La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018 Il Pianeta delle Scimmie
Immagine per pagina con articoli di Ninni Radicini sulla Germania
Articoli di Ninni Radicini sulla Germania
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari
Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Opera di Karl Stengel Karl Stengel: di-segni
23 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 31 luglio 2018
Galleria ZetaEffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

Karl Stengel nacque nel 1925 a Neusatz/Novisad, città sulle rive del Danubio, allora Ungheria. Ancora in età scolare venne arruolato nell'esercito e alla fine del 1943 in tutta la sua compagnia venne fatto prigioniero dei russi. E, scherzo della sorte, proprio nel lager siberiano dove era rinchiuso, Karla Stengel ebbe la sua prima mostra: un ufficiale russo lo vide disegnare in una pausa di lavoro con un pezzo di carbone su un sacco di cemmento vuoto e gli chiese di ritrarre lui e i suoi colleghi russi. Era il 1944.

"(...) Io sono dell'opinione che non contino il tipo di formazione che un artista ha ricevuto, né il numero delle sue mostre, ma solo la sua creazione, il suo lavoro. Il mio consiste in uno sforzo continuo e onesto di conferire forma ed espressione nella maniera migliore e persuasiva, a ciò che vuole e deve assumere forma, a ciò che la vita mostra a me e a tutti noi e può giungere a un'espressione più intensa attraverso un'immagine, un'immagine che può essere un dipinto, una scultura, disegno, collage o altro (...)" (Karl Stengel)

Questi disegni sono un diario di immagini - di estratti di quotidianità - che l'autore ha fissato e mette a disposizione dell'osservatore e se ne appropri e li abiti. Il segno è scultoreo ma non imbriglia il furore espressivo che, nella bella intuizione di Ed Mc Conmack, "ha una freschezza quasi da Art Brut". (Ivan Teobaldelli)

Davanti ai disegni di Karl Stengel si capisce anche come la tradizionale limitatezza espressiva di questa tecnica non sia affatto un limite, ma come anzi essa sia propriamente un veicolo di immediatezza e pienezza allo stesso modoin cui sanno esserlo solo alcune forme della danza contemporanea o del jazz. Come in queste discipline anche nei disegni di Stengel appare subito evidente come l'antinomia astratto/figurativo abbia in realtà bene poco senso. (Prof. Alessandro Tempi)

___ Presentazione di altre mostre in questa pagina con riferimenti all'Arte Astratta

James Brooks, Selected Works Vol. XI
termina lo 01 settembre 2018
Galleria Opere Scelte - Torino
Presentazione

Mario Nigro. Gli Spazi del Colore
termina lo 02 settembre 2018
Fondazione Ghisla Art Collection - Locarno
Presentazione

Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze
Presentazione

Ferruccio Gard: Intrecci Dinamici
termina il 15 luglio 2018
Museo Boncompagni Ludovisi - Roma
Presentazione

Dadamaino. Oltre la problematica pittorica
termina lo 01 luglio 2018
Sala Lucio Fontana - Comabbio (Varese)
Presentazione

Piero Dorazio. Limina: il decennio 1975-1985
termina il 24 giugno 2018
VV8artecontemporanea - Reggio Emilia
Presentazione

"Yesterday, Today, Tomorrow". Elegia del colore dagli anni '40 ad oggi
termina il 21 luglio 2018
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
Presentazione

Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
termina il 23 luglio 2018
Museo Palazzo Fortuny - Venezia
Presentazione




Opera di Gian Maria Tosatti nella mostra Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania Palazzo Biscari - Catania Gian Maria Tosatti
Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania


16 luglio - 18 agosto 2018
Palazzo Biscari - Catania
www.un-fold.org

Per la prima volta nella sua storia, Palazzo Biscari, una delle più importanti residenze barocche della Sicilia, apre le sue porte all'arte contemporanea. Il palazzo ospiterà l'installazione site specific dell'artista Gian Maria Tosatti intitolata Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania, a cura di Adele Ghirri, Ludovico Pratesi, Pietro Scammacca, e presentata da unfold, associazione culturale no profit. La mostra è inserita nella programmazione ufficiale di Manifesta12 (Palermo). Ampliando i confini fisici e concettuali dello spazio espositivo, unfold invita a investigare l'identità di questi luoghi commissionando installazioni temporanee con lo scopo di tracciare una topografia innovativa del territorio siciliano. E' il primo capitolo di un progetto che porterà l'artista in un lungo pellegrinaggio attraverso l'Europa tra le macerie della Storia moderna che allunga ancora le sue ombre sul presente, e i germogli di un tempo nuovo, forse una Nuova Storia.

Tosatti, nel suo cammino, si pone come testimone di fronte ad uno dei più profondi passaggi di civiltà che l'occidente abbia registrato, teso fra la spinta verso un futuro di totale trasformazione - profetizzata da autori come Pier Paolo Pasolini - e l'opposizione di vecchie strutture come gli stati-nazione, il capitalismo, il colonialismo, che nella loro resistenza mostrano il loro volto più sinistro. L'opera di Tosatti si propone come un viaggio che il visitatore affronterà individualmente: una sorta di percorso solitario il cui inizio coincide con l'ingresso in un nuovo monumentale romanzo visivo. Attraverso una narrazione ispirata dall'architettura dell'edificio, ma ricca di riferimenti a Visconti, Céline e ai suoi diari personali, l'artista orchestra un'esperienza immersiva, per trasformare il palazzo in una rovina contemporanea, logorando il suo genius loci.

Con la creazione di un'atmosfera spettrale, in bilico tra presenza e assenza, passato e futuro, Tosatti genera un paradosso temporale che situa il visitatore in una sorta di sepolcro della modernità, un punto di attraversamento tra due epoche radicalmente diverse che può vederci passare o fallire. Il contrasto che prende forma tra le tematiche dell'opera e gli affreschi barocchi richiama la nozione di allegoria come concepita da Walter Benjamin nel suo trattato Il Dramma Barocco Tedesco (1925). Per Benjamin, l'allegoria barocca è una forma di espressione che si manifesta durante i passaggi escatologici della Storia, quando il declino e la precarietà di una civilizzazione diventano percepibili. Il titolo della mostra derivante da Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, si presenta come uno spazio allegorico ed entropico, dove il tempo sembra essere finito, o continuare in una dimensione ulteriore e separata.

Il lavoro di Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) si sviluppa prevalentemente attraverso grandi cicli di opere che affrontano temi legati al concetto di identità, sia sul piano politico che spirituale. I progetti a lungo termine realizzati fin ora hanno portato l'artista ad utilizzare prevalentemente edifici storici e monumentali per farne potenti macchinari visivi capaci di sviluppare temi profondamente radicati nelle comunità di riferimento e nel presente storico. Tali operazioni, talvolta, hanno innescato processi di trasformazione di intere città (Sette Stagioni dello Spirito, Napoli 2013-2016) o aree geografiche (New Men's Land, Nord-pas-de-Calais 2015-2016). Ogni progetto realizzato dall'artista ha la forma del "romanzo visivo", spesso declinato in più capitoli, costituendo un percorso esperienziale per il visitatore che forza i limiti del rapporto tra arte e realtà.

Fondata nel 2017 da Pietro Scammacca, unfold è un'associazione culturale no profit con sede a Palazzo Biscari, Catania. Grazie al supporto della città, donazioni e altre istituzioni, l'associazione invita artisti italiani e internazionali a produrre opere site specific presso i luoghi di interesse storico-artistico siciliani. Ampliando i confini fisici e concettuali dello spazio espositivo, unfold invita a investigare l'identità di questi luoghi commissionando installazioni temporanee con lo scopo di tracciare una topografia innovativa del territorio siciliano.

La nascita di Palazzo Biscari, capolavoro del barocco siciliano, ha come preambolo un'immane tragedia: il catastrofico terremoto che nel gennaio del 1693 colpì la Val di Noto, distruggendo oltre 45 centri abitati e causando la morte di più di 60 000 persone. Ignazio Paternò Castello, III Principe di Biscari, ottenne il permesso di edificare il suo nuovo palazzo sopra il terrapieno delle mura cinquecentesche fatte edificare da Carlo V, che avevano resistito alla devastazione della città, ed affidò l'incarico all'architetto Alonzo Di Benedetto. I primi lavori di costruzione ebbero inizio nel 1702. La costruzione dell'edificio subì l'impulso definitivo quando a succedere a Vicenzo fu il figlio, Ignazio come il nonno, il "grande principe" che avrebbe impresso la propria personalità poliedrica su ogni pietra ed in ogni salone del palazzo.

Appassionato di archeologia, socio di accademie di lettere ed arti in tutta Europa, mecenate e benefattore munifico, Ignazio il grande ebbe l'idea di aggiungere un'ala dove ospitare un museo privato che accogliesse le sue collezioni archeologiche e di naturalia e mirabilia, una vera e propria Wunderkammer siciliana. Nel 1758 il museo Biscari venne inaugurato con grandi festeggiamenti, divenendo immediatamente una delle mete principali dei visitatori stranieri che estendevano il "Grand Tour" fino all'esotica isola di Sicilia. Tra i molti personaggi illustri che visitarono il palazzo, ricordiamo Johann Wolfgang von Goethe, che espresse la sua grande ammirazione per il palazzo nel suo diario Viaggio in Italia (1816). Palazzo Biscari è ora un sito permeato da storie inesplorate, un tesoro in attesa di essere interpretato e riscoperto. (Comunicato stampa)

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For the first time in its history, Palazzo Biscari, one of the most magnificent Baroque palaces in Sicily, opens its doors to a contemporary artist. From the 16th of July to the 18th of August 2018, the palace will host a site specific environmental installation by Gian Maria Tosatti entitled Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania (My heart is a void. The void is a mirror - episode of Catania), curated by Adele Ghirri, Ludovico Pratesi, and Pietro Scammacca, and presented by unfold, a nonprofit cultural association founded by Scammacca in 2017. With the support of the city, donors, and other institutions, unfold invites Italian and international artists to produce site specific work based on Sicily's historical sites. By amplifying the physical and conceptual limits of the exhibition space, unfold commissions environmental works that investigate the identity of specific locations with the aim to map an innovative cultural topography of the Sicilian territory.

Il mio cuore è vuoto come uno specchio - episodio di Catania marks the first chapter of a pilgrimage that will take the artist across Europe in search of Modernity's ruinous remains, which project their shadow onto the present, and the gems of a new time-perhaps a 'New History.' Tosatti positions himself as a testimony to one of the most profound historical passages that the West has ever registered, a moment stretched between a future in total transformation-professed by authors such as Pier Paolo Pasolini-and the oppositionality of old structures, such as the nation-state, capitalism, and colonialism, which in reactionary revolt reveal their most sinister faces. The work, which takes its shape from the eighteenth-century palace, is thus a sort of prologue, a visionary and cruel space that will occupy the central stairway, the first three chambers of the salons, and the monumental ballroom. Tosatti's work presents itself as a journey that the visitor will venture individually: a solitary path as a visual novel that begins from the very first step of the central stairway.

Through a narrative structured by the architecture of the edifice, but rich with references to Visconti, Céline and his personal diaries, the artist orchestrates an immersive experience and transforms the palace into a contemporary ruin deprived of its genius loci. With the creation of this spectral atmosphere, halfway between presence and absence, past and future, Tosatti generates a temporal paradox that situates the visitor in what could be defined as the afterlife of modernity, a point of passage between two radically different epochs. The contrast that takes shape between these themes and the baroque frescoes gracing the palace's walls recalls the notion of allegory as conceptualized by Walter Benjamin in The Origin of German Tragic Drama (1925). For Benjamin, the baroque allegory is a form of expression that manifests itself in the eschatological passages of History, when the decline and precariousness of a civilization become perceptible. My heart is a void. The void is a Mirror - Episode of Catania - which borrows its title from Ingmar Bergman's The Seventh Seal, is an allegorical and entropic space, where time seems to be finished, or to continue in a separate direction. (Press release)

___ Mostre sulla Sicilia, in Sicilia e di Artisti Siciliani

Elogio della Luce. Riflessi e riflessioni per i vent'anni di Elle Arte
termina il 29 giugno 2018
Galleria Elle Arte - Palermo
Presentazione

Gino De Dominicis. Genio della dimensione
termina il 26 agosto 2018
Palazzo Belmonte Riso - Palermo
Presentazione

Alba Gonzales. Miti mediterranei
termina il 30 settembre 2018
Villa Malfitano (Fondazione Giuseppe Whitaker) - Palermo
Presentazione

Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
Presentazione

Sicilia, il Grand Tour
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Cipolla - Roma
Presentazione

Robert Capa Retrospective
termina lo 09 settembre 2018
Real Albergo dei Poveri - Palermo
Presentazione

L'essenziale verità delle cose. Francesco Trombadori
termina lo 02 settembre 2018
Galleria d'Arte Moderna di Palermo
Presentazione

Renato Guttuso. L'arte rivoluzionaria nel cinquantenario del '68
termina il 24 giugno 2018
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
Presentazione




Opera di Amleto Emery nella mostra Spazio Luce Amleto Emery. Spazio Luce
23 giugno (inaugurazione ore 17.30) - 15 luglio 2018
Ceramiche Ibis - Cunardo (Varese)

Artista di grande spessore intellettuale, ma ancora poco conosciuto al grande pubblico, Amleto Emery ha lasciato un grande patrimonio artistico dopo la sua scompa nel 2001. In mostra una selezione di opere che ripercorrono la sua personale ricerca che si è articolata in diverse tecniche espressive: dall'olio, l'acquerello, il pastello e il disegno. L'esposizione è promossa dall'Associazione che porta il suo nome, nata nel 2014 da un gruppo di amici e collezionisti con l'obbiettivo di rivalutare la sua figura e la sua opera. Nel corso della sua lunga ricerca, iniziata negli anni dell'immediato dopoguerra a contatto con l'ambiente artistico milanese insieme all'amico Alberto Montrasio, Emery dopo aver iniziato nel segno di una figurazione naturalistica e di un disegno votato ad una geometria concisa, approfondisce la sua ricerca in un percorso informale.

Ritornato all'attività dopo una decina d'anni di continui ricoveri, Emery riprende a dipingere con una serie di pastelli ad olio su cartone, di commovente sensibilità dedicati al paesaggio. Il lungo travaglio, dal 1976 al 1986, con continui ricoveri negli ospedali, durante i quali non ci sono possibilità di contatti e occasioni per usufruire di una certa libertà, provoca in Amleto la necessità di esprimersi in altro modo. E' l'inizio del ciclo dei lavori denominati "Spazio Luce" in cui l'artista, con personalissima originalità da lui stesso definita come "Linguaggio dell'anima", dà vita a dipinti bidimensionali di registro astratto nei quali luce e colore si compenetrano originando un naturalismo cosmico di pretta origine emotiva. Si tratta di opere ancora poco conosciute dal pubblico che grazie al lavoro dell'Associazione Amici Emery vengono presentate in una serie di mostre in luoghi storici della provincia. (Comunicato stampa)

___ Presentazione di altre mostre in questa pagina con riferimenti all'Arte Informale

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Strozzi - Firenze
Presentazione

Marco Lodola - Giovanna Fra. Tempus - Time
termina il 15 settembre 2018
Reggia di Caserta
Presentazione

Arturo Vermi
termina il 27 luglio 2018
Ca' di Fra' - Milano
Presentazione

Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
termina il 23 luglio 2018
Museo Palazzo Fortuny - Venezia
Presentazione




Bernd und Hilla Becher - Quenching Tower Zeche Emscher Lippe Dattlen, Ruhr II 2204 - cm.91,44x75,25 fotografia bn ed 2su5 E il giardino creò l'uomo
Hilla e Bernd Becher | Botto&Bruno | Paola De Pietri | Gioberto Noro | Hamzehian/Mortarotti | Simone Mussat Sartor | Dubravka Vidovic


termina il 24 luglio 2018
Galleria Alberto Peola - Torino
www.albertopeola.com

Il titolo della mostra è la citazione del saggio E il giardino creò l'uomo di Jorn de Précy, filosofo giardiniere, personaggio letterario creato dallo storico dei giardini Marco Martella. De Précy, vissuto tra Ottocento e Novecento, epoca segnata da una grande trasformazione industriale, urbanistica e sociale, nel 1912 pubblicò in Inghilterra The lost garden in cui racconta la bellezza e la spiritualità dei giardini, luoghi sacri dove la natura può crescere libera e incontaminata, veri e propri rifugi per l'anima. Non manca di esprimere però la sua forte preoccupazione verso un mondo che sta cambiando, interrogandosi su quello che potrebbe essere il nostro destino: «(...) domandarsi cosa sarà del giardino significa domandarsi cosa ne sarà dell'umanità, tanto intimo è il legame tra giardino e uomo (...)».

L'immagine fotografica di Gioberto Noro apre la collettiva. L'opera emana un'atmosfera onirica e al contempo sacra. Per coglierne la suggestione più profonda andrebbe guardata ascoltando A horse with no name degli America, a cui Sergio Gioberto e Marilena Noro si sono ispirati per la composizione del titolo Civilisation - An elder with no name. Nata da un sogno di Marilena, realizzata all'alba con una luce piena, l'opera vuole offrire una chiave di lettura positiva, una via d'uscita alla nostra sempre più evidente disumanizzazione. La canzone degli America termina con Under the cities lies a heart made of ground, but the humans will give no love (Sotto le città si adagia un cuore fatto di terra, ma gli umani non gli daranno amore). Ma forse, se prestiamo attenzione, possiamo ancora porre rimedio a questo nostro disinnamoramento.

Chissà quali sarebbero state le osservazioni di De Précy sulla città a distanza di più di un secolo dalla pubblicazione del suo libro. Egli descriveva la città come un luogo anonimo, fatto per le masse e non per l'individuo, un luogo disumanizzante. Se questo pensiero può essere in parte condivisibile, non si può negare che le città custodiscano mille volti e nella loro complessità nascondano anche il loro fascino. Questa suggestione appare evidente nelle fotografie ossessive e frenetiche di Simone Mussat Sartor che ci racconta la città e il suo ritmo costante e convulso nell'opera Scooter nord /Scooter sud, realizzata nel 2017 durante un viaggio in Vietnam. Si percepiscono la massa, il vociare della gente, il suonare dei clacson, l'energia delirante di un luogo che sembra non dormire mai. Ed è proprio in questa frenesia che è racchiuso il potere al contempo spaventoso e ammaliante delle città.

Allo sguardo istintivo e a colori di Simone Mussat Sartor si affianca quello razionale e monocromatico di Hilla e Bernd Becher le cui immagini descrivono un paesaggio fatto di un susseguirsi di cisterne, serbatoi idrici, silos, architetture industriali che, viste attraverso i loro occhi, ci appaiono in una veste nuova e mostruosamente seduttiva, come fossero le cattedrali del XX secolo. Ma sono le opere di Botto&Bruno e di Dubravka Vidovic a sottolineare in modo più evidente la rischiosa tendenza di una società sempre più disumanizzante. Da sempre Botto&Bruno dedicano la loro arte alla periferia. Le loro opere sono il frutto di rielaborazioni in cui la periferia viene fotografata, ritagliata e ricomposta fino a creare un paesaggio periferico "altro", che non esiste nella realtà ma che potrebbe identificarsi in qualsiasi luogo.

Proprio come accade in Sing a lone star, paesaggi desolanti di degrado urbano sono spesso accompagnati da cieli plumbei, da riferimenti al mondo musicale e dalla presenza di giovani figure di cui non si riesce mai a scorgere il volto. Luoghi e identità fantasma che tentano di catturare la nostra attenzione. L'ambiente che ci descrive Dubravka Vidovic attraverso l'opera Shikumen's wall #1 ci riporta in oriente, in Cina. Qui l'artista sofferma il suo sguardo sulle superfici dei muri degli shikumen, le tradizionali case di Shanghai, la città più popolosa al mondo, dove l'aggressiva politica di sviluppo urbano ha determinato la distruzione di queste abitazioni e il conseguente sfratto degli abitanti. Prima che fossero abbattuti, Vidovic ha fotografato i muri degli shikumen, inserendovi tra i mattoni grezzi vecchi libri e frammenti di stoffa, traccia di vissuto umano altrimenti dimenticato.

Le opere esposte nell'ultima sala della galleria costituiscono il capitolo conclusivo della mostra: la natura qui sembra prendere il sopravvento sull'essere umano e sulla città, la vegetazione spontanea si riappropria di ogni luogo abbandonato dall'uomo proprio come nel Terzo Paesaggio di Gilles Clément. Paola De Pietri analizza con sensibilità il cambiamento sociale e ambientale del vasto territorio della pianura padana. La serie Questa Pianura è un lavoro meticoloso che la impegna per dieci anni, dal 2004 al 2014, durante i quali ha fotografato alberi e case coloniche ormai disabitate e spesso in rovina. Alberi e case, con una distribuzione non casuale nello spazio, hanno perso la loro funzione originaria agricola, economica e sociale, e appaiono come parole di un discorso frammentario di cui non è più possibile cogliere il senso complessivo. Se la dissoluzione e la rovina sono evidenti, gli alberi ora privati di vincoli funzionali, crescono nello spazio secondo il loro piano biologico naturale e originario.

In Black Silence i paesaggi periferici di Botto&Bruno vengono questa volta ispirati dalle illustrazioni fantastiche di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, che gli artisti hanno via via celato attraverso sovrapposizioni e ripetizioni di segni a china, nero su bianco, dando vita a una vegetazione astratta che lentamente si riappropria di angoli e interstizi urbani. Out of Garden #2 di Gioberto Noro, immagine volutamente enfatizzata, sprigiona un'atmosfera magica e surreale. Un paesaggio con un che di lunare ingloba tra le sue rocce quel che resta di un bunker corroso dal tempo, traccia tangibile della guerra, quasi come se la natura avesse il potere di azzerare tutto, ma anche di chiederci di fermarci, di ascoltare e di ridimensionarci.

Infine, emblematica e potente è l'opera di Anush Hamzehian e Vittorio Mortarotti. Decontestualizzata dall'ampio progetto Most Were Silent realizzato ad Alamogordo, New Mexico, dove ebbe inizio l'era atomica, l'immagine tagliente di un cactus, illuminato da un flash abbagliante, sembra parlare anche di un'altra storia, quella di Pripyat, città ucraina ormai fantasma, emblema del disastro nucleare di Chernobyl, dove la natura ha riconquistato con fatica il territorio violato. E così il cactus, fotografato là dove furono eseguiti i primi test nucleari, può diventare anche simbolo della forza della natura che si oppone ai disastri ambientali che l'uomo continua a provocare. (E il giardino creò l'uomo - testo di Francesca Simondi)




Serie di immagini nella mostra Un Eco per tutti Un Eco per tutti
termina lo 06 luglio 2018
Studio Arte Fuori Centro - Roma

Secondo appuntamento di Spazio Aperto 2018 ciclo di quattro mostre in cui l'associazione culturale Fuori Centro invita gallerie e critici a segnalare ambiti di ricerca in cui delineare i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nelle multiformi esperienze legate alla sperimentazione. La mostra, a cura di Clorinda Irace, promossa dall'associazione napoletana TempoLibero presieduta da Clorinda Irace, è stato inaugurato nel giugno 2016 presso il Museo Archeologico di Napoli per poi proseguire con esposizioni itineranti nelle città di Pescara e Agropoli. In seguito la mostra è stata ospitata presso la Miami Beach Regional Library, principale biblioteca di Miami, curata da Oscar A. Fuentes e patrocinata dalle sedi americane dell'istituto Italiano Di Cultura e dalla Società Dante Alighieri.

La mostra, nata da un'idea di Clorinda Irace e Tony Stefanucci con allestimento curato da Alexandra Abbate, si è andata evolvendo nelle varie edizioni grazie alla partecipazione progressiva di nuovi autori: pittori, scultori, fotografi, poeti, scrittori, che con le loro diversità espressive hanno arricchito, di volta in volta, l'evento. Le opere-segnalibro, di dimensione 30x10cm, vogliono evocare la grande opera letteraria di Umberto Eco che ha segnato fortemente il secolo "breve". Scrive Clorinda Irace, "...Parte da Napoli e dalla sua creatività un evento culturale che con diversi linguaggi artistici promuove non la commemorazione ma la riproposizione di Umberto Eco. Tutti i soggetti coinvolti hanno amato i testi di Eco e con questa mostra si spera di diffonderne la conoscenza anche tra le nuove generazioni."

Artisti: Francesco Alessio, Vincenzo Aulitto, Mathelda Balatresi, Antonio Barone, Monica Biancardi, Nando Calabrese, Francesco Calia, Antonio Carbone, Claudio Carrino, Marialuisa Casertano, Gabriele Castaldo, U.Ciaccio/A.Romita, Marisa Ciardiello, Franco Cipriano, Chiara Coccorese, Anna e Rosaria Corcione, V.Cortini/F.Gerla, Giancarlo Costanzo, Chiara Corvino, Laura Cristinzio, Dario Cusani, Maria Pia Daidone, Libero De Cunzo, Pina Della Rossa, Armando De Stefano, Luce Delhove, Lucia Di Miceli, Gianfranco Duro, Mario Di Giulio, Francesca Di Martino, Gaetano Di Riso, Peppe Esposito, Luciano Ferrara, Salvatore Giunta, Mauro Fiore Kronstadiano, R.Filadoro/D. Gallone, Consiglia Giovine, Francesco Giraldi, Maria La Mura, Mario Lanzione, Silvana Leonardi, Franco Lista, Francesco Lucrezi, Gabriele Marino, Rosaria Matarese, Michele Mautone, Rita Mele, Mutandis, Maya Pacifico, E.Lucrezi/L.Pagano, Rosa Panaro, Peppe Pappa, Silvana Parente, Gloria Pastore, Aulo Pedicini, S.Perrella/A.Petti, Mario Persico, Carolyn Peyron, Ivan Piano, Antonio Picardi, C.Garesio/Ellen G/G.Pirozzi, Teresa Pollidori, Annamaria Pugliese, Gualtiero Redivo, Carmine Rezzuti, Rosella Restante, Clara Rezzuti, Marcello Rossetti, Enzo Rusciano, Alba Savoi, Quintino Scolavino, Antonello Scotti, Eugenia Serafini, Grazia Sernia, P.Nasti/E.Silvestrini, Tony Stefanucci, Ernesto Terlizzi, Marianna Troisi, Ilia Tufano, Francesco Verio, Carla Viparelli. (Comunicato stampa)




Opera di James Brooks dalla mostra Selected Works Vol. XI James Brooks, Selected Works Vol. XI
termina lo 01 settembre 2018
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Undicesima mostra personale dell'artista londinese. Brooks trasforma l'informazione in un'opera d'arte astratta, creando un linguaggio alternativo. Il processo di astrazione è il metodo attraverso cui egli trasmette i propri interessi; gli piace indagare il modo in cui la società attuale si sia evoluta dalle antiche civiltà, utilizzando innovazioni scientifiche come la geometria greca, l'alfabeto latino o il sistema decimale arabo. Così l'artista crea serie nelle quali gli spazi - strade romane, antichi laghi greci, piazze e confini urbani - nelle loro parti costitutive diventano il punto di connessione tra il contemporaneo e il passato. Come un cartografo, lavora entro i confini della pura geometria priva di ogni riferimento umano. Le forme sono definite con precisione e riapplicate in una base che è una struttura geometrica.

Guardando i suoi lavori da vicino è possibile vedere i calcoli, le linee e le esplorazioni geometriche; da lontano, il colpo d'occhio è un insieme rigoroso di forme reiterate e rese in colore piatto. Nell'ultima serie, Portmanteau Portraits, continua l'esplorazione di conversioni alfanumeriche e matematiche per mettere in discussione la relazione tra linguaggio e astrazione attraverso i nomi di persone e luoghi specifici. Simile alla precedente serie Transformation of Cities - anch'essa in mostra - i Portmanteaus Portraits esplorano la metamorfosi di imperi ed epoche antiche, utilizzando specificamente i nomi delle divinità storiche greche e romane, con l'intenzione di esplorare l'idea del cambiamento delle diverse credenze della storia. (Comunicato stampa)




Opere nella mostra Fantastic fly Fantastic fly
30 giugno (inaugurazione ore 21) - 08 luglio 2018
Galleria Europa - Lido di Camaiore (Lucca)
www.mercurioviareggio.com

In esposizione recenti dipinti di Beppe Francesconi, Armando Orfeo e Valente Taddei. Nella pittura italiana contemporanea esiste un consolidato filone espressivo collegato al fantastico: i tre artisti invitati a questa rassegna procedono ciascuno in modo personale per costruire un proprio universo chimerico, un originale registro visionario, un diario onirico privato. Negli oli di Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961), la ricerca di leggerezza, di fragili immagini prive di peso, con animali che tendono a librarsi in volo, indicano la volontà di superare la realtà per immergersi nel mondo delle utopie e delle fiabe. La sua tavolozza trova nei colori azzurri e rossi, solari, i toni più congeniali, alternati a dei suggestivi notturni, dove un cielo pieno di stelle diventa il fondale ideale per magiche evocazioni.

Protagonista delle tecniche miste di Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) è il 'Signor Cozza', bizzarra creatura che vive in una dimensione denominata 'Iper-Mondo', muovendosi, inquieto e curioso, tra numerosi oggetti allegorici e architetture ardite. L'artista sottolinea il nonsenso insito nella vita dell'uomo, riproducendo situazioni surreali nelle quali la principale via di salvezza appare la Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Valente Taddei (Viareggio, 1964) realizza dipinti a olio e china dal taglio narrativo, nei quali un minuscolo individuo si ritrova in contesti al limite del paradosso, sospeso in tempi e spazi indefiniti. La linea tracciata dall'artista asseconda le peripezie del suo personaggio, temerario ma insicuro, solitaria presenza in un cosmo dagli equilibri precari, icona della fragilità umana in bilico tra sogno e inconscio. La mostra è patrocinata dal Comune di Camaiore ed è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. (Comunicato stampa)




Manet e Massimiliano
Un incontro multimediale

19 giugno 2018 - 19 giugno 1867
La ricorrenza della morte di Massimiliano imperatore del Messico


termina il 30 dicembre 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Dopo le celebrazioni dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo, un percorso immersivo e "multimediale" - a cura di Andreina Contessa e Rossella Fabiani, in collaborazione con Silvia Pinna - per dar vita all'incontro impossibile tra l'imperatore del Messico, fucilato il 19 giugno 1867, ed Édouard Manet, il grande pittore francese che, indignato dalla vicenda, denunciò con la sua pittura le responsabilità dell'imperialismo francese. Il sorprendente itinerario - promosso dal Museo storico e il Parco del Castello di Miramare e prodotto da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International - trasporterà migliaia di visitatori all'interno di questa storia, dentro i luoghi che l'hanno scandita, da Miramare al Messico a Parigi, grazie a una dimensione immersiva di suoni, proiezioni e ambienti ricreati. Sarà inoltre valorizzato anche il contesto di Miramare richiamato attraverso testimonianze quali lettere, libri, documenti e dipinti.

Ad accompagnarci in questo flashback virtuale sarà la narrazione teatrale ideata dallo sceneggiatore Alessandro Sisti e recitata da Lorenzo Acquaviva, che nei panni di Massimiliano farà rivivere le emozioni e le contraddizioni di questa trama, raccontando in prima persona le preoccupazioni dell'imperatore, il suo amore per Carlotta e per Trieste, il suo impegno per il Messico e i suoi tentativi di un governo illuminato. La "multimedialità" sarà al centro di questa rievocazione, instaurandosi su più livelli di lettura, non solo per l'evidente relazione tra il racconto digitale e l'ambiente di Miramare in cui questo viaggio viene "rivissuto", ma anche per la pluralità di piani cui rimanda.

Dai giornali, attraverso cui Manet viene a conoscenza della tragica fine di Massimiliano, alla pittura come mezzo per aprire un acceso dibattito sulla censura - che fu animato peraltro dallo scrittore Émile Zola e coinvolse figure come Giosuè Carducci e Franz Listz -, dalla narrazione scenografica e potente ai video finali di due artisti messicani che ci riporteranno all'oggi. In questo tessuto di connessioni emergerà anche la doppia valenza dell'arte, che se da un lato indossa le vesti ufficiali della cronaca, come mostrano i dipinti del tempo esposti nelle Scuderie e nel Castello, dall'altro esprime la sua capacità di smascheramento della rappresentazione della realtà.

Massimiliano, divenuto imperatore del Messico su invito dell'invasore francese Napoleone III, viene fucilato dalle truppe ribelli a Querétaro insieme ai due generali Miramòn e Mejía. Di fronte a rivolte divenute ormai scontro armato, il sovrano francese lo aveva abbandonato. L'eco della notizia giunse immediata in Europa e a Parigi. La morte di Massimiliano fu uno scandalo per le implicazioni politiche e culturali che portava con sé: sotto la patina rifulgente della Belle Époque, metteva in moto i fermenti che avrebbero condotto alla Prima Guerra Mondiale. Manet ne fu così ossessionato che realizzò tra il 1867 e il 1868 ben tre versioni di grande formato, come si confaceva ai dipinti di storia, uno schizzo ad olio e una lastra litografica. La forza polemica e la verve politica dell'opera ne impedirono l'esposizione al Salon di Parigi, dove era stata annunciata, e nessuna delle versioni dell'Esecuzione di Massimiliano fu mai esposta al pubblico finché Manet fu in vita.

Dalla partenza per il Messico, con cui si apre la mostra, allo scoppio inarrestabile della guerra civile guidata da Benito Juàrez, saremo condotti fino a Parigi, dentro lo studio di Manet. Ascolteremo i pensieri dell'artista e i commenti dei giornali del tempo, vedremo gli scatti dell'unico fotografo autorizzato a immortalare il cadavere di Massimilano sul luogo della fucilazione, Francois Aubert; davanti ai nostri occhi scorreranno le immagini dei quadri - conservati ora in vari musei d'Europa e d'America (Boston, Londra, Copenhagen, Mannheim) - di cui scopriremo dettagli e particolari inediti. Grazie a una serie di effetti speciali seguiremo l'evoluzione del lavoro. Nella prima versione del dipinto, realizzata di getto a poche settimane dal truce episodio, Manet manifesta la partecipazione emotiva agli eventi, ma risente delle ancora scarse notizie e della mancanza di immagini circolanti in Europa. Nelle versioni successive l'artista cerca di arricchire i particolari in base alle informazioni ormai diffuse.

Aggiunge così il muro di fondo, alcuni spettatori, cambia la posizione dei generali di Massimiliano e soprattutto inserisce un'invenzione che esprime una precisa presa di posizione: veste i soldati del plotone d'esecuzione non più con i panni borghesi, bensì con le uniformi dell'esercito francese, definendo il messaggio e il senso dell'opera. La versione finale del 1868 sarà la più grande, quella dal tratto più definito, in cui l'esempio della pittura spagnola e di Goya appare esplicito. Ora la cronaca si decanta e acquisisce un significato universale: dalla crudezza del primo impatto si è giunti all'equilibrio simbolico del dipinto finale e Massimiliano, fra i due generali, finisce per assomigliare a Cristo fra i due ladroni, sacrificato sull'altare dell'imperialismo francese.

Da Parigi torniamo così a Trieste, lì dove il viaggio aveva preso avvio. Il mare e le onde nell'ultima sala ci circondano. Il 15 gennaio 1868 la fregata Novara, la stessa con la quale la coppia reale era partita piena di speranze, riconduce il feretro del sovrano nell'unica città in cui Massimiliano si era sentito veramente a casa. Trieste, proclamato il lutto cittadino, veglia il corteo funebre, che attraversa le strade della città. In lontananza la sagoma del Castello di Miramare. Dopo l'esperienza immersiva ideata e realizzata da Senso Immersive (studio creativo, spin-off di DrawLight), ecco le lettere di Massimiliano, i libri della sua biblioteca riferiti al Messico e all'America, altri documenti storici - dai proclami alle stampe sulla sua fucilazione - e poi alcuni dipinti conservati nei depositi e in altri ambienti del Castello, che descrivono la partenza per il nuovo regno e il rientro della salma.

Al centro di quest'ultima sezione è esposto l'imponente Ritratto di Massimiliano Imperatore, a rievocare il simbolo delle antiche glorie. Memorie iconiche che preparano a scoprire l'immaginario messicano e la sua rivisitazione artistica in chiave contemporanea. A chiudere il percorso sono, infatti, i video di due giovani artisti Calixto Ramírez e Enrique Méndez de Hoyos, che si confrontano con una vicenda cruciale della storia del loro Paese e offrono uno sguardo che restituisce alla (nostra) prospettiva europea la lente d'ingrandimento messicana, intrecciando ancora una volta in un'unica trama presente e passato, storia e arte. (Comunicato stampa Civita Tre Venezie)

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Mostre su Trieste




Immagine per la presentazione della mostra 8 Scenografie per Macbeth 8 Scenografie per Macbeth
07 luglio - 10 settembre 2018
Palazzo Madama - Torino

La mostra presenta le maquette realizzate dagli studenti dell'ultimo anno della laurea in Architettura del Politecnico di Torino, in collaborazione con il Teatro Regio di Torino. Se nel 2016 i progetti realizzati nel workshop dedicato a Madama Butterfly di Giacomi Puccini erano stati esposti al MAO-Museo d'Arte Orientale, in una cornice ideale per l'ambientazione esotica dell'opera, quest'anno la scelta dei curatori è caduta su Palazzo Madama, sia in considerazione delle precedenti collaborazioni con il Teatro Regio durante le celebrazioni del 2011, sia per i molti possibili confronti con le collezioni museali, che vantano un ricco patrimonio di stampe e disegni a soggetto teatrale, firmati da artisti attivi nel Settecento per la corte sabauda, come Filippo Juvarra e i fratelli Bernardino e Fabrizio Galliari. La mostra è curata da Roberto Monaco è Professore Ordinario del Politecnico di Torino; Valentina Donato è architetto; Claudia Boasso è scenografa del Teatro Regio di Torino; Attilio Piovano è docente del Conservatorio "G. Cantelli" di Novara; Loris Poët è architetto; Martina Poët è illustratrice grafica.

Le opere sono il frutto di una sinergia di competenze e conoscenze tecniche, artistiche e musicali e costituiscono il risultato di un workshop di durata annuale, nel corso del quale gli studenti hanno affrontato la complessità della macchina dello spettacolo, in particolare dell'opera lirica, approfondendo nello specifico lo studio del Macbeth di Giuseppe Verdi, il cui libretto è tratto dal Macbeth di William Shakespeare. Il workshop si è svolto nell'anno accademico 2016-17 in significativa concomitanza con le celebrazioni per i 400 anni dalla morte del grande drammaturgo e poeta inglese. Si tratta di un variegato progetto, realizzato in gran parte presso i laboratori di scenografia del Teatro Regio di Torino a Settimo Torinese, rivolto agli studenti dei corsi di laurea magistrale dell'area dell'Architettura.

Ogni anno il laboratorio si svolge a numero chiuso e coinvolge una quarantina di studenti riuniti in una decina di gruppi, che partecipano a lezioni frontali di carattere storico-musicale e scenografico, anche con l'intervento di professionisti del settore: registi, scenografi, giornalisti, critici, cantanti etc. Questa prima fase è propedeutica al lavoro vero e proprio di progettazione architettonica dell'allestimento. Già nel corso delle edizioni precedenti del workshop, che videro oggetto di studio varie opere di musicisti italiani dell'Ottocento, e anche in quest'anno accademico 2017-18 dedicato al Don Giovanni di Mozart, gli studenti hanno potuto cimentarsi con un progetto di scenografia, che ha condotto all'elaborazione di bozzetti, tavole tecniche, campioni di elementi di scena.

E' questo il materiale che occorre produrre nella realtà per l'allestimento di un'opera lirica, confrontandosi con le tecniche costruttive e i materiali imposti dal palcoscenico, in particolare da quello del Teatro Regio di Torino. In mostra sarà dunque possibile ammirare progetti veri e propri, potenzialmente pronti per una messa in scena, molto dissimili l'uno dall'altro, frutto della creatività di giovani e fantasiosi studenti, che si sono accostati con entusiasmo e competenza al mondo fatato e magico della lirica, al quale erano perlopiù estranei. Un'avventura affascinante e pressoché unica nel loro percorso di studi, che ricorderanno certo con piacere e che forse, per alcuni di loro, potrà costituire il possibile sbocco per un'attività professionale. I modelli realizzati saranno in dialogo con alcune opere a soggetto teatrale appartenenti alle collezioni di Palazzo Madama. (Comunicato stampa)




Immagine dal film Il Buono, il Brutto, il Cattivo Per il cinema italiano
Roma, 30 giugno - 21 luglio 2018
www.fondazionecsc.it

La realtà non si forma che nella memoria, scrisse Marcel Proust. Il Centro Sperimentale di Cinematografia ha fatto di questa verità uno dei suoi obiettivi primari attraverso la conservazione, il restauro e la diffusione dell'immenso patrimonio cinematografico e fotografico della Cineteca Nazionale.  Dalla memoria al futuro del cinema italiano, attraverso la Scuola nazionale di Cinema e la formazione di nuove  generazioni di cineasti che ogni anno affrontano la realtà e il futuro dell'universo audiovisivo. Una delle tre sezioni della manifestazione organizzata dal CSC e dal Mibact con la collaborazione di Luce Cinecittà, è proprio dedicata alla memoria. Tra i tanti eventi che coinvolgeranno il pubblico ci saranno le mostre allestite lungo il percorso che si snoda nell'area di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Entrando, a destra, nel porticato del Museo degli Strumenti musicali si potrà visitare la mostra fotografica curata da Alberto Crespi, intitolata "L'Italia restaurata", un racconto attraverso le immagini dei film conservati nell'archivio della Cineteca nazionale e restaurati negli ultimi anni.

"L'Italia restaurata" è un viaggio nella memoria e nell'identità del nostro Paese, attraverso una serie di fotografie e fotogrammi, che copre un arco di circa trent'anni: dalla seconda guerra mondiale alla fine degli anni Sessanta. Si parte dalla memoria della guerra con Achtung! Banditi!, Il Generale della Rovere, La Grande guerra, Paisà, Il buono, il brutto, il cattivo, La ciociara, Tutti a casa, Una giornata particolare, Roma città aperta; si percorrono gli anni difficili ma pieni di speranza del dopoguerra con Il cammino della speranza, Il bandito, In nome della legge, La lupa, Miseria e nobiltà, Non c'è pace tra gli ulivi, Riso amaro, Totò al giro d'Italia, Totò cerca casa, Umberto D;  fino ad arrivare al boom economico con Guglielmo il dentone, Divorzio all'italiana, Il sorpasso, Le mani sulla città, Rocco e i suoi fratelli, I soliti ignoti.

Un altro spazio sarà dedicato alla "Mostra degli allievi della Scuola nazionale di cinema" dove verranno esposti bozzetti, progetti scenografici e fotografie, realizzati dagli allievi dei corsi di costume, fotografia e scenografia, selezionati dai maestri Francesco Frigeri, Maurizio Millenotti e Giuseppe Lanci. E infine, nel porticato della sede del Mibact, a un passo dalla basilica di Santa Croce, gli allievi del terzo anno del corso di scenografia allestiranno "Il set di Miseria e Nobiltà" ricostruendo, a partire dalla documentazione originale del film, una scena della celebre commedia interpretata da Totò. Miseria e nobiltà è anche uno dei film restaurati che saranno proiettati nelle giornate di Santa Croce. (Comunicato stampa)




Jeanne Liotta: Break the sky
22 giugno - 06 luglio 2018
Museo Nitsch - Napoli
em-arts.org

Esposte nella capriata del Museo Nitsch la video-installazione In This Immense Space Hidden Things Appear Before Us e le opere di Jeanne Liotta, in collaborazione con Microscope Gallery New York. La video installazione di realtà aumentata, come Sky TV di Yoko Ono del 1966 - a cui il lavoro rende omaggio - trasmette un collegamento dal vivo del cielo esterno nella capriata. L'appropriazione e la dimestichezza d'uso delle nuove tecnologie da parte di Liotta consentono all'opera di estendersi oltre i limiti del cielo visibile. Le immagini video riprese in tempo reale dagli smartphone installati sul tetto dell'edificio sono sovrapposte a rendering computerizzati di pianeti, stelle, costellazioni e altri corpi celesti, nonché a stazioni spaziali, "spazzatura" e altri oggetti noti nell'orbita terrestre.

Il video dal vivo fruibile nell'orario pomeridiano del Museo - dalla luce del primo pomeriggio all'oscurità della sera - agevola l'esperienza di movimento della Terra, specialmente in relazione ad altri pianeti e sistemi stellari: la posizione di Napoli ruota a circa 750 miglia orarie sull'orbita del pianeta attorno al Sole alla velocità di 67.000 miglia orarie nel sistema solare che circola nella galassia a 483.000 miglia orarie, ecc. Inoltre in mostra ci sono delle selezioni di due serie correlate di acquerelli e inchiostri su carta ed una serie di fotogrammi dell'artista. Gli acquerelli Bruno Studies si basano sulla sagoma della statua di Giordano Bruno, che si trova a Roma in Piazza Campo de' Fiori, dove nel 1600 fu arso sul rogo per aver rifiutato di revocare quelle che erano considerate visioni eretiche, come insistere che il Sole è solo uno dei tanti e l'universo è infinito, e spesso incorporano il testo dei suoi scritti De l'Infinito, Universo e Mondi (1584).

La serie Nightly Studies - acquerelli gansai e inchiostro sumi su carta - trova Liotta mentre crea le sue mappe del cielo di notte osservato da varie località del mondo durante le sue ricerche. L'uso dettagliato e multistrato di sfumature di blu insieme all'applicazione minimale e gestuale di inchiostro nero sulla pagina attirano connessioni visive tra la scala umana e quella cosmica: schizzi di inchiostro formano la Via Lattea, un puntino di colore una galassia lontana. La serie di fotogrammi Articuli realizzati a mano in camera oscura si ispirano all'immaginario e alla struttura dei diagrammi copernicani (xilografie) del filosofo e ex frate domenicano Giordano Bruno. Tra le sue idee c'erano che il Sole è una stella, che altre stelle hanno sistemi solari simili al nostro e che l'universo è infinito. Un ulteriore informazione sugli articoli di Bruno: 42 xilografie iconografiche accompagnano la monografia di Giordano Bruno stampata nel 1588 Articuli centum et sexaginta Adversus Matematicos (Centosessanta Articoli contro i matematici). I diagrammi non sono rappresentazioni rigorose della meccanica celeste, ma strumenti descrittivi e immaginari per una rappresentazione eliocentrica del mondo, che Bruno ha immaginato non come singolare ma come spazio multidimensionale di possibilità infinite.

Jeanne Liotta realizza film, video, e anche video-proiezioni, opere su carta, e fotografie, con tematiche che spesso si intersecano tra arte, scienza, filosofia naturale ed effimero. Il suo film 16mm più noto Observando El Cielo ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Tiger Award al Rotterdam International Film Festival, ed è stato votato tra i migliori film del decennio da The Film Society of Lincoln Center. Nel 2013 Anthology Film Archives ha presentato The Real World at Last Becomes a Myth, una retrospettiva completa delle sue opere in film e video, e nel 2014 Jeanne ha ricevuto una commissione per lavorare con gli scienziati del clima Noaa a Boulder, Colorado per creare un'opera di proiezione a 360 gradi per Science on a Sphere. I suoi collage The Tiffany One-Cuts estratti da pagine del New York Times sono stati incorporati nelle installazioni dell'artista Nancy Shavers per la Derek Eller Gallery (2016) e per il Padiglione USA/Biennale di Venezia (2017). (Comunicato stampa)

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Independent Film Show 18th edition
22-23 giugno 2018
Museo Nitsch - Napoli

Presentazione




Frida Kahlo & Diego Rivera by Gisèle Freund
termina il 28 luglio 2018
Guidi&Schoen Arte Contemporanea - Genova
www.guidieschoen.com

Quando Gisèle Freund arrivò in Messico, nel 1950, la sua intenzione era di fermarsi per due settimane, il tempo necessario per scattare alcuni ritratti agli artisti, pittori e fotografi appartenenti alla comunità locale. Due anni dopo partì, quasi fuggì e in seguito disse: "sentivo che stava arrivando il momento in cui il Messico mi avrebbe divorata, è un paese dai contrasti così intensi, inumani". Gisèle nel 1933 fu costretta a lasciare la Germania per la Francia. Arrivò in Sud America nel 1942, nuovamente in fuga dal Nazismo, su invito di Sylvia Ocampo fondatrice ed editrice della rivista Sur, che l’avrebbe introdotta nei circoli dell’intellighenzia del continente. Lei comunque sopra ogni cosa voleva incontrare la tempestosa e mitica coppia formata da Frida Kahlo e Diego Rivera. Anche se molto legata al lavoro del muralista (tanto da girare su di lui un film recentemente ritrovato), si avvicinò molto velocemente a Frida.

Frida Kahlo è il soggetto principale di questo racconto che si svolge intorno a Casa Azul - la residenza/studio della coppia - situata a Coyoacán, nel Sud del Messico. Gisèle Freund usa abitualmente il bianco e nero ponendo attenzione alla luce ma non perdendo l'opportunità, da vera precursora, di scattare alcune preziose immagini a colori. Questi rari documenti ritraggono Frida immersa in una serena atmosfera vestita con un'ampia gonna a fiori e uno scialle di seta rossa a coprirle le spalle. Vediamo Frida dipingere un ritratto del padre; Frida in giardino con i suoi cani; mentre da da mangiare alle oche; Frida con il proprio medico; Frida in posa con lo sguardo pieno di forza e determinazione. Le due donne si intendono perfettamente. Sono fatte dello stesso metallo resistente a tutte le prove. Due sopravvissute sempre perseguitate per le loro idee politiche. Il fascino del mondo che ruota intorno a Frida fatto di artisti e attivisti politici è evidente nelle immagini di Gisèle. Non c'è niente di agiografico.

Freund, seguendo la sua idea di reportage, documenta e registra ogni elemento che possa avere un significato: i dettagli della casa, la tavolozza, le foto dei dipinti che la colpiscono. Per avvicinarsi a Diego Rivera, Gisèle cambia approccio adattandosi ai progetti e alla personalità larger than life del grande muralista. Gioca con le proporzioni facendo quasi scomparire l'artista nelle sue creazioni. Nei più tradizionali ritratti si sente una distanza che non traspare invece nelle fotografie in cui la protagonista è Frida; si ha quasi la sensazione che siano una concessione ad un genere, di meno essenziale necessità. Nel grande lavoro fotografico realizzato da Gisèle Freund nei due anni trascorsi in Messico, Diego e Frida si distinguono indiscutibilmente per la loro avventura umana e visiva assolutamente unica. Indubbiamente, ciò che colpisce di più, è la complicità - ritratta, immagine dopo immagine - tra la fotografa e la pittrice, tra due vite e due donne straordinarie che hanno creato immagini per esprimersi nella bellezza e nel dolore. Vere eccezioni per la loro epoca, inevitabilmente destinate ad incontrarsi e ritrovarsi. (Christian Caujolle, dal Catalogo Frida Kahlo & Diego Rivera, Edizioni Clairefontaine)

Gisèle Freund è stata una delle più importanti fotografe europee. Nel corso della sua lunga carriera ha collaborato regolarmente con Life e Time. E' stata tra i fondatori dell’agenzia Magnum. Nel 1991 le è stata dedicata una retrospettiva dal Centre Pompidou di Parigi. La mostra, composta da 30 fotografie scattate tra il 1950 e 1951, è stata realizzata in collaborazione con la lussemburghese Galerie Clairefontaine. Contemporaneamente prosegue la collettiva "Springtime in the basement " con opere inedite di alcuni degli artisti da noi rappresentati. (Comunicato stampa)




Ugo La Pietra - Rapporto città campagna, collage e disegno originale penna su carta, 24x18, 2016 - Courtesy Archivio Ugo La Pietra - Milano - Ca' di Fra' - Milano Ugo La Pietra
La città che scorre ai miei piedi


20 settembre (inaugurazione ore 18.00-21.00) - 26 ottobre 2018
Ca' di Fra' - Milano

Ugo La Pietra è un artista difficilmente etichettabile; Qualsiasi categoria risulta un abito troppo stretto. Sarebbe corretto definirlo un artista poliedrico, un caleidoscopio di curiosità intellettuali ed interessi. Negli anni '60, con il Gruppo del Cenobio sperimentò un sodalizio artistico - intellettuale che anticipò tutta la corrente della pittura segnica. Allo stesso tempo però, già a fine anni '60, andava esplorando la città dal centro alla periferia con un atteggiamento simile all'antropologo alla ricerca dei comportamenti sociali rispetto all'ambiente urbano. "Gradi di Libertà", "Tracce", "Recupero e reinvenzione" sono solo alcune tra le ormai storicizzate ricerche sul territorio. Oggi La Pietra continua a sperimentare e studiare, svolgendo ancora un ruolo di lettura ed analisi attraverso il suo segno e le sue ormai famose contrapposizioni tra segno e immagini fotografiche.

Ca' di Fra' propone due sequenze di opere riferite una alla crescita della città mentre la seconda relativa al rapporto città-campagna. Mentre nella prima - La città cresce e scorre come un fiume in piena, senza quella programmazione intelligente capace di governare un organismo in continua trasformazione - ci rivela lo stesso La Pietra, nella seconda sequenza - Il percorso dal centro verso la campagna secondo un itinerario "alla deriva" ci porta a leggere attraverso il tempo le due realtà che si scontrano e contrappongono-.

La critica definisce così questa ricerca:

Nessuna direzione, solo percezione, ma percezione nella consapevolezza, che oggi si raggiunge soltanto attraverso quell'apparente leggerezza, quell'ironia che sa cogliere il comico nella tragedia, quella capacità di sorvolare la pianificazione ormai abbandonata a se stessa e di scomparire - o di mimetizzarsi, di nascondersi - nell'indistinto. Forse, se negli anni settanta il punto dell'osservatore privilegiato era fuori dal flusso - la città scorre ai miei piedi, ma questo accade perché io sono fermo - oggi deve essere dentro il flusso: io scorro nella città. (Marco Meneguzzo, 2011)

La centralità che in Ugo La Pietra assume l'urbano quale oggetto di rappresentazione (in quanto effetto di formazioni discorsive e visive) segna in modo decisivo la radicale contemporaneità del suo intero lavoro. Se la comunicazione, il linguaggio e l'informazione si sono venute a sostituire alle precedenti condizioni del lavoro quale nuovo oggetto di espropriazione e sfruttamento, appare chiaro come la ricerca di La Pietra non sia allora altro che un continuo esperimento dentro e contro la rappresentazione, dentro e contro il linguaggio. (Marco Scotini, 2017)

Va da se che il centro verso cui si va non è solo il centro cittadino, partendo dalla periferia, ma il centro poetico, il centro della soluzione verso il quale ogni poetica tende. Ciò avviene mediante opere-analisi che ci parlano di come i territori sono stati ridisegnati geograficamente ed esistenzialmente dalle guerre e dalla pulizia etnica, c'è addirittura chi ha scritto che le guerre sono progettualmente interessanti in quanto il loro distruggere, il loro fare tabula rasa permette poi di dover ricostruire, insomma offrono occasioni progettuali (sic!). Naturalmente non Ugo La Pietra le cui opere in proposito sono una critica alla guerra e ai suoi effetti alla sua deterritorializzazione, in quanto le guerre riscrivono i territori attraverso la morte, mentre bisognerebbe farlo con Ugo sempre con e per la vita. (Giacinto Di Pietrantonio, 2017) (Comunicato stampa)




Gino De Dominicis - Il guerriero - tecnica mista acrilico e foglia oro, cm.40x40, coll.privata Palermo Gino De Dominicis - Arianna - tempera su carta intelata cm.153x153 coll. Jacorossi Gino De Dominicis
GDD - Genio della dimensione


termina il 26 agosto 2018
Palazzo Belmonte Riso - Palermo
www.poloartecontemporanea.it

Il Polo Museale regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, presenta la mostra dedicata a Gino De Dominicis, occasione di poter vedere un'antologia di opere tra le più rilevanti del grande artista. L'iniziativa si inserisce nel calendario degli eventi culturali promossi da Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018 e della celebrazione del ventennale della scomparsa dell'artista, celebrando l'omaggio al paradosso della scomparsa di un immortale. Il Museo Riso ospiterà 60 opere pittoriche e grafiche dagli anni '80 alla fine degli anni '90. Tra queste sarà esposta per la prima volta un'opera di De Dominicis proveniente da collezione privata siciliana, seguendo un percorso coerente dal punto di vista stilistico e concettuale, concentrato sui temi mitologici e dell'immortalità.

Il lavoro di De Dominicis ha assunto un respiro internazionale, mettendo in evidenza il modo originale dei temi sviluppati nella sua produzione artistica. Le opere in mostra evidenziano il ruolo complesso che la figura di De Dominicis ha assunto nel panorama culturale italiano e internazionale. Già dalla sua prima importante personale nel 1969, presso la galleria romana L'Attico, l'opera di De Dominicis era caratterizzata da un modo di porsi non convenzionale nei confronti dei dogmi della scienza e della cultura tout court. Opere come Poltrona per un viaggio nello spazio, Due verifiche di invisibilità, e il suo stesso Necrologio, hanno già tutte le sfumature paradossali del superamento dei limiti fisici e della realtà umana, della riflessione metalinguistica e dell'impossibile realizzazione di quanto descrivono nel loro stesso titolo.

Così come l'istallazione audio dal titolo D'IO, presentata sempre nella stessa galleria romana nel 1971, opera unica nello spazio completamente vuoto, è l'istrione acustico che ironicamente diffonde il mistero dell'identità trasfigurata dal mito. Oltre al personaggio mitizzato, le opere in mostra a Palazzo Riso restituiscono un percorso artistico in cui De Dominicis costruisce il proprio "personaggio" e lo inserisce in una storia dell'inattualità e della distanza critica del presente. Gli "alter ego" fantastici di De Dominicis, dall'eroe sumero Gilgamesh alle figure aliene smaterializzate d'oro, evidenziano l'attività dell'artista totale rispetto al discorso critico e di mercato, così da riconoscere in lui il parodista, l'artista mimetico e performativo che rivendica il primato dell'opera e dell'artista.

Dichiara Valeria Patrizia Li Vigni, Direttrice del Polo Museale: "Il Museo Riso, sempre attento a non tralasciare i tre filoni fondamentali della sua programmazione - da una parte le mostre degli artisti di fama internazionale, dall'altra le antologiche sui grandi artisti siciliani e infine l'attenzione verso gli artisti dell'Archivio SACS, Sportello per l'Arte Contemporanea della Sicilia -, è riuscito a portare a Palermo una mostra antologica dedicata a Gino De Dominicis (...) La mostra di De Dominicis rappresenta per il Museo Riso un traguardo per l'unicità e grandiosità del personaggio, che amava considerare le sue opere parte integrante della sua vita. Le opere travalicano le mode e le "oscillazioni del gusto" come direbbe Gillo Dorfles. La sua volontà di non documentarle, di non voler partecipare a mostre istituzionalizzate, di non volerle stigmatizzare nelle riproduzioni fotografiche di un catalogo, sta a indicare la sua posizione nei confronti dell'opera d'arte che vive come un tutt'uno con la sua vita. Le opere di De Dominicis assumono una funzione filosofica e religiosa che è di gran lunga superiore a quella artistica. Non amava etichettarsi moderno o contemporaneo, rifuggiva le scuole tanto da non considerarsi mai affiliato ad un movimento o ad una moda critica del momento, ma allo stesso tempo ha avuto nei confronti delle scuole una funzione ispiratrice. In questo senso la sua stessa vita è divenuta un opera d'arte perché è stata il gesto assoluto dell'arte sulla forma artistica". (Comunicato stampa)




Cibi - Mela rossa Cibi: Plastica?... Sì, grazie!
Declinazione artistica di un materiale controverso.
Incominciamo dalle mele


termina il 30 giugno 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Mi sono da sempre dedicato alla plastica, per necessità e per lavoro; grazie al suo fascino si creò un legame importante cosicché la mia attività si svolse al fianco di una compagna gradevole, sempre giovanile, in continua trasformazione, mai annoiante. Da molto tempo rifletto sulla possibilità di utilizzarla anche in applicazioni meno industriali e ripetitive ma più artigianali ed amene; lentamente è andata delineandosi una personale interpretazione artistica e sempre di più è aumentato il desiderio di esprimerla; molti anni dopo e nel tempo libero l'ho appagato dando così vita all'iniziativa che qui presento. Nei miei lavori, abbinato al legno, utilizzo il pmma (polimetilmetacrilato). Puntare su questo materiale non è stato difficile, è bello, caldo, trasparente e soprattutto longevo e stabile alla luce; per queste ragioni molti artisti lo hanno scelto per esprimere la propria creatività. Anche la mia declinazione non poteva prescindere dalle sue qualità cercando però di utilizzarlo in una forma nuova ed inedita verso la quale è stata indirizzata tutta la sperimentazione.

Mi duole osservare, ahimé, quanto sia compromessa l'immagine della plastica; ne è causa la costante diffusione di informazioni a lei sfavorevoli, alcune strampalate altre non verificabili. Questa costante delegittimazione la colpisce più di quanto si potrebbe immaginare; un esempio: quando feci stampare la locandina in occasione di una recente esposizioni, al tipografo incaricato era venuto il dubbio che il testo potesse contenere un errore:...scusi, mi chiese, è corretto il "Sì, grazie" ?... Sa... a me suonerebbe meglio "No, grazie"! Non trovo nessun altro materiale nel mondo minerale o vegetale che sia stato così avvilito. Quando anni fa scoprii la plastica rimanendone affasciato e facendola diventare compagna di lavoro non immaginavo di doverne un giorno difendere l'immagine; mi sgomenta però vederla sempre più spesso sul banco degli imputati condannata senza appello ed anche per questo la mia iniziativa può avere un senso: non dilungandomi per sostenere tesi in sua difesa facilmente confutabili da chi vorrebbe difendere ad ogni costo la propria opposta verità ma avvicinando al pubblico un materiale con un esempio pratico per affidare al sentimento più che alla ragione qualsiasi riflessione.

E per fare ciò parto dall'inizio, dalle prime esperienze, dalla scelta dei materiali e dalle... mele che diventarono ben presto l'oggetto ideale con il quale affinare una tecnica per esprimerla al meglio. Scelsi questo frutto per la semplicità e la bellezza ed iniziai per gioco a fissarne l'immagine. Piano piano mi accorsi che, pur con il suo sacrificio, avrei potuto garantire una vita eterna alla sua forma, così, in parte, anche al suo Dna. Imparai a cogliere i minimi dettagli e a comprendere di poter contare su una dimensione infinita ed irripetibile di differenze: comprendere di non avere limiti in tale senso è ancora, nella sua semplicità, una grande meraviglia. Oggi nel mio lavoro la mela è diventata una componente marginale che comunque non trascuro e continuo ad utilizzare come strumento per affinare un metodo trasportando i risultati sulle nuove realizzazioni. Così la mia tela acrilica diventa un materiale sartoriale che oltre a cucirsi addosso a pezzi della natura come un frutto, una foglia, un pezzo di legno diventa un binario, un tracciato, una geometria sognate, una architettura planare ma... rimaniamo alle mele che gentilmente accolte nella Galleria di Arianna Sartori saranno le protagoniste». (Cibi)

Cibi (Rho, 1955) frequenta a Milano la facoltà di chimica industriale entrando ben presto nel mondo del lavoro dedicandosi alla plastica; in tale materiale intravede da subito potenzialità creative straordinarie ma lascia questa visione alle spalle per dedicarsi all'azienda nella quale ricerca, sperimenta e porta sul mercato numerose soluzioni nei settori industriali più diversi. Ed è durante questo affascinante cammino nell'universo plastico che Cibi incontrerà il polimetilmetacrilato (Pmma): ne rimarrà folgorato ed una sorta di innamoramento / panico farà sì che esso diventi da quel momento il suo punto di riferimento sul quale dedicarsi con grande passione e concentrare l'attenzione. Tra il 2016 ed il 2017 la Galleria "Il Bagolaro" di Vincenzo Palmieri gli dedica la sua prima personale ad Arluno (Milano). La mostra Plastica?... Sì, grazie! è curata da Arianna Sartori.




Immagine opera di Agostino Ferrari da locandina Agostino Ferrari: Segni del tempo
termina il 28 ottobre 2018
Museo del Novecento - Milano
www.museodelnovecento.org

Agostino Ferrari. "Alla fine del 1962 incominciai a usare il segno come scrittura non significante... oggi esiste ancora la consapevolezza del reale, che rappresento come ho sempre fatto, sviluppando un tema con segni e forme. Contemporaneamente esiste tutto quello che non conosco sull'uomo e la sua vita, una superficie nera che sta oltre l'esistenza, prima della nascita e dopo la morte, il vuoto e il buio, la limitatezza del nostro pensiero rispetto a quell'infinitamente grande".

Per oltre mezzo secolo Agostino Ferrari ha utilizzato il segno come strumento espressivo capace di raccontare le sue emozioni personali e le sue reazioni verso la realtà esterna ma anche come cifra di un linguaggio partecipe del mainstream contemporaneo, fra post-informale, arte programmata, minimal, pop e i vari ritorni alla pittura. Pittura a cui Agostino Ferrari non ha mai voluto rinunciare, come i compagni che nel 1962 fondano con lui il gruppo del "Cenobio" (Angelo Verga, Ettore Sordini, Arturo Vermi e Ugo La Pietra), pur riducendola ai minimi termini di un fraseggio grafico di moduli a-significanti tracciati nel colore, il cui vago modello visuale erano pagine di giornale: una tattica per coniugare la cronaca di un'epoca inquieta e radicale con un'intensa sensibilità, il pubblico con il privato.

Dopo lo scioglimento del gruppo e due soggiorni negli Usa, nella seconda metà degli anni Sessanta il lavoro di Ferrari acquista una consistenza oggettuale, in parallelo alle coeve esperienze degli amici Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e soprattutto Dadamaino. Il segno diventa incisione concretamente praticata sulla superficie, traccia rappresentata o filo metallico in rilievo (nel ciclo intitolato "Teatro del segno"); vengono effettuate anche ricerche sulla forma, ottenuta attraverso un metodo rigoroso, di carattere processuale ("Forma totale") che suscita l'interesse e l'apprezzamento di Lucio Fontana. Infine, dopo il segno, la forma e lo spazio, l'artista prende in considerazione il colore, indagato in relazione a diverse figure geometriche, con un procedimento lucidamente razionale e tale da evitare qualunque implicazione espressiva (le opere si intitolano "Segno, forma colore" e "Autoritratto").

Alla fine degli anni Settanta, una fase di ripensamento e di bilanci definita "rifondazione" porta Ferrari a recuperare un segno più gestuale che da quel momento non lascerà più: moduli e grafie illeggibili, di consistenza diversa, talvolta impreziosite da uno spessore di sabbia nera vulcanica e brillante, si moltiplicano attraverso nuovi cicli che impegnano l'artista per alcuni decenni, dagli "Eventi" ai "Palinsesti" alle "Maternità", dove uno schema centrale (matrice) è ripetuto nella fascia più esterna del quadro, dando luogo a una ripresa con valori tonali invertiti; fino ai recenti "Oltre la soglia" e "Interno-esterno", caratterizzati dalla presenza di uno squarcio colmo di impenetrabile nero in cui il segno si immerge o da cui fuoriesce, come per connettersi all'esperienza positiva della luce con l'indefinibile alterità del nuovo spazio rivelato da Lucio Fontana con i suoi squarci e i suoi fori nella tela.

L'antologica allestita al Museo del Novecento ricostruisce l'intero percorso dell'artista milanese; nel primo ambiente saranno esposte nove opere di formato grande o grandissimo, pietre miliari che scandiscono l'ultima parte dell'itinerario di Agostino Ferrari dopo la "rifondazione": dai Palinsesti ai recentissimi Prosegni (Interno/Esterno), compresa anche un'opera inedita, eseguita appositamente per l'occasione. L'archivio invece accoglierà una serie di pezzi piccoli, esemplificativi della prima parte del percorso, dai Racconti del 1963 ai Teatri del Segno, alle Forme totali agli studi per Autoritratto (l'Alfabeto) e le analisi del colore. Moltissimi gli studi e le carte, che offrono, per la prima volta, un prezioso insight sul metodo creativo e i processi seguiti dall'artista milanese nel suo lavoro. In totale verrà esposto un centinaio di opere originali. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Nomos Edizioni e curato da Martina Corgnati. Circa 2500 le opere documentate, esclusi i multipli e i progetti, oltre a testi critici e apparati bio-bibliografici.

Agostino Ferrari (Milano, 1938) espone per la prima volta nel 1961 alla galleria Pater, presentato da Giorgio Kaisserlian. Incontra Lucio Fontana e gli artisti con cui l'anno successivo fonderà il gruppo del Cenobio. I giovani milanesi vogliono "salvare al pittura" interpretandola e rinnovandola così da renderla gesto puro, primitivo ma al contempo proteso verso il futuro. La via da seguire è quella che porta alla nascita di una vera e propria "poetica del segno" dove la tecnica pittorica si riduce a grafia e la composizione a un sovrapporsi di tratti archetipici cifrati. Dopo lo scioglimento del gruppo, Ferrari continua a coltivare il segno come scrittura non significante. Nel 1966 espone a New York, alla Eve Gallery. Successivamente, tornato in Italia, elabora cicli oggettuali e processuali dedicati agli ingredienti della pittura, segno, forma e colore, vere e proprie "messe in scena" dal carattere "fondamentalmente plastico", come scrive Lucio Fontana nel 1967.

Questa ricerca lo conduce, nel 1975, all'Autoritratto, l'unica installazione prodotta in tutto il suo itinerario creativo, esposta per la prima volta all'Arte Fiera di Bologna con la Galleria L.P.220 di Torino e, l'anno successivo, nella mostra personale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Negli anni successivi, tra il 1976 e il 1978, Ferrari esegue l'Alfabeto, due serie di sei opere che sono la conseguenza dei suoi studi di Segno Forma Colore e che segnano la sintesi di quanto contenuto nell'Autoritratto. Nel 1978, dopo un soggiorno a Dallas dove espone l'Alfabeto presso la Contemporary Art Gallery, riemerge in lui l'esigenza di esprimersi con il segno puro ed entra in un periodo di "rifondazione". Quasi contemporaneamente incomincia l'uso della sabbia vulcanica, che resterà caratteristica costante del suo lavoro fino ad oggi. Agostino Ferrari ha esposto in centinaia di mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

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Dadamaino. Oltre la problematica pittorica
termina lo 01 luglio 2018
Sala Lucio Fontana - Comabbio (Varese)
Presentazione

Arturo Vermi
termina il 27 luglio 2018
Ca' di Fra' - Milano
Presentazione




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
inaugurazione 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Francesco Caltagirone - Romagnolo. La spiaggia ritrovata - olio su tela cm.50x40 2018 Enzo Tardia - Fulgori - olio su tela cm50x40 2018 Ilaria Rosselli Del Turco - Lettrice in blu - olio su tela cm.50x40 2018 Elogio della Luce
Riflessi e riflessioni per i vent'anni di Elle Arte


termina il 29 giugno
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La mostra, organizzata in occasione del compimento del ventesimo anniversario di attività di Elle Arte, si avvale del contributo pittorico di alcuni degli artisti italiani e stranieri che in questi anni sono stati parte integrante del percorso della galleria. Gli autori si sono confrontati, ciascuno secondo la sua peculiare lettura, su un tema universale che ha attraversato la storia dell'arte nei secoli: la luce è energia vitale, materia e spirito, fisica e metafisica, sogno e realtà, conoscenza e rivelazione, elemento duttile e ricco di infinite interpretazioni che consente ad ogni artista di restare fedele alla propria cifra stilistica e di offrirne le più svariate e suggestive declinazioni.

In esposizione, a cura di Laura Romano, opere di: Barbara Arrigo, Daniela Balsamo, Peter Bartlett, Francesco Caltagirone, Massimo Campi, Pedro Cano, Ilaria Caputo, Salvatore Caputo, Salvo Catania Zingali, Pascal Catherine, Sergio Ceccotti, Liliana Conti Cammarata, Massimo De Lorenzi, Angelo Denaro, Cristiano Guitarrini, Anna Kennel, Giovanni La Cognata, Sarah Miatt, Gaetano Lo Manto, Antonio Micciché, Giuseppe Modica, Giuseppe Montalbano, Vincenzo Nucci, Vincenzo Piazza, John Picking. Franco Polizzi, Luca Raimondi, Ilaria Rosselli Del Turco, Milvia Seidita, Tino Signorini, Enzo Tardia, Bice Triolo. Catalogo Elledizioni (Collana Astra) con testi di: Eleonora Chiavetta, Valentina Di Miceli, Salvo Ferlito, Aldo Gerbino, Salvatore Lo Bue, Piero Longo, Elisa Mandarà, Rosanna Pirajno, Laura Romano, Anna Maria Ruta, Pino Schifano, Maria Antonietta Spadaro, Floriana Spanò, Emilia Valenza. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra dedicata ad Achille Castiglioni Achille Castiglioni (1918-2002) Visionario
L'alfabeto allestitivo di un designer regista


termina il 23 settembre 2018
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

Mostra che celebra, a cento anni dalla nascita, Achille Castiglioni, architetto e designer di fama internazionale. L'esposizione - sviluppata secondo la curatela, il progetto di allestimento e la grafica di Ico Migliore, Mara Servetto (Migliore+Servetto Architects) e dell'architetto Italo Lupi, in collaborazione per la curatela con Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo - s'inserisce nel filone dedicato ai "Maestri del XX secolo" ed è promossa in collaborazione con la Fondazione Achille Castiglioni. Protagonista della stagione d'oro del design italiano, Achille realizza nella sua intensa attività professionale ben 484 progetti di allestimenti, 290 oggetti, tra i quali si annoverano vere e proprie icone della cultura del design, e 191 progetti di architettura.

La mostra intende raccontare l'avventura degli allestimenti (per fiere campionarie, per stand o esposizioni) e degli oggetti di design disegnati prima dai fratelli Achille e Pier Giacomo e poi, dal 1968, dal solo Achille, mettendo altresì in luce il ruolo dell'allestimento temporaneo come strumento di comunicazione culturale e commerciale di straordinaria importanza, da sempre centrale nella tradizione del fare. La sperimentazione per l'"architettura effimera" è stata da sempre l'ambito d'elezione di Achille e Pier Giacomo per l'innovazione e la ricerca, che ha poi marcatamente influenzato l'architettura e il design a livello internazionale. L'esposizione fornisce anche l'occasione per ricordare la stretta amicizia che legava Achille Castiglioni al graphic designer svizzero Max Huber (1919-1992), ripercorrendo attraverso "l'alfabeto" allestitivo di Castiglioni i progetti realizzati insieme.

Il fuori scala, la cinetica, l'allegoria, il ready made, il segno grafico sono solo alcuni degli elementi chiave, ricorrenti nei progetti di Achille, che vengono messi in luce nel percorso espositivo. Dai memorabili allestimenti dei Padiglioni per Rai, Eni e Montecatini ai magistrali progetti per la cultura, per l'innovazione e per l'esposizione dei prodotti, emerge chiaramente la figura di Achille Castiglioni, capace di concepire la messa in scena come una regìa. Ogni elemento è studiato, ogni peso calibrato, il ritmo modulato; tutto è reso in funzione dell'allestimento, che si struttura come un racconto per immagini dinamico e inaspettato. Unendo la sperimentazione alla razionalità, Achille Castiglioni riesce a combinare semplicità e ironia con l'attenzione per l'utilizzo della tecnologia e dei nuovi materiali. I suoi progetti diventano così "atemporali", capaci di vivere una continua attualità nelle diverse fasi storiche.

L'esposizione presenta un patrimonio visivo di grande piacevolezza, cercando di ricostruire la storia visiva del concepimento delle idee di Castiglioni, leggibile attraverso schizzi, disegni, modelli, testimonianze video, prototipi, oggetti originali e testi autografi - di cui una gran parte è presentata per la prima volta -, grazie alla collaborazione con Carlo e Giovanna Castiglioni che gestiscono l'Archivio di Achille Castiglioni attraverso la Fondazione Achille Castiglioni insieme a Antonella Gornati. Intervallano la mostra una trentina di oggetti di design in cui fanno la loro comparsa, fra gli altri, le lampade Arco, Aoy, Noce, Ipotenusa, Toio e la Gibigiana, il sedile da giardino Allunaggio, gli sgabelli Mezzadro e Sella, le posate Dry, gli orologi Firenze e Record, lo stereo RR126 Brionvega, l'interruttore Rompitratta che ben esprimono l'atteggiamento del grande maestro, capace di guardare alle cose in modo sempre unico, traducendo nel campo del design i concetti sperimentati in ambito allestitivo.

Inoltre, all'esterno del m.a.x. museo i visitatori vengono accolti da un "bosco di manifesti", omaggio ad Achille Castiglioni; infatti, per l'occasione 22 grafici di fama mondiale - Alberto Bianda, Mauro Bubbico, Giorgio Camuffo, Rosa Casamento + Nicola Munari, Paolo Cavalli + Alfio Mazzei, Pierluigi Cerri, Alessandro Costariol, Francesco Dondina, Milton Glaser, Steven Guarnaccia, Aoi Huber Kono, Felix Humm, Michele Jannuzzi, Sergio Menichelli, Armando Milani, Mario Piazza, Massimo Pitis, Emiliano Ponzi, Guido Scarabottolo, Leonardo Sonnoli, Paolo Tassinari e Heinz Waibl - sono stati chiamati a realizzare ciascuno un manifesto grafico che traduce la genialità e fantasia rigorosa di Castiglioni.

La mostra racconta pertanto, con un taglio inedito, oltre alla "storia della grafica" e dell'allestimento, anche le vicende di una Milano imprenditoriale nel mutare dei consumi e delle relazioni internazionali della città. L'esposizione si avvale di importanti prestiti; si ringraziano per la preziosa collaborazione la Fondazione Achille Castiglioni, l'Archivio Max Huber, l'Archivio del Politecnico di Milano e l'Archivio Volonté, cui si aggiungono oggetti di design di Castiglioni della collezione del m.a.x. museo. Accompagna la mostra un catalogo bilingue italiano-inglese (Éditions d'Art Albert Skira, Ginevra, 2018) a cura di Ico Migliore, Mara Servetto, Italo Lupi e Nicoletta Ossanna Cavadini.




Siegfried Anzinger - senza titolo - 1989, tecnica mista su carta intelata cm.41x30 Siegfried Anzinger: Works on paper
termina il 29 settembre 2018
Galleria Interno 18 arte contemporanea - Cremona
www.galleriainterno18.it

La mostra, a cura di Stefano Castelli, riunisce un nucleo di una trentina di lavori su carta tra matite, carboncini, pastelli, tecniche miste di Siegfried Anzinger. La selezione di opere costituisce un focus specifico - la maggioranza dei lavori sono degli anni 1989 e 1990, con qualche sortita nei primi anni Ottanta. L'esposizione getta così uno sguardo alternativo e laterale sulla poetica dell'artista austriaco, che però consente di esplorarne alcuni tratti fondamentali. Il disegno è per lui una pratica costante, che innerva la sua produzione pittorica soprattutto negli ultimi anni. Il segno appare qui nella sua componente più diretta e cruda, di grande efficacia anche negli schizzi e nei disegni d'occasione.

Nel complesso, la mostra introduce il visitatore in una sorta di backstage del lavoro di Anzinger, nel suo processo ideativo convulso e frenetico ma sempre analiticamente teso all'obiettivo della fulminante chiusura formale. La fusione tra individuo e ambiente è il soggetto principale dei lavori. Non idilliaco, ma a suo modo utopico e marcatamente sensuale, il rapporto tra figura umana (o animale) e paesaggio è stilizzato ma articolato. Grazie alla loro datazione, le carte colgono un momento di snodo e di passaggio decisivo nella carriera dell'artista. Partendo dalla pittura più tendente alla gestualità e al colore dei primi anni Ottanta, negli anni recenti Anzinger ha infatti accentuato la componente del disegno anche nelle sue tele, con tratti complessi e articolati che sottolineano la figura, fungendo da controcanto al colore.

Siegfried Anzinger (Weyer, Austria - 1953) insegna alla Kunstakademie. Con un'opera caratterizzata da motivazioni complementari e alternative alla generale ondata Neoespressionista, negli anni Ottanta è stato protagonista eccentrico del diffuso "ritorno alla pittura". Nel suo curriculum spicca la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1988 (padiglione Austria). Tra le mostre recenti, quella del 2014 al Bankaustria kunstforum di Vienna e quella del 2010 al Lentos Kuntmuseum di Linz. In Italia, è stato di recente protagonista nel 2016 di una personale allo Studio d'Arte Cannaviello di Milano. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Giovanna Fra - Overexposed - foto digitale elaborata e smalto su tela cm.130x130 2018 Marco Lodola - Pegaso Viola - persplex e led cm.280x180x15 2018 Marco Lodola - Giovanna Fra
Tempus - Time


termina il 15 settembre 2018
Reggia di Caserta

Il titolo della mostra, a cura di Luca Beatrice, è un voluto riferimento al trait d'union che Marco Lodola (Dorno - Pavia) e Giovanna Fra (Pavia), grazie alle loro opere, creano fra il Tempus, la dimensione temporale legata all'antichità, al classico, alla storica sede espositiva e il Time, sintesi del mondo contemporaneo. Il percorso espositivo si compone di una selezione di opere dei due artisti, che dall'ingresso si snoda negli spazi interni, nel parco reale, fino ad arrivare agli appartamenti del piano nobile. L'immenso parco della sontuosa villa, nel raggio di un chilometro, è punteggiato da oltre venti monumentali sculture luminose di Marco Lodola che rappresentano alcuni dei suoi soggetti tipici, uomini e donne, ballerini, danzatrici, animali, figure reali e immaginarie, che metaforicamente partecipano a una festa di corte.

Questi lavori, oltre al forte impatto creato grazie alla loro imponenza e alla vivacità dei colori, si caratterizzano per la loro peculiarità: l'emanare luce, che genera dinamismo, potenza, vitalità; qualità che non riguardano solamente le opere in sé, ma che vengono trasmesse anche all'ambiente circostante. Le installazioni di Lodola appaiono in grande sintonia con le tele di Giovanna Fra che accolgono il visitatore negli appartamenti reali e, caratterizzate da un forte cromatismo, incarnano perfettamente quell'arte contemporanea in cui la contaminazione di tecniche e la sperimentazione sono elementi imprescindibili. L'artista si misura con lo spazio interno e l'architettura vanvitelliana, reinterpretando nelle sue opere i motivi decorativi settecenteschi, arazzi, carte da parati, arredi Barocchi e Neoclassici, attraverso il linguaggio segnico, costituito da tracce di colore dalle forme imprevedibili e uniche, da textures astratte che si intrecciano con le trame del supporto digitale.

I suoi lavori di matrice informale abbandonano infatti i mezzi tradizionali e, partendo da frame fotografici stampati su tela, Giovanna Fra arriva al risultato finale, percorrendo un cammino a ritroso, che la conduce a terminare l'opera con delle pennellate tradizionali, un'ulteriore dimostrazione del legame fra tempus e time e nel caso specifico del "passaggio da time a tempus". Seppure provenienti da formazioni diverse i lavori di Marco Lodola e Giovanna Fra creano un profondo dialogo e si completano vicendevolmente, ma soprattutto instaurano un forte legame con il luogo che li ospita, come afferma Luca Beatrice nel testo dedicato alla mostra: "Dialogare con stucchi, decorazioni, pitture di genere e, soprattutto, con un'architettura di inestimabile pregio può costituire infatti una sfida ardua eppure affascinante per gli artisti contemporanei, a partire dall'utilizzo di materiali anomali che solo da poco sono entrati nel novero appunto dell'artisticità. Senza contare volumi, cubature e l'immensità di un parco che farebbe spaventare chiunque. (...) Realizzare un cortocircuito visivo tra il tempus e il time, ovvero il passato e il presente, è rischio che l'arte di oggi sente di correre con sempre maggior frequenza. Ora, in particolare, tra pittura, elaborazione digitale, plastica e luce". (Comunicato stampa)




Mostra Riflessi alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Riflessi
termina lo 02 luglio 2018
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

La mostra ospiterà le opere di 10 artisti contemporanei: Claudio Barbugli, Fabrizio Fabbroni, Ferdinando Todesco, Giuliano Giuliani, Janilia Jannucci, Maria Teresa Sabatiello, Regina Di Attanasio, Stefano Manzotti, Tina Lupo, Walter Marin. Al Sole di mezzogiorno, l'ombra di ogni uomo proietta sul terreno uno strascico minimo, quasi a ricordargli il fatto di costituire con lui un'unità indissolubile, da cui non si può separare. Può solo dimenticarsene, a volte, agire con non curanza fingendo di non ricordare che il suolo, implacabile specchio, gli rimandi alla vista lo spazio in cui si muove, gli ricordi di essere egli stesso traccia temporanea. Un riflesso in una superficie serve a ricordare all'uomo come guardare. È il tentativo della natura di rammentare all'essere umano l'esistenza dei dettagli, della propria presenza, della possibilità di osservare le cose da una prospettiva differente a quella abituale.

E' l'opportunità di un continuo recupero della propria identità, e della capacità di connettere l'interiorità con l'esteriorità. Come il corpo e la sua ombra - termine utilizzato anche per definire l'anima stessa-, il dentro e il fuori dell'uomo appaiono connessi da uno stretto legame che l'arte aiuta a indagare con chiarezza, uniti da confini che solo l'attività immaginativa pare in grado di circoscrivere, strettamente legati a quel concetto di tempo agostiniano inteso come distendersi dello spirito dell'uomo. Il riflesso nella storia dell'arte è stato utilizzato come espediente per palesare una superiorità tecnica, si è rivelato filo portante di un tema iconografico capace di ricordare la fuggevolezza e la caducità della vita, un modo per includere -nella realtà delle opere- inaspettate e opportune presenze, un pretesto immaginativo per invitare ad andare al di là della tela. Lunghe ombre hanno rimembrato nel secolo scorso la presenza di un Enigma a cui il mondo non può che sottostare, limitandosi a ruotare alla continua ricerca di risposte. La lunghezza dell'ombra riflessa aumenta nelle ore pomeridiane, si estende verso sera, invita a una riflessione sulle età della vita: essa è un'immagine senza corpo che pure ne mantiene intatta e segreta l'unicità. Un'esposizione dedicata al riflesso non può che invitare chi guarda a rivolgere lo sguardo al di sopra della sua testa e al di sotto dei suoi piedi. In una parola, oltre. (Comunicato stampa)




Francobollo dedicato al mondo vegetale in mostra al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste Il mondo vegetale ritratto nei francobolli
termina il 30 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste

Spesso i musei conservano nei loro magazzini patrimoni conosciuti solo da specialisti e studiosi, preclusi ad un pubblico più vasto. E' questo il caso della rassegna curata e presentata dal dott. Giorgio Alberti, che ha utilizzato per allestire la mostra, la donazione filatelica della famiglia Costantinides, affidata al Museo postale triestino. La collezione Costantinides è formata da tre blocchi di francobolli, tra questi quello dedicato al mondo vegetale, costituito da materiali raccolti da giugno 1962 ad agosto 1970. In mostra la biodiversità illustrata con ricchezza di forme e lussureggianti colori che suscitano nel visitatore attenzione e riflessione su quel mondo verde che dona all'uomo ossigeno, cibo e paesaggio e che oggi si rischia di compromettere e inquinare. Durante l'inaugurazione saranno premiati i vincitori del concorso internazionale di pittura "Fiori in posta" realizzato dalla direzione del museo, in collaborazione con l'Associazione culturale "6idea" rappresentata da Paola Urso, Elisabetta de Minicis, Viviana Kljun, Laila Grison e Luciana Costa. Previsti un primo premio sponsorizzato da "Quadricolor" di via Diaz e altre due menzioni speciali. (Comunicato stampa)




Arturo Vermi - Marina - acrilico e foglia argento su tela cm.100X80 1966 - Courtesy Archivio Arturo Vermi - Seregno | Ca' di Fra' - Milano Arturo Vermi - Tramonto - acrilico e foglia oro su tela cm.149,5x116 1966 - Courtesy Archivio Arturo Vermi - Seregno | Ca' di Fra' - Milano Arturo Vermi
termina il 27 luglio 2018
Ca' di Fra' - Milano

Seconda mostra di Arturo Vermi (Bergamo, 1928 - Paderno d'Adda, 1988) prendendo le mosse dalla prossima uscita del tanto atteso Catalogo ragionato a cura di Luciano Caramel (Skira editore). Parleranno di questo evento editoriale il professor Francesco Tedeschi, Alessandro Bonfanti di Skira e Rino Tornambè, responsabile dell'Archivio A. Vermi (Galleria Artestudio). Una personale che desidera toccare i temi portanti della ricerca di Arturo Vermi, dai Diari agli Inserti, dalle Presenze alle Sequoie ai Colloqui. Una occasione per riprendere il dialogo con la ricerca sul segno degli artisti del Gruppo del Cenobio. La serata inaugurale presenterà un altro evento di assoluto prestigio: Ca' di Fra' ed il liutaio Pierre Bohr, ospiteranno un concerto per viola da gamba del virtuoso Petr Wagner. Una contaminazione di Arti, una collaborazione gioiosa e collaudata da eventi quali il concerto per due viole da gamba di Roberto Gini e Marco Angilella nel 2010 o le improvvisazioni alla viola da gamba di Paolo Pandolfo su letture di Ugo Cornia nel 2014.

Curato da Luciano Caramel, il Catalogo ragionato di Arturo Vermi (Edizione bilingue italiano-inglese 24x28cm, 544 pagine, circa 2500 immagini a colori e in b/n) nel presentare la sua opera creativa diviene, per quella simbiosi tipica di Vermi tra impegno nell'arte e vissuto esistenziale, la sua biografia di uomo oltre che d'artista, dando spazio ai suoi sentimenti, alla sua sensibilità e spiritualità. Suddiviso in nove sezioni, ognuna corredata da note che le introducono, il catalogo illustra tutte le opere note documentate, adottando il criterio di procedere, come suggerito nel 1983 dallo stesso Vermi in una Lettera aperta, "come in un calendario, cercando di spiegare almeno i motivi contingenti e sociali che hanno motivato la ricerca".

Partendo dal periodo informale degli inizi (anni Cinquanta), viene qui presentata la vera ricerca del segno quale "interprete dello spazio". A partire dalle Lavagne e dalle Lapidi dei primi anni Sessanta, questa gestualità diventa sempre più ordinata per approdare nei Diari a un linguaggio pittorico ridotto ai minimi termini: il segno è incisivo e protagonista, si ripete in sequenze che scandiscono la superficie pittorica al punto da poter essere interpretato come scrittura. Con il proseguire del suo lavoro, il segno acquisisce in Vermi un tratto sempre più minimale: dai Paesaggi leggeri e irrazionali, alle tele monocrome segnate ora da un'asta verticale nelle Presenze, ora da due linee parallele in basso a destra nelle Figure in uno spazio tempo, ora da una linea orizzontale parzialmente incurvata a ricordo dell'onda del mare nelle Marine.

Dalla metà degli anni Sessanta la sua opera risente della vicinanza di Lucio Fontana, stimolo per approfondire il concetto di spazio, "lo spazio al di fuori della terra, lo spazio cosmico". Da qui, gli Approdi, in cui lo spazio diventa cosmico e il colore luce con l'applicazione di foglia oro e argento; gli Inserti, in cui lo spazio fuoriesce dalla struttura dell'opera, grazie all'inserimento nella tela di tavole dorate o argentate; e infine le Piattaforme, gli Esodi e i Frammenti, in cui la luce domina su tavole ricurve ricoperte da foglia oro, argento e grafite. Dopo aver eseguito un ciclo di opere dedicate agli astri, le Lune, e alle relazioni umane, i Colloqui, l'attenzione di Vermi si sposta verso una poetica di felicità, espressa nella rivista "Azzurro", di cui è ideatore e direttore, e nel Manifesto del Disimpegno del 1978. La sua ultima opera, L'Annologio, ne è esempio: "un misuratore dei tempi più umano, più in sintonia con i nostri tempi", dice l'artista. Un orologio che compie un giro di un anno come la Terra intorno al Sole e che non suddivide la vita umana in frazioni, con conseguenti obblighi, doveri e imposizioni.

Luciano Caramel (Como, 1935) è critico e storico dell'arte. Una vita per l'arte e la cultura, in cui è sempre tenace la voglia di indagare i legami profondi tra l'opera, il suo creatore e il suo tempo. Nel 1970 collabora alla Biennale a Venezia, di cui è commissario nel 1982 e, nel 2003, curatore del Padiglione dell'Uruguay. Nel 1993 è commissario della Quadriennale di Roma. La sua carriera accademica si svolge, nell'arco di un cinquantennio, nei ruoli di rettore dell'Accademia Albertina di Torino, nell'anno accademico 1976-1977, di vicerettore dell'Accademia di Brera, dal 1979 al 1982, di professore ordinario di Storia dell'arte moderna all'Università di Lecce, infine di professore ordinario di Storia dell'arte contemporanea alla Cattolica di Milano e Brescia (fino al 2008). Ha scritto, in ambito contemporaneo, sull'opera di Medardo Rosso, Manlio Rho, Mario Radice e degli altri astrattisti italiani degli anni Trenta, del M.A.C., di arte cinetica e programmata, dell'architettura futurista di Antonio Sant'Elia. (Comunicato stampa)

I cortili di ringhiera della Vecchia Milano si animano.
.. ore 18.30-19.30, Petr Wagner, concerto per viola da gamba
.. ore 20.00 F. Tedeschi, presentazione del Catalogo ragionato di Arturo Vermi




Scenari
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

Opera di Giulio Perfetti Giulio Perfetti: Su per le vie dell'Infinito
Plus Florence - Piano Beige

"Nella fase oggi più acuta della mitografia e dell'ideologia irrazionale, l'abbandono al gesto, alla forma e alla materia, costituiscono per Giulio Perfetti la dimensione dell'atto totale. Lo spazio si apre all'incidenza del tempo e procede in un percorso ritmico che scandisce tre coordinate, ovvero tempo, spazio e percezione. Merito di Perfetti è aver visualizzato questo concetto con la tecnica della pittura e non solo, grazie all'apertura alla psicologia, alla filosofia, alla stilistica, allo strutturalismo. L'accumulo di iconologie sedimentate si porta in una direzione di racconto, con caratteristiche di cultura e di linguaggio che lasciano leggere Novelli, Perilli e Barucchello, sicchè Giulio Perfetti è un artista dello spazio mentale e immaginativo che allude a un tempo illimitato di durato, quel tempo che segna e contempla l'infinito". (Carlo Franza)

Giulio Perfetti (Macerata, 1968) studia presso la Scuola d'Arte e l'Accademia delle Belle Arti. Interrompe quasi subito il corso di Pittura e continua nel percorso diventato la sua professione, il design d'arredamento. Sin dal 1994 partecipa a rassegne artistiche, confrontandosi con nuove produzioni che lo portano a realizzare diverse forme di espressive senza mai dimenticare il suo timbro poetico. (...) Lavorare con la luce è una delle ultime ricerche dell'artista che, per la seconda edizione del "Festival delle Grotte di Sant'Eustachio" 2011 a San Severino Marche, ha realizzato l'opera AM-gse-1, una citazione del monolite che compare nel film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

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Opera di Eugenia Serafini Eugenia Serafini: Omaggio a Salvatore Quasimodo nel 50° della morte
Plus Florence - Piano Rosso

"E' proprio l'arte e anche la poesia a certificare nel tempo gli incontri, le relazioni, le influenze nell'incontro pur a distanza con sensibilità, entità, anime ugualmente risonanti; lo è maggiormente in certe occasioni come questa, ovvero la commemorazione per i cinquant'anni della scomparsa dell'illustre poeta italiano Salvatore Quasimodo (1968-2018), Premio Nobel per la Poesia, che ha innestato e dato spunto a un'altra illustre artista italiana qual'è Eugenia Serafini poetessa anch'ella, a porgere l'omaggio con una mostra e una serie di dipinti (...)

La poesia di Quasimodo, gli episodi della vita, i rimandi alla Sicilia e alla sua classicità, il dramma della guerra, gli episodi della giovinezza, le stazioni e il passaggio dei treni come metafora degli anni e del transito sulla terra, le riflessioni sulla vita e la morte e ogni altra cosa che poteva muovere e smuovere la creatività poetica dell'illustre italiano, tutto ciò ha portato a fermentazione anche la creatività fantastica e illuminante di Eugenia Serafini per l'accoglienza date alle immagini, per la dolcezza della memoria, per la loro sensualità, attive nella Sicilia-Grecia che riassume i sentimenti dell'infanzia isolana; Quasimodo e la sua terra animata da splendidi paesaggi mitici, da una plastica classicità, di una terra dolente, amara, chiusa nella sua sofferta ricerca, nel bisogno di essere amata. I dipinti mettono in luce il mondo della Sicilia, della natura, dei luoghi cari a Quasimodo, pure attraversati dal mistero dell'esistente attraverso il filtro della memoria. Eugenia Serafini è in questo processo materico, segnico, creativo, moderno, artista impareggiabile, perché fa vivere il dato poetico, la parola di Quasimodo, il verso prescelto nei termini di una edificazione, di una restituzione oggettiva del reale ed esprimendo così anche tutte le potenzialità della pittura. Opere, quelle di Eugenia Serafini, di respiro assolutamente grandioso, per la ricchezza di colore e di luce, infatti in questo colto e leggero apparire, questo capitolo pittorico nel solco di quella cultura poetica quasimodiana svela e rivela le coordinate storico-esistenziali del poeta qui ricordato". (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, Docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, si è laureata in Lettere Classiche all'Università La Sapienza di Roma ed è stata allieva del grande Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata Docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. E' nata a Tolfa (Roma), piccolo e attraente borgo etrusco, nel 1946 e il suo percorso culturale l'ha portata a diventare artista di spicco nell'arte contemporanea internazionale. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative. Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. Vanta una vasta produzione di scrittura creativa e libri d'artista. La sua ultima pubblicazione è il bellissimo volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue Performances, "Canti di cAnta stOrie", Roma 2008, presentato dall'indimenticabile professor Mario Verdone che le è stato vicino per tanti anni nel suo percorso artistico ed esistenziale. Realizza da anni eventi di Cultura sul Territorio nella città di Roma ed eventi multimediali con partecipazioni internazionali di altissimo livello.

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Opera di Elena Borboni Elena Borboni: Una finestra sul mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Piano Azzurro

"C'è una lettura ad ampio raggio del mondo e della natura, tradotta attraverso una pittura che sfaccetta in mondo anche simbolista ogni elemento che la Borboni ritrova utile alla sua poetica. Paesaggi, cosmo, natura in crescita, la arborea rinascita della primavera, il ventre materno che genera la vita, tutto diventa occasione di studio pittorico, di segnale di vita, di bellezza, accompagnato da una esplosione di colori capace di destare sorpresa, stupore, canto alla vita. Sappiamo che la Borboni da anni si cimenta con tecniche e materiali diversi, e sempre sorprende per la maestria dell'uso dei colori, per l'eleganza e la compostezza delle forme, per la brillante operosità delle composizioni (...) (Carlo Franza)

Elena Borboni (Ome - Brescia, 1947) fonda una sua scuola di pittura dove insegna per anni e contemporaneamente affina ed amplia le conoscenze d'arte frequentando numerosi stage. Ha tenuto mostre collettive e personali in più città italiane.

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Opera di Tony Tedesco Tony Tedesco: "Impronte adimensionali"
Plus Florence - Piano Arancio

"Il lavoro di Tony Tedesco che da anni si misura sulle 'impronte adimensionali' si connatura con le culture antiche. Gli anonimi cavernicoli che, circa 17.500 anni fa, affrescarono con il racconto della loro vita, dei loro sogni e delle loro paure, il cunicolo delle grotte in località Lascaux, appoggiarono, tra l'altro, sulle pareti le loro mani lasciando decine di impronte colorate. Quelle figure stabiliscono quella che lo storico dell'arte Georges Didi-Huberman ha definito, nel suo omonimo libro, la 'somiglianza per contatto' (La ressemblance par contact, 2008). Gli 'artisti delle grotte di Lescaux', infatti, non dipinsero le mani, ma lasciarono un'impronta, produssero un segno attraverso la pressione di un corpo su una superficie. (...) Tony Tedesco ha disegnato la complessità del mondo, la complessa articolazione tra impronta e immagine nel passaggio tra la tradizione classica e quella cristiana. Ma fa sua, propria, l'impronta dell'età antica come traccia eternalizzata di un passaggio fisico, considerata più vera dell'immagine." (Carlo Franza)

Tony Tedesco (Milano, 1952) ha frequentato la Scuola d'Arte del Castello Sforzesco e l'Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1970 al 1982 si è dedicato allo studio di forme composte d'ispirazione surreale che poi abbandona per la ricerca e lo studio dell'essenza ed evoluzione della materia dove arriva a definire l'Adimensionale. Nel 1989 è fondatore del Gruppo M.A.V. Movimento Adimensionale Visivo. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane ed estere.

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Opera di Giuliano Grittini Giuliano Grittini: La cracker'Art - Mitografie
Plus Florence - Salone del Glicine

"Torrenziale, come un fiume in piena, il percorso artistico di Giuliano Grittini offre, dopo il capitolo della 'Clonart' messa in piedi negli anni Novanta del Novecento, un'ampia apertura verso quelli che sono stati almeno fino ad oggi i chiari segnali della comunicazione. E' pur vero che in arte abbiamo avuto già la 'funk art' - che vuol dire assemblaggio di cose e oggetti - e Edward Kienholz, ne è stato un precursore tra gli Anni Cinquanta e Sessanta. La 'funk art' è stato un movimento dedito a raccogliere detriti e rottami da discariche e negozi di seconda mano - ben altra cosa del ready made - per comporre assemblamenti tali che, invadendo lo spettacolo della quotidianità, come estensioni tridimensionali del vero, lo provocassero. (...) La funk art allora andava alla ricerca di cose da riciclare anche se orribili, con Giuliano Grittini c'è oggi sempre una ricerca in tal senso, un ritrovare qualcosa da poter riutilizzare, ma più nobile, più concettuale, più alta nel senso di mettere in cornice una immagine rieditata, nuova, assolutamente nuova attraverso una procedura tecnica e stilistica che Grittini chiama 'cracker' art', o meglio una 'funk art / cracker'art' che nobilita il perduto, l'abbandonato, il desueto, il passato di moda. (...) Nel volgere di pochi anni il suo lavoro ha superato rapidamente le abituali destinazioni che regalano le differenze tra discipline artistiche, riuscendo a mettere insieme un corpus articolato e complesso (ma sempre di altissima e curatissima qualità estetica) fra cinema, fotografia, video, musica e teatro, mai avendo timore a ricombinarli in affreschi dal coinvolgimento ritmo visivo-narrativo. (...)". (Carlo Franza)

Giuliano Grittini (Milano) ha frequentato la scuola di Disegno Grafico e alcuni studi di importanti artisti, lavorando e realizzando libri d'artista e approfondisce l'arte della stampa. Realizza opere con artisti tra cui: Baj, Fiume, Sassu, Guttuso, Scanavino, Tadini, Warhol, Vasarely, Rotella, Ugo Nespolo e altri. Appassionato di fotografia, frequentando studi di artisti li fotografa in varie fasi del loro lavoro e durante le mostre in gallerie d'Arte. Con il critico e scrittore Luciano Prada pubblica il Volume "44 facce d'Autore" Fotografie e aforismi di artisti e personaggi del mondo dell'arte. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive e ha partecipato a fiere nazionali e internazionali. Nel 2003 viene pubblicato- Libro Unico - "ANTE LUCEM", Marina Cerati. Autore insieme al regista Cosimo Damiano Damato del Film "una donna sul Palcoscenico" con foto e video su Alda Merini e testimonianza di Mariangela Melato. Presentato nel 2009 al festival del cinema di Venezia.Dal Dicembre 2010 a Palazzo Reale di Milano presenta una serie di immagini dedicati ad Alda Merini con la regia di Pier Paolo Venier nella mostra "Ultimo atto d'Amore" con Mimmo Rotella e una serie di opere dedicate a Marilyn. Nel 2015 a Milano lavora con l'Amiga di Andy Wharol per Deodato Arte, dopo aver realizzato cartelle di opere per Missoni e Fiorucci. (Comunicato stampa)




Capolavori a confronto Bellini / Mantegna
Presentazione di Gesù al Tempio


termina lo 01 luglio 2018
Fondazione Querini Stampalia - Venezia

Due dipinti, identici nella struttura compositiva, realizzati da due grandi artisti del Rinascimento, Andrea Mantegna e Giovanni Bellini. Due opere geniali, uguali eppure diverse. Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due Presentazioni di Gesù al Tempio, eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia. Progetto promosso dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Gemäldegalerie di Berlino con la collaborazione scientifica della National Gallery di Londra. E' la prima volta che s'incontrano, in tempi moderni, la tempera su tela del Mantegna, della Gemäldegalerie di Berlino, e l'olio su tavola del Bellini della Querini Stampalia.

Andrea Mantegna trascorre i suoi anni giovanili di formazione e di attività a Padova, mentre Giovanni Bellini lavora per tutta la vita a Venezia, sua città natale. I due maestri sono uniti anche da legami familiari: Andrea Mantegna sposa Nicolosia, la sorella di Giovanni Bellini. La composizione dev'essere stata concepita nella bottega padovana del Mantegna. La sua Presentazione precederebbe l'altra di una ventina d'anni. Andrea e Nicolosia si sono sposati da poco, nel 1453. Sembrano loro due, Mantegna e la moglie, i personaggi che chiudono la scena sui lati. Forse è un figlio atteso o appena nato ad averla ispirata: una sorta di affidamento augurale in uno stato d'animo comune ai genitori, di fiducia e trepidazione.

La versione veneziana di Giovanni Bellini si allarga a far spazio ad altre due figure laterali, sulla cui identificazione la critica non ha ancora detto la parola definitiva. La Presentazione del Mantegna è un poderoso 4/3, quella del Bellini un cinematografico 16/9. Pare un tributo d'affetto questa "foto" di famiglia - un po' più affollata - intorno alla Sacra Famiglia. Giovanni dallo stile di Andrea si distanzia nettamente. Mantegna chiude il racconto in un poderoso riquadro marmoreo. Aureole, barbe, stoffe preziose hanno una ricercatezza calligrafica ancora gotica. I colori sono contrastati, il cuscino esce dal dipinto. Ulisse Aleotti, sul finire del Quattrocento, scriveva di lui che "scolpì in pictura". La rivisitazione che ne fa il Bellini è levigata dalla luce su un'ampia gamma di rossi. La cornice è scomparsa. Resta solo un parapetto in pietra. Così lo sfondo nero si dilata e il gruppo vi si staglia, guadagnando in enigmatica astrattezza, in modernità.

La tavola, attestata nell'inventario Querini Stampalia dal 1809, è attribuita ormai concordemente a Giovanni Bellini. Quando, due secoli fa, entra a far parte delle collezioni, è inventariata come opera di Andrea Mantegna anch'essa. Deve a lui la solidità dell'impianto. Bellini la reinventa, unendo a una classica compostezza quella tensione sperimentale che l'avrebbe accompagnato fino alla fine. Sala dopo sala si ha l'emozione di entrare nell'universo di una delle più potenti e illustri famiglie veneziane, di ammirarne i tesori artistici, i preziosi arredi. Nel museo d'ambiente mobili settecenteschi e neoclassici, porcellane, biscuit, sculture, globi e dipinti dal XIV al XX secolo, per lo più di scuola veneta, tramandano l'atmosfera della dimora patrizia tra specchi e lampadari di Murano e stoffe tessute su antichi disegni. Tra le opere esposte, pitture di Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il Vecchio, Bernardo Strozzi, Luca Giordano, Marco e Sebastiano Ricci, Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi, Gabriel Bella.

La mostra è insieme un dialogo avvincente fra due maestri del Rinascimento e una scoperta o riscoperta del patrimonio della Fondazione, istituita nel 1869 per lascito dell'ultimo Querini, Giovanni, perché potesse "promuovere il culto dei buoni studi e delle utili discipline". Si prepara a celebrare il centocinquantesimo con le sue raccolte, la biblioteca, gli innesti architettonici, progettati nell'arco degli ultimi cinquant'anni da Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, Mario Botta. E' a lui che la Querini Stampalia ha affidato l'allestimento di questo ‘magico confronto'. L'architetto ticinese si misura per la prima volta con una mostra incentrata su due sole opere. L'esposizione trova spazio nelle ultime tre sale della casa museo e diventa la summa dell'intero percorso espositivo.

I due quadri sono disposti su due piani convergenti al centro, in modo da guardarsi l'un l'altro, stabilendo quindi un dialogo silente cui gli spettatori possono assistere. Utilizzando luce proiettata e non più riflessa ERCO, azienda specializzata in illuminazione per l'Arte, adatta la distribuzione luminosa alle caratteristiche e dimensioni delle opere con fasci precisi, dai contorni morbidi e sfumati. La luce digitale, a sorgente LED selezionata singolarmente e ad alta restituzione cromatica, permette la regolazione dell'intensità luminosa e di calibrare con precisione i valori di illuminamento prescritti al fine di preservare le opere nel tempo. In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Silvana Editoriale, in italiano e inglese, con saggi di Brigit Blass-Simmen, Caroline Campbell, Babet Hartwieg, Neville Rowley, Babet Trevisan, Giovanni Carlo Federico Villa. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Valeria Modica Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

"Attendibile, pronta, avversa a un nuovo che rinnega il passato, aperta a nuove e transitorie ricerche che intersecano le strade dell'arte contemporanea, Valeria Modica si muove su capitoli che indagano l'esteriore e l'interiore, e sempre in sintonia con il proprio tempo, con il presente, con la storia dell'oggi. In questo caso per la mostra fiorentina l'artista ha pensato di campionare il paesaggio, e dunque insistere su un'arte anche ambientale, proprio per dare al paesaggio italiano e toscano in specie, la densità dell'appartenenza, della cultura, delle radici e della memoria. Significativa e appassionata ricerca del contemporaneo attraverso linguaggi che dettano un' appartenenza a quel mondo che ruota giornalmente attorno all'artista e che si è poi fatto mito. (...)". (Carlo Franza)

Valeria Modica (Caltanissetta, 1967) docente di discipline pittoriche e scenografiche, presso il Liceo Artistico Brera nell'anno 2015/2016. Da molti anni si dedica ad pittura di matrice astratta sperimentando sulla tela piccoli collage polimaterici. Esperta in arte contemporanea opera da diversi anni con varie istituzioni per la promozione di eventi ed attività culturali in genere. Collabora con diversi artisti di fama internazionale come Richard Long e Rosemarie Trockel e Carsten Hoeller, per la creazione delle mostre promosse e patrocinate dal Comune di Palermo presso i Cantieri Culturali alla Zisa. Direttrice artistica e promotrice di eventi culturali patrocinate e promosse dal Consiglio di Zona 3 del Comune di Milano. Responsabile della MaMo galleria Laboratorio di Arti Visive" a Milano. (Comunicato stampa)




Opera di Aldo Runfola Aldo Runfola
termina lo 05 settembre 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Terza personale di Aldo Runfola alla Galleria, dopo il solo show Eventi nel 2014 e Welcome-Goodbye nel 2004. Aldo Runfola (Palermo, 1950) è uno dei più enigmatici artisti italiani, votato a una sparizione "personalistica" per una riappropriazione di un pensiero profondo, e critico, intorno all'opera d'arte. La sua produzione è poetica nella misura dell'estetica: l'approccio alla costruzione del senso non è situato tanto nel visivo quanto nel gesto politico che permea ogni azione consapevole. Il lavoro di Runfola non è agito dall'impulso, né tantomeno è interpretabile sotto aspetti fashion o di "sciamanesimo" contemporaneo, ma indagando questi fenomeni da un'altra prospettiva assume una forza tagliente e marginale, decostruendo "ai lati". Nulla è generalizzato o "visibile" nella produzione dell'artista, ma è necessario approcciarsi alle opere con uno sguardo disposto al pensiero di una forma dissolta, che si dà come enigmatica.

Nelle tre serie in mostra alla galleria Michela Rizzo, Macchie o Gocce, Nomi e Ritratti, le opere perdono il "problema" dell'autorialità partendo non tanto dalla comune produzione meccanica del lavoro, che ancora disturba la percezione popolare dell'arte, quanto in una sequenza di punctum - loghi, elenchi di nomi, macchie identiche l'una all'altra, appunto - elementi dell'ordine precostituito che circoscrivono un lembo di identità e allo stesso tempo lo eludono. Sono simboli reiteratamente identici a se stessi, validi in ogni campo dell'esistenza, chiamati ad affermare un'appartenenza nel mondo, sia come singoli che nella collettività.

Elementi che vengono interpretati da un personale potere immaginativo e culturale; sono "significanti" che in relazione agli oggetti veicolano ciò che De Saussure definisce il "concetto", ovvero il significato che crea il linguaggio legando arbitrariamente parole e cose. Sotto questo punto di vista Aldo Runfola da anni indaga una dimensione concettuale dell'arte che, partendo da forme universalmente riconosciute esercita una pressione sulla visione, uscendo dalla semplice riconoscibilità per liberare l'opera dallo statuto della "dittatura della bellezza" e di un appeal "social", per caricarla di una serie di metaforici trompe l'oeil che accordano al lavoro una soglia di apertura critica, di una interrogazione contigua all'esperienza della visione.

Scrive Bertrand Rougé citato da Elio Grazioli nel suo volume dedicato all'arte contemporanea ai limiti "Infrasottile": «L'opera d'arte si distingue dal semplice oggetto per il fatto che è ciò che ci chiama a guardarvi almeno due volte». Ma Grazioli incalza: «Guardare un'opera d'arte, già la prima volta è un riguardare. La si guarda già con una attenzione interrogativa, una consapevolezza che non si tratta di un oggetto come gli altri. Già il primo sguardo, in arte, è il secondo». È anche da questo presupposto che sarebbe troppo facile guardare a macchie, ritratti o elenchi come se fossero semplicemente tali, ma Runfola ribalta la situazione e aggiunge al doppio sguardo che si riserva all'opera un terzo passaggio: una smentita che ci riporta all'originale signifi cante: sono macchie, è vero, ma seppure messe lì a caso, quasi con noncuranza estetica, "parlano".

Il tema sul piatto potrebbe essere solamente uno: quello universale dell'identità, declinata in questo caso attraverso la critica dell'arte. Critica esercitata nella sua antica etimologia di scelta, che passa ovviamente anche per una presa di posizione contro quell'anestetizzazione estetica e civile che impone la società della comunicazione. Una critica che non può non accostarsi alla parola "crisi", che per dirla con Ivan Illich, intellettuale al quale Aldo Runfola fa spesso riferimento, è «Vocabolo che indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà». Continua Illich: «Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire "scelta" o "punto di svolta", ora sta a signifi care: "Guidatore, dacci dentro!"». (Crisi) può indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa.

Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero. Sono parole che lo storico e sacerdote ha scritto esattamente 40 anni fa, e che trovano ora il più acuto compimento, così come il lavoro di Aldo Runfola può compiersi situandosi negli stessi spazi interstiziali che appartengono tanto all'economia - dell'arte e non solo - quanto alla sua comunicazione. Ma crisi è anche quel «Momento bellissimo in cui si dà il via a un assalto contro l'ordine del mondo», come scrive Guy Debord nel 1978 nel testo fuori campo per il film In girum imus nocte et consumimur igni. E Runfola, per cui il rifiuto dello spettacolo integra e defi nisce la sua politica nel lavoro sceglie invece, scardinandoli, gli emblemi della comunicazione usando come un hacker gli stessi mezzi di diffusione di massa. Un esempio è il progetto Monuments, realizzato sulle pagine della rivista Frieze: «Non ho scelto la posizione delle pagine né i contenuti che mi venivano affi ancati. Ho solo presentato l'immagine di un mio lavoro, totale e sempre più ravvicinato, come quando si ingrandisce l'immagine sullo schermo aprendo il pollice e l'indice.

Mi interessava sottolineare da un lato il movimento, vicino lontano - lontano vicino, dall'altra il tempo da una singola istantanea all'altra, un tempo dilatato a dismisura e affidato alla circostanza del tutto casuale in cui un qualsiasi lettore della rivista avrebbe incontrato l'altra pagina, la successiva, molti mesi dopo e su un numero diverso della rivista», spiega l'artista, che innesca anche un'altra dimensione su cui poter rifl ettere: quella della diff erenza tra fruizione controllata (e-book, tempo di permanenza sulle pagine web, like, interazioni, condivisioni) che si mette in atto con lo stesso impercettibile "tocco", lo stesso touch, che si riserva sia allo schermo che alle pagine, ma che in un caso scorre in tempo reale e non dromologico, nell'accezione data da Paul Virilio. Aldo Runfola sceglie l'ombra come stato dal quale lasciar arrivare un messaggio mai diretto, e per questo ancora più corrosivo.

Accade nei Ritratti di Arthur Rimbaud, di Friedrich Nietzsche, di Deleuze o Rudolf Stingel: la riconoscibilità è minima, l'esattezza dei tratti diventa un composto di pittogrammi che fanno a pari con l'omogeneità delle gocce, ricreando le ombre di quegli uomini d'oggi la cui costante è quella di «una eclatante carenza di attività teoretica e della sua negazione», scrive lo stesso Runfola. Che invece sceglie, appunto, grandi pensatori e si chiede se esistano ancora «Uomini speculativi abili nel pervadere i dati a portata di tutti d'una luce di verità abitualmente indisponibile se non ai pochi in grado di intuirla. Una abilità sommamente logica, per nulla romantica, tanto meno irrazionale».

Ed è così che gli AR si compiono e dispongono ordinatamente e pittoricamente a sancire una unione non letteraria ma fatta di empatie con le parole, l'arte, la filosofia, tra la pratica di Runfola e questi uomini avvicinati per frequenze comuni, simpatie, amicizia, stima o attraverso incontri nei percorsi della mente. Fuggendo l'idea di "visionarietà" tanto quanto l'antidogmatismo conformista. Nell'epoca della comunicazione il corpus di opere di Aldo Runfola appare a sua volta profondamente reazionario: è quel che di più lontano possa esistere dalla pura immagine, dall'arte per l'arte, da ritorni a favore di esercizi professionali o messi a punto per compiacere il pubblico.

La vecchia società liquida di Bauman è stata attualmente superata da una civiltà allo stato gassoso dove la trasmissione di dati che ci permettono di navigare tra risorse preesistenti o configurabili, è nel cloud - nella nuvola globale - e insieme all'imprendibilità dell'aria sembra essere sempre più lontana la possibilità di costruirsi un diritto all'esistenza sulla base delle proprie necessità e da bisogni che non siano quelli categorizzati. Nulla, insomma, accade per caso ed ecco che anche in questo caso Aldo Runfola apre un varco nel pensiero. Le Gocce o Macchie, scrive l'artista, «Riproducono arbitrariamente il caso con cui i punti sono disposti sulla tela».

Sono un accadimento "gratuito", ovvero non legato a logiche estetizzanti, che ha come area di sviluppo la superficie della tela. Sono un altro esempio lampante di come la casualità dell'identità sia soggetta a una disposizione non precostituita, che tende in tutti i modi ad allargarsi e a debordare dai confini: nelle macchie è metaforicamente lampante come la presenza dell'uomo tenti di sovrastare non solo se stessa, ma anche lo spazio atrofizzato del presente in cui è arginata. E' fuor di ogni dubbio una immagine distopica: «(...) Parlo di coloro che un bel giorno, tirando le somme, vengono alla conclusione di aver scoperto il "nulla sociale". Niente ritiro dal mondo, quindi: anzi, partecipazione più fitta: tanto più fitta quanto più in malafede, necessitata dalla mancanza di alternative, e intesa come parodia.

Niente ascesi; ma interesse per le cose sociali nullificate, e rifondate sul pragmatismo (...) non credere più nei valori del mondo annullato da uno spirito critico (...) implica fatalmente un regresso, una riaccettazione conservatrice e moderata della società». Lo scrive Pier Paolo Pasolini, nell'Appunto 84 (Il Gioco) del suo Petrolio. Tutti in fila, pronti a cadere come gocce nel mare buio e uniforme, o a essere macchie casuali e talvolta mimetiche, le pedine del gioco che opera allo stesso modo del sistema dell'arte. Ed ecco qui, nell'elenco dei Nomi che Runfola ci propone, che si svela una terza parte del frammento contemporaneo della rappresentazione della realtà: una lista completamente arbitraria di artisti di successo, corredata da un lampadario.

Viene in mente una vecchia lettera di Tano Festa ad Arturo Schwartz in cui descrive la sua fascinazione per I coniugi Arnolfini di Van Eyck, ma soprattutto per un oggetto contenuto nel dipinto: «Questo lampadario incombe sulle figure degli Arnolfini come qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle loro esistenze». L'oggetto inquietante di Runfola, in questo caso, è l'anonimo ma allo stesso tempo argenteo, visivamente prezioso e brillante, schedario di protagonisti che si ritrovano ammassati sul fragile supporto di cartone allo stesso modo con cui compaiono le gocce e si formano i ritratti: per affinità col caso, per la capacità di uscire fuori dal recinto della tela che contiene le macchie, per strategia o grandiosità. Come del lampadario degli Arnolfini, cosa resterà di questi elenchi su un cartellone temporalmente fragile come lo può essere la memoria della storia?

«L'arte è soprattutto un gioco di società cui bisogna adeguarsi per non essere messi nell'angolo e dimenticati» scrive ancora Runfola, parlando di un altro progetto. È forse questo il punto nodale di questo Grande Fratello in negativo al quale, con la "seconda visione" riservata a questo corpus di opere, possiamo accedere entrando in contatto con la parte rivoluzionaria, quella che anziché considerare la verità come «eufemisticamente puro e semplice diritto all'esistenza» ci permette di scoprirne sotto la superficie le crepe che - in determinate circostanze di consapevolezza e pensiero - potrebbero essere in grado di generare quel terremoto sociale di cui si sono fatti portatori alcuni uomini. D'oggi e ieri. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Carte dal Futurismo a oggi Carte dal Futurismo a oggi
termina il 27 luglio 2018
Galleria Edieuropa - Roma
www.galleriaedieuropa.it

Con oltre quaranta opere tra chine, inchiostri, carboncini, tempere, olii, acquarelli e gouache di artisti attivi dal Futurismo ad oggi, la mostra intende esaltare il supporto per eccellenza dell'arte, la carta, depositaria delle tracce e dell'azione dell'artista. La carta è inoltre luogo della memoria per molti degli artisti presenti in mostra: Accardi, Afro, Alviani, Angeli, Biggi, Boccioni, Bonalumi, Cagli, Cotani, Depero, Dottori, Franchina, Lorenzetti, Pascali, Perilli, Russolo, Sadun, Sanfilippo, Scialoja, Severini, Sironi, Strazza, Turcato, Uncini, Veronesi, Verna, esponenti dei principali movimenti artistici del '900 italiano, cui si aggiungono gli internazionali - tra tutti Tàpies - ed i contemporanei Almagno, Bros, Capitano, Faggi, Giuli, Murasecchi, Porfidia, Porcari, Raciti, Scolamiero.

Come sottolineato da Daniela Fonti nel 1992 - in occasione della prima mostra dedicata alle "Carte" ed organizzata in galleria -, la carta "la si può scoprire nelle compatte stesure di tempera, come fa Carla Accardi, che da sempre la utilizza come il luogo privilegiato dove i segni scoprono la legge sapiente dell'aggregazione, sperimentando i tempi lunghi dell'affioramento e della scomparsasi(...); la si può affrontare con le sciabolate del pastello che nelle opere di Verna, costruiscono una materia spessa e densa che si può raschiare se fosse pittura, lasciando emergere la parte più segreta del suo lavoro, i suoi fantasmi, (...). La si può piegare, come fa Strazza, lasciando poi alle stesure impalpabili della tempera, alle impronte della grafite sui solchi sottili il compito di annotare la storia dell'emozione che si concentra in un gesto, con la stessa discrezione, lo stesso stupore magico dei graffiti preistorici" (...); "lo schermo diafano nelle sapienti increspature della materia, è luogo dell'inconscio, schermo proiettivo del proprio rapporto con la realtà, la carta è da sempre per Perilli la materia primaria dalla quale far emergere l'immagine". Ecco dunque che la carta cambia e muta il suo valore per chi vi agisce e per chi la scruta, ma c'è qualcosa di eterno, immutabile ed incorruttibile nella carta, ed è il ruolo che da sempre le viene attribuito, quello di "raccogliere e distillare gli umori fantastici e ironici dell'artista, organizzandoli in un racconto intrigante che incatena il riguardante ai tempi lunghi della percezione". (Comunicato stampa)




Paolo Pibi - Foyer - acrilico su tela cm.100x80 2017 Paolo Pibi - ruysch 1664 - acrilico su tela legno e chiodi cm.70x50 2018 Paolo Pibi - Pollen - acrilico su tela cm.80x100 2017 Paolo Pibi : Change
termina il 15 settembre 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Paolo Pibi (Oristano, 1987), per la sua prima mostra personale allo Studio d'arte Cannaviello, presenta più di quindici opere, realizzate ad acrilico su tela e sulla superficie di vecchi vasi. Il suo lavoro, da sempre caratterizzato da ambienti irreali e sospesi nel tempo, arriva oggi a indagare nuovi soggetti e supporti. In questa nuova fase di ricerca, l'artista si lascia guidare verso "luoghi" sconosciuti e capisce di essere davanti ad un periodo di cambiamento. Pibi negli ultimi mesi ha attraversato quello che è descritto da Kurt Lewin come "percezione a 3 stadi del cambiamento", in cui vi è una prima fase di "scongelamento" in cui si attua il superamento dell'inerzia e lo smantellamento della mentalità e delle abitudini esistenti; una seconda di "confusione"  in cui si è consapevoli che il quadro precedente è stato messo in discussione ma non si ha ancora una chiara percezione di come sostituirlo; una terza di "ri-congelamento" che comporta il consolidamento del nuovo quadro e delle nuove abitudini e la loro conseguente cristallizzazione.

L'artista ci rende partecipi di questo suo percorso iniziato nel mese di gennaio 2018. Quella di Paolo Pibi è una pittura meditativa, dove predomina un metodo di lavoro e indagine inusuale che lo conduce a una conversione dei suoi temi classici. Non si lascia imprigionare dal manierismo e tenta, con questa nuova serie di lavori di estendere la sua indagine pittorica anche alla realtà materiale. Con questa intenzione l'artista presenta una mostra "studio" sui processi di sviluppo del suo lavoro. (Comunicato stampa)




Sanna Kannisto - days of departure Sanna Kannisto: A song system
termina il 21 luglio 2018
Metronom - Modena
www.metronom.it

La mostra, a cura di Chiara Bardelli Nonino, presenta una selezione di lavori recenti e inediti di Sanna Kannisto, dalle serie Local Vernacular, Act of Flying e Days of Departure. Come in un globo celeste, la mostra vuole disegnare costellazioni da usare come mappe per orientarsi nell'universo della fotografa finlandese, in cui convivono l'immensa biodiversità della foresta tropicale e il minimalismo del paesaggio scandinavo, il rigore dei procedimenti scientifici e l'assoluta libertà dell'arte, la fissità dell'immagine fotografica e la tensione degli animali immortalati in tutta la loro vitalità. Il titolo della mostra fa riferimento a una specifica serie di strutture cerebrali che regolano negli uccelli canori la capacità di apprendere a comunicare, strutture che trovano analogie inaspettate con pochissime altre specie animali - tra cui l'uomo.

I lavori di Sanna Kannisto (Finlandia, 1974) sono stati esposti in alcune delle più prestigiose istituzioni artistiche internazionali. Nel 2011 la Aperture Foundation di New York pubblica Fieldwork, monografia dedicata al lavoro di Sanna Kannisto, con un saggio di Steve Baker. Nel 2017 Metronom Books pubblica il volume in edizione limitata White Space, con un testo critico di Chiara Bardelli Nonino. Nel 2015 l'artista vince il Premio di Stato finlandese per la fotografia.

Chiara Bardelli Nonino (1985) dal 2012 è Photo Editor di Vogue Italia; scrive e coordina progetti di fotografia per Vogue.it, di cui è Editor della sezione Photography, e per l'Instagram di Vogue Italia, ed è curatrice del Photo Vogue Festival, rassegna annuale dedicata alla fotografia di moda e alle più recenti espressioni fotografiche, per cui con Alessia Glaviano ha in particolare curato e prodotto le mostre The Female Gaze e Fashion & Politics in Vogue Italia. Ha collaborato con Flash Art Italia e The British Journal of Photography e nel suo lavoro di ricerca si concentra principalmente sulla fotografia contemporanea, contribuendo a progetti curatoriali ed editoriali indipendenti. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della Inaugurazione di Casa Russolo Inaugurazione di Casa Russolo
Portogruaro (Venezia), 15 giugno 2018

Portogruaro rende omaggio a Luigi Russolo allestendo nel nobile palazzo rinascimentale che nel 1885 lo vide venire alla luce, "Casa Russolo". Per volontà della Amministrazione Comunale, la dimora cinquecentesca, che già ospita Il Centro Culturale con la Biblioteca Civica, accoglierà, dal prossimo 15 giugno, uno Spazio interamente dedicato all'artista e che diventerà la sua Galleria permanente. In esso viene esposta l'intera raccolta delle lastre originali di tutte le sue incisioni, insieme ad un nucleo importante di suoi olii di proprietà del Comune di Portogruaro, ed ad una ampia documentazione multimediale della sua produzione, della sua originale vicenda personale ed artistica. Mentre la copia (gli originali sono andati tutti distrutti) tratta dal brevetto depositato, di uno degli strumenti da lui creati - un Intonarumori della Collezione del prof. Pietro Verardo - sottolineerà il ruolo fondamentale di Russolo nella musica del Novecento.

Per l'occasione, dall'archivio storico del Comune di Portogruaro riemergerà, per essere eventualmente oggetto di studio, l'importante carteggio (circa una trentina di documenti) fra la vedova dell'artista, Maria Zanovello, e il Comune di Portogruaro, in cui è documentato anche il dono al Comune del quadro "Impressioni di bombardamento". Il progetto di Casa Russolo è affidato alla curatela di Boris Brollo. L'obiettivo è presentare l'artista nella sua duplice veste di pittore e incisore, da un lato, ma anche e soprattutto di musicista, ruolo che gli ha assicurato una amplissima notorietà internazionale.

Russolo fu, insieme a Boccioni, Carrà, Severini e Balla, il firmatario dei Manifesto della Pittura Futurista. Iniziò l'attività artistica con la serie di originali incisioni (1906/13), documentate in Casa Russolo. L'adesione al Futurismo portò ad opere ammirate per la loro originalità anche da Klee. Negli ultimi 10 anni di vita, ritiratosi sulle rive del Lago Maggiore, produsse una pittura paesaggistica e ritrattistica dichiaratamente 'filosofica" che lui stesso definì "Classico Moderna". Russolo, infatti, fu anche filosofo. La lunga elaborazione dei suo pensiero si può trovare nel trattato "Al di là della Materia" composto tra il 1934 e il 1938. Tra i suoi scritti inediti si ricorda anche i "Dialoghi tra l'lo e l'Anima".

Seguendo la passione familiare per la musica (il padre era stato un importante organista, il fratelli Giovanni e Antonio si diplomarono al Conservatorio G. Verdi di Milano; fra l'altro, Antonio lavorò al fianco di Toscanini), Russolo nel 1913 scrisse "L'Arte dei Rumori", autentico fulmine a ciel sereno nel panorama musicale del tempo. Ma l'artista non si accontentò di teorizzare il trionfale ingresso del rumore nella musica, ma con eclettismo inventò, a partire dal 1913, macchine straordinarie, gli )arumori, in grado di modulare i rumori mediante una leva che tendeva o rilasciava una membrana. Questi nuovi strumenti rivoluzionarono la tecnica musicale, riproducendo la grande varietà di suoni della città e delle macchine nella vita moderna. Gli )arumori rappresentarono per la prima volta la possibilità di sintetizzare un rumore e furono precursori di tutto ciò che è stato fatto in seguito per quanto riguarda le tecniche di registrazione e montaggio ed i primi sistemi di sintesi elettronica del suono.

Il Russolo inventore progettò e realizzò una ventina di diversi intonarumori divisi per timbro, proprio come in orchestra. Le famiglie furono denominate in maniera inequivocabile: gorgogliatori, crepitatori, urlatori, scoppiatori, ronzatori, stropicciatori, sibilatori, scrosciatori. Furono utilizzati per memorabili concerti a Modena, Milano, Genova, Londra, Dublino, fino a Parigi. L'artista collaborò con il musicista Edgard Varèse al perfezionamento del suo Rumorarmonio. Nella notte del 15 giugno, l'apertura ufficiale di Casa Russolo si connoterà come un evento in puro spirito futurista. Riecheggia, nell'attualità, la celebre affermazione di Marinetti: "Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; la stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Armando Orfeo - Il giorno fortunato - acrilico e olio su tela cm.50x50 Armando Orfeo: "ARTinCLUB 6"
termina il 22 settembre 2018
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub6

L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla sesta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d' Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con personali e collettive sia in Italia che all'estero. Nelle sue tecniche miste, un bizzarro individuo si muove, inquieto e curioso, tra numerosi oggetti simbolici e architetture audaci. L'artista sottolinea il paradosso insito nel destino dell'uomo, riproducendo situazioni surreali nelle quali l'unica via di salvezza appare la Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Orfeo realizza così un'onirica indagine sulla condizione dell'essere umano, con i suoi miti e i suoi dilemmi: lo fa servendosi di un'ironia volta a stimolare una riflessione non banale sull'esistenza e a indicare una visione 'altra' del mondo. La mostra, corredata di brochure con introduzione di Gianni Costa, è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio e patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Opera di Mario Vitale Oltre l'immagine
termina il 30 giugno 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Come nasce psicologicamente un dipinto? Da quali meandri profondi della mente dell'artista hanno origine le immagini che vediamo? In mostra - a cura di Arianna Sartori - opere di Elsa Dembech, Domenico Pompa, Miriam Pracchi e Mario Vitale, con primi piani di giovani, boschi alberati e città aggrovigliate, non è semplicemente il frutto di una tendenza "disimpegnata" della pittura contemporanea; non è un mero espletamento di necessità esibizionistica, ma è indiscutibile che dietro a tutte queste soluzioni visive esistono percorsi profondi di conoscenza e di ascolto dei propri bisogni comunicativi. I temi dei legami all'uomo, all'equilibrio, all'identità dei luoghi sono infatti i vertici di osservazione, scelti dagli artisti, per parlare nelle proprie opere. Temi cruciali delle vicissitudini di ciascuno di noi.

«In questa serie di opere figurative di Elsa Dembech ciò che salta immediatamente agli occhi è la sua vera preoccupazione per l'Altro, un interesse direi, più che estetico o rivolto alla sperimentazione sulle forme, esistenziale, attento alla comprensione delle speranze e delle sofferenze dell'altro. Volti, per lo più di giovani, raffigurati in un atteggiamento meditativo, introspettivo. Questi volti sembrano comunicarci la sensazione di un enigma, l'impressione di una memoria, l'angoscia del vivere. Come nel giovane volto di 'Sul filo', un urlo quasi munchiano, contro il silenzio anestetizzato della società, manifesta il precario equilibrio dell'esistenza (il ciclista in bilico sul filo all'interno della bocca) e rivendica la lacerata esigenza di far sentire la propria voce nella sorda indifferenza.» (Paola Cattaneo)

«Domenico Pompa, nel suo percorso artistico teso alla ricerca e confronto con le nuove tendenze espressive, si orienta verso l'espressionismo interpretandolo mediante uno stile personalissimo. Il pittore Pompa con il suo spiccato senso compositivo e la metodica volontà rappresentativa del contenuto paesaggistico dona prova di distinzione, di personalità stilistica, di capacità affermativa del bisogno di raccontare sollecitando la sensibilità del fruitore. Si materializzano nell'osservatore scenari d'immagini paesaggistici dalla netta valenza scenica nella quale rigide geometrie convivono in magica simbiosi con l'essenza del colore, con la pastosità della materia attraverso declinazioni dei toni che rendono unico, nel suo genere, ciascun accostamento cromatico armonioso, donando anima alla tematica sviluppata.» (Aurel)

«La Calligrafia nasce in Cina come la prima delle Belle Arti, è un'esperienza di comunicazione con la natura e la scoperta del proprio se stesso interiore. Di fondamentale importanza è il ruolo che essa ha avuto nell'innovazione del linguaggio della pittura astratta occidentale fino dalla fine degli anni 20 del secolo scorso. Miriam Pracchi nel 2002 inizia a seguire lezioni presso la scuola Feimo Contemporary Calligraphy di Milano. Arricchita dalle sue esperienze nel mondo artistico, ha costantemente assimilato le tecniche e la visione del mondo della Calligrafia cinese, anche con la partecipazione a mostre internazionali (Cina, Corea, Giappone, Usa). Questo percorso l'ha aiutata a liberarsi dalle forme legate all'esperienza accademica occidentale e a dotarla di un gesto segnico significativo per aprirsi a nuove concezioni spaziali. Spezzando le sue opere e ricomponendole in un ordine apparentemente casuale, ma armonico, Miriam cerca di creare una realtà di continua rinascita. Similmente alla materia che si frange e si trasforma, così come avviene per i momenti della vita». (Feimo Contemporary Calligraphy, Maestri Paola Billi e Nicola Piccioli)

«L'esercizio necessario per comprendere il vivere della contemporaneità si ricava, nell'opera di Mario Vitale, dal rapporto con la realtà in densi umori pittorici da cui si evidenziano lacerazioni, consunzioni, figure totemiche in una sintesi strutturale libera e mutevole che la realtà suggerisce... Ossessivo è il colore, in grado di trasmettere un'energia che sfiora il senso del dramma. La tensione della metropoli trascina architetture e personaggi in uno sbilanciamento di elementi che non riescono a ritrovare quell'estrema striscia di cielo per liberarsi di una sorta di vortice urbano che tutto attrae verso il basso, tagliando e sminuzzando. I brividi di un rosso mediterraneo dagli andamenti scheggiati, la vena espressiva dei bianchi che raggiunge l'intensità di un grido interiore, l'accelerazione visiva dei toni cupi tra il blu e il nero: tutto ciò dà la sensazione di aprire spiragli fuggevoli nell'esistere. Le rare figure, oppure i volti enigmatici scanditi da diversi piani di percezione visiva sono inghiottiti dall'aggressione dei pigmenti che assestano brani di figurazione a volte raggelati nei contorni geometrici, a volte dilatate in ombre sospese su altre ombre, in piani strutturati scomposti e ricomposti su ambigue verità». (Fabrizia Buzio Negri)




Opera di Ferruccio Gard Ferruccio Gard: Intrecci Dinamici
termina il 15 luglio 2018
Museo Boncompagni Ludovisi - Roma

Dialogo intenso e vitale tra le collezioni e gli spazi del Museo Boncompagni Ludovisi e l'arte di Ferruccio Gard, uno dei protagonisti della linea Optical-costruttivista della pittura italiana che esporrà una selezione della sua ultima produzione insieme ad alcune nuovissime sculture astratto-cinetiche. Ferruccio Gard che ha presentato le sue opere in diverse edizioni della Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma del 1986, è riconosciuto come uno dei maestri e dei precursori delle ricerche Optical-cinetiche internazionali che hanno avuto negli ultimi anni un importante revival di critica e di pubblico. Le opere di Gard, nella loro tessitura di geometrie e di intersezioni cromatiche, vogliono dunque entrare con cautela negli spazi del museo per creare un legame diretto e forte con le sue collezioni, che presentano capolavori in cui ha preso forma concreta l'espansione delle arti visive verso la moda e il design dell'abito.

Il lavoro di Gard si inserisce infatti a pieno titolo in quella linea nobile dell'arte italiana e internazionale che parte dal Futurismo (e in particolare da Giacomo Balla) dove le ricerche sull'arte astratta e sulla geometrizzazione della pittura si sono coniugate alle prime esperienze cinetiche. La vibrazione della pittura di Gard, le sue profondità illusive e il suo rigore compositivo potranno comporre così un intenso e vitale confronto con il Museo Boncompagni Ludovisi, in un interessante e intenso dialogo tra storia e contemporaneità fondato sul colore, la geometria e la pulsazione luminosa dei suoi intrecci dinamici. Mostra a cura di Lorenzo Canova, storico dell'arte, critico d'arte e docente di storia dell'arte contemporanea all'Università del Molise.

Ferruccio Gard (Vestignè - Torino, 1940) è uno dei massimi esponenti dell'arte neocostruttivista, programmata e cinetica che pratica dal 1969. Ha partecipato a sette Biennali di Venezia (1982, 1986, 1995, 2007, 2009, 2011 e 2017), all'XI Quadriennale di Roma (1986), alla Biennale Internazionale Architettura di Venezia (2016) e a numerose mostre internazionali sull'arte cinetica. Da Pechino a New York ha tenuto oltre 170 mostre personali in tutto il mondo. Di eccezionale importanza l'antologica curata da Gabriella Belli che la Fondazione Musei Civici di Venezia gli ha recentemente dedicato a Ca' Pesaro, Galleria Internazionale d'Arte Moderna (16 ottobre-10 dicembre 2015) nell'ambito di un dialogo fra un maestro della contemporaneità veneziana e la 56esima Biennale d'Arte e allestita nell'ambito della collezione permanente, accanto a capolavori di Klimt, Kandinsky, Chagall, Munch, Rodin, Martini, Medardo Rosso, Mirò, Calder, Arp, de Chirico e altri celebri maestri dell'arte moderna mondiale. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Mario Merz - Bicchiere trapassato - 1967 bicchiere, neon Photo Andrea Guermani Mario Merz: Sitin
termina il 16 settembre 2018
Fondazione Merz - Torino
www.fondazionemerz.org

La mostra si inserisce nella programmazione della Fondazione che prevede momenti espositivi dedicati all'opera di Mario e Marisa Merz e succede a quella inaugurale alla Fondazione nel 2005 e a quelle tematiche: nel 2007 sulla pratica del disegno, nel 2010 sulla produzione pittorica, nel 2011 sul legame al progetto architettonico e l'ultima, La natura è l'equilibrio, incentrata sul rapporto tra natura e cultura, nel 2016. Nel cinquantenario dei movimenti di contestazione del '68, la mostra fornisce - attraverso una decina di opere realizzate da Merz tra il 1966 e il 1973 - uno spunto di riflessione intorno ad un periodo ricco di fermenti creativi, che ha innescato nuovi processi di trasformazione e che ha rinnovato la visione del futuro. Questo cambiamento coinvolge tutte le arti, dalla letteratura alla musica, al teatro, al cinema e naturalmente l'arte visiva, che ha visto coesistere movimenti così significativi come il minimalismo, l'arte povera, la land art e il concettuale, mettendo a confronto e di pari passo l'arte emergente statunitense con quella europea. Ha generato un clima ricco di straordinaria sensibilità, un nuovo modello esistenziale basato sull'impegno costante nella concezione, nella presentazione e nella diffusione dell'arte del proprio tempo.

Per Mario Merz, che ha vissuto quegli anni da protagonista, quell'intensità è stata come "Una domenica lunghissima dura approssimativamente dal 1966 e ora siamo al 1976. Siamo verso la fine del pomeriggio di una lunghissima domenica. Noi non abbiamo mai lavorato! Quasi dieci anni non abbiamo fatto che pensare a passare una lunghissima domenica tra due immense e grigie settimane di lavoro che incombono prima e forse dopo (...) Invece stiamo svestendo la cultura per vedere come essa è fatta. E questa è la nostra lunga domenica, stiamo svestendo la cultura per vedere come essa è fatta." (hopefulmonster 2005). La mostra diventa un racconto, quindi, tra lo storico, il politico e il poetico, una narrazione che parte dalle parole stesse di Mario Merz passando attraverso alcune tra le più importanti opere di quegli anni divenute icone del suo percorso artistico.

Sono state selezionate una decina di lavori datati tra il 1966 e il 1973, tra i quali alcuni 'oggetti' realizzati tra il 1966 e il 1969 e accomunati dall'essere "trapassati" da un neon, come la Lancia (1966), il Salamino (1969) e il Bicchiere trapassato (1967), ma anche l'opera che dà il titolo alla mostra, Sitin (1968) esposta al centro della scena proprio come la forma di protesta sit-in. In mostra anche due igloo: l'Igloo di Giap, del 1968, dedicato al generale vietnamita Vo Nguyen Giap, che riporta sulla creta la frase al neon del comandante che ha condotto il Vietnam alla liberazione 'Se il nemico si concentra, perde terreno, se si disperde, perde forza' e il secondo, composto da ferro e vetri, porta il titolo di una domanda ricorrente nei pensieri e nelle pagine scritte dell'artista, Is space bent or straight?, (lo spazio è curvo o diritto?). Ad accompagnare il lavoro alcune fotografie del primo allestimento a Berlino nel 1973, sulle quali si riconoscono Mario Merz e Emilio Prini seduti nell'igloo intenti a registrare parole e a scriverle a macchina.

Seguono la scritta al neon Sciopero generale azione politica relativa proclamata relativamente all'arte e l'installazione A real sum is a sum of people (1972). Quest'ultima, una serie di fotografie di persone in uno spazio pubblico in progressione secondo la sequenza di Fibonacci, è tra le prime opere in cui compare la progressione del matematico pisano; in questo caso il luogo dell'intervento performativo è un pub di Londra. Un'altra importante opera dal sapore un po' performativo è It is possible to have a space with tables for 88 people as it is possible to have a space with tables for no one, una serie di tavoli di grandezze differenti e seguenti la progressione Fibonacci.

Insieme all'opera verrà esposta la documentazione della performance che avvenne nel 1973 in occasione di una mostra a Berlino, all'Akademie der Künste, durante la quale il pubblico venne invitato a sedersi intorno ai tavoli e a consumare un bicchiere di latte e un uovo sodo. Il titolo della performance recitava: "Una somma di uomini è una somma reale. Una somma reale è anche una somma seriale, una somma seriale è una forma, gli esseri umani hanno una funzione come somma di unità, gli esseri umani hanno una funzione seriale come storia, l'estensione seriale dei tavoli raccoglie una somma seriale di esseri umani, le forme a spirale della frutta sono somme seriali di quantità. Vi invitiamo a venire il (...), 1973, alle h (...), a una funzione seriale all'Accademia". A completare l'allestimento un'ampia selezione di disegni, note, appunti, libri d'artista e fotografie. (Comunicato stampa)




Opera di Pasquale Colucci Mostra Art in music - opera di Pasquale Colucci Pasquale Colucci: Art in music
termina il 30 giugno 2018
Biblioteca Nazionale di Cosenza

Mostra antologica di Pasquale Colucci. Le sue opere sono supportate da brani musicali legati ad ogni singola realizzazione pittorica. I lavori di Colucci sono stati presentati a numerosi eventi d'arte, sia in Italia che all'estero. Fra le varie Sedi citiamo: Bologna, Ferrara, New York, Miami, Londra, Edimburgo e Montecarlo. Ha ricevuto, altresì, vari riconoscimenti, fra i quali il "Premio Biennale per le arti visive" Leone dei Dogi a Venezia e l'"Oscar dell'arte" a Montecarlo. (Comunicato stampa)




Opera di Alba Gonzales nella mostra Miti mediterranei Alba Gonzales. Miti mediterranei
termina il 30 settembre 2018
Villa Malfitano (Fondazione Giuseppe Whitaker) - Palermo

Con diciannove sculture di grandi e medie dimensioni collocate nel parco della Fondazione Whitaker, a Palermo, Alba Gonzales darà vita ad un viaggio ideale e simbolico attraverso i miti mediterranei, rivissuti nel moto pendolare fra desiderio e nostalgia. La mostra è promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte ed è organizzata da Civita Sicilia.

Romana di nascita, fra genitori e nonni la nota scultrice raduna in sé origini siciliane, greche, spagnole e francesi, che spiegano per alcuni aspetti il patrimonio mitico e mitologico che dà linfa alle sue opere, sotto il segno di un culto sensuale della forma e del corpo umano. Proprio per queste radici così legate al Mare nostrum, l'approdo delle sculture di Alba Gonzales a Palermo, moltiplica gli echi epici ed evocativi delle sue opere, ulteriormente arricchiti dalla sede scelta per la mostra, quella Villa Malfitano Whitaker nata per volontà di un illustre esponente (Giuseppe Whitaker) della comunità anglopalermitana di fine '800 e ricca di tesori giunti dalle culture più diverse e lontane.

Come scrive in catalogo il curatore della mostra, Gabriele Simongini, "Alba Gonzales appartiene alla schiera sempre più ristretta di scultori nell'autentico senso del termine e in particolare spicca per l'aspirazione a dire tutto, interamente e senza filtri intellettualistici, attraverso la forma che è per lei, essenzialmente, forma del corpo umano inteso come tempio dell'anima, nei suoi aspetti negativi e positivi, destinati a convivere indissolubilmente. Di fronte ad una società votata alla ricerca dello stordimento ed anestetizzata dai social network, la Gonzales, manifestando un intenso impegno etico, forza volutamente i toni delle tematiche scelte (...), li rende icastici, teatrali e quasi iperbolici, portando al tempo stesso avanti la necessità di non cancellare la memoria e i mille fili che ci legano al focolare del passato, da tenere sempre acceso.".

Afferma il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente Onorario della Fondazione Cultura e Arte, che ha fortemente voluto questa mostra: "Chiunque si trovi di fronte ad un'opera di Alba Gonzales non può che rimanerne sedotto o sorpreso. La grazia delle forme e delle linee, la plasticità dei movimenti, gli atteggiamenti sensuali ma mai volgari propri delle sue sculture - la volgarità e la corruzione dei costumi è anzi ciò che l'artista intende negativamente registrare e denunciare - sono la cifra stilistica più evidente della Gonzales, che incredibilmente riesce a sortire questi risultati forgiando la materia senza partire da un disegno o un progetto preparatorio. La sua arte è spontanea, immediata, fluisce dalle sue mani e dalla sua anima che sono un unicum, e che diventano a loro volta un tutt'uno con il mezzo, il bronzo, scelto anche perché potenzialmente eterno, come lo sono le opere di Alba Gonzales e le questioni esistenziali che esse interpretano.".

Superata la fase prettamente formativa, il percorso creativo di Alba Gonzales si è articolato, sostanzialmente, in due grandi fasi. Fino al 1986 l'artista ha privilegiato la dialettica della struttura con figurazioni antropomorfiche che sondano in modo originale il senso del mito arcaico e del meccanicismo moderno. Successivamente, nelle sue opere, si afferma con forza il tema "Amori e Miti", tutt'ora in divenire, con l'emersione progressiva di una figurazione più chiaramente articolata e riconoscibile, di natura metamorfica, a sua volta riconducibile ad una rinnovata riflessione sulla cultura e sulle civiltà mediterranee. Contemporaneamente, un altro tema sollecita la ricerca scultorea di Alba Gonzales nella sua aspirazione ad affrontare la condizione esistenziale dell'uomo: "Sfingi e Chimere", in un'evidente drammatizzazione e teatralizzazione della sua figurazione fantastica. Nel 1989 Alba e suo marito fondano il Museo Pianeta Azzurro, aprendo la loro villa sul Lungomare di Ponente a Fregene e trasformandola, in parte, in un museo di scultura contemporanea con opere disseminate all'interno della costruzione e nell'ampio giardino.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, oltre alle immagini delle opere fotografate nel parco di Villa Malfitano Whitaker, conterrà i testi del Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Prof. Paolo Matthiae, Dante Maffia e Gabriele Simongini, un'intervista all'artista di Tiziana D'Acchille, Direttrice dell'Accademia di Belle Arti di Roma, un'antologia critica e una nota biografica. Per l'occasione verrà realizzato da Raffaele Simongini un documentario dedicato all'artista che sarà proiettato in mostra ldurante tutta la durata dell'esposizione. (Comunicato stampa)




Abscondita
Segreti svelati delle opere d'arte


termina lo 03 settembre 2018
Galleria Civica del Museo di Bassano del Grappa (Vicenza)

Hai mai visto il retro di un celebre dipinto? Ritratti, paesaggi, nature morte, scene sacre e profane raffigurate in una grande selezione di opere, resteranno invisibili. Perché girati verso il muro. Nella mostra a cura di Chiara Casarin, ciascuno retri di queste tele racconta e documenta una precisa e affascinante storia, ignota al pubblico che invece ben conosce il fronte. Tele, telai e cornici svelano la loro vera materia ma soprattutto si mostrano supporto di informazioni determinanti per la conoscenza della storia del dipinto, dell'artista e di coloro che nel tempo lo hanno posseduto. I viaggi, le mostre, i mecenati e le dediche diventano i tasselli di una storia dell'arte inedita.

Nel panorama internazionale mai è stato realizzato un progetto espositivo come questo, ideato da Chiara Casarin. Il richiamo ideale che la curatrice propone è al dipinto di Cornelius Norbertus Gijsbrechts, realizzato tra il 1670 e il 1675 oggi patrimonio della National Gallery of Denmark di Copenhagen, raffigurante il retro di una tela dipinto sul davanti. Quel dirompente dipinto, frutto di un virtuosismo senza pari, fu un "tentativo di vedere l'arte come ad un medium che pensa a se stesso e alle sue strutture nascoste, generando - spiega Chiara Casarin - un nuovo linguaggio, in questo caso meta-pittorico, privo di rappresentazione referenziale. Proponendo la prima manifestazione assoluta - integrale - di un gesto autoriflessivo della professione del pittore, lontano dall'autoritratto in studio, qualcosa di più eversivo".

A Bassano si invita il visitatore a cambiare abitudini e leggere la storia dell'arte - con esempi che spaziano dal tardo Medioevo al Novecento passando per Da Ponte, Canova, Hayez, Sironi etc. - attraverso la percezione dei segnali, degli indizi, delle informazioni presenti nel lato b delle opere d'arte. Superando la soglia del visibile, di quanto è di norma ufficialmente proposto. Osservando ciascuna tela si entra nel backstage dell'opera, penetrando mondi ignoti e finora ignorati. "Se davanti troviamo le invenzioni - chiosa la Curatrice - dietro c'è un mondo di inventari". Osservare il retro di un dipinto ci induce ad avvicinarci il più possibile senza subire le regole della prospettiva che il fronte, la composizione pittorica, solitamente ci detta. I più piccoli dettagli diventano nuovi elementi di conoscenza di un'opera e di come sia stata realizzata. Dai chiodi ai telai, dai cartellini delle mostre in cui l'opera è stata esposta, alle tracce dei restauri, ai codici di inventario. Tutte tracce che rivelano, a chi le sa decrittare, il percorso nel tempo dell'opera.

Una mostra che inverte anche i ruoli e che fa sentire esperti e privilegiati anche gli appassionati d'arte. Ma guardare dietro non significa solo girare i dipinti. Vedere il lato nascosto di una collezione pubblica significa concedere allo sguardo del pubblico di insinuarsi fin dove non potrebbe accedere. Ecco che così in mostra viene allestito il backstage del museo con le opere che non vengono esposte perché rovinate o addirittura distrutte e non ancora restaurate, oppure il backstage della mostra con tutto ciò che ha portato alla sua realizzazione e al suo allestimento ma che, nella normale prassi curatoriale, viene sempre tassativamente tenuto nascosto al visitatore. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Anne Tardos Rosanna Chiessi. Pari&Dispari
termina il 16 settembre 2018
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna
www.mambo-bologna.org

L'esposizione intende omaggiare una protagonista dell'arte italiana ed internazionale, al cui nome si deve un impegno fondamentale per la conoscenza e la diffusione di alcune delle avanguardie più influenti del secondo Novecento: area concettuale italiana, poesia visiva, Azionismo Viennese, movimenti Fluxus e Gutai, arte performativa. Il progetto consente dunque di riscoprirne l'intensa avventura - per la prima volta in un contesto museale dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2016 - attraverso alcune delle testimonianze più rilevanti della sua attività che, negli anni Settanta, ha trasformato Reggio Emilia e Cavriago in crocevia di correnti artistiche di eccezionale rilievo. Nel suo restare sempre fedele alla dimensione di un'arte prodotta per ricerca e non per redditività di mercato, il profilo di Rosanna Chiessi si sottrae a tentativi di connotazione univoca per la vitale molteplicità di ruoli attraversati in quarant'anni di passione per l'arte contemporanea: gallerista, editrice, promotrice e animatrice pionieristica di eventi divenuti epocali, collezionista, mecenate e scopritrice di talenti. Sopra tutto, la vocazione, intuita in età già matura, a sostenere, spesso nella loro manifestazioni primigenie, le sperimentazioni dei linguaggi artistici più rivoluzionari, in una prospettiva partecipativa di condivisione con la comunità del territorio.

In questa apertura mentale, supportata da un'instancabile curiosità anticonformista, risiede forse la cifra più autentica di una donna che ha scelto di vivere la propria quotidianità a stretto contatto umano e creativo con gli artisti, in un intreccio ininterrotto tra arte e vita. La mostra allestita al MAMbo è concepita come un ritratto biografico che prende forma dall'accostamento di materiali compositi, posti in dialogo fra loro per associazione, a raccontare le poetiche e i principali eventi da lei sostenuti e promossi. Si trovano così opere realizzate dagli artisti con cui Chiessi strinse i legami di amicizia e intesa più profondi, molte delle quali a lei dedicate fin nel titolo, come nel caso del ritratto di Anne Tardos Sunset for Rosanna con cui si apre il percorso espositivo; oggetti simbolo, come il grande tavolo di lavoro che campeggiava nella sua casa-studio di Cavriago e la doppia chiave ideata come logo di Pari&Dispari; reperti iconici di artisti carismatici come il giubbotto firmato di Joseph Beuys e un paio di scarpe di Shozo Shimamoto utilizzate in una delle sue spettacolari performance.

E ancora fotografie, multipli, edizioni numerate e libri d'artista, provenienti da collezioni private e dal corpus documentale conservato dall'Archivio Storico Pari&Dispari - Rosanna Chiessi, che ne ha raccolto e sistematizzato l'eredità. Una costellazione di pezzi ancora oggi in grado di trasmettere le energie di un'eccezionale stagione di libertà in cui le forme del fare cultura furono rivoluzionate da una creatività dirompente.Dopo un iniziale interesse verso le vicende del realismo figurativo come gallerista a Reggio Emilia, a metà degli anni Sessanta Rosanna Chiessi entra in contatto con i fermenti sperimentali delle neoavanguardie che iniziavano a diffondersi anche nella provincia italiana, mentre la sua casa inizia a diventare punto di incontro e scambio per i giovani artisti e poeti attivi in ambito emiliano. L'avvicinamento verso l'arte di ricerca, che genererà in lei un irreversibile rovesciamento di approccio verso le produzioni artistiche contemporanee, si compie all'inizio degli anni Settanta dopo l'incontro con Joseph Beuys, che conosce personalmente a Düsserdolf.

Dopo la fondazione nel 1971 della casa editrice Pari&Dispari, con cui produce edizioni grafiche apprezzate a livello internazionale, per Chiessi inizia un periodo frenetico di incontri e frequentazioni con i principali esponenti dei movimenti artistici di rottura, il cui lavoro all'epoca era pressoché sconosciuto in Italia. A prevalere in lei sin dall'inizio è l'interesse verso l'indagine del gesto e delle sue possibilità espressive tracciate da alcune delle esperienze più radicali di arte performativa, di cui si occupa come promotrice di numerosi eventi e happening. Tra questi, il celebre festival Tendenze d'arte internazionale organizzato a Cavriago nel 1977 e nel 1978, che introdusse per la prima volta in Italia il movimento Fluxus con un concerto diretto da Geoffrey Hendricks, Joe Jones e Takako Saito. In questi anni Chiessi si muove in tutta Europa e stringe amicizia con artisti come Philip Corner, Giuseppe Desiato, Al Hansen, Dick Higgins, Allan Kaprow, Alison Knowles, Urs Lüthi, Hermann Nitsch, Arnulf Rainer, Dieter Roth, Franco Vaccari, molti dei quali vengono ospitati per lunghi periodi nella sua casa-galleria ricavata in una casa colonica nella campagna del piccolo centro in provincia di Reggio Emilia.

Memorabili le parole con cui il poeta Emilio Villa, suo stretto amico e mentore, descrisse lo spirito delle sue iniziative: "Rosanna Chiessi per due anni ha alimentato la scena di Cavriago, i moti della fantasia operante, dell'emozione collettiva unanime, in un senso chiaro di caos e ilarità, di ripensamento e di sorpresa: un raduno felice di incursioni a abbracci, con cuore e con ansia di fare".Con entusiasmo Chiessi aderisce alla concezione di arte totale rivendicata da Fluxus, promuovendo esperienze di incontro tra arti poetiche, visive e performative. Da ricordare, per il loro particolare rilievo, il suo sodalizio con artisti e performer come Giuseppe Chiari, Joe Jones, Charlotte Moorman e Nam June Paik che sperimentarono la traduzione di partiture musicali in oggetti visivi e concettuali.

Dopo il trasferimento a Capri, dove svolge l'attività di animatrice culturale per la Fondazione Casa Malaparte, nei primi anni Duemila Chiessi si avvicina alle ricerche del gruppo giapponese d'avanguardia Gutai, cui si deve il superamento della centralità della composizione figurativa nel gesto pittorico per un ripensamento dell'atto creativo basato sull'esaltazione della fisicità dei materiali e delle azioni corporee insite nel processo artistico. Intenso e duraturo fu il rapporto con uno dei rappresentanti più celebri del movimento, il maestro Shozo Shimamoto, cui nel 2007 dedicò, insieme a Laura Montanari e Giuseppe Morra, la fondazione dell'associazione omonima in Italia e in Giappone, con lo scopo di promuoverne la ricerca e archiviarne l'intero corpus artistico.

Aspetto non meno rilevante nel raccontare la sensibilità con cui comprese e interpretò l'arte del suo tempo è il fondo "Rosanna Chiessi, Archivio fotografico storico-artistico Pari&Dispari" costituito da 54 album contenenti migliaia di fotografie riordinate e da lei stessa commentate, e istituito da Comune di Reggio Emilia Biblioteca Panizzi in seguito alla donazione disposta dalla figlia nel 2017. Di questo eccezionale diario per immagini che restituisce la complessa attività di promozione dei fenomeni artistici allora più avanzati, sono visibili in mostra due album e un'ampia selezione di immagini. Tra queste, si distinguono i momenti conviviali e di amicizia vissuti con gli artisti che testimoniano la sua propensione a tessere relazioni di complicità e creare luoghi accoglienti per l'arte e per gli artisti.

Il meritorio lavoro di digitalizzazione e pubblicazione on line su Biblioteca Reggiana Digitale, completato a cura di Laura Gasparini con il servizio Fototeca della biblioteca, ha trasformato un luogo privato di memoria in uno spazio condiviso, a disposizione di tutti coloro che intendono studiare, approfondire e osservare uno spaccato di arte contemporanea internazionale che ha visto Reggio Emilia protagonista. I numerosi eventi artistici promossi da Rosanna Chiessi sono stati documentati non solo fotograficamente, ma anche con il linguaggio video a partire dal 1975. In alcuni casi si tratta di semplici riprese degli artisti durante la creazione delle loro opere nella sua casa-studio, altri, invece sono video prodotti attraverso una regia e un montaggio a cura dell'operatore per Pari&Dispari e sono una documentazione preziosa delle performaces organizzate a Cavriago, a Reggio Emilia e in altri luoghi significativi per l'arte in Italia. Anche questi materiali rari sono oggi accessibili su Biblioteca Reggiana Digitale, per arricchire ulteriormente la sezione degli album fotografici. In concomitanza con la mostra, per i tipi di Danilo Montanari Editore esce un volume dal titolo omonimo, che costituisce la più ampia pubblicazione disponibile sulla figura e sull'attività di Chiessi.

Artisti in mostra: Rafael Alberti, Eric Andersen, Joseph Beuys, Giulio Bizzarri/Corrado Costa/Bruno Picariello, Giuseppe Chiari, Philip Corner, Giuseppe Desiato, Al Hansen, Geoff Hendricks, Dick Higgins, Joe Jones, Allan Kaprow, Hyon Soo Kim, Alison Knowles, Urs Lüthi, Jackson Mac Low, George Maciunas, Valerio Miroglio, Charlotte Moorman, Hermann Nitsch, Nam June Paik, Arnulf Rainer, Angela Ricci Lucchi, Dieter Roth, Shozo Shimamoto, Yasuo Sumi, Anne Tardos, Franco Vaccari, Bob Watts. (Comunicato stampa)




W. Eugene Smith - Area residenziale - City Housing, 1955-1957 - Stampa ai sali d'argento - gelatin silver print 33.97x26.67cm - Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh © W. Eugene Smith - Magnum Photos W. Eugene Smith - Area residenziale - City Housing, 1955-1957 - Stampa ai sali d'argento - gelatin silver print 33.97x26.67cm - Gift of the Carnegie Library of Pittsburgh © W. Eugene Smith - Magnum Photos W. Eugene Smith: Pittsburgh
Ritratto di una città industriale


termina il 16 settembre 2018
Mast.Gallery - Bologna
www.mast.org

Per la prima volta in Italia una mostra interamente dedicata all'opera che il fotografo americano W. Eugene Smith (1918-1978) ha realizzato a partire dal 1955 su Pittsburgh, (Pennsylvania, Usa), la città industriale più famosa del primo Novecento. L'esposizione, a cura di Urs Stahel, propone il nucleo principale di questo lavoro magnifico e sofferto: 170 stampe vintage provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh sulla città e insieme sull'America degli anni Cinquanta, tra luci, ombre e promesse di felicità e progresso. Il progetto, considerato da Smith l'impresa più ambiziosa della propria carriera, segnò un momento di svolta nella vita professionale e personale del fotografo.

A trentasei anni, dopo i successi e la notorietà ottenuti documentando come fotoreporter alcuni dei principali avvenimenti della seconda guerra mondiale per "Life", Smith decise di chiudere con la rivista e con i mal tollerati vincoli imposti dai media per dedicarsi alla fotografia con una maggiore libertà espressiva. Come spiega Urs Stahel, "W. Eugene Smith lottava per rappresentare l'assoluto. Ben lungi dall'accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l'essenza stessa della vita umana." Il primo incarico che Smith accettò fu di realizzare in un paio di mesi un centinaio di fotografie su Pittsburgh per una pubblicazione celebrativa sul bicentenario della sua fondazione.

La città era in pieno boom economico grazie alla crescita dell'industria siderurgica e in particolare delle sue acciaierie, che garantivano lavoro e attiravano operai da tutto il mondo. Smith rimase affascinato dalla città dell'acciaio, dai volti dei lavoratori, dalle sue strade, dalle fabbriche dagli infiniti particolari e dalle contraddizioni del tessuto sociale, registrandoli meticolosamente per comporre il ritratto di una città a tutto tondo. Questo semplice mandato si trasformò così in uno dei progetti più importanti della sua vita. In circa tre anni realizzò instancabilmente 20.000 negativi, 2.000 masterprint e per tutta la vita cercò, senza riuscirci mai completamente, di produrre il saggio definitivo che avrebbe rivelato l'anima della città senza lasciare fuori nulla, un'opera senza precedenti nella storiadella fotografia.

Solo una piccola parte di questo lavoro venne conosciuto dal grande pubblico, tramite il "Photography Annual" del 1959, l'unica rivista su cui Smith accettò di pubblicare le sue foto perché gli garantì il controllo assoluto sulle 36 pagine intitolate Labyrinthian Walk, rifiutando importanti offerte economiche da "Life". Il risultato non fu all'altezza delle aspettative di Smith, che continuò per anni ad avere come priorità la pubblicazione di un intero libro su Pittsburgh. La selezione di immagini esposta offre un quadro intenso e rappresentativo di questo progetto di cui lo stesso Smith, riconoscendo le difficoltà incontrate nel comporre in un'unica opera i contrasti di una città così complessa, affermava: "Penso che il problema principale sia che non c'è fine ad un soggetto come Pittsburgh e non ci sia modo di portarlo a compimento".

William Eugene Smith (Usa, Wichita, Kansas, 1918 - Tucson, Arizona 1978) studia fotografia all'Università di Notre Dame, nell'Indiana, e nel 1937 si trasferisce a New York, dove lavora come fotoreporter per "Newsweek", "Collier's", "Parade", "Time", "Fortune", "Look" e "Life". Durante la Seconda guerra mondiale è corrispondente dalle isole di Saipan, Iwo Jima, e Okinawa, in Giappone, dove viene ferito gravemente da una granata. Nel 1947 entra nell'organico di "Life". Nello stesso anno, entrato a far parte dell'agenzia Magnum, accetta di realizzare un saggio fotografico su Pittsburgh. Nel 1959 solo una parte di quell'impresa ambiziosa e sofferta arriva al pubblico: Pittsburgh-W. Eugene Smith's Monumental Poem to a City, la più ricca versione del lavoro, con un layout di 36 pagine dello stesso Smith, appare sulle pagine di "Photography Annual", annuario della rivista "Popular Photography".

Nel 1971 presenta a New York e poi a Tokyo "Let Truth Be the Prejudice", grande mostra di oltre 400 fotografie curata da lui stesso. Dal 1971 al 1975 vive in Giappone, dove si avvicina alle associazioni che si battono contro l'inquinamento industriale nella città di Minamata. E' del 1973 la personale a Tokyo "Minamata: Vita-sacro e profano", che due anni dopo sarà esposta all'International Center for Photography, New York. Nel 1977 si trasferisce a Tucson, Arizona, dove gli viene assegnata una cattedra universitaria. Il suo ricchissimo archivio entra a far parte della collezione del Center for Creative Photography dell'Università dell'Arizona.

All'inizio degli anni Trenta il sistema della stampa illustrata aveva raggiunto un suo primo momento culminante. Inventata e sviluppata nell'Ottocento quale forma abbreviata e parallelo visivo della novella o del romanzo borghese, negli anni Venti la fotografia iniziava la sua marcia trionfale grazie a numerose novità, come la macchina da stampa veloce, la rotativa, il procedimento a scala di grigi, la stampa a due e a più colori. Pioniere in Germania furono la "Berliner Illustrirte Zeitung" e la "Arbeiter Illustrierte Zeitung", con una tiratura che superava, in entrambi i casi, le 500.000 copie. Negli anni Trenta questa nuova forma di storytelling, con molte fotografie e testi di accompagnamento, si diffuse in tutti i paesi.

E' questa l'epoca in cui nacque W. Eugene Smith. Già a sedici anni iniziava a fotografare e pubblicare. In pochi anni diventò, insieme a Margaret Bourke-White, uno dei grandi eroi del reportage e del saggio fotografico. Il medico di campagna, Vita senza germi, Il villaggio spagnolo, La levatrice, Charlie Chaplin al lavoro, Il regno della chimica e Un uomo compassionevole sono, oggi come allora, tra i servizi più celebri che siano mai stati realizzati per riviste illustrate. Sequenze di fotografie che intendevano trasmettere un significato di per sé, le fotografie di W. Eugene Smith andavano molto oltre i consueti reportage fotografici. Le sue immagini erano buie, a volte perfino cupe, molto cariche, non intendevano descrivere il mondo ma contenerlo, non riprodurlo ma, per così dire, darlo alla luce loro stesse. Al culmine della sua fama di fotografo per riviste, dopo soli sette anni di impiego a tempo pieno per "Life" - seguiti da un altro paio d'anni di lavoro su commissione - nel 1954 W. Eugene Smith abbandonò tutto e lasciò la rivista per un diverbio.

Era un fotografo difficile, il suo modo di portare avanti le commissioni ricevute era complesso, tortuoso, non consegnava mai un lavoro in tempo, non era mai soddisfatto del layout delle immagini, dell'impaginazione, dell'intensità delle foto stampate, delle didascalie, dell'intera presentazione della story, come si diceva. Si liberò dal sistema degli incarichi, dal lavoro dipendente, alla ricerca di maggiore profondità, autenticità, verità, sospinto dal desiderio di trovare l'assoluto, di essere davvero pronto e presente nei rarissimi attimi in cui la verità della vita si manifesta nelle apparenze del mondo. La rottura con la stampa, con le riviste, con i media, rappresentò una cesura nella sua vita, e da ultimo anche una rottura con la famiglia, con la moglie Carmen Martinez e con i quattro figli.

Si trovò di fronte a un grande bivio personale e professionale: fu costretto a vendere la sua casa a Croton-on-Hudson, N.Y. e si trasferì a New York, dove andò ad abitare in uno loft in un edificio in cui suonavano jazz, sulla Avenue of the Americas, dalle parti del tratto meridionale della Ventesima strada, in quello che un tempo era il Flower District di Manhattan. Ad acuire il suo isolamento gli giunse la richiesta di realizzare, nel giro di un paio di mesi, tra le 80 e le 100 foto della città di Pittsburgh. L'incarico si trasformò gradualmente nel progetto più ambizioso della sua vita, e poi nel suo fallimento più doloroso. Invece che per un paio di mesi, Smith continuò a fotografare per due o tre anni, rimanendo poi impegnato per il resto della vita in innumerevoli tentativi di produrre, il libro definitivo su Pittsburgh. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Robert Capa Retrospective
termina lo 09 settembre 2018
Real Albergo dei Poveri - Palermo
Presentazione

Maurice Lemaître: Fin de tournage?
termina lo 07 luglio 2018
Galleria Martini & Ronchetti - Genova
Presentazione

La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
termina il 23 novembre 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
Presentazione

Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
termina il 30 settembre 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione

"Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi"
24 marzo - 01 luglio 2018
Palazzo Roverella - Rovigo
Presentazione




Valente Taddei - olio e china su carta Valente Taddei: "Line, surface, light"
termina il 24 giugno 2018
Concept Store Vela Massimo Rebecchi - Lucca

In esposizione una serie di recenti dipinti a olio e china su carta: sintetici lavori dal taglio narrativo, nei quali un minuscolo individuo - inconfondibile protagonista delle opere di Taddei - si ritrova in situazioni costantemente in bilico tra ironia e paradosso. L'artista propone una lettura metaforica della condizione umana, sdrammatizzando, con sottile ironia, il senso di vuoto e di caducità che l'uomo può provare di fronte al proprio destino. La mostra, organizzata da BessArte in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con testo critico di Marco Del Monte.

Valente Taddei (Viareggio, 1964), diplomato all'Accademia di Belle Arti di Carrara, ha all'attivo un curriculum espositivo, con numerose personali e collettive sia in Italia che all'estero. Ha realizzato illustrazioni per copertine di libri (per i tipi di: Mauro Baroni Editore, Viareggio; Giulio Einaudi Editore, Torino; Alberto Gaffi Editore, Roma; FrancoAngeli Edizioni, Milano) e cd musicali, per riviste (Notizie Lavazza, Cfr:), per siti Internet. Nel 2008 ha illustrato con 10 tavole inedite il saggio "Pandora, la prima donna" di Jean-Pierre Vernant, pubblicato da Einaudi nella collana 'L'Arcipelago'. Ha realizzato il logo e il manifesto ufficiale dell'edizione 2013 di EuropaCinema, festival cinematografico internazionale con sede a Viareggio, e il manifesto ufficiale del Carnevale Pietrasantino 2014. (Comunicato stampa)




Il Canale Emiliano Romagnolo nello sguardo di Enrico Pasquali
termina il 25 novembre 2018
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna

L'esposizione fotografica, a cura di Sonia Lenzi, consegna al nostro presente la rilevanza del Canale per le economie agroalimentari di parte dell'Emilia e di gran parte della Romagna. Al contempo essa ci fa compiere un salto all'indietro, in un universo composito fatto di essenzialità, cruda, reale, quasi documentaristica, rappresentato dal maestro di neorealismo di Castel Guelfo, nato in quella fetta di terra bagnata dal Sillaro spesso indicata come spartiacque di confine tra l'Emilia e la Romagna, che ha iniziato il "mestiere" di fotografo a Medicina. In mostra viene esposta una scelta significativa dei lavori di Enrico Pasquali degli anni '50-'60 e un video con una ricca serie di testimonianze orali e interviste a lavoratori, tecnici, progettisti e dirigenti, protagonisti dell'avviamento dei lavori del Canale Emiliano Romagnolo, recentemente realizzate da Sonia Lenzi, con la regia di Enza Negroni. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Cristian Avram - Waiting for miracle - oil on canvas cm.65x50 2017 Richard Loskot - Heaven on Earth, 2018, installation, dettaglio Richard Loskot: Cosmology Model
Cristian Avram "The place we call home"


termina il 28 luglio 2018
Boccanera Gallery - Trento

Le opere dei due artisti indagano in maniera opposta sulle molteplici influenze nel rapporto tra uomo e spazio: Cristian Avram, nelle sue opere a olio su tela, esplora il microcosmo delle pareti domestiche della sua casa-studio nelle campagne nei dintorni della città rumena di Cluj-Napoca (Alba-Iulia, Romania, 1994), e Richard Loskot (Most - Cecoslovacchia, 1984), attraverso la creazione di apparati tecnologici rudimentali, macchinari assemblati con parti di oggetti di uso comune e pezzi di mobilio, guarda alla grandezza e ai misteri del Cosmo. Lo spazio non è solo la proiezione di un soggetto, un involucro, un disegno ma è anche il deposito di tutte le nevrosi e le fobie della società che lo circonda. In questo senso lo spazio non è vuoto ma pieno di oggetti disturbanti. L'arte ha la capacità di rappresentare lo spazio nella sua distorsione, modificando la maniera tradizionale in cui è stato storicamente concepito.

Il progetto di Richard Loskot, Cosmology Model, verte sulla contraddizione tra l'avanzamento tecnologico e suoi stessi limiti. Partendo dal concetto di reprocità, Richard riflette sul rapporto tra Uomo e Universo e su come l'ignoto scateni nella mente umana una serie di quesiti esistenziali ai quali, nonostante l'apporto delle più avanzate intelligenze artificiali, non è possibile rispondere. Loskot s'interroga su concetti apparentemente semplici: cos'è un colore, cos'è il vuoto, come si comporta il caso. Cosmology Model è un viaggio che parte dallo scheletro scarno della macchina e si muove verso alla percezione enigmatica interiore del concetto d'infinito.

I lavori di Loskot sono modelli che restituiscono immagini con l'ausilio di apparati posti strategicamente tra lo spettatore e l'oggetto, trasformando i luoghi riprodotti dalla macchina in spazi sensibili. L'opera quindi ha sempre due tempi di lettura, quella d'insieme e quella innescata dalla presenza del fruitore. Costruire questi oggetti tramite l'assemblaggio di meccanismi recuperati da oggetti comuni, ha come fine ultimo quello di riflettere sul microcosmo che circonda l'essere umano nella quotidianità. Il mondo è ricoperto di una costellazione di oggetti capaci di svelarci l'essenza della vita, se solo si cerca con attenzione.

In The Place we call Home, attraverso le sue pitture a olio su tela, Cristian Avram esplora la collisione tra mondo interno e mondo esterno, e come quest'ossimoro può dare origine a stati di coscienza superiore. Cristian come Richard parte da concetti semplici: come la ricerca della bellezza della quotidianità permetta agli esseri umani di chiamare un luogo casa. Cristian Avram recentemente si è trasferito dalla città a un remoto complesso di casa-studio d'artista nelle campagne di Cluj Napoca. Nella solitudine di quel luogo, durante il suo primo inverno passato vivendo in isolamento, ha osservato come lo spazio da impervio stabile post-soviet si sia trasformato nella sua casa ed ha ritratto la trasformazione attraverso i residui della presenza umana nello spazio.

Il lavoro di Avram, sempre concentrato sul suo vissuto personale, sviluppa il senso del tempo puro, non databile. Con un'analisi sull'estetica dello spazio, tenta di sondare le possibili alterazioni dell'ambiente, dal tangibile all'immateriale, alla dimensione privata a quella sociale. Il giovane pittore rumeno quindi cerca di ricomporre nella composizione delle sue opere una gerarchia estetica, ritraendo il disordine organizzato degli spazi usati dall'uomo in sua assenza. L'esistenza dell'essere umano è tangibile ma l'astrazione del mezzo della pittura restituisce la dimensione animifica propria degli ambienti ritratti, creando un luogo dell'ammina. Lo spazio espande nelle sue dimensioni fisiche verso l'infinito dello spirito. Entrambe le mostre convergono quindi sulla riflessione della reciprocità tra microcosmo e macrocosmo e come la dimensione sensibile della percezione dello spazio renda le sue coordinate illeggibili. (Comunicato stampa)

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Boccanera Gallery, Trento, is pleased to present the second solo exhibition by Richard Loskot (Most, CZ in 1984), Cosmology Model, at the Main Gallery space, and The Place we call Home, Cristian Avram's project (Cluj-Napoca, RO in 1994), at the Project Room space. Recently, Boccanera Gallery has developed its Trentine headquarters, and in its 300 square meters will be hosting the projects of two young Eastern European artists focused on a shared interest: space. The works of both artists investigate the relationship between man and space. In his oil paintings on canvas Cristian Avram explores the microcosm of the domestic surroundings of his home-studio in the countryside of the Romanian city of Cluj-Napoca. Richard Loskot looks at the greatness and the mysteries of the Cosmos building rudimentary devices, machines assembled with parts of everyday objects, obsolete technology and pieces of furniture.

Space is not only the extension of a subject, a box, a design but it is also the storage of neuroses and phobias of the surroundings' society. In this sense, space is not empty but full of unsettled objects. Art can represent space in its distortion, modifying the traditional way in which it has been historically perceived. Cosmology Model by Richard Loskot focuses on the contradictions of the limits of advanced technology.Starting from the concept of reciprocity, Richard envisions the relationship between Man and the Universe and how the unknown unleashes a series of enigmatic questions about existence in which, despite the contribution of the most advanced artificial intelligence, they remain incomprehensible.

Loskot reflects on likely banal concepts: what is a color, what is emptiness, how does a circumstance work? Cosmology Model is a journey that starts with the bone structure of the machine and moves towards the inner perception of the enigma of the infinite. Loskot's works are models that construct images only visible through a third piece of equipment placed strategically between the viewer and the object with the aim of translating the space reproduced by the machine in the space of consciousness. Therefore, the work always has two different stages of analysis: the whole and the one triggered by the presence of an audience. Through the assembly of mechanisms recovered from ordinary objects, Loskot reflects on the everyday life's microcosm surroundings the human beings. The world is coated with an unequivocal constellation of objects capable of unveiling the essence of life.

In The Place we call Home, in his oil paintings, Cristian Avram explores the collision between the inner world and the outer world, and how this oxymoron can rise states of higher consciousness. As with Richard, Cristian starts his research from a simple concept: what are the factors that can bring a human being to call a place home and how beauty can be the key to it. Cristian Avram recently moved from the city to a remote artist-studio complex in the countryside of Cluj Napoca. During his first winter spent living in solitude and isolation he experienced how the post-Soviet impervious building turned into his home, portraying the transformation through the ghostly presence of humans activities in the space.

Avram's work focuses on his personal experience translating it into timeless images. He explores the possible alterations of the environment capturing the moment between the tangible to the immaterial, from the personal matter to the public life. The young Romanian painter reconstructs in his works an aesthetic hierarchy, portraying the organized manmade disorder of spaces occupied by human beings in its absence. The existence of being is tangible, but the abstraction of the medium creates a place of the soul in the subject of the artwork. The physical proportions of the space expand towards a spiritual dimension. Both exhibitions reflection on the interchange between microcosm and macrocosm and how the coordinates of space are illegible applying variables related to irrational thought.

Richard Loskot was born in Most (Cz) in 1984, lives and works in Usti nad Labem (CZ). He studied in the faculty of Art and Architecture at the University of Liberec as well as in the Munich School of Fine Art. He has exhibited in Germany, the UK, and in Romania, as well as in the Czech Republic and Slovakia. In 2012 and 2014 he was one of the five finalists for the most prestigious prize in Czech Republic Jindrich Chalupecký prize with a special mention. In January and February 2014 participated in a residence in the International Studio & Curatorial Program of New York. In September 2104 he did a group exhibition Europe, Europe curated by Hans Ulrich Obrist, Thomas Boutoux, Gunnar B. Kvaran at Astrup Fearnley Museet in Oslo. Currently, he is part of two group shows Nature. Arte ed Ecologia, curated by Margherita de Pilati, in Galleria Civica in Trento and Arthouse Lapidarium, curated by Lenka Lindaurová at the National Museum in Prague.

Cristian Avram, born ad Alba-Iulia, RO in 1994, is attending the first year of the Masters in Painting at the Cluj-Napoca University of Art and Design (RO). Selected exhibitions: Talking 'bout my generation, group exhibition, Plan B Cluj-Napoca; Bridges, group exhibition, Boccanera Gallery, Milan (2018); Starpoint Prize 2017, group exhibition, Victoria Art Center, Bucharest (2017); Cutting Edge III, group exhibition, Museum of Art Cluj-Napoca, (2016). (Press release)




Senza Tema - mostra allo Studio la Città di Verona Senza Tema
Carta / Paper


inaugurazione 09 giugno 2018, ore 11.30
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

In una galleria come questa, dove si è soliti incontrare grandi installazioni, sarà strano trovarsi catapultati in un'esposizione quasi ottocentesca di un centinaio di opere su carta appartenenti ad artisti e periodi diversi. Questa mostra nasce anche dalla curiosità e dal desiderio di esplorare l'opera su carta in una dimensione più intima, quasi domestica che inevitabilmente coinvolge e distingue anche il mio gusto personale, la mia libertà di scegliere per una volta...senza tema. (Hélène de Franchis)

Artisti: Brian Alfred, Andreco, Franco Angeli, Stuart Arends, Rodolfo Aricò, Carlo Battaglia, Davide Benati, Antonio Calderara, Pier Paolo Calzolari, Riccardo Camoni, Luigi Carboni, Alan Castelli de Capua, Stefano Cattaneo, Michael Challenger, Enzo Cucchi, Sonia Delaunay, Robyn Denny, Jim Dine, Piero Dorazio, Ulrich Erben Robert Feintuch, Lucio Fontana, Marco Gastini, Pia Gazzola, Michael Goldberg, Herbert Hamak Jacob Hashimoto, Nicholas Howey, John Hoyland, Salomon Huerta, Eva Kotátková, David Leverett Sol LeWitt, Emil Lukas Julia Mangold Gastone Novelli Carl Ostendarp Jürgen Paatz, Giulio Paolini, Paolo Patelli, Robert Petersen, Daniel Poengsen, Lucio Pozzi, David Rabinowitch, Mauro Reggiani,, Steve Roden, Stephen Rosenthal, David Row, Douglas Sanderson, Mario Schifano Giacomo Segantin, Giorgia Severi, Nataraj Sharma, David Simpson, Richard Smith, Ettore Spalletti, Ted Stamm, Jessica Stockholder, Eugenio Tibaldi, William Tillyer, Richard Tuttle, Hema Upadhyay, Claudio Verna, Luigi Veronesi, John Walker. (Comunicato stampa)




Diego Testolin - Cinque100 Diego D. Testolin: Cinque100
Il mito di una Popcar


termina il 26 giugno 2018
Galleria Liconi Arte - Torino
www.liconiarte.com

Miracolo di design italiano, è l'auto che ha migliorato la vita quotidiana di milioni di persone, ha accompagnato la ripresa economica, ha messo l'Italia su quattro ruote e poi l'ha esportata in tutto il mondo: la Fiat 500 è una vera e propria icona, entrata stabilmente nell'immaginario collettivo dei prodotti di massa con forte personalità. In occasione del suo sessantesimo compleanno, il 4 luglio del 2017, la 500 è stata riconosciuta addirittura come un'opera d'arte moderna ed è entrata a far parte della collezione permanente del MoMA di New York, un tributo straordinario al valore artistico e culturale di questo simbolo, democratico e distintivo, dello stile italiano nel mondo. Proprio da un'interpretazione creativa di questo intramontabile modello parte la rassegna personale di Diego D. Testolin, curata da Roberta Di Chiara; la mostra allestita lo scorso ottobre presso la Mirafiori Galerie del Motor Village di Torino per celebrare il compleanno della mitica 500, viene riproposta, insieme a nuove opere che completano il ciclo.

"Ho sempre guardato alla pop-art e ai grandi maestri americani indagando i temi della quotidianità, innalzandoli a simboli del mio tempo - spiega il pittore - La mostra nasce da qui: è un omaggio all'icona che ha motorizzato gli italiani rendendo onore al suo stile e al design che l'hanno resa celebre nel mondo". Privata volutamente della sua specificità d'uso, nelle opere di Testolin la 500 corre sulla tela e, divenuta opera d'arte, si trasforma nell'unica protagonista del momento, attraverso immagini che raccontano il suo appeal rimasto intatto nel tempo e che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'automobile. I ritratti esposti, circa una ventina di oli su tela accompagnati da qualche opera a tecnica mista, la vedono indiscussa protagonista spesso immersa nella sacralità segreta dei paesaggi urbani, la indagano esaltandone il carattere come Testolin, artista esperto in fisiognomica, è abituato a fare.

La mostra rievoca la serialità di wahroliana memoria, ma al contempo dà voce all'unicità di ogni esemplare in un'opera in cui il tutto è più della somma delle singole parti. Fra le nuove opere che vanno a completare il ciclo anche la tela a tema 457 Stupinigi Experience, il progetto targato Ruzza Torino e dedicato alla vera sede natia della FIAT 500, la cui nascita venne decisa presso quella Palazzina Reale dove la rassegna di Testolin verrà esposta il prossimo 1 Luglio. Ma prima, il 9 giugno, in concomitanza con Parco Valentino - Salone dell'Auto Torino, un lotto di FIAT 500 pre-selezionate farà passerella da Stupinigi al centro città, sino a giungere in espositiva in Piazza Bodoni, proprio a ridosso della galleria Liconi Arte.

La produzione artistica di Diego D. Testolin (Schio - Vicenza, 1968) inizia da giovane con varie sperimentazioni e dipinti ispirati alla pop art Americana e alla letteratura beat. Una ricerca che guarda ai grandi maestri statunitensi e strizza l'occhio alle tecniche pittoriche più all'avanguardia prendendo spunto dalla quotidianità. E' artista forense ed è referente sul Triveneto per la Polizia di Stato nella realizzazione a mano libera di identikit. E' inoltre esperto di fisiognomica. Nel 2005 con il ciclo di dipinti "crime scene" frutto della sua esperienza professionale, descrive un'umanità dolente vittima della violenza e della follia. Nel 2011 inizia un ciclo di dipinti con i quali rilegge in chiave moderna, con il suo stile ormai definito, il neoclassicismo di Antonio Canova. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni italiane ed estere. (Comunicato stampa)




Opera di Guenter Umberg Günter Umberg: De Pictura
termina il 17 luglio 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Come per le precedenti esposizioni tenutesi in galleria a partire dal 1997, anche in questa occasione l'artista tedesco ha ideato un percorso espositivo mirato e specifico, che mette in relazione diretta le opere e l'ambiente circostante. Sin dagli anni Settanta Günter Umberg interpreta il tema del monocromo creando opere che si definiscono come presenze pienamente corporee nello spazio, lavori che l'artista ottiene sovrapponendo pigmenti puri di colore fissati con resine. Umberg stende i pigmenti in modo verticale e orizzontale alternato, fino a che ciò che appare visibile a chi osserva il suo lavoro non è più un insieme di strati di pittura sovrapposti ma un corpo "altro", completamente indipendente.

Come scrive Serge Lemoine: "Questa pittura che sta a contatto diretto col muro, e che non ha nulla a che vedere con un quadro da cavalletto, è la caratteristica tipica del modo di fare arte di Günter Umberg: una struttura semplice, un colore, una superficie uniforme, un supporto molto sottile, privo di materialità. L'opera non lascia emergere alcuna composizione, non ha una struttura e non ha corpo. E' una sola ed unica entità, al contempo superficie e profondità, generatrice di uno spazio immateriale". Le superfici dei diversi Ohne Titel esposti negli spazi della galleria, sia singolarmente che nei Plan, insiemi organizzati di più elementi, vibrano dell'eco di profondità insondabili e si mostrano cariche di materia, quasi emanassero un'energia sufficiente a mutare la percezione degli ambienti in cui sono installate. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume che ripercorre le diverse esposizioni, dalla metà degli anni Novanta, alla galleria A arte Invernizzi e in musei e spazi pubblici, con un saggio introduttivo di Serge Lemoine, testi di Paolo Bolpagni, Massimo Donà, Carlo Invernizzi e Eva Schmidt, la riproduzione delle opere esposte in mostra e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Elisabetta Zanutto - Rinascere - cm.100x73 2017 Carmela Cipriani - Oltre il Portico Marialuisa Tadei - Notturno in laguna Sostanza d'acqua - I canali della Serenissima
Cipriani | Corò | Madormo | Milleville | Segato | Tadei | Zanutto


termina il 06 luglio 2018
Palazzetto Tito - Venezia

Venezia, luogo d'acqua, luce e terra tremula è l'idea che unisce 7 artiste di abilità differenti intorno a un progetto complesso e di largo respiro. I nastri liquidi dei canali sono il palcoscenico sul quale tutte quante si cimentano dicendo il proprio amore per la Serenissima cui tributano il ruolo di musa. La mostra si dipana attraverso metodologie e scelte artistiche che spaziano dalla pittura morbida su tele antiche di Elisabetta Zanutto alla fotografia minuziosa e romantica, stampata su carta cotone, di Carmela Cipriani, passando per le reinvenzioni poetiche dei fondali, fissati su lastra dibond, di Marialuisa Tadei. E ancora la ricerca minimalista di Luana Segato che rincorre le anse del Canal Grande intagliato su tessuti dipinti, dove trame cucite con fili grossi e prepotenti tengono insieme le due rive.

E poi l'installazione intelligente e aerea di Paola Madormo che ricostruisce molecole d'acqua con fili metallici e dentro imbriglia pesci e plancton, alghe e minuscoli animali di fondale. Alla ricerca di un'acqua perduta. Per passare alle figure impalpabili di Claudia Corò che sulla primigenia mappa della città ridisegna e suggerisce vite passate e sogni futuri di pescatori di laguna. Mentre Peggy Milleville, scultrice, manda a spasso lungo le fondamenta le sue sculture ispirate a personaggi che paiono ombre tratte da dipinti di Tintoretto. Il tema è dunque l'architettura reale e mentale di un luogo che come nessun altro al mondo e attraverso i secoli ha riempito gli occhi e le mani di centinaia di artisti. Quel controcanto, ancora, arriva diritto sin qui. (Anna Caterina Bellati - curatrice della mostra - maggio 2018)




Opera di Susanne Kutter Susanne Kutter: Lost in the middle of the street
termina il 13 luglio 2018
MAAB Gallery - Milano

Susanne Kutter (Wernigerode - Germania, 1971) presenta una serie di nuovi lavori concepiti appositamente per lo spazio della galleria. Il lavoro video e installativo di Susanne Kutter da sempre ruota intorno ai meccanismi che creano e sedimentano in ognuno di noi certezze e aspettative, per poi eluderle e frustrarle attraverso piccole e grandi catastrofi quotidiane. Smontando e relativizzando i preconcetti, il lavoro dell'artista tedesca mostra anche che quanto ciò che pensiamo di vedere è spesso illusorio e irreale, frutto più della nostra educazione o delle nostre paure, che realmente corrispondente alla realtà delle cose.

Se spesso il suo lavoro si è concentrato sull'ambiente domestico, costruendo modelli in scala reale che poi finiscono per essere sovvertiti o finiscono completamente distrutti, come nel video Die Zuckerdose (La Zuccheriera), l'installazione realizzata per MAAB Gallery ci trasporta in un anonimo parcheggio sotterraneo la cui visione lascia però spazio a diverse perplessità percettive e alla materializzazione di estranianti presenze che sta all'osservatore individuare e che si ripresentano anche nei light-boxes che accompagnano questo lavoro.

Suovere e sovvertire uno stato di quiete ordinata e sfidare le leggi della logica sembrano così essere temi ricorrenti del lavoro di Susanne Kutter, come avviene puntualmente nelle altre opera in mostra: un'intera parete di ripiani su cui vasi e ceramiche pericolosamente sfidano le leggi della fisica, oltre che la nostra incolumità, una serie di quadri incidentati dove vetri rotti e cocci raccontano di passati disastri e di nuove configurazioni plastico-pittoriche, e infine un armadio ricolmo di suppellettili e cristallerie che sorprenderà i visitatori facendo collassare protezione e sicurezza in un esito paradossale e catartico. La mostra sarà accompagnata da un catalogo con testo critico di Gianluca Ranzi. (Comunicato stampa)




Dadamaino - Volume a moduli sfasati, fogli di plastica fustellati a mano - 45x45 1960 Copertina Dadamaino Dadamaino - Alfabeto dela mente - lettera13 - china su cartoncino 35,9x23,8 1980 Dadamaino
Oltre la problematica pittorica


termina lo 01 luglio 2018
Sala Lucio Fontana - Comabbio (Varese)

Antologica dedicata a Emilia "Eduarda" Maino in arte Dadamaino (Milano, 1930-2004). Come ebbe a scrivere lei stessa, Dadamaino fu come "folgorata sulla via di Damasco" dalla visione e dalla conoscenza dell'opera di Lucio Fontana che influenzò dalla fine degli anni '50 in poi la sua ricerca e la sua opera come pure quella di tutta la sua generazione, giovani artisti che cercavano nuovi linguaggi espressivi abbandonando i canoni della pittura "classica". Il titolo stesso della mostra nasce dalla presentazione che Piero Manzoni, grande amico di Dada, fece in occasione della mostra che lei tenne nel maggio '61 presso la sede del Gruppo N a Padova:...Dada Maino ha superato la problematica pittorica: altre misure informano la sua opera: i suoi quadri sono bandiere di un nuovo mondo: non si accontentano di "dire diversamente": dicono cose nuove...

Così scriveva nel 1961 uno dei più grandi innovatori del '900. E Dada era appena agli inizi della sua carriera, dopo aver abbandonato la pittura figurativa prima e informale poi per entrare nel percorso della sperimentazione più rigorosa e autonoma, dai Volumi ai Moduli Sfasati attraverso le opere optical, la Ricerca del Colore sino al nuovo segno degli Inconsci Razionali, gli Alfabeti della Mente, gli Interludi e le Costellazioni per giungere infine ai Movimenti delle Cose che così profondamente segnarono la sua ricerca sino alla morte che sola interruppe il suo inesausto percorso. La mostra presenta un excursus necessariamente conciso della sua opera ma completo ed esaustivo per la qualità dei lavori e della documentazione raccolta. Un omaggio doveroso a una"allieva" di Lucio Fontana, una donna coraggiosa e indomita dalla carriera scevra di compromessi che la inserisce a pieno titolo nella Hall of Fame delle grandi donne dell'arte del '900, e non solo. La mostra è curata da Massimo Cassani e si avvale di un catalogo con testo critico di Claudio Cerritelli e un'introduzione di Stefano Cortina. (Comunicato stampa)

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Dadamaino
Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno


Catalogo a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo
testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione




Saline di Trapani Agrigento, Valle dei Templi Particolare del mosaico della Stanza di Ruggero, Palazzo Reale di Palermo Sicilia, il Grand Tour
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Cipolla - Roma

Raccolta di acquerelli di Fabrice Moireau raccontati da Lorenzo Matassa. Un'iniziativa promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, in collaborazione con la Fondazione Federico II. Nel titolo c'è il richiamo alle suggestioni di quel fenomeno che, tra il Settecento e la prima metà dell'Ottocento, portò in Sicilia viaggiatori stranieri e uomini di cultura accompagnati da artisti del paesaggio. Così accadde a Goethe che visitò l'Isola nel 1787. Il suo diario, illustrato da Christoph Heinrich Kniep, divenne leggenda. Circa 400 opere a colori del "pittore dei tetti di Parigi", concesse dalla Fondazione Dragotto, tracciano un nuovo percorso goethiano. Illustri viaggiatori hanno offerto il proprio sguardo per raccontare la Sicilia al mondo intero. Superarono mille difficoltà per scoprire paesaggi disegnati dalla natura e rileggere ciò che l'antichità e l'arte avevano consolidato in monumenti d'immenso valore. Nelle loro parole la Sicilia fu il luogo della definitiva crescita conoscitiva ed emozionale.

Nei luoghi ritratti l'artista si è recato personalmente, accompagnato dall'inseparabile zaino che contiene gli attrezzi da lavoro del pittore: la tavolozza, i colori, i fogli bianchi, i pennelli, l'immancabile sgabello pieghevole. Riprese dalla mano sapiente del Maestro Moireau diventano acquerelli le testimonianze archeologiche dell'Isola, le vedute di alcune riserve naturali, le isole minori, i numerosi castelli, gli scorci dei siti Unesco. Un lungo itinerario nella Sicilia più intima, nei luoghi meno conosciuti, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di un viaggio.

«La mostra "Sicilia, il Grand Tour" è per me un meraviglioso viaggio nella memoria, un'immersione nei luoghi, negli scorci, nei paesaggi più belli e suggestivi della mia terra natia, condotta sull'onda della soave pennellata di Fabrice Moireau, indiscusso maestro di una tecnica tanto pregevole quanto oggi scarsamente praticata qual è l'acquerello. - afferma il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente Onorario della Fondazione Cultura e Arte - Un percorso espositivo che è una vera poesia, un inno all'isola che indusse Federico II di Svevia ad affermare che era al tal punto felice di vivere in Sicilia da non invidiare a Dio il Paradiso. Ecco, gli acquerelli di Moireau, con l'ideale contrappunto dei testi di Lorenzo Matassa, connotati da un lirismo ispirato che fa apparire le opere ancora più belle, restituiscono oggi intatto il senso della meraviglia dei viaggiatori stranieri di fine Settecento ed inizio Ottocento, di cui Goethe narrò in una delle sue famose lettere: "E' in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra... chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita".». (Estratto da comunicato ufficio stampa Civita)

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  • The Rough Guide - Sicilia (Recensione di Ninni Radicini)

  • Andreas Schulze - Dipinti di panorami e sculture in ceramica dal viaggio in Sicilia dell'artista tedesco (Mostra, giugno-agosto 2013)

  • La Trinacria - Storia e Mitologia (Articolo di Ninni Radicini)

  • Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico 2010 | Documentari su Grecia e Sicilia Ellenica

  • Sicilia e Grecia | Città fondate da Siciliani e Greci





  • Opera di Veronica Smirnoff Veronica Smirnoff
    Tales of Bright and Brittle


    termina il 20 luglio 2018
    Galleria Riccardo Crespi - Milano

    Terza personale in Italia dell'artista inglese di origine russa Veronica Smirnoff. Le opere in mostra costituiscono un corpus quasi completamente unitario, concepito e dipinto tra il 2017 e il 2018 dall'artista che approfondisce varie intuizioni tra fantasia e storia, folclore e immaginazione. Smirnoff trae ispirazione dalle sue esperienze di luoghi, dal suo amore per libri e racconti, nel rispetto di storia, miti ed epiche comuni. La tempera all'uovo su tavola gessata, una delle tecniche più antiche e minuziose, è strumentale al procedimento in cui l'artista combina la tecnica dell'icona con la miniatura, la tradizione asiatica con l'arte popolare, nonché con spunti e simboli da altre fonti, per aggiungere significato e validità ai suoi soggetti. Impadronendosi di diversi linguaggi pittorici attraverso giustapposizione irrazionale e pura intuizione, fa intuire l'implacabile conflitto tra figurazione e astrazione, un equilibrio sottile e costantemente re-immaginato tra allegoria e appropriazione.

    Nelle parole dell'artista: "La magia dell'audacia di raccontare quel che sempre accade nello spazio mentale è la prova dell'immaginazione che permette di muoverci liberamente nel regno della fantasia, riluttanti a mettere in discussione la mancanza di logica tra le cose incomprensibili che prima o poi trovano un senso e ci insegnano qualcosa sul mondo reale." Gli spunti tematici sono molteplici e inestinguibili: in Scarlet and Seraphim l'esplicito riferimento a L'isola dei morti di Böcklin si allenta in uno spazio più luminoso, suggerendo la possibilità di esplorare ancora pittura e vita - che qui mostrano un destino comune in cui pensieri ed immagini sono soggetti ad un eterno ritorno. La mostra sarà accompagnata da un libro edito da Gli Ori, Pistoia. (Comunicato stampa)




    Nanda Vigo - Lights Forever - dicembre 2013 Nanda Vigo: Sky Tracks
    termina il 29 giugno 2018
    Galleria San Fedele - Milano

    Il percorso espositivo - a cura di Andrea Dall'Asta SJ e Marco Meneguzzo -, concepito come un viaggio intergalattico tra le opere dell'artista-architetto, conduce lo spettatore verso dimensioni "altre", verso nuovi spazi cosmici. Nanda Vigo presenta opere sculture di grande forza creativa, che nel corso della sua ricca produzione artistica, in cinquanta anni di lavoro, hanno meglio rappresentato il concetto di viaggio: dai Cronotopi, ai Trigger of the Space, fino ai lavori piu' recenti, i Deep Space. Protagonista dei movimenti artistici d'avanguardia, italiani ed europei, a partire dagli anni '60, opera con un rapporto interdisciplinare tra arte, design e architettura con un'attenzione particolare alla poetica della luce in relazione allo spazio e al tempo. Significativa è la sua vicinanza con i maggiori artisti italiani e stranieri del tempo, aderisce al Gruppo Zero, movimento artistico nato in Germania negli anni '60, segnando una rottura definitiva con i dogmi dell'arte tradizionale: un cambiamento epocale, nel desiderio di "ripartire da zero".

    La sua poetica si fonda sullo studio della luce, sia questa naturale o artificiale, visibile nelle opere di questi anni, che affrontano il rapporto spazio-tempo, luce-trasparenza, da cui il nome dei suoi lavori: Cronotopo (dal greco chronos e topos), vale a dire "tempo-spazio". Attraverso l'uso di materiali industriali come il vetro e l'alluminio, l'artista realizza opere che si pongono come filtri visivi della realtà in cui siamo immersi. La percezione comune che abbiamo del reale è in questo modo alterata, mutata in maniera incerta, affinché possiamo vivere impressioni inedite e impensate. Al periodo Cronotopico seguono nuove e continue esperienze e produzioni, sempre però facendo della luce l'elemento motore della sua ispirazione.

    Ciò che avviene con i suoi Trigger of the Space è proprio questo, movimentatori dello spazio, catturano la luce naturale e la riframmentano, specchiandola e generando sempre nuovi ed infiniti spazi. Alla ricerca costante di una armonia universale di ordine cosmico, questa più che mai si esprime nei suoi Deep Space, opere di recente produzione. Le triangolazioni luminose create dall'artista, con i suoi colori diffusi, spesso blu, ci direzionano verso un viaggio ascensoriale, conducendoci in un percorso interiore e interstellare, alla ricerca di una dimensione superiore dello spirito. Vigo ci immerge nell'immaterialità di giochi di riflessi e di luce, in meditazioni fatte di sottili trasparenze e di illusioni percettive. Una vera esplorazione dello spazio, in e out, attraverso la luce.

    Nanda Vigo (Milano, 1936) si laurea all'Institute Polytechnique di Lausanne. Dal 1959 inizia ad esporre le sue opere in gallerie e musei in Europa e in Italia; prende parte al Gruppo Zero, con cui espone tutt'ora, oltre alle collaborazioni con Gio Ponti e Lucio Fontana. Nel 1965 cura la leggendaria mostra "Zero avantgarde" nello studio di Lucio Fontana a Milano. Nella sua attività Vigo opera con un rapporto interdisciplinare tra arte, design, architettura, ambiente, è impegnata in molteplici progetti sia nella sua veste di architetto che di designer che di artista. Quello che contraddistingue la sua vivace carriera è l'attenzione e la ricerca dell'Arte, che la spinge ad aprire collaborazioni con i personaggi più significativi del nostro tempo ed a intraprendere sempre progetti volti alla valorizzazione dell'Arte come la mostra "Italian Zero & avantgarde 60's" al MAMM Museum di Mosca nel 2011. Nel 2014/2015 espone al Guggenheim Museum di New York, al Martin-Gropius-Bau di Berlino e allo StedelijkMuseum di Amsterdam nelle retrospettive dedicate a Zero.

    Tra il 2013 e l'inizio del 2016 realizza diverse personali: "Nanda Vigo LightsForever", Galleria Allegra Ravizza, Lugano, "Affinità elette" al Centro San Fedele di Milano e in seguito alla Fondazione Lercaro di Bologna, "Zero in the mirror" alla Galleria VolkerDhiel di Berlino, oltre a quella più recente "Nanda Vigo" alla galleria Sperone Westwater di New York. Ha partecipato alla XXI Triennale (21st Century. Design After Design) e nel 2016 ha presentato la sua prima opera monumentale, "Exoteric Gate", esposta nel cortile Ca' Granda dell'Università degli Studi di Milano. Nel 2017 partecipa alla mostra "Fantasy access code" a Palazzo Reale di Milano e al K11 Museum di Shanghai in collaborazione con Alcantara, a "SocleduMonde, Biennale 2017" all'HeartMuseum di Herning in Danimarca e alla mostra "Lucio Fontana. Ambienti/ Environment" a Pirelli Hangar Bicocca, Milano. Nel 2018 realizza per il Maxxi di Roma in collaborazione con Alcantara la mostra "Arch/arcology". (Comunicato stampa)




    Immagine di presentazione per comunicato su Nuovo Museo Diocesano di Feltre e Belluno Nuovo Museo Diocesano di Feltre e Belluno
    dal 12 maggio 2018
    Castello Vescovile - Feltre (Belluno)
    www.museodiocesanobellunofeltre.it

    Il completo recupero dell'antichissimo Palazzo dei Vescovi, innalzato su uno sperone roccioso al punto di arrivo di Via del Paradiso, affascinante lembo della storica "Città Verticale", ha consentito alla Diocesi di Feltre e Belluno di dispiegare nelle 27 sale i suoi tesori d'arte e di fede. Amalgamandoli sapientemente ad un contenitore che testimonia con i suoi affreschi (notevole il grande intervento mantegnesco nell'androne di ingresso) e le sue architetture, lo stratificarsi di una storia millenaria. Il suggestivo allestimento è riuscito a creare una perfetta simbiosi tra le antiche pietre, i preziosi affreschi murali sopravvissuti alle ingiurie dei secoli e degli uomini, ed i tesori che qui sono stati concentrati, provenienti dai moltissimi conventi, monasteri, certose e chiese delle vallate feltrine e bellunesi.

    Tesori che spesso sono esempi della raffinatissima arte della lavorazione delle pietre, dei metalli e soprattutto del legno che nei secoli passati ha contraddistinto questi territori. Notevolissima, ad esempio, la collezione di sculture lignee del nuovo Diocesano, che annovera, tra le tante, l'emozionante "parata" dei 12 Apostoli o un intenso San Giorgio e il drago. Il nuovo Diocesano esprime attenzione anche nei confronti delle grandi personalità artistiche di questo magnifico territorio. Espone, ad esempio, quella che è la maggiore collezione di sculture di Andrea Brustolon, "il Michelangelo del legno", come ebbe a definirlo Honorè de Balzac. Oppure l'importantissimo gruppo di dipinti a tema sacro di Sebastiano Ricci, anch'egli bellunese di origine. O uno straordinario Tintoretto, firmato.

    Sculture e dipinti ma anche oreficerie. Che in questo Museo si mostrano con reperti di importanza mondiale. A partire dal mitico calice paleocristiano del Diacono Orso, il più antico calice eucaristico dell'Occidente. Un oggetto che per alcuni studiosi, soprattutto del mondo inglese, riporta al Santo Graal. Non meno notevole è il raffinato Reliquiario a busto di San Silvestro Papa, proveniente dalla Certosa di Firenze, capolavoro di Antonio di Salvi, allievo del Pollaiolo. Sorpresa dopo sorpresa, il percorso conduce sino al contemporaneo, con un giusto omaggio ai grandi mastri del territorio feltrino e bellunese e con l'accoglienza di due opere che Mimmo Paladino e Arnaldo Pomodoro hanno creato proprio per questo Museo.

    Tutto in un Palazzo-castello che nei millenni si è stratificato su un insediamento già preromano, poi trasformato in sistema fortificato in epoca medievale e ancora in un sontuoso palazzo veneziano e infine adattato, in epoca barocca e poi neoclassica, al mutare dei tempi e dei gusti. Nel "Paradiso" che domina Feltre, la bellissima "città verticale" dove coesistono Medioevo e Rinascimento. Tutto intorno le Prealpi Feltrine che introducono al Parco delle Dolomiti. E' in questo ambiente bellissimo, Patrimonio dell'Umanità, che il visitatore del nuovo Diocesano è invitato a percorrere anche l'Itinerario Sacro che, trovando epicentro proprio nel Museo. (Comunicato Studio Esseci)




    Pittore attivo a Roma nel primo quarto del XVI secolo - Madonna col Bambino, 1519 - olio su tavola, cm.100x71,5 Una ritrovata Madonna della Fabbrica di San Pietro
    termina il 16 luglio 2018
    Palazzo Madama - Torino

    L'opera viene esposta in anteprima assoluta al pubblico dopo un lungo e complesso restauro. Il dipinto è un olio su tavola e fu commissionato nel gennaio del 1519 a un "Dipintore", del quale purtroppo non è tramandato il nome e per il quale non c'è al momento un'attribuzione sicura. Conosciamo, invece, il committente, la moglie di tal Pietro Pedreto, che fece realizzare il dipinto per la chiesa di San Giacomo Scossacavalli in Roma. L'edificio sorgeva nei pressi della basilica vaticana, ma fu demolito nel 1937, insieme a tutte le case circostanti della cosiddetta "Spina di Borgo", per realizzare la monumentale Via della Conciliazione che dal Tevere conduce a Piazza San Pietro. In seguito alla demolizione della chiesa di San Giacomo, il dipinto fu trasferito nei depositi della Fabbrica di San Pietro e abbiamo notizia di primi tentativi di restauro nel XVII e poi nel XVIII secolo.

    Solo nel 2016 venne avviato il non facile restauro, affidando l'incarico a due valenti professionisti romani: Lorenza D'Alessandro per la parte pittorica e Giorgio Capriotti per il supporto ligneo. L'intervento è stato lungo e impegnativo, perché il dipinto era fortemente danneggiato, soprattutto sul busto della Vergine e nella metà inferiore, con cadute irreversibili di colore dovute molto probabilmente all'immersione nell'acqua del Tevere che era straripato allagando tutta la chiesa all'antivigilia di Natale del 1598. Le cronache raccontano che l'acqua si arrestò improvvisamente sotto le labbra della Vergine, lasciando il segno della piena. Quella storica traccia si può ancora riconoscere in una scura linea orizzontale che attraversa il dipinto, e il danno è ancora più evidente nella parte inferiore, dove la pittura è andata totalmente perduta.

    Nell'allestimento ideato per Palazzo Madama dall'architetto Roberto Pulitani, oltre al dipinto vengono presentate riproduzioni di fotografie e documenti che descrivono non solo il complesso intervento di restauro in tutte le sue fasi, ma anche la storia della chiesa andata distrutta e del contesto urbanistico ove essa sorgeva. La chiesa di San Giacomo era infatti sede dell'Arciconfraternita del Santissimo Corpo di Cristo, che ebbe come confratelli più di venti cardinali - tra i quali i futuri papi Innocenzo IX e Paolo V - e numerose alte cariche della curia romana, con personaggi illustri come Domenico Fontana e Pierluigi da Palestrina. Il restaurato dipinto della Madonna col bambino era allocato sopra l'altare della prima cappella a destra entrando.

    Qui certamente lo vide Raffaello, che abitava in un palazzetto di fronte a questa chiesa, e anche il pittore Perin del Vaga, che dimorò anch'egli in Borgo Nuovo in una casa vicino all'abitazione del maestro urbinate, del quale fu allievo e collaboratore. Nel 1521 un anonimo artista di Parma realizzò per la Madonna di Scossacavalli un tabernacolo, che serviva anche da "macchina processionale" quando la venerata immagine mariana veniva solennemente portata in processione, come nell'anno 1522 per scongiurare la peste che aveva colpito la popolazione di Roma. Nella cappella ad essa dedicata, detta anche "Cappella della Beata Vergine delle donne", il dipinto fu oggetto d'intensa devozione, testimoniata sulla tavola dalla presenza di numerosi fori e abrasioni dovuti alla pratica devozionale di fissare con chiodi corone, collane, gioielli ed ex voto.

    La mostra di Palazzo Madama costituisce un'occasione unica e irripetibile, nel mese che per la religione cattolica è tradizionalmente dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, maggio è il mese della primavera e delle rose, fiore mistico, dedicato alla Santissima Vergine, a Torino particolarmente venerata nell'icona di Maria Consolata, patrona della Città insieme a San Giovanni Battista. La mostra rappresenta dunque un appuntamento imperdibile non solo per gli appassionati di arte, ma anche per tutti i devoti che a Torino avranno l'opportunità di conoscere la storia di questa straordinaria icona. (Estratto da comunicato stampa)




    Michelangelo alla Cripta di San Sepolcro
    termina il 15 settembre 2018
    Cripta del Santo Sepolcro - Milano
    www.criptasansepolcromilano.it

    In uno dei luoghi più suggestivi della città, un'installazione del grande regista Michelangelo Antonioni dedicata al Mosè di Michelangelo Buonarroti, conservato in San Pietro in Vincoli a Roma, accompagnata da alcune immagini del fotografo Aurelio Amendola. Dopo la mostra di Bill Viola, tocca a Michelangelo Antonioni (1912-2007), uno dei maggiori registi della storia del cinema. Lo sguardo di Michelangelo, un cortometraggio di 15 minuti, realizzato dal regista ferrarese nel 2004, tre anni prima della sua scomparsa, può essere considerato una sorta di suo testamento spirituale. Lo sguardo di cui si parla nel titolo è quello del regista che entra camminando nella penombra della chiesa, si arresta e rimane immobile, quasi sopraffatto, di fronte al capolavoro del Buonarroti, scrutandone i particolari e soffermandosi sull'espressione del profeta.

    Il Mosè è un marmo che "parla", capace di trasmettere all'osservatore tutta la bellezza che l'artista gli ha regalato. In questa sua visita, Antonioni entra in completa simbiosi con la scultura, muovendo delicatamente il braccio fino a sfiorarla con la mano per coglierne lo spirito. L'uscita del regista dalla porta della chiesa, accompagnato da un misteri oso coro di Pierluigi da Palestrina, fa ritornare l'autore del documentario verso la luce del Sole che penetra dall'esterno. Il percorso espositivo sarà arricchito da alcuni ritratti fotografici del Mosé realizzati da Aurelio Amendola. Al termine della mostra sarà possibile acquistare gli scatti d'autore originali e nello stesso tempo contribuire sensibilmente alle opere di recupero della Cripta. (Comunicato stampa)




    Piero Dorazio - Dunk IV - olio su tela cm.40x60 1976 Piero Dorazio - Arteficio - olio su tela cm.200x120 1984 Piero Dorazio
    Limina: il decennio 1975-1985


    termina il 24 giugno 2018
    VV8artecontemporanea - Reggio Emilia
    www.vv8artecontemporanea.it

    Mostra dedicata al decennio 1975-1985 di Piero Dorazio che espone una quindicina di opere, tra quadri di grande, medio e piccolo formato, del grande artista romano. "Limina" si richiama al ruolo innovatore e a quella tensione verso la ricerca dell'essenza ultima che ha sempre caratterizzato Dorazio fin da quando nel 1947 l'artista fondò il gruppo Forma 1, per poi affermarsi sulle maggiori ribalte nazionali e internazionali dell'arte contemporanea, dalla Biennale di Venezia al Moma di New York. E' la scelta fuori dalle righe di un periodo dell'opera di Dorazio ancora poco frequentato dal mercato dell'arte, ma che raccoglie l'espressione più matura della poetica dell'artista, quando l'esuberanza del colore tipica degli anni Settanta e Ottanta viene domata dal rigore della linea, punta di riflessione più alta raggiunta nel rifugio dell'antico convento di Todi, dove Dorazio si stabilì nel 1974.

    Piero Dorazio (Roma, 1927 - Perugia, 2005) dopo il liceo classico, negli anni Quaranta approfondisce da autodidatta il suo interesse per la storia dell'arte, sensibilizzato anche dalla frequentazione dello studio del pittore Aldo Bandinelli, padre del suo compagno di scuola Angiolo. La sua formazione prosegue poi con gli studi incompiuti di architettura a La Sapienza di Roma. Le sue relazioni con gli artisti di quel periodo lo portano a fondare nel 1947 il gruppo Forma 1 insieme a Giulio Turcato, Concetto Maugeri, Antonio Sanfilippo e Carla Accardi. Nello stesso anno, entra in contatto con i maggiori artisti internazionali recandosi a Parigi, dove nel 1948 espone al "Salon des réalités nouvelles". Nel frattempo, a Roma, è presente con le proprie opere alla Quadriennale e contribuisce all'organizzazione della mostra "Arte astratta in Italia".

    Invitato nel 1953 per un seminario all'Università di Harvard, si trasferisce a New York dove presenta la sua prima mostra di disegni e la sua prima personale. Tornato in Italia, nel 1955 pubblica il compendio "La fantasia nell'Arte nella vita moderna" e nel 1957 presenta la sua prima personale a Roma. Nel 1956 e 1958 partecipa alla Biennale di Venezia e nel 1959 a Documenta 2 a Kassel. Nel 1960 espone di nuovo alla Biennale, in una grande sala personale. Lo stesso anno, all'Università di Pennsylvania, Filadelfia, inizia a dirigere il dipartimento di Belle Arti, incarico che ricoprirà nei successivi dieci anni, insegnando un semestre l'anno. Nel 1961 riceve il Prix Kandinsky e nel 1962 viene invitato a far parte del Gruppo Zero, con il quale parteciperà in seguito a numerose mostre collettive e pubblicazioni. Nel 1965 espone alla mostra "The Responsive Eye" al MoMA - Museum of Modern Art di New York.

    Nel 1966 presenta una seconda mostra personale alla Biennale di Venezia e l'anno successivo collabora con Giuseppe Ungaretti al volume "La Luce". Dopo avere trascorso sei mesi a Berlino su invito dell'Accademia tedesca nel 1968, lavora a numerose mostre personali e viaggia in Grecia, Medio Oriente e Africa finché nel 1974 si trasferisce definitivamente a Todi, da dove continua a dipingere assiduamente e a partecipare alla vita artistica e culturale italiana e internazionale. Nel 1979 ha luogo la sua prima retrospettiva in Francia, al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris, mentre nel 1983 viene accolto con una retrospettiva del suo lavoro alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

    Nello stesso anno partecipa con una selezione di opere alla mostra "Italian Art 1960-1980" presso la Hayward Gallery di Londra, nel 1986 riceve il Premio dell'Accademia di San Luca e nel 1988 presenta la sala personale alla Biennale di Venezia. Negli anni Novanta il suo lavoro è esposto in varie mostre, tra le quali un'ampia antologica al Museé de Grenoble nel 1990, alla Galleria Civica di Bologna nel 1991, e una personale al Museo civico di Atene nel 1994 e al Pac di Milano nel 1988. Nei primi anni Duemila le sue opere continuano a essere oggetto di mostre e riconoscimenti in Italia e all'estero. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




    Maurice Lemaître: Fin de tournage?
    termina lo 07 luglio 2018
    Galleria Martini & Ronchetti - Genova

    L'esposizione è dedicata all'ultimo lavoro di Maurice Lemaître, datato 2016. Sono esposte venti fotografie stampate su carta fotografica ad alta conservazione tratte dal suo film Fin de tournage?, diretto tra il 1985 e il 1990, in cui l'artista rielabora fotogrammi della Nouvelle Vague. Su queste immagini Lemaître è intervenuto ulteriormente con diverse tecniche dal collage alla pittura. La mostra costituisce un'anteprima di questo lavoro finora inedito. Le venti immagini sono esposte qui per la prima volta. Al fine di contestualizzare e mettere in prospettiva questo lavoro recente sono esposti in mostra anche altri lavori fotografici. La serie intitolata The Colbert Slides prende il nome dal caffè Le Colbert, vicino al Palais Royal a Parigi, trasformato da Lemaître in Café Cinéma per proiettarvi film e mettervi in scena spettacoli e performance. Queste immagini mostrano come la pratica di rielaborare diapositive recuperate da fonti diverse fosse oggetto della sperimentazione artistica di Lemaître fin dagli anni '60. La mostra presenta inoltre fotografie di film del 1962, nonché alcune stampe firmate e numerate degli anni '90.

    Personaggio storico delle Lettrismo, Maurice Lemaître (Parigi, 1926) entra nel Mouvement Libertaire nel 1949 dove inizia una carriera come giornalista. Nel 1950, a fianco di Isidore Isou, si unisce al gruppo d'avanguardia lettrista e contemporaneamente crea due riviste: Front de la Jeunesse e Ur, la prima politica, l'altra letteraria e artistica, destinate a diventare riviste di culto. Mentre accompagna la propagazione delle teorie del Lettrismo, agisce nei vari campi in cui viene praticata l'attività del movimento, dalla poesia al teatro, passando attraverso la pittura, la fotografia il cinema e la danza, ma anche nell'economia, la politica o la filosofia.

    Artista dotato, registra le sue poesie alla Columbia dal 1958, pubblica un gran numero di manifesti, libri, riviste opuscoli e partecipa a numerose mostre ed eventi. Maurice Lemaître è anche un pioniere del cinema sperimentale mondiale. Precursore del happening con Le film est déjà commencé? concepito e realizzato nel 1951, ha ispirato gran parte dell'attuale avanguardia cinematografica americana o europea e ha avuto un'influenza più ho meno esplicita sulla Nouvelle Vague. Autore di oltre cento film e azioni filmiche, l'artista sì è impegnato a esplorare attraverso il cinema molteplici dimensioni della creazione. Così nella sua filmografia si alternano film concettuali, lavori sulla materia, sul riuso (found footage), performance o saggi disnarrativi. (Comunicato stampa)




    Opera di Alan Gattamorta Alan Gattamorta: Spiagge
    termina il 24 giugno 2018
    www.alangattamorta.it

    Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.







    Alfredo Pini - La strada più lunga - olio su tela cm.85x138 Alfredo Pini - Vuoto a rendere - olio su tela cm.60x60 Alfredo Pini - sorvolando sui particolari 5 - olio su tela cm.100x120 Alfredo Pini: "Appena in tempo"
    termina il 29 giugno 2018
    Sala Mediolanum di Banca Mediolanum - Ferrara
    www.lacerba.com

    Quindici opere di Alfredo Pini, pittore di origini mirandolesi, realizzate nell'ultimo biennio, a parte alcune del 2015 e del 2016, tra cui un omaggio al ferrarese Giorgio Bassani, i cui significati emergono nello stesso farsi, in un'immanenza creativa che dona loro gradualmente anima e segno. In questo turbine di movimento permanente, forme e colori non possono, però, che essere perlopiù sfumati, astratti, indefiniti, cristallizzazioni ingannevoli, tentativi dichiaratamente vani di voler fermare il tempo. Un tempo, mai oggettivabile e dunque liquefatto, che è dunque cifra della modernità e della post modernità: così le icone urbane che affiorano dalla luce artificiale dei grigi agglomerati di Pini, sono automobili, filobus, o la mitologica Vespa che sfreccia nelle ampie strade cittadine, tra incombenti palazzi.

    La stessa figura umana compare in sole due opere in mostra - a cura di Lucio Scardino - e le sagome dei corpi assomigliano tristemente, nella loro unidimensionalità, a meri riflessi, a ombre di ombre, a "vuoti a rendere" da riempire con la prossima merce. Sono corpi quasi trasparenti, come trasparente, liscio e senza profondità si caratterizza il nostro mondo liquido, senza autentiche mediazioni possibili. Un mondo che, nonostante tutto questo, Pini ha il pregio di saper rappresentare con maestria, restituendoci anche la sua parte di bellezza. (Andrea Musacci)




    Georgina Spengler - Maia ed Elettra opera dalla mostra alla Galleria MAC Maja Arte di Roma Georgina Spengler
    Thàlassa | Ouranòs


    termina il 30 giugno 2018
    Galleria MAC Maja Arte - Roma
    www.majartecontemporanea.com

    La mostra, a cura di Daina Maja Titonel, presenta una recente serie di dittici della pittrice Georgina Spengler (Atene - Grecia, 1959). Nelle dieci opere esposte (olio e a carboncino su tavola) il punto di partenza è una macchia di colore ottenuta sovrapponendo tra di loro due tavole di compensato non preparate, una delle quali inizialmente cosparsa con uno strato di pigmento ad olio molto diluito. Osserva Claudio Zambianchi nel testo critico che accompagna la mostra: "Il colore, liquido e fluido, intride il legno e ne rileva le venature, un po' com'era successo nella Histoire naturelle di Max Ernst, ma con modalità tecniche diverse (lì si trattava di frottage). La macchia fa affiorare il disegno segreto del legno, la sua complessa epidermide che altrimenti rimarrebbe in buona parte nascosta.

    Il raddoppiamento speculare dell'immagine, come nelle macchie di Rorschach, aggiunge un ulteriore elemento di sollecitazione visiva e immaginativa alla mente dell'artista. Il processo preparatorio (...) serve a liberare l'immaginazione, che ora può proiettare sulla macchia un mondo a un tempo aereo e abissale, fatto di cieli e profondità marine, di Ouranòs e di Thàlassa; e, se la parte celeste si popola di nuvole dalle forme fantastiche, nella parte acquatica dei dipinti appaiono gorghi e creature del profondo, queste ultime legate spesso più alla mitologia che alla zoologia." (Comunicato stampa)




    Andrea Samaritani - Teatro Valli - fotodipinta su pannello di legno cm.33x48 - Reggio Emilia 2017 Andrea Samaritani - Piazza Grande - fotodipinta su pannello di legno cm.48x33 - Modena, 2017 La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
    termina il 23 novembre 2018
    BFMR & Partners - Reggio Emilia

    In mostra, una quarantina di Fotodipinte di Andrea Samaritani: immagini fotografiche provenienti dall'ampio archivio dell'artista, successivamente sottoposte a coloritura manuale «per rendere più poetica la fotografia e più realista la pittura». «Intenso e profondo - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - è il rapporto che Andrea Samaritani intrattiene, da tanti anni, con la fotografia: il suo sguardo ha cercato di catturare immagini del "Bel Paese", di andare alla scoperta di itinerari culturali insoliti, di rivelare i segreti di studi d'artista e di opere d'arte antiche e moderne. Dodici anni fa, Andrea si è avventurato in un'esperienza, intensificatasi nel tempo, che riunificasse la sua duplice passione per la fotografia e per la pittura, cominciando a stendere colori sulle sue immagini stampate su carta.

    Ecco riunite, in questa mostra, alcune delle visioni con le quali Samaritani sembra essersi impegnato in una sorta di aggiornamento dei portolani del Grand Tour italiano, sulle orme dell'incanto che sedusse aristocratici e intellettuali europei dal Seicento in poi. In verità, Andrea ci propone una revisione di alcune delle immagini che fondarono il mito della bell'Italia nella cultura d'Europa, che per lui ora s'incarna nella fusione delle piazze silenti, metafisiche, contese tra la luce e l'ombra, di Giorgio de Chirico, e delle figure scarnificate di Alberto Giacometti, che l'artista di Stampa percepiva come una visione che s'assottigliava fin quasi a dissolversi nel vuoto».

    Andrea Samaritani (Cento di Ferrara, 1962) artista dal 1985, si è espresso in diverse discipline: fotografia, giornalismo, grafica, pittura e regia video. Collabora con le principali riviste dell'editoria italiana e europea. Ha pubblicato più di 50 libri fotografici come autore e sue immagini sono contenute in più di 300 volumi di storia e di arte. Ha realizzato più di 100 mostre d'arte e fotografia. Ha percorso l'Italia da Nord a Sud per trent'anni, sul tema degli Itinerari Culturali e del Grand Tour. Nel 2006 ha iniziato a intervenire manualmente sulle sue fotografie creando la serie delle Fotodipinte. Sono più di duemila i soggetti fotografici dipinti da Andrea Samaritani, dal vasto archivio fotografico personale, composto da 500.000 immagini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




    Giacomo Piussi. Universale
    termina il 24 giugno 2018
    Chiesa dei S.S. Lorentino e Pergentino - Arezzo
    www.galleriabagnai.it

    La Fraternita dei Laici di Arezzo presenta il progetto "Fraternita Giovani", il cui atto è la mostra personale dell'opera di Giacomo Piussi (Udine, 1967), a cura di Fabio Migliorati, con la collaborazione di Galleria Alessandro Bagnai e il Patrocinio del Comune di Arezzo. Il progetto - che prevede anche momenti di musica, letteratura, incontri - intende riscoprire quella funzione di "attenzione culturale" che l'antico ente di mutuo soccorso e misericordia ha esercitato nei secoli. La Fraternita dei Laici di Arezzo, istituzione civica da oltre 750 anni attenta alla socialità aretina, torna quindi anche a occuparsi in maniera programmatica, come nel Rinascimento, di attualità visiva.

    In esposizione quasi 100 formelle in terracotta monocroma, una delle quali entrerà a far parte della prestigiosa Collezione di Fraternita, parte esposta nel nobile Palazzo in Piazza Vasari, parte presso il Museo d'Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Il lavoro di Piussi è una selezione quasi casuale di "momenti in bassorilievo" appartenenti a un'opera "in progress" ispirata alla figura di J.W. Goethe, al suo diario Viaggio in Italia, e all'insegnamento che si trae dal carattere interdisciplinare della sua produzione. L'aspetto enciclopedico è quello che Piussi cerca di rendere con la varietà dei soggetti: una visione sfaccettata che tratta temi contemporaneamente e liberamente. Questo intervento è una rappresentazione del Gran Tour quale sequenza di cartoline, una cronaca di viaggio nel clichè iconografico del paesaggio, della tradizione, della propaganda, insomma del bagaglio visivo tipicamente italiano.

    L'artista rende omaggio al folklore toscano; guarda ai Della Robbia nell'utilizzo sia dello smalto, sia di una certa teatralità scenografica. L'estetica si rifà alla rappresentazione elementare e spesso grossolana, viva nella decorazione delle chiese aretine - dove spesso l'arte sacra è un alibi per tirare fuori un campionario di animali veri o immaginari, di mitologia, di tradizione evangelica, di frammenti di realtà sfumati di sogno o di fantasia. Piussi finisce cosi` per interessarsi del messaggio medievale icastico, quello fatto di storie da apprendere secondo l'etimo di due parole: facilmente (che è possibile fare) e semplicemente (che si intreccia, si piega una sola volta, quindi in maniera accessibile, in superficie). Da qui l'estrema capacità di sintesi che forgia una sorta di semiotica dell'immediatezza da identificazione.

    Il suo linguaggio è quello semplice del cartoon, declinato alla versatilità espressiva attraverso il colore della pittura o la monocromia della ceramica. L'alfabeto di immagini che utilizza si riferisce a forme di rappresentazione elementari, come quelle che nell'alto medioevo supplivano alla non alfabetizzazione della maggior parte della popolazione. Accostare a una persona un particolare oggetto o animale, oppure vederlo intento in un particolare tipo di azione, regalava al personaggio un nome e un ruolo. Questo presupposto, Piussi lo estende fino alla rappresentazione contemporanea giocando con la pubblicità e con l'alfabeto pop. Persiste nei suoi lavori la raffigurazione ironica e drammatica dell'idealità utopistica.

    Inoltre, il progetto "Fraternita Giovani" si propone di riattivare l'antica Scuola del disegno e della modellazione chiusa nel XIX secolo e confluita nell'organizzazione dell'Istituto d'Arte di Arezzo. La funzione culturale della Fraternita dei Laici diviene in tal modo cruciale nel ritrovare un nuovo, accorto e solerte "servizio pubblico", perchè gli artisti via via coinvolti si presteranno in docenza per chiunque sarà curioso d'imparare a disegnare, a modellare, a padroneggiare le tecniche dell'arte. Come in passato, la Fraternita dei Laici si fa garante di quest'attività che ha donato alla storia dell'arte toscana tanti autori di valore, altrimenti destinati a non poter sostenere gli studi che, nel tempo, hanno perfino regalato loro fama e celebrità. (Comunicato stampa)




    Opera di Guido Morelli nella mostra Ensemble "Ensemble"
    Daniela Caciagli | Riccardo Corti | Guido Morelli | Valente Taddei


    termina il 24 giugno 2018
    Palazzo Carli - Sillico di Pieve Fosciana (Lucca)
    www.mercurioviareggio.com

    Rassegna di pittura organizzata dall'Associazione Polis Sillico in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio.  In mostra recenti dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Guido Morelli e Valente Taddei: i quattro autori - tre toscani e un ligure - vantano nutriti curricula, con personali e collettive in tutta Italia e all'estero: seppur differenti tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono uniti da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della pittura figurativa contemporanea, oltre a essere affini per il rigore compositivo e per l'accuratezza formale che rendono armonioso l'accostamento dei rispettivi lavori in un progetto espositivo comune. La mostra, patrocinata dal Comune di Pieve Fosciana, è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa.

    Nei dipinti a olio e acrilico di Daniela Caciagli (Bibbona, 1962) si combinano, con originalità, richiami di matrice Pop e surrealista. L'artista cerca di plasmare la realtà e di farla immaginare in continua mutazione, creando libere associazioni fantastiche di frammenti di vita quotidiana, in cui i riferimenti spazio-temporali appaiono indefiniti.

    In dipinti raffinati, nei quali l'eleganza dinamica delle forme si unisce alla delicatezza delle sfumature, Riccardo Corti (Firenze, 1952) propone i suoi soggetti prediletti: esili pini marittimi, policromi agrumi in sezione, sensuali angurie e bastoncini sospesi nel vuoto. Gli oli di Corti, dalla spiccata valenza simbolica, creano un gioco testuale di notevole pregio stilistico, nel contesto di una pittura di sintesi, volta a indagare il sensibile con profondità e lirismo.

    Guido Morelli (La Spezia, 1967) è autore di oli dall'impronta materica, nei quali sono raffigurati sintetici paesaggi naturali: questi ultimi non sono però riproduzioni di luoghi reali, bensì composizioni in cui quello che conta è la ricerca di una determinata struttura, fondata su un gioco di rispondenze e su un equilibrio di spazi. Morelli si concentra su un linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi dagli aspetti descrittivi e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità.

    Valente Taddei (Viareggio, 1964) realizza con cura meticolosa dipinti a olio e china dal taglio narrativo e minimalista, in cui un minuscolo individuo, temerario ma indeciso, si ritrova in situazioni costantemente in bilico tra ironia e paradosso. Gli sfondi, per lo più monocromi, densi di sfumature, creano un'ambientazione nella quale i confini del tempo e dello spazio si disperdono, trasformando il personaggio di Taddei in una sorta di icona della fragilità umana, sospesa tra sogno e inconscio. (Comunicato stampa)




    Robert Capa Retrospective
    termina lo 09 settembre 2018
    Real Albergo dei Poveri - Palermo

    La mostra dedicata alla figura di spicco del fotogiornalismo del XX secolo, in occasione delle celebrazioni dei 70 anni dalla fondazione di Magnum Photos, giunge a Palermo, promossa dall'Assessorato Regionale ai Beni Culturali e all'Identità Siciliana in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018 ed è organizzata da Civita in collaborazione con Magnum Photos, e la Casa dei Tre Oci. Robert Capa (Budapest, 22 ottobre 1913-Thai Binh, Indocina, 25 maggio 1954), è lo pseudonimo di Endre Friedmann, inventato nel 1936 insieme alla compagna Gerda Taro.

    Il progetto curatoriale di Denis Curti, fa fede alla mostra originariamente curata da Richard Whelan. La rassegna, presenta 107 fotografie in bianco e nero, che il fotografo, fondatore di Magnum Photos nel 1947 insieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David "Chim" Seymour e William Vandivert, ha scattato dal 1936 al 1954, anno della sua morte in Indocina. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto, le sue opere raccontano la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà della guerra. Gli scatti, divenuti iconici - basti pensare alle uniche fotografie (professionali) dello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944 - ritraggono cinque grandi conflitti mondiali del XX secolo, di cui Capa è stato testimone oculare. «Se la tendenza della guerra - osserva Richard Whelan, biografo e studioso di Capa - è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ri-personalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. Come scrisse il suo amico John Steinbeck, Capa "sapeva di non poter fotografare la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino"».

    L'esposizione si articola in 12 sezioni: Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Nord Africa 1941 - 1943, Italia 1943 - 1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-1950, Indocina 1954. La mostra si conclude con una sezione dedicata ai Ritratti di amici e artisti: Gary Cooper, Ernest Hemingway, Ingrid Bergman, Pablo Picasso, Henri Matisse, Truman Capote, John Huston, William Faulkner, Capa stesso insieme a John Steinbeck, e infine un ritratto del fotografo scattato da Ruth Orkin nel 1951. La mostra comprende una sezione speciale dedicata alle fotografie scattate da Capa in Sicilia. Il fotografo era giunto qui nel luglio del 1943 imbarcato su una nave che portava rifornimenti e fungeva da copertura per l'avanzata della Settima Armata del generale George D. Patton verso Palermo. Infine sarà messa a disposizione di tutti i visitatori, inclusa nel biglietto di ingresso, una audioguida in italiano e in inglese, con cui seguire tutto il percorso espositivo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




    Sisyu - Ukiyoe Seven - dettaglio acrilico su tela cm.151,5x93,6 2017 Sisyu. Satori, la percezione dello spirito
    termina il 23 giugno 2018
    Fondazione Luciana Matalon - Milano
    www.fondazionematalon.org

    Prima mostra personale in Italia dell'artista e calligrafa giapponese Sisyu, che con un approccio filosofico unisce tradizione e innovazione. La selezione di circa 40 opere fra cui grandi dipinti su tela che reinterpretano l'arte classica giapponese; sculture calligrafiche sospese che proiettano le loro lunghe ombre sulle pareti dando un valore aggiunto alla tridimensionalità; una grande installazione video, che mette in scena le scritture attraverso suggestivi giochi di luci e ombre, svelano nel complesso la versatilità dell'arte di Sisyu. Nota infatti per aver incorporato la calligrafia giapponese in altre forme d'arte quali la scultura, le arti multimediali e la pittura, considera l'arte come un processo in continuo divenire in cui si uniscono e mescolano sculture, luci e ombre.

    Le sue opere traspongono l'arte calligrafica in un linguaggio contemporaneo, offrendo una nuova dimensione, nuove prospettive artistiche. Lo si osserva sia negli inchiostri su carta come Shatter the Past Tear the Present (2011) in cui il tratto costituisce l'elemento dominante, sia nelle sculture in ferro Solitude (2007), You have loved me (2009) e Beauty (2011) dove gli idiomi nella loro forma tridimensionale, sospesi in aria o su piedistallo, creano ombre con le quali si istituisce un legame imprescindibile. Un dialogo che si ritrova anche nei lavori composti da acrilici su tela e da sottili sculture in ferro, che ne riprendono alcuni dettagli e forme, completandosi vicendevolmente in una visione d'insieme di forte impatto. Ne sono esempio Ukiyoe Seven (2017) che ritrae una donna truccata e abbigliata nel tradizionale stile giapponese i cui tratti del volto e la parte alta del corpo sono ripresi nella scultura antistante o analogamente in Shunga celebrates the pleasure of lovemaking (2018) dove sono rappresentati i corpi di due amanti uniti in un vorticoso abbraccio.

    Afferma Vittoria Coen nel testo critico dedicato alla mostra: "Sisyu si esprime, così, con l'ausilio di media differenti, da quelli più antichi a quelli virtuali, con esiti ed effetti di forte suggestione, generata da colori accesi e da un senso della luce particolari. Le esplosioni cromatiche generate da pennellate mosse e sfumate, in cui il linguaggio calligrafico si sovrappone, ci raccontano una specie di metamorfosi che i soggetti vivono. Creature fantastiche popolano il mondo interiore dell'artista che gioca su movimenti ondulati e spiraliformi".

    Nella ricerca di Sisyu fondamentale è la fusione delle differenti tecniche espressive veicolo di energia, vitalità, in una costante tensione verso la spiritualità come sostiene il curatore Nello Taietti: "Le opere di Sisyu esprimono l'infinito partendo dal finito e rispondendo a quel bisogno di eternità di cui è espressione la vita spirituale di ognuno". Una spiritualità che traspare da molte opere fra cui l'imponente Feasting crow, feasted crow (2017) composta da 6 pannelli (cm.175,5x370) che affronta il tema legato alla vita e alla morte; l'immagine di un corvo intento a nutrirsi allude alla lotta per rimanere in vita e rappresenta la vita stessa in contrapposizione alla morte. L'acrilico su tela dai toni molto scuri e le sculture sospese di colore rosso, contribuiscono ulteriormente a esprimere l'intensità del momento.

    Tramite i suoi lavori l'artista crea un messaggio capace di raggiungere un pubblico internazionale, senza la necessità di conoscere i caratteri giapponesi e i codici calligrafici. Lei stessa parla della sua arte sottolineando come la calligrafia sia, per lei, un modo per trovare la calma nel caos della vita: "Il pennello non è facile da controllare. Hai bisogno di un elevato livello di concentrazione. Quando sei in grado di comandare il pennello, padroneggi quella concentrazione, sei in grado di liberarti da tutto ciò che ti lega. Puoi concentrarti solo su quel momento". Infine, per Sisyu la componente tecnologica è fondamentale perché, essendo il Giappone un paese di cultura e tecnologia, ritiene che combinare questi due elementi sia il modo migliore per trasmettere il suo vissuto al mondo.

    Sisyu, dopo essersi trasferita a Tokyo, inizia la sua carriera come artista e calligrafa professionista. Sue mostre personali sono esposte in numerose sedi pubbliche e private internazionali; fra tutte si ricordano nel 2012 quelle in Svezia in occasione della Nobel Prize Cerimony e in Svizzera alla Riunione annuale del Forum economico mondiale di Davos; in Giappone a Tokyo espone nel 2013 al National Art Center, nel 2014 al National Museum of Modern Art e nel 2015 al Tokyo Metropolitan Art Museum. La vediamo inoltre negli Stati Uniti al Florida Morikami Museum e in Francia al Carrousel du Louvre - Museo del Louvre. In Italia le sue opere sono esposte alla Biennale di Venezia (2005/2011) e a Milano in occasione del Salone del Mobile 2014 e presso il Padiglione del Giappone per Expo 2015. Molteplici le collaborazioni con grandi aziende. (Comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




    Esquilinogram
    www.salauno.com

    Sala 1, in collaborazione con l' Associazione Arco di Gallieno, presenta la prima mostra d'arte in Italia concepita per Instagram e organizzata secondo dei criteri curatoriali. La mostra sarà visibile on line dal 20 aprile sulla pagina Instagram di Sala 1: @sala1galleria. Curata e ideata da Emily Barr e Mary Angela Schroth per far convergere le potenzialità comunicative del noto strumento social con il lavoro artistico contemporaneo. Il progetto di mostra, diffuso esclusivamente online, raccoglie le opere dei diversi artisti operativi nel quartiere romano di Piazza Vittorio Emanuele II e riuniti nell'Associazione Arco di Gallieno: Fabio Alecci, Paola Glaviano Alviano, Aurelio Bulzatti,Clara Casoni, Franco Cenci, Primarosa Cesarini Sforza, Stefano Cioffi, Gianluca Esposito, Giancarla Frare, Carlo Grossi, Mark Kostabi, Massimo Livadiotti, Michele Marinaccio, Leonella Masella, Giuseppe Modica, Lucilla Monardi, Elly Nagaoka, Beatrice Pasquet, Elena Pinzuti, Elisabetta Pizzichetti, Massimo Ruiu, Loretta Surico, Anna Maria Tanzi.

    La collaborazione tra artisti è l'elemento chiave nella storia evolutiva dell'arte moderna: dai Salon parigini all'attuale gruppo romano dell'Esquilino, il 'fare gruppo' e riunirsi in un'associazione ha portato all'ideazione di un'infinità d'iniziative. Come un moderno Salon, la "mostra" proposta da Sala 1 con l' Ass. Arco di Galieno racconta le diverse voci degli artisti attivi nel panorama romano dell'arte contemporanea. L'uso della piattaforma di Instagram può solamente che ampliare la fruizione dell'arte, arrivando a raggiungere nel quotidiano ogni individuo. La Sala 1 ha scelto, fin dal suo inizio, di mettere in mostra artisti che spesso non espongono il loro lavoro nelle gallerie commerciali. Questa piattaforma di social media è la prossima frontiera per promuovere questa missione. (Comunicato stampa)




    Opera di Maria Rebecca Ballestra dalla locandina della mostra Labrys Maria Rebecca Ballestra: Labrys
    termina il 30 giugno 2018
    Galleria Spazio Testoni - Bologna
    www.spaziotestoni.it

    Esposizione di opere realizzate per il progetto di Maria Rebecca Ballestra e a cura di Giorgia Gastaldon, che in occasione di questa serata inaugurale insieme presenteranno in anteprima anche il catalogo monografico sul progetto stesso appena pubblicato da De Ferrari Editore di Genova. Labrys è un progetto di arte contemporanea ideato e realizzato dell'artista visiva Maria Rebecca Ballestra che, come suggerisce il titolo stesso, indaga il tema - simbolico e visivo - del labirinto, prendendo spunto dalla lettura dei testi di Julien Friedler The Truth of the Labyrinth. Il progetto si è sviluppato durante due anni attraverso nove tappe, ciascuna delle quali si è concretizzata nella realizzazione di una o più opere d'arte, frutto di collaborazioni con altri protagonisti del mondo del contemporaneo (artisti, coreografi, attori, scrittori, e così via...), e in residenze d'artista nazionali ed internazionali.

    Oltre alle opere realizzate interamente da Maria Rebecca Ballestra ed in collaborazione con altri artisti, e quelle realizzate dagli artisti invitati, accompagnano questa esposizione allo Spazio Testoni sei storici documenti fotografici sull'opera di Land Art Spiral Jetty realizzata nel 1970 da Robert Smithson a Rozel Point, Great Salt Lake Utah - Usa, e l'opera di Aldo Spinelli Il segno e il simbolo del 1978, entrambe gentilmente concesse dalla Galleria UnimediaModern di Genova. Il soggetto "labirinto" non è scelto dall'artista in maniera casuale, anzi: Maria Rebecca Ballestra porta avanti la sua riflessione su questo tema proprio alla luce della constatazione che l'immagine del labirinto, nei diversi secoli e civiltà, è stata sempre investita di significati diversi e "altri". Nelle varie tappe di questo progetto, infatti, l'artista indaga, di volta in volta, un aspetto diverso legato all'immagine ed al concetto di labirinto e ciascuna di queste riflessioni rappresenta una diversa tappa di Labrys.

    L'intero progetto - realizzato anche grazie alla promozione di Altreforme Udine - si è concretizzato in una serie di mostre, tavole rotonde, laboratori didattici, performance, che si sono svolte a Gorizia da Ottobre 2017 a Marzo 2018. Il progetto affonda le sue radici su una solida ed intricata rete di partner tecnici e scientifici. Nei mesi della sua gestazione, infatti, numerosissime sono state le realtà che hanno fornito, nei modi più diversificati, il loro prezioso contributo allo svolgimento ed alla realizzazione dell'ambizioso programma di Labrys. Dopo Gorizia il progetto Labrys, si sposta a Bologna ospite della galleria Spazio Testoni, anch'essa tra i partner di questo progetto e che dal 2012 rappresenta il lavoro dell'artista Maria Rebecca Ballestra. (Comunicato stampa)




    Valerio Adami - Looking to the east - acrilico su tela cm.198x147 2001 Giorgio Griffa - Policromo - acrilico su tela cm.120x190 2003 Galliano Mazzon - Senza Titolo - tecnica mista su cartone cm.66,5x47,7 1946 "Yesterday, Today, Tomorrow"
    Elegia del colore dagli anni '40 ad oggi


    termina il 21 luglio 2018
    Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
    www.duemilanovecento.it

    Esposizione collettiva che, attraverso le opere di tredici autori selezionati, illustra l'uso del colore nella pittura italiana dagli anni '40 ad oggi. Tre sezioni distinte, ricerche ed espressioni artistiche differenti, proposte eterogenee che, pur nella loro diversità, risultano complementari l'una all'altra. La parte storica comprende due opere del 1946 di Galliano Mazzon, esposto per la prima volta in Galleria, due tempere su tela e su cartoncino, rispettivamente di Mario Nigro e Carla Accardi, e due opere di Fausto Melotti riferibili agli anni '70. A completare il gruppo, una tela di Giulio Turcato del 1971, un paesaggio di Carlo Mattioli, caratterizzato da una grande matericità, colori intensi e dipinto al limite della sinestesia, ed un olio su tela del 1988 Piero Dorazio, artista che ha incarnato per una vita la ricerca dell'Astrattismo italiano.

    La sezione "Today" pone l'attenzione su opere recenti di Enrico Della Torre e Valerio Adami, entrambi nati nella prima metà degli anni '30. Lavori a sviluppo geometrico di Della Torre accostati a "Looking to the east" di Adami, il cui stile si distingue nell'uso di una materia cromatica in stesure piatte, lisce e continue, all'interno di nette recinzioni nere delimitate dal disegno. Concetto e disegno confluiscono pertanto inscindibilmente nell'impianto artistico-narrativo del quadro suggerendo un forte e sicuro impatto comunicativo ed emotivo. A queste ricerche, si aggiungono un dipinto di Walter Valentini e diversi lavori di Giorgio Griffa, al centro di importanti rassegne italiane ed internazionali. Dell'artista torinese sono esposti, in particolare, due acquerelli su cartoncino e un acrilico su tela di grandi dimensioni. Aprono, infine, al divenire le sculture da parete di Paola Pezzi, realizzate attraverso il meticoloso assemblaggio di matite colorate, ed un grande paesaggio contemporaneo del 2002 di Andrea Chiesi, "S.P.K. 38", dipinto in maniera lenta e rigorosa, in cui tempo e memoria si fondono con i concetti di impermanenza e vacuità.




    Locandina della mostra Panta rei dedicata a Gio Pomodoro Gio' Pomodoro: Panta rei
    termina il 15 luglio 2018
    Galleria Nazionale delle Marche (Palazzo Ducale) - Urbino

    In omaggio ad uno dei più emblematici scultori italiani del'900, Gio' Pomodoro, la Galleria dedica una singolare antologica, inaugurando, di mostre in memoria dei grandi artisti di origine marchigiana. La mostra, fortemente voluta dal Direttore Peter Aufreiter, nasce dal progetto ideato dall'architetto Marisa Zattini col figlio dell'artista Bruto Pomodoro che propone un dialogo inedito fra l'arte rinascimentale e la scultura classica contemporanea. Questo omaggio al Maestro marchigiano - uno fra gli scultori italiani più significativi del dopoguerra - avviene a sedici anni dalla sua scomparsa e a quattordici anni dall'inaugurazione della piazza a lui dedicata a Orciano, grande "Luogo scolpito" dell'artista nelle sue amate terre d'origine.

    Profondamente legato ai propri luoghi natali, Gio' Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 - Milano, 2002), l'artista montefeltrino ha più volte ricordato quanto la cultura materiale, paesaggistica e storica del Montefeltro abbia influito sul suo percorso artistico e intellettuale: la scoperta in età giovanile dei capolavori dell'umanesimo rinascimentale, in particolare quelli di Piero della Francesca e di Raffaello custoditi nelle sale della Galleria Nazionale, sono stati fondamentali per lo sviluppo creativo del giovane artista. Il cortile di Palazzo Ducale, nelle sopralogge e negli affascinanti spazi sotterranei, appannaggio della corte di Federico, Duca di Montefeltro, ospita 25 sculture fra marmi, bronzi e poliesteri, alcuni di dimensioni monumentali.

    A completamento della mostra si potranno ammirare una dozzina di grandi carte disegnate a china, alcune delle quali inedite, strettamente connesse al ciclo delle Tensioni, alle quali il progetto espositivo è interamente dedicato. Nel decennio che va dal 1958 fino al 1968, abbandonate le esperienze legate all'Informale, Gio' Pomodoro sviluppa un propria ricerca legata alla espressione del vuoto: "Il vuoto è all'origine del nostro essere scultori, non già il bisogno di innalzare statue". L'ossessione di ogni vero scultore è per Pomodoro il vuoto, "il tentativo di esprimerlo o catturarlo o definirlo". Le Superfici in tensione, declinate nelle loro molteplici forme - Folle, Tensioni, Forme Distese, Radiali - ne individuano la natura in un fluire continuo, dove "il vuoto coincide con il pieno in un espandersi virtualmente infinito".

    Abbandonata la ricerca all'inizio degli anni '70, per seguire la geometria e i numeri ad essa legati, si assiste a una ripresa delle Tensioni a partire dall'inizio degli anni '90 con le opere, documentate in mostra, quali la Figlia del Sole, le Derive fino agli ultimi Frammenti di Vuoto, opere monumentali che chiudono l'esperienza artistica del Maestro sul nascere del nuovo millennio. In un fluire ininterrotto di intuizioni geniali che percorrono un arco temporale di più di quarant'anni di lavoro, le opere di Pomodoro sono la testimonianza di uno fra i momenti artistici più alti nel panorama della scultura internazionale del XX secolo, che gli avvale - pochi mesi prima della sua scomparsa - il prestigioso premio alla carriera Lifetime Achievement Award in Contemporary Sculpture. (Comunicato stampa)




    Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
    termina il 30 settembre 2018
    Galleria Paci contemporary - Brescia
    www.pacicontemporary.com

    Sin dall'inizio della propria carriera artistica, Nancy Burson si è interessata alle interazioni tra arte e scienza ed è stata tra i primi artisti ad applicare la tecnologia digitale al genere della ritrattistica fotografica. Attraverso la sintesi di diverse immagini resa possibile dall'impiego del suo personalissimo metodo di lavoro, Burson genera opere completamente nuove che sfidano la verità fotografica con la nascita della manipolazione digitale. Il suo lavoro è da considerarsi unico perchè è stata la prima artista ad introdurre i ritratti "composite" nell'era elettronica. E' conosciuta, infatti, proprio per il suo lavoro pionieristico nell'uso delle tecnologie di morphing, l'impiego di programmi computerizzati per cambiare o sovrapporre le foto mostrando nuovi aspetti dell'età, della razza o del personaggio del soggetto originale.

    Oltre alla fusione di due o più immagini in un "composite", il lavoro di Nancy Burson include anche immagini modificate al computer attraverso un sistema deformante che interviene cambiando la realtà di un'immagine, invecchiando e ringiovanendo fotografie e proiettando, così, un ritratto nel futuro o nel passato. In collaborazione con i ricercatori del Massachusetts Institue of Technology, Nancy Burson ha iniziato a produrre ritratti "composite" generati al computer tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80: ha sviluppato, così, un software che può essere utilizzato per "invecchiare" un volto umano. Il suo lavoro affonda le proprie radici in secoli di studi sociali, scientifici e pseudo-scientifici sul volto umano.

    Tuttavia l'atteggiamento dell'artista verso la scienza è da sempre intriso di ironia e di una profonda consapevolezza delle assurdità insite in molti concetti storici, come quelli di razza e genere, che oggi diamo per scontati. La mostra antologica "Composites" esplora i primi lavori pionieristici di Nancy Burson a partire dal 1976 (Method and Apparatus for producing an image of a person's face at a different age) sino alle serie "Composite" degli anni '70 e '80. Combinando e manipolando digitalmente immagini di individui spesso molto noti, tra cui star del cinema e leader mondiali, Burson esamina questioni politiche, genere, razza e standard di bellezza.

    Una sezione speciale della mostra sarà poi dedicata alla serie dei Composite Paintings del 1986: Nancy Burson ha impiegato la sua solita tecnica per combinare e mescolare alcuni dei più famosi capolavori di artisti del XX secolo quali Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, Newman... Un grande volume antologico sarà pubblicato a corredo della mostra. Le opere di Nancy Burson sono esposte in musei e gallerie in tutto il mondo e sono parte delle collezioni di importanti musei quali il Metropolitan Museum of Art di New York; il Whitney Museum of American Art, New York City; il Centro Internazionale di Fotografia, New York City; New Museum, New York City; la Biennale di Venezia, Venezia; il Museum of Contemporary Arts di Houston e il Museum of Contemporary Photography di Chicago. (Comunicato stampa)

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    The Paci contemporary gallery is pleased to announce the Solo exhibition "Nancy Burson: Composites. The Pioneer of computer-generated portraits", centered on the American photographer Nancy Burson, the last great new entry in the gallery. Since the beginning of her artistic career, Nancy Burson has been interested in the interactions between art and science and was among the first artists to apply digital technology to the genre of photographic portraiture. Through the synthesis of several photos made possible by the use of her very personal working method, Burson generates completely new works that challenge photographic truth with the birth of digital manipulation. Her work is to be considered unique because she was the first artist to indroduce "composite" portraits into the electronic age. Indeed, she is known for her pioneering work in the use of morphing technologies: the use of computer programs to overlay and manipulate photos showing new aspects of the age, race or character of the original subject.

    In addition, by merging two or more images into a "composite", Nancy Burson's work also includes computer-modified images through a distorting system that intervenes by changing the reality of an image, aging and rejuvenating photographs, and thus projecting a portrait in the future or in the past. In collaboration with researchers at the Massachusetts Institute of Technology, Nancy Burson began producing computer-generated "composite" portraits in the late 1970s and early 1980s: she developed software that could be used to "age" a human face. Her work has its roots in centuries of social, scientific and pseudo-scientific studies on the human face.

    However, the artist's attitude towards science has always been imbued with irony and a profound awareness of the absurdities inherent in many historical concepts, such as those of race and gender, which we take for granted today. This great anthological exhibition "Composites" explores the first pioneering works of Nancy Burson from 1976 (Methods and Apparatus producing an image of a person's face at a different age) to the "composite" series of the '70s and' 80s. By digitally combining and manipulating images of often well-known individuals, including movie stars and world leaders, Burson examines political issues, gender, race and beauty standards.

    A special section of the exhibition will then be dedicated to the series of Composite paintings of 1986: Nancy Burson used her techniques to combine and mix some of the most famous masterpieces of twentieth century artists such as Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, and Newman. A large anthological volume will be published in support of the exhibition. Nancy Burson's works are exhibited in museums and galleries all over the world and are part of the collections of important museums such as the Metropolitan Museum of Art in New York; the Whitney Museum of American Art, New York City; the International Center of Photography, New York City; Museum of Modern Art, New York City; the Venice Biennale, Venice; the Museum of Contemporary Arts, Houston; and the Museum of Contemporary Photography, Chicago. (Press release)




    Opera di Giovanni Frangi Giovanni Frangi: "Falsa Primavera"
    termina il 22 giugno 2018
    Al Blu di Prussia - Napoli

    Prosegue la stagione espositiva dello spazio multidisciplinare di Giuseppe Mannajuolo diretto da Mario Pellegrino - che festeggia i 10 anni di attività culturale ospitando la nuova personale dell'artista milanese Giovanni Frangi che, di ritorno a Napoli a tre anni dalla mostra "Lotteria farnese" al Mann Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove si era confrontato con gli ampi spazi della sala della Meridiana, sceglie la dimensione più intima di una galleria e approda Al Blu di Prussia. In esposizione, un corpus di opere della sua più recente produzione - composto da 11 tele olio su tela di grande formato e 5 carte pastello a olio e pigmento dal ciclo dedicato ai boschi e alle ninfee - accompagnato da un testo di Marta Cereda.

    Da tempo affascinato dal mondo naturale, motivo sul quale insiste e rinnova la propria ispirazione, Frangi guarda a rami, foglie e arbusti, ninfee e altri elementi tropicali che proiettano e immergono lo spettatore nella natura non per un desiderio di atmosfere agresti quanto un modo per indagare quella difficile relazione che esiste tra natura e città; stemperandone il conflitto sino a ipotizzare una riconciliazione attraverso una nuova ottica che prevede il superamento del conflitto stesso. Nella visione di Giovanni Frangi, i due ambienti non sono più antagonisti ma, in assenza di confini, l'uno diventa sviluppo, prosecuzione e proiezione dell'altro.

    Giovanni Frangi (Milano 1959) inizia a dipingere prestissimo, si diploma all'Accademia di Brera; dopo varie collettive il 1983 è l'anno della sua prima personale a Torino, alla galleria La Bussola. A Milano esordisce nel 1986 con una personale alla galleria Bergamini da cui muove un'intensa carriere espositiva che nel 1989, con la mostra a Berna gli apre contesti internazionali dai quali non si è mai più discostato. (Comunicato ufficio stampa Paola De Ciuceis)




    Joan Miró - Le Lézard aux Plumes d'Or Mostra Joan Mirò al Castello Carlo V di Monopoli Joan Miró. Opere Grafiche 1948-1974
    termina il 15 luglio 2018
    Castello Carlo V - Monopoli (Bari)
    www.mostrepuglia.it

    La mostra, promossa dal comune di Monopoli e organizzata dalla società Sistema Museo, è rappresentativa della creatività di uno dei più grandi e influenti artisti del Novecento, è dedicata alla scoperta del meraviglioso mondo di Miró attraverso un'antologia di circa 90 opere grafiche, appartenenti a quattro serie complete. Nelle creazioni del Maestro catalano le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato della sua incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell'arte, vissuta con curiosità e versatilità. Gli sfondi neutri vengono "macchiati" da colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo e nero, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Le serie in mostra sono Parler Seul (1948-50), Ubu Roi (1966), Le Lézard aux Plumes d'Or (1971) e Les Pénalités de l'Enfer ou les Nouvelles-Hebrides (1974).

    Quattro capolavori realizzati tra il 1948 e il 1974 che raccontano il "sogno poetico" di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale. "Niente semplificazioni né astrazioni. In questo momento io non mi interesso che alla calligrafia di un albero o di un tetto", scriveva Miró. Un linguaggio surrealista composto da colori e segni, una vera "baraonda cromatica" che incanta lo sguardo dell'osservatore. Sperimentatore di tecniche e materiali, Miró - come Chagall, Picasso, Braque - si rivolse alla litografia affascinato dalle sue molteplici potenzialità in termini di espressione artistica. La prestigiosa esposizione di Monopoli è un'occasione unica per scoprire il meraviglioso mondo di Miró dal quale lasciarsi incantare. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta dell'alternanza armoniosa di segni, di immagini vibranti di colori e di versi, per sorprendersi di inattese visioni e libertà espressiva.

    Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. La serie di litografie Parler Seul racconta l'omonimo poema scritto da Tristan Tzara durante la degenza nell'ospedale psichiatrico di Saint-Alban nel 1945. Tzara, poeta rumeno, fu uno dei fondatori del movimento Dada e grande ispiratore e animatore del movimento surrealista. In Parler Seul Miró non volle "illustrare" il testo, ma preferì far dialogare le sue litografie con le parole di Tzara, giungendo ad una rara ed esemplare simbiosi tra scrittura e immagini. Il ritmo e l'ordine sono determinati da un lato dall'alternarsi di illustrazioni al testo e dall'altro da sequenze dinamiche di immagini, tanto che versi e disegni sembrano provenire da un'unica mano.

    La serie Ubu Roi è una raccolta del 1966 composta da coloratissime e corpose litografie: Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana. Una serie ispirata dall'opera teatrale omonima di Alfred Jarry del 1896. In tanti l'hanno rappresentata in diverso modo, da Pablo Picasso a Salvador Dalí da Jacques Prévert a Max Ernst.

    Le Lézard aux Plumes d'Or, realizzata nel 1971, rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico dal grande artista catalano, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. La poesia surrealista diventa immagine e l'immagine è testo poetico: l'attività di illustratore ha sempre rappresentato un momento fondamentale nel percorso artistico di Miró, facendone un protagonista assoluto della storia del libro d'artista. Le parole si liberano del "buon comporre" e prendono vita: il segno diventa disegno in una vera baraonda cromatica.

    Il ciclo Les Pénalités de l'Enfer ou les Nouvelles-Hebrides prende il nome da una nota opera del poeta francese surrealista Robert Desnos. Miró e Desnos avevano immaginato una collaborazione già nel 1922 ma le vicissitudini storiche e l'internamento di Desnos nel campo di concentramento di Terezin dove trovò morte nel 1945 impedirono la realizzazione del progetto. Fu la moglie del poeta a fornire a Miró le poesie e l'artista spagnolo, con questo ciclo, rese omaggio all'amico scomparso. Le opere lavorano su suggestive giustapposizioni di grafemi, forme e contrasti cromatici. Il particolare formato delle tavole permette inoltre a Miró di impostare le sue opere in un'ambivalenza di vertigine espressiva e forma narrativa. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)




    Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
    Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


    Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




    - Sedi espositive
    .. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
    .. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
    .. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
    .. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
    .. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
    .. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

    Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

    Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

    La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

    La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

    E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

    La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

    Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

    Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

    Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

    "Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




    Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
    termina il 23 luglio 2018
    Museo Palazzo Fortuny - Venezia

    Fondazione Civici Musei Veneziani svela, a Palazzo Fortuny, la Collezione Merlini, una tra le maggiori raccolte private d'arte specializzate sul Novecento nazionale. Singole parti della grande Collezione sono già apparse in alcune mostre in anni recenti (nella stessa Venezia, a Palazzo Loredan a Firenze al Museo Marino Marini a Firenze, a Bologna al Museo Morandi, ecc.), ma questa esposizione ha il merito di proporre la Collezione in modo realmente rappresentativo dei suoi notevolissimi contenuti. Al Fortuny la Collezione Merlini non potrà essere esposta nella sua integrità, dato che il suo patrimonio supera di gran lunga i 400 pezzi. Ma Daniela Ferretti e Francesco Poli, curatori dell'esposizione, ne offrono una rappresentazione curatoriale di assoluto rilievo. In sintonia con lo spirito del collezionista, in una prospettiva di lettura inedita, determinata anche dalle affascinanti e peculiari caratteristiche degli ambienti del museo.

    Le principali sezioni attraverso cui è stata scandita la collezione sono le seguenti: Metafisica e Novecento italiano; Realismo sociale e esistenziale; L'Astrattismo geometrico e il MAC; La stanza del collezionista (Wildt, Fontana, Melotti); Le tendenze dell'Informale (Gruppo degli Otto, Spazialismo, Movimento Nucleare, Ultimi Naturalisti); Omaggio a Morlotti; Il gruppo Azimuth e le tele strutturate; la Pittura Analitica. "Nucleo centrale della Collezione, e della mostra, è proprio "La stanza del Collezionista". Al Fortuny - sottolinea Mariella Gnani che della collezione è la curatrice viene riproposto, arredi compresi, uno degli ambienti di casa Merlini, quello che riflette maggiormente le passioni del Collezionista. Che ha voluto riunire, in questa stanza, una sequenza spettacolare di opere di Fontana, accanto alla "Madre" di Wildt, opera che lo scultore tenne per se stesso, e a due capolavori assoluti di Melotti, tra cui Teorema".

    Giuseppe Merlini ha iniziato ad acquistare opere d'arte negli anni '60/'70, sviluppando - sottolinea Francesco Poli - "il suo interesse da un lato verso i grandi protagonisti ormai storicizzati del '900, e dall'altro verso le tendenze del dopoguerra, con un'attenzione costante anche agli sviluppi più attuali. In questo modo il suo progetto si è definito nel tempo come un tentativo riuscito di delineare un percorso (ben meditato e culturalmente fondato) tale da documentare con esempi significativi quasi tutti gli aspetti salienti dell'arte italiana. Ma è importante sottolineare il fatto che non si tratta di un insieme con caratteristiche freddamente documentarie, bensì di scelte di qualità che rispecchiano un gusto individuale e l'interesse particolare per certi artisti, nonché l'esclusione di altri".

    "Merlini, ad esempio, si è interessato poco agli artisti della Pop Art, e per nulla alle ricerche sperimentali degli anni '60/'70 di area poverista e concettuale. Rimanendo fedele alla sua passione per la pittura ha però concentrato la sua attenzione su un buon numero di esponenti della cosiddetta Pittura Analitica, emersa negli anni'70, tra cui in particolare Olivieri e Vago". Per Merlini, Poli fa diretto riferimento alla grande tradizione del collezionismo lombardo. Quella che ha portato alla formazione di grandi raccolte come quelle di Jesi, la Mattioli, Piero Feroldi, Carlo Frua De Angeli, Carlo Grassi e Giuseppe Vismara, Piero Boschi - oggi in gran parte oggi confluite in musei pubblici. "Successivamente, con lo sviluppo sempre più accelerato e allargato del sistema dell'arte (a partire grosso modo dalla fine degli anni Settanta) il comportamento delle nuove generazioni di collezionisti è cambiato assumendo spesso connotazioni più mondane e più dichiaratamente speculative, con lo sguardo maggiormente rivolto alla scena artistica internazionale", chiosa Francesco Poli.

    Quello di Giuseppe Merlini rimane invece uno straordinario esempio di "collezionismo vecchio stampo", essenzialmente improntato alla volontà di contribuire, con entusiasmo e competenza, a formare dei percorsi che, anche se rimangono un patrimonio privato, devono comunque avere come finalità quella di accrescere la circolazione e la conoscenza dell'arte a livello socialmente più allargato. Le oltre 400 opere raccolte da Merlini testimoniano questa visione culturale, mai speculativa. E, insieme, il raffinato gusto del collezionista forgiato anche attraverso attente frequentazioni con musei, gallerie e artisti. Con una scala di attenzione del tutto personale. Come un vero collezionista deve saper fare ed esprimere. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    Opera di Francesco Trombadori dalla mostra L'essenziale verità delle cose L'essenziale verità delle cose. Francesco Trombadori
    termina lo 02 settembre 2018
    Galleria d'Arte Moderna di Palermo

    Esposte circa sessanta tele, dipinte tra il 1915 e il 1961, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private di tutta Italia, disegni, libri, cataloghi di mostre e articoli di giornale provenienti dall'Archivio dell'artista, custodito nel suo studio a Villa Strohl-Fern. La mostra, che ha avuto una sua prima edizione a Roma, presso la Galleria d'Arte Moderna (13 ottobre 2017 - 11 marzo 2018), riscuotendo un ampio successo, si inserisce nel programma di Palermo 2018 Capitale italiana della cultura. E' promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, dalla Galleria d'Arte Moderna di Palermo e da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è a cura di Giovanna Caterina De Feo dell'Associazione Amici di Villa Strohl-Fern e della Sovrintendenza Capitolina. L'organizzazione è affidata a Civita - Opera Laboratori Fiorentini. Il catalogo è edito da Maretti edizioni.

    Il titolo della mostra è tratto da una considerazione di Trombadori che per intero recita: "Moderna non è certo l'arte perché rispecchia il nostro tempo, che allora si tratterebbe di una questione di moda e formale. L'arte moderna come è anche antica, solo quella che riesce ad esprimere l'essenziale verità delle cose con profonda umanità e spiritualità...", un pensiero che, chiarendo quali siano le aspirazioni dell'artista, ne spiegano anche il proprio coerente percorso pittorico. Dopo più di dieci anni, dall'ultima mostra monografica tenuta a Siracusa, la Sicilia torna ad ospitare l'opera di Francesco Trombadori.

    Siracusano di nascita, Trombadori dal primo dopoguerra visse a Roma, tuttavia non dimenticò mai la terra natia, come giustamente notava Leonardo Sciascia: "la pittura di Trombadori è ineffabilmente, segretamente intrisa del suo nascere a Siracusa, degli anni dell'infanzia e della prima giovinezza che vi ha passato, del suo esserci anche standone lontano". Lo dimostra Siracusa mia! (1919 ca), una veduta del Teatro Greco di Siracusa con sullo sfondo Ortigia e il mare, un quadro in mostra che, insieme ai paesaggi siciliani degli anni Cinquanta, testimoniano un amore costante per la Sicilia, seppure a distanza. Dal primo decennio del Novecento Trombadori è a Roma dove esordì nel vivace ambiente della cosiddetta Terza Saletta del Caffè Aragno, nel primo decennio del XX secolo, dove l'artista si avvicina al formativo ambiente de "Il Convito", la rivista d'arte e letteratura fondata da Adolfo De Bosis con Gabriele d'Annunzio e Angelo Conti.

    Di questo primo periodo - raccontato in mostra anche dai disegni giovanili e da alcune, poco note, prove di illustratore condotte sotto l'influenza dello Jugend Münchner illustrierte - si propongono, tra le altre, anche le opere Il Viale di Villa Strohl-Fern (1919 circa), che apre alla nuova fase nella pittura di Trombadori e Alberi controluce (1920), un raro dipinto di stampo simbolista. La seconda sezione della mostra è incentrata sulle opere dipinte all'indomani della Prima Guerra Mondiale. Trombadori è ora vicino all'ambiente di Valori Plastici, la rivista fondata da Mario Broglio e, sulla scorta delle suggestioni del cosiddetto "Realismo Magico" di Bontempelli, avvia una profonda riflessione sull'antico in rapporto dialettico con le istanze dell'avanguardia e della tradizione.

    Alle Biennali di Venezia e di Roma e alle Mostre del Novecento Italiano cui è invitato in questi anni perviene ad un proprio, personale neoclassicismo, immergendo in atmosfere domestiche di raffinata purezza formale i suoi ritratti, nature morte, quali, ad esempio, la Natura morta con i limoni, (1923) già in collezione Ugo Ojetti, la Natura morta con i cavoli rossi (1937). In questi anni Trombadori inizia un'intensa attività espositiva, in occasione della quale i suoi quadri vengono acquistati dal Comune di Roma ed entrano a far parte delle collezioni della Galleria d'Arte Moderna di Roma. Negli anni Trenta prosegue il contatto con il mondo culturale della capitale, in particolare con il mondo della rivista "Circoli" (1931-1939) fondata dal poeta Adriano Grande, per cui scrive come critico d'arte, i cui collaboratori sono Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giacomo Debenedetti, Giuseppe Ungaretti, Marcello Gallian, Alberto Savinio, Umberto Saba, Romano Bilenchi e Rosso di San Secondo. In questo periodo dipinge la Natura morta con i cavoli rossi, boccale e tela (1937, Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale), opere mature, ricche di suggestioni musicali e letterarie.

    La mostra prosegue con un accenno al difficile decennio 1940-1950, tra guerra e ricostruzione, con l'anomalo quadro "Lo sbarco del pilota ferito" (1942, Studio Francesco Trombadori, Villa Strohl-Fern). Il percorso espositivo si conclude, infine, con i dipinti dal 1950 al 1961, scorci immersi in un'atmosfera deserta e lunare: i "paesaggi del silenzio" dipinti nelle tonalità dell'azzurro neutro e del grigio. Sono vedute di Roma, la città in cui vive, ma anche vedute della Sicilia, come il rimarchevole "La Fonte Aretusa", la "Casa con i fichi d'India", già collezione di Anna Magnani, La Marina di Siracusa, e i passaggi a livello. Ogni sezione della mostra è corredata dal ricco patrimonio documentario proveniente dall'Archivio dell'Artista a Villa Strohl-Fern, oggi Casa Museo, con cui si intende illustrare anche l'importante attività di critico che Trombadori svolse, dagli anni Venti, scrivendo per diverse testate nazionali. (Comunicato ufficio stampa Civita)




    Immagine di presentazione della mostra Arte e Diletto con opere di Valeria Pasta Morelli e altre pittrici Arte e Diletto
    Valeria Pasta Morelli (1858-1909) e le pittrici del suo tempo


    termina il 26 agosto 2018
    Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Mendrisio)
    www.ti.ch/zuest

    La Pinacoteca Züst ha ricevuto di recente un'importante donazione di opere - 34 dipinti, anfore, album di studi, medaglie e diplomi - di una delle rare donne pittrici che il Ticino conti: Valeria Pasta Morelli (Mendrisio 1858 - Milano 1909). Rare e oltretutto spesso confinate nell'ambito familiare. Anche per questo motivo spesso dimenticate. E' stata la nipote, Valeria Morelli Razzini (1923-2014), che portava lo stesso nome della nonna, a destinare alla sua morte il lascito al nostro museo in memoria e onore dell'artista ma anche come segno di stima per il lavoro svolto dalla nostra istituzione. Valeria, che avrà come maestri anche Bartolomeo Giuliano e Sebastiano De Albertis, fu una delle poche ragazze a frequentare l'Accademia di Brera a Milano. Qui raccolse premi e riconoscimenti, mentre in patria la "Gazzetta ticinese" la celebrava come "esimia giovane artista" ricordando un suo dipinto allegorico realizzato per il carnevale di Mendrisio. Il matrimonio con un alto funzionario italiano chiuderà tuttavia le sue ambizioni, confinandola nel circuito domestico, l'unico ritenuto adatto a una donna della sua posizione.

    La mostra intende far luce per la prima volta sulla personalità artistica di Valeria, non mancando tuttavia di contestualizzarla nel particolare ambito familiare nel quale si muoveva. Valeria era infatti figlia del noto dottor Carlo Pasta, consigliere nazionale e promotore, tra le altre imprese, della ferrovia e dell'industria alberghiera sul Monte Generoso. Lo zio era invece Bernardino Pasta, un pittore appartenente alla cerchia degli Induno che godette di buona fama. A queste figure così importanti sono quindi dedicate le prime sale della mostra. Una sezione presenta inoltre opere di altre donne artiste attive nel Cantone Ticino negli stessi anni, come Marie-Louise Audemars Manzoni, Giovanna Béha-Castagnola, Adele Andreazzi, Olga Clericetti, Elisa Rusca, Antonietta Solari e Regina Conti. Appartenenti quasi tutte a famiglie della borghesia locale, non frequentavano però le Accademie né le scuole di disegno dislocate sul territorio. Donne di buona famiglia, che coltivavano privatamente la loro passione per l arte, come un hobby piuttosto che come un lavoro, e che si esercitavano perlopiù negli studi dei pittori. Tra i maestri più apprezzati si ricorda Gioachimo Galbusera, che teneva nel suo atelier frequenti corsi e del quale si espongono alcuni dipinti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




    Carlo Magno a caccia nella foresta con alcuni vassalli, 1300-1315 - Pittura murale proveniente dal Castello di Cruet (Val d'Isère, Francia) Chambéry, Musée Savoisien - Département de la Savoie Carlo Magno va alla guerra
    Cavalieri e amor cortese nei castelli tra Italia e Francia


    termina il 16 luglio 2018
    Palazzo Madama - Torino

    La mostra presenta per la prima volta in Italia il rarissimo ciclo di pitture medievali del Castello di Cruet (Val d'Isère, Francia), una testimonianza unica della pittura del Trecento in Savoia. Dopo una prima tappa a Ginevra nel 2017, l'esposizione giunge con importanti novità a Torino grazie alla collaborazione tra il Museo Civico d'Arte Antica di Torino e il Musée Savoisien di Chambery, nell'ambito delle iniziative della Rete internazionale di musei appartenenti ai territori originariamente parte del ducato di Savoia. A Torino la mostra, grazie alla curatela di Simonetta Castronovo, conservatore di Palazzo Madama, rivolge particolare attenzione all'arredo e alla vita di corte nei castelli di Piemonte e Valle d'Aosta nel 1300, con opere provenienti da Torino, Moncalieri, Montaldo di Mondovì (Cuneo), San Vittoria d'Alba (Cuneo) e Quart (Aosta). Le pitture murali provengono dal castello di Cruet, proprietà dei signori de la Rive, vassalli di Amedeo V di Savoia (1285-1323); lunghe complessivamente oltre 40 metri, sono state staccate dalle pareti della dimora savoiarda nel 1985 per ragioni conservative e, dopo un restauro concluso nel 1988, sono da allora esposte presso il Musée Savoisien di Chambery.

    Il ciclo rappresenta episodi tratti da una celebre chanson de geste, il Girart de Vienne di Bertrand de Bar-sur-Aube, composta nel 1180 e dedicata alle vicende di un cavaliere della corte di Carlo Magno. Raffigura pertanto scene di caccia nella foresta, battaglie, duelli, l'assedio a un castello, l'investitura feudale, la raffigurazione di un banchetto, accanto ad episodi narrativi specifici di questo poema cavalleresco. Presentate in sequenza in Corte Medievale, le pitture ricostruiscono idealmente la decorazione della sala aulica del castello di Cruet grazie a uno scenografico allestimento realizzato dall'architetto Matteo Patriarca con Gabriele Iasi e Studio Vairano. Accanto a queste straordinarie pitture, la mostra presenta una cinquantina di opere provenienti dalle collezioni di Palazzo Madama e da altre istituzioni, con pezzi mai esposti prima al pubblico. Essi arricchiscono il percorso consentendo di immaginare la vita nei castelli medievali della contea di Savoia tra 1200 e 1300. Sculture, mobili, armi, avori, oreficerie, codici miniati, ceramiche, vasellame da tavola, cofanetti preziosi, monete e sigilli documentano i tanti aspetti dell'arte di corte e della cultura materiale dell'epoca. (Comunicato stampa)




    Mostra Nascita di una Nazione - Tra Guttuso, Fontana e Schifano Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
    termina il 22 luglio 2018
    Palazzo Strozzi - Firenze

    Viaggio tra arte, politica e società nell'Italia tra gli anni Cinquanta e il periodo della contestazione attraverso ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto. L'esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, vede per la prima volta riunite assieme opere emblematiche del fermento culturale italiano tra gli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta: un itinerario artistico che parte dal trionfo dell'Arte Informale per arrivare alle sperimentazioni su immagini, gesti e figure della Pop Art in giustapposizione con le esperienze della pittura monocroma fino ai nuovi linguaggi dell'Arte Povera e dell'Arte Concettuale.

    La mostra racconta la nascita del senso di Nazione attraverso gli occhi e le pratiche di artisti che, con le loro sperimentazioni, da un lato fanno arte di militanza e impegno politico, dall'altra reinventano i concetti di identità, appartenenza e collettività collegandosi alle contraddizioni della storia d'Italia negli anni successivi al cupo periodo del fascismo e della guerra. Sono questi gli anni del cosiddetto "miracolo economico", momento di trasformazione profonda della società italiana fino alla fatidica data del 1968, di cui nel 2018 ricorre il cinquantesimo anniversario. E' in questo ventennio che prende forma una nuova idea di arte, proiettata nella contemporaneità attraverso una straordinaria vitalità di linguaggi, materie e forme che si alimentano di segni e figure della cronaca. Come in una sorta di "macchina del tempo" costruita per immagini, con un originale taglio curatoriale, l'esposizione narra il periodo più fertile dell'arte italiana della seconda metà del Novecento, che oggi è riconosciuto come contributo fondamentale per l'arte contemporanea, ripercorrendo alcuni temi identitari di un Paese in cui l'arte viene concepita sia come forza innovatrice sia come strumento di approfondimento di un più ampio contesto culturale.

    "Nascita di una Nazione vuole offrire una chiave di lettura ad un periodo artistico che si è intrecciato indissolubilmente con lo sviluppo dell'Italia e che ha tratto dalla politica, dal costume e dai cambiamenti sociali linfa vitale", spiega Luca Massimo Barbero. "Le sale riassumono le tensioni sociali, politiche, culturali e sociali di quegli anni dando un quadro straordinariamente ricco ed eterogeneo di ricerche artistiche che può sorprende vedere qui riunite per assonanze e contrasti, ma che fotografano un dialogo che risulta, a maggior ragione oggi, assolutamente vitale". (Comunicato stampa)




    Mario Botta - Cattedrale della Resurrezione Mario Botta. Spazio Sacro
    termina il 12 agosto 2018
    Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
    www.museocasarusca.ch

    Progetto espositivo curato dallo studio Mario Botta Architetti, con la direzione scientifica di Rudy Chiappini. Dopo aver presentato artisti di fama internazionale (Valerio Adami, Fernando Botero, Hans Erni, Mimmo Rotella, Javier Marín e Robert Indiana), il Museo inaugura la programmazione espositiva del 2018 con una mostra dedicata a Mario Botta, estendendo il proprio orizzonte di ricerca e interesse anche all'architettura. L'esposizione documenta una tipologia cara all'architetto Mario Botta che, in tanti anni di attività, ha avuto diverse opportunità di confrontarsi con la dimensione del sacro, tanto da giungere ad affermare che "attraverso gli edifici di culto ho l'impressione di aver individuato le radici profonde dell'architettura stessa. I concetti di gravità, di soglia e di luce come generatrice dello spazio, il gioco delle proporzioni e l'andamento ritmico degli elementi costruttivi, fanno riscoprire all'architetto le ragioni primarie, di matrice in qualche modo sacra, detettura stessa."

    Per la prima volta in assoluto saranno presentate 22 architetture realizzate in differenti Paesi. Tutti i progetti saranno documentati con modelli originali, disegni e gigantografie. La capacità dell'architetto svizzero è infatti quella di sviluppare un linguaggio architettonico basato sullo studio delle forme primarie, dei volumi puri, della geometria elementare e dei materiali naturali. Una sfida importante da vincere per Botta è misurarsi con l'infinito attraverso elementi finiti, figure semplici che sono più facilmente distinguibili e in cui tutti si possono riconoscere. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo illustrato, accompagnato da una introduzione di saggi critici (Salvatore Veca, Gianfranco Ravasi, Corrado Bologna, Pierluigi Panza, Giorgio Ciucci) e da una selezionata raccolta antologica a complemento di ogni capitolo. (Comunicato stampa)




    Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

    La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

    Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




    Mario Nigro - Spazi del colore Mario Nigro. Gli Spazi del Colore
    termina lo 02 settembre 2018
    Fondazione Ghisla Art Collection - Locarno
    www.ghisla-art.ch

    Retrospettiva antologica su Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992), uno dei protagonisti dell'arte italiana della seconda metà del '900, organizzata in collaborazione con la Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca e con l'Archivio Mario Nigro in occasione del centenario della nascita dell'artista. La rassegna, curata da Paolo Bolpagni e Francesca Pola, già nel titolo sottolinea due aspetti fondanti dell'opera dell'artista, peraltro ampiamente rappresentati in un lavoro significativo di Nigro, Spazio totale del 1953, presente fra i capolavori della Collezione Ghisla.

    Mario Nigro si situa nell'ambito dell'arte astratta in modo del tutto personale, a partire dalla fine degli anni Quaranta, con opere che guardano ai maestri delle avanguardie storiche (Kandinsky, Klee, Mondrian) coniugando sollecitazioni di matrice più lirica con un uso rigoroso della geometria, per giungere nei primi anni Cinquanta alla definizione del suo primo grande ciclo compiuto, quello dello "spazio totale", in cui struttura e colore dialogano in modo continuo, generando intensi dinamismi. Attraverso le 35 opere che costituiscono la mostra appare chiaro l'impegno di Nigro ad indagare il rapporto dell'uomo con lo spazio, inteso come luogo del divenire, luogo entro cui, nel tempo, l'azione si compie. Nelle fasce pittoriche vettoriali delle opere di "spazio totale", che lasciano campo alla libertà dei segni grafici che si intrecciano a formare reti e reticoli o a costruire forme vibranti che agiscono a raggiera, si riconosce questo suo intento che volge alla essenzialità.

    In questo percorso, l'artista raggiunge prima una liberazione dalla rete di segni creando scansioni di segmenti obliqui tra loro paralleli che, per righe successive, riempiono il piano o la figura geometrica nelle progressioni del suo "tempo totale"; arriva poi alla massima semplificazione nelle opere dedicate alla "analisi della linea", in seguito spezzata a mimare il tracciato di un lampo o la fessurazione del suolo a seguito di un terremoto (da qui la denominazione del ciclo dei "terremoti") per giungere agli "orizzonti" dove un tratto orizzontale è l'unico elemento di narrazione. Siamo alla fine degli anni Ottanta quando Nigro riprende un uso espressivo del colore, con opere in cui le pennellate per lo più orizzontali prendono densità e diventano fortemente incisive, quasi l'artista intenda partecipare ai drammatici rivolgimenti della storia con un suo canto drammatico al colore, che, forzato con la gestualità dei segni, sembra diventare unico protagonista della sua pittura.

    Poi tutto si placa con le "meditazioni" fatte di un pacato disporre di rettangoli di colori che si rarefanno nel tempo e con le "strutture" in cui i rettangoli sono costituiti da segni puramente cromatici, che danno nuova sostanza allo spazio. Per comprendere meglio l'artista non possiamo dimenticare che il variare della sua poetica era conseguenza diretta dell'attenzione che poneva al mondo reale, alle situazioni sociali, agli eventi, ai cambiamenti, alle persone, a se stesso. Una pittura quindi non avulsa dal tempo, come potrebbe essere ritenuta l'arte astratta, ma ben immersa dentro la storia. La rilevanza internazionale della produzione di Mario Nigro ha suscitato, per l'attualità della sua visione creativa, un crescente interesse del sistema dell'arte nelle sue varie componenti, dalle istituzioni al collezionismo, in particolare nel corso dell'ultimo decennio. Accompagna la mostra un'ampia monografia in italiano e in inglese pubblicata dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'Arte con testi dei curatori Paolo Bolpagni e Francesca Pola e di Mattia Patti. (Comunicato ufficio stampa uessearte)




    "Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi"
    termina lo 01 luglio 2018
    Palazzo Roverella - Rovigo

    Una ampia rassegna da conto della singolare attrazione che il cinema ha provato, e continua a nutrire, per il Delta del Po, la dove il Grande Fiume si confonde con l'Adriatico. Si calcola che le acque, i lembi di sabbia, le piane dell'ampio Delta siano state protagoniste, più che semplice scenario, di almeno 500 tra film, documentari, fiction televisive, girati dai più grandi registi fra i quali Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Michelangelo Antonioni, Alberto Lattuada, Mario Soldati, Pupi Avati, Ermanno Olmi e Carlo Mazzacurati. La mostra, curata da Alberto Barbera, focalizzata sull'area del Polesine, è affidata all'utilizzo di diverse tipologie di materiali, esposti in originale o in copie, stampe e ingrandimenti realizzati per l'occasione: foto di scena e di set, manifesti, locandine e materiali pubblicitari, documenti originali, sceneggiature, materiali d'archivio, videomontaggi di sequenze di film, documentari e sceneggiati TV, interviste filmate ai protagonisti. Nel 1943 Luchino Visconti gira Ossessione nel Delta del Po.

    Nell'immediato Dopoguerra, Roberto Rossellini vi ambienta il suo Paisà mentre Giuseppe De Santis, esordisce con Caccia tragica, su una sceneggiatura sua e di Michelangelo Antonioni, Umberto Barbaro e Cesare Zavattini. Pochi anni dopo, il Grande Fiume è il protagonista de Il mulino del Po per la regia di Alberto Lattuada. Florestano Vancini ambienta qui i documentari Uomini della palude e Tre canne e un soldo e più tardi è aiuto regista di Mario Soldati che, con La donna del fiume, consacra definitivamente Sophia Loren. Qui avviene l'esordio di Michelangelo Antonioni, nel 1957 con Gente del Po. Il regista ferrarese scegli ancora più volte il Polesine per i suoi film. Qui ambienta Il grido del '57, per scendere poi a Ravenna per Il deserto rosso e risalire a Ferrara per l'ultimo episodio di Al di là delle nuvole codiretto con Wim Wenders.

    E' del '58 Un ettaro di cielo, film d'esordio di Aglauco Casadio, per la sceneggiatura di Tonino Guerra con Elio Petri e Ennio Flaiano. Anche l'altro grande ferrarese, Vancini, è di casa nel Delta. Ad esso dedica numerosi documentari e poi, nel 1984, il film tv La neve nel bicchiere. Nella valli di Comacchio, Giuliano Montaldo ambienta L'Agnese va a morire. Con La casa dalle finestre che ridono Pupi Avati trasforma la bassa nel teatro ideale di film horror. Il Po e il vicino Veneto sono protagonisti di molti film di Carlo Mazzacurati che nel Delta gira, bel 1987, il film d'esordio, Notte italiana. Ma anche tanti altri, da Goffredo Alessandrini a Comencini ai Fratelli Taviani, Bertolucci, Luigi Magni, Bigas Luna, Silvio Soldini. Senza tralasciare Scano Boa, per la regia di Renato Dall'Ara (1961) tratto dal romanzo di Antonio Cibotto, grande scrittore rodigino recentemente scomparso cui la mostra tributerà, proprio con la proiezione del film.

    Accanto alla produzione cinematografica di finzione, almeno 60 documentari sono stati dedicati a queste terre. Tra essi, Gente del Po di Michelangelo Antonioni (1943-1947), Delta padano (1951) e Una capanna sulla sabbia (1955) di Florestano Vancini, La missione del Timiriazev di Gillo Pontecorvo (1951), Quando il Po è dolce di Renzo Renzi (1951), Lungo il fiume di Ermanno Olmi (1992), sino al recente Il pesce rosso dov'è di Elisabetta Sgarbi (2015). A queste due categorie si affiancano infine sceneggiati e programmi tv da Il mulino del Po di Sandro Bolchi (1962) a De Gasperi l'uomo della speranza di Liliana Cavani. "L'esposizione - afferma il curatore - si propone di ricostruire la storia del rapporto intenso, profondo e originale che si è instaurato in oltre ottant'anni di intensa frequentazione fra un territorio dalle caratteristiche pressoché uniche e i cineasti italiani, dando vita a opere indimenticabili destinate a rimanere nella storia del cinema". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
    termina lo 06 gennaio 2019
    MUSE Museo delle Scienze - Trento

    L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

    Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

    Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

    Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

    Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

    E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)




    Opera di Renato Guttuso Renato Guttuso
    L'arte rivoluzionaria nel cinquantenario del '68


    termina il 24 giugno 2018
    GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
    www.gamtorino.it

    Esposizione alla pittura di Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1911 - Roma 1987), presenza di forte rilievo nella storia dell'arte italiana del Novecento e figura nodale nel dibattito concernente i rapporti tra arte e società che, nel secondo dopoguerra, ha significativamente accompagnato un ampio tratto del suo cammino. Curata da Pier Giovanni Castagnoli, con la collaborazione degli Archivi Guttuso, la mostra raccoglie e presenta circa 60 opere provenienti da importanti musei e collezioni pubbliche e private europee. Primeggiano alcune delle più significative tele di soggetto politico e civile dipinte dall'artista lungo un arco di tempo che corre dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Settanta.

    Nell'ottobre del 1967, cinquantesimo anniversario della rivoluzione d'ottobre, Renato Guttuso scriveva su Rinascita, rivista politico-culturale del Partito Comunista Italiano, un articolo intitolato Avanguardie e Rivoluzione, nel quale il pittore riconosceva alla rivoluzione il titolo inconfutabile e meritorio di essere stata il fondamento di una nuova cultura, con la quale profondamente sentiva di identificarsi e che lo induceva a chiudere il suo scritto con l'esplicita professione di fede: "L'arte è umanesimo e il socialismo è umanesimo". Guttuso era stato, a partire dagli anni della fronda antifascista e tanto più nel secondo dopoguerra, un artista che, come pochi altri in Italia, si era dedicato con perseverante dedizione e ferma convinzione a ricercare una saldatura tra impegno politico e sociale ed esperienza creativa, nella persuasione che l'arte, nel suo caso la pittura, possa e debba svolgere una funzione civile e sia costitutivamente dotata di una valenza profondamente morale.

    A poco più di cinquant'anni dalla pubblicazione dell'articolo e nella ricorrenza del cinquantenario del '68, la GAM di Torino si propone di riconsiderare il rapporto tra politica e cultura, attraverso una mostra dedicata all'esperienza dell'artista siciliano, raccogliendo alcune delle sue opere maggiori di soggetto politico e civile. A partire da un dipinto quale Fucilazione in campagna del 1938, ispirato alla fucilazione di Federico Garcia Lorca, che a buon diritto può essere assunto a incunabolo di una lunga e ininterrotta visitazione del tema delle lotte per la libertà, per giungere alla condanna della violenza nazista, nei disegni urlati e urticanti del Gott mit uns (1944) e successivamente, dopo i giorni tragici della guerra e della tirannia, alle intonazioni di una reinventata epica popolare risuonanti in opere nuove per stile e sentimento come: Marsigliese contadina, 1947 o Lotta di minatori francesi, 1948.

    Un grande, ininterrotto racconto che approda, negli anni Sessanta a risultati di partecipe testimonianza militante, come in Vietnam (1965) o a espressioni di partecipe affettuosa vicinanza, come avviene, nel richiamo alle giornate del maggio parigino, con Giovani innamorati (1969) e più tardi, in chiusura della rassegna, a quel compianto denso di nostalgia che raffigura i Funerali di Togliatti (1972) e in cui si condensa la storia delle lotte e delle speranze di un popolo e le ragioni della militanza di un uomo e di un artista. "Nel secondo dopoguerra - afferma Carolyn Christov-Bakargiev Direttore della GAM - negli ambienti della cultura di sinistra si discuteva tra avanguardia formalista e realismo figurativo. Ci si chiedeva quale fosse più rivoluzionaria e quale più reazionaria. Oggi, paradossalmente, nell'era della realtà aumentata e della virtualità, la pittura di Guttuso può sembrarci tanto reale e materica quanto il mondo che stiamo perdendo".

    A fronte dell'antologia di tali dipinti e in dialogo con essi, la mostra offre anche un repertorio variegato di opere di differente soggetto. Quadri tutti coevi ai tempi di esecuzione dei dipinti di ispirazione politica e sociale, selezionati con il proposito di offrire indiscutibile prova dei traguardi di alta qualità formale conquistati da Guttuso nell'esercizio di una pittura che - afferma il curatore Pier Giovanni Castagnoli - "per comodità, potremmo chiamare pura, con l'intendimento di saggiare, attraverso il confronto dei diversi orizzonti immaginativi, l'intensità dei risultati raggiunti su entrambi i versanti ideativi su cui si è esercitato il suo impegno di pittore e poter consegnare infine all'esposizione, pur nel primato assegnato al cardine tematico su cui la mostra si incerniera, un profilo ampiamente rappresentativo della ricchezza dei registri espressivi presenti nel ricchissimo catalogo della sua opera e della poliedrica versatilità del suo estro creativo". La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, con saggi di Pier Giovanni Castagnoli, Elena Volpato, Fabio Belloni, Carolyn Christov-Bakargiev e un'antologia di scritti di Renato Guttuso. (Comunicato stampa)

    «Per noi l'arte non può essere antiumana, nel nostro presente, anzi, cerchiamo di cogliere i fermenti opposti a tanto rassegnato pragmatismo». Renato Guttuso




    Immagine dalla locandina di presentazione di Museo Navigante Museo Navigante

    Il Museo Navigante è una iniziativa promossa dal Mu.MA - Galata di Genova, dal Museo della Marineria di Cesenatico, dall'associazione La Nave di Carta della Spezia e dall'Associazione Musei Marittimi del Mediterraneo, che ha riunito musei pubblici e privati per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, ha aderito all'iniziativa con il Museo Archeologico dell'antica Kaulon, diretto da Rossella Agostino e con il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone, diretto da Gregorio Aversa.

    Il percorso espositivo del Museo archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria) illustra la storia della colonia magno-greca di Kaulonia dall'età di fondazione, ad opera dei crotoniati, fino ad età ellenistico-romana ed ospita anche reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all'odierno Museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo caratterizzata dalla presenza del Faro. L'esposizione presenta per alcuni settori parziali ricostruzioni di edifici abitativi e sacri finalizzate ad una migliore lettura da parte del pubblico.

    Le Collezioni più importanti sono: rocchi di colonne in marmo anche lavorate rinvenute nelle acque antistanti il sito dell'antica città di Kaulonia; Tetto tempio del Colle della Passoliera di età greca caratterizzato da una ricca policromia; Collezione numismatica e fra i "pezzi" più significativi si segnalano: manufatti bronzei, tra cui specchi, elementi di armature ed una interessante iscrizione votiva in lingua achea dall'area del tempio dorico; Mosaico pavimentale policromo con la raffigurazione di drago di età ellenistica dall'abitato.

    Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone è suddiviso in tre sezioni principali dedicate la prima ("Terra") ai resti dell'insediamento sorto sul promontorio in età romana, la seconda ("Sacro") al santuario di età greca sviluppatosi sullo stesso luogo e, infine, una terza ("Mare") destinata ad illustrare le problematiche dell'archeologia subacquea, espone una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec.d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Terrecotte architettoniche, vasi a figure nere, vasetti miniaturistici, bronzetti figurati attestanti la frequentazione del santuario greco e appartenenti al cd. Tesoro di Hera, formano le collezioni più importanti. Fra i pezzi di maggior pregio si ricordano: frammenti in marmo pario appartenenti alla decorazione del grande tempio di ordine dorico di cui, nell'attiguo Parco Archeologico, si conserva parte del basamento ed una colonna in blocchi tufacei. (Comunicato stampa)




    Immagine presentazione mostra Monaco, Vienna, Trieste, Roma - Il Primo Novecento al Revoltella Monaco, Vienna, Trieste, Roma
    Il Primo Novecento al Revoltella


    termina lo 02 settembre 2018
    Civico Museo Revoltella - Trieste
    www.museorevoltella.it

    E' un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d'Arte Moderna del Museo "Revoltella". Il "dentro" è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il "fuori" è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo. Il titolo dell'esposizione - "Monaco, Vienna - Trieste - Roma" - richiama l'influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all'Impero d'Austria-Ungheria, e l'interscambio - parallelo e successivo - tra gli artisti della città e del territorio e l'Italia.

    Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del "Revoltella", si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del "ritorno all'ordine", coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel "secolo lungo", sino a lambire il secondo conflitto mondiale. L'esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo, Marcello Mascherini.

    Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d'Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna. Una sezione monografica è riservata all'arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

    Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all'arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto 'ritorno all'ordine' di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani. La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall'interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni. Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

    A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto Macchie di Sole del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

    "Questa mostra - osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste - evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d'arte del "Revoltella", Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com'è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell'arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce". (Comunicato stampa Studio Esseci)




    Capolavori a confronto
    Bellini / Mantegna
    Presentazione di Gesù al Tempio


    termina lo 01 luglio 2018
    Fondazione Querini Stampalia - Venezia
    www.querinistampalia.org

    Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due "Presentazioni di Gesù al Tempio" eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia. Due capolavori assoluti della storia universale dell'arte, l'uno di mano di Giovanni Bellini, di Andrea Mantegna il secondo. Ad un primo sguardo sembrano del tutto eguali, eppure si capisce che le due opere-specchio hanno "personalità diversissime". Ma chi fu l'inventore della meravigliosa composizione? Bellini, veneziano, e Mantegna, padovano del contado, si conobbero certamente, dato che quest'ultimo sposò la sorellastra del primo. Ma sarebbe sbagliato - chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell'esposizione, immaginarli l'uno accanto all'altro intenti nel dipingere questo medesimo soggetto. Certo il cartone, la cui realizzazione richiedeva un enorme virtuosismo artistico, "stregò l'uno e l'altro, ma un lasso di tempo non piccolo, una decina di anni, separa i due capolavori". Che, sia pure a distanza, si sia trattato di una gara alla massima eccellenza, lo si evince dalla qualità assoluta delle due opere. E' un caso probabilmente irripetibile quello che consente, per la prima volta nella storia dell'arte, di ammirare l'una a fianco dell'altra.

    "E' l'effetto - sottolinea Marigusta Lazzari, che dell'istituzione veneziana è il Direttore - di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l'impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due 'Presentazioni al Tempio' è uno dei cardini di queste mostre. (...)".

    Per accogliere questo magico confronto, la Querini Stampalia ha mobilitato l'architetto Mario Botta per l'allestimento e sta predisponendo un innovativo sistema illuminotecnico. Non solo: accanto a queste due inarrivabili "vedettes" in Querini saranno esposte le opere coeve patrimonio del museo veneziano. E il visitatore sarà poi invitato, con lo stesso biglietto a scoprire, o riscoprire, gli infiniti tesori della Querini Stampalia, una casa-museo tra le più importanti al mondo. Sala dopo sala, negli storici ambienti, si avrà l'emozione di entrare nell'universo di una delle più potenti e illustri Famiglie veneziane: ammirare le celebri opere d'arte, i preziosi arredi, patrimonio della Famiglia e pervenuti alla Fondazione nel 1869, poco meno di 150 anni fa, a seguito dell'importante lascito. E' un mondo di storia, cultura, meraviglia quello che attende i visitatori in Querini, in un'atmosfera unica com'è quella della Venezia autentica. (Comunicato Studio Esseci)




    La Collezione Roberto Casamonti
    termina il 10 marzo 2019
    Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
    www.collezionecasamonti.com

    Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

    "La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

    La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    San Teonisto
    Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


    Chiesa di San Teonisto - Treviso
    www.fbsr.it

    Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

    Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

    A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

    Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

    I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

    «La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

    Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    Opera di Teodoro Wolf Ferrari nella mostra La modernità del paesaggio Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio
    termina il 24 giugno 2018
    Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)
    www.mostrawolfferrari.it

    Una inedita riflessione dedicata al pittore veneziano Teodoro Wolf Ferrari (Venezia, 1878 - San Zenone degli Ezzelini, 1945). La rassegna, curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato, promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, si pone di indagare alcuni aspetti fondamentali, ma meno conosciuti, della storia dell'arte italiana, facendo luce sulla figura emblematica e ancora da approfondire di Wolf Ferrari. In mostra verrà presentata un'accurata selezione di oltre 60 opere, sapientemente individuate presso collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori, dove la produzione dell'artista si E' principalmente concentrata, diffondendosi in un territorio nel quale non mancano rinvenimenti di qualità e nuove scoperte. Sarà, così, possibile entrare nell'atelier di questo "poeta del paesaggio" e contemplare attraverso dipinti, acquarelli, pannelli decorativi, vetrate, studi per cartoline, riuniti assieme per la prima volta, le colline che vanno da Asolo a Conegliano fino alle alture del Grappa o i più cupi e inquietanti scenari che raccolgono un profondo sentimento del mistero.

    Prove che dichiarano l'amore per il paesaggio, le sperimentazioni e l'eterogeneità di tecniche proprie di Wolf Ferrari, il quale ha saputo far confluire a Venezia e in Italia all'alba del Novecento le moderne istanze secessioniste europee. Il percorso espositivo ripercorre l'intera vicenda artistica di Wolf Ferrari con una linea tematica che abbraccia vari momenti ed esperienze, dall'affaccio sulle tendenze mitteleuropee con un'affascinante sezione dedicata al tema della "tempesta", tra cui Paesaggio Notturno, Bufera, Notte, Danza macabra, alle novità artistiche veneziane fino alle delicate passeggiate autunnali dal Grappa al Piave. Il dialogo con un ristretto ma significativo nucleo di opere di artisti contemporanei del pittore (quali Otto Vermehren, Mario De Maria, Mariano Fortuny, Gino Rossi, Ugo Valeri) diviene importante e necessario per stabilire alcune connessioni e qualche comunanza di percorso con l'itinerario artistico di Teodoro.

    Dopo la formazione presso l'Accademia di Belle Arti veneziana sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Wolf Ferrari studia a Monaco, dove nel 1895 entra in contatto con alcuni degli ambienti simbolisti e secessionisti più avanzati e cosmopoliti del momento. Sono anni attraversati da un cambiamento e un'innovazione febbrili, nel corso dei quali la rappresentazione della natura, fonte di straordinaria ispirazione, diviene anzitutto espressione di un paesaggio interiore e soggettivo, luogo primigenio dell'anima. E' a questo contesto che l'autore attinge per costruire il suo universo poietico tramite le influenze di artisti quali Böcklin, Von Stuck, Klinger, Kandinskji che lasceranno un segno inconfondibile nella sua pittura. Sensibile alle novità che giungono dal mondo bretone e sintetista, Teodoro aderisce anche al gruppo Die Scholle ("la zolla"), animato dalla genialità dell'amico Leo Putz.

    Sono queste le atmosfere e i principi che l'artista trasferisce nella città lagunare, apportando nuova linfa agli stili ed entrando in contatto con il gruppo degli artisti di Ca' Pesaro, che, sotto la regia di Nino Barbantini, rivoluzionano l'arte veneziana e italiana. Nel 1912 Wolf Ferrari partecipa alla mostra di Ca'Pesaro, avvicinandosi a Gino Rossi, Ugo Valeri, Arturo Martini, Tullio Garbarti, Umberto Moggioli e costituisce il movimento l'Aratro, con l'intento di creare un "ambiente armonico", dove le arti applicate assumono un ruolo di prim'ordine. Un'occasione rara per conoscere e (ri)scoprire un autore più noto agli specialisti che al vastopubblico, il quale non ha solo raffigurato con grazia la natura, ma ha anche raccontato la trasformazione dell'arte italiana tra XIX e XX secolo. Accompagna la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




    L'Amsterdam Museum presenta i suoi capolavori del XVII secolo restaurati

    L'Amsterdam Museum è attualmente impegnato nel restauro di uno dei suoi capolavori, I Capi della Guardia Civica (1653) di Bartholomeus van der Helst (ca.1613 - 1670), che sarà l'opera di punta della mostra in prestito a TEFAF Maastricht 2018, nella sezione TEFAF Paper. Per la prima volta i visitatori della Fiera potranno non solo ammirare i risultati del restauro, ma anche comparare gli oggetti raffigurati nel dipinto con esempi originali di argenteria del XVI secolo - una situazione unica per l'arte olandese. TEFAF Maastricht, la Fiera di arte figurativa e antiquariato più importante del mondo, ha avuto luogo dal 10 al 18 marzo 2018 al MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) di Maastricht, Paesi Bassi.

    Il ritratto di gruppo raffigura diverse personalità di spicco: l'ex borgomastro Jan van de Poll (1597-1678), il mastro birraio Albert Dircksz Pater (1602-1659) e il celebre cartografo ed editore Joan Willemsz Blaeu (1598-1673). Insieme, erano i custodi della Guardia Civica, e della sua collezione di ritratti di gruppo e reperti storici. I personaggi sono raffigurati seduti a un tavolo, mentre sulla destra i loro figli allenano le proprie doti di arcieri. I quattro uomini del dipinto sono circondati di preziosa argenteria; sullo sfondo, una credenza appare colma di tazze, tazzine e cucchiai; sulla sinistra Banninck Cock regge un calice finemente decorato, e i suoi colleghi mostrano il collare e il bastone della Guardia, coronato da decorazioni a forma di uccelli. Sullo sfondo, la moglie del locandiere presenta il corno potorio sul suo piede d'argento, sempre appartenente alla Guardia. La presenza di questi oggetti preziosi sul tavolo richiama l'illustre storia della Guardia Civica di quegli anni, sottolineando il buon governo delle personalità raffigurate nel dipinto.

    Oltre che per il suo pittore, uno dei più grandi ritrattisti del Secolo d'oro olandese, per la fama dei suoi protagonisti e per l'apprezzata prospettiva sott'in su, questo ritratto di gruppo si distingue poiché raffigura tre oggetti d'arte tuttora esistenti. Il collare, il bastone e il corno potorio finemente decorati, appartenenti alla collezione della Guardia Civica, non erano solo valorizzati dai capi del 1653, ma possono ancora essere ammirati dai visitatori dell'Amsterdam Museum, poiché appartengono al Comune di Amsterdam. Capolavori in argento del genere, provenienti dal XVI secolo, sono una rarità in qualsiasi collezione pubblica o privata dato che in molti casi venivano modificati sulla base dei gusti delle varie epoche oppure addirittura fusi. L'esistenza di oggetti di tale valore, raffigurati in un dipinto di così alta qualità, è un fatto più che eccezionale.

    Il capolavoro di Van der Helst sarà circondato da altri cinque ritratti di gruppo che sono stati restaurati da poco. Insieme testimoniano il successo e la qualità della ritrattistica di gruppo ad Amsterdam durante il Secolo d'oro. Due di questi dipinti, entrambi restaurati nel 2017, sono di Ferdinand Bol (1616-1680) e raffigurano i governatori e le governatrici dell'Asilo dei Lebbrosi di Amsterdam. Al momento fanno parte della mostra sull'artista dell'Amsterdam Museum. Un altro ritratto di gruppo di Van der Helst, I Capi degli Archibugieri della Guardia Civica, restaurato nel 2011, dopo un prestito per cinque anni alla National Gallery of Art di Washington sarà esposto per la prima volta dal suo ritorno nei Paesi Bassi. Le ultime opere sono due Lezioni di Anatomia, una di Aert Pietersz (1550-1612), l'altra di Adriaen Backer (1635-1684), restaurate in collaborazione con le istituzioni che negli anni le hanno prese in prestito per le proprie mostre. Dal 2016 l'opera di Backer ha fatto parte della mostra permanente di ritratti del Secolo d'oro dell'Hermitage Amsterdam, che vanta un'incredibile collezione di ritratti di gruppo ambientati ad Amsterdam. Queste sono le quattro opere che completeranno la mostra in prestito a TEFAF Maastricht. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    "Ritratto" attribuito a Giorgione
    Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

    www.letramedigiorgione.it

    Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

    Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

    Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

    Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




    Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
    Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

    www.federicosecondostupormundi.it

    Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

    Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

    Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

    Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

    Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

    Locarno Festival omaggia i fratelli Taviani

    Il Locarno Festival renderà omaggio durante la sua 71esima edizione (1-11 agosto) alla straordinaria carriera dei fratelli Taviani ricordando Vittorio, scomparso lo scorso aprile. Paolo Taviani, il regista e sceneggiatore italiano, sarà ospite in Piazza Grande. L'omaggio sarà accompagnato dalla proiezione della versione restaurata del film Good morning Babilonia (1987) realizzata dalla Cineteca nazionale (CSC) e dall'Istituto Luce-Cinecittà. Autori di un linguaggio dalle profonde sfumature poetiche e politiche, i fratelli Taviani hanno scritto alcune delle pagine più significative del cinema italiano. Due maestri che fin dagli anni Sessanta hanno dato vita a un cinema impegnato e allo stesso tempo poetico, raccontando storie vere, intessute di contraddizioni, capaci di portare all'attenzione del pubblico temi fondamentali di impegno politico e civile. Un talento, quello dei fratelli Taviani, che Locarno ha conosciuto per la prima volta nel 1974 (San Michele aveva un gallo), poi nel 1982 (La notte di San Lorenzo), e che ha segnato profondamente la storia del Festival.

    Paolo e Vittorio Taviani esordiscono dietro la macchina da presa nel 1954 realizzando una serie di documentari a sfondo sociale. È di questo periodo il cortometraggio San Miniato, luglio '44, girato con la collaborazione di Cesare Zavattini. Successivamente dirigono insieme a Joris Ivens L'Italia non è un paese povero (1960). Il debutto sul grande schermo avviene nel 1962, quando i Taviani e Valentino Orsini firmano il lungometraggio Un uomo da bruciare, con Gian Maria Volonté. Da quel momento i Taviani firmano insieme una lunga filmografia, che parte da I sovversivi (1967) e Sotto il segno dello scorpione (1969).

    Negli anni successivi si aprono a nuove ricerche stilistiche e per i due fratelli arriva il momento dei riconoscimenti internazionali: San Michele aveva un gallo (1972) e Allonsanfàn (1974), con Marcello Mastroianni e Lea Massari, vengono selezionati alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes, ma è con Padre Padrone (1977), tratto dall'omonimo romanzo di Gavino Ledda, che conquistano la Palma d'Oro e il Premio della Critica: a premiarli è il presidente della giuria Roberto Rossellini mentre in Italia viene loro assegnato un David Speciale e un Nastro d'Argento. Dopo Il prato (1979) i fratelli Taviani dirigono un'altra importante pellicola, La notte di San Lorenzo (1982), un affresco della campagna Toscana ai tempi della Seconda Guerra mondiale. Il film fa conquistare ai due autori toscani il Gran Prix a Cannes, David e Nastri d'Argento per la regia e la sceneggiatura.

    Nel 1984 i due registi si dedicano a un altro adattamento di un'opera letteraria, Kaos (1984), tratto dalle Novelle per un anno di Pirandello, che vince il David di Donatello per la migliore sceneggiatura. Due anni più tardi ricevono il Leone d'oro alla carriera in occasione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, mentre nel 1987 si affacciano al panorama internazionale con Good morning Babilonia, la storia di due fratelli toscani che partono per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. Ambientati nel passato anche Il sole anche di notte (1990), Fiorile (1993), Le affinità elettive (1996), Tu ridi (1998).

    In seguito i due registi si avvicinano al mondo televisivo: sono di questo periodo Resurrezione (2001) e Luisa Sanfelice (2004). Proseguono anche gli adattamenti letterari: La masseria delle allodole (2007) e Maraviglioso Boccaccio (2015). Nel 2012 i Taviani tornano a Berlino con Cesare deve morire, il film si aggiudica l'Orso d'Oro, vincendo anche il David di Donatello per la miglior regia e per il miglior film. L'ultimo lavoro pensato a due è del 2017, Una questione privata, firmato solo da Paolo Taviani a causa delle condizioni di salute del fratello Vittorio. L'ultima collaborazione dopo una vita trascorsa insieme che segna la chiusura di un cerchio e che lascerà un profondo vuoto nel panorama del cinema internazionale. Paolo Taviani riceverà l'omaggio del Locarno Festival in Piazza Grande, l'omaggio sarà accompagnato dalla proiezione in prima mondiale della versione restaurata di Good morning Babilonia (1987), realizzata dalla Cineteca nazionale (CSC) e dall'Istituto Luce-Cinecittà. (Comunicato stampa)




    Settimana della Cultura Austriaca
    23-30 giugno 2018
    Teatro Marrucino - Chieti
    www.teatromarrucino.eu

    Una occasione per conoscere alcuni grandi nomi rappresentativi dei singoli aspetti dell'arte e della cultura austriaca. Un programma fatto di letture, rappresentazioni teatrali, dibattiti e conferenze, che si propone sia di omaggiare i personaggi austriaci più illustri (quali Schiele, Feyerabend e Mozart), che di presentare al pubblico italiano due figure di nota fama austriaca, ma meno conosciute in Italia: l'autore e attore teatrale Johann Nestroy e la scrittrice di romanzi per ragazzi Christine Nöstlinger. (Comunicato stampa)




    Independent Film Show 18th edition
    22-23 giugno 2018
    Museo Nitsch - Napoli
    www.fondazionemorra.org

    Rassegna internazionale dedicata al experimental film, coordinata da Raffaella Morra e organizzata da E-M ARTS associazione culturale. Due films di Jeanne Liotta, artista americana che, riprendendo le teorie di Ralph Waldo Emerson, interseca l'arte, la scienza e la filosofia naturale nel suo complesso science project: proiettati e modificati dal vivo dall'artista, Affect Theory (2013), composto da due films sistemati in posizione planetaria e satellitare, e Path of Totality, realizzato a seguito dell'eclissi solare totale dell'agosto 2017, trasportano in un allineamento celestiale.

    Canecapovolto, formato a Catania nel 1992 sul modello della confraternita filosofica, sperimenta la "dissonanza cognitiva", circuit bending e radiodrammi, collages su carta... è tra le zone d'ombra tra ascolto e visione che fonda la sua identità ed il suo messaggio: il video Nembutal (2015) è preludio per NAGNAGNAG performance circuit bending, ovvero la modifica dei circuiti di strumenti musicali, etc. e la pianificazione del corto circuito come prassi espressiva per suggerire il caos! Musica e Rumore diventano improvvisamente categorie dai confini instabili. E' un punto di non-ritorno. Il Circuit bending sta alla Musica come il Found footage sta al Cinema.

    Il programma Free your perceptions a cura di Raffaella Morra è un viaggio della mente o uno studio profondo dell'apparato filmico e delle possibili raffigurazioni prodotte dall'interazione con l'osservatore che partecipa ad un'avventura della percezione libero da preconcetti e classificazioni. I dieci films e video esplorano i confini della conoscenza: Christin Turner nel HD video Vesuvius at Home (2017) disvela una simbiosi tra il cinema, la memoria e la spirale del tempo, e Victory to Loss Ratio (2013-14) di Bernhard Schreiner prova ad ottenere immagini e suoni sincronizzati nella mente; nel film Heat Shimmer (1978) Arthur e Corinne Cantrill trasformano il paesaggio dell'Australia centrale in vari gradi di luccichii, mentre Paul Clipson in Sphinx on the Seine (2009) medita su una serie di brevi ed enigmatiche immagini da ogni luogo del mondo.

    Vicky Smith in My Moon Her World (1995) combina l'animazione con l'azione dal vivo trattata - pixellata, rifilmata, in slow motion, e in Réminiscences (2001-2020) di Olivier Fouchard le immagini girate ad Auvergne nella primavera del 2001 assumono l'aspetto di cose sognate dai colori irreali con l'aggiunta di found footage; Comfort Stations (2018) di Anja Dornieden & Juan David González Monroy è un test psicologico trovato per caso e di cui non si sa nulla degli autori; I don't think I can see an island (2016) di Christopher Becks e Emmanuel Lefrant è un film di avventure non-euclidee simbolicamente autentiche; Take-Off (2006) è un'opera collaborativa originata dal work-in-progress tra Katherine Liberovskaya e il compositore Al Margolis che attivano una relazione tra immagini, suoni e i processi di montaggio; Heliocentric (2009) dei Semiconductor usa la fotografia time-lapse e il tracciamento astronomico per disegnare la traiettoria del Sole attraverso una serie di panorami. Di solito è quasi impossibile visualizzare come la terra si muove intorno al Sole, anche se sappiamo che è vero, invece 'vediamo' il Sole che si muove intorno a noi.

    Bea Haut è artista e film-maker in forma espansa, multimediale e spesso reattiva all'ambiente, le sue opere alludono alla percezione di momenti, spazi e azioni interconnessi tra loro. Il 22 giugno per il programma Matters of Being Bea Haut ha scelto undici films di film-makers del Regno Unito sulla materialità enigmatica della pellicola filmica, evocando una zona interattiva tra oggetto e soggetto, in cui sorge un intreccio di vitalità, esistenza ed evento. Cripps at Acme (1981) di William Raban è la documentazione della performance di Steve Cripps, artista sregolato e forse genuinamente instabile di quel tempo. The HutChameleon (1990) di Tanya Syed si muove silenziosamente verso un punto di confronto con il mondo esterno, enfatizzato in modo sconvolgente dall'unico suono del film. Talking to a Stone (1993) di Inger-Lise Hansen crea un equilibrio fragile e illusionistico tra le forze di creazione e distruzione nel tempo.

    9 Objects (2016) di Bill Leslie fa parte di un progetto dal titolo ingannevolmente semplice, cosa succede alla scultura quando viene filmata e fotografata? e in pratica esplora le potenziali relazioni tra gli oggetti scultorei e i diversi media di rappresentazione. Due films di Laura Hindmarsh: Self Registration (2015) un atto di auto-allineamento utilizzando la stampa a contatto manuale e Finding Focus (2016) girato a Lake George in Australia per provare a dar soluzioni ai miti che circondano l'improvvisa fluttuazione del volume del lago. Mary Stark in Button Box Blast (2016) filma l'esplosione di una scatola di bottoni in uno schema casuale di luci e suoni ottici. Due films di Jenny Baines entrambi in doppia proiezione 16mm per documentare due brevi performances: Untitled (Insertional) (2014) due cineprese bolex, una corda, due artiste e un albero, e Untitled (#1 25/25 x 10/4) (2016) correre intorno a un albero ripetutamente finché ci si lega ad esso.

    Vicky Smith in Small things moving in Unison (2018) si confronta con i problemi puramente plastici che persistono nel film realizzato a mano, dei segni di registrazione nello stesso punto su una serie di fotogrammi. Per approfondire la dinamica di creazione filmica, nel programma Mattering and Uttering Bea Haut rivela la sua opera filmica selezionando dieci films bianco/nero: lavorare con il film 16mm in modo materialista e fai-da-te consente una risposta concreta tra l'artista e i propri materiali. Questo diventa un intreccio di pensiero, essere e fare, che attiva un'organizzazione sia di sé che del materiale. Si inizia da Pending (2016), un film performance di 100 piedi di lunghezza (30,48 metri) formato dal pubblico in un 'loop dal vivo' prima di esser proiettato, creando un'empatia tra spettatori e artista.

    Il 23 giugno lo splendido tramonto fruibile dal Belvedere del Museo Nitsch è ideale panorama per il concerto The magnetism of knowing and not knowing di Bernhard Schreiner: una performance in cui le strutture sonore sono sviluppate dal vivo sulla base della 'composizione istantanea' (chiamatela improvvisazione se si vuole), usando una cetra, degli effetti e dei loop, del software (per l'elaborazione dal vivo di input) e tante piccole parti per interferire con le corde della cetra (martelletti, pennelli, molle metalliche, fermacapelli, archetto, ecc.). "...Una volta che si è sviluppata una soddisfacente struttura di auto-mixing si potrebbe lasciar sola per un po' (oppure non), forse permettendomi di fare un passo indietro e ascoltare le trasformazioni di auto-mixing in evoluzione. Potrei tornare a interferire ulteriormente con la configurazione, la sovraincisione, ecc. o anche ricominciare il concerto da zero (oppure non)." (Bernhard Schreiner)

    Helga Fanderl continua ad innovare le tecniche di impressione e montaggio della pellicola Super 8mm e dalla metà degli anni '80 ha realizzato oltre seicento films, ognuno di circa tre minuti, montati in fase di ripresa nella cinepresa. I suoi film si originano da un'osservazione intensa e da un affinato approccio d'improvvisazione con reazioni rapide e tempismo di risposta. Constellations è un montaggio temporaneo di ventiquattro brevi films (1992-2016) di alcuni aspetti dell'opera di Helga Fanderl che evocano corrispondenze e contrasti, sperimentando così un'intensa forma di microcosmo e nello scorrere silenzioso dei fotogrammi si può fluttuare in un limbo di associazioni mentali senza tempo e spazio."...Maneggiare il proiettore, cambiare le bobine, mettere a fuoco e fare il quadro, introdurre personalmente i miei programmi e discutere del mio modo di fare cinema - tutto questo contribuisce a creare un evento dal vivo e una performance unica che corrisponde in pieno alla poetica dei miei films". (Helga Fanderl) (Comunicato stampa)




    Premio Amidei alla Migliore Sceneggiatura 2018 Premio Amidei - Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura
    37esima edizione, Gorizia, 12-18 luglio 2018
    Palazzo del Cinema - Hiša Filma | Parco Coronini Cronberg

    Organizzato dal Comune di Gorizia - Assessorato alla Cultura, Associazione culturale "Sergio Amidei", Dams - Discipline dell'audiovisivo, dei media e dello spettacolo, Corso interateneo Università degli Studi di Udine e Trieste in collaborazione con l'Associazione Palazzo del Cinema-Hiša Filma, il Premio Amidei si distingue per la grande capacità di raccontare l'evoluzione della sceneggiatura promuovendo il dialogo tra grandi autori, sceneggiatori, accademici, amanti e curiosi del cinema. Fin dalla sua prima edizione la manifestazione si è posta l'obiettivo di approfondire il ruolo della sceneggiatura per accompagnare il pubblico in un continuo percorso di esplorazione nella vastità delle forme di scrittura per il cinema, la televisione e il web. Proprio la sceneggiatura, attraverso uno strutturato e armonico intreccio narrativo, assume un ruolo dominante nel raccontare realtà, nuove prospettive e mutamenti che stimolano lo spettatore a intraprendere un processo identitario.

    Anche l'edizione 2018 promette un'interessante e ragionata proposta culturale dove il Premio alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" - attribuito alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo - vedrà in concorso 7 film di produzione italiana ed europea scelti tra quelli usciti nelle sale durante la stagione cinematografica 2017-18. La giuria del Premio è composta da Marco Risi, Massimo Gaudioso, Francesco Bruni, Giovanna Ralli, Silvia D'Amico, Doriana Leondeff e a partire da questa edizione anche da Francesco Munzi, regista e sceneggiatore romano. Oltre alla sezione cardine dedicata al Premio alla migliore sceneggiatura, il Premio Amidei sarà ancora una volta articolato in numerosi riconoscimenti che celebrano i modi, le forme, le invenzioni stilistiche e discorsive dello scrivere per il cinema attraverso proiezioni diurne e serali, incontri e momenti di dialogo con l'autore accessibili gratuitamente. (Comunicato stampa)




    Magna Graecia Film Festival
    XVa edizione, Catanzaro, 28 luglio - 05 agosto 2018
    www.magnagraeciafilmfestival.it

    Kermesse cinematografica ideata e diretta da Gianvito Casadonte e dedicata alle opere prime e seconde. Proiezioni, dibattiti, live musicali, presentazioni di libri ed eventi collaterali animeranno il festival, che avrà numerosi ospiti, nel cuore della Magna Graecia, nella suggestiva location del porto marinaro di Catanzaro. L'edizione 2018 avrà come ospite d'onore il regista statunitense Oliver Stone. Classe 1946, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e attore, Oliver Stone ha diretto oltre venti film, vincendo tre Premi Oscar - due come Miglior regista, per Platoon e Nato il quattro luglio e una per la Miglior sceneggiatura non originale, per Fuga di mezzanotte. Ha inoltre vinto quattro Golden Globe, l'Orso d'Argento per la Miglior regia al Festival di Berlino per Platoon, il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, due Directors Guild of America Award, un Premio BAFTA e due Independent Spirit Awards.(Comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




    Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




    Un Castello all'Orizzonte
    7a edizione, 06 maggio - 13 ottobre 2018
    Castello di Postignano (Perugia)

    Il festival propone concerti di musica classica, jazz, contemporanea - reading - incontri con scrittori - mostre di fotografia, scultura e pittura - proiezioni di film documentario. Tutte le iniziative sono ad ingresso gratuito. L'evento clou del programma di quest'anno sarà il minifestival di musica da camera "Tra Luce e Sogno" organizzato da Mari Kodama Nagano e Bita Razeghi Cattelan, che si terrà da 26 luglio al 29 luglio, con la partecipazione degli artisti Pavel Vernikov, Andrey Baranov, Svetlana Makarov, Grazia Raimondi, Hartmut Rohde, Eivind Holtsmark Ringstad, Luigi Piovano, Matt Haimovitz, Pascal Moragues, Clara Bellegarde, Christian Gerhaher, Mari Kodama, Momo Kodama, Gerold Huber. Eseguiranno musiche di Prokof'ev, Haydn, Beethoven, Šostakovic, Mendelssohn, Benjamin, Ravel, Bruch, F.Poulenc, Debussy, Messiaen, Verdi, Schumann, Bach/Busoni, W.F.Bach, Bach/Kurtag, Hindemith, Britten, Bartók, Brahms.

    L'anniversario schubertiano (1797-1828) sarà celebrato con due altri concerti eseguiti dal Trio Ars et Labor e Marco Albrizio. Sempre per la musica classica saranno ospitati Sergio Lattes, Mariano Bellopede, Carmine Marigliano, Christian De Luca, Giuseppe Guarrera. Per il jazz e la musica contemporanea si esibiranno Maurizio Marrani, Graziano Brufani, Nicola Polidori, Michela Musco, Alfredina De Vincenzi, Alessandro Musco, Manuel Magrini, Roberto Gatti. Alla fotografia, scultura e pittura saranno dedicate quattro mostre: Paolo Valerio, Stone heart Broken heart Love Cages and Surroundings; Virginia Ryan, I Will Shield You - 2015-2018; Flavia Amabile, I contadini volanti (e altri eroi); Franco Passalacqua, Metafisica della natura.

    Gli scrittori che presenteranno i loro libri sono: Giulia Sissa, "La Gelosia. Una passione inconfessabile" - Patrizia Magli, "Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura"- Lamberto Gentili, "Un diamante per le zitelle" - Giuseppe Bearzi, "Fiabe d'Acqua" - Loredana De Pace, "Tutto per una ragione. Dieci riflessioni sulla fotografia" - Pasquale Scialò, "Storia della canzone Napoletana 1824-1931 Volume I" - Teresa Severini Zaganelli, "Il Museo del Vino Lungarotti a Torgiano" - Virginia Virilli e Margherita Vicario, Reading "Le ossa del Gabibbo". Saranno proiettati due film documentario: di Pappi Corsicato, "L'arte viva di Julian Schnabel" - di Franco Passalacqua, "La valle incantata" I pittori Plenaristi nella valle del Nera".

    Castello di Postignano, in Umbria, frazione del Comune di Sellano (PG), fu abbandonato negli anni '60 ed è tornato a vivere grazie ad una attenta opera di restauro durata molti anni. Il Castello fu fondato tra il IX e X secolo lungo una importante strada che collegava Spoleto, Foligno, Norcia e Assisi, ha forma di triangolo, con torre di avvistamento in alto e mura che circondano le abitazioni costruite sul declivio di una collina, da cui il nome di "castello". La prima chiesa fu dedicata a San Primiano, il cui culto era diffuso in Valnerina, dal IX secolo d.c.. Nel 1333 la chiesa fu ridedicata a San Lorenzo e, successivamente, alla SS. Annunziata. Fu conteso da Foligno e Spoleto e prese parte alle guerre tra guelfi e ghibellini.

    Soprattutto tra il XIV e il XV secolo, il borgo ebbe una fiorente economia basata su agricoltura, attività forestali, artigianato del ferro e canapa. A partire dal XVI secolo la sua popolazione cominciò a diminuire; nel corso del '900 vi fu una consistente emigrazione. Nel 1966, a seguito di un piccolo cedimento del terreno, le famiglie furono evacuate. L'abbandono provocò il deterioramento del borgo, aggravato dal sisma del 1997. "Castello di Postignano è l'archetipo dei borghi collinari italiani", così è stato definito dall'architetto americano Norman F. Carver Jr, tanto da riprodurre le imponenti case-torri del borgo, aggettanti l'una sull'altra, nella copertina del suo libro fotografico "Italian Hilltowns" pubblicato nel 1979. (Estratto da comunicato ufficio stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




    Immagine copertina Nidia Robba Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste








    Rome Independent Film Festival 2018 Aperte le iscrizioni al Rome Independent Film Festival
    Edizione XVII, 16-23 novembre 2018
    Nuovo Cinema Aquila di Roma
    www.riff.it

    Termine di partecipazione: 30 giugno 2018

    Il RIFF offre ai filmmakers di tutto il mondo l'occasione per presentare in Italia film originali in anteprima. In particolare, la sezione New Frontiers, che già da otto anni raccoglie e presenta opere prime e seconde, dà specifico rilievo alla produzione italiana e sarà occasione di incontro e scoperta di nuovi talenti cinematografici. Il festival, inoltre, prosegue nella mission di far conoscere e distribuire le pellicole in gara. Per i vincitori, infatti, è prevista una programmazione dedicata presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma. Le opere selezionate per il concorso saranno oltre 150. Nell'edizione 2017 sono state inviate al Festival oltre duemila tra pellicole, file e DVD, provenienti da più di 50 paesi. Le sezioni in concorsosono 7: Feature Films (lungometraggio italiano e internazionale / opere prime e seconde); Documentary Films (italiano e internazionale); Short Films (italiano e internazionale); International Student Films (scuole di cinema); Animation (animazione); Screenplays & Subject (sceneggiature & soggetti); Il programma del RIFF 2018 sarà arricchito da retrospettive e seminari che affronteranno vari aspetti della cinematografia indie. (Comunicato stampa)




    Oltreconfine
    www.goethe.de/italia/oltreconfine

    Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

    Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




    Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
    I Festival come motori culturali sul territorio italiano

    Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

    www.goethe.de/palermo

    I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

    Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

    .. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
    .. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
    .. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
    .. La Digestion (Napoli)
    .. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
    .. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
    .. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
    .. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

    "Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

    A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




    Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
    Proiezione della versione restaurata


    Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

    La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

    La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

    La memoria dell'altro

    Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
    Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
    Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
    Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
    Soggetto: baronessa De Rege;
    Fotografia: Angelo Scalenghe;
    Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

    Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

    Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

    Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

    Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




    Locandina FeliCittà FeliCittà
    Un ritratto acustico di Palermo


    www.goethe.de/felicitta

    Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

    Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




    Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
    Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


    "Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

    Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

    Racconto scaricabile alla pagina seguente

    Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

    "7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

    Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




    "Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

    Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




    "Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
    Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

    Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

    Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

    "Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

    Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

    Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




    Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




    Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
    di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
    www.otago.it

    E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




    Il videogioco. Storia, forme, linguaggi, generi
    di Lorenzo Mosna, Dino Audino Editore, pp. 128, prefazione di Gianni Canova
    www.audinoeditore.it

    Nel 1958 lo scienziato William Higinbotham del Brookhaven National Laboratory, Long Island, a pochi passi da New York City ritenendo che l'area adibita ai visitatori fosse terribilmente statica, priva di qualunque attrattiva che facesse comprendere l'importanza delle recenti scoperte scientifiche nella vita quotidiana si mise all'opera per rendere interattivo il rapporto tra studenti e visitatori e l'area espositiva. Come? Dopo due settimane di assemblaggio e qualche modifica al progetto originale, sullo schermo di un oscilloscopio pilotato da un computer a valvole Higinbotham creò un gioco chiamato Tennis for Two. Il gioco simulava una partita di tennis per due giocatori, che agivano tramite due apparecchi collegati al computer attraverso un cavo, e dotati di un potenziometro per regolare la direzione della pallina e di un relè per sferrare il colpo. Il 18 ottobre 1958, in una delle giornate aperte ai visitatori, Tennis for Two fu mostrato per la prima volta al pubblico. La noiosa giornata di visita a Brookhaven si trasformò: i presenti fecero la fila per giocare, la voce si sparse e i visitatori diventarono centinaia.

    Da a allora il videogioco si è sviluppato e attualmente si appresta a superare l'industria del libro per imporsi come terzo più grande attore nel mercato dell'intrattenimento. Il linguaggio dei video giochi, più di ogni altro, ha risentito delle innovazioni tecnologiche che lo hanno accompagnato, trasformandosi e modificandosi sotto il peso del progresso. Ecco perché oggi è necessario guardare al passato, ripercorrere la storia del medium videoludico e della sua tecnologia per comprenderne le origini, lo sviluppo, l'evoluzione estetica e del suo linguaggio. La natura interattiva fa del videogioco un medium che sta davvero sulla frontiera della contemporaneità e che affronta per primo alcuni dei nodi non solo teorici che riguardano l'evoluzione del nostro rapporto con le intelligenze artificiali che noi stessi abbiamo creato.

    Ogni nuova generazione ha dovuto combattere per vedere riconosciuta dignità culturale a forme di intrattenimento, di spettacolo e di comunicazione che si facevano largo nella società, fecondavano l'immaginario, trasformavano le relazioni individuali e collettive con il tempo, con il corpo, con lo spazio. Lorenzo Mosna rivendica la dignità culturale del proprio oggetto di studio videoludico riecheggiano i toni con cui - un paio di generazioni prima - i cinefili militanti di allora si battevano perché il cinema potesse entrare nelle scuole. (Comunicato stampa)




    Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
    di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

    E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

    - Sinossi

    E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

    Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




    Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
    di Ada Fichera, ed. Polistampa
    www.polistampa.com

    L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




    Presentazione libro Raffaello on the road Raffaello on the road.
    Rinascimento e propaganda fascista in America (1938-40)

    a cura di Lorenzo Carletti, Cristiano Giometti (Carocci, 2016)

    Che cosa ci facevano nel 1939 a San Francisco la Madonna della Seggiola di Raffaello, il Tondo Pitti di Michelangelo e la Nascita di Venere di Botticelli? Non si trattò di un furto, ma di una mostra d'arte allestita per motivi propagandistici alla fiera commerciale della Golden Gate International Exposition. Mentre il mondo era sull'orlo del precipizio, ventisette capolavori del Rinascimento italiano partirono da Genova sul transatlantico Rex senza copertura assicurativa e, con un viaggio coast to coast che si prolungò con tappe non previste a Chicago e poi a New York, tornarono in patria alle soglie dell'entrata dell'Italia in guerra. Una storia romanzesca che racconta la politica culturale fascista in America e anticipa l'odierna degenerazione del fenomeno espositivo, con i capolavori adoperati come ambasciatori o presentati insieme ai prodotti tipici nelle vetrine dell'Expo. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




    Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
    a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
    Locandina della presentazione

    «Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

    Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

    La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

    259 Artisti

    Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

    Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

    D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

    Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

    Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

    Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




    Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
    L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

    di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

    Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

    Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




    Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
    Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


    di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
    www.leonardolibri.com

    Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




    Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
    - Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

    di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
    www.studio71.it

    Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

    Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




    Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

    www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

    La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

    Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

    Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




    Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
    di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

    Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

    Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

    Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

    Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




    Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
    di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
    www.corbaccio.it

    «Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

    Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

    Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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    - 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
    Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

    Presentazione rassegna




    Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
    Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

    di Roberta Sorgato
    www.danteisola.org

    Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

    Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

    La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

    «L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

    Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

    L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

    «"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




    Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
    di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
    www.vallecchi.it

    Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

    Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




    Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
    di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
    www.rudycaparrini.it

    Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

    Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




    Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
    di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
    www.edizionisolfanelli.it

    «Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

    Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

    Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




    Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
    La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

    di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
    www.comunitaarmena.it

    Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




    L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
    a cura di Alessandra Anselmi

    Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

    Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

    Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




    Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
    (Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
    di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
    Presentazione




    Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
    di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
    www.vallecchi.it

    L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

    Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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