La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Articolo di Ninni Radicini sul film Il Pianeta delle Scimmie nel 50esimo anniversario dalla realizzazione
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie
Pagina dedicata al primo podio in Formula 1 di Gilles Villeneuve, nel Gran Premio di Austria nel 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Opera di Paolo Gubinelli nella locandina di presentazione della mostra I segni, i colori, lo spazio e la luce I segni, i colori, lo spazio e la luce
Opere di Paolo Gubinelli


20 ottobre (inaugurazione ore 17.00) - 09 dicembre 2018
Villa Castello Smilea - Montale (Pistoia)

La mostra di Paolo Gubinelli - a cura di Stefano Veloci e Anna Brancolini - si inserisce in un progetto avviato negli anni precedenti dall'Assessorato al Cultura del Comune di Montale, con l'obiettivo di ospitare artisti contemporanei chiamati a dialogare sia con gli spazi della Villa Castello Smilea che con le opere di Jorio Vivarelli ospitate negli ambienti della Villa. Dopo le mostre di Staffan Nihlén, Rossella Baldecchi, Massimo Biagi, Carlo Bertocci, è questa la volta del maestro Paolo Gubinelli con una carrellata delle sue opere delicate e poetiche, su carta o cartoncino, vetro, ceramica, polistirolo e plexiglass in cui il segno, come evidenziato da Anna Brancolini nel suo testo critico: "apparentemente geometrico, incide le superfici o si materializza in rigorose piegature... Un segno dagli esiti raffinati, talvolta quasi timoroso di far emergere le emozioni più profonde, le tensioni più dilanianti, la quiete salvifica o i percorsi utopici disegnati dalla mente e dal cuore. Un segno/altrove, potremmo definirlo, dell'uomo e per l'uomo; il segno di un homo faber che si situa entro e oltre il tempo individuale e storico, entro e oltre lo spazio che ci avvolge. Per questo, ad un certo punto, incontra il colore, con le sue sfumature, le sue levità, le sue trasparenze, i suoi toni accesi o evanescenti, la sua luminosità madreperlacea o accecante."

Paolo Gubinelli ha avuto modo di lavorare con e su testi poetici di Maria Luisa Spaziani, Adonis, Sanguineti, Zanzotto, Guerra, tanto per citarne solo alcune delle sue frequentazioni che lo hanno ugualmente visto a fianco di colleghi architetti e artisti che con la loro opera hanno segnato il Novecento (Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Alberto Burri, Piero Dorazio...). Della frequentazione e amicizia con Michelucci, è possibile ammirare in questa mostra a Villa Smilea di Montale, due disegni inediti, regalati tanti anni fa dall'architetto pistoiese al maestro Gubinelli, che volle proprio alcune carte dell'artista marchigiano a creare una suggestiva interazione con alcuni suoi mobili, presentati in una mostra, presso Fantacci di Agliana. Un'occasione questa che, peraltro, consente di tornare a visitare gli spazi della Villa Castello Smilea, imponente edificio, roccaforte difensiva, teatro nel 1537 di durissimi scontri tra le truppe fedeli a Cosimo I e i fuoriusciti fiorentini al comando di Piero Strozzi. Negli anni fu sottoposta a lavori e ampliamenti per essere adattata a esigenze signorili. (Comunicato stampa)




Marianna Accerboni X edizione del Premio di Vetro 'Elca Ruzzier' a Marianna Accerboni
17 ottobre 2018, ore 18
Auditorium del Museo Revoltella - Trieste

Il prestigioso riconoscimento è finalizzato alla valorizzazione di figure di donne triestine appartenenti al mondo della cultura, delle scienze, dell'economia, dell'arte e dello sport. Marianna Accerboni, triestina, architetto-scenografo, critico d'arte e d'architettura, in totale ha ideato e curato sul piano critico e allestito, in qualità di curatore e progettista dell'allestimento e della linea grafica, più di 660 tra mostre ed eventi d'arte. Attualmente un suo abito di luce dedicato a Maria Teresa d'Austria è esposto al Deutschvilla Museum di Strobl.

Presentazione




Simone Marini: "Nuove direzioni"
termina il 20 ottobre 2018 (prorogata al 27 ottobre 2018)
Galleria Piomonti Artecontemporanea - Roma

Con queste nuove opere Simone Marini non vuole fare un inno ai social, ma prendere coscienza del grande potere che esercita internet, nella società contemporanea. Conoscere e non sottovalutare il mezzo per poterlo eventualmente dominare o almeno, tenere sotto controllo. Vedi Facebook, che da "semplice" svago per ragazzi fino ai più anziani, è diventato il mezzo per veicolare informazioni da usare anche in campo elettorale! 10 sculture, targhe e cartelli stradali, pensati come possibili nuove intestazioni delle strade delle città metropolitane; sono targhe identiche a quelle comunali, in marmo quelle a muro e in ferro ed alluminio le stradali, con sopra nomi come "Via Facebook, Piazza Twitter, Via Youtube, Piazza Internet, Via Instagram ecc..." Mostra con un testo di Achille Bonito Oliva, uno scritto di Miltos Manetas e pensieri liberi di Simone Marini e Pio Monti.

..."Dunque l'opera serve a sviluppare la tensione a interrogare e la segnaletica rinnovata di Marini vuole evidenziare lo spostamento antropologico dell'umanità in una dimensione virtuale e nello stesso tempo bloccata nel suo armamentario tecnologico. Per definizione la segnaletica stradale è destinata a una massa di utenti che s'incontrano e scontrano casualmente e volontariamente. La denominazione presa dal web sembra costringere il passante ad uscire dal riserbo e dall'isolamento domestico per affrontare altri con cui condividere l'appuntamento del luogo. L'uso scultoreo di tale segnaletica evidenzia una tradizione duchampiana, con la differenza che nel nostro caso non c'è alcun object trouvée, piuttosto la costruzione e messa in evidenza di una realtà probabilmente e cinicamente rimossa" (Achille Bonito Oliva).




Il Giardino Siciliano come metafora
termina il 10 novembre 2018
Chiostro di San Domenico / Società Siciliana per la Storia Patria - Palermo
www.goethe.de/palermo

Una mostra e due incontri sui legami tra l'apertura della vegetazione siciliana - dove il 12% delle piante è locale e il resto arriva da Asia, Africa, America del Nord e del Sud - e il tema dell'accoglienza e della coesistenza. L'Orto botanico di Palermo - tra i più importanti d'Europa e dell'area mediterranea - ha un patrimonio vegetale concepito come un'apertura alle piante del mondo. Giardino mediterraneo, dunque, terreno fertile. Come non associare questo esempio dal mondo naturale con un'apertura formale alle idee e agli uomini? Incontro, incrocio, intreccio: ecco che "Il giardino siciliano come metafora", diventa metafora delle sfide che l'Europa e la Sicilia si trovano ad affrontare nell'età contemporanea.

L'Institut français Palermo diretto da Eric Biagi e il Goethe-Institut Palermo diretto da Heidi Sciacchitano invitano artisti e pensatori francesi, tedeschi e italiani ad aprire una prospettiva interdisciplinare sul tema della coesistenza, indagare il legame tra natura e politica e sviluppare spazi ed occasioni per pensare e praticare il bene comune. Il progetto si inaugura con la conferenza sui giardini siciliani e con l'apertura della mostra. Saranno presenti la scrittrice Edith de la Héronnière, il fotografo Angelo Pitrone, gli artisti Anthony Carcone, Gaël Le Bihane Christian Schreckenberger. L'iniziativa prevede un altro momento centrale il 4 novembre con il filosofo Emanuele Coccia. Nell'ambito di Manifesta12 Collateral Events e Palermo Capitale Italiana della Cultura, progetto del Goethe-Institut e dell'Institut français Palermo, in collaborazione con Verein Düsseldorf Palermo e.V. Fondo culturale franco-tedesco, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri della Germania e dell'Institut français.

___ Programma

- 12 ottobre 2018
Chiostro di San Domenico / Società Siciliana per la Storia Patria - Palermo

.. ore 17.30-19
Conferenza "Nei giardini di Sicilia"
Con Edith de la Héronnière e Angelo Pitrone

Un approccio al giardino e al paesaggio siciliano in letteratura con la scrittrice Edith de la Héronnière e la sua "guida" siciliana, il fotografo Angelo Pitrone. In Sicilia si sono incontrate e fuse diverse culture, dimostrando nei secoli che processi migratori e spostamenti di popolazioni sono fonte di ricchezza culturale, d'inventiva e di creatività. E' proprio da questi incontri tra culture che ha avuto origine questa civiltà, lontana dall'Italia continentale, squisitamente siciliana, di cui oggi si apprezzano le opere architettoniche greche, arabo-normanne, barocche, pittoriche e letterarie.

Un immenso patrimonio artisticoe culturale che affonda le radici nella notte dei tempi. Una cultura millenaria eppure sempre attuale, nonostante i tentativi di omologazione, le difficoltà economiche e infrastrutturali, e nonostante i tentativi distruttivi operati soprattutto dalla criminalità organizzata. Così come millenaria e unica nel suo genere è la biodiversità presente sull'Isola.Che siano pubblici o privati, i giardini declinano a loro modo le tappe di questa integrazione culturale e di questa interpretazione delle civiltà del Mediterraneo. Possono essere visti come la porta d'ingresso principale in Sicilia.

.. ore 19-21
Inaugurazione mostra "Il Giardino Siciliano come metafora"
In presenza degli artisti Anthony Carcone, Gaël Le Bihan, Christian Schreckenberger

- 13 ottobre - 10 novembre 2018

"Le foto di Gaël Le Bihan ritraggono le piante da vicino, irrimediabilmente vicino, concentrandosi sulla superficie del dettaglio. Non è solo una visione macro quella che l'artista francese suggerisce, ma è, soprattutto, un'analisi su come le piante morfologicamente si rapportano al mondo. Le foglie porose ci rammentano della permeabilità del mondo, del filtro che le piante mettono in atto sempre, del loro fondamentale contributo alla creazione dell'atmosfera, le cortecce della loro capacità di estendersi sulla superficie del globo, di moltiplicarsi e ripetersi al di là dei recinti posti dall'uomo. La materia si trasfigura, la bidimensionalità delle fotografie di Le Bihan evoca la tridimensionalità e lo spazio delle piante, rompendo e avvolgendo il fuori campo.

L'installazione sonora di Carcone che insieme alla fotografie di Le Bihan costituiscono l'opera "Intima Natura" nella sala Santa Barbara acuisce il senso archetipico della ripetizione, svelando "il principio e la forza responsabili della trasformazione di qualsiasi oggetto, cosa o entità". L'installazione di Carcone si basa infatti sulla gamma che alcuni ricercatori attribuiscono alle piante, il suono del filtro continuo delle piante nell'atto della creazione dell'atmosfera, il respiro delle piante che avvolge gli spazi e conduce alla sacralità dell'atto della creazione. Si tratta di un continuo slittamento di prospettive che trasforma e attraversa i limiti fisici e mentali del giardino.

"LokaleGruppe", l'opera di Christian Schreckenberger­, allestita al centro del chiostro di San Domenico, prende avvio dalle colonne del porticato del chiostro, le cui strutture a spirale denotano il passaggio delle forme archetipiche della natura alla forme sintetiche prodotte dall'uomo. Schreckenberger assorbe la metafora del giardino creando un ritmo di forme e strutture in cui l'artificio si confonde nei rimandi continui alla forme naturali, gli oggetti sono segmenti di colonne, ma allo stesso tempo segmenti di tronchi, ripetizioni di geometrie strappate tanto alla natura quanto all'artificio. I confini del giardino implodono svelandone l'inefficacia. In questa installazione sembra che la natura ricordi all'uomo il debito infinito che ha nei suoi confronti. L'arte, l'architettura, gli oggetti, il pensiero, tutto ci riconduce al principio creatore della natura". (Alessandro Pinto)

- 04 novembre, ore 10.30
Dal ficus di piazza Marina alla radice di Palazzo Butera
"Piante e migrazioni"
Passeggiata filosofica con Emanuele Coccia
Nell'ambito di Cultivons notre jardin - Nuovo ciclo di incontri italo francesi sul mondo di domani organizzato da Institut français Italia. Partecipazione su prenotazione.

In linea con il tema guida di Manifesta 12, Il giardino planetario. Coltivando la coesistenza, che deve il suo nome al paesaggista Gilles Clément e affonda le sue radici nel contesto botanico di Palermo per approfondire i temi della migrazione e del cambiamento climatico, Emanuele Coccia affronterà la questione della sensibilità vegetale intesa come forma di comunicazione, e il nuovo approccio che lega l'uomo ad altre specie viventi. A lungo limitata ad un approccio ecologico, la riflessione sul rapporto tra l'uomo e le piante è stata oggetto di molti studi recenti. Basandosi sulle nozioni di mescolanza, circolazione e trasformazione degli esseri e sulle proposte di Bruno Latour e di Christopher Stone circa il riconoscimento delle piante come soggetti politici, Emanuele Coccia proverà a tracciare una nuova mappa del mondo partendo dalla capacità degli uomini di migrare e affrancare l'essere umano dalle nozioni di popolo e territorio, proprio come fa Gilles Clément con le piante vagabonde. (Comunicato stampa)




Silvana Fusari - torque tunnel Origami tra arte e scienza
20 ottobre (inaugurazione ore 18.30) - 16 dicembre 2018
Casa Museo Spazio Tadini - Milano
www.spaziotadini.com

La prima mostra italiana sull'origami che ne racconta le origini, l'evoluzione, il significato, l'espressione artistica e tecnologica fino ai moderni impieghi nell'ingegneria aerospaziale, nella chirurgia, nell'ingegneria e nell'architettura. Dall'arte alla scienza in un percorso espositivo di taglio internazionale che comprendere anche laboratori, convegni, incontri didattici. La mostra è curata da Melina Scalise e Francesco Tadini con la collaborazione dei Politecnici di Milano e Torino, più nello specifico del Dipartimento di Architettura e Design e del Dipartimento di Scienze Matematiche G.L. Lagrange. Sponsor tecnici il Centro Diffusione Origami e Publistampa Arti Grafiche Edizioni che, per l'occasione, presenterà il libro Origami tra Arte e Scienza.

L'esposizione è costituita da un percorso scientifico e divulgativo e da un percorso d'arte, con la mostra dei lavori di Paolo Bascetta, Alessandro Beber, Elisabetta Bonuccelli, Serena Cicalò, Daniela Cilurzo, Silvana Fusari e Alessandra Lamio, e si completa con la presenza straordinaria di un trittico della serie Il Ballo dei Filosofi di Emilio Tadini, con una rilettura ed analisi in chiave filosofico-matematica a cura di Melina Scalise e dei Politecnici di Milano e Torino. L'origami ha una storia per certi aspetti misteriosa. Sospesa tra Oriente e Occidente, segue i percorsi della carta che dalla Cina si diffonde in Giappone e Corea. Quindi arte tradizionale giapponese, certo, ma anche tecnica ben conosciuta in Europa, soprattutto come forma di piegatura dei tessuti.

Va pur detto che l'origami vive una curiosa condizione: quella di essere conosciuto da tutti o quasi nelle sue forme più elementari (chi non ha mai piegato una barchetta di carta, un aeroplanino, un ventaglio, tanto per citare dei modelli popolari?), ma da pochissimi - perlopiù "addetti ai lavori" - nelle sue varie evoluzioni artistiche, tecniche o applicative. La mostra vuole promuovere la conoscenza dell'origami nelle sue "incarnazioni" più contemporanee. Come espressione artistica astratta, come manifestazione tangibile di teorie matematiche e geometriche, come risorsa da impiegare a livello scientifico, industriale, commerciale. Per questa ragione si è scelto di mettere insieme un gruppo di autori che si muove prevalentemente in ambito non figurativo, allontanandosi volutamente da un'idea di origami più tradizionale, legata alla rappresentazione della realtà.

In parallelo, si è pensato al coinvolgimento dei Politecnici di Milano e Torino per curare la parte scientifica, che prevede anche ragguardevoli contributi provenienti da varie realtà di ricerca di grande profilo internazionale. Il team coinvolto è composto da architetti, ingegneri e matematici che illustreranno la matematica dell'origami presente nelle sue maggiori applicazioni tecnologiche, quali lenti solari, strutture architettoniche e micro-robot, solo per citarne alcuni. Presentazione d'eccezione, invece, in omaggio al lavoro artistico di Emilio Tadini, pittore e scrittore a cui è dedicata la Casa Museo Spazio Tadini è la lettura "origami-geometrica" di alcuni suoi quadri a cura dei due Politecnici, con la collaborazione di Melina Scalise e Francesco Tadini.

Si prevedono inoltre, per tutta la durata della mostra, laboratori e conferenze come ulteriore supporto divulgativo e come modalità di coinvolgimento del pubblico, con particolare attenzione alle scuole di ogni ordine e grado. Il fine è trasportare per primo l'autore, e poi lo spettatore, in un mondo di visione caleidoscopica, dove la realtà spaziale percepita è completamente nuova. Più in dettaglio, alcune note sugli autori e sul comitato scientifico. La mostra si svolge all'interno della Casa Museo Spazio Tadini, inserita all'interno del circuito di case museo di Milano "Storiemilanesi.org". Ospitava sia l'atelier di Emilio Tadini, pittore e scrittore di rilievo del '900 italiano, sia una delle prime case editrici di informazioni economiche del nostro Paese, la "Grafiche Marucelli". Lo spazio oggi ospita la sede dell'associazione culturale no profit "Spazio Tadini", fondata nel 2008 in memoria del padre, Emilio Tadini, da Francesco Tadini e Melina Scalise ed è luogo di eventi culturali. (Comunicato ufficio stampa Spazio Tadini)




Locandina della mostra su Daniele Lombardi Daniele Lombardi
Ascoltare con gli occhi


18 ottobre (inaugurazione ore 18.30) - 16 novembre 2018
Fondazione Mudima - Milano
www.mudima.net

Dopo una lunga attività di collaborazione con Daniele Lombardi (1978-2018), compositore, pianista e artista visivo, la Fondazione Mudima lo ricorda con una mostra che ne ripresenta alcuni dei più significativi cicli pittorici, segnati dalla volontà sinestesica dell'artista di legare insieme l'impressione musicale al segno e al timbro cromatico. Come ricorda Gino Di Maggio: "Quella di Daniele Lombardi è stata una straordinaria e poliedrica personalità della storia culturale italiana degli ultimi cinquant'anni: innanzi tutto musicista, compositore contemporaneo ed eccellente pianista durante tutto l'iter della sua ricerca. Egli ha usato con coraggio tutte le libertà ereditate dalle avanguardie storiche, facendo vagabondare la sua immaginazione e la sua creatività in lungo e in largo con esiti felicissimi. Le sue partiture musicali evidenziano un linguaggio di tipo nuovo e sono al contempo bellissime da vedere. Si è persino permesso di dipingere il suono, che è come dire lo spazio e il tempo. Impresa difficilissima ma che a lui è riuscita magnificamente".

Daniele Lombardi è stato anche ricercatore storico di tutte le esperienze internazionali legate alla cultura futurista e che infatti compaiono nella sua "Nuova Enciclopedia del Futurismo Musicale". Un'edizione curatissima, frutto di una ricerca più che quarantennale, corredata da schede e documenti inediti che ne fanno un vero unicum a livello mondiale. Questa mostra alla fondazione Mudima vuole ricordare tanto il suo impegno teorico quanto la sua creatività artistica, evidenziando alcuni snodi significativi della sua complessa ricerca musicale e visiva.

E' per questa ragione che il Conservatorio di Milano e i suoi studenti, che lo hanno visto per tanti anni nella veste di docente, ricorderanno, assieme ad alcuni grandi concertisti, il "Maestro Lombardi". La serata sarà incentrata sull'esecuzione dal vivo al pianoforte solo e pianoforte a quattro mani, per flauto e per voce e pianoforte di una selezione delle sue composizioni nonché di quelle tratte dal suo repertorio. Quale arricchimento, alcune proiezioni di video musicali, altro campo di espressione del Daniele Lombardi artista. La serata nasce da un'idea di Silvia Limongelli, in collaborazione con Serate Musicali, e si terrà il 22 ottobre 2018, ore 21 presso la Sala Verdi del Conservatorio.

Compositore, artista e studioso, sperimentatore e ricercatore, Daniele Lombardi (1946-2018), allievo di pianoforte di Rio Nardi e poi docente al Conservatorio di Milano, la sua doppia formazione musicale e visuale lo ha portato a immaginare un unico linguaggio che, tra analogie e contrasti, è espressione di gesto, segno e suono. Fondamentali sono i suoi lavori sulla musica delle avanguardie storiche, avendo anche eseguito un ampio numero di composizioni futuriste, di autori come George Antheil, Leo Ornstein e Alberto Savinio. Interessato agli sviluppi tecnologici, dalla computer graphic alla realtà virtuale, ha sempre orientato la sua ricerca sul concetto di multimedialità. Enorme il numero delle composizioni e delle performance, di cui si ricorda in particolare Sinfonia, del luglio 1987, quando invase via Tornabuoni con 21 pianoforti a coda, e Mitologie, in cui un microfono manda il segnale acustico a uno schermo a cristalli liquidi che modifica lo spettro cromatico in tempo reale. Ha diretto per alcuni anni, a Roma, il festival Nuova Musica Italiana e Nuova Musica Internazionale e stava lavorando a una commissione per il Maggio Musicale Fiorentino. (Comunicato stampa)




Mariarosaria Stigliano - Gazometro - olio, pigmenti e smalti su tela cm.85x110 Mariarosaria Stigliano - Notte a Venezia - olio, pigmenti e smalti su tavola cm.40x50 Mariarosaria Stigliano
Esterno notte


20 ottobre (inaugurazione ore 17) - 04 novembre 2018
Galleria Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Mariarosaria Stigliano torna ad esporre alla Galleria Edarcom Europa un nuovo ciclo di dipinti - a cura di Francesco Ciaffi - esaltanti per la qualità ed il livello tecnico di una ricerca mai compromessa dal crescente numero di impegni in Italia e all'estero. In questa mostra la notte, con i suoi bagliori artificiali e le sue ombre sfuggenti, è protagonista indiscussa nella rappresentazione di scorci urbani dal fascino decadente econtemporaneo. Gabriele Simongini, anni addietro, scriveva che "La ricerca di un'identità spirituale non massificata, capace di uscire dall'alienazione e dall'anonimato della frenesia metropolitana. Ecco uno dei temi del percorso di Mariarosaria Stigliano, artista degli "stati d'animo" (intesi in senso boccioniano) immersi nel caos urbano". La mostra è tra gli appuntamenti della terza edizione di Rome Art Week dal 22 al 27 ottobre.

E ancora, nel catalogo di una precedente mostra, in una affettuosa testimonianza, Ennio Calabria osservava che "Negli ultimi anni gran parte delle opere di Mariarosaria sono state rappresentazione di quell'attimo successivo al presente. Le ombre corrono veloci mentre restano ferme, si fermano per l'imperativo del tempo che si ferma sprofondando nel ricordo dell'ultimo impulso di un presente passato, il cui sogno è ora consistente nel dinamico fremito delle umide ombre di Mariarosaria". (Comunicato stampa)




Tomoko Nagao - Medusa iridescent black - smalto su vinile trasparente cm.120x120 2018 ©Tomoko Nagao Tomoko Nagao: iridescent obsessions
termina il 27 ottobre 2018
Galleria Deodato Arte - Milano
www.deodato.com

La mostra, a cura di Paolo Campiglio e Christian Gangitano, è incentrata sulla recente, spettacolare e inedita produzione dell'artista giapponese Tomoko Nagao (Nagoya, 1976), che da anni contamina la grande arte occidentale con i miti della cultura manga nel solco della tendenza micro-Pop. Il nuovo ciclo presentato in quest'occasione è quello dei Flowers, la recente produzione in vettoriale che rappresenta una rievocazione in chiave Pop dei classici vasi di fiori fiamminghi, tratti in particolare da Jan Brueghel: lo splendore delle varietà floreali, la magnificenza dei colori sono tradotti in superficie attraverso una singolare rielaborazione digitale. I fiori hana rappresentano uno dei punti cardine dell'ideale di bellezza effimera dell'estetica della cultura giapponese, già introdotti in chiave ultra-pop da Takashi Murakami che ha utilizzato il soggetto floreale in modo seriale, tra opere uniche, stampe e capsule-collection, proposti con la faccina da "emoticon" come liaison tra l'immaginario pop occidentale e orientale.

Nell'interpretazione di Tomoko Nagao, il tema è legato alla vanitas e rappresenta l'ennesima riflessione attorno al motivo della morte attraverso il suo opposto, la vita. La scelta di questa singolare iconografia da parte dell'artista risponde al medesimo criterio che in passato l'ha avvicinata al particolare della mela bacata di Caravaggio, all'immagine di Narciso che si specchia o alla Medusa, rappresentando una sorta di felice ossessione. Un'attenta lettura dei temi scelti individua la ricorrenza di figure femminili o miti della bellezza occidentale, tradotte nell'estetica kawaii (carino, leggero). Sono esposti altri nuovi cicli realizzati dall'artista, tutti del 2018: si tratta di stencil che rappresentano una variante della precedente produzione su materiali particolarmente iridescenti e riflettenti, in grado di rendere l'icona sempre più leggera nel trasferimento dal digitale alla superficie trasparente.

La tecnica dello stencil, nota al mondo dell'arte grazie ai linguaggi della street art (da Banksy in poi) è riproposta e sperimentata su materiali cangianti che vanno oltre il semplice cambio di supporto e diventano un importante display tecnico e tecnologico. Una sezione è dedicata ai recenti quadri a olio che hanno come soggetto la Gioconda e riflettono la progressiva maturazione dell'artista nella sua produzione dell'olio su tela. L'immagine è sempre più "corrotta" dallo sfondo che avanza, come se l'icona si facesse inconsistente e trasparente in rapporto allo spazio pittorico, alla pennellata, che diviene protagonista. Il digitale, il vettoriale, con la sua inconfondibile perfezione grafica, viene progressivamente invaso da un magma pittorico nuovo.

L'arte di Tomoko Nagao aderisce all'esperienza culturale Superflat, capace di elaborare dei dispositivi a lettura stratificata, apparentemente banali, basati sull'icona e sulla sua ripetizione "differente" dell'immagine tratta dall'antico, declinata in mille varianti. Nelle sue opere assistiamo all'innesto della tradizione giapponese delle anime nei miti della cultura occidentale, italiana in particolare, già peraltro setacciati dalla lunga esperienza Pop degli anni Settanta e rivisitati dalle tendenze postmoderne degli anni Ottanta a cui esplicitamente l'artista si ricollega: Caravaggio, Leonardo da Vinci, Botticelli, Tiziano, Velasquez, la scuola di Fontainebleau, Delacroix. In questa contaminazione e rilettura del passato come presente, trovano protagonismo qualificato anche le icone dei brand più famosi, introdotte con gusto tra l'ironia e la satira, che diventano emblema del contemporaneo e della società dell'economia globale e dei consumi di massa. (Estratto da comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Aztechi, Maya, Inca e le culture dell'antica America
11 novembre 2018 - 28 aprile 2019
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza

Uno dei più curiosi spunti di approfondimento della esposizione riguarda l'invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. Infatti negli altri giochi dell'antichità e degli altri continenti che potrebbero rivendicare un legame analogo si usavano palle che non rimbalzavano. Lo illustra, nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra, Antonio Aimi. "Il gioco della palla - scrive Aimi - era presente in molte culture dell'antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall'Area Intermedia all'Amazzonia, ma non nell'Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari.

Il gioco della palla poteva essere praticato - continua il prof. Aimi - in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di "I", che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall'Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei.. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant'è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un "tifo" appassionato.

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi. ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

"Nel corso di circa 3000 anni di storia mesoamericana si sono sviluppate - sottolinea l'esperto - diverse varianti del gioco. Nella regione dell'Oaxaca si usava una palla di piccole dimensioni che veniva lanciata con guanti pesanti, nell'Area Maya si giocava anche con una palla di grandi dimensioni (circa un metro di diametro) fatta, probabilmente, di una pelle gonfiata. A Teotihuacan, la grande metropoli che dominò la Valle del Messico durante il Periodo Classico, pare che esistessero anche altri due modi di giocare. Il primo prevedeva di colpire la palla coi piedi, il secondo con una mazza e veniva praticato in un terreno aperto delineato da marcadores verticali, mobili e componibili, che, una volta assemblati, sembravano colonne sormontate da una sfera e da un cerchio". Come a dire, nulla di nuovo sotto il sole dello sport! (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine di presentazione della mostra di Nanda Vigo Nanda Vigo: Global Chronotopic Experience
termina lo 08 novembre 2018
Spazio San Celso - Milano

Il progetto nasce dal dialogo tra il committente Luca Preti e l'Artista Nanda Vigo, con l'intento di sviluppare tramite le tecnologie attuali un nuovo Ambiente Cronotopico come teorizzato nel suo Manifesto del 1964. L'idea alla base di questo nuovo progetto è stata di realizzare un ambiente carico di energia positiva, che fosse in grado di generare un incontro incondizionato tra l'espressione artistica di Nanda Vigo e la volontà del suo collezionista. L'esperienza che Nanda Vigo ci regala costituisce in sé il valore aggiunto dei precedenti passi percorsi nella sperimentazione cronologica teorizzata nel Manifesto Cronotopico del 1964.

L'opera, intitolata Global Chronotopic Experience, ha preso la forma di una stanza indipendente dove lo spettatore sperimenta in solitaria l'incontro atavico e totale con l'opera, vivendo un'esperienza dove il vetro e la luce cambiano la dimensione della visione dello spazio. Dal suo interno l'opera si presenta come un involucro smaterializzato dove sembrano sparire angoli e pareti, una sorta di spazio caleidoscopico che conduce ad un senso di benessere. Lo spettatore, indisturbato, si immerge totalmente nel volume cronotopico, ritrovandosi in un viaggio spazio-temporale in cui le variazioni di luci, impostate con ritmo dall'artista, inducono il senso della vista al dominio sugli altri sensi, tanto da riuscire a traghettare il soggetto coinvolto verso uno stato energetico vitalizzante.

___ 1967 - Ambiente Cronotipico
"Cronos/topos" spazio/tempo, è la definizione di tutta la produzione artistica di Nanda Vigo degli anni "60", come si legge nel Manifesto Cronotopico del 1964. Il primo Ambiente Cronotopico venne realizzato alla Galleria Apollinaire di Milano nel 1967. L'ambiente di metri 2x2xh2 era costituito da un pavimento e soffitto in acciaio riflettente mentre le pareti erano in lastre di perspex matt/opaco illuminate da tubi al neon con accensioni alternate (solo con comando a pulsantiera, dato che all'epoca i telecomandi erano irreperibili) in colori bianco, rosso e blu.

___ 2017 - Global Chronotopic Experience
L'attuale "Ambiente Cronotopico" è più complesso. La porta d'ingresso è costruita in modo che si possa allineare alle altre pareti per cui lo spettatore acquisisce una visione totale, e l'immersione nella luce in movimento, è globale. L'utilizzo del telecomando, permette di dar vita ad una mutazione continua degli effetti luminescenti. I leds programmabili, inesistenti nel "1967", permettono ora di raggiungere una visione più ampia a livello percettivo: luce/movimento e quindi di dar luogo ad un evento di immersione completa nello spazio triggerante prospettive "altre" coinvolgenti inoltre la psiche. Dimensioni: Misure esterne: cm.400x400xh300; Misure interne: cm.360x360xh250m.(Comunicato stampa)




Riccardo Cucciolla nel film Italiani Brava Gente - Fotogramma selezionato da Ninni Radicini Scena dalla ritirata di Russia nel film Italiani Brava Gente - Fotogramma selezionato da Ninni Radicini Raffaele Pisu nel film Italiani Brava Gente - Fotogramma selezionato da Ninni Radicini Restauri, film, omaggi
Il Centro Sperimentale di Cinematografia e la Cineteca Nazionale alla Festa del Cinema di Roma
San Michele aveva un gallo | Italiani brava gente | Il piacere della disonesta | Otto e mezzo | C'era una volta in America | Bellissima


18-28 ottobre 2018
Auditorium - Roma

Il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale sarà presente con numerosi titoli alla Festa del Cinema di Roma, in programma dal 18 al 28 ottobre all'Auditorium della capitale. Il primo importante restauro, realizzato in collaborazione con l'Istituto Luce-Cinecittà, sarà San Michele aveva un gallo, diretto da Paolo e Vittorio Taviani nel 1972. Il restauro, che è stato tra l'altro supervisionato dal direttore della fotografia del film Mario Masini (diplomato al Csc nel 1961), è stato fortemente voluto da Martin Scorsese, che durante la Festa del cinema riceverà il premio alla carriera direttamente dalle mani di Paolo Taviani. Sarà lo stesso Scorsese a presentare la proiezione, che è ovviamente un omaggio a Vittorio Taviani, scomparso lo scorso 15 aprile. Ispirato al racconto Il divino e l'umano di Tolstoj, il film racconta la parabola di un rivoluzionario risorgimentale (magnificamente interpretato da Giulio Brogi) che vede le proprie utopie crollare di fronte alla nuova realtà del socialismo scientifico. Sarà proiettato il 24 ottobre, alle ore 16, in Sala Petrassi, alla presenza di Paolo Taviani e di Martin Scorsese.

Un altro importante restauro presentato dal Csc-Cineteca Nazionale è Italiani brava gente, una coproduzione italo-sovietica girata nel 1964 da Giuseppe De Santis (che del Csc è stato, per anni, docente). È un grande film epico e spettacolare che si inserisce nella tradizione del cinema sovietico sulla "Grande guerra patriottica", come i russi definiscono la Seconda guerra mondiale. Il tutto esaltato dallo stile e dalla sensibilità di De Santis, che racconta l'odissea di alcuni soldati italiani durante la campagna di Russia e il loro rapporto, conflittuale ma anche a tratti solidale, con l'Armata Rossa e soprattutto con la popolazione sovietica. Il restauro è stato realizzato dalla Cineteca Nazionale a partire dai negativi originali 35mm e dalla colonna sonora messi a disposizione dalla Galatea, con la collaborazione di Intramovies. Tale restauro è stato possibile - oltre allo sforzo economico della Genoma Films di Paolo Rossi Pisu - grazie anche al contributo di Ebano Spa e della Banca Popolare di Fondi. Sarà proiettato il 27 ottobre, alle ore 16, in Sala Petrassi alla presenza di Raffaele Pisu, unico protagonista maschile ancora vivente, e della vedova del regista, Gordana Miletic.

Il Csc-Cineteca Nazionale contribuisce anche alla retrospettiva che la Festa del Cinema dedica al grande attore britannico Peter Sellers. Pochi sanno che Sellers diresse anche un film come regista: Il piacere della disonesta (in originale Mr. Topaze, 1961). La Cineteca Nazionale ha messo a disposizione la copia depositata in occasione dell'uscita italiana del film, che è sostanzialmente invisibile da allora, tanto che anche molti esperti di Sellers non lo conoscono e non l'hanno mai visto. È un delizioso film di impianto teatrale, ispirato a una pièce di Marcel Pagnol e interpretato, oltre che dallo stesso Sellers, da Nadia Gray, Michael Gough e Herbert Lom, che pochi anni dopo avrebbe fatto coppia con Sellers nella saga della "Pantera rosa" interpretando il mitico ispettore Dreyfus. La copia depositata in Cineteca è in pellicola ed è doppiata in italiano, il che renderà la visione del film doppiamente "vintage": per il supporto, e per le voci italiane che lo rendono un esempio della cosiddetta "epoca d'oro" del nostro doppiaggio. Sarà proiettato il 27 ottobre, alle ore 18, alla Casa del Cinema.

Sempre dalla Cineteca Nazionale provengono i tre capolavori - Otto e mezzo, Bellissima, C'era una volta in America - che verranno proiettati nell'ambito dell'omaggio a Cinecittà nella tensostruttura Cinema Hall, allestita appunto da Istituto Luce-Cinecittà in occasione della Festa. È un piccolo festeggiamento per il ritorno dei teatri di posa e dei laboratori di Cinecittà sotto il controllo pubblico. Come scrive il presidente di Cinecittà Roberto Cicutto, "vogliamo celebrare il primo compleanno della Cinecittà tornata pubblica con la proiezione di alcuni fra i titoli più prestigiosi nati fra le sue mura. Ringrazio la Direzione Generale Cinema del MiBAC, la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia per averci accompagnato in questo breve viaggio nella nostra storia, e la famiglia Leone per averci concesso di mostrare il capolavoro di Sergio Leone C'era una volta in America". Saranno proiettati al Cinema Hall: C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984) il 23 ottobre, alle ore 15; Bellissima (Luchino Visconti, 1951) il 24 ottobre, alle ore 15; Otto e mezzo (Federico Fellini, 1963) il 25 ottobre, alle ore 15. (Comunicato Ufficio stampa Fondazione CSC)

* I fotogrammi - immagini di presentazione sono tratti dal film Italiani brava gente, selezionati da Ninni Radicini.




Giorgio Griffa - Cinque colori - acrilico su tela cm.45x96 2008 - foto Fabio Fantini Testimonianze
Composizioni materiche e oggettuali dagli anni '60 ad oggi


termina il 13 gennaio 2019
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Dodici artisti italiani ed internazionali che, attraverso composizioni materiche ed oggettuali, hanno segnato la storia dell'arte dagli anni '60 ad oggi. In esposizione anche opere di Carla Accardi, Valerio Adami, Gianfranco Ferroni, Giorgio Griffa, Elio Marchegiani, Paola Pezzi, Piero Ruggeri, Graham Sutherland.

In mostra, quattro tappeti-natura di Piero Gilardi che riproducono, in maniera realistica e meticolosa, frammenti di ambienti naturali sia a scopo ludico che di denuncia verso uno stile di vita che, con il passare del tempo, diventa sempre più artificiale e distruttivo. Opere in cui etica ed estetica s'incontrano. Sfruttando le potenzialità espressive di materiali industriali come il poliuretano espanso e i pigmenti sintetici, i suoi tappeti-natura si propongono come "rappresentazione nella rappresentazione" e tentativo di armonizzazione tra interno ed esterno, soggettivo ed oggettivo, naturale ed artificiale. Il percorso espositivo continua con una scultura di Herbet Hamak dalla tipica forma geometrica, il cui colore è ottenuto attraverso la fusione di resine liquide e pigmenti che, solidificandosi, acquistano un aspetto a volte lattiginoso, opaco, dando vita a superfici lisce, dai colori profondi con tonalità inusuali.

A queste ricerche, si aggiunge un'opera di Marco Gastini dei primi anni '80, periodo in cui il linguaggio dell'artista torinese si apre a una trasformazione radicale, rivelando un'inattesa apertura al colore e alla ricerca sui materiali. Tipica, nelle opere di quegli anni, la presenza di forme e oggetti di varia natura, che fuoriuscendo dai limiti della superficie, assumono inusuali valenze pittoriche. Infine un'opera di Giulio Turcato degli anni '70 dalla gestualità rarefatta ed onirica, realizzata con sabbie colorate: in base al punto in cui la si guarda e all'illuminazione che riceve cambia sfumature. Un linguaggio molto fluido, con linee sinuose ed un particolare risalto dato al colore ed alla sua differente percezione. (Comunicato stampa)




Enzo Zanetti - Vendemmia Enzo Zanetti - I vigneti dal poggio Enzo Zanetti: "La vigna si racconta"
termina il 25 ottobre 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Mostra personale dell'artista mantovano Enzo Zanetti, curata e presentata da Rosaria Guadagno, con sedici dipinti ad olio eseguiti dall'artista dal 1999 ad oggi. «Vasti vigneti di filari bassi e il ricordo... "Uva bianca, uva rossa, la par oro, negre perle; te la vedi bela grossa dai vigneti sui sentieri, e la tira a Bardolin..." dal libro di poesie "Aria del Monte Baldo" di don Roncari già parroco di Pazzon, crea in Enzo Zanetti ne "La vigna si racconta" una pittura ininterrotta che scivola sulla tela e crea un lungo racconto profondo, autentico, protagonista: la vigna. Una scrittura materica con segni decisi che si fondono in una dimensione vibrante. La narrazione ha inizio in un giorno splendente di luce, i covoni sono già pronti nell'aia, gli animali aspettano che si avvii "Il lavoro nei campi". I buoi avanzano con l'aratro, il sole è già alto, invadono i gialli la scena, il ragazzo avanza con gli animali, esce dalla prospettiva per qualcosa che attira la sua curiosità e si ferma lasciandosi alle spalle il sole accecante.

In "Vendemmia" la realtà è protagonista, nell'essenzialità costruttiva della forma si allargano partiture cromatiche sui toni dei verdi che finiscono nei dorati. Zanetti sulla tela trascina non i vigneti a pergola della sua infanzia, ma bassi, allineati, accolti dal lago che li porge alle montagne. Una storia pittorica intensa in cui l'afflato, la tenerezza sono di macchiaiola memoria. I buoi si trascinano sulla collina fino alla vigna, poi si fermano, sostano sotto il verdeggiante pergolato che attenua i vapori dell'aria ancora calda, il contadino si appresta a caricare nel tino grappoli d'uva dai grossi chicchi. L'uomo e i buoi sono uniti in un muto colloquio con il carro che slitta con la ruota sull'erba. Sanno di ripartire per prepararsi a vendemmiare.

Il sentiero in "Passeggiata tra le vigne" va oltre per incontrare due piccole figure, lo sguardo spazia e incontra lo spettacolo dei vigneti, vigneti lussureggianti nei verdi che degradano dolcemente dai terrazzamenti verso la pianura. "Una vigna che sale sul dorso di un colle fino ad incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono". "Un semplice e profondo nulla, non ricordato perchè non ne valeva la pena disteso nei giorni e poi perduto riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com'era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva, l'uomo e il ragazzo s'incontrano e sanno che il tempo è sfumato. L'uomo sa queste cose." (Cesare Pavese - "Feria d'agosto").

I pigmenti della pittura di Zanetti, si impregnano di caldi umori segreti fermati in un poetico intridersi di luce e natura, come nella vigna con grappoli di uva bianca soda cocente di sole distesa su foglie abbarbicate l'una sull'altra, tra gialli che si accostano a sontuosi verdi. I grappoli cristallini rubano la scena, si fissano in primo piano, il casolare nelle gamme dei rosa sfiorato dal verde cipresso arretra nel cielo azzurro dove passa una stravagante nuvola. La luminosità dell'impianto rinvigorisce l'intensità cromatica. Nel filare d'uva nera viene celebrata la ricchezza di tinte la cui fragranza si irradia intorno fino ai fili sottili d'erba e rossi papaveri che si piegano alla volontà del vento per disperdersi all'infinito. La luce entra nella materia fa da padrone su questo paesaggio naturale, una sfida che cela l'angoscia, l'ansia, il dolore nella bellezza del creato. "Il velo dipinto" - da un sonetto di Shelley, tra il dolore e la preziosità dell'esistenza. (...)

"La vigna si racconta" è un'opera lirica armoniosamente congegnata nella trama dei colori contrastanti o complementari in una mescolanza sapiente di un racconto nostalgico commosso, ma vero "il mio assurdo contrappunto di dolcezze e furori" (Salvatore Quasimodo - "La vita non è un sogno"). Il pittore ascolta la sinfonia di emozioni che travalica il lago fino alle colline, abbraccia terre verdi, scende alla pianura, incontra i filari dei vigneti schierati come un esercito per la parata finale. La vigna incontra poi il bosco che si agita all'alito del vento e crea "Turbolenze", per il vento del Nord, che dal fondo del cielo di intenso azzurro, porta avanti vortici biancastri, smeriglia i verdi che precipitano nel dorato della sabbia, le onde del lago si accavallano e schiumano perdendosi in lontananza. Un attimo di tempesta diventa un momento di tensione.

Il silenzio in "Torrente" domina le frastagliate vette che sfidano il cielo azzurro con vortici di nuvole minacciose, giù tra il verde deciso dei faggi e delle conifere, le vallette di acqua gelida, si fermano attratte da rocce appuntite che ne frenano l'irruenza. Lo scenario è l'ultimo baluardo del tempo infinito fino al suono delle parole che sfalderanno la magica sospensione. L'autore attinge le variazioni delle tinte osservando località di questi monti con le miniere di terre ocra, rosse, o verdi che formavano colori vivaci utilizzati già dai romani per esempio nella Villa Romana di Castelletto sul Garda.

Enzo Zanetti presta molta attenzione alle famiglie vegetali che crescono rigogliosamente: le selve maestose, la flora che cambia con l'altitudine, il castagno, la quercia e poi molte varietà del bosco ceduo, con faggi e conifere: pini abeti e pino cembri. Un intricante gioco di natura dove la materia intrisa di luce diventa solo poesia. Un intreccio umano nei viaggi della memoria dove i ricordi catturano le emozioni, ci preparano alle attese. Osservando "La cercatrice di vongole" di Enzo Zanetti si pensa al suo libro "Viaggi della memoria" giorni recuperati con cura, nostalgia di casa, la poiana, il lago, il fiume. Nel quadro si ritrova l'esperienza della marea che obbedisce alla luna, spargendo il mare che liberato dai suoi grovigli, restituisce isole di sabbia lambite dalle onde. E' l'alba, una qualsiasi, una donna qualsiasi, senza volto, attratta dalla luce in lontananza è ammaliata dal fenomeno, l'atmosfera si spande e copre le stelle, la forza della notte si allontana, il cielo degrada nel cobalto. L'aria è sospesa nel bagliore che avanza promettendo il giorno.

Enzo Zanetti con il colore descrive le emozioni della pittura. La materia cromatica porta sulla scena il blu che intorno scema in tinte celeste cobalto zaffiro il blu lapislazzulo che ricorda le ceramiche persiane, turchese come le architetture islamiche. Nella tela i pigmenti si scuriscono nel fondale dove terra e mare si uniscono, appare la cavea del palcoscenico antico dove fiotti di colori lanciano suoni che si diffondono per un concerto armonico. In primo piano avanza la donna, si pone di spalle su una lingua stretta di terra, si avverte la sua presenza per le cose che la circondano, i gabbiani volano basso la circondano quasi a tutelare quella parte di terra.

Il maestro ripropone l'umanesimo come parte integrante della pittura che ha le capacità del dipingere, ma nel pensiero che si arricchisce di continuo. L'artista crea in tal modo uno stile personale originale. Un'alba, è l'ora in cui le cose perdono la consistenza d'ombra che le ha accompagnate nella notte e riacquistano poco a poco i colori, ma intanto attraversano come un limbo incerto, appena sfiorate e quasi alonate dalla luce: "l'ora in cui si è meno sicuri dell'esistenza del mondo" (Italo Calvino). Un ricordo in cui la pittura di Enzo Zanetti è spettacolarmente colorata, ma apre anche i labirinti dell'animo, cura la dimensione dei sogni.» (Rosaria Guadagno)




Opere di Maurizio Baiocchini, Giuseppe Portella e Laura Pignataro nella mostra alla Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte di Bologna Maurizio Baiocchini | Giuseppe Portella | Laura Pignataro
termina il 25 ottobre 2018
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Quale lingua parlare, come dire le cose, il tono della voce, la cadenza espressiva - sono tutte considerazioni che facciamo - consciamente o non - in ogni atto comunicativa. E se comunichiamo per poterci definire sociali e quindi accettati nella vita che abbiamo scelto, i linguaggio che conosciamo e il loro livello di padronanza diventano essenziali non solo per la nostra definizione nel mondo ma soprattutto per la nostra distinzione dagli altri. Se poche strutture comunicative come quella verbale sono alla portata di tutti, una grande parte dei linguaggi trasmissivi sono dominio di pochi definiti creativi. La scelta - sebbene non monosemantica - della materia di lavoro determina profondamente l'intero lavoro dell'artista. In ogni caso essa non tradisce la sua identità pur obbedendo all'inventiva del creativo.

La sua origine - organica, inorganica, ibrida - pone a chi ne entra in contatto vincoli  inscindibili che determinano il senso estetico oltre che espressivo del prodotto finale. Che si tratti di organismo, di oggetto o entrambi - essi sono l'espressione pura della vera natura della materia. Giuseppe Portella affronta la resina con delicatezza e rispetto. Permette al fluido dell'anima dura di approcciare la superficie lentamente con un passo viscoso e denso. Essa non ostenta la propria presenza - come farebbe il colore - ma quietamente si nasconde nella sua trasparenza e diventa luce, vibrazione, richiamo. Siamo davanti a un codice linguistico dell'immaginario industriale che vanta la polisemia della sua materia e sollecita tutti i sensi del ricettore. Quando il colore "prende la parola" si voltano tutti. Uno dei linguaggi più antichi del mondo si fa capire sempre.

Il colore - al pari del suono e del gesto - e uno dei mezzi più antichi di comunicare. La satura struttura delle sue simbologie appartiene all'uomo prima ancora che esso inventasse la parola. Diventa perciò - questo figlio della natura come lo è l'uomo - una presenza organica di vita pressoché eterna. Ogni suo significato non svanisce mai - si aggiunge agli altri passati e futuri - trasformando il colore in una "macchina del tempo", in un revocatore di tutti i tempi. In questo suo ruolo lo incontra Laura Pignataro è con questa sua funzione lo invita ad esprimersi sulle sue tele. Il risultato è una polifonia di voci, una fiume di racconti multi lingue ridimensionano il doppio volume del quadro in un amplificatore, in un cronografo capace di misurare la vita di chi ne entra in contatto e concentrare in un attimo solo passato, presente e futuro.

La forma - figurativa o non - entra in scena ed è subito attuale. Consapevole della sua anima vuota, essa è avida di ogni sostanza. Accoglie con prontezza colore e luce, matericità e trasparenza e tutte le volte al cambio del abito esulta nel aver mantenuto la stessa struttura. Contrariamente alla materia - che cambia aspetto ma non natura - la forma muta il suo cuore che batte sempre nello stesso petto. Ciò la rende affascinate compagna di chi - come Maurizio Baiocchini - ama esplorare ogni universo espressivo e trasforma la sua vita in un interminabile spettacolo dove gli stessi attori cambiano ruolo con ogni nuovo aspetto. L'approccio alla vita come teatro e alla tela come palcoscenico può sembrare banale ma paradossalmente non stanca mai e mai ci si rifiuta ad assistere e, dunque, partecipare a quello che gli occhi percepiscono. Il mondo infondo non è altro che la sceneggiatura che i nostri sensi compongono di ciò alla quale natura vera non ci si attinge mai. (Presentazione critica a cura della dott.ssa Denitza Nedkova - Curatrice della mostra: Deborah Petroni)

___ Altre mostre a Bologna presentate in questa pagina

VHS +. video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000
termina il 17 febbraio 2019
MAMbo Museo d'Arte Moderna - Bologna
Presentazione

Hiroshige. Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts
termina il 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
Presentazione

Il Canale Emiliano Romagnolo nello sguardo di Enrico Pasquali
termina il 25 novembre 2018
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna
Presentazione




Vilder Rosi - Senza titolo - cm.50x70 2018 Vilder Rosi
Le Forme d'aria


20 ottobre (inaugurazione ore 17.30) - 14 novembre 2018
Galleria 8,75 Artecontemporanea - Reggio Emilia
www.csart.it/875

Mostra d'esordio per il pittore reggiano - curata da Chiara Serri - che presenta al pubblico una ventina di opere ad olio su tela, tutte di recente produzione. Identificato nella Natura Morta il suo genere d'elezione, si è dedicato in particolare alle trasparenze di vetri e cristalli. Una ricerca che, nonostante il breve periodo di gestazione (2015-2018), presenta una notevole organicità, per idea, forma e scelta cromatica. «Forme d'aria, scrive la curatrice, composizioni di vetri e cristalli su fondi neutri, realizzate con calma, nel tempo.

Tempo lungo d'esecuzione in cui il gesto, modulato e reiterato, diventa il viatico per una profonda introspezione. A seguire, il tempo della visione, che non può essere fuggevole - in questo caso si coglierebbe solo l'abilità nell'uso della tecnica classica dell'olio su tela nella riproduzione di vasi Venini e vetri artistici di Murano - ma concentrata, per apprezzare il peso impalpabile della luce. Come per Giorgio Morandi, coppe e bottiglie non sono semplici contenitori, ma oggetti evocativi, a carattere magico e ipnotico. In un'atmosfera silenziosa e contemplativa l'osservatore, così come il pittore, si domanda quale sia il colore del vetro, ovvero quali siano i pigmenti che, una volta mescolati e dosati, possano restituire limpidamente il sentimento del visibile».

Vilder Rosi (Reggio Emilia, 1947), impiegato per oltre quarant'anni e grande sportivo, ha sempre coltivato la passione per la musica (a metà degli anni Sessanta ha fatto parte di un gruppo rock come chitarra solista), per la fotografia in bianco e nero (praticata negli anni Settanta) e per l'arte, con frequenti visite a mostre di ogni genere. Ha preso parte a diversi corsi di disegno, pittura e storia dell'arte. Dal 2015 frequenta con continuità lo studio dell'artista Carlo Ferrari, che lo ha presentato al gallerista Gino Di Frenna, presidente dell'Associazione Culturale 8,75 Artecontemporanea. Forme d'aria è la sua prima mostra. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Pino Pascali geniale fluidità Pino Pascali geniale fluidità
19 ottobre (inaugurazione ore 18.00) - 30 novembre 2018
Galleria edieuropa QUI arte contemporanea - Roma
www.galleriaedieuropa.it

Con oltre quaranta opere tra pittura (collages, smalti, pastelli, bitume, encausto) e scultura (stoffa, cartone, metallo, masonite), la mostra vuole rendere omaggio al geniale e poliedrico artista pugliese, uno dei più importanti esponenti dell'Arte Povera italiana, nel giorno del suo compleanno e rientra nel circuito delle numerose manifestazioni culturali in occasione del cinquantenario dalla sua precoce scomparsa. Il primo incontro della Galleria - allora Editalia - con Pascali avvenne nel 1967, in occasione della storica mostra "La Terza Dimensione: Kounellis, Livi, Lombardo, Lorenzetti, Pascali ed Uncini", a cura di Marisa Volpi Orlandini. In questa occasione si è voluto ricordare in catalogo con le parole dei compagni d'arte Kounellis, Cintoli e Mattiacci - che Marisa Volpi invitò a rendergli omaggio nel numero di marzo del 1969 della rivista "QUI arte contemporanea"- accompagnate da un testo di Claudia Lodolo, sull'importanza per Pascali dei dieci anni di lavoro nella pubblicità.

Scultore, scenografo, grafico pubblicitario e performer, Pascali è noto al pubblico e alla critica internazionale per aver saputo coniugare, in modo geniale e creativo, forme primarie e mitiche della cultura e della natura mediterranee, con le forme del gioco e dell'avventura. Dal punto di vista pittorico, ben presenti in mostra sono gli "Animali della preistoria, dello zoo e del mare" con opere come Rinoceronte e Giraffa, Conchiglia, Coccodrillo e Muflone, tutti del 1964, Balena Mare Mare ed Orso, entrambi del 1964-65; i famosi "Giocattoli di guerra" come Soldatino del 1963, Cannone e Missile, entrambi del 1964-65, e Soldato del 1966 e le celebri "Maschere": Moschettieri, Hawaiane e Robot del 1963, Arlecchino del 1964. Costante è inoltre il rimando alle icone della dilagante cultura di massa, come il fumetto, la moda, il cinema - con Movie Movie del 1967 - ben rappresentato anche attraverso le sue 'false sculture', realizzate con materiali fragili ed effimeri: Milord del 1965 e Soldato del 1966. Originale è poi la sua risposta critica alle nuove tendenze che venivano dall'America, in primis dalla Pop Art, con l'opera su tavola Jasper del 1964.

La mostra intende dunque porre l'accento sulla poliedricità tematica e creativa dell'artista pugliese, capace - come pochi - di esprimersi attraverso linee espressive così diverse fra loro. Un aspetto spesso sottovalutato di Pascali è la sua attività di grafico per la pubblicità cinematografica e televisiva, svolta ininterrottamente dal 1958 al 1968. Come sottolineato da Claudia Lodolo in catalogo "Pino Pascali ha lavorato su commissione per la Proa, per la Incom, per la Rai, accanto a Cesarini da Senigallia, e soprattutto con Sandro Lodolo, prima in società con Ermanno Biamonte, poi con Massimo Saraceni con cui fondò la Lodolo-Saraceni Cinematografica e, dopo lo scioglimento di questa, seguendo Sandro Lodolo, con la Lodolofilm.

Il materiale raccolto e conservato è la testimonianza di un percorso graduale, costante e determinato alla ricerca di un sintetismo giocato sul rigore della forma e sulla fantasia che in Pino coabitano insieme, dando forma ad opere che si sviluppano sempre dal ricordo irruente dei giochi". Tra le opere esposte in galleria, le Scenografie per l'Algida del 1959-60 ed alcune fotografie in bianco nero scattate per i numerosi "Caroselli" - studiati, progettati e curati in quegli anni - mostrano come il lavoro su commissione di Pascali nel campo pubblicitario abbia effettivamente offerto "un'importante base stilistica e di indagine espressiva sulla quale si andrà via via costruendo il suo estro e la sua espressività scultorea".

Pino Pascali (Bari, 19 ottobre 1935 - Roma, 11 settembre 1968) nel 1956 si trasferisce a Roma, dove si iscrive all'Accademia delle Belle Arti e frequenta le lezioni di Toti Scialoja. Dopo il diploma comincia a lavorare come aiuto scenografo alla Rai. Nel contempo inizia una collaborazione, che diventerà poi continuativa, con Sandro Lodolo, realizzando Caroselli, spot pubblicitari e sigle televisive. Negli anni sessanta partecipa a varie mostre collettive e nel 1965 realizza la sua prima personale presso la Galleria romana La Tartaruga. L'anno successivo espone alla Galleria L'Attico. In soli tre anni ottiene un notevole riscontro da parte della critica e viene notato da influenti galleristi italiani e internazionali.

Proprio all'apice della sua carriera, mentre alcune sue opere erano in mostra alla Biennale di Venezia, muore prematuramente a Roma nel 1968 per le conseguenze di un grave incidente in motocicletta, sua grande passione. Artista eclettico, Pascali fu scultore, scenografo e performer. Nelle sue opere riunisce le radici della cultura mediterranea (i campi, il mare, la terra e gli animali) con la dimensione ludica dell'arte. Nella serie "Ricostruzione della natura", iniziata nel 1967, Pascali analizza il rapporto tra la produzione industriale in serie e la natura. E' ritenuto uno dei più importanti esponenti dell'Arte Povera. Fu il primo a formalizzare le pozzanghere con l'acqua vera, da cui nacque la mostra "Fuoco immagine acqua terra" avvenuta all'Attico nel maggio del 1967. (Comunicato stampa)




Opera di Massimiliano Muner nella mostra Noise - Polaroid oltre il suono Massimiliano Muner: "Noise - Polaroid oltre il suono"
16 ottobre (inaugurazione alle ore 18) - 01 dicembre 2018
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it

Ritorna ad esporre, con un nuovo progetto, il fotografo triestino Massimiliano Muner. Avvalendosi sempre dell'ispirazione e dell'ausilio della pellicola istantanea Muner decide di ampliare i nostri orizzonti sensoriali, concentrandosi sul suono, con l'intento di trasferire le sensazioni trasmesse da una canzone, da una musica o da altri fonti sonore direttamente sulla Polaroid. Il risultato è una serie di immagini grafiche di spettri sonori e musicali; si va dall'ascolto di canzoni dei Placebo allo studio sulla respirazione, dove le singole linee riscostruiscono l'andamento dei nostri sospiri. Sono opere allo stesso tempo poetiche e piene di energia: i colori sono accesi, a tratti violenti e coinvolgono e rapiscono chi guarda, portandolo in un'altra atmosfera, più intima e riflessiva. Accompagnano l'esposizione due serie di stampe serigrafiche tratte dalle fotografie originali, nelle quali l'autore sperimenta suggestive scale cromatiche. (Comunicato stampa)




Leonardo Crudi - Kandinskij - 2018 Leonardo Crudi: Bandiere
termina il 16 novembre 2018
Sala 1 - Centro Internazionale d'Arte Contemporanea - Roma
www.salauno.com

Per la prima volta il lavoro dell'artista su alcune personalità del Bauhaus che hanno avuto punti di contatto con le avanguardie russe. Alla vigilia del centenario della fondazione del Bauhaus a Wiemar nel 1919, Leonardo ripensa in senso pittorico, fotografico e grafico l'importanza di tale istituzione: una serie di personalità "bandiera" dell'innovazione artistica, generatasi nel fervido ambiente della scuola tedesca, rivestiranno le pareti della storica galleria romana Sala 1. Anni Albers, Gertrud Arndt, Otti Berger, Max Bill, Marianne Brandt, Sonia Terk Delaunay, Walter Gropius, Johannes Itten, Vasilij Vasil'evic Kandinskij, Laszlo Moholy-Nagy, Oskar Schlemmer, sono le figure scelte da Leonardo e rappresentate sui manifesti di stoffa: un richiamo militante ai principi fondatori dell'arte e della grafica moderna.

I grandi artisti del passato si frammentano in un complicato montaggio di forme astratte e geometriche dai colori piatti, a cui si alternano parti del corpo frastagliate nelle loro gradazioni cromatiche tracciate con una semplice penna Bic. Le figure così realizzate compongono una serie di danzatori le cui posizioni mimano le mosse biomeccaniche del teatro di Vsevolod Meyerhold. Leonardo Crudi scopre il mondo dei graffiti e intraprende la sua ricerca artistica in maniera autonoma e autodidatta. E' nel mondo della strada che si forma imparando a calibrare colori e a costruire composizioni in cui geometrie e lettere si modulano in inedite soluzioni grafiche. Dai primi studi sul cinema neorealista italiano, arriva ad approfondire le avanguardie russe e la comunicazione propagandistica alle grandi masse con una particolare attenzione ai manifesti stradali.

Dal 2012, si dedica alla produzione delle sue prime opere su carta, e ritrova nelle avanguardie pittoriche e fotografiche del Suprematismo, Costruttivismo, Futurismo russo e nelle personalità di Ejzenstejn, El Lissitzky, Malevic, Rodcenko e Vertov,un linguaggio capace di veicolare contenuti etici e politici. Oltre alla produzione di manifesti da affiggere sui muri della città per il centenario della Rivoluzione d'Ottobre e di film italiani d'avanguardia e sperimentazione underground degli anni '60 e '70, ha esposto i suoi lavori in varie gallerie; tra queste ricordiamo le personali a Spazio Cerere (2016) e Porta Blu Gallery (2014), nonché la partecipazione nel 2018 all'Outdoor Festival al MACRO di Roma. Il progetto sarà documentato in un catalogo digitale a cura della Sala 1, con testo della curatrice Sara Esposito, Claudio Sagliocco della redazione L'Amletico e di Giovanni Argan. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra VHS VHS +
video/animazione/televisione e/o indipendenza/addestramento tecnico/controllo produttivo 1995/2000


termina il 17 febbraio 2019
MAMbo Museo d'Arte Moderna - Bologna

Nello spazio espositivo della Project Room, vocato alla riscoperta di alcuni degli episodi artistici più stimolanti e innovativi originati in ambito artistico bolognese e regionale, il MAMbo presenta un progetto espositivo configurato come un dispositivo di pulsazioni audio-visive che nascono dall'ibridazione di differenti linguaggi, formati e pratiche di comunicazione video sperimentata in Italia tra il 1995 e il 2000. La produzione del periodo esorbita dall'autorialità individuale per estendersi a una dimensione collettiva, costituendosi in gruppi indipendenti di ricerca media-culturali che diventano veri e propri marchi come Opificio Ciclope, Fluid Video Crew, Ogino Knauss, Otolab e Sun Wu Kung di cui la mostra documenta i peculiari approcci espressivi.

In un mondo ancora senza bacheche, chat, social media e YouTube, questi laboratori pionieristici hanno materialmente costruito schermi di proiezione nelle loro rispettive residenze - Link Project a Bologna, Forte Prenestino a Roma, CPA ExLonginotti a Firenze, Garigliano e Pergola a Milano - sviluppando fucine creative sintonizzate con le coeve sperimentazioni più avanzate a livello europeo. Progetto di Saul Saguatti (Basmati Film) e Lucio Apolito (Opificio Ciclope). A cura di Silvia Grandi, in collaborazione con DAR - Dipartimento delle Arti Università di Bologna. Il progetto espositivo al MAMbo trova un'estensione on-line nel sito www.vhsplus.it dove sono consultabili materiali di archivio e approfondimento. (Comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




"DELPANINEOSEMPLICE"
07-28 ottobre 2018 (venerdì-sabato-domenica dalle 17 alle 19)
Villa Morando - Lograto (Brescia)

Mostra di Gi Morandini, presentata dal Prof. Dino Santina, con una saletta omaggio al restauratore Luciano Delpani.




Locandina della mostra Louis Kahn e Venezia
 al Teatro dell'architettura di Mendrisio Louis Kahn e Venezia
termina il 20 gennaio 2019
Teatro dell'architettura - Mendrisio
www.arc.usi.ch

Per la prima volta viene messo in scena il profondo legame tra l'architetto americano - uno dei Maestri del Novecento - e la città di Venezia, cominciato nel 1928 con la sua prima visita in Laguna, proseguito nei decenni successivi con altri viaggi e consolidato con le partecipazioni alla Biennale, l'amicizia con Carlo Scarpa, le diverse lezioni tenute e soprattutto con il suo progetto, rimasto sulla carta, per il Palazzo dei Congressi. Tali vicende, insieme ai temi ad esse correlati, sono approfondite in mostra grazie a modelli, elaborati grafici, fotografie, videoinstallazioni, lettere e altri documenti, in parte inediti, provenienti da numerosi archivi internazionali e collezioni private tra cui The Architectural Archives-University of Pennsylvania di Philadelphia, il Canadian Centre for Architecture di Montréal, la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, la collezione di Sue Ann Kahn di New York e altri.

Il percorso espositivo occupa i tre piani del Teatro dell'architettura e si articola in sezioni tematiche, in cui vengono analizzati i progetti sviluppati tra il 1968 e il 1972 grazie anche al supporto di un'ampia documentazione e dove vengono approfonditi eventi, relazioni e debiti culturali: Kahn e Venezia; Ritorno in Europa; Giuseppe Mazzariol e l'idea di Venezia; Frank Lloyd Wright e Le Corbusier a Venezia; La lezione di Louis Kahn; Louis Kahn e Carlo Scarpa; Il progetto di Louis Kahn per Venezia.

In mostra spiccano i disegni originali per il Palazzo dei Congressi, frutto di un intenso lavoro analitico e progettuale svolto tra il 1968 e il 1972, che per la prima volta vengono riuniti per restituire la densità della riflessione architettonica di Kahn; le sue reinterpretazioni grafiche dell'architettura veneziana; le registrazioni delle sue lezioni e conferenze a Venezia. Sono presenti anche disegni originali di Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, anch'essi autori di progetti, mai realizzati, per la città lagunare. Il lavoro di ricerca sotteso al progetto espositivo punta infatti a far riflettere sull'attuale e complesso rapporto che si instaura tra passato, presente e futuro in un luogo così eccezionale come Venezia, "puro miracolo" - come disse Louis Kahn - della storia dell'umanità.

La scelta del tema di questa prima grande mostra - a cura di Elisabetta Barizza in collaborazione con Gabriele Neri - entra anche in risonanza con le caratteristiche architettoniche del Teatro dell'architettura, istituendo un legame tra l'opera di Louis Kahn, Venezia e l'architettura ticinese. Nella sua forza geometrica e nella sua essenziale spazialità, il nuovo edificio del campus dell'Accademia di architettura di Mendrisio, rivela infatti l'influenza che Kahn ha avuto sul lavoro di Mario Botta, il quale collaborò con il Maestro americano proprio in occasione del suo progetto per Venezia, alla fine degli anni Sessanta, quando era ancora un giovane studente.

Il progetto per il nuovo Palazzo dei Congressi di Venezia, assieme a quello per un centro di ricerca per la creazione artistica, prendono avvio dall'incontro tra Giuseppe Mazzariol e Louis Kahn, avvenuto a Philadelphia nell'aprile del 1968. Pensati per i Giardini Napoleonici di Venezia, l'analisi territoriale di Kahn include la zona della Laguna prospiciente l'area di progetto e le principali emergenze architettoniche con cui i nuovi edifici avrebbero dialogato: l'isola di San Giorgio, piazza San Marco, la Punta della Dogana con la Chiesa della Salute, le chiese di Palladio alla Giudecca e il progetto di Le Corbusier per l'ospedale, anch'esso mai realizzato. Kahn presentò il suo progetto a Venezia nel 1969 inaugurando la mostra allestita nelle sale di Palazzo Ducale (30 gennaio-15 febbraio 1969).

Dopo la mostra, Kahn continuò a sviluppare l'edificio per il nuovo Palazzo dei Congressi assieme all'ingegnere August Komendant, ma nel 1972 venne definitivamente bocciata la possibilità di costruire ai Giardini, ipotizzando una nuova collocazione nell'area dell'Arsenale. L'architetto adeguerà il progetto al nuovo sito, ma presto risulterà chiara la mancanza di volontà politica per realizzarlo, consegnandolo nel limbo delle occasioni mancate per Venezia. Accompagna la mostra un catalogo Mendrisio Academy Press-Silvana Editoriale, a cura di Elisabetta Barizza e Gabriele Neri, che include, oltre ai saggi dei curatori, una testimonianza di Mario Botta e testi di Fulvio Irace e Werner Oechslin. La mostra è promossa dalla Fondazione Teatro dell'architettura di Mendrisio e dall'Accademia di architettura dell'Università della Svizzera italiana. (Comunicato stampa)




Opera di Fiorenza Mariotti nella presentazione della mostra Tarsie Fiorenza Mariotti: Tarsie
termina il 24 ottobre 2018
Immaginaria Arti Visive Gallery - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

La prima sensazione che si prova davanti ai lavori di Fiorenza Mariotti è di entrare dentro un universo irreale e fiabesco, un mondo nutrito di "réveries" contenuto in una scatola dei giochi o in un teatrino dove si mette in scena una narrazione che seduce lo spettatore. Queste scatole sono state costruite con la tecnica del collage e della tarsia - da qui il titolo - assemblando immagini pubblicitarie di oggi e antiche stampe, lacerti di frasi e un campionario di oggetti che nella loro insignificanza possiedono per l'artista una forte valenza emotiva. E' la poesia dell'objet trouvé che ha animato e ispirato le avanguardie del Novecento, il Futurismo, Dadaismo e il Surrealismo. Ma in quel caso l'accostamento inusuale di due oggetti produceva un effetto di contrasto e di shock estraniante. Al contrario l'assemblaggio di Mariotti si basa sull'empatia, sulla nuance, ha un'eco proustiana. (Dalla prefazione di Ivan Teobaldelli)




Armando Orfeo - acrilico e olio su tela cm.80x120 Armando Orfeo: "Iper-Mondi"
termina il 21 ottobre 2018
Torre degli Upezzinghi - Calcinaia (Pisa)
www.mercurioviareggio.com

Personale del pittore Armando Orfeo, inserita nell'ambito della diciassettesima edizione della rassegna 'Vico Vitri Arte'. Orfeo presenta una serie di recenti tecniche miste su tela e su carta. Nelle sue opere, un bizzarro individuo si muove, inquieto e curioso, tra numerosi oggetti simbolici e architetture audaci. L'artista sottolinea il paradosso insito nel destino dell'uomo, riproducendo situazioni surreali nelle quali l'unica via di salvezza appare la Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) vanta un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. Negli anni '80 collabora con le riviste di fumetto d'autore 'Tempi supplementari' e 'Frigidaire', pubblicando una serie di storie con personaggi di sua invenzione. Come illustratore pubblicitario lavora, a partire dal 2000, con Artemidatre di Milano, per la quale esegue progetti di immagine commissionati da importanti aziende italiane e straniere. La mostra è patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Calcinaia ed è organizzata dalla galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. E' corredata di brochure con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Opera di Walter Davanzo Walter Davanzo: "Opere su carta"
termina il 18 ottobre 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Gli ultimi lavori di Walter Davanzo sono ritratti. (...) Come fotografie di un vecchio album o libri di famiglia di cui conservano un'intima, leggermente sgualcita, quotidianità. (...) Walter Davanzo ritrae i propri punti di riferimento, familiari, culturali, le proprie passioni e affetti. Sono ritratti che raccontano di un trasporto e di un senso di appartenenza che sa di istinto e piacere. Il piacere, vero, nella scelta dei soggetti e l'istinto, libero, nella gestualità e sostanza del segno. Un'appartenenza che attraversa mente e cuore in ogni senso, tempo e direzione. Davanzo entra nella storia e nelle storie con passione, e sperimenta. Immediato e naturale è l'assimilare queste immagini come parte della nostra esperienza e riconoscerle, allora. Saranno i vuoti che hanno intorno, le espressioni, i gesti cui alludono, gli sguardi, ma ci appartengono tutti questi ritratti e figure che dalla storia e dalla vita quotidiana si affacciano come da finestre di carta. Sfocati e volutamente incompiuti provocano un'empatia inaspettata nel coniugare la dimensione del ricordo individuale a quello collettivo. Sono veri e come personaggi di un racconto che non necessita di un ordine predeterminato o una sequenza stabilita, essi dialogano con noi oggi. Ed è questo ciò che conta. (Paola Bonifacio, Conegliano, 15 marzo 2017)

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Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore
Presentazione




Immagine dalla locandina della mostra Donne e Mare Donne e Mare
termina il 29 ottobre 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Realizzata dal Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa e dallo Spazio Filatelia, con la collaborazione del Comune, dell'associazione "Espansioni" e della professoressa Giuliana Stecchina, la mostra è tra gli eventi in calendario per la "Barcolana 50". Una trentina di poster (70x100), immagini di donne che consentiranno di intuire, o meglio di identificare quei cambiamenti di costume e di abitudini che nel breve volgere di qualche decennio hanno contribuito a formare una immagine diversa e moderna di donna. Sono storie che si palesano attraverso immagini d'epoca, al color di seppia, dai costumi "castigati" di inizio Novecento a quadri più disinvolti e distesi di un mondo femminile in via di affermazione e autodeterminazione, nell'evidenza degli inevitabili cambiamenti di costume.

Sullo sfondo il mare, quello triestino, quello del lido di Venezia, elegante o semplicemente proletario, dinamico o di contorno a visi e corpi che regalano sensazioni salmastre. Un mare presente anche dove non si vede, testimone pure di continue e mutevoli concezioni della fruizione del tempo libero. In tema, continua nel Museo Postale e Telegrafico e nello Spazio Filatelia al piano terra delle Poste Centrali la mostra di cartoline, immagini e oggetti d'epoca dedicata alle visioni e ai paesaggi marini del ritrovato pittore triestino Alexander Kircher. (Comunicato stampa)

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Alexander Kircher: il pittore triestino dimenticato
termina il 29 ottobre 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste
Presentazione mostra




Opera di Giacomo Costa Giacomo Costa: Time(e)scapes
termina il 17 novembre 2018
Galleria Guidi&Schoen - Genova
www.guidieschoen.com

Megalopoli futuristiche, fanghi post-atomici, rovine urbane. Questi i soggetti del lavoro che Giacomo Costa ha sviluppato a partire dai primi Agglomerati che rappresentarono nel 1996 il suo esordio nel mondo dell'arte. Da allora ogni opera creata da Costa è andata a comporre un immaginario che utilizza il fascino dei paesaggi, e della loro innegabile respingente bellezza, per sviluppare una riflessione sull'effetto che l'azione umana produce sul pianeta che abitiamo. Che fossero costruzioni minimali, come i monocromi Orizzonti del 1999 e i lisergici Landscape del 2012, metropoli impazzite e inspiegabili come gli Atti del 2006, foreste nelle quali una natura vendicativa si riappropria dello spazio come nei Gardens esposti alla Biennale del 2009, fino ad oggi le opere di Costa erano istantanee che fermavano gli avvenimenti nel momento stesso in cui avvenivano. Stava a noi, spettatori affascinati ed attoniti, immaginare un prima e un dopo. Fino ad oggi...

Dopo una lunga ricerca, tecnica e formale, nel 2018 vede luce il progetto Time(e)scapes. Si tratta di videoboxes - così li definisce l'artista fiorentino secondo un neologismo che mette insieme i lightboxes tanto usati nell'arte contemporanea e i videomonitors - nei quali l'immagine perde la sua staticità per svilupparsi nel tempo. Una rappresentazione fatta di frames che a uno sguardo distratto potrebbe sembrare una normale fotografia, ma che, impercettibilmente, cambia attimo dopo attimo, stravolgendo, con il lento passare del tempo, il soggetto che diventa altro. Quindi finalmente Costa ci svela come sono nati e cosa diventeranno quei suoi mondi così diversi eppure a volte così familiari? No. Non questa volta.

Le città crollano, le montagne si alzano dal nulla ma in realtà niente cambia veramente. Quando tutto sembra mutato, lentamente, così come era accaduto l'immagine ritorna come era. Gli iceberg si sciolgono, i mari si placano, ritornando al punto di partenza, per poi ricominciare. Ci accorgiamo di non essere spettatori di un racconto che partendo da un inizio ci conduce ad una fine ma prigionieri di un loop. Una sorta di sogno, o di incubo forse, dal quale non è possibile uscire. Ritrovando quella sensazione composta da un misto d'impotenza e irragionevole attrazione, che proviamo di fronte agli eventi che non riusciamo a controllare perché troppo grandi per noi piccoli esseri umani. Anche questa volta Costa non propone soluzioni e risposte, ma utilizza la sua capacità di costruire immagini terribili e affascinanti per provocare inquietudini che stimolino interrogativi. Le risposte non competono ne a lui ne a ciascuno di noi singolarmente, ma devono obbligatoriamente essere collettive. Sperando che ci portino nella direzione giusta. (Comunicato stampa)




Mostra dedicata a Piero Tosi Piero Tosi
15 ottobre 2018 (inaugurazione)
Palazzo delle Esposizioni - Roma
www.fondazionecsc.it

Mostra su Piero Tosi, il più grande costumista nella storia del cinema italiano. Tra i registi con cui ha collaborato: Visconti, Zeffirelli, Bolognini, Wertmuller, Pasolini, Monicelli, Amelio. Nell'occasione saranno pubblicati due testi: un numero speciale di "Bianco e nero" a lui dedicato, con testimonianze di molti artisti che hanno collaborato con lui; e il libro Esercizi sulla bellezza, che documenta il lavoro di Tosi come docente al CSC: un lavoro durato 28 anni, attraverso seminari nel corso dei quali - assieme agli studenti di Costume e di Recitazione - Tosi ha compiuto un vero e proprio viaggio nella storia dell'abito italiano dal '400 al '900, realizzando costumi meravigliosi e facendoli indossare ad allieve del CSC poi divenute famose, come Carolina Crescentini, Paola Minaccioni, Claudia Zanella e tante altre. Il numero di "Bianco e nero" contiene interventi di Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo, Rita Pavone (breve), Giancarlo Giannini (breve), Liliana Cavani, Milena Vukotic, Gabriella Pescucci (premio Oscar per i costumi di L'età dell'innocenza di Scorsese), Maurizio Millenotti (attuale docente di Costume al CSC). (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)




Cristiano Guitarrini - Nessuna lontananza - olio su tela, cm.30x40 2017 Cristiano Guitarrini - Angolo del Teatro Massimo - acquarello su carta, cm.24x32 2015 Cristiano Guitarrini - Colossi alla Cala - olio su tela, cm.40x50 2015 Cristiano Guitarrini - Ascoltano bianchi - olio su tela cm.40x50 2017 Cristiano Guitarrini
Il luminoso ardore


termina il 31 ottobre 2018
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

La mostra raccoglie trentatré tra oli e acquarelli realizzati tra il 2015 e il 2018 dal pittore romano Cristiano Guitarrini. Nelle sue opere, evoca e racconta una Palermo vista attraverso il suo occhio incantato di artista. La città, da alcuni anni divenuta per l'autore soggetto di elezione al centro di una ricorrente ricerca, viene mostrata in un'atmosfera sospesa tra sogno e realtà, tra consapevolezza e speranza. Il percorso espositivo si snoda tra suggestivi scorci cittadini, riveduti attraverso il filtro di una memoria d'amore che anela ad un ritorno.

_ L'anima dell'artista

Ogni artista ha due anime. Due grandi rami da una sola radice. Una mente doppia che lo rende diverso ma non migliore, separato ma non diviso, lo stesso ma insieme diverso da tutti gli altri uomini. Una schellinghiana energia geniale lo traversa e lo governa, assegnando a questo strano essere umano uno strano ma sacro destino: quello di costruire un universo nuovo, differente da ogni altro universo, costituito dagli interminati spazi, dai sovrumani silenzi e dalla profondissima quiete della sua Opera, che è e rimane la sua vera vita, l'espressione della sua anima vera, il ritratto perfetto del suo cuore. Nel puro istante della creazione, l'anima dell'artista si separa dall'anima dell'uomo comune che egli continua ad essere. E comincia il cammino della sua avventura che non è solo umana, ma dettata dalle ragioni della Verità che egli intende trovare, comprendere e rivelare.

Osserviamo Ragioni di restare, vera e propria Ouverture di questa mostra. Non è un autoritratto, ma la immagine perfetta del transumanar che accade a ogni artista. L'autore si ritrae comodamente adagiato su una invisibile seggiola. Le mani strette in grembo danno un senso forte di immobilità. Egli "consiste" nella sua sola umanità, quasi oppresso dal peso del corpo. Ma impalpabile, senza che quasi la prima anima se ne accorga, emerge e vola in alto, chiamata da qualcosa o da qualcuno, la seconda anima, che vola verso la luce, accolta dal giallo di Cristiano Guitarrini unico per densità, significato e potenza simbolica, e si appresta a concepire quello stesso quadro dal quale è generata. Abbiamo noi tutti tante ragioni per andare o fuggire. Il "Poietès", come ogni creatore, ha solo ragioni per restare: il suo compito è rivelare, nella forma, il fondamento della Vita, il volto della Verità.

_ Il mistero degli incontri

Come accade in Corrispondenze, forse il più sottile mistero della nostra esistenza è il mistero degli incontri. Decide del cammino da intraprendere, decide della meta da perseguire. Quella dolce figura del dipinto, senza età e senza nome, che si confonde con la chiarezza del paesaggio in cui è immersa, misteriosa nel suo sguardo che interroga senza timore, è l'apparire stesso della vita. Dopo averla incontrata non saremo più gli stessi, muterà tutto in noi, la cercheremo per sempre quella immagine generata dal chiaro groviglio di strade segno del nostro vivere in un luogo che ci riconosce e in cui ci riconosciamo. Lei è l'Altro che dà senso alla nostra vita, perché incontro è Amore, l'incontro è innamorarsi, trovare l'altro da sé che è il più profondo se stesso, perché sempre corrispondenze di amorosi sensi sono le corrispondenze dell'artista.

_ Innamorarsi

Innamorarsi significa precipitare nel cuore stesso dell'Amore, diventare uno con qualcosa che cerchiamo e disperiamo a volte di trovare, trovare l'elemento altro che ci faccia diventare uno e generare la perfetta compiutezza dell'anima. Innamorarsi non è mai solo questione di sesso o di genere: è sempre l'olio segreto che tiene accesa la lampada dentro di noi, che impedisce alla luce che in noi custodiamo di spegnersi. Innamorarsi è la ragione di restare, la voglia di continuare, il dovere di compiere e compiersi. Al modo "ch'ei ditta dentro" si muove la mano dell'artista: la sua notazione della vita è dettata solo da quell'entusiasmo, da quel sentire dentro il vento della creazione che impone di costruire l'Opera secondo il suo dettato.

_ Palermo

Ogni città è un racconto. Una storia di pietre. Un universo costituito non di parole, non di suoni, non di colori, ma di mattoni. In ogni città è rivelata l'anima di un popolo, descritta la sua natura, costruito il suo vero volto. Ogni città è un paesaggio dell'anima, il cuore di pietra che si offre per essere amato e conosciuto. Quando un cupo mormorio della terra abbatte e distrugge un paese, quelle rovine di pietra sono la cancellazione della memoria, la fine visibile di tante generazioni, la cancellazione di tante vite che sembrano inutilmente vissute. Ogni città è il racconto di chi vi ha vissuto, sofferto, amato, generato, ma avendo aggiunto sempre qualcosa al luogo che lo ha accolto, nutrito, sostenuto, fino ad accoglierlo nel ventre della sua terra. Ogni città è il tempio in cui si celebrano i riti della Vita: un tempio fatto di quell'elemento altrettanto sacro per il genere umano che è il mattone.

Gudea impastò l'argilla nella forma
E il mattone uscì veramente perfetto.
Lasciò che trascorresse il giorno,
allora Gudea battè sulla forma per staccarne il mattone
e il mattone uscì alla luce.
Da telaio della forma sollevò il mattone
- era come la corona sacra che il di An porta in capo -.
Sollevò il mattone e in pubblico corteo lo portò al Re.
La luce chiara del dio Utu si rifletteva in esso.


Il mito sumero di "Gudea il costruttore" è una sorta di sacra ostensione del mattone. Il principio-origine di ogni costruzione, l'elemento generatore di ogni città. Dalle viscere della mitologia è tratto il segreto mistero di quelle città che sono sempre città del cuore, fatte di mattoni ma generate e create dalla mente divina attraverso la mente degli uomini. Ci si può innamorare di una città? Può essere una città la "persona dramatis" di una storia poetica? Può persistere nel cuore di un poeta allo stesso modo di uno sguardo, di un sorriso, di un racconto, di una armonia? Nel caso di Guitarrini il miracolo si è compiuto. Credo che pochi pittori abbiano saputo cogliere la natura nascosta, l'essenza irrivelata, il mistero doloroso e gaudioso, il cuore di pietra di Palermo.

Egli ha capito la Solitudine verticale della città, che non essendo stata la sua culla sembra oggi essere divenuta la sua casa; egli ha carpito in Promesse la sua indefinitezza, il suo consumarsi in una luce insieme diurna e crepuscolare, il suo divenire progressivamente la sua propria morte, conservando la parvenza di una sua antica nobile essenza; si è impadronito della sua anima, dell'anima di Palermo che ha la solenne potente chiusura delle Mura delle cattive e insieme l'apertura dei nuovi orizzonti che si intravvedono nell'arco della Speranze oltre le mura.

In Cristiano il Teatro del sole, il quadrilatero magico che identifica la città e la colloca nella pienezza di quel "Siglo de oro" che del Teatro ha fatto chiave di lettura della Vita stessa, diventa il Teatro della Luce, la sacra immutabile perfetta quinta dove va in scena lo spettacolo della Luce stessa, intuita, dipinta, vissuta, carezzata, curata, innamorata dallo stesso artista, che affida a un irraggiungibile giallo il mistero della sua stessa nascita. E' una luce che si oscura e si accende in Dialogo delle Ombre, che illumina il cuore di Dio in Ascoltano bianchi, che si addensa in grumi scultorei nello Stemma, che si disperde e si condensa Nell'aria, che si muove tra tenebre e ombra in Memoria, e si riconosce nella sua essenza nella Dialettica del Buio.

_ Il luminoso ardore

Cristiano compie un percorso arduo. Come ogni vero pittore, egli pretende l'assoluto. Rincorre il cuore di Dio. E prezioso risultato egli ottiene quando in un solo quadro racconta che cosa è il fuoco interiore, il fuoco di Eraclito, il fuoco che si cela in noi, il fuoco che è l'anima, il fuoco che arde nel portico della sua meravigliosa cattedrale. Sullo sfondo di un cielo blu macchiato da nuvole bianche, il corpo della cattedrale di Palermo riposa nella notte. Ma il suo cuore arde, il cuore della cattedrale è illuminato. Appare la luce del sacro entro il portale, l'alta torre dove hanno casa le meravigliose campane è ancor più infuocata dalla luce indescrivibile che vi si posa e regna. Nella Dialettica del buio, come in S. Giovanni della Croce, la luce del divino può nascere solo nella e dalla "Noche oscura" che pervade l'anima e che ogni artista è chiamato a illuminare.

In quella luce unica, la cifra vera di Cristiano, è raccontata non solo la scoperta di una città, ma la discoverta del sacro che ogni costruzione, secondo il mito sumerico, custodisce. Perché tutto è Tempio. Da questa luce, che è della città ma soprattutto dell'anima del suo pittore, hanno vita le meravigliose piante di Passeggiate alla Kalsa e di Ficus Macophylla: alberi figli di quel luminoso ardore che il poeta sa sentire, intuire e dipingere con raro senso del sacro. Invitando, comunque, ad andare oltre, a guardare oltre la Finestra azzurra che, come il fiore azzurro di Novalis, è segno del perenne durare della poesia e del suo stesso mistero. (Il luminoso ardore. Cristiano Guitarrini e la luce di Palermo, di Salvatore Lo Bue - Palermo, 1 settembre 2018)

___ Mostre sulla Sicilia, in Sicilia e di Artisti Siciliani presentate in questa pagina

Antonino Leto. Tra l'epopea dei Florio e la luce di Capri
13 ottobre 2018 - 10 febbraio 2019
Galleria d'Arte Moderna - Palermo
Presentazione

Ferdinando Scianna. "il viaggio il racconto la memoria"
termina lo 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì
Presentazione

Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze
Presentazione

Manfredi Beninati. Se questo è un sabato
termina il 14 dicembre 2018
Galleria Poggiali - Milano
Presentazione

Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
Presentazione




Enrico Della Torre - Dimora con giardino - olio su carta su tela cm.36x26_5 2015 Enrico Della Torre - Sprofondo - olio su tela cm.20x29 2008 Enrico Della Torre - Dall'interno all'esterno - olio su tela cm.30x30 2012 Enrico Della Torre
Ricercare - Svelare


termina lo 04 novembre 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Enrico Della Torre presenta 24 opere realizzate dal 2005 al 2017. L'amore di Enrico per la storia dell'arte è a 360 gradi tant'è che egli si apre, piuttosto che chiudersi, alle influenze derivanti dall'operato dei suoi colleghi. Autori come Burri, Arp, Rothko, Gorky, sono stati più che un ramoscello attorno al quale un giovane arbusto poteva permettersi di crescere, ma piuttosto il vento sotto le ali della sua immaginazione; ispirazioni fondanti di un estetica unica. Grazie alle avanguardie novecentesche che hanno scardinato le precedenti convenzioni pittoriche e legittimato l'autogoverno del pennello d'ogni artista, Della Torre si ritrova per le mani la facoltà di creare un universo tutto suo, non limitato, però, da un'astrazione spuria d'ogni forma di naturalismo.

Spesso figure vagamente riconoscibili, o direttamente rievocate dal titolo, appaiono amalgamate agli schemi rigorosi delle sue tele, creando una dualità ossimorica rispetto a ciò che i suoi coevi pensavano del figurativo in contrasto con l'astrattismo. Nella logica del geometrismo Della Torre trova spazio per l'incertezza segnica, che rende vibranti forme usualmente immote; le figure, controllate, non debordano ma sfumano timidamente nei contorni, trattenendo l'impulso di espandersi oltre i propri confini. D'altro canto, finemente incorporate alle marcate silhouette, vi sono, quasi nascosti, richiami al mondo naturale, ispirazioni ed intuizioni carpite dalle cose più semplici, come quelle avute sostando sulle sponde dell'Adda.

Nel riflesso contorto delle acque del fiume le forme si scompongono semplificando i tratti delle cose, decostruendo la complessità della natura, estraendo la realtà ai minimi termini formali. L'impellenza emotiva di strabordare e di evocare il riconoscibile è meno evidente nelle ultime opere dove un rigore silente diviene l'ultimo degli strati evolutivi di un grande pittore. Della Torre sposa micro cosmi e macro cosmi ritraendoli assieme in una logica armonia di contrasti. La mostra è curata da Luca Pietro Nicoletti e Stefano Cortina Il catalogo è curato da Massimo Cassani ed è realizzato da Cortina Arte Edizioni. (Comunicato stampa)




Mila Lazic - Polifonia mediterranea - 2017 Edipo Re - Archivio Buiatti A fior d'acqua
Cecilia Donaggio Luzzatto-Fegiz, Fabrizio Giraldi, Mila Lazic


termina il 21 ottobre 2018
DoubleRoom arti visive - Trieste
doubleroomtrieste.wordpress.com

Una suggestiva esposizione curata da Massimo Premuda che presenta le ricerche visive di 3 artisti contemporanei intrecciate nel racconto della vita del mare, l'eterno muto interlocutore di artisti e scrittori. In mostra "Gibigiana" di Cecilia Donaggio Luzzatto-Fegiz, una videoinstallazione che, con un approccio pittorico, ricrea sul soffitto dello spazio il riflesso della luce solare sulla superficie del mare, "Port of Trieste" di Fabrizio Giraldi, un reportage fotografico sul porto industriale di Trieste i cui unici protagonisti sono merci, camion, container e navi che raccontano degli scambi internazionali della città con il resto del mondo, e "Polifonia mediterranea" di Mila Lazic, installazione sonora in cui 13 persone diverse leggono, ognuna nella propria lingua, "Breviario mediterraneo", il più famoso e tradotto libro dello scrittore croato Predrag Matvejevic.

A questi lavori vengono affiancati i disegni di progetto del primo restauro ad opera dell'architetto Ado Buiatti di "Edipo Re", storica imbarcazione di 16 metri a vela e motore del pittore Giuseppe Zigaina attorno al cui tavolo sedettero artisti e intellettuali come l'amico Pier Paolo Pasolini e altri nomi noti. Oltre a foto e disegni dell'"Edipo Re" viene presentata infatti anche un'inedita intervista audio di Buiatti a Zigaina proprio sulla laguna di Grado scelta come location per alcune significative scene del film "Medea" di Pasolini interpretato dalla divina Maria Callas, e rielaborata in forma di video dall'artista Carlo Andreasi.

Le opere in mostra restituiscono una possibile rappresentazione del mare vissuto come momento di meditazione e specchio in cui riflettersi, ma anche come esperienza intima e universale al tempo stesso, partendo da "Polifonia mediterranea", installazione sonora di Mila Lazic in cui 13 persone diverse leggono, ognuna nella propria lingua, "Breviario mediterraneo", il più famoso e tradotto libro del grande scrittore croato Predrag Matvejevic, in una vera e propria moltitudine di voci che fluttuano come le onde del mare, si passa a "Gibigiana", videoinstallazione di Cecilia Donaggio Luzzatto-Fegiz che, con un approccio pittorico di costruzione di nuove immagini in movimento, ricrea sul soffitto dello spazio con l'ausilio del proiettore, come in un patchwork, il riflesso della luce solare sulla superficie del mare, e infine si chiude con "Port of Trieste", reportage fotografico molto asciutto di Fabrizio Giraldi sul porto industriale della città i cui unici protagonisti sono merci, camion, container e navi che raccontano degli scambi internazionali della città con il resto del mondo e di una parte della città di cui tutti parlano, ma che in realtà nessuno conosce...

A queste ricerche visive contemporanee viene abbinata una ricca documentazione su "Edipo Re" - storica imbarcazione di 16 metri a vela e motore del pittore Giuseppe Zigaina utilizzata come luogo d'ispirazione per le sue opere, spazio famigliare e conviviale per artisti e intellettuali - cercando di restituire la visione di un'epoca "epica" compresa tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '80, in cui rientrano anche le tre memorabili edizioni della "Settimana internazionale del cinema" di Grado volute proprio da Pasolini, in polemica con il "Festival del cinema" di Venezia, portando sull'Isola d'Oro fra il 1970 e 1972 importanti film, registi e attori internazionali in una sorta di "controfestival", e ben documentate nella pubblicazione presente in mostra "Zigaina e Pasolini in scena" a cura di Francesca Agostinelli ed edita per i tipi di Forum-Editrice Universitaria Udinese.

L'omaggio parte da una toccante testimonianza dell'architetto Ado Buiatti, presentando i disegni di ristrutturazione della barca "Edipo Re" da lui eseguiti, accostati al suo materiale fotografico sulla laguna di Grado e alla sua intervista audio a Giuseppe Zigaina sulle riprese del film "Medea" dell'amico Pier Paolo Pasolini. Nello specifico in mostra sono presenti una ventina di disegni di progetto del primo restauro dell'imbarcazione "Edipo Re" realizzati da Buiatti fra il 1971 e il 1972 su commissione del pittore Zigaina, sui quali si può notare, a margine di ogni tavola, il curioso acronimo Upn (Ufficio Progettazioni Notturne) evocativo di tutto l'entusiasmo e dello spirito amichevole dell'intensa e durevole collaborazione tra i due.

Mentre nel video ad opera dell'artista Carlo Andreasi viene restituita visivamente l'inedita suggestiva intervista audio di Ado Buiatti a Giuseppe Zigaina del 1981 in cui il pittore racconta alcuni retroscena sulle riprese del film "Medea" di Pier Paolo Pasolini girate nella laguna di Grado con la divina Maria Callas, accostando ai 15 minuti di racconto i disegni di ristrutturazione della barca "Edipo Re" di Ado Buiatti, le sue foto sulla laguna di Grado realizzate fra il 1979 e il 1981 e alcune fotografie dall'Archivio Zigaina. (Comunicato stampa)

___ Pagine complementari

Mostre su Trieste

Callas: 1977-2007 (Articolo)

Grecia 2007: Anno di Maria Callas (Articolo)

Maria Callas: una Donna, una Voce, un Mito (Recensione catalogo mostra)

Mondo ex e tempo del dopo, di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti (Recensione libro)




Opera di Eliana Sevillano Eliana Sevillano: "il profondo della superfice"
Hotel 500 Firenze - Campi Bisenzio, 29 settembre 2018 - 07 gennaio 2019
Galleria Zetaeffe - Firenze, 30 settembre - 31 ottobre 2018
www.galleriazetaeffe.com

(...) La composizione fortemente "topografica" e antiprospettica, come se l'immagine non potesse che essere percepita en plongée, in perpendicolare assoluta rispetto alla superficie, ci rassicura che il piano del dipinto ha finito per coincidere con quello della realtà, con il supporto su cui l'artista agisce ed elabora le sue alchimie cromatiche (...) (dal saggio di Giuliano Serafini)

Eliana Sevillano (La Paz - Bolivia), naturalizzata venezuelana, a Caracas nel 1964 consegue il diploma dai laurea presso l'Accademia di Belle Arti "Cristobal Rojas". SI lega poi al circolo "El Pez Dorado" gruppo di scrittori, cineasti e artisti plastici. Nella galleria del gruppo tiene ora sua prima personale incentrata sulla rappresentazione della figura umana. A partire dal 1967, influenzata da pittori come Turner, Szyslo, Obregon, Tamayo, Sanchez e Gramko, abbandona gli interessi per la figura umana che lascia per la creatività gestuale e impulsiva che le apre la strada verso l'Astrattismo. Nel 1972 è per la prima volta in Italia dove esegue un corso presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. La sua esperienza dura un anno poiché rientra in Venezuela dove segue gli studi d'Arte Grafica al Cegra, li nel 1978 ottiene una borsa di studio e ritorna in Italia per lavorare presso l'Atelier Abel Valmitjana di Arezzo. La sua opera è apprezzata in esposizioni personali e collettive che tiene, oltre in Italia in Venezuela, anche negli Stati Uniti e in Spagna. (Comunicato stampa)




Immagine opera di Agostino Ferrari da locandina Agostino Ferrari: Segni del tempo
termina il 28 ottobre 2018
Museo del Novecento - Milano
www.museodelnovecento.org

Agostino Ferrari. "Alla fine del 1962 incominciai a usare il segno come scrittura non significante... oggi esiste ancora la consapevolezza del reale, che rappresento come ho sempre fatto, sviluppando un tema con segni e forme. Contemporaneamente esiste tutto quello che non conosco sull'uomo e la sua vita, una superficie nera che sta oltre l'esistenza, prima della nascita e dopo la morte, il vuoto e il buio, la limitatezza del nostro pensiero rispetto a quell'infinitamente grande".

Per oltre mezzo secolo Agostino Ferrari ha utilizzato il segno come strumento espressivo capace di raccontare le sue emozioni personali e le sue reazioni verso la realtà esterna ma anche come cifra di un linguaggio partecipe del mainstream contemporaneo, fra post-informale, arte programmata, minimal, pop e i vari ritorni alla pittura. Pittura a cui Agostino Ferrari non ha mai voluto rinunciare, come i compagni che nel 1962 fondano con lui il gruppo del "Cenobio" (Angelo Verga, Ettore Sordini, Arturo Vermi e Ugo La Pietra), pur riducendola ai minimi termini di un fraseggio grafico di moduli a-significanti tracciati nel colore, il cui vago modello visuale erano pagine di giornale: una tattica per coniugare la cronaca di un'epoca inquieta e radicale con un'intensa sensibilità, il pubblico con il privato.

Dopo lo scioglimento del gruppo e due soggiorni negli Usa, nella seconda metà degli anni Sessanta il lavoro di Ferrari acquista una consistenza oggettuale, in parallelo alle coeve esperienze degli amici Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e soprattutto Dadamaino. Il segno diventa incisione concretamente praticata sulla superficie, traccia rappresentata o filo metallico in rilievo (nel ciclo intitolato "Teatro del segno"); vengono effettuate anche ricerche sulla forma, ottenuta attraverso un metodo rigoroso, di carattere processuale ("Forma totale") che suscita l'interesse e l'apprezzamento di Lucio Fontana. Infine, dopo il segno, la forma e lo spazio, l'artista prende in considerazione il colore, indagato in relazione a diverse figure geometriche, con un procedimento lucidamente razionale e tale da evitare qualunque implicazione espressiva (le opere si intitolano "Segno, forma colore" e "Autoritratto").

Alla fine degli anni Settanta, una fase di ripensamento e di bilanci definita "rifondazione" porta Ferrari a recuperare un segno più gestuale che da quel momento non lascerà più: moduli e grafie illeggibili, di consistenza diversa, talvolta impreziosite da uno spessore di sabbia nera vulcanica e brillante, si moltiplicano attraverso nuovi cicli che impegnano l'artista per alcuni decenni, dagli "Eventi" ai "Palinsesti" alle "Maternità", dove uno schema centrale (matrice) è ripetuto nella fascia più esterna del quadro, dando luogo a una ripresa con valori tonali invertiti; fino ai recenti "Oltre la soglia" e "Interno-esterno", caratterizzati dalla presenza di uno squarcio colmo di impenetrabile nero in cui il segno si immerge o da cui fuoriesce, come per connettersi all'esperienza positiva della luce con l'indefinibile alterità del nuovo spazio rivelato da Lucio Fontana con i suoi squarci e i suoi fori nella tela.

L'antologica allestita al Museo del Novecento ricostruisce l'intero percorso dell'artista milanese; nel primo ambiente saranno esposte nove opere di formato grande o grandissimo, pietre miliari che scandiscono l'ultima parte dell'itinerario di Agostino Ferrari dopo la "rifondazione": dai Palinsesti ai recentissimi Prosegni (Interno/Esterno), compresa anche un'opera inedita, eseguita appositamente per l'occasione. L'archivio invece accoglierà una serie di pezzi piccoli, esemplificativi della prima parte del percorso, dai Racconti del 1963 ai Teatri del Segno, alle Forme totali agli studi per Autoritratto (l'Alfabeto) e le analisi del colore. Moltissimi gli studi e le carte, che offrono, per la prima volta, un prezioso insight sul metodo creativo e i processi seguiti dall'artista milanese nel suo lavoro. In totale verrà esposto un centinaio di opere originali. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Nomos Edizioni e curato da Martina Corgnati. Circa 2500 le opere documentate, esclusi i multipli e i progetti, oltre a testi critici e apparati bio-bibliografici.

Agostino Ferrari (Milano, 1938) espone per la prima volta nel 1961 alla galleria Pater, presentato da Giorgio Kaisserlian. Incontra Lucio Fontana e gli artisti con cui l'anno successivo fonderà il gruppo del Cenobio. I giovani milanesi vogliono "salvare al pittura" interpretandola e rinnovandola così da renderla gesto puro, primitivo ma al contempo proteso verso il futuro. La via da seguire è quella che porta alla nascita di una vera e propria "poetica del segno" dove la tecnica pittorica si riduce a grafia e la composizione a un sovrapporsi di tratti archetipici cifrati. Dopo lo scioglimento del gruppo, Ferrari continua a coltivare il segno come scrittura non significante. Nel 1966 espone a New York, alla Eve Gallery. Successivamente, tornato in Italia, elabora cicli oggettuali e processuali dedicati agli ingredienti della pittura, segno, forma e colore, vere e proprie "messe in scena" dal carattere "fondamentalmente plastico", come scrive Lucio Fontana nel 1967.

Questa ricerca lo conduce, nel 1975, all'Autoritratto, l'unica installazione prodotta in tutto il suo itinerario creativo, esposta per la prima volta all'Arte Fiera di Bologna con la Galleria L.P.220 di Torino e, l'anno successivo, nella mostra personale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Negli anni successivi, tra il 1976 e il 1978, Ferrari esegue l'Alfabeto, due serie di sei opere che sono la conseguenza dei suoi studi di Segno Forma Colore e che segnano la sintesi di quanto contenuto nell'Autoritratto. Nel 1978, dopo un soggiorno a Dallas dove espone l'Alfabeto presso la Contemporary Art Gallery, riemerge in lui l'esigenza di esprimersi con il segno puro ed entra in un periodo di "rifondazione". Quasi contemporaneamente incomincia l'uso della sabbia vulcanica, che resterà caratteristica costante del suo lavoro fino ad oggi. Agostino Ferrari ha esposto in centinaia di mostre personali e collettive in Italia e all'estero.

In programma:

.. 11 ottobre, ore 18
Museo del Novecento - Milano
Presentazione del Catalogo Ragionato dell'opera di Agostino Ferrari (Electa), a cura di Martina Corgnati.
Circa 2500 le opere documentate, esclusi i multipli e i progetti, oltre a testi critici e apparati bio-bibliografici. Per l'occasione verrà distribuito il numero monografico della rivista "Colophon" (Colophonarte di Egidio Fiorin) dedicato ad Agostino Ferrari.
Con Anna Maria Montaldo.

.. 15 novembre, ore 16-19
Sala Napoleonica dell'Accademia di Brera - Milano
Agostino Ferrari: Entrando in... Brera
Giornata dedicata ad Agostino Ferrari

.. 29 novembre 2018 - 25 gennaio 2019
Galleria Ca' di Fra' - Milano
Agostino Ferrari - ProSegno (mostra)




Immagine Mosaico con raffigurazione di pesci Mosaico con raffigurazione di Nereide
Mosaico con raffigurazione di pesci


Tornano al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, da poco inaugurato nella sua nuova veste, due splendidi mosaici, accuratamente restaurati in occasione della XVIII edizione di Restituzioni, esposti fino al 16 settembre scorso alla Reggia di Venaria di Torino nella mostra La fragilità della bellezza. Si tratta del Mosaico con raffigurazione di Nereide, tra i più antichi pavimenti rinvenuti ad Aquileia e uno degli esempi più significativi della ricchissima collezione musiva del Man, e del Mosaico con raffigurazione di pesci, risalente al I sec. d. C.

Il tessellato con Nereide, rinvenuto casualmente tra il 1859 e il 1860 non lontano dalla Basilica di Aquileia, raffigura una scena mitologica a soggetto marino dai colori vivaci, racchiusa entro un raffinato bordo con treccia e nastro. La scena, centrata su una figura femminile dai capelli biondi seduta su un toro bianco dalla coda pisciforme, fu interpretata fin dalla scoperta come una raffigurazione del mito di Europa, amata da Zeus, nelle sembianze di un toro. Ed è con questo nome che il mosaico è ampiamente noto, anche se è probabile si tratti di una raffigurazione di Nereide, le mitiche ninfe che insieme ai Tritoni scortavano il dio del mare, Posidone, sedute su animali marini, quali il toro con coda di pesce del mosaico aquileiese.

Il mosaico decorava una sala di una ricca domus risalente alle fasi più antiche di Aquileia; dalla stessa abitazione proviene anche il notissimo mosaico con raffigurazione di "pavimento non spazzato", che nel nuovo allestimento del museo dialoga con la Nereide, in una nuova disposizione di grande effetto, in una delle sale dedicate alle abitazioni private di Aquileia. Sempre a una domus appartiene anche l'altro mosaico atteso al museo per i primi di ottobre, rinvenuto nel 1963, un secolo più tardi rispetto a quello con raffigurazione di Nereide, nel quartiere settentrionale di Aquileia, in un contesto noto con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia. Il piccolo riquadro musivo rappresenta una scena di mare realistica di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, un motivo molto noto nel mondo romano, ampiamente presente nei raffinati pavimenti di Pompei. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Robert Capa Retrospective
termina il 27 gennaio 2018
Arengario - Monza

Mostra dedicata a Robert Capa, il più grande fotoreporter del XX secolo, fondatore, nel 1947, dell'agenzia Magnum Photos, con Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David Seymour e William Vandiver. La rassegna presenta più di 100 immagini in bianco e nero che documentano i maggiori conflitti del Novecento, di cui Capa è stato testimone oculare, dal 1936 al 1954. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto i suoi scatti ritraggono la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà delle guerre. Alcuni sono ormai diventati delle icone: basti pensare alla morte del miliziano nella guerra civile spagnola nel 1937 e alle fotografie dello sbarco delle truppe americane in Normandia, nel giugno del 1944. La mostra è articolata in 13 sezioni e si conclude con una novità, un'aggiunta inedita per questa tappa monzese, la sezione "Gerda Taro e Robert Capa" un cammeo di tre scatti: un ritratto di Robert, un ritratto di Gerda scattato da Robert e un loro "doppio ritratto", un modo per portare in mostra la loro vicenda umana e la loro relazione.

"Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale. "Se le tue fotografie non sono buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino". Questo il suo mantra e questa la frase scelta da Magnum Photos, per festeggiare i settant'anni dell'agenzia, afferma Denis Curti curatore di mostra, che ha ripreso fedelmente l'esposizione originariamente curata da Richard Whelan. «Se la tendenza della guerra - osserva lo stesso Whelan, biografo e studioso di Capa - è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ripersonalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. La rassegna è promossa dal Comune di Monza ed è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con Magnum Photos e la Casa dei Tre Oci. (Comunicato ufficio stampa Civita)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Ferdinando Scianna. "il viaggio il racconto la memoria"
termina lo 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì
Presentazione

Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998
termina lo 06 gennaio 2019
Casa dei Tre Oci - Venezia
Presentazione

La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
termina il 23 novembre 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
Presentazione




Alfredo Pini - l'isola che non c'è - tela su tela cm.60x60 Alfredo Pini - Sorvolando sui particolari - olio su tela cm.100x120 Alfredo Pini: "Giocosa-mente"
termina il 30 novembre 2018
Galleria d'arte moderna di Palazzo Bellini - Comacchio (Ferrara)

Esposti olii e tecniche miste, sia su tela che su carta, realizzati negli ultimi 3 anni dall'artista ferrarese di origini modenesi Alfredo Pini in cui i soggetti rappresentati, vedute urbane e musicisti jazz, sono un modo, come spesso accade in pittura, per raccontare altro. Si tratta di opere eseguite con pennellate veloci, dinamiche, i cui significati emergono nello stesso farsi, in una immanenza creativa che dona loro anima e segno. "Giocosa-mente" rappresenta il gioco ironico di raccontare, per mezzo di metafore, di se stesso e della propria visione del nostro vivere contemporaneo, in cui l'idea di movimento che trasmettono tutte le opere, va intesa come trasformazione inarrestabile di una società che cambia a ritmi frenetici e ci travolge. Il desiderio di interrompere questo processo e' affidato ai dipinti riguardante il Jazz, composizioni sinestetiche che restituiscono con efficacia il senso del ritmo e le vibrazioni delle note, "visualizzate" grazie ad una tavolozza ad un tempo nervosa e sapientemente ludica, permettendoci di riappropriarci dei nostri tempi, dei nostri spazi, di noi stessi. (Comunicato stampa)




Antonino Leto
Tra l'epopea dei Florio e la luce di Capri


termina il 10 febbraio 2019
Galleria d'Arte Moderna - Palermo

A oltre dieci anni dalla memorabile rassegna dedicata a Francesco Lojacono che ha rappresentato una svolta decisiva per la valorizzazione della pittura dell'Ottocento in Sicilia, con la mostra dedicata ad Antonio Leto (Monreale - Palermo, 1844 - Capri, 1913) si intende restituire la statura europea che gli compete anche all'altro grande protagonista della pittura in Sicilia. Appartenenti alla stessa generazione - Leto è sei anni più giovane di Lojacono - i due pittori hanno avuto una vicenda analoga, entrambi affermatisi come interpreti di una straordinaria visione mediterranea del paesaggio, declinato in uno stile che si è confrontato, dai Macchiaioli agli Impressionisti, con i grandi movimenti moderni europei.

Con circa 100 opere, la mostra sarà la grande occasione per riconsiderare Leto, nel suo articolato percorso artistico, che lo ha visto formarsi innanzitutto a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalle proposte della "Scuola di Resina" che, sulla lezione macchiaiola divulgata da Adriano Cecioni, sosteneva una resa naturalistica svincolata dal descrittivismo analitico di Filippo Palizzi. Vincendo il "Pensionato Artistico" Leto si trasferisce prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni. Il soggiorno a Parigi è decisivo per l'affermazione sul mercato internazionale e, invitato dal mercante Goupil, vi si trasferisce nel 1879. Di questo periodo rimane la suggestione dei bellissimi dipinti con scene di vita parigina come Vecchia Parigi (già collezione Società Edison), Bougival e Le bois de Boulogne, espressioni accattivanti dei nuovi gusti della clientela borghese.

Uno dei momenti fondamentali e più appassionanti della mostra, anche dal punto di vista storico, sarà la ricostruzione dell'eccezionale rapporto tra Leto e la famiglia Florio, che sono stati i suoi maggiori mecenati. Questo consentirà di vedere in una nuova e speciale prospettiva la mitica epoca della Palermo Liberty o modernista e riflettere sulla complessità - attraverso opportuni confronti - di capolavori come La mattanza a Favignana, uno dei dipinti più intensi del nostro Ottocento che, nella sua coinvolgente dimensione epica, rimanda alle pagine de I Malavoglia di Verga.

Una particolare attenzione sarà riservata anche alla consacrazione nazionale del pittore attraverso gli acquisti da parte della casa reale e dello stato. Verrà riconsiderata in ogni sua fase, attraverso l'esposizione degli straordinari studi preparatori, la complessa e appassionante genesi di un altro suo capolavoro I funari di Torre del Greco che venne presentato all'Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. In quest'opera, messa a confronto con il dipinto di analogo soggetto, realizzato da Gioacchino Toma un anno prima, troviamo una dimensione epica determinata dalla rappresentazione e dalla riflessione sul mondo del lavoro nell'Italia postunitaria. Sarà ricostruita una parte della produzione presentata alle Biennali di Venezia, in particolare quelle del 1910 e del 1924 che lo consacravano definitivamente a livello internazionale e lo inserivano nel circuito del collezionismo più prestigioso.

La sua fama in questo ambito è legata soprattutto a paesaggi con vedute di Capri e per la prima volta sarà presentato uno dei capolavori di Leto, Dietro la piccola marina a Capri, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla IX Biennale di Venezia. Capri fu il luogo dove amò ritirarsi definitivamente a partire dal 1890 con una scelta artistica e di vita condivisa con altri protagonisti della pittura moderna tra Otto e Novecento. Nel 1892 fonda il "Circolo Artistico" di Capri, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, che scelgono come sede delle loro mostre l'Hotel Quisisana. In quest'isola ispiratrice delle sue creazioni dove consuma l'ultima stagione della sua vita, Leto salda una pittura più densa e corposa, a macchia, dai forti contrasti di ombre e luci, come si evince dalle opere Veduta dal giardino dall'Hotel Pagano e I Faraglioni a Capri, entrambe concesse dalla Galleria Ricci-Oddi di Piacenza.

Leto ha saputo rendere, con uno stile davvero personale, l'atmosfera e la luce uniche di quell'isola incantata che, in quegli anni di transizione del secolo, anche attraverso la pittura, stava entrando nell'immaginario universale. Curata da Luisa Martorelli, Fernando Mazzocca, Antonella Purpura e Gioacchino Barbera, la mostra è promossa dal Comune di Palermo - Assessorato alla Cultura, dalla Galleria d'Arte Moderna E. Restivo, in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018. L'organizzazione è affidata a Civita. Il Catalogo è edito da Silvana Editoriale. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Alan Charlton - Triangle in 7 Parts - Acrilico su tela, 121,5x121,5cm 2016 - courtesy A arte Invernizzi, Milano - Foto Bruno Bani, Milano Alan Charlton
termina lo 08 novembre 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale dell'artista inglese Alan Charlton, presentata in contemporanea presso Annely Juda Fine Art di Londra. In questa occasione Charlton ha ideato un progetto che collega idealmente le gallerie pur presentando due percorsi espositivi indipendenti. Le opere scelte dall'artista in relazione agli spazi della galleria A arte Invernizzi tracciano per punti salienti i diversi momenti della sua ricerca - legata sin dal 1969 all'indagine delle molteplici potenzialità dei monocromi di colore grigio messi in relazione con l'ambiente circostante e con eterogenee modulazioni di luce - sino a giungere ad opere realizzate appositamente per questa mostra. Nelle sale al piano superiore sono esposte opere significative degli anni Novanta quali 5 Vertical parts e 10 Vertical parts (1993); lavori che sondano diverse possibilità geometriche e cromatiche a partire dalla lettura d'insieme di più elementi rettangolari, identici tra loro, presentati in sequenza lungo la parete.

L'utilizzo di serie di tele installate a muro porta, durante il primo decennio degli anni Duemila, alla realizzazione dei Pyramid Grid Paintings e dei Triangle Grid Paintings, in cui i diversi elementi concorrono a delineare la forma di un triangolo, e pone le basi per i successivi Triangle Paintings, costituiti da un'unica tela di forma triangolare che, nella loro più recente evoluzione, giungono a suggerire la struttura del triangolo, come forma geometrica parcellizzata, visibile in opere quali Triangle in 5 Parts (2016). Al piano inferiore si trovano i lavori realizzati appositamente per questa esposizione, che costituiscono un'analisi ulteriore della struttura dell'opera, che qui si presenta tronca nella parte culminante della forma triangolare e origina opere trapezoidali.

Come scrive Antonella Soldaini: "per tutta l'opera di Charlton in generale, quello che colpisce è la forte fisicità. L'assoluta mancanza di qualsiasi referenzialità, l'autonomia, la loro coerenza e il modo con cui si impongono all'occhio di chi le osserva, creano un'atmosfera enigmatica, tanto più sfuggente quanto più la si cerchi di catturare. (...) Confrontandoci con la dimensione atemporale di queste tele, con il loro esserci qui ed ora, veniamo a contatto, per antitesi, con la nostra finitezza, i nostri limiti e la nostra fragilità"... In occasione della mostra verrà pubblicata, in collaborazione con la galleria Annely Juda Fine Art, una monografia bilingue con saggio di Antonella Soldaini, testi di Barry Barker, Emile Charlton e un aggiornato apparato iconografico e bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Vincent Beaurin: Nun
termina il 16 novembre 2018
MAAB Gallery - Milano
www.artemaab.com

Nella mitologia egizia Nun è una delle otto divinità che formano l'Ogdoarde che rappresentano l'insieme delle forze primigenie discendenti dall'essenza del Caos: Nun, entità delle acque primordiali, è un etere senza volume o forma, inerte dal principio ed esteso in tutto il cosmo. Allo stesso modo, le statue di Beaurin, realizzate appositamente per l'esposizione meneghina, appaiono come solidi dalle forme ancestrali, raffiguranti realtà possibili che traggono forza dai contorni instabili che si creano e si disfano durante il processo di lavorazione. L'indagine sulla forma si coniuga con un profondo interesse per le variazioni di luce e colore nelle opere intitolate Ocelles, tondi in polistirolo ricoperte di piccoli frammenti di vetro e che appaiono come le macchie pigmentate dalla forma tondeggiante che adornano la livrea di numerosi animali. In questi lavori le mutazioni tonali determinano il superamento della serialità formale dell'oggetto e la trattazione del materiale consente di metterne in discussione i confini. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese) con testo critico di Domenico De Chirico.

Vincent Beaurin (Charleville Mézières, 1960) negli anni '70 ha studiato oreficeria presso l'École Boulle e pittura all'Enset - École normale supérieure de Cachan. Nel decennio successivo la sua pratica pittorica lo ha portato a soffiare la pittura sulla tela. Negli anni '90 il concetto di accessibilità dell'opera d'arte lo ha condotto verso la modellazione, realizzazione e produzione di oggetti domestici. A partire dall'esposizione Fragilism (2002), con l'architetto, designer e teorico Alessandro Mendini, presso la Fondation Cartier pour l'art contemporain di Parigi, Beaurin ha caratterizzato la sua ricerca con materiali polverosi e visioni e con un forte bisogno di levitazione e luminosità. Dal 2010, il fascino per i colori atmosferici è diventato più evidente. Le opere di Beaurin sono conservate in importanti collezioni. (Comunicato stampa)




Brian Eno - Tundra - 2018 Brian Eno: Ambient Paintings
termina il 24 novembre 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

"Se pensi alla musica come a una forma in movimento, mutevole e alla pittura come una forma immobile, quello che sto cercando di fare è di rendere la musica e i dipinti che sono statici in un movimento continuo. Sto cercando di trovare in entrambe le forme, lo spazio tra il tradizionale concetto di musica e il concetto tradizionale di pittura." (Brian Eno)

Brian Eno (Woodbridge - Gran Bretagna, 1948) è sicuramente uno degli artisti che hanno maggiormente influenzato la scena musicale dai primi anni Settanta del secolo scorso a oggi. Non solo ha studiato e si è laureato nel 1969 presso la Winchester School of Art dell'Università di Southampton, ma la sua formazione musicale ha avuto ispirazione dalla musica contemporanea di John Cage, la Monte Young e Terry Riley. Non solo ha fondato gruppi storici come i Roxy Music, ma creato un modo nuovo di intendere la musica. La sua Ambient music è stata rivoluzionaria, ha portato l'idea che la musica può diventare la colonna sonora degli spazi e non solo delle immagini, che ci accompagna nei luoghi più incredibili come in quelli più comuni.

E' stato un precursore della New wave e della New Age per non parlare del sampling on cui ha realizzato uno dei suoi album-capolavoro, My life in a bush of ghosts con David Byrne nel 1981. Ha creato una nuova "filosofia della musica" mettendo insieme il rigore delle avanguardie con la sua diffusione verso un pubblico allargato e sempre più vasto. Ha realizzato anche per primo nel 1996 la Generative music attraverso un software che sviluppa pressoché infinite variazioni e combinazioni di suoni. La musica autogenerativa serve per dare corpo all'utopia di un'arte sonora che abbia vita autonoma, che diventi sempre più legata alla creazione di un modo di vivere e di intendere le arti.

Infatti Brian Eno è un grande artista visivo e in questa mostra per la prima volta viene posto a confronto con uno splendido Omaggio al Quadrato del 1961 di Josef Albers, maestro del Bauhaus e grande innovatore del rapporto la luce e il colore. Un confronto concettuale e fisico che mette in relazione le affinità tra gli artisti che consistono nell'indagine tra la luce e il colore, affi dando alla forma il compito di una mediazione sensibile. Questo dialogo tra il linguaggio della pittura e quello dell'elettronica sviluppa e concretizza tutte le possibilità di una idea dell'opera d'arte aperta all'ambiente e al coinvolgimento dello spettatore.

Quelli di Brian Eno sono degli Ambient paintings, opere dinamiche che permeano lo spazio di luce e di suono portando il pubblico in una dimensione unica e straniante. Il quadrato è una forma geometrica spesso indagata dall'artista inglese che ha sempre cercato di mettere insieme la mobilità e il cambiamento della musica con l'energia e l'atemporalità della pittura. La ricerca di Brian Eno incontra a Venezia il linguaggio classico della pittura rappresentato da Josef Albers per dare vita a un percorso mentale e percettivo che mette insieme le utopie del Novecento per un arte pura, svincolata da significati particolari, intensa ed esperienziale.

Nei suoi lavori l'artista e musicista inglese mette insieme l'elemento sonoro con quello visivo in cui il concetto di cambiamento e quello di ripetizione differente, tracciano un universo percettivo affascinante. In fondo il sogno di Brian Eno, la sua filosofia, è quella di portare le arti a collaborare e a non essere più separate. Una filosofi a che risponde appieno alle idee di Cage, del Fluxus e anche alla grande speranza Pop di far vivere alla gente un'esperienza estetica totale. Qualcosa di nuovo e di rigenerante, quasi mistico.

In mostra ci saranno una trentina di opere di Brian Eno, il quadro di Albers e un'opera straordinaria di Riccardo Guarneri Angolare ambiguo di grandi dimensioni che ritorna a Venezia dopo essere stato presentata alla 57° Biennale. Saranno presentati una decina dei suoi famosi Light Music e una serie di multipli di grande qualità. In particolare per l'esposizione veneziana ha realizzato una versione di 77 million paintings, il celebre album video il cui software poteva generare una combinazione incredibile creando una successione apparentemente infi nita di immagini che si ricombinano e si riconfi gurano, in un processo random. 77 million paintings, girato alla massima velocità richiederebbe 9000 anni per essere interamente visto e alcuni milioni di anni se girasse alla minima velocità. (Comunicato stampa)




Opera di Oriano Zampieri Oriano Zampieri: "Linearità e plasticismo"
termina il 19 ottobre 2018
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

La mostra, a cura di Ivana D'Agostino, è il terzo appuntamento di "Osservazione 2018", ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione.

...Partito come ceramista di complessa policromia, il suo linguaggio negli anni si è andato conformando verso mature strutture plastico-scultoree più essenziali sia nella forma che nel trattamento cromatico delle superfici, dando valore a figure geometriche di base, come cerchi e quadrati, così da collegarsi idealmente alle avanguardie novecentesche nel rifiuto del soverchio e delle decorazioni descrittive. Il progetto contenutistico-formale preposto dell'artista alla realizzazione delle opere, include anche valori pittorici di superficie esaltativi dell'assunto dato: gamme di grigi e incroci segnici ortogonali e diagonali concepiti secondo la migliore tradizione astratto-geometrica e costruttivista. Anche i colori a volte sottilmente accesi di rosso, impiegati per tracciare le bande di segni e la loro disposizione all'interno del campo visivo, si risolvono accogliendo suggestioni neoplastiche e soluzioni, in alcuni forme notevoli realizzate a piatto. (Comunicato stampa)




Giovanni Grattapaglia - La Vergine, Il beato Amedeo di Savoia e San Giovanni Battista sorreggono la Sindone - Ph Paolo Robino La Sindone e la sua immagine
Storia, arte e devozione


termina il 21 gennaio 2019
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

L'allestimento, ideato dall'architetto Loredana Iacopino, è ambientato nella Corte Medievale di Palazzo Madama, suggestivo ambiente fatto edificare da Cristina di Francia nel 1636, dove sulla parete di fondo è ben visibile un affresco raffigurante l'Ostensione della Sindone organizzata nel 1642 per celebrare la fine delle ostilità tra la stessa Madama Reale, reggente per il figlio Carlo Emanuele II, e i suoi cognati, il Principe Tommaso e il Cardinale Maurizio. Il percorso espositivo ripercorre la storia della Sindone e le diverse funzioni delle immagini che l'hanno riprodotta nel corso di cinque secoli, da quando il Sacro Lino fu trasferito da Chambéry a Torino nel 1578, per volere di Emanuele Filiberto di Savoia, fino ad oggi.

Organizzata in collaborazione col Polo Museale del Piemonte, diretto da Ilaria Ivaldi, la rassegna presenta al pubblico un'ottantina di pezzi provenienti in particolare dal Castello di Racconigi e dalla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia, che ha sede a Ginevra, e inoltre dal Museo della Sindone di Torino e dalle stesse collezioni di Palazzo Madama. Le opere avute in prestito da Racconigi e da Ginevra fanno parte della celebre collezione raccolta dal Re Umberto II. Molti di questi quadri erano già stati esposti nel 1931 a Palazzo Madama in occasione del matrimonio di Umberto di Savoia con la principessa Maria del Belgio.

Sono raffigurazioni della Sindone realizzate dal momento del suo arrivo in Piemonte nel XVI secolo fino al principio del 1900 con svariate finalità: immagini celebrative dinastiche in ricordo di Ostensioni avvenute in particolari festività ed eventi politici, oppure legate a avvenimenti storici; lavori di alto livello esecutivo accanto ad altri più popolari dagli evidenti scopi devozionali. Opere prodotte con tecniche diverse - incisioni, disegni e dipinti su carta, su seta o su pergamena, ricami e insegne processionali - dove la Sindone è presentata secondo rigidi modelli iconografici che lasciano, però, spazio alla fantasia dell'artista per l'ambientazione e la decorazione.

Nelle scene dipinte si alternano svariati personaggi storici, sia ecclesiastici sia della famiglia reale, le forme dei baldacchini, le immagini di carattere devozionale in cui il lenzuolo è sorretto dalla Madonna e dai Santi, le architetture effimere predisposte per la sua presentazione ai pellegrini in Piazza Castello, i simboli della Passione, le ghirlande fiorite e gli oggetti destinati alla devozione privata e al mercato dei souvenir. In apertura troviamo il grande dipinto a olio su tela di Pieter Bolckmann del 1686, raffigurante Piazza Castello affollata in occasione dell'Ostensione del 1684 per il matrimonio di Vittorio Amedeo II con Anna d'Orléans. Dal Museo della Sindone provengono oggetti significativi come la cassetta che servì a trasportare la reliquia a Torino nel 1578 e la macchina fotografica da campo utilizzata da Secondo Pia, il primo a documentare fotograficamente la Sindone nel 1898. (Comunicato stampa)




Ferdinando Scianna
"il viaggio il racconto la memoria"


termina lo 06 gennaio 2019
Musei San Domenico - Forlì

Grande mostra retrospettiva dedicata a Ferdinando Scianna, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, art director della mostra e organizzata da Civita Mostre. Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l'intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Dopo l'esordio a Forlì, la mostra sarà presentata in varie città, in Italia e all'estero, a partire da Palermo (Galleria d'Arte Moderna) e Venezia (Casa dei tre Oci) nel 2019.

Ferdinando Scianna è uno tra i più grandi maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d'origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche - l'attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare - tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose - esordio della sua carriera - all'esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell'agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell'arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Ferdinando Scianna del suo lavoro scrive: come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell'azzardo degli incontri con il mondo.

In una audioguida che sarà a disposizione di tutti i visitatori (in italiano e in inglese), Scianna racconta in prima persona il suo modo di intendere la fotografia e non solo. Un vero e proprio racconto parallelo, che consentirà di conoscere da vicino il suo percorso umano e di fotografo. Un documentario sarà proposto in mostra, dedicato alla vita professionale di Ferdinando Scianna. La mostra sarà corredata da un grande catalogo pubblicato da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio Stampa Civita)




Guido Morelli - olio su tela Guido Morelli: "Silence"
termina il 26 ottobre 2018
Torre Guinigi - Lucca
www.bessarte.it

Personale del pittore Guido Morelli, curata dalla galleria BessArte di Lucca. In esposizione recenti oli su tela e tecniche miste su carta. Si tratta di raffinati lavori dall'impronta materica, nei quali sono raffigurati sintetici paesaggi naturali: questi ultimi non sono però evocazioni di luoghi reali, bensì composizioni, in cui ciò che conta è la ricerca di una determinata struttura, di una forma fondata su un gioco di rispondenze e su un equilibrio di spazi. Quella di Morelli è una pittura per così dire 'mentale', in cui è accentuata la dimensione della memoria: l'artista si concentra su un linguaggio psicologico del dipinto, allontanandosi da qualsiasi aspetto descrittivo e mirando a una pura fusione di cromatismi e luminosità.

Guido Morelli (La Spezia, 1967) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in tutta Italia e all'estero. Tra i più significativi riconoscimenti alla sua pittura si segnala l'acquisizione di opere di grandi dimensioni da parte della Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1998 e del MIM Museum in Motion di Castello di San Pietro in Cerro (Piacenza) nel 2008. Nel 2012 un suo dipinto è collocato in permanenza presso il Museo della Marineria 'Alberto Gianni' di Viareggio (Lucca). La mostra, patrocinata dal Comune di Lucca, è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio ed è corredata di catalogo con introduzione di Umberto Buscioni. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Cella nella mostra Una vita lemme lemme Gianni Cella
Una vita lemme lemme


termina il 27 ottobre 2018
Showcases Gallery - Varese
showcasesgallery.blogspot.it

Gianni Cella è un artista contemporaneo "storicizzato" che da decenni ha sviluppato un percorso artistico personalissimo vicino allo spirito libero e dissacrante della componente dadaista dell'arte. Possiede l'estrosità del visionario e con il suo sguardo a volte grottesco e a volte malinconico, riesce a coniugare perfettamente l'intuizione creativa con il gioco conducendoci all'interno del "suo guardare" popolato di personaggi fantastici e coloratissimi. Cella, che negli ultimi anni ha portato avanti la sua personale ricerca attraverso il linguaggio della scultura, lavora con la vetroresina e gli smalti e realizza maschere come rappresentazioni di stati d'animo e sculture verticali in cui il soggetto a volte si ripete in sovrapposizione.

Ma attenzione che il suo universo pop, vivace, colorato, quasi cristallino, descrive con grande lucidità la contemporaneità, la cultura vuota ed allucinata della "cultura di massa", le difficoltà dell'uomo di superare il proprio senso di inadeguatezza e le difficoltà di relazionarsi con gli altri. Le opere di Gianni Cella hanno il dono di rendere più piacevole lo spazio e uniscono la riflessione all'ironia, ci coinvolgono, ci emozionano. Mostra a cura di Franco Crugnola. Catalogo SGE con testo di Palmira Rigamonti. (Comunicato stampa)




Opera di Vincenzo Accame Vincenzo Accame
Opere su carta e su tela 1978/1988


termina il 30 ottobre 2018
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Vincenzo Accame (Loano, 1932 - Milano, 1999) è stato pittore, poeta, saggista, traduttore italiano di Poeti francesi di avanguardia (Jarry, Eluard, Arp) e redattore nel 1964 per la rivista di neoavanguardia Malebolge. Nel 1975, insieme con U. Carrega, V. Ferrari, Anna e Martino Oberto e Adriano Spatola partecipa all'attività dello spazio espositivo milanese Mercato del Sale e firma il manifesto della Nuova Scrittura: la cui poetica artistica, sostanzialmente radicata nell'ambito della scrittura, si rivolge alle arti visive in una costante ricerca ed analisi delle possibilità di rapporto tra la parola e immagine, e alle relazioni, nella creatività estetica, tra vari tipi di segni. Tale ricerca è stata anche il tema fondamentale della sua attività di saggista.

Nel 1988 viene fondata a Milano, sotto l'egida del collezionista Paolo Della Grazia, in collaborazione con gli artisti e l'attiva partecipazione di Ugo Carrega, l'associazione Archivio di Nuova Scrittura. Attraverso mostre personali e collettive internazionali l'Archivio conserverà un grande patrimonio artistico e documentario su ogni forma di espressione artistica nella quale siano presenti l'uso della parola e del segno. Durante gli anni '90 l'Archivio era diventato il principale centro di ricerca italiano sulla verbo-visualità, organizzando mostre, convegni e altri eventi culturali. Dal 1998 l'insieme di opere e documentazione viene depositato in parte presso la collezione del MART di Rovereto (biblioteca, archivi e parte delle opere, circa 1.600 lavori di artisti internazionali) e nella collezione del Museion di Bolzano (circa 2.000 opere d'arte).

Vincenzo Accame, pur vivendo appartato in Liguria presso Savona, ha continuato il lavoro di poeta e saggista e di pittura-scrittura realizzando con i suoi quadri mostre personali. Dal 2017 è stato costituito il Fondo Vincenzo Accame presso l'Università Cattolica di Milano. Il catalogo che accompagna questa concisa retrospettiva livornese, oltre alle immagini delle opere in mostra contiene un saggio introduttivo di Flavio Ermini; un riepilogo sull'opera e la vita a cura di Sandro Ricaldone e una breve cronistoria degli eventi e dei protagonisti della Nuova Scrittura redatto da Giorgio Zanchetti. (Comunicato stampa)




Opera di Manfredi Beninati Manfredi Beninati
Se questo è un sabato


termina il 14 dicembre 2018
Galleria Poggiali - Milano
www.galleriapoggiali.com

Il lavoro di Manfredi Beninati (Palermo, 1970) è stato esposto nelle Biennali di tutto il mondo, tra le altre alla Biennale di Venezia nel 2005 e nel 2009 (Primo Premio del pubblico nel 2005), alla Biennale di Liverpool, a quella di Madrid, sol per citarne alcune. L'artista, noto per le sue opere pittoriche e per l'estrema qualità del disegno, per il progetto appositamente concepito per lo spazio milanese ha deciso ancora una volta di far precedere alle produzioni bidimensionali dei lavori su tela e su carta un'istallazione ambientale. Questo nuovo progetto prende le mosse dal secondo dei due film che l'artista ha girato in appartamento Liberty a Palermo durante Manifesta. Il film suggerisce un senso di raffinata decadenza ed è colmo di colti riferimenti che da sempre sono associati alla poetica dell'artista.

La project room ospita dunque un nuovo lavoro intrinsecamente legato a tutta la produzione precedente di Beninati, è un'istallazione non praticabile ed è visibile dalla strada o da un corridoio sottile dentro la galleria. L'interfaccia della vetrina permette all'artista di associare bidimensionalità e tridimensionalità così da poter costruire punti di vista variabili e via via sempre più sorprendenti al tempo stesso per sé e per lo spettatore. La tensione narrativa è sottolineata dalla composizione stessa dell'istallazione: impostata come la vetrina di un negozio d'arredamento di cui la zona di Brera nella quale è inserita la galleria ne è piena, denota una condizione incongruente con la reazione a prima vista e sottolinea immediatamente un'atmosfera decadente.

L'istallazione milanese è una sorta di seconda puntata di quella messa in scena a Palermo. L'arredo, composto di uno scrittoio e un letto allude allo studio di un artista, le opere compaiono alle pareti e sullo scrittoio. L'autore? Beninati? Ad acuire quel senso di mistero e lo stimolo dell'indagine tipico della colta poetica dell'artista siciliano. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Claudio Verna - Pittura - acrylic on canvas cm.100x140, 39.3x55.1 inch. 1974 - Photo by Bruno Bani. Courtesy, the artist and Cardi Gallery Claudio Verna
termina il 20 dicembre 2018
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

Claudio Verna (Guardiagrele, 1937) è uno dei protagonisti della pittura italiana degli anni '70. Figura di riferimento della "Pittura analitica" o "Pittura-Pittura", Claudio Verna era parte di un piccolo gruppo di artisti che verso la fine degli anni '60 sentirono l'esigenza di tornare a dipingere, in un momento in cui molti consideravano la pittura una forma d'arte senza futuro. Questi artisti esploravano e analizzavano la pittura concentrandosi sui suoi elementi fondanti - lo spazio, la forma e il colore - e si possono considerare la risposta italiana al Minimalismo americano. Dall'Hard-edge al Colour Field, s'intravedono nelle opere di Verna molti paralleli con la pittura nordamericana degli anni '60, in particolare con figure quali Frank Stella, Barnett Newman e Kenneth Noland.

La mostra - a cura di Piero Tomassoni - è la prima personale dell'artista nello spazio milanese di Cardi Gallery, e segue un'ampia retrospettiva che si è tenuta nella sede di Londra all'inizio di quest'anno. Undici dipinti, in gran parte di grandi dimensioni e che vanno dal 1967 al 2016, con cui questa mostra mira a illustrare l'uso del bianco nell'opera di Claudio Verna. L'artista è stato spesso definito "maestro del colore", poiché della ricerca sul colore ha fatto il centro della sua intera carriera di oltre 50 anni. Per Verna, anche il bianco non è mai un pigmento neutro o un simbolo di spazio vuoto, ma è il colore che raccoglie in sé tutte le altre tonalità, come la luce bianca è composta dall'intero spettro dei colori visibili all'occhio umano, prodotti dalle diverse lunghezze d'onda delle radiazioni luminose.

Scrive il curatore della mostra Piero Tomassoni: "I dipinti 'monocromi' di Verna non sono mai effettivamente tali; presentano sempre una complessa tessitura vibrante di colori giustapposti, sovrapposti, intrecciati. Nei 'quadri bianchi' le tonalità emergono nel tempo, sia per le proprietà chimiche della vernice acrilica, con la quale Verna ha sperimentato fin dagli inizi, sia perché le superfici diafane lasciano trasparire il loro fondo cangiante in base alla luce e all'angolo di osservazione, con risultati spesso sorprendenti anche per l'artista stesso. Ugualmente i suoi 'quadri neri', come Aegizio '78 presente in mostra, lasciano che il colore riemerga da feritoie che si aprono sulle stratificazioni cromatiche dello spazio profondo della tela scura.

Questo genere di opere pone l'accento soprattutto sulle implicazioni visive del formato del quadro e della consistenza della pennellata, oltre che della luce e delle forme, talvolta geometriche e talvolta dettate da un gesto più libero. Rimangono tuttavia parte integrante della ricerca dell'artista sulla percezione e interazione dei colori, che continua ad essere il fulcro del suo lavoro, oltre a essere un contributo significativo alla storia della pittura astratta, di cui Verna rimane un protagonista attivo". (Comunicato stampa)




Alfredo Rapetti Mogol - Io sono io - acrilico su piombo cm.51x41 2018 Oltreparola. Alfredo Rapetti Mogol
termina il 20 ottobre 2018
VS Arte - Milano
www.vsarte.it

La mostra - a cura di Gianluca Ranzi - presenta una selezione di lavori, tra cui alcuni inediti, dove grafemi, segni e parole scomposte affiorano dalla materia pittorica e dai supporti più vari, quali cemento, piombo, vecchi fogli manoscritti, acrilici o pagine di quaderni ingiallite dal tempo. L'esposizione offre l'opportunità di ammirare l'esclusivo abito disegnato dallo stilista Gianni Tolentino, realizzato con un tessuto su cui è riportata un'opera di Alfredo Rapetti Mogol creata per l'occasione. Alfredo Rapetti Mogol (Milano, 1961) dopo un percorso nel mondo dell'arte e dell'editoria sente la necessità di coniugare le sue più grandi passioni, la scrittura e la pittura. La sua attività artistica è costellata da numerose mostre personali e collettive ospitate in spazi pubblici e privati, sia in Italia che all'estero. Usa un linguaggio rigoroso e talvolta scarno che racchiude in sé la ricchezza inesauribile della molteplicità alfabetica, dei suoi riferimenti e delle sue connessioni.

In opere come le sue note "Lettere" fra cui "Scrittura bianca" in acrilico su tela del 2012 (cm.100x100) lo scrivere e la decifrazione della parola diventano un nuovo alfabeto che, anche se usato in modo minimale, comprende tutto sé stesso e va oltre, per dare inizio a una sorta di grado zero del linguaggio, che parla di vita, di metamorfosi e di dinamismo del mondo. Tracciati di segni, grafemi e parole criptate dalla loro scomposizione diventano quindi strumenti della memoria e riaffiorano dall'indistinto, come in "Cemento bianco" del 2002 (cm.40x80).

In questo modo gli alfabeti si coagulano o si liquefano per dare vita a nuovi insiemi, è il caso dei lavori intitolati "Io sono io", 2018, in acrilico su piombo (cm.51x41) o nella celebre versione su carta manoscritta a inchiostro blu (cm.19,5x24,5) dove l'opera connette il passato al futuro offrendo nuove prospettive per rileggere, più consapevolmente e più criticamente, la crescente complessità del mondo attuale. Le parole scomposte inducono a fermarsi, chiedono tempo, sono enigmatiche, come si evince in "L'anima resta" del 2018 realizzata a inchiostro tipografico su carta (cm.28x19), da cui emerge il potere della grande arte di interrogare l'osservatore.

Alfredo Rapetti Mogol è da sempre attratto dalla sperimentazione, dal nomadismo culturale e dalla multidisciplinarietà, come testimoniano non solo le sue incursioni sul confine tra immagine e parola, ma anche tra musica e canto, tra pittura e installazione. A tale proposito Gianluca Ranzi commenta: "Così l'artista percorre la ricerca che l'arte contemporanea ha condotto sulle interferenze, sulle scomposizioni e le destrutturazioni semantiche, sui corto-circuiti percettivi e sugli scambi che intercorrono tra parola e immagine, contaminando sapientemente tecniche, generi e discipline. In altre parole le opere di Alfredo Rapetti Mogol fondano un nuovo spazio di libertà dove il linguaggio è dato dalla fertile contaminazione di parola e di immagine". La mostra è accompagnata da un catalogo con il testo critico di Gianluca Ranzi e le immagini delle opere esposte.

VS Arte segue artisti storicizzati e contemporanei, con uno sguardo attento alla scoperta e alla promozione di giovani talenti. Nata nel 2017 in via Appiani a Milano, dall'estate 2018 la galleria si trasferisce in via Ciovasso 11 nella centralissima zona di Brera ed è diretta da Vincenzo Panza con Vittorio Pignataro. Tra le mostre passate si ricordano quella di Arturo Tosi e Mario Sironi, la collettiva di Gastone Biggi, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Renato Mambor, Mimmo Rotella, Mario Schifano e le personali di Luca Vernizzi, Angelo Accardi e Aldo Damioli. La galleria ha inoltre collaborato con l'Accademia di Belle Arti di Brera accogliendo una collettiva di giovani artisti emergenti presentata in seguito in ltre città. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Victoria Stoian - Nistru Confines 79km - cm.105x60 - acrilico su tela Victoria Stoian: Nistru - Confines
termina il 25 ottobre 2018
Galleria Alberto Peola Arte Contemporanea - Torino
www.albertopeola.com

Immaginate per un istante di essere lontani dalla vostra terra e dalle vostre memorie più intime. Quali e quanti colori scegliereste per dipingere l'immagine interiorizzata di quel luogo, di quel ricordo? Con quanta passionalità, delicatezza o istintualità affrontereste la tela con il pennello? Victoria Stoian li usa tutti, nelle loro mutevoli e molteplici sfumature. Tutti, raramente il nero, che per lei rappresenta la tranquillità, la notte, il silenzio, ma anche la negazione della vita. Ogni più piccola traccia di pigmento sulle sue tele sembra voler suggerire una sonorità visiva da rielaborare con gli occhi e con la mente. Una vera e propria sinfonia pittorica. Così Victoria Stoian ci descrive la sua Moldavia.

Come nei Diari paesani di Tancredi, anche lei racconta attraverso l'uso di un segno stratificato, materico, alle volte spezzato, un paesaggio astratto privo di costruzione prospettica. A dare la profondità è l'intensità con cui viene distribuito il colore. Delicate e tenui campiture di lilla e verde salvia lasciano improvvisamente spazio a un turbinio di colori e di materia. La pennellata morbida viene poco a poco modellata da una gestualità sempre più immediata e istintiva che rivela l'espressività emotiva dell'artista.

Nistru-Confines è l'inedita serie di lavori di Victoria Stoian (Chisinau - Moldavia, 1987) da cui trae il titolo la seconda personale dell'artista moldava, a cura di Francesca Simondi. Una volta ultimata comprenderà circa 400 opere pittoriche e scultoree che ripercorreranno chilometro per chilometro il lungo confine, segnato dal fiume Nistru, che separa la Moldavia dalla regione secessionista della Transnistria, autoproclamatasi indipendente nel '90. Stoian ci racconta quindi una storia di confine, di guerra e di abbandono. La condizione di instabilità politica e territoriale che ne è derivata e il conseguente crollo economico hanno determinato in Moldavia un graduale e costante spopolamento. Questo "esilio condizionato", che ha coinvolto in particolare modo le zone rurali del paese, ha costretto molte famiglie a una dolorosa separazione e all'abbandono di case e terreni.

Victoria Stoian ha vissuto sulla sua pelle questo distacco. A ventun anni è riuscita a raggiungere la sua famiglia che da tempo si era stabilita a Torino. Qui ha continuato a coltivare la sua passione per l'arte, conseguendo nel 2015 la laurea specialistica in Storia dell'arte contemporanea all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, che segnerà l'inizio della sua carriera artistica e professionale. Nelle sue opere appare evidente l'eredità dell'espressionismo astratto del secolo scorso, che Victoria rinnova inserendosi a pieno titolo nel panorama artistico contemporaneao. Negli ultimi anni si è dedicata a due cicli pittorici che rappresentano un preludio della serie Nistru-Confines, oggi parzialmente esposta in galleria.

In Recea project (2014) le tele tracciano una vera e propria mappa termica delle stagioni che di mese in mese modificano il bosco di acacie che abbraccia il comune moldavo di Recea. Mentre in Codri Earthquake (2013/2017) l'artista dà vita a quella che potrebbe essere definita una mappa sismica in cui descrive secondo per secondo la sensazione di caos e di instabilità provocati dal terremoto che colpì la Moldavia nel 2011 e che danneggiò gravemente le foreste di Codri. La ricerca e il racconto di un riferimento geografico preciso, la serialità numerica delle opere attraverso la quale poter mappare un dato specifico, così come la rielaborazione astratta di un ricordo sono alcune delle caratteristiche costanti che emergono come un fil-rouge anche nelle sue opere più recenti.

Nistru-Confines, rispetto ai lavori precedenti, sembra però racchiudere in sé una carica emotiva maggiore sia per i riferimenti politici sia per la presenza nuova di sculture in cartapesta le cui forme ritorte sembrano ricordare fili spinati, tracce di corpi e aridi arbusti. La disposizione delle sculture nello spazio della galleria accentua il senso di disorientamento; è pensata infatti per delimitare e deformare il concetto di spazio e di tempo, creando un percorso prestabilito che limita la libertà di movimento del visitatore, invitandolo a seguire il tracciato per poter superare il confine fisico e reale che lo separa dalle tele.

Osservando i dipinti di Nistru-Confines ci si accorge che la tensione è concentrata quasi sempre in alto, mentre le pennellate uniformi e leggere occupano la parte inferiore delle tele. Questa sospensione verso l'alto e la contrapposizione tra spazi pieni e vuoti conferiscono all'intero ciclo una forte sensazione di instabilità. Guardandomi negli occhi Victoria mi dice con apparente calma "Il mio presente non è staccato dal passato" e così nelle sue tele frammenti di ricordi trascorsi si rimescolano con l'oggi, creando un nuovo tempo sospeso. Segni astratti sembrano nascondere tracce figurative. Scorgo una persona, una casa. Ritrovo un albero, un animale. Mi immagino Victoria intenta a dipingere, ogni tela per lei rappresenta un momento di totale intimità. Il pennello il mezzo per poter confessare ogni suo sentimento più profondo. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra di Rosalba Ruzzier Rosalba Ruzzier: L'anima color della notte
termina il 30 ottobre 2018
Biblioteca Statale «Stelio Crise» - Trieste

La mostra investe tutte le sale storiche del primo piano della Biblioteca, creando un percorso visivo e tattile con le opere su carta e tela e i libri d'artista che Rosalba Ruzzier ha realizzato in questi ultimi tre anni di lavoro. I suoi libri d'artista - che hanno ricevuto riconoscimenti internazionali e premi nazionali investono lo spazio presentando su supporti diversi, spesso cartacei ma non solo, una sequenza d'immagini tra loro collegate, che raccontano una storia e consentono all'artista di esprimere consequezialmente quanto nasce da un'emozione, un ricordo, un desiderio. Il libro nelle sue mani evolve. Facendolo a pezzi, espandendolo, ripensandolo, le pagine divengono altro, scultura, archivio, pittura a cui fanno eco le grandi opere realizzate su carta o su tela con tecnica mista. La ricerca di Rosalba Ruzzier è da sempre legata al linguaggio, ai segni, alla carta e si associa esplicitamente a composizioni poetiche o narrative, che evoca, cita e reinterpreta graficamente. Il tema della memoria e del tempo sono fonte inesauribile delle sue esplorazioni. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Juan Melé dalla mostra 12 Relieves policromados Juan Melé: 12 Relieves policromados
termina il 30 novembre 2018
Galleria Marelia arte moderna e contemporanea - Bergamo

Dopo la grande mostra monografica realizzata nel 2015 alla Mundo Nuevo Gallery Art di Buenos Aires, dove furono raccolte opere storiche dagli anni '40 ai '60 affiancate a quelle più recenti dagli anni '70 ai '90, la Galleria Marelia di Bergamo riunisce 12 rilievi policromi realizzati a Parigi da Juan Melé tra il 1994 e il 1998, nel corso del lungo soggiorno in Francia. I lavori furono presentati nel 2010 all'Ambasciata argentina a Parigi e in seguito portati in Italia dal nipote Carlos Horacio Brasero. Juan Melé (Buenos Aires, 1923-2012) nel 1942 dopo aver completato gli studi alla Scuola Nazionale delle Belle Arti "Prilidiano Pueyrredon", si avvicinò ad alcuni artisti in seguito raggruppati nell'Asociación Arte Concreto-Invención composta da Tómas Maldonado, Lidy Prati, Alfredo Hlito, Raúl Lozza, Enio Lommi, Manuel Espinoza.

Il raggruppamento aprì ufficialmente nel 1945, ma già nel 1944 Tómas Maldonado, Lidy Prati, Rhod Rothfuss, Gyula Kosice, e Carmelo Arden Quin avevano stampato il primo e unico numero della rivista Arturo che, pur esprimendo una condivisa opposizione verso l'arte simbolica, divideva già i partecipanti in due gruppi artistici che segnarono il punto di partenza per una nuova avanguardia: il Movimento Madi, condotto da Carmelo Arden Quin, Kosice, Rothfuss e l'Associazione Arte Concreto-Invención portata avanti da Maldonado e Prati che nel frattempo si erano sposati. Per la prima volta in Argentina si sentiva la necessità di arrivare a un'arte non più rappresentativa o espressionista, ma oggettiva; un'arte che potesse parlare un linguaggio universale e portasse a positivi cambiamenti sociali.

Avendo immediatamente aderito all'Asociación Arte Concreto-Invención lo sviluppo dell'opera di Melé è caratterizzato dalla bidimensionalità dei piani e dalla vibrazione dei colori, tanto nelle opere pittoriche che nei rilievi e nelle sculture. Dagli anni '40 fino agli ultimi lavori l'artista propone un'estetica non figurativa, che si allontana dai concetti mimetici dell'arte e dove il piano, la linea, il colore e la luce si coniugano esprimendo la forza compositiva caratteristica di un artista consacrato alla creazione d'un'estetica che, attraverso le sue opere, gli permise di far parte delle più importanti collezioni a livello internazionale e di ricevere importanti riconoscimenti. (Comunicato stampa)




Immagine dalla mostra Alexander Kircher: il pittore triestino dimenticato Immagine dalla locandina della mostra dedicata al pittore triestino Alexander Kircher Alexander Kircher: il pittore triestino dimenticato
termina il 29 ottobre 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Rassegna con materiali originali e documentazioni che contribuiscono alla conoscenza e alla definizione di un pittore che, ingiustamente, ha rischiato l'oblio proprio nella sua città d'origine. Kircher (Trieste, 1867) rimase per tutta la vita appassionato cultore di visioni e paesaggi marini. Molte delle sue tele diverranno cartoline che la collezionista Liliana Pajola ha raccolto e con le quali ha sostanziato il suo nuovo libro La Marina da guerra Austroungarica nei quadri di Alexander Kircher (edizioni Luglio 2018) che sarà presentato prossimamente proprio al museo postale. La rassegna allestita dalla direzione museale è ricca in cartoline, documenti e oggetti originali.

Più di duecento le prime, tutte d'epoca, a testimoniare l'amore dell'artista non solo per il mare, in generale per quei panorami che molti artisti di fine Ottocento hanno saputo ritrarre e presentare a un pubblico sempre più interessato ai viaggi e alla conoscenza di luoghi e culture diverse. Grazie alla sensibilità del collezionista Giorgio Petronio, almeno una ventina di disegni firmati in prima persona da Kircher troveranno spazio nelle teche museali e del contiguo Spazio Filatelia. Nei testi e nel libro che inquadra la vita e l'opera dell'artista, molte informazioni sono state fornite da Peter Teichmann, nipote di Kircher, residente in Germania. Cartoline e quadri del pittore triestino sono ospitati da istituzioni museali e amministrative europee di rilievo: nel Museo della Scienza e della Tecnica e nel Museo dell'Esercito di Vienna, nel municipio di Brema, a Kiel e Francoforte a Spalato, Pola e Rovigno, tra le tante. (Comunicato stampa)




Giovanni Cappelli - Saidecar - olio su tavola cm.70x100 1957 Monumento Hannover Paolo Schiavocampo - Città - olio su tela cm.70x90 1958 Dal Realismo Esistenziale alla Nuova Figurazione. Gli Anni Cinquanta/Sessanta
Musei Civici di Varese, 06 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019

Zivilcourage
Museo Civico Floriano Bodini - Gemonio, 13 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019

I Sette di Gottinga nella contemporaneità - Floriano Bodini maestro di Libertà
Palazzo Pirelli - Milano, Novembre 2018

Lo splendido bozzetto in bronzo di Bodini "I Sette di Gottinga", al Castello di Masnago, è il fulcro del grande evento d'arte "diffuso", scandito in tre mostre che scaturiscono dalla celebrazione del ventennale dall'inaugurazione (1998) del Monumento di Floriano Bodini "I Sette di Gottinga" per la piazza del Parlamento di Hannover. Sono più di ottanta le opere in esposizione nelle tre sedi tra loro idealmente coordinate. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Sara Bodini, Renato Galbusera, Museo Civico Floriano Bodini/Gemonio, Musei Civici di Varese/Castello di Masnago, Amici del Museo Bodini, Palazzo Pirelli di Milano con il sostegno della Fondazioni Comunitaria del Varesotto e di Unipol. Da un progetto di Fabrizia Buzio Negri, che curò nel 1997 la mostra storica per la Galleria d'Arte Moderna di Gallarate "Guerreschi e il Realismo Esistenziale" e che scrisse nel 1998 la presentazione critica nella monografia "Zivilcourage" dedicata al monumento di Hannover per l'inaugurazione avvenuta il 20 marzo 1998.

Nel 1837 sette docenti dell'antica Università di Gottinga attuarono una ferma protesta contro la violazione della Costituzione da parte del re Ernst August. La ribellione all'autorità regale costò a tutti la revoca dell'incarico d'insegnamento e tre professori dovettero lasciare il Regno di Hannover. Ma non fu vano il loro esilio. Per il grave scandalo che seguì l'atto dispotico del sovrano, nel 1848 l'Assemblea di Francoforte venne convocata al fine di scrivere una nuova Costituzione e uno dei "Sette", il professor Dahlmann, vi svolse un ruolo di rilievo. Floriano Bodini, allora vincitore su 26 progetti internazionali, ricostruisce la vicenda in un raccontare sublimato tra dramma storico e dramma del singolo, individualmente vissuti nella condizione di uomo e, nel contempo, prestati alla grande teatralizzazione della Storia.

- Dal Realismo Esistenziale alla Nuova Figurazione. Gli Anni Cinquanta/Sessanta

Negli Anni Cinquanta la vicenda giovanile di Floriano Bodini all'Accademia di Brera si intreccia in amicizia e condivisione con gli artisti del Realismo Esistenziale, così denominato da Marco Valsecchi (1956) alla loro prima mostra. Guerreschi, Banchieri, Romagnoni, Vaglieri, Ceretti, Ferroni sono i pittori che con Bodini, l'unico scultore, danno vita al movimento profondamente influenzato dal ricordo della violenza e della sofferenze della guerra. Nel Secondo Dopoguerra, il loro sguardo artistico si avvicina all'Esistenzialismo, ben lontano dal Realismo Sociale di marca guttusiana, in una visione dei disagi di una difficile quotidianità, fuori da contenuti ideologici e dalle lotte di classe, bensì con ideali sociali e di intensa introspezione. Timbri crudi e tematiche esacerbate: sono principalmente periferie, interni di desolazione, atmosfere di privazioni, personaggi segnati da sensi di sconfitta. 

Negli anni Sessanta dal Realismo Esistenziale nasce una lunga Deriva d'impegno nella realtà, con gli artisti della "Nuova Figurazione" in Lombardia, in Emilia e Romagna, in Toscana, a Roma, a Napoli. Sono Rodolfo Aricò, Giorgio Bellandi, Adolfo Borgognoni, Giovanni Cappelli, Giancarlo Cazzaniga, Leonardo Cremonini, Franco Francese, Giuseppe Giannini, Giansisto Gasparini, Sandro Luporini, Giuseppe Martinelli, Ennio Morlotti, Pietro e Dimitri Plescan, Antonio Recalcati, Liberio Reggiani, Giulio Scapaticci, Paolo Schiavocampo, Renzo Vespignani, Giuseppe Zigaina. E altri ancora. Scrive nel testo critico il curatore Fabrizia Buzio Negri: "La figura torna a essere codice di linguaggio per meglio comunicare un cruciale profondo bisogno di introspezione. Questa urgenza di andare verso nuovi contenuti interiori chiarifica una rinnovata coscienza di libertà interpretativa, molto eterogenea, che talora sfiora l'astratto, la non-forma, il Pop".

- Zivilcourage

E' l'"iter" creativo di Bodini per il grandioso Monumento di Hannover nella mostra al Museo di Gemonio, con i gessi e i bronzi dei personaggi, le medaglie, gli studi preparatori, le fotografie work-in-progress (dall'Archivio Bodini) a documentare il lungo lavoro alla Fonderia Battaglia di Milano e nell'atelier dell'artista. Vi sono presentate inoltre opere di artisti "amici" di Bodini, perché vicini al sentimento ispirativo dei Sette di Gottinga. Sono Giuliano Vangi, Augusto Perez, Alberto Sughi, Renato Galbusera, Maria Jannelli, Piero Leddi, Peter Ackermann, Alberto Montrasio, Ariel Auslender, Joachim Schmettau.

A Palazzo Pirelli, 15 giovani artisti delle Accademie di Brera e dell'Albertina di Torino, nelle diversificate tecniche e interpretazioni, parlano di libertà di espressione in termini di modernità e contemporaneità, con il loro professore Renato Galbusera, tra i primi allievi di Bodini. Il cerchio sembra così chiudersi tra storia, presente e futuro. Sempre e comunque "Floriano Bodini, Maestro di Libertà". Il catalogo comprende le presentazioni istituzionali, i testi critici, fotografie storiche, le immagini di tutte le opere in mostra, frutto di prestiti da prestigiose collezioni private e museali, con gli apparati. (Comunicato stampa)




Fotografia di Fulvio Roiter nella mostra Fotografie 1948-2007, a Genova Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007
termina il 24 febbraio 2019
Palazzo Ducale - Genova

Circa 150 scatti, per la maggior parte vintage, selezionati dal curatore Denis Curti con il prezioso contributo della moglie Lou Embo, raccontano l'intera vicenda artistica del grande fotografo scomparso nel 2016, e fanno emergere tutta l'ampiezza e l'internazionalità del lavoro di Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Il percorso espositivo racconta gli immaginari inediti che rappresentano la Sicilia ed i suoi paesaggi, Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, in Belgio, in Portogallo, in Andalusia ed in Brasile che hanno determinato i primi approcci alla fotografia di Roiter, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva. "Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d'oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti" (Leonello Bertolucci, I Grandi Fotografi - Fulvio Roiter, Milano 1982).

"Un bianco e nero aspro, contrastato, ruvido. Un desiderio di raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. E' questa la fotografia di Fulvio Roiter. Un modo particolare di guardare il mondo che ha ispirato l'opera del grande autore veneziano, fino alla fine dei suoi giorni, in una linea di racconto dinamica, ricca di sfumature, sorprese e colpi di scena, vicina a un approccio intimo alla fotografia" afferma Denis Curti.

Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica, per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l'autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: "Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali" (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016)

Ne derivano 9 sezioni di mostra, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile del grande fotografo: L'armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l'Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L'altra Venezia; L'infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L'uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell'anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall'autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati. Promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, la mostra è prodotta da Civita Mostre in collaborazione con i Tre Oci. Accompagna la rassegna un catalogo bilingue Marsilio Editori.

Fulvio Roiter (Meolo, 1926 - Venezia, 2016) è stato uno dei più importanti fotografi italiani. Esperto di fotografia in bianco e nero, usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica, che esaltava luoghi e particolari inediti della scena. Già fotografo apprezzato per aver prodotto diversi libri fotografici di città e regioni del mondo, salì alla ribalta internazionale per gli scatti sulla sua Venezia da cui trasse il libro Essere Venezia del 1977. E' stato uno dei tre fotografi italiani a cui è stato assegnato nel 1956 il premio internazionale per l'editoria fotografica Nadar. Roiter si diplomò come perito chimico, ma dal 1947 si dedicò alla fotografia, che divenne la sua attività professionale dal 1953. Nel 1949 aderì al circolo fotografico La Gondola di Venezia, fondato dall'amico Paolo Monti due anni prima.

Nel 1953 partì per la Sicilia nel suo primo viaggio fotografico, il primo di molti in tutto il mondo. La pubblicazione nel gennaio 1954 di alcuni scatti siciliani sulla rivista Camera segnò il suo debutto sulla scena internazionale. Dopo avere realizzato numerosi reportage per alcune riviste, pubblicò nel 1954 il suo primo libro fotografico, il volume in bianco e nero Venise a fleur d'eau. Nel 1956 Roiter vinse la seconda edizione del Premio Nadar con il libro di sole foto bianco e nero Umbria. Terra di San Francesco (Ombrie. Terre de Saint-François). Ottenne la consacrazione sulla scena internazionale con il libro Essere Venezia del 1977, stampato in quattro lingue con una tiratura di circa un milione di copie, un best seller unico per l'editoria fotografica. Durante la sua carriera, Fulvio Roiter ha pubblicato circa un centinaio di volumi di fotografie, compiendo numerosi viaggi in ogni parte del mondo. Roiter è stato sposato con la fotoreporter belga Louise "Lou" Embo. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Dipinto di Alan Gattamorta nella mostra Fine estate Fine estate
termina il 21 ottobre 2018
www.alangattamorta.it

Il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta sul sito antologico.







Immagine di presentazione mostra Grenzlaender con opere di Andrea Fontanari, Julia Frank, Veronica de Giovanelli, Federico Seppi Grenzländer
Andrea Fontanari, Julia Frank, Veronica de Giovanelli, Federico Seppi


termina lo 03 novembre 2018
Boccanera Gallery - Trento
www.arteboccanera.com

Per la prima volta dopo le mostre dedicate agli artisti rumeni emergenti nel 2017, ai giovani artisti della Repubblica Ceca nel 2016 e ai giovani pittori polacchi nel 2015, gli artisti saranno provenienti dal territorio dove la galleria ha sede: Il Trentino Alto Adige. Con la mostra Grenzländer, Boccanera Gallery intende rilevare e rafforzare la sua identità di galleria globale, rimanendo locale. L'importanza di sostenere artisti del territorio è una delle peculiarità della ricerca di Giorgia Lucchi Boccanera e con questa mostra, realizzata in collaborazione con la curatrice Giovanna Nicoletti, traccia un punto della situazione importante dell'arte emergente locale, con lavori di artisti in diversi stadi della propria carriera.

Il titolo Grenzländer rimanda alle terre di mezzo, luoghi specifici, dove le zone di confine esprimono limiti geografici e temporali. E' in questi territori che elementi naturali e antropologici sono messi in connessione. Sono luoghi nei quali si sperimenta e si percepisce il fremito di qualcosa che sta per accadere e che vive in maniera indipendente. In occasione di questa mostra Boccanera Gallery presenta quattro giovani artisti provenienti dalla regione Trentino Alto Adige che si confrontano con linguaggi apparentemente diversi per raccontare i loro mondi o meglio per dare forma al loro pensiero misurando la propria ricerca.

Comune al loro lavoro è la costruzione e la conseguente stratificazione di segni e significati nella rappresentazione del vero. Andrea Fontanari usa la pittura per ricreare spazi e pensieri biografici che si mostrano sulle tele come affioramenti pronti a sparire nel disincanto. Julia Frank esprime nella performance e nell'installazione forme di riflessione e di trasformazione dei luoghi coinvolgendo attivamente il visitatore. Veronica de Giovanelli addomestica le pennellate creando delle velature trasparenti dove il ricordo del paesaggio sembra trasformarsi in percezione assoluta del colore. Federico Seppi elabora tracce nello spazio per muovere ciò che sta nella materia. Questo lavoro di entrare fisicamente nei materiali lo spinge a modellare un frammento di paesaggio e a trovare corrispondenze nelle diverse forme. La mostra Grenzländer ha lo scopo di consolidare il supporto a giovani artisti italiani e locali che la galleria segue come missione insieme al focus sui giovani artisti est europei. L'anno espositivo partirà dalle immediate vicinanze geografiche per aprire oltreoceano celebrando l'inizio della seconda decade di Boccanera Gallery, stabilendo un nuovo capitolo da Est a Ovest. (Comunicato stampa)

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Boccanera Gallery, Trento, is pleased to present the exhibition Grenzländer - terre di confine with the artists Andrea Fontanari, Julia Frank, Veronica de Giovanelli, Federico Seppi. Boccanera opens the gallery's season with a group show. After the exhibitions dedicated to emerging Romanian artists in 2017, the young artists of the Czech Republic in 2016 and the young painters from Poland in 205, for the first time, the artists are from the territory where the gallery is based: the Trentino Alto Adige. With the exhibition Grenzländer, Boccanera Gallery intends to strengthen its identity as a global gallery, remaining local. The importance of supporting local artists is one of the peculiarities of Giorgia Lucchi Boccanera's research, and with this exhibition in collaboration with the curator Giovanna Nicoletti, draws a significant line for the situation of local emerging art, with works by artists in different stages of their careers.

The title Grenzländer refers to middle lands: distinct places where borders frame limited geographic and temporal areas. Natural and anthropological elements are connected in these territories. These are independent crossing points there to explore, to experience, and to feel the thrill of something that is about to happen. In this exhibition Boccanera Gallery presents four young artists from the Trentino Alto Adige that, with slightly different languages, give a voice, or better, shape their thinking by challenging each others research. Their works share the construction and precise stratification of signs and meanings in the representation of truth. Andrea Fontanari uses painting to recreate spaces and biographical stories shown on canvas as emerging and ready to disappear in disenchantment. By actively involving the visitor, Julia Frank's performances and installations create forms of reflection and transformation of places.

Veronica de Giovanelli tames the brushstrokes creating transparent veils where landscape's memories transform themselves into the categorical perception of color. Federico Seppi develops traces of space with the intention of moving the composition of matter. In his art practice, he shapes fragments of landscape seeking accordance in different forms. The group shows Grenzländer aims to consolidate the Gallery's mission supporting young Italian and local artists, along with the focus on young artists from Eastern Europe. The exhibition's season will start from the immediate geographical areas to open up overseas, by establishing a new chapter from East to West, at the beginning of the second decade of Boccanera Gallery. (Press release)

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Mostre relative alla Storia del Lago di Garda e del Trentino - Alto Adige / Südtirol




Sandro Chia - Magnetism, Optimism, Rheumatism Sandro Chia
termina lo 06 gennaio 2019
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno (Svizzera)

Un'ampia retrospettiva - a cura di Rudy Chiappini - dedicata a Sandro Chia, uno degli interpreti più significativi della cultura artistica contemporanea, la cui produzione è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. L'esposizione rappresenta un'occasione unica per ammirare, per la prima volta in Svizzera, un'accurata selezione di oltre 50 dipinti di grande formato, realizzati dal 1978 fino alle opere più recenti, di uno dei protagonisti assoluti della Transavanguardia. E' questa anche l'occasione per una riflessione sulla corrente artistica degli anni Ottanta, attraverso le opere di Chia e di altri suoi esponenti: Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi cui è dedicata una sala. Un movimento, quello della Transavanguardia, apparentemente di riflusso rispetto al concettualismo dell'Arte Povera, che trovò nel critico Achille Bonito Oliva la propria autorevole guida nel recupero degli stimoli che avevano alimentato alcune delle avanguardie storiche come l'espressionismo, il fauvismo e la metafisica.

Impulsi che nell'opera di Sandro Chia, tradotti in narrazioni spesso oniriche, si concretizzano in un vigore barbarico, fondendo confessioni intime al gusto per la teatralità. Ne scaturisce una figurazione d'impronta mediterranea che ha saputo in breve tempo imporsi a livello internazionale, anticipando per certi aspetti il passaggio dalla modernità alla postmodernità, fatta di piccole narrazioni quotidiane, del ritorno al particolare, e soprattutto da una nuova attenzione al segno, alla forma e al colore. La mostra è accompagnata da un catalogo con le riproduzioni a colori di tutte le opere esposte.

Sandro Chia (Firenze, 1946) frequenta l'Istituto d'Arte e si diploma all'Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1969. Visita l'India, la Turchia e gran parte dell'Europa prima di stabilirsi a Roma; nel 1971 ha luogo la sua prima personale alla Galleria La Salita. Durante gli anni Settanta il suo lavoro si distanzia gradualmente dalle sperimentazioni concettuali a favore di uno stile più figurativo, attirando l'attenzione della critica italiana e internazionale. Nel 1980 ottiene una borsa di studio dalla città di Mönchengladbach (Germania) e vi lavora per un anno, per poi trasferirsi a New York dove vive per i successivi due decenni, pur continuando a spostarsi frequentemente tra questa città e l'Italia. Negli anni Ottanta diventa uno dei protagonisti della Transavanguardia, movimento artistico che lo coinvolge, unitamente a Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente ed Enzo Cucchi, alle Biennali di Parigi e San Paolo, e più volte alla Biennale di Venezia. I suoi lavori sono stati esposti in prestigiose mostre in alcuni dei maggiori musei del mondo. (Comunicato stampa)




International Contemporary Art Exhibition
Armenia 2018. Soundlines of Contemporary Art

Yerevan, 25 settembre - 25 ottobre 2018
www.icaearmenia.org

In occasione del centesimo anniversario della nascita della Repubblica armena, Yerevan apre le porte all'arte contemporanea con la mostra che coinvolge tutta la capitale attraverso l'esposizione di oltre cinquanta artisti internazionali in sette prestigiose sedi. Si tratta della prima manifestazione di arte contemporanea a Yerevan che unisce tutti i mezzi espressivi - pittura, scultura, fotografia, video, installazione - e che mette in dialogo un gran numero di artisti provenienti da ogni parte del mondo, invitati a realizzare le opere in situ e contestualmente a tenere dei workshop con gli studenti delle accademie. L'obiettivo è infatti coinvolgere il più possibile il territorio, renderlo partecipe del dibattito artistico ed evidenziarne la vocazione allo scambio culturale.

Per questo motivo si estende alla città con una diffusione capillare nei maggiori luoghi dediti alla cultura: Armenian Center for Contemporary Experimental Art, Aram Kachaturian Museum, Cafesijan Center for the Arts, Hayart Cultural Center, Artists' Union of Armenia, A. Spendiaryan Opera and Ballet National Academic Theater, Armenian General Benevolent Union. La mostra pone al centro dell'attenzione concetti chiave come l'interazione culturale, l'identità, la mobilità, la circolazione del pensiero, il confine come soglia reale e mentale che divide e consente allo stesso tempo lo scambio e il dialogo culturale. Questi importanti temi sono ripresi anche nel titolo Soundlines of Contemporary Art in cui il legame e la metafora con il suono sottolinea il potere della voce dell'arte. In maniera analoga a quanto avviene in un'orchestra in cui il suono del duduk, armeno, si integra perfettamente con gli altri strumenti, la rassegna intende rispecchiare una fusione culturale nella storia contemporanea e la scena globale in cui artisti armeni dialogano con quelli di altri Paesi.

L'esposizione evidenzia una rete di nuove espressioni che derivano dall'immaginario degli artisti, i quali filtrano il mondo attraverso la loro identità e il proprio background sociale e realizzano immagini che vivono in risonanza o dissonanza con le opere di artisti provenienti da un capo all'altro del globo, in una connessione vibrante e stupefacente. L'evento comprende il "Progetto Open Sounds of Contemporary Art" realizzato attraverso una open call con application online, selezionata successivamente dai curatori e cha ha dato esito all'esposizione presso l'importante sede Artists' Union of Armenia. Inoltre una sezione intitolata Educational propone diversi workshop in alcuni dei principali istituti armeni tra cui il Tumo Center of Creative Technologies, il Terlemezyan Institute, State Fine Art Academy. Accompagna la mostra un catalogo in due volumi, edito da Manfredi Edizioni. (Estratto da comunicato stampa IBC Irma Bianchi Communication)

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Armenia: Mostre e Convegni
Presentazione

L'Olocausto Armeno
Recensione libro

Breve Storia del Caucaso
Recensione libro




Willy Ronis. Fotografie 1934-1998
termina lo 06 gennaio 2019
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

L'esposizione, curata da Matthieu Rivallin, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, organizzata da Civita Tre Venezie, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite dedicate a Venezia, in grado di ripercorre l'intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud. Pur non essendo un movimento codificato da un manifesto programmatico, quello umanista dimostrava il suo interesse verso la condizione umana e la quotidianità più semplice e umile, per scoprirvi un significato esistenziale universale. Attraverso le sue immagini, Ronis sviluppa una sorta di micro-racconti costruiti partendo dai personaggi e dalle situazioni tratte dalla strada e dalla vita di tutti i giorni, che lo portano a estasiarsi davanti alla realtà e a osservare la fraternità dei popoli.

Se è vero che le sue fotografie corrispondono, in una certa misura, a una visione ottimista della condizione umana, Ronis non ne cela l'ingiustizia sociale e s'interessa alle classi più povere. La sua sensibilità nei confronti delle lotte quotidiane per la sopravvivenza in un contesto professionale, familiare e sociale precario, rivela che le sue convinzioni politiche, militante comunista, lo conducevano a un impegno attivo, attraverso la produzione e la circolazione di immagini della condizione e delle lotte operaie. Sebbene la maggior parte delle sue immagini più riprodotte siano state scattate in Francia, sin dalla sua giovinezza Ronis non ha smesso di viaggiare e fotografare altri luoghi. Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli sveli i suoi misteri. Ai suoi occhi è più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia. (Comunicato Civita Tre Venezie)




Roy Lichtenstein e la Pop Art Americana
termina lo 09 dicembre 2018
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)

Una retrospettiva dedicata ad uno dei più grandi artisti del XX secolo: Roy Lichtenstein. Il genio della Pop Art americana che ha influenzato grafici, designer, pubblicitari ed altri artisti contemporanei tanto che ancora oggi è possibile riscontrare riferimenti allo stile di Lichtenstein in ogni ambito del design e della comunicazione. La mostra riunisce oltre 80 opere del Maestro e degli altri grandi protagonisti della Pop Art americana; per evidenziare sia la sua originalità che la sua appartenenza a uno specifico clima, sono presenti infatti, a confronto con quelle di Lichtenstein, anche opere iconiche di Andy Warhol, Mel Ramos, Allan D'Arcangelo, Tom Wesselmann, James Rosenquist e Robert Indiana.

Roy Lichtenstein (New York 1923-1997) è, insieme a Andy Warhol, la figura più rappresentativa e più conosciuta della Pop Art, e dell'intera storia dell'arte della seconda metà del XX secolo. Il suo caratteristico stile mutuato dal retino tipografico, il suo utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le sue rivisitazioni pop dell'arte del passato lontano e recente sono entrate non solo nella storia dell'arte del Novecento, ma nell'immaginario collettivo anche delle nuove generazioni, stampati all'infinito su poster e oggetti di consumo. A distanza di decenni i suoi dipinti continuano a suscitare enorme interesse nel mercato dell'arte e sono stati venduti anche negli ultimi anni per decine di milioni di dollari.

In virtù di questa sua fama e della sua centralità, Lichtenstein è stato oggetto nel mondo di numerose mostre antologiche, che ne hanno ripercorso la lunga carriera, iniziata negli anni Cinquanta, giunta a un punto di svolta decisivo nei primissimi anni Sessanta, consacrata definitivamente nel corso dello stesso decennio e proseguita con coerenza e costante riscontro sino alla scomparsa avvenuta nel 1997. La prima parte della mostra è dedicata alla stagione iniziale della Pop Art, quegli anni fra il 1960 e il 1965 in cui nascono le icone di Lichtenstein tratte dal mondo dei fumetti e della pubblicità, qui a confronto con i lavori dei compagni di avventura dell'artista, quali i citati Warhol, Indiana, D'Arcangelo, Wesselmann, Ramos, Rosenquist e altri ancora, a testimoniare della nuova società e della nuova arte che la rispecchia e che prende il nome di Pop Art.

Questo periodo è rappresentato in mostra da autentici capolavori pittorici come Little Aloha (1962) e Ball of Twine (1963), ma anche da una rarissima opera degli inizi come VIIP! (1962), e da una strepitosa serie di opere grafiche, le più geniali e celebri rielaborazioni delle tavole dei comics che ancora oggi identificano non solo Lichtenstein ma un intero decennio della storia dell'arte e del costume del XX secolo. A fianco delle opere derivate dai fumetti, certo le sue più conosciute, Lichtenstein inizia alcune serie che hanno come riferimento da un lato la storia dell'arte, dall'altro il grande tema dell'astrazione pittorica: sono i dipinti che testimoniano la varietà e la complessità del pittore e che aprono nuove interpretazioni sia sulla sua opera che sull'intera stagione della cosiddetta Pop Art: anche in questo caso alle opere di Lichtenstein si affiancano quelle dei suoi coetanei, continuando quel dialogo fondamentale tra protagonisti di uno dei momenti cruciali dell'arte del XX secolo.

Esemplari a questo proposito sono le astrazioni numeriche e letterarie di Robert Indiana (con un prezioso "FOUR" degli anni Sessanta e una celebre scultura "LOVE") o il ciclo "Flowers" di Andy Warhol. Tra queste serie, si ricordano quella dei "Paesaggi" e quella dei "Fregi", che prendono avvio nei primi anni Settanta. I paesaggi partono da un motivo naturale per arrivare a un'astrazione assoluta, che comprende anche l'adozione di materiali plastici appartenenti al mondo contemporaneo, in un affascinante corto circuito tra tradizione e innovazione. In modo analogo, i "Fregi" riprendono un tema canonico dell'arte classica per trasformarlo in pura decorazione astratta: un'opera di quasi tre metri concessa in prestito dal Musée d'Art moderne et contemporain de Saint-Étienne rappresenta al meglio questo ciclo.

Quasi contemporaneamente nasce anche un altro genere, quello che proviene direttamente dalla storia dell'arte: ecco allora le figure ispirate a Picasso e a Matisse - ma anche dal Surrealismo, come la celeberrima Girl with Tear (1977) che giunge in via straordinaria dalla Fondation Beyeler di Basilea - pretesti per rielaborare e riscrivere una storia dell'arte e dei generi attraverso il proprio linguaggio, per cannibalizzare anche la storia delle immagini, siano esse colte o popolari. Il passaggio dalla citazione testuale al suo inserimento in una più complessa messa in scena avviene appena successivamente, con la pennellata che si sfalda, facendo perdere allo spazio la sua tradizionale unità e riconoscibilità, mentre le figure e le forme rimangono riconoscibili, come un punto fermo nella transitorietà delle apparenze del mondo.

La mostra è poi punteggiata da alcune serie di fotografie che ritraggono l'artista all'opera nel suo studio. Gli autori sono due protagonisti della fotografia d'arte italiana, Ugo Mulas e Aurelio Amendola, che, in diversi momenti, hanno ritratto Lichtenstein: in questo modo non solo si può entrare nell'officina dell'artista, ma anche leggere il rapporto che sempre ha legato la cultura italiana al pittore. Quello che rende unica questa mostra è il principio di lettura complessiva della creatività dell'artista che permette di apprezzare Lichtenstein nella sua interezza, affrontando tutte le stagioni e tutti i temi della sua arte. Per questa ragione, la mostra può essere vista seguendo due percorsi complementari: considerando i diversi temi secondo il tradizionale ordine cronologico, oppure analizzandoli sotto diversi punti di vista - seguendo proprio la metodologia di Lichtenstein - con una particolare attenzione, oltre che alle opere su tela, alla formidabile produzione grafica, momento assolutamente centrale nel percorso creativo dell'artista. Centrale anche nell'affermazione pubblica di Lichtenstein e della Pop Art in generale, che proprio nella grande diffusione permessa dalla grafica ha trovato uno dei motivi principali del suo successo realmente popolare.

In questo modo, la mostra - a cura di Walter Guadagnini, già autore di storiche ricognizioni sulla Pop Art, e Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - ha due chiavi di lettura fondamentali: una è quella storico/iconografica, che tocca anche gli aspetti del linguaggio e dello stile di Lichtenstein, passando dalla figura all'astrazione, con libertà e coerenza davvero uniche. E' molto interessante a questo proposito sottolineare la nascita della cosiddetta "Pop Abstraction" attraverso le opere di Lichtenstein e dei suoi compagni di viaggio. L'altra chiave di lettura è quella disciplinare, che mira a evidenziare le complessità e insieme l'unità della pratica artistica di Lichtenstein, modernissimo nel suo affrontare la pittura a partire dai principi della riproduzione dell'immagine, e allo stesso tempo classico nella sua volontà di conferire a ogni disciplina una sua specifica importanza e un suo specifico ruolo. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, quali Stefano Bucci, Mauro Carrera, Mirta d'Argenzio, Kenneth Tyler, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra 100% Italia - Cent'anni di capolavori 100% Italia - Cent'anni di capolavori
termina il 10 febbraio 2019
www.archivioalbertozilocchi.com

- Biella | Palazzo Gromo Losa (Futurismo); Museo del Territorio (Secondo Futurismo)
- Vercelli | Arca (Metafisica, Realismo Magico, NeoMetafisica)
- Torino | Museo Ettore Fico (Novecento, Corrente, Informale, Astrazione); MEF Outside (Pop Art); Mastio della Cittadella (Optical, Minimalismo, Arte Povera, Concettuale); Palazzo Barolo (Transavanguardia, Nuova Figurazione, International)

100%Italia è una mostra dedicata agli ultimi cento anni di arte italiana, dall'inizio del Novecento ai giorni nostri. Con un percorso storico esaustivo, il progetto è l'occasione per evidenziare il ruolo preminente dell'arte italiana, che ha saputo segnare profondamente la creatività europea e quella mondiale. Ogni anno e ogni decennio sono stati contraddistinti da forti personalità che hanno influenzato l'arte del "secolo breve" e oltre; nessuna nazione europea ha saputo infatti offrire artisti e capolavori, scuole e movimenti, manifesti e proclami artistici con la continuità dell'Italia.

In un momento in cui il valore identitario di una nazione deve essere ripreso, riconfermato e ribadito, non per prevaricare, ma per aiutare la comprensione della storia, 100%Italia vuole fare il punto e riproporre evidenti valori che per un tempo troppo lungo molti critici hanno sottovalutato. Gli artisti considerati come capisaldi della cultura internazionale verranno esposti, ognuno con una o più opere rappresentative del proprio percorso e del periodo storico di appartenenza. La grandezza dei maestri si potrà quindi percepire in un unicum e in una sequenza espositiva che faranno fare al visitatore un viaggio straordinario lungo cent'anni. 100%Italia ha collaborato con collezioni e a archivi di musei, di fondazioni, di gallerie pubbliche e private e di collezionisti che insieme hanno costruito un evento unico nel suo genere. La mostra è organizzata dal Museo Ettore Fico di Torino e curata da Marco Meneguzzo, Claudio Cerritelli, Giorgio Verzotti, Luca Beatrice, Lorenzo Canova, Elena Pontiggia, Luigi Sansone.

L'avvio è precedente al 1915, anno in cui l'Italia entra ufficialmente nel primo grande conflitto mondiale, nella prima guerra "globalizzata" in cui le superpotenze si fronteggiavano e si scontravano in un modo violento e disumano. In quegli anni i Futuristi avrebbero voluto «bruciare i musei e le biblioteche» così da chiudere con la storia passata e identificarsi con il presente, ovviamente in senso puramente ideologico. La conclusione delle mostra è contrassegnata dal 2015, in un tempo in cui l'ideologia prende il definitivo sopravvento sulla razionalità e sulla tolleranza reciproca, attuando in concreto quelle distruzioni simboliche dei Futuristi. (...)

Le tipologie e metodologie di sterminio cambiano e, dallo scontro frontale, si spostano su fronti a macchia di leopardo per distruggere popoli e nazioni nella loro totalità attraverso simboli artistici e storici che documentano l'arte e la religione. Paradossalmente l'arte moderna e contemporanea seguono questi stessi schemi. Le scuole, le estetiche, il mercato si adeguano e si adattano ai cambiamenti epocali segnando differenze e cambi di potere a livello internazionale. 100%Italia non è un reportage di guerra, ma un viaggio segnato da tre grandi guerre che hanno mutato il mondo e la sua percezione e, soprattutto, un resoconto accurato della creatività e della genialità italiana da sempre "cartina al tornasole" dello stato dell'arte. I nostri artisti hanno saputo, come nessun altro, entrare in contatto con movimenti internazionali e istanze non provinciali, hanno saputo rielaborare la nostra cultura attraverso altre culture, restando permeabili e nello stesso tempo autonomi.

100%Italia vuole proporre al grande pubblico un progetto a più livelli. Il primo è lineare e cronologico dove le opere si susseguono, anno dopo anno, in un continuum percettivo senza soluzione di continuità. Il secondo è quello dei movimenti che maggiormente hanno influenzato il nostro gusto e le estetiche mondiali. Il terzo è un progetto didattico e divulgativo per chi volesse approfondire in modo unitario percorsi e storie legate all'arte. Ogni sezione è illustrata attraverso saggi che prendono in esame i maggiori movimenti italiani. Questi documenti completano la mostra e il catalogo di accompagnamento si propone anche come testo fondamentale per comprendere la nostra storia, il nostro passato e il nostro futuro. 100%Italia propone all'attenzione del pubblico quei capolavori che solitamente vengono conservati in collezioni private e che difficilmente vengono esposti pubblicamente per dare, oltre che un quadro completo sul piano scientifico, una scelta di opere eccezionali mai esposte. (Comunicato stampa)

Locandina della mostra (versione ingrandita)




Nina Vlados - Sattiva - tecnica mista cm.30x40 2001 Nina Vlados: "Connessione trascendentale"
termina lo 08 agosto 2018
Sala Comunale d'Arte di Trieste

Nella mostra dell'artista di origine russa Nina Vlados, introdotta dall'arch. Marianna Accerboni, oltre una ventina di opere realizzate dal 2001 a oggi, tra cui disegni, dipinti, acquerelli e le preziose porcellane realizzate di recente.

Presentazione




Beppe Ciardi - Sera piovosa - courtesy galleria nuova arcadia padova 1897 Emma Ciardi - Meriggio refrontolo Venezia - collezione privata I Ciardi viaggiatori in Europa
Paesaggi e giardini


febbraio-giugno 2019
Palazzo Saracinelli - Conegliano (Treviso)

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra è il secondo appuntamento del ciclo volto ad approfondire il tema del paesaggio nella pittura veneta tra '800 e '900, inaugurato nel 2018 con la retrospettiva Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio. Curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato e Stefano Zampieri, l'esposizione, presenta circa 70 opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, di Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) e dei figli Beppe (Venezia, 1875 - Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933). La rassegna sottolinea il particolare rapporto che lega Guglielmo, Beppe ed Emma alla natura, in un percorso tematico che attraversa circa ottant'anni della scena artistica italiana ed europea, facendo emergere peculiarità, convergenze e divergenze nella produzione di questi artisti.

Guglielmo, il fondatore della 'dinastia', è considerato unanimemente colui che porta la pratica dell'osservazione verista del paesaggio, soprattutto veneto, alla sua rappresentazione più matura e consapevole. Dopo la sua esperienza presso i macchiaioli e la scuola napoletana - e il rinnovamento linguistico che ne deriva - mette in evidenza le potenzialità di una pittura anti-accademica e anti-retorica, scoprendo le qualità poetiche dei luoghi periferici e marginali della laguna, in cui si mescolano e quasi si identificano l'umiltà e la fatica del lavoro con il sommesso lirismo delle paludi e delle barene. Suo figlio Beppe introdurrà, pur nella fedeltà alla poetica paterna, elementi nuovi e inediti fino a dar spazio a originali accenti simbolisti e di realismo sociale. Emma, infine, riscopre la grande tradizione guardesca in un inedito settecentesimo ironico e brioso. La sua produzione tocca forse i più singolari risultati nell'attenzione verso i giardini e i parchi, con un chiaro gusto moderno e insieme citazionista, che affonda le sue radici nella tradizione pittorica di un Settecento decadente.

La pittura di paesaggio dei Ciardi si afferma nelle Biennali veneziane da fine Ottocento fino agli anni Trenta, con un successo mai scalfito. Abbandonata la scena di genere e mai veramente praticata quella di figura, la ricchezza della loro scelta a favore del paesaggio si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell'alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d'acqua. Con Beppe si afferma anche una presenza pacata e quasi bucolica degli animali, dei pastori, delle mandrie; poi qualche mercato contadino, qualche figura di paesani in riposo.

Vi è un altro elemento importante: le numerose peregrinazioni artistiche in Europa e in Inghilterra. In questi viaggi la passione naturalistica e, in particolare, la pratica della veduta di paesaggio e il linguaggio si arricchiscono di acquisizioni cosmopolite così come di soggetti e iconografie rinnovati, dagli Impressionisti alla scuola di Glasgow. Emma, in particolare, porterà alla fine a una sorta di esplosione o di de-strutturazione figurativa la sua pittura, accogliendo suggestioni e stimoli dalle sperimentazioni degli artisti contemporanei. Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




Ghiglia. Classico e moderno
termina lo 04 novembre 2018
Centro Matteucci per l'Arte Moderna - Viareggio

Una monografica selezionatissima che, accanto ai capolavori più noti di colui che, in modo del tutto personale, ha saputo aggiornare la lezione di Fattori, propone, per la prima volta, una ventina di opere fondamentali, che sino ad ora, mai erano uscite dai raffinati salotti di un collezionista d'eccezione. "In Italia non c'è nulla, sono stato dappertutto. Non c'è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c'è Ghiglia. C'è Oscar Ghiglia e basta". La nota affermazione di Modigliani, riferita da Anselmo Bucci nei Ricordi parigini (1931), contrasta con il silenzio venutosi a creare attorno a Ghiglia dopo la morte. Condizione riservata, come osservava Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967 in occasione della mostra "Arte Moderna in Italia. 1915-1935", a quell'intera generazione d'artisti penalizzata dal "giudizio negativo sul fascismo".

E' con gli studi di Raffaele Monti e Renato Barilli della metà degli anni Settanta, confluiti in una serie di mostre monografiche rivelatrici di un grande talento, che il livornese comincia ad essere preso in considerazione, rappresentando un "caso" che incarna, in termini esemplari, la cultura figurativa dei primi decenni del Novecento. Una pittura, la sua, priva di contaminazioni anche per il tratto umbratile e scontroso del personaggio, non molto aperto alle relazioni, spesso in contrasto anche con amici vicini, come Giovanni Papini e Amedeo Modigliani. Se del primo, dopo la condivisione delle idee attraverso la collaborazione con Spadini, Borgese e Prezzolini al "Leonardo", mal digerì la svolta futurista, della frattura con il secondo sfuggono le ragioni.

A testimonianza di un sodalizio, che per i riflessi sull'opera appare tra i più fertili e intensi dell'arte moderna, restano le famose cinque lettere inviate, nel 1901, durante il soggiorno a Venezia e Capri, da Modigliani a Ghiglia; il tono è di un giovane che, aprendosi al mondo, intravede nell'artista più maturo il proprio alter ego. Formatosi nella Firenze "modernista" delle mostre rivoluzionarie della Promotrice e di Palazzo Corsini, da autodidatta di grande talento Ghiglia si rivela tra i più ricettivi alle nuove istanze cosmopolite, declinanti in una pittura di pura invenzione, dove classico e moderno idealmente si fondono. A cogliere in anticipo l'essenza di questo doppio registro è Llewelyn Lloyd che definisce l'arte dell'amico "originalissima non somigliante a nessun'altra, che non ha punti di riferimento né coi macchiaioli toscani né con l'impressionismo francese".

Nell'estrema generosità, il giudizio tralascia, però, i poli essenziali di riferimento: Fattori e Cézanne, dei quali Ghiglia ha percepito l'elevata caratura, rapportandovisi come ad un magistero più che come ad un modello. Negli oltre quaranta capolavori in mostra tali radici emergono inequivocabilmente, sebbene il livornese non abbia mai smesso di guardare al di là delle Alpi. In una lettera a Natali allora a Parigi scrive: "Perché non vai a trovare Rosso? Come italiano e giovine artista tu dovresti farlo (...) Digli che io lo saluto considerandolo una delle più grandi glorie di questo secolo e che spero di poterlo presto abbracciare. Sono contento che ti piaccia Van Gogh, ma cerca ancora di vedere Cézanne, ti convincerai che il passato, così, è l'avvenire". (Comuncato ufficio stampa Studio Esseci)




Donatello a Palazzo Venezia
termina il 28 aprile 2019
Palazzo Venezia - Roma

Dal 12 luglio il prezioso busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, realizzato da Donatello, finora comparso in mostre temporanee, viene posto a Palazzo Venezia per circa nove mesi a disposizione del grande pubblico. Donato de' Bardi, detto Donatello (1386-1466) fu il più celebrato scultore fiorentino del quindicesimo secolo e uno dei più grandi scultori di ogni tempo. Partito da un clima ancora largamente connesso al cosiddetto Gotico internazionale, l'artista s'impose ben presto insieme a Brunelleschi e a Masaccio per la carica innovativa, diventando uno degli alfieri del primo Rinascimento. Il busto in terracotta di San Lorenzo fu realizzato per il portale maggiore della Pieve di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo nel Mugello, una chiesa posta una quarantina di chilometri a nord di Firenze. La datazione sembra cadere intorno al 1440, negli stessi anni in cui Donatello realizzava il David in bronzo - che ancor oggi ispira il famoso premio cinematografico - e dunque poco prima del cruciale soggiorno a Padova. Anche per via della sua collocazione disassata il San Lorenzo rimase per molti secoli nell'oblio.

Già transitato nelle collezioni dei principi di Liechtenstein, è stato riscoperto dalla critica soltanto nel 2003, con il suo ingresso nella collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato. Il busto viene attualmente considerato una delle più serie e importanti acquisizioni al catalogo di Donatello. L'iniziativa, promossa dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è inserita nell'ambito di Artcity Estate 2018. Gestito dal Polo Museale del Lazio, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia ha sede entro un grandioso edificio del Rinascimento, Palazzo Venezia appunto, fondato negli anni Cinquanta del XV secolo. Fin dalla costituzione del museo, nel 1916, la raccolta si caratterizzò per il numero e la qualità dei pezzi quattrocenteschi. La presenza stabile nell'odierno percorso di visita di autori come Pisanello, Benozzo Gozzoli o Mino da Fiesole rappresenta il contesto ideale per il busto di Donatello. Per tale motivo visitare in questi mesi il Museo del Palazzo di Venezia significa comprendere un momento chiave dell'intera arte italiana. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Giovanni Pierpaoli - ritratto Giochino Rossini Pelagio Palagi - Ratto delle Sabine "Rossini 150"
termina il 18 novembre 2018
Palazzo Mosca | Musei Civici - Pesaro
Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano - Fano
Palazzo Ducale - Urbino
www.mostrarossini150.it

Nell'anno delle celebrazioni per i 150 anni trascorsi dalla morte di Gioachino Rossini (Pesaro 29 febbraio 1792 - Parigi 13 novembre 1868), dichiarato per legge "anno rossiniano", articolato in tre sedi, il percorso "Rossini 150" mantiene una omogeneità di fondo ed esplora aspetti particolari della vita, dell'opera, dei luoghi e più in generale del tempo di Rossini. L'allestimento suggestivo e originale offre al visitatore un'esperienza unica. Un viaggio nel mondo rossiniano per scoprire la figura del maestro nella versione più completa e autentica possibile. Pesaro, città natale del Cigno, ospita a Palazzo Mosca - Musei Civici la mostra "Pesaro racconta Rossini", esposizione esperienziale e multimediale, con percorso narrativo a cura di Emanuele Aldrovandi, che vuole far rivivere la complessa vicenda biografica del compositore e far apprezzare al meglio le sue intramontabili opere.

Viene inoltre riesposta integralmente la prestigiosa collezione Hercolani-Rossini, composta da 38 dipinti e un marmo, pervenuti a Gioachino in punto di morte per ripagare un suo prestito ai nobili bolognesi Hercolani. Infine il Conservatorio G. Rossini, in collaborazione con l'Ente Olivieri e la Fondazione G. Rossini, cura una ricca sezione documentaria che ripercorre la propria storia a partire dalla nascita, nel 1882, per volontà del maestro. A Urbino, nella sede di Palazzo Ducale, Sale del Castellare, si prosegue con la mostra a cura di Vittorio Sgarbi, "Gesamkunstwerk: Pelagio Palagi e Gioachino Rossini", dedicata alle opere del noto e apprezzato pittore bolognese Pelagio Palagi; disegni, dipinti e ritratti (in gran parte inediti), provenienti dalle Collezioni della Fondazione Carisbo, dalla Fondazione Cavallini Sgarbi e da gallerie e raccolte private, documentano il "secolo" rossiniano tra neoclassicismo e romanticismo.

Nella città di Fano, al Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano, Sala Morganti, la mostra "Rossini, il teatro, la musica" prende spunto dall'esibizione fanese del piccolo Gioachino per conoscere l'innovativo teatro barocco di Giacomo Torelli e per raccontare la tematica della scrittura musicale di colui che diventerà un genio assoluto in questo campo. L'esposizione di autografi a cura della Fondazione G. Rossini e la guida all'ascolto della musica, con proiezione di video in grande scala, consentono ai visitatori di entrare in contatto con l'opera e comprenderne le partiture.

L'esposizione è stata ideata dal Comitato Promotore delle Celebrazioni Rossiniane, è promossa da Comune di Pesaro, Comune di Urbino, Comune di Fano, in collaborazione con la Regione Marche, e organizzata da Sistema Museo. L'evento si avvale inoltre dell'importante collaborazione con la Fondazione G. Rossini, il Conservatorio Statale di Musica "Gioachino Rossini", il Rossini Opera Festival, l'Ente Olivieri - Biblioteca e Musei Oliveriani, istituzioni pesaresi, e con il Museo del Pianoforte Storico e del Suono di Accademia dei Musici, struttura artistico musicale di ricerca e divulgazione della musica classica, che opera principalmente nelle Marche. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




"50"
1968 - 2018


termina il 27 novembre 2018
Studio d'arte Cannaviello - Milano www.cannaviello.net

Lo Studio d'arte Cannaviello celebra i suoi cinquant'anni di attività (dall'anno artistico '68/'69 al '18/'19) e il suo fondatore, Enzo Cannaviello, con una mostra antologica che presenta più di 70 fra gli artisti esposti nella sua storia.

Saranno presentate opere e/o documenti di: Vincenzo Agnetti, Hermann Albert, Karin Andersen, Siegfried Anzinger, David Askevold, Donald Baechler, Georg Baselitz, Bill Beckley, Luca Bertolo, Norbert Bisky, Alighiero Boetti, Christian Boltanski, Günter Brus, Marc Camille Chaimowicz, Umberto Chiodi, Francesco Clemente, Walter Dahn, Jasper De Beijer, Francesco De Grandi, Agnes Denes, Martin Disler, Hannah Dougherty, Jean Dubuffet, Rainer Fetting, Giosetta Fioroni, Gianikian e Ricci Lucchi, Daniele Galliano, Gérard Garouste, Mimmo Germanà, Jochen Gerz, Nicky Hoberman, Karl Horst Hödicke, Peter Hutchinson, Jörg Immendorff, Edward Kienholz, Bernd Koberling, Milan Kunc, Maria Lassnig, Jean Le Gac, Les Levine, Felice Levini, Robert Longo, Urs Lüthi, Carlo Maria Mariani, Fabio Mauri, Bas Meerman, Ryan Mendoza, Helmut Middendorf, Jan Muche, Hermann Nitsch, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Maria Patella, A.R. Penck, Federico Pietrella, Cristiano Pintaldi, Piero Pizzi Cannella, Sigmar Polke, Luigi Presicce, Pierluigi Pusole, Sergio Ragalzi, Arnulf Rainer, Mimmo Rotella, Salvo, SEO, Gianluca Sgherri, Ettore Tripodi, Bernard Venet, Wolf Vostell, Maja Vukoje, Roger Welch, Michele Zaza, Bernd Zimmer. (Comunicato stampa)




Gubbio al tempo di Giotto
Tesori d'arte nella terra di Oderisi


termina lo 04 novembre 2018
Palazzo dei Consoli, Museo Diocesano, Palazzo Ducale - Gubbio
www.civita.it

La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell'Appennino. E' ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l'inizio di un'età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l'arte di Giotto. La mostra vuol restituire l'immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l'occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell'Umbria, chiamando importanti prestiti dall'estero.

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, "Guiduccio Palmerucci", Mello da Gubbio e il Maestro di Figline. Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta "Maniera Greca", da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

A "Guiduccio Palmerucci", oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora rapinosi polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito. Dai documenti d'archivio e dall'aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei, risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d'immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell'arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi.

Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell'aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia. La mostra è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

Lungo questo percorso si potranno calcare le impronte degli uomini e delle donne di quel tempo antico, per vedere dalla stessa prospettiva e intendere con lo stesso gusto un'arte civica e religiosa insieme. Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell'Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria. L'organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Opera dalla mostra Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976 Joan Miró. Meraviglie grafiche 1966-1976
termina lo 04 novembre 2018
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

Forme, colori e segni svelano il rapporto del Maestro catalano con i «libri d'artista». In mostra 70 opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. "E' solo questo, una magica scintilla, che nell'arte conta", scriveva Miró. Nelle sue creazioni surrealiste le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato dell'incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell'arte, vissuta con curiosità e versatilità. La mostra, a cura di Andrea Pontalti, espone quattro serie realizzate tra il 1966 e il 1976: "Ubu Roi" (1966), "Le Lézard aux Plumes d'Or" (1971), "Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró" (1975) e "Le Marteau sans maître" (1976). Quattro capolavori che raccontano il "sogno poetico" di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale.

Gli sfondi neutri vengono "macchiati" da segni scuri e colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Scriveva Miró. "Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa si secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un'opera scolpita nel marmo". Fino alla seconda metà dell'Ottocento l'illustrazione costituisce un apparato accessorio al testo, ne è parafrasi sempre subordinata alla parola scritta e con essa è legata da un rapporto prettamente mimetico. Il surrealismo eredita le sperimentazioni delle avanguardie precedenti, ma diventa il terreno più fecondo e longevo per la riflessione sul rapporto tra testo e parola e per la creazione dei «libri d'artista».

Per l'ampiezza delle pubblicazioni e per il costante lavoro di sperimentazione intrapreso dagli artisti, il «libro d'artista» surrealista rappresenta uno dei contributi artistici ma anche teorici più interessanti del Novecento e Miró ne fu uno dei massimi sperimentatori. Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. Nelle tredici coloratissime litografie di "Ubu Roi" ciascuna tavola è lavorata come una scena teatrale in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente. Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana.

In "Le Lézard aux plumes d'or" Miró diventa illustratore di se stesso: "La lucertola dalle piume d'oro" rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. Nelle illustrazioni di "Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró" l'artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Le sue "Meraviglie" sono la perfetta espressione di quell'instancabile fantasia nel creare forme e disegni che assomigliano a un linguaggio misterioso e affascinante. Con il ciclo "Le Marteau sans maître" Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento. Anche in questa serie Miró non rinuncia al colore, ma la scelta dell'acquatinta valorizza non la lucentezza dei cromatismi ma una delicata, modulata porosità delle superfici. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)




Opera di Utagawa Hiroshige Hiroshige
Oltre l'onda. Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts


termina il 10 febbraio 2019
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.hiroshigebologna.it

Opere del Maestro Utagawa Hiroshige (1797-1858), nella seconda tappa di una grande monografica dedicata a uno dei più influenti artisti giapponesi di metà Ottocento. Una selezione di circa 220 opere, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston e per la prima volta in Italia. Il progetto di mostra, diviso in 6 sezioni tematiche, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson. L'esposizione prosegue le iniziative avviate nel 2016 per il 150° anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone. Gli anni Trenta dell'Ottocento segnarono l'apice della produzione ukiyoe. In quel periodo furono realizzate le serie silografiche più importanti a firma dei maestri dell'arte del Mondo Fluttuante, che si confermarono - qualche decennio più tardi con l'apertura del Paese - come i più grandi nomi dell'arte giapponese in Occidente.

Hiroshige, che fu Maestro dell'arte del Mondo Fluttuante, tra questi, divenne un nome celebre per la qualità delle illustrazioni di paesaggi e vedute del Giappone, per l'abilità nel descrivere gli elementi naturali e atmosferici, il trascorrere del tempo e un peculiare effetto della luce. Nevi, piogge, nebbie, chiarori di luna erano elementi che Hiroshige sapeva far percepire in modo quasi tattile e la varietà di tipologie di pioggia per ogni stagione che riuscì a rappresentare nelle sue centinaia di silografie policrome del Mondo Fluttuante, gli valse il titolo di "maestro della pioggia". Immagini molto conosciute nella cultura dell'epoca, rappresentarono una fonte di conoscenza del territorio e furono un contributo importante per la costruzione dell'immaginario collettivo, al fine di rafforzare il senso di appartenenza e di legame nazionale.

Hiroshige era sempre alla ricerca di un punto di vista alternativo che esaltasse la bellezza dei luoghi e la vivacità delle attività umane. Iniziò a lavorare con il formato orizzontale, che portò alla massima espressione nel trittico ma anche nella serie completa delle Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido, conosciuta come Hoeido dal nome dell'editore che lanciò verso il successo Hiroshige, poi sperimentò la forma rotonda del ventaglio rigido e infine, negli anni cinquanta, approdò al formato verticale, che segnò un cambio epocale nel filone classico del paesaggio. Sfruttando l'asimmetria della composizione, in un equilibrio di pieni e vuoti che si controbilanciano nello spazio del foglio, Hiroshige mette un elemento in primissimo piano, gigante, come in una sorta di close-up fotografico, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio sullo sfondo e in dimensioni molto ridotte.

Questa novità stilistica sarà ben visibile in mostra in particolare nel suo capolavoro finale, Cento vedute di luoghi celebri di Edo. Qui gli elementi selezionati per il primo piano sono di dimensioni esagerate e mai mostrati per intero, tanto da diventare puri espedienti per un gioco grafico, ottico, quasi illusionistico che sfrutta tutte le tecniche prefotografiche legate ai visori ottici, all'effetto di prospettiva aumentata grazie a lenti di ogni tipo e dispositivi come la lanterna magica importati dall'Occidente e utilizzati in gran quantità dai maestri dell'epoca. La natura calma, rasserenante di Hiroshige, la sua abilità nell'uso della linea curva o spezzata che si ripete in molte sue vedute cambiando da un punto di vista ampio e sopraelevato a uno frontale ed estremamente stretto, la dedizione e la serietà con cui lavorò al tema del paesaggio fecero di lui una fonte di ispirazione importante per gli artisti europei - tra cui Van Gogh, Monet, Degas, Toulouse Lautrec - superando in questo, con la sua disciplina, anche Hokusai, genio fuori dalle righe e dalla personalità tormentata di più difficile controllo.

Accanto a silografie di prima tiratura, dove i colori e la tecnica di sfumatura bokashi sono ancora visibili intatti come raramente si può vedere, sono esposti anche una serie di disegni preparatori (shitae) realizzati a pennello e inchiostro da Hiroshige per essere poi consegnati all'incisore ma mai divenuti opere finite, motivo per cui sono arrivati a noi integri evidenziando l'abilità pittorica del maestro, capace di passare dal dettaglio più minuto a linee abbozzate come in un fumetto contemporaneo. Durante tutto il periodo di mostra sarà visibile, attraverso un video realizzato dalla Adachi Foundation, il completo processo di stampa e saranno tantissime anche le occasioni per approfondire, attraverso una serie di eventi collaterali - laboratori, corsi tematici, eventi di cinema, cucina, tattoo, manga e carta giapponese (aperti al pubblico di tutte le età) - quelle tradizioni culturali e artistiche del Giappone che fanno da sfondo alle immagini del Mondo Fluttuante, fino ad arrivare alle più attuali forme di grafica e illustrazione contemporanea che nell'ukiyoe trovano le loro radici. (Comunicato stampa)




Manet e Massimiliano
Un incontro multimediale

19 giugno 2018 - 19 giugno 1867
La ricorrenza della morte di Massimiliano imperatore del Messico


termina il 30 dicembre 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste
www.castello-miramare.it

Dopo le celebrazioni dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo, un percorso immersivo e "multimediale" - a cura di Andreina Contessa e Rossella Fabiani, in collaborazione con Silvia Pinna - per dar vita all'incontro impossibile tra l'imperatore del Messico, fucilato il 19 giugno 1867, ed Édouard Manet, il grande pittore francese che, indignato dalla vicenda, denunciò con la sua pittura le responsabilità dell'imperialismo francese. Il sorprendente itinerario - promosso dal Museo storico e il Parco del Castello di Miramare e prodotto da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International - trasporterà migliaia di visitatori all'interno di questa storia, dentro i luoghi che l'hanno scandita, da Miramare al Messico a Parigi, grazie a una dimensione immersiva di suoni, proiezioni e ambienti ricreati. Sarà inoltre valorizzato anche il contesto di Miramare richiamato attraverso testimonianze quali lettere, libri, documenti e dipinti.

Ad accompagnarci in questo flashback virtuale sarà la narrazione teatrale ideata dallo sceneggiatore Alessandro Sisti e recitata da Lorenzo Acquaviva, che nei panni di Massimiliano farà rivivere le emozioni e le contraddizioni di questa trama, raccontando in prima persona le preoccupazioni dell'imperatore, il suo amore per Carlotta e per Trieste, il suo impegno per il Messico e i suoi tentativi di un governo illuminato. La "multimedialità" sarà al centro di questa rievocazione, instaurandosi su più livelli di lettura, non solo per l'evidente relazione tra il racconto digitale e l'ambiente di Miramare in cui questo viaggio viene "rivissuto", ma anche per la pluralità di piani cui rimanda.

Dai giornali, attraverso cui Manet viene a conoscenza della tragica fine di Massimiliano, alla pittura come mezzo per aprire un acceso dibattito sulla censura - che fu animato peraltro dallo scrittore Émile Zola e coinvolse figure come Giosuè Carducci e Franz Listz -, dalla narrazione scenografica e potente ai video finali di due artisti messicani che ci riporteranno all'oggi. In questo tessuto di connessioni emergerà anche la doppia valenza dell'arte, che se da un lato indossa le vesti ufficiali della cronaca, come mostrano i dipinti del tempo esposti nelle Scuderie e nel Castello, dall'altro esprime la sua capacità di smascheramento della rappresentazione della realtà.

Massimiliano, divenuto imperatore del Messico su invito dell'invasore francese Napoleone III, viene fucilato dalle truppe ribelli a Querétaro insieme ai due generali Miramòn e Mejía. Di fronte a rivolte divenute ormai scontro armato, il sovrano francese lo aveva abbandonato. L'eco della notizia giunse immediata in Europa e a Parigi. La morte di Massimiliano fu uno scandalo per le implicazioni politiche e culturali che portava con sé: sotto la patina rifulgente della Belle Époque, metteva in moto i fermenti che avrebbero condotto alla Prima Guerra Mondiale. Manet ne fu così ossessionato che realizzò tra il 1867 e il 1868 ben tre versioni di grande formato, come si confaceva ai dipinti di storia, uno schizzo ad olio e una lastra litografica. La forza polemica e la verve politica dell'opera ne impedirono l'esposizione al Salon di Parigi, dove era stata annunciata, e nessuna delle versioni dell'Esecuzione di Massimiliano fu mai esposta al pubblico finché Manet fu in vita.

Dalla partenza per il Messico, con cui si apre la mostra, allo scoppio inarrestabile della guerra civile guidata da Benito Juàrez, saremo condotti fino a Parigi, dentro lo studio di Manet. Ascolteremo i pensieri dell'artista e i commenti dei giornali del tempo, vedremo gli scatti dell'unico fotografo autorizzato a immortalare il cadavere di Massimilano sul luogo della fucilazione, Francois Aubert; davanti ai nostri occhi scorreranno le immagini dei quadri - conservati ora in vari musei d'Europa e d'America (Boston, Londra, Copenhagen, Mannheim) - di cui scopriremo dettagli e particolari inediti. Grazie a una serie di effetti speciali seguiremo l'evoluzione del lavoro. Nella prima versione del dipinto, realizzata di getto a poche settimane dal truce episodio, Manet manifesta la partecipazione emotiva agli eventi, ma risente delle ancora scarse notizie e della mancanza di immagini circolanti in Europa. Nelle versioni successive l'artista cerca di arricchire i particolari in base alle informazioni ormai diffuse.

Aggiunge così il muro di fondo, alcuni spettatori, cambia la posizione dei generali di Massimiliano e soprattutto inserisce un'invenzione che esprime una precisa presa di posizione: veste i soldati del plotone d'esecuzione non più con i panni borghesi, bensì con le uniformi dell'esercito francese, definendo il messaggio e il senso dell'opera. La versione finale del 1868 sarà la più grande, quella dal tratto più definito, in cui l'esempio della pittura spagnola e di Goya appare esplicito. Ora la cronaca si decanta e acquisisce un significato universale: dalla crudezza del primo impatto si è giunti all'equilibrio simbolico del dipinto finale e Massimiliano, fra i due generali, finisce per assomigliare a Cristo fra i due ladroni, sacrificato sull'altare dell'imperialismo francese.

Da Parigi torniamo così a Trieste, lì dove il viaggio aveva preso avvio. Il mare e le onde nell'ultima sala ci circondano. Il 15 gennaio 1868 la fregata Novara, la stessa con la quale la coppia reale era partita piena di speranze, riconduce il feretro del sovrano nell'unica città in cui Massimiliano si era sentito veramente a casa. Trieste, proclamato il lutto cittadino, veglia il corteo funebre, che attraversa le strade della città. In lontananza la sagoma del Castello di Miramare. Dopo l'esperienza immersiva ideata e realizzata da Senso Immersive (studio creativo, spin-off di DrawLight), ecco le lettere di Massimiliano, i libri della sua biblioteca riferiti al Messico e all'America, altri documenti storici - dai proclami alle stampe sulla sua fucilazione - e poi alcuni dipinti conservati nei depositi e in altri ambienti del Castello, che descrivono la partenza per il nuovo regno e il rientro della salma.

Al centro di quest'ultima sezione è esposto l'imponente Ritratto di Massimiliano Imperatore, a rievocare il simbolo delle antiche glorie. Memorie iconiche che preparano a scoprire l'immaginario messicano e la sua rivisitazione artistica in chiave contemporanea. A chiudere il percorso sono, infatti, i video di due giovani artisti Calixto Ramírez e Enrique Méndez de Hoyos, che si confrontano con una vicenda cruciale della storia del loro Paese e offrono uno sguardo che restituisce alla (nostra) prospettiva europea la lente d'ingrandimento messicana, intrecciando ancora una volta in un'unica trama presente e passato, storia e arte. (Comunicato stampa Civita Tre Venezie)




Ugo La Pietra - Rapporto città campagna, collage e disegno originale penna su carta, 24x18, 2016 - Courtesy Archivio Ugo La Pietra - Milano - Ca' di Fra' - Milano Ugo La Pietra
La città che scorre ai miei piedi


termina il 26 ottobre 2018
Ca' di Fra' - Milano

Ugo La Pietra è un artista difficilmente etichettabile; Qualsiasi categoria risulta un abito troppo stretto. Sarebbe corretto definirlo un artista poliedrico, un caleidoscopio di curiosità intellettuali ed interessi. Negli anni '60, con il Gruppo del Cenobio sperimentò un sodalizio artistico - intellettuale che anticipò tutta la corrente della pittura segnica. Allo stesso tempo però, già a fine anni '60, andava esplorando la città dal centro alla periferia con un atteggiamento simile all'antropologo alla ricerca dei comportamenti sociali rispetto all'ambiente urbano. "Gradi di Libertà", "Tracce", "Recupero e reinvenzione" sono solo alcune tra le ormai storicizzate ricerche sul territorio. Oggi La Pietra continua a sperimentare e studiare, svolgendo ancora un ruolo di lettura ed analisi attraverso il suo segno e le sue ormai famose contrapposizioni tra segno e immagini fotografiche.

Ca' di Fra' propone due sequenze di opere riferite una alla crescita della città mentre la seconda relativa al rapporto città-campagna. Mentre nella prima - La città cresce e scorre come un fiume in piena, senza quella programmazione intelligente capace di governare un organismo in continua trasformazione - ci rivela lo stesso La Pietra, nella seconda sequenza - Il percorso dal centro verso la campagna secondo un itinerario "alla deriva" ci porta a leggere attraverso il tempo le due realtà che si scontrano e contrappongono-.

La critica definisce così questa ricerca:

Nessuna direzione, solo percezione, ma percezione nella consapevolezza, che oggi si raggiunge soltanto attraverso quell'apparente leggerezza, quell'ironia che sa cogliere il comico nella tragedia, quella capacità di sorvolare la pianificazione ormai abbandonata a se stessa e di scomparire - o di mimetizzarsi, di nascondersi - nell'indistinto. Forse, se negli anni settanta il punto dell'osservatore privilegiato era fuori dal flusso - la città scorre ai miei piedi, ma questo accade perché io sono fermo - oggi deve essere dentro il flusso: io scorro nella città. (Marco Meneguzzo, 2011)

La centralità che in Ugo La Pietra assume l'urbano quale oggetto di rappresentazione (in quanto effetto di formazioni discorsive e visive) segna in modo decisivo la radicale contemporaneità del suo intero lavoro. Se la comunicazione, il linguaggio e l'informazione si sono venute a sostituire alle precedenti condizioni del lavoro quale nuovo oggetto di espropriazione e sfruttamento, appare chiaro come la ricerca di La Pietra non sia allora altro che un continuo esperimento dentro e contro la rappresentazione, dentro e contro il linguaggio. (Marco Scotini, 2017)

Va da se che il centro verso cui si va non è solo il centro cittadino, partendo dalla periferia, ma il centro poetico, il centro della soluzione verso il quale ogni poetica tende. Ciò avviene mediante opere-analisi che ci parlano di come i territori sono stati ridisegnati geograficamente ed esistenzialmente dalle guerre e dalla pulizia etnica, c'è addirittura chi ha scritto che le guerre sono progettualmente interessanti in quanto il loro distruggere, il loro fare tabula rasa permette poi di dover ricostruire, insomma offrono occasioni progettuali (sic!). Naturalmente non Ugo La Pietra le cui opere in proposito sono una critica alla guerra e ai suoi effetti alla sua deterritorializzazione, in quanto le guerre riscrivono i territori attraverso la morte, mentre bisognerebbe farlo con Ugo sempre con e per la vita. (Giacinto Di Pietrantonio, 2017) (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione per la mostra dedicata alla Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste La Telefonia al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa
Dal 12 giugno 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

Nuova esposizione permanente che amplia la sezione dedicata alla Telefonia. Gli oggetti provenienti dalla collezione di Claudio Sequalino, vanno a arricchire lo spazio museale inaugurato nel 2007, anno di nascita di Postemobile. dove già sono esposti numerosi radiotelefoni della collezione di Marco Zanettovich. In mostra anche gli strumenti d'epoca e quelli utilizzati per la manutenzione telefonica. La fruizione delle nuove installazioni, oltre alla possibilità di interagirvi, sarà facilitata dal posizionamento di una serie di pannelli che ripercorreranno la storia della telefonia da Meucci sino all'anno 2000. A completare il potenziamento della sezione, l'apporto tecnico e pratico fornito dalla classe V C "Elettrotecnici" dell'Istituto Tecnico Alessandro Volta di Trieste che, grazie al lavoro dello studente Federico Bologna, ha fornito al Museo Postale alcune nuove fonie automatiche che introducono ai contenuti del museo. (Comunicato stampa)




Scenari
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

Opera di Giulio Perfetti Giulio Perfetti: Su per le vie dell'Infinito
Plus Florence - Piano Beige

"Nella fase oggi più acuta della mitografia e dell'ideologia irrazionale, l'abbandono al gesto, alla forma e alla materia, costituiscono per Giulio Perfetti la dimensione dell'atto totale. Lo spazio si apre all'incidenza del tempo e procede in un percorso ritmico che scandisce tre coordinate, ovvero tempo, spazio e percezione. Merito di Perfetti è aver visualizzato questo concetto con la tecnica della pittura e non solo, grazie all'apertura alla psicologia, alla filosofia, alla stilistica, allo strutturalismo. L'accumulo di iconologie sedimentate si porta in una direzione di racconto, con caratteristiche di cultura e di linguaggio che lasciano leggere Novelli, Perilli e Barucchello, sicchè Giulio Perfetti è un artista dello spazio mentale e immaginativo che allude a un tempo illimitato di durato, quel tempo che segna e contempla l'infinito". (Carlo Franza)

Giulio Perfetti (Macerata, 1968) studia presso la Scuola d'Arte e l'Accademia delle Belle Arti. Interrompe quasi subito il corso di Pittura e continua nel percorso diventato la sua professione, il design d'arredamento. Sin dal 1994 partecipa a rassegne artistiche, confrontandosi con nuove produzioni che lo portano a realizzare diverse forme di espressive senza mai dimenticare il suo timbro poetico. (...) Lavorare con la luce è una delle ultime ricerche dell'artista che, per la seconda edizione del "Festival delle Grotte di Sant'Eustachio" 2011 a San Severino Marche, ha realizzato l'opera AM-gse-1, una citazione del monolite che compare nel film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

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Opera di Eugenia Serafini Eugenia Serafini: Omaggio a Salvatore Quasimodo nel 50° della morte
Plus Florence - Piano Rosso

"E' proprio l'arte e anche la poesia a certificare nel tempo gli incontri, le relazioni, le influenze nell'incontro pur a distanza con sensibilità, entità, anime ugualmente risonanti; lo è maggiormente in certe occasioni come questa, ovvero la commemorazione per i cinquant'anni della scomparsa dell'illustre poeta italiano Salvatore Quasimodo (1968-2018), Premio Nobel per la Poesia, che ha innestato e dato spunto a un'altra illustre artista italiana qual'è Eugenia Serafini poetessa anch'ella, a porgere l'omaggio con una mostra e una serie di dipinti (...)

La poesia di Quasimodo, gli episodi della vita, i rimandi alla Sicilia e alla sua classicità, il dramma della guerra, gli episodi della giovinezza, le stazioni e il passaggio dei treni come metafora degli anni e del transito sulla terra, le riflessioni sulla vita e la morte e ogni altra cosa che poteva muovere e smuovere la creatività poetica dell'illustre italiano, tutto ciò ha portato a fermentazione anche la creatività fantastica e illuminante di Eugenia Serafini per l'accoglienza date alle immagini, per la dolcezza della memoria, per la loro sensualità, attive nella Sicilia-Grecia che riassume i sentimenti dell'infanzia isolana; Quasimodo e la sua terra animata da splendidi paesaggi mitici, da una plastica classicità, di una terra dolente, amara, chiusa nella sua sofferta ricerca, nel bisogno di essere amata. I dipinti mettono in luce il mondo della Sicilia, della natura, dei luoghi cari a Quasimodo, pure attraversati dal mistero dell'esistente attraverso il filtro della memoria. Eugenia Serafini è in questo processo materico, segnico, creativo, moderno, artista impareggiabile, perché fa vivere il dato poetico, la parola di Quasimodo, il verso prescelto nei termini di una edificazione, di una restituzione oggettiva del reale ed esprimendo così anche tutte le potenzialità della pittura. Opere, quelle di Eugenia Serafini, di respiro assolutamente grandioso, per la ricchezza di colore e di luce, infatti in questo colto e leggero apparire, questo capitolo pittorico nel solco di quella cultura poetica quasimodiana svela e rivela le coordinate storico-esistenziali del poeta qui ricordato". (Carlo Franza)

Eugenia Serafini, Docente universitaria, artista e scrittrice/performer, giornalista, si è laureata in Lettere Classiche all'Università La Sapienza di Roma ed è stata allieva del grande Natalino Sapegno. Figura complessa e interessante, è stata Docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara e dell'Accademia dell'Illustrazione e della Comunicazione Visiva di Roma, e dal 1999 Docente di Disegno dell'Università della Calabria. E' nata a Tolfa (Roma), piccolo e attraente borgo etrusco, nel 1946 e il suo percorso culturale l'ha portata a diventare artista di spicco nell'arte contemporanea internazionale. Poeta performer e installazionista, lavora da anni alla contaminazione intermediale e all'arte totale, utilizzando e fondendo gli apporti di diversi rami creativi: da quello visivo-digitale a quello teatrale, poetico e musicale che utilizza nella creazione delle sue installazioni performative. Direttrice editoriale dell'Artecom-onlus, ne ha ideato e dirige la Collana di Libri d'Artista e la Sezione per l'Ex-libris ed è responsabile delle rubriche di Arte e Letteratura Contemporanea della rivista FOLIVM. Numerose le sue pubblicazioni di saggi e monografie di artisti moderni e contemporanei. Vanta una vasta produzione di scrittura creativa e libri d'artista. La sua ultima pubblicazione è il bellissimo volume di poesia visuale e performativa con CD delle sue Performances, "Canti di cAnta stOrie", Roma 2008, presentato dall'indimenticabile professor Mario Verdone che le è stato vicino per tanti anni nel suo percorso artistico ed esistenziale. Realizza da anni eventi di Cultura sul Territorio nella città di Roma ed eventi multimediali con partecipazioni internazionali di altissimo livello.

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Opera di Elena Borboni Elena Borboni: Una finestra sul mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Piano Azzurro

"C'è una lettura ad ampio raggio del mondo e della natura, tradotta attraverso una pittura che sfaccetta in mondo anche simbolista ogni elemento che la Borboni ritrova utile alla sua poetica. Paesaggi, cosmo, natura in crescita, la arborea rinascita della primavera, il ventre materno che genera la vita, tutto diventa occasione di studio pittorico, di segnale di vita, di bellezza, accompagnato da una esplosione di colori capace di destare sorpresa, stupore, canto alla vita. Sappiamo che la Borboni da anni si cimenta con tecniche e materiali diversi, e sempre sorprende per la maestria dell'uso dei colori, per l'eleganza e la compostezza delle forme, per la brillante operosità delle composizioni (...) (Carlo Franza)

Elena Borboni (Ome - Brescia, 1947) fonda una sua scuola di pittura dove insegna per anni e contemporaneamente affina ed amplia le conoscenze d'arte frequentando numerosi stage. Ha tenuto mostre collettive e personali in più città italiane.

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Opera di Tony Tedesco Tony Tedesco: "Impronte adimensionali"
Plus Florence - Piano Arancio

"Il lavoro di Tony Tedesco che da anni si misura sulle 'impronte adimensionali' si connatura con le culture antiche. Gli anonimi cavernicoli che, circa 17.500 anni fa, affrescarono con il racconto della loro vita, dei loro sogni e delle loro paure, il cunicolo delle grotte in località Lascaux, appoggiarono, tra l'altro, sulle pareti le loro mani lasciando decine di impronte colorate. Quelle figure stabiliscono quella che lo storico dell'arte Georges Didi-Huberman ha definito, nel suo omonimo libro, la 'somiglianza per contatto' (La ressemblance par contact, 2008). Gli 'artisti delle grotte di Lescaux', infatti, non dipinsero le mani, ma lasciarono un'impronta, produssero un segno attraverso la pressione di un corpo su una superficie. (...) Tony Tedesco ha disegnato la complessità del mondo, la complessa articolazione tra impronta e immagine nel passaggio tra la tradizione classica e quella cristiana. Ma fa sua, propria, l'impronta dell'età antica come traccia eternalizzata di un passaggio fisico, considerata più vera dell'immagine." (Carlo Franza)

Tony Tedesco (Milano, 1952) ha frequentato la Scuola d'Arte del Castello Sforzesco e l'Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1970 al 1982 si è dedicato allo studio di forme composte d'ispirazione surreale che poi abbandona per la ricerca e lo studio dell'essenza ed evoluzione della materia dove arriva a definire l'Adimensionale. Nel 1989 è fondatore del Gruppo M.A.V. Movimento Adimensionale Visivo. Ha tenuto mostre personali e collettive in più città italiane ed estere.

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Opera di Giuliano Grittini Giuliano Grittini: La cracker'Art - Mitografie
Plus Florence - Salone del Glicine

"Torrenziale, come un fiume in piena, il percorso artistico di Giuliano Grittini offre, dopo il capitolo della 'Clonart' messa in piedi negli anni Novanta del Novecento, un'ampia apertura verso quelli che sono stati almeno fino ad oggi i chiari segnali della comunicazione. E' pur vero che in arte abbiamo avuto già la 'funk art' - che vuol dire assemblaggio di cose e oggetti - e Edward Kienholz, ne è stato un precursore tra gli Anni Cinquanta e Sessanta. La 'funk art' è stato un movimento dedito a raccogliere detriti e rottami da discariche e negozi di seconda mano - ben altra cosa del ready made - per comporre assemblamenti tali che, invadendo lo spettacolo della quotidianità, come estensioni tridimensionali del vero, lo provocassero. (...) La funk art allora andava alla ricerca di cose da riciclare anche se orribili, con Giuliano Grittini c'è oggi sempre una ricerca in tal senso, un ritrovare qualcosa da poter riutilizzare, ma più nobile, più concettuale, più alta nel senso di mettere in cornice una immagine rieditata, nuova, assolutamente nuova attraverso una procedura tecnica e stilistica che Grittini chiama 'cracker' art', o meglio una 'funk art / cracker'art' che nobilita il perduto, l'abbandonato, il desueto, il passato di moda. (...) Nel volgere di pochi anni il suo lavoro ha superato rapidamente le abituali destinazioni che regalano le differenze tra discipline artistiche, riuscendo a mettere insieme un corpus articolato e complesso (ma sempre di altissima e curatissima qualità estetica) fra cinema, fotografia, video, musica e teatro, mai avendo timore a ricombinarli in affreschi dal coinvolgimento ritmo visivo-narrativo. (...)". (Carlo Franza)

Giuliano Grittini (Milano) ha frequentato la scuola di Disegno Grafico e alcuni studi di importanti artisti, lavorando e realizzando libri d'artista e approfondisce l'arte della stampa. Realizza opere con artisti tra cui: Baj, Fiume, Sassu, Guttuso, Scanavino, Tadini, Warhol, Vasarely, Rotella, Ugo Nespolo e altri. Appassionato di fotografia, frequentando studi di artisti li fotografa in varie fasi del loro lavoro e durante le mostre in gallerie d'Arte. Con il critico e scrittore Luciano Prada pubblica il Volume "44 facce d'Autore" Fotografie e aforismi di artisti e personaggi del mondo dell'arte. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive e ha partecipato a fiere nazionali e internazionali. Nel 2003 viene pubblicato- Libro Unico - "ANTE LUCEM", Marina Cerati. Autore insieme al regista Cosimo Damiano Damato del Film "una donna sul Palcoscenico" con foto e video su Alda Merini e testimonianza di Mariangela Melato. Presentato nel 2009 al festival del cinema di Venezia.Dal Dicembre 2010 a Palazzo Reale di Milano presenta una serie di immagini dedicati ad Alda Merini con la regia di Pier Paolo Venier nella mostra "Ultimo atto d'Amore" con Mimmo Rotella e una serie di opere dedicate a Marilyn. Nel 2015 a Milano lavora con l'Amiga di Andy Wharol per Deodato Arte, dopo aver realizzato cartelle di opere per Missoni e Fiorucci. (Comunicato stampa)




Opera di Valeria Modica Valeria Modica: Le stagioni del Mondo
termina il 18 ottobre 2018
Plus Florence - Firenze

"Attendibile, pronta, avversa a un nuovo che rinnega il passato, aperta a nuove e transitorie ricerche che intersecano le strade dell'arte contemporanea, Valeria Modica si muove su capitoli che indagano l'esteriore e l'interiore, e sempre in sintonia con il proprio tempo, con il presente, con la storia dell'oggi. In questo caso per la mostra fiorentina l'artista ha pensato di campionare il paesaggio, e dunque insistere su un'arte anche ambientale, proprio per dare al paesaggio italiano e toscano in specie, la densità dell'appartenenza, della cultura, delle radici e della memoria. Significativa e appassionata ricerca del contemporaneo attraverso linguaggi che dettano un' appartenenza a quel mondo che ruota giornalmente attorno all'artista e che si è poi fatto mito. (...)". (Carlo Franza)

Valeria Modica (Caltanissetta, 1967) docente di discipline pittoriche e scenografiche, presso il Liceo Artistico Brera nell'anno 2015/2016. Da molti anni si dedica ad pittura di matrice astratta sperimentando sulla tela piccoli collage polimaterici. Esperta in arte contemporanea opera da diversi anni con varie istituzioni per la promozione di eventi ed attività culturali in genere. Collabora con diversi artisti di fama internazionale come Richard Long e Rosemarie Trockel e Carsten Hoeller, per la creazione delle mostre promosse e patrocinate dal Comune di Palermo presso i Cantieri Culturali alla Zisa. Direttrice artistica e promotrice di eventi culturali patrocinate e promosse dal Consiglio di Zona 3 del Comune di Milano. Responsabile della MaMo galleria Laboratorio di Arti Visive" a Milano. (Comunicato stampa)




Immagine di presentazione della Inaugurazione di Casa Russolo Inaugurazione di Casa Russolo
Portogruaro (Venezia), 15 giugno 2018

Portogruaro rende omaggio a Luigi Russolo allestendo nel nobile palazzo rinascimentale che nel 1885 lo vide venire alla luce, "Casa Russolo". Per volontà della Amministrazione Comunale, la dimora cinquecentesca, che già ospita Il Centro Culturale con la Biblioteca Civica, accoglierà, dal prossimo 15 giugno, uno Spazio interamente dedicato all'artista e che diventerà la sua Galleria permanente. In esso viene esposta l'intera raccolta delle lastre originali di tutte le sue incisioni, insieme ad un nucleo importante di suoi olii di proprietà del Comune di Portogruaro, ed ad una ampia documentazione multimediale della sua produzione, della sua originale vicenda personale ed artistica. Mentre la copia (gli originali sono andati tutti distrutti) tratta dal brevetto depositato, di uno degli strumenti da lui creati - un Intonarumori della Collezione del prof. Pietro Verardo - sottolineerà il ruolo fondamentale di Russolo nella musica del Novecento.

Per l'occasione, dall'archivio storico del Comune di Portogruaro riemergerà, per essere eventualmente oggetto di studio, l'importante carteggio (circa una trentina di documenti) fra la vedova dell'artista, Maria Zanovello, e il Comune di Portogruaro, in cui è documentato anche il dono al Comune del quadro "Impressioni di bombardamento". Il progetto di Casa Russolo è affidato alla curatela di Boris Brollo. L'obiettivo è presentare l'artista nella sua duplice veste di pittore e incisore, da un lato, ma anche e soprattutto di musicista, ruolo che gli ha assicurato una amplissima notorietà internazionale.

Russolo fu, insieme a Boccioni, Carrà, Severini e Balla, il firmatario dei Manifesto della Pittura Futurista. Iniziò l'attività artistica con la serie di originali incisioni (1906/13), documentate in Casa Russolo. L'adesione al Futurismo portò ad opere ammirate per la loro originalità anche da Klee. Negli ultimi 10 anni di vita, ritiratosi sulle rive del Lago Maggiore, produsse una pittura paesaggistica e ritrattistica dichiaratamente 'filosofica" che lui stesso definì "Classico Moderna". Russolo, infatti, fu anche filosofo. La lunga elaborazione dei suo pensiero si può trovare nel trattato "Al di là della Materia" composto tra il 1934 e il 1938. Tra i suoi scritti inediti si ricorda anche i "Dialoghi tra l'lo e l'Anima".

Seguendo la passione familiare per la musica (il padre era stato un importante organista, il fratelli Giovanni e Antonio si diplomarono al Conservatorio G. Verdi di Milano; fra l'altro, Antonio lavorò al fianco di Toscanini), Russolo nel 1913 scrisse "L'Arte dei Rumori", autentico fulmine a ciel sereno nel panorama musicale del tempo. Ma l'artista non si accontentò di teorizzare il trionfale ingresso del rumore nella musica, ma con eclettismo inventò, a partire dal 1913, macchine straordinarie, gli)arumori, in grado di modulare i rumori mediante una leva che tendeva o rilasciava una membrana. Questi nuovi strumenti rivoluzionarono la tecnica musicale, riproducendo la grande varietà di suoni della città e delle macchine nella vita moderna. Gli)arumori rappresentarono per la prima volta la possibilità di sintetizzare un rumore e furono precursori di tutto ciò che è stato fatto in seguito per quanto riguarda le tecniche di registrazione e montaggio ed i primi sistemi di sintesi elettronica del suono.

Il Russolo inventore progettò e realizzò una ventina di diversi intonarumori divisi per timbro, proprio come in orchestra. Le famiglie furono denominate in maniera inequivocabile: gorgogliatori, crepitatori, urlatori, scoppiatori, ronzatori, stropicciatori, sibilatori, scrosciatori. Furono utilizzati per memorabili concerti a Modena, Milano, Genova, Londra, Dublino, fino a Parigi. L'artista collaborò con il musicista Edgard Varèse al perfezionamento del suo Rumorarmonio. Nella notte del 15 giugno, l'apertura ufficiale di Casa Russolo si connoterà come un evento in puro spirito futurista. Riecheggia, nell'attualità, la celebre affermazione di Marinetti: "Noi canteremo le grandi folle agitate del lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; la stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Il Canale Emiliano Romagnolo nello sguardo di Enrico Pasquali
termina il 25 novembre 2018
Museo del Patrimonio Industriale - Bologna

L'esposizione fotografica, a cura di Sonia Lenzi, consegna al nostro presente la rilevanza del Canale per le economie agroalimentari di parte dell'Emilia e di gran parte della Romagna. Al contempo essa ci fa compiere un salto all'indietro, in un universo composito fatto di essenzialità, cruda, reale, quasi documentaristica, rappresentato dal maestro di neorealismo di Castel Guelfo, nato in quella fetta di terra bagnata dal Sillaro spesso indicata come spartiacque di confine tra l'Emilia e la Romagna, che ha iniziato il "mestiere" di fotografo a Medicina. In mostra viene esposta una scelta significativa dei lavori di Enrico Pasquali degli anni '50-'60 e un video con una ricca serie di testimonianze orali e interviste a lavoratori, tecnici, progettisti e dirigenti, protagonisti dell'avviamento dei lavori del Canale Emiliano Romagnolo, recentemente realizzate da Sonia Lenzi, con la regia di Enza Negroni. (Comunicato stampa)




Archimede Archimede a Siracusa
termina il 31 dicembre 2019
Galleria Civica Montevergini di Siracusa
www.mostraarchimede.it

L'esposizione offre ai visitatori l'occasione, unica, di conoscere da vicino una delle più geniali figure dell'intera storia dell'umanità e, grazie alle più avanzate applicazioni multimediali, di immergersi nella città di Siracusa nel terzo secolo avanti Cristo, vera e propria capitale della Magna Grecia e del Mediterraneo centrale, dove il grande scienziato è vissuto, ha concepito le sue straordinarie invenzioni ed è stato infine ucciso da un soldato romano appena entrato in città da conquistatore. Una serie di animazioni progettate da Lorenzo Lopane e realizzate con gli allievi dell'INDA rendono viva la presenza degli antichi siracusani e tra loro del grande scienziato.

Basata sulle fonti storiche e archeologiche, una suggestiva narrazione disponibile in 4 lingue e affidata in italiano alla voce di Massimo Popolizio, consente di seguire gli eventi che portarono, sul finire della seconda guerra punica, allo scontro con Roma. Un articolato percorso di approfondimento interattivo presenta oltre venti modelli funzionanti di macchine e dispositivi che la tradizione attribuisce a Archimede. Mostra ideata dal Museo Galileo e curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di Giuseppe Voza e Cettina Pipitone Voza, promossa dal Comune di Siracusa e prodotta da Civita Mostre con Opera Laboratori Fiorentini e la collaborazione di UnitàC1 e dell'Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Andrea Samaritani - Teatro Valli - fotodipinta su pannello di legno cm.33x48 - Reggio Emilia 2017 Andrea Samaritani - Piazza Grande - fotodipinta su pannello di legno cm.48x33 - Modena, 2017 La fotografia dipinge: il Grand Tour di Andrea Samaritani
termina il 23 novembre 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia

In mostra, una quarantina di Fotodipinte di Andrea Samaritani: immagini fotografiche provenienti dall'ampio archivio dell'artista, successivamente sottoposte a coloritura manuale «per rendere più poetica la fotografia e più realista la pittura». «Intenso e profondo - scrive il curatore Sandro Parmiggiani - è il rapporto che Andrea Samaritani intrattiene, da tanti anni, con la fotografia: il suo sguardo ha cercato di catturare immagini del "Bel Paese", di andare alla scoperta di itinerari culturali insoliti, di rivelare i segreti di studi d'artista e di opere d'arte antiche e moderne. Dodici anni fa, Andrea si è avventurato in un'esperienza, intensificatasi nel tempo, che riunificasse la sua duplice passione per la fotografia e per la pittura, cominciando a stendere colori sulle sue immagini stampate su carta.

Ecco riunite, in questa mostra, alcune delle visioni con le quali Samaritani sembra essersi impegnato in una sorta di aggiornamento dei portolani del Grand Tour italiano, sulle orme dell'incanto che sedusse aristocratici e intellettuali europei dal Seicento in poi. In verità, Andrea ci propone una revisione di alcune delle immagini che fondarono il mito della bell'Italia nella cultura d'Europa, che per lui ora s'incarna nella fusione delle piazze silenti, metafisiche, contese tra la luce e l'ombra, di Giorgio de Chirico, e delle figure scarnificate di Alberto Giacometti, che l'artista di Stampa percepiva come una visione che s'assottigliava fin quasi a dissolversi nel vuoto».

Andrea Samaritani (Cento di Ferrara, 1962) artista dal 1985, si è espresso in diverse discipline: fotografia, giornalismo, grafica, pittura e regia video. Collabora con le principali riviste dell'editoria italiana e europea. Ha pubblicato più di 50 libri fotografici come autore e sue immagini sono contenute in più di 300 volumi di storia e di arte. Ha realizzato più di 100 mostre d'arte e fotografia. Ha percorso l'Italia da Nord a Sud per trent'anni, sul tema degli Itinerari Culturali e del Grand Tour. Nel 2006 ha iniziato a intervenire manualmente sulle sue fotografie creando la serie delle Fotodipinte. Sono più di duemila i soggetti fotografici dipinti da Andrea Samaritani, dal vasto archivio fotografico personale, composto da 500.000 immagini. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
termina lo 06 gennaio 2019
MUSE Museo delle Scienze - Trento

L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
termina il 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Particolare dalla locandina della rassegna cinemtogragica I ribelli del '68 - La nuova onda del cinema cecoslovacco I ribelli del '68
La nuova onda del cinema cecoslovacco


15 ottobre - 05 novembre 2018 (ingresso libero)
Cinema Astra - Parma
www.festainternazionaledellastoriaparma.it

In occasione delle celebrazioni dei 50 anni della Primavera di Praga del 1968, il Comune di Parma - Ufficio Cinema, in collaborazione con il Centro Ceco di Milano e con la Festa Internazionale della Storia, dedica cinque serate ad otto rari film, restaurati in formato digitale, prodotti nella Repubblica Ceca che rappresentano il meglio della sua cinematografia "I ribelli del '68 - La nuova onda del cinema cecoslovacco". La retrospettiva, è inaugurata con la presentazione a cura del Prof. Paolo Vecchi, critico cinematografico, e con la mostra tematica "Primavera di Praga: Il 1968, l'anno di speranze e delusioni", presentata da Simona Halikova Calboli, direttrice del Centro Ceco. I film saranno proiettati in versione originale con sottotitoli in italiano.

La "nuova onda" è stata un periodo di breve durata, ma di un impatto straordinario nel mondo delle arti che sfidarono i poteri della Cecoslovacchia degli anni '60 e dimostrarono l'importanza della libertà individuale. Otto titoli, realizzati tra il 1965 e il 1970, portano la firma di autori come Jirí Menzel, Vojtech Jasný, Jan Nemec, Jaromil Jireš, Juraj Herz, František Vlácil o Ján Kádár e Elmar Klos, tra i più significativi rappresentanti di una corrente cinematografica in contrasto con la politica di regime e desiderosa di vivere quel soffio di libertà che all'epoca attraversò tutte le forme di pensiero.

___ Programma

- 15 ottobre

.. ore 21
L'uomo che bruciava i cadaveri (Spalovac mrtvol, di Juraj Herz, 1968, 96')
Karel Kopfrkingl è l'addetto al forno del Crematorio di Praga. Tipico esempio di uomo perbene piccolo-borghese, Karel è fervente seguace delle teorie del Dalai Lama sulla reincarnazione e, col suo lavoro, è convinto di accelerare i tempi per la liberazione delle anime dai corpi dei defunti. Con l'arrivo dei nazisti in Cecoslovacchia, Karel aderisce al Partito e, denunciando ebrei e dissidenti veri o presunti, accresce la sua posizione sociale.

- 18 ottobre

.. ore 19
La festa e gli invitati (O slavnosti a hostech, di Jan Nemec, 1966, 68')
Dopo un picnic, un felice gruppo di amici entra in conflitto con Rudolf, un bulletto che li sottopone a uno scellerato gioco psicologico, nel quale egli veste il ruolo di interrogatore. La situazione termina quando un forestiero giunge, si scusa per il comportamento di Rudolf e invita tutti quanti a un elegante e formale banchetto all'aperto.

.. ore 21
Le allodole sul filo (Skrivánci na niti, di Jiri Menzel, 1990, 90')
Nei primi anni Cinquanta, in un impianto siderurgico, uomini di vari strati sociali della borghesia ceca e ragazze che hanno tentato di espatriare clandestinamente vengono "rieducati" attraverso un duro lavoro manuale in un deposito di rottami. I contatti tra i due gruppi sono vietati, ma la volontaria distrazione della giovane guardia incaricata di sorvegliarli permette che nasca un amore tra un giovane cuoco e una detenuta.

- 22 ottobre

.. ore 19
Cronaca morava (Všichni dobrí rodáci, di Vojtech Jasny, 1968, 115')
Per anni vietato dalla censura, il film è ambientato in un pittoresco villaggio moravo tra il maggio 1945 e l'estate 1957, con un epilogo nel 1968. I suoi abitanti trascorrono qui i giorni piu belli della loro vita e la sera si incontrano tutti all'osteria. Nel febbraio del 1968, con l'avvento del regime totalitario, i bei tempi finiscono e il villaggio si divide in due fazioni opposte. Premio miglior regia a Cannes 1969.

.. ore 21
Adelheid (di František Vlacil, 1969, 99')
Viktor, tornato in patria nel dopoguerra dopo aver trascorso gran parte del conflitto ad Aberdeen svolgendo un incarico presso la Raf, viene nominato amministratore di un maniero, precedentemente occupato dalla famiglia tedesca di un nazista imprigionato dalle autorità cecoslovacche. Viktor incontra la figlia dell'uomo, Adelheid, che è costretta a lavorare come donna delle pulizie nella sua villa. Dal romanzo di Vladimír Körner.

- 29 ottobre

.. ore 19
L'orecchio (Ucho, di Karel Kachyna, 1970, 94')
Ludvík, un ufficiale maggiore del regime comunista che governa Praga, e la sua alcolizzata moglie Anna, sono una coppia sposata piena di rancori e di odio. Di ritorno da un ricevimento, in cui Ludvík ha scoperto che il suo superiore è appena stato arrestato nel corso di un'epurazione politica, i due si rendono conto che qualcuno è entrato in casa loro: man mano che la notte procede, gli errori e i difetti del loro matrimonio vengono a galla.

.. ore 21
Lo scherzo (Žert, di Jaromil Jireš, 1969, 80')
Ludvík Jahn, espulso negli anni '50 dal partito comunista e incarcerato per una scherzosa cartolina inviata alla sua fidanzata, quindici anni dopo viene intervistato dalla bella Helena, moglie di uno degli uomini che lo avevano accusato. Tra i racconti dei suoi entusiasmi giovanili per il socialismo e della sua esperienza in prigione, Ludvík cerca di vendicarsi dei suoi nemici del passato seducendo la donna. Dal romanzo di Milan Kundera "L'Orientale".

- 05 novembre

.. ore 21
Il negozio del corso (Obchod na korze, di Jan Kadar e Elmar Klos, 1965, 125')
In un paesino della Slovacchia occupata dai tedeschi, il falegname Anton "Tóno" Brtko riesce a tenersi alla larga dagli stravolgimenti che i nazisti stanno attuando nel villaggio finché gli viene offerto, per una buona paga, di diventare il custode del negozio della vecchia e malata signora Lautmann. Quando però, per uno sfortunato caso, la signora muore, Tóno, temendo di venire accusato dell'accaduto, inizia a perdere la testa. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna Omaggio a una Visione Poklon Vizji / Omaggio a una Visione / Tribute to a Vision
Film, spettacoli, incontri e mostre in Slovenia e in Friuli - Venezia Giulia

15-22 ottobre 2018
www.kinoatelje.it

Il Festival itinerante Omaggio a una visione, organizzato dal Kinoatelje in collaborazione con diverse realtà cinematografiche italiane e slovene ma anche con altri festival, università, associazioni e luoghi di cultura di ogni genere, in questa 19esima edizione conferisce il Premio Darko Bratina a Peter Mettler, uno dei maggiori rappresentanti del cinema canadese d'avanguardia da oltre trent'anni.

Dal 15 al 22 ottobre ci si muoverà tra Gorizia, Nova Gorica, Lubiana, Capodistria, San Pietro al Natisone e Udine concentrandosi sulle sue opere, famose per oltrepassare i confini tra diversi linguaggi cinematografici e non solo. Mettler ha spesso privilegiato riflessioni su temi importanti, come il rapporto tra mondo organico e inorganico, tra uomo e religione, tra scienza e arte. I suoi film hanno rafforzato la sua posizione unica a metà tra il cinema e altre discipline artistiche, tramite le quali sono stati realizzati mix cinematografici dal vivo e performance con fotografie, suoni e installazioni.

Si muove così all'insegna del multidisciplinare anche il Festival che quest'anno, oltre alla masterclass, ai film e agli incontri con l'autore, propone mostre e spettacoli. Un modo per allargare sempre più il concetto di "visione" alla base dell'iniziativa, pur rimanendo fedeli alle ispirazioni iniziali. Il Kinoatelje conferisce infatti dall'anno 1999 un premio in memoria del suo fondatore, il senatore, sociologo e critico cinematografico Darko Bratina (Gorizia 1942 - Obernai 1997), un uomo di confine che si è sempre battuto per il superamento delle barriere fisiche ma anche mentali. Così, la scelta ricaduta su Mettler porta avanti questa volontà di andare oltre i limiti, in questo caso mettendo a confronto idee e modalità espressive differenti. La visione diventa così uno sguardo orientato al futuro che si esplica attraverso film per far dialogare mondi diversi. (Estratto da comunicato stampa)




Rassegna FrauenFilm-Registe FrauenFilm-Registe
termina l'11 dicembre 2018
Goethe-Institut Palermo
www.goethe.de/palermo

E' dedicata alla regia femminile la nuova rassegna del Goethe-Institut. Con 10 film, dal 09 ottobre all'11 dicembre 2018, FrauenFilm-Registe racconta un viaggio sorprendente in un cinema dalla forza inedita, capace di una straordinaria diversità di temi e di approcci. A dare il via alla rassegna, alla Sala Wenders il 9 ottobre alle 17:30, sarà "Toni Erdmann (Vi presento Toni Erdmann)" di Maren Ade. Come sempre, i film saranno in lingua originale, sottotitoli in italiano e ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Anche tutti gli altri film, ad eccezione di "Hannah Arendt", verranno proposti ogni martedì alle 17:30, nella Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo. La proiezione di "Hannah Arendt" di Margarethe von Trotta verrà proposta il 6 novembre, sempre alle ore 17:30, ma al Cinema De Seta, nell'ambito della 40a edizione del Premio Internazionale di cinema e narrativa Efebo d'Oro.

Tra le registe presenti in rassegna ci sono le premiatissime Maren Ade o Valeska Grisebach, che ridisegnano con originalità la geografia emotiva e sociale dei rapporti umani, le antesignane di genio Margarethe von Trotta e Doris Dörrie, e anche nomi meno noti come Anne Zohra Berrached. Insieme a Caroline Link, che ha il merito di aver riportato l'Oscar in Germania dopo vent'anni con il suo "Nirgendwo in Afrika" (Nowhere in Africa), la programmazione prevede anche le commedie di Karoline Herfurth e Frauke Finsterwalder, il biopic "Vor der Morgenröte" (Prima dell'alba - Stefan Zweig in America) di Maria Schrader e il sensuale, radicale e selvaggio film di Nicolette Krebitz Wild. Il film di apertura Vi presento "Toni Erdmann" è una tragicommedia sul rapporto padre-figlia vincitore di numerosi premi, che ottenuto una candidatura ai Premi Oscar nella categoria Miglior film straniero. (Comunicato stampa)

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SMS fuer DICH© Anne Wilk, Hellinger Doll Filmproduktion, Warner Bros. Entertainment .. 16 ottobre 2018, ore 17.30, ingresso libero
Goethe-Institut Palermo (Cantieri culturali alla Zisa)

SMS für Dich (SMS per te)
Regia di Karoline Herfurth
Interpreti: Karoline Herfurth, Friedrich Mücke, Nora Tschirner
Germania 2016, 107 min.
Versione originale con sottotitoli in italiano

Il grande amore di Clara, Ben, è morto in un incidente stradale. Dopo due anni, la giovane donna è ancora provata dal dolore che non riesce a superare. Anche la sua coinquilina, Katja, riesce a malapena a penetrare quel muro di dolore in cui Clara si è chiusa. Solo una cosa pare alleviare il dolore della giovane: inviare messaggi al vecchio numero di cellulare di Ben e raccontargli dei propri sentimenti tuttora invariati. Quello che però Clara non sa, è che il numero appartiene nel frattempo a un altro utente.
Continua...




Das Glück in der österreichischen Literatur – Felicità/fortuna nella letteratura austriaca
Convegno (in lingua tedesca), 18-19 ottobre 2018
Forum Austriaco di Cultura - Roma

Felicità e fortuna, aspetti di un dibattito che fin dall'antichità ha suscitato notevole interesse, sono oggi nuovamente oggetto di molteplici studi che spaziano dal campo teologico, filosofico-estetico a quello socio-economico e politico. L'argomento è divenuto pertanto tema di svariate pubblicazioni scientifiche che si rivolgono oltre che a specialisti anche al grande pubblico. Da tale rinnovata attenzione sono sorti pure in ambito germanistico numerosi approfondimenti volti a ridefinire in modo più esauriente il ruolo di felicità/fortuna. La critica letteraria si mostra sufficientemente scettica in quanto spesso considera quest'argomento soprattutto espressione del kitsch, non di meno l'analisi che ne scaturisce risulta variegata e con molteplici sfaccettature da cui emergono sia i lati oscuri della felicità/fortuna, sia la casualità e l'elemento imprevedibile oltre che la precarietà e l'eventuale accessibilità. Il convegno, organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture dell'Università degli Studi Roma Tre, prende in esame opere di vari autori della letteratura e cultura austriaca tra diciannovesimo e ventesimo secolo e li riconsidera nell'attuale dibattito letterario sulla felicità/fortuna quale esempio paradigmatico. (Comunicato stampa)




Contemporanea 2018 Contemporanea 2018
22esima edizione, Udine, 13-26 ottobre 2018
www.taukay.it

Si rinnova anche quest'anno a Udine, grazie al sostegno del Comune di Udine e della Fondazione Friuli, l'appuntamento legato alle nuove sperimentazioni musicali. La competizione, nata nel 1995 con il fine di creare spazi e possibilità di incontro per la Nuova Musica e patrocinata da importanti istituzioni pubbliche e private tra cui Rai Radio3 in qualità di media partner è giunta alla dodicesima edizione ottenendo il miglior risultato di sempre in termini di partecipazione con 517 composizioni da 56 nazioni. "Contemporanea 2018" proporrà quattro appuntamenti ad ingresso libero.

La serata inaugurale al Teatro San Giorgio di Udine, sarà dedicata all'esecuzione delle composizioni vincitrici del dodicesimo concorso internazionale di composizione "Città di Udine". L'ensemble strumentale Mikrokosmos sarà il protagonista della serata. In occasione dell'evento si terrà la premiazione dei vincitori alla presenza di esponenti di istituzioni pubbliche e private. L'evento sarà registrato con finalità discografiche. In programma composizioni di Inés Badalo (Spagna/Portogallo), Miguel Farías (Venezuela/Cile), Chris Gendall (Nuova Zelanda), Damián Gorandi (Argentina), Dongryul Lee (Corea del Sud), Shin Mizutani (Giappone), Seokmin Mun (Corea del Sud).

La seconda serata dal titolo Image mixing, in collaborazione con Kinoatelje e Hybrida, si terrà il 19 ottobre (ore 21.00) sempre al teatro San Giorgio di Udine, e vedrà protagonista il videomaker Peter Mettler assieme a quattro musicisti, Andrea Gulli, Aleksandar Koruga, Mattia Piani e Jesus Valenti che cureranno i suoni della performance. Peter Mettler viene definito da Piers Handling, direttore del Toronto International Film Festival, "un incomparabile talento del cinema canadese. L'innovazione e l'audacia del suo lavoro, la sua dedizione alla forma d'arte cinematografica e la sua capacità di evocare immagini che rimangono permanentemente impresse nella mente, gli assicurano un posto tra i più illustri cineasti contemporanei di questo paese".

Acusmatica, Ascoltare lo Spazio / Ascoltare il Tempo è il titolo del terzo appuntamento che si terrà il 20 ottobre (ore 21.00) al teatro San Giorgio. Durante la serata sarà possibile ascoltare altro materiale musicale contemporaneo elettroacustico ricevuto in occasione dell'ultima edizione del concorso "Città di Udine". Le composizioni saranno diffuse attraverso un complesso sistema di altoparlanti che ne permetterà anche l'ascolto spazializzato fino a otto canali. In programma lavori di Natasha Barrett (Regno Unito/Norvegia), Gordon Delap (Irlanda), Pablo Martín Freiberg (Argentina), Nicola Giannini (Italia), Francesco Marchionna (Italia), Frederick Szymanski (Stati Uniti).

Continua la collaborazione con il Conservatorio di Musica Jacopo Tomadini di Udine con un progetto che coinvolgerà l'istituzione udinese assieme al Conservatorio di Musica A. Vivaldi di Alessandria e al Conservatorio di Musica C. Monteverdi di Bolzano. Il 26 ottobre (ore 19.00) presso la sala udienze del Conservatorio andrà in scena il concerto Laboratorio di Nuova Musica. In programma composizioni di Andrea Alzetta, Antonio de Padua Roldán Sánchez, Massimo Fabbris, Maria Beatrice Orlando, Sára Iván, Chiara Sgherbini, Sara Stefanovic, Xiaoran Zhang e Antonio Zompì eseguite dagli allievi dei tre istituti sotto la direzione di Andrea Cappelleri. (Comunicato stampa)




Il libro delle 18.03
Gorizia, 03-25 ottobre 2018

Sette incontri con l'autore e tre escursioni culturali, di cui una a bordo della motonave Delfino verde. Come dice il sottotitolo della manifestazione, sarà "Un viaggio nella cultura" ma anche un modo per fare "Cultura in viaggio". Non a caso ci si ritroverà per diverse presentazioni di libri ancora una volta nella sala dell'Apt a Gorizia, ci si muoverà in bus, in barca e tra le novità, si farà tappa anche al Kulturni dom e a Villa Codelli, (Mossa). La rassegna è organizzata dall'associazione culturale "Il libro delle 18.03".

Il cartellone pensato da Paolo Polli, storico organizzatore della rassegna, si apre il 3 ottobre al Kulturni dom di Gorizia, con il giornalista Paolo Rumiz, il vignettista  Francesco Altan e il professor Emilio Rigatti, ovvero "Il trio di Bisanzio". In un dialogo con il docente universitario Georg Meyr i tre personaggi parleranno della loro avventura in bicicletta dal Friuli Venezia Giulia a Istanbul. Sempre al Kulturni dom, l'11 ottobre alle 18.03, Luigi Maieron presenterà con voce e chitarra "Te lo giuro sul cielo". Il 14, questa volta alle 11.03, l'appuntamento è a Villa Codelli dove Angelo Floramo traccerà un itinerario sulla Grande Guerra: "Spunti per una controstoria", introdotto da Paolo Polli.

Le altre presentazioni verranno ospitate nella sala Apt sempre alle 18.03. Il 17 Federica Ravizza parlerà della sua ultima opera, "Notturno con figure". Il giorno seguente arriva un ospite speciale: Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano, a dialogare del suo libro in uscita, "Angeli Terribili". Il 24 Pierluigi Porazzi presenterà "La ragazza che chiedeva vendetta" con la responsabile delle pagine culturali del quotidiano Il Piccolo, Arianna Boria. Si chiude il 25 ottobre con Michele Gambino e il suo "Enjoy Sarajevo", insieme al giornalista Mauro Manzin, da anni impegnato con le cronache dai Balcani e dall'est europeo. Il ciclo di escursioni parte il 6 ottobre alle 9.03. L'imbarco sarà a Trieste sulla motonave Il Delfino verde alle 10. Alessandro Marzo Magno e Martina Vocci nell'occasione parleranno de "Le ville venete" nello specchio di mare antistante la città di Trieste.

Il 13 alle 10.03 Paolo Gaspari terrà invece una lezione in bus che si muoverà tra le rovine del villaggio di Kohišce, un'antica fattoria slovena composta da più edifici, anticamente posseduta dai signori di Duino, poi trasformata in sede di installazioni militari della Grande Guerra. Qui assisteremo ad una lezione di storia all'aperto nel reale scenario di tragiche battaglie della Grande Guerra. Lo storico illustrerà quanto successo nel periodo tra la disfatta di Caporetto e la "rivincita" di Vittorio Veneto. Si chiude il 20 ottobre con partenza alle 8.03 da Gorizia per una Camminata tra gli invisibili delle valli, (in questo caso le Valli del Natisone), itinerario in bus a cura di Antonio De Toni per una passeggiata di circa 10 chilometri in mezzo a una natura punteggiata da testimonianze storiche, leggende, suggestioni magiche e letterarie. (Comunicato ufficio stampa Emanuela Masseria)




Festival Cinema! Italia!
21a edizione, Germania, 13 settembre - 12 dicembre 2018
www.associazionemadeinitaly.org

Dopo il successo del festival "Nuovo Cinema Italia" svoltosi lo scorso giugno-luglio 2018, in Austria, con tappe nelle città di Vienna, Innsbruck e Graz, l'Associazione Made in Italy propone un nuovo appuntamento "oltre le Alpi" con il cinema italiano. La tournée toccherà 36 città della Germania, fra cui Monaco, Colonia, Lubecca, Brema, Bonn, Lipsia, Dresda, Hannover, Kassel, Stoccarda, Friburgo, Ratisbona, Essen, Heidelberg e Darmstadt, per concludersi a Berlino. Il programma propone sei film di recente produzione, per l'occasione sottotitolati in tedesco: Ammore e malavita dei Manetti Bros., Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani, L'equilibrio di Vincenzo Marra, Fortunata di Sergio Castellitto, Taranta on the road di Salvatore Allocca, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni. In alcune città i film saranno presentati da registi ed attori e il primo ospite, ad Amburgo, tappa iniziale della tournée, sarà Francesco Bruni.

Per una migliore conoscenza dei film in programma e del cinema italiano in genere, viene pubblicato e distribuito gratuitamente al pubblico nelle sale partecipanti alla tournée un catalogo con le schede dei film e altri materiali critici. Al festival è anche legato un concorso. Agli spettatori viene infatti consegnata una cartolina con cui esprimere il proprio gradimento sui film. Il film più apprezzato sarà premiato a Berlino al termine della tournée, ottenendo la distribuzione in Germania, in base ad un accordo tra la società Kairos Filmverleih e Made in Italy, che contribuirà alla stampa e al sottotitolaggio del film. Inoltre, i dati sul riscontro di pubblico saranno messi a disposizione dei distributori tedeschi, in modo da incoraggiarne l'acquisto per una programmazione in sala o in televisione. Complessivamente sono già più di 20 i film che, presentati nelle diverse edizioni del tournée, hanno successivamente ottenuto una distribuzione in Germania. (Comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Immagine copertina Nidia Robba
Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste








Immagine dalla locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Locandina per la presentazione del catalogo al Museo della Cantieristica Boico / Cervi / Frandoli / Nordio. Interni navali tra arte e design 1949-1967

Presentazione del catalogo
19 ottobre 2018, ore 18.00
MuCa Museo della Cantieristica - Monfalcone

Il catalogo comprende le due esposizioni realizzate presso la Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone e illustra l'attività di progettazione e design in campo navale del quartetto di architetti triestini Romano Boico, Aldo Cervi, Vittorio Frandoli e Umberto Nordio. (Comunicato stampa)




Copertina libro Errantia, di Gonzalo Alvarez Garcia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto....". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio - di Vito di Battista L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Il videogioco. Storia, forme, linguaggi, generi
di Lorenzo Mosna, Dino Audino Editore, pp. 128, prefazione di Gianni Canova
www.audinoeditore.it

Nel 1958 lo scienziato William Higinbotham del Brookhaven National Laboratory, Long Island, a pochi passi da New York City ritenendo che l'area adibita ai visitatori fosse terribilmente statica, priva di qualunque attrattiva che facesse comprendere l'importanza delle recenti scoperte scientifiche nella vita quotidiana si mise all'opera per rendere interattivo il rapporto tra studenti e visitatori e l'area espositiva. Come? Dopo due settimane di assemblaggio e qualche modifica al progetto originale, sullo schermo di un oscilloscopio pilotato da un computer a valvole Higinbotham creò un gioco chiamato Tennis for Two. Il gioco simulava una partita di tennis per due giocatori, che agivano tramite due apparecchi collegati al computer attraverso un cavo, e dotati di un potenziometro per regolare la direzione della pallina e di un relè per sferrare il colpo. Il 18 ottobre 1958, in una delle giornate aperte ai visitatori, Tennis for Two fu mostrato per la prima volta al pubblico. La noiosa giornata di visita a Brookhaven si trasformò: i presenti fecero la fila per giocare, la voce si sparse e i visitatori diventarono centinaia.

Da a allora il videogioco si è sviluppato e attualmente si appresta a superare l'industria del libro per imporsi come terzo più grande attore nel mercato dell'intrattenimento. Il linguaggio dei video giochi, più di ogni altro, ha risentito delle innovazioni tecnologiche che lo hanno accompagnato, trasformandosi e modificandosi sotto il peso del progresso. Ecco perché oggi è necessario guardare al passato, ripercorrere la storia del medium videoludico e della sua tecnologia per comprenderne le origini, lo sviluppo, l'evoluzione estetica e del suo linguaggio. La natura interattiva fa del videogioco un medium che sta davvero sulla frontiera della contemporaneità e che affronta per primo alcuni dei nodi non solo teorici che riguardano l'evoluzione del nostro rapporto con le intelligenze artificiali che noi stessi abbiamo creato.

Ogni nuova generazione ha dovuto combattere per vedere riconosciuta dignità culturale a forme di intrattenimento, di spettacolo e di comunicazione che si facevano largo nella società, fecondavano l'immaginario, trasformavano le relazioni individuali e collettive con il tempo, con il corpo, con lo spazio. Lorenzo Mosna rivendica la dignità culturale del proprio oggetto di studio videoludico riecheggiano i toni con cui - un paio di generazioni prima - i cinefili militanti di allora si battevano perché il cinema potesse entrare nelle scuole. (Comunicato stampa)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Presentazione libro Raffaello on the road Raffaello on the road.
Rinascimento e propaganda fascista in America (1938-40)

a cura di Lorenzo Carletti, Cristiano Giometti (Carocci, 2016)

Che cosa ci facevano nel 1939 a San Francisco la Madonna della Seggiola di Raffaello, il Tondo Pitti di Michelangelo e la Nascita di Venere di Botticelli? Non si trattò di un furto, ma di una mostra d'arte allestita per motivi propagandistici alla fiera commerciale della Golden Gate International Exposition. Mentre il mondo era sull'orlo del precipizio, ventisette capolavori del Rinascimento italiano partirono da Genova sul transatlantico Rex senza copertura assicurativa e, con un viaggio coast to coast che si prolungò con tappe non previste a Chicago e poi a New York, tornarono in patria alle soglie dell'entrata dell'Italia in guerra. Una storia romanzesca che racconta la politica culturale fascista in America e anticipa l'odierna degenerazione del fenomeno espositivo, con i capolavori adoperati come ambasciatori o presentati insieme ai prodotti tipici nelle vetrine dell'Expo. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
Locandina della presentazione

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

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Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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