La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier: Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
Poesia «Pirandello»
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Articolo su Maria Callas
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari: Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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La moda etnica estone dal passato al futuro La moda etnica estone dal passato al futuro
termina il 24 febbraio 2018
Museo del Tessuto e della Tappezzeria "Vittorio Zironi" - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Nella prima esposizione organizzata dopo la riapertura permanente avvenuta il 6 ottobre scorso, il Museo del Tessuto e della Tappezzeria "Vittorio Zironi" di Bologna si apre ad uno sguardo internazionale. L'iniziativa, realizzata in collaborazione con l'Unione Stilisti Estoni e con il supporto del Ministero della Cultura dell'Estonia e della Fondazione Eesti Kultuurkapital, consente di ammirare per la prima volta in Italia le creazioni di quindici stiliste estoni rappresentate da Anu Hint, curatrice del progetto espositivo e presidente della stessa Unione Stilisti Estoni.

La mostra giunge a Bologna come trentesima tappa di una circuitazione che dal 2009, dopo l'Estonia, ha toccato diversi paesi in tutto il mondo - Cina, Russia, Germania, Finlandia, Repubblica Ceca, Bielorussia, Portogallo, Kazakhistan, Giappone e Canada - e si inserisce in un programma di iniziative che nel 2018 celebreranno la ricorrenza dei 100 anni dalla nascita della repubblica indipendente e democratica dell'Estonia, proclamata un secolo fa il 24 febbraio, giorno scelto simbolicamente per la conclusione dell'esposizione felsinea. Durante il processo di ristrutturazione geopolitica che ha accompagnato il suo ingresso nell'Unione Europea nel 2004, l'Estonia si è affermata come paese protagonista di una rapida ascesa socio-economica in continua evoluzione, in grado di dare vita a una rinnovata identità culturale che mantiene un forte legame con il passato. L'equilibrio tra il recupero delle radici di una tradizione millenaria e la modernità di un avanzato paese europeo si riflette anche nel dinamico e vivace campo della moda, ricco di giovani talenti che hanno raggiunto un buon livello di internazionalizzazione.

I 21 abiti esposti a Bologna sono creazioni di 15 stiliste affermate ed emergenti, alla costante ricerca di una combinazione tra elementi tradizionali e uno stile più attuale, che invitano lo spettatore a percepire l'essenza dell'arte etnica estone in cui il presente si interseca con il passato. Un linguaggio immaginario costituito da materiali, forme, colori e motivi fondato sulla tradizione per l'altissima artigianalità di ricami e tessiture, che testimonia quanto lo stile etnico formatosi nel corso dei secoli sia ancora oggi fonte di ispirazione vitale. Le designer che operano nell'ambito di questa tendenza creativa non creano solo abiti ma esprimono un senso di orgoglio per la ricchezza delle collezioni dei vestiti tradizionali e una consapevole abilità nel preservarla. Infatti, nonostante l'Estonia conti una popolazione limitata a circa un milione di abitanti, la mostra introduce la grande varietà dei costumi tradizionali, di cui si contano complessivamente quasi 90 tipologie differenti.

L'estetica e l'abilità artistica del popolo estone si riflette nelle combinazioni dei colori degli indumenti tradizionali, negli ornamenti e nella gioielleria, mentre le componenti etniche raccontano la storia attraverso cui si è formata l'identità nazionale e l'influsso esercitato da altri popoli, filtrato dal gusto e dalla sensibilità locali: una combinazione interessante tra l'influenza occidentale dei paesi scandinavi - fatta di elementi grafici, semplicità, modernismo e funzionalità - e quella orientale, ornamentale e ricca. L'allestimento è arricchito da ulteriori materiali che approfondiscono lo sguardo etnografico sui vestiti tradizionali estoni, tra cui i disegni realizzati dalla celebre costumista, designer e restauratrice di abiti popolari tradizionali Melanie Kaarma che illustrano i completi in uso tra il Settecento e gli inizi del Novecento, pubblicati nel 1981 con Aino Voolmaa nel volume Costumi popolari estoni.

I vestiti tradizionali affigurati si possono suddividere in quattro gruppi principali, distinti per zona di uso - settentrionali, orientali, meridionali e delle isole, e in tre tipologie: gli indumenti per le feste (tra cui quello donato in occasione della cresima, che celebrava l'ingresso nell'età adulta), quelli indossati ogni giorno e gli abiti da lavoro. Gli svedesi che secoli fa si stabilirono sulle isole e nella parte occidentale dell'Estonia lasciarono un'impronta molto significativa nell'abbigliamento popolare: la camicia lunga indossata sotto la camicia più corta con le maniche, l'abito lungo con cucitura verticale sulla schiena (pikkkuub). Un chiaro esempio delle influenze svedesi è inoltre il costume tradizionale da donna di Mustjala,un piccolo paese sull'isola di Saaremaa situata nella parte ovest dell'Estonia, di cui in mostra è visibile un esemplare realizzato negli anni '80.

Nei costumi tradizionali troviamo altresì numerose somiglianze anche con gli altri popoli baltici, in particolare con i lettoni e i lituani: camicia tipo tunica, plaid rettangolare (sõba) e gonna rettangolare (vaipseelik), mentre le gonne, a righe verticali, e i cardigan più recenti, erano già in uso in tutti e tre i popoli. Le influenze delle popolazioni slave si sono manifestate nell'Estonia orientale: l'usanza di portare la camicia sopra i pantaloni stretti da una cintura, le maniche lunghe della camicia, gli ornamenti intessuti nella stoffa. Poche influenze finlandesi, come le caratteristiche pantofole, si trovano invece nell'Estonia settentrionale. Sono inoltre esposti alcuni campioni di tessuto per gonne tradizionali: da pezzi originali risalenti ai primi dei Novecento a quelli in filo di lana e ordito di lino realizzati appositamente per questa mostra dall'artigiana tessile Marika Samlik.

Accanto ad essi, trovano spazio le creazioni progettate da Elna Kaasik, nota designer e artista tessile che presenta tessuti di tipologia differente: per produzioni industriali, realizzati su telaio a mano, textures con decorazioni filigranata a mano, stoffe per abbigliamento, tessuti per interni e accessori, oltre alle spille tradizionali della designer di gioielli Anna Helena Saarso. La mostra è infine accompagnata da una selezione di fotografie di coloratissimi tappeti tradizionali fatti a mano, provenienti dalla collezione del Museo Etnografico Estone (Eesti Vabaohu muuseum).

Stiliste: Katre Arula, Diana Denissova, Ainikki Eiskop, Anu Hint, Marge Heeringas, Heli Kiverik, Katrin Kuldma, Merle Lõhmus, Kai Saar Liis Plato, Ülle Pohjanheimo, Triinu Pungits, Piret Puppart, Lee Reinula, Liisi Riid, Kai Saar. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Amor che tutto move "Amor che tutto move"
termina il 28 dicembre 2017
Galleria d'Arte Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

L'arte incontra l'amore, un sentimento potente e variegato, spesso inteso come una conquista. Ma dal termine "conquista" si intende bandire il concetto di espansione geografica di sè, di appropriazione "territoriale" dell'altro. Si vuole parlare piuttosto della conquista nei confronti delle proprie potenzialità di essere umano, una espansione delle proprie qualità, delle proprie possibilità. L'amore è infatti un mettersi in gioco, senza temere la perdita, di sé e dell'altro. L'amore è un dono. Del resto cos'è l'Arte se non un dono? L'artista scava dentro di sè, raccoglie le parti più vitali, più appassionate, più profonde di ciò che lo costituisce e le dona senza remore, senza omissioni, agli altri, all'esterno.

Non bada al ricevere, al ritorno atteso del gesto del donare se stessi, la propria energia e anima creativa, perché l'artista trova nell'atto amoroso e artistico del "dare" un senso profondo, simile a una vibrazione che dal proprio piccolo cuore e insieme di impulsi elettrici e memorie, esperienze e intuizioni, si dilata per incontrare la vibrazione dell'Universo e creare connessioni affettive con tutto ciò che esiste. La mostra "Amor che tutto move", si propone di dare eco a questa vibrazione di amore, rifrangere l'energia di questa forza vitale, chiamando a raccolta artisti/amanti, portatori di doni, di calibro nazionale e internazionale, sensibilità preziose nel panorama dell'arte contemporanea. (Comunicato stampa)

Artisti: Pietro Annigoni, Raiquen Arduini, Anna Balestrieri, Carlo Balljana, Claudio Barbugli, Imelda Bassanello, Roberto Batella, Fiorenzo Bertin, Roberto Bonetti, Diane Bonjour, Elena Borboni, Caterina Caldora, Franco Carletti, Margy Cavanna, Angelo Colangelo, Tammaro Cristiano, Federico De Angelis, Fany, Giusy Cristina Ferrante, Giacomo Frigo, Ilaria Giolli, Ombretta Giovagnini, Rosangela Giusti, Carlo Guidetti, Rossana Jaccheo, Marisa Lelii, Sandra Levaggi, Tina Lupo, Matteo Magi, Beata Makowska, Carlotta Mantovani, Walter Marin, Pier Francesco Mastroberti, Pino Nania, Silvano Ottaviani, Luciana Palmerini, Paolo Remondini, Franca Sacchi, Rosalba Santacroce, Gioacchino Schembri, Josefina Temin, Gabriella Teresi, Mario Testa, Lina Zenere.




Immagine di presentazione delle mostre al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste Mostra filatelica per i 100 anni del Lions Club International
Rassegna di rari documenti dedicata alla VI Emissione d'Austria nel Küstenland


17 dicembre (inaugurazione ore 11.00) - 13 gennaio 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

In collaborazione con l'Associazione di Storia Postale del F.V.G., il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa e lo Spazio Filatelia triestini organizzano il 17 dicembre (ore 11.00) una mattinata culturale alla Posta Centrale. Nel museo postale verrà inaugurata la mostra dell'Associazione di Storia Postale dedicata alla VI emissione d'Austria nel Küstenland. I documenti riguardano quel Litorale Austriaco di cui Trieste era "città immediata imperiale" con il suo territorio. Accanto, la contea principesca di Gorizia e Gradisca e il Margraviato d'Istria. La popolazione era mista: secondo il censimento austriaco del 1910, su di un totale di 404.309 abitanti dell'Istria, il 41,6 % parlava il serbo-croato, il 36,5% parlava italiano, il 13,7% parlava sloveno, il 3,3% il tedesco. Questa popolazione composita con le sue differenza viveva assieme sull'ampio territorio, e le differenze si ripercuotevano nei nomi delle località, degli uffici postali, delle diciture dei bolli, della modulistica, eccetera. La rassegna allestita offrirà documenti e materiali per indagare sulla realtà particolare del glorioso Küstenland.

Nello Spazio Filatelia verrà presentata una rassegna filatelica di annulli speciali del Lions Club International Distretto 108 TA 2, curata dall'Officer per la Filatelia. Quest'anno è stata curata l'emissione di un francobollo celebrativo del Lions Clubs International nel centenario della fondazione. Fondatore del Lions è stato Melvin Jones, il cui impegno nella fondazione dei diversi clubs era di mettersi al servizio delle proprie comunità per migliorarne le condizioni. Nel 2017, per celebrare il centesimo anniversario della fondazione, i Lions si sono proposti di raggiungere l'obiettivo di assistere oltre 100 milioni di persone mediante quattro grandi campagne a favore della Gioventù, la Vista, la Fame e l'Ambiente. (Comunicato stampa)

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Lo Schiaffo - Romanzo della scrittrice e poetessa triestina Nidia Robba Lo Schiaffo
di Nidia Robba, ed. La Mongolfiera libri

C'è una Città, una città aristocratica, dove tre civiltà millenarie si uniscono in un raggio di luce che regala all'Europa il privilegio della unicità: Trieste.





Fotografia di John Phillips dalla mostra al Museo Civico Pier Alessandro Garda di Ivrea John Phillips L'obiettivo di John Phillips sul mondo. Dalla guerra mondiale alla nascita della Repubblica italiana.
Fotografie 1937-1946


termina lo 04 marzo 2018
Museo Civico Pier Alessandro Garda - Ivrea (Torino)
www.museogardaivrea.it

L'Associazione Archivio Storico Olivetti, in collaborazione con il Museo Civico "P. A. Garda", col contributo della Biblioteca Civica "C. Nigra", presenta ad Ivrea una mostra di fotografie originali di John Phillips che raccontano l'avvento della Seconda Guerra Mondiale e la nascita della Repubblica Italiana. La società Olivetti nel 1986 dedicò a John Phillips, grande fotoreporter del secolo scorso, un'ampia mostra itinerante. Di queste foto, l'Associazione Archivio Storico Olivetti presenta oggi un'accurata selezione centrata sul decennio 1937-1946: immagini scattate in Europa e nel mondo che presentano scene di ordinaria vita quotidiana e scene drammatiche negli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra. La mostra è arricchita dal servizio inedito che Phillips realizzò a Roma, nel giugno 1946 all'indomani del referendum che decretò la nascita della Repubblica Italiana. Tutte le fotografie esposte sono originali conservati a Ivrea dall'Associazione Archivio Storico Olivetti, a cui Tim e Olivetti hanno affidato un patrimonio documentale che comprende oltre mezzo milione di immagini.

La riproposizione di questa mostra, dopo la prima tappa a Torino nel settembre 2017 alla Biblioteca Nazionale Universitaria, si pone l'obiettivo di presentare a livello locale l'avvio del progetto pluriennale di valorizzazione dei fondi fotografici dell'Associazione Archivio Storico Olivetti, "Cantieri Olivetti per la storia del Novecento - Archivi, fotografia, territorio", attraverso una fattiva collaborazione con il Museo Civico "P. A. Garda" di Ivrea. Nella cornice di azioni volte a sostenere il processo di candidatura di Ivrea, città industriale del XX secolo a sito Unesco, l'Associazione intende produrre momenti di approfondimento su molteplici linguaggi e tecniche che attraversano l'ambito delle discipline visive, innervano la storia della fabbrica e il tessuto sociale, che possono restituire secondo diverse declinazioni quella cultura della fabbrica che è alla base del modello di città industriale del XX secolo che Ivrea incarna.

John Phillips (1914-1996), considerato il fondatore del foto-giornalismo, è stato un autentico cittadino del mondo: nato in Algeria da padre gallese e madre americana, vive ad Algeri, Parigi, Nizza, Londra, New York ed è presente con la sua macchina fotografica nei più disparati angoli del mondo in tanti momenti topici della storia. Tra il 1936 e il 1949 lavora come inviato della rivista "Life" e le sue foto scattate in luoghi e momenti cruciali per le vicende mondiali sono vere e proprie icone della storia del Novecento. Nel 1938 a Vienna racconta al mondo l'Anschluss e l'occupazione tedesca; nel 1943 diventa corrispondente di guerra. Lasciata "Life", dal 1950 John Phillips opera come fotografo indipendente e il suo obiettivo sa cogliere momenti decisivi, fissare con le immagini i costumi e i cambiamenti della società. Il titolo del suo libro, Free spirit in a troubled world, pubblicato postumo, riassume il senso della sua vita e delle sue foto. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Drik Dickinson. Inside
termina lo 03 febbraio 2018
Studio la Città - Lungadige Galtarossa 21 - Verona
Presentazione

A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta
Presentazione

Ivano Bolondi
I 5 continenti - Immagini come parole. Europa

termina lo 07 gennaio 2018
Castello di Montecchio Emilia - Montecchio Emilia (Reggio Emilia)
Presentazione

Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo
Presentazione

Moda & Cinema
termina il 31 gennaio 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione

Donne & Fotografia
termina lo 07 gennaio 2018
Chiesa di San Francesco - Udine
Presentazione

David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

Werner Bischof: Fotografie 1934-1954
termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
Presentazione

I.L.T. Illumina Le Tenebre: Desideri complessi di un'Europa taciuta
Presentazione

Elliott Erwitt Personae
termina lo 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì
Presentazione




Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992)
Un "omaggio" lungo un anno...


termina il 26 gennaio 2018
Ca' di Fra' - Milano

Un artista impegnato a vivere il suo tempo, la società, la politica, le contraddizioni e le inevitabili delusioni che nascono da una lucida lettura del confronto - scontro tra ideologia ed umana miseria. La sua arte impastata di vita, influenzata dal quotidiano sociale, tanto dagli anni della guerra quanto da quelli, non meno complicati, del dopo-guerra, racconta dell' uomo Nigro. "...L' arte è dinamica come la vita, in continua evoluzione perché fonte di conoscenza..." testimonia lui stesso. I temi cardine della sua ricerca sono il ritmo, il dialogo costante tra ripetizione e variazione, la tensione verso l'Infinito. La pittura è musica d' immagini. Le opere sono costruite come una partitura musicale, uno spartito visivo. "...Avevo capito la struttura della musica e ho cercato la struttura della pittura..." sono ancora parole sue.

Il quadro si fa ritmo e poesia. Musica e Formazione scientifica si fondono in lui creando una poetica unica ed assoluta, cioè sciolta da ogni riferimento artistico rigido e dogmatico come tendono ad esserlo le grandi scuole di pensiero. Musica visiva; spazio, colore, forma, tutto tende all'essenzialità. Nasce lo "Spazio totale" come "...superamento della bidimensionalità fisica di spazio e forma ". "...L' arte deve essere astratta perché deve essere universale..." ci suggerisce Nigro nella ferma convinzione che solo questa scelta di campo assicuri dalla tentazione dell' artista idolo. La mostra a Ca' di Fra' vuole essere un omaggio a Mario Nigro attraverso le opere (tela e carta) che lo hanno raccontato nel corso di tutta la sua vita artistica ed umana (fine'40 - fine' 80). (Comunicato stampa)




Il Villaggio di Panzano - Dal degrado alla rinascita - 1950/2017
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea - Monfalcone

Terza e ultima parte del progetto "Il Villaggio di Panzano - Novant'anni di una storia", che racconta l'evoluzione di uno dei più famosi villaggi operai, dalla sua formazione a oggi. Realizzato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Monfalcone con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, il progetto è curato da Edino Valcovich con la collaborazione di Francesca Gadaleta. La prima parte del progetto, la mostra "Dalla nascita all'inaugurazione 1907/1927" (giugno-luglio 2017), ha tracciato la vicenda del Quartiere dalla costruzione nel 1908 delle prime case operaie, nelle dirette vicinanze del Cantiere Navale Triestino (CNT), fino al suo completamento. Nel mese di ottobre, al Teatro Comunale di Monfalcone, è stato presentato alle scuole del territorio e alla cittadinanza il documentario "Dal mare, alle navi, alle case", per la regia di Giorgio Gregorio, prodotto dall'Ufficio Stampa e Comunicazione della Regione Friuli Venezia Giulia e dedicato alle articolate vicende che hanno portato alla nascita del CNT e alla successiva realizzazione del Villaggio.

L'ultima parte del progetto racconta una storia inedita e finora mai affrontata. La mostra si propone, infatti, di raccontare i principali avvenimenti che, in particolare dagli anni Settanta a oggi, hanno consentito di passare da una condizione di sostanziale disattenzione sociale e urbanistica a un originale percorso di recupero e valorizzazione. Obiettivo della mostra, e dell'intero progetto, è ricostruire il percorso sviluppato, nella consapevolezza che tale azione di recupero non si è ancora completamente conclusa, e promuovere il Villaggio di Panzano quale bene culturale, storico, urbanistico e architettonico da salvaguardare. (Comunicato Ufficio Comunicazione - Roberta Sodomaco)




Mostre di Natale tra Centro, Sud e Isole

A Roma, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea è in corso una mostra-rivelazione. quella dedicata a "Konrad Mägi" (sino al 28 gennaio). Per la prima volta in Italia uno dei più eccentrici ed affascinanti artisti europei del primo Novecento. La mostra è promossa in occasione del Semestre di Presidenza Estone dell'Unione Europea e dei 100 anni della Repubblica dell'Estonia. Estone, Mägi fu artista fortemente internazionale per formazione, frequentazione, dimensione. Nei tre soggiorni in Italia venne intensamente attratto dal nostro Paese. Visitò e visse a Venezia, Roma e Capri. Nelle sue opere, colori brillanti e potenti. Si tratti di paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e intriganti.

Nelle vicine Marche, a Fano, in Galleria Carifano, Palazzo Corbelli, "Arte Ribelle. Opere dalla collezione Cesare Marraccini", sino al 25 febbraio. Cesare Marraccini, è stato "il profeta sorridente", protagonista, nella sua veste di collezionista e amico di molti artisti, dell'Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Per la prima volta il meglio della sua importante collezione viene proposto in un'unica mostra. Ad essere "svelate" in Palazzo Corbelli sono 50 opere di artisti quali Paolo Baratella, Giuseppe Guerreschi, Sergio Sarri, Ercole Pignatelli, Luca Alinari, Titina Maselli, James McGarrell, Gerard Tisserand, Rod Dudley, Carlos Mensa, Sergio Fergola, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Valeriano Trubbiani, Antonio Recalcati, Giacomo Spadari, Umberto Mariani, Guido Biasi, Sergio Vacchi.

Due importanti appuntamenti in Sicilia. A Catania, in Palazzo Platamone - Palazzo della Cultura, sino al 14 gennaio, "Pablo Echaurren. Soft Wall". Pablo Echaurren come precursore del fenomeno del graffitismo? Di certo, afferma Francesca Mezzano, curatrice della mostra, "L'arte di Pablo Echaurren nasce per parlare alla collettività. Lo fa senza steccati, sperimentando ogni forma espressiva possibile; usa il segno, la scritta, lo stencil, il lettering, la parola come linguaggio comune, annullando qualsiasi distinzione tra alto e basso, alla costante ricerca di una sintonia con la storia presente, con i suoi problemi, e le sue criticità nascoste allo sguardo comune. E lo fa esprimendosi sempre attraverso un immaginario vivo e incandescente, che possa tradurre un'istanza politica e morale in arte. Quella che lo stesso Pablo ha definito "la questione murale".».

"Call for Iolas' House" è il titolo della originale esposizione allestita sino al 25 febbraio ad Acireale, in Palazzo Costa Grimaldi. La storia dell'arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal leggendario gallerista. Oggi questa dimora, situata in un elegante sobborgo di Atene, privata di tutti i suoi tesori d'arte e abbandonata a se stessa, è diventata una larva di quel tempio internazionale del contemporaneo che è stata. Non stupisce che a lanciare l'appello per salvare la villa di Iolas sia la Fondazione Galleria Credito Valtellinese. Alexander Iolas fu il primo curatore della Galleria milanese e fu lui a commissionare ad Andy Warhol l'opera "Ultima Cena" ispirata dal vicino capolavoro di Leonardo da Vinci.

Dalla Sicilia alla Sardegna, con altri due stimolanti appuntamenti, entrambi al Man di Nuoro, sino al 25 febbraio. "Una visione astratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli2 è il primo. Maria Cernuschi Ghiringhelli fu una sorta di Peggy Guggenheim italiana, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti, anche quelli più giovani e non ancora affermati. Ciò che più le interessava era "seguire e se possibile incoraggiare, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo". La mostra ripercorre la storia e il contenuto della sua importantissima collezione, qui concessa dal Museo di Villa Croce a Genova, che la conserva.

La mostra parallela è riservata a "Michele Ciacciofera. Emisferi Sud". Il progetto realizzato da Michele Cacciofera per il MAN ha come tema di fondo la dimensione sociale e culturale, storica e attuale del macrocosmo mediterraneo. Un mare in cui popoli hanno da sempre tessuto relazioni di ogni tipo, dando vita a un amalgama di etnie, linguaggi, sapori, leggende e tradizioni. Culla di civiltà millenarie, luogo di transiti, di scambi ma anche di guerre e di conflitti, così come oggi di migrazioni e naufragi, il Mediterraneo diventa, metafora di un nuovo umanesimo per la creazione di valori sociali, politici e culturali alternativi. Tutti appuntamenti con l'arte più recente, con il contemporaneo o il Novecento. In terre antiche che sanno guardare all'oggi. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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Arte Ribelle. Opere dalla collezione Cesare Marraccini
Presentazione

Call for Iolas' House
15 dicembre 2017 - 28 febbraio 2018
Galleria Credito Siciliano - Acireale (Catania)
Presentazione

Konrad Mägi
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma
Presentazione




Le Mostre di Natale tra Veneto e Friuli

Jesolo affronta la stagione invernale proponendo, allo Spazio Aquiliea 123, "Egitto. Dei, faraoni, uomini " (sino al 15 settembre). Spettacolo e rigore scientifico sono i due punti di forza di questa grande mostra che non teme di fare del racconto e dell'emozione la sua cifra. A Venezia, alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca' d'Oro, "Memoria e Progetto Guido Strazza per Ca' D'oro", sino all'8 aprile. Cosa unisce un grande artista d'oggi - Guido Strazza - al Barone Franchetti, l'uomo che un secolo fa donò allo Stato la Ca' d'Oro e tutti i suoi magnifici tesori? La generosità innanzitutto, visto che anche l'artista romano ha voluto donare un importantissimo nucleo di sue opere al Museo veneziano. Poi la passione - comune a Strazza come a Franchetti - per i "marmorari" medievali e le loro creazioni. Di questo da conto la mostra, conducendo il visitatore, in un sottile gioco di assonanze, ad ammirare gli antichi "marmi" della Ca' d'Oro e le creazioni dell'artista.

A Padova, nel Palazzo del Monte di Pietà, "Rivoluzione Galileo. L'arte incontra la scienza" (sino al 18 marzo). Chi è Galileo Galilei? Dai ricordi scolastici di ciascuno di noi, lo scienziato per eccellenza. Nella realtà storica, uno straordinario rivoluzionario. Poiché dopo Galileo nulla fu come prima. Una mostra rivela l'uomo Galileo nelle molteplici sfaccettature: scienziato, grande prosatore, virtuoso musicista, artista e critico d'arte; dal Galileo imprenditore al Galileo produttore di vini; dal Galileo rivoluzionario e anticonformista al dramma dell'abiura. Ma soprattutto l'uomo che amplia i confini della conoscenza e muta il rapporto degli artisti con la Natura del cielo. La mostra indaga i confini dello spazio, la sua narrazione, da Leonardo e Dürer fino ad Anish Kapoor, in un grande viaggio nell'arte moderna. Per alcuni sarà come scoprire realmente Galileo, e tre secoli d'arte, per la prima volta.

A Rovigo, al Roverella, "Secessione. Monaco Vienna Praga Roma. L'onda della modernità" (sino al 21 gennaio). Per la prima volta in mostra un panorama complessivo delle vicende storico-artistiche dei quattro principali centri in cui si svilupparono le Secessioni: Monaco, Vienna, Praga e Roma. Evidenziando differenze, affinità e tangenze dei diversi linguaggi espressivi nel primo vero scambio culturale europeo. Basti pensare a Gustav Klimt e ad Egon Schiele che esposero alle mostre della Secessione Romana o a Segantini che partecipò alle annuali mostre viennesi.

Ancora a Rovigo, ma in Palazzo Roncale, "I capolavori dei Concordi" (sino al 21 gennaio). La Pinacoteca dei Concordi approda a Palazzo Roncale. Qui ambienti fastosi, con i loro preziosi arredi, accolgono le opere della Pinacoteca. Una raccolta d'arte che racchiude in sé alcuni capolavori dei grandi maestri della pittura italiana: dal gotico, a Bellini e ai belliniani, dai Fiamminghi al Cinquecento veneto, dai pittori della realtà, dalla pittura di paesaggio ai pitocchi, arrivando ai ritratti e ai pittori della Venezia del Seicento. Tra le opere esposte al Roncale è possibile ammirare il celebre Ritratto di Antonio Riccobono di Giambattista Tiepolo, la Madonna con il Bambino e il Cristo porta croce di Giovani Bellini e opere insigni di Piazzetta, Pittoni, Palma il Vecchio, Luca Carlevarijs.

A Treviso ma al Museo Nazionale Collezione Salce, "Illustri persuasori tra le due Guerre" (sino al 14 gennaio). In questa nuova mostra del Museo Salce, il focus è posto sugli autori dei manifesti. Riconoscendo loro il ruolo e la virtuosità di abili "persuasori". I loro sono anni in cui la "propaganda" assume un ruolo ufficiale e nella grafica raggiunge livelli di straordinaria eccellenza. Sono i decenni in cui nel vecchio Continente, ma non solo, si affinano gli strumenti della "comunicazione di massa". In mostra, un centinaio di magnifiche testimonianze dell'arte pubblicitaria tra la prima e la seconda guerra mondiale, dal 1920 al 1940. A Castelfranco Veneto, al Museo Casa Giorgione e in altre sedi, "Le trame di Giorgione", sino al 4 marzo. In Giorgione nulla è veramente ciò che sembra. Questa grande mostra dipana le "Trame" della sua pittura. Ed è solo la tappa d'avvio per un viaggio nel linguaggio nascosto delle vesti che vengono, mai a caso, indossate per essere eternati dai ritratti. Tre secoli di grande storia dell'arte e del costume, dal Giorgione al Tiepolo, passando per Tiziani e tanti diversi protagonisti della storia dell'arte veneta.

A Vicenza, alla Basilica Palladiana, la mostra più visitata del momento: "Van Gogh. Tra il grano e il cielo", sino all'8 aprile. Oltre 120 opere, tra dipinti e disegni. Un tema attentamente focalizzato, un filo conduttore di grande suggestione: le lettere scritte dal pittore. Goldin torna in Basilica con una monografica su Vincent Van Gogh quale non la si era mai vista non solo in Italia. Stessa sede e stesse date per "Un canto dolente d'amore. Marco Goldin, Matteo Massagrande, Vincent van Gogh". "Nella scorsa primavera, mentre mettevo mano a uno spettacolo teatrale sulla storia di Van Gogh, afferma Marco Goldin, ho scritto il breve monologo che l'attore che impersonerà Vincent sul palcoscenico reciterà sotto un ultimo albero della vita, accanto a un ultimo campo di grano. Gli ho dato come titolo Canto dolente d'amore (l'ultimo giorno di Van Gogh). Tempo dopo averlo scritto, ho provato il desiderio che un pittore potesse non illustrarne alcune scene, ma traendovi spunto, desse loro una temperatura insieme d'anima e di colore. Allora ho chiamato un artista che stimo molto, Matteo Massagrande.".

Ancora a Vicenza, al Palladio Museum, raffinato appuntamento con "Tiepolo segreto". Il Palladio Museum si è arricchito di un eccezionale patrimonio d'arte: sette straordinari strappi d'affreschi di Giandomenico Tiepolo (1727-1804), che interpretano la scena dell'Olimpico di Palladio. Da oltre cinquant'anni anni erano conservati nel palazzo dei proprietari che li salvarono dalle distruzioni belliche. Oggi gli eredi, Camillo e Giovanni Franco, li hanno destinati al Palladio Museum. Che, con questo importante arricchimento, conferma ulteriormente la sua vocazione a Museo della Città. In occasione della mostra, per ampliare l'opportunità di conoscenza del grande artista veneto, il Palladio Museum e Villa Valmarana ai Nani offrono una reciproca riduzione sui biglietti d'ingresso: Giambattista dipinse gli affreschi "Olimpici" vent'anni dopo aver affrescato villa Valmarana, per il figlio del suo primo committente.

Dal Veneto al vicino Friuli, per due appuntamenti di notevole interesse sia artistico che storico. Ad Udine, in Castello, sino al 7 gennaio, "L'offensiva di carta. La Grande Guerra illustrata, dalla collezione Luxardo al fumetto contemporaneo". Dopo Caporetto, partì la grande controffensiva che portò alla Vittoria del 1918. Fatta con cannoni, fucili e aerei, certo. Ma è un'altra, non meno efficace, Offensiva che questa mostra illustra. Quella combattuta sotto la regia dell'Ufficio Propaganda, fatta di manifesti, parole d'ordine e soprattutto di immagini. Destinata a giovani soldati spesso analfabeti. Immagini che portano le firme di ragazzi al fronte, alcuni dei quali - come il caporale De Chirico o i soldati Carrà, Sironi e Soffici - destinati a diventare artisti celebri.

E a Gorizia, in Palazzo Attems Petzenstein (sino al 25 marzo), "La rivoluzione russa. Da Djagilev all'Astrattismo (1898-1922)". Alle ore 10 del 25 ottobre 1917, Lenin proclamò il rovesciamento del Governo e il passaggio del potere al Comitato militare-rivoluzionario. Quel momento passò alla storia come la "Rivoluzione di Ottobre". Ma un'altra, e non meno importante, Rivoluzione Russa era già in atto da tempo e si esprimeva nel campo della cultura e delle arti, trasformando vecchi canoni espressivi, imponendone di nuovi. Nulla sarà più come prima nel teatro, nella musica, nel balletto, nella fotografia e sopratutto nelle arti figurative. Come racconta questa originale mostra, in Palazzo Attems Petzenstein. 9 belle città, 13 straordinari appuntamenti. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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"Ritratto" attribuito a Giorgione. Opera rientrata in Italia e poco conosciuta
Presentazione




Opera di Alice 
Psacaropulo nella locandina della mostra alla Sala Giubileo di Trieste Arte Sacra e Musica nella Pittura di Alice Psacaropulo
termina il 29 dicembre 2017
Sala Giubileo - Trieste
www.hfc-worldwide.org/trieste

Alice Psacaropulo (Trieste) è di padre greco di Sifno e madre italiana. L'essere cresciuta a Trieste, in un ambiente dalla natura multiforme e ricca di colori, il soggiorno a Venezia, gli studi a Torino oltre che i suoi rapporti con Sifno, isola delle Cicladi caratterizzata dal patrimonio ancestrale della cultura cicladica, hanno ispirato e influenzato la sua arte. Fin dagli anni della scuola è evidente il suo talento nella pittura dai successi nelle manifestazioni per giovani artisti a livello nazionale. Ha frequentato l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con il maestro Felice Casorati dal 1939 al 1943, un periodo che ha segnato profondamente il suo percorso artistico. Si è laureata alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Trieste e ha lavorato come assistente alla cattedra di Storia dell'Arte nella stessa università.

In questo periodo, entra in contatto con il vicino ambiente veneziano del Fronte nuovo delle arti, in particolare con il critico Giuseppe Marchiori e i pittori Giuseppe Santomaso, Carlo Carrà e Filippo de Pisis. Nel 1948, a quattro anni dalla prima personale, espone alla XXIV Biennale di Venezia e alla V Quadriennale di Roma. E' stata docente di Storia dell'arte in vari Licei ed Istituti d'Arte di Venezia, Udine e infine al Liceo "Petrarca" di Trieste. Dal 1953 al 1960 e negli anni '80 ha insegnato presso l'Università della Terza Et. Sue mostre personali sono state presentate in molte città d'Italia e all'estero, come Napoli, Roma, Torino, Milano, Venezia, Padova, Livorno, Trieste, Genova, Parigi, Madrid, Vienna, Barcellona, Lubiana, Stoccolma, Atene-Pireo, Maribor ecc.

Nel 2008 il Comune di Trieste le ha conferito il Sigillo Trecentesco della Città per essere un "personaggio irripetibile che onora la nostra città per la globalità del suo impegno culturale". Nel 2011 espone alla Biennale Diffusa. Nel 2012 è nel film di Elisabetta Sgarbi, Il viaggio della signorina Vila, ispirato ai libri Il mio Carso di Scipio Slataper e Irredentismo adriatico di Angelo Vivante e presentato in concorso nell'ambito della VII edizione del Roma Film Festival. Espone da ultimo alla Biennale Internazionale Donna (dicembre 2017). Il percorso artistico di Alice Psacaropulo è partito da una varietà di soggetti nei quali si rispecchia la sua capacità innata di immortalare l'attimo e la sua ricerca degli aspetti più intimi dell'animo umano.

All'inizio degli anni '50, l'artista si è avvicinata ad espressioni postcubiste, caratterizzate da movimenti vibranti leggermente tratteggiati e da un colorismo inquieto. Negli anni '70 sviluppa il suo primo spiccato espressionismo attraverso l'arte decorativa (decorazioni navali dei grandi transatlantici: Conte Biancamano, Raffaello, Oceania, ecc.) e soggetti specifici d'arte sacra, come il caso emblematico dell'Assunzione di 28 mq eseguita, nel 1980, sul soffitto della Chiesa Arcipretale di Cessalto (Treviso). Oggi il suo stile è arrivato ad una nuova forma di Neorealismo.

Le 18 opere esposte (realizzate dal 1980 al 2005, ma c'è una Crocifissione di Cristo del 1948) offrono una panoramica della produzione di Alice Psacaropulo in ambito Arte Sacra. Vengono altresì presentate 5 opere il cui tema è la musica e i gruppi musicali. La mostra, a cura dell'arch. Stefano Bronzini, è organizzata dalla Fondazione Ellenica di Cultura - Italia e dalla Comunità Greco-Orientale con il patrocinio dei Consolati di Cipro e di Grecia a Trieste e dall'Università di Trieste - Lingua Neogreca e sostenuta dall' Associazione "Trieste-Grecia Giorgio Constantinides". (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra dedicata a Federico Fellini 100% Federico Fellini
termina il 24 febbraio 2018
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena

Una mostra, a cura degli architetti Augusto Pompili e Marisa Zattini, per inaugurare questa ideale "maratona" dedicata ad un genio qual è Federico Fellini (Rimini 1920 - Roma 1993). L'obiettivo è giungere al 20 gennaio del 2020 - ricorrenza del Centenario della nascita del regista - con una mappatura geografico-artistica del nostro territorio quanto mai vasta e suggestiva. Oggi, su queste pagine, è la voce solista del poeta-drammaturgo Fabrizio Parrini (Rosignano Marittimo - Livorno, 1956) a rendere omaggio al Maestro riminese a fianco degli undici artisti invitati per questa "I Edizione" - allestita fino al febbraio 2018 nello showroom Il VicoloInterior Design - ognuno con un'opera della misura 100x100cm: da Vincenzo Baldini(Forlì 1960) a Onorio Bravi (Portico di Romagna 1955); da Paola Campidelli (Longiano 1948) a Francesca Ceccarelli (Cesena 1975); da Giovanni Ciucci (Ravenna 1965) a Miria Malandri (Forlimpopoli 1946); da Giancarlo Montuschi (Faenza 1952) a Maurizio Gabbana (Milano 1956); da Mauro Pipani (Cesenatico 1953) ad Antonella Piroli (Ravenna 1966) fino a Carlo Ravaioli (Ravenna 1954).

Inoltre, omaggio nell'omaggio, alcune selezionate opere dedicate al tema dei Clowns e del Circo, in omaggio al film di Federico Fellini, I Clowns (1970). Proprio su questo tema, spigolando fra le pagine di Gianfranco Angelucci si legge: « Quando dico "clown" penso all'augusto. Le due figure sono infatti il clown bianco e l'augusto. Il primo incarna l'eleganza, la grazia, l'armonia, l'intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le qualità ideali, le uniche, di una divinità indiscutibile. (...)

Il n.81, anno XIX di "Graphie", 100% Federico Fellini, verrà presentato da Marisa Zattini, Art Director della rivista e, per introdurre la corposa sezione che ospita gli Atti del Convegno di Rimini, Il Casanova di Federico Fellini 40 anni dopo - con i contributi critici dei relatori invitati nel 2016 dalla Cineteca Comunale di Rimini per riflettere sul Casanova - interverranno Marco Leonetti e Nicola Bassano. A raccontare della figura del grande regista, Gianfranco Angelucci (amico e collaboratore di Federico Fellini per oltre 20 anni e primo direttore della "Fondazione F. Fellini" dal 1997 al 2000, per incarico della famiglia e del Comune di Rimini) autore di Segreti e bugie di Federico Fellini - Il racconto dal vivo del più grande artista del '900 - misteri, illusioni e verità inconfessabili (Luigi Pellegrini editore, euro 18,00). (Comunicato stampa)




Strade d'Europa
Berlino, 25 novembre 2017 - 10 maggio 2018
www.plusberlin.com

Opera di Antonio Fiore Antonio Fiore: "Nuovo alfabeto Futurista"
Plus Berlin - Piano Grigioferro

"Dentro il futurismo e oltre il futurismo è cresciuto l'intero percorso artistico di Antonio Fiore, figura internazionalmente riconosciuta per il suo essere da sempre in viaggio con Ufagrà. Egli da tempo ha scelto la logica della "rigenerazione futurista dell'universo" attraverso concetti filosofici e cosmologici, e infatti ci racconta a colori il mondo intero con figure geometriche archetipiche. Linee, rette, curve, ovali, forme concave e convesse, triangoli, cerchi, ma sempre facendo movimentare il tutto come se una "tempesta futurista" operasse una sorta di deflagrazione. I suoi colori sono puri, tinte piatte, blu, rossi, gialli, bianchi, azzurri, viola, neri, ecc., si quantificano in veri e propri pensieri cromatici delineati da simbolismi segnici che movimentano la superficie e la trasformano in una sorta di pagina di diario. Questo ordine e sentire Ufagrà si accerta e si concentra nella ricerca di un'infinita proiezione di luce, facendo così proporre ad Antonio Fiore un proprio alfabeto visivo." (Carlo Franza)

Antonio Fiore (Segni - Roma, 1938) comincia a lavorare con maggiore continuità dal 1977, in seguito all'incontro con Sante Monachesi di cui frequenta lo studio fino al 1984, aderendo e collaborando al Movimento Agrà. Successivamente aderirà alla metà degli anni 80, alla Dichiarazione di "Futurismo-Oggi" redatta da E. Benedetto e firmata dai futuristi viventi. Fu "battezzato" da Monachesi con lo pseudonimo di UFAGRA, dove U stava per universo, in quanto il Movimento Agrà è universale, F per Fiore che è il suo cognome, e Agrà, il Movimento stesso. E' oggi considerato l'ultimo futurista tuttora operante e certamente molto ha influito la sua vicinanza a F. Cangiullo prima, ed alle figlie di Giacomo Balla, Luce ed Elica. Dal 1980 ad oggi ha esposto in 67 mostre personali. (Comunicato stampa)

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Opera di Luisa Garavaglia Luisa Garavaglia: "Visioni e memorie"
Plus Berlin - Piano Lilla

"La pittura recente di Luisa Garavaglia si presenta come una svolta decisiva del suo percorso a motivo dell'intuizione storico-ambientale come fatto culturale e come lezione etica e poi dei colori complessi e carichi di simbolismi che prendono a inseguirla e a sollecitarla, fino a costituire il motivo dominante del suo fare. L'artista crea l'immagine focalizzandola, poi apre ad ampi e vuoti spazi in relazione all'ambiente scelto. Questa pittura vive una sorta di saccheggiamento prima dell' inconscio e poi del mondo più lieve dei ricordi. Il suo è un cammino artistico segnato dalla storia del proprio tempo mantenendo con essa ben saldi nel linguaggio i legami antropologici e culturali. Il richiamo naturalistico seppure avviato a riferimenti legati alle avanguardie del primo novecento, cerchia i contrasti di un universo aspro e dolce insieme, che diventa metafora e specchio di provocazione e confronto. Opere che raccontano la forza della natura e i misteri del suo perenne rigenerarsi. Visioni e memorie che ci parlano di amore per la vita e per l'ambiente". (Carlo Franza)

Luisa Garavaglia (San Vittore Olona, 1954) si diploma al Liceo Artistico di Brera. Nel 2014, l'incontro a Milano con l'artista Marisa Settembrini segna l'inizio di un periodo di studio e ricerca artistica, di sperimentazioni linguistiche e di materiali che l'hanno portata a produrre opere di grande impatto, sensibilità ed espressività. (Comunicato stampa)

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Opera di Marisa Settembrini Marisa Settembrini: "Il giardino innevato"
Plus Berlin - Sala Hoffmann

"E' il "Giardino italiano", il suo giardino salentino, quello che lascia vedere Marisa Settembrini in un capitolo nuovo, denso, magico e dove si sentono potenti gli echi di Monet e delle apocalissi luminose di William Turner. Ella dialoga con temi e autori del passato a rappresentare una delle sue più intense riflessioni sul tempo e sulla memoria, sul flusso della vita che si dipana come un pensiero intorno alla nostra presenza nel mondo. (...) Se ogni artista nel proprio atelier si deve impegnare per creare delle analogie concettuali o sensuali della natura stessa, traducendole in forme, il giardino è stato un elemento basilare per questa meditazione, divenendo per Marisa Settembrini una tela da comporre e da dipingere. Il giardino come luogo nevralgico di una ricerca sperimentale all'aperto e dal vero era già stato un'intuizione dei pittori della prima metà dell'Ottocento, ma la forza prorompente dell'impressionismo fu quella di sperimentare la pittura di paesaggi en plein air, "dove a luce non è più unica - come diceva Emile Zola - ma si verificano effetti multipli.

Claude Monet considerava il proprio giardino a Giverny in Normandia, disegnato come un quadro, il "plus beau chef d'œuvre" che avesse ideato, la propria utopia bucolica. In quel luogo, inseguendo l'infinita mutevolezza di una realtà condotta dalla natura, riuscì a portare la propria pittura verso l'informale. Come Sisley amava immortalare con vigore cromatico l'armonia dei giardini di Louveciennes, Renoir impiegava come quinta scenografica dei suoi ritratti il giardino selvatico su cui s'affacciava il suo atelier a Montmartre. Mentre Pissarro e Berthe Morisot inseguivano con libertà la bellezza gentile degli ordinati giardini nei villaggi intorno a Parigi.

I riferimenti all'impressionismo fin qui citato sono solo legati alla tematica più che allo svolgimento visivo e alle dinamiche della costruzione dei dipinti del capitolo recente della Settembrini, la quale coglie il dato reale del luogo "citando" spazi e luoghi in modo realistico eppur magico, forse cogliendo maggiormente il Klee dei giardini; infatti la Settembrini spazia nello spazio dei teleri, oltre l'icona del giardino, portandosi verso segmenti, geometrie e macchie di colore di rimando informale e astratto con tratti essenziali ed elementari, sicchè tutto appare come un flusso illimitato di forme, colori e visioni stilizzate.

Un po' come dai giardini e dai paesaggi di Paul Klee che raccontano il carattere degli elementi vegetali. Rose, alberi, fiori sono creature con fisionomie e sentimenti, attori sulla scena di un ideale "Teatro Botanico". E la scena, naturalmente, è la vita stessa. Ora Marisa Settembrini con questa mostra berlinese sul suo giardino innevato inscena pittoricamente quell'aderenza ai tre principi della varietà, della bellezza e della novità, ossia della sorpresa. Queste caratteristiche, riguardanti la sfera filosofica ed estetica, sono risultate indispensabili affinché l'impianto del giardino rispondesse ad esigenze di percezione di una sequenza di 'quadri' di paesaggio in grado di suscitare sempre nuove emozioni". (Carlo Franza)

Marisa Settembrini (Gagliano del Capo - Lecce, 1955) dopo aver frequentato l'Accademia di Brera e la Kunst Akademie di Monaco di Baviera, oggi è titolare della cattedra di Discipline Pittoriche al Liceo Artistico di Brera, a Milano. La sua attività parte dal 1976 con l'invito alla mostra "La nuova figurazione italiana" al Palazzo dei Congressi di Roma, per conto della Quadriennale Romana. Numerose le mostre personali e le installazioni in Italia (Roma, Firenze, Alcamo, Lecce, Todi, Milano, Erice, San Vito Lo Capo, Pavia, Brescia, Sondrio, Loreto, Teglio) e all'estero (New York, Monaco di Baviera, Berlino, Dusseldorf), e le partecipazioni a importanti rassegne. Ha inoltre elaborato in coedizione con alcuni scrittori varie cartelle di grafica. (Comunicato stampa)

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Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli: "I segni e la luce"
Plus Berlin - Piano Grigioperla

"Paolo Gubinelli è artista e poeta fortemente razionale, capace tuttavia di movimentare emozionalmente immagini essenziali pur intense e vibranti, senza dimenticare stati di umanità scoperti in quel divenire dell'arte allo stato puro. (...) Le carte e i fogli raffinati, realizzati con materie preziose, su cui Gubinelli avvia una ricerca razionalmente induttiva - così come già certificò Giulio Carlo Argan - ne fa un protagonista dell'astrazione, facendone vivere molteplici vissuti, percorsi, sollecitazioni. Lavori su cui Gubinelli interpreta a suo modo la realtà, traducendo tutto in dinamiche flessuose, linee intellettive, razionali e analitiche. Tutto muove da un senso di evoluzione, di elementi strutturali che stringono lo spazio, gli spazi imbevuti spesso di mistiche monocromie, cercando anche di superare il limite costitutivo, e quelle forme essenziali e primarie in cui vivono equilibrati ritmi interni, e sospensioni liriche e serpentinate in tensione orizzontale e più spesso verticale. Paesaggi mentali, in cui Gubinelli misura coordinate spaziali di una relazione sensibile con il mondo, intercettando pulsazioni organiche, fisiche, emotive, che tagliano e graffiano lo spazio cartaceo caricandolo di un'energia umana, di un'energia miracolosa, di purezza ardente". (Carlo Franza)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata (sezione pittura), continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca. Conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti, Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Scanavino, Mario Nigro, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini. Ha tenuto e partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Mostra di Carlo Guaita e Noriyasu Soda Carlo Guaita | Noriyasu Soda
Vuoto occidentale/ Vuoto orientale


termina lo 02 marzo 2018
Galleria Gentili - Firenze

Opere di Carlo Guaita e Noriyasu Soda, un artista italiano e uno giapponese. Oriente e Occidente, lontani, distinti, ma dal confine sfuggente, si nutrono di un continuo confronto culturale. I titolo della mostra cita, volutamente il libro di poesie di Johann Wolfgang von Goethe - "Divano occidentale-orientale". L'elemento estetico "orientale" presuppone che il vuoto sia generatore e affermativo, cioè presente; l'attenzione è tutta posta al vuoto stesso, ed è questo che creerà il suo opposto, quasi come se il vuoto fosse presente e il pieno assente. E' il vuoto ad indicare il pieno. Nel vuoto "occidentale" il percorso è inverso, in genere sarà il toglimento e la eliminazione del pieno che determinerà il vuoto. Questo sarà il rimanente indicativo di qualcosa che c'era prima e sarà visto come una mancanza. Il vuoto "occidentale" è negativo, di assenza.

Noriyasu Soda usa lo smalto per creare i suoi lavori. Nella cultura giapponese, lo smalto non è semplicemente un materiale o una tecnica, ma assume addirittura dei significati simbolici. Grazie alla stesura di uno strato lucente nei colori oro, nero e rosso, ma anche nelle tonalità perlacee, la superficie di un oggetto (nel nostro caso, il supporto di un quadro) viene sublimata fino a renderla irriconoscibile. Anche quando si indurisce, lo smalto continua a costituire una superficie densa, simile a un fluido. Essa è in grado di apparire come uno specchio, come un luccichio. Per questo, i quadri di Noriyasu Soda, alcuni dei quali di piccolo formato, presentano superfici di infinita profondità e grande capacità di suggestione, come lo specchiarsi del mitico Narciso, che lo fece innamorare di se stesso.

Carlo Guaita, nei suoi lavori monocromi, lavora per aggiunte, stratificando sottili strati di vernice finale semitrasparente nera, in modo da non creare immagini ma, insistendo sulle assenze, dare una sorta di forte presenza, un vuoto-saturo. I suoi non sono monocromi in toglimento ed eliminazione ma in aggiunta e ripetizione. Nel caso di Soda e Guaita, che lavorano entrambi sul monocromo, l'uno, dal vuoto/pieno orientale si muove e guarda all'occidente e l'altro, dal vuoto/vuoto occidentale si muove e guarda all'oriente, lo scopo è per entrambi lo stesso: dare pienezza al vuoto. (Comunicato stampa)

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In the exhibition "Vuoto occidentale/ Vuoto orientale", Galleria Gentili presents works by Carlo Guaita and Noriyasu Soda, an Italian artist and a Japanese artist. East and West, distant, distinct, but with an elusive border, feed each other in a continuous cultural comparison. The title of the exhibition mentions, intentionally, the book of poetry by Johann Wolfgang von Goethe - "Western-oriental sofa". The "oriental" aesthetic element presupposes that the void is both generative and affirmative, i.e., present; all of the attention is placed on the void itself, and this is what creates its opposite, almost as if the void were present and the fullness were absent. It is the void that indicates the fullness. In the "western" void the path is the inverse. Generally, it is by removing and eliminating the fullness that the void is determined. This will be the remainder, indicative of something that was there before and will be seen as a lack. The "western" void is negative, one of absence.

Noriyasu Soda uses enamel to create his works. In Japanese culture, enamel is not simply a material or a technique, but also takes on symbolic meanings. Thanks to the application of a shiny layer in gold, black and red, but also in pearly tones, the surface of an object (in our case, the support of a painting) becomes sublimated to the point of being unrecognizable. Even when it hardens, the enamel continues to form a dense surface, similar to fluid. It has the capacity to look like a mirror, like something shimmering. For this reason, the paintings by Noriyasu Soda, some of which are small in size, have surfaces with infinite depth and great capacity for suggestion, like the mirroring of the mythical Narcissus, who fell in love with himself.

Carlo Guaita, in his monochromatic pieces, works by adding, by stratifying thin final layers of semi-transparent black paint, so as not to create images but, insisting on absences, providing a sort of strong presence, a saturated void. His monochromes are not made by removing and eliminating but by adding and repeating. In the case of Soda and Guaita, who both work in monochrome, the one, from the eastern void /fullness moves and looks to the west, and the other, from the Western void/void, moves and looks to the east. Both have the same aim: to give fullness to the void. (Press release)




Apparizioni
17 dicembre 2017 (inaugurazione ore 12.00) - 28 febbraio 2018
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Una mostra desunta, ricavata, arguita ponderando la pittura e il messaggio che reca in sé, oggi. La mostra pretende di affrontare un tema esteso per profondità e confini linguistici; un tema però anche liquido, elastico, forse relativo all'ampia e spugnosa dotazione culturale del XXI secolo. In particolare, la questione è quella del rapporto segno / superficie, cioè della traccia nel nulla della monocromia, dell'orma figurale nel tutto dell'informe, dell'inserto astratto come esercizio della differenza. Ecco così il costrutto che riflette qualsiasi gesto tecnico, anche solamente quando a pesare è un frammento, un oggetto, un colore o un volume nell'ambiente della campitura.. La condizione è appunto filosofica, perché si comunica come accadimento ermeneutico, ossia come significato di un'azione conoscitiva, di un postulato creativo, artistico, rilevato quasi come dato ontologico.

Apparizioni è la formula contestuale prestata dal titolo di un'opera che Franco Angeli (Roma, 1935-1988) dipinge nel 1971, e qui designa la presenza di una struttura mossa dalla necessità, dall'urgenza di trovare un ruolo alle cose. Il termine, quanto quello di "visione", svela il processo e non la stasi del raggiungimento: dal latino apparire, composto di ad e parire, diventa "mostrarsi", e si dà in "manifestazione", "presentazione", "nascita", "epifania", cioè nel "divenire"; nell'essere "visibile", "evidente"; nel "risultare" come nel "sembrare" o nel "comparire".

Apparizioni presenta lavori di: Franco Angeli, Roberto Barni, Massimo Barzagli, Sandro Chia, May Cornet, Vittorio Corsini, Tony Cragg, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Rolando Deval, Stefano Di Stasio, Jiri Dokoupil, Jim Dine, Rainer Fetting, Paola Gandolfi, Daniele Galliano, Peter Halley, Jannis Kounellis, Mario Merz, Aldo Mondino, Giacomo Piussi, Paolo Leonardo, Nunzio, Mimmo Paladino, Pierluigi Pusole, Mario Schifano.

Il concetto è quello della materializzazione che sistema e costituisce un'immagine come momento dichiarativo e mai descrittivo; allude anche all'originarsi improvviso, all'evidenza che si palesa nel testo dell'opera. Il soggetto nell'indefinito e l'equilibrio presenza / assenza si concretano insieme dal fondo dell'immagine, dalla neutralità della sua destrutturazione. Ecco l'evocazione di un soggetto, il manifestarsi di una realtà, l'espressione di una certa soluzione. Si sarebbe tentati di vedere il processo come realizzazione, come compiersi, ma la verità è che risulta impossibile conoscerne davvero il verso: la dimensione è infatti mezzana e parziale per sua natura, e tale coscienza rischierebbe perfino di assumere valore morale. L'immagine pittorica è però sospesa; è ambigua, e diventa così ambivalente nel proprio farsi o disfarsi del momento, sia illuminazione o adombramento. Pittoricamente, la realtà dell'atto presume la cognizione del prima o del dopo, e non consente di rilevarne la funzione tramite la fissità del dipinto.

Il criterio è invece filmico, e la pittura da sé non può stabilire quando il divenire sia della materia nell'immateriale o dell'immateriale nella materia. Nella pittura è impossibile o assurdo rispettivamente poter o voler considerare tale attimo costruttivo o decostruttivo, aggregazione o disgregazione, quindi anche, moralmente, positivo o negativo. In pittura, apparizione o sparizione non può che significare due differenti maniere d'intendere lo stesso istante, e questo, pur inconoscibile, qui lo definiremo noto, al di là dei limiti tecnici, chiamando Apparizioni tutti quei momenti pittorici giustificati da fattori paralleli e ulteriori al dipingere, oppure intuiti dalla documentazione indiretta costituita dal titolo dell'opera e da altri indizi del racconto, oltre l'immediatezza della sua evidenza. (Comunicato stampa)

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Galleria Alessandro Bagnai is pleased to present the visual result of a philosophical reflection: Apparizioni: an exhibition based on, derived from and deduced through pondering painting and the message it bears today. The exhibition aims to deal with a theme that is quite wide-ranging in terms of depth and linguistic boundaries, but one that is also liquid and elastic relative to the broad and malleable cultural offerings of the 21st century. In particular, the issue under examination is the sign/surface relationship: the trace left in the nothingness of monochromy; the figural imprint in the everything of formlessness; the abstract insert as an exercise in difference. Such is the construct that reflects any technical gesture, even when what lends weight to an image is merely a fragment, an object, a color or a volume in the space of a field. The condition is philosophical, because it communicates as a sort of hermeneutical happening, or as the meaning of an act of knowing, a creative, artistic postulate delineated almost like an ontological truth.

Apparizioni is the contextual formula lent by the title of a work that Franco Angeli (Rome, 1935-1988) painted in 1971, in which he depicted the presence of a structure motivated by the urgent need to find a role for things. The term - like another related term, "vision" - reveals the process rather than the stasis of achievement. From the Latin apparire, made up of ad and parire, it offers the idea of "showing oneself", through "manifestation," "presentation," "birth," "epiphany" - in short, "becoming," in being "visible" or "evident," in "demonstrating" as in "seeming" or in "appearing."

Apparizioni presents works by: Franco Angeli, Roberto Barni, Massimo Barzagli, Sandro Chia, May Cornet, Vittorio Corsini, Tony Cragg, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Rolando Deval, Stefano Di Stasio, Jiri Dokoupil, Jim Dine, Rainer Fetting, Paola Gandolfi, Daniele Galliano, Peter Halley, Jannis Kounellis, Mario Merz, Aldo Mondino, Giacomo Piussi, Paolo Leonardo, Nunzio, Mimmo Paladino, Pierluigi Pusole, Mario Schifano.

The concept is the materialization that organizes and constitutes an image as a declarative, rather than descriptive, moment; it also alludes to sudden generation, to the evidence that reveals itself in the text of the work. The indefinite subject and the presence/absence equilibrium coalesce together from the depth of the image, from the neutrality of its de-structuring. Hence the evocation of a subject, the manifestation of a reality, the expression of a certain solution. It would be tempting to see the process as a realization, as attainment in itself, but the truth is that it proves impossible to truly know its direction: in fact, the dimension is intermediate and partial by nature, and this awareness might risk taking on moral value. But the painted image is suspended, ambiguous, and thus becomes ambivalent in its momentary becoming or dissolution, suggesting either illumination or dimming.

Pictorially, the reality of the act presumes the knowledge of the before or the after, and does not allow for the highlighting of its function through the fixedness of the painting. Rather, the criterion is filmic, and painting in itself cannot establish when the becoming is one of the material within the immaterial, or of the immaterial within the material. In painting, it is impossible or absurd to be able to or to want to consider such a moment as constructive or destructive, aggregative or dispersive, and thus morally positive or negative. In painting, apparition or disappearance can only mean two different ways of understanding the same instant, and even though this instant is unknowable, here we will call it known, beyond technical limitations, calling Apparizioni all of those pictorial moments justified by factors parallel to and supplementary to the act of painting, or intuited by the indirect documentation constituted by the title of the work and other clues to the story, beyond the immediacy of its evidence. (Press release)




Opera di Valerio Diani in mostra alla Galleria Arianna Sartori di Mantova Valerio Diani: "Untitled"
08 dicembre (inaugurazione ore 17.00) - 23 dicembre 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Simili artisti sentono una impellente necessità di verificare e tentare mille metodi, tecniche, materiali e così via, perché la loro curiosità per le forme e i modi (e le mode culturali) è insaziabile e ben sanno che solo immergendosi morfologicamente in tutte le possibili declinazioni del pensiero a cui mirano possono, a volte, ottenere risposta. Senza imitare, guardando con attenzione ogni lato del problema, approfondendo gli aspetti e il loro contrario. Occorre, inoltre, saper gestire le tecniche, anche intrecciandone le particolarità. Tutto ciò ha un costo in mancata popolarità per un pubblico che apprezza la ripetitività come si trattasse di un pregio. Simile libertà comporta anche il porsi al di fuori dei rituali mondani dell'appartenenza alla società artistica. Diani, però, non ha mai deviato da questo costume, continuando imperterrito le sue folte sperimentazioni, spesso pensose, altre volte gioiose, altre ancora giocose; giacché il progetto, lo jus operandi, il gioco, compongono la sua passione creativa (se non è così, non c'è alcuna creatività) che costringe al continuo rinnovamento delle proprie convinzioni.» (Renzo Margonari)

Valerio Diani (Mantova, 1952) ha iniziato a dipingere nei primi anni '70, interpretando (in modo originale alcune figurazioni del surrealismo storico (Arp, Tanguy). Nel corso degli anni l'interesse si volge all'arte concettuale e soprattutto agli autori del Nouveau Réalisme, spinto dal bisogno di proporre una realtà colta nelle sue stesse materie, oggetti, impronte. La "realtà" nelle opere di Diani, proprio esaltando l'immediata concretezza della materia, la sua oggettività, il suo essere manufatto, si costituisce come una riscrittura del reale, un palinsesto, una "realtà stesa sopra la realtà". Fondamentali per l'artista sono le lezioni di Burri e di Fontana. Ma non solo, grazie alla frequentazione di pittori mantovani quali Sergio Sermidi e Renzo Schirolli, Diani concentra nell'uso del colore puro, al quale affida il compito di strutturare per fasce cromatiche il supporto, tanta parte della sua ricerca pittorica.

Diani è tra i pochi artisti italiani ad avere trasformato l'arte dell'assemblaggio in un proprio punto di forza, rendendo indistinti i confini esistenti tra scultura, collage e lavorazione del legno. Incastonando casse impilate, con pezzi di legno di ogni genere e con materiali di scarto raccolti in ogni dove, Diani crea architetture astratte, barocche e monumentali, che suggeriscono un mondo poetico ed immaginario. Unendo insieme gli oggetti che la gente comune getta via, l'artista riesce a ridare vita ai più disparati materiali, che acquistano una sorta di "vita spirituale", superiore alla vita per la quale gli stessi oggetti erano originariamente stati creati. (Comunicato stampa)




Opera di Teodoro Wolf Ferrari nella mostra La modernità del paesaggio Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio
02 febbraio - 24 giugno 2018
Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)
www.mostrawolfferrari.it

Una inedita riflessione dedicata al pittore veneziano Teodoro Wolf Ferrari (Venezia, 1878 - San Zenone degli Ezzelini, 1945). La rassegna, curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato, promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, si pone di indagare alcuni aspetti fondamentali, ma meno conosciuti, della storia dell'arte italiana, facendo luce sulla figura emblematica e ancora da approfondire di Wolf Ferrari. In mostra verrà presentata un'accurata selezione di oltre 60 opere, sapientemente individuate presso collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori, dove la produzione dell'artista si E' principalmente concentrata, diffondendosi in un territorio nel quale non mancano rinvenimenti di qualità e nuove scoperte. Sarà, così, possibile entrare nell'atelier di questo "poeta del paesaggio" e contemplare attraverso dipinti, acquarelli, pannelli decorativi, vetrate, studi per cartoline, riuniti assieme per la prima volta, le colline che vanno da Asolo a Conegliano fino alle alture del Grappa o i più cupi e inquietanti scenari che raccolgono un profondo sentimento del mistero.

Prove che dichiarano l'amore per il paesaggio, le sperimentazioni e l'eterogeneità di tecniche proprie di Wolf Ferrari, il quale ha saputo far confluire a Venezia e in Italia all'alba del Novecento le moderne istanze secessioniste europee. Il percorso espositivo ripercorre l'intera vicenda artistica di Wolf Ferrari con una linea tematica che abbraccia vari momenti ed esperienze, dall'affaccio sulle tendenze mitteleuropee con un'affascinante sezione dedicata al tema della "tempesta", tra cui Paesaggio Notturno, Bufera, Notte, Danza macabra, alle novità artistiche veneziane fino alle delicate passeggiate autunnali dal Grappa al Piave. Il dialogo con un ristretto ma significativo nucleo di opere di artisti contemporanei del pittore (quali Otto Vermehren, Mario De Maria, Mariano Fortuny, Gino Rossi, Ugo Valeri) diviene importante e necessario per stabilire alcune connessioni e qualche comunanza di percorso con l'itinerario artistico di Teodoro.

Dopo la formazione presso l'Accademia di Belle Arti veneziana sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Wolf Ferrari studia a Monaco, dove nel 1895 entra in contatto con alcuni degli ambienti simbolisti e secessionisti più avanzati e cosmopoliti del momento. Sono anni attraversati da un cambiamento e un'innovazione febbrili, nel corso dei quali la rappresentazione della natura, fonte di straordinaria ispirazione, diviene anzitutto espressione di un paesaggio interiore e soggettivo, luogo primigenio dell'anima. E' a questo contesto che l'autore attinge per costruire il suo universo poietico tramite le influenze di artisti quali Böcklin, Von Stuck, Klinger, Kandinskji che lasceranno un segno inconfondibile nella sua pittura. Sensibile alle novità che giungono dal mondo bretone e sintetista, Teodoro aderisce anche al gruppo Die Scholle ("la zolla"), animato dalla genialità dell'amico Leo Putz.

Sono queste le atmosfere e i principi che l'artista trasferisce nella città lagunare, apportando nuova linfa agli stili ed entrando in contatto con il gruppo degli artisti di Ca' Pesaro, che, sotto la regia di Nino Barbantini, rivoluzionano l'arte veneziana e italiana. Nel 1912 Wolf Ferrari partecipa alla mostra di Ca'Pesaro, avvicinandosi a Gino Rossi, Ugo Valeri, Arturo Martini, Tullio Garbarti, Umberto Moggioli e costituisce il movimento l'Aratro, con l'intento di creare un "ambiente armonico", dove le arti applicate assumono un ruolo di prim'ordine. Un'occasione rara per conoscere e (ri)scoprire un autore più noto agli specialisti che al vastopubblico, il quale non ha solo raffigurato con grazia la natura, ma ha anche raccontato la trasformazione dell'arte italiana tra XIX e XX secolo. Accompagna la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Niba - Leopardi - Gold resina Poliuretano Pigmenti metallici oro cm.171x56x72 2017 Idill'io Romano
Baldo Diodato | Niba


termina lo 05 gennaio 2018
Galleria PioMonti arte contemporanea - Roma
www.piomonti.com

Mostra dedicata a Giacomo Leopardi che collega il concept di Idill'io, la "vetrina" di Recanati dedicata soprattutto al Poeta marchigiano, allo spazio romano. Il Poeta durante il suo primo soggiorno a Roma, dal novembre del 1822 sino all'aprile del 1823, è stato ospite dello zio Carlo Antici a palazzo Mattei, nello stesso edificio dove oggi si trova la galleria. Nasce da qui il desiderio del gallerista di materializzare la sua visione e ri-vedere Leopardi camminare per le strade della città eterna. Nel suo scritto in catalogo Nikla Cingolani scrive: "Con l'opera di Niba (Michela Nibaldi), una scultura d'oro di Giacomo Leopardi, e con i sampietrini-frottage di Baldo Diodato, lo spazio si trasforma in un crogiolo alchemico capace di contenere e trasformare i vari materiali in vibrazioni di luce (...) Legate dalla grandezza del tempo, nello spazio assoluto della galleria, le opere sintetizzano l'unione tra la tensione verticale simbolo di trascendenza e spiritualità (Niba), e quella orizzontale legata all'esperienza e alla stratificazione sociale (Diodato), che per l'occasione si trasforma in tappeto "lunare" dove il divino Leopardi cammina verso l'eternità"

L'installazione, a partire dallo sfondo azzurro della parete fino ad espandersi all'esterno verso la Fontana delle Tartarughe, rappresenta un universo in relazione circolare con tutti gli elementi, dominato dalla nozione di infinito. Scrive nel suo testo Laura Cherubini: "Così il giovane Giacomo prosegue il suo veramente internazionale grand tour tra i libri, riprende il viaggio iniziato nei meandri della biblioteca del padre Monaldo, continua la sua passeggiata sullo scomodo sentiero romano, come su un tapis roulant che scorre nel tempo, nell'esigua luce di un giorno che muore giovane, quello dedicato a Lucia, la Santa a cui hanno tolto gli occhi per vedere." R.R. Roma - Recanati: la prima una gabbia da cui Leopardi voleva uscire, l'altra la sua illusione di felicità presto svanita, per l'occasione diventano itinerari d'arte "leopardiani", dove il piacere della sosta vive nella percezione di un tempo sospeso nell'incontro con l'opera. (Comunicato stampa)




Daniela Caciagli - acrilico su tela cm.120x100 Daniela Caciagli: "The family"
termina il 30 dicembre 2017
Galleria Mercurio Arte Contemporanea - Viareggio
www.mercurioviareggio.com

Nella galleria diretta da Gianni Costa, la pittrice Daniela Caciagli presenta un ciclo di acrilici su tela realizzati negli ultimi tre anni: questi lavori prendono spunto da una serie di fotografie tratte dall'album di famiglia della pittrice e costituiscono un interessante percorso della memoria, aperto a varie interpretazioni sul piano psicologico. Daniela Caciagli (Bibbona - Livorno, 1962) vanta un ampio curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. Nel 2007 e nel 2010 è finalista al Premio 'Arte Mondadori' di Milano. Nel 2012 viene selezionata dalla Public Enterprise 'Artkomas' di Vilnius per rappresentare l'arte italiana in Lituania, con una serie di mostre nei Musei delle principali città lituane. La mostra è corredata di catalogo con testo critico di Marco Del Monte. (Comunicato stampa)




Opera di Norma Picciotto nella mostra alla Galleria Pisacane Arte di Milano Norma Picciotto interpreta Qohelet (colui che prende la parola)
18 dicembre (inaugurazione 18.30) - 30 dicembre 2017
Galleria Pisacane Arte - Milano
www.normapicciotto.com

"C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, c'è un tempo per piantare e un tempo per sradicare, c'è un tempo per piangere e un tempo per ridere". (Qohelet)

La poetica di Re Salomone (III secolo a.e.v), continua a incantare l'autrice di questa mostra che presenta 10 opere fotografiche - elaborate e fuse su livelli multipli- che si ispirano al "Qohelet", a completamento e proseguimento della mostra "Cantico dei Cantici" esposta alla Biblioteca Storica Nazionale di Torino. In questa opera senile di Re Salomone, viene esposto un contraddittorio tra il bene e il male. La riflessione ruota intorno a due interrogativi: a cosa serve fare il bene e a cosa serve fare il male se la conclusione della vita è uguale per tutti e allora tutto sembra vano. Re Salomone riflette sull'esistenza umana fragile e caduca, dominata dalla casualità e dalla transitorietà: "Fumo dei fumi, tutto non è che fumo" è la risposta al tormentoso interrogarsi sul senso delle cose terrene perché al pari dell'uomo si dileguano.

Nella foto "Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo", delle persone camminano ignare su dei gusci rotti di uova; infatti la rotondità e la continuità della vita possono essere spezzati da minacce incombenti e incontrollabili. Nella foto "Quello che accade e gia stato, quello che sarà già è avvenuto", dal mare spuntano dei faraglioni affiancati da arancini di riso e un'antica testa siciliana contornata da cannoli e altri dolci; infatti gli oggetti antichi e le rocce hanno lo stesso grado di precarietà del cibo che è deperibili in pochi giorni.

Norma Picciotto (Milano) negli anni '70 fonda insieme a Giancarlo De Bellis, l'Agenzia De Bellis: tra le più note agenzie fotogiornalistiche italiane. Giornalista pubblicista, documenta la storia complessa di Milano fino agli anni '90. Dal 2000, si dedica alla fotografia artistica e crea opere in digitale che rappresentano il suo mondo interiore e i legami con le sue radici. Si appassiona all'elaborazione digitale delle immagini di cui esperimenta e approfondisce le potenzialità espressive e nelle sue opere fonde in un'unica immagine vari scatti ripresi in luoghi e in tempi diversi, che plasmano un nuovo mondo visivo, spirituale e di sogno. Dal 2011 Le sue foto vengono regolarmente esposte in gallerie e Istituzioni pubbliche di vari paesi. Dal 2014 è Membro effettivo della "European Academy of Sciences, Arts and Literature". (Comunicato stampa)




L'Amsterdam Museum presenta i suoi capolavori del XVII secolo restaurati

L'Amsterdam Museum è attualmente impegnato nel restauro di uno dei suoi capolavori, I Capi della Guardia Civica (1653) di Bartholomeus van der Helst (ca.1613 - 1670), che sarà l'opera di punta della mostra in prestito a TEFAF Maastricht 2018, nella sezione TEFAF Paper. Per la prima volta i visitatori della Fiera potranno non solo ammirare i risultati del restauro, ma anche comparare gli oggetti raffigurati nel dipinto con esempi originali di argenteria del XVI secolo - una situazione unica per l'arte olandese. TEFAF Maastricht, la Fiera di arte figurativa e antiquariato più importante del mondo, avrà luogo dal 10 al 18 marzo 2018 al MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) di Maastricht, Paesi Bassi.

Il ritratto di gruppo raffigura diverse personalità di spicco: l'ex borgomastro Jan van de Poll (1597-1678), il mastro birraio Albert Dircksz Pater (1602-1659) e il celebre cartografo ed editore Joan Willemsz Blaeu (1598-1673). Insieme, erano i custodi della Guardia Civica, e della sua collezione di ritratti di gruppo e reperti storici. I personaggi sono raffigurati seduti a un tavolo, mentre sulla destra i loro figli allenano le proprie doti di arcieri. I quattro uomini del dipinto sono circondati di preziosa argenteria; sullo sfondo, una credenza appare colma di tazze, tazzine e cucchiai; sulla sinistra Banninck Cock regge un calice finemente decorato, e i suoi colleghi mostrano il collare e il bastone della Guardia, coronato da decorazioni a forma di uccelli. Sullo sfondo, la moglie del locandiere presenta il corno potorio sul suo piede d'argento, sempre appartenente alla Guardia. La presenza di questi oggetti preziosi sul tavolo richiama l'illustre storia della Guardia Civica di quegli anni, sottolineando il buon governo delle personalità raffigurate nel dipinto.

Oltre che per il suo pittore, uno dei più grandi ritrattisti del Secolo d'oro olandese, per la fama dei suoi protagonisti e per l'apprezzata prospettiva sott'in su, questo ritratto di gruppo si distingue poiché raffigura tre oggetti d'arte tuttora esistenti. Il collare, il bastone e il corno potorio finemente decorati, appartenenti alla collezione della Guardia Civica, non erano solo valorizzati dai capi del 1653, ma possono ancora essere ammirati dai visitatori dell'Amsterdam Museum, poiché appartengono al Comune di Amsterdam. Capolavori in argento del genere, provenienti dal XVI secolo, sono una rarità in qualsiasi collezione pubblica o privata dato che in molti casi venivano modificati sulla base dei gusti delle varie epoche oppure addirittura fusi. L'esistenza di oggetti di tale valore, raffigurati in un dipinto di così alta qualità, è un fatto più che eccezionale.

Il capolavoro di Van der Helst sarà circondato da altri cinque ritratti di gruppo che sono stati restaurati da poco. Insieme testimoniano il successo e la qualità della ritrattistica di gruppo ad Amsterdam durante il Secolo d'oro. Due di questi dipinti, entrambi restaurati nel 2017, sono di Ferdinand Bol (1616-1680) e raffigurano i governatori e le governatrici dell'Asilo dei Lebbrosi di Amsterdam. Al momento fanno parte della mostra sull'artista dell'Amsterdam Museum. Un altro ritratto di gruppo di Van der Helst, I Capi degli Archibugieri della Guardia Civica, restaurato nel 2011, dopo un prestito per cinque anni alla National Gallery of Art di Washington sarà esposto per la prima volta dal suo ritorno nei Paesi Bassi. Le ultime opere sono due Lezioni di Anatomia, una di Aert Pietersz (1550-1612), l'altra di Adriaen Backer (1635-1684), restaurate in collaborazione con le istituzioni che negli anni le hanno prese in prestito per le proprie mostre. Dal 2016 l'opera di Backer ha fatto parte della mostra permanente di ritratti del Secolo d'oro dell'Hermitage Amsterdam, che vanta un'incredibile collezione di ritratti di gruppo ambientati ad Amsterdam. Queste sono le quattro opere che completeranno la mostra in prestito a TEFAF Maastricht. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine dalla locandina della mostra Empyreum di Christian Zanotto Empyreum
Christian Zanotto Solo Show


09 December 2017 (opening 17.00 - 21.00) - 13 January 2018
Breed Art Foundation - Amsterdam
www.christianzanotto.com

"The site-specific installation Empyreum will transform Breed Art Studios 'white cube' into an environmental holographic theater, scene of kaleidoscopic projections; the visitors will be immersed in an aerial apnea in the vivid and suspended atmosphere of lights and colors. Fluctuating digital entities, shaped and animated inside the virtual realm by Christian Zanotto, multiply in a sort of scaled empyrean brought into existence by means of the luminous emanation of beamers, in a round dance of glimmers, reverberations, reflections and ethereal presences."




Opere dalla mostra Dialoghi, di Maria Giovanna Ambrosone, Giorgia Di Lorenzo e Marco Matta Dialoghi
Maria Giovanna Ambrosone - Giorgia Di Lorenzo - Marco Matta


termina il 15 febbraio 2018
Legal Service Consulting - Napoli

In un periodo in cui tutto passa attraverso la sottile linea immaginaria/falsata del web, non si comunica più di persona, ma si dialoga solo attraverso le chat/i social. Prende l'idea di creare i "Dialoghi" una collettiva che vede come protagonisti tre artisti diversi tra loro, ognuno con il proprio bagaglio culturale e di vita. Proprio attraverso questa diversità nascono dei dialoghi nuovi, che vanno al di là di ogni nostro pensiero! Quasi a creare un connubio anche col luogo scelto per le loro opere, che ben si legano con gli spazi dello studio Legal Service Consulting, dando vita ad un percorso che vede l'intreccio di tele. Entriamo così in un labirinto di colori, emozioni, figure... che porteranno il visitatore a perdersi, ma poi a rinascere alla fine del percorso, all'uscita del proprio labirinto (il proprio io). Le opere dell'artista Maria Giovanna Ambrosone ci portano in un percorso tutto rivolto al dialogo tra l'uomo e la natura, in particolare i fiori di loto ed i fiori del paradiso hanno avuto un ruolo molto importante nella rinascita artistica della stessa. (...)

Tutte le opere hanno come caratteristica questa base argentea, che risalta il dipinto e che può variare a seconda del luogo dove si trova. (...) Il percorso, si conclude, con l'opera "Keiko", attraverso cui l'artista sembra unire tutta la sua ricerca... massima espressione di armonia e simbiosi con la natura! (...) L'artista Giorgia Di Lorenzo trova nella pittura un suo viaggio interiore ed ecco di nuovo affiorare la conoscenza e la rinascita del nostro io. Le opere della Di Lorenzo dialogano con quelle della Ambrosone attraverso la rappresentazione di simboli e colori che ci fanno riflettere su ciò che abbiamo intorno a noi e non vediamo, non ascoltiamo.

Ci troviamo, così, a contemplare quadri che ricordano la vita meditativa e spirituale delle certose, come "La Meditazione - Porte e finestre", o "Il Tempo dalla carta del Duca di Noja", quest'ultimo, simbolo di una Napoli del 1775, che agli occhi dell'artista viene rappresentata con forti toni forse a sottolineare una città nascosta, che ha difficoltà ad uscire dal buio. (...) Colori e tratti decisi caratterizzano la maggior parte delle opere qui presentate, quasi a sottolineare ogni piccolo gesto. Marco Matta, fa della pittura la sua voce, i suoi occhi, la sua vita! Attraverso le sue opere si entra in un vortice pittorico e mentale, in forte armonia con uno dei sui protagonisti Il Mare. Forte elemento che ti avvolge, ti rilassa, ti calma... ma sa essere anche spietato! Come nell'opera "Forza 7". Nell'artista Matta, il mare e le sue creature lo legano alla sua città, Napoli, e ai suoi affetti, ai suoi ricordi come la rappresentazione del pesce Marlin "Marlin blu" (...) Una collettiva che nasce dal Dialogo tra tre artisti e le loro opere... e si conclude attraverso un labirinto fatto di domande e di riflessioni!

Maria Giovanna Ambrosone (Napoli, 1975) ha frequentato l'Istituto d'Arte Filippo Palizzi di Napoli e studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli terminando gli studi con il massimo dei voti. Vincitrice di un premio di pittura presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli "metamorfosi dopo la mezzanotte "curata dal professore Stefano Causa e classificandosi seconda con la fotografa per "Barocco a Napoli" sotto al direzione artistica di Fabio Donato. Vincitrice con la fotografia al premio dedicato al poeta Ungherese " Babits Mihály " Partecipa a diverse collettive e tre personali presso la galleria 1Opera (NA) e Galerie Karin Sutter Basilea e Esztergom,Ungheria Galleria Rondella Vincitrice di un tirocinio di sei mese presso la fondazione Morra per la collaborazione al museo di Hermann Nitsch. Vincitrice di diverse residenze workshop per artisti,la prima a Foligno sotto la guida dell'artista cubana Tania Brugera e l'altra a Reggio Calabria con il patrocinio della regione Calabria, la terza iin Sardegna sotto la guida dell'artista sardo Pinuccio Sciola. (...)

Giorgia Di Lorenzo (Napoli, 1981), laureata in Lettere e Filosofia e dottore di ricerca in archeologia, ha affiancato al lavoro di archeologa le attività di counselor professional, conseguendo un Master triennale e realizzando diversi progetti educativi nelle scuole e nel campo del sociale. Dal 2000 al 2009 ha realizzato laboratori e performances di Teatro-Danza con l' Associazione Azzurro Solfato di Napoli, con periodici happenings, site-specific nei cortili del centro storico di Napoli; ha partecipato al progetto Erasmus plus 'Viaggio intorno al mondo dell'albero' (Tolosa 2014). Pittrice autodidatta, ha pubblicato alcune opere su riviste d'arte (l'Elite Arte Selezione Internazionale; Boè-Periodico bimestrale di informazione artistica e culturale di Palermo) e realizzato mostre personali. (...) Selezionata recentemente per partecipare a residenze artistiche (Otranto con Carlo Toma ed.; Palermo Officine Alab). Dal 2012 si dedica anche all'illustrazione di libri (pubblica 2015 'Voglio essere Megattera' Marotta&Cafiero ed.; 2016 'Il Trattore volante' Pacilli ed.). (...) Attualmente è cofondatrice dell'Associazione a promozione sociale Storie a Manovella, che si dedica alla realizzazione di albi illustrati.

Marco Matta (1975), diplomato al Liceo Artistico di Napoli poi si specializza come Operatore Multimediale. Da studente ha perfezionato le tecniche della pittura, dell'incisione e della scultura frequentando numerosi corsi all'Accademia di Belle Arti di Napoli. L'attività pittorica ed espressiva in tutte le sue forme iconografiche (scultura, incisione, fotografia, arte digitale) è stata svolta regolarmente durante tutta la carriera professionale ed ha prodotto numerose partecipazioni ad eventi e mostre a Napoli e in altre regioni italiane. Tutte le opere sono il risultato di padronanza delle tecniche, innovazione, commistione, ricerca e contenuti profondi di natura personale e di riflessione sul mondo. Da anni dirige laboratori creativi per la realizzazione di vari progetti, dalla pittura ai murales, dalle maschere ai carri di carnevale. (...) Si esibisce in performance di action painting in eventi d'arte contemporanea ed in collaborazione con musicisti. Vive e lavora principalmente a Napoli, qui si dedica alla pittura e a nuovi linguaggi creativi, sempre impegnato nella ricerca e sperimentazione. (Comunicato stampa)




Ute Müller - Christoph Meier
15 gennaio 2018 - 10 marzo 2018
Castello di Carini (Palermo)

In un luogo di grande importanza storica come il Castello di Carini, che conserva i suoi elementi di spazio da abitare, si troveranno i dipinti e le strutture architettoniche degli artisti austriaci Ute Müller e Christoph Meier. Le loro opere catturano lo spettatore dentro una iniziale enfasi che lo fa prima riconoscere in una bellezza memore del '900 artistico ma che ad uno sguardo più attento gli fa comprendere di trovarsi dentro uno spazio composto da frammenti di significato. Questo modo di riflettere e ragionare sulla complessità dei passaggi architettonici e pittorici frammentati, appartiene anche alla ricerca di Ute e Christoph, dove però si aggiunge un valore del tutto unico: la capacità di condurre lo spettatore ad oltrepassare le questioni formali dei medium e dei materiali, coinvolgendo nell'opera anche tutte quelle questioni aperte che riguardano le regole dell'apparire e del fare delle immagini, dell'atto creativo dei catalizzatori di visioni politiche ed economiche legate al reale.

Inoltre, la scelta dei due giovani artisti austriaci, di stanza a Vienna, verte senz'altro sulla loro straordinaria abilità nel trattare lo spazio che ospita le opere, il centro stesso delle mostre, facendoci oltrepassare, ancora una volta, il limite di ciò che è visibile e dell'intraducibilità. La ragione della scelta ricade infine nel desiderio di mettere a confronto una delle più vivaci scene sperimentali europee del momento, che è quella viennese, con una generazione di artisti italiani altrettanto impegnata, che trova nella Sicilia un luogo di incontro e di dialogo fuori dagli standard di sistema. (Comununicato stampa)




Raptuz - Wall - Cyprus High Frame Rate
Raptuz - solo show


termina lo 07 gennaio 2018
Avantgarden Gallery - Milano

Il lavoro di uno dei maggiori esponenti del writing internazionale torna in Italia, dopo aver esposto a Strasburgo, Basilea, Monaco di Baviera, Miami, Los Angeles, e Washington. Raptuz, attivo fin dalla fine degli anni Ottanta a Milano, celebra con questa personale i 30 anni di attività artistica. Avantgarden Gallery, sempre attenta alla urban culture e alle sue radici, con High Frame Rate invita l'artista a misurarsi con gli spazi della galleria sia presentando i suoi inediti lavori su tela sia intervenendo, come da tradizione, sul muro esterno della location. L'intento è quindi quello di invitare il pubblico a un confronto visivo diretto tra radici e sviluppo contemporaneo del lavoro di Raptuz nelle tecniche e nei concetti.

Con High Frame Rate l'artista viene coinvolto a confrontarsi con mondi a lui connessi e ben noti: il cinema e il fumetto. Raptuz è infatti prima di tutto un talentuoso disegnatore (uno dei suoi primi lavori fu presso la Disney), la sua ricerca sta nel fare i conti con l'estrema definizione del suo tratto e delle campiture cromatiche nell'intento di dare vita a composizioni che riescano a connettere definizione e visionarietà. L-artista presenterà le opere realizzate con la propria tecnica ed il suo stile unico denominato Broken Window Futurism, modalità espressiva evoluta nel tempo, caratterizzata dalla scomposizione delle opere, nelle forme o nei colori, giocando con le scale di colore, con i contrasti caldo/freddo e luce/ombra, per consentire la visione multifocale, frammentata e scomposta, di immagini astratte o figurative. Pescando da scenari hollywoodiani luminosi e brillanti, controversi personaggi pop e del fumetto riconoscibili a livello globale, Raptuz propone lavori di estremo impatto cromatico, altissima definizione nella composizione e nell'applicazione del colore, quasi a immortalare su tela le infinite parti di fermo-immagini selezionati da un flusso video ad altissima risoluzione. (Comunicato stampa)




Ninja Ninja e Samurai. Magia ed estetica
termina lo 02 aprile 2018
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La mostra realizzata si addentra nella storia dei guerrieri giapponesi più conosciuti, i samurai, e nel mistero che circonda la figura dei leggendari guerrieri ombra, i ninja. Circa 200 opere databili tra il XVI e XX secolo provenienti da collezioni private, manufatti mai esposti prima d'ora, e opere concesse straordinariamente dal Museo d'Arte Orientale di Venezia. Magia ed Estetica, due sostantivi che costituiscono i più diffusi stereotipi riguardo le figure storiche di ninja e samurai, sono termini scelti con l'intenzione di suggerire una dimensione fantastica per poter giungere, attraverso il percorso espositivo, ad una più attendibile conoscenza di queste figure che, esaurito il loro compito nella storia passata, hanno esercitato sulle generazioni che si sono susseguite - e continuano tutt'ora a esercitare - un innegabile fascino.

L'allestimento, che si svilupperà nella grande area mostre oltre i giardini giapponesi, si connoterà come emozionale e suggestivo. Il percorso si apre con un video-documentario realizzato per essere d'aiuto a esplorare con occhio preparato le tante scoperte e suggestioni che l'esposizione offre. La visione della vita dei samurai è ancorata agli strati più profondi dell'inconscio collettivo del Giappone. Questa visione del mondo, il Bushido - la via del guerriero come arte della guerra ma anche come percorso di conoscenza interiore - ha avuto una grande importanza nella produzione artistica, nella cultura e nella costruzione delle relazioni sociali. Tra i tanti pregevoli oggetti in mostra, spiccano per rarità e bellezza un'armatura del periodo Edo appena restaurata, un corredo guerresco da viaggio e una lama da combattimento forgiata nel 1540.

Dal bagliore delle lame e degli armamenti, dalla delicatezza delle laccature e delle stoffe del mondo dei samurai, si entra nel mondo dei guerrieri dell'ombra, i ninja, con armi - come le famose lame a stella shaken - attrezzi, costumi, strumenti e oggetti esoterici, passando a un diverso concetto di uso del corpo e delle risorse attinte dalla natura e dalla sua osservazione. Per la prima volta in Europa si potrà apprezzare un'esposizione dedicata al repertorio di armi dei ninja così completa per quantità e varietà. I guerrieri-ombra con la propria creatività hanno saputo realizzare strumenti da celarsi nelle vesti, armi che tutti hanno visto in Agente 007 - Si vive solo due volte, dove James Bond studia combattimento in una scuola ninja, e altre che ancora oggi potremmo vedere in film di spionaggio, come il sonaglio shakujo con lama nascosta, che da strumento rituale del buddhismo esoterico diventa oggetto di difesa e attacco, o la lampada con giroscopio che illumina il cammino e che lascia che il ninja scompaia avvolto dalle tenebre una volta appoggiata al terreno.

La mostra si chiude con l'esposizione di oggetti legati alla nascita dei torimono, espressione di una nuova visone del mondo dove il guerriero è addestrato a catturare - utilizzando armi e tecniche nuove che traggono origine proprio dagli antichi guerrieri - per portare ordine nella società. Armi, strumenti e armature non saranno i soli protagonisti della mostra, verranno esposte anche opere d'arte legate ai guerrieri giapponesi: documenti strategici e tecnici d'epoca, opere calligrafiche, una coppia di grandi paraventi, strumenti legati alla cerimonia del tè, maschere e ornamenti teatrali. A corredo e complemento anche xilografie dei maestri Utagawa Kuniyoshi, Utagawa Kunisada Toyokuni III e Katsushika Hokusai. (Comunicato stampa)




Pietro Gaudenzi - Donne con due vassoi - Cartone Affreschi - Castello Cavalieri di Rodi Disegni smisurati del '900 Italiano
termina il 18 marzo 2018
Villa Torlonia - Roma
www.museivillatorlonia.it

La mostra espone una trentina di cartoni di maestri del '900 italiano che i curatori, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, direttrice della Galleria del Laocoonte di Roma, hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell'arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di "disegni smisurati" che dimostrano l'alto livello dell'esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

Smisurato rispetto agli schizzi, agli studi preparatori, ai bozzetti, il cartone, è un disegno grande quanto l'opera o la parte di opera che l'artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l'opera sia portata a termine dall'artista stesso o dalle maestranze specializzate che devono materialmente compierla. Non deve stupire dunque che nel primo '900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l'ispirazione dell'artista, già spesa in studi più piccoli, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro. Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma è reso fragile dal tempo come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la reverenza con cui esso va trattato e mostrato.

Del dannunziano Adolfo De Carolis si espone il grande foglio preparatorio del dipinto Primavera (1903). Due maestosi cartoni per gli affreschi dello scalone del palazzo dell'Ina a Roma sono opera del quasi dimenticato Giulio Bargellini (Firenze 1875 - Roma 1936), frescante instancabile di terme, banche e ministeri. Di Achille Funi (Ferrara 1890 - Appiano Gentile, Como 1972), formidabile frescante, ma anche restauratore in chiave moderna dell'arte di Giotto e Piero della Francesca, si mostrano qui due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S. Giorgio per la chiesa omonima a Milano, Didone e sua sorella per la sala dell'Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri per il Municipio di Bergamo e infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello per la chiesa di San Francesco a Tripoli, in cui ha raffigurato la propria allieva e amante Felicita Frei.

Di Gino Severini è una Madonna con Bambino per la Cattedrale di Losanna. Publio Morbiducci (1889-1963), l'autore del Monumento al Bersagliere a Porta Pia, è l'autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell'antichità classica sono commiste con quelle moderne dell'ultima guerra. Infine di Ottone Rosai è un Giovinetto Crocifisso sospeso quasi a grandezza naturale su un vasto foglio. Un altro nucleo di cartoni colorati a pastello, opera di Pietro Gaudenzi (Genova 1880 - Anticoli Corrado 1955) costituiscono una mostra nella mostra, illustrando, assieme a bozzetti e foto d'epoca, un intero ciclo di affreschi, eseguiti in due sale del Castello dei Cavalieri di Rodi nell'estate del 1938, oggi completamente perduti.

Esposti al Museo di Anticoli Corrado nel 2014, proprio dove furono eseguiti dall'artista, e nel 2015 alla mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito ai Musei di San Domenico a Forlì, dove apparvero come una rivelazione, i cartoni sono esposti per la prima volta in uno spazio pubblico a Roma assieme ai bozzetti, a un dipinto preparatorio de Lo Sposalizio e a un ritrovato inedito ritratto monumentale a olio di Cesare Maria De Vecchi, il quadrunviro che fu ultimo Governatore civile di Rodi, ispiratore e committente del restauro del Castello e delle pitture che Gaudenzi vi eseguì. I cartoni, straordinari per delicatezza di tocco, rappresentano scene di genere o figure femminili ritratte dall'artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado.

Guardando gli studi e le figure per la "Sala del Pane", non si può non ricordare la retorica della "Battaglia del Grano" mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi - che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, il premio Cremona nel 1940 - sembrano, nella fissità delle loro consuetudini millenarie e immutabili, lontane all'enfasi trionfalistica del regime. In mostra anche un bozzetto a olio, ciò che resta di un grande quadro in cui era rappresentato Lo Sposalizio, un banchetto di nozze umile e severo trasfigurato in cenacolo sacro che rappresenta le nozze dell'artista con la modella anticolana Candida Toppi, che l'epidemia di spagnola portò via nel 1918. Appena in tempo per metterla in posa, per il grande quadro, due metri e mezzo per sette, che costò lunghi anni di lavoro e fu esposto alla Biennale di Venezia del 1932 e oggi è smarrito.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un'umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l'umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E' la bellezza dell'umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

Il progetto delle pitture nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l'incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943, vetrina turistica e paragone d'eccellenza architettonica e urbanistica. Nel 1936 Mussolini nominò Governatore di Rodi Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884 - Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia. Il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi.

Costruito dall'Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l'isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall'esplosione accidentale di una polveriera e adattato. De Vecchi volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello "nuovo", quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica. L'ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d'allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici della vicina isola di Coo. L'effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l'isola fino al '47 lo descrissero come "a fascist Folly", e oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi. (Comunicato Ufficio stampa Scarlett Matassi)




Salvo Catania Zingali - Casa rossa - olio su tela cm.43x43 2017 Salvo Catania Zingali - Sulla mia ombra 5 - olio su multistrato cm.45x36 2014 Salvo Catania Zingali - Banda larga - olio su multistarato cm.80x162 2016 Salvo Catania Zingali: "Fermoimmagine"
termina il 22 dicembre 2017
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La ricca tavolozza dell'autore propone trenta oli recenti in cui l'attimo è fissato come in un'istantanea che testimonia e racconta frammenti del quotidiano. Le opere di Catania Zingali si manifestano all'occhio dell'osservatore come un "fermo immagine" che sembra congelare l'azione nei confini del quadro. Gli scorci della vita di tutti i giorni, le strade percorse, i luoghi visitati, le persone incrociate per caso o scorte da un punto di vista più o meno lontano, diventano i protagonisti delle tele, quasi a raccontare il fluire del tempo scandito da semplici ma irripetibili momenti. Talvolta lo sguardo dell'autore è rivolto verso il cielo o al contrario viene puntato dall'alto su lontane prospettive, raccontando il suo universo pittorico fatto di piccoli eventi, di uomini, animali ed oggetti che si trasformano in materia e colore sulla tela.

La principale fonte di ispirazione dell'artista è la strada, affollata da uomini e mezzi di trasporto, densa di vita e pervasa da un "caos calmo", animata da sconosciute identità in transito. Non mancano le nature morte, fissate in inconsuete visioni aeree, straniate dai canoni del genere e proprio per questo intriganti ed originali. Catania Zingali non ricerca la bellezza da immortalare, piuttosto conferisce dignità e valore a situazioni e cose apparentemente insignificanti e banali che la sua pittura impregna di una poetica malinconica e a tratti struggente, ma non per questo priva di consapevolezza e di ironia.

«Prospettiva insolita, quella dall'alto; e tuttavia in grado di offrire un punto di vista fortemente straniante che travalica gli angusti limiti della mera rappresentazione naturalistica della realtà. Quella di Salvo Catania Zingali è senza dubbio una pittura "classica" (nel pieno rispetto dei canoni del linguaggio figurale) eppure, proprio la frequente adozione d'una visuale - per così dire - "dal cielo", fa sì che il carattere palesemente iconico delle sue immagini tenda a stemperarsi in assetti visivi ove è il caleidoscopico articolarsi dei colori a farsi prioritario vettore d'ogni dinamica affettiva. Una spiaggia coi suoi ombrelloni, i teloni d'un mercato rionale, ma anche dei tipici dolci siciliani o dei giocattoli sparsi su un pavimento - abbandonata la solita visione frontale, pur nella fedeltà al dato ottico - vengono in tal modo sottilmente spossessati della loro formale connotazione di carattere veristico, col conseguente e spiazzante sconfinamento nell'opposto visivo della più ineffabile astrazione.

La ricognizione "satellitare" del paesaggio si risolve in tal modo in un fresco gioco di irretenti geometrie (paradigmatici On air 92 e On air 94), con un peculiare effetto "patchwork" - esaltato dalla pennellata corposa e materica - che scavalca il perimetro cogente dell'effetto "inquadratura" per sciogliersi - infine - nelle avvolgenti spire della più libera visione. Ciò che ne consegue è l'immediata proiezione dell'osservatore in una dimensione altra, nella quale i riferimenti strettamente topografici perdono qualsivoglia valenza orientativa, innescando quel già citato effetto "straniamento" che consente di procedere ben oltre la limitatezza cronachistica del mero "hic et nunc".

In tal senso - nonostante l'apparente ossequio alla tradizione figurativa siciliana -, Catania Zingali si rivela un autentico innovatore dei generi trattati (paesaggio, veduta, figura e natura morta), poiché capace di non farsi imbrigliare da vincoli o legacci di carattere strettamente "normativo", in virtù d'una modalità semiotica per cui dietro l'univoca parvenza d'ogni significante si cela una illimitata potenzialità di significazione. Come attestato anche dalle più consuete vedute impostate frontalmente (Casa rossa, Cantieri Zisa e Cantieri Zisa II), le affabulazioni impaginate dal pittore comisano non appaiono per tanto mai bloccate in una fissità paretica e senza sviluppo, ma piuttosto - ad onta dell'aura di sospensione atemporale che le circonfonde, o forse propriamente grazie ad essa - si configurano come racconti totalmente aperti ai quali si è chiamati ad offrire il proprio - e decisivo - contributo novellistico.

Un dato che si riscontra anche laddove i suoi dipinti si popolano di "presenze" umane ed animali; personaggi di racconti dai contorni non tracciabili, il cui fare - del quale, per l'appunto, ci vien fornito un "fermo immagine" con la solita pennellata sintetica e pastosa - rimane del tutto oscuro e imperscrutabile, e in quanto tale aperto ad ogni possibile apporto narrativo. E' questa - in definitiva - la qualitativa peculiarità della pittura neofigurativa di Catania Zingali: il suo essere capace di estendere lo sguardo indagatore fino al liminare dell'orizzonte degli eventi, evitando scientemente alcun accanimento descrittivo che possa limitare il libero fluire dell'immaginazione. Pittura evocativa - dunque - il cui ineffabile mistero consente una riuscita sinergia fra la soggettività dell'artista e quella dell'osservatore; il tutto nel segno di quella reciprocità emozionale ed affettiva - per la quale chi guarda completa l'operato del pittore - che è alla base d'ogni riuscito e ben compiuto fare artistico.» (Salvo Ferlito)

Salvo Catania Zingali (Tripoli, 1967) giunge con la famiglia in Sicilia nel 1970. Si stabilisce prima ad Ispica e poi definitivamente a Comiso, dove frequenta l'Istituto Statale d'Arte sino al diploma. Dopo alcuni anni di ricerche personali tra pittura e installazioni realizzate anche con materiali di recupero, si iscrive all'Accademia di Belle Arti Michelangelo di Agrigento, ottenendo la laurea. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre personali e collettive. (Comunicato stampa)




Copertina dalla mostra 1917 la Grande Guerra, Cento immagini di Achille Beltrame 1917 la Grande Guerra. Cento immagini di Achille Beltrame
termina il 17 dicembre 2017
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)

La mostra, organizzata da Casa Museo Sartori e curata da Maria Gabriella Savoia, con i patrocini di Comune di Castel d'Ario, Ecomuseo della risaia, dei fiumi, del paesaggio rurale mantovano e Pro Loco di Castel d'Ario, propone gli eventi relativi alla Grande Guerra, attraverso le copertine illustrate da Achille Beltrame per la "La Domenica del Corriere" supplemento del "Corriere della Sera" nell'anno 1917.

«L'obiettivo che la mostra propone è far conoscere alle giovani generazioni e a tutti quelli che la visiteranno, insieme al senso tragico di quello definito come uno dei peggiori conflitti Europei, la storia e con essa il valore dei nostri combattenti, il ricordo dei nostri "nonni" che l'hanno combattuta per liberare le terre italiane ancora occupate dall'Impero austro-ungarico, e quindi completare quell'Unità d'Italia iniziata con le guerre risorgimentali. Achille Beltrame grazie al suo grande talento artistico ha realizzato le 100 tavole esposte. Tra queste il visitatore potrà osservarne una di interesse mantovano, che raffigura la figlia dell'eroe... Silvia Garau di due anni e mezzo in piazza Sordello a Mantova, che riceve la medaglia d'argento assegnata alla memoria del padre, mentre grida spontaneamente "Viva l'Italia! Viva il Re", alle sue spalle sono raffigurati Palazzo Ducale ed il Monumento ai Martiri di Belfiore. (Proveniente da Cagliari, ricevette dalle mani del Generale Bompiani, la medaglia d'argento assegnata alla memoria del padre, sottotenente rag. Alberto della Brigata Sassari, caduto in un combattimento dell'anno precedente).

Achille Beltrame, valente pittore e disegnatore vicentino nato a Arzignano nel 1871, formatosi all'Accademia di Brera, iniziava l'attività di illustratore nel 1896, collaborando con suoi disegni alla rivista "Illustrazione Italiana" fino al 1898, quando veniva chiamato dal coetaneo Luigi Albertini e da Eugenio Torelli Violler come illustratore della nuova rivista del "Corriere della Sera", "La Domenica del Corriere". Il primo numero, uscito l'8 gennaio 1899, riportava la tavola di Beltrame: "Bufera di neve nel Montenegro: trecento soldati bloccati". Con l'entrata in guerra, nel 1915, dell'Italia, Luigi Albertini, il geniale direttore del "Corriere della Sera", uno dei principali fautori dell'Interventismo, decideva che bisognava cambiare il taglio delle illustrazioni: comunicare i fatti della guerra era importante quanto combatterla e, quindi, le copertine illustrate della «Domenica» non dovevano angosciare e allarmare il lettore ma avvicinarlo alla guerra, considerata come un fatto ineluttabile.

Achille Beltrame non si mosse mai dal suo studio di corso Garibaldi a Milano, ma eseguiva i suoi disegni su descrizioni dei cronisti, avvalendosi di un archivio fotografico che si era creato nel suo studio. I suoi disegni colpivano l'immaginazione dei lettori e grazie alla sua ispirazione viva e feconda, con buon gusto ed un grande equilibrio nella descrizione di fatti tragici e brutali, riusciva ad acquistare meritatamente fama internazionale. Nelle sue tavole, i simboli della patria cari alle allegorie risorgimentali scompaiono per lasciare il posto alla massa dei combattenti: la "patria" sono i fanti lanciati all'assalto delle trincee, gli alpini che presidiano le montagne, i bersaglieri a passo di corsa. Rari i primi piani, le scene cruente sono edulcorate, il nemico austriaco sempre demonizzato. I paesaggi più spesso rappresentati sono le pietraie del Carso e le cime maestose delle Alpi.

Achille Beltrame con i suoi disegni, riusciva a raccontare e fare accettare la guerra agli italiani impegnati sul fronte interno. Il suo era un racconto edulcorato ma consolatorio. Per "La Domenica del Corriere", Beltrame compose ben 4662 illustrazioni, e le sue tavole a colori furono il marchio distintivo della rivista. La sua ultima opera pubblicata data il 26 novembre 1944, con una scena di Bombardamento aereo. Achille Beltrame morì a Milano il 19 febbraio 1945». (Maria Gabriella Savoia - curatrice della mostra)

Ingrandimento immagini copertine Achille Beltrame




Nerio Beltrami - Crescita - alchidico su tela cm.80x100 2014 Nerio Beltrami - Verso il tramonto - alchidico su tela cm.120x80 2013 Nerio Beltrami
termina il 23 dicembre 2017
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Tutta la pittura di Nerio Beltrami si interroga da sempre sulla dimensione che appartiene all'illusione, al mimetismo oppure a quel gioco della contaminazione surreale e dell'interiore sentire che permette di realizzare incontri inattesi, quasi onirici e di fare dello spazio della tela il luogo d'incontro di ogni linguaggio possibile. La rappresentazione a trompe-l'oeil, la scelta narrativa, i continui slittamenti del pensiero e delle idee, le incursioni nell'irrealtà e nell'inganno esprimono una stratificazione assai complessa, in cui si combinano l'antica sapienza pittorica e un'atmosfera fantastica e irriverente che sembra derivare dalla dimensione visiva e fisica soprattutto del teatro. Le immagini di Beltrami costringono lo spettatore ad uno sguardo inquieto, ad inattese trepidazioni e malinconici turbamenti, a una messa in discussione dei fondamenti della logica: di qui quadri in cui l'immagine galleggia su un fondo bianco, spazio vuoto, spazio non scritto eppure denso di senso visivo.

Il paradosso è che Nerio Beltrami sembra voler rivendicare la sensualità affascinante della pittura anche quando (o mentre) il suo sguardo tende a stravolgerla e capovolgerla con l'inserimento dissonante di segnicità informali o gestuali. (...) In un gioco di quasi sommessa fascinazione l'intensità della comunicazione visiva non diventa solo una scena di idee materializzate nella tecnica della pittura ma costruisce un flusso continuo e appassionato di suggestioni, di ricerca, di impegno culturale, di vita: un flusso che si autoalimenta, in strati sovrapposti di creatività, sempre più incontenibile nel progressivo tempo dell'esistenza. Dunque, se risultano evidenti l'indubbia maestria e la sapienza tecnica nel modo di operare di Beltrami, è altrettanto importante sottolineare come, dietro la precisione, la disciplina, il rigore, emerga lo spessore autentico dell'artista, la sua personalità forte. (...)

Mai con straordinaria evidenza come in queste opere emerge la capacità dell'autore di vivere intensamente ciò che è altro di sé, di dare costrutto al disagevole cammino di un linguaggio, non solo artistico, tenacemente costruito: è un cammino espressivo in cui varie tessere di esistenza sono toccate ed esaltate da una costante e preziosa riflessione sulla pittura. E così che il processo creativo di Beltrami si è autoalimentato, in un felice corrispondenza di occhi mente e cuore, libero da vincoli esterni e condizionamenti. Ed è così che, quasi d'improvviso, affiorano con chiarezza immagini rivelatrici di sentimenti profondi e autentici, a volte sottilmente ispirati anche da occhi capovolti.» (Beltrami: optimus pictor!, di Gianfranco Ferlisi, 2017)

Nerio Beltrami (Milano, 1940), di genitori mantovani che tornano a Mantova verso la fine del '42, apprende l'arte del disegno e della pittura dal padre Edoardo già in tenera età, poi frequenta la scuola d'arte di Mantova. Inizia l'attività espositiva nel 1957. A partire dalla metà degli anni Sessanta elabora la sua visione fantastico-surreale ormai libero da condizionamenti esterni e in pochi anni, incoraggiato da Renzo Margonari, si accosta alle tematiche più avanzate della neo-figurazione, sia sul piano iconologico che su quello estetico-formale, tanto da attirare l'attenzione del famoso critico Mario De Micheli. Si dedica anche con crescente impegno e successo al gioco degli scacchi, al punto di interrompere l'attività espositiva per diversi anni. La sua ricerca pittorica cambia e si arricchisce nella seconda metà degli anni ottanta. Se da un lato rimane fedele alla poetica surreale e pop, dall'altro la sua curiosità inquieta lo spinge ad indagare il mondo, per lui estraneo fino allora, dell'automatismo psichico, dell'espressività liberatoria del gesto e dell'informe. Dal 1990 inizia un rapporto di amicizia e collaborazione con Gianni Baldo che si protrae fino al 2010, con numerose esposizioni. (Mostra a cura di Arianna Sartori - Comunicato stampa)




Giorgio Majno - La Mère di St. Crepin Niccolò Aiazzi - Iceberg Niccolò Aiazzi | Giorgio Majno
termina il 14 gennaio 2018
Museo del Paesaggio - Verbania
www.museodelpaesaggio.it

In occasione della mostra della Camelia e dei Giardini d'inverno 2017, il Museo del Paesaggio - in collaborazione con Mia Photo Fair di Milano - propone una doppia mostra fotografica. Protagonista degli scatti di Niccolò Aiazzi e Giorgio Majno è il paesaggio rappresentato nella sua potenza: gli scatti dei due fotografi ritraggono la poliedricità della natura incontrata durante viaggi alla ricerca del mistero del creato, in luoghi unici e magici, da proteggere e ammirare con umiltà. Niccolò Aiazzi presenta il ciclo fotografico dedicato alla Patagonia mentre Giorgio Majno un progetto sugli alberi secolari d'Italia.

_ Patagonia

Per conoscere un paesaggio, il veicolo, il mezzo di trasporto, fa la differenza: il movimento e l'esperienza corporea e sensoriale che facciamo, cambia e assume ritmi diversi. Niccolò Aiazzi realizza questo reportage nel febbraio 2017 durante un lungo viaggio in motocicletta realizzato in Patagonia, tra Cile e Argentina: da Bariloche, attraverso gran parte della Carretera Austral e della Ruta 40, per poi terminare a la "fin del Mundo", Ushuaia. Aiazzi ci racconta di territori selvaggi fatti di terra, di pietra, di legno di acqua e di ghiaccio, che scopriamo con lui straordinariamente vivi, sconosciuti e carichi di poesia. Paesaggi solcati e uniti da strade fatte dall'uomo, unico punto di riferimento nell'immensità che attrae e spaventa allo stesso tempo. Nelle sue immagini il paesaggio diventa un luogo pieno di dei, di storia, di miti, come di silenzio, un'opera d'arte creata per noi dalla natura.

Luoghi fisici e metafisici, che trasmettono la forza e la potenza della natura ma allo stesso tempo la sua fragilità e i suoi limiti terreni. La Patagonia si rivela un luogo che fa parte della geografia di ognuno, anche di chi non c'è mai stato. Paesaggi purtroppo in pericolo, che rischiano di essere distrutti o compromessi dalla civilizzazione e dall'inquinamento del mondo industrializzato. In un momento storico tristemente caratterizzato da cambiamenti climatici epocali. Ora che la nostra specie rischia la propria vivibilità sul pianeta terra, il paesaggio da sfondo assume una centralità che è figlia della malinconia e di un senso di perdita e che richiede un profondo cambiamento di idee e di comportamenti. Ed è proprio la fondamentale coappartenenza di uomo e paesaggio a dettare uno dei precetti meno eludibili dei nostri tempi, ossia la responsabilità nei confronti dei luoghi.

Gli studi di economia portano Niccolò Aiazzi (Ferrara, 1982) negli Stati Uniti dove si specializza con un Master in marketing e comunicazione. NyC favorisce il suo approccio al mondo della fotografia dove approda come fotografo di interni, allo stesso tempo però la luce che si traduce nell'attività frenetica della metropoli lo forma e deforma la sua fotografia verso lo storytelling e l'astrattismo. Le storie degli uomini e del loro rapporto estremo con la natura e la natura stessa, influenzano la ricerca che Niccolò approfondisce in sperimentazioni, viaggi, spedizioni ed esplorazioni.

_ Stabilitas Loci, di Giorgio Majno. Alberi secolari d'Italia
Foto di Giorgio Majno Progetto di Giorgio Majno e Oddina Pittatore

"Questo progetto è nato dall'amore, che condivido con mia moglie Oddina, per gli alberi secolari, testimoni del tempo e della storia, esseri viventi che hanno saputo intessere un profondo rapporto di armonia con l'ambiente di cui fanno parte. Abbiamo viaggiato per gran parte dell'Italia alla ricerca di questi patriarchi, affascinati dalle loro caratteristiche specifiche: dimensioni eccezionali, forme uniche, resilienza, rilevanza storica. Ma anche attratti dal loro equilibrio dinamico, in continuo cambiamento e trasformazione e dalla forza e dalla resilienza che esprimono. Con un adattamento intelligente al ritmo stagionale, al cambiamento climatico, all'unicità geografica, gli alberi hanno sviluppato un'intelligenza specifica, molto diversa dalla nostra. Sono organismi sofisticati e complessi, le cui capacità sono ancora poco conosciute, ai quali ci siamo avvicinati con rispetto, in silenzio, ascoltandoli, prima di ritrarli. Il lavoro è presentato con foto singole, dittici, trittici e polittici, per comunicare con maggiore intensità l'altezza, l'ampiezza e la tridimensionalità di queste sculture viventi. Ogni singolo albero è un ritratto unico."

Giorgio Majno (Milano) è autore e docente di fotografia. Si è laureato al DAMS di Bologna e si è specializzato negli Stati Uniti presso la SIU, Southern Illinois University, nel dipartimento di Cinema e Fotografia, ottenendo un MFA, Master of Fine Arts. Le sue foto sono pubblicate in numerosi libri. E' docente presso lo IED, Istituto Europeo di Design, sede di Milano, lo spazio Forma, Centro internazionale di fotografia, e presso NABA, Nuova Accademia delle Belle Arti Milano. E' docente presso la Facoltà di Design ed Arti dell'Università Iuav di Venezia, sede di San Marino, corso di laurea di Disegno industriale. Come autore ha esposto le sue immagini in Italia e all'estero, in mostre personali e collettive. (Comunicato stampa)




Locandina del Vinci Photo Festival 2017 Vinci Photo Festival 2017
Il viaggio nell'immaginario


termina il 12 febbraio 2018
www.vinciphotofestival.com

Durante il festival saranno esposte le opere del fotografo francese Gilbert Garcin, artista di fama internazionale, gli scatti di Street Photographers del Gruppo Mignon, le opere di fotografi creativi e artisti che si sono trovati nel corso della loro carriera ad affrontare il tema de "Il viaggio nell'Immaginario". Saranno messe in mostra le loro opere ispirate al genio di Leonardo in ben cinque tra le più suggestive location presenti sul territorio vinciano.

Gilbert Garcin (Francia, 1929) è un fotografo francese contemporaneo e ambasciatore di un moderno surrealismo fotografico, che metterà in mostra le sue opere scattate rigorosamente in pellicola e ispirate al Maestro Leonardo nella Sala dei solidi del Museo Leonardiano in Vinci. Le opere di Gilbert Garcin sono realizzate artigianalmente in studio, tutte rigorosamente in bianco e nero, utilizzando piccole sagome di cartone e una illuminazione semplice, essenziale ma potente nel suo significato. Attraverso questa sua visione fantastica ed ironica della realtà riesce a sovvertire ciò che è reale e a caricarlo di molteplici significati che ciascuno avrà il compito di trovare, nascosto dentro un riccio di mare o tra i contorni di un cerchio perfetto creato nella sabbia.

Alla Palazzina Uzielli del Museo Leonardiano e alla Pro Loco di Vinci saranno in mostra le opere di Enzo De Martino e dell'associazione culturale "Mignon" professionisti e non professionisti della Street Photography con la mostra Da Leonardo a Vinci; mostreranno come Leonardo da Vinci è sempre presente nella quotidianità, nell'ambiente e nella realtà umana e urbana moderna. Mignon è un'associazione nata nel 1995 per realizzare un progetto fotografico finalizzato alla ricerca dell'uomo e del suo ambiente. Attualmente il gruppo è formato da Giampaolo Romagnosi, Ferdinando Fasolo, Fatima Abbadi, Giovanni Garbo e Davide Scapin, Mauro Minotto e Leonio Berto.

L'elegante Hotel Da Vinci farà da cornice a "Le opere dell'immaginario" di Simone Pollastrini, un viaggio nella creatività dell'autore che utilizzando esclusivamente la tecnica della fotografia all'infrarosso riesce a riprodurre in stampa iperrealismi, "surreali, oniriche e fantastiche" immagini di incredibile potere suggestivo. Presso il Museo Leonardiano di Vinci sarà in mostra Marco Lombardi, architetto e designer che esporrà le sue opere creative, che nel loro contenuto rappresentano la sua personale visione di Leonardo da Vinci. Le sue creazioni trasmettono tutta una linfa vitale positiva, capace di immortalare piccoli momenti o riflessioni significative dell'esistenza.

Alla sede congressi dell'Oleificio Montalbano saranno esposte le foto vincitrici del 4°Concorso Fotografico "Vinci Photo Contest" indetto dal Foto Club Vinci e le foto del progetto fotografico "Falsi d'autore" realizzate dai soci. Questo progetto fotografico è nato durante alcune serate organizzate dal Foto Club, in cui gli associati si sono messi alla prova nel ricreare su un set fotografico, alcune scene prese in prestito da dipinti famosi, dai classici come Caravaggio, Antonello da Messina, De Zurbaran, Vermer, Louis David, ai più moderni Degas, Magritte, al contemporaneo Vettriano; tutti capolavori assoluti rivisitati con apparente disinvoltura e voglia di stupirsi e di stupire, ma soprattutto con tanto divertimento. Nella Pro Loco di Vinci, di fronte al Museo Leonardiano, dove dal 2 dicembre sarà presente il punto informazioni e un'anticipazione delle fotografie del Gruppo Mignon,verrà allestito un punto vendita con il book shop dove si potranno trovare numerosi testi e l'originale merchandising del Vinci Photo Festival. (Comunicati stampa)




Arte Ribelle
Opere dalla collezione Cesare Marraccini


Galleria Carifano (Palazzo Corbelli) - Fano
termina il 25 febbraio 2018

A quasi cinquant'anni dalla data-simbolo del "Sessantotto" appare giusto e storicamente importante rivisitare - e rivalutare - tutte quelle espressioni artistiche che in Italia si sono chiaramente ispirate alla protesta politica, alla speranza rivoluzionaria, alle spinte libertarie, e che si sono sviluppate a partire dal 1965, con le prime proteste per la guerra del Vietnam, per proseguire poi almeno sino alla metà degli anni Settanta. Con il titolo emblematico di "Arte ribelle", Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, responsabili delle Gallerie del Credito Valtellinese hanno scelto di indagare quel particolare momento artistico. "Se la Francia - affermano i due direttori - ha celebrato la sua "Figuration Narrative" con una mostra al Centre Pompidou (maggio 2008), è giusto che Milano - cuore della protesta studentesca e operaia italiana - faccia altrettanto con gli artisti e anche coi semplici illustratori, che furono testimoni attivi di quella stagione, e che costituirono un esempio importante, duraturo e linguisticamente non secondo a nessuno nell'Europa di quell'epoca".

Partendo da questi presupposti, il progetto "Arte ribelle" è partito il 12 ottobre proprio da Milano presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese efettorio delle Stelline, e approda a Fano con una selezionata retrospettiva sugli artisti protagonisti di quel momento storico e sociale. La seconda tappa del progetto prenderà forma attraverso la persona di Cesare Marraccini, "il profeta sorridente", protagonista, nella sua veste di collezionista e amico di molti artisti, di quell'Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Per la prima volta il meglio della sua importante collezione viene proposto in un'unica mostra.

Ad essere "svelate" in Palazzo Corbelli sono 50 opere di artisti quali Paolo Baratella, Giuseppe Guerreschi, Sergio Sarri, Ercole Pignatelli, Luca Alinari, Titina Maselli, James McGarrell, Gerard Tisserand, Rod Dudley, Carlos Mensa, Sergio Fergola, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Valeriano Trubbiani, Antonio Recalcati, Giacomo Spadari, Umberto Mariani, Guido Biasi, Sergio Vacchi. Se la Pop italiana matura dopo la famosa Biennale di Venezia del '64, proponendo una versione molto personale e intima dell'omologo movimento americano e internazionale, la Nuova Figurazione svilupperà il suo apice produttivo nel decennio 1965-'75. Ne propone però una versione più polemica e politicizzata, che attinge i propri mezzi espressivi dalla 'comunicazione visiva' delle manifestazioni di piazza e di fabbrica, dai tazebao del '68 universitario e dai cortei che attraversano il Paese in tutte le direzioni Cesare Marraccini e' stato venditore di sementi nei mercati, marinaio, commerciante.

La passione per l'arte è nata poi dalla frequentazione di un gruppo di pittori abruzzesi, e successivamente dalla consuetudine con le romane gallerie Ciack, Babbuino, Studio Condotti, Fante di Spade e con Crispolti e Duilio Morosini e poi con Ragghianti, Del Guercio, Vespignani, Trubbiani e Titina Maselli. Un punto di svolta è stato il suo legame con il gruppo di artisti milanesi; "Da sempre era rimasto colpito dall'opera di Baratella con il quale ha stabilito nel tempo rapporti di stretta amicizia, ricorda il figlio... Tramite Paolo Baratella sono arrivati Spadari, De Filippi, Sarri e Mariani e tanti altri". La mostra è corredata da un ricco catalogo per la cura di Marco Meneguzzo, con testi di Roberto Saibene, Enrico Morteo, Francesca Caputo, Matteo Guarnaccia, edito per l'occasione dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, con la completa rendicontazione delle opere esposte nelle due mostre, arricchita da voci, interviste ai protagonisti e inserti inediti con le ristampe anastatiche di label, progetti e fanzine della controcultura. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Sergio Alberti - Struttura interrotta - bronzo cm.53x46x15 2006 Sergio Alberti
Voci di forme rivelate


16 gennaio 2018 (inaugurazione ore 18.30) - 03 febbraio 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra presenta una selezione di opere compendio della ricerca più recente di Sergio Alberti caratterizzata dall'uso di materiali tra sé difformi ma armonizzati dall'autore nella forma scultorea. Il bronzo si sposa con l'acciaio inox, unione solitamente ardita, ma compatibile e omogena nella capacità creativa dell'autore così come la terracotta, l'acciaio e la resina. E la carta, il cartone, assemblato, inciso, segnato, strappato, con contrasti cromatici tra chiaro e scuro a formare su superfici piane rilievi e spessori. Un excursus sulla forma, la luce e la materia, elementi primari nell'opera di Alberti. Catalogo in galleria. Testi di Claudio Cerritelli e Stefano Cortina.

Scrive Claudio Cerritelli nel saggio di presentazione: "Si tratta di estrazioni della sostanza profonda della materia, transiti di energia tangibile, trasmutazioni di forme primarie, geografie interiori che alludono alla totalità dello spazio attraverso incursioni negli spessori della superficie, mirando a sovrapporre molteplici soglie dell'ignoto... L'alternarsi di superfici lisce (l'acciaio) e ruvide (il bronzo, la terracotta) comporta il diversificarsi della luce, il contrasto tra la costruzione razionale e la frantumazione espressiva, come se la perfezione levigata e la disgregazione della materia potessero comunicare il valore dominante di una costante tensione bipolare...

Tornando alla scultura, va notato che Alberti adotta spesso l'andamento verticale per sviluppare il desiderio di sconfinamento, aspirazione a uscire dalla forma definita per conquistare l'utopia smisurata dell'altrove. Lo slancio verso l'alto domina in diverse opere attraverso articolazioni e concatenazioni di elementi che cambiano ripetutamente direzione e angolazione, variazioni di una tensione plastica che rinnova il rapporto con l'ambiente alternando ombre e luci, vuoti e pieni, linee nette e asperità. Lo spettatore è sollecitato a muoversi lungo tutti i punti di vista dell'opera, valutando come si modifica il dialogo tra i materiali, acciaio e terracotta in primo piano, congiunzione tra elementi materici e strutture metalliche studiate per suggerire la divaricazione dei piani." (Comunicato stampa)




Dario Ballantini - Il vecchio e il nuovo - bronzo cm.21x65x30 2016 Dario Ballantini: "Dipinti Sculture Video"
termina il 27 gennaio 2018
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

L'artista torna a Varese dopo il progetto Identità Artefatte realizzato nel 2015 ed è nuovamente protagonista con una serie di opere frutto della sua più recente scelta espressiva. In esposizione - a cura di Massimo Licinio - non solo lavori su tela e carta in cui si ritrova il tema caro all'artista, ovvero quello del volto senza identità specifica, ma soprattutto la scultura. In questa occasione viene presentata al pubblico la ricerca che Dario Ballantini ha rivolto alla forma tridimensionale. Quasi ora e Il vecchio e il nuovo sono il manifesto dell'alternativa esperienza creativa che l'artista livornese ha deciso di intraprendere: sculture in bronzo che non presentano la carica cromatica dei suoi dipinti, ma allo stesso modo affascinano il fruitore per la loro efficace essenzialità.

Dario Ballantini (Livorno, 1964) svolge l'attività pittorica e quella teatrale di trasformismo da oltre 30 anni. La sua carriera espositiva inizia nel 1986, è un artista gestuale affascinato dall'espressionismo e dall'Action painting e arricchisce i suoi dipinti con colature e colpi di pennello. Al suo attivo partecipazioni a esposizioni collettive e mostre personali in Italia e all'estero, ha preso parte alla 54° Biennale d'Arte di Venezia e nell'ambito di Italy-Miami, a friendship in art ha contribuito ad arricchire la parete d'ingresso della Metropolitan International School della città e realizzando anche una live perfomance al Wynwood&Walls. (Comunicato stampa)




___ Locandine

Segni di corrispondenza. Un francobollo per Trieste
Mostra al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste (29 novembre - 30 dicembre 2017)
Locandina

Il ritratto di Massimo D'Azeglio
Mostra alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino (29 novembre 2017 - 25 febbraio 2018)
Locandina

Circeo Film Arte Cultura
Rassegna a San Felice Circeo (Latina), 23-26 agosto 2017
Locandina

Animavì Festival Internazionale del Cinema d'animazione poetico
Pergola (Pesaro-Urbino), II edizione, 13-16 luglio 2017
Locandina

Dalla meccanica all'elettronica - Lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti
Mostra al Campus Luigi Einaudi di Torino (21 novembre - 03 dicembre 2016), nel programma della Settimana della Cultura d'impresa.
Locandina

On the road
Mostra alla Galleria PioMonti Arte contemporanea di Roma (giugno-luglio 2017).
Locandina

50anni d'Arte in Lombardia
Mostra alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario (Mantova).
Locandina

Stappiamolarte
Presentazione del volume con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia.
Locandina

Artisti per Nuvolari, ed. 2016
Mostra dedicata a Tazio Nuvolari alla Casa Museo Sartori di Castel d'Ario.
Locandina




Fausto De Nisco - opera dalla mostra Intrichi e radure nel bosco della pittura Opera nella mostra di Fausto De Nisco a Reggio Emilia Intrichi e radure nel bosco della pittura - mostra con opere di Fausto De Nisco Opera di Fausto De Nisco Fausto De Nisco
Intrichi e radure nel bosco della pittura


termina il 13 aprile 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
www.bfmr.it

Curata da Sandro Parmiggiani, la mostra raccoglie una trentina di opere pittoriche realizzate negli ultimi tre anni: dipinti ad olio su tela di grandi dimensioni e lavori a tecnica mista su carta, nei quali si registra un abbondante uso del collage, tecnica d'elezione per lo studio della composizione. Il percorso espositivo è inoltre completato da un piccolo nucleo di carte degli anni Novanta.

«I dipinti di Fausto De Nisco - scrive il curatore - sono una sfida persistente a chi pensi di poterne immediatamente cogliere la bellezza e il senso attraverso uno sguardo fuggevole e sommario. Le linee che in un punto s'intrecciano e in un altro divergono, andando a formare geometrie della più varia ampiezza e natura, i colori, accostati con perizia, che trapassano da un punto, s'inabissano nel nulla e poi riaffiorano in un'altra parte del dipinto, le figurazioni che qua e là paiono germinare e prendere forma, per presto svanire e dissolversi in qualche lampo tonale: tutto concorre a definire le opere di De Nisco come luoghi di un mistero e di una rivelazione che, per coglierne qualche lacerto della genesi e dell'essenza segrete, esigono che si ripercorrano i sentieri lungo i quali si è inoltrato l'artista e si ricostruiscano le mappe che lui ha tracciato.

De Nisco, riprendendo e sviluppando alcune esperienze della pittura europea ed americana del secolo scorso, parte, nella realizzazione dei suoi dipinti, da un nucleo, figurativo o geometrico, dal quale germinano e si dipartono liane che vanno a insediarsi in un'altra parte dell'opera, dando vita a una sorta di bosco in cui s'alternano intrichi e slarghi, viluppi e radure. L'arcipelago di isole che così si va formando è generato da suggestioni che attingono alla memoria personale dell'artista, alle sue passioni pittoriche, letterarie e musicali, all'innata e via via conquistata sensibilità per i rapporti, fondati sull'alternanza di equilibri e di scarti improvvisi, tra segni, forme, colori».

Fausto De Nisco (Sassuolo, 1951) espone, dal 1984, in mostre personali e di gruppo, in gallerie private e in spazi pubblici, in Italia e all'estero. La sua prima mostra personale si è tenuta proprio a Reggio Emilia nel 1985, alla Galleria La Minima. Da allora, l'artista ha mantenuto uno stretto legame con la città che si è concretizzato con le personali "La fluidità della visione" (Palazzo Casotti, Reggio Emilia, 2009, testi di Sandro Parmiggiani e di Leonardo Conti) e "Frammenti nella memoria" (Galleria Radium Artis, San Martino in Rio, Reggio Emilia, 2013-14). (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Cristina Fanelli e Alberto Ferro.gif Opera di Giovanni Bortolan e Ludovica Polo Opera di Enrico Caldini e Matteo Giacomini Segni di corrispondenza. Un francobollo per Trieste
termina il 30 dicembre 2017
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste
Locandina della mostra

Il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa compie vent'anni e festeggia la ricorrenza con una serie di iniziative. Nei venti anni di attività il Museo Postale triestino, oltre a custodire le memorie materiali e intellettuali del lavoro aziendale, ha promosso mostre e iniziative capaci di coinvolgere nuemrose associazioni del settore, anch'esse impegnate a promuovere la cultura del comunicare. Al piano nobile della Posta Centrale triestina verrà inaugurata la mostra Segni di corrispondenza. Un francobollo per Trieste, nata dalla collaborazione tra Poste Italiane e il Corso di laurea in Disegno industriale e multimedia dell'Università Iuav di Venezia. La mostra raccoglie il lavoro corale ideato e curato dalla docente triestina Paola Fortuna coadiuvata da Federico Conti Picamus, sviluppato dagli studenti nel Laboratorio di Fondamenti del Design della Comunicazione e reso possibile grazie al prezioso contributo della direzione della filiale triestina di Poste Italiane e del Museo postale.

In occasione del ventesimo anniversario del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa, sessantadue studenti, dopo aver visitato la Posta Centrale di Trieste, hanno progettato una micro architettura bidimensionale, un "artefatto visivo" per identificare i valori del museo e tradurli in un'immagine rappresentativa. In un mondo sempre più proiettato verso la digitalizzazione, diventa particolarmente interessante recuperare uno strumento ricco di storia e ripensarlo in un contesto attuale, con l'intento di dare un messaggio nuovo non solo a chi di collezionismo filatelico se ne intende ma anche alle nuove generazioni. Gli studenti hanno così sperimentato sull'oggetto-francobollo con un linguaggio moderno, affidando le loro diverse interpretazioni grafiche alla scelta di una prospettiva, un dettaglio, un elemento legati al tema delle poste e delle comunicazioni. Ne è nato un progetto corale che coinvolge la cultura, la creatività, la memoria dei luoghi, la vita delle persone.

Durante l'inaugurazione verranno presentate sei cartoline, scelte tra i progetti degli studenti, stampate da Poste Italiane a tiratura limitata di 200 pezzi ciascuna, realizzate esclusivamente per l'iniziativa con impresso l'annullo speciale dell'evento. Sempre il giorno dell'inaugurazione saranno inoltre distribuiti 200 manifesti numerati, anche questi stampati a tiratura limitata, che raccolgono un mosaico di tutti i francobolli elaborati durante il corso. (Comunicato stampa)




Pablo Echaurren: Soft Wall
termina il 14 gennaio 2018
Palazzo Platamone - Palazzo della Cultura - Catania

«La beauté est dans la rue», slogan del maggio francese, può essere considerato il concept della mostra che, pur attraversando un percorso cronologico di tre decenni, non è una antologica bensì una rassegna a tema, incentrata sul costante dialogo che Pablo Echaurren intrattiene con le espressioni della comunicazione, percorrendo le vie di una ricerca tesa ad abbattere le separazioni culturali e allargare così le pareti dell'estetico oltre i confini istituzionali. Certe modalità espressive da graffitismo metropolitano, l'utilizzo vivace dei colori, l'arte come mezzo diretto di (contro) informazione, quel non distinguere tra l'alto e il basso sono elementi che anticipano la diffusione dell'odierna, cosiddetta street-art, e dunque consentono di considerare Pablo Echaurren un precursore del genere.

La mostra prende le mosse con un ciclo di lavori realizzati tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, in cui irrompe la storia contemporanea con la fine della Guerra Fredda. In queste opere, che ricordano la comunicazione iconografica del muro di Berlino, emerge uno scenario di graffiti metropolitani, cancellazioni di scritte, reperti fumettistici, emblemi e figurazioni allegoriche d'ascendenza medioevale, linguaggi e segni stereotipati del nostro sistema comunicante. Una sezione è dedicata ai collage prodotti negli anni Novanta. Lo shock percettivo procurato dalla grande città viene raffigurato in queste sintesi visive del paesaggio urbano basate sul montaggio di manifesti strappati, annunci, insegne, titoli, segnaletica allarmante, che rendono il senso della percezione simultanea. La comunicazione murale compare anche nella produzione più recente, le "pitture muro contro muro" con il loro inedito alfabeto simbolico di scritte murali cancellate, icastiche rappresentazioni di un mondo fatto di contrapposizioni, di opposte fazioni che si sovrappongono l'una all'altra.

A queste opere fanno da contraltare alcuni quadri sul sistema dell'arte e le sue aggressive strategie planetarie, che ancora una volta testimoniano l'esigenza di dar forma a quella tensione critica e sociale, intellettualmente lucida, tipica della ricerca dell'artista. Spiega Francesca Mezzano, curatrice della mostra: «L'arte di Pablo Echaurren nasce per parlare alla collettività. Lo fa senza steccati, sperimentando ogni forma espressiva possibile; usa il segno, la scritta, lo stencil, il lettering, la parola come linguaggio comune, annullando qualsiasi distinzione tra alto e basso, alla costante ricerca di una sintonia con la storia presente, con i suoi problemi, e le sue criticità nascoste allo sguardo comune. E lo fa esprimendosi sempre attraverso un immaginario vivo e incandescente, che possa tradurre un'istanza politica e morale in arte. Quella che lo stesso Pablo ha definito "la questione murale". ».

L'esposizione comprende anche collage e mappe, ricordi di viaggi, di passeggiate psicogeografiche trascorse dragando sui muri urbani reperti cartacei, sticker, biglietti, brandelli memoriali che costruiscono paesaggi emozionali e mentali della moderna città attraversata da un'arte diffusa. Mostra promossa e realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro - Italia e Mediterraneo con il Comune di Catania - Assessorato ai Saperi e Bellezza Condivisa, a cura di Francesca Mezzano. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Il ritratto di Massimo D'Azeglio alla GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino Il ritratto di Massimo D'Azeglio
29 novembre 2017 - 25 febbraio 2018
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Nata da un lavoro di ricerca condotto su fonti e documenti d'archivio, questa mostra offre l'occasione per scoprire il lavoro di indagine volto a ricostruire la storia di un dipinto e a comprenderne il significato nella cultura del suo tempo. Ne è protagonista un capolavoro della cultura romantica sinora noto come Autoritratto di Massimo d'Azeglio acquistato nell'estate del 2016 dalla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris per le collezioni della GAM. L'acquisto ha posto le basi dello studio che permette ora di rispondere a diverse domande, a partire dalla più ovvia: si tratta di un Autoritratto o piuttosto di un Ritratto? E se è così, chi ne è l'autore? Per chi fu eseguito? A quale tipo di gusto collezionistico appartiene? Quando fu presentato per la prima volta? Cosa ci restituisce della cultura del suo tempo?

Il percorso della mostra invita il visitatore a ripercorrere le fasi cruciali della ricerca, presentando venti capolavori della cultura figurativa romantica, di cui almeno dieci mai esposti a Torino, insieme a fotografie d'epoca, manoscritti e documenti originali, che portano a svelare il mistero del dipinto. L'opera può essere oggi restituita a Giuseppe Molteni (1800-1867), uno dei maggiori ritrattisti della Milano romantica, che fu legato da un rapporto di stretta e duratura amicizia con Massimo d'Azeglio (1798-1866). Dopo un lungo soggiorno a Roma, d'Azeglio era tornato a Torino nel 1829 per trasferirsi definitivamente a Milano nel marzo del 1831. Poco dopo il suo arrivo l'artista chiedeva la mano della primogenita di Alessandro Manzoni, Giulia, che avrebbe sposato nel maggio del 1831.

Accanto ad un sincero affetto, d'Azeglio non trascurava i benefici che potevano derivare alla sua carriera dall'appartenenza ad una delle famiglie culturalmente più in vista della città. Quello stesso anno egli si presentava con successo all'esposizione di Belle Arti di Brera, ponendo le basi per consolidare la sua affermazione artistica. A quel felice periodo corrisponde la selezione delle opere in mostra, che si concentra su dipinti realizzati entro gli anni 1831-1836, periodo che vide una singolare collaborazione tra d'Azeglio e Molteni sul piano artistico e commerciale. Lo testimonia un interessante acquerello di Francesco Gonin, realizzato a Milano nello stesso 1835, che raffigura d'Azeglio intento a dipingere nell'ampio e confortevole atelier di Giuseppe Molteni: sul cavalletto si riconosce la grande tela Bradamante che combatte col mago Atlante per liberar Ruggero dal castello incantato, che avrebbe presentato a Brera quello stesso anno.

Tra le tele poste sullo sfondo è riconoscibile il grande Ritratto di Alessandro Manzoni, pervaso di impeto romantico, realizzato a quattro mani da due artisti (Molteni per la figura, d'Azeglio per lo sfondo che rievoca le sponde del lago di Como), ma che Manzoni non permise mai di esporre. Questa tela, raramente concessa in prestito per la sua fragilità, si affianca in mostra a un altro capolavoro, per la prima volta esposto a Torino: si tratta del monumentale Ritratto della famiglia Belgiojoso realizzato da Molteni ed esposto a Brera in quello stesso 1831; un dipinto di grande interesse poiché rinnova l'impianto tradizionale del ritratto di famiglia e che qui assume un particolare rilievo essendo intimamente legato alla committenza del dipinto protagonista.

Il Ritratto di Massimo d'Azeglio dipinto da Giuseppe Molteni offre quindi lo spunto per ripercorrere un momento centrale nella carriera dei due artisti. Attraverso l'intensità dello sguardo il ritratto restituisce tutto il fascino di un artista maturo - d'Azeglio aveva compiuto 37 anni - che aveva ormai assunto a Milano un indiscutibile ruolo di primo piano. Con effetto attentamente studiato, la figura si staglia sullo sfondo che trascolora dall'arancio all'azzurro creando una sorta di icona dell'artista romantico. Altrettanto interessante è la scelta di rappresentarlo non con pennello e tavolozza, o all'interno dello studio, ma esaltandone le doti intellettuali, una variante che in Italia non aveva ancora molti precedenti, ma che per il talento di d'Azeglio, pittore e scrittore, riusciva calzante.

La cura della mostra è affidata a Virginia Bertone, conservatore capo della GAM, che alla figura di Massimo d'Azeglio ha dedicato diversi studi e che è stata la responsabile dell'ampia campagna di studio condotta sul fondo d'Azeglio conservato nelle collezioni della GAM (266 dipinti e 28 album che contengono oltre 1300 disegni). Ad affiancarla è Alessandro Botta, dottorando in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università di Udine, che in questa occasione si è concentrato sulla ricerca di fonti e documenti coevi. Il catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, rinnova la tradizione degli studi scientifici che nel tempo hanno accompagnato la prestigiosa raccolta della Fondazione De Fornaris, la cui finalità è di arricchire le raccolte della GAM-Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. (Comunicato stampa)

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Ingrandimento della locandina della mostra




Tancredi Fornasetti - Passeggiate notturne - acrilico su tela cm.70x90 2017 Luisa Albert - Orange crush - olio su tela cm.40x40 2011.gif Marina Tabacco - Voli - acrilico su tela cm.100x100 Daniele Mini - Orange Buick - olio su tela cm.120x120 2010 Mostra collettiva Natale 2017
termina il 13 gennaio 2018
Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Dopo la recente mostra personale "Racconti dipinti" di Alessandra Carloni, una mostra collettiva che durerà tutto il periodo natalizio. Presenti nell'esposizione gli artisti che hanno partecipato alle mostre precedenti, insieme a due pittori che per la prima volta espongono le loro opere in questa Galleria, Tancredi Fornasetti e Francesco Partipilo, i quali entrano dunque a far parte degli artisti Liconi Arte. Entrambi affrontano nella loro ricerca l'Astrattismo, seppur con approcci completamente diversi. Artisti: Gianrico Agresta, Luisa Albert, Luigi Baratta, Alessandra Carloni, Fabio Carmignani, Danesi ArtDesign, Jacopo Mandich, Romain Mayoulou, Daniele Mini, Marina Tabacco e Giulio Zanet.

Tancredi Fornasetti (1984) è il discendente della celebre famiglia di artisti milanesi. Fornasetti porta avanti una ricerca artistica singolare: il suo lavoro parte dall'astrazione per ritornare alla figurazione, eseguendo un percorso inverso a quello a cui tradizionalmente una certa Storia dell'Arte ci aveva abituati. Infatti dopo l'avvento delle opere di Kandinsky e dell'Astrattismo gli artisti ebbero interesse a rinunciare all'illusionismo pittorico; si vide che dalla figurazione che attinge dal mondo reale, si poteva giungere all'astrazione. L'artista romano con la sua ricerca compie il percorso inverso, attraverso forme astratte geometriche costruisce la figurazione. Per quanto riguarda la componente astratta i modelli di Fornasetti sono Mondrian, Kandinsky, Malevich e Soldati, ma per quanto riguarda la produzione astratto-figurativa il riferimento è quello delle opere di Depero; va notato però come i colori usati dall'artista romano siano influenzati dal mondo digitale odierno.

Francesco Partipilo (1973) è un artista complesso da definire. Ad un primo impatto può apparire come legato all'astrazione geometrica, ma questo non è esatto poiché nelle sue opere stravolge le proporzioni geometriche, reinventa gli spazi. A sua volta lo stile dell'artista prende spunto dall'Arte Cinetica, ne cita le suggestioni, ma è assente il senso di dinamismo e il gusto per l'illusione. In conclusione, come attestato da alcuni critici, Partipilo va ritenuto come uno dei più interessanti artisti erede del Movimento Arte Concreta, dove la figurazione delle geometrie delle opere è da ritenersi il risultato della percezione immediata, una geometria immaginaria ottenuta attraverso linee dinamiche unita ad una gamma cromatica che spesso privilegia i colori primari. (Comunicato stampa)




Opera di Fumitaka Kudo in mostra allo Spazio Aperto San Fedele di Milano Fumitaka Kudo
Shinkai. Abissi


termina il 27 gennaio 2018
Spazio Aperto San Fedele - Milano
www.centrosanfedele.net

Ci sono gli abissi del mare e ci sono gli abissi dell'anima. Ma ci sono anche gli abissi della pietra. Fumitaka Kudo li conosce bene. Conosce le cavità segrete della materia, la camera d'aria nascosta nel cuore dei suoi marmi neri del Belgio, nei blocchi algidi di Carrara, nell'ardesia affilata in scaglie. Le origini della sua cultura orientale gli hanno insegnato che il vuoto è denso di significato, che la leggerezza esiste anche negli antri dei macigni. Per questo Fumitaka scava, con istinto geologico, a caccia di forme affilate o liquide, bulbi di esistenza custoditi nell'oscurità. Scava e leviga fino a raggiungere l'essenziale, il nocciolo primigenio ricoperto nei secoli da strati di sedimenti che ne hanno imprigionato il respiro.

La scultura di Fumitaka è un atto di redenzione della forma dalle costrizioni della gravità. Sagome di spade o lance, scheletri di cetacei o profili di nuotatori, figure sottili, ombre giacomettiane di un universo sommerso; riemergono tutti grazie al gesto lento, a un sapere quasi artigianale, che libera, deterge, assottiglia il superfluo. Quel che resta del mondo è un torsolo di vita che palpita nel buio e che Fumitaka insegue anche nelle sue grandi carte e incisioni: mappe, sentieri biologici, ritratti di creature, allegorie dello spirito, manifestazione fisica dell'anima di un individuo sotto fattezze animali. Sono spiriti guida, "daimon" che incarnano gli angoli della nostra coscienza. (Chiara Gatti)




Paolo Cotani - Dagli occhi della tigre - tecnica mista su tela cm.120x120 1985-87 Paolo Minoli - Piccoli fuochi - tecnica mista su tela cm.120x120 1985-87 Frammenti
Venti artisti dagli anni '50 ai giorni nostri


termina il 31 gennaio 2018
Galleria Bonioni Arte - Reggio Emilia
www.bonioniarte.it

Artisti: Carla Accardi, Franco Angeli, Mirko Baricchi, Alberto Biasi, Alighiero Boetti, Bonzanos Art Group, Renata e Cristina Cosi, Paolo Cotani, Roberto Crippa, Agenore Fabbri, Luca Freschi, Piero Gilardi, Eduard Habicher, Paolo Minoli, Simone Pellegrini, Arnaldo Pomodoro, Rudy Pulcinelli, Tancredi, Arturo Vermi, Luigi Veronesi.

Esposizione collettiva, curata da Federico Bonioni, con opere realizzate da venti artisti attivi dagli anni '50 ai giorni nostri. La mostra trae il titolo - Frammenti - da una tela di Franco Angeli riferibile ai primi anni '70. Un percorso che, attraverso opere selezionate, intende ripercorre la storia dell'arte italiana a partire dal secondo Dopoguerra, riservando particolare attenzione anche alle nuove generazioni e alla ricerca artistica contemporanea. Gli anni '50 e '60 sono rappresentati in mostra da un lavoro polimaterico di Roberto Crippa legato al Movimento Nucleare, da una carta intelata di Tancredi, da un Diario di Arturo Vermi, da una tela e da un sicofoil di Carla Accardi e da un'incisione all'acquatinta di Lucio Fontana, oltre ad un olio geometrico di Luigi Veronesi riferibile alla seconda metà del decennio precedente.

Sono ascrivibili agli anni '70 e '80, oltre all'opera di Franco Angeli che dà il titolo alla mostra, anche un dipinto di Paolo Cotani denominato Dagli occhi della tigre e una scultura sferica di Arnaldo Pomodoro. La sezione è inoltre completata da due lavori di Paolo Minoli, artista cui la Galleria ha recentemente dedicato un'ampia retrospettiva. Si riferiscono agli anni '90 e Duemila ancora un dittico di Paolo Minoli (Per il poeta, 1996), un dipinto a tecnica mista su carta di Alighiero Boetti, un rilievo su pvc di Alberto Biasi e una spiaggia in poliuretano espanso di Piero Gilardi. La scultura contemporanea è indagata, per finire, da Eduard Habicher, Rudy Pulcinelli, Luca Freschi, Renata e Cristina Cosi; la pittura da Mirko Baricchi e Simone Pellegrini.

Frammenti è parte della quarta edizione di In Contemporanea, rassegna che nel 2017 è diventata rete di gallerie, con un maggior numero di proposte distribuite nel corso dell'anno. Tra i primi appuntamenti, "In Contemporanea a Palazzo Magnani", una serie di incontri dedicati ai mestieri dell'arte. Federico Bonioni sarà ospite a Palazzo Magnani, insieme allo staff di Vicolo Folletto Art Factories, venerdì 1 dicembre, alle ore 18.30, con l'intervento "La Galleria fuori dalla Galleria. Mostre pubbliche e progetti curatoriali". Sempre nell'ambito di In Contemporanea, il 16 e il 17 dicembre 2017 si terrà In Contemporanea fiera diffusa, weekend all'insegna dell'arte con apertura delle gallerie aderenti ad orario continuato, dalle 10.00 alle 20.00. (Comunicato ufficio stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Opera di Giuseppe Laezza nella mostra Grand Tour, Luoghi e atmosfere di un Paese incantato Mikhail Tzarush - Natura morta - opera nella mostra Tra forma e suono "Grand Tour, Luoghi e atmosfere di un Paese incantato"
"Tra forma e suono"


termina il 10 febbraio 2018
Galleria RezArte Contemporanea - Reggio Emilia
www.galleriarezarte.it

Due progetti espositivi paralleli dedicati all'Ottocento italiano ed europeo e al binomio forma/suono nella pittura dell'Europa orientale. Grand Tour, Luoghi e atmosfere di un Paese incantato, a cura di Antonio Brighi, è parte di una serie di approfondimenti che RezArte Contemporanea intende dedicare alla pittura ottocentesca, da riscoprire e valorizzare. In mostra, una trentina di opere provenienti da collezioni private e realizzate in un arco temporale compreso tra gli inizi del XIX secolo e i primi decenni del Novecento. «Un viaggio virtuale - scrive il curatore - che ricalca idealmente le orme dei protagonisti del Grand Tour, dalle Alpi alla Sicilia, con l'aggiunta di alcuni nomi stranieri che contribuiscono a restituire la smagliante bellezza del nostro Paese». Il percorso espositivo comprende i dipinti di Carlo Bossoli, Léon Bouchaud, Carlo Brancaccio, Ercole Calvi, Michele Cammarano, Giuseppe Canella, Vincenzo Caprile, Beppe Ciardi, Hermann Corrodi, Giuseppe Cosenza, Adolfo Dalbesio, Eugenio Gignous, Alessandro La Volpe, Giuseppe Laezza, Francesco Lojacono, Augusto Lovatti, Alessandro Milesi, Johann Nepomuk Schödlbeger, Lazzaro Pasini, Alberto Prosdocimi, Achille Vertunni.

La mostra Tra forma e suono, realizzata in collaborazione con il Centro Culturale MIR di Novara, presenta una ventina di opere di matrice astratto informale e materico figurativa di Ion Koman (Garaghish, Moldova, 1954), Mikhail Roshnyak (Sterlitamak, Bashkiria, URSS, 1958) e Mikhail Tzarush (Ungeni, Moldova, 1948), realizzate dal 1993 al 2017. Come spiega Vitaly Patsyukov, autore del testo critico in catalogo e Direttore del Dipartimento Progetti Sperimentali per l'Arte Contemporanea del Ministero della Cultura della Federazione Russa, l'esposizione si pone in dialogo con la mostra Kandinsky-Cage: Musica e Spirituale nell'Arte, allestita a Palazzo Magnani. I tre artisti, tutti nati negli anni '40 e '50, sono accomunati da esperienza storica, appartenenza geografica, interesse per forma e suono. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Giuseppe Biasio - E300 - tecnica mista su tela Giuseppe Biasio: "Opere 1973 - 20.."
termina lo 04 febbraio 2018
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)

Le opere di Giuseppe Biasio aprono la nuova stagione di collaborazione tra Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago e Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto. Il quadro di Biasio è un oggetto denso, quasi geologico nella sua complessità di segni, gesti e materie. Cattura lo sguardo per la sua forza compositiva. La mostra personale dell'artista Giuseppe Biasio - a cura di Gianluca Marziani - apre una nuova stagione importante per Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago. Il progetto fa parte di un programma espositivo che nei prossimi anni porterà in diversi borghi umbri alcuni progetti di Palazzo Collicola Arti Visive, il museo d'arte contemporanea di Spoleto diretto da Gianluca Marziani. Si tratta di mostre personali, legate ad artisti italiani che meritano nuove e ritrovate attenzioni da parte del pubblico e della critica.

Giuseppe Biasio (Padova, 1928) racconta una bella vicenda italiana dai risvolti ammirevoli. E la storia di un uomo che fin da giovane ha frequentato l'umanità internazionale dell'arte contemporanea, maestri come Robert Rauschenberg o Antoni Tàpies, molte Biennali veneziane in presa diretta, altri giganti come Julian Schnabel, Mario Schifano, Emilio Vedova... tutto ciò, inutile dirlo, ha poi trovato una forma propria, non limitando l'effetto al presenzialismo ma agendo sulle cause, sulle motivazioni, sull'ispirazione, nonché sui materiali e temi che ogni quadro affrontava e ancora affronta. Quella di Biasio è una battaglia feroce nel mare benevolo di una laguna addomesticata, un ingaggio nel pragmatismo del fuoco d'ispirazione, senza disperdersi nel salto sregolato, semmai avendo disciplina iconografica e ordine mentale, restando in equilibrio tra vita e arte, esperienza e riflessione, dentro e fuori, citazione e autonomia.

Luciano Caprile: "A Giuseppe Biasio è successo e sta ancora accadendo questo miracolo che gli permette di estrarre da sé e di offrirci, con ricorrente impegno maieutico, ciò che la sua sensibilità ha raccolto in tanti anni di frequentazione del mondo dell'arte ad alti livelli. La sua non è soltanto un'esibizione di esperienze, il suo non è un compito trasferito in bella calligrafia ma è il frutto evidente di quella qualità, concettuale ed esecutiva, che lo colloca nel solco dei maestri che egli ha conosciuto di persona o che ha ammirato attraverso la partecipata contemplazione delle loro opere".

Una cosa salta subito in evidenza: Biasio non è il pittore che puoi chiudere in un genere. Resta saldamente fuori dalla dicotomia astratto/figurativo, anche perché fin dal 1973 sembrò trovare in Rauschenberg un nume tutelare, da carpire e metabolizzare in chiave propria. Tanti hanno provato a ispirarsi all'americano, va detto, ma pochi hanno identificato una cifra grammaticale che si definisca autografa. Perché lo snodo, oggi come ieri, non è tanto la citazione quanto la rigenerazione, che è cosa ben diversa dal copiare o ispirarsi passivamente. Biasio, capendo il meccanismo "digestivo" di Rauschenberg, ne ha ricalcato gli strumenti relazionali, l'approccio davanti allo scarto sociale, davanti ai frammenti del consumo, davanti al dramma come diapason dell'umanità. Da qui ha fatto proprio il meccanismo d'ingaggio, definendo una coscienza figurativa, omogenea nel suo impianto compositivo. A quel punto, intrapreso il limbo che unisce astrazione apparente e figurazione dichiarata, il gioco era fatto. O meglio, il carico informativo iniziava a codificarsi, supportando così l'impianto espressivo, da riempire con i frammenti che via via scovava, selezionava e inglobava nel quadro.

Virginia Baradel: "Ogni opera è un progetto di base spaziale, un quadro di attrazione per le infinite meteore viaggianti. La combinazione prevede una base di tela grossa, a vista, cucita e strappata, solida ed eloquente, che garantisca la permanenza dopo l'atterraggio, una base resistente all'urto, e poi segni di due nature un tempo distinte: l'una energetica, gestuale, missilistica con i corollari spaziali di nebulose e costellazioni di scie, gocciole, sgorbi e tracciati di perdite; l'altra impressiva di lettere, numeri, parole in forma di pittura, immagini che scardinano la petulanza metropolitana per diventare reperti dell'epistolario solitario dell'artista. [...] La pittura come una zattera vagante nello spazio, forte di tela, cucita e ricucita, su cui saltano i segni, gocce e cifre si mettono in salvo, parole e vapori, buchi neri e timbri doganali e poi un corso periglioso, nella tempesta, tra il vento e i flutti scomposti. Ogni opera è, alla fine, una zattera dopo la tempesta, a mare aperto e piatto: la luce chiara dell'aurora rivela ogni cosa, tutti i segni imbarcati in una deriva che si trasforma in pittura".

Gianluca Marziani: "Il quadro di Biasio è un oggetto denso, quasi geologico nella sua complessità di segni, gesti e materie. Rivela una biologia interna ad alta frequenza mediale, una specie di scandaglio che preleva scarti dagli strati solidi del pianeta. Le superfici (tavola o tela) registrano la sintesi del suo comporre i frammenti su un ideale pentagramma figurativo, così da evocare note metalliche su soffici atmosfere ambientali. Le dominanti in grigio dei fondali sono l'atmosfera che accoglie e sostiene, potremmo dire le fondamenta che reggono i piani del palazzo pittorico. Ogni finestra, al confine tra cielo e universo domestico, incarna la ragione del singolo quadro, la sua lotta tra sedimentazione e assorbimento".

Risulta evidente la qualità morale di Biasio, il suo nervo scoperto davanti alla deriva umanitaria. I frammenti rigenerati reclamano un mondo con minori diseguaglianze sociali, maggiore ripartizione dei beni, minore spreco di risorse, maggiore distribuzione energetica. Sono tanti anni, ad esempio, che Biasio ingloba brandelli di origine cinese, a conferma di un occhio clinico sulla patologia merceologica. Quegli ideogrammi, simili al peso degli utensili anni Sessanta per Jim Dine, alzano l'allarme sociale per dare spazio a un'evidenza diffusa. Direi che il tema orientale ossessiona giustamente l'arte di Biasio; così come la tematica fumante del Medioriente, con la vicenda di Palmira in primis, sta occupando gli esiti recenti della sua pittura.

L'approccio stilistico non cambia tra i cicli, semmai mutano i frammenti e il loro esito compositivo. Ogni quadro mostra un proprio codice materico, una spinta che annega i brandelli o li lascia galleggiare, talvolta intravedere, altre volte emergere nella loro nettezza storica. Quel codice modifica il ritmo del pennello, addensa o ammorbidisce il colore, abbassa o alza la luminosità endogena, rileva una priorità prospettica. Il colore si prende cura delle tracce sparse, offre ai frammenti una superficie d'accoglienza, una dimora che li accolga nella permanenza metafisica del quadro. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




Franco Meneguzzo - Concerto Grosso e Moduli - 1962 Franco Meneguzzo: "early sixties paintings"
termina il 10 gennaio 2018
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Concisa retrospettiva di Franco Meneguzzo. La rassegna raccoglie una ventina di lavori risalenti ai primissimi anni Sessanta e precisamente dal 1961 al 1963, quando l'artista, ormai uscito dall'Informale, aveva elaborato una personalissima tecnica pittorica, consistente in una specie di "sottrazione" del colore attraverso la posa, l'assorbimento e lo "strappo" dello strato cromatico. Progetto e caso sono gli ingredienti del lavoro, che in questi anni procede per bande fortemente colorate e contrastanti, sulla scia di un'indagine sulle possibilità dell'astrazione, sulla "tenuta" del concetto di pittura anche al di là dei suoi strumenti tradizionali (di fatto, queste opere, perfettamente pittoriche, sono il risultato di una "non pittura", di un intervento progettato a monte e affidato ad azioni che non si avvalgono dei metodi consueti della pittura).

Franco Meneguzzo (1924-2008) ha esordito pubblicamente nel 1953 con la prima personale di lavori completamente astratto-geometrici, a Vicenza: nello stesso anno si trasferisce a Milano, dove fonda con Bruno Danese la DeM (dal 1957 Danese azienda di design tra le più illustri in campo nazionale e internazionale). Ceramista tra i più riconosciuti, pittore e designer, espone alla Galleria Dell'Ariete (1956 e 1960), alla Galleria del Milione (1962), restando volutamente al di fuori da ogni neoavanguardia, che pure frequenta nei classici ritrovi di Milano. Dal 1973 si dedica sempre più alla scultura in marmo e in bronzo, con significative partecipazioni a collettive e personali, come la mostra alla Galleria Stendhal nel 1982 o la presenza alla grandi rassegne "Due secoli di scultura" all'Accademia di Brera o "La scultura italiana del XX secolo" alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, nel 2005. Nel 2007, in concomitanza con l'uscita di una grande monografia curata da Volker Feierabend, realizza due importanti personali nei musei tedeschi di Aschaffenburg e di Gelsenkirchen.

A distanza di otto anni dall'antologica che il comune natale (Valdagno) ha voluto dedicargli all'indomani della sua scomparsa, nel 2008, e a quasi vent'anni dalla rassegna realizzata dal Comune di Padova (1998), interamente dedicata a questo periodo del suo lavoro, oggi una serie di quelle opere viene riproposta nella mostra livornese, organizzata dalla Galleria Peccolo: l'occasione di una riscoperta filologicamente accurata ed emotivamente sorprendente, soprattutto se vista nel contesto della pittura astratta italiana del periodo. Accompagna la mostra un catalogo bilingue, edito dalle Edizioni Peccolo, Livorno con testi della curatrice Arianna Baldoni, di Gillo Dorfles (1964) e di Elena Pontiggia (1998), e la riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato stampa)




Opera di Mauro Molinari nella locandina della mostra Prospettive del Terzo Millennio al Museo d'Arte Contemporanea di Acri Prospettive del Terzo Millennio
Rassegna di Arte Contemporanea
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termina il 25 febbraio 2018
MACA Museo d'Arte Contemporanea di Acri (Palazzo Sanseverino) - Acri (Cosenza)
www.museomaca.it

Operatori e operatrici si sono dati convegno, di nuovo, per incrociarsi in Calabria, dopo la rassegna "Periscopio sull'arte in Italia 2016", allestita al Castello Ducale di Corigliano Calabro (Cosenza), e, a inizio dicembre 2017, si ritrovano al MACA, per la rassegna, a cura di Giorgio Di Genova ed Enzo Le Pera, Pittori, scultori, designers, fotografi, grafici,... convenuti in Calabria con diverse opere si propongono, senza problemi; e ciò ci fa intendere che si ha voglia di un confronto aperto, senza questioni inespresse. Il lusso dell'incontro e la consistenza dello scontro motivano presenze di rispetto. L'importante, per chi opera nel mondo delle arti visive, è profilare nei nuovi segmenti interpretativi. Le opere d'arte sono veri e propri strumenti, nonché utili dispositivi visivi, per esplorare "l'identità del mondo", per cribrare le cognizioni del sé e, inoltre, classificano secoli; le più qualificate immagini diventano icone del tempo e del pensiero umano. Una giuria, costituita da Giorgio Di Genova, Enzo Le Pera, Tiziana Todi e Maurizio Vitiello, sceglierà due artisti meritevoli per la realizzazione di due personali, una a Roma, nella storica galleria "Vittoria", in via Margutta, e l'altra a Cosenza, alla galleria "Il Triangolo", nonché l'assegnazione di quattro targhe e attestazioni di merito.

Acri è una città in provincia di Cosenza situata a 720 metri ai piedi della Sila, ricca di storia, che va dagli Enotri ai Bruzi. Il suo nome deriva da akra (sommità). Nella zona della città vecchia si erge, spiccando tra piccoli edifici, Palazzo Sanseverino, edificato nel '700 per iniziativa di Giuseppe Leopoldo Sanseverino. Abbandonato alla metà del '900, il Comune di Acri decise di recuperare il Palazzo Sanseverino, che aveva subìto alcune lesioni per crolli, avviando nel 1986 i necessari lavori, che si sono conclusi nel 2000. Dotato di 30 sale per un totale di 3.000 metri quadri, distribuiti su quattro piani. Nel giugno 2006 venne inaugurato come MACA - Collezione Permanente Silvio Vigliaturo -, in quanto sono conservate oltre 200 opere donate dall'artista calabrese alla Città di Acri.

Da allora, il MACA s'è fatto conoscere per le sue attività, che hanno richiamato dalla Calabria e dall'Italia appassionati, galleristi, collezionisti, nonché visitatori dall'Europa e dagli Stati Uniti. Un accenno merita la "location": il Palazzo Sanseverino Falcone appartenne alla potente famiglia calabrese dei Sanseverino principi di Bisignano e feudatari di Acri, edificato nel XVII secolo venne ristrutturato nel 1720 dal maestro Vangerio di Rogliano su commissione di Leopoldo Sanseverino. Si erge su quattro livelli, in pianta quadrangolare con un grande cortile centrale, i primi due piani erano utilizzati dalla guardie, mentre l'ultimo dalla servitù e dalle cucine, solo il secondo piano era residenza della nobile famiglia e si componeva di diverse sale.

Nella sala d'ingresso sono visibili affreschi di significato criptico e alchemico, probabilmente legati alla storia personale dei committenti, tra i maggiori si evidenziano quelli realizzati tra il 1714 e il 1718 dall'artista napoletano Donato Vitale: l'Allegoria del tempo e il Ratto di Proserpina. Il MACA annovera nella sua collezione permanente, inoltre, una serie di 66 opere grafiche di grandi nomi del '900 italiano (tra gli altri: De Chirico, Schifano, Morlotti, Scanavino e Nespolo), frutto della donazione del collezionista Germano Patrito, un'opera dello scultore Dorino Ouvrier e un'opera pittorica di alcuni artisti: Luigi Le Voci, Francesco Guerrieri, Fritz Baungartner. Queste ultime opere sono state donate al museo dagli artisti stessi o dai loro eredi. (Comunicato stampa)




Zio Ziegler - Threshold of Abstraction - gouache on canvas cm.45x35 2017 Daniel Gibson | Zio Ziegler
Picasso Post Punk


termina il 25 gennaio 2018
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

Lo diceva Brian Eno, chiunque nella vita abbia ascoltato i Velvet Underground ha avuto la tentazione di formare una rock band. Allo stesso modo, chiunque si sia cimentato con la pittura almeno una volta si è sentito Picasso. Niente da fare, il genio di Malaga nella sua lunga carriera ha posto le basi per influenzare le generazioni successive in un processo ben lungi dall'interrompersi, anche se sono passati oltre quarant'anni dalla sua morte. Dopo aver attraversato le avanguardie europee, Picasso è "sbarcato" in America, influenzandone la produzione artistica almeno quanto Marcel Duchamp, dalle visioni surreali della stagione iniziale di Gorky, De Kooning e Rothko, fino al "primo pittore autenticamente americano", Jackson Pollock: in attesa di scoprire il Dripping che lo rese famoso, il talento maledetto così amato da Peggy Guggenheim rielabora segni e grafie intrise di picassismo. Finisce lì? Niente affatto. Picasso si respira a lungo nella Street Art, in una versione alternativa e graffiante che ne esalta la più assoluta libertà creativa.

Persino il regista-fotografo Larry Clark si interroga sulla contemporaneità di quest'opera così universale, intitolando una sua celebre mostra del 2003 (e un libro introvabile) Punk Picasso. Al tempo così scriveva Roberta Smith sul New York Times: "The show's title aligns his efforts with the 20th-century paradigm of histrionic autobiographical aesthetics. Dream on". La suggestione attuale parte da qui. Siamo tutti Picasso? La risposta la offrono due artisti proposti da Antonio Colombo Arte Contemporanea. Il primo, Zio Ziegler è (si fa per dire) una vecchia conoscenza, l'altro, Daniel Gibson, una stagionale new entry.

Zio Ziegler (Mill Valley, California, 1988), dopo la prima esposizione a Milano nel 2014 ha visto crescere esponenzialmente la sua carriera diventando un punto di riferimento nella cultura alternativa americana. La sua nuova produzione vira ulteriormente verso una pittura sempre più colta e consapevole dei propri mezzi, in cui le matrici sorpassano l'ambito della citazione per divenire vero e proprio stile, linguaggio. Nei dipinti come Back from the Grand Utah II, If you stand on your hands have you lifted the earth I, la lezione picassiana, filtrata ovviamente dal linguaggio pollockiano, in un mondo surreale di colori e segni, mentre la serie Red Ground ne rende visibileun'ulteriore trasformazione verso la cultura urbana. Zio Ziegler ha studiato filosofia alla Brown University e pittura alla Rhode Island School of Design.

Tutti questi lavori sono inediti e prodotti nel 2017. Daniel Gibson (Yuma - Ariziona, 1977) ha una storia artistica anch'egli prevalentemente californiana. Espone per la prima volta in Italia tele e carte che esaltano l'originalità del segno grafico, in gran parte in bianco e nero, quasi a prendere spunto dal Picasso di Guernica, ad esempio in Bull Fight, nell'ironico Her Studio Shot. Un lavoro originale e intrigante, ancora da scoprire, che ribadisce una volta di più la necessità di un'origine colta per chi ha ancora voglia di cimentarsi oggi nella pittura. Per chi ci crede. Ecco perché Picasso Post Punk. Contro ogni forma di accademismo, d'accordo. Alla prima mostra in Italia da Antonio Colombo Arte Contemporanea, vanta all'attivo diverse participazioni tra personali e collettive. (Comunicato stampa)




Opera di Esther Pearl Watson dalla mostra Starship Pegasus alla Antonio Colombo Arte Contemporanea di Milano Esther Pearl Watson: Starship Pegasus
termina il 27 gennaio 2017
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

Seconda personale di Esther Pearl Watson in galleria. Dal nome di quella che era un'attrazione per viaggiatori, una navicella spaziale adibita a ristorante a tema, il titolo della mostra richiama la Monolithic Dome situata nella località di Italy, in Texas, in cui l'artista ricorda di essersi imbattuta, credendo di ritrovarsi nei pressi di un U.F.O. Particolare è il rapporto che si è generato da questo incontro casuale: nei pressi dei luoghi dove Esther ha vissuto, nello stato del Texas, la presenza di un'istallazione il cui nome rimanda alle origini italiane della sua famiglia, diventa un pretesto per ricordare.

Le opere in mostra presentano paesaggi pieni di queste memorie, di campi dove sognare il futuro sotto cieli stellati, delle strade di Ferno, percorse in bicicletta per andare ad osservare gli aerei decollare. Ad accompagnare le scene di vita quotidiana, i notturni mostrano come soggetti galassie, cieli stellati e agglomerati di stelle. La ricerca dell'artista attorno al rapporto tra passato e futuro nasce dal convivere di queste suggestioni: stimolata da una visione di ricordi, legati a quelle invenzioni del padre, inventore di dischi volanti costruiti con pezzi di motori e rottami, che costellano il suo passato con la loro rassicurante presenza, si evolve nell'intraprendere un viaggio verso un nuovo orizzonte futuro, di speranze e aspirazioni, da vivere in un'atmosfera di sogno e desiderio.

Esther Pearl Watson (Francoforte, 1973) è considerata dai critici un'artista insider-outsider, in quanto usa un linguaggio pittorico autodidatta, nonostante il diploma in pittura ottenuto al California Institute Of The Arts di Valencia (California). Oltre a insegnare all'Art Center College Of Design di Pasadena (California), è autrice di numerosi fumetti, fra i quali la pubblicazione di culto Unlovable. Oggi il fumetto è stato prodotto, in collaborazione con l'artista Mark Todd e Cartoon Network, come corto animato. (Comunicato stampa)




Particolare dalla locandina della mostra di Gianni Piacentino alla Galleria Mucciaccia di Roma Gianni Piacentino: Works 1966-2017
termina il 15 gennaio 2018
Galleria Mucciaccia - Roma
www.galleriamucciaccia.com

Mostra personale di Gianni Piacentino con oltre trenta opere in mostra dal 1966 ai giorni nostri, un'occasione unica per incontrare il lavoro di questo autore, una delle figure più interessanti e uniche del panorama artistico internazionale, che segue le sue recenti antologiche museali al Centre d'Art Contemporain di Ginevra (2013) e alla Fondazione Prada di Milano (2015-2016). La mostra traccia il percorso di Piacentino non in senso puramente cronologico, quanto piuttosto secondo una chiave di lettura che lo stesso artista offre del proprio lavoro, scegliendo di intrecciare lavori storici e recentissimi, a sottolineare gli elementi di continuità nella sua opera, ma anche di specificità dei singoli momenti e periodi.

Novità assoluta, presentata al pubblico per la prima volta in questa occasione, sono i recentissimi lavori Metallic, che rivisitano i monocromi del 1965 in colori metallici sempre di origine industriale, e Trans-chrome, nei quali l'artista riprende forme, dimensioni e colorazioni di sue opere storiche degli anni 1966-67, modificandone però le cromie attraverso una particolare tecnica di lavorazione delle superfici, con una finitura cromo trasparente che li attualizza in inedite luminosità cangianti. Queste opere evidenziano una sorta di cortocircuito temporale tra classicità e contemporaneità: secondo una visione che egli stesso definisce di "auto-manierismo", Piacentino lavora sul colore come materia concreta, innestandovi i suoi caratteristici trattamenti e procedimenti altamente tecnologici, direttamente ispirati all'estetica e alla lavorazione industriale.

Ne risulta così un inedito virtuosismo luministico, che richiama esplicitamente grandi maestri del passato, dai fondi oro delle icone bizantine, ai morbidi velluti di Tiziano, ai riflessi del celebre orecchino di perla di Vermeer, che Piacentino traduce in termini contemporanei nel linguaggio aniconico delle sue opere. Tra le opere degli anni Sessanta presenti in mostra, si segnala in particolare Yellow-ochre fence Object (1967-68), che venne esposta nella storica mostra "Arte povera" alla Galleria De' Foscherari di Bologna nel 1968. La mostra è anche una rara occasione per vedere un numero rilevante di opere pittoriche di Piacentino, esposte in dialogo con le sue più note sculture: anche in questo caso alcuni lavori riprendono in una chiave di indagine luministica, con i nuovi colori metallici, iconografie legate ai celebri cicli dei "velivoli", ispirati negli anni Settanta ai Fratelli Wright, che costruirono il primo aereo capace di volare (1903), e negli anni Ottanta agli idrovolanti delle transvolate atlantiche di Italo Balbo.

La mostra è accompagnata da una monografia bilingue (Cambi editore), a cura di Francesca Pola, la cui copertina è stata ideata appositamente dall'artista. Include un'ampia antologia critica che rende conto della precoce e ininterrotta fortuna internazionale dell'opera dell'autore, le riproduzioni di tutte le opere esposte e un ricco apparato di contestualizzazione, articolato tra disegni, progetti, foto biografiche e di repertorio, allestimenti storici, cataloghi, inviti e altri documenti di varia natura.

Gianni Piacentino (Coazze - Torino, 1945) esordisce alla metà degli anni Sessanta nel gruppo dell'Arte Povera che abbandona presto per dedicarsi alla realizzare prototipi di curiosi veicoli a due e a tre ruote con materiali industriali, sculture dalle forme geometriche essenziali realizzate in legno plastificato e verniciato e sviluppando, parallelamente, un'originale idea di pittura. I suoi lavori sono stati esposti in Europa fin dal 1966 in spazi pubblici quali il Palais des Beaux Arts, Brussels, il Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; la Galleria d'Arte Moderna di Bologna e Palazzo delle Esposizioni a Roma; la National Galerie di Berlino, Gesellschaft für Aktuelle Kunst a Bremen e il Museum am Ostwall a Dortmund; PS1 a New York oltre a numerose gallerie private. Nel 1977 è stato invitato a partecipare a Documenta 6 e nel 1993 alla XLV Biennale di Venezia. I suoi lavori fanno parte delle collezioni permanenti della Galleria d'Arte Moderna di Torino e del museo di Reggio Emilia, del Power Institute of Fine Arts di Sidney (Australia), della National Galerie di Berlino e del Neuen Museums Weserburg, Bremen. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Opera di Michele Cossyro dalla mostra Modelli Immaginari Modelli Immaginari
Cossyro | Cuneaz | Münch | Núñez


termina il 14 gennaio 2018
Palazzo Belmonte Riso - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Un comune denominatore estetico e poetico sembrerebbe coniugare le opere degli artisti Giuliana Cunéaz, Michele Cossyro, Klaus Münch e Marina Núñez che, pur da provenienze culturali e geografiche diverse, appaiono convergere sull'interesse per l'elaborazione dell'opera traguardando la scienza e le nuove dimensioni del pensiero che da essa sviluppa ipotesi estetiche e concettuali. L'interesse per la 'materia oscura', per i 'buchi neri', per le pieghe cosmiche' e quel 'bosone di Higgs' che precocemente si sono affacciati nell'opera di Cossyro non senza autonome intuizioni; l'impiego delle nanotecnologie nelle animazioni create da Cunéaz come promesse di mondi a venire ma già presenti nei suoi schermi; le capsule di spazio nelle cui volte di plexiglass una micro-macrobiologia disegnata e tracciata da Münch configura un avvenire 'in vitro', e infine una realtà dove l'ubiquità dello sguardo che osserva e dove tutti si è osservati in ogni istante come in un immenso panopticon messo in atto da Núñez, sono gli aspetti esponenziali di questa situazione di ricerca sensibilmente condivisa che distingue una fase particolare dell'azione di tali artisti.

La mostra, a cura di Bruno Corà, considera, dunque, alcune opere di ognuno dei quattro artisti, in una contiguità ambientale che ha la funzione di istituire un'atmosfera di tensioni estetiche e di linguaggio nient'affatto utopica, al contrario latente e da molti percepita come anticipatrice di realtà a venire attraverso 'modelli immaginari' ma non per questo meno veri e possibili. Dell'esperienza si produrrà un catalogo a cura di Bruno Corà, che oltre a raccogliere il repertorio del percorso di ognuno dei quattro artisti mediante immagini delle loro opere trascorse e presenti recherà interventi teorici e saggi critici.

Dichiara Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del Polo Museale regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo: "Il Polo museale del contemporaneo, rispettando la sua funzione di sostegno, sviluppo e diffusione dell'arte contemporanea in Sicilia, in collegamento con il panorama artistico internazionale, con la mostra "Modelli immaginari" presenta una collettiva di artisti che, nelle loro opere, interpretano teorie ispirate al mondo della fisica, della biologia, delle nanotecnologie, diffondendo un messagio che anticipa le scoperte scientifiche nel campo della fisica, come nel caso di Michele Cossyro - che ritorna a Palermo dopo la mostra "Universi" del 2014 - insieme agli artisti di fama internazionale Giuliana Cunéaz, Michele Cossyro, Klaus Münch e Marina Núñez, che convergono in questa ricerca innovativa, creatrice di nuove e "immaginarie" realtà". (Comunicato stampa)




Massimiliano Aliato. Ghost?
termina lo 04 febbraio 2018
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma

Il Museo Andersen si ripopola quasi magicamente con la famiglia dello scultore Hendrik Christian, grazie alle opere di Massimiliano Alioto, che nel suo Dna coltiva la vocazione a riattivare le memorie del passato sotto il segno della tradizione in divenire. Così il titolo della mostra, "Ghosts?", col punto interrogativo, partendo dal titolo di un gruppo di quadri realizzati per l'occasione ("Ghost town"), intende appunto suggerire apparizioni e presenze in bilico fra realtà e visione, sogno e memoria, ricostruzione filologica e immaginazione. Attraverso 33 quadri, 8 disegni ed un'installazione sembrano tornati a Villa Helene gli Andersen: lo scultore Hendrik Christian, sua madre Helene, i fratelli Andreas e Arthur, la sorella adottiva Lucia Lice, la cognata Olivia Cushing. E non mancano, fra gli altri, Henry James ed Ernest Hèbrard, l'architetto francese che collaborò con Hendrik al progetto per "The World Communication Centre".

Come scrive Gabriele Simongini, curatore della mostra, "i cent'anni precisi che separano i due artisti (Hendrik Christian Andersen è nato nel 1872 e Massimiliano Alioto nel 1972: misteriosa alchimia dei numeri...) si azzerano completamente, forse perché a Roma, come diceva Henry James, amico strettissimo di Hendrik, "il tempo si disintegra". Fra loro si è creata un' osmosi misteriosa fatta di affinità elettive che si nutrono di analogie e soprattutto di contrasti".

La mostra e le opere di Alioto nascono in stretta osmosi con la storia e le atmosfere del Museo Andersen, in accordo con le linee guida delle esposizioni temporanee presentate nell'ambito del Polo Museale del Lazio, di cui il Museo Andersen fa parte. Così, agli occhi di Alioto ciò che è giunto a noi attraverso le sculture monumentali di Andersen, i suoi progetti, i rapporti intellettuali intrattenuti con insigni personalità, la caparbietà di perseguire un'utopia purtroppo irrealizzata ("The World Communication Centre"), rappresentano nel loro complesso la genesi di un'opera totale, articolata e grandiosa, che a sua volta arricchisce, incoraggia ed alimenta l'utopia dello spettatore. (...)

Alioto prova a ricreare il mondo "reale" di Andersen, fatto di vite, personaggi, incontri e situazioni, che rievochino al contempo la sua utopia mai compiuta. Il viaggio nel tempo della famiglia Andersen e dei suoi amici porta con sé tante trasformazioni e quei volti non sono mai pure citazioni "fotografiche", emergono invece da uno spazio amniotico che li rigenera in una dimensione liquida, dilavata, talvolta caleidoscopica, frantumata in mille riflessi, e soprattutto percorsa dalle interferenze dello spettro solare. (...) In occasione della mostra, realizzata in collaborazione con DL Arte e M77 Gallery, verrà pubblicato da De Luca editore un catalogo con un testo introduttivo di Maria Giuseppina Di Monte, un saggio di Gabriele Simongini, un'intervista all'artista di Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci e le riproduzioni delle opere esposte.

Massimiliano Alioto (Brindisi, 1972) studia al Liceo Artistico e successivamente all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Dal 1994 inizia ad esporre le proprie opere in Italia, dal Caffè storico letterario delle Giubbe Rosse di Firenze ad importanti gallerie e spazi pubblici di Roma e Milano. Nel 2004 espone per la prima volta a New York, presso Scope Art. Nel 2017 ha tenuto la sua ultima personale, intitolata "Asfissia" e presentata negli spazi M.A.C. Fondazione Maimeri, a Milano. (Estratto da comunicato stampa)




Mostra di Enrico Baj a Firenze Enrico Baj: Le Macchine del Tempo
Tribù Guermantes Tuberie


termina il 15 gennaio 2018
Galleria ZetaEffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

Omaggio a un protagonista indiscusso dell'arte italiana del secondo '900 portando per la prima volta a Firenze una ricca selezione di sculture e collages realizzati dall'artista durante l'ultimo decennio di attività. Attraverso un itinerario che vuole rispecchiare l'inesausta creatività di Baj, la mostra - curata da Angela Sanna in collaborazione con Roberta Cerini Baj - focalizza, in modo particolare, quattro cicli di lavori compiuti tra il 1993 e il 2003: le "Maschere", i "Totem", i "Guermantes", le "Opere idrauliche". Qui l'artista reinventa, tra humour, ironia e critica sociale, i mondi solo apparentemente inconciliabili delle civiltà tribali, della letteratura proustiana, della natura e delle passate glorie idrauliche. Tali opere condividono il tema giocoso e rivelatore delle "macchine del tempo", tanto care a Baj, intese nella loro accezione di veicoli della memoria, di reinvenzione storica e socio-antropologica, di slittamenti tra passato e contemporaneità.

In questo percorso prenderà risalto, oltre alla vasta erudizione del'artista in campo umanistico e scientifico, anche il suo inconfondibile arsenale creativo costituito da materiali sgargianti, eterogenei e imprevedibili. Grazie alle "macchine del tempo" con cui l'artista ha cavalcato e scavalcato la storia, scompigliando la successione logica degli eventi, lo spettatore si troverà inizialmente accolto da invenzioni composite ispirate a riti, personaggi e stregoni scaturiti da antiche civiltà o da fasi storiche più recenti, dove emergono riferimenti a problematiche tuttora attuali quali il consumismo selvaggio, la ciclicità della storia e, come scrive lo stesso Baj, la "logica primitiva, di rifiuto culturale totale". (...)

Il percorso evidenzia infine le "Opere idrauliche", testamento spirituale di Baj, dove rilievi e sculture fatte di tubi, rubinetti, sifoni e ricche passamanerie sprigionano un sentimento vitale della natura che sconfina nella riscoperta di numerosi eroi della scienza idraulica e nell'evocazione, tanto sottile quanto sentita, dell'ultima stagione esistenziale dell'artista. Il catalogo-cofanetto dedicato alla mostra presenta una selezione di scritti di Baj, un repertorio d'immagini e un "racconto" storico-critico della curatrice sull'ultima fase creativa dell'artista. In programma, il 15 dicembre alle 17,00, una serata dedicata a Baj con un incontro-dialogo tra Roberta Cerini Baj e Angela Sanna. (Comunicato stampa)




Call for Iolas' House
termina il 28 febbraio 2018
Galleria Credito Siciliano - Acireale (Catania)

La mostra a cura di Stefania Briccola, Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio - prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese - è dedicata alla villa-relitto del leggendario gallerista Alexander Iolas (Alessandria d'Egitto, 25 marzo 1907 - New York, 8 giugno 1987). Alexander Iolas fu il primo direttore artistico della Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline di Milano- e colui che commissionò ad Andy Warhol il dipinto The Last Supper - oggi in collezione Creval - ispirato dal capolavoro di Leonardo da Vinci situato proprio di fronte alla Galleria.

La villa, costruita fra il 1965 e il 1968 ad Agia Paraskevi ad Atene con il contributo di svariati architetti e con la consulenza degli stessi artisti, nelle intenzioni del suo proprietario doveva diventare un museo vivo dedicato all'arte contemporanea, ma oggi è solo un monumento dedito all'assenza e al declino: dopo la morte improvvisa di Iolas, dapprima l'importante collezione di opere d'arte contemporanea e antica, poi le partizioni ornamentali con gli arredi interni ed esterni, sono stati sottratti. La mostra che prende avvio in Sicilia, a Palazzo Costa Grimaldi ad Acireale (Catania), focalizzerà la triste ed avvincente storia della villa attraverso le testimonianze di alcuni artisti e galleristi che vi hanno lavorato o risieduto occasionalmente (tra cui Novello Finotti, Fausta Squatriti, Marina Karella, Renos Xippas), accresciuta dai racconti del suo biografo ateniese e di altre figure, italiane ed internazionali, appartenute a vario titolo alla 'scuderia Iolas' nel secondo dopoguerra, oggi assurte al ruolo di personalità della cultura e delle arti sulla scena internazionale.

Il titolo Call for Iolas House suggerisce un monito e contemporaneamente una richiesta. La speranza dei curatori è quella di focalizzare l'attenzione del pubblico attorno a un autentico sito archeologico della contemporaneità attualmente non riconosciuto, tracciandone al contempo una prospettiva di rinascita come luogo di scambio e di produzione della cultura del contemporaneo. La storia dell'arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal suo leggendario fondatore, mercante e collezionista. Dentro furono sistemate, in forma quasi sempre complementare allo spazio architettonico e all'affascinante giardino attico che la circonda, opere di Warhol, Ernst, Brauner, de Saint Phalle, Tinguely, Takis, Fontana, Finotti, Karella, De Chirico, Berrocal, Mattiacci e numerosi altri protagonisti delle avanguardie del XX secolo, della Pop Art e del Nouveau Réalisme.

La perdita, certo definitiva vista la dispersione commerciale e lo smembramento, della collezione Iolas avvenuta negli ultimi trent'anni, impone al progetto espositivo due percorsi: quello dell'esposizione di una serie di opere 'di confronto', esperibili nelle collezioni private internazionali e nella collezione del Credito Valtellinese e quello della ricostruzione scenografica di selezionate installazioni artistiche della villa, attraverso il re-made dei capolavori perduti. In quest'ultimo intervento la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese ha voluto coinvolgere allievi ed insegnanti dei licei artistici di Giarre, in provincia di Catania, e di Morbegno in provincia di Sondrio.

In mostra anche un video originale con le testimonianze di personalità che furono vicine a Iolas. Dal suo biografo Nikos Stathoulis, ad André Mourge, che fu suo compagno di vita, ad artisti come Marina Karella, Fausta Squatriti, Novello Finotti. Ma anche testimonianze di chi lavorò con lui e di semplici "uomini della strada" che, nella Atene di oggi mostrano l'oblio in cui sembra essere caduto "Alessandro il Grande", uno dei mercanti più famosi al mondo di cui nessuno ha sentito parlare. E con lui, la sua mitica casa in Agia. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Drik Dickinson - Inside 41 - archival pigmented print su carta Hahnemuhle cm.40,5x40,5 2017 Drik Dickinson. Inside
termina lo 03 febbraio 2018
Studio la Città - Lungadige Galtarossa 21 - Verona
www.studiolacitta.it

Nuova ed inedita serie di lavori dell'artista - veneziana di nascita ma irlandese d'adozione Drik Dickinson. Esposte, a cura di Laura Cicci De Biase, una selezione di dieci fotografie tratte dall'omonima serie in cui l'artista, da sempre intimamente legata al tema della Vanitas, evolve. In questi suoi ultimi lavori, la rappresentazione della caducità della vita, dello scorrere inesorabile del tempo, si arricchiscono di oggetti completamente artificiali che l'artista accosta ai tradizionali elementi naturali (fiori, erba, foglie ecc.) mettendo letteralmente "in scena" una composizione in cui ciò che è reale e ciò che è fasullo si fondono e risultano difficilmente scindibili all'occhio dell'osservatore. L'acqua rimane per la Dickinson un costituente imprescindibile, sia visivamente che allegoricamente, ma qui si carica di nuovi significati: non si tratta più di composizioni cauali dove l'artista, en plain air, attende che il tempo, la corrente, la luce, determinino la stuttura del suo scatto.

In questa nuova serie di fotografie soggetti sono immortalati in studio dove spesso l'elemento acquatico è costretto in secchi, recipienti avvolti da strati di plastica e dove, a volte, l'elemento floreale è invece finto, sia esso nel pieno della sua fioritura o nella fragilità del suo avvizzimento. L'artista stessa, all'interno del catalogo pubblicato in occasione della sua prima personale a Mantova, descrive con queste parole il contetto che sta alla base del suo lavoro: "L'acqua, visione e allegoria, è il tema che mi domina. La trasparenza mi porta al fondo oltre lo specchio, il fondo mi riporta alle domande della superficie. Continuare e fermare: a volte ho l'impressione che il mio lavoro sia una testimonianza privata, da confessare a nessuno, sulla caducità della vita come la sento, come si presenta ai miei occhi, materialmente."

Nello stesso catalogo, Maurizio Cucchi cita i pittori fiamminghi da cui probabilmente l'artista ha tratto ispirazione, in particolare per l'esattezza del dettaglio e la nitidezza delle sue immagini: "Il tema, la vanitas, è in effetti centrale anche nelle fotografie di Drik Dickinson dove l'intreccio si fa, insieme, impeccabile e sottile, anzi, sottilissimo, come il raro disegno su una cangiante pellicola di luci e ombre, il cui poco spessore sembra esprimere la precarietà della bellezza, il senso transitorio del nostro stesso esserci..."

Drik Dickinson ha studiato Scienze Naturali all'Università di Galway specializzandosi in botanica. Ha seguito contemporaneamente al National College of Art di Dublino dei corsi sulla pittura del '600 fiammingo e un corso di fotografia. Per la sua ricerca artistica si è spinta fino in Messico, nei territori dei Wiclow Mountain, nel lago Mask, nel fiume Shanon, nel Connemara, nelle Isole di Aran e al National Botanic Garden di Dublino. (Comunicato stampa)




Opera di Bruno Querci alla Galleria A Arte Invernizzi di Milano Bruno Querci
termina il 31 gennaio 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra personale, in occasione della quale viene presentato un percorso espositivo che, attraverso la compresenza di lavori degli anni Ottanta e opere recenti, mette in luce gli snodi cruciali del percoso creativo dell'artista. Sin dagli albori del suo "fare pittura" Querci, protagonista di quella tendenza artistica che Filiberto Menna definì a metà anni Ottanta come astrazione povera, restituisce sulla superficie delle tele un articolato gioco di pesi percettivi in cui la dislocazione dei diversi piani definisce una complessa condizione di equilibrio, sempre diversa. Opere come Incombente (1985), Insieme (1985) e Pittura (1985), che si trovano al primo piano della galleria, mostrano come sin dal momento germinale della ricerca emerga la tendenza dell'artista a cercare di fissare il "confine di quella forma che sempre sfugge".

Il rapporto tra visibile e invisibile, che resta una tematica fondamentale di riflessione anche nelle opere recenti, si determina a partire dal vuoto, cioè dalla scelta di ridurre, e quindi di costruire attraverso la sottrazione degli elementi presenti sulla superficie. L'idea di pittura che emerge da lavori quali Minimo (1986) e Luogo (1985) è quella di un potenziale dialogo con l'infinito, in cui la luce, da un lato definisce e attiva la sembianza delle forme, dall'altro crea la possibilità di percepire in chiave sempre diversa il valore tattile delle cromie. Querci stende infatti più mani sovrapposte di pittura, bianca e nera, procedimento che determina tuttavia un "effetto di annullamento del tessuto della tela, restituendo superfici come prive di supporto materiale".

I lavori recenti, realizzati e presentati per la prima volta in questa occasione espostivia, perseguono una maggiore radicalità e si mostrano più geometricamente essenziali allo sguardo dell'osservatore. La compresenza tra i lavori esposti al piano superiore e Geometrico luce (2017), Geometrico naturale (2017), Dinamico forma (2017) e Gotico naturale (2017), rende ancor più evidente come l'artista si sia spinto sempre più a fondo nella descrizione di un potenziale dialogo con l'infinito, in cui la forma si struttura al punto tale da divenire un unicum con l'assenza, quella intrinseca, quella della forma stessa. Querci si è lasciato, e si lascia condurre dalla necessità che ciò che appare guidi "la mano dell'artista finché la forma-informe non appare, fino a che egli non rende liberi sé e l'opera riuscendo a volere ciò che la necessità di quest'ultima gli impone di volere". In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, un testo di Davide Mogetta, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Opera di Yuri Olegovic dalla mostra alla Casa Museo Spazio Tadini di Milano Centesimi: C'era una volta la piccola economia
termina il 21 dicembre 2017 (ingresso museo e mostre in corso 5 euro)
Casa Museo Spazio Tadini - Milano

La storia economica di Milano e anche dell'Italia è passata da un'antica tipografia e casa editrice della città che aveva sede in via Jommelli, 24, Grafiche U.Marucelli & Co, dove oggi si trova la Casa Museo Spazio Tadini in omaggio al pittore e scrittore milanese Emilio Tadini. Presso questa azienda mosse i primi passi nell'editoria Angelo Rizzoli nel 1902, come apprendista. Lì vennero stampati i primi giornali economici come L'esercente (1896-1987), Il Corriere Agricolo (1894-1934) e L'impresa moderna (1912-1923) e si conserva ancora un torchio da stampa del 1847 di Amos dell'Orto di Monza. Ma soprattutto, Ugolino Marucelli fondatore nel 1915 della storica tipografia e casa editrice Grafiche Marucelli & Co ideò e scrisse le uniche tabelle di educazione economica e morale (anni 20) e si inventò le "marche nazionaliste" da applicare su fatture, buste etc. per far conoscere l'impegno delle associazioni durante la guerra e il valore dell'industria italiana.

"La pubblicazione (si intende delle tabelle educative), ebbene inizio nell'anno 1913 - scrisse Ugolino Marucelli nel presentare i suoi manuali - con le massime delle prima quattro serie il cui testo dimostra come lo scrivente, nel dettarle, mirasse ad offrire agli industriali un prudente suggestivo indiretto contravveleno da propiziare alle masse operaie sovvertite da errori economico-sociali.(...) Sul finire del 1929 notavasi una grande depressione morale nel gran pubblico e più specialmente fra le massaie per "il caro vita". Ed era veramente difficile per le piccole borse bilanciare l'entrata con l'uscita, ma sapevano poi le massaie spendere bene i loro soldarelli, alimentare razionalmente la loro famiglia, escogitare correttivi atti ad attenuare la crisi?".

Questo manuale e tanti altri saranno in mostra a cura di Melina Scalise. In visione le tre raccolte di educazione morale, sociale economica e patriottica contenenti libretti come La vispa Teresa, La vanga dalla punta d'oro, La fabbrica domestica di Nichelini, La spiga-calendario delle faccende agricole, Il riso - almanacco dei risaioli, L'operaio del 900 e altri dati ed elementi storici che offrono uno spaccato dell'educazione economica al risparmio che ha contraddistinto l'approccio italiano all'economia familiare, quella che molti ritengono abbia aiutato oggi molte famiglie ad affrontare la crisi economica contemporanea. Saranno esposti e messi in vendita riproduzioni di manifesti, stralci di opuscoli e cartelloni pubblicitari dell'epoca.

Dall'analisi dei contenuti emerge un'Italia analfabeta retta da un'economia agricola e industriale e artigiana dove l'educazione igienica e comportamentale viaggiava di pari passo con la propaganda economica. L'emancipazione dell'operaio e del contadino passava dall'apprendimento delle "buone maniere" elargite in motti, tabelle da affiggere nei luoghi di lavoro, brevi racconti e storielle. Così se l'uomo doveva smettere di bere e di frequentare bettole e mettendo a rischio la sua salute, la donna, nel ruolo di massaia, era eletta economa della famiglia e tutrice della salute adottando un'equilibrata dieta alimentare. A completare l'esposizione una mostra con artisti che usano come fonte d'ispirazione proprio le banconote. In particolare una bipersonale di Peter Hide e Yuri Olegovic e una selezione dedicata ai Soldi D'artista (selezione di opere di una mostra organizzata nel 2010 con l'esplosione della crisi economica contemporanea dove artisti vari hanno ideato banconote da mettere provocatoriamente in vendita).

La casa editrice e tipografia Grafiche Marucelli fu fondata nel 1915 da Ugolino Marucelli a Milano. Ugolino Marucelli muore relativamente giovane e i suoi eredi vendono a Giuseppe Tadini, e C. Origgi. A condurre la tipografia durante la Seconda guerra mondiale è Giuseppe Tadini. Presso la tipografia vennero stampati i quotidiani durante la Grande guerra e i volumi sono attualmente conservati presso la Casa Museo Spazio Tadini. Anche Giuseppe Tadini muove precocemente in un incidente e nel 1946 subentra all'attività paterna uno dei due figli Giovanni Tadini, mentre Emilio Tadini sceglie di intraprendere l'attività di scrittore e pittore. Nel 1972 l'attività ormai solo tipografica passa a Paolo Tadini.

Oggi la tipografia e casa editrice è definitivamente chiusa e la sua sede, dal 2003 è una proprietà privata che ospita la Casa Museo Spazio Tadini in omaggio a Emilio Tadini. In un'ala dello stabile l'artista ricavò il suo atelier e vi lavorò fino alla sua morte 2002, anno in cui morì anche suo fratello Giovanni Tadini. Attualmente lo spazio, che conserva ancora un sapore industriale, custodisce alcuni beni della vecchia attività tipografica e l'archivio delle opere di Emilio Tadini. La documentazione viene gestita dall'associazione culturale fondata nel 2008 da Francesco Tadini (figlio di Emilio), regista ed esperto in comunicazione e Melina Scalise, giornalista e psicologa. (Comunicato stampa)




Valentino Vago: Oltre l'orizzonte
termina il 20 gennaio 2018 (chiusura natalizia dal 24 dicembre al 7 gennaio 2018)
Galleria d'arte Annunciata - Milano

Una personale di Valentino Vago (Barlassina, 1931) in cui saranno esposte opere degli anni Sessanta e Settanta perlopiù di grandi dimensioni. Mostra, a cura di Roberto Borghi in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago, realizzata in collaborazione con la Galleria Il Milione che, in contemporanea, terrà una mostra di dipinti recenti. In un testo pubblicato nel catalogo della personale di Valentino Vago presso il Salone Annunciata del 1965, Sergio Grossetti ha scritto che l'artista «crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la propria presenza personale e (...) affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che da solo investa in sé tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».

In effetti, soprattutto nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta, le più significative delle quali saranno esposte alla galleria Annunciata, Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti» - la luce e il colore - di cui è basilarmente composta la pittura. L'esito di tale processo è costituito da dipinti estremamente complessi e stratificati, difficili da afferrare a un primo sguardo perché mai univoci, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all'incirca rettangolari. Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti - che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto interrotte - ed è sempre presente il rimando all'orizzonte, vero leitmotiv della pittura di Vago.

Talvolta anzi i dipinti riportano più orizzonti tra loro paralleli, o un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. E' questo insomma il momento del lavoro di Vago in cui il confine tra terra e cielo - e tra visibile e invisibile, materia e spirito - si fa più presente, ma allo stesso tempo più lirico e sottilmente drammatico. Ma è anche da qui che inizia quel percorso di «liberazione dall'orizzonte», come lo definisce l'artista stesso, che ha avuto il suo culmine nella recente realizzazione di un'opera ambientale nella chiesa di San Giovanni in Laterano. Il 20 novembre inaugurata una mostra di cataloghi di Valentino Vago presso la Libreria di via Tadino. In quello stesso giorno alle 17.00 si terrà una visita guidata alla chiesa.(Comunicato stampa)




Mario Sironi - Composizione - olio su tela cm.50x60 anni 50 Renato Guttuso - Carrettiere siciliano addormentato - olio su carta intelata cm.75x100 1946 La pittura in Italia
Anni '30 - anni '50


termina il 13 gennaio 2018
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

Collettiva che si propone di esplorare lo scenario artistico nazionale in tre decenni cruciali per la storia italiana. In quegli anni, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Italia vede la stabilizzazione del fascismo, lo scoppio della Guerra, l'uscita dal conflitto e una lenta ricostruzione. Molti artisti furono coinvolti o si impegnarono attivamente su fronti diversi: chi si mise al servizio del Fascismo (come Sironi), chi entrò nelle file della Resistenza (come Guttuso, Morlotti, Birolli), chi rimase neutrale e proseguì la propria attività artistica in modo pressoché immutato, come Morandi, che continuò a dipingere le sue nature morte e i paesaggi familiari, quasi a proteggersi dallo sconvolgimento che scuoteva l'Italia.

In mostra saranno esposti importanti olii dei più grandi artisti figurativi del Novecento Italiano, che hanno scritto la storia della pittura soprattutto in quei tre decenni: Renato Guttuso, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Renato Birolli, Alberto Gianquinto, Mino Maccari, Ennio Morlotti, Alberto Sughi, Renzo Vespignani. Le opere saranno in parte inerenti agli eventi bellici, alla ricostruzione e alle relative conseguenze, e in parte del tutto avulsi, per osservare come si è sviluppato lo stile pittorico e il sentire personale di ciascuno di essi in quegli anni "caldi". La guerra e l'attualità sociale e politica in anni particolarmente intensi, infatti, non sono sempre presenti nella pittura in modo diretto, ma influenzano fra le righe lo stile degli artisti. E' dunque particolarmente interessante osservare la produzione dei principali artisti italiani duranti questi anni di cambiamenti, di declino, di guerra, di ricostruzione.

Nel trentennio '30-'50, del resto, nacquero e si svilupparono importanti movimenti artistici dei quali alcuni degli artisti in mostra fecero parte, per esempio Corrente, cui aderirono Guttuso, Birolli e Morlotti, e il Fronte Nuovo delle Arti. Le tensioni sociali infatti, come spesso accade, fecero da propulsore per lo sviluppo artistico e culturale del Paese. L'arte è stato uno strumento per esorcizzare gli spettri durante gli anni più duri per il nostro Paese e poi uno strumento di catarsi per il superamento del trauma bellico. L'arte negli anni '40 diede anche una grande spinta alla ricostruzione culturale del Paese su basi di rinnovata consapevolezza, nate dall'aver elaborato e metabolizzato gli eventi storici. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Leonor Fini - Regina Tarocchi contemporanei
Allegorie e simboli visti dagli artisti


termina il 21 dicembre 2017
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Mostra a cura di Massimo Premuda con la collaborazione di Denis Volk sui classici tarocchi interpretati da diversi artisti moderni e contemporanei che, attraverso lo studio degli arcani maggiori, hanno affrontato temi esoterici e politici, amorosi e grafici, storici e letterari, di costume e infine magici. In mostra i tarocchi e le carte da gioco di quattro artisti moderni, le triestine Maria Lupieri e Leonor Fini e gli sloveni Hinko Smrekar e Boris Kobe, affiancati ai contemporanei Ugo Pierri, Alessandra Spigai e al croato Damir Stojnic.

Lo straordinario interesse sviluppato intorno ai tarocchi ha spinto, in tutto il Novecento, numerosi artisti, italiani e internazionali, a reinterpretare queste misteriose figure, da Franco Gentilini a Renato Guttuso, da Emanuele Luzzati a Dario Fo, da Salvador Dalí fino a Niki de Saint Phalle, autrice del fantastico "Giardino dei Tarocchi" costruito in Toscana; ma l'interesse per queste enigmatiche carte è ancora molto vivo soprattutto in città, infatti in una recente intervista pubblicata su Il Piccolo, Stefano Crechici, presidente della storica azienda triestina delle carte da gioco Modiano, a proposito di un importante cliente, un grosso editore americano di tarocchi e carte speciali, afferma che: "Oggi possiamo dire che gran parte dei tarocchi nel mondo sono made in Trieste. In questo caso sono carte "artistiche" che cambiano in ogni edizione."

La mostra intende essere dunque un omaggio tutto triestino al fortunato e magico mondo dei mazzi di carte e degli arcani maggiori, e non a caso si apre proprio con i lavori originali di due grandi interpreti del Novecento triestino, Leonor Fini (Buenos Aires, 1907 - Parigi, 1996) e Maria Lupieri (Trieste, 1901 - Roma, 1961), che si sono divertite a ridisegnare e dipingere diversi mazzi di carte da gioco e tarocchi, usati personalmente per intrattenere amici, artisti e galleristi, come nel caso della Lupieri, o che sono state pubblicate e commercializzate con successo, come nel caso delle carte da poker della Fini stampate una prima volta nel 1950 dalle edizioni parigine Acanthe, e ristampate nel 1992 dalla galleria Dionne.

In mostra anche due ristampe dei tarocchi degli artisti sloveni del secolo scorso, Hinko Smrekar (Ljubljana, 1883-1942) e Boris Kobe (Ljubljana, 1905-1981), che, con sorprendente attualità, hanno trattato temi politici e storici a loro contemporanei, come l'immaginario panslavico e le relative idee nazionali, o l'olocausto, venendo addirittura proibiti i primi nel 1916, a 6 anni dalla stampa. E poi ancora ci saranno diverse declinazioni contemporanee sul tema: gli acquerelli del grande Ugo Pierri, veterano dei tarocchi, che ne ha realizzate diverse serie e che presenta 22 opere su carta legate al racconto iniziatico Via Canova n.26 (racconto con tarocchi), le microinstallazioni con vecchi caratteri tipografici in legno di Alessandra Spigai che ribadiscono il peso concreto della parola incisa e stampata, evocando tutto il potere della formula magica, e infine gli esoterici quaderni ad acquerello del croato Damir Stojnic che, con sapienti velature e trasparenze, fanno emergere dall'universo onirico figure archetipiche mescolando e sovrapponendo i campi della percezione e i piani dell'inconscio.

L'esposizione si aprirà con una durational performance di Nina Alexopoulou dal titolo Arcane exchanges, in cui la performer greca interagirà con il pubblico durante l'inaugurazione della mostra, e si chiuderà con una conferenza dal titolo Maria Lupieri e il "circo dei tarocchi": tra arte e letteratura, a cura di Roberto Benedetti, studioso dell'artista triestina, di cui analizzerà le personali elaborazioni dei tarocchi fino al rapporto fra il suo immaginario e quello di Italo Calvino. Durante tutto il corso dell'esposizione verranno inoltre organizzate settimanalmente visite guidate con la storica dell'arte Sara Veglia, e diverse Tarot Chats - leggere le arti visive con i tarocchi, serie di incontri, sempre con Nina Alexopoulou, per analizzare le opere in mostra attraverso la lettura degli arcani maggiori. La mostra è resa possibile grazie ai prestiti degli eredi Fulvia, Sergio e Ugo Lupieri, e dei collezionisti Michela Messina, Simone Volpato e Denis Volk, e grazie all'aiuto di Roberto Benedetti. (Comunicato stampa)




Norman Bluhm - Ingot - olio su tela 63x92cm. 1960 - Courtesy Galleria Open Art Prato James Brooks - Quod - olio su tela 122x170cm. 1961 - Courtesy Galleria Open Art, Prato Made in America. Le mille luci di New York
termina il 27 gennaio 2018
Galleria Open Art - Prato

L'esposizione, curata da Mauro Stefanini, ruota attorno alla personalità di Martha Jackson che, con la sua galleria di New York ha scritto un importante capitolo della storia dell'arte contemporanea statunitense, in particolare quella dell'Espressionismo Astratto. La rassegna propone infatti 30 opere di autori quali Paul Jenkins, Sam Francis, James Brooks, Norman Bluhm, Fritz Bultman e Michael Goldberg, di altri esponenti dell'Espressionismo Astratto americano, quali John Ferren, John Grillo e Conrad Marca-Relli e di Beverly Pepper, una delle più riconosciute protagoniste, insieme a Louise Nevelson, della scultura contemporanea americana al femminile. Made in America condurrà il visitatore nel clima elettrizzante di New York, nella metà del secolo scorso. E' qui che giungono gli artisti, da Moholy-Nagy a Gropius, da Josef Albers a Piet Mondrian, in fuga dai totalitarismi che si svilupparono in Europa a partire dagli anni Trenta.

La Nuova Frontiera indicata dall'epocale mostra dell'Armory Show nel 1913, già attraversata da Marcel Duchamp e da Salvador Dalì, ora si presenta come il grande teatro nel quale le esperienze del modernismo artistico possono trovare attenzione e risonanza mondiale. Nel 1942 Peggy Guggenheim apre la galleria-museo Art of This Century; Leo Krausz (Leo Castelli), dopo le collaborazioni parigine a fianco di René Drouin, è impegnato nella ricerca dei giovani talenti che si affollano nella "Grande mela" e, nel 1957, apre la sua galleria. La "scuola di New York" sta sbocciando tumultuosa sul finire degli anni quaranta, accomunando i cultori del segno e del gesto pittorico - gli action painters - e coloro che invece prediligono le larghe campiture di colore - i color field painters.

Nel 1950, gli irascibili - come spregiativamente li chiama l'Herald Tribune - contestano vivacemente il progetto di mostra presentato dal Metropolitan Museum. Tra di essi, assieme a Barnett Newman, ci sono Jackson Pollock, Willem De Kooning, Mark Rothko, James Brooks, Robert Motherwell, Franz Kline, Conrad Marca-Relli, Clifford Still, Arshile Gorky: il cuore di quell'Espressionismo Astratto che sta ricercando un equilibrio originale tra vigore del segno e "sublime", tra astrazione e visione interiore. E nel 1953 Martha Jackson, originaria di Buffalo, apre a New York la sua galleria che, in un decennio, raccoglierà attorno a sé artisti di prim'ordine: da Jim Dine a Sam Francis, da Adolph Gottlieb a Willem De Kooning, da Claes Oldenburg a Christo, da Paul Jenkins a Norman Bluhm, da James Brooks a Hans Hofmann. Se, come lei stessa afferma, "il ruolo di un gallerista è quello di fare da mediatore tra l'artista e la società", non sorprende la sua attenzione nei confronti di una delle esperienze artistiche più radicali e irriverenti come quella nei confronti del gruppo giapponese Gutai. Accompagna la mostra un catalogo bilingue edito da Carlo Cambi Editore, con testi di Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Arturo Tosi - Tre alberi con casolare - olio su cartone cm.70x90 anni '30 © Frauke Stenz Tosi e Sironi: due maestri, due amici
termina il 20 gennaio 2018
Galleria VS Arte - Milano
www.vsarte.it

L'esposizione presenta un corpus di lavori dei due grandi artisti fra cui opere pittoriche, acquerelli, carte, inchiostri e illustrazioni. La rassegna, a cura di Elena Pontiggia, la prima dopo vari anni che Milano dedica ad Arturo Tosi, comprende alcune opere fondamentali del percorso dell'artista, provenienti dalla Associazione Arturo Tosi di Rovetta e da collezioni private. Affianca l'opera di Tosi quella di Sironi, amico e compagno di strada del pittore varesino, con cui condivise l'esperienza del Novecento Italiano. Di Sironi sono esposte tra l'altro una serie di carte e inchiostri, che vanno dalle famose tavole per la rivista di trincea "Il Montello", dipinte al fronte nel 1918, alle illustrazioni per "Il Popolo d'Italia" del 1920-21, fino alle maestose figure degli anni venti. Accompagna la mostra un catalogo con un testo di Elena Pontiggia. Nel corso della rassegna verrà presentato il libro "Arturo Tosi e il Novecento. Lettere dall'archivio di Rovetta", a cura di Elena Pontiggia, che pubblica importanti documenti inediti su Tosi e sugli artisti e intellettuali che lo hanno frequentato.

Arturo Tosi (Busto Arsizio, 1871 - Milano, 1956) è stato uno dei protagonisti della pittura italiana del Novecento. Dopo aver attraversato, durante la giovinezza, una stagione caratterizzata da una originale componente segnica e materica che lui stesso definiva "periodo alcoolico", aderisce al Novecento Italiano, fondato nel 1922 da Sironi, Funi e altri artisti, riuniti intorno al critico Margherita Sarfatti. La sua pennellata fluida e pastosa si riallaccia a una scuola pittorica che dal Fontanesi e dal Piccio giunge alla Scapigliatura e a Gola, mentre con il gruppo sarfattiano condivide il senso della sintesi e di una salda struttura architettonica, nel suo caso mutuata da Cézanne. Nel 1931 vince il Premio di Pittura alla Quadriennale di Roma. Di lui si interessano i maggiori critici, da Waldemar George (che nel 1933 pubblica a Parigi una sua importante monografia) ad Argan, da Carrieri a Savinio.

Mario Sironi (Sassari, 1885 - Milano, 1961), nel 1886 si trasferisce con la famiglia a Roma. Nel 1898 gli muore il padre. Intorno al 1903-4 frequenta Balla, diventando amico di Boccioni, Severini e altri. Nel 1913 aderisce in seguito al futurismo. Allo scoppio della guerra combatte al fronte. Nel 1919 si trasferisce a Milano e dipinge i primi paesaggi urbani: forme potenti e sintetiche, di ispirazione classica, segnate però da una drammaticità moderna. Si avvicina intanto al fascismo. Nel 1922 è tra i fondatori del Novecento Italiano, intorno a Margherita Sarfatti. Negli anni Trenta Sironi si concentra soprattutto sulla grande pittura murale, eseguendo numerose opere monumentali. Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò e il 25 aprile si salva dall'essere fucilato grazie all'intervento di Gianni Rodari.

VS Arte nasce nel 2017 dalla passione per l'arte e il collezionismo dei due fondatori, Vincenzo Panza e Samantha Ceccardi. Vincenzo Panza, vanta una trentennale esperienza nel management di aziende multinazionali e Samantha Ceccardi è attiva da oltre vent'anni nell'organizzazione di eventi e grandi manifestazioni. VS Arte è una nuova realtà che unisce arte e dinamiche dell'economia in uno spazio unico, quello di Appiani Arte per Immagini, il cui prestigio è legato al nome del noto gallerista e mecenate Alfredo Paglione, la cui galleria è stata il punto di riferimento per tutti i più grandi artisti del panorama nazionale e internazionale del '900.

Ha ospitato maestri affermati tra cui Guttuso, Sassu, Manzù, Fontana, De Chirico e grandi figure dell'arte internazionale come Picasso, Rauschenberg, Grosz, Gropper e Levin. I suoi spazi sono stati un cenacolo dinamico e fertile per letterati, musicisti e intellettuali di grande spessore, tra cui Raffaele Carrieri, Carlo Levi, Dino Buzzati, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Mario Luzi e Giuseppe Ungaretti. Un'osmosi, quella creatasi in questo luogo, tra arte e poesia che ha dato vita a una atmosfera rara, fruttuosa e creativa che VS Arte intende proseguire, coadiuvata da Alfredo Paglione, attraverso esposizioni ed eventi di grande richiamo sia per far emergere nuovi artisti che per dare lustro alle opere dei grandi maestri. Al centro delle attività di VS Arte emergono la tutela, la gestione e la valorizzazione di opere d'arte, la promozione e la diffusione dell'arte contemporanea e il suo sviluppo in Italia e all'estero. (Comunicato Ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Bruno Munari: "The game is on!"
termina il 21 dicembre 2017
MAAB Gallery - Milano

Bruno Munari (Milano, 1907-1998) è stato uno dei protagonisti internazionali del rinnovamento della cultura visiva e materiale del XX Secolo. Il suo percorso artistico è poliedrico e seminale non solo nella varietà dei suoi riferimenti al mondo dell'arte e della cultura, ma perché è stato precocemente in grado di legare la scultura e l'industrial design, la pittura e il cinema, l'animazione e l'attività editoriale, la grafica e la didattica. Un costante rimando alla libertà creativa e un uso sottile quanto spregiudicato dell'ironia ne fanno tutt'oggi una figura di riferimento per le giovani generazioni, oltre che per l'estensione del piano culturale che egli promosse comprendendo esperienze artistiche extra-europee come quelle dell'Estremo Oriente.

MAAB Gallery ripercorre la ricerca di Bruno Munari con una mostra a cura di Gianluca Ranzi che inquadra la sua sperimentazione a tutto tondo nel desiderio di opporsi a ogni forma grande e piccola di dogmatismo culturale, di rigidità mentale, di fondamentalismo intellettuale, di stanzialità. Con Munari invece l´arte contemporanea afferma un valore positivo: la coesistenza delle differenze, e l'artista diviene colui che si muove su crinali volutamente incerti, in una zona dai confini sovrapposti e spesso mutevoli. In mostra i collages chiamati semplicemente Astratti (realizzati dagli anni Cinquanta ai Settanta), che mentre ammiccano alle composizioni di forme e di colori fondamentali delle Avanguardie Storiche come De Stijl e il Suprematismo, di fatto ricalibrano pesi e temperature cromatiche, pieni e vuoti, sul filo di una delicata ironia e di una contrappuntistica musicale che ne fa emergere armonie e dissonanze.

Il movimento, fisicamente presente già nelle sue opere tardo futuriste del 1930, diviene non solo una caratteristica cinetica dell'opera ma un vero e proprio metodo operativo. E' così che il movimento delle Macchine Inutili rende aerea la scultura, moltiplicandone i punti di vista, ma allo stesso tempo sollecita nell'osservatore una visione mobile, permeata di cambiamento e di continua rimodulazione percettiva. Lo stesso avviene nei Negativi-Positivi degli anni Cinquanta o nella Curva di Peano: il fruitore è risvegliato nei sensi dal torpore di chi semplicemente assiste ed è libero di scegliere quale forma assumere come fondamentale. Come nella poesia anche nell'opera di Munari le pause e gli spazi vuoti contano alla pari degli spazi pieni, tanto che le ombre assumono uguale importanza della luce.

Le Sculture da viaggio (dal 1958) si piegano e si ripongono in valigia, si rimontano in viaggio e cambiano il loro aspetto a seconda della persona che vi interagisce, mentre la Sedia per visite brevissime (progettata nel 1945 e realizzata da Zanotta nel 1991) rilegge con ironia il mito della funzionalità e della praticità ad ogni costo ricercata dal design. Inafferrabile alle facili classificazioni i suoi Negativi-Positivi non sono sovrapponibili alle esperienze ottico-cinetiche, così come le sue Macchine inutili non hanno a che fare con i Mobile di Calder. L'ironia che Bruno Munari è riuscito a infondere in essi fonda un territorio nuovo e fertilissimo per cui Munari non ridicolizza mai, non ribalta una posizione a suo favore, ma entra dolcemente e con rispetto nell'orbita dell'altro e con calore e partecipazione vi inserisce una nuova prospettiva, rendendolo sempre più consapevole di se stesso. (Comunicato stampa)

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Bruno Munari (Milan 1907-1998) was one of the international leaders of the renewal of the visual and material culture of the 20th century. His artistic path was versatile and seminal, not only for the variety of his references to the world of art and culture, but also because he was able early on to link together sculpture, industrial design, painting, cinema, animation, publishing, graphic design, and teaching. Still today his constant references to the creative freedom and a subtle yet unbridled irony have made him a reference point for the younger generations, also as a result of the wide-ranging cultural plan that he promoted which included such extra-European art experiences as those of the Far East. The MAAB Gallery is giving an overview of Bruno Munari's research with a show, curated by Gianluca Ranzi, that focuses of the whole of his experiments and their aim of opposing any form of mental rigidity, intellectual fundamentalism, and immobility. With Munari, instead, contemporary art affirmed a positive value, that of the coexistence of differences.

And so the artist could venture among purposely uncertain terrains, in an area with superimposed and often mutable boundaries. In the show arecollages that are simply titled Astratti (made from the 1950s to the 1970s) which, while they give a side-glance to the fundamental forms and colours of the compositions of such historical avant-garde movements as De Stijl and Suprematism, in fact recalibrate chromatic weights and temperatures, solids and voids, with delicate irony and a musical counterpoint that allow the emergence of harmonies and dissonances. Movement, already physically present in his late Futurist works of 1930, became not just a kinetic characteristic of the work, but a genuine operative method.

And so the movement of the Macchine Inutili works makes the sculptures airy and multiplies possible viewpoints of them while, at the same time, arouses in the viewers a mobile vision, one permeated by changes and continuous perceptive remodelling. The same thing happens with the Negativi-Positivi works from the 1950s or with Curva di Peano: the viewers are awakened from the torpor of those who simply stand by and look, and are free to choose which form they take to be fundamental. As in his poetry, in the art of Munari too the pauses and empty spaces have the same value as the solid areas, so much so that the shadows have the same importance as the light.

The sculptures Sculture da viaggio (1958 onwards) can be folded and placed in a suitcase; they can be reassembled after a journey, and they change their look according to whoever interacts with them. The Sedia per visite brevissime (designed in 1945 and made by Zanotta in 1991) ironically reread design's myth of functionality and of practicality at all costs. His Negativi-Positivi, which elude easy classification, cannot be compared to Optical/Kinetic art, nor do his Macchine inutili have anything in common with Calder's Mobiles. The irony that Munari managed to instil in them offered him a new and fertile territory, one which he never ridiculed, never overturned in his own favour; instead, he delicately and respectfully entered into the orbit of the others and, with zest and a sense of participation, inserted a new perspective to make that orbit more aware of itself. (Press release)




Hao Wang - Il poeta - olio su tela 36×32cm 2017 Hao Wang - Una riunione nella foresta - olio su tela 50×60cm 2017 Hao Wang: Favole
termina lo 09 gennaio 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Hao Wang (Shandong, 1989), per la sua prima personale assoluta in Italia, presenta circa trenta lavori realizzati ad olio su tela. I dipinti, eseguiti tutti nell'arco degli ultimi due anni, rappresentano un'umanità indefinita, delineata con tocchi di colore veloce che evita la descrizione dei dettagli, colta in momenti di vita comune nei parchi. L'artista, che ama concedersi lunghe passeggiate nei giardini milanesi, ha osservato persone sedute sotto gli alberi, in piedi mentre giocavano o intente a osservare le acque di uno stagno, e ha creato nelle sue immagini delle "silouhette" senza sesso nè identità. Da qui, anche per problemi di comunicazione a causa della lingua e per la conseguente incomprensione di ciò che le persone dicevano, immagina delle storie che riflettono la sua stessa persona, chiedendosi chi lui sia, da dove venga e dove stia andando. Questa realtà che lui dipinge si ricollega ai "chengyu" (locuzioni idiomatiche cinesi), andando così ad unire oriente e occidente nella creazione di una propria favola che possa far riflettere sul mondo nel quale viviamo. (Comunicato stampa)




Elisa Sighicelli - Uno, trentasei e sei - fotografia stampata su raso 2017 Elisa Sighicelli: Doppio sogno
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

In occasione di Artissima e di Contemporary 2017, un nuovo progetto che mette in dialogo l'arte antica con quella contemporanea. La mostra - a cura di Clelia Arnaldi, conservatore del museo - si snoda in un percorso tra le sale del Barocco, per le quali l'artista Elisa Sighicelli ha concepito delle opere inedite e specifiche, ispirate all'architettura di Palazzo Madama. Al centro di questa ricerca, la relazione tra l'architettura e la luce. Attraverso il suo lavoro Elisa Sighicelli compie un'indagine intorno al linguaggio artistico e fotografico, alle modalità di rappresentazione e di percezione della realtà. Le finestre della Veranda juvarriana, affacciata sullo Scalone d'onore, diventano il soggetto di due grandi trittici e di alcune opere singole in un'esplorazione dell'idea di riflesso e trasparenza.

Al centro delle opere il vetro, elemento che con i suoi effetti ottici destabilizza e dissolve il soggetto degli scatti fotografici e al contempo fornisce all'artista un filtro attraverso il quale osservare l'architettura del Palazzo. La scelta accurata del supporto di stampa, un leggero tessuto serico, e la modalità di presentazione, che lascia liberi i teli di muoversi sulla parete accrescendo l'ambiguità tra il reale e il rappresentato, creano una tensione tra la fotografia come oggetto e l'immagine reale. Le fotografie sembrano così fluire, come specchi d'acqua increspati, suggerendo una visione onirica. Il trittico Riflettente trasparente esposto in Sala Quattro Stagioni presenta la finestra della Veranda Sud fotografata con la stessa inquadratura a diverse ore del giorno. La modulazione della luce, con il passaggio graduale nelle tre fotografie dai toni freddi a quelli caldi, indica lo scorrere del tempo e contribuisce a definire la profondità degli spazi.

Nel trittico Uno, trentasei e sei presentato in Camera di Madama Reale l'artista gioca con la nozione di scala e il rapporto tra le diverse dimensioni del soggetto fotografato. L'ingrandimento di un dettaglio a dimensioni monumentali suggerisce l'idea di ritrovare un universo in un particolare. Sighicelli ha inoltre approfondito la ricerca di una corrispondenza tra il soggetto della fotografia e il supporto su cui viene stampata realizzando due opere stampate direttamente su cartongesso nel Gabinetto Cinese e nella Camera Nuova. L'immagine rappresenta una porzione di parete della Veranda juvarriana ed è stampata su materiale edile. Nelle fotografie la geometria barocca della parete e delle decorazioni si sovrappone alla geometria delle ombre e dei colpi di sole prodotti dalla finestra. L'effetto luminoso risulta accentuato grazie al trattamento pittorico del supporto con pigmenti opalescenti.

Elisa Sighicelli (Torino, 1968) ha studiato arte a Londra dove ha risieduto per diciassette anni. Ha esposto con mostre personali alla Gagosian Gallery di Londra, Los Angeles, New York e Ginevra. A Londra ha esposto inoltre con MOT Interantional e Laure Genillard Gallery. In Italia con Giò Marconi a Milano e Guido Carbone a Torino. Ha avuto mostre personali in musei italiani e internazionali. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta dalla mostra Autunnali Alan Gattamorta: Autunnali
termina il 17 dicembre 2017
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.







Mostra Tre Artisti Madi Tre Artisti Madi
Reale F. Frangi - Vincenzo Mascia - Piergiorgio Zangara


termina il 23 dicembre 2017
Galleria Marelia - Bergamo
www.galleriamarelia.it

Frangi, Mascia e Zangara, tre artisti appartenenti allo storico Movimento Madi Internazionale, di cui la Galleria Marelia è rappresentante per l'Italia sin dal 2009, anno della sua fondazione, espongono una selezione di lavori recenti attraverso i quali si pongono la domanda che da sempre contrassegna la loro ricerca: come dare alla propria arte un fondamento universale? La risposta è nella geometria che con le sue leggi sancisce obiettività e codici visivi validi universalmente. Pur appartenendo a un movimento artistico che si fonda sul rispetto, per i membri stessi, di alcune regole fondamentali (la cui mancata comprensione e condivisione impedirebbe di essere parte di questo gruppo, ovvero: non esprimere, non rappresentare, non simboleggiare e dove non esprimere non significa non esprimersi ma evitare l'espressione della soggettività) gli artisti Madi operano in piena libertà.

Una libertà che permette a ognuno di sviluppare con indipendenza il proprio vocabolario comunicativo, di scegliere i materiali più adatti e i cromatismi che meglio si sintonizzano con la necessità di lavorare su campiture piatte, senza sfumature, né gradazioni, per essere netti e chirurgici, abolendo ogni tipo di ambiguità e sentimentalismo. Arte autonoma quindi, che si regge da sola, per le sue qualità formali, visive, compositive, strutturali e che non desidera intrusioni in campi che non siano la manifestazione di questi valori. Arte geometrica autoreferenziale e autosufficiente? Certamente, e lo si conferma a chiare lettere. Per queste ragioni e per il rischio evidente di innescare loop stanchi e ripetitivi, è necessario mantenere i vertici di freschezza e lucidità che contraddistinguono le opere in mostra. Osservare per credere. (Comunicato stampa)




Carla Accardi - Senza titolo - tempera su cartoncino cm.46x66 circa, 1960 Fausto Melotti - Toro - ottone cm.21x31x17 circa, 1967 Piero Dorazio - ST - olio su tela cm.60x70 1955 Contrasti, fondi blu e materia poetica
Opere dagli anni '50 ad oggi


termina il 21 gennaio 2018
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Il titolo della mostra, in parte riferibile a due dipinti di Mario Nigro (Contrasto, 1973) e Giulio Turcato (Fondo blu, anni '70), evidenzia le tre aree tematiche in cui si suddivide il progetto, ovvero i contrasti cromatici, la prevalenza di un blu profondo e il connubio tra materia, memoria e poesia, nell'ambito di un percorso che privilegia opere realizzate negli anni '50, '60 e '70. Per la sezione Contrasti, il dipinto di Mario Nigro, teso a ridurre a regola le strutture estetiche del quadro, ed un olio su tela di Piero Dorazio (Senza titolo, 1955), grande colorista e maestro dell'astrattismo italiano, nella cui opera si evidenziano l'uso di calibrato di velature in contrasto con prevalenti colori saturi.

Per la sezione Fondi blu, un Concetto spaziale di Lucio Fontana dei primi anni '60, il Personaggio di Emil Schumacher del 1958, una tempera su cartoncino di Carla Accardi del 1960, un lavoro di Giorgio Griffa del 1974, Verifica 5 e Verifica 7 di Enrico Della Torre, Blu di Marco Gastini e l'opera a tecnica mista su tela di Giulio Turcato che dà il titolo al gruppo. Per la sezione Materia poetica, un dipinto del 1960 di Gastone Novelli, maestro dell'informale, da sempre attratto dalla materia e dal segno, sino a sconfinare nella poesia visiva, un Toro del 1967 in ottone di Fausto Melotti, scultore e poeta, unitamente al tuffo nella materia di Piero Ruggeri, all'opera di Omar Galliani a matita su tavola dedicata alla personificazione di Andromeda ed L.P. di Walter Valentini, che evidenzia l'interesse dell'artista per il cielo e la cosmografia. La mostra è completata da opere selezionate di Alberto Manfredi, presentate in occasione della grande retrospettiva Alberto Manfredi. Dipinti 1953-2000. La Collezione Giacomo Riva" curata da Sandro Parmiggiani presso Palazzo da Mosto a Reggio Emilia. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Sportification: The Big Piano Smash
termina il 21 gennaio 2018
Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Il programma di esposizioni della VideotecaGAM - a cura di Elena Volpato - dedicato alla storia del video d'artista negli anni Sessanta e Settanta prosegue con il particolare rapporto che lega l'inizio dell'utilizzo del mezzo video da parte degli artisti con la coeva cultura televisiva. La mostra è dedicata ad alcuni aspetti della storia del programma televisivo Giochi Senza Frontiere, trasmesso in eurovisione dal 1965 al 1999. Forma utopica di sportificazione, cioè di formazione attraverso ludi comunitari, di una identità europea tutta da plasmare, il programma, preceduto da alcuni esempi nazionali come Campanile sera, si sviluppò in senso europeo a sette anni dalla fondazione della Comunità Economica Europea, del 1958, e accompagnò i primi anni di storia dell'Unione Europea, nata il 1 novembre del 1993. Giochi Senza Frontiere perseguiva l'ideale di una confederazione di cittadini, capaci di misurarsi, conoscersi e riconoscersi, in una rete transnazionale di città e paesi, in un'Europa fatta di piccole comunità sorelle, di un tessuto sociale più vasto e autentico della socialità tipica delle capitali e delle grandi città.

L'esposizione si articola in quattro micro-sezioni: "Giochi senza Frontiere", "Eurovisioni", "Fluxus e Situazionismo", "Playground" in dialogo con la proiezione del video The Big Piano Smash, famosa puntata inglese dei Jeux Sans Frontieres svolta a Blackpool nel 1967. Da un vasto materiale raccolto in diversi archivi privati, si mettono in evidenza correlazioni inaspettate quanto insistite tra i diversi linguaggi utilizzati nella trasmissione e le coeve ricerche avanguardistiche. La trasmissione, nata in un periodo di ancora intensa sperimentazione televisiva, produsse una cospicua serie di scenografie, alcune rimaste come arredo urbano pubblico nelle cittadine che ospitarono i giochi, come nel caso dell'italiana Riccione. L'analisi mette in luce un intreccio di influenze che sono eredità, da un lato dell'architettura modernista, e dall'altro dei linguaggi e giochi di ascendenze Dada, del Situazionismo e di Fluxus.

Se è certo che la prima decade della storia del video d'artista sia legata a doppio filo con la neonata cultura televisiva e si sviluppi, in prima battuta, come reazione critica all'industria dell'intrattenimento proposta dalle diverse emittenti nazionali, è sorprendente registrare coincidenze e affinità come quella tra la prova The Big Piano Smash, dove le squadre di concorrenti di Giochi Senza Frontiere dovevano distruggere con delle mazze nel più breve tempo possibile un pianoforte, e la diffusa antiretorica del piano che il movimento Fluxus espresse attraverso artisti come Philip Corner, Nam June Paik, Ben Vautier, Wolf Vostell, George Maciunas successivamente ripresa da Beuys, Uecker, Montanez Ortiz e altri ancora. La mostra è stata resa possibile dalla collaborazione con Philip Corner, tra i primi distruttori del piano negli happening fluxus, Gunnar Schmidt, critico e storico dell'arte, esperto di Piano activities e Gianni Magrin, collezionista e curatore di un vasto archivio di immagini "assonanti", memoriabilia ed ephemera dei popolari Giochi televisivi senza frontiere. Un ringraziamento speciale a Caterina Gualco, Galleria UnimediaModern, Genova e Collezione privata Franco Geminiani, Riccione. Il 24 ottobre presentato il libro Sportification. Eurovisions Performativity and Playgrounds, 1965-99, Viaindustriae publishing, Foligno / Colli publishing platform, Roma, 2017. (Comunicato stampa)




viadellafucina16 | Condominio-Museo
www.condominiomuseo.it

Viadellafucina16 è il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Cuore del progetto - a cura di Kaninchen-Haus, da un'idea di Brice Coniglio - è un programma di residenza per artisti nel condominio di via La Salle 16 (già "via della Fucina"), nel quartiere torinese di Porta Palazzo. Tramite un bando internazionale, che ha raccolto 442 candidature di ogni provenienza, gli artisti sono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile per realizzare opere d'arte e interventi negli spazi comuni, capaci di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio ottocentesco, oggi in stato di degrado e incuria. I progetti vengono selezionati dagli stessi abitanti del condominio (circa 200 di ogni nazionalità distribuiti in 53 appartamenti) con la mediazione di un comitato di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi di co-creazione e cura degli spazi.

Il condominio - luogo della democrazia come del conflitto, punto di intersezione tra dominio pubblico e privato - si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica e sociale, divenendo spazio simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa, così come un tempo i palazzi decorati dagli artisti rappresentavano il prestigio delle singole casate. L'ex-portineria, riaperta e presieduta da un team di giovani antropologi, si trasforma in portineria artistica per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, così da renderlo replicabile. Il programma si completa con mostre, eventi e talk organizzati nel nuovo Spazio Idiòt e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16 nel giardino comune. Viadellafucina16 costituirà un inedito innesto della pratica artistica nel tessuto vitale di una comunità circoscritta che intende dimostrare, attraverso un esperimento condotto in un contesto ridotto, come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci nella risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.




Ugo Nespolo - Fiori e farfalla - particolare, bozzetto per tappeto, tecnica mista su carta 1987 A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta

Mostra dedicata all'esperienza interdisciplinare dell'artista piemontese, curata dal critico Alberto Fiz in collaborazione con il filosofo Maurizio Ferraris. Sono oltre 80 le opere esposte tra dipinti, disegni, maquettes per il teatro, sculture, ex libris, tappeti, fotografie e manifesti realizzati dal 1967 sino a oggi in un percorso spettacolare e coinvolgente, ideato per gli spazi dell'ex chiesa sconsacrata. Compare persino una barca da canottaggio di otto metri interamente decorata. Dall'arte al cinema, dai cartoon televisivi alla logica matematica sino al teatro, le opere, disposte in base a tracciati tematici, creano una costellazione nel Centro Saint-Bénin da cui emerge la versatilità di uno dei più originali e trasgressivi interpreti della scena contemporanea italiana, che ha ripercorso stili e stilemi "a modo suo", senza mai lasciarsi imbrigliare dalle convenzioni.

Il catalogo della mostra, in italiano e francese, con la pubblicazione di tutte le opere esposte, è edito da Magonza. Insieme ai saggi di Maurizio Ferraris, Alberto Fiz, Daria Jorioz e a un'intervista di Nespolo con Pietro Bellasi, contiene una serie di scritti dell'artista e testimonianze, tra gli altri, di Renato Barilli, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Gianni Rondolino, Francesco Poli e Tommaso Trini. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Ivano Bolondi - opera nella rassegna Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia Opera di Ivano Bolondi dalla mostra a Castello di Montecchio Emilia Ivano Bolondi
I 5 continenti - Immagini come parole. Europa


termina lo 07 gennaio 2018
Castello di Montecchio Emilia - Montecchio Emilia (Reggio Emilia)
www.ivanobolondi-profetiinpatria.com

La rassegna Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia giunge alla terza edizione, dedicata alla fotografia di Ivano Bolondi. Dopo Graziano Pompili ed Omar Galliani, il Comune di Montecchio Emilia sceglie Ivano Bolondi, fotografo originario di Montecchio Emilia, autore di immagini che, come parole, esplorano "I 5 continenti".

«Il lungo percorso iniziato da Bolondi muovendo degli esempi narrativi di Cartier Bresson, spiega il critico fotografico, è approdato a una spiaggia da cui lo sguardo corre libero da condizionamenti e confini e non guarda soltanto la realtà per coglierne le forme, ma ne analizza i riflessi - percepibili e metaforici - dati dalla sovrapposizione fra realtà e sua immagine, propria del "rumore" visivo contemporaneo. In questo modo cerca di rispondere alla sfida del passaggio epocale segnato dalla fine del Modernismo, nato più di un secolo fa per adeguare le forme espressive allo sviluppo tecnologico e scientifico». Realizzato in collaborazione con Cinefotoclub Montecchio, in occasione del 35° Fotofestival, l'anno di Ivano Bolondi sarà arricchito da un ricco programma di iniziative. Ci saranno serate dedicate a fotografi, viaggiatori, registi, critici, unitamente a proiezioni, workshop, laboratori, progetti musicali e residenze d'artista, per vedere, e sentire, il territorio con occhi nuovi.

Ivano Bolondi (Montecchio Emilia - Reggio Emilia) fotografa dagli inizi degli anni Settanta. Dai primi anni Ottanta ottiene importanti riconoscimenti in Italia e all'estero. Gli è stata conferita dalla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) l'onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano). E' stato designato dalla FIAF Autore dell'anno 2005 e Maestro della Fotografia Italiana (MFI) nel 2007. Sue opere sono conservate presso l'Istituto di Cultura Brasile - Italia di Recife, l'Accademia Carrara di Bergamo, il CSAC (Centro Studi Archivio della Comunicazione) dell'Università di Parma, il MiM - Museum in Motion di S. Pietro in Cerro di Piacenza, la Casa Reale della Thailandia, ed in Birmania presso la residenza di Aung San Suu Kyi (Premio Nobel per la pace nel 1991). Le sue fotografie sono state oggetto di numerose esposizioni e sono state pubblicate su diversi libri, monografie, riviste, testi universitari. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Betty Woodman - Betty's Room - ceramic and paint on canvas cm.220x220x26 2011 Betty Woodman
Recent Work


20 October - 18 November 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Rome
www.lorcanoneill.com

American artist Betty Woodman began working with clay and paint in the 1950s, initially making functional objects, then gradually developing a deep relationship between the two that explores space, both real and pictorial in art works that combine lacquered ceramics and painted canvas. Betty Woodman (b. 1930) has spent most of her adult life living and working in Tuscany and in New York. Her museum exhibitions include a retrospective at the Metropolitan Museum of Art in 2006; an acclaimed exhibition at the Museo Marini in Florence that travelled to the ICA London in 2016; and a large outdoor installation at last year's Liverpool Biennial. (Press release)




Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo

Centoquaranta scatti in una grande mostra promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e organizzata da Civita in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi. E' il secondo appuntamento con i grandi maestri della Fotografia, dopo quello dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di febbraio di quest'anno. Una occasione per immergersi nel mondo del grande Maestro per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a Palermo, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto. Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per "dare un senso" al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria.

Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale. Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo. "Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curatore della mostra a Palermo -  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata.

Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier - Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L'allestimento attuale è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum. La rassegna vuol far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Opera di Stefano Arienti nella locandina della mostra Finestre Meridiane al Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce di Genova Stefano Arienti: Finestre Meridiane
Intersezioni con la collezione di Villa Croce


termina il 14 gennaio 2018
Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce - Genova
www.villacroce.org

La mostra - a cura di Anna Daneri e Francesca Serrati - si costruisce come un dialogo tra un corpus di opere inedito dell'artista, le Meridiane, realizzate a partire dal 2012, e una selezione delle opere della collezione del museo, che ne campioneranno la sua storia. Il titolo richiama la natura stessa del progetto espositivo: le circa ottanta opere di Stefano Arienti, carte e intonaci dal formato invariato, nascono in stretta relazione con il sole e i suoi movimenti. Le Meridiane sono disegnate con la luce, alla finestra di casa o dello studio, con una tecnica affinata negli anni dall'artista e che lo vede tradurre direttamente, con il proprio corpo, le variazioni di luce attraverso il colore scelto di volta in volta. La mostra è altresì un'apertura sulla collezione del museo, la cui architettura è scandita da grandi finestre rivolte verso il mezzogiorno.

Non è la prima volta che l'artista viene attratto da una raccolta pubblica, ricordiamo il progetto del 2010 per i magazzini di Museion di Bolzano insieme a Massimo Bartolini, o l'allestimento delle raccolta di Palazzo Te a Mantova. Nel caso di Villa Croce lo scambio si fa più diretto, coinvolgendo i suoi lavori, che saranno esposti per la prima volta in quest'occasione. La suggestione di partenza è quella delle quadrerie antiche, dove quadri e sculture venivano disposti secondo un ordine non cronologico o di affinità stilistica, piuttosto inseguendo linee di gusto e cadenze estetiche; così a Villa Croce come suggerisce Arienti "le opere si dispongono con molta libertà, senza rispettare criteri museografici, ma favorendo il ritmo dell'attenzione e della scoperta". La selezione dalla raccolta del museo ricostruisce la storia della sua formazione nel corso di trent'anni, dalle primissime opere entrate a farne parte, come la grande tela di Enrico Paulucci o il corpus di foto di Cesar Domela e le tavole originali a fumetti di Hugo Pratt.

Queste si intrecciano con i grandi nomi dell'astrattismo storico e delle ricerche percettiviste della collezione di Maria Cernuschi Ghiringhelli: Fontana, Licini, Munari, Reggiani, Soldati, vero cuore pulsante delle collezioni del museo; con i lavori provenienti dalla collezione del Lab, il Laboratorio della Bassa Lunigiana; con le donazioni degli artisti, spesso a seguito di mostre personali, e i lavori donati o acquistati da gallerie private, a testimoniare la grande vivacità culturale dell'ambiente genovese, in particolar modo durante gli anni Sessanta; fino a comprendere le ultime acquisizioni legate a interventi site-specific, come il pianoforte di Philip Corner, risultato di una atto performativo collettivo Fluxus, o il vibrante pannello di Marta dell'Angelo, concepito durante l'ultimo ciclo di direzione del museo di Ilaria Bonacossa. A ideale prosecuzione della mostra di Villa Croce, il 1 dicembre sarà inaugurata al Man di Nuoro Una visione atratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli un'esposizione che approfondirà la conoscenza di questa fondamentale raccolta artistica.

Stefano Arienti (Asola - Mantova, 1961), laureato in Scienze Agrarie nel 1986, partecipa alla prima mostra collettiva nel 1985 alla ex fabbrica Brown Boveri, dove incontra Corrado Levi, il suo primo maestro. Ha frequentato l'ambiente artistico italiano nel momento di rinnovamento successivo alle stagioni dominate dall'Arte Povera e dalla Transavanguardia. Sono numerose le partecipazioni a mostre collettive in Italia ed all'estero. Ha insegnato all'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo e all'Università IUAV di Venezia. (Comunicato stampa)

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For the resumption of exhibition programming in the fall, and for the occasion of the Giornata del Contemporaneo, this year Villa Croce presents a major project by the artist Stefano Arienti, Finestre Meridiane. Intersections with the collection of Villa Croce, organized along the spaces of the piano nobile of the villa, starting from the large entrance staircase. The show is organized as a dialogue between a body of works never shown before by the artist, the Meridiane (Sundials) made starting in 2012, and a selection of works from the museum's collection, like a sampling of its history. The title suggest the nature of the exhibition project itself: the works - about 80 in number - by Stefano Arienti, with a uniform format in paper and plaster, are made in close relation to the sun and its movements. The Meridiane are drawn with light, at the window in the artist's home or studio, with a technique developed by Arienti over the years, in which he directly translates, with his own body, the variations of light through the colors selected from moment to moment.

The show also offers a perspective on the collection of the museum, whose spaces are paced by large windows facing south. This is not the first time the artist has been attracted by a public collection; precedents include the project in 2010 for the storerooms of the Museion in Bolzano, together with Massimo Bartolini, or the installation of the collection of Palazzo Te in Mantua. In the case of Villa Croce the exchange becomes more direct, involving his own works shown for the first time on this occasion. The operation takes its cue from historic picture galleries, where paintings and sculptures were arranged not in chronological order or by stylistic affinities, but in terms of lines of taste, aesthetic cadences; thus at Villa Croce, as Arienti suggests, "the works are arranged with great freedom, without respecting the usual museum criteria, focusing on the rhythm of observation and discovery."

The selection from the museum's holdings reconstructs the history of its formation over the course of thirty years, from the very first acquisitions like the large canvas by Enrico Paulucci, the group of photographs by Cesar Domela, and the original comic-book panels by Hugo Pratt. These are intertwined with leading names of historical abstraction and perceptivist research, from the collection of Maria Cernuschi Ghiringhelli: Fontana, Licini, Munari, Reggiani, Soldati, the true core of the museum's content; with works from the collection of the Lab, the Laboratorio della Bassa Lunigiana; the donations of artists, often following solo shows; and the works donated by or acquired from private galleries, bearing witness to the cultural vivacity of the Genoa scene, especially during the 1960s. The choice also extends to the latest acquisitions connected with site-specific projects, like the pianoforte of Philip Corner, the result of a Fluxus performance, or the vibrant panel by Marta Dell'Angelo, created during the recent cycle of programming directed by Ilaria Bonacossa. As an ideal continuation of the exhibition at Villa Croce, on 1 December the MAN museum of Nuoro will present An Abstract Vision. Works from the Collection of Maria Cernuschi Ghiringhelli, a show that will intensify knowledge of this fundamental collection of art.

Stefano Arienti was born in Asola (Mantua) in 1961, and since 1980 he has lived and worked in Milan, where he took a degree in Agricultural Science in 1986. He took part in the first group show in 1985 at the former Brown Boveri factory, where he met Corrado Levi, his first mentor. He came up on the Italian art scene in the moment of renewal following the period dominated by Arte Povera and the Transavanguardia. He has shown work in many group shows in Italy and abroad. He has taught at the Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara in Bergamo and the IUAV University of Venice. (Press release)




Moda & Cinema
termina il 31 gennaio 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Attraverso una selezione di celebri scatti del mondo della moda e del cinema, la mostra intende suggerire un viaggio nei cambiamenti di gusto e di costume che hanno visto protagoniste da un lato delle icone intramontabili, soggetto degli scatti, ma dall'altro anche gli stessi fotografi, veri e propri maestri nel recepire, e talvolta anticipare, questi segnali di trasformazione. Ne deriva uno spaccato poliedrico di modi di essere, di vestirsi, di mettersi in posa, di essere icone del proprio tempo che muta di pari passo all'evolversi della società e al passare degli anni. Tappa di partenza obbligata sono senz'altro gli scatti leggendari di due altrettanto leggendari maestri quali Douglas Kirkland e Bert Stern, ritrattisti delle più grandi star hollywoodiane. Nel caso di Kirkland, i suoi indimenticabili scatti di Marilyn Monroe sono ancora oggi tra le testimonianze fotografiche più belle dell'attrice. Non meno accattivanti sono i suoi ritratti a Audrey Hepburn, icona glamour e di stile la cui inossidabile bellezza, viene conservata anche negli scatti della maturità affidati a Gilles Bensimon.

Saranno in molti poi a ritrarre la splendida attrice britannica, ciascuno con il proprio carisma e la propria personalità: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. A Bert Stern, invece, spetta il privilegio di aver ritratto la Diva per eccellenza, Marilyn Monroe, nell'agosto del 1962, nelle sei settimane antecedenti la sua tragica morte in occasione di un servizio commissionato da Vogue e i cui scatti furono poi raccolti nel portfolio Marilyn Monroe: The complete Last Sitting pubblicato postumo nel 1982. In quelle immagini l'attrice appare seducente seppur fragilissima; sarebbe, infatti, morta poco dopo logorata proprio da quei demoni interiori che l'avevano spinta a disprezzare la sua figura e che finiranno col ripercuotersi persino su alcuni degli scatti in questione: sarà lei stessa a marchiare i provini delle foto con un pennarello colorato, quasi fosse una sorta di autopunizione da infliggersi.

Celebri sono anche le fotografie di autori italiani quali Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini e Tazio Secchiaroli, protagonisti di quella Dolce Vita che animava il lungo Tevere negli anni del boom economico e che aveva contribuito a consacrare sempre di più il mito di alcune personalità quali Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... Il periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta all'inizio del decennio dei Sessanta vede campeggiare due figure profondamente innovatrici quali William Klein e Gordon Parks. Merito del primo è l'aver saputo trasferire nella moda quella sperimentazione di linguaggio già applicata nel campo del reportage, ossia il ricorso ad alcuni espedienti tecnici, come l'uso di un obiettivo grandangolare e sfocature in ripresa.

Tra i suoi scatti più noti vi sono quelli realizzati durante il soggiorno nella capitale italiana in occasione della sua collaborazione per Vogue, con una Roma nel pieno del grande cinema e del boom economico: modelle che sfilano sulle strisce pedonali in piazza di Spagna, o decontestualizzate dai soliti set e immerse in brandelli di vita reale. Risultato: stampe estremamente grafiche, giocate sui contrasti, non solo black-white ma anche dell'eleganza di abiti vissuti normalmente per le strade della città. Su un versante analogo si colloca la ricerca di Gordon Parks, tra i fotografi più importanti del XX secolo, il quale preferiva ritrarre i suoi soggetti in ambientazioni reali, privilegiando spesso punti di vista insoliti e suggestivi - una finestra o una serratura, ad esempio - caricando le immagini di una forte connotazione voyeuristica.

Gli affascinanti ritratti realizzati con mosaici di polaroid da Maurizio Galimberti, Instant Polaroid artist per definizione, in grado di cogliere l'autenticità dei soggetti, per lo più star del mondo dello spettacolo, rappresentano una frontiera contemporanea della fotografia di moda e di cinema. Il francese Eric Rondepierre, a cui è valsa un'importante mostra al Moma nel 1996, si accosta al cinema tramite il recupero di vecchie pellicole cinematografiche, spesso logorate dalla cattiva conservazione o dagli inesorabili segni del tempo, e ne isola un fotogramma che diventa così il soggetto dei suoi scatti (come nella sua opera più famosa Champs-Elysèes e riferita al film Charade con Cary Grant e Audrey Hepburn).

Passato e presente convivono grazie ad una fotografia che si fa cinematografica e ricerca proprio nel dinamismo dei rapporti tra queste due discipline la sua principale fonte d'ispirazione. Diversamente Nicola Civiero, forte di un linguaggio ancora più contemporaneo, usa il mezzo fotografico per riflettere sui limiti e le costrizioni della moda e, più in generale, dello star system. Infine, un riconoscimento speciale meritano i contributi di due grandi fotografi attivi tra il 1930-1940 quali l'ungherese Martin Munkacsi e l'americana Frances McLaughlin-Gill, i cui scatti segnarono delle vere e proprie pietre miliari nel mondo della fotografia di moda, con larghe influenze su autori delle generazioni successive come Richard Avedon o Henri Cartier-Bresson. Per quanto riguarda Munkacsi, egli può essere considerato a pieno titolo il pioniere di una fotografia fatta di scatti accattivanti, ambientanti in contesti di vita quotidiana e animati da un forte dinamismo. Quell'immediatezza e spontaneità che contraddistingueva i suoi reportage sportivi si ritrova, così, anche alle pagine delle riviste di moda da lui firmate.

Allontanandosi dalla pratica di una fotografia di moda interamente concepita in studio, Munkacsi mette in scena giovani donne in buona forma fisica, calate in contesti sempre riconducibili a stili di vita dinamici e sportivi: è nel 1933, sulla spiaggia di Piping Rock, che nasce il suo scatto più famoso avente per protagonista Lucile Brokaw. La lezione di Munkacsi e l'apertura verso questo immaginario "basso", più comune e ordinario, popolato da modelle riprese in location esterne e spaccati dinamici, verrà poi proseguita anche da Frances McLaughlin-Gill, a lungo considerata l'interprete ideale delle mode giovanili. La sua abilità di cogliere l'essenza e la sensibilità di momenti fugaci o di espressioni improvvise sul volto delle modelle, in modo quasi teatrale, la renderanno una delle principali rappresentanti del versante più realistico della fotografia di moda. (Comunicato stampa)

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Through a selection of famous visuals from the world of the fashion and movie, the show "Moda & Cinema" aims to suggest a journey in the changes of taste and habits whose main character were from one side everlasting icons, subject of the images, but from the other side also the same photographers, real masters in recognizing, and sometimes anticipating, these signals of transformation. Thinking to align all the works on view to a common line it's impossible: each of them, however, because of its peculiarities, reveals us a polyhedric slice of ways to be, to dress, to strike a pose, to be icons of their time that changes together with the passing of years. Starting point will obviously be the legendary images of two as legendary photographers such as Douglas Kirkland and Bert Stern, portraitists of the most famous Hollywood stars. With regard to Kirland's production, his unforgettable shots of Marilyn Monroe are still today among the most beautiful memories of the actress.(...)

No less catchy are his portraits of Audrey Hepburn, icon of glamour and style whose untarnished beauty, characterized by a smile, has been exalted also in some photographs of the mature age done by Gilles Bensimon. There will be a lot of other authors who will take a portrait of the beautiful British actress, each of them using their own charm and personality: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. Bert Stern, on the contrary, has the honour of having portrayed the ultimate star Marilyn Monroe in August 1962, in the six weeks before her tragic death on the occasion of a photo shoot for Vogue, the photographs of which has been collected in the great portfolio "Marilyn Monroe: The complete Last Sitting", published posthumous in 1982. In those shots the actress appears alluring even though fragile; she will die shortly after, gripped by the interior demons that made her despise his own figure and that had an impact on some of Bert Stern's most famous photographs: she will mark some proofs with a coloured marker as if it were a self- punishment to inflict to herself.

Very famous are also some photographs of Italian authors such as Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini and Tazio Secchiaroli, main characters of the Dolce Vita that animated the Tiber embankment in the ages of the economic boom and that contributed to consecrate the myth of some great personalities such as Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... The period that goes from the end of the Fifties to the beginning of the Sixties is represented by two deeply innovator artists like William Klein and Gordon Parks. He was able to transfer also in the world of fashion the same language experimentation that he had already applied in his reportages, which means concretely the use of some technical devices such as the wide-angle lens and blurred shots.

Among his most famous photographs there are those conceived during his stay in the Italian capital on the occasion of a photo shoot for Vogue, with a Rome in the middle of the great cinema and the economic boom: models on crosswalk in Piazza di Spagna or decontextualized from the usual sets and surrounded by shred of the everyday life. Result: extremely graphic prints, focused on the contrasts not only from the black and white but also from the elegance of the cloths normally dressed in the city streets. Also Gordon Parks' research could be read from a similar perspective: he preferred to portray his models in real settings, giving priority to unusual and appealing points of view - an open window or a keyhole, for example - imbuing the images with a sense of voyeurism.

The fascinating polaroid mosaic portraits created by Maurizio Galimberti, "Instant Polaroid artist", able to seize the authenticity of the subjects, mostly famous celebrities, could be seen as a contemporary frontier of fashion and movie photography. The French artist Eric Rondepierre, who won an important exhibition at Moma in 1996, approaches the world of movie through the recovery of old films, often distorted by bad stocking conditions or the unavoidable signs of time, from which he chooses a frame that becomes the main subject of his works (like in his most famous work called "Champs-Elysèes" connected to the film "Charade" with Cary Grant and Audrey Hepburn). Present and past live together thanks to a photography that becomes cinematic and researches his source of inspiration in the dynamism of relationship between these two disciplines. In a different way and referring to a more contemporary language, Nicola Civiero uses the photographic medium to think on the limits and mental constraints typical of he fashion industry and, more generally, of the star system.

In the end a special acknowledgment must be given to the contribution of two great masters active between 1930-1940 such as the Hungarian Martin Munkacsi and the American Frances McLaughlin-Gill, whose works were real milestones in the world of fashion photography, with deep influences on the authors of the next generations like Richard Avedon and Henri Cartier-Bresson. Speaking of Munkacsi, he can be considered the pioneer of a photography made of catchy images, set in everyday-like environments and animated by a strong dynamism. He brought the same action and spontaneity that he captured in his sports photography to the pages of the fashion magazines that he signed.

Distancing himself from a practice entirely conceived in studios were models posed like mannequins, Munkacsi stages active young women favouring scenes of daily life epitomizing a special gift for action and movement: in 1933 he took his most famous shot of the socialite model Lucile Brokaw running down the Piping Rock beach. Munkacsi's lesson and the opening towards a "humble" imaginary, more common and ordinary, populated by models photographed outdoor in dynamic contexts, will be continued by Frances McLaughlin-Gill, often considered the ideal interpreter of junior fashions. Her ability to communicate the appearance and the sensibility of a passing moment or a glimpsed smile in her pictures will make her, among others, one of the main representative of realistic fashion photography. (Press release)




Tiger Hunt - Rubens - cm.418x322 Opera dalla mostra Destinazione Micromosaico Destinazione Micromosaico
termina lo 07 gennaio 2018
Palazzo Rasponi dalle Teste - Ravenna

Nel trentesimo anno di attività, Sicis partecipa alla quinta edizione di "RavennaMosaico" con un'esposizione che intende sottolineare il rapporto con la sua città, storica patria del mosaico. (...) Nelle prime sale, un susseguirsi di proiezioni a 360., affreschi digitali e video per raccontare la storia di Sicis attraverso le principali collezioni di ritratti, le icone e i volti realizzati dai maestri mosaicisti, con approfondimenti dedicati alla realtà produttiva, ai materiali e alla storia antica dell'arte musiva, nonché alle realizzazioni di Sicis ispirate alle opere classiche, alla Pop Art e all'Avanguardia. A seguire, la "Sala del Micromosaico", dedicata ai preziosissimi gioielli di Sicis realizzati in micromosaico. La tecnica ha avuto il suo periodo di massimo splendore nel XVIII secolo ma è scomparsa di scena quasi completamente nel XIX secolo.

L'azienda ha investito risorse proprie per studiare e recuperare quest'arte e riportarla ai lustri dell'Epoca del Gran Tour, quando principi e principesse, re e regine, zar e nobili indossavano gioielli in micromosaico. Per finire, giochi di immagini e video mostrano la maestria del mosaico della natura, spaziando dall'impostazione floreale barocca e rinascimentale fino ai canoni stilistici orientali. E inoltre disponibile una ricca libreria con oltre cento libri e pubblicazioni. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine dalla presentazione della rassegna Donne e Fotografia Donne & Fotografia
termina lo 07 gennaio 2018
Chiesa di San Francesco - Udine
www.craf-fvg.it

Le donne che hanno avuto un ruolo rilevante nella storia della fotografia, sin dall'invenzione di questo medium, sono state tante e bravissime. Come ricordato dalla giornalista Giuliana Scimé, "...sono protagoniste delle più rilucenti sfaccettature di un diamante purissimo, la fotografia nelle arti visuali, che sta regalando galattiche avventure nell'universo dell'immagine...". Il percorso, assai complesso, tocca differenti epoche e culture d'Europa, delle Americhe, Africa, Asia, Australia. Le frontiere non esistono, nemmeno i confini per la creatività, questo è il miracolo della fotografia. Un'affascinante "giro del mondo" a bordo di una raffinata macchina del tempo che dal primo Novecento sino alle più contemporanee sperimentazioni, plana su tantissimi Paesi e si sofferma a mettere in luce talenti e indimenticabili immagini. Questa mostra valorizza il lavoro e il ruolo delle donne, fa riflettere, indaga, rivede e tenta di riscrivere con equilibrio la storia della fotografia al femminile mettendo in cima le eccellenze che l'hanno caratterizzata.

La mostra di Udine presenta, in una selezione di 160 immagini, una per ogni fotografa, le opere di artiste che hanno caratterizzato il XX e il XXI secolo, tra cui: Berenice Abbott, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Inez Baturo, Marina Berio, Ruth Bernhard, Marianne Brandt, Marilyn Bridges, Frances Aretta Carpenter, Diana Y Marlo, Delphine Diallo, Desiree Dolron, Gertrude Fehr, Trude Fleishmann, Rosa Foschi, Barbara Forshay, Martine Franck, Gisèle Freund, Ester Havlová, Annemarie Heinrich, Regina Hübner, Sabine Korth, Germaine Krull, Mary Ellen Mark, Sarah Moon, Inge Morath, Eleni Mouzakiti, Maria Mulas, Elizabeth Opalenik, Leni Riefenstahl, Ursula Richter, Sandy Skoglund, Karin Székessy, Doris Ulmann, Carla van de Puttelaar, Verena von Gagern, Sabine Weiss, Cristina Zelich.

Centosessanta fotografie per 160 donne che hanno fatto la storia della fotografia, ognuna con il proprio talento, ognuna con il suo occhio e la sua tecnica; 160 donne che hanno fatto della fotografia la propria arte e il mezzo attraverso il quale comunicare la loro visione del mondo. L'esposizione è un'antologia della fotografia al femminile che nasce con diversi obiettivi: comprendere il ruolo della donna davanti e dietro l'obiettivo in diversi contesti sociali e culturali, offrire una visione d'insieme sul lavoro delle donne ed evocare le preoccupazioni, gli impulsi attuali che spingono le donne a fotografare, svelare la personalità di quante hanno fatto della fotografia il proprio mezzo espressivo ed artistico. La mostra ha rilevanza internazionale, è un vero e proprio viaggio nella storia tra i continenti e le culture, include territori lontani e distanti unito sotto un unico ombrello chiamato "obiettivo". E' complesso immaginare l'allestimento di una mostra così eterogenea, caratterizzata da colori e bianco e nero, luci e ombre, corpi, paesaggi ed oggetti. Proprio l'eterogeneità diventa punto di forza nell'organizzazione della collettiva in sezioni precise.

In mostra, inoltre, verrà proiettato il video A History of Women Photographers del 1996 realizzato da Naomi Rosemblum, mentre un'altra sezione video verrà dedicata alle fotografe friulane che, sulla scia di Tina Modotti, si stanno facendo conoscere e apprezzare. Le 160 fotografie, realizzate dai primi anni del Novecento al 2016, provengono da diversi prestatori, gallerie pubbliche e private tra le quali ricordiamo il Museo Ken Damy di Brescia, la Fondazione Fratelli Alinari di Firenze, la Fondazione per la Fotografia di Modena, la Fondazione Archivio Afro di Roma, Il Museo Nazionale di Fotografia della Repubblica Ceca di Jindrichuv Hradec e il CRAF di Spilimbergo. Una sezione della mostra, infine, vedrà la proiezione delle fotografie di numerose fotografe friulane contemporanee. La mostra è curata da Ken Damy, Silvia Bianco dei Civici Musei e Walter Liva del CRAF. Il catalogo conterrà una prefazione di Naomi Rosemblum, un testo di Lorenza Bravetta, Ken Damy e le biografie di tutte le autrici presenti in mostra curate da Silvia Bianco e Walter Liva. (Comunicato stampa)




Colors as Attitude Ruth Ann Fredenthal, Winston Roeth, Phil Sims
Colors as Attitude


termina il 15 novembre 2017
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Ruth Ann Fredenthal (Detroit), Winston Roeth (Chicago, 1945) Phil Sims (Richmond, 1940) sono tre dei più importanti e affascinanti esponenti dell'arte colorista americana. La collettiva, a cura di Alberto Zanchetta, in programma dal 28 settembre al 15 novembre 2017, attraverso una accurata selezione di nove opere - sia storiche che recenti - si propone di valorizzare il percorso pittorico di ciascun artista. Il colore è certamente il fil rouge che lega i tre artisti che solo a prima vista sembrano dipingere quadri monocromatici. Si tratta di opere caratterizzate da un'espressione contemporanea radicale, che li separa dalla produzione minimalista e monocromatica e dall'intellettualismo freddo dei concettuali. Ciò che più gli interessa è la tecnica e l'impressione che suscitano sullo spettatore. La superficie dipinta sembra sparire e aprire la visione di uno spazio indefinito grazie alle numerose velature. Nelle opere di Ruth Ann Fredenthal, ad esempio vengono utilizzati tre o quattro colori distribuiti in diverse parti del supporto pittorico. La superficie è animata da lievi variazioni di colore e linee ondulate, quasi impercettibili.

La sua ricerca delle micro-tonalità di colore puro, e la loro sottile quanto complicata relazione, da sempre rappresentano un tema centrale della sua produzione. La tecnica che utilizza è molto scientifica: comincia dalla scelta del formato, il quadrato e da quella del lino, un lino di provenienza belga solitamente usato dai restauratori per foderare le opere antiche, fino ad arrivare alla stesura del colore. Il risultato finale è strabiliante. La superficie dipinta, data dai molteplici strati di colore sembra sparire e aprire la visione ad uno spazio indefinito come afferma Giuseppe Panza in Ricordi di un collezionista, uno dei primi estimatori della pittura di Ruth Ann Fredenthal. Così la tecnica pittorica di Phil Sims prevede la stesura di vari strati di pittura, solitamente tra i quaranta e i sessanta, fino a coprire l'intera superficie della tela con pennellate orizzontali e verticali.

Una qualità della tecnica di stesura di Phil Sims è che, strato dopo strato, il colore assume e sprigiona una luminosità unica. Grazie all'innata sensibilità e alla sua tecnica accurata, il risultato finale è strabiliante: il colore finale si crea dal sommarsi delle varie pennellate, filtrando fino alla superficie.Winston Roeth dipinge pannelli monocromatici o bi-colore spesso combinati a formare un'unica installazione. Lavorando con il pigmento grezzo e con la tempera, crea dense superfici opache, talvolta dipingendo il contorno con un colore contrastante. Roeth gioca con diverse combinazioni di linee per esplorare i loro effetti sulla percezione umana. La fenomenologia del colore, della luce e dello spazio rappresenta un tema centrale della pratica pittorica di Roeth. Dopo anni di esplorazione sulla luce e sul colore, arriva a sviluppare una tecnica precisa. Usando un pennello stende il pigmento puro, strato dopo strato, mischiandolo ad acqua e ad un'emulsione di poliuretano, fi ché l'intera superficie della tela non è stata ricoperta. Tutti i suoi sforzi sono incentrati nel tentativo di trovare la giusta saturazione del colore, in modo tale che dai pigmenti scaturisca luce pura.

Ruth Ann Fredenthal, figlia di artisti, da piccola disegna e dipinge animali, talvolta in forma astratta. La sua educazione artistica ha breve parentesi presso l'Istituto del Museo di Filadelfia e la Scuola estiva di Yale Norfolk, ma la sua vera formazione si compie al Bennington College, sotto l'egida di Paul Feeley, che considera l'unico artista vivente ad averla influenzata. Dopo la laurea, riceve una borsa di studio per recarsi a Firenze, al termine della quale rientra a New York. Decisa a continuare la grande tradizione della pittura a olio, l'artista utilizza tutte le tecniche legate a questa disciplina pittorica.

Winston Roeth ha studiato presso le Università dell'Illinois e del New Mexico, quindi al Royal College of Art di Londra. La produzione dell'artista risale agli anni Sessanta e parte da un'indagine della percezione del colore. Nell'arco di dieci anni ha allestito numerose mostre personali alla Stark Gallery New York, altre sono state inaugurate nelle città di Basilea, Londra, Amburgo, G teborg, Sydney, Palma di Maiorca, Francoforte, Santa Fe. Numerose sono le sue collaborazioni a installazioni coreografiche e teatrali. Ha inoltre svolto attività didattica sia a Chicago sia a New York.

Phil Sims prima di dedicarsi alla pittura, Sims svolge il mestiere di vasaio e realizza opere in ceramica. Negli anni '60 si iscrive al San Francisco Art Institute. Oggi, è considerato uno dei più grandi pittori coloristi a livello internazionale. All'inizio della sua formazione artistica, studia l'uso che gli artisti dell'Espressionismo Astratto fanno del colore, mantenendo sempre uno sguardo alla pittura Europea più. La sua carriera artistica è inizialmente legata al gruppo dei Radical Painters. Tuttavia, nel 1984, dopo la mostra curata da Thomas Krens al Williams College Museum of Art in Massachusetts, il gruppo decide di sciogliersi e ogni artista segue un percorso di ricerca artistica più autonomo e personale. Oggi, Sims vive e lavora negli Stati Uniti, ma espone spesso in Europa, sia in spazi pubblici che in gallerie private.Accompagna la mostra un catalogo bilingue con un testo critico a cura di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




David Goldes - Electricities on my table David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna

Prima personale italiana del fotografo americano David Goldes: saranno esposte in mostra sedici fotografie provenienti da tre delle sue serie più note: Electo-graph, Snake in the Garden e Electricity. Il soggetto privilegiato dell'indagine artistica di David Goldes è l'energia elettrica: la sua trasmissione attraverso diversi materiali ed oggetti; il suo comportamento in presenza di elementi chimici specifici; gli effetti che si possono ottenere esaltandone le proprietà e il lirismo di alcune sue applicazioni. Ispirato dai pionieristici esperimenti con l'elettricità dei chimici e fisici inglesi Humphry Davy e Michael Faraday del XIX secolo, Goldes ne ricostruisce i set utilizzando oggetti di uso comune: lamette, bicchieri di vetro, matite e altro. Una volta ricreato questo spazio l'artista è pronto a scattare, creando così quelli che lui definisce performing still-life, ovvero immagini vive che mostrano gli effetti del passaggio dell'energia elettrica, generando scintille, bruciature e onde energetiche.

L'intento è quello di rivelare e registrare il comportamento inaspettato dell'energia elettrica. Il risultato è potente e di grande effetto, come ad esempio nella fotografia che cattura la visibile trasmissione dell'elettricità tra bicchieri di vetro in cui sono stati immersi i due capi di un cavo elettrico o nello scatto che rivela l'attivazione di brillanti ponti elettrici che si creano tra elementi disegnati a graffite. David Goldes, tuttavia, è un artista visivo, non uno scienziato: le sue fotografie non pretendono di spiegare il fenomeno in modo scientifico, ma creano una narrazione fatta di metafore. In un'epoca in cui la diffusione della tecnologia induce a dare per scontato di sapere che cos'è la scienza, le fotografie di Goldes mettono in dubbio questa convinzione con immagini sorprendenti. La sua indagine interdisciplinare si estende, quindi oltre la scienza e si rivolge alla nostra percezione chiamata a confrontarsi con il dispiegarsi delle forze della natura.

E quanto più queste forze sono rese evidenti dall'impiego di oggetti che fanno parte dell'ordinario, tanto più la suggestione è efficace. La ricerca di David Goldes celebra l'ingegnosità di coloro che hanno dedicato la loro vita a spiegare le forze che regolano l'universo. In occasione della mostra, verrà pubblicata un'ampia monografia dal titolo Electricities, che attraverso un ricco apparato iconografico e un'intervista realizzata dal critico d'arte David Campany, propone un percorso di lettura dell'opera di Goldes, dedicato alla relazione tra arte e scienza. Il libro è proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa ai sali d'argento realizzata in 25 copie firmate e numerate dall'artista. Electricity + Water III, titolo della fotografia inclusa nell'edizione da collezione, fa parte della serie Water Being Water. L'immagine ritrae una lampadina immersa in un bicchiere pieno d'acqua e la luce, che illumina la base del bicchiere, è perfettamente riflessa sul tavolo.

David Goldes è un artista visivo impegnato prevalentemente in ambito fotografico, ma autore anche di disegni, sculture e video. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di importanti musei e istituzioni, tra cui il MOMA, Walker Art Center, Bibliothèque Nationale, Centre Pompidou, Art Institute of Chicago, Whitney Museum of American Art e Museum of Fine Arts di Houston. Goldes ha ricevuto numerosi riconoscimenti e borse di studio tra cui quella promossa dalla Guggenheim Foundation e dal National Endowment for the Arts. Formatosi in ambito artistico e scientifico, ha conseguito un Master in Genetica Molecolare alla Harvard University e un Master in Fine Art al Visual Studies Workshop. David Goldes è rappresentato dalla Yossi Milo Gallery di New York. (Comunicato stampa)




Mostra Sculture da indossare con opere di Giansone Opera di Gianson Giansone: Sculture da indossare
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Mostra dedicata ai gioielli in oro forgiati dall'artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del '900. Capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino misterioso ed esoterico. Impegnato per tanti anni sia come artista sia come professore presso l'Istituto d'Arte di Torino (oggi Liceo Artistico Aldo Passoni), Giansone nel corso della sua attivissima vita, ha scolpito, disegnato, dipinto e realizzato incisioni e arazzi con uno stile personalissimo, sospeso tra una sintetica figuratività e l'astrazione pura. Il marmo, la pietra, il ferro, i legni più duri, sono stati la materia prima che nelle sue mani ha dato forma e vita alle sue intense emozioni, alla sua visione dell'umanità, dell'universo e dell'ultraterreno. Nel vastissimo corpus di opere realizzate tra il 1935 e il 1997, spiccano questi suoi "gioielli da indossare". Microsculture fuse in oro, in cui Giansone mette in estremo risalto la componente scultorea del gioiello, senza nulla concedere alle forme e alle mode dell'arte orafa del suo tempo. Questo lo si può cogliere osservando anche i contenitori in legno che custodiscono e fanno da espositori a quasi tutti i gioielli.

Sono "scatole" intagliate nei legni durissimi che l'artista privilegiava: il mogano, l'azobè, il paduk, il palissandro, la radica e soprattutto l'ebano, il più raro e difficile da lavorare. Contenitori che diventano a loro volta piccole sculture e capolavori artistici, indissolubilmente congiunti col gioiello incastonato dentro di essi. I curatori della mostra, Marco Basso e Giuseppe Floridia, coadiuvati dalla registrar di Palazzo Madama, la storica dell'arte Stefania Capraro, hanno selezionato una quarantina di pezzi, in gran parte di proprietà dell'Associazione Archivio Storico Mario Giansone di Torino, che sponsorizza in toto questa mostra, più alcuni gioielli di proprietà di collezionisti privati. Giansone ebbe una significativa fortuna collezionistica a Torino negli anni Sessanta: alcune sue opere fanno oggi parte delle collezioni della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino, della sede Rai di Torino e di prestigiose raccolte torinesi, tra cui quelle delle famiglie Agnelli e Pininfarina. Accompagna la mostra un catalogo edito da AdArte, con una presentazione scritta dal professor Giuseppe Floridia, che da vent'anni, dopo la morte di Giansone, si batte affinché l'opera di questo grande scultore non venga ingiustamente dimenticata. (Comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Daumier: attualità e varietà
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Villa dei Cedri - Bellinzona
www.villacedri.ch

Nel 2017 il Museo Civico Villa dei Cedri ha scelto come filo rosso della sua programmazione la condizione umana nella società attuale. Così, dopo le riflessioni di artisti contemporanei sui nostri spazi di vita. Con la sua produzione particolarmente cospicua che si caratterizza per un modo distaccato e allo stesso tempo empatico di descrivere la realtà, Honoré Daumier si annovera, con Gustave Courbet e Jean-François Millet, tra i pionieri del Realismo, movimento culturale erede del Positivismo, sviluppatosi in Francia attorno al 1840. In un'epoca chiave come la metà dell'Ottocento, segnata dalle rivendicazioni nazionaliste e dalla crescita della classe borghese e poi di quella operaia, Daumier ci presenta un ritratto poetico della modernità.

Tra polemica e ironia, l'artista illustra e commenta la difficile vita dei più disagiati, che dagli scantinati spiano i passi eleganti dei signori, o che dagli abbaini teneramente guardano la luna; la sua opera documenta lo sviluppo urbanistico e quello dei mezzi di trasporto, il mondo dello spettacolo così come quello dell'arte. Al centro della sua commedia umana mette l'uomo qualunque che tenta di fare del suo meglio, l'eroe sconosciuto nel quale chiunque potrebbe riconoscersi. Il percorso presentato vuole essere soprattutto tematico piuttosto che cronologico, sottolineando così l'impertinente realtà dei soggetti cari all'artista e così d'attualità anche oggi. (Comunicato stampa)




Werner Bischof
Fotografie 1934-1954


termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

Antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell'agenzia Magnum. La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l'artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato.

In essa si coglie l'originalità dello scatto che rivela l'occhio 'neorealista' di Werner Bischof. Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell'età dell'oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall'Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio. Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all'analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte. Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione. Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento. Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

Werner Bischof (Svizzera) ha studiato fotografia con Hans Finsler nella sua nativa di Zurigo presso la Scuola di Arti e Mestieri, poi ha aperto uno studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 è diventato un freelance per la rivista Du, che pubblicò i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943. Bischof ha ricevuto il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, Bischof ha viaggiato in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 ha fotografato le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, ha lavorato per Picture Post, The Observer, Illustrated, e Epoca.

E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai fondatori nel 1949. Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l'ha fatto apprezzare particolarmente dagli editori. Tuttavia, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Nell'autunno del 1953, Bischof creò una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti. L'anno successivo viaggiò in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, dove si occupava di fare un film. Tragicamente, Bischof è morto in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perse la vita in Indocina. (Comunicatop stampa)




Levi van Veluw - The monolith - wood, black ink 2016 - Archive Photo Daniel Canogar - Gust - led screen, electronic components, metal structure Baptiste de bompourg - FLOW - contextual glass installation made from car windscreens, 4,3x16x8m 2013 - Art Center Oeil de Poisson - Québec - Canada Tensioni Strutturali #3
Daniel Canogar | Baptiste Debombourg | Levi Van Veluw | Zimoun


termina il 22 dicembre 2017
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La trilogia Tensioni Strutturali è stata articolata come un progetto organico suddiviso in tre mostre, indipendenti ma interconnesse tra di loro, che sono state presentate gradualmente negli spazi della galleria. La prima mostra, realizzata a febbraio 2016, si focalizzava sul ruolo centrale dell'individuo nella costruzione dello spazio percepito, attraverso installazioni ambientali di Carlo Bernardini, Monika Grzymala, Roberto Pugliese ed Esther Stocker. La seconda mostra, inaugurata a novembre 2016, analizzava le diverse possibilità della materia come elemento di rappresentazione attraverso i lavori di Davide Dormino, Diamante Faraldo, Andrea Nacciarriti, Marzia Corinne Rossi e Aeneas Wilder.

In quest'occasione viene presentata la mostra che chiude la trilogia in cui le installazioni site specific di Daniel Canogar, Baptiste Debombourg, Levi Van Veluw e Zimoun - a cura di Angel Moya Garcia - si interrogano sui processi entropici dell'ambiente quotidiano. L'entropia viene designata generalmente come la tendenza intrinseca a un sistema di prendere irreversibilmente parte del proprio ordine o delle proprie qualità, mentre nella teoria dell'informazione viene associata a quanto è d'impedimento alla chiarezza e univocità di un determinato messaggio.

Una tendenza all'irregolarità, a un apparente disordine in cui forse si cela un equilibrio nascosto, benché complesso e difficile da capire, che può fornire delle indicazioni sulla realtà quotidiana. In questo processo caotico, l'individuo si trova spesso smarrito e prova a resistere a tutto ciò che sfugge dal proprio controllo ideando etichette, classificazioni o categorizzazioni per provare a contrastarlo e per dotarsi di un sistema rigido di controllo che possa, in un certo modo, garantire una serenità e una stabilità fisica e psicologica. In quest'ottica, l'ultima parte della trilogia viene sviluppata dai quattro artisti invitati come un'analisi dei processi entropici che sovrastano la nostra quotidianità e dei possibili tentativi di instaurare un ordine, elaborando una tassonomia dei componenti della realtà per suggerire una possibilità di assetto stabile o, in ultima analisi, per trascurare consapevolmente questo intento.

Dai fenomeni naturali e atmosferici agli stati emotivi e psicologici, dai processi storici sulla simbologia di determinate forme agli studi sui ritmi meccanici e funzionali, la mostra si articola come un momento di verifica per misurare il grado di disordine presente, le possibilità di trovare un equilibrio e l'accettazione, attraverso la constatazione empirica, del fatto che le configurazioni "disordinate" sono le più probabili. Una serie di lavori, infine, che si interrogano, in modalità nettamente contrastanti, sulle possibilità di costruire una narrazione stabile e solida, ma che allo stesso tempo ci chiedono fino a che punto dovremmo proseguire quella ricerca invece di lasciarci andare nell'inesorabile fallibilità delle nostre sicurezze.

In particolare, nella prima sala, Daniel Canogar (Madrid - Spagna, 1964) realizza un'ambientazione in cui un'animazione generata da un algoritmo reagisce in tempo reale alle precipitazioni, registrate attraverso diverse pagine web, delle 195 capitali riconosciute dall'Onu. Uno schermo scultoreo realizzato con dei LEDs flessibili e in grado di adattarsi e distorcersi alle caratteristiche specifiche dell'architettura che lo cir-conda fa pulsare continuamente la stanza. Attraverso la connessione a Internet percepisce, registra e riformula fenomeni planetari difficilmente prevedibili che sono oltre la portata delle nostre capacità sensoriali e che, tuttavia, sono vitali per la nostra sopravvivenza come specie.

Nella seconda sala, Levi Van Veluw (Hoevelaken - Olanda, 1985) presenta un'installazione in penombra, claustrofobica e immersiva in cui si evince un'esplorazione sui temi scuri della paura, della solitudine, dell'ordine e della perdita di controllo. Un lavoro che manifesta una ricerca sulla nozione di perfezione all'interno di una struttura sistematica e ordinata e, contemporaneamente, evoca la tensione sottostante tra il nostro desiderio di un universo regolato e l'impossibilità razionale del controllo totale. Al suo interno, una sedia e una scrivania alludono ad un protagonista assente che tenta maniacalmente di avere il controllo dell'universo attraverso la classificazione di determinati materiali e che, tuttavia, diventa inevitabilmente frustrato davanti alla pluralità di forme inerenti alla materia che lotta per dominare.

Nella terza sala, Baptiste Debombourg (Lione - Francia, 1978) presenta un'installazione realizzata con legno verniciato e vetro laminato infranto la cui formalizzazione fa riferimento al simbolismo, al movimento e alla tensione della forma ellittica. In particolar modo l'artista richiama la rottura che rappresentò l'ellisse come nuova forma ispirata e collegata all'eliocentrismo, alla scoperta di Copernico sulla posizione dei pianeti nell'universo e il loro movimento intorno al sole, in contrasto con la rappresentazione circolare vincolata al sistema geocentrico. All'epoca, la perdita della visione antropocentrica abbatteva definitivamente tutte le certezze dell'uomo, costringendolo a rivedere la sua posizione di "centralità", la sua sicurezza di supremazia, ben inserita all'interno di un ordinato progetto divino, e determinava la nascita dell'uomo moderno complesso, dubbioso, sfaccettato, disgregato, frantumato e privo di solide convinzioni.

Infine, nell'ultima sala, Zimoun (Berna - Svizzera, 1977) esplora il ritmo meccanico, la tensione tra i modelli ordinati del modernismo e la forza caotica della vita, trasmettendo una profondità istintiva attraverso il ronzio acustico dei fenomeni naturali. L'utilizzo volontario di titoli che descrivono le sue opere semplicemente come un elenco dei materiali e delle componenti meccaniche utilizzate, provoca che le sue sculture sonore richiedano all'osservatore un ulteriore sforzo di immaginazione, rendendolo attivamente partecipe nel completamento dell'opera stessa. Allo steso tempo, l'utilizzo di componenti semplici e funzionali, come oggetti industriali di uso quotidiano, li rende estremamente vicini, trainanti e affascinanti. Un connubio di articolati congegni meccanici e suono in cui l'unica certezza è che non potremmo mai sapere razionalmente e presumibilmente cosa accadrà. (Estratto da comunicato stampa)




Konrad Mägi
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma

In concomitanza con l'avvio del Semestre di Presidenza Estone dell'Europa, la prima ampia mostra europea - a cura di Eero Epner - su Konrad Mägi (1878-1925), uno dei maggior artisti del Novecento estone. Per il pubblico italiano Mägi sarà una clamorosa riscoperta perché questo artista, singolare per vicende personali e per la sua pittura, è certamente tra i più "eccentrici" protagonisti dell'arte europea nel fatidico ventennio intorno alla Prima guerra mondiale. Per molti versi Mägi resta un artista e un uomo difficile da collocare negli "ismi" di quegli anni. Si confronta con tutti, nelle sue opere ne sfiora alcuni, l'Espressionismo fra tutti, ma non ne fa proprio nessuno. Così come non si appiattisce, pur amandola, sulla tradizione artistica estone.

E' un artista originale, unico nel panorama continentale del momento. Anche perché del tutto personale era il suo approccio con la pittura, arte con la quale si misurò per meno di un ventennio, a partire dal 1906 quando, abbandonata la scuola a San Pietroburgo si rifugiò alle Isole Åland, in quella che era una specie di comune di musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi. Poi il soggiorno a Parigi, quello in Normandia e, ancora, in Norvegia. Uomo fortemente irrequieto, problematico, instabile, Mägi torna in Estonia a partire dall'estate del 1912. Qui fu uno dei rifondatori di Scuola d'Arte di Pallas, che diventa un campus per decine di artisti.

L'ambiente naturale di Saaremaa, dove soggiornò per periodi alle terme, risultò straordinariamente consono alla sua pittura. A stimolarlo non era la visione romantica, sentimentale della natura ma la percezione del paesaggio, di boschi, prati e acque colti come potente sintesi di bellezza e potenza. Pochi anni e Mägi viene colto da nuova irrequietezza e, ai primi del 1920, ricomincia a peregrinare in Europa. Visita Venezia, Capri e Roma. Il sole, la luce, i colori del Mediterraneo sembrano catturarlo ma l'artista continua a misurarsi con i problemi di una complessa vicenda umana, in costante difficile equilibrio.

La morte prematura arriva nel 1925, a concludere una esistenza intensa, complessa e magmatica e difficile. Mägi, che era un uomo distinto, molto attento alle forme, elegante, si descrisse come un nano soffocato dalla solitudine: incapace di fare nulla se non prendere un pennello. Puntando sul colore per dipingere quadri che dovevano trasmettere allegria, positività, gioia, annullando la paura del passare del tempo e il dissolversi della bellezza. Ed è proprio il colore la principale cifra dell'opera di Mägi. Colori brillanti e potenti. Si tratta dei paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e affascinanti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Divina Creatura
La donna e la moda nelle Arti del secondo Ottocento


15 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Pinacoteca Cantonale Gionanni ZÜST - Rancate (Mendrisio)
www.ti.ch/zuest

Sessanta sculture e dipinti e, per corredo, una sequenza di ventagli d'autore - dipinti cioè da grandi artisti, spesso i medesimi che ritraevano le "belle Signore" - e un nucleo di preziosi abiti d'epoca. E' quanto Mariangela Agliati Ruggia, Sergio Rebora, Marialuisa Rizzini, con il coordinamento di Alessandra Brambilla e il contributo di diversi studiosi, hanno selezionato da Musei e collezioni private per questa mostra. Con l'obiettivo di ricreare e testimoniare, nelle sale espositive della Pinacoteca Züst, a Rancate nel vicino Ticino, quello che è stato un vero e proprio cambio di paradigma nella storia del costume femminino in Europa. Se il tutto si volesse proprio ancorare ad una data, si potrebbe individuarla nel 1858, l'anno, a Parigi, di l'Haute Couture di Worth, subito amplificata e diffusa dai primi Grand Magasins che spopolano nelle principali metropoli europee.

Veicolano offerte molto differenziate per il pubblico femminile e fanno si che l'"essere alla moda" diventi l'imperativo condiviso nella seconda metà dell'Ottocento dalle donne di pressoché tutti i ceti sociali. La circolazione di figurini e di molte riviste illustrate, tra cui la celebre Margherita, l'irrompere della fotografia, specie nel formato carte de visite, i celebri affiches di Sartorie e Grandi Magazzini, portano a diffondere la moda, in modo molto capillare. Sono anni in cui si consolida il ruolo della donna, ora anche protagonista al di fuori delle pareti domestiche. Attentissima al proprio ruolo sociale e alla immagine che contribuiva a veicolarlo. Pur presentando alcuni favolosi abiti d'epoca e un nucleo di ventagli firmati da Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis, Pompeo Mariani e Pietro Fragiacomo, la Pinacoteca Züst sceglie di illustrare questo felice momento storico ricorrendo alle testimonianze che i grandi artisti ci tramandano attraverso le loro magnifiche opere.

Ed è soprattutto attraverso il ritratto su commissione che è possibile seguire le rapide e sorprendenti evoluzioni dell'abbigliamento femminile: i personaggi effigiati, sia che appartengano all'aristocrazia, ancora assai influente anche come esempio di gusto, o alla borghesia, posano per i pittori e gli scultori vestiti e acconciati con attenzione nei confronti dei dettami imposti dalla moda ma anche, assecondando sottili strategie comportamentali, in modo da mostrarsi in sintonia con il proprio preciso ruolo sociale. Spesso i modelli sono rappresentati da donne simbolo, a cominciare dalla regina d'Italia, Margherita di Savoia, o da figure appartenenti all'aristocrazia internazionale distinte grazie alla propria eleganza, come, per restare nel Cantone Ticino, la contessa Carolina Maraini Sommaruga (1869-1959).

Alla sua personalità emblematica verrà dedicata una sezione apposita, ponendo un'attenzione particolare alle attività filantropiche della contessa, che la portarono ad esempio a donare la sua villa romana alla Confederazione, oggi sede dell'Istituto Svizzero, che presterà il suo ritratto realizzato da Vittorio Corcos. E' la prima volta che la figura di Carolina Maraini viene ampiamente trattata e presentata in una mostra: in questa occasione si ricostruirà anche nei dettagli l'ambiente in cui viveva (abiti, accessori, mobilio, ma anche opere di celebri artisti che la ritrassero come Marino Marini e Giovanni Boldini). Negli anni del realismo, accanto a Bertini - caposcuola il cui ruolo appare oggi non ancora pienamente riconosciuto - tra i ritrattisti più significativi in tal senso si ricordano almeno Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Mosè Bianchi, Antonio Ciseri, Tranquillo Cremona, Ernesto Fontana, in una mappa che attraversa le regioni d'Italia e travalica il confine elvetico.

Negli anni che scivolano verso la fine del secolo non si parla ormai più di fenomeno di moda solo attraverso l'abbigliamento, ma anche attraverso la gestualità, le movenze, la dizione, in una parola: lo stile. Sono interpreti di questo rinnovato ritratto mondano maestri celebrati anche Oltralpe, come Giovanni Boldini, Paul Troubetzkoy, Vincenzo Vela, Vittorio Corcos, Giacomo Grosso, oltre ai ticinesi Pietro Chiesa, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti. Accanto al ritratto, negli anni del realismo è la pittura di genere a documentare con efficacia iconografica ed esemplare obbiettività l'evoluzione della moda femminile, ma anche le più diffuse tipizzazioni dei ruoli. Dopo il 1860 in pittura si moltiplicano le scene di ambientazione quotidiana e borghese, ispirate a momenti di vita familiare in cui è protagonista, come si diceva, la donna.

Si tratta di composizioni che sullo sfondo di interni domestici o di strade cittadine o di paese rappresentano figure femminili impegnate nei lavori ad ago, nella lettura, nella conversazione, nel passeggio, in riposo, con i figli. Di ciascuna, molto spesso, gli artisti restituiscono l'abbigliamento con dettagliata cura perfino negli accessori, in modo da permettere allo spettatore di seguire, di anno in anno, le minime mutazioni di gusto, trasformando la moda in uno degli elementi che determinano la modernità dell'opera. Questo filone, che si ispira alla pittura internazionale lanciata dalla Casa d'Arte Goupil e che trova i suoi vertici in maestri quali Ernest Meissonier e Mariano Fortuny, accomuna la sperimentazione degli artisti di tutte le scuole regionalistiche italiane e di quella del Cantone, dai Macchiaioli - tra cui Antonio Puccinelli e Odoardo Borrani - ai cosiddetti italiani a Parigi come Giovanni Boldini. Come detto, sarà per la prima volta studiato e proposto un genere specifico, quello dei ventagli eseguiti da artisti: accessori femminili di primissimo piano per tutto il diciannovesimo secolo, alcuni dei quali portano firme illustri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




I.L.T. Illumina Le Tenebre
Desideri complessi di un'Europa taciuta


Lodi: 10 giugno 2017, Biblioteca civica, presentazione nazionale del progetto
Bussolengo: 17 giugno - 01 luglio 2017, Villa Spinola
Venezia: 08-30 luglio 2017, Laguna Libre
Bologna: 02-27 agosto 2017, Museo internazionale e biblioteca della musica
Trieste: 02-17 settembre 2017, Magazzino delle Idee
Settimo Torinese: 21 settembre - 01 ottobre 2017, Biblioteca civica Archimede
Lodi: 07-29 ottobre 2017, VIII Festival della fotografia etica
Novi Sad: 11-26 novembre 2017, Castello Edseg / Egység
Nis: 15-24 dicembre 2017, Salone della Fortezza
Belgrado: 28 dicembre 2017 - 15 gennaio 2018, Museo Etnografico

Terza tappa del progetto artistico dedicato a Velika Hoca, enclave serba situata in Kosovo e Metohija. In mostra, negli spazi del museo dedicati agli eventi temporanei, una selezione di dodici ritratti fotografici di grande formato tratti dall'omonimo libro di Federica Troisi (Duuscia Edizioni, pag.216), che si svelano al suono di una colonna sonora appositamente composta da Giovanni Lindo Ferretti. L'esposizione è curata dall'Associazione Amici di Decani che si occupa del sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del monastero ortodosso di Visoki Decani in Kosovo, dichiarato nel 2006 patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Dopo il debutto a Lodi con la presentazione nazionale del progetto, nel corso del 2017 l'esposizione segue un percorso itinerante tra Italia e Serbia, toccando le città di Bussolengo, Venezia, Bologna, Trieste, Settimo Torinese, Lodi, Novi Sad, Belgrado e Nis.

La storia di I.L.T. Illumina Le Tenebre ha i contorni di una favola. Inizia nell'agosto 2016, quando Federica Troisi, fotografa emiliana, giunge insieme alla propria famiglia a Velika Hoca, per partecipare come volontaria a GiocHoca2016, un programma di giochi estivi e solidali che per tre settimane animano il villaggio attraverso l'organizzazione di eventi sportivi, ludici, artistici, musicali, momenti aggregativi e workshop. Federica è stregata dall'enclave di cui non immaginava l'esistenza. "Adesso - racconta - potrei dividere la mia vita in prima di essere andata a Velika Hoca e dopo".

Macchina fotografica alla mano, esplora il villaggio, immortala volti, congela momenti emozionanti. Federica tornerà in ottobre, con un progetto chiaro in mente: cosa desiderano gli abitanti di un'enclave? Girerà casa dopo casa per chiederlo, per scoprire un mondo altro, attraverso la fotografia e una candela, simbolo e scettro della sua ricerca poetica. Alla fine si sommano novantadue ritratti di fortissima intensità. Sapientemente catalogati, vengono impreziositi da un testo lirico di Giovanni Lindo Ferretti, intellettuale, musicista, poeta della parola e del suono. Ma la mostra nasce principalmente per essere testimone di bellezza e di solidarietà. Ecco perché viene costruita I.L.T. x K.i.M. cioè Illumina Le Tenebre per Kosovo i Metohija. Le immagini di I.L.T. sono stampate su forex fotografico in copia unica.

Al termine delle varie mostre in Italia e Serbia, i file originali, tutti in formato raw ad alta definizione saranno distrutti in modo da rendere impossibile una eventuale ristampa delle fotografie in grande formato (cm.150x150). Così facendo i dodici scatti di I.L.T. diverranno dei veri pezzi unici, la cui originalità sarà garantita da un certificato di autenticità e dalle dichiarazioni degli artisti che saranno allegati alle fotografie. Sarà indetta un'asta pubblica su eBay per permettere a tutti i collezionisti di aggiudicarsi uno o più elementi della mostra. Il ricavato verrà impiegato nella realizzazione di progetti solidali a favore di Velika Hoca, restituendo attraverso la bellezza un valore economico e sociale alla promozione del territorio.

"Fanno la loro traversata con esemplare dignità. In bocca alla tragedia da sempre, non perdono la capacità di meraviglia". Questo è il destino e la storia del popolo serbo di Kosovo e Metohija. Umanità sofferente, privata dell'inalienabile diritto all'identità e resistente alle ingiurie della povertà, alle difficoltà quotidiane del vivere, alle insidie della modernità omologatrice. Federica Troisi, fotografa di rara sensibilità, incontra attraverso un'esperienza solidale la realtà di una enclave. Tocca con mano la discriminazione, la stanchezza, la rassegnazione ma anche la potenza del desiderio, la volontà di coltivare un sogno a dispetto di qualsiasi razionalità. Non conosce la lingua, ma approfondisce la comunicazione, studia corpi, volti, gesti, lacrime e sorrisi. Ritorna ostinata all'enclave, Velika Hoca, un piccolo villaggio di seicento anime, adagiato sulle colline di Metohija.

Spende giornate e chiacchiere notturne, attrezzata di apparecchio fotografico, microfono e interprete; visita case, consuma ingenti quantità di caffè, partecipa della vita taciuta di chi tutto può desiderare e poco e niente realizzare. Scatta ritratti, chiede permesso, accende candele, sorride, piange, attonita si ferma innanzi a qualche soglia, penetra la sensibilità di una popolazione ferita, incredula in un futuro colmo di nubi, anticipatore di tenebra. Tornata alle colline di Reggio Emilia, sale alla montagna appenninica, visita il reduce barbarico, che sperimenta felice l'esilio dalla volgarità del mondo. L'incontro con Giovanni Lindo Ferretti, musicista, scrittore, teatrante, è fecondo; insieme riempiono le immagini di nuove parole, sedimentano emozioni aprendo orizzonti differenti, inedite prospettive.

Nasce così una riflessione fuori dal tempo e dallo spazio che si coniuga perfettamente alla poetica dei ritratti. "Niente di eclatante a parte l'esistere". Ed è un'esistenza nuova che affonda le proprie radici nelle origini dell'umanità fiera, gelosa custode della propria identità, rispettosa dell'altro, devota alla religione dell'ospitalità. Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti ci donano un compendio d'immagini, parole e musica che raffigura con forza l'enclave del terzo millennio, dove l'Europa smarrisce il senso della propria esistenza sprofondando in un baratro che conduce all'oscurità.

Duecentosedici pagine di mistero. Come può nell'Europa del terzo millennio esistere ancora l'apartheid? Che cosa vuol dire vivere in un'enclave a meno di due ore di volo da Milano o da Roma? Come sopravvivere nell'era della comunicazione globale a chi ti vuole ridurre al silenzio con l'arma discreta dell'indifferenza, con la forza potente dell'isolamento? Cosa rende unica l'esperienza religiosa cristiana in una terra di frontiera? Queste e molte altre ancora sono le domande che si pongono Federica Troisi e Giovanni Lindo Ferretti. Un problema epocale affrontato con la grammatica dell'anima, attraverso le immagini di Federica, le parole profonde di Giovanni. Novantadue ritratti. pura rappresentazione dell'anima che oltrepassa le barriere linguistiche, culturali, etniche. La parola emozionata che ne consegue, filo rosso che unisce i montanari di qualsiasi altitudine, rivelazione della natura più profonda dell'uomo che a qualsiasi latitudine lo affratella con il proprio simile, nella comunione dello Spirito.

Federica Troisi (Reggio Emilia, 1973), giunge alla fotografia nei primi anni '90. Restituisce all'apparecchio fotografico la funzione di lente privilegiata per l'osservazione della realtà. Particolarmente attiva nel sociale, esplora differenti registri comunicativi per sottolineare il principio attorno al quale si articola la sua poetica: la profondità dell'esperienza umana in ogni contesto. Divisa tra fotocamera e cinepresa, utilizza le ambientazioni del quotidiano per restituire la meraviglia della narrazione, dall'ospedale ai teatri di quartiere. Nel 2002 espone ad Esterni di Milano il lavoro Brasile, successivamente partecipa a diversi eventi. "Con il mio obiettivo - ponte tra me e realtà differenti - sono entrata in dimensioni nascoste. Là dentro, la vita mi ha accolto e mi ha spinta con tutta la sua forza. Ogni volta, fiduciosa, ho lasciato che la folla mi portasse. Sono commossa per quanto ho ricevuto, per l'intima condivisione che mi ha nutrito. Sono una grata testimone che ha trovato nella fotografia il suo lasciapassare".

Giovanni Lindo Ferretti (Cerreto Alpi, 1953), musicista, scrittore, viaggiatore, allevatore di cavalli è universalmente considerato uno dei padri del punk italiano. Fondatore del gruppo CCCP Fedeli alla Linea, di seguito trasformatosi in C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti, ha continuamente innovato il suo repertorio artistico sino all'esperienza musicale dei P.G.R. Per Grazia Ricevuta e l'epico Saga, il canto dei canti, opera equestre. Ha fondato a Bologna nel 2002 la Bottega di musica e comunicazione. Ha pubblicato i libri: "Reduce" nel 2006, "Bella gente d'Appennino" nel 2009 e "Barbarico" nel 2013, tutti editi da Mondadori. Vive nella casa dei suoi avi sull'Appennino Reggiano. "Dovendo sintetizzare le mie generalità, in mancanza di una professione certificata dall'appartenenza a un albo, ne ho fatto una formula: montano italico cattolico romano".

Associazione Amici del Monastero di Decani non ha scopo di lucro, è un'associazione di natura apolitica, non confessionale e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, nel campo della promozione della cultura. La propria attività consiste nel sostegno, divulgazione e promozione delle attività umanitarie e culturali del Monastero di Visoki Decani - Kosovo e Metohija, patrimonio dell'umanità dell'Unesco. L'Associazione partecipa e promuove qualsiasi forma di incentivazione relativa alla valorizzazione, conservazione, restauro e sviluppo dei beni culturali ed architettonici del sito del Monastero di Visoki Decani. (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)

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Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic
Recensione libro

Mostre sui Balcani




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Giovanni Boldini
La stagione della Falconiera


termina lo 06 gennaio 2018
Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi - Pistoia

In occasione di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, la mostra, curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella, prende ispirazione da un ciclo di pitture murali a tempera che Giovanni Boldini ha eseguito durante il suo periodo toscano, sul finire degli anni sessanta dell'Ottocento, presso la Villa La Falconiera, che apparteneva allora alla mecenate inglese Isabella Falconer. Questo ciclo di pitture murali di cui per diverse vicissitudini dopo l'esecuzione  nel 1868 si perse subito la memoria, rappresenta un unicum in Europa, non solo per quanto riguarda la produzione artistica del grande pittore ferrarese, ma in generale della corrente macchiaiola, alla quale il Boldini aderì, in modo personalissimo, prima del suo trasferimento a Parigi (1871), dove era destinato a diventare il più importante ritrattista internazionale e icona stessa della Belle Époque.

Il ciclo di pitture murali oggi è interamente custodito nei Musei dell'Antico Palazzo dei Vescovi. La riscoperta delle pitture si deve a Emilia Cardona Boldini, giovane vedova nonché prima biografa del maestro. Alla fine degli anni Trenta del Novecento, la Cardona vagava per la Toscana per ritrovare un ciclo di pitture murali al quale Giovanni Boldini aveva lavorato in epoca giovanile, in una città di cui il ferrarese non ricordava il nome, ma che iniziava sicuramente con la lettera "P".

Emilia giunse, sulla scia di vaghe voci raccolte strada facendo, a Villa La Falconiera e dopo averla ispezionata, in procinto di andarsene venne attratta da una rimessa di attrezzi agricoli che altro non era che l'antica, ormai irriconoscibile, sala da pranzo della mecenate inglese Isabella Falconer, proprietaria della dimora negli anni Sessanta dell'Ottocento e interamente decorata dal giovane Boldini all'età di 25 anni. La vedova decise di acquistare la proprietà nel 1938 e a seguire vi trasferì da Parigi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, ivi stabilendo la propria dimora. La conoscenza di questo  importante ciclo pittorico è  stata tuttavia  graduale, solo dopo il distacco  dai muri della villa (1974), il restauro e la collocazione nel Palazzo dei Vescovi a Pistoia è divenuto oggetto di studi ma è tuttora poco conosciuto al grande pubblico.

  La mostra si propone di riportare in luce lo straordinario momento creativo vissuto del maestro ferrarese in epoca giovanile, quando muovendosi tra Pistoia, Firenze e Castiglioncello, si trovò al centro di una rete di importanti relazioni amicali e professionali che ne segnarono positivamente l'inarrestabile ascesa artistica. Il ciclo pittorico sarà oggetto di nuove riflessioni alla luce di documentazione anche inedita che permetterà di sondare il mistero intorno alle origini della signora Falconer, al suo ruolo di mecenate nei confronti dell'irrequieto ma geniale Boldini e all'influenza che ella ebbe nella scelta iconografica del ciclo pittorico che rimane impresa unica, nel suo genere, nell'entourage dei Macchiaioli.

Del periodo macchiaiolo del Boldini saranno in esposizione sedici capolavori realizzati durante gli anni toscani (1864-1871), provenienti da collezioni private e da pubblici musei. Tra questi la Marina (1870) custodita a Milano, che ha una trasposizione a tempera in una scena nel ciclo della Falconiera; i ritratti di Telemaco Signorini (1870) e di Cristiano Banti (1866), custoditi presso la Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti, legatissimi al Boldini, tanto da averlo sostenuto e promosso non solo durante il suo soggiorno toscano; il raffinato ritratto di Alaide Banti in abito bianco (1866) e il superbo ritratto del Generale Spagnolo, eseguito durante l'inverno trascorso in Costa Azzurra con la signora Falconer, tra novembre 1867 e marzo 1868 e considerato il capolavoro che ha proiettato il giovane Boldini nell'emisfero dei più grandi ritrattisti di tutti i tempi. (...) Il catalogo, a cura di Francesca Dini come la mostra, è edito da Sillabe. (Comunicato ufficio Stampa Opera -  Civita)




Elliott Erwitt Personae
termina lo 07 gennaio 2018
Musei di San Domenico - Forlì

Prima grande retrospettiva delle sue immagini sia in bianco e nero che a colori. I suoi scatti in bianco e nero sono ormai diventati delle icone della fotografia, esposti con grande successo a livello internazionale, mentre la sua produzione a colori è quasi del tutto inedita. Il percorso espositivo mette in evidenza l'eleganza compositiva, la profonda umanità, l'ironia e talvolta la comicità, tutte caratteristiche che rendono Erwitt  un autore amatissimo e inimitabile, non a caso considerato il fotografo della commedia umana. Marilyn Monroe, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l'ironia e la complessità del vivere quotidiano.

Con lo stesso atteggiamento, d'altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto. Con il titolo Personae, non a caso in sintonia con quello dell'ottava edizione della Settimana del Buon Vivere, si allude proprio a questa sua adesione alla vita concreta degli individui e, nello stesso tempo, a un senso della maschera e del teatro, che caratterizza tutta la sua produzione, in particolare le foto realizzate con lo pseudonimo di André S. Solidor.  A.S.S. (l'acronimo  non è casuale) è la maschera che Erwitt dedica senza diplomazia al mondo dell'arte contemporanea ed a un certo tipo di fotografia. (...)

Con Solidor, presente in mostra anche con un video, si apre la sezione dedicata al colore. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni '40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero. Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi. Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda.

A distanza di decenni, intorno a queste immagini Erwitt ha compiuto un vero e proprio viaggio, durato mesi, posando su di esse uno sguardo critico e contemporaneo. E' nata così una raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2013 con il volume Kolor di teNeues e ora finalmente esposta con circa 100 scatti, che lui stesso ha selezionato con Biba Giacchetti nel suo studio di New York. La rassegna dimostra così come la sua straordinaria sensibilità passi indifferentemente dal colore al bianco e nero e viceversa, in una totale continuità di stile e di ricerca. Dal 1953 nella storica agenzia Magnum, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. Senza dimenticare la sua lunga carriera di autore e regista televisivo, a cui sarà dedicata una rassegna cinematografica promossa da Civitas e Settimana del Buon Vivere.

La mostra comprende circa 170 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dal suo vastissimo archivio. Le foto, nel formato di cm.70x100 e di cm.100x140, sono stampate con particolare cura e allestite con cornici fine art e vetro antiriflesso. Una accurata audioguida è disponibile per tutti i visitatori. La mostra, curata da Biba Giacchetti con il progetto di allestimento di Fabrizio Confalonieri, è promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, con Civitas e Romagna Terra del Buon vivere ed è organizzata  da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (...) La mostra e il calendario aggiornato degli appuntamenti collaterali su mostraerwittforli.it (on line da settembre). (Comunicato ufficio stampa Civita)




Massimiliano e l'esotismo. Arte orientale nel Castello di Miramare
termina lo 07 gennaio 2017
Castello di Miramare - Trieste

In occasione dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo (6 luglio 1832 - 19 giugno 1867) il Museo storico del Castello di Miramare rende omaggio all'imperatore del Messico, presentando una mostra a cura di Rossella Fabiani e Francesco Morena, con un percorso espositivo che offre ai visitatori il patrimonio di oggetti preziosi d'arte orientale - oltre 100 opere - raccolti dall'imperatore durante i suoi numerosi viaggi, conservati nelle collezioni storiche del Castello di Miramare ed esposti adesso per la prima volta. In questo modo il Museo, oltre ad approfondire la personalità di Massimiliano, sensibile alla cultura e all'arte, offre una riflessione sull'importanza che la tradizione artistica orientale ha avuto nell'Europa della metà del XIX secolo.

Porcellane, lacche, arredi, sculture e suppellettili di vario genere - provenienti dall'area medio-orientale, dall'India, dalla Cina e dal Giappone - dialogheranno con dipinti, litografie, iscrizioni arabe ed esemplari della produzione europea e americana ispirata all'arte orientale, la cosiddetta Cineseria. Il termine identifica in maniera molto ampia tutto ciò che in Europa aveva a che fare con l'Asia orientale, dal collezionismo di manufatti, alla realizzazione di Gabinetti in stile, dalla produzione europea di oggetti d'ispirazione asiatica, all'influenza che la Cina e territori limitrofi ebbero sulla filosofia, sul teatro e sulla letteratura europei.

I manufatti risalgono a un arco cronologico che va dalla fine del Cinquecento alla metà dell'Ottocento. Massimiliano infatti acquista pezzi antichi insieme a oggetti della produzione allora contemporanea presso gli antiquari delle città che frequenta, tra le quali Trieste. Oltre al monumentale paravento messicano del 1719, che raffigura un'intensa scena di vita cinese, esemplare prezioso e unico in Italia di Cineseria coloniale, si potranno ammirare - tra gli altri - uno stipo giapponese in legno e intarsi di madreperla dell'inizio del Seicento, realizzato per il mercato portoghese e appartenente alla tipologia Nanban, una scultura di porcellana dipinta in esuberante policromia, ancora giapponese, della fine del XVII secolo, raffigurante un leone seduto, e due spettacolari vasche da pesci in porcellana cinese della metà del Settecento. Rappresentativo dell'arte indiana un magnifico stipo di Goa, in legno di cedro e intarsi di ebano e avorio, anch'esso appartenente a un genere di manufatto raro per le collezioni italiane.

Un'infatuazione, quella di Massimiliano per l'Oriente, che raggiunge il suo acme nei due ambienti 'alla cinese' presenti al Castello. Il Salotto Giapponese e il Salotto Cinese riflettono l'ammirazione da parte del giovane Asburgo di una moda molto diffusa già nel Settecento, seguita con entusiasmo anche dai membri della famiglia imperiale, i quali avevano realizzato simili stanze nelle residenze di Vienna e Schönbrunn. In particolare, il Salotto Cinese, adibito a fumoir nelle giornate di gala e destinato ad ospitare parte dei manufatti asiatici di Massimiliano, ha tutte le pareti rivestite di un tessuto decorato a stampa con un motivo orientaleggiante, ispirato a composizioni che si ritrovano frequentemente nei repertori settecenteschi di incisioni, ad esempio nel The Ladies Amuseument di Pillement (1762).

Massimiliano fornì già nel 1860 precise indicazioni per la Chinesisches Zimmer, richiedendo che si predisponesse "ancora legno di quercia con ricca doratura, le pareti con grandi specchi... e anche piante fresche", secondo uno schema in cui arredi e natura si compenetrano anche all'interno dell'abitazione, già sperimentato in una stanza verandata di Villa Lazarovich, la prima residenza triestina dell'arciduca, così raffigurata in un dipinto di Germano Prosdocimi del 1855 circa. Il Salotto Giapponese, così denominato nonostante in realtà esso non mostri prevalenti caratteri giapponesi, rimane piuttosto ancorato agli stilemi della Cineseria settecentesca.

Richiamano quel contesto le sete dipinte utilizzate per le pareti, il soffitto e i tendaggi della sala, decorate in ricca policromia su fondo chiaro con motivi di fiori, farfalle e vasi racchiusi entro volute rocaille. La boiserie in legno chiaro che corre nella parte inferiore delle pareti, nell'angolo con lo specchio e sulle sovrapporte mostra una filettatura che riproduce le naturali nodosità dei fusti di bambù. Simili griglie di bambù si vedono anche sulle superfici delle due porte che affacciano nel Salotto. Ognuna di loro inquadra un pannello in lacca, a fondo rosso, oppure marrone, oppure nero, decorato a oro con composizioni di fiori e uccelli e scorci di paesaggio marino con imbarcazioni. Un certo numero di questi pannelli - della metà dell'Ottocento circa - costituisce l'unica reale presenza di Giappone nella sala.

Per Massimiliano l'Oriente non è solo la risposta all'esigenza di adeguarsi a certi gusti aristocratici, ma un'autentica scoperta. Il viaggio diviene per l'imperatore uno stile di vita, una dimensione della mente grazie al quale, toccando ben quattro continenti (Europa, Asia, Africa e America), conosce culture e popoli diversi, rispettandone i costumi e apprezzandone le abitudini, fino a farne propria qualcuna. Attraverso l'acquisizione di oggetti extraeuropei e di libri dedicati a queste esplorazioni (presenti nella biblioteca del Castello) Massimiliano porta il mondo per così dire "dentro casa".

Pur non avendo visto, infatti, l'India, la Cina e il Giappone, gli oggetti provenienti da quei luoghi lontani e misteriosi costituiscono uno strumento per ampliare orizzonti di cultura e di conoscenza altrimenti preclusi. La mostra intende indagare anche questo aspetto della complessa e affascinante personalità di Massimiliano, che ha fatto del viaggio uno dei fili conduttori della sua breve, ma intensa, esistenza. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo Marsilio Editori, frutto del lavoro di catalogazione di tutti gli oggetti orientali della collezione del Castello di Miramare. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Croce - Santa Maria Maggiore 1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

L'esposizione, curata da Massimo Medica, nasce dall'occasione di esporre per la prima volta al pubblico questo prezioso esemplare di croce viaria a seguito del restauro eseguito da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). L'opera rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze. Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle "leggendarie" quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant'Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana.

E' però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l'espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l'arrivo delle truppe napoleoniche e l'instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli. La croce ritrovata di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all'iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L'opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.

Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo, inoltre: "Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell'XI e XII secolo l'acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi."

Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d'acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura. Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni originarie, codici miniati dell'XI e XII secolo, tavolette d'avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.

La mostra è accompagnata da un catalogo e in occasione verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniatodal titolo Bologna città della croce, con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna. Il documentario, del 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio. Il documentario è visibile su www.youtube.com/watch?v=RBm58qgdR7Y (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)




August Patek (1874-1958) - C.k. priv., Továrny na koberce a látky nábytkové, Filip Haas a synové, 1900 - Litografia a colori cm.113x83 Ferdinand Andri - XXVI. Ausstellung Secession - Litografia a colori su carta cm.96x63 1906 Progetto Marie Krivánková - esecuzione Pavel Vávra - Collana, dopo il 1910, Praga - Oro, granati boemi, madreperla, lunghezza 35cm Il Liberty e la rivoluzione europea delle arti
Dal Museo delle Arti Decorative di Praga


termina lo 07 gennaio 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste

L'ultimo degli stili universali in Occidente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, porta l'arte nella vita e la vita nell'arte influenzando ogni forma creativa anche nella quotidianità. Dal Museo di arti decorative di Praga, per la prima volta in Italia, una selezione di 200 opere delle collezioni riporta ai tempi e ai gusti della Belle Époque in Europa. Tra i capolavori di Alphonse Mucha in mostra a Trieste, anche 7 metri di decorazione del padiglione della Bosnia-Erzegovina per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Liberty (in ceco: Secese), l'ultimo degli stili universali ad avere interessato l'Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segnando con i suoi tipici elementi figurativi l'architettura, la pittura, la scultura ma anche il mondo multiforme delle arti decorative, ebbe a Praga e in Boemia uno dei suoi centri di sviluppo più significativi e originali.

Sarà Trieste, città mitteleuropea per eccellenza, a presentare per la prima volta in Italia alcune delle più affascinanti realizzazioni del Liberty (o Art Nouveau) ceco ed europeo, grazie all'eccezionale collaborazione con l'UPM di Praga, Museo delle Arti Decorative tra i più rilevanti nel panorama internazionale. Istituito nel 1885 e chiuso dal 2014 per lavori di ristrutturazione della storica sede, il museo praghese - che riaprirà al pubblico a gennaio 2018 con le sue oltre 200.000 opere e una biblioteca di 172.000 volumi - ha prestato infatti alla città giuliana una selezione di oltre 200 tra le più significative opere delle sue raccolte, esposte in una mostra di grande fascino nelle sedi, tra loro contigue, delle Scuderie, nuovamente aperte, e del Museo storico del Castello di Miramare, in un progetto di valorizzazione e fruizione di questo straordinario complesso monumentale.

Promossa dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia, dal Museo storico e parco del Castello di Miramare e dal Museo delle Arti Decorative di Praga, prodotta e organizzata da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International, la mostra farà dunque rivivere l'avvento del "modernismo" e gli anni cruciali della rivoluzione e dell'emancipazione delle arti in risposta alla sollecitazione dell'età moderna e alle mutate esigenze estetiche e spirituali. Pur con la sua doppia anima fatta di tradizione e di innovazione, la sua eterogeneità e la varietà di scenari ideologici che questo stile ebbe nelle diverse culture europee, il Liberty o Art Nouveau fu un fenomeno culturale che investì tutta l'Europa e coinvolse tutte le arti nel segno del rinnovamento e della ribellione alla stagnante e sterile figurazione artistica. Con una convinzione comune - che arte e vita dovevano essere intrecciate e con una forte carica etica e l'impegno a trasformare l'ambiente di vita e le condizioni sociali.

Il concetto di "vita" ebbe un ruolo centrale nelle teorie estetiche in vigore al volgere del secolo, fondate su consapevolezza che potremo definire quasi olistica. "Lo stile è tutto ciò che rispecchia e accentua la connessione della vita... E' l'intenso desiderio di un'unità spirituale della vita e del mondo, un'incarnazione dell'affinità e unità cosmica". Di qui l'attenzione per la natura come fonte di bellezza artistica, una visione organica dell'esistenza e dell'arte concepita nella sua interezza, senza distinzioni, e l'interesse di tanti esponenti dell'Art Nouveau per le scienze naturali e spirituali. Istanze sociali e istanze artistiche s'intrecciavano laddove l'obiettivo era la rigenerazione della vita e il cambiamento della gerarchia dei valori.

Le arti applicate ebbero un ruolo centrale in questa visione: fu in questo campo infatti che il movimento dell'Art Nouveau o Liberty si fuse maggiormente con la generalizzata modernizzazione della società divenendo una componente importante del processo di trasformazione: elemento chiave nella riforma della vita quotidiana. Dalle pitture alle litografie, dai manifesti ai gioielli, dagli stupefacenti vetri alle ceramiche, dai mobili ai tessuti, dall'abbigliamento e dalla biancheria agli oggetti da tavola la mostra di Trieste - curata da Radim Vondracek, Iva Knobloch, Lucie Vlckova con la direzione di Helena Koenigsmarkova (Direttore del Museo delle Arti Decorative di Praga) e di Rossella Fabiani storico dell'arte, rievoca il mondo della Belle Époque e di una borghesia che fa i conti con il progresso.

Un progresso che rincorre - l'emancipazione femminile, i trasporti, le comunicazioni, la corrente elettrica - ma dal quale vuole difendersi, combattendo l'eccesso di industrializzazione e la cultura meccanizzata di massa, con il ritorno all'industria artistica e a un artigianato di pregio. Accanto a capolavori d'arte decorativa presentati all'Esposizione Universale di Parigi del 1900 - momento decisivo nella diffusione di questo stile e punto d'arrivo del Liberty cosiddetto organico - saranno esposte opere influenzate dalle diverse correnti di pensiero sviluppatesi all'epoca. Accanto ad artisti del calibro di Jan Preisle e Alphonse Mucha, uno dei più importanti e rappresentativi protagonisti dell'Art Nouveau in Europa di cui la mostra presenta ben 12 opere, saranno esposti a Trieste esempi delle innovazioni grafiche del viennese Gustav Klimt e di Koloman Moser.

Quindi le firme nei gioielli di Emanuel Novák, Josef Ladislav Nemec e Franta Any'z; le celebri vetrerie boeme e le creazioni di Adolf Beckert e Karl Massanetz, pioniere della decorazione a freddo dei vetri; i grandi nomi di Jan Kotera, Josef Hoffmann e Leopold Bauer, allievi della Wiener Akademie e di Otto Wagner, soprattutto per gli arredi, come pure dell'architetto Pavel Janák esponente principale dell'associazione praghese Artel. Davvero impressionante di Mucha l'esposizione di una parte consistente (L'epoca romana e l'arrivo degli slavi) della decorazione realizzata per la sala principale del padiglione della Bosnia-Erzegovina all'Esposizione Universale di Parigi del 1900: un acquarello e colore stemperato su tela di quasi 7 metri di lunghezza per 3 e mezzo di altezza che ci immerge nell'epopea slava.

Coinvolgente poi la possibilità di vedere ricreati, grazie all'allestimento scenografico affidato a Pierluigi Celli e agli eccezionali prestiti, ambienti in stile Art Nouveau unificato - dai mobili alle decorazioni per tessuti, agli accessori, agli oggetti funzionali - secondo quel concetto di arte globale che aveva coinvolto gli sforzi creativi in diversi settori interessando sia la classe media che il ceto alto, soprattutto l'intellighenzia urbana in piccole e grandi città. Si cercava la bellezza e l'equilibrio, si puntava all'arte nella vita: un'arte emancipata e integrata che in Boemia porterà a percorrere le nuove strade del cubismo. Si era fiduciosi nel futuro e ottimisti di fronte al progresso e a una pace diffusa.

Ma era un fragile equilibrio che si sarebbe spezzato di lì a poco. I Nazionalismi mai sopiti avrebbero aperto le porte dell'intolleranza; l'affare Dreyfus in Francia, cui seguì l'analogo caso Hilsner nel contesto boemo, evidenziò in quale misura la società fosse accessibile all'intolleranza nella veste dell'antisemitismo. "Dopo la crisi del 1908 in Bosnia e Erzegovina, vennero alla luce pericolose contraddizioni sociali, ideologiche e geopolitiche. Le guerre balcaniche scoppiate nel 1912 furono già una diretta avvisaglia del tragico epilogo della Belle Epoque: uno splendido sogno finito, come dice Stefan Zweig, nel «massimo crimine del nostro tempo», quella sanguinosa conclusione che fu la Prima guerra mondiale". Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato Civita Tre Venezie)




Terra, madre Terra

Galleria Dna-Marateacontemporanea - Maratea, 18-28 giugno 2017
Trebisonda - Perugia, 23 settembre - 15 ottobre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma, 05-22 dicembre 2017

Quaranta artisti sono qui chiamati a intervenire su un tema di attualità. Tema cruciale e di grande impatto, declinato in varie accezioni e crocevia di molte visioni e scuole di pensiero, foriero di inquietudini diffuse e percepibili a ogni livello circa il destino della Terra, non essendo chiaro se l'attuale crisi globale preluda a un cambiamento epocale (palingenesi) o all'estinzione dovuta non solo ad un eventuale cataclisma o catastrofe cosmica (ad esempio i cambiamenti climatici o l'esaurimento delle fonti di energia) ma anche, o invece, ad una sorta di esaurimento di ogni forma di speranza e solidarietà. In questo contesto, come evidenziato dal titolo, si vuole offrire non solo una visione laica del mito della Dea Madre ma nel contempo una serie di riflessioni che riguardano la percezione, la sensibilità, la consapevolezza o la rimozione, il timore o la coscienza che quello dell'uomo contemporaneo sia il destino dei penultimi.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Maria Cristina Antonini, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Marcello Corazzini, Carla Crosio, Mariangela De Maria, Stefania Di Filippo, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Mavi Ferrando, Danilo Fiorucci, Salvatore Giunta, Raffaele Iannone, Robert Lang, Silvana Leonardi, Margherita Levo Rosenberg, Mimmo Longobardi, Nazareno Luciani, Paola Malato, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Sandra Maria Notaro, Aurora Paccasassi, Emilio Patalocchi, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Lucilla Ragni, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Ernesto Terlizzi, Sabrina Trasatti, Ilia Tufano, Oriano Zampieri, Gaetano Zampogna. (Comunicato stampa)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Particolare dalla locandina della rassegne dedicata a Mario Lanfranchi Mario Lanfranchi
19 dicembre 2017, ore 20.30
Cinema Astra d'essai - Parma

Parma festeggia i 90 anni di Mario Lanfranchi regista di film, uomo di teatro, di musica, di cinema e di televisione a tutto tondo, figura-chiave della tv italiana negli anni pionieristici, inventore negli anni Cinquanta di un modo innovativo di riprendere le opere liriche, produttore di Caroselli, impresario e regista teatrale sia in Italia che a Londra, nonché sportivo e grande collezionista d'arte. Ad aprire la serata - promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Parma - sarà la proiezione in anteprima, alla presenza degli autori, del documentario Mario Lanfranchi - Un regista per tutte le stagioni di Loris Casadei, Pietro Fanton e Carlo Stamilla. Il documentario è il prodotto dal Laboratorio di Videoscrittura del DAMS - Università di Padova, con soggetto, produzione e supervisione del docente Mirco Melanco.

Seguirà, alle ore 21.30, la proiezione di Sentenza di morte, un vero gioiello del western made in Italy, con cui Lanfranchi esordì come regista cinematografico nel 1967. Quattro uomini hanno ucciso il fratello di Django molto tempo fa: un allevatore solitario, un famigerato giocatore di carte, un prete dispotico e un albino pazzo con un'ossessione per l'oro. L'implacabile Django cerca la vendetta e li caccia senza pietà. Con un cast stellare: Tomas Milian, Adolfo Celi, Enrico Maria Salerno e Robin Clarke. (Comunicato stampa)




Copertina libro Annibale Annibale e il mito di Eracle. Attraverso le Alpi
18 dicembre 2017 - ore 17.30
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Proseguono gli incontri organizzati da Palazzo Madama e dalla casa editrice il Mulino in occasione della mostra Odissee. Diaspore, invasioni, migrazioni, viaggi e pellegrinaggi in corso in Corte Medievale fino al 19 febbraio 2018. Il secondo appuntamento di lunedì 18 dicembre 2017 alle ore 17.30 vede protagonista Giovanni Brizzi, Professore di Storia romana nell'Università di Bologna e autore per il Mulino di numerose pubblicazioni, tra cui quella al centro dell'incontro: «Annibale» (2014), dedicata al leggendario condottiero cartaginese.

Annibale, generale tra i più grandi di ogni tempo, genio militare innovativo dalle insuperate doti di condottiero, nel corso della seconda guerra punica (218-201 a.C.) inflisse ai Romani una serie di spaventose disfatte (la più devastante nella battaglia di Canne nel 216 a.C.). Venne sconfitto a Zama, sul suolo africano, ad opera di Scipione, che della sua lezione aveva sagacemente fatto tesoro, e che, in questo modo, avviò Roma verso il predominio sul Mediterraneo.

Giovanni Brizzi, con la casa editrice il Mulino, ha inoltre pubblicato «Il guerriero, l'oplita, il legionario. L'esercito nel mondo antico» (nuova ed. 2013), «Canne. La sconfitta che fece vincere Roma» (2016) e, recentemente, «Ribelli contro Roma. Gli schiavi, Spartaco, l'altra Italia» (2017). La mostra Odissee, ideata dal direttore di Palazzo Madama Guido Curto e curata insieme agli storici dell'arte del museo, racconta il cammino dell'Umanità sul pianeta Terra nel corso di una Storia plurimillenaria attraverso un centinaio di opere provenienti dalle raccolte di Palazzo Madama e da vari musei del territorio e nazionali: dipinti, sculture, ceramiche antiche, reperti etnografici e archeologici, oreficerie longobarde e gote, metalli ageminati e miniature indiane, armi e armature, avori, libri antichi, strumenti scientifici e musicali, carte geografiche, vetri, argenti ebraici e tessuti.

Gli incontri organizzati in collaborazione con Il Mulino proseguiranno per tutto il periodo di apertura della mostra secondo il seguente calendario: 24 gennaio 2018, ore 17.30 | Piero Boitani -Il grande racconto di Ulisse; 21 febbraio 2018, ore 17.30 | Franco Cardini - In viaggio. (Comunicato stampa)




Vent'anni di Genova Film Festival
14, 15, 16, 17 dicembre 2017
www.genovafilmfestival.org

L'Associazione Culturale Daunbailò organizza un evento che ripercorrerà i vent'anni di storia del più importante festival cinematografico della Liguria, il Genova Film Festival, diretto da Cristiano Palozzi. In programma incontri con autori, critici e registi nazionali ed internazionali, proiezioni, presentazioni editoriali e di progetti audiovisivi e momenti di formazione rivolti all'industria cineaudiovisiva. Non sarà solo il passato il protagonista di questa manifestazione, che vedrà la presentazione di nuovi progetti e anteprime di opere nazionali e internazionali con una speciale attenzione verso modi e forme cinematografiche non convenzionali. Tutti gli eventi si svolgeranno in luoghi simbolo della cultura situati nel Centro Storico cittadino come Palazzo Ducale, Palazzo della Meridiana, Teatro Altrove. Il programma si snoderà tra proiezioni, incontri con autori, registi e critici, presentazioni editoriali e di iniziative e progetti legati al cinema, seguirà tre filoni principali: Genova Film Festival, tra storia e futuro, Unconventional Cinema e Il Cinema e le Arti.

  Nella prima parte grazie ad una rassegna che si terrà domenica 17 alle ore 21 al Teatro Altrove si rivivranno insieme al pubblico alcune delle tappe fondamentali della kermesse, da sempre punto di riferimento per i professionisti e gli appassionati del settore, e di alcuni degli eventi ad essa collegati. Manifestazioni di successo come "X_Science: Cinema fra Scienza e Fantascienza", festival internazionale organizzato in partnership con la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell'Università di Genova, "FIDRA" (Festival Internazionale del Reportage Ambientale) realizzato in collaborazione con il Comune di Arenzano, "Ecuador Festival: Cinema.Arte.Cultura ", rassegne, convegni, lezioni aperte al pubblico, per esempio per "La Storia in Piazza", che ha visto la partecipazione di personalità legate al mondo del nostro cinema come Carlo Degli Esposti, Steve Della Casa, Claudio G. Fava, Davide Ferrario, Massimo Gaudioso, Paolo Genovese, Mario Martone, Enzo Monteleone, Mario Sesti e di molti giovani autori emergenti.

La manifestazione proporrà inoltre un excursus con contributi video in compagnia del critico ed autore televisivo Oreste De Fornari su Ingrandimenti (domenica 17, ore 16, Palazzo della Meridiana), la sezione del Festival da lui curata che ha visto la partecipazione di molti ospiti, dal regista e critico dei Cahiers du Cinema Luc Moullet, al critico e cineasta Maurizio Ponzi, dagli attori Lando Buzzanca e Luigi Lo Cascio, ai registi Ugo Gregoretti, Pappi Corsicato, Paolo Virzì, Stefano Sollima, Pupi Avati, Giuseppe Piccioni, allo sceneggiatore e produttore Enrico Vanzina. Per volgere uno sguardo verso il futuro ed in particolare alla ventesima edizione del Genova Film Festival, che si terrà nel 2018, verrà presentato il molto atteso bando del Concorso Nazionale per Cortometraggi e Documentari. Negli ultimi anni ogni edizione del Concorso Nazionale del Genova Film Festival conta dalle 300 alle 600 opere che partecipano, dall'Alto Adige alla Sicilia, alla rigorosa selezione del Concorso.

  Unconventional Cinema è concepito come uno spazio per riflettere su modalità differenti e non convenzionali di fare cinema e parlare di cinema. A partire dalla regista statunitense Leslie Tai, ospite internazionale, considerata una degli esponenti del New Documentary Movement in Cina che presenterà in anteprima nazionale assoluta i suoi film, fino all'incontro con l'autore televisivo e critico cinematografico e musicale Filippo Casaccia e alla presentazione di Video Essay: a new way to see, progetto dell'associazione e rivista omonima Filmidee, prima testata online di cinema presentata alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Leslie Tai è una regista statunitense di origine cinese.

I suoi film sono stati selezionati e presentati da prestigiose istituzioni culturali internazionali come il MoMA di New York e in alcuni dei più importanti festival del mondo come il Tribeca Film Festival (USA), Visions du Réel (Svizzera), l'IDFA (International Documentary Film Festival di Amsterdam), Festival International de Programmes Audiovisuels di Biarritz (Francia). Il suo ultimo lavoro, ancora in fase di sviluppo, è stato selezionato e sovvenzionato anche dal Tribeca Film Institute e affronta il tema sempre più attuale e controverso del "turismo delle nascite": molte donne cinesi, soprattutto della classe media benestante, si recano negli Stati Uniti per partorire, così che i loro figli possano ottenere il passaporto statunitense. Questo progetto verrà presentato, in collaborazione con Bogliasco Foundation, proprio da Leslie Tai durante la rassegna (17 dicembre, ore 21.00, Teatro Altrove).

La figura poliedrica di Filippo Casaccia, autore di notissimi programmi TV (Le IeneMasterChef, Gialappa's Band), critico cinematografico e musicale (Carmilla on line, Rolling Stone), ma anche scrittore per il cinema (Fame chimica) sarà al centro di un incontro con il pubblico durante il quale, da una parte si analizzeranno i processi di creazione e di sviluppo di un programma televisivo, dall'altra si affronterà un modo assolutamente non convenzionale di fare critica cinematografica. La scrittura di Casaccia è da sempre contraddistinta da una marcata ironia, un acume sregolato e una schiettezza nel palesare le proprie preferenze cinematografiche; tutte queste peculiarità riassunte nel suo libro Divine divane visioni: guida non convenzionale al cinema, le cui prefazione e postfazione rappresentano a pieno lo spirito della pubblicazione: da una parte apre il volume Mauro Gervasini, direttore di Film Tv, dall'altra lo conclude Giorgio Gherarducci, voce storica della Gialappa's Band.

All'incontro con l'autore parteciperanno l'attore Antonio Ornano, Cristiano Palozzi direttore del Genova Film Festival e il giornalista e scrittore Simone Pieranni (16 dicembre, ore 16.30, Sala Liguria, Palazzo Ducale ). Altro progetto di critica non convenzionale è quello di Video Essay: a New Way to See. Il progetto, i cui risultati verranno presentati a Genova con gli ideatori e organizzatori, si compone di 8 videosaggi sulla nostra cinematografia nazionale, e soprattutto su cineasti e artisti meno noti o da riscoprire. Pratiche militanti, film di genere, divi di cui esplorare il lato oscuro. Si va dalla modernità degli sconfitti di Luigi Comencini, all'immaginario macabro che contraddistingue la comicità di Totò, alla disperazione vitale del cinema di Claudio Caligari, per offrire una controstoria del cinema italiano.

Spazio dedicato alle arti in dialogo con il cinema è quello riservato alla videodanza con la proiezione di opere con la collaborazione del Festival internazionale FuoriFormato - Danza, videodanza, performance (15 dicembre, ore 21, Sala Liguria - Palazzo Ducale). Progetto innovativo a livello internazionale, che verrà presentato in anteprima in occasione della rassegna, è Keramotion: Ceramica+Cinema d'Animazione, per far interagire arte e tecnologia rivolgendosi ad un pubblico ampio e trasversale. Keramotion è stato selezionato dalla Compagnia di San Paolo come progetto meritevole nell'ambito dei sostegni ai linguaggi espressivi contemporanei tra le proposte che riflettono su tematiche quali le nuove tecnologie applicate alla produzione culturale, l'individuazione nello spazio urbano di un contesto nel quale sperimentare azioni culturali di city imaging e storytelling contemporaneo, il valore delle reti e delle partnership e il sostegno alla ricerca d'avanguardia promossa da soggetti indipendenti.

Il progetto consiste nella realizzazione di un film di animazione dove i fotogrammi tradizionali saranno costituiti da piastrelle. Le ceramiche, che verranno appositamente create e dipinte seguendo lo storyboard del film, saranno poi installate lungo un muro nel cuore del centro storico cittadino e messe in sequenza per una lunghezza di oltre 100 metri, componendo così un'installazione permanente che andrà ad arricchire lo spazio urbano. Il fruitore, passeggiando negli spazi selezionati, potrà così visionare i fotogrammi del film su ceramica e, attraverso un QR Code dedicato, leggibile da un qualsiasi smartphone, godere del film nella sua interezza. Di tutto il progetto verrà girato un documentario (anche questo visibile grazie ad un QR Code) quale making of dell'intero sviluppo dell'opera, dalla sua genesi all'installazione, ulteriore interazione e prodotto artistico che verrà realizzato da Bonsai Film - Events & Filmaking (15 dicembre, ore 21, Sala Liguria - Palazzo Ducale). Il Cinema e le Arti è organizzata in stretta collaborazione con l'Associazione Culturale Arti, Luoghi e Visioni.

Durante l'evento ci saranno momenti dedicati agli addetti ai lavori, tra questi l'incontro con il Centro Nazionale del Cortometraggio e con LAND - Local Audiovisual Network & Development. La direzione del Genova Film Festival, facendo parte del suo Comitato promotore, è in contatto fin dalla sua fondazione con il Centro Nazionale del Cortometraggio e da sempre sostiene e promuove l'opera di distribuzione di cortometraggi e documentari in Italia e all'estero anche grazie all'Archivio del Genova Film Festival contenente oltre 6000 opere di pubblico accesso (oltre che in Italia ha organizzato rassegne in Paesi come Albania, Finlandia, Francia, Russia, Usa). Giovedì 14 si terrà l'incontro con il direttore del Centro Nazionale del Cortometraggio Jacopo Chessa  durante il quale  si presenterà anche l'Italian Short Films Video Library, strumento di promozione, realizzato dal CNC in collaborazione con l'Istituto Luce-Cinecittà, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, e rivolto, in particolar modo, al mercato estero, a professionisti interessati all'acquisto (televisivo, web, ecc.) e alla programmazione in festival o rassegne (14 dicembre, ore 18, Sala Liguria - Palazzo Ducale).

LAND, progetto di network, formazione e sviluppo dei professionisti dell'audiovisivo diretto da Alessandra Pastore (coordinatrice tra l'altro del programma europeo per produttori MAIA Workshops sostenuto da Creative Europe MEDIA) intende sviluppare la formazione dei professionisti e delle aziende attraverso diverse linee di intervento: corsi sui mestieri del cinema, incontri intensivi di base e di approfondimento sulle maestranze tecniche e sui ruoli creativi; formazione allargata attraverso la creazione di iniziative, nonché attraverso l'accompagnamento a corsi di formazione internazionali; incontri con professionisti dell'industria audiovisiva attraverso giornate formative con focus e feedback su selezione di progetti; sostegno alle aziende per aprirsi a nuove opportunità di business aiutandole a strutturare i propri servizi in modo da diventare parte dell'indotto, per soddisfare le esigenze dei set cinematografici nelle loro peculiarità; iniziative su sponsorship, product placement, tax credit esterno, tax shelter, investimenti privati, come strumenti specifici dell'industria audiovisiva. Alessandra Pastore durante l'incontro presenterà anche un bilancio sulla situazione ad oggi dei professionisti dell'audiovisivo in Liguria e di quali potrebbero essere i passi per far crescere il comparto. Il tutto anche attraverso l'intervento di autori emergenti liguri che si stanno facendo largo nel panorama internazionale (17 dicembre, ore 21, Teatro Altrove). (Estratto da comunicato stampa)




Concorso internazionale di composizione "Città di Udine"
Chiusura del bando: 31 marzo 2018
www.taukay.it

Il bando della nuova edizione del sul sito delle edizioni musicali Taukay. Due sezioni: Composizioni per gruppo strumentale da camera o strumento solista; Musica elettroacustica. (Comunicato stampa)

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The rules and conditions of the new international composition competition "Città di Udine" are online on Taukay music publishing house website. Two sections: Compositions for chamber instrumental group or solo instrument; electroacoustic music.
Deadline: March 31st 2018. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Locandina StadtspielPalermo - Doppio Sogno per Palermo | | | StadtspielPalermo | | |

Palermo, 01, 07, 15, 22 e 29 dicembre 2017

Teatro Politeama | Archivio Storico Comunale | Conservatorio di musica Vincenzo Bellini | Museo Riso
www.goethe.de/palermo




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Doppio Sogno per Palermo
5 quadri per la città


Stadtspiel ideato da Rosario Tedesco e prodotto dal Goethe-Institut Palermo
Con Pasquale di Filippo
Luci e fonica Giuliano Almerighi
Comunicazione Roberto Speziale
Regia e adattamento di Rosario Tedesco del testo di Arthur Schnitzler

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Con Doppio Sogno per Palermo debutta in città un nuovo modo di fare teatro: lo StadtspielPalermo si confronta con la Vienna letteraria di Schnitzler grazie a un esperimento di citytelling in cui lo spazio scenico si divide in quattro luoghi diversi della città, mentre la rappresentazione si sussegue in cinque appuntamenti/quadri nell'arco del mese di dicembre. I luoghi dello spettacolo saranno il Politeama (che ospita i quadri iniziale e finale), l'Archivio Storico Comunale, il Conservatorio di musica Vincenzo Bellini e il Museo Riso. In omaggio alla città di Palermo, che nel 2018 si appresta a diventare Capitale italiana di Cultura, il Goethe-Institut e Ars Nova presentano un concetto innovativo di teatro: lo Stadtspiel, ideato e diretto dal regista e attore palermitano Rosario Tedesco. Se con il Kammerspiel di inizio Novecento l'opera teatrale veniva rappresentata in ambienti piccoli e raccolti, in cui la distanza tra pubblico e attori si riduceva al minimo, ora con lo Stadtspiel (letteralmente "teatro da città"), gli ambienti della recitazione si dilatano su diversi luoghi metropolitani e gli stessi abitanti diventano protagonisti dell'azione scenica.

In Doppio sogno per Palermo, tratto dal Doppio Sogno di Arthur Schnitzler, quattro luoghi del capoluogo siciliano nell'arco di un mese diventano palcoscenico in cui gli stessi spettatori saranno coinvolti in prima persona: dovranno riconoscersi "attori", comparse, comprimari, protagonisti di un'azione che non prevede la possibilità della distanza. «Non ci sono le scene, le quinte, non ci sono i posti numerati - spiega il regista Rosario Tedesco -, nel mezzo di una festa in costume, saranno loro stessi ospiti, congiurati, messi a parte della farsa, ma anche complici di un crimine, testimoni». Il riadattamento teatrale della novella di Schnitzler diventa per Tedesco un itinerario inconsueto attraverso Palermo.

Cinque "quadri" scompongono la storia dei coniugi Fridolin e Albertine, trasferendola in luoghi fortemente simbolici: un teatro, un museo, un archivio storico e il conservatorio. "La messa in scena dello Stadtspiel è infatti resa possibile - racconta Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - grazie al patrocinio del Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, e alla disponibilità dei nostri partner: la Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana per il Politeama Garibaldi, l'Assessorato Comunale alla Cultura per l'Archivio Storico Comunale, il Conservatorio di musica Vincenzo Bellini e il Polo Museale Regionale d'Arte Moderna e Contemporanea per il Museo Riso. Le sale e le stanze di questi luoghi, alcune sconosciute agli stessi palermitani, diventeranno ambientazioni anomale per il pubblico, temporanee 'camere delle meraviglie'."

A guidare gli spettatori attraverso il Doppio sogno per Palermo sarà la voce narrante del giovane e talentuoso attore Pasquale di Filippo. Insieme a di Filippo andranno in scena, come reinterpretazione moderna del coro del teatro classico, attori non professionisti e danzatori, il cui intervento favorirà l'interazione con il pubblico e il superamento tra chi recita e chi guarda. Per la collaborazione un ringraziamento particolare va alla squadra del Palermo Rugby ASD, ai danzatori di Studio Danza 2 e di Projecto Policultural Aires Porteños e a Yamamay. Ogni singolo quadro della storia è indipendente dal punto di vista narrativo, motivo per il quale lo spettatore è libero di poter seguire tutti e cinque i quadri come, a scelta, di seguirne solo alcuni. I cinque episodi (quadri), uno per settimana del mese di dicembre nell'ambito di Ballarò d'autunno, verranno seguiti e ripresi da una troupe di allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia - Sede Sicilia. I cinque quadri/appuntamenti sono tutti ad ingresso libero a inviti fino ad esaurimento posti.

___ I quadri:

.. 01 dicembre, ore 18.30, Teatro Politeama, I segreti di Albertine
.. 07 dicembre, ore 18.30, Archivio Storico Comunale di Palermo, Forse capita a tutti di essere morti
.. 15 dicembre, ore 18.30, Conservatorio di musica Vincenzo Bellini, Perchè così solo, Dottore?
.. 22 dicembre, ore 18.30, Museo Riso, Una spada ci divide
.. 29 dicembre, ore 18.30, Teatro Politeama, Il sogno di Albertine

Rosario Tedesco, attore, regista e viaggiatore palermitano. Si è formato alla scuola di Luca Ronconi, recitando in teatro e al cinema per importanti produzioni nazionali e internazionali a fianco di registi come Antonio Latella, Valter Malosti, Anna Badora, Pappi Corsicato, Andrea De Rosa e attori come Giorgio Albertazzi, Anthony Hopkins, Udo Kier e Michael York. Ha curato la regia de Il Vicario di Rolf Hochhuth, I Fisici di Friedrich Dürrenmatt, Destinatario Sconosciuto di Kressmann Taylor e La moglie di e con Cinzia Spanò. Di recente la sua attività di ricerca e sperimentazione si è concentrata su nuove prospettive multimediali per lo storytelling. Nel 2013 per il Goethe-Institut di Roma, in collaborazione con Radio Factory, Radio Rai2 e Radio Bremen, ha realizzato Souvenir Goethe, personale rielaborazione del viaggio italiano del poeta tedesco. Esperienza raccontata in diretta attraverso radio, blog, videoblogging e social network, che è poi diventata lo spettacolo Se dico Goethe. Nel 2017 ha diretto il Festival Mosto (il succo delle storie) con Matteo Caccia, prima edizione di un festival interamente dedicato a tutte le forme della narrazione contemporanea.

Pasquale di Filippo (Trani), diplomato alla scuola del Piccolo di Milano, sotto la direzione di Luca Ronconi ha partecipato alla realizzazione di diversi spettacoli, tra cui Professor Bernhardi di A. Schnitzler e Il Candelaio di G. Bruno. Tra le collaborazioni con altri registi spiccano quelle con Carmelo Rifici per cui lavora al Giulio Cesare di W. Shakespeare; con Daniele Salvo presso il Globe Theatre di Roma. Tra le sue ultime produzioni figurano Der Diener zweier Herren (Arlecchino servitore di due padroni) di C. Goldoni, per la regia di L. Muscato, spettacolo in tedesco e italiano, prodotto dalle Vereinigte Bühnen Bozen. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)

Ingrandimento della locandina




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Dionisus' Place Dionisus' Place
Jannini e il teatro dell'artista figurativo Ernesto Jannini


termina il 18 dicembre 2017
Pacta Salone - Milano
www.pacta.org

Il titolo della mostra - a cura di Alessandra Pioselli - corrisponde all'opera site-specific che l'artista ha realizzato tra il 2016 e il 2017 nel foyer del teatro Pacta Salone. La mostra viene ospitata in occasione dell'apertura di uno spazio dedicato nel foyer, il CUBO, che ospiterà durante l'intera stagione del teatro mostre di artisti per accompagnare il pubblico allo spettacolo con fotografia, pittura, grafica, poesia, luce, video. Mostre che si accompagnano agli spettacoli e lasciano dialogare tra loro le diverse arti visive. L'installazione permanente nasce dalle suggestioni della figura mitologica del dio Dioniso, interpretato dall'autore come punto origine del Teatro, eterno contrasto di forze apollinee e dionisiache.

L'opera si presenta come un teatro nel teatro, esteticamente realizzata con materiali eterocliti che spaziano dalla luce azzurra dei neon ai microcircuiti, alla plasticità delle onde del mare realizzate con tela dilatata e trattata con gessi e cementi, alle citazioni scritte dei testi classici. Nel teatrino, simile a una nicchia orizzontale compaiono in terracotta le maschere di Dioniso e i volti beffardi dei satiri. Dall'opera fuoriescono diffondendosi per tutta la sala d'ingresso, le note enigmatiche delle composizioni musicali di Maurizio Pisati. Alla parete di fronte al Dionisus' Place, compare un enigmatico dipinto su tavola di Jannini, intitolato I figli invisibili di Pulcinella del 2014 mentre sulla parete antistante il salone d'ingresso del teatro un'altra installazione permanente dal titolo evocativo: Night fishing at Juan Les Pins del 2015.

La mostra presenta, oltre alle opere sopra citate, anche l'installazione Progetti di Guerra, nonché foto e documenti degli anni '70 (Jannini e il teatro Libera Scena Ensemble) e immagini di oggetti scenici realizzati per Pacta. dei Teatri. All'inaugurazione verrà presentato al pubblico il libro Palestre di vita, che Jannini ha dedicato al regista Gennaro Vitiello, scomparso nel 1985, con il quale nei primi anni '70 ha lavorato come attore nella compagnia Libera Scena Ensamble.

Ernesto Jannini ha studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Artista e teorico per alcuni anni è stato attore con la Libera Scena Ensemble del regista Gennaro Vitiello, a cui ha dedicato un libro con l'editore Ombre Corte. Nel 1976 partecipa alla Biennale di Venezia con il gruppo degli Ambulanti. Nel 1990 è nuovamente presente alla Biennale di Venezia con una sala personale. E' stato invitato al Festival Texitgestaltung di Linz, alla galleria Flaxman di Londra, alla galleria De Zaal di Delft, al Museum Industrielle Arbeitswet di Steyr, allo Spazio Borsalino di Parigi e di Alessandria, alla Kunsthaus Tacheles di Berlino, all'Istituto di Cultura italiana di Copenaghen, alla galleria La Giarina di Verona e in numerosissime altri spazi espositivi tra cui il MAGA di Gallarate, Il Castel dell'Ovo di Napoli. Ha vinto il Premio Lissone 2000.

Dal 2006 collabora con il Teatro Arsenale e poi con PACTA. dei Teatri al PACTA SALONE di Milano. Le sue opere compaiono in musei e collezioni private. Scrive su Juliet Art Magazine, Exibart, Artestetica, Sdefinizioni. Ha pubblicato: Esperienze di un ambulante, (Laveglia, Salerno 1981); Silos Silenzio. Scritti teorici. (Edizioni Studio Noacco di Chieri, 1991); Gabbie Celesti, (Lalli Editore, Poggibonsi 1997); Ernesto Jannini, Catalogo antologica al MAGA di Gallarate con scritti di E. Di Mauro, R. Barilli, M. Sciaccaluga. (Editore A. Parise, Verona 2004); Equilibridi, (Editore Matteo di Dosson, 2007). (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della rassegna cinematograica Il migliore dei mondi possibili al Goethe-Institut Palermo Il migliore dei mondi possibili - 20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi Il migliore dei mondi possibili
20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi


17 ottobre 2017 - 27 marzo 2018, ogni martedì, ore 18.30
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

"I venti film scelti per la rassegna, quasi tutti inediti in Italia, compongono un mosaico inaspettato, eppure fedele, della Germania di oggi - spiega la direttrice del Goethe-Institut, Heidi Sciacchitano - Un paese che viene raccontato attraverso vicende spesso familiari, in quanto è nei nuclei più piccoli - quelli che rappresentano il nostro "migliore dei mondi possibili" - che si riflettono le questioni di più ampio respiro sociale quali la crisi economica, la migrazione, l'integrazione, il bullismo o semplicemente le difficoltà dell'essere genitori."Ecco allora storie che si snodano tra grandi metropoli e paesi di provincia e che raccontano la quotidianità tedesca.

Si tratta di una Germania ricca di sfumature, che si riflette ad esempio in molte commedie geniali in cui l'incontro fra culture diverse, tema sempre attuale, avviene all'insegna dell'ironia e del divertimento, nonché di straordinarie qualità umane. La famiglia di oggi viene declinata in tante variabili sorprendenti, per raccontare le sfide della modernità in modo tenero, drammatico ed esilarante al tempo stesso, grazie soprattutto ad una galleria di personaggi memorabili. La rassegna prevede il 31 ottobre, per l'anniversario dei 500 anni della Riforma protestante, la proiezione del film Luther, interpretato da Joseph Fiennes con la regia di Eric Till. Il 23 gennaio, nella settimana in cui ricorre la commemorazione delle vittime dell'Olocausto, sarà invece proposto Hannas schlafende Hunde di Andreas Gruber, con la rivelazione Nike Seitz. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli italiani. L'ingresso è libero. (Comunicato stampa)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Locandina presentazione volume Past Euphoria Post Europa Past Euphoria Post Europa
di Fabio Sgroi

Presentazione e booksigning
20 dicembre 2017, ore 17.30
Centro Internazionale di Fotografia - Palermo
www.goethe.de/palermo

Presentazione del volume del fotografo Fabio Sgroi: un progetto a lungo termine, che raccoglie 74 scatti nello scenario politico ed economico europeo. Un viaggio che coinvolge 14 Paesi; un percorso visivo che racchiude la quotidianità, in una società che è stata attraversata da un forte cambiamento, dovuto ai violenti effetti delle dinamiche geopolitiche, dalla caduta del Muro di Berlino all'allargamento dell'Unione Europea. Come scenario, luoghi simbolo: piazze, statue, campi di concentramento, strade, muri e caserme, che fanno da cornice ai volti, agli sguardi e ai gesti di chi vive il presente in quei posti, segnati allo stesso tempo dal ricordo del passato e della modernità, capaci di mostrare euforia e di cadere nella malinconia.

Il libro intende rappresentare il clima e la tensione generale che si vive a Est, sia nei paesi che fanno già parte della Comunità Europea, sia in quelli confinanti, che vivono uno stato d'attesa. Il volume, con la prefazione di Giovanna Calvenzi, è stato pubblicato attraverso una campagna di crowdfunding (Novembre 2017); finanziato ed edito dalla piattaforma Crowdbooks. Dopo la presentazione ci sarà il booksigning con il fotografo che firmerà le copie del libro che, inoltre, sarà possibile acquistare durante l'evento a un prezzo speciale. E' già possibile prenotare la copia online.

Intervengono: Letizia Battaglia, Fotoreporter e Direttrice Artistica del Centro Internazionale di Fotografia Aurelio Angelini, Docente di Sociologia dell'Ambiente al Dipartimento di Architettura dell'Università di Palermo Stefano Bianchi, Editore e Fondatore della piattaforma Crowdbooks Davide Camarrone, Scrittore e Giornalista Rai Delfina Santoro, Curatrice del libro Heidi Sciacchitano, Direttrice del Goethe-Institut Palermo Fabio Sgroi, Fotografo e Autore di Past Euphoria Post Europa.

Fabio Sgroi (Palermo, 1965) si avvicina alla fotografia nel 1984 da autodidatta, scattando fotografie ai suoi amici, giovani vicini alla musica punk e all'underground; nel 1986 per due anni entra a far parte dell'agenzia di Letizia Battaglia e Franco Zecchin, "Informazione Fotografica", per conto del quotidiano "L'Ora" di Palermo. Fin dall'inizio il suo lavoro si concentra sulla Sicilia documentandone la vita di tutti i giorni, le cerimonie religiose e le varie celebrazioni. Ha viaggiato e lavorato in tutta l'Europa e in diverse parti del mondo. Nel 2000 si è focalizzato sulla paesaggistica e sull'archeologia industriale in formato panoramico. Ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, sia in Italia che all'estero. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00

Presentazione catalogo
04 febbraio 2018, ore 11.00
Chiesa Madonna della Vittoria - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Copertina libro Castlàr La Lingua Castlàr. La Lingua
di Davide Maria Cagnata, Arianna Sartori Editore

Presentazione libro
17 dicembre 2017, ore 16.00
Casa Museo Sartori - Castel d'Ario (Mantova)
info@ariannasartori.191.it

La gente di Castlàr (Castel d'Ario) è sempre stata irriverente, ribelle, pungente, beffarda, sarcastica, irrispettosa, impertinente, sfacciata, sfrontata, impudente, caustica, maligna. Così è sempre stata anche la loro lingua. Scopo di questo testo è salvare quanto possibile di un patrimonio culturale in via di estinzione, poiché una lingua che non viene parlata è destinata a dissolversi. Non sono stati inclusi vocaboli, modi di dire, proverbi e altro materiale presenti anche in italiano, o molto simili.

Niente è meno oggettivo di un idioma: molti non saranno d'accordo con i termini usati, le definizioni, gli esempi, i significati, le varie versioni, e individueranno molti vocaboli, modi di dire e proverbi mancanti, ma dopo 25 anni di raccolta del materiale era doveroso porre un limite a questa operazione che potrebbe proseguire all'infinito. Si è cercato di dare un'immagine vera di quanto sia vibrante, sanguigna, umorale, spietata questa parlata, si è perciò scelto di inserirvi tutto a parte le espressioni blasfeme. Si astenga quindi dalla lettura chi è infastidito dalle cosiddette parolacce, di cui questo libro, come questa lingua, sono pieni. Per quanto riguarda l'ortografia, ogni problema è stato affrontato considerando soprattutto un criterio: cercare di rendere la lettura agevole non solo a chi conosce già la lingua, ma possibilmente anche a chi la affrontasse per la prima volta. (...) (Davide Maria Cagnata)

Davide Maria Cagnata (Castel d'Ario, 1955), laureato in Giurisprudenza all'Università di Bologna, ha curato l'edizione dell'opera omnia di Don Doride Bertoldi del 1985 sotto la supervisione di Emilio Faccioli. E' stato Giudice Conciliatore del Comune di Castel d'Ario dal 1982 al 1988. E' stato Difensore Civico del Comune di Castel d'Ario dal 1998 al 2014. Si è occupato di musica facendo parte di molti gruppi musicali e ha pubblicato alcuni CD. Ha scritto e pubblicato un'opera musicale in due CD che è stata poi rappresentata da una compagnia di 19 elementi nel Castello di Montorio, nel Castello di Valeggio, nella Rocca di Peschiera, nel Teatro Astra di San Giovanni Lupatoto e a Brescia, interpretando il ruolo del protagonista. Attualmente insegna Diritto ed Economia Politica alla superiori. (Comunicato stampa)




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Copertina libro L'imbarcadero per Mozia, di Sabrina Sciabica L'imbarcadero per Mozia
di Sabrina Sciabica, L'Erudita, Giulio Perrone Editore

Cosa è un imbarcadero e dove si trova Mozia? Scopritelo con il romanzo di Sabrina Sciabica, giornalista palermitana che ha scelto di ambientare il suo primo romanzo in Sicilia. Una storia d'amore che sa di salsedine per questa giovane autrice che sceglie di ambientare la sua storia con il mare sullo sfondo, le saline di Marsala di contorno e il calore del sole siciliano a rendere il tutto più magico. L'imbarcadero per Mozia è un romanzo per molti versi storico, nelle intenzioni archeologiche che scavano a fondo nei sostrati psicologici dei personaggi e nell'impianto lirico, animato da uno stile che, alternando il verso alla prosa, rievoca il dialogo classico e tragico tra coro e attore. Dialogherà con l'autrice Monica Tenev, direttrice artistica di LAB 116, caffè letterario e non solo, che nasce dalla volontà di dare spazio alla creatività e all'originalità di nuovi talenti. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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