Wonder Woman, Lady Oscar, Sailor Moon e la Principessa Leia di Star Wars. Il percorso espositivo si conclude con 40 ritratti eseguiti da giovani artiste e artisti in omaggio ad altrettante donne che hanno combattuto le loro battaglie in varie epoche e territori. A corollario della mostra è organizzato un ciclo di conferenze al MAO che offre approfondimenti sul tema e una rassegna cinematografica al Cinema Centrale di Torino dedicata alla figura della donna guerriera nel mondo. La mostra è accompagnata da video installazioni, pannelli illustrativi, e da un catalogo bilingue italiano/inglese. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Peter Waechtler Peter Wächtler
termina lo 09 maggio 2020
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
Locandina

Invitato a pensare a un progetto site-specific per gli spazi e per il contesto sia della città sia della regione, Wächtler è tornato in visita più volte durante l'anno e ha analizzato luoghi fisici e di produzione che lo hanno ispirato nella realizzazione di un progetto composto di opere scultoree, fotografiche, pittoriche e video. Il risultato è una mostra - a cura di Vincenzo de Bellis - nella quale l'artista mette in evidenza alcuni aspetti caratteristici della sua pratica: l'interesse per tecniche artistiche tradizionali e artigianali; la necessità di costruzione narrativa simile a quella di un racconto (Wächtler è anche uno scrittore) e la capacità di muoversi liberamente tra diversi mezzi espressivi. Tutti questi mezzi diventano tappe di un racconto nel quale il personale si mescola all'impersonale, il soggettivo all'oggettivo, il reale al surreale o all'irreale.

Peter Wächtler lavora con una varietà di media: bronzo e ceramica, testi, disegni e video. Ma è in realtà il racconto stesso a costituire il suo materiale prediletto. Le sue opere evocano spesso una narrazione che vede figure umane o animali in stati particolari di animazione. Questi usano e adattano elementi di finzione, folklore e cultura popolare, relazionandosi sia a tradizioni specifiche che a favole comuni, e concretizzano le diverse modalità in cui una storia può essere raccontata, tanto quanto la storia in sé. Le opere di Peter Wächtler (Hannover - Germania, 1979) sono state esposte in mostre personali presso la Kunsthall di Bergen, lo Schinkel Pavillon di Berlino, al MUKHA di Anversa, alla Chisenhale Gallery di Londra e alla Reinassaince Society di Chicago. Il 30 agosto ha inaugurato una sua personale presso la Kunsthalle di Zurigo. (Comunicato stampa Lara Facco)




Leonardo. La macchina dell'immaginazione
termina il 26 gennaio 2020
Galleria d'Arte Moderna - Palermo
www.gampalermo.it

Esposizione multimediale a cura di Treccani, progettata e messa in scena da Studio Azzurro che, integrando linguaggi e competenze diverse - dal video all'animazione grafica ai sistemi interattivi - ha intrapreso un percorso progettuale complesso, affiancato dalla competenza scientifica dello storico dell'arte Edoardo Villata. La mostra è promossa dal Comune di Palermo-Assessorato alla Cultura, dall'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e dalla Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese; a cura di Treccani e Studio Azzurro, è organizzata da Civita Sicilia con il contributo di Intesa Sanpaolo.

Il percorso è scandito da sette videoinstallazioni, di cui cinque interattive, che coinvolgono lo spettatore in un racconto di immagini e suoni che, a partire dal multiforme lascito di Leonardo, ci "parlano" tanto del suo, quanto del nostro tempo. Le grandi macchine scenografiche, la cui struttura è liberamente ispirata a disegni leonardeschi, corrispondono ad altrettante sezioni: Le Osservazioni sulla natura; La città; Il paesaggio; Le Macchine di pace; Le Macchine di guerra; Il Tavolo anatomico; La pittura. Studio Azzurro ha pensato a uno spazio che immerga i visitatori nel mondo dell'immaginazione di Leonardo. Un mondo di macchine talvolta trasparenti come i suoi orizzonti, talvolta opache come la carta dei fogli di appunti. L'esperienza del visitatore passa dall'osservazione alla partecipazione, muovendosi tra forme che richiamano il rigore geometrico dei solidi platonici di Luca Pacioli e si rimodulano in strumenti utili.

Questo mondo di macchine trasformate in dispositivi narrativi, di giganteschi fogli di appunti in attesa di essere risvegliati, accoglie il visitatore in una penombra da cui spiccano i colori del legno, della tela e della carta. L'interazione avviene con sistemi diversi: la modulazione della luce e della voce sono gli strumenti privilegiati. In quattro sezioni, infatti, il visitatore può scegliere alcune parole-chiave tratte dal lessico vinciano, che, una volta pronunciate, danno vita alle narrazioni video, in cui i disegni di Leonardo sono affiancati, percorsi o rivisitati da filmati talora iperrealistici, talora quasi astratti.

«In alcuni casi le elaborazioni o le giustapposizioni sottolineano e accentuano il carattere disturbante, eversivo dei disegni leonardeschi, mentre in altri forniscono una sorta di controcanto affettuoso e ironico: un atteggiamento che a Leonardo sarebbe sicuramente piaciuto» scrive il prof. Villata. «Il visitatore si troverà quindi a contatto con alcuni esempi delle idee e degli studi di Leonardo: la veduta a volo di uccello, le macchine, sia a uso civile, sia a uso militare, le mappe, gli studi sull'anatomia dei cavalli e dei volatili; ma anche a terrificanti immagini di diluvio, a volti trasfigurati dall'ira, a malinconici pensatori, a tenere e divertite immagini di cani, di gatti o di granchi. Il tutto sempre commentato da suoni, che talvolta accennano a diventare un abbozzo di frase musicale, e da citazioni tratte dai manoscritti leonardeschi».

___ Prima sezione: Le osservazioni sulla Natura

Il lavorio inesausto di appunti visivi e verbali di Leonardo rappresenta perfettamente l'"epoca dell'occhio", l'epoca della prospettiva che si fa "forma simbolica" oltre la stretta cerchia degli intellettuali. Il lavoro dell'occhio umano sul mondo è alla base di questo atteggiamento che prenderà una forma più definita nei decenni successivi. Attraverso lo studio del reale, Leonardo riesce a forzare quello strumento prospettico appreso nelle botteghe fiorentine allo stesso modo in cui forza il sapere tradizionale consolidato dai tempi di Aristotele, fino a far implodere l'idea di ordine universale su cui si posava ogni forma di pensiero. Un uomo che guarda, un piano di lavoro per disegnare, un rettangolo quadrettato davanti al suo sguardo. L'installazione ripropone la situazione ideale di un osservatore che analizza i minimi eventi naturali e cerca le corrispondenze con un ideale geometrico di armonia e di restituzione prospettica. Il visitatore si affaccia al prospettografo e assiste al passaggio dalla visione naturale alla restituzione nel disegno, fino alla rappresentazione ideale in riferimento alla geometria nascosta nelle cose.

___ Seconda sezione: La Città

I progetti di Leonardo per le città e il suo interesse per la stesura delle loro mappe rivelano un'attitudine urbanistica. Il suo sguardo "largo" tiene in considerazione le dinamiche della società e le esigenze quotidiane di una comunità complessa. Come per ogni altro oggetto di indagine, la sua visione si muove tra la considerazione dell'insieme e l'attenzione per il dettaglio. Immagina per la prima volta di vedere e rappresentare le città dall'alto. Immagina città con un impianto urbano funzionale alle attività delle varie classi sociali e alle necessità igieniche. Studia le vie di terra e il vitale rapporto con le vie d'acqua, da sfruttare abilmente con grandi progetti di deviazione dei corsi dei fiumi.

Osservando la città, ne studia anche gli abitanti, annota le loro abitudini di vita, le mode, i riti. Nell'istallazione, sono infatti le silhouette degli uomini e dei loro strumenti a raccontare le azioni generate dai disegni e dalle parole di Leonardo. Le immagini si depositano su due grandi schermi laterali della struttura che richiama una sorta di gru da cantiere, capace di spostare grandi pesi in modo rapido ed economico, con minore sforzo dell'uomo. Due leggii mostrano una collezione di parole che Leonardo utilizzò nei suoi progetti di architettura e urbanistica. Pronunciando una di queste parole si risveglia la narrazione video corrispondente. Le parole sui due leggi sono le stesse, ma i video a esse associati raccontano storie differenti.

___ Terza sezione: Il Paesaggio

I mutamenti della luce naturale, i suoi effetti sui corpi e sulla percezione atmosferica sono stati per Leonardo oggetto di lunghe osservazioni e di altrettante pagine di annotazioni, soprattutto in funzione della loro miglior resa pittorica. Nel Libro di Pittura si rivolge al suo lettore chiamandolo «fintore» - così si chiamavano i pittori e gli scultori - dandogli precise istruzioni su come rappresentare ogni elemento naturale, prospettico e umano. Leonardo in realtà educa lo sguardo del pittore a soffermarsi sui più minuti dettagli e a cercare le cause di ogni percezione per meglio "fingere" la realtà con gli strumenti del disegno e della pittura. D'altra parte arriva a immaginare un modo di rappresentare il mondo e quasi a inventare il "paesaggio" benché ancora non lo chiamasse in questo modo, con le vedute "a volo d'uccello". Tre proiezioni, due laterali e una in alto, avvolgono i visitatori. Pronunciando le parole scritte sui leggii, che corrispondono ad alcuni degli aspetti più indagati dalla curiosità e dall'inventiva di Leonardo, si presentano lateralmente due disegni originali e in alto un cielo. L'osservazione dei disegni li rende vivi, generativi. Dai tratti a matita nascono «flussi e reflussi», «venti revertiginosi», nebbie, scenari vicini e panorami lontani.

___ Quarta sezione: Le macchina di pace

Pulegge, catene, ruote dentate, ruota a tazze, viti di Archimede, viti senza fine, viti aeree, inclinometri, igroscopi, anemometri, seghe idrauliche, ventilatori. Studi per «modo di sollevare l'acqua in due tempi», per imbarcazioni a pale, per portelli di chiusa, progetti per il canale Firenze-mare, per lo scavo di Serravalle, disegni di macchine escavatrici, di draghe, vortici e canali. Studi per l'equilibrio, per il bilanciamento, per ali di aliante, per ala snodabile, per ala articolata, per ala a sportelli; studi per ornitottero, verticale, prono, a navicella. Studi per il «modo di camminare sull'acqua», per modi di respirare sott'acqua, guanti palmati, salvagente, scafandro. Non son tutte invenzioni di Leonardo, talvolta sono perfezionamenti di macchine esistenti, studi per migliorie, in altri casi, come per il volo e il «camminare sull'acqua» sembrano sogni che, confidando nella scienza e nello studio della natura, è convinto di poter realizzare. Pronunciando una delle parole esposte nel leggio i disegni nei due schermi rivelano particolari di macchine a cui si accostano reali meccanismi del nostro tempo.

___ Quinta sezione: Le macchine di guerra

Nella lettera a Lodovico il Moro in cui Leonardo si presenta per essere accolto a Milano, una eloquente lista esibisce in larga maggioranza competenze nell'arte di «offendere e difendere», in particolare nella capacità di progettare «instrumenti bellici» come ponti «facili e commodi da levare et ponere», «ghatti» (arieti), «bombarde, mortari et passavolanti di bellissime et utile forme» «briccole, manghani, trabuchi», «carri coperti, securi e inoffensibili». Ciononostante, le considerazioni scritte da Leonardo sulla guerra rivelano ben altro pensiero. «Pazzia bestialissima» la definisce, studiando armi e strumenti dei contemporanei ma anche degli antichi. Le istruzioni per dipingere scene di battaglia nel Libro di pittura sono efficaci quanto una testimonianza, e il modo in cui racconta i volti, le espressioni, i gesti degli uomini impegnati a uccidersi tra loro manifestano il suo giudizio sull'assoluto abbruttimento a cui essa conduce. La macchina dell'installazione è una sorta di bilanciere in stasi, con due grandi schermi. Pronunciando la parola scelta dal leggio, sullo schermo frontale appare un disegno, uno studio di un carro, di una bombarda, di un gruppo di uomini in battaglia, a terra appare un pavimento materico: sabbia, acqua, foglie... dopo qualche istante dai tratti del disegno si staccano figure umane, frecce, bandiere e dal pavimento emergono frammenti di una battaglia.

___ Sesta sezione: Il tavolo anatomico

Ai tempi di Leonardo si chiama «notomia». L'analisi geometrica, figlia diretta dell'uomo vitruviano, non gli basta, così sprofonda il suo sguardo nelle viscere del corpo umano, come fosse il dispositivo più affascinante che si potesse studiare: «sì bellostrumento» con «tanta varietà di macchinamenti». Cerca le cause di ogni evento fisiologico, elenca instancabili liste di argomenti da indagare. Descrive minutamente la meccanica dei movimenti, osserva e rappresenta il cranio come fosse un elemento architettonico, il tiburio di una cattedrale, immagina le funzioni di ipotetiche aree del cervello, osserva il chiasma ottico, disegna il sistema nervoso come un albero di sottili filamenti. Sempre sulla soglia del sogno di una conoscenza esatta, alla fine di una lunga lista, annota: «Scriverai di filosomia». Su un tavolo di otto metri sono posati dei gessi che riproducono elementi del corpo umano, maschile e femminile. Sospese sul tavolo alcune piccole torce. Direzionando la loro luce su un gesso, si avvia il racconto video relativo a quella porzione di corpo. Dal corpo dell'uomo, scorticato, si genera l'indagine sotto la pelle, tra muscolatura, scheletro e funzioni vitali. Il corpo della donna è invece un corpo classico, da cui nascono i gesti, le espressioni e il racconto della facoltà di portare in sé una nuova vita.

___ Settimana sezione: La pittura

La pittura per Leonardo è una scienza, nell'accezione di scienza a lui contemporanea. Nel suo Libro di pittura, più di 900 paragrafi di varie lunghezze sono dedicati alla sua teoria e alla sua pratica e nel tradizionale "paragone delle arti" vince su tutte. La sua attenzione a restituire in pittura i valori percettivi delle cose ha dato avvio a un modo diverso di "fingere" le figure e gli scenari: ogni contorno sfuma in un'altra parte del dipinto, c'è profondità di piani nello spazio, ma senza quasi distinzione dei limiti dei soggetti... come se il mondo fosse immerso in un liquido amniotico. Nell'installazione un grande monitor presenta una decina di dipinti di Leonardo. Il lavoro sulla illuminazione dei soggetti e sulla graduale apparizione dello sfondo fa vibrare il quadro di una vita inattesa. Gli scenari si susseguono all'orizzonte, passando uno nell'altro fino a ricomporre lo sfondo dell'opera originale. Anziché forzare i suoi scenari per farli corrispondere a un luogo, ci si affaccia alla memoria e alla immaginazione di Leonardo che dipinge ricordando le centinaia di scenari che ha a lungo scandagliato nelle sue osservazioni. «Il buon pittore ha da dipingere due cose principali: l'uomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, perché si ha a figurare con gesti e movimenti delle membra: e questo è da essere imparato dai muti, che meglio li fanno che alcun'altra sorte di uomini». (Comunicato ufficio stampa Civita)




Italia moderna 1945-1975. Dalla Ricostruzione alla Contestazione
termina lo 06 gennaio 2020
Fondazione Pistoia Musei (Palazzo Buontalenti) - Pistoia
www.fondazionepistoiamusei.it

È tra il 1945 e i successivi trent'anni che l'Italia cambia i comportamenti sociali, si modernizza visibilmente sul territorio e nelle singole case, e muta l'orizzonte quotidiano, ed è negli stessi anni che la cultura italiana si pone i problemi della Modernità. I leggii in metallo di Dimostrazione (1975) di Giulio Paolini e la scultura Asciuga Ali (1995) di Giosetta Fioroni, le grandi superfici colorate con la penna a sfera blu di Alighiero Boetti Ai Ieooei LghRrbtt (1975) e il giallo accecante del Michelangelo (1967) di Tano Festa, e ancora le riflessioni sui numeri di Fibonacci di Mario Merz e lo Scoglio realizzato da Pino Pascali nel 1966. Sono solo alcuni esempi delle oltre 80 opere che compongono il percorso di Il benessere e la crisi, seconda tappa della mostra Italia moderna 1945-1975, a cura di Marco Meneguzzo.

Progetto dedicato all'arte italiana del Novecento, con oltre 150 opere provenienti dalle prestigiose collezioni di Intesa Sanpaolo. "Ricostruzione" e "Contestazione" non sono solo due poli cronologici entro cui si dipana l'idea della Modernità italiana, ma due indicazioni culturali, che mostrano l'arco di sviluppo di idee e di costumi che ha portato l'Italia alla ribalta internazionale, sia come economia che come soggetto culturale. L'intera mostra è un viaggio scandito in due tappe: la prima, Le macerie e la speranza, conclusasi lo scorso agosto, ha raccontato gli anni dal 1945 al 1960, durante i quali gli artisti hanno dovuto confrontarsi prima con le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, poi con la ricostruzione e la rinascita del paese.

Questa seconda tappa della mostra, Il benessere e la crisi, rende omaggio all'Italia degli anni Sessanta e Settanta, mettendo in relazione il contesto storico, politico e sociale con quello artistico, rendendo evidente la forte e netta rottura con la cultura figurativa del passato. La visione di una società nuova, proiettata nel futuro, era già stata immaginata dagli artisti, ma è attorno al 1960 che queste idee si sviluppano in modi e forme che contraddicono radicalmente le tendenze informali del decennio precedente. Caratteristiche di questa svolta sono il radicale mutamento del ruolo dell'artista e la conseguente rielaborazione del ruolo dell'Arte.

La scelta espositiva di dividere la mostra in due tappe è una novità pensata per rendere il percorso il più esaustivo possibile e per "fidelizzare" il visitatore: gli spazi di Palazzo Buontalenti, sede di Fondazione Pistoia Musei dedicata alle mostre temporanee, restaurati per l'occasione, non avrebbero potuto accogliere le oltre 150 opere scelte dal curatore; una scelta numericamente inferiore del resto non sarebbe stata sufficiente a mostrare, al di là dei "soliti noti", il contesto straordinariamente ricco e variegato dell'arte italiana dell'epoca. Suddivisa in sezioni che non seguono solo un percorso cronologico, ma sono capaci di evocare contesti sociali e culturali in cui si svilupparono le diverse ricerche e tendenze, Italia moderna 1945-1975, nella sua totalità, evidenzia il clima, l'atmosfera, il tessuto connettivo dell'arte italiana, più ancora della presenza di nomi e opere già molto conosciute. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Particolare di una delle opere pittoriche nella mostra Da Artemisia a Hackert Da Artemisia a Hackert
Storia di un antiquario collezionista alla Reggia


termina il 16 gennaio 2020
Reggia di Caserta

Esposte opere appartenenti al gallerista Cesare Lampronti. La mostra nasce dall'idea di avvicinare il mondo del collezionismo privato e delle Gallerie d'arte a quello dei Musei, intesi come luoghi per la fruizione e alla valorizzazione culturale per "pubblici" sempre più eterogenei. Essa si propone di mostrare il legame esistente tra le opere già presenti nella collezione reale, esposta nelle sale della Reggia e i dipinti presenti nella Lampronti Gallery, nonché di esaltare il fascino della pittura del '600 e '700 nella sua globalità. In occasione della mostra sarà esposto per la prima volta a Caserta il Porto di Salerno di Jakob Philipp Hackert, che è il "pezzo" mancante della serie dei Porti realizzata da Hackert per il re Ferdinando IV di Borbone. La mostra, quindi, diventa così occasione per mostrare ai visitatori l'intera serie dei Porti del Regno, recentemente restaurata.

Il progetto prevede l'esposizione di ulteriori quadri di vedute di Napoli e della Campania, realizzati da pittori presenti nella collezione della Reggia. Le opere scelte sono riconducibili a cinque aree tematiche differenti: pitture caravaggesche; pittura del '600; vedute; paesaggi e nature morte. Il percorso espositivo sarà realizzato nel rispetto e nella promozione di tale suddivisione. Inoltre, un'ulteriore sala sarà dedicata al progetto Immagini in cerca di autore, una vera e propria sezione di quadri di autori ignoti, la cui attribuzione sarà oggetto di studio e dibattito da parte di studiosi e ricercatori.

La mostra sarà altresì occasione per dare risalto al ruolo che già da diverso tempo la Reggia di Caserta ricopre, grazie alla collaborazione con le università e gli istituti di cultura campani e con la rete di musei italiani, di centro di diffusione culturale e di luogo dedicato allo studio e alla ricerca. La finalità culturale, nonché quella didattico-scientifica sarà quindi promossa attraverso la realizzazione di giornate-studio, che vedranno coinvolti esperti del mondo accademico, con approfondimenti su tematiche quali: il mercato dell'arte; il legame tra il collezionismo privato e gli enti pubblici; la pittura napoletana del XVII e il XVIII secolo.

Cesare Lampronti rappresenta la terza generazione di una consolidata famiglia di antiquari, vantando nel suo curriculum oltre cinquant'anni di esperienza nel mercato internazionale dell'arte. La Galleria Lampronti fu fondata a Roma nel 1914 da suo nonno Cesare, specialista in pitture italiane del XVII e XVIII secolo, con un particolare riguardo per le vedute, i paesaggi e le nature morte, che spaziano, attualmente, dal Caravaggio al Canaletto e ai loro seguaci. Cesare Lampronti è diventato il Direttore della galleria nel 1961, succedendo a suo padre Giulio, e da quel momento ha partecipato alle più prestigiose fiere di antiquariato in Europa. In Italia, la attuale Lampronti Gallery ha preso parte alla Biennale Internazionale di Roma e alla Biennale Internazionale di Firenze; mentre all'estero, ha partecipato al TEFAF (The European Fine Art Fair), al Paris Tableau, alla Biennale des Antiquaires, al Frieze Masters e al Point Art Monaco.

Inoltre, la Lampronti Gallery collabora con i musei internazionali e le istituzioni pubbliche nella conduzione di ricerche e prestando opere per le mostre. In tale ambito, Cesare Lampronti ha svolto il ruolo di vero e proprio pioniere, stimolando l'interesse di studiosi quali Ferdinando Bologna e Giuliano Briganti, che hanno fornito rilevanti contributi con i loro studi sulle opere da lui collezionate. Cesare Lampronti è membro dell'Associazione Italiana Antiquari, della quale è stato vice-presidente per 15 anni fino al 2005, e del French Syndicat National des Antiquaires. Nel gennaio del 2013 è stata aperta una nuova galleria in Duke Street, St James's, che offre una finestra sull'arte e sulla cultura italiana nel cuore di Londra. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Scultura in esposizione nella mostra Sulle sponde del Tigri Sulle sponde del Tigri
Suggestioni dalle collezioni archeologiche del MAO: Seleucia e Coche


termina il 12 gennaio 2020
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Nei lunghi secoli intercorsi tra l'impresa di Alessandro Magno e l'avvento dell'Islam, gli orizzonti del mondo conosciuto si dilatarono come mai prima d'allora. In quel mondo nacquero le città così come le concepiamo oggi, luoghi d'interrelazioni in una rete connettiva capillare che univa il Mediterraneo alla Cina. In uno dei punti più nevralgici di questa rete globale - la Mesopotamia centrale - furono fondate capitali d'importanza e dimensioni ineguagliate, in un processo che culminò con la fondazione di Baghdad. La prima capitale fondata in quel luogo fu, alla fine del IV secolo a.C., Seleucia al Tigri, metropoli estesa quanto Torino nel Settecento, alla quale seguì, sull'altra sponda del fiume, la mitica Ctesifonte, poi integrata nel III secolo d.C. con la città rotonda di Coche (o Veh Ardashir).

Questi due poli d'attrazione sulle sponde opposte del Tigri rivaleggiarono e prosperarono per secoli, alternandosi nel reggere le sorti di imperi che furono la controparte di Roma. A partire dal 1964, gli scavi svolti dal Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l'Asia nei siti di Seleucia e Coche, portarono alla luce strutture abitative e manufatti di varia natura, quali sigillature in argilla di documenti, monete, vetri e manufatti fittili. La mostra, a cura di Vito Messina, Alessandra Cellerino, Enrico Foietta con la collaborazione di Claudia Ramasso, presenta una selezione di ceramiche, terrecotte, vetri e oggetti d'uso comune rinvenuti nelle due città, mettendo in dialogo la produzione di età ellenistico-partica, proveniente dal sito di Seleucia, con quella sasanide di Coche. (Estratto da comunicato stampa)

___ Mostre complementari

Sulla via di Alessandro in Asia
27 febbraio - 27 maggio 2007
Palazzo Madama - Torino
Presentazione

Ori dei Cavalieri delle Steppe
Sciti | Cimmeri | Sarmati | Unni | Avari | Goti
Mostra di oggetti dei popoli tra Danubio e Asia dal 1000 a.C al XIII d.C.

01 giugno - 04 novembre 2007
Castello del Buonconsiglio - Trento
Presentazione




Opera di Ha Chong-Hyun realizzata oil on hemp cloth nel 2018 denominata Conjunction 18-12b, courtesy Cardi Gallery, copyright The Artist Ha Chong-Hyun
termina il 20 dicembre 2019
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

Mostra personale di Ha Chong-Hyun, uno degli artisti più apprezzati della Corea del Sud. Saranno presentate opere della serie Conjunction, eseguite tra il 1992 e il 2019. Ha Chong-Hyun è una delle personalità più importanti della storia dell'arte del dopoguerra, figura di spicco del movimento artistico coreano Dansaekhwa. Tra le privazioni materiali estreme e il sistema politico autoritario che hanno caratterizzato la Corea degli anni '60 e '70, l'artista ha esplorato il potenziale espressivo di materiali non convenzionali come carta da giornale, rottami di legno e filo spinato applicati sulla tela. Lavorando con le tonalità tenui della terra su superfici di tela e canapa, combinando tradizioni pittoriche orientali e occidentali e sfidando la delimitazione rigorosa tra scultura, pittura e performance, Ha Chong-Hyun ha contribuito a ridefinire il linguaggio della pittura.

Nel 1974 l'artista inizia a concentrarsi sulla materialità della pittura e a utilizzare la tela non solo come semplice supporto: nasce così la serie Conjunction, titolo che l'artista da quel momento dà a tutti i suoi dipinti e che descrive la filosofia da lui adottata, secondo cui la purezza del mezzo pittorico e la fisicità dell'artista si fondono, o sono congiunti, nell'atto del dipingere. In questi lavori Ha Chong-Hyun utilizza strumenti per spingere il colore a olio, monocromo, dal retro della tela grezza fino a farlo filtrare ed emergere attraverso la superficie. Successivamente, l'artista stende la vernice sul fronte della tela con il pennello o con la spatola, dando corpo a un'ampia varietà di composizioni astratte.

La mostra presenta una selezione di opere della serie Conjunction, sia storiche che più recenti, fino a un nucleo realizzato appositamente per l'occasione. Nei lavori esposti in galleria, la classica palette di colori neutri e blu profondi utilizzata da Ha Chong-Hyun si arricchisce di altre intense tonalità di blu, rosso e nero, il cui uso deriva dall'impegno dell'artista nell'esplorazione dei colori caratteristici degli interni coreani. Il rosso vermiglio, in particolare, rappresenta un elemento di novità, essendo entrato a far parte della pratica di Ha Chong-Hyun solo dal 2018: questo rosso-arancio vivido comparso nella sua produzione con Conjunction 18-12 (2018) viene dai motivi decorativi noti come dancheong, spesso usati per arricchire strutture in legno e strumenti musicali coreani tradizionali.

Ha Chong-Hyun e gli artisti della sua generazione quali Lee Ufan, Park Seobo, Kwon Young-woo, Yun Hyong-keun e Chung Sang-hwa sono conosciuti come membri del movimento Dansaekhwa, termine che letteralmente significa "pittura monocromatica", ma che definisce tanto le tecniche impiegate quanto l'estetica riduzionista a cui il gruppo fa riferimento. La stesura della vernice, le tele imbevute, le matite trascinate, la carta strappata e i materiali manipolati che caratterizzano l'approccio di questi artisti hanno cancellato e ridefinito i confini che fino a quel momento separavano il disegno a inchiostro dalla pittura a olio, la stessa pittura dalla scultura, e l'oggetto dallo spettatore. Questa mostra offre l'opportunità di approfondire la conoscenza di un artista, ancora in attività, il cui lavoro ha sfidato la definizione tradizionale di pittura e ha contribuito ad aprire un nuovo e vitale capitolo dell'arte visiva coreana. La mostra sarà accompagnata da un catalogo con un testo del critico d'arte Francesco Bonami.

Ha Chong-Hyun si è laureato all'Università di Hongik nel 1959. Dal 1990 al 1994 è stato Decano del Fine Arts College dell'Università di Hongik ed è stato Direttore del Seoul Museum of Art dal 2001 al 2006. Tra le sue mostre più recenti ricordiamo la grande retrospettiva al Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Gwacheon, Corea, (2012), la mostra Dansaekhwa, evento collaterale della 56. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia (2015), la mostra personale alla Kukje Gallery di Seoul (2015) e alla Tina Kim Gallery (2018). Le opere di Ha Chong-Hyun sono conservate in collezioni pubbliche di importanti istituzioni come il Museum of Modern Art di New York, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, l'Art Institute of Chicago, il Museo M+ di Hong Kong, il Museo Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Corea, e il Leeum, Samsung Museum of Art di Seoul. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa - copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)

  La Trinacria | Storia e Mitologia

Sicilia e Grecia





Locandina della rassegna artistica Vide Viaggio Dell'Emozione VIDE Viaggio Dell'Emozione
termina il 29 febbraio 2020
Palazzo Arnone - Cosenza

Il progetto "VIDE VIaggioDell'Emozione", ideato dal Polo museale della Calabria ora Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e realizzato con il sostegno della Regione Calabria, è un invito al viaggio attraverso una mostra diffusa, tracciata per iniziare il viaggiatore 3.0 alle innumerevoli storie che si snodano lungo gli itinerari regionali. L'esposizione - che coinvolge 16 reperti evocativi del tema del viaggio dislocati su tutto il territorio regionale nei contesti museali di appartenenza - traccia una road map che da cammino fisico diventa esperienza emotiva, coinvolgendo l'intera rete di connessioni esistenti tra le sedi della Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e i paesaggi culturali in cui esse insistono. La mostra ha il suo centro propulsore a Cosenza, presso Palazzo Arnone, dove una sala multimediale sviluppata con moderne tecnologie di animazione grafica computerizzata, permetterà ai visitatori di intraprendere un viaggio virtuale presso tutte le altre sedi coinvolte.

Negli altri musei e luoghi della cultura, grazie a un'applicazione dedicata, essi potranno, poi, visualizzare non solo il reperto inserito nel percorso, ma avranno la possibilità di intraprendere virtualmente ulteriori e nuovi percorsi da tracciare secondo i propri interessi e sensibilità. Il 'viaggiatore VIDE' si sposterà dal museo di Amendolara, dove piccoli scarabei testimoniano la fitta trama di scambi attivi nel mondo antico, al Museo della Sibaritide, per conoscere le insidie del viaggio degli Achei. Presso la Galleria di Cosenza vivrà l'ansia di una fuga esasperata per la salvezza e giungerà a Lamezia Terme per scoprire il mondo femminile della Magna Grecia.

Si sposterà a Vibo Valentia e Scolacium dove, silenzioso, visiterà il mondo dei morti; a Mileto entrerà in contatto con le antiche abilità dei maestri argentieri mentre a Gioia Tauro scoprirà la manifattura ceramica dei Calcidesi. Si sposterà a Bova percorrendo l'antico asse viario Reggio - Taranto, arrivando poi nella Locride dove presso Locri Epizephiri e Kaulon vivrà il forte legame tra le antiche popolazioni e le risorse naturali della regione. Poco distante raggiungerà La Cattolica e la chiesa di San Francesco, mete di un viaggio spirituale, e si sposterà alla fortezza di Le Castella che evoca ancora accese battaglie per il controllo della costa. Concluderà, al galoppo, il suo viaggio a Crotone. (Comunicato stampa)




Opera di Chuck Close nella mostra Mosaics Chuck Close. Mosaics
termina il 12 gennaio 2020
Museo d'Arte della Città di Ravenna
www.mar.ra.it

Mostra dell'artista statunitense nell'ambito della VI edizione 2019 della Biennale di Mosaico Contemporaneo. Salito alla ribalta della scena artistica tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70, con autoritratti e ritratti, dipinti in scala monumentale dalla riproposizione di scatti fotografici, Chuck Close ha esplorato nel tempo un'ampia gamma di tecniche pittoriche, grafiche e fotografiche, tessili e, negli ultimi anni, musive, innovando il panorama artistico internazionale con soluzioni linguistiche e formali originali e di grande impatto. Le opere di Chuck Close testimoniano una instancabile ricerca delle possibilità di costruzione, ricostruzione e visualizzazione del volto umano, inestricabilmente legata alla condizione neuropsicologica dell'artista.

Affetto da prosopagnosia - un disturbo cognitivo che non permette di riconoscere le persone per mezzo dei soli caratteri fisionomici - Close ha saputo trasformare una condizione di svantaggio nell'innesco di un percorso artistico che induce ad una riflessione sulle relazioni tra le persone. Partendo dalla bidimensionalità della fotografia, rivelatasi un significativo aiuto per il riconoscimento delle persone, Chuck Close ha sviluppato una pratica artistica con cui indagare gli infiniti modi di rappresentare lo stesso soggetto, dal realismo fotografico ai limiti dell'astrazione. È un'emblematica ricerca, quella di Close, che si rivela di stringente attualità oggi, in una società abituata alla comunicazione dei volti per mezzo dei selfie e al loro riconoscimento automatico, grazie alle più recenti tecnologie e consentito dalle applicazioni dell'intelligenza artificiale e della computer vision. (...)

La mostra è suddivisa in due sezioni. La prima è dedicata all'ultima serie di opere a mosaico, realizzate, nel corso di quest'ultimo anno, in collaborazione con Mosaika Art and Design di Montréal (Canada) e Magnolia Editions di Oakland (California). Il percorso espositivo presenta sette opere in mosaico di grandi dimensioni, tra cui due autoritratti e i ritratti del noto musicista, cantautore e poeta Lou Reed e di colleghi artisti e amici come Lucas Samaras e Lorna Simpson. La particolarità delle opere in mostra, è quella di riproporre nei materiali tipici del mosaico, quali smalti, vetri e ceramiche colorate, quella ampia gamma di sperimentazioni tecniche e linguistiche che è cifra stilistica dell'artista.

Ad accompagnare i mosaici, e in una relazione coerente con i processi di lavorazione degli stessi, la prima parte della mostra espone una selezione di opere che ben rappresentano l'interesse di Chuck Close nei confronti di altre tecniche extra-pittoriche. Ne sono esempi le fotografie polaroid, a colori e in bianco e nero, gli arazzi lavorati su telaio jacquard, un tappeto in seta intessuto a mano, una preziosa stampa pochoir in 165 colori e un suggestivo autoritratto ottenuto con pittura a olio distribuita a mano per mezzo di stampi in feltro. La seconda sezione di mostra documenta, con materiali video e fotografici, il lavoro svolto dai laboratori Mosaika Art and Design e Magnolia Editions. Un lavoro che ha visto i due laboratori impegnati in un processo di invenzione e di elaborazione di soluzioni inedite dal punto di visto tecnico e dei materiali, nella messa a punto delle tipologie di mosaico più adatte a tradurre le estetiche delle opere di Chuck Close.

Chuck Close (Monroe, Washington, 1940), dopo aver studiato presso l'Università dello stato di Washington a Seattle, l'Università di Yale e l'Accademia di Belle Arti di Vienna inizia ad insegnare presso l'Università del Massachusetts e dà avvio alla sua ricerca artistica figurativa attraverso la fotografia in bianco e nero. I suoi ritratti, spesso associati al fotorealismo, ma più in rapporto con il minimalismo e l'arte processuale, diventano presto iconici nel panorama delle sperimentazioni pittoriche della fine degli anni '60. Dall'inizio degli anni '70, al bianco e nero si affianca la ricerca sul colore che, dalla simulazione dei procedimenti fotografici, si apre progressivamente ad una più libera reinvenzione cromatica dei volti ritratti - scomposti in griglie di blocchi quadrati - la cui coerenza figurativa può essere colta solo ad una visione a distanza. Le sue opere sono state ospitate e sono conservate presso alcune tra le più importanti istituzioni museali del mondo: MoMa, Whitney Museum of American Art, Met, New York; Walker Art Center, Minneapolis; SFMoMA, San Francisco; High Museum of Art, Atlanta; Hermitage, San Pietroburgo. Nella sua carriera Chuck Close ha partecipato a centinaia di mostre collettive e personali di rilievo internazionale. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Disegno di Osvaldo Cavandoli denominato La Linea per la pubblicità su Carosello Carosello
Pubblicità e Televisione 1957-1977


termina lo 08 dicembre 2019
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

Un nuovo capitolo della storia della Pubblicità in Italia. La mostra segue infatti dopo due anni la prima esposizione dedicata alla storia della pubblicità dal 1890 al 1957, che fu l'occasione per ripercorrere la nascita e l'evoluzione della comunicazione pubblicitaria e in particolare del manifesto, permettendo al visitatore di comprenderne la genesi, dai primi schizzi ai bozzetti, fino al manifesto stampato. Se in quella prima tappa della storia della pubblicità fu possibile ammirare le creazioni di cartellonisti come  Leonetto Cappiello, Sepo, Marcello Dudovich o Plinio Codognato - per citarne alcuni tra i principali - questa nuova occasione espositiva permette di continuare a seguire l'evoluzione della storia della grafica pubblicitaria e del manifesto con grandi designer come Armando Testa, Erberto Carboni, Raymond Savignac, Giancarlo Iliprandi, Pino Tovaglia, affiancandola a un nuovo media - la televisione - che con Carosello mosse i primi passi nel mondo della pubblicità.

Il visitatore quindi troverà tantissimi, celebri manifesti di quel periodo, affiancati ai bozzetti e agli schizzi, e insieme avrà la possibilità, grazie a una serie di schermi distribuiti nelle sale espositive, di ripercorre l'unicità e l'innovazione degli inserti pubblicitari di Carosello, vincolati al tempo a rigide regole di novità e lunghezza. Si scoprirà così l'universo dei personaggi animati che sono nati con la televisione, come La Linea di Osvaldo Cavandoli, Re Artù di Marco Biassoni, Calimero di Pagot o Angelino di Paul Campani, fino alla moltitudine di personaggi nati dalla matita di Gino Gavioli. Bozzetti, schizzi, rodovetri, storyboard sono gli elementi a complemento della serie di cartoni animati presentati in mostra a cui si aggiungono gli inserti pubblicitari in cui sono protagonisti i più importanti cantanti dell'epoca da Mina (Barilla) a Frank Sinatra, da Patty Pravo a Ornella Vanoni e Gianni Morandi o grandi attori come Totò, Alberto Sordi, Virna Lisi, Vittorio Gassman e grandi registi come Luciano Emmer, Mauro Bolognini, Ettore Scola, i fratelli Taviani, oltre a personaggi tv popolarissimi come Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffella Carrà, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.

Una selezione dei più importanti oggetti promozionali dell'epoca come l'ippopotamo Pippo, o i gonfiabili di Camillo il Coccodrillo, della Mucca Carolina, di Susanna tutta Panna completano la presentazione della pubblicità dei primi trenta anni della seconda metà del Novecento. Carosello, infatti, ebbe successo anche perché creò e impose i suoi caratteristici personaggi. Umberto Eco all'epoca sosteneva, nel saggio Ciò che non sappiamo della pubblicità televisiva, che si trattava di personaggi ambigui ed esili, di personaggi cioè che, a differenza degli eroi e dei personaggi mitologici tradizionali, non erano «portatori di un'idea» e avevano perso «la nozione di ciò che dovevano simboleggiare». Eppure, forse proprio grazie a questa loro apparente debolezza comunicativa, tali personaggi hanno saputo integrarsi efficacemente con la cultura di massa della società italiana. Hanno saputo cioè diventare vere e proprie "icone", esseri senza profondità, spesso, come ha sottolineato lo stesso Eco, anche indipendentemente dai prodotti da cui erano nati.

La pubblicità di quel periodo - dal 1957 al 1977, non solo televisiva - introdusse una vera e propria rivoluzione nel patrimonio culturale e visivo di tutti. Carosello era trasmesso in bianco e nero, ma per gli italiani era ricco di colori. Aveva infatti i colori del consumo, i colori di un nuovo mondo di beni luccicanti che si presentavano per la prima volta sulla scena sociale: lavatrici, frigoriferi, automobili, alimenti in scatola, etc. Carosello non era semplicemente pubblicità, ma un paesaggio fiabesco dove regnavano la felicità e il benessere, un paesaggio estremamente affascinante per una popolazione come quella italiana che proveniva da un lungo periodo di disagi e povertà. Un paesaggio onirico che esercitava un effetto particolare nei piccoli paesi, nelle campagne e nelle regioni più arretrate, dove rendeva legittimo l'abbandono di quell'etica della rinuncia che apparteneva alla vecchia cultura contadina, in favore dell'opulenza della città e dei suoi beni di consumo.

Carosello, dunque, ha insegnato a vivere la modernità del mondo dell'industria, ha insegnato cioè che esistevano dei nuovi beni senza i quali non ci si poteva sentire parte a pieno diritto del nuovo modello sociale urbano, industriale e moderno. E ha insegnato anche come tali beni andavano impiegati e collocati nel modo di vita di ciascuno. Seppure vincolato dalle rigide norme imposte dalla Rai puritana dell'epoca, ha comunque potuto mostrare le gratificazioni e le diverse fonti di piacere che erano contenute nei nuovi beni di consumo. Forse non è un caso che a Carosello lavorassero insieme i migliori creativi e le migliori intelligenze del teatro e del cinema italiano dell'epoca.L'esposizione, fra gli altri contributi, si avvale della collaborazione col prestito di un importante numero di bozzetti originali e manifesti di Carboni, Iliprandi, Testa, Tovaglia del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell'Università di Parma, e di manifesti d'epoca del Museo nazionale Collezione Salce di Treviso e della Collezione Alessandro Bellenda - Galleria L'Image, Alassio (Savona), di archivi aziendali e di importanti collezioni private.

Per tutta la parte filmica si avvale del contributo dell'Archivio Generale Audiovisivo della Pubblicità Italiana e del personale apporto del suo Fondatore e Direttore, lo storico della pubblicità Emmanuel Grossi. La mostra - a cura di Dario Cimorelli, cultore di storia della pubblicità, e Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione, come il precedente capitolo dedicato alla pubblicità del periodo 1890-1957 - è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, dove, oltre ai saggi dei curatori e alla riproduzione di tutte le opere esposte, vengono ripubblicati testi fondamentali di Omar Calabrese, a cui vengono affiancati nuovi testi di Stefano Bulgarelli, Emmanuel Grossi, Roberto Lacarbonara, a completare la disamina sulle diverse tematiche relative a Carosello. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Anthropocene
termina lo 05 gennaio 2020
MAST - Bologna
www.anthropocene.mast.org

Il progetto Anthropocene è un'esplorazione multimediale che documenta l'indelebile impronta umana sulla terra: dalle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi alle ciclopiche macchine costruite in Germania, dalle psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia alla devastazione della Grande barriera corallina australiana, dalle surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama alle cave di marmo di Carrara e ad una delle più grandi discariche del mondo a Dandora, in Kenya. Anthropocene è frutto della collaborazione quadriennale tra il fotografo di fama mondiale Edward Burtynsky e i pluripremiati registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier che, combinando arte, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica, documentano i cambiamenti che l'uomo ha impresso sulla terra e testimoniano gli effetti delle attività umane sui processi naturali.

Il progetto si basa sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall'attuale epoca geologica - l'Olocene, iniziata circa 11.700 anni fa - all'Antropocene (dal greco anthropos, uomo). La ricerca è volta a dimostrare che gli esseri umani sono diventati la singola forza più determinante sul pianeta. La terraformazione del pianeta mediante l'estrazione mineraria, l'urbanizzazione, l'industrializzazione e l'agricoltura; la proliferazione delle dighe e la frequente deviazione dei corsi d'acqua; l'eccesso di CO2 e l'acidificazione degli oceani dovuti al cambiamento climatico; la presenza pervasiva e globale della plastica, del cemento e di altri tecno-fossili; un'impennata senza precedenti nei tassi di deforestazione ed estinzione: queste incursioni umane su scala planetaria - argomentano gli scienziati - sono così pesanti che i loro effetti sono destinati a perdurare e a influenzare il corso delle ere geologiche.

Il progetto ha debuttato in Canada a settembre 2018 con il film Anthropocene: The Human Epoch proiettato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e con la mostra allestita in contemporanea all'Art Gallery of Ontario di Toronto (AGO) e alla National Gallery of Canada di Ottawa (NGC) organizzata in partnership con la Fondazione MAST. Hanno co-curato la mostra: Urs Stahel, che cura sia la PhotoGallery sia la collezione di Fondazione MAST, Sophie Hackett e Andrea Kunard rispettivamente curatrici della Fotografia dell'Art Gallery of Ontario di Toronto e della National Gallery of Canada di Ottawa. La mostra, esplorando gli effetti delle attività umane sul Pianeta, si inscrive nel progetto artistico della Fondazione MAST che dal 2013 conduce una riflessione approfondita sul rapporto tra l'uomo e il mondo del lavoro attraverso esposizioni di fotografia (tratte dalla collezione di Fondazione MAST o provenienti da musei, archivi e raccolte private), che raccontano il settore produttivo, le comunità dei mestieri e l'occupazione in genere.

La mostra utilizza diversi mezzi espressivi. Trentacinque fotografie di grande formato di Edward Burtynsky. Quattro murales ad alta risoluzione, in cui si abbinano tecniche fotografiche e filmiche, che evidenziano il lavoro sinergico dei tre artisti: grazie a brevi estensioni video di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier integrati in queste enormi fotografie, i visitatori possono esaminare nei più minuti dettagli e in modo immersivo la complessità delle incursioni umane sulla Terra attraverso la App AVARA (scaricabile gratuitamente su Apple App Store e Google Play, sul proprio smartphone/tablet o sui tablet messi a disposizione da MAST). Tredici videoinstallazioni HD curate dai due registi offrono vivide riflessioni sull'Antropocene, sui singoli scenari che lo rappresentano, e favoriscono la comprensione della portata e dell'impatto del fenomeno.

Nel percorso espositivo si trovano inoltre tre installazioni di Realtà Aumentata (RA) che ricreano su smartphone e tablet un modello fotorealistico tridimensionale a grandezza naturale di impressionante verosimiglianza, consentendo ai visitatori di tutte le età di "toccare con mano" alcuni degli effetti devastanti causati dal dominio dell'uomo sulla terra come l'estinzione di una specie animale. Le esperienze di RA sono create con la tecnica della fotogrammetria in cui migliaia di fotografie ad alta definizione, scattate da tutte le angolazioni, vengono assemblate in ambiente digitale e sono visibili con la App AVARA (scaricabile gratuitamente su Apple App Store e Google Play, sul proprio smartphone/tablet o sui tablet messi a disposizione da MAST). La mostra Anthropocene è suddivisa in quattro sezioni che coinvolgono diverse aree del MAST.

- Anthropocene.1
PhotoGallery

Diciannove fotografie di Edward Burtynsky puntano l'obiettivo su barriere frangiflutti, processi di estrazione delle risorse naturali e bunkeraggio di petrolio nel delta del Niger, deforestazioni, grandi infrastrutture di trasporto, cambiamento climatico, miniere di litio, rame e carbone e sulle tante e diverse forme di inquinamento. Sette videoinstallazioni HD a cura di Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier mostrano: la galleria del San Gottardo, in Svizzera, che con i suoi 57km è il tunnel più lungo del mondo; il mega trasporto di carbone via treno nel Wyoming, negli Usa; due video sull'abbattimento degli alberi pericolosi nella foresta Cathedral Grove di Vancouver Island, in Canada; i bacini sotterranei del grande serbatoio idrico di Saint Clair a Toronto; la enorme miniera di lignite di Hambach, in Germania; la desolazione della città mineraria di Norlisk, in Russia. La proiezione su parete mostra la ricerca di materiali da rivendere nella grande discarica africana di Dandora, in Kenya. Due murales ad alta risoluzione illustrano nei dettagli la lussureggiante foresta Cathedral Grove di Vancouver Island e il suo processo di disboscamento e il brulichio del Mushin Market di Lagos, in Nigeria, la più grande e sovrappopolata città dell'Africa.

- Anthropocene.2
Foyer

Sedici fotografie di Edward Burtynsky immortalano bacini di decantazione di fosforo, miniere di potassio, pozzi di acqua salmastra, impianti solari e eolici, raffinerie di petrolio, impianti petrolchimici, discariche, grandi serre e scenari di desertificazione. Tre videoinstallazioni HD di Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier mostrano con dovizia di particolari una miniera di fosforo in Florida; una raffineria di petrolio texana; il muro di corallo incontaminato Pengan, quale esempio sempre più raro, nel Komodo National Park, in Indonesia. Due murales ad alta risoluzione illustrano il processo di estrazione nelle cave di marmo di Carrara e la barriera corallina del parco marino dell'Isola di Komodo, in Indonesia.

- Anthropocene.3
Gallery livello 0

Due installazioni di realtà aumentata permettono di vedere in 3D, a grandezza naturale, la catasta delle zanne di elefante confiscate ai bracconieri, in Kenya e Sudan, l'ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco morto nel 2018 segnando l'estinzione della sua sottospecie. Due proiezioni su parete in grande e spettacolare formato rappresentano: lo storico rogo ordinato dal presidente Kenyatta, in Kenya, delle cataste di zanne d'avorio confiscate ai bracconieri nel 2016 (nel black box) e il lavoro della ciclopica macchina Bagger 291 utilizzata per rimuovere il suolo di copertura delle miniere di lignite in Germania. Un percorso didattico interattivo permette di sviluppare uno sguardo critico, dai tre anni in su, sui nostri comportamenti rispetto all'ambiente, di riflettere sugli impatti ambientali nei mari e nelle terre del nostro pianeta e di scoprire i piccoli gesti quotidiani da adottare per contribuire alla sua salvaguardia. Il Giardino di MAST ospita un'installazione in realtà aumentata, il leggendario Big Lonely Doug, maestoso abete Douglas canadese quasi millenario, salvato nel 2011 da una imponente deforestazione grazie a un boscaiolo che l'aveva contrassegnato con la scritta "Non toccate questo albero".

- Anthropocene.4
Auditorium

È parte integrante della mostra al MAST. il premiato film Anthropocene: The Human Epoch (Anthropocene: l'Epoca Umana), codiretto dai tre artisti. Terzo capitolo di una trilogia che include Manufactured Landscapes (2009) e Watermark (2013), il film testimonia con un approccio esperienziale e non didattico un momento critico nella storia geologica del pianeta, proponendo una provocatoria e indimenticabile esperienza dell'impatto e della portata della nostra specie. La voce narrante è del premio oscar Alicia Vikander. Il film sarà distribuito in Italia da Fondazione Stensen e Valmyn. La mostra si completa con MAST. Dialogues on Anthropocene, un programma di eventi culturali, letture, tavole rotonde. (Comunicato stampa)




Fotografie di Eve Arnold che ritraggono Marylin Monroe e Marlene Dietrich Eve Arnold
termina lo 08 dicembre 2019
Casa Museo Villa Bassi - Abano Terme (Padova)

L'intensità e la potenza espressiva degli scatti di Eve Arnold raggiungono sempre livelli di straordinarietà. La fotografa americana ha sempre messo la sua sensibilità femminile al servizio di un mestiere troppo a lungo precluso alle donne e al quale ha saputo dare un valore aggiunto del tutto personale. A questa intensa interprete dell'arte della fotografia, la Casa-Museo Villa Bassi dedica un'ampia retrospettiva, a cura di Marco Minuz, interamente centrata sui suoi celebri ed originali ritratti femminili. Eve Arnold, nata Cohen, figlia di un rabbino emigrato dalla Russia in America, contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna ad essere entrata a far parte della Magnum. Furono infatti loro due le prime fotografe ad essere ammesse a pieno titolo nell'agenzia parigina fondata da Robert Capa nel 1947.

Un'agenzia prima di loro, riservata a solo grandi fotografi uomini come Henri Cartier Bresson o Werner Bischof. Ed è un caso fortunato che le due prime donne di Magnum siano protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia. A chiamare Eve Arnold in Magnum fu, nel 1951, Henri Cartier-Bresson, colpito dagli scatti newyorkesi della fotografa. Erano le immagini di sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Quelle stesse immagini rifiutate in America per essere troppo "scandalose", vennero pubblicate dalla rivista inglese Picture Post. Chiamata a sostituire il fotografo Ernst Haas per un reportage su Marlene Dietrich, inizia la frequentazione con le "celebreties" di Hollywood e con lo star system americano. Nel 1950 l'incontro con Marylin Monroe, inizio di un profondo sodalizio che fu interrotto solo dalla morte dell'attrice. Per il suo obiettivo Joan Crawford svela i segreti della sua magica bellezza.

Nel 1960 documenta le riprese del celebre film The Misfits, Gli spostati, con Marylin Monroe e Clark Gable, alla regia John Houston e alla sceneggiatura il marito dell'epoca di Marylin Arthur Miller. Trasferitasi a Londra nel 1962, Eve Arnold continua a lavorare con e per le stelle del cinema, ma si dedica anche ai reportage di viaggio in molti Paesi del Medio ed Estremo Oriente. «Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura.» Così Eve Arnold definisce la figura del fotografo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




esempi dalla collezione di Isola Bella Gioielli ispirata alla tradizione siciliana Isola Bella Gioielli
Il Mediterraneo Made in Sicily

www.isolabellagioielli.com | www.industria01.it

L'agenda primavera-estate di Isola Bella Gioielli si apre con il lancio della nuova collezione "Giardino Segreto" ed è un susseguirsi di appuntamenti e di novità, frutto di uno sguardo al territorio, al sociale e alla creazione di una rete di collaborazioni con altre realtà siciliane, con cui condividere e portare avanti un Made in Sicily dinamico, autentico e originale. Isola Bella Gioielli è un brand Made in Sicily nato nel 2013 dalla sinergia tra Alessio Strano - Ceo e direttore commerciale - e Giuseppe Argurio - designer e project manager - che hanno deciso di raccontare i simboli e i colori del Mediterraneo, attraverso la realizzazione di collezioni di gioielli unici e preziosi, divenuti dei veri must have. In ogni pezzo, infatti, sono sempre presenti: un sapiente uso di antiche tecniche di lavorazione dei metalli, un tocco d'innovazione dato dai modelli, dai colori e dalle scelte stilistiche e un riferimento culturale e/o storico alla Sicilia.

«L'idea di creare una collezione di gioielli ispirata alla tradizione siciliana - racconta Alessio Strano - è nata come una scommessa: realizzare pezzi esclusivi e pregiati che fossero una dichiarazione d'amore al Mediterraneo e alla Sicilia. Una dichiarazione d'amore intesa, non solo come esaltazione e valorizzazione dell'Isola, ma come un progetto più ampio rivolto al territorio e alle generazioni future - a livello locale - e alla diffusione di un'immagine contemporanea della Sicilia e del Made in Sicily - a livello nazionale e internazionale - cui ci rivolgiamo grazie al nostro e-shop e ad alcuni punti vendita presenti in Italia»

Isola Bella è cultura, design e il lavoro di un artigiano. Nel corso di questi anni, il brand ha lanciato nuove idee e nuovi soggetti per bracciali, charms, gemelli, orecchini e pendenti dedicati al mare, al food, agli animali, al glamour divenuti veri oggetti di culto per fashion addicted di tutto il mondo. «I gioielli Isola Bella - spiega Giuseppe Argurio - nascono mettendo insieme un'approfondita conoscenza dell'arte di lavorazione artigianale alle nuove tecnologie. Ciascun monile - realizzato in argento 925 e smaltato rigorosamente a mano - è unico, quindi, simile ma non identico agli altri perché prende forma a partire dal disegno su carta e, attraverso il modello realizzato con la tecnica della microfusione a cera persa»

Isola Bella Gioielli propone anche una collezione di esclusivi accessori disegnati dal designer palermitano Sergio Daricello che interpreta in chiave contemporanea le tradizione e le sfumature del Mediterraneo. Foulard e pochette, esclusive t-shirt e teli mare dedicati a chi ama la bellezza e l'estro della nostra Isola. La T-Shirt tamburello (realizzata con strass e borchie) dedicata alle tradizioni e ai suoni antichi come quelli del tipico tamburello siciliano; i Foulard Ruota, decorato con i motivi che ornavano i carretti siciliani e le sue ruote, e Acqua Marina con un fondo azzurro acqua e tutte le creature più affascinanti del mondo marino (ippocampi e ricci, polpi e pesci, tartarughe e stelle marine), ripresi dal design dei gioielli Isola Bella: sono un tributo ai colori e alle storie della Sicilia e del Mediterraneo. E ancora i due Teli mare: Stelle Marine, su un fondo blu si posano decine di stelle marine, insieme ad altre splendide creature che popolano le acque del Mediterraneo e Sole, un telo allegro e colorato che riprende i motivi dei carretti siciliani e omaggia la Trinacria, dedicato a chi ama la Sicilia e la sua energia.

Da marzo a luglio 2019, l'azienda è impegnata in vari progetti e attività legati al glam, alla formazione e al sociale. Dal lancio della nuova collezione - Giardino Segreto - dedicata ai fiori tipici del Mediterraneo - alla Capsule Collection, limited edition, realizzata per il Garden Festival. E ancora, dal supporto a progetti come WonderLad, al contest creativo in collaborazione con Ruiz Rappresentanze, Industria01 e Harim Accademia Euromediterranea. Al centro di questi appuntamenti troviamo i fiori, la Sicilia e le nuove generazioni. Nello specifico, il tema floreale è dominante nella nuova collezione che vuole essere un'esaltazione e una valorizzazione delle specialità botaniche dell'Isola. Giardino Segreto è un viaggio nella natura romantica e prorompente, tra profumi inebrianti e giochi di luci e colori che s'insinuano tra le foglie. Un segreto sussurrato nella brezza di un giardino, un desiderio che sboccia tra passione e innocenza, un cammino interiore alla ricerca di se stessi. Una collezione di gioielli in cui fiori smaltati a mano si posano su anelli, collane, ciondoli e bracciali da indossare con personalità, dedicati a chi ama ritrovarsi mescolando stili e suggestioni. Per rinascere ogni giorno celebrando la bellezza dell'essere sempre diversi, con stupore e fantasia.

Il Mediterraneo e la vegetazione tipica dei giardini siciliani, ritornano anche nella capsule collection limited edition realizzata per la seconda edizione del Radice Garden Festival. Traendo spunto dal tema - giardini produttivi - della seconda edizione della kermesse internazionale dedicata al garden design, all'architettura del paesaggio, all'arte, alla cultura e alla tutela ambientale, Isola Bella ha ideato una coppia di orecchini (una piccola foglia di monstera e una palma rigogliosa) e un paio di gemelli (due foglie di monstera) in argento 925 placcato oro 24 kt che riprendono le linee delle palme e delle foglie tipiche dei giardini mediterranei, simbolo della biennale che sarà visitabile fino al prossimo 27 ottobre. I gioielli, che hanno già suscitato l'interesse della stampa e dei visitatori nei primi giorni della kermesse, saranno presto in vendita online, in alcuni punti vendita selezionati e nel temporary shop del Festival. Un progetto che è un piccolo germoglio, pronto a fiorire nei prossimi mesi.

La Sicilia è valorizzata, oltre che nelle collezioni di Isola Bella che raccontano sempre scorci di storia, cultura, tradizione di questa Isola, anche nelle collaborazioni con altre aziende, fondazioni, associazioni. Si pensi, alla campagna "l'Albero dei Desideri" lanciata da qualche anno per sostenere la costruzione di Wonderland, una casa speciale pensata per ospitare, a Catania, bambini affetti da gravi patologie e le loro famiglie. L'Albero dei desideri è il charm in argento Sterling 925, placcato rodio e smalti realizzato a sostegno di Lad onlus, associazione nata per garantire il Cure&Care ai bambini affetti da gravi malattie e alle loro famiglie. Parte dei proventi della vendita è devoluta a favore dei progetti della onlus come la costruzione di WonderLad, una casa speciale che sta nascendo a Catania. Utilizzando come strumenti arte e creatività, l'obiettivo è accompagnare e sostenere i piccoli dando loro l'opportunità di vivere in un ambiente stimolante e familiare, affinché la malattia non ostacoli il processo naturale di crescita.

Isola Bella crede molto anche nell'importanza della formazione professionale delle nuove generazioni e del contatto tra scuola e impresa. Proprio per questo ha indetto, - in collaborazione con Ruiz Rappresentanze, Industria01 e Harim Accademia Euromediterranea - la prima edizione del contest creativo "La Sicilia e i 4 elementi", concorso interno dedicato agli studenti di Harim che inaugurerà una nuova linea di abbigliamento firmata Isola Bella, con una collezione originale di t-shirt e borse che rispecchino con le loro linee e colori l'identità del brand. Ciascun concorrente, ispirandosi all'isola vulcanica attraverso i suoi elementi - aria, acqua, terra e fuoco - potrà presentare fino a sei proposte creative per t-shirt e borse che saranno valutate dalla giuria, composta da rappresentanti delle realtà organizzatrici. Al termine del contest saranno scelti tre vincitori che potranno realizzare il sogno di firmare un capo o un accessorio della collezione e aggiudicarsi un gioiello Isola Bella e uno stage in azienda. Isola Bella Gioielli è ambasciatrice d'eccellenza del Made in Sicily e di un modo di fare impresa, dinamico, creativo e innovativo. (Comunicato ufficio stampa Industria01)




opera di Gianfranco Gorgoni Photology Air 2019/2020
Il nuovo parco per l'arte contemporanea in Sicilia


22 giugno - 03 novembre 2019
09 aprile - 27 settembre 2020
Tenuta Busulmone - Busulmone, Noto (Siracusa)
www.photology.com

Cinque progetti naturalistico-fotografici che coinvolgeranno il curatore uruguaiano Martin Craucin e 15 artisti di fama internazionale: Gianfranco Gorgoni, Georg Reinking, Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson, Giada Barbieri, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Juan Pedro Fabro, Emilio Fantin, Fiamma Montezemolo, Irina Raffo, Luca Vitone, Francesca Romana Gaglione. Photology, che già dal 2012 ha intrapreso un'intensa attività di diffusione delle arti fotografiche nel territorio siciliano di sud-est, è orgogliosa di presentare l'edizione 2019/2020 di Photology Air (Art In Ruins), il nuovo parco per l'arte contemporanea aperto nel 2018 nei trenta ettari della splendida Tenuta Busulmone, a Noto.

In particolare, traendo ispirazione dal tema delle "rovine" come sinonimo di modernizzazione (già trattato alla Biennale di Venezia 2014), le mostre vengono allestite negli spazi restaurati en plein air di un convento ottocentesco e lungo i tanti percorsi naturali che si trovano nella tenuta. La scelta curatoriale per il biennio 2019/2020 è ricaduta su un tema sempre più attuale, la "coscienza ambientale", e il titolo Preservaction ne è diventato l'esplicito manifesto. In particolare, le attività di Photology Air che verranno presentate nel 2019 con il titolo Prelude To Preservaction, per poi svilupparsi nel 2020 sotto il nome di Preservaction Now!, offrono ai visitatori la possibilità di confrontarsi con opere eterogenee che vogliono invitare a riflettere sulla rappresentazione artistica della natura come via di preservazione e tutela, perché la Natura, da sempre fonte di ispirazione per gli artisti di qualsiasi disciplina, è lei stessa un'opera d'arte.

Noto, fiore all'occhiello dell'arte e della cultura siciliana, è uno splendido esempio di architettura barocca di fine Settecento che domina la valle del fiume Asinaro con vista sul Mar Ionio a est e Mediterraneo a sud. Il suo centro storico è stato dichiarato nel 2002 Patrimonio dell'Umanità da parte dell'Unesco insieme con le altre città tardo barocche della Val di Noto. Dopo la ricostruzione in seguito al terremoto del 1693, Noto è divenuta una delle città d'arte più visitate del nostro paese, meta di un turismo sempre crescente, tanto da registrare un incremento medio annuo di visitatori intorno al 5% dal 2010, soprattutto internazionali. Tutta la Val di Noto è oggi meta esclusiva, non solo per il patrimonio artistico-culturale, ma anche per le eccellenze enogastronomiche, e le località turistiche della zona sono particolarmente apprezzate: le spiagge della riserva naturale di Vendicari, i laghetti di Cavagrande, la zona archeologica di Pantalica, la Villa Romana del Tellaro, Marzamemi e Noto antica.

- Prelude to preservaction
22 giugno - 03 novembre 2019

.. Land Art in America
by Gianfranco Gorgoni

Pensato per la sezione Exhibitions 2018, il progetto - introdotto da un'esclusiva scultura di Georg Reinking - propone una serie di celebri lavori del fotografo italiano Gianfranco Gorgoni esposti tra le rovine del convento ottocentesco: opere fotografiche di grande formato realizzate a partire dalla fine degli anni Sessanta, in collaborazione con i grandi maestri della Land Art americana come Christo, Walter De Maria, Michael Heizer, Nancy Holt, Richard Serra, Robert Smithson, fino ai più recenti lavori con Ugo Rondinone. L'allestimento prevede un dialogo tra gli spazi interni ed esterni del rudere, per cui Gorgoni presenta opere innovative, pensate e prodotte per essere stampate su alluminio e sottoposte a speciali trattamenti da esterno.

.. Belvedere Collectors
Project Room With a View


Da giugno 2019 Photology apre al pubblico Belvedere Collectors-Project Room with a View, l'unica zona espositiva coperta di Photology Air pensata per i collezionisti e gli amanti della fotoarte. Il nuovo spazio presenta non solo una selezione di opere originali con soggetti naturalistici di artisti di fama internazionale e un esclusivo art bookshop con libri rari, ma anche la possibilità di trovare una serie limitate di prodotti a chilometro zero provenienti dal territorio di Noto. Gli artisti scelti per questa prima edizione sono: Gian Paolo Barbieri, Angelo Candiano, Mario Giacomelli, Jack Pierson. La zona Belvedere, dal secondo piano della struttura espositiva, ha un'incredibile vista a sud verso la Riserva Naturale di Vendicari.

.. Naturalistic Trail. Planta Manent
22 giugno 2019 - 29 settembre 2020

Un'esperienza unica di walking to art con 15 istallazioni fotografiche site specific stampate su alluminio e dislocate lungo un suggestivo percorso di 2 km nella campagna mediterranea circostante la Tenuta Busulmone, che ritraggono la flora locale accompagnate da spiegazioni botaniche. Planta Manent, la catalogazione fotografica permanente realizzata da Francesca Romana Gaglione, nasce con l'obiettivo di preservare, attraverso un lavoro di ricerca gli endemismi puntiformi caratteristici dell'area circostante Tenuta Busulmone, una porzione di terra che si rivela particolarmente interessante da un punto di vista botanico per via della singolare posizione geografica e delle peculiari condizioni climatiche. Quanto più un endemismo è puntiforme, cioè relativo a un'area geografica circoscritta, tanto più sarà composto da specie ad alto rischio di estinzione. Pertanto, la prima parte del progetto, una vera e propria fase di ricerca svolta insieme al botanico Paolo Uccello, si concentrerà sull'individuazione degli arbusti, degli alberi e delle infiorescenze più vulnerabili con l'obiettivo di ricostruirne la storia. La seconda parte del progetto, invece, indagherà nella vita segreta degli elementi individuati, con l'obiettivo di trasformarli in oggetti fotografici che diventeranno parte integrante di una memoria consapevole del luogo.

.. Educational Project: Kids in action
settembre 2019 - settembre 2020

Il progetto, che verrà realizzato in collaborazione con il Comune di Noto e Legambiente ha il fine di sensibilizzare ed educare le giovani generazioni alla tutela e alla pulizia dell'ambiente circostante attraverso laboratori didattici ad hoc. Gruppi di ragazzi verranno accompagnati nel territorio del Comune di Noto con l'obbiettivo di ripulire l'ambiente naturale dai rifiuti abbandonati. Il cleaning project servirà infine per utilizzare i materiali raccolti come elementi per laboratori artistici, seguendo le orme di artisti affermati come Damien Hirst, Kcho, Micheal Fliri. Le creazioni saranno esposte nel corso della stagione in un percorso esclusivo e premiate da una giuria selezionata.

- Preservaction Now!
09 aprile - 27 settembre 2020

.. The Secret Life of Plants

La mostra The secret life of plants prende ispirazione dall'omonimo libro di Peter Tompkins e Christopher Bird, pubblicato nel 1974 e basato sulle loro ricerche nel mondo dei vegetali riguardo alla possibilità che le piante non siano soltanto organismi passivi simili ad automi, sottomessi alle forze ambientali, bensì che abbiano la capacità di comunicare, di percepire gli eventi, di memorizzarli e persino di provare emozioni. L'esposizione, curata da Martin Craciun e allestita da Photology negli spazi Air (senza copertura) del convento, sarà costituita da installazioni botaniche, opere fotografiche, sculture e video. La selezione delle opere e degli artisti è incentrata proprio sulla ricerca emotiva evidenziata nel celebre libro di Tompkins e Bird. Piante e fiori mediate dal lavoro degli artisti comunicano con il visitatore attraverso i 5 sensi in un percorso scenografico che richiama il diorama. Questi gli artisti italiani ed internazionali che esporranno: Fiamma Montezemolo, Giada Barbieri, Emilio Fantin, Luca Vitone, Massimo Bartolini, Mario Cresci, Irina Raffo, Juan Pedro Fabro.

.. Art Trail
Profondo Blu

by Gian Paolo Barbieri

Profondo Blu rende omaggio all'itinerario fotografico di Gian Paolo Barbieri, che a partire dagli anni Ottanta lo vede in luoghi esotici e lontani a collezionare ritratti inediti di un'umanità e di una natura intatta, frammenti di memoria destinati a perdersi per sempre, attimi sottratti a un processo di metamorfosi e devastazione inarrestabile. In ogni foto si può percepire la profonda meditazione dell'artista, che per la prima volta si trova da solo dietro la macchina fotografica e davanti ad un soggetto che non concepisce alcuna possibilità di alterazione di setting. Art Trail 2019 si contraddistingue per un inedito ed emozionante incontro tra natura & natura. Le eleganti opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, realizzate in 40 anni di viaggi in luoghi incontaminati, si fondono con lo spettacolo del paesaggio rurale della campagna netina. Photology presenta un progetto di installazioni naturalistiche con strutture realizzate da artigiani locali utilizzando materiali a chilometri zero. Il percorso prevede una serie di aree espositive su un sentiero in terra battuta di circa 2 km in mezzo a millenari carrubi, ulivi e campi di grani antichi. La mostra, composta da circa 30 opere di grande formato e stampate in tricromia su materiali da esterno sarà percorribile a piedi con un normale abbigliamento sportivo o con speciali visite guidate con biciclette assistite elettricamente.

.. In the air tonight

La stagione di mostre di Photology Air per il 2020 si arricchisce di eventi esclusivi di approfondimento dal titolo In the Air Tonight. Da maggio ad agosto con cadenza settimanale si alterneranno nella zona cinema e relax una serie di presentazioni e incontri a tema seguendo la linea curatoriale Preservaction. Prima e dopo le proiezioni degli Earth Films, il programma In the Air tonight prevede una serie di art talks con il pubblico degli artisti partecipanti alle mostre, simposi di enti e fondazioni coinvolti nel progetto, lectures con presentazioni fotografiche, visite guidate notturne al cosmo, performance musicali e piccole rassegne teatrali. Sono stati invitati a partecipare: Emilio Fantin, Stefano Tirelli e Massimiliano Nebuloni, Pier Raffaele Platania, Greta Scacchi e Nicky Rohl, Luca Vitone. Gli appuntamenti verranno confermati con date e orari sull'apposito sito web e attraverso la guida Photology Air.

.. Art Film Festival
Earth Film


Photology Air si prefigge per il 2020 l'obiettivo di diventare un luogo di incontro e cultura imprescindibile per le serate netine, anche attraverso la settima arte, il cinema. La rassegna Earth Films propone una ricca selezione di lungometraggi e documentari di fama internazionale, collegati dalla comune tematica green. La sala cinema, posizionata in una location d'eccezione come il convento ottocentesco restaurato, vedrà alternarsi a pellicole note e acclamate da pubblico e critica, altre tutte da scoprire. Le proiezioni, che si susseguiranno per tutta la stagione, saranno accessibili gratuitamente fino ad esaurimento posti. Il programma definitivo della rassegna cinematografica verrà reso noto nella sezione del sito web dedicata e tramite la guida Photology Air. (Comunicato De Angelis Press)




Dipingere gli affetti
La pittura sacra a Ferrara tra il Cinque e il Settecento


termina il 26 dicembre 2019
Castello Estense - Ferrara
www.castelloestense.it

Torna al Castello Estense di Ferrara "L'arte per l'arte", il progetto del Comune di Ferrara, promosso in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città reso inaccessibile dopo il sisma del 2012. Dopo le opere di De Pisis, Boldini, Previati e Mentessi delle Gallerie d'Arte Moderna, protagoniste delle prime due esposizioni del progetto l'Arte per l'Arte, l'attenzione si sposta ora verso il periodo dal Cinque al Settecento. Le sale riccamente affrescate dell'ala sud e dei Camerini del Castello ospiteranno infatti la quadreria di proprietà dell'Asp, Centro Servizi alla Persona di Ferrara, Masi Torello e Voghiera, depositata presso i Musei di Arte Antica. Si tratta di un vero e proprio capitale artistico, pressoché sconosciuto eppure di grande rilevanza storica, che l'esposizione al Castello mira a restituire al grande pubblico. L'esperienza di visita assumerà i contorni di un viaggio nel tempo affascinante e sorprendente che spazierà dal tramonto del dominio Estense fino al secolo dei Lumi.

Le tappe di questo itinerario ci condurranno al cospetto dei due importanti protagonisti della rivoluzione naturalistica di inizio Seicento: Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi. La soave magnificenza del primo e la dolente bellezza del secondo, caratterizzano la Ferrara di quegli anni facendone uno dei più intriganti centri artistici dell'epoca. Contestualmente, faremo la conoscenza di personalità cronologicamente precedenti e parallele come, ad esempio, Giuseppe Mazzuoli detto il Bastarolo, il cui il manierismo castigato è fondamentale nella seconda metà del Cinquecento, Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e l'enigmatico Giuseppe Caletti, curiosa figura di artista maledetto operante nella prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dal mitigato universo figurativo di Giuseppe Avanzi, pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola.

Ma perché Dipingere gli affetti? Per una doppia evocazione simbolica. La prima riguarda il linguaggio: le opere che verranno esposte in Castello si muovono nel solco degli orientamenti successivi al Concilio di Trento che delegavano all'arte il basilare compito di mediare tra il fedele e la religione, tra il visibile e l'invisibile, attraverso forme naturalistiche, emotive e familiari, nelle quali l'uomo del Sei e Settecento si potesse riconoscere. La seconda attiene alla vocazione umanitaria che animava i luoghi da cui esse erano originariamente collocate. Non delle chiese qualsiasi, ma gli altari, le cappelle e gli ambienti di istituti religiosi che ponevano al centro del loro operare l'aiuto verso gli altri, fossero essi orfani, indigenti, bisognosi o donne in difficoltà. Un insieme di esperienze animato da figure di primo piano della corte Estense - da Alfonso II a Barbara d'Austria, fino a Margherita Gonzaga - ma anche di una fetta consistente della nobiltà e della borghesia cittadina, impegnata nell'attività di carità e solidarietà.

Ed è così che protagonista di questa mostra sarà anche la città di Ferrara, nel tentativo di ricomporre il tessuto connettivo di un'«araldica della beneficenza» (per usare una felice definizione di Andrea Emiliani) che costituì la manifestazione più tangibile di quella pietas sei e settecentesca animata da empatica affettività e impegno sociale. Un attivismo che portò ad ornare alcuni dei luoghi sacri più rappresentativi, oggi quasi tutti scomparsi o mutati per fattezze o destinazioni d'uso, come i conservatori femminili di Santa Barbara e di Santa Margherita, o l'Opera Pia della Povertà Generale. Un vero e proprio viaggio nel tempo, insomma, alla ricerca delle radici moderne di Ferrara. (...) (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Archimede Archimede a Siracusa
26 maggio 2018 - 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Fotografia di Massimo Branca che ritrare Mario Brunello Giuseppe Tartini e il suo tempo
Concerto di Mario Brunello

06 dicembre 2019, ore 20.45
Teatro Comunale di Monfalcone
www.teatromonfalcone.it

Prosegue il progetto celebrativo nazionale "Tartini2020", inaugurato nel corso della passata stagione, al quale il Teatro Comunale aderisce con il concerto Giuseppe Tartini e il suo tempo, che vede il grande violoncellista Mario Brunello capitanare un quartetto d'eccezione per celebrare la musica del grande violinista e compositore di Pirano d'Istria: con lui Francesco Galligioni (violoncello e continuo), Roberto Loreggian (clavicembalo e organo) e Ivano Zanenghi (liuto e chitarra). La "Tartini Renaissance" è un'ottima occasione per riscoprire il mondo musicale che gravitava intorno a Giuseppe Tartini attraverso pagine di grande bellezza, non soltanto dello stesso Tartini. Oltre alla musica di Antonio Vandini, violoncellista, intimo amico di Tartini e suo primo biografo, il concerto propone l'ascolto di Giuseppe Valentini, letterato e allievo di Giovanni Bononcini, e una sonata di Francisco Andrea Caporale, compositore e violoncellista italiano, originario probabilmente di Napoli, dal 1734 attivo a Londra.

Il concerto, che include anche la bellissima Sonata n. 25 di Luigi Boccherini, sarà in parte eseguito sul violoncello piccolo, strumento a quattro corde per il quale Brunello ha sviluppato un profondo interesse. Nelle sue performance dei brani del repertorio barocco per violino, Brunello è riuscito a sfruttare appieno le potenzialità di questo strumento, concentrandosi in particolare sui capolavori di Bach, Vivaldi e Tartini. Mario Brunello, quindi, celebra il 250esimo anniversario di Giuseppe Tartini con un ampio omaggio al compositore, registrandone anche le opere in qualità di solista insieme all'Accademia dell'Annunciata. Alle 20.00, al Bar del Teatro, nell'ambito di "Dietro le quinte", Federico Pupo, direttore artistico della stagione musicale, dialogherà con Mario Brunello. (Comunicato stampa)




La vigna di Leonardo. Cronaca di una scoperta
07 dicembre 2019, ore 17
Casa del Mantegna di Mantova

Incontro tenuto dal professor Attilio Scienza all'insegna del binomio vino e cultura. L'appuntamento rientra tra le iniziative collaterali della mostra "Similiter in Pictura. Attorno a Leonardo". Il professor Scienza guiderà il pubblico nell'appassionante viaggio della restituzione dell'anima genetica alla Vigna leonardesca, tra storia e leggenda, erbari e curiosità scientifiche, dal Quattrocento ad oggi. La lectio è preceduta dall'introduzione "Arte e vino, passione e investimento" a cura di Antonio Urbano, CEO di VintHedge, fondo di investimento a favore del settore enologico italiano; l'intervento è teso ad evidenziare i punti di contatto e le possibilità di investimento in due settori che rappresentano nel mondo due grandi eccellenze del made in Italy, il settore artistico-culturale e quello vitivinicolo.

Al discorso si riallaccia quindi il professor Attilio Scienza, massimo esperto a livello internazionale del DNA della vite, che illustrerà i sorprendenti risultati di un coraggioso progetto iniziato nel 2004 e culminato in occasione di Expo 2015, con la riapertura al pubblico della celebre Vigna di Leonardo presso la Casa degli Atellani, in Corso Magenta a Milano. La vigna è oggi visitabile per volontà della Fondazione Portaluppi e degli attuali proprietari di Casa Atellani, grazie agli studi dell'enologo Luca Maroni e al contributo decisivo dell'Università degli Studi di Milano nelle persone della genetista Serena Imazio e del professor Attilio Scienza.

La storia della vigna va dal XV secolo agli anni Quaranta del XX secolo, per poi essere dimenticata fino alle soglie del Duemila, e rappresenta una testimonianza importante attorno alla figura del grande genio toscano, sullo sfondo della Milano sforzesca in un intreccio tra arte e vino. Seguendo la vicenda del suo vigneto si delinea un Leonardo naturalista, attento ai cambiamenti climatici e alle loro ripercussioni sulla coltivazione; Leonardo da Vinci è appassionato di vini, ma è anche un accorto vignaiolo, fin da quando Ludovico il Moro sul finire del 1498 gli dona circa un ettaro di filari nella zona di Porta Vercellina, presso la dimora degli Atellani, dove l'artista era ospite mentre eseguiva uno dei suoi più celebri capolavori, l'Ultima Cena nel vicino refettorio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Della sua vigna - unico bene immobile citato nel testamento del Maestro - pare addirittura fosse possibile trovare traccia anche nel Cenacolo, dove un grappolo d'uva con la sua caratteristica foglia compariva in un cesto di frutta posizionato di fronte ad un apostolo, dettaglio andato perduto a causa dei danni provocati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Ad ogni modo, del medesimo grappolo con foglia troviamo tutt'oggi riscontro in un altro caposaldo della storia dell'arte, la Canestra di frutta del Caravaggio, che lo ritrae riconoscibilissimo tra mele, pere e fichi. Le suggestioni dal mondo pittorico vanno quindi a supportare gli studi di laboratorio intrapresi dalla Facoltà di Scienze Agrarie e Alimentari dell'Università degli Studi di Milano, che recupera il materiale organico sopravvissuto, sotto circa un metro e mezzo di terra e sedimenti, dalla vigna originaria distrutta nel 1943, durante la guerra.

I test confermano che i reperti rinvenuti appartengono alla specie vitis vinifera, ossia la comune vite da vino europea; da qui viene ricostruito il profilo genetico completo del vitigno, sottoponendo i campioni di DNA, purificati e aumentati nella loro concentrazione con la Whole Genome Amplification, a diverse sofisticate analisi, dal barcoding ai marcatori molecolari microsatellite, per concludere che il vitigno leonardesco appartiene a un gruppo delle Malvasie, molto in voga all'epoca: la Malvasia di Candia Aromatica, proveniente dal paese di Candia Lomellina, vicino a Pavia. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Similiter in Pictura. Attorno a Leonardo | Opere di Luca Bonfanti, Enzo Rizzo e Togo
termina lo 06 gennaio 2020
Casa del Mantegna - Mantova
Presentazione




Locandina del Festival Organistico Siciliano Albert Schweitzer 2019 Festival Organistico Siciliano Albert Schweitzer

Il Festival è nato sotto l'egida dell'omonima associazione musicale Schweitzer. Giunto alla XVII Edizione, è sotto l'egida dell'Europas Orgelfestival tedesco, manifestazione europea di ampio respiro dedicata appunto alla riscoperta e valorizzazione del patrimonio artistico-monumentale costituito dalle chiese e dagli antichi organi, la cui direzione è guidata dall'eminente organista e direttore d'orchestra Johannes Skudlik. Attraverso il gemellaggio con altre realtà nazionali, l'Europas Orgelfestival, da oltre 10 anni promuove la musica sacra.




I luoghi del XVII Festival sono:
.1 la Chiesa di S. Oliva di Palermo dotata di un organo a canne della ditta tedesca Walcker (1960), montato e restaurato dalla bottega di organi di Chiusa Sclafani Giuliano Colletti. Organo interamente meccanico, e dalla voce chiara e ricca di armoniche.

.2 la Chiesa del Carmine di Sciacca, con un organo di stampo tardo romantico di Schimicci (1950) restaurato dallo organaro Colletti, che ha fatto resuscitare lo strumento, grazie ai fondi della Cei.

.3 l'oratorio S. Sebastiano e la Chiesa madre di Chiusa Sclafani, con due organi storico-monumentali, del La Valle (1637) e Laudani e Giudici (1919 ca.)

.4 la chiesa dell'Immacolata ad Agrigento, con un organo sinfonico della fabbrica d'organi, Mascioni (Cuvio).

La scelta dei luoghi è subordinata, non soltanto all'efficienza degli strumenti musicali, ma in particolar modo alla disponibilità dei parroci, a consentire l'organizzazione dei concerti, nella totale gratuità. Dopo l'inaugurazione del festival XVII a luglio a Sciacca, e la prosecuzione ad agosto a Chiusa Sclafani, la manifestazione concluderà il tour di concerti:

- a Ribera, con la VII Targa Ettore Gaiezza una vita in musica, il 28 novembre 2019 alle ore 18, presso l'istituto superiore di studi musicali Toscanini di Ribera. Durante la serata verrà premiato il giovane trombettista Calogero De Cicco, per le qualità interpretative, e di seguito si esibiranno Palo Scanabissi e Luigi Fiore al piano, i soprani Maria Grazia Caltagirone, Klizia Prestia, Miriam Bissanti, Rossana la Corte, il tenore Gabriele Carbone, nell'esecuzione di musiche di Phibes, Gaiezza, Poulenc, Ponce, Leoncavallo, Arditi, Porrino.

- a Palermo presso la Chiesa di S. Oliva, il 30 novembre 2019 alle ore 21.00, con l'esibizione del violinista specialista in violino barocco Francesco La Bruna, all'organo Franco Vito Gaiezza, soprano Miriam Bissanti, flauto Stefan Mircea Cutean, nell'esecuzione di musiche di Bach, Turina, Young, Phibes, Bellini.

- sempre a Palermo a S. Oliva l'indomani, l'1 dicembre alle ore 21.00, verrà presentato il doppio CD di musiche pianistiche del celebre organista, compositore, improvvisatore, pianista e scrittore francese Jean Guillou, scomparso a gennaio 2019. Le musiche del cd, sono eseguite dall'allievo di Guillou, il pianista Davide Macaluso, il quale presenterà il CD ed interverrà con alcuni stralci di musiche. Parteciperà straordinariamente, l'organista virtuoso Paolo Oreni, in una improvvisazione con lo stesso Macaluso, in duetto piano ed organo.

- il 14 dicembre a S, Oliva di Palermo alle or 21.00 si concluderà il Festival, con recital dell'organista modenese Stefano Pellini nell'esecuzione di musiche di Bach, Mendelssohn, Franck.

Il Festival Schweitzer si conclude con due fuoriprogramma, ovvero il 27 dicembre alle ore 19.00 presso la Chiesa Madre di Porto Empedocle, che vedrà l'esecuzione del Soprano Klizia Prestia e dell'organista Franco Vito Gaiezza, con la partecipazione del flautista rumeno Stefan Mircea Cutean, nell'esecuzione di musiche di Bach, Verdi, Gounod, Young, Alain, Phibes; e il 28 dicembre alle ore 19,30 presso la Chiesa Madre di Chiusa Sclafani, con un recital dell'organista Paolo Oreni, nell'esecuzione di musiche di Liszt, Bach. Widor.

Programma

- 30 novembre 2019, ore 21.00
Chiesa S. Oliva - Palermo

Musiche di Bach, Mailly, Bellini, Phibes
soprano Miriam Bissanti, violino Francesco La Bruna, flauto Stefan Mircea Cutean, organo Franco Vito Gaiezza

- 01 dicembre 2019, ore 21.00
Chiesa S. Oliva - Palermo

L'Opera pianistica di Jean Guillou
Presentazione del CD edito da Augure. Relatore e pianista Davide Macaluso

- 14 dicembre 2019, ore 21.00
Chiesa S. Oliva - Palermo

musiche di Bach, Mendelssohn, Franck
organista Stefano Pellini

- 27 dicembre 2019, ore 19.00
Chiesa Madre di Porto Empedocle

Concerto di Natale
musiche di Bach, Gounod, Chopin, Phibes
soprano Klizia Prestia, flauto Stefan Mircea Cutean, organo Franco Vito Gaiezza

- 28 dicembre 2019, ore 19.30
Chiesa Madre di Chiusa Sclafani

Musiche di Bach, Liszt, Widor
Recital dell'organista Paolo Oreni

.. Altri appuntamenti

- 18 dicembre 2019, ore 21.00
Teatro Agricantus - Palermo

Alenfado in concerto

Locandina del Festival Organistico Siciliano Albert Schweitzer




"Avanguardie Verbovisuali"
Tra sperimentazione, comunicazione e ideologia, dal Futurismo agli anni Settanta


Convegno internazionale
04-05 dicembre 2019
Sala Napoleonica - Milano
www.unimi.it

La ricerca artistica e poetica delle avanguardie storiche dei primi decenni del Novecento e delle neoavanguardie degli anni Sessanta si è caratterizzata per un continuo slittamento tra i diversi codici espressivi del linguaggio verbale e dell'immagine, a partire dalle sperimentazioni delle tavole parolibere futuriste per giungere fino alle esperienze della poesia visuale e dell'arte concettuale. Il convegno internazionale - organizzato dal Centro Apice dell'Università degli Studi di Milano, che conserva importanti raccolte pertinenti a questo campo d'indagine, quali la Collezione '900 Sergio Reggi, il Fondo Scheiwiller e il Fondo Antonio Porta, e curato dalla cattedra di Storia dell'arte contemporanea della Statale - si propone di offrire un'ampia panoramica sugli esiti delle ricerche d'avanguardia tra parola e immagine, presentando alcuni approfondimenti, casi di studio e ricerche in corso, dal Futurismo agli anni Settanta.

Il convegno prende avvio parallelamente alla mostra "Intermedia. Archivio di Nuova Scrittura. La Collezione di Paolo Della Grazia" (Museo d'arte moderna e contemporanea Bolzano, 23 novembre 2019 - 07 giugno 2020; Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto | Rovereto, 23 novembre 2019 - 1° marzo 2020). Una doppia mostra sull'Archivio di Nuova Scrittura (ANS), la collezione di Paolo Della Grazia dedicata alle ricerche tra parola e immagine, con particolare attenzione ai movimenti della Poesia visiva e visuale, Poesia concreta e Fluxus. Il Mart, che ospita la pregevole documentazione libraria e archivistica dell'ANS, propone per la prima volta nei suoi spazi espositivi un approfondimento sulle centinaia di riviste sperimentali del secondo Novecento. La mostra a Museion mette invece in luce, attraverso i lavori di oltre 70 artisti e artiste, l'aspetto intermediale dei diversi nuclei dell'ANS, presentando anche opere che vanno oltre l'ibrido verbovisuale, verso forme sonore e performative. (Comunicato stampa)




140 giorni alla Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate
1 marzo 2020: a bassa velocità sui binari delle linee ferroviarie che hanno fatto la storia dei territori italiani

www.mobilitadolce.org

Mentre la primavera sta per nascere, nella prima domenica di marzo in tutta Italia i riflettori si accenderanno sui territori da vivere in mobilità dolce lungo le preziose ferrovie dismesse, in occasione della coinvolgente Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, primo evento nazionale ad inaugurare la stagione outdoor in slow motion e giunta alla 13a edizione. Concepito dalla Co.Mo.Do., ente indipendente del terzo settore nato per lo sviluppo della mobilità dolce nel tempo libero, e coordinato dalla DMO Mediterranean Pearls e dalla Società Italiana di Mobilità Dolce e Turismo Sostenibile (Simtur), l'iniziativa, in cui si intrecciano natura, archeologia industriale, sport e ruralità mediterranea, è diventata un must per gli appassionati del turismo outdoor.

L'evento va incontro alle aspettative di molte comunità locali che si attivano per la riconversione delle vecchie tratte ferroviarie dismesse come itinerari turistico-culturali o per la riapertura delle tratte ferroviarie sospese, e che chiedono di essere ascoltate, di sentirsi parte integrante di un sistema paese spesso centrato sulle grandi metropoli e dimentico delle migliaia di piccoli comuni e borghi. La Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate si dilaterà per altri 30 giorni dando vita al Mese della mobilità dolce (fino al 1 aprile) e inglobando eventi a piedi, a cavallo e in bici, portando a un ordito dinamico fra bellezza, paesaggio e storia. Non si tratta solo di rivendicare che il tessuto ferroviario esistente venga salvaguardato per garantire il trasporto locale: l'obiettivo è quello di favorire lo sviluppo di un microsistema economico, sociale e culturale integrato nel rispetto di patrimoni naturalistici territoriali che migliorino la qualità della vita delle aree, al fine di tenere insieme la filiera circolare formata da istruzione, lavoro, cittadinanza, turismo e sviluppo. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna cinematografica Il Muro trent'anni dopo con undici film proiettati al Goethe-Institut Palermo e al Cinema De Seta presso i Cantieri culturali alla Zisa Il Muro trent'anni dopo
Rassegna cinematografica


08 ottobre - 17 dicembre 2019 (ingresso gratuito)
Goethe-Institut Palermo
www.goethe.de/palermo

È dedicata al Trentennale della caduta del Muro di Berlino la nuova rassegna cinematografica del Goethe-Institut Palermo, nell'ambito del cineclub "la deutsche vita". Con 11 film, guarderà indietro a un'epoca in cui un regime pensava di dover proteggere i propri cittadini dalla libertà con un muro. "Rivoluzione in Germania? Non succederà mai. Se questi tedeschi vogliono prendere d'assalto una stazione, compreranno un altro biglietto per il binario!" ironizzava Lenin. Eppure, il 9 novembre 1989, appena cinque mesi dopo la sanguinosa repressione del movimento democratico cinese in piazza Tienanmen a Pechino, cade il Muro di Berlino, che ha diviso la città e il Paese per oltre 28 anni. Meno di un anno dopo, la Germania si riunifica e i cinque nuovi Länder federali - e quindi la vecchia Repubblica Democratica Tedesca - entrano a far parte della Comunità europea.

Non è un caso che soprattutto la globalizzazione economica e l'integrazione europea acquistino nuovo slancio. Il Patto di Varsavia e l'Unione Sovietica si disintegrano. Le frontiere e i mari - in particolare il Mediterraneo - diventano permeabili. Il mondo si avvicina, le distanze si accorciano e una grande promessa di nuove libertà sembra possibile non solo per i Tedeschi, gli Europei e i popoli del vecchio Occidente, ma per il mondo intero. Il lungo periodo della Guerra Fredda dopo la Seconda Guerra Mondiale finisce. Un punto di svolta, il cambiamento, una nuova era e la globalizzazione danno speranza per un mondo senza frontiere o almeno con meno confini e conflitti. Una rassegna cinematografica con storie emozionanti sulla ricerca della libertà oltre il Muro e, a volte, semplicemente all'ombra del Muro.

Come sempre, tutti i film saranno proiettati in lingua originale, con sottotitoli in italiano. I film in rassegna verranno proposti ogni martedì, alle ore 17:30, nella Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo, ad eccezione di Der geteilte Himmel (Il cielo diviso) - tratto dal capolavoro omonimo di Christa Wolf - che sarà proiettato al Cinema De Seta (Cantieri Culturali alla Zisa), in collaborazione e nell'ambito di Efebo d'Oro, 41° Premio Internazionale di Cinema e Narrativa (13-19.10.2019). A chiudere la rassegna ci sarà uno speciale omaggio a Bruno Ganz, grande e versatile attore e interprete, scomparso quest'anno, nel film di culto Der Himmel über Berlin (Il cielo sopra Berlino) di Wim Wenders, qui riproposto nella versione restaurata. Per le scuole interessate sono previste proiezioni speciali di mattina, in giorni e orari da concordare.

In collaborazione con: Città di Palermo - Assessorato alle CulturE e Partecipazione Democratica; Palermo Culture; BAM - Biennale Arcipelago Mediterraneo; Transeuropa Festival; European Alternatives; Efebo d'Oro; Seeyousound Palermo; Goethe-Zentrum Palermo; SudTitles. (Comunicato stampa)

___ Calendario delle proiezioni

Fotogramma dal film Barbara © Christian Schulz Schramm Film .. 08.10, Barbara (La scelta di Barbara)

Regia di Christian Petzold
Con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Rainer Bock, Jasna Fritzi Bauer
Germania 2012, 108 min.
Versione originale con sottotitoli italiani

Estate 1980. Barbara fa richiesta di un visto d'uscita dalla Germania dell'Est. Come punizione viene trasferita da Berlino in un piccolo ospedale di provincia. Mentre il suo fidanzato prepara la sua fuga verso Ovest attraverso il Mar Baltico, Barbara lavora come chirurgo pediatrico, sotto stretta sorveglianza. Il giorno della fuga, prende una decisione sorprendente. In concorso alla Berlinale nel 2012, Petzold vinse l'Orso d'argento per la miglior regia.

Der Geteilte Himmel (c) Progress Film-Verleih Foto Werner Bergmann .. 15.10, Der Geteilte Himmel (Il cielo diviso)

Regia di Konrad Wolf
Con Renate Blume, Eberhard Esche, Hans Hardt-Hardtloff, Hilmar Thate
Repubblica Democratica Tedesca 1964, 109 min.
Versione originale con sottotitoli italiani

L'anno è il 1961, il luogo la Repubblica Democratica Tedesca poco prima della costruzione del Muro. Rita Seidel è tornata a vivere nel suo villaggio d'origine per trovare un po' di pace dopo aver avuto un crollo nervoso. Il "cielo diviso" del titolo allude alla separazione psicologica tra i protagonisti e a quella fisica del confine tra Germania Est e Ovest. Dal romanzo capolavoro di Christa Wolf.

.. 22.10, Der Verdacht (Il sospetto)

Regia di Frank Beyer
Con Christiane Heinrich, Michael Nikolaus Gröbe, Michael Gwisdek, Christine Schorn
Germania 1991, 94 min.

Una travagliata storia d'amore ambientata alla fine degli anni Settanta all'ombra del regime della RDT. Karin sogna di diventare giornalista e avrebbe la strada spianata grazie al padre, importante funzionario di partito. Innamorata di un giovane dissidente, si trova però davanti a una drammatica scelta. Un quadro potente e inquietante della cultura del sospetto ai tempi della DDR, firmato da uno dei grandi artefici del cinema della DEFA, Frank Beyer, lui stesso censurato durante il comunismo.

.. 29.10, Die Stille Nach Dem Schuss (Il silenzio dopo lo sparo)
.. 05.11, Winter Adé (Addio all'inverno)
.. 12.11, Bornholmer (Strasse)
.. 19.11, B-Movie: Lust & Sound In West Berlin
.. 26.11, Als Wir Träumten As We Were Dreaming
.. 03.12, Karla
.. 10.12, Westen (L'ovest)
.. 17.12, Der Himmel Über Berlin (Il cielo sopra Berlino)




La fortezza Le Castella di Isola Capo Rizzuto La fortezza "Le Castella" di Isola Capo Rizzuto

Oltre 20.000 persone hanno visitato la fortezza di "Le Castella" tra il 16 luglio e il 15 ottobre del 2019. Tre mesi di intensa attività in uno dei luoghi più suggestivi e visitati della Calabria, sito culturale del Polo museale della Calabria che ha ospitato mostre e eventi realizzati in collaborazione con enti locali e associazioni culturali, quali l'opera d'arte partecipata Trenodia promossa da Matera Capitale Europea della Cultura 2019 a cura di Mariangela e Vinicio Capossela.

L'isolotto su cui sorge la fortezza di "Le Castella" si trova nell'estremità orientale del golfo di Squillace, in un contesto ambientale di rilevante pregio naturalistico dell'Area Marina Protetta di Capo Rizzuto. Collegato alla costa da un sottile lembo di terra, realizza una suggestiva simbiosi scenografica tra architettura costruita e architettura naturale. Il nucleo originario risale all'età angioina, a cui sarebbe riconducibile la massiccia torre cilindrica, che oggi si presenta nella sua definizione cinquecentesca dominando il complesso fortilizio con la sua imponenza. L'impianto del XIII secolo, costruito a difesa del golfo di Capo Rizzuto, rientra nel sistema di fortificazioni voluto dagli Angioini. Verso la fine del XV secolo la fortezza passa in mano Aragonese. All'interno della fortezza caratteristici sono i resti di un agglomerato urbano, una sorta di piccolo villaggio con botteghe e i ruderi di una chiesetta, denominata Cappella del Borgo, costruita in età aragonese. (Estratto da comunicato stampa)




Logo della rassegna Aqua Film Festival Aqua Film Festival
5a edizione, 26, 27, 28 marzo 2020
Casa del Cinema - Roma
www.aquafilmfestival.org

Quinta edizione dell'Aqua Film Festival, rassegna internazionale che vuole rappresentare, con lo strumento cinematografico e di documentazione, lo straordinario mondo dell'acqua nei suoi diversi valori e funzioni di utilizzo, per scoprire nuovi talenti cinematografici e nel campo dell'audiovisivo. Direttore Artistico e fondatrice del Festival è Eleonora Vallone - pittrice, stilista, autrice, attrice di cinema, televisione e teatro, giornalista ed esperta di metodologie salutistiche in acqua. Dal 1 ottobre 2019 al 20 febbraio 2020 sarà possibile partecipare al bando. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication).




Locandina del Taormina Film Fest 2019 Premi del Taormina Film Fest 2019
www.taorminafilmfest.it

Si è conclusa la 65a edizione del Taormina Film Fest, che, con 78 film in programma in rappresentanza di 24 differenti Paesi, ha riscosso un grande successo di pubblico e critica. Un Festival vincente anche sui social, con 400mila visualizzazioni che riguardano solo la settimana della kermesse fino alla serata di venerdì. La sessantacinquesima edizione del Taormina Film Fest, che ha visto la presenza di star internazionali quali Nicole Kidman, Octavia Spencer, Julia Ormond, Oliver Stone, Peter Greenaway, Phillip Noyce e Richard Dreyfuss, è prodotta e organizzata da Videobank, con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte.

Al festival la Apple ha annunciato il proprio ingresso ufficiale in un festival internazionale, presentando la sua nuova serie drammatica Truth Be Told, creata da Nichelle Tramble e ispirata dal romanzo di Kathleen Barber e ha presentato il documentario The Elephant Queen, diretto da Mark Deeble e Victoria Stone e il film Hala, diretto da Minhal Baig per la produzione esecutiva di Jada Pinkett Smith. La giuria lungometraggi, composta da Oliver Stone, André Aciman, Carlo Siliotto, Paolo Genovese, Elisa Bonora, Carolina Crescentini e Julia Ormond ha decretato come vincitori:

- Premio Cariddi d'Oro per il Miglior Film: Show Me What You Got, di Svetlana Cvetko
- Premio Cariddi d'Argento per la Miglior Regia: Minhal Baig per Hala
- Premio Cariddi d'Argento per la Miglior Sceneggiatura: Picciridda, scritto da Paolo Licata con la collaborazione di Ugo Chiti e basato sul romanzo di Catena Fiorello
- Premio Maschera di Polifemo per il Miglior Attore: Jarrid Geduld per il film Ellen: die storie van Ellen Pakkies
- Premio Maschera di Polifemo per la Miglior Attrice: Jill Levenberg per il film Ellen: die storie van Ellen Pakkies
- Menzioni Speciali: "Nello spirito delle giovani donne viste in Hala, Show me what you got, Picciridda, This Teacher, Vai, In the life of Music e Azali vorremmo onorare le interpretazioni di Marta Castiglia e Lucia Sardo nel film Picciridda".

La giuria documentari composta da: Donatella Finocchiaro, Bedonna Smith, Andrea Pallaoro e Patrizia Chen assegna il Premio Cariddi.

- Premio Miglior Documentario a One Child Nation diretto da Nanfu Wang e Jialing Zhang. Sottolinea la giuria "un film che ci ha commosso profondamente per la sua onestà e per il suo impegno a dare luce su un momento buio nella storia che continua ad avere impatto sulla vita di miliardi di persone intorno al mondo oggi".

- Menzioni Speciali a Patma Tungpuchayakul per Ghost Fleet e a Andrea Crosta per Sea of Shadows. La motivazione della giuria recita: "due personaggi che abbiamo incontrato nei film che abbiamo visto e che hanno toccato i nostri cuori come eroi, avendo messo la loro vita in pericolo e rischiando tutto per difendere l'umanità e il futuro del pianeta".

Gli altri premi:

- Premio Videobank a Guja Jelo e a Maria Incudine
- Premio Angelo D'Arrigo a Oliver Stone
- Premio del Festival a Luca Josi, Executive Vice President, Brand Strategy, Media & Multimedia Entertainment di Tim Vision "per il significativo contributo che ha dato al cinema in Italia con le sue pubblicità collegate all'immaginario filmico".
- Premio Wella a Maria Grazia Cucinotta
- Menzione Speciale Taormina Film Fest al corto Il giorno più bello, scritto e diretto da Valter d'Errico e prodotto da Jo Champa.
- Premio Center Stage Competition per il Miglior Film della giuria di studenti delle università di Catania e Messina, coadiuvato da studenti internazionali a Spiral Farm, di Alec Tibaldi, con Piper De Palma
- Premio Center Stage Competition Miglior Regia a Julia Butler per Slipaway
- Premio Special Air Italy per un giovane emergente siciliano a Marta Castiglia per la sua interpretazione in Picciridda

Nel corso di questi giorni hanno ricevuto il Taormina Arte Award: Bruce Beresford, Nicole Kidman, Phillip Noyce, Fulvio Lucisano, Peter Greenaway e Octavia Spencer, oltre a Martha Coolidge, Julia Ormond e Alessandro Haber e Dominique Sanda che lo hanno ricevuto nel corso della cerimonia finale. Il Festival, che quest'anno ha visto come madrina l'attrice e modella spagnola Rocío Muñoz Morales è stato presentato, nelle serate al Teatro Antico, dalla conduttrice e attrice Carolina Di Domenico, prodotto e organizzato per il secondo anno consecutivo da Videobank, in collaborazione con la Fondazione Taormina Arte (sostenuta dall'Assessorato regionale al Turismo e dal Comune di Taormina), con la direzione artistica di Silvia Bizio e Gianvito Casadonte. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Premio Tenco 2018 al cantautore Adamo
20 ottobre 2018
Teatro Ariston di Sanremo 

L'edizione 2018 del Premio Tenco è stat dedicata al tema "Migrans - Uomini, idee, musica" e il cantautore Adamo incarna lo spirito di chi, partendo dall'Italia, ha portato canzoni e cultura oltre confine. Nell'ambito dell'edizione Premio Tenco 2018, il cantautore Adamo sarà insignito del prestigioso Premio e si esibirà sul palco del Teatro Ariston, a dieci anni dal suo ultimo live italiano. Nella prolifica produzione di Adamo emerge un messaggio universale per "Questo mondo che ha male", dove povertà, sete di potere, stupidità umana e mancanza di comunicazione, tradiscono una carenza d'amore. Per lui, "Il futuro non esiste", perché la fede nell'avvenire resta nelle nostre mani.

Adamo attualmente è impegnato nella preparazione di un nuovo album (uscita prevista nel 2019) con brani di grandi autori italiani, prodotto da Dino Vitola, a cui seguirà una tournée nazionale ed internazionale, che riporterà Adamo nel suo paese di origine, l'Italia. La passione per la musica e una qualità vocale tinta di emozioni hanno fatto di Salvatore Adamo (1943) uno dei cantautori poeticamente e commercialmente più riusciti in Europa e nel mondo. Salvatore Adamo, primo di sette fratelli, è migrato in Belgio a Ghlin-Jemappes (Mons) dalla città di Comiso (Sicilia) nel 1947 con i suoi genitori all'età di tre anni. Ragazzo timido e gentile, inizia il cammino verso il successo in un concorso indetto da radio Lussemburgo, presenta la canzone "Si J'osais" con la quale il 14 febbraio 1960 fa il suo esordio radiofonico e successivamente vince la finale a Parigi.

L'album di debutto - Adamo '63/'64 - con "Tombe La Neige" e "Vous Permettez, Monsieur?" lo trasforma in una celebrità mondiale. La passione per la musica e le qualità artistiche lo hanno reso una delle stelle più grandi nel mondo musicale in lingua francese. Impone la sua musica senza tempo, passando dall'Europa, dall'America del Sud e del Nord, dal Medio Oriente, dall'Africa, dall'Asia per arrivare al Giappone. E' stato ai primi posti nelle Hit-Parade in più di cinquanta nazioni. Della canzone "Tombe la neige" (oltre ad essere stata per 72 settimane al primo posto in Giappone) esistono più di ottocento versioni in giro per il mondo, delle quali cinquecento nel solo Giappone. Nel corso della sua carriera ha composto più di cinquecento canzoni (parole e musica), pubblicato Venticinque Album studio (in Francia) e venduto più di 100 milioni di dischi, vinto ventidue Dischi d'Oro (quelli da 1 milione di dischi cadauno) entrando così di diritto nell'albo dei migliori cantanti di tutti i tempi. (Comunicato Ufficio stampa Alessandra Placidi)

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Fermo-immagine del cantautore Adamo dal film Les Arnaud




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del libro Bobi Bazlen L'anima di Trieste di Cristina Battocletti Copertina del libro La mia America di Gillo Dorfles "La mia America" di Gillo Dorfles
"Bobi Bazlen. L'anima di Trieste", di Cristina Battocletti


Presentazione libri
09 dicembre 2019, ore 18
Biblioteca Stelio Crise - Trieste

Nell'ambito della mostra "Il segno rivelatore di Gillo", Cristina Battocletti, presenta, con la conduzione di Marianna Accerboni, il libro La mia America (Skira editore), ultima fatica letteraria di Dorfles, uscito postumo. Un'opera cui l'autore teneva molto, ritenendo i suoi viaggi americani - in particolar modo il primo coast to coast avvenuto nel 1953. (...) Nell'occasione verrà presentato anche il libro Bobi Bazlen. L'ombra di Trieste (La Nave di Teseo editore) di Cristina Battocletti, un approfondito e interessante affondo sull'importante intellettuale stimato da Dorfles. Bazlen fu infatti il grande traghettatore in Italia della letteratura mitteleuropea quando questa era ancora ignota.

Presentazione




Copertina del libro L'Italia e le sue storie, di John Foot pubblicato da Laterza nel 2019 L'Italia e le sue storie
di John Foot, ed. Laterza, 2019

Presentazione libro
11 dicembre 2019, ore 19.00
Giardino Segreto/Flash Art - Milano

L'Italia dal 1945 a oggi raccontata attraverso una moltitudine di storie: le vicende di personaggi pubblici e gente comune, di canzoni e partite di calcio, di momenti di bellezza e di violenza, di cambiamenti sociali epocali e di soffocanti continuità. "È stato detto che la storia d'Italia è contraddistinta da rivoluzioni brevi e controrivoluzioni prolungate. Dal 1945 ci sono stati momenti in cui pareva lanciata a tutto vapore verso il futuro, e altri in cui appariva bloccata, o in arretramento. È vero poi che spesso sono gli individui a cambiare il corso della storia. Ci sono stati italiani comuni che hanno cambiato il loro paese. Queste storie ci aiutano a capire l'Italia, e i contrasti sulla forma da dare alla vita del suo popolo dopo il 1945". John Foot, storico britannico, insegna Storia moderna e contemporanea italiana all'Università di Bristol. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di poesie di Berardo Di Ferro intitolato Nuvole Nuvole
Poesie di Berardo Di Ferro

Il libro è stato presentato il 25 novembre 2019 a Palermo alla Galleria d'Arte Studio 71
www.studio71.it

L'evento è curato da Vinny Scorsone che nella prefazione della raccolta di poesie scrive: "Le sue poesie sono pregne del tempo che passa, sono piene di Liana che come un'onda calda gli ha riempito la vita..." Ma Liana oltre che ad essere musa ispiratrice di Berardo è anche pittrice e per questa occasione presenta alcune opere che illustrano le liriche. Allieterà la serata Cinzia Romano La Duca con la sua chitarra, leggerà le poesie Marisa Palermo. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Dipinto di Antonio Ligabue denominato Aratura con cavalli realizzato nel 1948 ad olio su tavola di faesite cm.85x12 Copertina del libro Antonio Ligabue Gli anni della formazione 1899-1919 di Renato Martinoni Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)
di Renato Martinoni, Marsilio Editori, 2019

Libro presentato lo 05 ottobre 2019 alla Galleria d'Arte 2000 & Novecento di Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l'occasione per fare conoscere l'opera dell'artista in quella che può definirsi la sua "patria perduta". Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un'emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent'anni "svizzeri" di Antonio Ligabue, che nel libro vengono definiti "gli anni della formazione", giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia. Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all'Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue. Per l'occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l'angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un'arte che mostra in primo piano l'estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un'esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)

  Recensioni di Ninni Radicini a libri di argomento calcistico

Derby Days - Il gioco che amiamo odiare
di Dougie ed Eddie Brimson, ed. Libreria dello Sport

Dal 29 maggio 1985 la parola "hooligan" risuona nella testa degli italiani. Quella sera, per la finale di Coppa dei Campioni, i sostenitori della Juventus presenti allo stadio belga Heysel, separati dai tifosi inglesi del Liverpool attraverso una rete "da pollaio" (così è stata definita nelle cronache per la sua consistenza), vissero e subirono l'epilogo terrificante di un modo di intendere il calcio che sconfina nella violenza tribale.

Idoli di carta
di Giusva Branca, ed. Laruffa

Questo è un libro di uomini e di calcio. Undici ritratti di calciatori lavoratori, artigiani, sognatori e di un grande allenatore, che, differenti per generazione, ruolo, origine, hanno condiviso un tratto di storia della Reggina.





Copertina libro Armenia Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell'Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)




Copertina libro Credo Professo Attendo | sulle orme del Cristianesimo Ortodosso Credo Professo Attendo: sulle orme del Cristianesimo Ortodosso
di p. Evangelos Yfantidis
www.ortodossia.it

In questo libro, che contiene gran parte dei discorsi pronunciati in Italia negli ultimi quindici anni, ci si propone di scoprire l'Ortodossia tenendo presenti i tre verbi che dominano il simbolo della Fede in Cristo: "credo", "professo" e "attendo". Credere a quanto deliberato e proclamato dai santi Concili e Sinodi della Chiesa, dal primo - il Sinodo Apostolico - fino all'ultimo - il Sinodo di Creta -; professare, attraverso la propria vita, l'identità cristiana, scegliendo lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo di Cristo e dal Magistero della Chiesa; e, infine, attendere il Regno di Dio, convinti fermamente che la nostra patria incorruttibile sia il cielo stesso. Vi si approfondiscono alcuni aspetti che riguardano il mistero della Fede in Cristo, la storia e la vita della Chiesa Ortodossa, l'apostolato del Patriarcato Ecumenico, figure di venerata memoria per la loro vita, questioni pastorali, la dottrina etica e sociale, l'unità dei Cristiani, la protezione del creato, il dialogo interreligioso e altri temi. Questo libro si rivolge non solo ai Cristiani Ortodossi residenti nel nostro Paese, bensì anche a chiunque voglia approfondire sulle questioni sopra indicate, per inserirsi nel mistero della verità in Cristo, dell'amore di Cristo e della Sua persona. (Comunicato stampa Chiesa greco-ortodossa di Padova)




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019 Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019
219 artisti recensiti, formato 30,5x21,5cm., pp. 232, con 587 illustrazioni a colori, prezzo € 70,00. ed. Archivio Sartori Editore

Presentato il 10 febbraio 2019, a Mantova, nella Chiesa Madonna della Vittoria
info@ariannasartori.191.it

Relatori: curatrice Arianna Sartori, storico e critico d'arte Renzo Margonari
Presentazione con il Patrocinio di: Comune di Mantova, Madonna della Vittoria, Fondazione Le Pescherie di Giulio Romano
Presentazione organizzata da: Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani

«Archivio Sartori Editore presenta con grande soddisfazione il "Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea 2019" giunto alla sua sesta edizione; passano gli anni ma la mia anzi la nostra determinazione non cambia, da "sempre" vogliamo fare opera di divulgazione di quel vasto mondo artistico nazionale composto di Pittori, Scultori, Incisori, Ceramisti, che con altrettanta determinazione e passione si attivano sul territorio nazionale e non solo. Il Catalogo Sartori 2019 vuole documentare artisticamente quanto sta avvenendo in campo nazionale, si propone come utile strumento di lavoro per tutti gli attori del culto del bello. La nostra proposta è rivolta agli artisti che documentano il loro essere attivi e presenti o anche volutamente non dimenticati; ai galleristi, ai critici e agli storici dell'arte che possono trovare stimoli nuovi per la loro attività; ed anche ai collezionisti o ai neofiti che possono trovare conferme alle loro scelte o suggerimenti per nuove acquisizioni.

Gli artisti inseriti, tutti selezionati su invito, sono la dimostrazione di quanto l'Italia sia culturalmente molto vivace, artisti attuali e del passato che sono vitali per la nostra storia dell'arte contemporanea. Non abbiamo bisogno di guardare troppo lontano per trovare validi artisti. Spesso leggiamo e vediamo opere di nuove e sorprendenti figure che arrivano da lontano, che perdono lungo la strada il senso della ricerca, molto spesso senza fine perché incongruente, o gretta perché caratterizzata di volgarità gratuite, e che vedono l'autore concretizzare sì opere che sono però la negazione del bello; artisti spesso presentati da galleristi, critici intellettualmente ricchi di incomprensibili elucubrazioni che, giocando con le parole, confondono il fruitore portandolo a non capire e non apprezzare più quella che è sempre stata considerata arte.

Nel nuovo Catalogo Sartori 2019 sono inserite più di duecento schede ad ognuna delle quali corrisponde il nome di un Artista presentato in ordine alfabetico. Un volume d'arte ricco nei contenuti, in cui ogni singola scheda è illustrata da una o più opere riprodotte a colori, arricchita da testi biografici, curricoli, e a volte da qualche stralcio critico, i riferimenti, gli indirizzi postali o informatici e i telefoni per facilitare eventuali e auspicati contatti. Il Catalogo Sartori 2019 in una ricca ed elegante veste editoriale, è un volume cartaceo, da leggere, è sufficiente una comoda poltrona e un po' di tempo da dedicare alla passione dell'arte; sfogliato con calma, guardando le illustrazioni e leggendo i testi, il libro ci cattura, ci dà delle suggestioni, ci permette di entrare nella poetica dei singoli artisti, di fare comodi raffronti e soprattutto di imparare.

Tra un po' di tempo, il Catalogo Sartori 2019 sarà ancora lì disponibile ad essere sfogliato, con le sue certezze e le sue affermazioni, non sarà sparito nello spazio... e... non serve il computer, il tablet, il cellulare, non serve WiFi o il collegamento internet. E non venga fraintesa questa affermazione, tutti sappiamo come questi strumenti siano assolutamente indispensabili e insostituibili, per il lavoro in tutti gli ambiti ed il commercio, ma chi dimentica i famosi pop-up che compaiono automaticamente durante l'uso per attirare l'attenzione con contenuti pubblicitari? La nostra è una scelta chiara e definita, il libro, la carta stampata si propone come attento mezzo di sapere, di lettura, di comunicazione e di riflessione. E nessuno asserisca che i libri appartengano al passato; le fonti del sapere, di tutto il nostro sapere e non in senso lato, sono su cartaceo, ed anche i documenti della conoscenza sono su cartaceo.

Ricordo la mia ingenua commozione quando ho letto che nel 1977, la Nasa inviò nello spazio una capsula contenente il Voyager Golden Record, un disco per grammofono contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse varietà di vita e cultura della Terra (ed è già archeologia informatica). Il Catalogo Sartori 2019 si rivolge, insomma ad un pubblico elitario, attento alle proposte, aggiornato, ma non superficiale, come si dice "capace di leggere tra le righe" i messaggi dei nostri mass-media, consapevole delle proprie scelte e maturo, libero dai vicoli delle mode e capace di un gusto personale.» (Arianna Sartori)

- Artisti recensiti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Alvaro (Alvaro Occhipinti), Amato Maria Agata, Andreani Franco, Andreani Giona, Angiuoni Enzo, Arlorio Aldo, Ascari Franca, Baglieri Gino, Balansino Giancarlo Jr, Balansino Giovanni, Baldassin Cesare, Baldo Gianni, Bartoli Germana, Bassi Massimo, Beconcini Marco, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Benghi Claudio, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bisio Pietro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Boschi Alberto, Boschi Anna, Bucher Gianni, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo, Caldana Claudio, Calia Tindaro, Callegari Daniela, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Carpanelli Maurizio, Caselli Edda, Castagna Pino, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Cattaneo Claudio, Cattani Silvio, Cavallari Alberto, Cazzaniga Giancarlo, Cazzaniga Donesmondi Odoarda, Cellanetti Sandro, Cermaria Claudio, Cerutti Emanuela, Cibi, Cipolla Salvatore, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cordani Sereno, Cortese Franco, Costanzo Nicola, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cusino Giuliana;

Dalla Fini Mario, Dealessi Albina, De Luca Elio, De Luigi Giuseppe, Deodati Ermes, De Rosa Ornella (DRO), Diani Valerio, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, D'Orazio Daniela, Dugo Franco, Dumeri Beatrice, Fabri Otello, Faccio Enrico, Fatigati Domenico (Mimmo), Ferraj Victor, Ferraris Giancarlo, Ferri Massimo, Finetti Ilaria, Fioravanti Ilario, Fornasari Domenico (Memo), Fratantonio Salvatore, Fusillo Concetto, Gaiga Aurelio, Galusi Anselmo, Gard Ferruccio, Gauli Piero, Gentile Domenico, Gheller Monica, Ghilarducci Paolo, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Girardello Silvano, Gonzales Alba, Gozzi Rinardo, Gravina Aurelio, Lanzione Mario, Liber (Venturini Vittorio), Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Losi Elisabetta, Luchini Riccardo;

Mafino Beniamino, Magnoli Domenico, Mainoldi Roberto, Mammoliti Stefano, Manini Elio, Marchesini Ernesto, Marconi Carlo, Margonari Renzo, Marigliano Patrizio, Marra Mino, Marziale Gina, Matshuyama Shuhei, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Michelazzo Margherita, Minto Maria Grazia, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Morselli Luciano, Nagatani Kyoji, Nasi Cristiano, Nastasio Alessandro, Negri Sandro, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano (Male), Notari Antonio, Ogata Yoshin, Onida Maria Antonietta, Orlando Carmela, Ossola Giancarlo, Paglia Anna, Palazzetti Beatrice, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pauletto Mario, Pauletto Tiziana, Pavan Adriano, Peretti Giorgio, Perna Vincenzo, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pinciroli Ezio, Pirondini Antea, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Pompa Domenico, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Pracchi Miriam, Previtali Carlo, Prinetti Silvana

Raimondi Luigi, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Rezzaghi Teresa, Rinaldi Angelo, Rossato Khiara, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Russo Salvatore, Salzano Antonio, Santoli Leonardo, Sava Salvatore, Schialvino Gianfranco, Scotto Aniello, Sebaste Salvatore, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simonetta Marcello, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Spallanzani Stefania, Staccioli Paolo, Stazio Ivo, Taddei Maria Gabriella, Talani Giampaolo, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Terreni Gino, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Tognarelli Gianfranco, Tonelli Antonio, Ulpiani Lorena, Vaccaro Vito, Venditti Alberto, Vergazzini Stefania, Verna Gianni, Vigliaturo Silvio, Viviani Gino, Volontè Lionella, Volpe Michele, Zabarella Luciana, Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zefferino (Bresciani Fabrizio), Zerlotti Natalina, Zingaretti Franco, Zoli Carlo, Zorzi Giordano. (Comunicato stampa)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'infinita storia delle piccole cose L'infinita storia delle piccole cose
di Giuseppe Bianco, ed. L'Erudita
* Novità editoriale

Undici personaggi vagano tra la realtà, il sogno e il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. Qualcuno potrebbe definirli dei vinti, schiacciati delle responsabilità e dai doveri a cui sono stati costretti, soppressi. Ma non lo sono: non si rassegnano e a chi li vuole macchine, cloni, predestinati espongono il proprio desiderio di riscatto sociale ma soprattutto umano. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità: è in questa perenne lotta che si cimentano per cercare di sconfiggere non solo i nemici concreti, ma anche l'alienazione da cui la società sembra essere affetta. Undici racconti che hanno in ogni trama uno stesso protagonista: l'uomo e i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure, a volte crudamente calati nella quotidianità, a volte in una dimensione onirico-fantastica, ma sempre pregni di una intensa umanità. Giuseppe Bianco traccia con amara consapevolezza il quadro di un mondo che reifica l'uomo e lo ingabbia ma in cui non si può e non si deve perdere la speranza. (I suoi sogni sì, possono aspettare, ma lui no, di Rita Esposito)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)

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Mostre sull'Istria presentate nella newsletter Kritik

Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione di Ninni Radicini




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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