La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
Kritik
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di Ninni Radicini
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier: Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
Poesia «Pirandello»
Copertina libro Tour de France 1903 - La nascita della Grande Boucle
Recens. libro Tour de France
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Articolo su Maria Callas
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari: Mostre


Nuovo numero della Newsletter Kritik - 04 giugno 2017 (Argomenti)

Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni
: 2016-17 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008


Marisa Zattini: "Agricoltura Celeste"
28 luglio (inaugurazione ore 20.30) - 10 settembre 2017
Rocca Malatestiana - Montefiore Conca (Rimini)
www.ilvicolo.com

Le misteriose Mandragore realizzate dall'artista con interventi a china su lettere antiche, "raccolte" nel suggestivo spazio della Rocca Malatestiana (XIV sec.), condurranno nelle atmosfere magiche e simboliche del passato e allo stesso tempo apriranno a nuovi orizzonti per esplorare i confini tra simbolo e segno. In controcanto, le trasposizioni a getto d'inchiostro su grandi lastre di alluminio lucidate a specchio riattualizzano, in piena modernità, le inconsuete tematiche affrontate dall'artista ricreando un silenzioso ed emozionale dialogo. Scrive Giovanni Ciucci: «Le opere di Marisa Zattini appartenenti a cicli recenti, tra cui Mandragore e Fragilis Mortalitas, si collocano lungo questo solco e contribuiscono a suscitare nell'osservatore la suggestione di una realtà altra, la possibilità di risvegliare uno stato recondito dell'animo in grado di tradurre il concetto e la trasposizione della temporalità in vitale tessitura ininterrotta delle nostre esistenze ed affetti».

E ancora riflette Enrico Bertoni: «Se il protagonista di Cuore di Tenebra guardava al mondo come ad un gheriglio di noce e si accontentava della superficie delle cose, come se tutto fosse disteso e comprensibile sopra una cartina geografica, le mandragore di Marisa Zattini propongono all'osservatore un altro viaggio. (...) Dalla loro dimensione sotterranea riordinano le parole, anzi le ridimensionano, restituendo loro una funzione di essenzialità. Le lastre, nel loro essere il doppio dell'immagine, nel lasciare emergere dall'ombra le parole, svolgono un ruolo fondamentale: non sono le parole in sé ad essere fumose, ma le incrostazioni che le circondano. E' come se le mandragore dicessero «ora che hai visto le vere parole, guarda la tua essenza. Tu sei questo».

La mostra è corredata da un catalogo (Il Vicolo Editore, pagg. 192, Euro 22.00), che documenta tutte le opere in mostra, con testi critici a firma di Gabriella Baldissera, Loredano Matteo Lorenzetti, Giovanni Ciucci, Gianfranco Lauretano,Veronica Crespi, Enrico Bertoni, Gian Ruggero Manzoni e Pier Guido Raggini. Alcuni cicli di Agricoltura celeste, già ospitati nel Magazzino del Sale "Torre" di Cervia e nella Biblioteca civica "G. Tartarotti" di Rovereto, verranno allestiti successivamente a Rimini, nelle Sale antiche della Biblioteca civica "Gambalunga" (6 ottobre - 19 novembre 2017).

Marisa Zattini (Forlì, 1956), già artista - pittrice, ceramista, poeta - ha realizzato mostre personali in spazi pubblici, in Italia e all'estero (Svezia, Inghilterra, Germania e Grecia) a partire dal 1976 e pubblicato cataloghi monografici, con alcune sue poesie. Architetto, attualmente è Direttore Artistico de Il VicoloSezione Arte di Cesena, già ideatrice e curatrice di oltre duecento rassegne di arte contemporanea, di cui più di quaranta solo per la città di Cesena (Galleria Comunale d'Arte, Rocca Malatestiana e Galleria Comunale Ex Pescheria). E' inoltre Art Director di 12 Collane per i tipi de Il Vicolo Divisione Libri, dedicate all'Arte contemporanea, saggistica, letteratura fantastica, poesia, storia del territorio, cucina e racconti di Natale. Realizza filmati e documentari - firmandone la regia e dirigendone il montaggio - per mostre da lei ideate, di artisti e poeti contemporanei.

Sul concetto di identità e sulle riflessioni filosofiche legate al tema del vuoto e del pieno ha realizzato una inedita e originale triplice partitura espositiva enominata Doppio Panico! - L'arte di vivere (2009), Metamorphosi (2011) e Autoritratto (2013) coinvolgendo 33 artisti del territorio, producendo originali lavori scultorei, ceramici e fotografici, esposti nell'Oratorio di San Sebastiano, a Forlì. Nel 2014 è stata invitata dalla Provincia di Kassel ad esporre il ciclo "Ali", opere ceramiche realizzate nel 1990: un progetto a 4 mani con l'architetto Augusto Pompili. (...) Una selezione di questi ultimi cicli di lavori sono stati ospitati, nel 2016, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Atene e, parallelamente, nelle sale della Technohoros Art Gallery. (Comunicato stampa)

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Marisa Zattini: "di - segni" o delle trasmutazioni
Atene, 2016
Presentazione mostra




Pubblicità!
La nascita della comunicazione moderna 1890-1957


09 settembre - 10 dicembre 2017
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

E' il 22 giugno 1890 e sulla 'Tribuna Illustrata' appare il primo e più antico slogan italiano a cui ne seguirono tanti negli anni successivi come: "Bianchezza dei denti Igiene della Bocca.. La vera Eau de Botot è il solo dentifricio approvato dall'Accademia di Medicina di Parigi". Fino al celebre "A dir le mie virtù basta un sorriso per il dentifricio Kaliklor" (1919), esito felice di un concorso aperto a tutti divenuto una pietra miliare della storia della comunicazione pubblicitaria. Da questi primi passi della storia della pubblicità prende avvio la mostra, a cura di Dario Cimorelli e Stefano Roffi, che, attraverso duecento opere dalla fine dell'Ottocento all'era di Carosello, si pone l'obiettivo di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all'introduzione dell'illustrazione come strumento persuasivo e spiazzante per novità e per fantasia, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all'arrivo della radio come strumento di comunicazione di massa.

La prima sezione racconta come i primi illustratori furono in primo luogo artisti e i loro bozzetti e manifesti fossero realizzati seguendo l'idea dell'illustrazione come elemento di comunicazione, in primo luogo bello e quindi indipendente dal contenuto promosso, dove la rappresentazione spesso stupisce, altre volte cattura l'attenzione per la sua costruzione e composizione cromatica, altre volte impaurisce, altre ancora attrae con ironia.

La seconda sezione è dedicata al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario, dove uno rafforza l'altro, dove il prodotto è rappresentato, o comunque evocato nella rappresentazione, e quindi descritto con il suo nome e la sua marca alcune volte associato a uno slogan che ne rafforza le caratteristiche e la sua distintività. In questa sezione divisa in capitoli, attraverso marchi celeberrimi, si indaga il mondo del manifesto in un incrocio virtuoso tra temi, i settori merceologici, le scuole (le grafiche Ricordi, Richter, Chappius etc..), le prime agenzie pubblicitarie (Maga, Acme Dalmonte etc..) e i grandi maestri (fra i quali, Cappiello, Dudovich, Mauzan, Codognato, Carboni, Nizzoli, Testa).

La terza sezione riguarda tutti gli strumenti di promozione pubblicitaria che si sono sviluppati accanto al più conosciuto manifesto, come locandine, depliant, targhe in latta fino all'illustrazione della confezione. La quarta e ultima sezione è dedicata ai nuovi strumenti di comunicazione che si affacciano dal 1920 in poi, la radio prima e poi la televisione fino al giorno in cui nacque Carosello, il primo passo verso un'altra storia.

La mostra, fra gli altri contributi, si avvale della collaborazione col prestito di un importante numero di bozzetti originali di Carboni, Nizzoli, Testa, Sepo del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell'Università di Parma, e di manifesti d'epoca del Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, della Civica Raccolta delle Stampe 'Achille Bertarelli' del Comune di Milano, della Collezione Alessandro Bellenda - Galleria L'Imagine, Alassio - Savona. Il catalogo dell'esposizione, edito da Silvana Editoriale, prevede i saggi di Dario Cimorelli, Nando Fasce, Elio Grazioli, Peppino Ortoleva, Stefano Roffi, Stefano Sbarbaro, Anna Villari oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Massimiliano e l'esotismo. Arte orientale nel Castello di Miramare
termina lo 07 gennaio 2017
Castello di Miramare - Trieste

In occasione dei 150 anni dalla morte di Massimiliano d'Asburgo (6 luglio 1832 - 19 giugno 1867) il Museo storico del Castello di Miramare rende omaggio all'imperatore del Messico, presentando una mostra a cura di Rossella Fabiani e Francesco Morena, con un percorso espositivo che offre ai visitatori il patrimonio di oggetti preziosi d'arte orientale - oltre 100 opere - raccolti dall'imperatore durante i suoi numerosi viaggi, conservati nelle collezioni storiche del Castello di Miramare ed esposti adesso per la prima volta. In questo modo il Museo, oltre ad approfondire la personalità di Massimiliano, sensibile alla cultura e all'arte, offre una riflessione sull'importanza che la tradizione artistica orientale ha avuto nell'Europa della metà del XIX secolo.

Porcellane, lacche, arredi, sculture e suppellettili di vario genere - provenienti dall'area medio-orientale, dall'India, dalla Cina e dal Giappone - dialogheranno con dipinti, litografie, iscrizioni arabe ed esemplari della produzione europea e americana ispirata all'arte orientale, la cosiddetta Cineseria. Il termine identifica in maniera molto ampia tutto ciò che in Europa aveva a che fare con l'Asia orientale, dal collezionismo di manufatti, alla realizzazione di Gabinetti in stile, dalla produzione europea di oggetti d'ispirazione asiatica, all'influenza che la Cina e territori limitrofi ebbero sulla filosofia, sul teatro e sulla letteratura europei.

I manufatti risalgono a un arco cronologico che va dalla fine del Cinquecento alla metà dell'Ottocento. Massimiliano infatti acquista pezzi antichi insieme a oggetti della produzione allora contemporanea presso gli antiquari delle città che frequenta, tra le quali Trieste. Oltre al monumentale paravento messicano del 1719, che raffigura un'intensa scena di vita cinese, esemplare prezioso e unico in Italia di Cineseria coloniale, si potranno ammirare - tra gli altri - uno stipo giapponese in legno e intarsi di madreperla dell'inizio del Seicento, realizzato per il mercato portoghese e appartenente alla tipologia Nanban, una scultura di porcellana dipinta in esuberante policromia, ancora giapponese, della fine del XVII secolo, raffigurante un leone seduto, e due spettacolari vasche da pesci in porcellana cinese della metà del Settecento. Rappresentativo dell'arte indiana un magnifico stipo di Goa, in legno di cedro e intarsi di ebano e avorio, anch'esso appartenente a un genere di manufatto raro per le collezioni italiane.

Un'infatuazione, quella di Massimiliano per l'Oriente, che raggiunge il suo acme nei due ambienti 'alla cinese' presenti al Castello. Il Salotto Giapponese e il Salotto Cinese riflettono l'ammirazione da parte del giovane Asburgo di una moda molto diffusa già nel Settecento, seguita con entusiasmo anche dai membri della famiglia imperiale, i quali avevano realizzato simili stanze nelle residenze di Vienna e Schönbrunn. In particolare, il Salotto Cinese, adibito a fumoir nelle giornate di gala e destinato ad ospitare parte dei manufatti asiatici di Massimiliano, ha tutte le pareti rivestite di un tessuto decorato a stampa con un motivo orientaleggiante, ispirato a composizioni che si ritrovano frequentemente nei repertori settecenteschi di incisioni, ad esempio nel The Ladies Amuseument di Pillement (1762).

Massimiliano fornì già nel 1860 precise indicazioni per la Chinesisches Zimmer, richiedendo che si predisponesse "ancora legno di quercia con ricca doratura, le pareti con grandi specchi... e anche piante fresche", secondo uno schema in cui arredi e natura si compenetrano anche all'interno dell'abitazione, già sperimentato in una stanza verandata di Villa Lazarovich, la prima residenza triestina dell'arciduca, così raffigurata in un dipinto di Germano Prosdocimi del 1855 circa. Il Salotto Giapponese, così denominato nonostante in realtà esso non mostri prevalenti caratteri giapponesi, rimane piuttosto ancorato agli stilemi della Cineseria settecentesca.

Richiamano quel contesto le sete dipinte utilizzate per le pareti, il soffitto e i tendaggi della sala, decorate in ricca policromia su fondo chiaro con motivi di fiori, farfalle e vasi racchiusi entro volute rocaille. La boiserie in legno chiaro che corre nella parte inferiore delle pareti, nell'angolo con lo specchio e sulle sovrapporte mostra una filettatura che riproduce le naturali nodosità dei fusti di bambù. Simili griglie di bambù si vedono anche sulle superfici delle due porte che affacciano nel Salotto. Ognuna di loro inquadra un pannello in lacca, a fondo rosso, oppure marrone, oppure nero, decorato a oro con composizioni di fiori e uccelli e scorci di paesaggio marino con imbarcazioni. Un certo numero di questi pannelli - della metà dell'Ottocento circa - costituisce l'unica reale presenza di Giappone nella sala.

Per Massimiliano l'Oriente non è solo la risposta all'esigenza di adeguarsi a certi gusti aristocratici, ma un'autentica scoperta. Il viaggio diviene per l'imperatore uno stile di vita, una dimensione della mente grazie al quale, toccando ben quattro continenti (Europa, Asia, Africa e America), conosce culture e popoli diversi, rispettandone i costumi e apprezzandone le abitudini, fino a farne propria qualcuna. Attraverso l'acquisizione di oggetti extraeuropei e di libri dedicati a queste esplorazioni (presenti nella biblioteca del Castello) Massimiliano porta il mondo per così dire "dentro casa".

Pur non avendo visto, infatti, l'India, la Cina e il Giappone, gli oggetti provenienti da quei luoghi lontani e misteriosi costituiscono uno strumento per ampliare orizzonti di cultura e di conoscenza altrimenti preclusi. La mostra intende indagare anche questo aspetto della complessa e affascinante personalità di Massimiliano, che ha fatto del viaggio uno dei fili conduttori della sua breve, ma intensa, esistenza. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo Marsilio Editori, frutto del lavoro di catalogazione di tutti gli oggetti orientali della collezione del Castello di Miramare. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)

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Mostre su Trieste




Federica Rossi - dalla serie The living cell - acrilico su tela cm.120x100 2017 Federica Rossi: "The living cell"
05 agosto (inaugurazione ore 18.00) - 24 settembre 2017
Museo della Città "Luigi Tonini" - Rimini
www.federicarossi.it

Nuova produzione pittorica di Federica Rossi in mostra, a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei. Dedicata alla cellula, nel suo divenire vita pulsante in viaggio verso l'eternità, la serie The living cell, da cui trae il titolo la mostra stessa, raccoglie una quarantina di opere inedite su tela e su carta. Come spiega Francesca Baboni, «Giocando su cromatismi che rispecchiano le tinte naturali della terra, sublimati dall'impasto di colori miscelati e inchiostri, e dall'atto creatore che assume forma e consistenza diversificate a seconda che l'autrice operi sulla carta o sulla tela, Federica Rossi ci trasporta nel suo universo fluido e luminoso, in cui le cellule si muovono e si avvicendano pulsanti di vitalità come se fluttuassero nel liquido amniotico, lasciando le tracce del loro viaggio infinito e quindi ancora più sorprendente».

«Nelle sue opere - conclude Stefano Taddei - è la cellula la protagonista. Non solo però. Tale centralità non blocca il magma creativo proposto dall'autrice, che si dipana in numerosi rivoli e pare amplificarsi ulteriormente, non limitandosi assolutamente e meramente nello spazio dell'elaborazione. La profondità coloristica delle composizioni lascia trasparire vari fenomeni cellulari che prendono vita, manifestandosi in tutta la loro estrinseca potenzialità vigorosa ed energica. Grazie all'indagine creativa di Federica Rossi la vita ci scorre davanti, la possiamo cogliere o solo osservare. Tutto ciò ci rimanda al nostro fluire al mondo, una potenza in atto che nessuno può evitare e cancellare». L'esposizione è promossa dal Comune di Rimini con il patrocinio della Biennale del Disegno, in collaborazione con la Galleria Annovi di Sassuolo (Modena).

Federica Rossi (Parma, 1972) si diploma al Liceo d'Arte di Parma e successivamente frequenta l'Accademia di Comunicazione di Milano. La prima svolta decisiva nel compiersi della sua identità di artista avviene nel 2004. Già dagli esordi ha avuto la fortuna di collaborare con importanti esponenti del mondo artistico, grazie ai quali, dal 2006 inizia a partecipare a diverse mostre collettive e personali, dapprima a livello locale e nazionale e, ben presto, a livello internazionale. Dal 2009 comincia, infatti, un'intensa attività espositiva che la vede protagonista in mostre personali e collettive. Attualmente le sue opere trovano spazio in collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Carmela Scialò Traversi Guerra - Incredibile sviluppo del colore "Napoli in Arte"
termina il 25 luglio 2017
Galleria Serio - Napoli
www.sabrinafalzone.info

Mostra d'arte internazionale curata dal critico e storico dell'arte Sabrina Falzone, con l'esposizione di opere provenienti da Parigi, dalla Spagna, dall'Austria, dalla Svizzera e da diverse città italiane per un confronto culturale a più voci che metta in evidenza la pluralità stilistica di differenti scuole artistiche. Nel percorso di allestimento saranno esposte le opere di alcuni rinomati artisti d'eccellenza sul panorama artistico contemporaneo, come Jacqueline Gallicot Madar, Stefano Iosca, Daniela Rancati, Roberto Re, Paolo Remondini, Julio Saldana Manero, Roswitha Schablauer, Paolo Schifano, Carmela Scialò, Georgeta Stefanescu, Traversi Guerra. (Comunicato stampa)




MOstra dedicata a Mirò Mirò: "Le lézard aux plumes d'or"
termina lo 01 ottobre 2017
Villa Colloredo Mels - Recanati
www.infinitorecanati.it

L'attività di illustratore ha sempre rappresentato un momento fondamentale nel percorso artistico di Joan Miró, facendone un protagonista assoluto della storia del libro d'artista. La serie di litografie a colori "Le lezard aux plumes d'or", realizzata nel 1971, rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico dal grande artista catalano, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. Nella terra di Giacomo Leopardi, la poesia surrealista diventa immagine e l'immagine è testo poetico: questa mostra è un'occasione unica per scoprire e ammirare un particolare aspetto del meraviglioso mondo di Miró. La mostra, promossa dal Comune di Recanati e organizzata dalla società Sistema Museo, è il primo evento del nuovo progetto "Infinito Recanati", che fa leva sulla sua forte identità legata all'arte, alla poesia e alla musica della città.

Curioso sperimentatore di tecniche e materiali, Miró approfondisce l'estrema poeticità della sua arte a stretto contatto con la parola. La prestigiosa esposizione accompagna il visitatore alla scoperta dell'alternanza armoniosa di versi e immagini vibranti di colori, per sorprendersi di inattese visioni e libertà espressiva. Un viaggio dai segni alla parola, dal colore alla rappresentazione. Scrisse Miró: "Niente semplificazioni né astrazioni. In questo momento io non mi interesso che alla calligrafia di un albero o di un tetto".

«Nel corso della sua lunga vita Miró strinse amicizia con i maggiori poeti del Novecento e lavorò all'illustrazione dei loro versi; in alcuni casi si occupò di veri e propri classici della storia della letteratura. Per questa sua straordinaria produzione, nel 1954 la giuria della Biennale di Venezia gli conferì il "Gran Premio internazionale per la Grafica". Nel 1971 prese forma la coinvolgente avventura editoriale Le lézard aux plumes d'or. La genesi del libro fu piuttosto travagliata. Già nel 1967, Miró aveva realizzato diciotto litografie a colori che illustravano il poemetto per conto dell'editore Louis Broder. Ma le stampe risultarono lacunose nella resa dei colori a causa, pare, di un difetto nella fabbricazione della carta e l'intera tiratura fu distrutta. Poiché nel frattempo le matrici erano state annullate non fu possibile ristamparle e Miró dovette attendere alla realizzazione di nuove lastre, che furono stampate da Mourlot e pubblicate, sempre da Broder, solo nel 1971.

Le quindici nuove litografie, insieme alle ventitre che riproducono il poemetto chirografato di Miró, diventano il luogo dove la scrittura-segno si determina e si trasfigura, in tutta la sua concretezza lineare, nell'immagine-segno. Nelle tavole di Le lézard aux plumes d'or immagine e parola hanno origine dall'impulso indistinto e si compenetrano fino a diventare un'unica trasmissione dell'energia intima, l'impronta permanente dell'esistenza. Se l'immagine-segno svela gli aspetti più profondi della vita (...), la scrittura-segno è la trascrizione diretta di quel dinamismo che chiamiamo poesia. E' evidente che ci troviamo in un contesto fiabesco. Perché Miró fu sempre un "pittore di favole" ed è palese la sua propensione ad un tipo di poesia che, pur mettendo in luce echi degli automatismi surrealisti e affinità col nonsense dadaista, si fa testimone di relazioni animistiche e magiche tra uomo e natura, di un mondo in cui gli animali - ma anche le cose inanimate- aiutano il mondo a rinascere: "perciò il suo genere è la favola (..)" (G. C. Argan)

Se qualcuno, accostandosi a Le lézard aux plumes d'or con qualcosa di più della semplice curiosità, non si lascerà sulle prime disorientare dalla baraonda cromatica di alcune pagine in cui le immagini zampillano con una profusione che non conosce limiti, né scoraggiare dal costante insistere su soluzioni e caratteri stilistici apparentemente ripetitivi, incontrerà l'assoluta mancanza di retorica che permea l'intero libro. Qui tutto è profondo e giocoso, brillante e disinvolto, così come è suggestivo e inafferrabile quell'alone di segreto che si dipana dall'immagine-segno di Miró.» (Sebastiano Guerrera, dal testo critico del catalogo)




Stories Can Set With Time, Just Like Rock - Stephen Kavanagh and Marco Maria Giuseppe Scifo Stephen Kavanagh | Marco Maria Giuseppe Scifo
Stories Can Set With Time, Just Like Rock


22-30 luglio 2017
Five Years - Londra
www.bebocs.it

Stories can set with time, just like rock is the outcome of an exchange residency between Catania, Sicily (September 2015), and Edinburgh, Scotland (July 2017), involving artists Stephen Kavanagh and Marco Maria Giuseppe Scifo. Exploring the geological configuration of both cities - linked by the mutual presence and absence of a volcano at their foundations - the presentation at Five Years will display the artists' research on the correlation between the notions of natural and man-made. The volcano is a creative and destructive power that alters landscapes. By devouring the existing space, it generates a new one with its expelled lava and tephra.

Mount Etna, a stratovolcano made of layers of hardened materials, still actively forms and devastates land, resulting in a inescapable influence on the city of Catania and its inhabitants. On the contrary, Edinburgh is built on the remnants of a volcanic field, whose strata were revealed by the moving of glaciers millions of years ago. The presence of the volcano is therefore exposed by its absence, its negative space, which shapes the history of the city as much as the rock that was left behind. Stories can set with time, just like rock is curated by Amy E. Brown and Miriam La Rosa, and originates from a collaboration with BOCS Ltd.

Stephen Kavanagh is a Scottish artist who uses man-made materials such as concrete, resin and steel in the fabrication of maquettes that function as studies for larger installations. His research concerns nature and the built environment. Stephen is currently based in Edinburgh.

Marco Maria Giuseppe Scifo is an artist from Sicily whose work manifests as immersive, self-built installations, centred on ideas of the environment and mathematical constructs of both the natural and the unnatural. He uses drawing as a method of experimentation, preceding the making of actual works. Marco lives and works in Milan. (Press release Ass. Culturale beBOCS - Catania)




Maria Papa Rostkowska - La pureté - marmo bianco di Altissimo h 60cm. Ca 1989 Maria Papa Rostkowska
Le opere, gli amici, i luoghi


12 settembre (inaugurazione ore 18.30) - 14 ottobre 2017
Galleria Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Dopo l'antologica di questa primavera, la Galleria Cortina ripropone l'opera di Maria Papa Rostkowska. A distanza di cinque anni dalla personale del 2012, si rinnova la presenza con una mostra, a cura di Stefano Cortina, dedicata alle sue sculture in marmo e ai lavori della sua cerchia di amici artisti.

Maria Baranowska (Varsavia, 1923 - Pietrasanta, 2008) di padre polacco e madre russa, nel 1943 sposa Ludwik Rostkowski Jr, importante esponente della social-democrazia polacca, con il quale partecipa al salvataggio di numerosi ebrei del Ghetto di Varsavia. Durante l'insurrezione di Varsavia, nel 1944, è attiva nella lotta contro l'armata tedesca ottenendo, dopo la liberazione, la medaglia Virtuti Militari nel frattempo studia architettura e belle arti. Rimasta vedova nel 1950 inizia a partecipare come pittrice, a varie esposizioni in Polonia. Nel 1957, su invito del pittore Edouard Pignon si trasferisce a Parigi dove conosce l'editore, scrittore e critico d'arte Gualtieri di San Lazzaro (al secolo Giuseppe Papa), fondatore della rivista d'arte "XXe Siècle" e dell'omonima galleria, che sposerà nel 1958.

Maria si trova subito al centro della vita artistica parigina, conosce gli artisti più importanti come Serge Poliakoff, Joan Mirò, Esteve, diventa amica di scrittori, critici e personalità della cultura come Eugene Ionesco, André Pieyre de Mandiargues, Pierre Volboudt, André Verdet, Robert Lebel, Jacques Lassaigne, Beniamino Joppolo, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini. Ma anche Nina Kandinsky e scultori come Emile Gilioli, Marino Marini, Lucio Fontana e Carlo Sergio Signori. Sono questi gli anni in cui, passando le estati ad Albisola (Savona), scopre la ceramica e la terracotta e comincia a dedicarsi principalmente alla scultura. Lavora nei laboratori di Tullio d'Albisola e passa il tempo in compagnia di Carlo Cardazzo e degli amici artisti che gravitano intorno alla Galleria del Naviglio come Capogrossi, Crippa, Fabbri, Manzoni, Scanavino, Milena Milani, Sassu, Wifredo Lam e Asger Jorn. Il risultato di quel lavoro febbrile e intenso sarà presentato per la prima volta alla Galleria del Naviglio, nel 1960, con una presentazione di André Verdet.

Seguiranno altre importanti rassegne, in cui Maria Papa si trova in un importante circuito internazionale, che vede la partecipazione di artisti delle avanguardie storiche, come Hans Arp, Marc Chagall, Alberto Magnelli, Massimo Campigli e Sonia Delaunay, e artisti della seconda École de Paris, o italiani come Alberto Burri, Agenore Fabbri, Giuseppe Capogrossi e Lucio Fontana. Nel 1966 è invitata da Giuseppe Marchiori a partecipare al Symposium del Marmo organizzato dalla ditta Henraux di Querceta, in Versilia, dove scopre il marmo, che diventerà il suo materiale d'elezione. Da allora, e fino al 1999, la sua vita si dividerà fra la Versilia e Parigi. Nell'aprile 2009 la città di Pietrasanta le dedicherà un'importante retrospettiva, rendendo omaggio a una delle rare donne scultrici che si siano dedicate alla "taglia diretta".

Esposizioni commemorative si sono tenute a Parigi, a Varsavia e a Milano. In anni recenti alcune sue grandi opere sono state collocate in luoghi pubblici a Milano (Centro Apice, Università di Milano), Varsavia (Museo di Scultura, Museo Nazionale e due nel Palazzo Presidenziale della Repubblica Polacca), Mentone, Pietrasanta. A Parigi, al Palais Bourbon, proprio davanti alla sala dei deputati del Parlamento Francese, è stata collocata nella primavera del 2011 la scultura monumentale Promesse de Bonheur, alta più di 3 metri, in marmo bianco di Altissimo. Maria Papa è la sola artista non-francese ad avere un' opera al Palais Bourbon. Saranno presenti in mostra anche le opere dei principali artisti che gravitavano tra Parigi, Milano, Albisola e Pietrasanta e che costituivano la stretta cerchia di amicizie e frequentazioni abituali di Maria Papa e Gualtieri di San Lazzaro: Arp, Man Ray, Verdet, Sonia Delaunay, Poliakoff, Picasso, Mirò, Calder, Max Ernst, Capogrossi, Crippa, Dadamaino, Fabbri, Lucio Fontana, Marino Marini, Magnelli.

Catalogo Cortina Arte Edizioni (in italiano, inglese e francese) con testi critici e memorie di Marco Meneguzzo (storico dell'arte e docente presso l'Accademia di Belle Arti di Brera), Lydia Harambourg (storica e critica dell'arte), Agnieszka Tarasiuk (curatrice del Museo di Scultura Kròlikarnia a Varsavia), Stefano Cortina e Massimo Mallegni (sindaco di Pietrasanta). (Comunicato stampa)




Philip Guston and The Poets
termina lo 03 settembre 2017
Gallerie dell'Accademia di Venezia

La mostra propone una riflessione sulle modalità con cui l'artista americano Philip Guston (Montreal, 1913 - Woodstock, 1980) entrava in relazione con le fonti di ispirazione, prendendo in esame cinque poeti fondamentali del XX secolo, che fecero da catalizzatori per gli enigmatici dipinti e visioni. Cinquant'anni della carriera artistica di Guston vengono ripercorsi esponendo 50 dipinti considerati tra i suoi capolavori e 25 fondamentali disegni che datano dal 1930 fino al 1980, ultimo anno di vita dell'artista. Si tracciano quindi paralleli tra i temi umanistici, riflessi in queste opere, e il linguaggio e la prosa di cinque poeti: D.H Lawrence (Gran Bretagna, 1885-1930), W.B. Yeats (Irlanda, 1865-1939), Wallace Stevens (Stati Uniti, 1879-1955), Eugenio Montale (Italia, 1896-1981) e T.S Eliot (Gran Bretagna, americano di nascita, 1888-1965).

La mostra, curata da Kosme de Barañano, è una "prima" di Philip Guston nella città che ha esercitato una profonda influenza sulla sua opera ed è al tempo stesso un omaggio alla relazione dell'artista con l'Italia. Sin da giovane, nel realizzare murales guardava agli affreschi rinascimentali come ispirazione e di fatto questo suo amore per la pittura italiana rimase come Leitmotiv di tutta la sua carriera. In una lettera del 1975 indirizzata all'amico Bill Berkson, importante poeta, critico e docente, Guston affermava: "Sono più che mai immerso nella pittura del Quattrocento e del Cinquecento! E quando vado verso Nord, a Venezia, davanti a Tiepolo, Tintoretto e alle cosiddette opere manieriste di Pontormo e Parmigianino perdo la testa e tradisco i miei primi amori."

"L'amore di Guston per l'Italia aggiunge alla sua pittura una complessa e ricca profondità di tessitura" ha scritto il curatore Kosme de Barañano. "Ora, quando guardiamo la sua arte attraverso gli occhi e la prosa dei letterati che gli erano affini - attorno ad alcuni dei quali gravitò molto e dai quali attinse nel corso della sua vita, altri invece che lesse saltuariamente - possiamo studiare come le loro parole condividano affinità con la complessità degli ultimi lavori di Guston". La mostra è organizzata per nuclei tematici di opere messe in relazione con una selezione di scritti e di poesie dei cinque poeti. Iniziando da D.H. Lawrence, con il suo saggio del 1929 Making Pictures, la pittura di Guston sarà presentata da un'esplorazione del suo mondo di immagini, che si muove dalla riflessione sull'atto creativo a quello sulle possibilità contenute nella pittura. Con opere che appartengono sia al suo lavoro giovanile che a quello più maturo, la mostra si addentra nel percorso intimo di Philip Guston verso una "consapevolezza visionaria", cioè il rapporto, sempre in evoluzione, con forme, immagini, idee, e la loro manifestazione fisica.

Per quanto riguarda la relazione con gli scritti di Yeats, il viaggio di Guston alla ricerca di una visione personale della pittura avviene in particolare attraverso il poema Byzantium del 1930. Come in Yeats anche nell'evoluzione artistica di Guston sono presenti riferimenti all'agonia e alla purificazione. L'artista si allontana dai confini rarefatti del modernismo, dal linguaggio dell'astrazione e dai canoni della New York School per andare verso una nuova struttura pittorica più espressiva, che egli rintraccia nella figurazione. Dall'italiano Eugenio Montale, con cui Guston condivide una poetica del frammento che si esprime attraverso simboli tragici e potenti, per arrivare a Wallace Stevens e T.S. Eliot (cui Guston fa esplicito riferimento nel dipinto del 1979 East Coker - T.S.E.), l'esposizione offre una ricognizione letteraria della metafisica, degli enigmi e della ricerca di significato così come essi appaiono nel lavoro di Guston.

Il lavoro di Guston viene presentato in relazione all'ambiente poetico, invece che in una sequenza cronologica o di tendenze, come invece accade nelle rassegne più tradizionali. L'approccio curatoriale di Philip Guston and The Poets consente dunque una rilettura, e una riconsiderazione per certi versi inedita, del suo lavoro. L'enorme influenza che l'Italia ha avuto su Guston e sulla sua pittura sarà messa in rilievo grazie all'allestimento concepito per le Gallerie dell'Accademia. Nel 1948, un giovane Guston visitò l'Italia per la prima volta, dopo aver ricevuto il Prix de Rome. Vi ritornò ancora nel 1960, allorchè il suo lavoro venne esposto alla Biennale di Venezia, e ancora nel 1970 per una residenza d'artista a Roma. Questo ulteriore viaggio italiano avvenne in seguito all'ondata di critiche sollevatesi attorno alla sua prima mostra di pittura figurativa a New York.

Le tele più esistenzialiste di Guston, ritenute da alcuni "crude" e da "cartoon", sono permeate dall'influenza della tradizione culturale e artistica italiana: dalle vedute urbane antiche e moderne che popolano la sua serie dedicata a Roma, passando per i riferimenti ai film di Federico Fellini, il suo lavoro mostra un grandissimo debito verso i grandi maestri italiani: Masaccio, Piero della Francesca, Giotto, Tiepolo, e De Chirico, al quale riserva un omaggio in Pantheon del 1973. E, ancora, saranno esposti dipinti ispirati al Rinascimento, lavori che alludono a Cosmè Tura e a Giovanni Bellini, e opere realizzate da Guston durante i suoi viaggi. Philip Guston Philip Guston è uno dei grandi luminari dell'arte del XX secolo. Il suo impegno nel produrre opere che nascono da emozioni e da esperienze vissute sviluppa un coinvolgimento emotivo che rimane vivo nel tempo.

La leggendaria carriera di Guston copre circa mezzo secolo, dal 1930 al 1980 e i suoi dipinti, soprattutto quelli dell'ultimo periodo, continuano a esercitare una potente influenza sulle giovani generazioni di pittori contemporanei. Guston si spostò in California nel 1919 con la famiglia, frequentò per breve tempo l'Otis Art Institute di Los Angeles nel 1930, ma al di fuori di questa esperienza non ricevette mai una vera e propria educazione formale. Nel 1935 Guston lasciò Los Angeles per New York, dove ottenne i primi successi con la Works Progress Administration che commissionava murales agli artisti nell'ambito del Federal Arts Project. Insieme alla forte influenza esercitata su Guston dall'ambiente sociale e politico degli anni Trenta, i suoi dipinti e murales evocano forme stilizzate di De Chirico e Picasso, motivi provenienti dalla trazione dei murales messicani e dagli affreschi delle dimore storiche del Rinascimento.

L'esperienza di pittore di murales permise a Guston di sviluppare il senso della narrazione su ampia scala cui sarebbe ritornato nei suoi ultimi lavori figurativi. Dopo aver insegnato per diversi anni nel Midwest, Guston iniziò a dividersi tra la colonia di artisti di Woodstock e New York City. Alla fine degli anni Quaranta, dopo un decennio di sperimentazioni di un linguaggio allegorico personale e figurativo per suoi dipinti a cavalletto, Guston iniziò a virare verso l'astrazione. Il suo studio sulla Decima strada era vicino a quelli di Pollock, De Kooning, Kline e Rothko. Le opere astratte di Guston erano ora ancorate ad una nuova spontaneità e libertà, un processo che il critico Harold Rosenberg più tardi descrisse come "action painting".

All'inizio degli anni Cinquanta le astrazioni atmosferiche di Guston hanno spinto a paragoni superficiali con Monet, ma il passare del decennio, l'artista lavorava con impasti più densi e colori minacciosi, che dettero il via ai grigi, rosa e neri Nel 1955 si avvicinò alla Sidney Janis Gallery insieme ad altri artisti della scuola di New York, e fu tra quelli che la lasciarono nel 1962 in protesta con la mostra sulla Pop Art che Janis aveva allestito, e contro il cambiamento a favore della commercializzazione dell'arte che questa mostra per loro rappresentava. In seguito ad un'importante retrospettiva al Solomon R. Guggenheim Museum di New York nel 1962, Guston si divenne insofferente verso un linguaggio di pura astrazione e ricominciò a sperimentare utilizzando forme più tangibili.

Il lavoro dei molti anni seguenti fu quindi caratterizzato dall'uso del nero e dall'introduzione di verdi brillanti e blu cobalto - complessivamente disturbanti, angoscianti e gestuali. Questo lavoro più cupo fu influenzato dagli scritti e dalla filosofia europea, in particolare dalle opere di Kierkegaard, Kafka e Sartre. A questo punto, Guston si ritirò dalla scena artistica di New York per vivere e lavorare a Woodstock per tutto il resto della sua vita. Entro il 1968, Guston aveva abbandonato l'astrazione, riscoprendo così le potenzialità narrative della pittura ed esplorando, all'interno del suo lavoro, motivi surreali e combinazioni di oggetti. Questa "liberazione" portò al periodo più produttivo di tutta la sua vita creativa.

Nei pochi anni successivi, sviluppò un lessico personale fatto di lampadine, libri, orologi, città, sigarette, scarpe abbandonate e figure incappucciate del Ku Klux Klan. La sua espressività pittorica degli anni Settanta era spesso un aperto riferimento autobiografico alla natura: vi ricorreva sovente la figura dell'artista mascherata da un cappuccio, o teneri ritratti della moglie Musa, o ancora un Guston semi astratto avvolto in un bozzolo. L'opera tarda rivela anche echi dei primi anni della vita di Guston, delle persecuzioni religiose e razziali di cui fu testimone, e del suicidio del padre. I suoi ultimi lavori possiedono una crescente libertà, unica tra gli artisti della sua generazione.

Alla metà degli anni Settanta comparvero strane forme iconiche mai viste in precedenza. "Se parlo di un soggetto da dipingere, intendo che c'è un posto dimenticato di esseri e cose, che io devo ricordare", Guston scriveva in un appunto di studio. "Voglio vedere questo luogo. Dipingo quello che voglio vedere". L'opera tarda di Guston non fu facilmente accettata dalla critica e rimase ampiamente incompresa fino alla sua morte. Il suo lavoro andò incontro ad una radicale riconsiderazione in seguito ad una retrospettiva itinerante al Museum of Modern Art di San Francisco che aprì tre settimane prima della sua morte. Negli anni a seguire furono realizzate altre retrospettive e monografiche negli Stati Uniti, in Europa e Australia. Oggi, gli ultimi dipinti di Guston sono considerati tra le opere più importanti del XX secolo. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Cézanne/Morandi: La pittura è essenziale
termina il 10 settembre 2017
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)

Dal Museo Puskin di Mosca, per la prima volta in Italia, arriva un'opera di Paul Cézanne appartenente al famoso ciclo dei Bagnanti: Baigneurs del 1890-94. Il prestigioso prestito diventa occasione per un riallestimento al piano superiore della Villa, realizzando un confronto possibile solo alla Fondazione Magnani-Rocca; in tre sale sono infatti accostate le opere di due fra i più importanti e rivoluzionari artisti contemporanei: Paul Cézanne e Giorgio Morandi. Entrambi scelti da Luigi Magnani, l'artefice della Fondazione Magnani-Rocca, come fondamentali presenze per la sua collezione d'arte privata, sono a lui legati da un fil rouge costituito da una speciale affinità elettiva fatta di condivisa riservatezza, semplicità, rigore, sensibilità e comunanza di pensieri; già nel 1983, l'importanza dei due pittori era manifesta negli intenti della mostra Da Cézanne a Morandi e oltre, allestita nella Villa di Mamiano ancora abitata dal collezionista.

La predilezione per Cézanne e Morandi fra tutti gli artisti della sua grande raccolta, più volte dichiarata da Magnani, va forse individuata in una loro particolare somiglianza; la ricerca comune nella meditazione sui paesaggi e l'analisi spaziale delle nature morte, caratterizzate da pochi e riconoscibili soggetti e da un attento scrutare dei lenti mutamenti della natura. Cézanne, esploratore della struttura dell'immagine, parte dal paesaggio come studio delle forme ai suoi termini essenziali, eleggendo in particolare la frutta come alleata contro l'inesorabile intervento del tempo, modificatore per definizione.

Magnani, che considerava il "mondo dei fenomeni, specchio di una verità più alta e segreta", acquista del maestro francese diversi acquerelli, tecnica che esteticamente forse meglio racconta la fugacità fenomenica del tempo, nei segni dei luoghi amati e nella provvisorietà nelle nature morte. Attraverso i brevi tocchi abilmente studiati nella perfetta mescolanza di pigmenti e solventi, Cézanne costruisce un audace sistema prospettico che analizza gli oggetti da diversi punti di vista, tradotti nella celebre dichiarazione sulla necessità di "trattare la natura per mezzo del cilindro, della sfera, del cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto, di un piano, si orienti verso un punto centrale".

Tale ricerca spaziale non poteva essere indifferente a Morandi che inizia il suo percorso proprio sotto l'influenza cezanniana; ha infatti modo di studiare i quadri di Cézanne riprodotti nel volume Gl'Impressionisti francesi di Vittorio Pica e segue gli scritti di Ardengo Soffici sulla rivista "La Voce", inoltre visita l'Esposizione Internazionale di Roma del 1911 dove un'intera parete era dedicata agli acquerelli dell'artista provenzale. I suoi esordi analizzano la realtà per sintesi geometrica, ma anche successivamente Cézanne sarà il suo esempio costante, nell'uso dei toni contrastanti, nella predilezione per la strutturazione di spazi e masse, per la scelta della pittura dei luoghi familiari e di affezione. Esemplare in questo senso è Cortile di via Fondazza del 1954 reso per solidi e geometrie nel contrasto di luce-ombra, o Paesaggio di Grizzana del 1943, che racconta il legame del pittore bolognese con l'Appennino emiliano, tanto importante come fu la montagna Sainte-Victoire per Cézanne.

Anche le nature morte ispirate alla realtà visibile ragionano sulle diverse possibilità di combinazioni, calate in un tempo indefinito. Li avvicina, allora, anche l'utilizzo dell'acquerello, nel momento in cui, negli ultimi anni della sua vita, Morandi segna sulla carta la traccia liquida e fuggente delle cose. Gli oggetti della realtà diventano specchio del Sé, le bottiglie, come la frutta per Cézanne, elementi neutrali di cui studiare sfumature e minime variazioni. Entrambi refrattari alla raffigurazione delle figure umane, fanno solo brevi eccezioni; Morandi realizzando pochi autoritratti e una veloce incursione sul tema classico delle bagnanti nel 1915, mentre Cézanne rielabora un tema dipinto all'inizio della carriera e sviluppato poi sul finire della sua vita: l'inserimento di figure semi-astratte nel paesaggio, sulle rive del fiume, noti come bagnanti, uno dei quali Esquisse de baigneuses, datato 1900-1906, fu acquistato da Luigi Magnani per la sua raccolta.

E' ripresa intellettualmente la scena pastorale dell'Arcadia, che ha come tema principale la perfetta armonia tra uomo e natura. Cézanne, per comprendere a pieno il soggetto, compie ripetute visite al Louvre, si ispira alla statuaria classica, ai lavori di Poussin, ai grandi artisti del Rinascimento e del Barocco, in particolare a Veronese con le sue ombre colorate; la citazione è sempre colta. La rivoluzione del pittore germina nella tradizione e del mito, per arrivare a sconvolgere le forme, maschili e femminili, su un palcoscenico naturale e mentale insieme, in cui le figure diventano archetipiche, disanimate e prive di soggettività, monumentali e proporzionalmente geometrizzate, come le bottiglie e gli oggetti che Morandi disponeva nel teatro della propria tela, anch'egli con calibratissima architettura compositiva e inesausta analisi del rapporto fra forma e spazio.

L'opera di Cézanne del Museo Puskin è un unicum in questo senso; rappresenta un nuovo idillio della contemporaneità, senza connotazione temporale. Le figure, qui maschili, si articolano geometricamente e costruiscono due triangoli e due diagonali che si incontrano; una simmetria di corrispondenze che coinvolge anche la natura circostante, in cui gli alberi assecondano le stesse posizioni umane. La pennellata lascia percepire una costruttiva incompletezza, che dà la precedenza al senso della composizione e della contemplazione attraverso il colore e i volumi. La solidità architettonica, evidente nell'opera proveniente da Mosca, si caratterizzerà di una potenza sempre più rivoluzionaria, sino alle ultime versioni delle bagnanti femminili, visioni predittive che hanno influenzato radicalmente i protagonisti delle avanguardie artistiche, tra cui il Cubismo, e della pittura di ricerca, Morandi incluso. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Immagine dalla mostra Somersault Matteo Fato: "Somersault"
22 luglio (inaugurazione ore 18.30) - 09 settembre 2017
Galleria Michela Rizzo - Venezia

«In passato i nostri artefatti concepiti tecnologicamente strutturavano modelli di vita. Ora siamo in transizione da una cultura basata sull'oggetto a una cultura orientata ai sistemi. Qui il cambiamento emana non dalle cose, ma dal modo in cui vengono fatte le cose.» (Jack Burnham, System Esthetics, 1968). Burnham, critico e curatore d'arte, ha scritto questo passaggio in un saggio sulla rivista "Artforum" nel 1968; certamente i processi di cambiamento richiedono tempo. Nel caso della cultura visiva e dell'ambiente fisico che la supporta, il sistema è sia lo spazio (della creazione) che il materiale (dell'opera); riguarda allo stesso tempo il metodo e la forma.

Un "sistema visivo" si trova al bivio tra immagine, pensiero, parola e tempo; esemplifica la mutabilità (e complessità) della vita. Un mezzo visivo, quindi, porta con sé non solo il messaggio, ma anche lo stato psichico che ci permette di comprendere quel messaggio: "Una struttura mentale, un modo di pensare e di sentire che si esprime in tutto quello che diciamo, scriviamo, costruiamo e sviluppiamo - dall'architettura e la pubblicità ai film e le arti.". La presunta coerenza della pratica visiva viene costantemente messa in discussione dalla combinazione con altri sistemi di rappresentazione, comunicazione o rappresentazione visiva (testo, pittura, impressione, disegno grafico, fotografia, proiezione luminosa, costruzione di oggetto e commento orale).

E' un ambiente costituito dalla formazione di relazioni tra segno e segnale, persone e oggetti. Le nostre azioni visive estraggono significato su cui costruire nuove relazioni e effetti, sia autonomamente che attraverso impostazioni consce. Secondo Burnham, "laddove l'oggetto ha quasi sempre una forma fissa e dei confini, la consistenza di un sistema può essere alterata nel tempo e nello spazio, il suo comportamento determinato sia dalle condizioni esterne che dai meccanismi di controllo." Viviamo ora secondo un sistema di montaggio visivo; siamo diventati un "sistema" più ampio e complesso, in cui gli utenti doppiano come creatori. (Sui sistemi, di Alfredo Cramerotti)




"Ordine e Bizzarria"
Il Rinascimento di Marcello Fogolino


termina lo 05 novembre 2017
Castello del Buonconsiglio - Trento

Tra il 1531 e il 1533 il Magno Palazzo era un grandioso cantiere rinascimentale dove pittori, scultori, artigiani, garzoni di bottega lavoravano a tempo record per rendere sontuosa la nuova dimora rinascimentale del principe vescovo Bernardo Cles. Dopo le grandi mostre monografiche dedicate ai pittori che affrescarono il maniero ovvero Girolamo Romanino e i fratelli Dosso e Battista Dossi, il museo renderà omaggio al terzo artista che contribuì alla decorazione del Magno Palazzo: il veneto Marcello Fogolino.

La rassegna vuole far conoscere al grande pubblico un pittore che fu costretto ad una forzata permanenza in Trentino, in quanto esiliato dalla Repubblica di Venezia, ma che riuscì a guadagnarsi, con la sua opera, la fiducia del Principe Vescovo Bernardo Cles fino a divenirne il pittore di corte. Il contesto trentino sarà illustrato con opere fogoliniane provenienti da chiese e dalle collezioni del museo, in merito alle quali particolare attenzione verrà dedicata alle figure dei relativi committenti, mentre la sua produzione profana sarà approfondita partendo dai cicli pittorici del Castello del Buonconsiglio con l'inevitabile ed importante parentesi costituita dal ciclo di Ascoli Piceno, ma anche dalla scarne ma preziose testimonianze grafiche.

La mostra si snoderà nelle sale del Magno Palazzo, in parte affrescate da Romanino e dai fratelli Dossi e in parte affrescate dallo stesso Fogolino, e prenderà avvio da pale d'altare che hanno contraddistinto l'evolversi del suo percorso stilistico tra Vicenza e la provincia di Pordenone, evidenziando la ricca valenza del patrimonio artistico e culturale del Triveneto ed approfondendo lo studio dei rapporti e della collaborazione culturale con gli altri artisti vicentini, tra cui Giovanni Bonconsiglio, Bartolomeo Montagna e Francesco Verla.

In mostra le magnifiche pale d'altare provenienti dal Rijksmuseum di Amsterdam, dalla Galleria dell'Accademia di Venezia, dalla Pinacoteca Nazionale di Siena, dalla Pinacoteca di Palazzo Chiericati a Vicenza ai disegni provenienti dal museo statale di Dresda e di Amburgo. L'iniziativa può contare sulla collaborazione dei Musei Civici - Palazzo Chiericati di Vicenza, con il quale è stipulato specifico accordo, mentre un secondo accordo vede la collaborazione tra museo del Castello del Buonconsiglio e il Museo Diocesano Tridentino, che in contemporanea alla mostra su Fogolino curerà l'avvio di una iniziativa parallela sul Francesco Verla, altro importante artista che nei primi anni del XVI secolo soggiornò a lungo in Trentino.

Il particolare clima culturale che contraddistinse il periodo clesiano, non senza positive influenze sull'arte fogoliniana e sulla importante stagione rinascimentale trentina, verrà messo in evidenza da materiali di confronto ispirati al gusto antiquario del tempo, alla statuaria, alla produzione libraria e incisoria. Molti sono ancora i problemi aperti intorno alla personalità e alla produzione del pittore vicentino, ma trentino d'elezione: da quelli relativi alla biografia e all'itinerario artistico a quelli connessi con la definizione del catalogo e la periodizzazione delle opere. Nodi che possono ora essere dipanati anche grazie alla serrata campagna di restauro condotta nell'ultimo ventennio sui cicli affrescati del Magno Palazzo, agli studi condotti sul cantiere voluto dal Cles e sulla figura del Fogolino, nonché all'accurata campagna di verifiche archivistiche. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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Mostre relative al Trentino - Alto Adige / Südtirol




Il secolo breve. Tessere di '900
termina il 05 novembre 2017
Fondazione Matteucci per l'Arte Moderna - Viareggio

Il titolo della rassegna, Il secolo breve - a cura di Susanna Ragionieri - si richiama naturalmente al celebre saggio pubblicato nel 1994 da Eric Hobsbawm. Il sottotitolo Tessere di '900 vuole invece dar conto di una esposizione che propone una serie di testimonianze di rilievo assoluto del Secolo trascorso, tessere di un mosaico che letto nella sua complessità evidenzia un periodo artistico tra i più fecondi e creativamente tumultuosi dell'arte italiana. Nel percorso espositivo estremamente emozionale concepito da Susanna Ragionieri le nature morte di Thayat, Balla, Severini e De Pisis emergono per il sentimento di classicità di cui sono pervase, mentre le figure di Spadini e Campigli si contrappongono, pur nella comune impronta parigina, per l'evocazione di un passato colto e dal cuore antico.

Il paesaggio, infine, si offre nei volti più variegati attraverso le suggestive visioni di Rosai, Lloyd, Guidi e Paresce. Ecco che, in questo caleidoscopico panorama, ogni artista - ai già citati si aggiungono Morandi, Guttuso, Viani e De Chirico - diviene così una tessera dell'affascinante ed eclettico mosaico che prelude alla modernità. (...) Nell'apparente autonomia e disomogeneità espressiva, queste dissonanti connotazioni confermano lo spirito inquieto che da sempre caratterizza l'arte italiana, delineando un inaspettato spaccato, quanto mai unitario nel comunicare il pensiero creativo del tempo.

Non si tratta di avventurarsi in uno spazio temporale alla ricerca di un tema, di un genere o di consonanze estetiche, ma di scoprirne l'infinita varietà di forme concepite e articolate ora sul colore, ora sulla ragione, ora sul sentimento, nelle quali l'immagine, nonostante tutto, continua a vivere prima della frantumazione. Eric Hobsbawm, in Il secolo breve, condensa il Novecento in tre periodi, non esitando ad indicare il primo, compreso tra il 1914 e il '45, come quello della "catastrofe" per le ferite sociali e le crisi economiche sofferte dall'Europa durante i due conflitti mondiali. Se, però, si sposta l'analisi all'ambito artistico, la visione non è di un tramonto bensì di un'aurora. Nessun altro momento è stato, infatti, altrettanto fecondo e ricco di fermenti, al punto di rivoluzionare la ricerca con un impulso analogo a quello determinato ai nostri giorni dalla rete.

Portando la lancetta del tempo al 1909, all'alba di quello che qualcuno ha definito anche "il secolo delle speranze deluse", quando Marinetti pubblica su "Le Figaro" il Manifesto del Futurismo, ci si avvede che la pittura italiana, lasciatasi alle spalle la lezione degli Impressionisti e di Cézanne, si apre ad uno dei momenti più dirompenti e felici, cambiando radicalmente volto. A voler essere coincisi e pragmatici, verrebbe da dire che proprio nel ventennio seguente, a partire dalle ultime frange divisioniste, le tendenze e le avanguardie audacemente impostesi sul realismo ottocentesco imprimeranno tracce tanto profonde e marcate da orientare gli sviluppi del dopoguerra: dall'Informale di Vedova e Capogrossi, allo Spazialismo di Fontana. Alludiamo alla trasformazione visiva scaturita dallo stesso Futurismo e dalla Metafisica, nonché al recupero della forma operato da Novecento, movimento che, riallacciandosi alla tradizione, ha elaborato una nuova idea figurativa in grado di dialogare con il presente. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Vilma Pimenoff - opera dalla rassegna alla Galleria LABottega di Marina di Pietrasanta Marco Maria Zanin - Natura Morta III - cm.60x75 ed 5+2 PA Opera di Vilma Pimenoff dalla mostra Dark Matter Vilma Pimenoff e Marco Maria Zanin
Dark Matter


termina lo 03 settembre 2017
Galleria LABottega - Marina di Pietrasanta (Lucca)
www.labottegalab.com

Come terzo capitolo espositivo del progetto Origine, la Galleria volge lo sguardo verso la materia oscura dell'arte: Dark Matter, a cura di Francesco Mutti, presenta i lavori di Marco Maria Zanin e Vilma Pimenoff sulle più attuali poetiche legate allo still life e alla sua dimensione temporale. La sconvolgente scoperta della materia oscura giunge come profondo stimolo alla comprensione della nostra realtà ben oltre i sensi che ci guidano: poiché ciò che nell'universo si mostra insondabile è, al tempo stesso, comunque, esistente. Attraverso l'intervento espositivo congiunto dell'artista italiano Marco Maria Zanin e della finlandese Vilma Pimenoff, la manifestazione reale dei concetti di tempo e materia assume l'aspetto di una parafrasi visiva del nostro contemporaneo, in mutevole equilibrio tra gli ideali di bello, di vero, di reale e di illusorio.

Il personale rapporto che entrambi intrattengono con l'unità di tempo a cui si riferiscono attraverso i loro progetti (rispettivamente Lacuna ed Equilibrio e 21st Century Still Life) recupera una consistenza fisica che è risultato materica della ricerca stessa: che se per la finlandese è esaltazione dell'effimero immortale e idealizzato in sostituzione di un reale da abbandonare, per Zanin assume l'aspetto di lacerti e scarti come simbolo di un'anima essenziale al vissuto. Entrambi condividono un deciso allontanamento dalla banalità. Entrambi propongono un accostamento emotivo alternativo rispetto alla falsità delle immagini quotidiane che diviene codice indispensabile di lettura. Con Dark Matter, Origine decide di registrare il proprio obiettivo sull'incorruttibilità del Tempo e sulla cristallizzazione dell'istante narrato come conseguenza di un processo di distruzione/ricostruzione della materia visiva, proiettata verso una totale e squillante rifondazione strutturale.

Il lavoro di Vilma Pimenoff (Finlandia, 1980) si occupa spesso di semiotica e esplora i modi in cui percepiamo il mondo che ci circonda attraverso segni e simboli. E' altrettanto interessata ad osservare le convenzioni culturali attraverso lo studio di oggetti quotidiani, ponendoli leggermente fuori dal loro contesto atteso o alterando la loro scala. Il lavoro della Pimenoff è stato in mostra alla Photographers 'Gallery di Londra, al Moscow Multimedia Art Museum, al Circulation(s) Photography Festival a Centquatre (Parigi), e in gallerie d'arte in Francia, Italia, Regno Unito e Svezia. Recentemente ha vinto il premio EDIT - editorial photographer of the Year - e nel 2016 ha ricevuto il secondo premio nel Premio Celeste Visible White. Vilma Pimenoff ha una laurea in fotografia presso il London College of Communication.

Marco Maria Zanin (Padova, 1983) si laurea prima in Lettere e Filosofia e poi in Relazioni Internazionali, ottenendo un master in psicologia. Sviluppa contemporaneamente l'attività artistica, e compie numerosi viaggi e soggiorni in diverse parti del mondo, mettendo in pratica quell'esercizio di 'dislocamento' fondamentale per l'analisi critica dei contesti sociali, e per alimentare la sua ricerca tesa a individuare gli spazi comuni della comunità umana. Mito e archetipo come matrici sommerse dei comportamenti contemporanei sono il centro della sua indagine, che si snoda sull'osservazione della relazione tra l'uomo, il territorio e il tempo. Sceglie come strumento privilegiato la fotografia, che è spesso usata mescolando tecniche diverse e superando i confini di altre discipline artistiche. (Comunicato Ufficio stampa LABottega) ---

__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata
23 giugno - 08 ottobre 2017
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione

Fotografia - Nuovi Linguaggi
termina il 31 luglio 2017
Alba Area Gallery Spazio LABA - Brescia
Presentazione

Silvio Wolf: La doppia verità
termina lo 09 settembre 2017
Unimedia Modern | VisionQuest - Genova
Presentazione

Altri enigmi... omaggio a Man Ray. Opere di Fabio Donato 2010_2017
termina il 30 luglio 2017
Biblioteca Museo Nitsch - Napoli
Presentazione

The Many Lives of Erik Kessels
termina il 30 luglio 2017
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino
Presentazione

Debora Garritani: Ver Sacrum
30 giugno - 12 settembre 2017
Studio d'arte Cannaviello - Milano
Presentazione

La forza delle immagini. Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro
termina il 24 settembre 2017
MAST.Gallery - Bologna
Presentazione

"Presenze Assenze"
termina il 17 settembre 2017
Galleria Eitch Borromini - Roma
Presentazione

Catherine Wagner
termina lo 03 settembre 2017
Museo Morandi - Bologna
Presentazione

Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione

Mostre su Vivian Maier in Italia
Presentazione

Elliott Erwitt: Kolor
termina lo 03 settembre 2017
Palazzo Ducale - Genova
Presentazione




Federico Seneca (1891-1976)
Segno e forma nella pubblicità


termina il 24 settembre 2017
Galleria Carifano (Palazzo Corbelli) - Fano

L'esposizione vuole scandagliare la personalità ingegnosa quanto talentuosa di Federico Seneca, attraverso una selezione delle sue opere - circa una novantina tra manifesti, bozzetti preparatori in gesso e matita su carta, schizzi e studi - partendo dai manifesti di promozione turistica locale dedicati proprio alla città di Fano, rappresentati in modo particolare dal favoloso manifesto del 1924, appartenente Museo Nazionale Collezione Salce (Treviso) in cui Seneca, attraverso la sua straordinaria abilità di disegnatore, mette in scena una teatralità raffinatissima riuscendo al contempo ad esaltare sia la bellezze della stazione balneare fanese che l'eleganza della sua gente. I suoi manifesti, insegne, loghi, scatole, calendari hanno fatto la fortuna, oltre che l'immagine, di alcuni notissimi marchi.

Dagli esordi di sapore Liberty, all'adesione al Futurismo (suggellata dallo stesso Marinetti), accostandosi al Déco, poi al Cubismo e via via fino all'originalissima sintesi formale che egli raggiunge negli anni successivi, spesso carica di Surrealismo, con la quale ha trasformato la natura di un prodotto e la conseguente percezione dei suoi consumatori. Degli anni che seguono la Grande Guerra, gli elaborati per Perugina, con il famoso cartiglio dei Baci e ancora molti altri. Lavori che ricordano bene dunque anche gli anni dal suo trasferimento in Lombardia. Seneca nasce a Fano nel 1891 da famiglia borghese, si diploma all'Accademia di Belle Arti di Urbino e per pochi anni è impegnato nell'insegnamento. E' proprio nella sua città natale che inizia l'attività di "cartellonista": incaricato dal 1912 di promuovere il lido fanese, realizza un gruppo di manifesti che, se da un lato richiamano lo stile di Marcello Dudovich, dall'altro delineano il suo preciso e originalissimo marchio grafico.

Basti guardare al giallo puro con cui rende la battigia, lo stesso giallo che si ritroverà protagonista di altri suoi più celebri e celebrati manifesti successivi. La guerra lo porta ad un distacco da Fano; va al fronte, poi all'Accademia di Modena, quindi ad Orbetello impegnato a ottenere il brevetto di pilota e ancora al fronte. All'indomani del conflitto, inizia il suo rapporto professionale come direttore dell'ufficio pubblicità della Perugina, in particolare a supporto della promozione dei Baci, e di seguito della Buitoni. E poi Milano, il successo. A Fano egli resta "di casa", qui trascorre le vacanze e coltiva le vecchie amicizie.

La direzione artistica di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio ha tra i suoi massimi obiettivi quello di offrire, in particolar modo ai giovani, una finestra su un passato che vale la pena di ricordare perché ancora attuale e di forte stimolo per capire il presente, sia da un punto di vista prettamente legato al mondo della grafica, che a quella preziosa e intramontabile tradizione del fare manuale che a loro avviso non è scomparso, come molti invece sostengono trovandosi di fronte all'eccezionale progresso tecnologico. Per l'occasione è stato stampato un catalogo edito da Silvana Editoriale, con la curatela e saggi critici di Nicoletta Ossanna Cavadini, Dario Cimorelli, Marta Mazza, Luigi Sansone. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Thomas Lange a Palermo
ZAC Zisa Zona Arti Contemporanee - Palermo
termina il 10 settembre 2017
www.goethe.de/palermo

Progetto espositivo, a cura di Davide Sarchioni e Lorenzo Calamia, dedicato dal pittore tedesco Thomas Lange (Berlino, 1957) alla città che lo ospita e che rappresenta la sua prima grande antologica in Italia. Agli esordi, Thomas Lange si colloca fra i cosiddetti Giovani Selvaggi della trasgressiva scena underground di Berlino Ovest tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta. Di quella giovane generazione di artisti porta ancora oggi i segni impressi nel proprio Dna, ma ne ha saputo superare i limiti storici seguendo un personalissimo percorso evolutivo che, nell'ampia varietà dei suoi pronunciamenti, tende a rivendicare la centralità di una pittura costantemente sperimentata e riformulata, con la volontà di condurre un'intensa indagine sul significato delle immagini e sull'atto stesso del dipingere, che si svolge con coerenza proprio attraverso il fare, nell'incessante e spasmodica ricerca del quadro.

L'artista lavora con le immagini del proprio vissuto, della storia dell'arte come anche dell'attualità per creare complesse associazioni e stratificazioni pittoriche che aprono ampi spazi immaginativi legati alla memoria individuale e collettiva, costantemente in bilico tra astrazione e figurazione in quanto sottesi al trascorrere del tempo, come anche al continuo confronto con Ieri-Oggi-Domani. Attraverso una selezione di circa 70 dipinti di grande formato tratti da diversi cicli di lavori (Quadri a strisce, Uomini delle caverne, Ricordo e Finzione, Il Santo Momento, Dopo Caravaggio, Melodia Apocalittica, Golgota, Vera Icona), la mostra descrive le principali tappe di una vicenda creativa assai variegata che si è svolta principalmente tra la Germania, il Belgio e anche in Italia, individuando gli snodi fondamentali delle sue numerose evoluzioni e seguendo una successione cronologica che va dalla seconda metà degli anni Settanta fino ad oggi, dagli esordi alle ultime realizzazioni sempre più estreme e radicali. Molte delle opere esposte provengono dall'atelier di Lange e sono quindi poco conosciute.

Tra queste, l'inedito nucleo di dipinti recenti eseguiti tra il 2015 e il 2016, composto da grandissime tele ispirate ai ritratti della propria famiglia. I dipinti sono messi in relazione con installazioni, sculture e coloratissimi oggetti in ceramica per costruire uno scenario particolarmente dinamico e rutilante. Una straripante azione pittorica nello spazio tridimensionale, frutto delle sue più recenti sperimentazioni, è il modulo Vuoto, realizzato da Lange in occasione della mostra Passages, che nel 2015 il Museo d'arte moderna e contemporanea Saint-Ètienne Métropole ha dedicato alla Fondazione VOLUME! di Roma. Attraverso questo progetto espositivo Lange vuole instaurare un dialogo fra la "mistica sensualità", l'esuberante visceralità "sanguigna" della sua pittura e il tessuto socio-culturale della città, generando una connessione poetica focalizzata sull'antico legame tra Palermo e la Germania. Tra i lavori concepiti espressamente troviamo anche un grande ritratto di Federico II (400x400cm.), a cui ha sovrapposto il proprio, dando luogo ad un'intersezione emblematica fra diversi piani temporali, tra la storia passata e il tempo presente, quale immagine simbolica che tende a rafforzare questo rapporto.

Per l'occasione è stato pubblicato il volume monografico Thomas Lange, a cura di Davide Sarchioni, edito e distribuito da Gli Ori, con testi in italiano e tedesco di Lorenzo Calamia (co-curatore della mostra), Enrico Crispolti (critico e storico dell'arte), Markus Lehrmann (direttore generale di Architektenkammer Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf), Jürgen Lenssen (direttore Museum am Dom, Würzburg), Enrico Mascelloni (critico e storico dell'arte), Davide Sarchioni (co-curatore della mostra), Christoph Tannert (direttore Künstlerhaus Bethanien, Berlino), Marco Tonelli (critico e storico dell'arte) e un dialogo tra Thomas Lange e Francesco Nucci (presidente Fondazione VOLUME!, Roma). La mostra è promossa dall'Assessorato alla Cultura della Città di Palermo, con il patrocinio del Console Onorario della Repubblica Federale di Germania a Palermo e del Goethe-Institut Palermo, in collaborazione con la Fondazione VOLUME! di Roma, la Galerie Poll di Berlino e MLZ Art Dep di Trieste. (Comunicato stampa)

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___ Mostre di Artisti Siciliani e Rassegne in Sicilia in questa pagina

Nino Bruno: Fermo Immagine
termina il 31 agosto 2017
Museo degli Angeli - Sant'Angelo di Brolo (Messina)
Presentazione

Rosso Guttuso. Opere 1934-1984
termina lo 05 novembre 2017
Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte - San Giovanni La Punta (Catania)
Presentazione

Andrea Buglisi: Abrasiva
termina il 29 luglio 2017
Associazione culturale beBOCS - Catania
Presentazione

Serpotta e il suo tempo
23 giugno - 01 ottobre 2017
Oratorio dei Bianchi - Palermo
Presentazione

Andrea Buglisi: Abrasiva
termina il 29 luglio 2017
Associazione culturale beBOCS - Catania
Presentazione




Opera di Aymone Poletti in mostra a Venezia Locandina della mostra Precious di Aymone Poletti a Venezia Aymone Poletti - Le domeniche in montagna-poletti Aymone Poletti: Precious
Memory\Growth/Life


termina lo 05 agosto 2017
Sestiere di Castello - Venezia
www.aymonepoletti.ch

L'artista Aymone Poletti partecipa, grazie al sostegno di Artrust, al progetto VAP Venice Art Project esponendo per la prima volta le sue opere a Venezia, in una delle piccole botteghe artigiane trasformate in spazi espositivi grazie al progetto VAP (Venice Art Project). Saranno presentate le ultime creazioni dell'artista: una installazione site-specific e fotografie lavorate al sale nonché installazioni di più piccole dimensioni. Lo spettatore si muoverà nello spazio intimo di proporzioni auree di una vecchia bottega appena restaurata. Le pareti in marmo sono lasciate allo stato originale, mangiate dal sale e si prestano da cornice per le opere di Aymone Poletti, alcune concepite espressamente per l'occasione come site-specific. Nella cella frigorifera (anch'essa di proporzioni auree) si troverà un'opera composta da gusci di uova bolliti per giorni con miscele di sali e di inchiostri.

Sono necessari circa 500 gusci e frammenti di uova per creare questo universo ai piedi del pubblico. Si tratta di una metafora: il lavoro per trasformare queste uova è paziente e delicato, come lo è il costante impegno degli artisti che, nel loro personale lavoro di ricerca, necessitano di tempo e di dedizione per la realizzazione dei loro progetti. Ritorna, dunque, anche il tema della biennale di quest'anno: "viva arte viva". Ogni pezzo d'uovo è allo stesso tempo fragile e prezioso, nel suo processo di lavorazione ed è bollito a 4 riprese con sali e inchiostri giapponesi dalla diversa saturazione e consistenza. Sono necessari 4 giorni per ogni frammento. Dunque si tratta di un lavoro che mette in risalto la bellezza della semplicità dei materiali che diventano preziosi solo grazie al giusto valore che si da al tempo, come ad ogni attimo della propria vita.

"I più recenti lavori di Aymone Poletti paiono fermare il tempo, fissare la memoria. Le sue opere divengono come uno specchio istantaneo della memoria. Siano esse paesaggi che, nelle mani dell'artista, si trasformano in una sindone silenziosa di un territorio mentale, o siano esse fotografie, sovente ritratti d'epoca, che attraverso alchemiche elaborazioni (processi di bollitura e cristallizzazione con sali e inchiostri giapponesi) vengono intaccate da cristalline incrostazioni, come licheni lentamente cresciuti su una superficie rocciosa. Sotto questa spinta creativa, l'atto della memoria in Aymone Poletti trascende la registrazione di un dato imposto alla coscienza dalla realtà esteriore. Questi lavori ci consegnano un'immobile e raffinata traccia di ciò che è stato: un invito a scoprire un'impronta del tempo di qualcosa che non è più, se non dentro di noi e nella nostra capacità di reinventarlo." (Arch. Rolando Zuccolo)

VAP Venice Art Projects è una Start-up ideata e realizzata da Edoardo Cimadori, project manager e produttore di esposizioni d'arte contemporanea a cavallo tra Belgio e Italia. VAP è nata con l'obiettivo di presentare e promuovere artisti, arte contemporanea, design e arti performative nelle proprie sedi, cinque piccole ex-antiche botteghe artigiane localizzate a Venezia nel suggestivo sestiere di Castello.

Aymone Poletti (1978) ha studiato a Mendrisio dove si è diplomata all'Accademia di Architettura e successivamente all'Università della Svizzera italiana a Lugano con un master in Comunicazione interculturale e alla ZHAW di Winterthur in Arts Management. Nel primo semestre del 2015 è stata "artista in residenza" presso la Cité des Arts a Parigi dove ha seguito, tra l'altro, i corsi all'Académie de la Grande Chaumière. Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private, in Svizzera e all'estero. (Comunicato stampa)




Opera di Franco Fontana dalla mostra Paesaggi a Torino Franco Fontana: Paesaggi
termina il 23 ottobre 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

La mostra, a cura di Walter Guadagnini, direttore di Camera - Centro Italiano per la Fotografia di Torino, rende omaggio al celebre fotografo Franco Fontana (Modena, 1933) attraverso venticinque immagini di grande formato in prestito dalla UniCredit Art Collection, una delle principali raccolte d'arte in Europa a livello corporate. Leitmotiv del percorso espositivo è il colore, inteso come rivelazione, come fondamento di poetica, come linguaggio assoluto attraverso il quale passa ogni possibilità di espressione. Questo è, sin dai precoci inizi alla fine degli anni Sessanta, il fondamento della poetica di Fontana, maestro di una fotografia di paesaggio intimamente e profondamente anti-naturalistica e anti-documentaristica, paradosso questo che da sempre rappresenta la sua forza, la sua caratteristica primaria.

Nel colore Fontana cerca e trova gli equilibri compositivi, e con il colore risolve lo spazio: nulla importa, a chi guarda, dove quella fotografia sia stata scattata, né quando, nulla importa del contesto. In questo senso, il suo è un paesaggio puro, liberato dalle necessità e dai vincoli della contingenza, poiché il vero soggetto della sua fotografia è il gioco delle cromie e delle luci, il taglio dell'inquadratura, l'estensione emotiva di questi elementi, non della natura in quanto tale. L'esposizione - realizzata con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino - arricchisce con un nuovo capitolo il filone delle mostre fotografiche che ormai da qualche anno Palazzo Madama accoglie in Corte Medievale.

Franco Fontana (1933) inizia a fotografare nel 1961, e realizza i suoi primi scatti celebri nella seconda metà degli anni Sessanta, quando inizia a espone quelle fotografie a colori che ne caratterizzeranno l'attività sino ai giorni nostri, conferendogli una fama mondiale come uno degli "inventori" della moderna fotografia a colori. Negli anni Settanta tiene una personale in "Photokina", dove espone i suoi paesaggi, ottenendo un grande riscontro di critica e di pubblico. In seguito a un primo viaggio negli Stati Uniti nel 1979 approfondisce la ricerca sugli spazi urbani che proseguirà anche nei decenni successivi; nel 1982 pubblica "Presenzassenza", volume dedicato alla ricerca sull'ombra.

Nel 2000 pubblica il volume Sorpresi nella luce americana, nel quale concentra la sua attenzione sulla figura umana in rapporto allo spazio urbano. Negli ultimi anni si dedica con frequenza anche all'elaborazione digitale della fotografia, in un continuo rinnovamento della propria ricerca. Nel 2003 è pubblicata la monografia Franco Fontana - Retrospettiva, con introduzione di A.D.Coleman, che ripercorre l'intero suo percorso creativo. Nel 2006 ha ricevuto la Laurea Magistrale ad Honorem in Design eco compatibile dal Consiglio della Facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo. (Comunicato stampa)




Betto Lotti - Le Anime L'Organista - olio e pastello su tela cm.103x141 1913 Betto Lotti - Paesaggio autunnale - olio su tavola cm.36x43 1956 Paesaggi lombardi - Luoghi dello spirito
termina il 29 luglio 2017
Spazio Eventi di Regione Lombardia - Milano

Nel percorso espositivo viene descritta l'attività artistica di Betto Lotti (Taggia - Imperia, 1894-1977) attraverso oltre 70 lavori, opere pittoriche, acquerelli, carboncini, incisioni, datati fra il 1911 e il 1973, che evidenziano come nella sua pittura abbia privilegiato il tema del paesaggio, degli spazi aperti e descritto con una visione poetica i luoghi a lui molto cari, i paesaggi lombardi. La mostra si apre con un nucleo di opere realizzate fra il 1911 e 1914, prevalentemente a carboncino, oltre a Le anime (1913), unico dipinto a olio rimasto del suddetto periodo. Sono questi gli anni in cui l'artista nel corso dell'Accademia, stringe una forte amicizia con Ottone Rosai, con il quale al termine degli studi realizza diverse esposizioni.

Lo spazio successivo è incentrato sull'attività incisoria, a cui Lotti si dedica per molto tempo, e che vede l'artista soffermarsi su temi e soggetti differenti, sia su scene di vita quotidiana legata al lavoro come Nel cantiere (1918) o La Grande Fornace (1913), sia su situazioni disimpegnate come La Taverna (1913). Che si tratti di acqueforti o di litografie, il segno è netto, secco, molto preciso e nitido, i volumi sono robusti, le linee eleganti e l'uso del chiaroscuro estremamente armonico. Accanto a questi lavori sono inoltre esposti alcuni bozzetti disegnati in trincea e durante la reclusione nel campo di concentramento austriaco di Sigmundsheberg, nel corso della Prima guerra mondiale.

La sezione seguente è riservata agli anni '20 e '30, in questo lasso di tempo emerge la forte vena di illustratore e cartellonista, che vede Lotti coinvolto in collaborazioni in Italia e all'estero. Con rimandi al simbolismo e all'espressionismo, molto originali e di impatto, anche grazie alle cromie vivaci oltre al tratto ben definito come La dame poussé par le vent (1925). Il percorso prosegue con un avvenimento importante nella vita dell'artista, il trasferimento di cattedra in Lombardia, inizialmente a Stradella e poi a Como, con le prime testimonianze legate a soggetti della realtà regionale fra cui si ricordano gli acquerelli In risaia (1934), Lago di Como (1940) e Barche sul lago di Garda (1957); temi che ritornano anche nei disegni e nelle chine di quegli anni come in Cantieri a Milano (1952) e in La Portatrice (1961).

Queste opere preannunciano il cuore dell'esposizione, ovvero la sala dedicata alle tele dei paesaggi lombardi tutte realizzate ad olio. Caratterizzati da una forte legame con la natura, con la realtà che lo circonda e in stretta connessione con il movimento del Novecento, che prediligeva purezza delle forme e armonia nella composizione, questi lavori sono anche carichi di spiritualità e pervasi da un'atmosfera malinconica, legata al ricordo di un passato vissuto in Liguria e in Toscana. Dell'area lombarda vengono descritti i luoghi nelle differenti sfaccettature, ma anche i colori, il mutare della luce nelle varie ore del giorno, le persone, i lavori e le abitudini e ne emerge un racconto completo ed esaustivo.

Nelle sue vedute, in cui si scorge un costante equilibrio compositivo, emergono, immersi in un'atmosfera silenziosa e solenne, gli elementi essenziali del paesaggio, raffigurati con colori tenui e luci soffuse. Pennellate morbide e sfumate, toni delicati descrivono una scena di vita quotidiana, legata alla vita semplice e rurale nella tela Le Mondine (1952), dove quattro donne sono chine nella naturale gestualità del loro lavoro nelle risaie. L'essenzialità delle rappresentazioni, degli elementi architettonici e naturalistici come si può osservare in Rustici al sole (1957), Autunno (1962), Brianza (1963) e Periferia (1967) mettono in luce gli stretti legami di Lotti con i maestri Carrà, Soffici, Rosai, De Pisis.

Tuttavia la sua opera si contraddistingue per un timbro personale, con una grande attenzione volta a scandire gli spazi, a studiare i volumi e alla stesura del colore. I suoi paesaggi, pregni di lirismo romantico, descritti in maniera nitida e reale traducono sulla tela bellezze e vibrazioni naturali celate e svelano inoltre il vissuto dell'artista, l'aspetto emotivo, mentale e la forte spiritualità. Conclude la mostra una sezione legata ai lavori degli anni '70, caratterizzati da una pittura più asciutta ed essenziale, influenzata dai canoni dell'astrattismo geometrico e dall'amicizia con il gruppo degli astrattisti comaschi e milanesi.

Betto Lotti frequenta il Liceo Artistico a Venezia e si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Firenze dove stringe amicizia con Ottone Rosai. Ultimati gli studi, prosegue l'attività artistica: carboncino, pittura a olio, acquerello e incisione sono le tecniche che predilige. Frequenta artisti come Carrà, Soffici, Papini, Campana con i quali condivide anni di grande fervore culturale ed artistico. Lotti già dalle prime collettive di acqueforti mostra una precoce inclinazione naturale a questa tecnica e ottiene importanti riconoscimenti; nel 1913 a Firenze, in occasione della prima mostra personale con Rosai, i due artisti ricevono grandi apprezzamenti da parte di Marinetti, Boccioni, Carrà, Papini e Soffici.

Durante la Prima Guerra Mondiale viene internato in un campo di concentramento in Austria dove continua a dipingere. Nel 1918 torna a Firenze e frequenta il vivace ambiente artistico dello storico caffè delle Giubbe Rosse. In questi anni Lotti avvia una proficua attività di giornalista, illustratore e cartellonista in Italia e all'estero. Nel 1936 vince la cattedra di disegno a Como dove si trasferisce con la famiglia. Dal 1940 Lotti conferma la sua adesione al movimento artistico italiano del Novecento e si dedica prevalentemente alla pittura ad olio. Partecipa a mostre collettive e personali in sedi istituzionali e private ed è considerato una personalità di rilievo nel panorama artistico. Nella sua carriera ottiene riconoscimenti e premi, le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. Su di lui sono stati pubblicati numerosi articoli, cataloghi e testi critici, fra cui si ricordano quelli di Luciano Caramel, Raffaele De Grada e Elena Pontiggia. (Comunicato stampa Irma Bianchi Comunicazione)




Schweizweit
Architettura recente in Svizzera


termina il 29 luglio 2017
Ex Macello - Lugano
www.i2a.ch

L'immagine che oggi ha l'architettura svizzera è ancora fortemente caratterizzata dagli anni '90, quando fu proiettata alla ribalta globale e divenne un modello di minimalismo architettonico. Gli architetti che rappresentavano a quell'epoca questo concetto del costruire ridotto e sublimato - per esempio Herzog & de Meuron, Diener & Diener, Peter Zumthor, Peter Märkli, etc. - sono ancora visti come paradigmatici dell'architettura svizzera, almeno da una prospettiva internazionale. Si sente parlare molto meno degli architetti della generazione successiva, i quali da allora sono intervenuti sempre più attivamente nel dibattito.

Schweizweit rintraccia questi studi di architettura che si sono sviluppati negli ultimi due decenni. Cosa e dove stanno disegnando e costruendo, e quali contenuti e temi sono importanti per loro? La mostra che viene presentata a Lugano offre una topografia dell'architettura in Svizzera che, grazie alla sorprendente diversità tra i lavori presentati, scopre un potenziale positivo per l'architettura che emerge attraverso le differenze culturali, storiche, linguistiche e geografiche che definiscono così fortemente il carattere di questo paese.

E' stata compilata una lista di oltre 300 nomi e il S AM (Museo di Architettura Svizzero) ha invitato chiunque fosse su quella lista a partecipare, inviando tre domande che li invitassero a presentare un progetto rilevante per la recente produzione svizzera dello stesso studio, un progetto indicativo a tal riguardo costruito di recente da un collega e un edificio o situazione spaziale vernacolare che li ha ispirati nella loro concezione di architettura. Come risposta, ognuno di loro avrebbe dovuto inviare un'immagine con una didascalia. Un totale di 162 studi hanno accettato di mandare le loro risposte, che sono state poi approfondite durante un colloquio. Le immagini selezionate sono tanto diverse quanto le reazioni degli architetti.

Quello emerso è un atlante visuale della recente produzione architettonica in Svizzera. La mostra indica le similarità e le differenze tra i temi, i contenuti e le strategie formali sulle quali gli architetti svizzeri si focalizzano oggi. La prima mostra sotto la guida del direttore del S AM Andreas Ruby riflette la sua visione per il S AM stesso: senza confini, contemporaneo, collaborativo e comprensivo di tutta la Svizzera. i2a istituto internazionale di architettura ha raccolto questa visione e la sfida di fare diventare Lugano la sede per la seconda tappa della mostra Schweizweit Architettura Recente in Svizzera dopo l'inaugurazione a Basilea. (Estratto da comunicato stampa Luca Crosta - i2a istituto internazionale di architettura)




Andrea Guerzoni - Tentativo di misurare la natura n.3 - inchiostro su carta cm.33x48 2017 Andrea Guerzoni: Esercizi di naturalità
termina lo 09 settembre 2017
Galleria Opere Scelte - Torino
www.operescelte.com

Andrea Guerzoni - artista, illustratore di libri e autore di aforismi disegnati e scritti - elabora nei suoi lavori l'unione di immagini e parole, arte e poesia, ricreando sulla carta un frammento dell'esistenza, l'immagine di un attimo. L'artista pone al centro del proprio lavoro la memoria, la conservazione e l'evocazione di piccole tracce di vissuto, utilizzando un linguaggio espressivo approfondito che diventa, in particolare in questa mostra, studio e osservazione della natura. Guerzoni si avvicina ai soggetti, esaminandoli molto da vicino, come con una lente d'ingrandimento per poi allontanarsi e tornare a una visione prospettica e spaziale. Riflette sugli equilibri del rapporto uomo/natura, sulle similitudini e differenze fra mondo umano e animale, vegetale e minerale, sull'interconnessione fra fenomeni naturali, sull'interazione del mondo materiale con quello spirituale.

Il metodo utilizzato nel creare questi lavori si avvicina a quello comparativo del botanico, che esamina e classifica ritrovamenti, ma Guerzoni analizza pragmaticamente il dettaglio per poi reinventarne forma e senso, dandone una rivisitazione intima e calandosi nel ruolo di interprete della realtà. I titoli delle serie in mostra fanno riferimento alle biografie di Minakata Kumagusu, biologo, Clarence Bicknell, umanista, e Camillo Sbarbaro, poeta; personalità fuori dal coro, autodidatte, versatili e irregolari. Le opere in mostra sono ciò che resta dello smistamento dei materiali e degli esemplari, quello che è rimasto incastrato nel retino durante la ricerca, la lettura e la ri-scrittura: il risultato della sedimentazione naturale di un'ipotesi esistenziale. (Comunicato stampa)




Croce - Santa Maria Maggiore 1143: la croce ritrovata di Santa Maria Maggiore
termina lo 07 gennaio 2018
Museo Civico Medievale - Bologna
www.museibologna.it

L'esposizione, curata da Massimo Medica, nasce dall'occasione di esporre per la prima volta al pubblico questo prezioso esemplare di croce viaria a seguito del restauro eseguito da Giovanni Giannelli (Laboratorio di restauro Ottorino Nonfarmale S.r.l.). L'opera rientra nella tipologia di croci poste su colonne, che venivano collocate nei punti focali della città, a segnalare spazi sacri come chiese e cimiteri o di particolare aggregazione come i trivi o i crocicchi e le piazze. Stando alla tradizione, tale uso si diffuse già in epoca tardoantica a partire dalle "leggendarie" quattro croci poste a protezione della città retratta romana da Sant'Ambrogio o da San Petronio e oggi conservate nella basilica petroniana.

E' però soprattutto a partire della nascita del Comune (1116) e con l'espansione urbanistica della città del XII e XIII secolo che si venne a sviluppare tale fenomeno. Talvolta le croci venivano protette da piccole cappelle e corredate di reliquie, di altari per la preghiera, e di tutto il necessario per la celebrazione della messa. Segno distintivo e identificativo per la città, le croci segnarono lo spazio urbano fino al 1796, quando l'arrivo delle truppe napoleoniche e l'instaurazione della nuova Repubblica, trasformarono la città e i suoi simboli. La croce ritrovata di Santa Maria Maggiore è di notevole interesse sia perché era tra i molti esemplari andati dispersi, sia perché è possibile datarla grazie all'iscrizione 1143, presente nel braccio destro. L'opera si viene così a collocare tra i più antichi modelli a noi pervenuti, come quella di poco successiva a quella degli Apostoli e degli Evangelisti, detta anche di Piazza di Porta Ravegnana, la quale risale al 1159.

Come scrive Massimo Medica nel suo saggio incluso nella pubblicazione realizzata in occasione della mostra acquistabile al bookshop del museo, inoltre: "Nel diradato panorama della produzione plastica bolognese dell'XI e XII secolo l'acquisizione di una nuova testimonianza quale la croce di Santa Maria Maggiore rappresenta certamente un fatto di grande rilievo anche in virtù dei possibili indizi che il manufatto, giunto a noi in numerosi pezzi, può offrire in relazione ad un contesto produttivo, quello della scultura medievale, che ancora oggi a Bologna si presenta quanto mai frammentario e privo di dati certi."

Scolpita su entrambe le facce, la croce ritrovata presenta sul recto la figura di Cristo dal modellato assai contenuto, caratterizzato da incisivi grafismi che rilevano le fisionomie del volto e il gioco delle pieghe del panneggio. Sul verso invece la scultura è impreziosita da sinuosi ed eleganti tralci d'acanto, intervallati da fiori e da elementi vitinei posti a cornice della mano di Dio benedicente, ormai non più leggibile. Tali motivi decorativi richiamano modelli antichi o tardoantichi, reinterpretati con una verve esecutiva che trova un riscontro in certi repertori della coeva miniatura. Per meglio valorizzare e contestualizzare la croce ritrovata, il percorso espositivo propone una selezione di altri 14 pezzi tra cui i calchi di altre croci viarie perdute o non più visibili nelle collocazioni originarie, codici miniati dell'XI e XII secolo, tavolette d'avorio e preziose opere di oreficeria, esempi della cultura artistica diffusa nella città felsinea.

La mostra è accompagnata da un catalogo e in occasione verrà presentato un documentario realizzato da Mons. Andrea Caniatodal titolo Bologna città della croce, con immagini di Luca Tentori della redazione di 12Porte, settimanale televisivo della diocesi di Bologna. Il documentario, del 2014, racconta la storia delle antiche croci viarie erette a Bologna in epoca patristica e rimosse dal regime napoleonico, attualmente custodite nella basilica di San Petronio. Il documentario è visibile su www.youtube.com/watch?v=RBm58qgdR7Y (Comunicato Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei)




"Amore e rivoluzione"
Coppie dell'Avanguardia Russa


termina lo 01 ottobre 2017
Museo MAN - Nuoro
www.museoman.it

La mostra, a cura di Heike Eipeldauer e Lorenzo Giusti, adotta un punto di vista innovativo - le coppie di artisti - per rileggere le vicende dell'avanguardia visiva russa attraverso il contributo di sei autori della prima generazione, uniti nella ricerca di nuovi linguaggi espressivi, così come nella vita comune: Natalya Goncharova (1881-1962) e Mikhail Larionov (1881-1964), Varvara Stepanova (1894-1958) e Alexander Rodchenko (1891-1956), Lyubov Popova (1889-1924) e Alexander Vesnin (1883-1959).

Destinata ad attrarre un pubblico variegato, non soltanto di amanti della storia dell'arte, ma anche di appassionati di storia del Novecento, di comunicazione, design e fotografia, la mostra intende raccontare lo stretto legame tra arte e vita che le diverse coppie si trovarono a sperimentare, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno, sia artistico, sia politico. Attraverso un nucleo di oltre cento opere, tra dipinti, sculture, disegni, collage, fotografie, manifesti pubblicitari e di propaganda politica, saranno indagati i metodi di lavoro, le tecniche, i linguaggi, soffermandosi sui punti di contatto, ma anche sulle specificità e dunque sui diversi profili degli autori considerati. Accomunati dall'ambizione di connettere tutti i generi della creatività artistica con l'azione estetica, l'elaborazione teorica e la prospettiva politica, gli artisti dell'avanguardia contribuirono ad alimentare l'aspirazione al cambiamento e a costruire le basi di una nuova idea di società.

Contraddistinti da una grande produttività, i movimenti nati sotto la spinta della rivoluzione bolscevica del 1917 portarono alla ribalta non soltanto un numero senza precedenti di donne artiste, attive alla stregua degli uomini, ma anche una serie inusuale di coppie all'interno della quale le tre coinvolte in questo progetto possono essere considerate le più importanti e rappresentative. Lavorando fianco a fianco, condividendo spazi, idee, programmi, le coppie dell'avanguardia russa giunsero a fondere indissolubilmente la sfera privata con quella pubblica, promuovendo e testimoniando quella visione utopica, quella possibilità di una creazione collettiva alternativa al mito dell'arte come sfera del genio solitario, di cui la rivoluzione si era fatta promotrice insieme al grande ideale della parità di genere. Quali aspetti artistici e quali ideali sociali risultano predominanti nel percorso di queste coppie? Funzionò effettivamente, questa collaborazione, come strumento di emancipazione oppure le convenzioni di genere continuarono a condizionare la produzione artistica e la sua ricezione da parte del pubblico?

Con queste domande alla base, la mostra al MAN intende tracciare una genealogia dell'avanguardia russa: dagli esordi prerivoluzionari intorno al 1907, influenzati dalle sperimentazioni dell'arte moderna occidentale, fino allo sviluppo dei più noti movimenti artistici degli anni Dieci e Venti, capitali nello sviluppo dei linguaggi dell'avanguardia internazionale, a partire dal cubo-futurismo di Liubov Popova e Varvara Stepanova, passando per il raggismo di Natalia Goncharova e Mikhail Larionov, che, come Popova, partecipò anche al suprematismo di Malevich, fino alla sperimentazione di nuovi criteri di funzionalizzazione dell'arte nell'ambito del costruttivismo, frequentato da Stepanova, Vesnin, Popova e soprattutto Rodchenko, di cui, insieme a un numero significativo di pitture, collage e manifesti, sarà presentato un nucleo di oltre 20 fotografie che, nel loro insieme, costituiscono di fatto una mostra nella mostra. Completerà la mostra un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale con testi di Lorenzo Giusti, Heike Eipeldauer, Florian Steininger, Verena Krieger, Aleksandr Lavrent'ev. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Paolo Pibi dalla mostra presso APART spaziocritico di Vicenza Paolo Pibi: «#FFFFFF»
termina il 15 settembre 2017
APART spaziocritico - Vicenza
www.apartspaziocritico.com

Mostra personale dell'artista Paolo Pibi (Marrubiu, 1987) curata da Sharon Di Carlo. Lo spazio visivo e percettivo di ogni opera incontra due livelli. Nel primo, troviamo paesaggi ideali di una natura non reale e senza pulsione, che definiscono un tempo immobile ed immutevole. Nel secondo livello invece, incontriamo lo studio del colore e della luce, che sotto forma di scomposizioni e accostamenti cromatici, codifica e formalizza l'energia della presenza e della conseguente assenza. L'energia del tempo. Paolo Pibi, quindi, pone come pretesti ipotetici i suoi paesaggi bucolici, ghiacciai e distese per poi definire e far fluire quel che l'occhio non riuscirebbe a vedere: la presenza del tempo. Il suo personale modo di utilizzare l'acrilico, rende il colore, anche se talvolta graduato, sempre saturo.

Non tende a scomparire rispetto all'elemento figurativo ma lo fissa, lo definisce, lo dipinge. Non c'è sfumatura, c'è luce. Ed è proprio la luce, con la sua scomposizione e analisi formale, l'elemento chiave presente nella poetica delle opere più recenti dell'artista; Pibi infatti, riprende La Teoria de colori di Newton (1676), secondo la quale, la luce bianca è costituita da raggi colorati, e quindi scomponibile nei vari colori dello spettro. Dall'analisi di questa teoria, l'artista fa un parallelo tra la teoria di Netwton e il codice HTML: il titolo della mostra #FFFFFF infatti, indica nel codice HTML il colore Bianco, composto a sua volta in valore decimale da #FF=255 Rosso, #FF=255 Verde, #FF=255 Blu. (Comunicato stampa)




Nino Bruno - L'escluso - acrilico su tela cm.50x40 Nino Bruno: Fermo Immagine
termina il 31 agosto 2017
Museo degli Angeli - Sant'Angelo di Brolo (Messina)
www.museodegliangeli.it

Da tempo l'artista ecologista e appassionato della montagna (abile ricercatore di funghi ai quali ha dedicato una intera mostra) realizza le sue opere affrontando come in un "gioco di origami" l'aspetto particolarmente negativo in materia di cura della natura a causa di una società contempo-ranea fin troppo distratta e sprecona. Scrive Francesco Scorsone nel suo testo di presentazione: "... Il fermo immagine di Nino Bruno è un flash, uno scatto filmico che l'artista, attraverso le sue opere tra il classicismo e il metafisico, denuncia l'angoscia dell'uomo moderno troppo spesso vinto da molteplici eventi. Guerre, disperazioni e sopraffazioni, arroganze egemoniche di paesi e di uomini che hanno conquistato il potere, imponendo il proprio dispotismo con il rischio di conseguenze disastrose".

Nino Bruno (Palermo) è da sempre in simbiosi con le sue grandi passioni: la pittura, la montagna e il mare. Passioni alle quali ha dedicato ogni frazione di tempo quando libero da impegni sociali. La sua prima mostra personale risale al 1965; seguono nel tempo circa 170 mostre tra personali e collettive. Ha partecipato a innumerevoli estemporanee affermandosi decisamente per la sua forte carica ecologista sempre presente nelle sue opere. I suoi lavori sono presenti in vari paesi europei e in Usa. E' presente inoltre in collezioni pubbliche di comuni siciliani. Da tempo si occupa di ceramica a freddo. La critica, la stampa e la televisione si sono occupati spesso della sua attività artistica. E' in preparazione una sua monografia che uscirà a ottobre 2017. (Comunicato stampa)




Matjaž Hmeljak - Two Horizontal Of Horizontal - stampa digitale a colori - foto Matjaž Hmeljak 1995 Zora Koren Skerk - Viribus unitis - acquaforte a colori - foto Jaka Babnik 1995 Lojze Spacal - Brez naslova - Senza titolo - serigrafia - foto arhiv MGLC Ljubljana - archivio ICGA Lubiana 1995 Grafica Slovena in Italia / Slovenska Grafika v Italiji
29 giugno - 23 luglio 2017
Museo d'Arte Moderna Ugo Carà - Muggia (Trieste)
www.benvenutiamuggia.eu

La mostra di artisti di arti grafiche d'oltreconfine - a cura di Denis Volk - è una rassegna dell'attività grafica degli artisti sloveni che provengono o che hanno operato nel territorio etnico sloveno d'oltreconfine. Questa panoramica non comprende tutti ma solo coloro che si sono regolarmente cimentati con le arti grafiche e il cui lavoro ha influenzato l'attività di altri artisti. Le opere in mostra si riferiscono agli ultimi cinque decenni. Nel periodo prescelto, la gran parte degli artisti presentati ha collaborato con il Centro Internazionale della Grafica di Lubiana (ICGA), e per questo motivo, gran parte delle opere esposte proviene da questa istituzione. Si tratta quindi di lavori che sono nati dalla collaborazione con l'ICGA o che fanno parte delle sue raccolte di grafiche. Completano la rassegna i lavori provenienti dalle raccolte degli artisti stessi o da collezioni private.

Per contenuto ed esecuzione le opere sono molto diverse poiché i singoli artisti sono presentati con i loro lavori più rappresentativi e che li caratterizzano per creatività e stile. Proprio grazie a questa diversità la panoramica è più completa. Quando parliamo di collaborazione con l'ICGA abbiamo in mente la partecipazione degli artisti ai laboratori grafici. L'ICGA è in realtà la più importante istituzione che in maniera organizzata e sistematica si prende cura della produzione grafica in Slovenia e, indirettamente, anche in altre zone dove si parla la lingua slovena. L'ICGA incoraggia la creatività artistica organizzando mostre e dando a disposizione i propri laboratori e officine di stampa agli artisti locali e stranieri.

Grazie alla propria attività espositiva l'ICGA si è affermata anche a livello internazionale, soprattutto con l'organizzazione della Biennale Grafica di Lubiana, che è uno dei più importanti appuntamenti di questo genere al mondo e anche uno dei più vecchi. Nei laboratori dell'ICGA gli artisti sono liberi di concepire le proprie opere secondo un loro concetto già consolidato mentre le capacità offerte dai laboratori permettono loro di cimentarsi con sperimentazioni, tecniche e materiali. Molto importante anche il ruolo museale dell'ICGA in quanto custodisce numerose grafiche e libri dell'artista che sono stati realizzati dopo la Seconda guerra mondiale. Da quanto esposto possiamo concludere che gli artisti, anche se vivono e lavorano all'estero, sono strettamente legati allo spazio e alle istituzioni slovene.

Anche se nella creazione grafica la lingua slovena non ha primaria importanza ciononostante essa rappresenta una parte importante della cultura e, nel caso degli artisti sloveni dall'estero, anche della coscienza nazionale slovena. Alla mostra con le loro opere sono presenti i seguenti artisti: Avgust Cernigoj, Bogdan Grom, Matjaž Hmeljak, Zora Koren Skerk, Marjan Kravos, Klavdij Palcic, Claudia Raza, Lojze Spacal, Franco Vecchiet, Edvard Zajec e Boris Zulian. La mostra è dedicata a tutti gli artisti sloveni d'oltreconfine e soprattutto a Zora Koren Skerk, dal momento che questa è la prima mostra postuma delle sue opere. (Denis Volk - traduzione Ivan Markovic)

Avgust Cernigoj (1898, Trieste - 1985, Sesana) è il più importante rappresentante dell'avanguardia slovena e fondatore del costruttivismo sloveno. Il suo opus comprende disegni, dipinti, acquarelli, collage, scenografie, modelli, illustrazioni, decorazioni parietali di chiese e di attrezzature navali figurative e ricerca di nuovi modi espressivi. Le sue opere grafiche sono perlopiù acqueforti e incisioni su linoleum. Nel 1976, per il suo lavoro, ha ricevuto il Premio Prešeren. E' stato insegnante a molte generazioni e ha ispirato numerosi artisti.

Bogdan Grom (1918, Devincina presso Prosecco - 2013, Stati Uniti) pittore, grafico e scultore. Nel 1957 si è trasferito negli Stati Uniti dove si è specializzato in arti applicate ed ha attrezzato centri commerciali e altri edifici urbani e religiosi. E' autore di dipinti, sculture, disegni, arazzi e illustrazioni. Nelle sue opere si riscontra l'attaccamento al suo Carso e al Nuovo Messico che è molto simile. Ha insegnato in diverse scuole in Slovenia, Italia e Stati Uniti.

Matjaž Hmeljak (1941, Trieste) si è laureato in elettronica e in seguito ha insegnato informatica. Nel decennio 1970-1980, ha collaborato con il pittore Edvard Zajc, assieme al quale ha realizzato quattro grandi sistemi nel campo della computer art. Da allora sviluppa in proprio i sistemi informatici nel campo della grafica al computer.

Zora Koren Skerk (1927, Zagorje pri Pivki - 2016, Trieste) ha lavorato a Trieste e appena dopo il pensionamento si è dedicata interamente all'arte. Ha realizzato dipinti e anche grafiche soprattutto acqueforti e incisioni su linoleum. I suoi temi preferiti sono il paesaggio carsico, i fiori, le nature morte, i ritratti... Per il suo lavoro ha ricevuto diversi premi.

Marjan Kravos (1948, Trieste) all'Accademia di Belle Arti di Lubiana si è laureato in pittura e ha ultimato il corso post-laurea in grafica. Ha insegnato storia dell'arte e grafica; fino al pensionamento è stato per lunghi anni direttore tecnico e scenografo al Teatro Stabile Sloveno di Trieste. Ha realizzato numerose grafiche, negli ultimi anni si dedica agli ex libris. Per il suo lavoro ha vinto numerosi premi.

Klavdij Palcic (1940, Trieste) si è laureato presso il Liceo Artistico di Venezia. Ha insegnato disegno e storia dell'arte nelle scuole slovene di Trieste e Gorizia. Nel 1977 presso l'Editoriale stampa triestina ha fondato lo studio grafico Graficenter. Si occupa di pittura e grafica ma anche di illustrazione, scenografia e costumografia. Nei suoi lavori si dedica soprattutto alle relazioni tra spirito e materia, tra l'uomo e l'ambiente.

Claudia Raza (1943, Cividale) autrice poliedrica - pittrice, grafico e poetessa. A Venezia, ha frequentato la Scuola Internazionale di Grafica ed è stata tra i fondatori del laboratorio di grafica e stampa d'arte La Bottega del Tintoretto. Per realizzare le sue grafiche utilizza tecniche classiche e sperimentali. Nei suoi libri d'artista combina poesia e grafica. I sui temi preferiti sono la natura, soprattutto il Carso e le foci del Timavo.

Lojze Spacal (1907, Trieste - 2000, Lubiana) ha studiato presso diverse scuole d'arte in Italia. E' un importante rappresentante di fama mondiale dell'arte grafica contemporanea. Ha partecipato alla Biennale di Venezia negli anni 1948, 1954 e 1958. Nelle sue opere dominano i motivi del Carso. Nel 1974 ha ricevuto il premio Prešeren alla carriera. Alla sua opera è dedicata la Galleria di Lojze Spacal di San Daniele del Carso.

Franco Vecchiet (1941, Trieste) dopo aver studiato grafica a Urbino si è perfezionato a Venezia, Parigi e presso l'Accademia di Belle Arti di Lubiana. Il suo lavoro comprende pittura, grafica, collage e installazioni. L'espressione artistica di Vecchiet permette di vivere e interpretare liberamente le strutture che generano l'impressione del rilievo. Nel 1989 gli è stato conferito il Premio della fondazione Prešeren per la grafica. Organizza e guida laboratori di grafica.

Edvard Zajec (1938, Trieste) dopo il trasferimento della famiglia negli Stati Uniti vi ha frequentato la scuola d'arte, poi si è laureato in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Lubiana. Per lo studio post-laurea si è recato nuovamente negli Stati Uniti all'Università dell'Ohio. Nel periodo 1970 e 1980 è tornato a Trieste per realizzare le sue idee nel campo della grafica al computer assieme a Matjaž Hmeljak. E' ritenuto uno dei pionieri della grafica al computer a livello mondiale. A Syracuse (New York, Stati Uniti), nella università, ha insegnato grafica al computer.

Boris Zulian (1944, San Giuseppe della Chiusa - 2013, Trieste) ha studiato alla scuola d'arte di Trieste e si è laureato in arti figurative a Padova, in seguito ha completato il corso di restauro presso l'Accademia di Belle Arti e Design di Lubiana. Ha insegnato presso le scuole slovene e si è occupato di restaurato. Come pittore e grafico, ha raffigurato, con colori vivaci, i motivi astratti della natura, in particolare del paesaggio del Carso e dell'Istria. (Comunicato stampa)




Angelo Verga - Dorani Az - olio su tela cm.60x50 1965 - Courtesy Archivio Angelo Verga - Milano - Ca' di Fra' - Milano Angelo Verga: Occhi Chiusi Mente Aperta
21 settembre (ore 18.00-21.00) - 27 ottobre 2017
Ca' di Fra' - Milano

Il lavoro di Angelo Verga (Milano, 1933-1999) è una continua "ipotesi" e "ricerca"... Entrò nel Gruppo Nucleare (anni '50). Firmò manifesti con Sordini e Manzoni (1956-1957). Aderì al Gruppo del Cenobio (1962). Il Cenobio pose al centro della propria poetica la ricerca segnica, aprendo un fossato con le correnti dell'Arte Oggettuale, Cinetica, Programmata e Pop che stavano avanzavando. Nelle opere di questo periodo il segno è una grafia leggera. La sua ricerca sul segno e sul gesto maturano con lui fino ad approdare ad una essenzialità e povertà di elementi compositivi assolute. "A questa austerità si oppone, ha osservato Nello Ponente, una vivacità ed una ricchezza di rapporti tra segno e segno, tra segno e zona di colore, tra forma e colore". Tempo e Spazio sono concetti interiori, intimi; Così come il concetto di geometria è, per lui, assoluto e personale. Dal 1967 Verga rivolge, infatti, la sua attenzione a figure geometriche quali il quadrato, il triangolo, il cerchio.

La geometria ricopre una valenza importante nella composizione della tela così come nella razionalizzazione dello spazio di lavoro (Il triangolo matto, Il quadrato stanco sono lavori anni '70). La sua ricerca sul ritmo e sullo spazio giunge ad estreme semplicazioni proponendo, sempre più, uno spazio ragionato e misurato. Queste opere sono tutte variazioni su un unico tema: quello di una o più immagini cromatiche distinte, ricondotte a figure geometriche. Sono anche gli anni di Tensioni e Incastri (1968-70) e delle tempere e lavori ad olio intitolati Ciclotimia, Sequenze, Il nodo dell'amore. La mostra, che conclude il ciclo dedicato al Gruppo del Cenobio, pone l' attenzione sugli anni '60-'70 della sua produzione. (Comunicato stampa)

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"Dorani Az", di Angelo Verga (Immagine opera ingrandita)




Elliott Erwitt: Kolor
termina lo 03 settembre 2017
Palazzo Ducale - Genova

Prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt (Parigi, 1928). Se i lavori in bianco e nero sono stati esposti in numerose mostre di grande successo all'estero e in Italia, la sua produzione a colori, invece, è completamente inedita. Solo in tempi molto recenti Erwitt ha infatti deciso di affrontare, come un vero e proprio viaggio durato lunghi mesi, il suo immenso archivio a colori; una tecnica che aveva scelto di dedicare solo ai suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall'architettura al cinema e alla moda. Immagini dunque sostanzialmente diverse, immagini sulle quali ha posato uno sguardo critico e contemporaneo a distanza di decenni, che ci fanno conoscere un mondo parallelo altrettanto straordinario.

La mostra comprende circa 135 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dai suoi due grandi progetti a colori, Kolor e The Art of André S. Solidor. Kolor è il titolo del grande volume retrospettivo per realizzare il quale Erwitt ha rivisitato tutto il suo archivio, con un impegno imponente che attraversa tutta la sua produzione a colori. The Art of André S. Solidor è invece l'esilarante e sottile parodia del mondo dell'arte contemporanea con i suoi controsensi e con le sue assurdità. Mentre il primo progetto vive di scoperte dei vecchi negativi Kodak, in cui si ritrova il tipico linguaggio di Erwitt, dai ritratti di personaggi famosi alle immagini più ironiche e talvolta irriverenti, nella sezione di André S. Solidor, invece, egli crea un vero e proprio alter ego del maestro, con tanto di autoritratti, che si esprime in una produzione che non lascia più niente al caso o all'intuizione, come emerge anche in un breve ed esilarante filmato.

Dal 1953 della storica agenzia Magnum, fondata tra gli altri da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant'anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo. "Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l'aspetto delle cose, il tuo stato d'animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l'istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla". Non a caso è considerato il fotografo della commedia umana. Con lo stesso atteggiamento d'altra parte Erwitt riserva la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto, portando all'estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo.

Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite. Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero. La visita è corredata da una audioguida inclusa nel biglietto, che fornisce al visitatore il racconto di quanto accade nelle immagini di Erwitt. Un testo prezioso, frutto di una documentazione ricostruita dalla curatrice con l'autore, e mai pubblicato in precedenza. La mostra è curata da Biba Giacchetti, con il progetto grafico e di allestimento di Fabrizio Confalonieri. Prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57. (Comunicato stampa)




Renato Guttuso - senza titolo - olio su tela 1983 Renato Guttuso - Carrettiere siciliano addormentato - olio su carta intelata 75x100cm. 1946 Renato Guttuso - Tetti - china acquerellata su cartone 34x50cm. 1961 Renato Guttuso - La madre - olio su tela 60x48cm. 1937 Rosso Guttuso
Opere 1934-1984


termina lo 05 novembre 2017
Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte - San Giovanni La Punta (Catania)
www.fondazionelaverdelamalfa.com

Una importante mostra dedicata al grande maestro siciliano Renato Guttuso, in occasione del nono anniversario di nascita della la Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte di Catania, istituzione attiva nella valorizzazione dei quattro fondi patrimoniali di cui dispone (il parco; la sezione di opere d'arte moderna e contemporanea; la collezione di abiti d'epoca e di libri antichi) e nella promozione artistica attraverso l'organizzazione di attività ed eventi culturali.

La mostra, pensata insieme alla Galleria De Bonis di Reggio Emilia che da molti anni si occupa della divulgazione delle ricerche e delle opere degli artisti del Novecento italiano e in particolare delle opere di Renato Guttuso, sarà in permanenza negli spazi della Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell'Arte dal 19 giugno al 5 novembre 2017. Rosso Guttuso presenta una selezione di lavori del pittore neorealista (Bagheria, 1911 - Roma, 1987), tracciando un duplice percorso che è, allo stesso tempo, cronologico e tematico. In mostra, infatti, saranno esposte opere che vanno dal 1934 fino al 1984. Il testo critico è di Giorgio Agnisola.

Il rosso così com'è declinato nelle opere di Renato Guttuso diventa sinonimo di sofferenza, passione, pietà, violenza, lotta, speranza, in altre parole, simbolo di vita attiva e partecipata, di vita sentita e vissuta, di vita umana ed in quanto tale debole e forte, buona e cattiva, reale e sognata. Gli olii su tela che ritraggono figure umane in interni domestici (un suo topos stilistico), nature morte, processioni di martiri e un carrettiere a riposo, dialogano con le chine su carta in cui quelli che appaiono abbozzi e appunti presentano già la consistenza del lavoro finito. Ad esempio, gli "studi per la crocefissione" presenti in mostra, sebbene siano solo una parte del lavoro completo, hanno in se stessi una forza e una personalità che pochi artisti, come Guttuso, sono in grado di creare con il solo gesto della propria mano.

«Dentro ma anche al di là del segno - scrive Giorgio Agnisola - il colore rosso riflette un condizione d'anima, una passione immanente e trascesa, che apre al pulsare sanguigno dello sguardo, ma anche al vibrare sotteso della memoria, alla dolcezza e al sogno della vita trasfigurata dagli ideali». Rosso Guttuso sarà visitabile su prenotazione da giugno a novembre, attraverso dei percorsi in visita guidata e dei laboratori didattici creati ad hoc per la mostra e suddivisi per tipologia di pubblico e di interessi.

Elenco opere di Renato Guttuso in mostra:

Marta, Renato e Rocco, 197, china su carta, 73.7x51cm.
Natura morta, 1973, olio su tela, 80x100cm.
Carrettiere siciliano addormentato, 1946, olio su carta intelata, 75x100cm.
I martiri, 1954, olio, tempera, inchiostro di china su carta intelata, 162x300cm.
La madre, 1937, olio su tela, 60x48cm.
Lo studio dell'Artista, 1963, olio su tela, 100x130cm.
Studio per Crocifissione, 1940, china su carta, 33,5x22cm.
Studio per la crocefissione, 1940, china su carta, 32x22cm.
Tetti, 1961, china acquerellata su cartone, 34x50cm.
Il congedo, 1934, olio su tavola, 70x52cm.

«Esiste un "rosso Guttuso"? E' possibile. Il colore pervade l'opera del maestro, variabile e persistente; soprattutto lo scarlatto, il cinabro, il cadmio, il porpora, l'amaranto. Potrebbe dirsi una dominante psicologica, un esercizio dello spirito infiammato e ribelle. Il rosso come nell'arte di altri maestri più o meno contemporanei, da Scipione ad Aligi Sassu, ma che in Guttuso acquista un valore simbolico e trae origine innanzitutto dalla memoria, quella dei carretti di Emilio Murdolo, ad esempio, presso cui ancora bambino l'artista compì i primi passi nell'immaginario artistico.

Il rosso è il colore dominante dei dipinti del maestro negli anni della formazione, ancora di impronta espressionista: un rosso che permea come temperie lo spazio, che riflette un clima interiore, talora morbido e persino delicato, come in Congedo, olio su tavola del 1934, presente nella bella mostra catanese, presso la Fondazione La Verde La Malfa, più spesso segnato da un riverbero di toni cupi, sanguigni, aperti al dramma, come in Fucilazione in campagna, opera del 1938, e in Fuga dall'Etna, del '38-'39, dove il colore è elemento unificante: amalgama il dinamismo dei corpi e coniuga le diverse scene, riflettendo un epico sentimento di disperazione. Il rosso è il colore della passione.

In Mimise, opera del 1940, la blouse e il cappellino della donna sono di un rosso vivo e sgargiante, esuberante, passionale. Così in parte è nell'opera La madre, precedente, del 1937, presente in mostra. Dove però il colore sottolinea una tensione più intimistica, una memoria ripiegata su se stessa. Nel dipinto, appena fauve e appena neocubista, lo spazio si dispiega per gradi nelle forme squadrate delle case, puntando in lontananza al cielo azzurro e mediterraneo. La porta d'ingresso, di fianco alla donna, è prospettico sipario, determina nello spartito dell'opera un qui ed un altrove, segna, insomma, la distanza. In alto, in primo piano, è una lampada, simbolo della casa. La donna è pensosa, dolce e solenne, il braccio sinistro poggiato al mento. E' il rosso a "spiegare" l'opera, a dare tono al pensiero della donna, tingendo la sua fronte, oltre il verdeazzurro dei suoi occhi abbassati, evocando forse il figlio lontano. Il rosso è il colore della tragedia.

Nella famosa cartella Gott mit Uns, una delle testimonianze artistiche più angoscianti dell'occupazione nazista, realizzata allorché Guttuso fu riferimento nel suo studio romano del gruppo partigiano della capitale, il contrasto drammatico dei disegni è rappresentato proprio dalla contrapposizione tra il nero dell'inchiostro e il rosso del sangue in terra, versato dagli uomini barbaramente trucidati. Nella celebre Crocifissione del 1940-'41, il rosso è innanzitutto spazio intermedio, col bruno, col blu: contribuisce, amalgamato, a creare la trama visiva, postcubista, postimpressionista dell'opera. Il rosso ha un duplice spartito, quello del ladrone cattivo e quello del mantello di Cristo, poggiato quest'ultimo sul dorso di un cavallo picassiano. Il ladrone è visto di spalle, il male non ha volto. Il suo capo contrasta quello del Cristo, quasi lo fronteggia, emblematicamente. Il dipinto fu contestato, per il suo contenuto ideologico e per l'arditezza della rappresentazione.

Eppure, un senso religioso animava a monte la rappresentazione, come è leggibile nei due studi in mostra, entrambi databili 1940, un prospettico gruppo di cavalli e cavalieri e una prova di compianto. Negli anni dell'"equilibrato postcubismo" il rosso, frequentemente, si fa segno. Definisce i contorni del carro nell'opera Carrettiere, del 1946, anch'essa in mostra. Ed è segno rapido, dominante sul piano cromatico. L'uomo riverso sul suo carretto dorme. Il carretto è la sua casa. Campeggia su di uno sfondo di vegetazione e sottolinea il tutt'uno della scena: l'uomo, il carretto, la vita contadina. Su fondo rosso l'artista si ritrae in un noto Autoritratto del 1950.

Sono i vari peccati della violenza nella splendida opera Martiri, del 1954: dalla sedia elettrica alla decapitazione. La croce di Cristo è al centro, emblema di tutte le croci. L'opera è di grandi dimensioni, raggiunge i tre metri di lunghezza. (...) Il Cristo, al centro, ha il capo ripiegato in avanti, come sconfitto. A lui dintorno gli esempi variegati del martirio. Com'è frequente nell'opera di Guttuso non mancano citazioni di quadri celebri: forse, una fucilazione di Goya, forse, La morte di Marat, frammenti di Guernica. In un clima sulfureo Guttuso rappresenta il teatro del male, del male come ingiustizia, negazione della libertà. Ed è il rosso, appunto, nella dicotomia con il nero dell'inchiostro, a sottolineare con i suoi bagliori sinistri l'orrore della tragedia.

In Guttuso il disegno è fondamentale. Non esiste opera che non fondi su di uno sviluppo lineare, sia esso di colore o di punta d'inchiostro. Il disegno come trama, come veduta d'insieme, come costruzione dello spazio. Un disegno calibrato, come testimonia la china e acquerello Tetti di Roma, via Leonina, del 1961, anch'essa esposta. La scenografia dei tetti è rappresentata con uno sguardo esemplare, attentissimo al multiplo gioco dei pieni e dei vuoti. Nel disordine de Lo studio dell'artista, del 1963, è ancora il colore rosso a essere elemento unificante: è trama, sfondo, riempimento, prospettiva. (...) Un drappo rosso in una Natura morta del 1973 costituisce una prospettiva metaforica, nel disporsi casuale degli oggetti: carte, un coltello, una sega, tazza e bicchieri, una macchinetta da caffè e infine un telefono, col filo aggrovigliato che fa sul piano da lineare collegamento.

Il rosso dei vessilli è simbolo ideale nel famoso dipinto La morte di Togliatti. Le bandiere nella loro moltiplicata esibizione sono trama evocativa. Cui fa da contrappunto la citazione dei volti conosciuti del mondo comunista. Tra di essi l'autore ritrae se stesso, due volte, come in un diario. Fu, com'è noto, la Vucciria, del 1974, opera che si riferiva al celebre mercato palermitano, uno dei più noti dipinti del maestro. Vi si rappresenta con una prospettiva verticale, tesa a ribaltare sullo spettatore, con un esacerbato realismo, la vista dell'incredibile varietà di prodotti esibiti per la vendita. Nella scena non c'è la consueta festosità delle fiere, i volti delle persone sono cupi, chiusi, contratti. (...)

In mostra è uno splendido Studio per Vucciria, del 1974, con ortaggi di vario colore. A tre anni dalla morte, nel 1983, Guttuso dipinse un emblematico olio su tela, senza titolo, anch'esso presente in mostra. E' un camino in cui brilla la fiamma. Di fronte a esso, una sedia vuota. Ricorda stranamente la Partenza per l'eternità di Van Gogh, ma qui non c'è figura. Anzi, di lato, è l'allegra macchinetta del caffè. Sulla mensola emblematicamente un uovo, forse il simbolo della vita; lo affianca un quaderno, un libro, un diario chissà: naturalmente rosso.» (testo critico di Giorgio Agnisola)




Mario Schifano - A la Balla - acrilici su carta cm.146x116 1977 Mario Schifano - Futurismo rivisitato a colori - acrilici su tela cm.95x115 Tano Festa - Persiana blu - acrilici su legno cm.100x80 1985 Mario Schifano e la Pop Art in Italia
termina il 23 ottobre 2017
Castello Carlo V - Lecce

Promosso da Theutra e Oasimed, in collaborazione con Galleria Accademia di Torino, con il patrocinio del Comune di Lecce e il sostegno di Axa Cultura, il progetto espositivo - a cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro - è dedicato a quattro maestri di primo piano della storia dell'arte italiana e internazionale del secondo Novecento: Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Il gruppo, denominato poi Scuola di Piazza del Popolo, è riuscito a far transitare nel mondo dell'arte motivi e oggetti provenienti dall'immaginario comune, dalla storia dell'arte e della vita, fornendo un contributo fondamentale all'arte contemporanea.

Un dipinto dell'artista Tano Festa, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato Per il clima felice degli anni Sessanta. Campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Piero Manzoni, Franco Angeli, Mario Schifano, Enrico Castellani e quello dello stesso Festa. E' il 1969 ma c'è già nostalgia di un decennio mitico che per l'arte italiana - tra Roma e Milano - ha rappresentato un punto di riferimento, anche nel clima culturale internazionale, anche grazie ad artisti stranieri che all'epoca frequentavano molto l'Italia. Dalle esperienze astratte e informali degli anni precedenti, si transita verso ricerche sfaccettate e complesse che riflettono, in contemporanea rispetto alle esperienze americane, sui concetti di riferimento della Pop Art: il mito, la società di massa, i paradigmi e i segnali della città metropolitana e il dialogo fecondo tra generi artistici e linguaggi.

Naturalmente non si tratta di una rielaborazione passiva del grande movimento americano, che tra l'altro era sbarcato alla Biennale di Venezia nel 1964 provocando un certo scalpore. Al contrario, i protagonisti di questa rivoluzione artistica, tutta italiana e con tangenze internazionali, riflettono su temi e immaginari legati alla loro cultura visiva di riferimento. Al centro di tutto c'è Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto di fermenti, anche grazie a gallerie come La Tartaruga e critici come Alberto Boatto, Palma Bucarelli e Maurizio Calvesi. E' qui che si svolge l'esistenza - e la fervida esperienza artistica - dei quattro protagonisti della mostra.

La sezione principale ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, 1934 - Roma, 1998). Dopo un periodo di azzeramento di radice concettuale, attraverso i monocromi (1960-1961), l'artista ricostruisce la sua narrazione insieme poetica e intellettuale guardando alla natura e quindi al paesaggio. In mostra due paesaggi anemici che evidenziano la smaterializzazione del colore, che diviene liquido, pur mantenendo la sua identità e la sua energica forza espressiva. In coincidenza con una mostra retrospettiva di Giacomo Balla (nel 1963), Schifano avvia una rivisitazione del Futurismo, il movimento italiano fondato nel 1909 grazie alle intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e dello stesso Balla, sostenendo idee rivoluzionarie dedicate alla velocità, al mito del progresso e alla commistione di linguaggi artistici, dalla poesia alla scultura, dal teatro alla cucina, al cinema.

Al maestro italiano Schifano dedica un ciclo di opere, tra cui uno dei dipinti esposti in mostra; mentre al celebre ciclo Futurismo rivisitato a colori è dedicata una delle tele proposte nelle sale del Castello Carlo V. La celebre foto che ritrae il gruppo futurista è proposta come un'icona intramontabile di cultura e storia, ritoccata attraverso colori vivaci e segni veloci, pienamente in linea con una cultura visiva Pop. La televisione diventa per Schifano un primario punto di riferimento visivo, lo schermo tv diviene quindi un paesaggio da esplorare e fotografare per concepire tele che ritraggono brandelli di realtà filtrata dal tubo catodico (in mostra una tela degli anni Settanta che ben evidenzia questa declinazione di senso).

Si prosegue poi con le opere degli anni Ottanta, in cui il colore assume una dimensione fondamentale, preannunciando gli sviluppi dell'arte italiana e internazionale, all'insegna di una riscoperta della dimensione eroica del quadro e di un ritorno alla pittura figurativa dopo anni di arte concettuale ed esperienze di azzeramento del linguaggio pittorico. I dollari americani, l'obelisco di piazza del Popolo e le svastiche sono al centro dell'immaginario di Franco Angeli (Roma, 1935-1988), che come un archeologo capta e riconosce l'importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nelle sue tele. In mostra una selezione di opere, alcune di grandi dimensioni, realizzate negli anni Sessanta, decennio fondamentale della sua parabola artistica.

Alla dimensione pittorica rimarrà sempre fedele Tano Festa (1938-1988), eleggendo anch'egli a simbolo alcune declinazioni della storia e della storia dell'arte e dell'architettura. In mostra, tra altre, anche una celebre Persiana, in cui l'artista recupera l'elemento oggettuale e reale per fonderlo con la sua grammatica pittorica. La Scuola di Piazza del Popolo non era però composta esclusivamente da artisti uomini, tra l'altro celebri non solo per la loro genialità ma anche per la vita densa di incontri, esperienze estreme. Tra loro c'era una figura femminile insieme eterea e forte, come le sue opere: Giosetta Fioroni (nata a Roma, dove vive e lavora, nel 1932). In mostra opere molto rare degli anni Sessanta, in cui volti argentati delle sue figure femminili si costruiscono grazie a una sovrapposizione sentimentale di velature e segni leggeri, che oramai appartengono di diritto alla storia dell'arte contemporanea. (Comunicato ufficio stampa Società Cooperativa Coolclub)

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___ Presentazione mostre Pop Art in questa pagina

Icons. Ultime tendenze NeoPop
termina il 29 luglio 2017
Deodato Arte - Milano
Presentazione

Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino
termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo
Presentazione

Il Mito del Pop. Percorsi Italiani
termina lo 08 ottobre 2017
Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato - Pordenone
Presentazione

Robert Indiana
termina il 13 agosto 2017
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
Presentazione




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia


Inaugurazione 01 luglio 2017
www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)




Andrea Buglisi: Abrasiva
termina il 29 luglio 2017
Associazione culturale beBOCS - Catania
www.bebocs.it

Progetto ideato da Andrea Buglisi che approda per la sua prima personale a Catania dopo un periodo di residenza al BOCS. Sarà possibile visionare le opere in mostra, molte delle quali inedite, e assistere alla presentazione dell'omonimo catalogo, edito da Glifo Editore, con testi di Francesco De Grandi e Alessandro Pinto, che raccoglie una selezione di opere degli ultimi cinque anni dell'artista palermitano. A seguire alcuni testi estratti dal catalogo:

"Nel tentativo eroico di trovare l'infinito oltre la superficie delle cose, Andrea Buglisi raccoglie, cataloga e ritrae oggetti, situazioni e immagini provando a salvarli dall'oblio e dalla loro morte ed insieme ad essi prova a salvare anche se stesso e l'umanità intera. Le sculture, i dipinti, i disegni, gli oggetti customizzati donano nuove radici di senso a ciò che rappresentano, un nuovo senso semantico, una sorprendente forza espressiva. Tutto questo fa di Buglisi un artista poliedrico e dotato, capace di dilatare, rimpicciolire, dipingere, disegnare e imitare a suo piacimento il soggetto preso di mira individuandone il suo contenuto mitico e comunicandolo al mondo che lo osserva, con immediatezza e incisività caustica." (Francesco De Grandi)

"Con la sua ricerca Andrea Buglisi tenta di squarciare l'opacità, ma non per renderci un mondo limpido e di facile discernimento, il mondo rassicurante del bello, lo fa rendendoci esattamente il contrario, un mondo ancora più opaco, sfigurato e sospeso. L'intervento sull'objet trouvé ne altera i connotati superando il significato intrinseco dell'oggetto per giungere a un significato nuovo, a un'ipotesi che riformula l'oggetto di partenza. Riecheggiano le parole di Erasmo che descrive la follia come figlia del dio Pluto e della ninfa Neotete, della ricchezza e della giovinezza.

Nella ricchezza intesa come accumulazione sfrenata di oggetti va ricercata la genealogia delle opere di Buglisi, e nella sua ricerca di oggetti, ma anche motivi, lasciati indietro nella accumulazione della società del consumo. L'opera rivela molti degli elementi della ricerca dell'artista: la precisione della composizione dell'immagine, il rigore cromatico e l'equilibrio degli elementi contrastanti fra loro, tutto rivolto alla costruzione di un enigma folle la cui soluzione Buglisi, demiurgo sornione, affida a chi avrà il coraggio di decifrarlo." (Alessandro Pinto)

Andrea Buglisi (Palermo, 1974) si dipoloma in decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Palermo con una tesi sulla Street Art. Attualmente insegna discipline pittoriche al Liceo Artistico "Catalano" di Palermo. Dal 1998 si occupa principalmente di pittura, con particolare attenzione alle contaminazioni ed ibridazioni con altri media espressivi. (Comunicato stampa)




La grande estate dell'Arte 2017
www.studioesseci.net

Sole, spiaggia e bagni, fresco e passeggiate tra i boschi? Certo. Ma quella che si sta confermando in pieno, è una tendenza già evidente da qualche anno: l'estate come momento da dedicare, piacevolmente, all'arte, alle belle mostre, meglio se in contesti di interesse storico o paesaggistico. Così un periodo che tradizionalmente per le mostre era considerato "di bassa" si rivela invece un momento di eccellenza. Cosa che gli organizzatori hanno ben capito e così l'estate del 2017 si presenta molto ricca di proposte e soprattutto di proposte di qualità. Ne proponiamo alcune, puntando su quelle che saranno aperte a cavallo tra luglio ed agosto.

La grande Estate dell'Arte 2017 non può che avere il suo epicentro a Venezia, dove la Biennale è in pieno fermento. Ma Venezia offre, oltre alla Biennale, diversi appuntamenti di alto e altissimo livello. A cominciare, alle Gallerie dell'Accademia, dall'ampia mostra dedicata all'americano Philip Guston (1913-1980), artista che ebbe per l'Italia, e in particolare per l'arte del Rinascimento, un'autentica infatuazione artistica. Titolo: Philip Guston and the poets. In contemporanea, a Ca' Foscari Esposizioni, Valery Koshlyakov. Non smettiamo di costruire l'Utopia. Per Koshlyakov, "sensibile poeta e guerriero barbaro» che vive tra Parigi e Mosca, è un ritorno in Laguna dove era stato protagonista della Biennale del 2003. La monumentale Scala del Bovolo in Palazzo Contarini è trasformata da Echaurren in un'opera d'arte contemporanea, co-protagonista di una potente e leggera istallazione site specific. Titolo: Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017.

Forme sospese a confine con il mondo dell'immaginazione e della memoria nella mostra Pirro Cuniberti. Sognatore di segni alla Art Warehouse Zattere. Ha scelto Venezia per la sua prima europea, l'artista messicana Irene Zundel che con Oltre il velo dell'apparenza, in Sala Tiziano del Centro Artigianelli, invita ad immergersi in una istallazione composta da mezzo milione di coloratissimi fili. A 750 anni dalla nascita, Giotto torna protagonista a Venezia, negli ampi spazi della Scuola Grande della Misericordia. Magister Giotto ne racconta la produzione artistica attraverso un percorso visivo e auditivo in un susseguirsi di ambienti di grande impatto percettivo. In Villa Malcontenta, capolavoro del Palladio nella prima terraferma veneziana, è protagonista Janine von Thungen con i suoi emozionati bronzi ispirati alle Catacombe di Roma, sospesi tra spazio e tempo.

Restando nel Veneto, a Treviso, ad aprire l'attività espositiva del nuovo Museo Statale Collezione Salce è la mostra Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce, dedicata ai manifesti della "La Belle Epoque". Per rivivere, attraverso i manifesti, i fasti di un momento storico tra i più vivaci e innovativi dell'epoca moderna. Dal Veneto al Friuli dove le mete proposte sono ad Udine e a Pordenone. In quest'ultima città, nella Galleria d'arte moderna e contemporanea A. Pizzinato, i colori e la fantasia liberatoria della Pop Art, sono indagati nelle loro originalissime espressioni italiane. Come correttamente riporta il titolo della grande rassegna: Il mito del Pop. Percorsi italiani. Al Castello di Udine, nel centenario del primo conflitto mondiale, è allestita l'imponente rassegna L'offensiva di carta. La Grande Guerra illustrata, dalla collezione Luxardo al fumetto contemporaneo. In mostra, i giornali di trincea raccolti in una collezione udinese - la Luxardo - che non ha pari al mondo. E poi il cinema ai suoi quasi esordi e il racconto che di quelle vicende propongono oggi i maestri del fumetto.

Due appuntamenti anche in Tentino, entrambi a Trento. Si tratta di due diverse mostre, l'una al Museo Diocesano Tridentino e la seconda al Castello del Buonconsiglio. Entrambe su protagonisti veneto-trentini del Rinascimento. Al Diocesano è per Il Rinascimento di Francesco Verla. Viaggi e incontri di un artista dimenticato, mentre al Buonconsiglio con il titolo Ordine e bizzarria ad essere documentato è Il Rinascimento di Marcello Fogolino. Il primo portò al di sopra del Po, il Rinascimento di Perugino e romano. Interpretato magistralmente anche dal Fogolino, maestro cui le vicissitudini personali impedirono forse di emergere quanto la sua arte gli avrebbe consentito.

Dal Triveneto alla Lombardia, con tappa a Sondrio dove, alla Galleria Credito Valtellinese e MVSA, Palazzo Sassi de' Lavizzari, ad essere protagonista è Bruno Ritter. Dietro le mura. L'artista svizzero affronta un tema solo apparentemente lontano dall'ambiente alpino, quello dei rematori e della zattera. Tra i fulcri dell'estate italiana dell'arte c'è sicuramente Brescia. La città si presenta pervasa dalle sculture di Mimmo Paladino. Il percorso "firmato" dall'artista si espande da Piazza della Vittoria, simbolo della retorica piacentiniana sino al Capitolium e a Santa Giulia, sin dentro il cuore più antico e fascinoso della città. In Santa Giulia continuano tre mostre inaugurate nell'ambito del fortunato Brescia Photo Festival 2017 People. Si tratta di due mostre celebrative dei 70 anni di Magnum - Magnum's First e Magnum. La première fois - la prima volta - e della prima mondiale di Steve McCurry. Leggere.

In Piemonte, a Torino, doppio appuntamento con la fotografia d'autore a Camera - Centro Italiano per la Fotografia. Innanzitutto The Many Lives di Erik Kessels è la prima retrospettiva su larga scala dedicata all'artista, editore e direttore artistico olandese a vent'anni dalla pubblicazione del suo primo libro fotografico Missing Links. Cosa succede in un parco dei divertimenti quando si spengono le luci? Stefano Cerio lo racconta - sempre a Camera - in Night Games, prima personale dell'artista in uno spazio pubblico nazionale. E' la rappresentazione degli spazi montani quasi "sovrumani", la gestione della luce fra ghiacciai, le vette innevate, le valli verdissime, la più bella pittura di montagna a cavallo tra Otto e Novecento ad essere proposta nella grande mostra Segantini e la pittura di montagna.

Ad Aosta, al Centro Saint Benin. Oltralpe, in Canton Ticino ed esattamente alla Pinacoteca Zust di Rancate, riflettori puntati su La collezione d'arte di Ivo Soldini dai Vela a Marino Marini, presentata con il titolo Stanze svelate. Scendendo sotto il Po, la Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo mette a confronto Morandi, l'artista che a lungo soggiornò in questa "Villa dei Capolavori", con uno spettacolare Cézanne del moscovita Museo Puskin. Nel senese, tra Montepulciano, Pienza e San Quirico d'Orcia, Il buon secolo della pittura senese. Dalla Maniera Moderna al Lume Caravaggesco, grandiosa mostra in tre sedi cui si aggiungono altrettanti itinerari tra chiese, antiche badie, castelli e palazzi. A Pistoia, Capitale Italiana della Cultura, la più importante retrospettiva su Marino Marini che sarà aperta a dal 16 settembre, è anticipata in Palazzo del Tau da Marino nell'immagine di Aurelio Amendola (1968-1975), affascinante confronto tra veri artisti.

Ancora in Toscana, a Viareggio, alla Fondazione Matteucci per l'Arte Moderna, 50 opere, molte mai prima esposte, per offrire un prestigioso focus sul Secolo breve, il Novecento. In mostra Thayat, Balla, Severini, De Pisis, Spadini e Campigli, Rosai, Lloyd, Guidi e Paresce, oltre a Morandi, Guttuso, Viani e De Chirico. Dall'altra parte del Tirreno, la Sardegna con la doppia proposta del MAN di Nuoro. Innanzitutto Amore e rivoluzione. Coppie di artisti dell'avanguardia russa, mostra che nell'anno del centenario della rivoluzione di ottobre, racconta lo stretto legame tra arte e vita che tre celebri coppie si trovarono a sperimentare, in una fase di intensa collaborazione e di grande impegno, sia artistico, sia politico. A latere, il polacco Jakub Julian Ziolkowski, mette in scena una surreale campagna pubblicitaria per i "Nasellini", inesistente pasta che richiama la forma del naso. Lo fa, a conclusione di una residenza d'artista in Sardegna, proponendo un'installazione site specific.

Infine l'Umbria che, in questa stagione cala ben 3 importanti eventi espostivi nella sola Perugia, tutti accolti in sedi tra le più belle della città. Innanzitutto Sassoferrato dal Louvre a San Pietro: la collezione riunita nell'antichissimo complesso monastico di San Pietro, Galleria dei Tesori d'Arte. Imperdibile, semplicemente. Nel sontuoso Palazzo Baldeschi al Corso, Da Giotto a Morandi. I tesori d'arte di Fondazioni e Banche italiane, sequenza mozzafiato di capolavori. E infine, al Nobile collegio del Cambio, il confronto tra Velázquez e Bernini: autoritratti in mostra al Nobile Collegio del Cambio. Due colossi della storia universale dell'arte, chiamati a "guardarsi in faccia" in quel luogo magico che è il Nobile Collegio del Cambio, sotto gli occhi del grande Perugino. Ancora in Umbria, ma a Città di Castello, il Museo Burri agli ex Essiccatoi del tabacco si arricchisce dell'ampia sezione dedicata all'importantissima opera grafica di Alberto Burri. A completare un percorso museale d'autore unico al modo per importanza e ampiezza. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017
termina il 15 ottobre 2017
Scala Contarini del Bovolo - Venezia
Presentazione

Irene Zundel. Oltre il velo dell'apparenza
termina lo 06 agosto 2017
Centro Culturale Don Orione Artigianelli - Venezia
Presentazione

La Raccolta Salce
Presentazione

Il Mito del Pop. Percorsi Italiani
termina lo 08 ottobre 2017
Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato - Pordenone
Presentazione

Giovanni Segantini e i pittori della montagna
termina il 24 settembre 2017
Museo Archeologico Regionale - Aosta
Presentazione

Velázquez e Bernini. Autoritratti in mostra
termina il 22 ottobre 2017
Nobile Collegio del Cambio - Perugia
Presentazione




Domenico Gnoli Disegno di Domenico Gnoli Opera di Domenico Gnoli in mostra Disegno di Domenico Gnoli Domenico Gnoli
Disegni per il teatro. 1951-1955


termina lo 01 ottobre 2017
Palazzo del Comune - Spoleto
www.marignolifoundation.org

La mostra, a cura di Michele Drascek e Duccio K. Marignoli, presenta un periodo specifico della produzione di Domenico Gnoli (Roma, 1933 - New York, 1970), uno dei più importanti artisti italiani del Novecento: la creazione di disegni di costumi e di scenografie per il teatro realizzati dal 1951 al 1955. Tale lasso di tempo è antecedente alla fase in cui l'artista si dedicherà esclusivamente alla pittura e al disegno. Saranno presentati circa settanta disegni. Le opere in mostra provengono tutte dall'Archivio Domenico Gnoli di Roma ed includono: i disegni per i manifesti della versione teatrale di Chéri di Colette prodotta dalla Compagnia Andreina Pagnani e andata in scena al Teatro Eliseo a Roma (1951); i disegni per l'opera di Carlo Gozzi Re Cervo (1953); le scenografie per La Belle au Bois di Jules Supervielle richieste all'artista da Jean-Louis Barrault (1954); i disegni per lo scenario e i costumi di As you like it di William Shakespeare diretto da Robert Helpmann all'Old Vic Theatre di Londra (1955); gli schizzi per una scenografia del balcone di Romeo e Giulietta (1955).

Domenico Gnoli, figlio dello storico dell'arte Umberto Gnoli e della ceramista Annie de Garrou, è stato avviato al disegno, per poi dedicarsi da autodidatta alla pittura. Frequenta i corsi di incisione e disegno di C.A. Petrucci, direttore della Calcografia Nazionale di Roma. Nel 1951 partecipa alla mostra Art graphique italien contemporain presso la Galerie Giroux di Bruxelles; tiene la prima personale alla galleria La Cassapanca di Roma e disegna il poster per la versione teatrale di Chéri di Colette, prodotta dalla Compagnia Andreina Pagnani al Teatro Eliseo di Roma.

Nel 1952 si è iscritto al corso di scenografia all'Accademia di Belle Arti di Roma. Già a vent'anni disegna scene e costumi per il Re Cervo di Carlo Gozzi e per Il Mercante di Venezia per la Compagnia di Cesco Baseggio per lo Schauspielhaus di Zurigo. Nel 1954 si trasferisce a Parigi, dove Jean Louis Barrault lo invita a disegnare le scenografie per La Belle au Bois di Jules Supervielle. Lo stesso Barrault lo presenta a Londra, dove, nel 1955, all'Old Vic Theatre realizza scene e costumi per As you like it di Shakespeare, diretto da Robert Helpmann.

Malgrado il successo ottenuto come scenografo, decide di abbandonare il teatro per dedicarsi alla pittura e al disegno. Nel 1956 va ad abitare a New York dove partecipa alla mostra Contemporary Italian Painters alla Sagittarius Gallery dove l'anno successivo tiene una mostra di quadri e disegni. Nel 1957 espone disegni e dipinti in una personale alla galleria Arthur Jeffress di Londra e l'anno successivo tiene la prima personale di dipinti in Italia, alla galleria l'Obelisco a Roma. Dalla seconda metà degli anni '50 trascorre molto tempo a New York dove si dedica più intensamente alla pittura pur continuando a collaborare con illustrazioni per alcuni libri pubblicati in America e per diversi periodici facendo reportage che lo portano a fare lunghi viaggi.

Frequenta vari artisti tra cui il grande amico Ben Shahn. Scrive e illustra una lunga favola, Oreste or the Art of Smiling, pubblicata da Simon and Shuster a New York e da Collins a Londra. Ma, sempre più preso dalla pittura, decide di stabilirsi nell'isola di Mallorca. Nel 1964, dopo una personale alla Galerie Schoeller di Parigi, i galleristi Jan Krugier di Ginevra e Mario Tazzoli di Torino, lo mettono sotto contratto per alcuni anni. Seguono mostre personali a Torino, Napoli e Roma, al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, alla Kestner-Gesellschaft di Hannover. Nel 1968 prepara una mostra di 40 quadri e cinque sculture in bronzo per la Sidney Janis Gallery a New York. In seguito, sono state organizzate numerose retrospettive in vari musei e importanti gallerie. (Comunicato Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Locandina della mostra La casa della vita - IED Design interpreta la Collezione Praz alla Casa Museo Mario Praz di Roma La casa della vita
IED Design interpreta la Collezione Praz


termina il 30 settembre 2017
Casa Museo Mario Praz - Roma

La mostra nasce dalla collaborazione tra la Casa Museo Mario Praz e IED Istituto Europeo di Design Roma. Al progetto partecipa anche il Liceo Statale Benedetto Croce di Roma, che ha coinvolto alcuni studenti nella comunicazione e nella fase finale di allestimento, nel programma Alternanza Scuola Lavoro. Sotto la guida della docente Tiziana Proietti, ventidue studenti del corso Triennale di Interior Design presso IED Roma hanno progettato otto oggetti di design realizzati nei laboratori della Scuola di Design: spazi dove la creatività prende forma attraverso tecnologie all'avanguardia, ma anche attraverso tecniche artigianali tradizionali.

Gli oggetti di design degli studenti IED si ispirano ad altrettante opere del museo Praz, reinterpretando lo spazio museale. Attraverso la mostra i numerosi oggetti in stile Impero collezionati da Praz si confrontano con oggetti contemporanei pensati per interagire con le opere della collezione e allo stesso tempo per far rivivere l'idea di «casa della vita» narrata nell'omonima autobiografia di Mario Praz. Il risultato finale di questo progetto didattico è un percorso inedito dedicato alla personalità, spesso controversa, di Mario Praz: anglista, critico letterario, scrittore d'arte e collezionista sempre alla ricerca della bellezza e dell'originalità.

La Casa Museo Mario Praz offre un'esperienza affascinante attraverso nove sale corrispondenti ad altrettanti ambienti di quella che fu la casa del famoso studioso italiano, la cui collezione di dipinti, sculture e oggetti fu acquistata dallo Stato Italiano alla sua morte. L'esposizione, che rispetta le indicazioni dello stesso Praz, propone ai visitatori una personale interpretazione della casa ideale. Databili tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, gli oggetti della collezione caratterizzano con precisione ogni ambiente attraverso una serie di rimandi narrando al contempo la vicenda umana e la passione artistica di Mario Praz. (Comunicato stampa)




Foto di Vivian Maier dalla mostra Una fotografa ritrovata al Palazzo Ducale di Genova Vivian Maier. Una fotografa ritrovata
23 giugno - 08 ottobre 2017
Palazzo Ducale - Genova

La mostra retrospettiva - curata da Anne Morin e Alessandra Mauro - ricostruisce il lavoro fotografico della grande e sconosciuta autrice. La vita e l'opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. E' il 2007 quando John Maloof acquista, durante un'asta, parte dell'archivio della Maier. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

La mostra presenta 120 fotografiein bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti. Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto - New York e Chicago - con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.

Le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa. Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa. Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l'enigma di un'artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.

Come scrive Marvin Heiferman "Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata... Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi". La vicinanza con la mostra di Elliot Erwitt, allestita negli spazi del Sottoporticato di Palazzo Ducale, offre la possibilità di un interessantissimo confronto tra due sguardi sull'America, uno maschile, l'altro femminile. Accompagna la mostra il libro Vivian Maier. Fotografa pubblicato da Contrasto. (Comunicato stampa Civita)




Velázquez e Bernini
Autoritratti in mostra


termina il 22 ottobre 2017
Nobile Collegio del Cambio - Perugia

Il reciproco influsso, nell'ambito della ritrattistica, anzi dell'autoritratto, tra Gian Lorenzo Bernini, qui proposto nella sua veste di pittore, e lo spagnolo Diego Velázquez. Francesco Federico Mancini indica, a ideale punto di partenza per questa sua mostra, un'immagine fotografica: quella dello studio romano dell'insigne storico dell'arte barocca e docente all'ateneo perugino Valentino Martinelli. In questa immagine si vedono due delle tre versioni possedute da Martinelli del celeberrimo Autoritratto di Velázquez conservato nella Pinacoteca Capitolina di Roma (1629-1630). Se la prima versione, che può essere riferita al carrarese Carlo Pellegrini, allievo di Gian Lorenzo Bernini, e la seconda, attribuibile a un pittore romano della metà del Seicento, dimostrano l'attenzione riservata nel secolo XVII (e in ambiente romano) a quel superbo prototipo "straniero", la terza, che viene realizzata nel 1876 dal veneziano Luigi Quarena, dimostra che la fortuna del modello capitolino travalicò abbondantemente il Seicento e il contesto più strettamente romano.

Accanto al trittico Martinelli (oggi conservato nella Galleria Nazionale dell'Umbria) e al prototipo capitolino (perno dell'intero discorso), verranno proposti in mostra l'Autoritratto a mezza figura di Bernini e l' AutoritrattoAutoritratto di Bernini (che Tomaso Montanari ritiene di un anonimo seguace del Bernini - secondo Martinelli si tratta invece di un "non finito" di Gian Lorenzo) e l'Autoritratto di Bernini del Musée Fabre di Montpellier (anche questo ritenuto da Montanari di un anonimo seguace del Bernini - secondo Martinelli "forse del Bernini"). Principale proposito della mostra, avvincente anche per l' eccezionale qualità dei pezzi presentati, è rilanciare il dibattito sulle relazioni e sulle reciproche influenze intercorse tra Velázquez e Bernini i quali sicuramente si incontrarono (e si frequentarono) fin dal primo soggiorno in Italia del maestro spagnolo, nel 1629-1630 (il secondo viaggio di Velázquez in Italia risale al 1650).

"A mio parere - scrive Francesco Federico Mancini - l'incontro romano e il conseguente, straordinario incrocio di esperienze di due fra i maggiori protagonisti del Seicento europeo produsse benefici di reciproca utilità. Velázquez, grazie a Bernini, comprese quale forza espressiva si celasse nel taglio a mezzo busto del ritratto, da lui già sperimentato sul versante della scultura, e quanta vitalità potesse scaturire dalla tizianesca contrapposizione tra la maniera abbozzata degli abiti e la maniera finita dei volti. Bernini apprese dal collega spagnolo il modo di scavare nell'intimo nei personaggi, di entrare nella loro complessità psicologica. In definitiva condivido la conclusione cui giunge Montanari, che a lungo si è occupato di questi temi, quando osserva: 'E' indubbio che i ritratti di Velázquez assumono dopo Roma una vitalità, una capacità di fissare un momento preciso, una gamma cromatica e una sprezzatura che prima non conoscevano. Ma è altrettanto vero che quelli di Bernini acquistano in profondità psicologica, in rarefazione della materia e in sobrietà. La cosa certa è che lo scambio è avvenuto, ed è probabile che il saldo vada fissato in parità". (Comunicato stampa Studio Esseci)




August Patek (1874-1958) - C.k. priv., Továrny na koberce a látky nábytkové, Filip Haas a synové, 1900 - Litografia a colori cm.113x83 Ferdinand Andri - XXVI. Ausstellung Secession - Litografia a colori su carta cm.96x63 1906 Progetto Marie Krivánková - esecuzione Pavel Vávra - Collana, dopo il 1910, Praga - Oro, granati boemi, madreperla, lunghezza 35cm Il Liberty e la rivoluzione europea delle arti
Dal Museo delle Arti Decorative di Praga


termina lo 07 gennaio 2018
Scuderie e Castello di Miramare - Trieste

L'ultimo degli stili universali in Occidente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, porta l'arte nella vita e la vita nell'arte influenzando ogni forma creativa anche nella quotidianità. Dal Museo di arti decorative di Praga, per la prima volta in Italia, una selezione di 200 opere delle collezioni riporta ai tempi e ai gusti della Belle Époque in Europa. Tra i capolavori di Alphonse Mucha in mostra a Trieste, anche 7 metri di decorazione del padiglione della Bosnia-Erzegovina per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900. Il Liberty (in ceco: Secese), l'ultimo degli stili universali ad avere interessato l'Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segnando con i suoi tipici elementi figurativi l'architettura, la pittura, la scultura ma anche il mondo multiforme delle arti decorative, ebbe a Praga e in Boemia uno dei suoi centri di sviluppo più significativi e originali.

Sarà Trieste, città mitteleuropea per eccellenza, a presentare per la prima volta in Italia alcune delle più affascinanti realizzazioni del Liberty (o Art Nouveau) ceco ed europeo, grazie all'eccezionale collaborazione con l'UPM di Praga, Museo delle Arti Decorative tra i più rilevanti nel panorama internazionale. Istituito nel 1885 e chiuso dal 2014 per lavori di ristrutturazione della storica sede, il museo praghese - che riaprirà al pubblico a gennaio 2018 con le sue oltre 200.000 opere e una biblioteca di 172.000 volumi - ha prestato infatti alla città giuliana una selezione di oltre 200 tra le più significative opere delle sue raccolte, esposte in una mostra di grande fascino nelle sedi, tra loro contigue, delle Scuderie, nuovamente aperte, e del Museo storico del Castello di Miramare, in un progetto di valorizzazione e fruizione di questo straordinario complesso monumentale.

Promossa dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia, dal Museo storico e parco del Castello di Miramare e dal Museo delle Arti Decorative di Praga, prodotta e organizzata da Civita Tre Venezie e Villaggio Globale International, la mostra farà dunque rivivere l'avvento del "modernismo" e gli anni cruciali della rivoluzione e dell'emancipazione delle arti in risposta alla sollecitazione dell'età moderna e alle mutate esigenze estetiche e spirituali. Pur con la sua doppia anima fatta di tradizione e di innovazione, la sua eterogeneità e la varietà di scenari ideologici che questo stile ebbe nelle diverse culture europee, il Liberty o Art Nouveau fu un fenomeno culturale che investì tutta l'Europa e coinvolse tutte le arti nel segno del rinnovamento e della ribellione alla stagnante e sterile figurazione artistica. Con una convinzione comune - che arte e vita dovevano essere intrecciate e con una forte carica etica e l'impegno a trasformare l'ambiente di vita e le condizioni sociali.

Il concetto di "vita" ebbe un ruolo centrale nelle teorie estetiche in vigore al volgere del secolo, fondate su consapevolezza che potremo definire quasi olistica. "Lo stile è tutto ciò che rispecchia e accentua la connessione della vita... E' l‘intenso desiderio di un'unità spirituale della vita e del mondo, un'incarnazione dell'affinità e unità cosmica". Di qui l'attenzione per la natura come fonte di bellezza artistica, una visione organica dell'esistenza e dell'arte concepita nella sua interezza, senza distinzioni, e l'interesse di tanti esponenti dell'Art Nouveau per le scienze naturali e spirituali. Istanze sociali e istanze artistiche s'intrecciavano laddove l'obiettivo era la rigenerazione della vita e il cambiamento della gerarchia dei valori.

Le arti applicate ebbero un ruolo centrale in questa visione: fu in questo campo infatti che il movimento dell'Art Nouveau o Liberty si fuse maggiormente con la generalizzata modernizzazione della società divenendo una componente importante del processo di trasformazione: elemento chiave nella riforma della vita quotidiana. Dalle pitture alle litografie, dai manifesti ai gioielli, dagli stupefacenti vetri alle ceramiche, dai mobili ai tessuti, dall'abbigliamento e dalla biancheria agli oggetti da tavola la mostra di Trieste - curata da Radim Vondracek, Iva Knobloch, Lucie Vlckova con la direzione di Helena Koenigsmarkova (Direttore del Museo delle Arti Decorative di Praga) e di Rossella Fabiani storico dell'arte, rievoca il mondo della Belle Époque e di una borghesia che fa i conti con il progresso.

Un progresso che rincorre - l'emancipazione femminile, i trasporti, le comunicazioni, la corrente elettrica - ma dal quale vuole difendersi, combattendo l'eccesso di industrializzazione e la cultura meccanizzata di massa, con il ritorno all'industria artistica e a un artigianato di pregio. Accanto a capolavori d'arte decorativa presentati all'Esposizione Universale di Parigi del 1900 - momento decisivo nella diffusione di questo stile e punto d'arrivo del Liberty cosiddetto organico - saranno esposte opere influenzate dalle diverse correnti di pensiero sviluppatesi all'epoca. Accanto ad artisti del calibro di Jan Preisle e Alphonse Mucha, uno dei più importanti e rappresentativi protagonisti dell'Art Nouveau in Europa di cui la mostra presenta ben 12 opere, saranno esposti a Trieste esempi delle innovazioni grafiche del viennese Gustav Klimt e di Koloman Moser.

Quindi le firme nei gioielli di Emanuel Novák, Josef Ladislav Nemec e Franta Any'z; le celebri vetrerie boeme e le creazioni di Adolf Beckert e Karl Massanetz, pioniere della decorazione a freddo dei vetri; i grandi nomi di Jan Kotera, Josef Hoffmann e Leopold Bauer, allievi della Wiener Akademie e di Otto Wagner, soprattutto per gli arredi, come pure dell'architetto Pavel Janák esponente principale dell'associazione praghese Artel. Davvero impressionante di Mucha l'esposizione di una parte consistente (L'epoca romana e l'arrivo degli slavi) della decorazione realizzata per la sala principale del padiglione della Bosnia-Erzegovina all'Esposizione Universale di Parigi del 1900: un acquarello e colore stemperato su tela di quasi 7 metri di lunghezza per 3 e mezzo di altezza che ci immerge nell'epopea slava.

Coinvolgente poi la possibilità di vedere ricreati, grazie all'allestimento scenografico affidato a Pierluigi Celli e agli eccezionali prestiti, ambienti in stile Art Nouveau unificato - dai mobili alle decorazioni per tessuti, agli accessori, agli oggetti funzionali - secondo quel concetto di arte globale che aveva coinvolto gli sforzi creativi in diversi settori interessando sia la classe media che il ceto alto, soprattutto l'intellighenzia urbana in piccole e grandi città. Si cercava la bellezza e l'equilibrio, si puntava all'arte nella vita: un'arte emancipata e integrata che in Boemia porterà a percorrere le nuove strade del cubismo. Si era fiduciosi nel futuro e ottimisti di fronte al progresso e a una pace diffusa.

Ma era un fragile equilibrio che si sarebbe spezzato di lì a poco. I Nazionalismi mai sopiti avrebbero aperto le porte dell'intolleranza; l'affare Dreyfus in Francia, cui seguì l'analogo caso Hilsner nel contesto boemo, evidenziò in quale misura la società fosse accessibile all'intolleranza nella veste dell'antisemitismo. "Dopo la crisi del 1908 in Bosnia e Erzegovina, vennero alla luce pericolose contraddizioni sociali, ideologiche e geopolitiche. Le guerre balcaniche scoppiate nel 1912 furono già una diretta avvisaglia del tragico epilogo della Belle Époque: uno splendido sogno finito, come dice Stefan Zweig, nel «massimo crimine del nostro tempo», quella sanguinosa conclusione che fu la Prima guerra mondiale". Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori. (Comunicato Civita Tre Venezie)




David Aaron Angeli - Centauro - cera, ferro, corten, cm.35x8x26 2017 David Aaron Angeli: Europa
termina a metà ottobre 2017
Cellar Contemporary - Trento

«Zeus, vedendo in un prato Europa, la figlia di Fenice, che insieme a delle ninfe coglieva fiori, se ne invaghì, e là giunto si trasformò in un toro che dalle narici spirava croco; avendo in tal modo ingannato Europa, la prese sul suo dorso, e, portatala fino a Creta, si unì a lei.» (Esiodo, Frammenti)

Nel lavoro di David Aaron Angeli svolgono un ruolo chiave i simboli culturali dei modelli di società ancestrali: attraverso il linguaggio del disegno e della scultura, l'artista rievoca racconti lontani intrisi di figure ed elementi naturalistici. I disegni su carta e le sculture in cera presenti in mostra, in particolare, a partire da intermittenti suggestioni legate alla contemporaneità, ri-compongono l'episodio iniziale del mito di Europa percorrendo le tematiche del viaggio, della scoperta e della ciclicità della vita.

David Aaron Angeli (Santiago - Cile, 1982) studia Oreficeria all'Istituto d'Arte Vittoria di Trento, e nel 2006 consegue il diploma presso l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. La sua ricerca è espressa dal disegno su carta e dalla scultura. Carte disegnate a tecnica mista e ritagliate danno vita a grandi installazioni a parete o si presentano in forma di quadri; la cera d'api è la materia prima della scultura, talvolta dipinta a olio o con inchiostri a china e accostata ad altri materiali come legno, metallo, vetro, carte. (Comunicato stampa)




Irene Zundel
Oltre il velo dell'apparenza


termina lo 06 agosto 2017
Centro Culturale Don Orione Artigianelli - Venezia

Per il suo debutto in Europa, l'artista messicana Irene Zundel ha scelto il palcoscenico veneziano, nei mesi della 57esima Biennale. Dopo la "prima" veneziana promossa dall'Agenzia Must Wanted Group, la mostra sarà in diverse sedi americane. Al pubblico veneziano, la Zundel propone l'emozione di immergersi in una "nuvola" composta da mezzo milione di fili, ciascuno teso da un piccolo peso. Il visitatore, muovendosi, godrà - essendone egli stesso autore - di continue nuove prospettive, in un microcosmo di colori dove è reale ciò che è irreale e l'irreale è assolutamente reale. A seconda della prospettiva che si va a creare e a seconda dell'approccio e della visione dello spettatore-attore.

All'astrazione, Zundel è giunta solo nella più recente delle sue fasi creative, dopo le esperienze nel mondo del design e il fondamentale sodalizio con Enrique Jally, maestro che l'ha avvicinata alla scultura nelle sue forme classiche. Acquisite "le ali per volare", Zundel ha avvertito l'urgenza di superare, meglio destrutturare, le forme arrotondate dell'arte, per condurle alla purezza della geometria. Partendo dal triangolo, elemento per le perfetto, ricomponendolo all'infinito e trasfondendogli i colori del suo Messico. "Ho scoperto che tutto si può fare con la geometria. Anche rappresentare se stessi. Tutti i pezzi più recenti - riconosce l'artista - sono miei ritratti. Parlano di me, del come mi sento oggi, rivelano il mio animo. Rappresentano un momento della mia vita felicemente armonico".

Nei lavori di Irene Zundel si riverbera l'eco degli artisti che lei ha avvertito più vicini. Da Escher ai maestri centro e nord americani dell'arte cinetica. "La mia ispirazione viene anche dal guardare, vedere, interagire con quello che ho visto e metabolizzato, oltre che da quello che vedo e che sogno". Con in più l'urgenza della luce e del colore che l'ha portata a misurarsi con materiali per lei inusuali come il plexiglass e con il poliuretano. In una continua sperimentazione, alla ricerca di forme e materie che, nelle sue mani, riverberino riflessi, luce, colori e profondità. Alla ricerca di "media" fisici per dar corpo il suo mondo interno, che oggi è straripante di colori, emozioni e visioni. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Fotografia - Nuovi Linguaggi

Giulia Albertini, Barbara Bellocchio, Antonio Ciaccio, Osanna Davi, Samira Mosca, Emily Pederzani, Giorgia Pruneri, Silvia Quadrini, Ylenia Roveri, Lamberto Sassoli, Francesca Simonetti, Eugenia Spena, Serena Triggiani, Camilla Viadana, Collettivo biennio (Silvia Barocco, Francesca Colucci, Matteo Gilli, Simone Pangrazzi, Ilario Piatti, Sunita Sassudelli, Wu Yi)


termina il 31 luglio 2017
Alba Area Gallery Spazio LABA - Brescia

La mostra, a cura di Lucrezia Di Carne, presenta le opere realizzate dagli studenti dell'Accademia LABA del dipartimento di fotografia triennio e biennio. I progetti realizzati derivano da una ricerca approfondita che tocca i molteplici aspetti della società contemporanea, intesi come interazione con lo spazio, aspetti antropologici e relazionali dell'essere umano e lo sviluppo tecnologico. Nella prima sala troviamo i due progetti di Osanna Davi e Camilla Viadana che parlano di vita privata, considerando la fotografia come un'azione che altera la realtà e raccontando un passato strettamente intimo. Antonio Ciaccio utilizza una tecnologia avanzata per esteriorizzare lo spazio-mente dell'osservatore, Silvia Quadrini lavora sul ricordo di un luogo attraverso il selfie e infine Serena Triggiani propone uno studio sull'elemento essenziale della fotografia: la luce.

Nello spazio successivo si presentano lavori di reportage; Francesca Simonetti ha sviluppato una ricerca realizzata in India catturando gli sguardi della popolazione e Giorgia Pruneri attraverso un progetto introspettivo in relazione alla quotidianità dell'uomo. Successivamente Barbara Bellocchio e Eugenia Spena reinterpretano visivamente il concetto di società liquida teorizzato da Zygmunt Bauman. Una parete e` dedicata al lavoro di Samira Mosca, che indaga il rapporto tra corpo e spazio attraverso il movimento nella danza classica. Una sala e` dedicata alla fotografia di architettura e industriale dove i progetti di Giulia Albertini, Emily Pederzani, Ylenia Roveri, Lamberto Sassoli, si caricano della responsabilità di andare oltre il gesto tecnico e la funzione estetica. Il video del Collettivo biennio e` stato realizzato su commissione dell'Unione Industriale Bresciani per l'evento "La Fabbrica in Fiera". (Comunicato stampa)




Picasso - Woman's head with crown of flowers Picasso - Woman Lamp Picasso - Face Pablo Picasso.
La materia e il segno. Ceramica, grafica


termina il 27 agosto 2017
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)
www.palazzodellacorgna.it

Omaggio a Pablo Picasso nell'anno in cui si ricordano i 100 anni dal suo viaggio in Italia. Era il 1917 quando l'artista spagnolo venne nel belpaese in compagnia dello sceneggiatore e drammaturgo Jean Cocteau alla ricerca di ispirazioni creative. La mostra è rappresentativa della creatività del più grande e influente artista del '900, che si è cimentato, nel corso della sua lunga e intensa esistenza, in tutti i generi artistici conosciuti: pittura, incisione, disegno e ceramica. L'esposizione permette di ammirare le tre celebri serie di incisioni e acqueforti, Le Cocu Magnifique, Carmen e Balzac en bas de casse et Picassos sans majuscule, e di un corpo unico di ben 29 ceramiche. Un totale di oltre 90 opere in cui il segno di Picasso è più che mai evidente e riconoscibile.

La selezione di opere consente l'approccio a una particolare modalità espressiva dell'artista spagnolo. Il valore di questa esposizione consiste nell'intensità eloquente dei manufatti, realizzati per lo più in un periodo storico particolarmente significativo, segnato dalla fine della seconda guerra mondiale. Picasso sperimenta temi e stili, trasformando forme tradizionali in forme uniche, in particolare nella ceramica, dove l'oggetto quotidiano diventa espressivo. Le ventinove ceramiche esposte, realizzate tra il 1947 e la fine degli anni '60, provengono da raccolte e collezioni private: brocche, vasi antropomorfi, piatti decorati, graffiti e modellati.

La caratteristica di questa produzione è l'originale trasformazione delle forme in particolari plastici figurativi, esaltati dalla policromia del segno pittorico, con un'attenzione al piccolo dettaglio per cogliere l'essenza del rappresentato. Tra i temi iconografici prescelti compaiono gufi, pesci, tori, picadores, corride, uccelli, figure femminili, volti di fauni, realizzati con segni intensi e soluzioni antropomorfe e zoomorfe inimmaginabili. "Dovreste fare della ceramica. E' magnifico!", dichiarò lo stesso Picasso in una conversazione pubblicata sulla rivista "Quadrum" (Bruxelles, 1956). Nelle scelte iconografiche e formali per la realizzazione delle ceramiche l'artista coniuga il linguaggio contemporaneo, ispirato ai grandi temi dell'arte del Novecento, con la storia millenaria dell'arte della ceramica.

Nelle tre serie di incisioni e acqueforti Pablo Picasso illustra nello specifico: la novella Carmen (1949), una serie di ritratti di Honoré de Balzac, padre del Realismo nella letteratura europea (1957) e il pezzo teatrale Le Cocu Magnifique di Fernand Crommelynck di Prosper Mérimée (1968). Raffigura con ammirevole stilizzazione visi di donna e di uomo, costumi andalusiani, teste di toro e figure mitologiche, prendendo ispirazione anche dalle proprie conoscenze mitologiche, tra le quali primeggia la figura immancabile del Minotauro. Scriveva Pablo Picasso sui diversi procedimenti d'incisione: "Il più nobile, il più ricco è senza dubbio l'acquaforte. (...) Quindi bisognava arricchire la litografia con la tecnica dell'acquaforte. Mi sembra di esserci riuscito". Il primo contatto di Picasso con l'incisione avvenne a Barcellona, determinato dal pittore catalano Ricardo Canals, che lo sfidò in una gara nell'incisione all'acido su lastra di rame. Si era proprio agli albori del 1900 e il giovane Pablo Picasso era ancora alla ricerca della sua identità artistica.

Tuttavia, questo primo approccio sarà presago di un'attività molto intensa nel campo dell'incisione. Picasso sente che tramite l'incisione si riappropria dell'antica condizione dell'alchimista, ossia nella libertà di trasformare chimicamente e meccanicamente il segno grafico. Niente di meglio per un temperamento sopra le righe come il suo. L'ultima opera incisoria realizzata da Picasso a Parigi sono le trentotto incisioni a bulino (una tecnica meno frequentata dall'artista) della novella di Prosper Mérimée Carmen del 1845, divenuta famosa per essere stata trasposta in musica da Bizet nel 1875. Quando l'artista si trasferisce sulla Costa Azzurra negli anni Cinquanta, il nuovo ambiente gli farà trovare la concentrazione giusta per dar vita a una serie incredibile di opere incise e per sperimentare ancora nuove tecniche in questo genere artistico. Alla fine del 1952 realizza undici litografie con ritratti diversificati di Honoré de Balzac commissionategli da Fernand Mourlot. Una di esse viene utilizzata come frontespizio per una edizione di Le Pére Goroit di Balzac.

Nel 1957 otto di queste litografie saranno pubblicate da Michel Leiris in Balzacs en bas de casse. Nel 1968 Picasso incide dodici tavole all'acquaforte e acquatinta per illustrare la commedia scritta nel 1920 da Fernand Crommelynck Le Cocu Magnifique. Farce en trois actes, che racconta le conseguenze del sentimento tragico della gelosia. Un desiderio sopito da molto tempo porta l'artista a omaggiare Fernand con questa serie insieme al figlio dell'autore, lo stampatore Aldo Crommelynck, con il quale lo pubblica due anni dopo in forma di suite. Si tratta di un nucleo estremamente rappresentativo del repertorio figurativo picassiano, capace di rendere con arguzia lo spirito farsesco dell'opera teatrale. (Mariastella Margozzi, storica dell'arte, dal testo critico del catalogo)

"La tematica legata alla produzione ceramica di Picasso è stata oggetto negli anni di tanti studi, considerata la copiosa produzione di oltre 4000 manufatti, parte in produzione e parte pezzi unici. Non si può propriamente definire un colpo di fulmine l'incontro di Picasso con la materia fittile. Certo ci fu quella visita inaspettata nell'estate del 1946 a Vallauris, durante il suo soggiorno in Costa Azzurra, dove riprese un fare che aveva già sperimentato quando nel 1894 dipinse a Malaga diversi piatti in chiave popolare, guardando gli esempi degli artisti dell'epoca. A Vallauris, antico centro di produzione ceramica della Francia Meridionale, Picasso ebbe la fortuna di incontrare persone speciali, i coniugi Ramié (Suzanne Douly e Georges Ramié), e una manifattura attiva dal 1938, la Madoura, con produzione popolare in terra rossa locale, in grado di assecondare l'estro creativo e la curiosità del vulcanico artista.

Un fauno e due tori furono le prime tre sculture di piccole dimensioni che, con fare innato e casuale, Picasso modellò già nella sua prima visita. L'incontro con la madre terra significò per l'artista tornare ai primordi, leggere la storia delle civiltà, come testimonia nel 1948 il suo mercante Daniel-Henry Kahnweiler. La gioia e la felicità si trasformarono in fascino ed entusiasmo nell'utilizzare la materia, dipingerla, modellarla, nelle sue superfici curve, quasi che l'immagine tendesse a scappare dalla rappresentazione assecondando la curvatura della superficie. Picasso con il tempo e la creatività che lo connota, investigò la possibilità di questo nuovo linguaggio, integrando ed alternando forma e decorazione, utilizzando la qualità scultorea della terra unita al dato pittorico per creare effetti quasi illusionistici (per cui la sagoma del vaso asseconda la silhouette della figura femminile, la foggiatura del vaso riprende le sagome di bestiari immaginari, il piatto diviene ritratto di fauni e di figure mitologiche, etc.).

Picasso non si accontentò delle forme tradizionali dei Ramié: ne creò di nuove, con assemblaggi e reinvenzioni, come i "vasi strutturali", che non guardavano più al dato funzionale, ma diventavano vera e propria scultura. Picasso giunse in quel momento particolare del suo percorso alla ceramica come ad un approdo ad una nuova poetica che la terra, sola, poteva fornirgli in quel periodo e in quella situazione storico-artistica: libertà d'espressione, ritorno alle origini, omaggio alla storia e all'eternità dell'arte, in sintesi nuova sperimentazione che giunge a lambire la sfera scultorea". (Claudia Casali, direttrice del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, dal testo critico del catalogo)

Pablo Ruiz Picasso (1881-1973) figlio di un professore della Scuola delle Arti e dei Mestieri e conservatore del museo della città, già in tenera età rivela una precoce inclinazione per il disegno e la pittura. Nel 1891 la famiglia si trasferisce a La Coruna, dove il padre insegna disegno nel locale Istituto d'Arte frequentato anche da Pablo. La pittura e l'edizione di riviste prodotte in un unico esemplare sono i passatempi del giovane che, nel 1895, entra all'Accademia di Belle Arti di Barcellona, superando la prova di ammissione con disegni eseguiti in un solo giorno rispetto al mese concesso dalla commissione. Dopo aver vinto un concorso dell'Accademia Reale di Madrid, Pablo Picasso si trasferisce nella capitale, ma la scarlattina lo riporta in famiglia a Barcellona dove frequenta ritrovi di artisti, politicanti, poeti e vagabondi.

In questo periodo dipinge soprattutto figure tristi e tragiche firmando le sue opere P. Ruiz. Successivamente, per distinguersi dal padre, aggiunge il cognome della madre "Picasso", decidendo intorno ai vent'anni di firmarsi semplicemente Picasso. Nel febbraio del 1900, interpretando il ruolo dell'artista maledetto, Pablo Picasso organizza a Barcellona una mostra che, nonostante le riserve dei conservatori, ha successo vendendo molte opere e trasformando il giovane pittore in un personaggio odiato e amato. E' il Picasso del "periodo blu". Dal 1904 si stabilisce pressoché definitivamente a Parigi. Il soggetto della sua pittura, dai saltimbanchi e dal circo del "periodo rosa", ai toni bronzei del soggiorno di Gósol, a Le demoiselles d'Avignon si formalizza con la nascita ufficiale del cubismo nel 1908.

Negli anni successivi si collocano la sua definitiva affermazione, il ricco contratto con il mercante Kahnweiler, la storia d'amore con Marcelle Humbert, il viaggio in Italia e il matrimonio con Olga Koklova, la nascita del primo figlio Paulo, il legame con Marie Thérèse Walter dalla quale ha una figlia, Maya. Guernica, che denuncia gli orrori della guerra, è del 1937. Durante la guerra soggiorna a Parigi e dopo la Liberazione si trasferisce in Costa Azzurra con Dora Maar. Dalla relazione con Françoise Gillot nascono Claude e Paloma. Per circa 20 anni, dal 1947, una parte importante della sua enorme produzione artistica è costituita dalle ceramiche che realizza a Vallauris, nell'atelier Madoura di Georges e Suzanne Ramié. Nella sua vastissima produzione artistica, frutto anche di una feconda longevità, ottiene esiti eccellenti anche nella scultura, nell'incisione e nella illustrazione grafica, in cui i temi dell'opera pittorica tornano e si ripetono nell'ossessione della continua ricerca. (Estratto da comunicato ufficio stampa Soc. Sistema Museo)




Opera di Anni Albers dalla mostra The Prints alla Galleria Carla Sozzani di Milano Anni Albers: The Prints
termina lo 03 settembre 2017
Galleria Carla Sozzani - Milano
www.galleriacarlasozzani.org

Mostra dedicata alle opere su carta di Anni Albers (1899-1994), una delle maggiori artiste tessili e grafiche del Novecento. In mostra sono esposte trentuno opere: litografie, incisioni, serigrafie, acquetinte, stampe su carta realizzate dal 1969 al 1978, accompagnate da fotografie d'archivio. Anni Albers si è formata in Germania al laboratorio tessile della scuola Bauhaus, che era allora uno dei pochi indirizzi di studio accessibili alle donne. Durante gli anni Venti ha esplorato le possibilità offerte dalle nuove tecniche sperimentali e ha creato un mondo definito da astrazione e linearità, dove i motivi geometrici si uniscono mano a mano ai colori. Continua la sua ricerca artistica negli Stati Uniti, dove emigra con il marito nel 1933, e nel 1949 è stata la prima artista tessile a riconsiderare l'arte tessile come forma d'arte e ad avere una mostra al MoMa di New York. Dal 1963 ha iniziato a esplorare varie tecniche come la stampa su seta, la litografia, l'acquatinta, l'incisione che le hanno permesso di approfondire la sua ricerca nell'astrazione.

Anni così scrive nel suo trattato fondamentale On weaving (sulla tessitura), pubblicato nel 1965: "La nostra tecnologia è sempre più complessa, il nostro modo di lavorare sempre più rapido. Ogni epoca sente nello stesso modo i risultati che raggiunge. E, guardando indietro, tutto quello che è accaduto prima sembra lento. Quanto sembreremo lenti anche noi domani?". La Albers negli anni Sessanta acquisisce quelle tecniche grafiche che le permettono di ottenere, attraverso la mediazione delle macchine e dei processi di stampa, effetti impossibili da raggiungere con la tessitura, la conquista di un nuovo regno espressivo.

"Più ci allontaniamo dalla tirannia dello strumento e delle macchine, più il nostro lavoro riesce a sfuggire al marchio di un tempo specifico e delimitato, senza invecchiare. Potrà superare le mode solo se incarna in sé qualità durevoli e insieme transitorie." Questa mostra è stata realizzata in collaborazione con il Musée des beaux-arts di Le Locle (Canton Neuchâtel, CH), la Alan Cristea Gallery (Londra, UK) e The Josef and Anni Albers Foundation (Bethany, Connecticut, Usa).

Anni Albers (Annelise Fleischmann, Berlino, 1899 - Orange, Connecticut, 1994) dopo aver studiato pittura dal 1916 al 1919 con Martin Branderburg, un pittore impressionista, e aver frequentato la scuola di arti applicate di Amburgo (1920), si iscrive alla scuola Bauhaus di Weimar nel 1922 dove, l'anno dopo, entra a far parte del laboratorio tessile. Nel 1925 sposa Josef Albers e si trasferisce col marito a Dessau, nuova sede della scuola Bauhaus tedesca. Nel 1927 segue le lezioni sul design che Paul Klee sviluppa appositamente per il laboratorio di tessitura, disegna tappezzerie murali e tende per il Theater Café Altes di Dessau e il sipario per il teatro di Oppeln in Polonia.

Nel 1930 riceve il diploma della scuola Bauhaus per la realizzazione del tessuto murale dell'auditorium di Bernau e l'anno seguente diventa la direttrice del laboratorio tessile della scuola Bauhaus a Weimar. Nel 1933, in seguito alla chiusura del Bauhaus, imposta dal regime nazista, i coniugi Albers decidono di trasferirsi negli Stati Uniti dove, accettando la proposta di insegnamento presso il Black Mountain College, in North Carolina. Anni Albers è nominata Professore Associato d'Arte e negli anni '40 comincia a realizzare tessiture di piccole dimensioni che poi monta su lino e incornicia. Nel 1949 si trasferisce col marito a New York, dove al Museum of Modern Art si tiene la mostra Anni Albers Textiles, la prima retrospettiva dedicata al lavoro di un artista tessile mai organizzata da un museo.

Nel 1963 comincia a dedicarsi alla litografia e a partire dal 1970 decide di impegnarsi esclusivamente nelle arti grafiche. Numerosi i viaggi dei coniugi in Messico dove gli antichi tessuti precolombiani scoperti nelle Ande diventano un importante motivo di ispirazione e costituiscono la base di una eccezionale collezione di arte precolombiana. Anni pubblica nel 1965 il fondamentale saggio sull'arte tessile On Weaving. Nel 1990 riceve la laurea ad honorem dal Royal College of Art, Londra, e dalla Rhode Island School of Design, Providence. Il suo lavoro è conosciuto in tutto il mondo, spesso esposto con il lavoro del marito, Josef Albers. In Italia, la prima retrospettiva europea dedicata ad Anni Albers è stata presentata nel 1999 alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

La Fondazione Sozzani è un'istituzione culturale fondata da Carla Sozzani nel 2016 dedicata a valorizzare, promuovere e sviluppare la conoscenza e lo studio della fotografia, delle arti maggiori, delle arti applicate e della ricerca del gusto. In collaborazione con enti pubblici e privati, la Fondazione Sozzani prosegue il percorso della Galleria Carla Sozzani che dal 1990 ha presentato a Milano più di 240 mostre di fotografia, arte e design, consapevole del valore essenziale che le arti giocano nella nostra vita. (Comunicato stampa)




Galleria Nazionale di Cosenza - sala Luca Giordano Crotone- Museo Archeologico - Statuina femminile La Cattolica - Stilo - ingresso Polo Museale della Calabria
Musei, monumenti e aree archeologiche


Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, con l'assegnazione di nuove Sedi è presente sull'intero territorio regionale con ancora maggiore incisività. Musei, monumenti e aree archeologiche di notevole interesse ne costituiscono un valore assoluto con enormi potenzialità capaci di assegnare alla Calabria un ruolo di primo piano nell'arte, nella cultura e nel turismo. Alcune peculiarità:

- Chiesa di San Francesco d'Assisi - Gerace (Reggio Calabria). Già dei Frati Minori (fondazione 1252).

- Galleria Nazionale di Cosenza. Tanti i capolavori custoditi. La sezione Acquisizioni con le opere, fra gli altri, di Pietro Negroni, Marco Cardisco, Mattia Preti, Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano; i dipinti della collezione di Banca Carime, avuta in comodato; la sezione Umberto Boccioni che espone una straordinaria raccolta grafica del maestro futurista, nonché la sezione, di recente istituzione, dedicata all'arte contemporanea.

- La Cattolica - Stilo (Reggio Calabria). Costruita dai monaci orientali, che nei secoli X e XI vivevano in agglomerati di grotte naturali.

- Le Castella - Isola Capo Rizzuto (Crotone). La torre cilindrica, di chiara derivazione angioina, svetta centralmente all'interno della fortezza di Le Castella e ne testimonia l'impianto originario che dovrebbe risalire al XIV secolo.

- Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia. Di particolar pregio le terracotte (VI-V sec. a. C.), alcuni bronzi e la preziosa laminetta aurea, con testo orfico, rinvenuta in una vasta necropoli che interessa una vasta area della città moderna.

- Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Propone un percorso espositivo, articolato su due piani, in ampie sale open-space.

- Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide - Cassano all'Ionio (Cosenza). Raccoglie testimonianze materiali provenienti dal territorio della Sibaritide. Comprende cinque sale espositive, organizzate in aree tematiche.

- Museo Archeologico e Parco Archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria). Il Museo dell'antica Kaulon accoglie un considerevole numero di manufatti che illustrano la vita e la storia di questo straordinario lembo di Calabria.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone). Sul promontorio di Capo Colonna sorgeva uno dei principali santuari della Magna Grecia, dedicato alla grande dea Hera Lacinia, famoso nell'antichità.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri - Locri (Reggio Calabria). Permette di scoprire uno scorcio della vita pubblica, privata e religiosa del centro di Locri in età greca e romana.

- Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium - Roccelletta di Borgia (Catanzaro). Illustra i vari aspetti che vedono la città romana di Minervia Scolacium svilupparsi tra I secolo a.C. e VII secolo d.C..

- Museo Statale di Mileto - Mileto (Vibo Valentia). Espone un cospicuo e rilevante patrimonio di opere d'arte che abbraccia un arco temporale compreso fra l'età tardo imperiale e l'Ottocento.

- Museo Archeologico Nazionale di Amendolara - Amendolara (Cosenza). Custodisce reperti connessi alla storia del territorio: dall'Età del Bronzo Finale e dell'Età del ferro (XII-VIII sec. a.C.).

- Museo Archeologico Lametino - Lamezia Terme (Catanzaro). Articolato in tre sezioni, Preistorica, Classica e Medievale, la selezione dei reperti esposti evidenzia il livello culturale delle prime comunità, tra le più antiche della Calabria.

- Museo Archeologico di Metauros - Gioia Tauro (Reggio Calabria). Le sale museali attestano la continuità di vita nel territorio dall'età protostorica fino ad età medievale.

- Museo e Parco Archeologico "Archeoderi" - Bova Marina (Reggio Calabria). Dà conto di un ricco patrimonio storico-archeologico da aree di abitato, di necropoli e di siti fortificati a controllo del territorio, inquadrabile in un ampio arco cronologico compreso tra l'età neolitica ed il VI secolo d.C. e si caratterizza per la presenza di testimonianze ebraiche; ad oggi è l'unico Parco calabrese con resti riconducibili a tale civiltà. (Estratto da comunicato stampa)




Labirinti del cuore
Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma


termina il 17 settembre 2017
Palazzo Venezia e Castel SantAngelo - Roma

Mostra costruita intorno ad un capolavoro di Giorgione, I due amici, un doppio ritratto ormai da tempo considerato da gran parte della critica come uno dei capisaldi del maestro di Castelfranco, ma ancora poco noto rispetto alla sua straordinaria rilevanza, come punto di svolta epocale nella ritrattistica italiana del primo Cinquecento. Rispetto ai precedenti, non solo veneti, si contraddistingue infatti per uninedita sintesi di elementi che ne fanno l'archetipo di una nuova idea del ritratto, che intende sottolineare lo stato d'animo e l'espressione dei sentimenti d'amore. L'opera appare strettamente legata ad un particolare clima culturale, quello della gioventù patrizia lagunare nel momento edonistico di massima espansione politica, alla vigilia del radicale ridimensionamento a cui sarà costretta la Serenissima.

Il doppio ritratto di Giorgione conservato nelle collezioni di Palazzo Venezia, ma attestato a Roma fin dall'inizio del Seicento, a testimonianza dei fili storici che legano la figura di Giorgione a Roma, nel quadro di una rete, ben pi ampia, dei rapporti intercorsi tra Venezia e la Città eterna, che ebbero il loro palcoscenico privilegiato proprio nel Palazzo di Venezia, come si dovrebbe più propriamente definire quella che era la prima dimora romana di un accertato collezionista, e con ogni probabilità anche committente, del pittore di Castelfranco: ossia il cardinale Domenico Grimani, con papa Paolo II Barbo uno dei personaggi chiave dei rapporti politici, diplomatici e culturali tra i due stati tra la fine del Quattrocento e i primi due decenni del Cinquecento. Ed proprio nell'Appartamento Barbo che si sviluppa la prima sezione della mostra, dedicata a quelle vicende storiche e alla straordinaria novità de I due amici di Giorgione nelle vicende artistiche del primo 500.

La mostra prosegue a Castel Sant'Angelo, dove allestita la seconda sezione, con altre opere provenienti da importanti musei del mondo, di grandi maestri del Cinquecento tra cui Tiziano, Tintoretto, Romanino, Moretto, Ludovico Carracci, Bronzino, Barocci e Bernardino Licinio. Opere che conducono il visitatore in quei labirinti esistenziali che ogni uomo porta in sè e che si riflette anche nell'esperienza amorosa, tra innamoramento e approdo matrimoniale, tra abbandono e nostalgia. La mostra curata da Enrico Maria Dal Pozzolo, fra i massimi specialisti di pittura veneta fra l'età rinascimentale e barocca, con la collaborazione di un prestigioso comitato scientifico composto da Lina Bolzoni, Miguel Falomir, Silvia Gazzola, Augusto Gentili e Ottavia Niccoli. Il percorso espositivo comprende complessivamente 45 dipinti, 27 sculture, 36 libri a stampa e manoscritti, oltre a numerosi altri oggetti, stampe e disegni. (Estratto da comunicato ufficio stampa Civita)




Serpotta e il suo tempo
termina lo 01 ottobre 2017
Oratorio dei Bianchi - Palermo

Oltre 100 opere tra dipinti, marmi, stucchi, oreficerie, avori, coralli, disegni, stampe e testi antichi raccontano, per la prima volta in una grande esposizione, uno dei momenti più affascinanti e significativi della cultura figurativa a Palermo: lo straordinario connubio tra le arti e l'interazione tra le raffinate maestranze nella capitale siciliana tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento. Alla mostra verrà collegato un percorso di visita dei più importanti oratori serpottiani della città. Curata da Vincenzo Abbate, insigne studioso del collezionismo artistico palermitano, per molti anni direttore della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, la mostra è una ulteriore tappa dellimpegno della Fondazione Terzo Pilastro Italia e Mediterraneo per la valorizzazione della cultura siciliana e delle sue espressioni artistiche più alte.

Giacomo Serpotta contribuì non solo a rivoluzionare l'arte dello stucco, facendolo assurgere alla dignità stessa del marmo, ma a dare elegante veste decorativa a chiese e oratori grazie anche alla sensibilità ed alla disponibilità economica di importanti ordini religiosi e di facoltose confraternite e compagnie. Ma fu l'architetto Giacomo Amato la mente coordinatrice di quella felice stagione artistica palermitana, tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, da cui scaturì una produzione raffinata e di altissimo livello qualitativo spesso a destinazione e su committenza viceregia, oltre che nobiliare ed ecclesiastica che contribuì ad aprire ulteriormente verso l'Europa la capitale del Viceregno di Sicilia.

Giacomo Amato, orientato in direzione di un classicismo barocco nella sua opera architettonica, ma essenzialmente eclettico in altre attività che lo vedono estroso ideatore di raffinati oggetti d'arte decorativa e applicata. Nella ristretta cerchia dei suoi diretti collaboratori troviamo gli interpreti preferiti e congeniali delle sue invenzioni: valenti disegnatori come Antonino Grano o Pietro Dell'Aquila, abili stuccatori coordinati dalla personalità eminente di Giacomo Serpotta, scelte maestranze di orafi, corallari, ebanisti, intagliatori.

Il percorso della mostra, al piano terra dell'Oratorio dei Bianchi, interamente dedicato a Serpotta e vi si possono ammirare a distanza ravvicinata gli stucchi provenienti dalla Chiesa delle Stimmate, staccati prima della distruzione di fine Ottocento per far posto al Teatro Massimo. I disegni e i bozzetti esposti consentono di entrare nel vivo del procedimento di quella tecnica povera che il grande plasticatore palermitano seppe portare ai più alti livelli dell'arte. Al primo piano troviamo sezioni tematiche strettamente correlate ma non standardizzate, in modo tale che le opere possano dialogare fra di loro.

Molti dipinti che provengono da edifici religiosi sono messi a confronto con le grandi architetture esemplificate in mostra dagli splendidi disegni preparatori di Giacomo Amato, di cui evidenziano il vero portato innovativo, ossia il superamento della cultura barocca degli anni Sessanta-Settanta del secolo verso una svolta in direzione classicista di matrice strettamente romana, grazie anche al suo soggiorno nella città pontificia prolungatosi sino al 1684. Gli straordinari oggetti preziosi nella ricca sezione delle arti decorative, a destinazione privata o di arredo liturgico, mettono invece in risalto il ruolo fondamentale di un settore trainante delleconomia di Palermo capitale del viceregno di Sicilia, quello della produzione suntuaria, della grande committenza ecclesiastica e nobiliare, della valenza e della eccelsa manualit delle maestranze cittadine nella realizzazione di argenti, mobili, ricami e suppellettili varie. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Pao - Batman vs Penguin - serigrafia tecnica mista cm.100x70 2017 Keith Haring - Senza titolo - litografia su carta cm.34x47 1983 Icons. Ultime tendenze NeoPop
termina il 29 luglio 2017
Deodato Arte - Milano
www.deodato.com

Ampia panoramica sull'arte Pop, dagli anni Settanta ad oggi. Le oltre trenta opere in mostra illustrano la peculiarità del NeoPop di veicolare contenuti legati al sociale, all'etica, all'allegoria e alla sottile analisi e critica della società contemporanea, trasformando questi messaggi in icone di forte impatto emozionale.

Christian Gangitano, curatore della mostra, afferma: "(...) Attraverso tecniche vicine al marketing e alla comunicazione, l'artista oggi diventa 'griffe'. La Pop Art della prima ondata storica, di matrice prima europea e poi statunitense, è connotata come un'arte accessibile solo dal punto di vista iconografico ma non ancora completamente dal lato del collezionismo d'arte e della sua diffusione planetaria. L'arte Pop di oggi, divenuta NeoPop grazie alle nuove generazioni di artisti e nelle sue varie forme diventa accessibile, di vasta diffusione e più comprensibile, essendo legata a linguaggi e media-mix sempre più trasversali che vanno dalla street art, al web 2.0, al marketing, fino a fondersi con fashion e design, i confini tra le diverse discipline diventano sempre più flebili".

L'arte NeoPop si manifesta e trae inspirazione dai brand dei prodotti globalizzati del consumo di massa, dal fumetto alle sub-culture fino alle campagne pubblicitarie, ai super eroi e ai divi del cinema. In grado di diffondersi rapidamente su ogni piattaforma, diventa immediatamente accessibile e riconoscibile e, per questo, soggetta a un'evoluzione costante, ben rappresentata nel percorso espositivo che coinvolge diversi artisti di spicco quali: Andy Warhol, Keith Haring, Mr. Brainwash, Takashi Murakami, Tomoko Nagao, Marco Lodola, Pao, Massimo Giacon, Matteo Guarnaccia, Felipe Cardena e Mr. Savethewall.

A cominciare da Andy Warhol, padre della Pop Art, di cui si ammirano le opere Marilyn Grey e The Beatles, i lavori in mostra evidenziano come le immagini simbolo della cultura di largo consumo siano divenute i soggetti privilegiati della nuova ondata figurativa: dagli eroi dei fumetti ai personaggi famosi divenuti riferimento e parte integrante dell'immaginario collettivo di diverse generazioni, dagli anni '60 - '70 ad oggi. Ricorre, ad esempio, la figura di Batman che appare ripetutamente nella serigrafia Super Heroes Mix di Massimo Giacon, nella light-box di Marco Lodola e ancora nell'opera di Pao Batman vs Penguin che allude alla lotta tra l'uomo pipistrello e il suo nemico, trasformato qui nel caratteristico pinguino protagonista di molti lavori dell'artista. Felipe Cardena con una serigrafia dai colori sgargianti si concentra invece su Spiderman, personaggio creato nel 1962 e oggi vera e propria industria di gadget, film e videogame.

Ispirazioni che derivano non solo dall'iconografia del fumetto ma provenienti anche da personalità del mondo della cultura, del cinema e della storia dell'arte sono presenti nei lavori di Mr. Savethewall, nelle opere di Mr. Brainwash - noto per le sue collaborazioni con Banksy - che con la tecnica stencil ritrae Charlie Chaplin e Mickey Mouse e in quelle di Matteo Guarnaccia che con Pedal sutra rimanda alla Beat Generation suggerendo una memoria di libertà e emancipazione dagli stereotipi culturali. Insieme alle icone del nostro tempo emergono inoltre riferimenti all'attualità e al sociale, alle culture e alle forme di linguaggio che tornano ciclicamente in modo importante nella ricerca artistica.

Lo si evince in mostra dalle litografie di Keith Haring che con il linguaggio della street art veicola con immediatezza i più importanti temi della sua epoca, traendo inoltre ispirazione da diverse correnti della storia dell'arte mondiale; dal riferimento all'arte antica italiana proposto da Felipe Cardena nell'opera La dama con l'ermellino che esprime la tendenza attuale di rendere come delle celebrities anche i soggetti di un dipinto; l'attenzione all'ecologia e all'ambiente si ritrova in Pacific Trash Vortex di Pao che evoca un'isola di rifiuti galleggiante sull'oceano.

L'ormai consolidato potere economico e culturale dell'Asia è ribadito attraverso le opere di Takashi Murakami, attivo a favore della divulgazione e accessibilità dell'arte che oggi si manifesta con disinvoltura su oggetti, brand, animazioni video e campagne pubblicitarie, come dimostra la sua collaborazione con Louis Vuitton. Il tema degli immaginari collettivi e delle icone di largo consumo è perfettamente sintetizzato nei lavori Il Quarto Stato after Pellizza e Medusa Madrid Red di Tomoko Nagao che unisce le ultime tendenze dell'arte NeoPop con un linguaggio personale espresso con immagini digitali, stencil art e pittura. (Comunicato ufficio stampa IBC Irma Bianchi Communication)




Terra, madre Terra

Galleria Dna-Marateacontemporanea - Maratea, 18-28 giugno 2017
Trebisonda - Perugia, 23 settembre - 15 ottobre 2017
Studio Arte Fuori Centro - Roma, 05-22 dicembre 2017

Quaranta artisti sono qui chiamati a intervenire su un tema di attualità. Tema cruciale e di grande impatto, declinato in varie accezioni e crocevia di molte visioni e scuole di pensiero, foriero di inquietudini diffuse e percepibili a ogni livello circa il destino della Terra, non essendo chiaro se l'attuale crisi globale preluda a un cambiamento epocale (palingenesi) o all'estinzione dovuta non solo ad un eventuale cataclisma o catastrofe cosmica (ad esempio i cambiamenti climatici o l'esaurimento delle fonti di energia) ma anche, o invece, ad una sorta di esaurimento di ogni forma di speranza e solidarietà. In questo contesto, come evidenziato dal titolo, si vuole offrire non solo una visione laica del mito della Dea Madre ma nel contempo una serie di riflessioni che riguardano la percezione, la sensibilità, la consapevolezza o la rimozione, il timore o la coscienza che quello dell'uomo contemporaneo sia il destino dei penultimi.

Artisti: Minou Amirsoleimani, Maria Cristina Antonini, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Marcello Corazzini, Carla Crosio, Mariangela De Maria, Stefania Di Filippo, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Mavi Ferrando, Danilo Fiorucci, Salvatore Giunta, Raffaele Iannone, Robert Lang, Silvana Leonardi, Margherita Levo Rosenberg, Mimmo Longobardi, Nazareno Luciani, Paola Malato, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Sandra Maria Notaro, Aurora Paccasassi, Emilio Patalocchi, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Lucilla Ragni, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Ernesto Terlizzi, Sabrina Trasatti, Ilia Tufano, Oriano Zampieri, Gaetano Zampogna. (Comunicato stampa)




Opera di Lorenzo Luini Opera di Giuseppe Maggi Visioni verso il Sublime. Il Sacro Monte di Lorenzo Luini
Il Cristo di Giuseppe Maggi


Camponovo - Sacro Monte di Varese
termina il 27 luglio 2017

Dopo la mostra alla Sala Veratti di Varese lo scorso febbraio, Lorenzo Luini nella suggestiva cornice di Camponovo espone insieme al collega Giuseppe Maggi in una doppia personale dal titolo Visioni verso il Sublime. Il Sacro Monte di Lorenzo Luini e Il Cristo. La mostra presenta nel luogo dove ha avuto origine l'ispirazione, il ciclo di opere dedicate alla salita al Monte Sacro di Luini dove i misteri del Rosario, la natura che avvolge il cammino, il paesaggio mozzafiato che si gode dalla cima, ne fanno un'esperienza unica che ogni volta si rinnova come se fosse sempre "la prima volta".

Le tele reinterpretano in modo nuovo ed originale la sua personale esperienza nata dalle numerose camminate lungo la salita, da solo o in compagnia, e dall'ispirazione suscitata da quei sassi calpestati centinaia di volte. Diverso ma altrettanto incisivo il ciclo di opere di Giuseppe Maggi nato dalla riflessione sul famoso verso di Dante Alighieri "Segnor mio Iesù Cristo dio verace or fu si fatta la sembianza vostra?" (Divina Commedia - XXXI Canto del Paradiso). Il lavoro approfondisce l'iconografia della vita del Cristo, attualizzandola al vivere contemporaneo e avvicinandola alla mentalità e alle realtà del nostro tempo.

Benché non sia un pittore dedito abitualmente all'arte sacra l'artista trova nella rappresentazione degli episodi della vita di Cristo un forte motivo di ispirazione che rimanda alla consuetudine classica di rappresentare spesso i santi e i personaggi con sembianze e costumi contemporanei, con l'intento di indurre l'osservatore ad immedesimarsi nei personaggi stessi e a fargli vivere con maggior partecipazione la storia sacra. (...) La mostra è realizzata in collaborazione con il Comune di Varese, l'Associazione Amici del Sacro Monte, l'Associazione Liberi Artisti della Provincia di Varese, il comitato culturale JRC di Ispra e la Fotolito Cromoflash. (Comunicato stampa Erika La Rosa)




Matteo Giagnacovo - serie paesaggi - mista su carta cm.42x32 2016 Matteo Giagnacovo
termina il 16 settembre 2017
Galleria Interno18 - Cremona
www.galleriainterno18.it

A quattro anni di distanza dalla sua prima mostra personale, Matteo Giagnacovo (Milano, 1986) torna ad esporre nelle sale di interno18 arte contemporanea. In mostra opere su carta di medio e piccolo formato appartenenti a vari cicli, da quelli dedicati al mondo animale (già esposti in varie sedi, tra cui Berlino e Linz), a una serie inedita di paesaggi declinati sulla scala dei grigi dal tipico uso di pastelli a olio. Riferimenti e modelli appaiono molteplici. Dal primitivismo dei fauves e dell'art brut alle fisionomie alterate e saturazioni espressioniste. Episodi di tessitura cromatica rimandano alle sovrapposizioni di Tancredi, mentre le grafie gestuali all'opera di Twombly. Tutto è segno, anche il colore. Non come significante ma come accadimento fisico. E non svanisce nel soggetto, coesiste. Una visione al tempo stesso unitaria e separata, simile a una formazione naturale di cui vediamo gli elementi costitutivi. Segmenti liberi che si accostano non integrati.

Senza prospettive o piani si giustappongono e si invadono a vicenda talvolta anche come cancellazioni, componendo l'immagine da elementi autonomi. La figura o il paesaggio si attuano da questo accorpamento spesso violento, non nella formula cubista, ma piuttosto in chiave visiva aptica. Dove il ritmo compositivo e impressioni sinestetiche prendono il posto dei volumi e l'immagine che è costruita sulla materia del tratto appare come incisa su una pagina, perciò priva di quinte. Il superamento delle esperienze precedenti nella sintesi segno libero-oggettivazione è tipico della pittura europea, e non solo, dagli anni '80. Un soggetto prende sempre forma e l'artefice è il soggetto del segno. Come l'immagine di un territorio (dell'immaginario poetico) si sovrappone a una cartografia (di un autoritratto reiterato).

I due vettori opposti e inscindibili innescano nelle opere di Giagnacovo la tensione fra alterità e identità, in grado maggiore nella serie del bestiario, minore in quella degli insetti, dal formato più piccolo. Le cui carte sono asciugate da qualsiasi ridondanza cromatica o gestuale e l'insieme è attenuato e allusivo. Avvicinamento cauto dello sguardo verso la scena ellittica di un microcosmo. L'equilibrio fra composizione astratta e precisione di corrispondenza con l'oggettività è ancor più esaltato nei paesaggi, per sottrazione. Il colore assente e il dilatarsi dei vuoti sono i detonatori dell'opera, mentre due elementi grafici ricorrenti definiscono lo spazio privandolo di orizzonte e, di nuovo, di profondità. Il disco, che isola il paesaggio rendendolo parziale, e il solco, graffiato da una varietà di tratti, che attraversa orizzontale il campo e risolve il ritmo fra pieni e vuoti.

Il tutto in un tempo sospeso come incubazione della memoria, o isolamento narrativo. aggiunge una sottile vertigine il filo che lega pittorico e rappresentazione, quest'eco reciproca permane scongiurando la possibilità del formalismo. Tuttavia il carattere ordinario dei soggetti e la tecnica ricondotta agli elementi primari, possono prestarsi al fraintendimento di una pittura "facile". Intonazione ludica e immedesimazione ingenua nei soggetti animali, malinconia e inquietudine nei paesaggi sono aspetti non a margine ma comunque pretestuali dell'opera di Giagnacovo. Il corpo sta nella musicalità compositiva e nel tentativo di una figurazione non didascalica. Tale sintesi non è sterile espediente formale ma riflesso di una ricerca metalinguistica, che costituisce istanza primaria nel clima contemporaneo di dispersione. Paludato di simultaneità concettuali e relativismo estetico. (Comunicato stampa)




Opera di Silvio Wolf dalla serie Shivah Opera dalla serie Horizons di Silvio Wolf Silvio Wolf: La doppia verità
termina lo 09 settembre 2017
Unimedia Modern | VisionQuest - Genova

Nell'epoca in cui il concetto di post-verità pare suggerire il superamento del concetto di Verità fino a causarne la perdita d'importanza, ponendolo in relazione con l'emotività e le convinzioni personali a discapito dei fatti verificabili, questa doppia mostra di Silvio Wolf, come una freccia puntata simultaneamente in due direzioni, interroga l'idea di Verità attraverso una doppia posizione: la realtà del mezzo fotografico e quella che in esso si riflette. Nella sede di Unimedia Modern l'installazione Shivah riflette sulla posizione cruciale dell'osservatore nell'attribuzione di senso a ciò che l'immagine rivela. Nella sede di VisionQuest l'artista presenta la serie Horizons, immagini astratte del linguaggio, della luce e del tempo auto-generate all'interno del mezzo in assenza di alcun referente esterno.

In entrambe le mostre, la dimensione linguistica e quella esperienziale sono intimamente connesse. Orientando la sua riflessione contemporaneamente verso l'interno e l'esterno, Wolf produce immagini letterali e simboliche che analizzando l'intervallo tra concetto ed esperienza, esplorando il rapporto sotteso tra la natura delle cose e la loro immagine apparente. In tutte i lavori è fondamentale la relazione tra opera e sguardo: visione e significato sono variabili di un unico percorso che pone attivamente il Soggetto al centro dell'opera. Consapevole che l'attuale condizione bulimica indotta dall'eccessivo consumo d'immagini, stia producendo un radicale impoverimento dell'esperienza visiva e l'incipiente cecità dello sguardo, l'opera di Wolf suggerisce la ricerca di una condizione di rallentamento e di ascolto, orientando l'osservazione verso la centralità del Soggetto, colui che vede, per offrire un nuovo orizzonte interpretativo al pensiero sulla Fotografia.

La serie Shivah indaga l'ambigua e segreta natura delle immagini, approfondendo la ricerca di un rapporto diretto, contemplativo e partecipe da parte dell'osservatore. Le superfici semi-riflettenti dei lavori sono coperte da un velluto nero che le protegge dalla luce, occultandole allo sguardo. Come preziosi dagherrotipi, sono esposte alla luce solo quando il Soggetto le scopre e le osserva, apparendovi riflesso da multipli punti di vista. Coperte, le opere appaiono come buchi neri foto-assorbenti, affinché l'immagine, celata e protetta, possa essere immaginata, pensata e ricordata. Scoperte, trasformano lo spazio in una magica galleria degli specchi che pone al centro l'osservatore, protagonista e interprete del lavoro.

Gli Shivah sono ispirati metaforicamente alla tradizione Tibetana secondo la quale le immagini sono visibili solo durante la preghiera, e a quella Ebraica che prescrive di coprire le immagini e gli specchi durante i giorni di lutto. Le opere di Wolf sono sia oggetti simbolici, sia luoghi di riflessione, identità e interrogazione; queste attive soglie della percezione collegano tra loro tempi e luoghi diversi unificati nel Perfetto Presente dell'esperienza, creando una relazione fortemente soggettiva tra sguardo e immagine: è l'esserci che dona loro significato e splendore.

Nella serie Horizons Wolf esplora il potenziale linguistico degli spezzoni iniziali di pellicola fotografica auto-esposta alla luce durante il processo di caricamento dell'apparecchio fotografico. Attraverso l'atto d'appropriazione di questi scarti del processo foto-chimico, l'artista produce immagini apparentemente astratte, nelle quali la luce agisce direttamente sul materiale fotosensibile e al di là dell'intenzione del fotografo, prima del suo primo scatto. Queste immagini pre-fotografiche sono il risultato di un processo off camera che avviene in camera, non immagini ottiche. Esse rivelano sempre una soglia: quel limite tra luce e oscurità, materia e linguaggio attraverso il quale Wolf indaga l'idea di photography before the picture.

Gli Horizons possono essere considerati una condizione ultimativa dell'immagine foto-grafica, nella quale il linguaggio si manifesta senza l'intervento diretto del soggetto, come se l'uomo e il linguaggio agissero in un rapporto che non necessita più di alcun oggetto a loro esterno. In queste immagini astrazione visiva e oggettività fenomenica coincidono nella forma di pure interpretazioni della luce fotograficamente rivelata: sono attribuzioni di senso a oggetti fotografici, non scatti. (Comunicato stampa)

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At a time when the concept of post-truth suggests the overcoming of the notion of truth up to causing its loss of importance, relating it with emotions and personal beliefs to the detriment of verifiable facts, Silvio Wolf's double exhibition, like an arrow pointing simultaneously in two directions, questions the idea of Truth through a double position: the reality of the photographic medium and the one that is reflected onto it. At Vision Quest gallery the artist presents the Horizons series, abstract images of language, time and light self-generated within the medium, in the absence of any external referent. At Unimedia Modern gallery the installation Shivah reflects on the critical position of the beholder in the attribution of meaning to what the image reveals.

In both exhibitions the linguistic and experiential dimensions are intimately connected; aiming his reflection inward and outward at the same time, Wolf produces literal and symbolic images that examine the interval between concept and experience, exploring the underlaying relation between the nature of things and their apparent image. in all works, the relationship between work and glance is fundamental, so that vision and meaning become variables of a single path that places the Subject actively at the centre of the work. Aware that the bulimic condition resulting from the excessive consumption of images is producing a radical impoverishment of our visual experience, Wolf's work suggests that instead we slow down and listen, shifting the attention from the referent towards the Subject: He-She who sees, offering a new horizon of interpretation for thinking on Photography.

This series questions the ambiguous and secretive nature of images, seeking a direct and more participatory relationship with the observer. Black velvet cloth protects the semi-reflective surfaces of the work from the action of light, hiding them from sight. Like precious daguerreotypes, they are exposed to light only when the subject uncovers them to look, and thus unwittingly appears reflected from multiple viewpoints. When covered, they are concealed and protected only to be imagined, thought about and remembered; once dis-covered they transform the space into a magical gallery of mirrors that places the observer at its centre, as the interpreter and protagonist of the work. The idea of this series is related metaphorically to the Tibetan tradition of uncovering images only during the time of prayer and the Jewish tradition to cover pictures and mirrors during the mourning period that follows a relative's death.

Wolf's works are symbolic spaces of query, reflection, and identity: activators of processes and thresholds of perception. They connect different times and places, bringing them together in the perfect present of the Subject's experience, creating a personal relationship between glance and image: the being there grants them meaning and splendour. The Horizons series explores the linguistic potential of the photographic film leaders self-exposed to light while loading the camera. Appropriating these discarded materials of the photochemical process, the artist produces seemingly abstract images, where light acts directly onto the photosensitive material without the photographer's intention and before any pictures are taken.

These scriptures of light result from an "off camera" process that happens "in camera": a paradox producing pre-photographic images, not optical ones. Each Horizon reveals a threshold: the limit between light and darkness, matter and language, through which Wolf questions the idea of photography before the picture. The Horizons can be seen as the ultimate state of a photo-graphic image, where language manifests itself without the subject's intervention as if man and language acted in a relationship that no longer requires any external referents. Here abstract vision and phenomenalistic objectivity coincide in the form of pure interpretations of light photographically revealed: they are attributions of meaning and not photographs. (Press release)




Balkan Party
Aleksandar Dimitrijevic | Tadija Janicic | Marija Sevic


termina lo 29 luglio 2017
MAC Maja Arte Contemporanea - 00186 Roma
www.majartecontemporanea.com

Per la prima volta a Roma - a cura di Daina Maja Titonel e Katarina Srnic - tre artisti emergenti di origine balcanica: Aleksandar Dimitrijevic, Tadija Janicic e Marija Sevic, di cui si espongono dieci opere, sei delle quali di grande formato. L'indagine artistica dei tre giovani pittori percorre strade molto diverse, spaziando dal figurativo all'astratto, dalle atmosfere intimiste ad una visione satirica dell'uomo contemporaneo restituito con tratti fumettistici. L'ispirazione del lavoro di Aleksandar Dimitrijevic nasce dal ritrovamento di appunti di punteggi di gioco di autori a lui ignoti, dove all'interno di griglie venivano riportate le vittorie con il segno "+" e le perdite con il "-", oltre alle iniziali dei nomi dei giocatori.

Trascrivendo gli appunti su tela, spesso trasponendo fisicamente le stesse carte, Dimitrijevic ha usato quei segni - legittimandoli nella pratica artistica a costituire una sorta di archivio specifico - per indagare una serie di fenomeni, quali la trivialità della vita contemporanea, il tempo libero, le relazioni. Tadija Janicic ripercorre con grande ironia la fragilità e la temporalità delle norme morali, etiche e artistiche del mondo che lo circonda, esplorando con gusto i suoi aspetti grotteschi e paradossali.

Ne esce un'immagine autentica, mai offensiva né bigotta, resa pittoricamente con coloratissime figure simili ai cartoni animati. Marija Sevic presenta tre dipinti di grande formato che fanno parte della sua ultima serie Party. Partendo da scatti fotografici in cui isola momenti di vita suoi e delle persone a lei vicine, l'indagine pittorica della Sevic si fa intima, sensuale. I personaggi ritratti, il cui volto è spesso sfocato, sono stagliati contro scenari ariosi e immacolati dove l'osservatore ha spazio sufficiente per riconoscere e immaginare se stesso, laddove non sono ripresi in un close-up che invita al voyeurismo.

Aleksandar Dimitrijevic (Uzice - Serbia, 1977) si è laureato e ha conseguito un Master nel 2010 all'Accademia di Belle Arti di Novi Sad (Serbia). Ha esposto ad Amsterdam, Hannover, Londra, Los Angeles, Monaco, Sarajevo, Vienna e in varie città della Serbia, dove ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Sue opere sono in collezioni private e pubbliche quali il Museo di Arte Contemporanea di Voivodina (Serbia) e il Centro Culturale di Belgrado.

Tadija Janicic (Niksic - Montenegro, 1980) ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Novi Sad (Serbia), dove vive e lavora. Ha esposto in varie città dell'Europa - tra cui Belgrado, Berlino, Budapest, Londra, Östersund (Svezia), Parigi, Strasburgo, Timisoara (Romania), Novi Sad, Vienna - oltre che in Giappone (Osaka e Tokyo) e Stati Uniti (Los Angeles). Suoi lavori sono in collezioni private in Europa e Stati Uniti, e nella collezione del Museo di Arte Contemporanea di Novi Sad.

Marija Sevic (Arandjelovac - Serbia, 1987) si è laureata in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Belgrado, dove attualmente vive e lavora. Nel 2010 ha vinto una Residenza a Parigi presso l'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts, dove ha frequentato le classi dei Professori Claude Closky e James Rielly. Ha esposto a Belgrado, Brasilia, Londra, Los Angeles, Milano, Parigi, Sarajevo e Basilea (Liste Art Fair). Sevic è membro di U10, uno spazio gestito da artisti a Belgrado. (Comunicato stampa)

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Mostre sui Balcani




Altri enigmi... omaggio a Man Ray
Opere di Fabio Donato 2010_2017


termina il 30 luglio 2017
Biblioteca Museo Nitsch - Napoli

Complessa da seguire nelle sue tante suggestioni, ma estremamente seduttiva, Altri Enigmi... Omaggio a Man Ray, è una nuova storia di contaminazioni e di confluenze. Quella di una sofisticata personalità d'artista che ha voluto affrontare un'ennesima provocazione: situare sul medesimo piano ambiti lontani, attraverso un percorso fatto di opere in cui si ridefiniscono radicalmente gli assetti. Ci imbattiamo in spazialità destrutturate, in temporalità decostruite. Ad accomunare le creazioni in mostra è il bisogno di frantumare le frontiere delle certezze.

Le fotografie di Fabio Donato somigliano a strani diari, in cui le immagini dialogano liberamente tra loro. Grazie a un raffinato montaggio, momenti del passato e del presente vengono tessuti insieme, suggerendo inattese collisioni figurali, dense di richiami, dove la sottrazione diviene scelta poetica...Sapiente nel portarsi al di là dei generi consolidati, salda giochi di corrispondenze a slittamenti di significato per catturare i sussurri del paesaggio urbano di cui colleziona le reliquie: implicita reazione al fitto brusio che invade ampie regioni dell'arte del nostro secolo. Un approdo perseguito con ostinata caparbietà, che si consegna a una fascinazione sontuosa, sempre in bilico tra la pluralità delle tracce acquisite e la simmetria delle composizioni proposte.

Le opere non traducono fedelmente, ma scoprono: un modo per dare un senso diverso a ciò che esiste, per "lasciare la terra dietro di noi". Non sono riproduzione servile, né ricerca della somiglianza, ma reinvenzione del visibile. Si sottraggono alle percezioni per vagare in un dedalo di gradini senza vie di fuga. Cosa resta dell'opera? Un incomprensibile movimento remoto in cui avviene la discontinuità fra le cose. Si destabilizzano i riferimenti possibili. Si procede per colpi d'occhio. Il noto è solo vagamente riconoscibile, per diventare altro da sé. (Troise Loredana, Sull'orlo degli eventi, estratti dal catalogo Altri enigmi...omaggio a Man Ray, Napoli, ed. artstudiopaparo, 2017

E' da quasi cinquant'anni anni (1967 ad oggi) che il percorso della ricerca di Fabio Donato si svolge su due binari paralleli. Il primo è quello più professionale, tutto dedicato alla storicizzazione dei linguaggi artistici (arti figurative, teatro). Ama definirsi fotoreporter della cultura; lavoro che svolge principalmente a Napoli, ma con viaggi, anche molto lunghi, in ogni angolo del mondo. Lungo le strade dei linguaggi dell'arte ha avuto l'occasione di sperimentare il proprio, quello della fotografia, con il punto di vista di uno spettatore privilegiato, che gli ha permesso di incontrare artisti come J. Beuys, A. Warhol, J. Beck, H.Nitsch, Eduardo, Svoboda, Shimamoto, e quasi tutti i più importanti operatori delle arti visive internazionali,con un occhio attento al proprio territorio che gli ha permesso di mettere insieme un archivio ricco di circa 400.000 immagini.

Il secondo percorso, (quello che definisce "poetico"), si svolge, da sempre, su temi come la sospensione del tempo, la soglia come linea di demarcazione tra spazi, tempi, dimensioni mentali contrapposte. Ed ancora il doppio, il rapporto tra la realtà e la finzione, l'altro da sé. Il tutto attraverso immagini che, partendo da dettagli urbani, divengono territorio di proiezioni mentali. Tutto ciò come tentativo di provocare "pensiero" in chi legge il suo lavoro, in un tempo dove l'hobby più diffuso dell'umanità pare sia diventato quello di autoritrarsi in ogni luogo e comunicarlo al mondo intero. Da più di vent'anni è docente di Fotografia presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli. Alcune sue opere sono conservate in collezioni museali in: Italia, Messico, Francia, Brasile, Cina. (Comunicato stampa)




The Many Lives of Erik Kessels
termina il 30 luglio 2017
Camera - Centro Italiano per la Fotografia - Torino

Prima mostra retrospettiva - a cura di Francesco Zanot - dedicata al lavoro fotografico dell'artista, art director ed editore olandese Erik Kessels. In vent'anni di carriera, Kessels si è affermato come riferimento primario e imprescindibile nel campo della cosiddetta 'fotografia trovata'. Anziché riprendere nuove immagini, per la maggior parte dei suoi progetti raccoglie fotografie pre-esistenti e le riutilizza come tasselli in un proprio mosaico. E' un fotografo senza macchina né obiettivo: la fotografia nella sua pratica è un ready-made che viene prelevato e ricontestualizzato. Il risultato è una sorta di ecologia delle immagini, per cui nulla si aggiunge alla enorme quantità di rappresentazioni che ormai affolla il mondo e cresce esponenzialmente ogni giorno, ma al contrario viene recuperato e riciclato soltanto ciò che è già disponibile.

La mostra attraversa la carriera fotografica dell'autore olandese lungo un articolato percorso che include centinaia di immagini. Ventisette sono in totale le serie presentate, oltre a numerosi libri e riviste pubblicati dall'ormai celebre casa editrice dello stesso Kessels (KesselsKramer Publishing) e da altri editori. In un percorso non-lineare e senza cronologia, si ritrovano lavori monumentali, serie più intime e private, autentiche icone dell'intero universo della 'fotografica trovata' così come produzioni recenti e ancora inedite.

Tra i lavori in mostra, per fare alcuni esempi, 24hrs of Photos invade letteralmente lo spazio espositivo con una montagna formata dalle stampe di tutte le immagini, centinaia di migliaia, caricate in un solo giorno su Internet. Valery, una donna che per tutta la vita si è fatta fotografare immersa nell'acqua, Oolong, il coniglio equilibrista, e un cane troppo nero per apparire correttamente in fotografia, sono soltanto alcuni dei protagonisti di In Almost Every Picture, ciclo di 14 progetti (fino ad oggi) centrati ogni volta su un soggetto ossessivamente ricorrente. My Sister è un video musicato dal compositore giapponese Ryuichi Sakamoto tratto da un home-movie interamente dedicato a una partita di ping-pong tra l'autore e sua sorella (...). Album Beauty è un'intera stanza dedicata al fenomeno degli album di famiglia, tra i soggetti privilegiati da Kessels, che riabilita il fotografo amatoriale proiettandolo sotto i riflettori della ricerca artistica.

The Many Lives of Erik Kessels costituisce così a sua volta una grande accumulazione. Innanzitutto di modalità allestitive: tra immagini incorniciate e scorniciate, appese a parete e sdraiate a terra, light-box, cubi, wallpaper, portaritratti e proiezioni, costituisce allo stesso tempo una sintesi e una de-costruzione di ogni possibile mostra fotografica. E di fotografie, naturalmente: non ci sono generi, autori, epoche, geografie esclusi dall'indagine onnivora di Kessels. Fino agli scarti: anziché essere un'onta da evitare accuratamente, qui l'errore diventa al contrario un elemento attrattivo e significante. E' ciò che rende speciale una fotografia. Un segno della sua vitalità.

Kessels fruga tra i rifiuti dei fotografi restituendoli allo sguardo collettivo sotto una prospettiva completamente rinnovata. Anche di qui viene l'ironia spesso feroce e dissacrante del suo lavoro. Il riso ha una funzione liberatoria e purificante. Consente a Kessels di andare in profondità, calando ogni ipocrisia ed esprimendo una profonda affezione sia per gli involontari protagonisti del suo pantheon fotografico, sia per la fotografia stessa. Co-prodotta con NRW-Forum, Düsseldorf, l'esposizione è accompagnata da un libro di 576 pagine pubblicato per questa occasione da Aperture, New York, con testi di Hans Aarsman, Simon Baker, Erik Kessels, Sandra S. Phillips e Francesco Zanot. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Gianluca Motto - Peacock - tecnica mista su tela cm.60x60 "ARTinCLUB 5" - Arte Contemporanea alla Residenza d'Epoca
Dipinti di Gianluca Motto


termina il 30 settembre 2017
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub5

Mostra di pittura organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione una serie di recenti dipinti dell'artista Gianluca Motto. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta alla quinta edizione, nasce con l'intento di offrire al pubblico una proposta culturale che coniughi l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza. Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate.

Gianluca Motto (La Spezia, 1965) ha all'attivo un nutrito curriculum espositivo, con personali e collettive in numerose città italiane. L'artista privilegia la raffigurazione del mondo animale: le sue tecniche miste sono inframmezzate di lettere e parole che segnano, come timbri vividi, la scena dell'accadimento pittorico, in un'incessante alternanza di colori e di composizioni. La mostra, corredata di catalogo con introduzione di Marzia Ratti, è patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Caravaggio e i caravaggeschi nell'Italia Meridionale dalla collezione della Fondazione Roberto Longhi
termina il 24 settembre 2017
Castello Aragonese - Otranto

Roberto Longhi (Alba 1890 - Firenze 1970) è una delle personalità più affascinanti della storia dell'arte del XX secolo. Alla pittura del Caravaggio (Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Milano 1571 - Porto Ercole 1610) e ai suoi seguaci, i cosiddetti caravaggeschi, ha dedicato una vita di studi, a partire dalla tesi di laurea sul Caravaggio del 1911. Si trattò, a quella data, di una scelta pioneristica, tanto all'epoca il pittore era uno dei "meno conosciuti dell'arte italiana". Longhi seppe da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Merisi, così da intenderlo come "il primo pittore dell'età moderna".

Nella sua dimora fiorentina - villa Il Tasso -, oggi sede della Fondazione che gli è intitolata, raccolse un numero notevole di opere dei maestri di tutte le epoche, che furono per lui occasione di ricerca e di studio. Tra queste il nucleo più importante e significativo è senza dubbio quello che comprende le opere del Caravaggio e dei caravaggeschi, formatosi attorno al Ragazzo morso da un ramarro del Merisi, da lui acquistato verso il 1928. Il dipinto, che risale all'inizio del soggiorno romano di Caravaggio, all'incirca nel 1596-1597, colpisce innanzitutto per la resa del brusco scatto con cui il giovane si ritrae improvvisamente per il morso di un ramarro, quasi come in una istantanea fotografica, ma anche per la "diligenza" con cui ha reso il brano della natura morta con la caraffa e i fiori, un genere pittorico riportato a dignità autonoma proprio dal Caravaggio.

Nella mostra, curata da Maria Cristina Bandera, direttrice scientifica della Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi, accanto al Caravaggio sono esposti i dipinti dei suoi seguaci meridionali o attivi nell'Italia del Sud, che fanno parte della stessa collezione e offrono una efficace testimonianza del significato storico della sua pittura. Grandi capolavori possono ritenersi cinque tele che raffigurano gli Apostoli, del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, il principale caravaggesco napoletano. Il profondo radicamento dell'esempio del maestro nell'arte napoletana è attestato dal David di Andrea Vaccaro e dal drammatico San Girolamo del Maestro dell'Emmaus di Pau.

Nelle opere di Matthias Stom, a lungo attivo in Sicilia, si materializza una perfetta sintesi tra la cultura nordica di partenza - legata al caravaggismo olandese - e la pittura italiana. Sono inoltre presentate inoltre opere di Lanfranco, del Maestro dell'Annuncio ai pastori, di Filippo Napoletano e di Giacinto Brandi. Il percorso si conclude con due capolavori di Mattia Preti, l'artista che più di ogni altro contribuisce a mantenere per tutto il Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca. E' infine prevista la proiezione del film di Mario Martone, L'ultimo Caravaggio (durata 40'), realizzato nel 2004.

La cinepresa del grande regista scompone e riassembla dettagli dai dipinti di Caravaggio, ora dai quartieri popolari e dalle estreme periferie di Napoli, ricostruendo così, con un linguaggio che parla anche al nostro tempo, la vicenda artistica ed umana del Caravaggio nei suoi ultimi anni, vissuti nell'Italia meridionale. La mostra, unitamente a quella di Roberto Cotroneo, sarà accessibile al pubblico con il biglietto di ingresso del Castello Aragonese, che consente di visitare tutti gli ambienti della fortezza, dai sotterranei agli allestimenti dedicati alla storia della città. (Comunicato stampa)




"Obiettivo Milano"
200 fotoritratti dall'archivio di Maria Mulas


termina lo 06 settembre 2017
Palazzo Morando | Costume Moda Immagine - Milano

Maria Mulas è una tra le più importanti fotografe italiane riconosciuta a livello internazionale che con la sua macchina fotografica ha saputo immortalare il mondo, dalle architetture ai personaggi dell'entourage artistico e culturale. Schiettezza, empatia e verità del soggetto sono i 'cardini' su cui si muove la sua ricerca e ampiamente illustrati nella selezione dei 200 ritratti in mostra. Fil rouge dell'esposizione è la sua intensa storia culturale, la continua trasformazione che si traduce nell'essere costantemente al passo con i tempi. Maria Mulas descrive con naturalezza ed empatia i diversi volti di Milano a cui è particolarmente legata:ritratti di artisti, galleristi, critici, designer, architetti, stilisti, scrittori, editori, giornalisti, registi, attori, intellettuali, imprenditori e amici che con questa città hanno intessuto un particolare rapporto.

Fra le numerose personalità italiane e internazionali immortalate da Maria Mulas si annoverano per il mondo dell'arte Marina Abramovic, Salvatore Ala, Louise Bourgeois, Alik Cavaliere, Jonh Cage, Christo, Francesco Clemente, Philippe Daverio, Gillo Dorfles, Gilbert & George, Keith Haring, Alexander Iolas, Anish Kapoor, Jannis Kounellis, Mario Merz, Gina Pane, Andy Warhol, accanto a protagonisti indiscussi dell'architettura e del design quali Gae Aulenti, Mario Botta, Achille Castiglioni, Bruno Munari e Giò Ponti. Nella teoria di personaggi non mancano i rappresentanti della moda fra cui Giorgio Armani, Gianni Versace, Miuccia Prada e dello spettacolo come Valentina Cortese, Luca Ronconi, Giorgio Strehler, Liz Taylor, Ornella Vanoni. Un'attenzione particolare è inoltre dedicata all'ambito della scrittura e dell'editoria con Rosellina Archinto, Natalia Aspesi, Jorge Luis Borges, Umberto Eco, Inge Feltrinelli, Lawrence Ferlinghetti, Dario Fo, Gunter Grass, Allen Ginsberg, Nanda Pivano, Andrej Voznesenskij e molti altri.

Sette sezioni scandiscono il percorso espositivo della mostra: la prima, "Coda rossa" con macchina fotografica, accoglie autoritratti e fotografie scattate all'artista dai fratelli Ugo e Mario Mulas e dal pittore e scrittore Emilio Tadini; seguono nelle sale successive i fotoritratti di Amici artisti, La città del design, Il mondo della moda, Le arti dello spettacolo, I borghesi sono gli altri e Scrittori, giornalisti, editori. Completano la rassegna fotografica disegni, dediche, cartoline, scritti e documenti che testimoniano i profondi legami intessuti da Maria Mulas con le personalità da lei ritratte.

Nelle fotografie di Maria Mulas si legge una spiccata inclinazione a coltivare relazioni e incontri, una complicità con il soggetto che trapela dalle immagini. Nelle opere emerge l'abilità nel cogliere la naturalezza o l'artificiosità, le espressioni, gli atteggiamenti, le abitudini, i caratteri, gli stili di vita, in un continuo dialogo tra quotidianità ed eccezionalità, tra realismo e ironia. Il progetto di allestimento è a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio. La mostra è realizzata con il sostegno di Archivio Maria Mulas - Libreria Galleria Andrea Tomasetig - Fpe d'Officina. L'esposizione - a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre - si inserisce nel palinsesto della Milano Photo Week. (Comunicato stampa Irma Bianchi Comunicazione)




Mostra dedicata alle opere di Luigi Boille Luigi Boille
termina il 22 luglio 2017
MAC - Museo d'Arte Contemporanea - Lissone (Monza-Brianza)
www.museolissone.it

Il MAC di Lissone desidera riconsiderare la figura di Luigi Boille (Pordenone, 1926 - Roma, 2015) che negli anni Sessanta ha avuto un ruolo centrale nel rinnovamento del linguaggio pittorico grazie a uno stile inconfondibile che gli ha permesso di affermarsi a livello internazionale. Rispetto alla grande pletora dei pittori tachistes, Boille si differenziava per un tratto (o se si preferisce: una "traccia") in cui il gesto si converte in segno, riuscendo a trasferire nella pittura quello che era stato l'automatismo in scrittura. Al pari di un Giuseppe Capogrossi o di un Mark Tobey, Boille non si abbandonava all'irruenza dell'informel, aspirava semmai a definire un ordito di colori: una cosmogonia fatta di luce-materia.

La selezione di opere qui proposta è rappresentativa del periodo di maggiore intensità espressiva dell'artista e del suo progressivo tentativo di mettere a punto un fraseggio pittorico assolutamente originale. I quadri esposti mostrano infatti il passaggio da un gesto rarefatto a uno più serrato, ove le campiture dense e scure cedono il passo a cromie vivaci e guizzanti. Il decennio dei Sessanta rappresenta uno snodo fondamentale per comprendere il linguaggio - tecnico ma anche poetico - di Boille, sia dal punto di vista artistico sia sotto il profilo umano. Annoverato nella Jeune École de Paris e cooptato nelle ricerche dell'Art autre vaticinate da Michel Tapié, Boille visse a Parigi fino al '65, dopodiché fece ritorno in Italia, coronando la sua ricerca con una sala personale alla XXXIII Biennale di Venezia.

Ed è proprio su questo spartiacque che si dipana la selezione proposta in collaborazione con l'Archivio Boille di Roma, puntando l'attenzione su un decennio saliente che enuclea ed estrinseca la pittura filamentosa dell'artista, mettendo in evidenza quel suo atteggiamento integerrimo, che l'ha premiato e allo stesso tempo isolato. Luigi Boille non ha mai assecondato le mode, né ha mai sconfessato il suo impegno ideologico; benché sia stato molto stimato da Alloway, Yoshihara, Jaguer, Tapié, Restany e Argan (solo per fare alcuni nomi), Boille è un pittore che soltanto oggi possiamo apprezzare e comprendere appieno.

Il desiderio di riscoprire la sua parabola artistica è anche un invito a riscrivere un importante capitolo del secolo scorso, oltre che un'inderogabile occasione per emendare gli errori commessi in passato (nel 1961 l'artista si aggiudicò uno dei dodici premi acquisto del XII Premio Lissone, riconoscimento di cui non poté beneficiare a causa di alcuni cavilli burocratici). Poiché Luigi Boille ha saputo imprimere la propria "traccia" al corso degli eventi, il MAC di Lissone vuole rendergli omaggio con una mostra che ne valorizzi le peculiarità segniche e coloristiche. (Comunicato stampa)




Stéphanie Nava - Un derrière un autre et continuellement - 2017 Stéphanie Nava
Lutte permanente du fond avec la surface


termina il 21 luglio 2017
Galleria Riccardo Crespi - Milano

Navigare nella baia di Ha Long significa addentrarsi in una foresta di rocce slanciate e di iceberg di pietra piantati in acque lisce. A volte si ha la sconcertante impressione che il balletto delle isole che appaiono l'una dopo l'altra non cesserà più, che questo spazio sia senza fine né uscita. Si oltrepassano rocce, e poi altre, e altre ancora, e qualcosa di 'sisifeo' emerge in questo movimento. Percorrere questa foresta di rocce scivolando dolcemente sull'acqua è sperimentare l'avanzata continua dello sfondo verso il fronte della scena. Tuttavia, progredendo verso il 'fondale', c'è sempre un nuovo scenario che spunta dietro.

Anche se l'imbarcazione si muove, si ha la travolgente impressione che in realtà sia ferma e che a muoversi intorno ad essa sia la scena circostante. Il paradosso di questo scenario sta anche nell'unione tra l'estrema singolarità formale di ogni roccia con la sensazione che lo spazio sia equivalente ovunque ci si trovi. Riflettendoci, è uno spazio senza gerarchia: ciò che è dietro può passare avanti, senza modificare fondamentalmente i luoghi. Si potrebbe dire che la profondità è senza fine e senza centro: non può essere cancellata dal movimento e perdura fintanto che viene esperita. E' una profondità permanente, "piatta", in un certo senso.

Anche se il pittoresco usurato di questo paesaggio invade ogni rappresentazione, nondimeno, per creare un immagine di questi luoghi, è necessario prendere in considerazione l'andirivieni dei piani: la questione vecchia come l'arte di come lavorare con piano e profondità, di come la profondità dell'immagine coabiti con la superficie del foglio. Così, anche se ciò che motiva e costituisce il cuore narrativo del mio lavoro è spesso tutt'altro (ad esempio, la comunità, la città, l'abitare, il linguaggio...) la produzione dell'immagine inciamperà necessariamente in questo nodo che necessita soluzione. Perciò, quando disegno una città, uno spazio domestico o un personaggio in un luogo, ogni volta, la tensione tra il fondo e la superficie richiederà che venga presa una decisione, sia essa formale o concettuale. (Stéphanie Nava, 2017)

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The constant struggle between the bottom and the surface

To sail on Halong Bay is to dive into a forest of pinnacles, of icebergs of rock anchored in its smooth waters. At times, one has the disturbing impression that the ballet of islets that appear one after another will never end, that this space is infinite and offers no way out. One passes a rock, behind it another, then yet one more and something Sisyphean emerges from the trajectory. To weave through this forest of rocks whilst sliding gently upon the waters is to experience the continuous advance of the foreground against the stage.

As much as one advances towards the depths of the 'decor' a fresh 'backdrop' rises up behind. If the vessel is indeed moving, one has the overwhelming impression that the craft itself is immobile and that the decor is moving around it. The paradox of this scenery is also that it unites the clear and total singularity of each rock with the feeling that the space is uniform in every direction, from wherever viewed. Upon reflection, it is a space without hierarchy: what is behind can pass in front without fundamentally modifying either element. It can be said that the depth is without bottom or focus: it cannot be erased by movement and it persists as long as it is experienced. The depth is permanent, 'flat' in a way.

Whilst the hackneyed beauty of this landscape overwhelms any depiction, the fact remains that to recreate an image of this space is to also take into account how to put into thought the comings and goings of the dimensions: the age old question of how to represent flatness and depth, how to ensure that the depth of the image co-exists with the surface of the medium. And so, if what drives and constitutes the heart of the narrative of my work is often very different (how to depict community, town, living, language...), any construction of an image will inevitably come up against this knot and requires resolution. Therefore, when I draw a town, a domestic space or a character in a space, on every occasion, the tension between the bottom and the surface poses a question and requires that a decision, whether formal or conceptual, be taken. (Stéphanie Nava, 2017)




Carlo Mattioli - Ritratto di Ottone Rosai - olio su tela cm.92x75 1969 Carlo Mattioli - Campo di lavanda - olio su tela cm.70x60 1980 Carlo Mattioli
termina il 24 settembre 2017
Labirinto della Masone - Fontanellato (Parma)

Esposizione che intende essere, insieme, un omaggio di Franco Maria Ricci a Carlo Mattioli (1911-1994), concittadino e amico con il quale condivideva lo stretto legame con la città di Parma e il suo territorio, e una nuova occasione di avvicinarsi a un'opera che continua ad affascinare per i suoi splendori e per la feconda ricchezza dei linguaggi che in essa si sono fusi. Un artista essenziale, Mattioli, contemplativo, ma affascinante nella sua sobrietà, una pittura al limite della sinestesia, ma in grado di farsi carico anche di forti suggestioni letterarie, derivate dalla conoscenza e dalla frequentazione di poeti e letterati come Luzi, Bertolucci, Testori e Garboli.

Modenese di nascita ma parmigiano d'adozione, Mattioli è stato una delle figure più rilevanti nell'arte italiana del Novecento. Costituita da una sessantina di opere, molte delle quali inedite, accuratamente scelte nella vasta produzione del pittore da Sandro Parmiggiani e Anna Zaniboni Mattioli, nipote dell'artista e responsabile dell'Archivio, la mostra copre trent'anni dell'opera del Maestro, dal 1961 al 1993 e presenta i dipinti più rappresentativi dei cicli che hanno reso noto Mattioli.

Nella prima sezione della mostra sfilano oltre venti straordinari dipinti in cui prevalgono paste spesse e materiche con colori terrosi e bui o all'opposto chiarissimi e impalpabili; le Nature morte, dove gli oggetti sono suggestioni per dipingerne l'essenza, i Cestini del Caravaggio con il celeberrimo dipinto del Merisi mescolato, diviso, colorato, una icona rivisitata in chiave morandiana e i meravigliosi Paesaggi con gli inconfondibili alberi di Mattioli immersi nella luce accecante estiva, tra cui lo splendido albero rosa del 1980 immagine della rassegna. Grande attenzione nella mostra è rivolta ai Ritratti che occupano una grande parte nell'opera di Mattioli fin dagli esordi.

Accanto al celebre Autoritratto con Anna del 1982 sono esposti alcuni ritratti dedicati a De Chirico, Guttuso, Manzù, Carrà, Longhi, Rosai, insieme a quattro ritratti di Giorgio Morandi del 1969 per la prima volta affiancati. Ritratti meditati e su cui Mattioli ha molto lavorato, restituendoci nei tratti e nei colori l'anima dell'artista rappresentato. La terza e ultima parte della mostra è dedicata ai grandi Paesaggi, le opere forse più famose, che si dispiegano per tutti gli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta con la loro matericità dai colori intensi, dove si sente forte l'amore di Mattioli per la natura e il suo perdersi dentro alcuni di questi squarci: i Campi di papaveri, le Ginestre, le Aigues Mortes.

"Questi cicli sono anche - afferma Anna Mattioli - una meditazione ininterrotta sull'essenza del dipingere. Mattioli interviene sopra superfici segnate da una vita precedente, come se questa fosse rimasta a permeare muri, tavole, tele, carte, lasciandovi labili tracce di sé che una memoria immaginativa ora finalmente riconosce, mentre alla pittura è affidato il compito di estrarre l'anima segreta di materiali che allo sguardo comune sembrano inerti".

La mostra intende anche celebrare l'uscita del Catalogo Generale dei dipinti, realizzato da Franco Maria Ricci con la prefazione di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose. Contiene inoltre la bibliografia completa, l'indice di tutte le esposizioni personali e collettive, l'elenco di tutti i 2700 dipinti e circa 150 riproduzioni a colori di grandi dimensioni delle opere più rappresentative dell'artista, selezionate dall'Editore stesso. L'Archivio Mattioli, in considerazione delle nuove tecnologie di comunicazione, ha scelto di affiancare ad un volume cartaceo di circa duecento pagine, un file digitale racchiuso in una chiavetta USB contenente in dettaglio tutte le schede e le riproduzioni a colori e in bianco e nero delle opere.

"Il mio desiderio - afferma Franco Maria Ricci - oggi esaudito grazie anche alla attenta partecipazione della famiglia Mattioli, è quello di presentare una mostra e un libro che, attraverso una scelta dei risultati più alti, conservi il profumo seducente ed elusivo di questo pittore appartato e incline alla contemplazione. Un'intenzione simile a quella che ebbi quando, molti anni fa, pubblicai nel numero 67 della mia rivista FMR l'affascinante serie degli Alberi di Carlo Mattioli".

In programma anche una mostra collaterale, Nella pagina e nello spazio. Mattioli illustratore e scenografo, alla Biblioteca Palatina di Parma (27 maggio - 22 settembre). Profondo conoscitore della letteratura italiana ed europea Mattioli, negli anni Quaranta e Cinquanta, ha collaborato con l'amico Ugo Guanda alla veste grafica dei volumi agli esordi della Casa Editrice per poi dedicarsi, negli anni Sessanta all'illustrazione vera e propria di capolavori classici (Divina Commedia, Decameron, Canzoniere del Petrarca, Belfagor di Machiavelli, Orlando Furioso, Novelle del Sermini, Venexiana, Ragionamenti dell'Aretino) e moderni (Stendhal, Hofmannsthal, Gustavo Adolfo Bécquer, Garcia Lorca, Balzac, Leopardi).

In mostra saranno esposti i libri, vere edizioni d'arte, affiancate dai disegni originali. Nella seconda sezione della mostra invece usciranno per la prima volta dallo studio dell'artista i bozzetti di scene e costumi di un inedito Mattioli artista per il teatro, attivo come costumista e scenografo nei primi anni Cinquanta per opere di lirica e prosa (Trovatore di Verdi, Medea di Jeffers, Nozze di sangue di Garcia Lorca, Incendio al teatro dell'opera di Georg Kaiser, L'importanza di chiamarsi Ernesto di O. Wilde).

Lo Studio del pittore nel Secentesco Palazzo Smeraldi accanto al Duomo di Parma sarà visitabile su appuntamento. L'atelier è stato conservato nello spirito e nell'atmosfera originale così come l'artista lo ha lasciato: ecco, come se Mattioli ne fosse appena uscito, le tavolozze, i pennelli, la giacca imbrattata di mille colori, i tubetti ancora aperti e le opere compiute ed incompiute. Le grandi stanze, vibranti di memorie, visitate dai più grandi intellettuali del Novecento, trasmettono ancora il soffio vitale della sua carismatica personalità.

In mostra sarà anche visibile il video Viaggio terrestre e celeste nella pittura, coprodotto da Archivio Carlo Mattioli e Solares Fondazione delle Arti, un viaggio di 30 minuti nella pittura dell'artista emiliano. Un racconto che parte dai luoghi dell'infanzia e dalle esperienze formative, dalle amicizie, dalle relazioni interpersonali, linfa vitale alla creatività e alla produzione artistica di Mattioli. Una biografia con immagini di repertorio ed interviste a critici e storici dell'arte quali Maurizio Calvesi, Gianfranco Maraniello, Simona Tosini Pizzetti e Arturo Carlo Quintavalle, e testimonianze di intellettuali come Mario Luzi, Maurizio Chierici, Attilio Bertolucci, Federico Fellini, Enzo Biagi.

Carlo Mattioli nasce l'8 maggio 1911 a Modena. La famiglia si trasferisce a Parma dove Carlo può seguire regolari studi all'Istituto di Belle Arti. Dalla fine degli anni Trenta l'amatissima Lina, sposata nel '37, è l'assoluta protagonista dei suoi dipinti. Si apre allora, negli anni Quaranta, la stagione della grafica che avrà poi altre straordinarie parentesi come quella delle numerose illustrazioni degli anni Sessanta, testimonianza del suo interesse mai sopito e della sua profonda conoscenza della letteratura europea. Del 1943 è la prima personale alla Galleria del Fiore di Firenze. Dal 1948 Mattioli è puntualmente presente alle varie edizioni della Biennale di Venezia. Dal 1965 nascono le Nature morte ocra, nere, brune e grigie, dense, grumose e lievitanti, i Cestini del Caravaggio e le Vedute di Parma e del Duomo dalla finestra dello studio che era proprio accanto alla cattedrale.

Il 1969-70 è il biennio dei notturni su cui scriverà memorabili pagine Roberto Tassi. Negli anni Settanta poi, dopo la ripresa di vecchi temi si apre l'era dei più noti Paesaggi che coprirà anche il decennio successivo. Nel 1982 vengono creati i Muri e le travi del ciclo Per una crocefissione, tenebrosa lancinante preparazione per i grandi Crocifissi ora collocati in S. Maria del Rosario e in San Giovanni Evangelista a Parma e in San Miniato al Monte di Firenze. Negli anni Ottanta vengono allestite grandi mostre personali antologiche e monografiche. Nel 1993 Carlo Mattioli esegue gli ultimi quadri a olio. Una nuova pagina. Sono i Calanchi bianchi, come fantasmi di pietra con lunghe e stecchite radici di tronchi spossati avvinghiate alla terra. Poi l'ultima serie di tempere su antiche copertine di libri. Si spegne a Parma il 12 luglio del 1994. Si sono occupati di lui le maggiori personalità della critica d'arte del Novecento. (Comunicato stampa)




La Rinascente
100 anni di creatività d'impresa attraverso la grafica


termina il 24 settembre 2017
m.a.x. museo - Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

La mostra celebra, a cento anni dalla fondazione della Rinascente di Milano (1917) - con la titolazione ideata dalla vena poetica di Gabriele D'Annunzio - la vocazione grafica e comunicativa dei noti grandi magazzini, che fin dagli esordi rappresentano un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la storia della grafica e del design. L'esposizione presenta oltre 500 materiali, fra cui manifesti anche di grandi dimensioni, locandine, pubblicità, cartoline, carte da imballo, biglietti d'auguri, bozzetti, campagne fotografiche e molto altro: donne esili e raffinate con la sciarpa che prende il volo insieme alle valigie, cavalli a dondolo, scale mobili che si rincorrono, pesci azzurri che fanno il girotondo o ancora Babbo Natale che si affaccia da un sacco pieno di doni.

La Rinascente può, in effetti, essere considerata, nel corso della sua storia centenaria, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la grafica e il design, grazie ad artisti, grafici, illustratori e fotografi che hanno saputo tradurre e interpretare con innovazione la ricercata eleganza, ma anche la grande diffusione dei prodotti rivolti verso l'ampio mercato. Connaturata con la sua origine, che guardava con fiducia al progresso e alla cultura della modernità, la Rinascente ha di fatto visto nascere e aiutato lo sviluppo delle discipline legate alla comunicazione, alla vendita e a una vera e propria "messa in scena" del prodotto.

La mostra presenta così i vari ambiti che la Rinascente tocca nella sua storia centenaria: dall'arte al servizio della réclame al cartellonismo, dalla grafica progettata all'imballaggio come sistema comunicativo, dagli allestimenti alla cultura di presentazione scenografica delle merci, dalla pubblicità classica al sistema innovativo del design. In questo agire il gioco dell'immagine coordinata è fatto: dal cartellino del prezzo, alla carta da imballo, dal sacchetto di carta alla scritta luminosa della vetrina, il tutto appare con un potere persuasivo e un'identità "d'immagine aziendale" di altissimo livello.

La mostra consente anche di verificare il mutare dei consumi, la vita di una città e le sue relazioni internazionali nello spaccato della "storia della grafica": dall'abbigliamento per le varie stagioni ai giocattoli e al Natale, dagli articoli da pesca a quelli per la scuola agli utensili da cucina ai mobili, dalle biciclette ai paesi lontani - Giappone, India, Messico, Stati Uniti e Gran Bretagna che negli anni '50 diventano oggetto delle cosiddette "mostre-mercato", operazioni culturali di grande significato per l'epoca, dove tutto quanto presentato nei grandi magazzini ovviamente era in vendita e allo stesso tempo raccontava paesi lontani non ancora particolarmente noti. Dai manifesti in stile liberty disegnati da Marcello Dudovich al monogramma "lR" progettato da Max Huber alle fotografie di Oliviero Toscani, la storia della Rinascente ci offre un secolo di comunicazione d'impresa sempre sorprendente e all'avanguardia: una ginnastica visiva di grande charme.

Ci racconta anche i progetti di tantissimi collaboratori, oggi considerati veri e propri maestri nel campo della grafica, della comunicazione visiva e del design. Un patrimonio infinito di immagini ricche e colorate progettate da Achille Luciano Mauzan, Marcello Dudovich, Leopoldo Metlicovitz, Max Huber, Albe Steiner, Lora Lamm, Giancarlo Iliprandi, Brunetta Mateldi Moretti, Pegge Hopper, Roberto Maderna, Roberto Sambonet, Massimo Vignelli, Bob e Ornella Noorda, Aoi Huber Kono, Heinz Waibl, Salvatore Gregorietti, Giovanna Graf, Bruno Munari, Franco e Jeanne Grignani, Italo Lupi, Carlo Pagani, Giancarlo Ortelli, Richard Sapper, Mario Bellini e molti altri, senza dimenticare fotografi come Aldo Ballo, Ugo Mulas, Serge Libiszewski, William Klein e Oliviero Toscani.

Già nei primi anni del Novecento la Rinascente si impone per la novità e la sofisticata eleganza, che caratterizza in effetti fin dagli esordi anche l'immagine pubblicitaria. Sarà inizialmente il raffinato cartellonismo di Marcello Dudovich, che veicolava l'immagine di una donna dinamica ed elegante, ad accompagnare i successi di crescita della Rinascente per più di trent'anni (dal 1921 al 1956). Lo stile di Dudovich verrà affiancato dai manifesti di altri grandi artisti, come Leopoldo Metlicovitz, Achille Luciano Mauzan, Aldo Mazza, Mario Bazzi, l'agenzia MAGA, Giuseppe Sorgiani e Georges Monestier. Il grande magazzino è concepito come un "regno al femminile": a comprare, a vendere, a servire e a essere servite sono quasi esclusivamente donne. E anche la réclame è prevalentemente rappresentata al femminile.

Le donne che figurano nei manifesti di Dudovich, con chiari riferimenti al Liberty e poi all'Art Déco, sono ammaliatrici, spensierate, moderne e irraggiungibili; immagini che troveranno sempre più spazio anche nei cataloghi, nei cartelloni pubblicitari, nelle vetrine, in opuscoli, foglietti e dépliant. Si affermano così le nuove tipologie pubblicitarie, che dagli anni Trenta comunicano grazie anche a nuove tecniche di stampa, con frequente inserimento della fotografia. Si affiancano poi a Dudovich nuovi autori, come Gino Boccasile, Alfredo Lalia, Renato Vernizzi, Walter Resentera e Nanni Schipani.

Ormai la Rinascente è una grande catena presente in tutta Italia. Nel 1929 viene pubblicato l'house organ "Echi della Rinascente" che nel 1936 diventerà "La Famiglia Rinascente-Upim", quindi "Cronache" con il sottotitolo "Rassegna di vita e di lavoro nei grandi magazzini". Nelle pagine di questo periodico, creato per i dipendenti, verranno pubblicate le molteplici attività del grande magazzino per rendere sempre più innovative le esposizioni, saper presentare le merci e gestire le campagne pubblicitarie. Si intende così offrire una sorta di "democratizzazione" dei consumi, indagando sui nuovi bisogni e operando una ricerca continua di significative collaborazioni.

Sono gli stessi anni in cui Gio Ponti progetta per la Rinascente, insieme a Emilio Lancia, una linea di arredi per rinnovare l'immagine della tipica casa borghese; attraverso il marchio Domus Nova vengono così prodotti e messi in vendita a prezzi contenuti mobili moderni, con l'intento di contribuire allo svecchiamento della società e alla diffusione del gusto internazionale del Modern Style. La Rinascente inizia a sperimentare collaborazioni con disegnatori esterni; dagli esordi degli anni Cinquanta l'incontro fra grafica d'impresa e design diverrà quindi il tratto distintivo dei grandi magazzini.

Il Secondo dopoguerra si apre con la profonda ferita della distruzione della sede di Piazza Duomo a Milano, ma anche con una forte volontà di ricostruzione. Il 4 dicembre 1950 riapre il grande magazzino milanese con gli interni e gli arredi progettati dall'architetto Carlo Pagani, dove un intero piano è dedicato all'arredamento. Si avvia una nuova fase per la Rinascente in cui la spinta alla ricostruzione e al successivo boom economico vengono sfruttati con sapienza imprenditoriale. In questo periodo si lancia anche il nuovo marchio con il monogramma "lR" creato dal giovane grafico svizzero Max Huber, che introduce un cambio di passo nell'immagine.

Huber proporrà un iconico monogramma formato da una prima lettera minuscola a simbolo dell'articolo "la" seguito dalla maiuscola "R" in stampatello per Rinascente, il tutto realizzato in due caratteri tipografici differenti e assolutamente fuori dai canoni prestabiliti: Bodoni corsivo con le grazie il primo e Futura, asciutto e moderno, il secondo. Max Huber sintetizza quindi in due lettere il concetto dei grandi magazzini, unendo tradizione e innovazione, passato e futuro, storia e creatività.

Geometria, fotografia, caratteri tipografici lineari, timbri cromatici e sovrastampe rappresentano l'avanguardia grafica di quello che diventerà lo "stile milanese", un mix d'inventiva capace di unire i migliori grafici italiani con altri provenienti da tutto il mondo in una visione di forte internazionalizzazione: tutti all'opera di fronte alle guglie del Duomo di Milano nell'Ufficio Pubblicità, nell'Ufficio Sviluppo o nell'Ufficio Ricerche di mercato. I grandi magazzini di Milano in quegli anni sono diretti da Cesare Brustio, Aldo Borletti, Alfredo Ceriani e Gianni Bordoli.

La ricerca del successo imprenditoriale approderà nel 1953 alla mostra "L'estetica del prodotto", curata da Carlo Pagani, Bruno Munari e Alberto Rosselli, evolvendo poi nella mostra-premio per il disegno industriale "Compasso d'oro", ideato da Gio Ponti e Alberto Rosselli in collaborazione con Marco Zanuso, Albe Steiner e Augusto Morello, allora responsabile dell'Ufficio Sviluppo della Rinascente. Dopo una fase sperimentale con Max Huber per la comunicazione e Albe Steiner per l'allestimento delle vetrine, l'Ufficio Pubblicità opererà fino agli anni Settanta sotto la direzione artistica di Amneris Latis Liesering e poi Adriana Botti Monti. Con loro lavoreranno grafici interni e molti designer freelance in un clima di forti scambi internazionali, in cui appare privilegiato l'asse Zurigo-Milano. La Rinascente ormai fa parte della storia della grafica e la sola elencazione dei collaboratori lo conferma.

Per la pubblicità: Lora Lamm, Aoi Huber Kono, Heinz Waibl, Giancarlo Iliprandi, Brunetta Mateldi Moretti, Pegge Hopper, Roberto Maderna, Giovanna Graf, Emilio De Maddalena, Monica Furrer, Mario Trüb, Carla Buttura, Celestino Ferrario, Salvadé Borras, Raymond Gfeller, Massimo Vignelli, Salvatore Gregorietti, Georg Erhardt, Gisela Tobler, Hazy Osterwalder, Tomás Maldonado, Gui Bonsiepe, Dalmonte, Tomás Gonda.

Per il packaging, le vetrine e gli allestimenti delle celebri "mostre-mercato", un sofisticato lavoro sulla merceologia e allo stesso tempo singolari operazioni culturali, collaborano: Bruno Munari, Erberto Carboni, Marcello Nizzoli, Franco e Jeanne Grignani, Roberto Sambonet, Ennio Lucini, Giancarlo Ortelli, Attilia Faggian, Giorgio Armani, Italo Lupi, Mario Bellini, Roberto Orefice, Laura Sturme, Grazia Varisco, Richard Sapper, Enzo Mari, Bob e Ornella Noorda. A questi designer si affiancano importanti fotografi, come Aldo e Marirosa Ballo, Ugo Mulas, Gérard Herter, Serge Libiszewski, William Klein, Jeanloup Sieff, Carlo Orsi e Oliviero Toscani. La Rinascente, in cento anni, racconta le vicende di un'impresa aziendale seguendo il mutare dei consumi, la vita di una città e le sue relazioni internazionali nello spaccato della "storia della grafica".

Catalogo La Rinascente. 100 anni di creatività d'impresa attraverso la grafica / 100 Years of Corporate Creativity through Graphic Design, a cura di Mario Piazza e Nicoletta Ossanna Cavadini, con saggi dei curatori, di Raffaella Castagnola e Raimonda Riccini, a corredo una ricca sezione iconografica e un atlante delle immagini, Skira editore, Ginevra-Milano, 2017, 24x24cm, p.282, CHF 36.- / Euro 36.

In contemporanea, con progetto complementare, a Palazzo Reale di Milano, nell'Appartamento del Principe, si terrà lR100. Rinascente. Stories of innovation (24 maggio - 24 settembre 2017) incentrata sulla storia dei grandi magazzini. Come per tutte le mostre del m.a.x. museo, la redazione di Ultrafragola (3D Produzioni) ha realizzato un video, visibile in mostra a Chiasso. Il filmato sarà trasmesso anche su ARTBOX-Sky Arte durante il periodo espositivo. L'esposizione - curata da Mario Piazza, docente presso il Dipartimento di Design, Scuola del Design del Politecnico di Milano, e da Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e di Spazio Officina di Chiasso - è parte della stagione 2016-2017 del Centro Culturale Chiasso, che si declina nel nome della "creatività". (Comunicato Amanda Prada - ufficio stampa m.a.x. museo)




Moreni Mattia - Era una lampadina al guinzaglio che volava - 1990 Mattia Moreni
Cartelli e Regressivo consapevole
opere 1964-1995


termina il 22 luglio 2017
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Con questa mostra omaggio all'opera di Mattia Moreni, la Galleria Peccolo di Livorno conclude la serie di personali dedicate ad artisti contemporanei Grandi isolati. Artisti che pur operando in sintonia con l'arte del loro tempo, ad un certo punto della vita hanno deciso di ritirarsi per affrontare nuove tematiche e continuare il proprio lavoro lontano dai clamori e dalle pressioni dal mercato.

Mattia Moreni (Pavia, 1920 - Ravenna 1999) tra il 1950 e il 1965, con la serie dei suoi famosi Cartelli in strada è stato il protagonista indiscusso della pittura espressionista e gestuale definita "informale" che in quegli anni ebbe ampia risonanza mondiale. Esposto in questa mostra Nuvola su piccola baracca in Romagna del 1964 un dipinto di grandi dimensioni, testimonianza significativa delle opere di quell'epoca. Dopo il 1965, con la serie delle giganti Angurie e dei Paesaggi in disfacimento Moreni comincia una svolta di lavoro che lo porterà ad un cambiamento radicale dei temi della sua pittura. Si ritira a vivere nella sua casa-studio a Brisighella, vicino alle foci del Po, dove dipinge nuove opere sul tema de la Regressione della Specie e la serie de il Regressivo Consapevole.

Una pittura dai colori carichi di molta materia e consapevolmente rivolta ad una visione selvaggia e primitivista di egressione Consapevole nei confronti della Cultura imperante manieristica e che lui sentiva ormai opprimente. Presente in questa mostra l'esemplare opera del 1990: Era una lampadina al guinzaglio che volava, ma il pugno gorillesco che pugnava monolitico velleitario non pugna più, con piaga cronica umanoide incurabile. Saranno queste le opere che esporrà nelle innumerevoli esposizioni in Italia e all'estero dove gli sarà reso il dovuto omaggio per il suo impegno e il suo lavoro. L'esposizione è accompagnata da un catalogo edito dalle Edizioni Peccolo contenente le immagini delle opere esposte con prefazione dello studioso Flaminio Gualdoni che nello scritto ripercorre le tappe salienti della carriera artistica di questo neo-selvaggio artista. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino Pop Art Italiana - opera in mostra "Io non amo la natura"
Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino


termina il 22 ottobre 2017
Complesso Monumentale di San Francesco (ex Chiesa di San Francesco) - Cuneo

La mostra - promossa dalla Fondazione Crc in occasione dei 25 anni dalla nascita, nel gennaio 1992 - propone un excursus intorno alla Pop Art italiana, attraverso una selezione di cinquanta opere tra dipinti, sculture e video, tutte provenienti dalla GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L'esposizione nasce dalla volontà di riflettere sulla vicenda storica della Pop Art in Italia, alla luce della recente rinnovata attenzione da parte della critica. Gli aspetti principali su cui la critica si è soffermata nel rileggere il fenomeno includono, da una parte, lo studio della cronaca di quegli anni, alla ricerca di corrispondenze dirette con l'arrivo del fenomeno Pop americano sul suolo italiano e dall'altra, la messa a fuoco della provenienza culturale e linguistica degli artisti italiani, evidenziandone contiguità e differenze rispetto agli internazionali.

La mostra vuole ricostruire l'ampio ventaglio delle proposte italiane maturate nei primi anni Sessanta. In quegli anni numerose furono le corrispondenze tra il progressivo ma rapido affermarsi della Pop Art americana e la scena italiana, in particolare nelle città di Roma e Torino, così come la circolazione degli artisti e delle loro proposte linguistiche. Il percorso espositivo illustra, per campionamenti, le differenti declinazioni di stile degli artisti, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Fabio Mauri, Mario Ceroli, attivi sulla scena romana, accanto a personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali.

Sul versante torinese, la mostra raccoglie opere di Ugo Nespolo, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Antonio Carena. Sullo sfondo, tra le tante altre proposte in mostra - volte anche a presentare importanti esiti collaterali, non dichiaratamente Pop ma contestualizzabili in quella temperie di sviluppo e ricerca - esempi delle ricerche pioneristiche di Mimmo Rotella e Enrico Baj. Completano la mostra opere della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris e della Fondazione Crt per l'Arte Moderna e Contemporanea, tutte custodite presso la GAM di Torino.

«Tutte le opere esposte provengono dalla GAM» racconta Riccardo Passoni, curatore della mostra e vicedirettore della GAM di Torino «Ed è importante sottolineare come la maggior parte di esse abbia trovato posto nelle nostre collezioni già da molto tempo. Questo è stato possibile soprattutto grazie all'arrivo nel museo, alla metà degli anni Sessanta, della collezione del Museo Sperimentale di Arte Contemporanea fondato nel 1963 da Eugenio Battisti presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Genova. Rileggere quella importante collezione da questo nuovo angolo visuale, ha costituito per noi una vera sorpresa, proprio per la ricchezza di opere sul tema Pop e dintorni.» (Estratto da comunicato stampa Fondazione Torino Musei)




Opera di Debora Garritani nella mostra Ver Sacrum allo Studio d'arte Cannaviello di Milano Debora Garritani: Ver Sacrum
termina il 12 settembre 2017
Studio d'arte Cannaviello - Milano

Mostra fotografica composta di opere singole e trittici. Costituisce una riflessione sull'archetipo morte e rinascita che contiene in sé il germe della trasformazione e della rigenerazione, tema che si presta a innumerevoli chiavi di lettura, in un'atmosfera che guida nell'intimo come all'universale, senza soluzione di continuità, lasciando che l'immagine venga fissata e scoperta secondo la sensibilità, l'esperienza e il viaggio personale dello spettatore. Sia che la chiave sia biografica o universale, lo spettatore è immerso in un viaggio che implica necessariamente una trasformazione: un percorso di trasformazione e rigenerazione di cui è metafora la Primavera, momento di risveglio in cui si incontrano mitologia, filosofia, simbolismo e riti antichi.

Debora Garritani (Crotone, 1983) nel 2012 ottiene la laurea triennale con indirizzo pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2014 tiene la sua prima personale allo Studio d'arte Cannaviello; nello stesso anno presenta i suoi lavori alla Galleria Interno 18 (Cremona) e T14 (Milano). Ha partecipato a numerose collettive in gallerie e musei fra cui: MA*GA, MAGA Museo di Arte contemporanea di Gallarate; Esentay Gallery (Kazakistan). (Comunicato stampa)




Opera di Masahisa Fukase Opera di Edgar Martins La forza delle immagini
Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro


termina il 24 settembre 2017
MAST.Gallery - Bologna

La Fondazione MAST presenta una nuova mostra tratta dalla propria collezione di fotografia industriale. Sessanta autori dagli anni Venti a oggi mostrano con oltre cento opere - alcune costituite da decine di scatti - il dirompente potere espressivo del linguaggio fotografico nei suoi molteplici significati. La mostra raccoglie una vastissima selezione di scatti provenienti dal mondo della produzione, una pletora di impressioni, un profluvio di visioni dell'industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta.

Lo sguardo di oltre sessanta fotografi ci conduce attraverso il regno della produzione e del consumo, aiutandoci a sviluppare nuove modalità di visione. L'esposizione mette a fuoco gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, tocca questioni chiave di natura sociale, politica, collettiva ma, più che i fatti puri e semplici, le immagini cercano di raffigurare nessi e riferimenti articolati, profondi, presentando all'osservatore realtà complesse, che determinano anche un coinvolgimento emotivo e sensoriale.

L'universo iconografico dell'industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall'idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi e linee temporali che corrono parallele o si incrociano. La mostra propone le opere di fotografi e artisti tra cui Berenice Abbott, Richard Avedon, Margaret Bourke-White, Thomas Demand, Simone Demandt, Jim Goldberg, Hiroko Komatsu, Germaine Krull, Catherine Leutenegger, Edgar Martins, Rémy Markowitsch, Richards Misrach, Jules Spinatsch, Edward Steichen, Thomas Struth, Shomei Tomatsu, Marion Post Wolcott e molti altri. (Comunicato stampa)

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Gli archivi sono giganti silenziosi. Si svegliano e cominciano a parlare se poniamo loro domande dirette, se li scuotiamo dal torpore grazie a determinate prospettive, a punti di vista particolari, o li rendiamo vivi con il nostro interesse, riportando il loro potenziale nel presente. Con le collezioni non è molto diverso, anche se in questo caso la selezione è accompagnata sin dall'inizio da una determinata volontà, un'idea, un interrogativo. Solo quando attingiamo con gli occhi e con la mente al fondo iconografico del passato, quando stabiliamo delle connessioni, quando leghiamo il presente a ciò che è stato, la produzione al consumo, l'uomo alla macchina, la fabbrica alla società, ecco accendersi la scintilla: gli archivi e le collezioni cominciano a raccontare, svelano i loro tesori, consegnano informazioni, entusiasmano con gli universi visivi che custodiscono.

Ogni archivio possiede una propria storia, un sistema specifico fatto di ordine e disordine, e risponde a una struttura del tutto particolare. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le fotografie ricoprono una funzione soprattutto descrittiva. In altre parole, una fotografia raffigura un determinato oggetto, lo rappresenta, mostra l'evento in questione, è stata scattata in un contesto specifico da un fotografo sconosciuto, spesso anonimo. Tutto qui. E' ciò che definiamo il punto di vista descrittivo, denotativo della fotografia, che porta a dimenticarne le potenzialità estetiche, la forza immaginifica, le suggestioni visive: i neri profondi nello strato di sali d'argento che ricopre la carta, l'imponenza dei soggetti sovradimensionati, lo splendore accecante dei colori.

Le fotografie possono fare molto più che definire, descrivere. Sono incisive, sviluppano forze d'irradiazione,... si insinuano dentro di noi anche emotivamente, comunicando non un messaggio univoco, bensì due, tre, quattro concetti diversi e paralleli. Si tratta dei cosiddetti messaggi connotativi, che trapelano dal contesto e possono avere sfumature simboliche o metaforiche, da leggere e comprendere a livello figurativo. Oppure si tratta di quegli stimoli che, come la musica, agiscono in modo diretto e immediato sulle nostre sensazioni ed emozioni. A volte, il potenziale emotivo di una fotografia ci avviluppa, ci pervade in maniera più intensa e profonda rispetto al suo contenuto descrittivo; altre volte la forza descrittiva e quella estetica si contrappongono in modo antitetico, si affrontano in un duello che suscita nell'osservatore un senso di disagio e insicurezza.

Ma se il sommario, il rimando, la definizione e, dal lato opposto, l'emozione, il potenziale figurativo si completano, si arricchiscono a vicenda, la fotografia acquisisce ed emana una forza incomparabile. Queste forze supplementari della fotografia sono quanto la mostra vuole scoprire e rivelare. Il percorso espositivo intende metterle in luce, impiegarle attivamente, facendo interagire le foto tra loro, giustapponendole per sviluppare una nuova forma di narrazione, più ricca, multiforme ed enigmatica. (...)

Lo sguardo di oltre sessanta fotografi ci guida attraverso ambienti, zone, settori diversi, nell'universo dell'industria e del lavoro, in regni che vengono raccontati, spiegati, che ci colpiscono anche emotivamente, rivelando nuove modalità di visione in un gioco di contrasti: similitudine, sdoppiamento, evidenza e impenetrabilità, pesantezza e lievità, pieno e vuoto, energia ed euforia contrapposte alla malinconia, alla tristezza, al mistero, in un mondo estremamente ricco di immagini com'è quello degli oggetti, del lavoro, dell'industria e della tecnica nella nostra società.

L'osservatore, per esempio, si trova immerso nel metallo o, più precisamente, nelle immagini che del metallo ci offrono Germaine Krull, Berenice Abbott, Nino Migliori, Takashi Kijima e Kiyoshi Niimaya: ne sperimenta la pesantezza e la plasmabilità, l'oscurità del processo produttivo, la luce, la brillantezza del risultato, ne osserva la stabilità, l'elasticità, la duttilità, lo vede trasformarsi, sottoposto a deformazione, in "fogli di metallo distorti" (dal titolo di uno scatto di Kiyoshi Niimaya). Il metallo è il materiale con cui si creano ponti, nel senso letterale del termine, come ci mostra la grandiosa serie di fotografie di Germaine Krull.

Il metallo è il materiale primario di una determinata epoca industriale. Poi però vediamo anche lamiera, acciaio, plastica, pneumatici di gomma, intonaco bianco e, nelle foto di Pietro Donzelli, asfalto, barili di catrame, pozzanghere bituminose nelle aree industriali dismesse. La grande opera in venticinque parti di Rémy Markowitsch è stata realizzata in vista di una mostra dedicata alle officine Volkswagen, alla grande fabbrica e alla città di Wolfsburg, cresciuta come appendice dello stabilimento. L'opera trasforma l'oggetto motore in uno Psychomotor (dal titolo che l'artista dà al suo lavoro), la potenza della sua meccanica in sensualità, in una carica erotica diversa a seconda dell'occhio che la guarda.

Le macchine diventano creature impenetrabili, surreali, animali: nelle opere di César Domela, i generatori di vapore si trasformano in giungle, organismi viventi, un concentrato di strutture urbane affollate di entità che ardono, sbuffano, strisciano e si insinuano, soffiano o ticchettano piano per poi partire in una nuvola di fumo. Forme chiuse, enigmatiche, superfici spezzate, motivi che ricoprono intere aree in modo affine ma con significati totalmente diversi: l'analogia formale è ciò che tiene insieme una schiera organizzata di minatori che trasportano carichi pesanti, i pozzi collegati di uno stabilimento chimico o la torre di raffreddamento di una centrale atomica, in modo tale da creare uno spazio fatto di contrasti stridenti. (...)

La grande fotografia di Jules Spinatsch dal titolo Turno del mattino. Unità 631 è un viaggio computerizzato attraverso un turno di otto ore negli impianti di produzione dei trattori John Deere. E' un intero turno, riassunto e schematizzato, ottocento scatti condensati in un'unica immagine. A conclusione del processo produttivo si passa alla verniciatura e al rivestimento, la scocca viene infilata sull'unità motrice come un vestito. In gergo questa fase è definita marriage o wedding, matrimonio. Simone Demandt ci guida all'incontro con le macchine e le apparecchiature notturne, quelle che funzionano ininterrottamente nei laboratori, misteriose e insieme rivelatrici, continuando a misurare, a ticchettare anche quando più nessuno è presente.

Le fotografie della Borsa di Chicago scattate da Geissler/Sann raccontano dello sfinimento dopo una battaglia aspramente combattuta, ma testimoniano anche l'ambizione perenne ad avanzare: un non-stop eterno, insaziabile, da cui non esistono vie d'uscita. Le foto di spazi e ambienti sono la struttura portante della mostra, guidano il visitatore, ne indirizzano lo sguardo, rappresentano i segnavia del percorso espositivo. Passiamo in rassegna capannoni industriali, per esempio quelli ritratti da Thomas Struth in Laminazione a caldo, Thyssenkrupp Steel, Duisburg o da Edgard Martins in Centrale elettrica Alto Rabagão: barra collettrice, oppure dispositivi come quello nella foto Interno della camera da vuoto del Large Space Simulator di Edgard Martins, percorriamo con lo sguardo la Raumfolgen 244 di Walter Niedermayr fino ai bianchi, freddi ambienti di lavoro raffigurati nella serie di Henrik Spohler dal titolo Global Soul che affronta il tema dell'intangibilità, dell'invisibilità dei flussi di dati. (...)

Hiroko Komatsu affronta il tema della produzione di massa con una moltitudine di stampe ai sali d'argento. L'artista erige templi di immagini, pareti di figure da attraversare come in una performance: se con le foto edifica strutture architettoniche, con l'architettura, sempre evocata in uno stato di avanzamento incerto, a metà strada tra costruzione e demolizione, crea un'atmosfera di catastrofe, rovina, sfacelo. L'installazione, costituita da fotografie che ritraggono ogni genere di materiale edilizio e da costruzione, si trasforma in una sorta di spazio fisico, tridimensionale, atto alla riflessione esistenziale: una "bioriserva sanitaria" (dal titolo del lavoro di Komatsu), malinconica bacheca della senescenza, reliquiario di oggetti in declino, ciascuno dei quali, per quanto magistralmente prodotto, è destinato a fine certa.

Anche la fotografia ha sperimentato il fenomeno dell'estinzione con la scomparsa dei processi definiti a posteriori analogici. Abbiamo assistito all'avvento della "fotografia elettronica", com'era chiamata inizialmente, continuando a pensare che non sarebbe riuscita a scalzare il procedimento analogico, considerandola tutt'al più un episodio marginale o un progresso da affiancare ai sali d'argento. Andy Grundberg, illustre critico fotografico del New York Times, ancora nel 1988 scriveva: "... è più probabile che la creazione di immagini elettroniche avrà un destino analogo al procedimento che Edwin Land chiamò polaroid, sarà un optional per la comunità dei produttori di immagini." (...)

Catherine Leutenegger racconta questa decadenza con fotografie a colori piene di ambienti e parcheggi vuoti o in disuso. Nessuna innovazione, neanche la più importante, può essere salvaguardata dal declino. Frattanto l'epopea per immagini si popola di esseri umani: operai, lavoratori, manager. Raramente legati agli ambienti in cui si trovano o alle macchine e agli strumenti che impiegano, sono invece isolati, come nei famosi ritratti della serie "Nel West americano" di Richard Avedon, selezionati e collocati da soli nello spazio figurativo e davanti alla macchina da presa. Sembrano chiedere: chi siamo? dove andiamo? cosa abbiamo fatto? Sono stati gettati nel mondo, come ha affermato Jean-Paul Sartre, condannati a una libertà che spesso, nelle condizioni sociali in cui vivono, non sono mai riusciti a sperimentare.

Paiono assai meno smarriti e alienati quando sono attivi e manovrano le loro macchine, le apparecchiature, gli strumenti. Allora sembrano meno vacui, più ricchi di significato. Il lavoro è una gigantesca macchina che produce identità. L'universo iconografico dell'industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall'idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano - come l'uomo sul carro trainato da un asino ritratto di fronte a uno stabilimento industriale nella foto di Pepe Merisio.

"E' grazie alla forza delle immagini", scriveva André Breton, "che col tempo potranno compiersi le vere rivoluzioni". Viviamo in un mondo che lo dimostra quotidianamente. Il nostro obiettivo non è certo la rivoluzione: ma vogliamo comporre un'epopea, accendere un fuoco d'artificio di immagini, e farlo con le fotografie della collezione Mast. (Materia e idea, macchina e metafora. Un'epopea per immagini del mondo dell'industria e del lavoro, di Urs Stahel - Curatore della Photogallery MAST e dell'esposizione)




Muro e Parete
termina lo 08 settembre 2017
Galleria Gentili - Firenze
www.galleriagentili.it

Diversamente dall'inglese, il latino, l'italiano e il tedesco (così come molte altre lingue) distinguono tra "muro" e "parete". La distinzione sta nel fatto che con "muro" si intende la base fisica portante. In particolare negli interni, il muro viene rivestito con uno strato di intonaco, dando così vita a una superficie che finisce per far perdere di vista la sottostante presenza della struttura materiale e muraria. La parete liscia diventa una superficie di proiezione e immaginazione, su cui possiamo rappresentare qualsiasi cosa. E' lo spazio figurativo che gli artisti dell'antica Roma utilizzavano per la decorazione delle ricche ville. Sulle pareti potevano raffigurare dei mondi che superavano la limitatezza degli interni, richiamando architetture esotiche o lussureggianti scene di paradisi naturali.

In questo senso, i Wall Drawings di Sol LeWitt sono ovviamente qualcosa in più di disegni di grandi dimensioni. La caratteristica di queste opere è da individuare nel loro stretto collegamento con lo spazio. In Wall Drawing 247 le linee da e verso punti casuali specificati sulla parete sono determinate dal disegnatore con pastelli neri. Qualsiasi differenza nell'installazione dipende dalle differenze tra le pareti su cui viene disegnato il pezzo. Il disegno si muove quindi in una sua propria dimensione, che va al di là dello spazio reale. La parete visibile diventa quindi solo una parte di questa realtà ulteriore. Con l'arte di lavorare la carta, Ignacio Uriarte è in grado di trasformare la parete bianca in un rilievo di fogli di carta del medesimo colore.

L'arte ha il privilegio di non dover necessariamente produrre qualcosa, a volte è sufficiente ingrandire o portare in primo piano un gesto piccolo e occasionale per rivelarne il potenziale estetico. In ogni foglio di carta sono state praticate quattro pieghe che si congiungono in modo da comporre in modo casuale una figura a forma di rombo; ogni rombo si connette poi con le analoghe figure dei fogli adiacenti, al di sopra, al di sotto, a sinistra e a destra, tracciando in tal modo tra i fogli un'ulteriore serie di rombi uguali, che si delineano sullo sfondo rispetto al rilievo delle pieghe. Le pieghe da un lato riflettono la luce e dall'altro creano un gioco di ombre. Si vengono così a determinare anche differenti gradazioni di bianco e di grigio pur in assenza di una reale tecnica di colorazione. (Testo di Helmut Friedel)

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Latin, Italian and German - and many other languages as well - have two words for 'wall', in contrast to English, which only has one. German, for example, differentiates between 'Mauer' and 'Wand': 'Mauer' is the physical, load-bearing base constructed of stone or brick or other materials. In interiors in particular it is usually covered with a layer of plaster, which provides a surface that neatly hides the physical structure of the 'Mauer' or wall beneath. This smooth surface or 'Wand' becomes a surface for the imagination, for projection, on which anything can be portrayed. It is the image surface that artists of ancient Rome sought in decorating wealthy villas. On this surface they could bring forth image worlds that point far beyond the limits of the room indoors - to foreign architecture or magnificent paradisical scenes.

In this light, the Wall Drawings by Sol LeWitt are of course much more than simply over-sized drawings. Their essential element is that they should be seen within their close frame of reference to the room. In "Wall Drawing 247" the lines to and from random points specified on the wall are determined by the draftsman with black crayons. Any differences in the installation are due to differences between walls on which the piece is being drawn. The drawing now moves in its own dimension, which extends beyond real space. With his artful handling of paper, Ignazio Uriarte can transform the white wall into a relief of white sheets of paper.

Art possesses the privilege of not having to be productive, and it is frequently enough to enlarge a small, casual gesture or place the focus on it in order to make its aesthetic potential accessible. Each sheet of paper contains four folds that connect to a randomly shaped rhombus that connects further to the rhombus on the pages above, below, to the left and to the right, creating thereby a new, additional layer of rhombusses in between the pages that looks almost the same, but with depression instead of protrusions. The folds reflect the light above them and throw shadows below them. Different gradings of white and grey are created this way without the actual use of color. (Text by Helmut Friedel)




"Presenze Assenze"
termina il 17 settembre 2017
Galleria Eitch Borromini - Roma

Progetto culturale, in una location prestigiosa come il Collegio Innocenziano, sede della struttura alberghiera Eitch Borromini. E' l'Arte anima del progetto, un'arte che fa già parte della sua storia, poiché l'edificio storico (1644-55) è un capolavoro del celebre architetto Francesco Borromini. Il progetto, selezionato con cura, vedrà sviluppare un ciclo di grandi mostre in cui a partecipare saranno artisti di genere e provenienza diversa. La prima mostra "Presenze Assenze" ha un titolo altamente suggestivo, in luoghi come questi che conservano ancora le tracce di sottopassaggi utilizzati dal Papa Innocenzo X Pamphili come via di fuga.

A cura di Sveva Manfredi Zavaglia, la mostra ha come protagonisti cinque artisti della scena nazionale: Angelica Romeo, Chicca Savino, Francesca Merola, Marco Girolami e Quirino Cipolla. Il concept è un dialogo fra l'imponenza dell'arte antica e quella dell'arte contemporanea, in un mix di grande impatto visivo. Il percorso guidato parte dal chiostro al piano terra e prosegue al 4° piano dell'edificio dove sia i corridoi che le sale ricevimento faranno da cornice alle opere esposte, studiate appositamente per i diversi ambienti e raccontate attraverso la pittura, la scultura, il mosaico e la fotografia.

La mostra unica nel suo genere, è impaginata con un allestimento piuttosto all'avanguardia nel quale si unisce il passato al presente per consegnare alle generazioni future il senso del tempo dato dall'arte. Sono circa sessanta le opere che meritano di vedere la luce in uno spazio così altamente internazionale. Alcune già note al pubblico, altre più inedite, ma tutte nate per diventare qualcosa che porti a una ricognizione collettiva e simbolica come indicato dal testo della curatrice: "Rimbalza tra Presenze Assenze, l'essenza del tempo nella ricerca artistica dei cinque artisti. Il loro mondo interiore trova una collocazione appropriata al progetto che attraversa nello spaziotempo un viaggio fatto di presente e memoria". (Estratto da comunicato ufficio stampa Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano)




Gastone Primon
Spiragli - Voci e Volti della Materia


Este (Padova)
Ceramica | Museo Nazionale Atestino - termina il 21 maggio 2017
Pittura | Sala espositiva "Vecchia Pescheria" - termina il 18 maggio 2017

La mostra propone un importante e significativo gruppo di opere che testimoniano il dialogo continuo e fecondo tra pittura e scultura, portato avanti nel tempo da Gastone Primon. Artista di statura internazionale, il Maestro trova nella didattica e nella incessante ricerca la via, come sottolinea il Critico Giorgio Segato, della sapienza manipolativa, la perfetta e sempre aggiornata conoscenza di modi e tempi di cotture, di ossidazioni, di impiego di smalti, per rimettere in atto processi di trasformazione fisica, materica, e dunque anche, e soprattutto, psicologica, dichiarando la propria insoddisfazione per lo stato delle cose, per la condizione esistenziale, per l'inutilità consolatoria delle belle forme, delle armonie astratte, che cioè non tengano conto dei reali problemi del mondo e dell'uomo.

Le sue opere recuperano valenze primordiali, microcosmi ctoni di terra e materia emersa e dibattuta nel caos dove gli elementi terra, fuoco e acqua si amalgamano e dove l'uomo lascia le prime tracce. Ogni suo "lavoro" nasce da una urgenza indifferibile propria della storia dell'uomo, quella che leggiamo fra le forme ricche di squarci e quasi pulsanti sotto la spinta di una nascosta tensione. Le opere di Primon sono spesso enigmatiche ma soffermandosi dinanzi alle sue rappresentazioni, sembra di ascoltare e seguire il ritmo evolutivo delle cose, modificando non per distruggere un equilibrio, seppur momentaneo ed illusorio!

Sapere come le opere vengano realizzate e come i materiali siano assemblati non aggiunge niente alla comprensione, perché chi vede non cerca di ricostruire il cammino dell'artista, ma vi riconosce il proprio, afferma Pierina Borin. Spiraglio, così come propone il titolo, è sì apertura dove "viaggia" una luce, dove lo sguardo va a posarsi, cercando il reale ma anche l'immaginario fatto di apparenza ma anche di dubbi infiniti e nella concreta ipotesi comunque di individuare una possibilità, un barlume, uno Spiraglio di Speranza per il domani. Suoi capolavori sono conservati presso Chiese, Musei, Enti e collezioni private.

Ha affiancato alla sua vita d'artista anche ruoli didattici istituzionali che l'hanno portato a confrontarsi e collaborare con artisti stranieri. In tali contesti internazionali ha insegnato, per oltre 5 anni, e ha avuto modo di conoscere realtà artistiche locali portandolo a modificare, in alcuni aspetti, il suo credo d'indirizzo estense. Egli giunge a questa personale con più di 50 anni di esperienze e con "alle spalle" numerose esposizioni e conferenze sia in Italia che all'estero. Si sono interessati a lui numerosi critici, riviste, giornali e televisioni sia in Italia che all'estero oltre ad avere una ricca catalogazione personale presso la Galleria Nazionale di Arte moderna di Roma. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Salvatore Nocera - Villa sull'Adriatico - olio su tela cm.120x83 1960 Salvatore Nocera. Un decennio di ritardo
21 maggio - 23 luglio 2017
Palazzo d'Accursio - Bologna
www.bolognaperlearti.it

Prima mostra personale di Salvatore Nocera (1928-2008) nella sua città natale, a cura di Elisa Del Prete. L'esposizione, nata da un'idea di Mario Giorgi, autore che ha conosciuto l'artista in vita, e realizzata grazie a Eva Picardi e alla madre Felicia Muscianesi, eredi testamentarie di Nocera, è promossa nell'ambito delle attività dell'associazione culturale Bologna per le Arti con il patrocinio del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna.

Da Bologna trasferitosi a Parigi dalla fine degli anni Cinquanta, Salvatore Nocera non esporrà mai in città, tranne che in alcune mostre collettive giovanili. Di indole riservata, lascia ben poche tracce del suo percorso, talvolta arrivando a distruggere le sue stesse opere. Vorace conoscitore, tanto da mettere insieme una biblioteca di oltre 8000 volumi, prediligeva il dialogo con pochi intimi amici alle occasioni mondane e condivideva le sue profonde passioni intellettuali durante instancabili conversazioni, uniche alternative alla lettura isolata e all'attività costante e quotidiana in studio.

A quasi dieci anni dalla morte dell'artista, avvenuta nel 2008, sulla base della scarsa documentazione che si è rinvenuta e attingendo alle opere conservate in alcune collezioni private, la mostra propone dunque, attraverso una selezione finale di 40 tele, 24 disegni e alcuni scritti, un processo di riscoperta di una carriera artistica sfuggente durata quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta all'inizio degli anni Novanta, nell'intento primario di restituire alla città un patrimonio pittorico e librario fino a oggi nascosto. La preziosa biblioteca di Salvatore Nocera sarà infatti donata dalle eredi alla Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna, mentre il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna acquisirà in collezione alcuni dei lavori.

Il titolo scelto per la mostra rimanda a una frase dei suoi diari: Sono sempre stato in ritardo, come minimo, di un decennio, nella quale si condensa lo stato d'animo di una figura inquieta, sempre alla prese col tentativo di afferrare il passato e di confrontarsi con una sua presunta inadeguatezza al presente. La lucidità di mano e vedute, oltre che il talento e la spontaneità che lo hanno fatto dipingere ogni giorno della sua lunga vita, fanno del suo percorso oggi quanto meno un caso che vale la pena portare alla luce. Accompagna la mostra un catalogo, il primo che ripercorre l'evoluzione della ricerca di Salvatore Nocera restituendone un percorso critico e la dovuta legittimità anche grazie al testo critico di Graziano Campanini e alla presentazione della curatrice Elisa Del Prete.

Salvatore Nocera si forma come scultore frequentando lo studio di Ugo Guidi e il laboratorio di Cleto Tomba, realizzando piccole sculture in cera e bassorilievi per lo più raffiguranti volti di donna, soggetti che resteranno sempre tra i suoi favoriti anche quando, quasi subito, passerà al mezzo pittorico. A sostenerlo in questo periodo aveva trovato il maestro Virgilio Guidi, figura di riferimento accanto a Giorgio Morandi all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Ed è grazie a lui, nel 1953, che realizza la sua prima mostra bi-personale con l'amico e collega Emilio Contini presso una piccola galleria di Venezia, esponendo una serie di disegni a china.

Una ricca produzione di disegni scandisce con costanza la sua pratica e testimonia anch'essa un sguardo dall'impronta spesso voyeuristica a figure femminili a lui vicine, reinterpretate però attraverso riferimenti iconografici tratti dalla storia dell'arte rinascimentale. (...) Tale processo di riappropriazione di una pittura storica si evidenzia anche nel trattamento della materia che rende i suoi quadri quasi trasparenti, leggere stratificazioni che sembrano scomparire e fanno pensare a preparazioni per affreschi o a quadri volutamente non-finiti. Da sempre in auto-formazione, l'artista attinge a riferimenti colti provenienti anche da altri ambiti di ricerca, la poesia prime tra tutte ma anche il cinema e la fotografia, che confluiscono nella preparazione dei suoi soggetti, mai ritratti dal vivo ma sempre frutto di una rielaborazione di appunti e memorie.

Muovendo dalla figurazione iniziale, verso la metà degli anni Sessanta Nocera inizia a lavorare a una pittura decisamente più materica, in cui anche i soggetti si spostano dalla figura al paesaggio. Interpretando un "nuovo naturalismo" che risente certamente della lezione del critico Francesco Arcangeli, soprattutto nelle cromie di derivazione morlottiana e affini al percorso più intimo di Mandelli, ma attingendo altempo stesso a gesti e dimensioni che guardano più all'espressionismo astratto d'oltreoceano, oltre che adottando un trattamento materico di derivazione impressionista, Nocera conduce l'osservatore tra le asprezze di un bosco, sulle sponde di una vegetazione lacustre, dentro l'ambiente acquatico di un canneto.

In mostra vengono esposte alcune delle opere di grandi dimensioni, che l'artista predilige durante gli anni Settanta, come Vigne al tramonto (1973) o Degel de la Campagne veronese (1967), accanto a tele più piccole che, pur dal tratto riconoscibile, risultano di natura più intima e astratta, appartenendo probabilmente a un periodo successivo. Il passaggio all'informale coincide con il suo distacco da Bologna, quando, a partire dal 1960, l'artista affitta uno studio a Parigi nel quartiere di Montmartre, nel cuore della scena artistica locale, accanto anche ad altri artisti italiani. Qui si immerge nell'ambiente intellettuale parigino, inizia a frequentare artisti e collezionisti, si iscrive al Sindacato Nazionale degli Artisti Francesi ed espone con regolarità al Salon des Indépendants e al Salon d'Automne. Questa alcova, che unirà finalmente il suo spirito inquieto a un contesto artistico quanto meno di respiro europeo, diventerà per lui una base fondamentale cui ritornare con costanza nella sua pendolarità con l'Italia.

Tornato più stabile a Bologna (dove risiedeva ancora la madre) nel '79 dopo un divorzio turbolento con la prima moglie con cui l'artista aveva avviato anche la ristrutturazione di una casa nel veronese - la "ca' rossa" cui Nocera fa riferimento ossessivamente nei suoi diari più tardi -, l'artista conosce un periodo difficile, buio e isolato. L'attività pittorica riprenderà vigore solo verso la fine degli anni Ottanta grazie a una nuova musa, Felicia Muscianesi, che adotterà con amore la sua implacabile e addolorata follia creativa. Rintanato in una "salva" solitudine (da qui inizierà a firmarsi talvolta col nome Salvo) e in dialogo solo con pochi amici, l'artista inizia una nuova fase di sperimentazione, pur in una profonda inquietudine per una pratica artistica in cui fatica ormai a riconoscersi.

Volgendo lo sguardo all'informale di tradizione francese di Jean Fautrier e Antoni Tàpies, la sua pittura conosce nuove evoluzioni in cui la materia si fa decisamente più densa, la figura indefinita, e nuovi materiali trovano posto sulla tela negli assemblage. Se il disegno lasciaspazio ad acquerelli in cui l'artista reinterpreta con non troppa convinzione il tema del paesaggio, scotch, ritagli, carte e fotocopie diventano oggetto di nuovi tentativi compositivi che, seppur rimasti per lo più incompiuti, sono testimoni del suo sguardo ai cambiamenti in corso nell'arte di quegli anni e della ricerca insaziabile che nutre la sua visione fino alla fine della sua vita.

Nel corso della sua durata avrà luogo un ciclo di conferenze che, a partire dalla presentazione dell'artista svilupperanno, grazie alla partecipazione di critici, artisti, autori e ospiti d'eccezione, una discussione sul contesto e il periodo storico in cui Salvatore Nocera si è trovato a operare. Bologna per le Arti è un'associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 1999 per fornire un servizio diretto alla conoscenza e alla divulgazione delle arti figurative prediligendo l'area bolognese, con specifico riferimento ai periodi dell'Ottocento e del Novecento.

A tal fine, l'associazione si propone di organizzare e gestire mostre, conferenze e pubblicazioni finalizzate alla valorizzazione della tradizione artistico-culturale del territorio. Bologna per le Arti realizza i propri progetti tramite la collaborazione con enti, associazioni e istituzioni di natura pubblica e privata. Dal 2010 realizza le proprie mostre annuali (oltre 200mila visitatori) presso Palazzo d'Accursio, sempre corredate dal ciclo di incontri «Dialoghi Culturali a Palazzo d'Accursio» grazie alla partecipazione dei maggiori professionisti della cultura in città e nel Paese. (Comunicato stampa)

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___ Altre mostre a Bologna presentate in questa pagina della Newsletter Kritik

Alexey Titarenko: The City is a Novel
13 maggio - 15 settembre 2017
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

Catherine Wagner
termina lo 03 settembre 2017
Museo Morandi - Bologna
Presentazione




"ArchiLetture"
termina il 15 settembre 2017
Biblioteca dell'Accademia di architettura - Mendrisio (Svizzera)
biblio.arc.usi.ch

L'Accademia di architettura di Mendrisio ha ricevuto in donazione nel 2013 l'archivio fotografico della società IN.CO. Ingegneri Consulenti S.p.A. Il fondo conta circa 6000 fotografie in bianco/nero e a colori e costituisce un'importante testimonianza delle innovazioni costruttive e delle tecniche di messa in opera delle infrastrutture su scala mondiale nell'arco temporale tra il 1950 e il 1990. L'Archilettura proposta dalla Biblioteca in collaborazione con la Cattedra di strutture si riferisce anche alla metodologia didattica dell'Accademia di architettura di Mendrisio proponendo l'analisi e la messa a confronto per elementi costitutivi di più manufatti progettati dalla società italiana sotto la guida dell'ingegner Silvano Zorzi (1921-1994).

Le tavole esposte si focalizzano sulle specifiche dei materiali e delle tipologie di messa in opera, sulle fondazioni, sui pilastri e sugli impalcati delle diverse strutture presenti nell'archivio (ponti, viadotti, dighe, opere portuali, linee ferroviarie, metropolitane, grandi edifici civili ed industriali) al fine di evidenziare l'abilità creativa dell'ingegner Zorzi e riconoscere l'importanza e l'impatto dell'infrastruttura sul territorio. Mostra a cura di Valeria Francesca Gozzi, Mario Monotti, Sabina Walder e Angela Windholz. (Comunicato stampa)




Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017
"La révolution mise à nu par ses agitateurs, même": Pablo Echaurren rilegge Duchamp


termina il 15 ottobre 2017
Scala Contarini del Bovolo - Venezia

L'esposizione propone una serie di opere realizzate nell'arco di quarant'anni in cui Pablo Echaurren dialoga con l'ombra del padre dell'arte concettuale Marcel Duchamp. Il percorso della mostra si sviluppa lungo lo spazio fisico della Scala Contarini del Bovolo, che nella sua forma a spirale (bovolo in dialetto veneziano significa chiocciola) rimanda emblematicamente alla coppia di opposti alto/basso e ascesa/discesa. Traendo spunto dall'opera duchampiana Nu descendant un escalier, l'artista ha concepito una serie di cartelli segnaletici che invitano lo spettatore, con un gioco di parole onomatopeico, a salire le scale (Nous ascendants un escalier) e poi a discenderle (Nous descendants un escalier).

La mostra è anche un viaggio nel tempo lontano/vicino e immaginato/vissuto che collega tre date: 1917, 1977 e 2017. 1917: anno in cui Duchamp presenta il ready-made "Fountain", l'opera provocatoria per antonomasia. 1977: abbandonata per qualche tempo la professione di artista, Echaurren, legandosi alla corrente ironica e creativa dei cosiddetti indiani metropolitani, elabora con il gruppo un nuovo linguaggio collettivo basato sull'uso delle provocazioni duchampiane ma in chiave politica, creando fanzine, disegni, collage e dando vita a happening a sorpresa. 2017: l'artista decide di recuperare i materiali legati a quei momenti, quaderni, appunti scritti e disegnati, proponendo anche nuovi lavori che mettono in evidenza la possibilità di servirsi ancora oggi di Duchamp come un palinsesto su cui tracciare un percorso personale.

Il fulcro della mostra è rappresentato da una serie di collage che entrano in rotta di collisione con i materiali cartacei della boîte verte, la scatola duchampiana intitolata La mariée mise à nu par ses célibataires, même (1934). Un'opera che rappresenta per Echaurren non solo un personale oggetto d'affezione ma anche uno stimolo e uno spunto di riflessione sul fare arte come prassi legata alla dimensione del pensiero. La scatola, com'è noto, contiene la riproduzione di appunti, foto, disegni e fogli strappati relativi all'elaborazione del Grande Vetro.

Una sorta di cassetta degli attrezzi ma anche un potenziale collage. Echaurren, che sin dal 1969 ha praticato la via del collage accanto alle altre discipline artistiche, ha utilizzato copie dei facsimile della "boîte" per realizzare cinquanta lavori in un'ideale partita a scacchi con il grande maestro. Al fine di rimarcarne l'importanza, un esemplare originale della scatola è materialmente presente nella mostra. A conclusione dell'itinerario, la scultura di ceramica U/siamo tutti Duchamp, una copia dello storico orinatoio firmato R. Mutt, sulla quale Echaurren è intervenuto applicandovi una sorta di tatuaggio realizzato con una tecnica desunta dal compendiario della grottesca faentina cinquecentesca, trasformando così l'oggetto in una suppellettile straniante attraverso un détournement in bilico tra medioevo, graffitismo, passato e presente, alto e basso.

Pablo Echaurren (Roma, 1951) inizia a dipingere a diciotto anni e, tramite Gianfranco Baruchello, viene scoperto dal critico e gallerista Arturo Schwarz che fa conoscere il suo lavoro in Italia e all'estero. Tra il 1971 e il 1975 espone a Berlino, Basilea, Filadelfia, Zurigo, New York, Bruxelles e nel 1975 è invitato alla Biennale di Parigi. Il suo esordio avviene all'insegna di un minimalismo, di una concettualità e di un'antipittoricità alternativi all'idea di opera d'arte come feticcio. Questa è la direzione in cui l'artista si è mosso da allora, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi e nuove forme di espressione, senza mai adagiarsi sul già fatto.

Non solo pittore, si è impegnato in un'intensa attività applicata, realizzando illustrazioni, manifesti e copertine, tra cui quella del best seller Porci con le ali, nonché "metafumetti" che indagano sul possibile rapporto tra avanguardia e arte popolare, cercando quel necessario e fecondo cortocircuito tra "alto" e "basso", tra cultura e leggerezza, in sintonia con l'ideale di un'arte diffusa. La sua creatività si è sviluppata anche nel campo scrittura, pubblicando romanzi e pamphlet sul mondo dell'arte. Dopo il Duemila, la sua poliedrica produzione è stata presentata in alcune esposizioni personali. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Il Mito del Pop
Percorsi Italiani


termina lo 08 ottobre 2017
Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato - Pordenone
www.artemodernapordenone.it

C'è stata una "via italiana" al Pop ed è stata assolutamente originale. Silvia Pegoraro lo evidenzia con questa mostra dal forte taglio critico, che riunisce circa 70 opere, alcune mai prima esposte, di una ventina di artisti. Si è spesso sostenuto che gli artisti italiani non fecero sostanzialmente altro che "copiare" gli americani. Alcuni di essi, è vero, erano stati in America prima del '64, anno del trionfo della Pop Art americana alla Biennale di Venezia, o si erano informati in precedenza sulle nuove poetiche visive statunitensi: per esempio Mimmo Rotella (celebri i suoi décollages - collages di manifesti pubblicitari strappati), Franco Angeli (tra le sue opere più famose le sue lupe e le sue aquile romane), Tano Festa, con le sue riletture di Michelangelo e di altri celebri maestri del passato, o Mario Schifano, che reinterpreta in pittura le icone pubblicitarie o foto storiche (come nel celeberrimo Futurismo rivisitato, del '66).

Tutti artisti, questi, legati alla romana "Scuola di Piazza del Popolo". Roma è infatti uno dei due punti di irradiazione della Pop Art di casa nostra: qui, il fenomeno della "dolce vita", legato al "boom economico", dà il via a un profondo rinnovamento del costume italiano. Nel dopoguerra, Roma è un luogo di incontri e dibattiti di livello internazionale. Di qui passano molti grandi artisti europei e americani. Si parla, si discute, si crea. Le gallerie di riferimento sono La Tartaruga di Plinio de Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani, dove espongono gli artisti che fanno tendenza. Oltre a quelli già nominati, ci sono Cesare Tacchi, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Ettore Innocente, e Mario Ceroli, che nelle sue famose sculture ricostruisce in legno grezzo immagini e oggetti della quotidianità.

L'altro centro propulsivo della Pop Art italiana è Milano, e il suo cuore è lo Studio Marconi, dove nel '65 espongono in una mostra, insieme a Schifano, Valerio Adami, Emilio Tadini e Lucio Del Pezzo. Questi artisti guardano più all'Europa che all'America: dalle soluzioni genialmente kitsch di Enrico Baj, influenzate dal dadaismo e dal surrealismo, alla altrettanto geniale ibridazione di metafisica dechirichiana e iconografia da fumetto di Adami, alla rigogliosa vena "narrativa" di Tadini che acquisisce, grazie al contatto con la Pop Art, una maggior sintesi d ell'immagine, oltre che un più forte impulso a inserire nella figurazione oggetti appartenenti al mondo reale e quotidiano. La mostra sarà anche un'occasione per ricordare e celebrare, nel trentennale della morte, l'artista Ettore Innocente, noto come uno dei più interessanti e originali artisti della Pop Art di ambito romano, ma provenienete in realtà dal territorio pordenonese, con il quale ha sempre mantenuto legami profondi, coltivati con assiduità.

"Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta - afferma la curatrice - in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l'inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini". (Comunicato Ufficio stampa Studio Esseci)




Rinascimento segreto

13 aprile - 03 settembre 2017
Palazzo Ducale - Urbino
Museo Archeologico e Pinacoteca del Palazzo Malatestiano - Fano
Palazzo Mosca - Pesaro
www.rinascimentosegreto.it

Nelle tre sedi sono esposte oltre ottanta opere, tra dipinti e sculture, disegni e oggetti d'arte dall'inizio del Quattrocento alla metà del Cinquecento, di proprietà di fondazioni bancarie, istituzioni e collezionisti privati con l'obiettivo di valorizzare, come indica il titolo stesso, un patrimonio artistico quasi sconosciuto (perché non esposto nei musei pubblici), e al contempo creare un dialogo con le opere rinascimentali presenti sul territorio.

Oltre a maestri di scuola marchigiana (Giacomo di Nicola da Recanati, Giovanni Antonio da Pesaro), sono stati selezionati capolavori inediti o ancora poco noti di artisti rappresentativi delle principali scuole pittoriche della penisola: toscana (Piero del Pollaiolo, Francesco di Giorgio Martini, Benvenuto Cellini, Pontormo, Baccio Bandinelli, Matteo Civitali, Agostino di Duccio, Desiderio da Settignano, Antonio Rossellino, Giovan Francesco Rustici); veneta (Bonifacio de' Pitati, Giovanni Bonconsiglio detto Marescalco, Marco Bello, Filippo da Verona); ferrarese (Maestro di Casa Pendaglia, Maestro delle Anconette ferraresi, Antonio Cicognara, Benvenuto Tisi detto Garofalo, Dosso Dossi, Ludovico Mazzolino, Giovanni Battista Benvenuti detto Ortolano); lombarda (Antonio de Carro, Gasparo Cairano, Agostino de Fondulis, Giovanni Agostino da Lodi, Cesare Magni, Defendente Ferrari, Gaudenzio Ferrari); emiliana e romagnola (Maestro di Castrocaro, Giovanni Francesco da Rimini, Bernardino da Tossignano, Severo da Ravenna, Marco Palmezzano, Bartolomeo Ramenghi detto il Bagnacavallo, Girolamo Marchesi detto da Cotignola, Francesco Zaganelli, Antonio da Crevalcore, Parmigianino, Giacomo e Giulio Francia, Amico Aspertini); umbra, adriatica e centroitaliana (Paolo da Visso, Nicolò di Liberatore detto l'Alunno, Raffaello, Perugino, Giulio Romano, Giovan Francesco Penni, Liberale da Verona, Cola dell'Amatrice).

Non c'è, probabilmente, nella storia umana e nella sua espressione attraverso l'arte, momento più alto e fervido d'invenzioni di quello che va dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento, da Piero della Francesca a Pontormo. A Firenze, e non solo a Firenze, ma a Venezia, a Ferrara, nelle Marche, in Sicilia, in Sardegna, in Friuli, in Lombardia, gli artisti danno vita a quello che è stato chiamato, con azzeccata definizione, Rinascimento. Anche prima di quegli anni l'arte era stata sublime, ma Piero della Francesca la arricchisce di una intelligenza che trasforma la pittura in pensiero, in teorema, ben oltre le esigenze devozionali.

Davanti alla sua Flagellazione non è più sufficiente l'iconografia religiosa, e così davanti alla Annunciata di Antonello da Messina, alla Tempesta di Giorgione, all'Amor sacro e Amor profano di Tiziano, alla Deposizione di Cristo di Pontormo. Di anno in anno appaiono capolavori sempre più sorprendenti. Tra 1470 e 1475 la creatività dei pittori e degli scultori raggiunge vette inattingibili; ma sarà così, di quinquennio in quinquennio, fino alla metà del Cinquecento. Sono gli anni di Mantegna, Cosmè Tura, Botticelli, Leonardo, di Raffaello, di Michelangelo, ma anche di Giovanni Bellini, di Lorenzo Lotto, di Tiziano, di Correggio, di Parmigianino. Sono gli anni delle meraviglie, gli anni in cui l'artista si sfida, in un continuo superamento di se stesso.

Tra i simboli della cultura umanistica, spicca la silenziosa Città ideale nella Galleria Nazionale delle Marche nel Palazzo Ducale di Urbino, città che divenne per merito dell'intelligenza di Federico da Montefeltro una delle interpretazioni più raffinate e feconde del Rinascimento. Convocando decoratori, artisti e architetti all'avanguardia come Piero della Francesca o Leon Battista Alberti, il principe rinnovò in maniera radicale il contesto culturale e urbano di Urbino, che, all'inizio del Cinquecento, fu definita da Baldassarre Castiglione "una città in forma di palazzo". Cuore pulsante del grandioso edificio progettato Francesco Laurana e completato da Francesco di Giorgio Martini è il piano nobile, dove si trova lo straordinario Studiolo di Federico, le cui pareti sono rivestite da eccezionali tarsie lignee realizzate da Giuliano e Benedetto da Milano.

E' l'ambiente più intimo del Palazzo e simboleggia il ritratto interiore di Federico, la sua cultura, le sue scelte intellettuali ed estetiche. Nella parte più alta dello studiolo si incontrano i ritratti degli Uomini Illustri attribuiti al fiammingo Giusto di Gand e allo spagnolo Pedro Berruguete. Negli altri ambienti del piano nobile si trovano le opere più antiche della Galleria Nazionale delle Marche, tra cui la Flagellazione e la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca e La Muta di Raffaello, capolavori assoluti dell'arte italiana ed emergenze inevitabili nel percorso rinascimentale garantito da altri notevoli lavori.

A Pesaro, via mare, su una delle imbarcazioni che collegavano Venezia ai porti dell'Adriatico, giunge intorno al 1475 la pala dipinta per la chiesa di San Francesco da Giovanni Bellini, il massimo pittore veneziano del Quattrocento. Figlio del grande Jacopo, fu proprio sotto l'egida del padre che Giovanni iniziò a muovere i primi passi nell'arte. Dopo le prime sperimentazioni donatelliane, Bellini avviò un fervido dialogo con Andrea Mantegna e fu una vera e propria sfida, presto superata in virtù di una sensibilità poetica sconosciuta al più rude cognato. Il confronto con Antonello da Messina, documentato in laguna intorno al 1475, suggerì a Bellini una compiuta monumentalità prospettica e una suprema sintesi tra i valori di luce e colore di ascendenza pierfrancescana, che di fatto inaugurò un nuovo corso della pittura veneta, traghettandola verso il moderno.

Ne è documento fondamentale la Pala di Pesaro (oggi in Palazzo Mosca), uno dei capolavori del Rinascimento italiano, nel quale la lezione di Mantegna appare ormai arricchita della luce chiara e dall'armonica sintesi tra architetture, paesaggio e figure di Piero della Francesca. A Fano la svolta è favorita da Sigismondo Malatesta. Emblematica è la Tomba di Pandolfo III, già pienamente rinascimentale, che egli commissionò quasi certamente a Leon Battista Alberti. Ai Malatesta Fano deve anche l'ampliamento della cinta muraria, il ripristino di porte e bastioni e la costruzione dell'imponente Rocca Malatestiana col relativo mastio.

Un secolo più tardi, con un nuovo grande bastione, anche Antonio e Luca da Sangallo avrebbero offerto il loro contributo di tecnici espertissimi al rafforzamento difensivo della città. Sul finire del secolo XV e nei primi anni di quello successivo aveva trionfato intanto il nuovo stile urbinate: nella Casa degli Arnolfi dalle belle finestre di gusto lauranesco, nell'Arco Borgia Cybo eretto a ricordo della ottenuta libertas ecclesiastica, soprattutto, nella chiesa di San Michele, dal bellissimo portale di Bernardino di Pietro da Carona che già alcuni anni prima aveva scolpito il pregevole portale della Chiesa di Santa Maria Nuova in San Lazzaro, trasferito poi nell'omonima chiesa cittadina, insieme con il prezioso coro intarsiato e intagliato dai fratelli Antonio e Andrea Barili da Siena e con le splendide pale di Giovanni Santi (Visitazione) e del Perugino (Annunciazione e Madonna in Trono con relativa lunetta della Pietà e la superba predella con Storie della Vergine). A Giovanni Santi, spetta anche la Sacra Conversazione dipinta per la chiesa di Santa Croce e ora presso la Pinacoteca Civica. (Comunicato stampa)




Alexey Titarenko - Piazzetta San Marco Alexey Titarenko: The City is a Novel
termina il 15 settembre 2017
Spazio Damiani - Bologna
www.damianieditore.com

La mostra presenta circa venti opere realizzate dall'artista in tre differenti città: Venezia, New York e San Pietroburgo, sua città d'origine. Protagonista indiscussa nella ricerca fotografica di Titarenko è dunque la città, le cui diverse espressioni diventano metafore per raccontare condizioni di vita umana. Venezia, New York e San Pietroburgo sono i soggetti attraverso i quali Titarenko narra il suo racconto, un racconto intriso di raffinata cultura letteraria coltivata con gli scritti di Checov, Dostoevskij e molti altri autori. Prende così forma un'esposizione visiva che non cerca di fissare una scena metropolitana o, all'opposto, di catturarne il movimento; l'intento di Titarenko è quello di far parlare la città, di lasciarla libera di raccontare le proprie storie, sfumando il confine tra rappresentazione e realtà.

Per questa via trovano spazio nelle sue fotografie scene urbane in cui la nitidezza di alcuni elementi si combina a dettagli mossi ottenuti con tempi d'esposizione prolungati: le persone in movimento, le auto, ma anche gli agenti atmosferici mettono in scena dei tableaux vivants dal forte sapore narrativo. Il tempo e il suo trascorrere sono al centro della novel di cui Titarenko ci vuole parlare.Ciascuna città rappresenta uno snodo importante nella poetica di Titarenko. San Pietroburgo è la sua città natale, quella in cui ha maturato la propria sensibilità e che lo ha dotato di una particolare inclinazione per la rappresentazione onirica.

Su questa scia si colloca Venezia, che con i suoi mille riflessi acquatici e le atmosfere rarefatte ha offerto all'artista la più ampia gamma di luci ed ombre con cui misurarsi. New York, infine, è la città che lo ha accolto e nella quale ha individuato la versione più contemporanea delle storie di cui ama narrare.Tutte le fotografie in mostra, di medio e piccolo formato quadrato, sono stampe in bianco e nero ai sali d'argento. Il procedimento con cui Titarenko arriva al risultato finale è tuttavia più complesso perché include viraggi applicati a pennello in argento e seppia e un bagno di viraggio al selenio che conferisce luminosità ai bianchi e intensità ai neri e grigi. In alcuni casi completa il particolare processo di stampa un ulteriore viraggio in oro che conferisce alle vetrate degli edifici fotografati la luminosità tipica dell'ora del tramonto. The City is a Novel è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani che presenta la serie completa scattata a Venezia, New York, San Pietroburgo e L'Avana.

Alexey Titarenko (Leningrado (ora San Pietroburgo), 1962) nel 1983 consegue un Master al Dipartimento di Arti Cinematografiche e Fotografiche dell'Istituto di Cultura di Leningrado. La sua serie di collages e fotomontaggi intitolata Nomenklatura of Signs (in mostra per la prima volta a Leningrado nel 1988) costituisce una critica al regime Comunista. Nel 1989 la serie Nomenklatura of Signs è stata inclusa in Photostroyka, una delle più importanti mostre allestite negli Usa sui fotografi russi emergenti.

A partire dal 1991 Titarenko ha prodotto diverse serie fotografiche che sottolineavano le tremende condizioni di vita sofferte dal popolo russo nel ventesimo secolo e in particolare sotto il regime comunista. Per illustrare il legame tra presente e passato ha introdotto nel genere streetphotography tecniche quali l'esposizione prolungata e lo scatto mosso come strumento volontario per ritrarre il movimento. La serie più nota di questo periodo è City of Shadows. Ispirato dalla musica di Dmitri Shostakovich e dagli scritti di Fëdor Dostoevskij, Titarenko ha tradotto la visione di Dostoevskij dello spirito russo in immagini della sua San Pietroburgo.

Nel 2002 il Festival Internazionale della Fotografia di Arles, ha presentato la sua mostra Les quatres mouvements de St. Petersburg a cura di Gabriel Bauret. Le stampe di Titarenko sono solitamente realizzate in camera oscura. Lo sbiancamento e i viraggi aggiungono profondità alla sua palette di grigi, rendendo ogni stampa unica ed intensa.Opere di Alexey Titarenko sono incluse nelle collezioni dei più importanti musei europei e americani tra cui: The State Russian Museum di San Pietroburgo; The Getty Museum di Los Angeles; il Philadelphia Museum of Fine Art; il Museum of Fine Arts di Boston; il Museum of Fine Arts di Houston; il Museum of Photographic Arts di San Diego; la European House of Photography di Parigi; il Reattu Museum of Fine Arts di Arles e il Musée de l'Elysée Museum for Photography di Losanna. (Comunicato stampa)




Immagine dalla rassegna Anteprima | 32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo Locandina della mostra dedicata a 32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo progettati dagli studenti di Design dell'Accademia delle Belle Arti di Catania Tappeto sonoro - prototipo per la rassegna Anteprima "Anteprima"
32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo


termina il 21 maggio 2017
Palazzo della Cultura - Caffè Letterario - Catania

La mostra, a cura di Giovanni Levanti in collaborazione con Giuseppe Mendolia Calella e Francesca Danzì presenta una collezione di piccoli complementi per la casa progettati dagli studenti di Design del triennio e del biennio specialistico dell'Accademia delle Belle Arti di Catania. I prototipi - gran parte dei quali già presentati dal 12 al 19 novembre 2016 nel Padiglione Tineo, dell'Orto Botanico di Palermo durante la manifestazione "I-Design" - rappresentano la felice risposta al tema proposto durante il corso di Design: "sono un giovane imprenditore siciliano che vorrebbe produrre piccoli complementi di arredo per la casa. Immagino prodotti seriali con una forte componente innovativa. Qualche giovane designer può aiutarmi?".

Tutti i prototipi in mostra - dal portafrutta Pezzatura allo schiaccianoci Nocino, dalla lanterna a ricarica Kami ai piccoli portavasi in sale Saline, dal tavolino con vano portaoggetti Nodus al cuscino sonoro con tappetino Pilloud, e ancora, dall'hotel per insetti Bee&Bug all'annaffiatoio Trio - si pongono a metà tra produzione industriale e tradizione artigianale con chiaro riferimento a un ambito territoriale stimolante ed evocativo come quello dell'area mediterranea. Una mostra "Anteprima" sulla bellezza delle cose quotidiane ma anche una mostra didattica perché realizzata con prototipi pensati da studenti e perché si pone di ricordare il significato primo della parola Design, cioè, progetto.

Progettare vuol dire pianificare, trovare soluzioni che siano in grado di colmare il divario tra teoria e pratica. "Anteprima" - 32 prototipi tra Design, Artigianato e Mediterraneo - come spiega Giovanni Levanti, curatore della mostra, nonché designer, architetto, e docente dell'Accademia delle Belle Arti di Catania - che premia il prezioso lavoro degli studenti e che potrebbe intendersi come il primo nucleo di una collezione permanente di oggetti di design (Design - ABACollection) nati in Accademia a Catania. (Comunicato stampa)




Carla Bordini Bellandi - Alberi blu mini Carla Bordini Bellandi: "Enchanted Nature"
termina il 26 novembre 2017
Palazzo Mora - Venezia

Nel prestigioso contesto della Biennale di Venezia, la GAA Foundation propone una selezione accuratamente operata del lavoro fotografico di Carla Bordini Bellandi. Le sue foto, che vivono attraverso il suo sguardo e svelano aspetti nascosti e simboli, sono immagini che raccontano una natura osservata attraverso una visione onirica, alla ricerca di un pieno recupero del contatto con essa ma soprattutto del suo riconoscimento come elemento degno di rispetto e da non "usare" in maniera indiscriminata. Per riconquistare un'unione che sembra irrimediabilmente perduta, i suoi scatti, racconti tridimensionali e pieni di luce, regalano una visione pura e limpida. L'aspetto tecnico del suo modo di procedere è molto peculiare e insieme alla sua poetica, è ciò che le ha permesso di essere selezionata tra tanti artisti. Il risultato della sua ricerca si fonda sullo studio dell'"errore fotografico" che esclude l'uso del foto ritocco.

"Ricercatrice visiva", Carla Bordini Bellandi (Milano, 1962) è alla ricerca di storie e narrazioni che attraverso luce, forma e colore, si materializzino dentro lo spazio di un rettangolo di carta. Dai primi scatti realizzati con una Ferrania tascabile a quelli più attuali, il percorso di studio è stato lungo e paziente. Nei circa 40 anni di raccolta visiva e fotografica, sono decine di migliaia le immagini che ora compongono il suo bagaglio artistico. Esperta di colore, inventa, ispira proposte e combinazioni cromatiche anche in ambito tessile e nel mondo della moda. Con uno studio approfondito e attraverso l'analisi delle immagini, indaga l'origine del formarsi e dell'evolversi delle tendenze socioculturali più contemporanee.

Il progetto espositivo è anche la fase iniziale di un programma di salvaguardia ambientale, a testimonianza della necessità impellente di azioni concrete per tutelare il pianeta. Tuttavia l'artista non grida allo scandalo per la mancanza di rispetto delle leggi naturali, ma attraverso le sue foto sussurra un sentimento di profonda malinconia per uno stato ambientale originario che è difficilmente recuperabile. La mostra quindi è un'esortazione forte e silenziosa ad agire, affinché la poesia della natura non si perda del tutto.

Dal nome altamente evocativo e velatamente ironico, la mostra Enchanted Nature, raccoglie le immagini di una natura lontana dal reale, grafica e bidimensionale, nelle quali l'impressione soggettiva supera l'intento descrittivo e va oltre, alla ricerca di una forma estetica che ne rappresenti l'essenza: è un paesaggio ancora maestoso, misterioso, che affascina e stupisce. Collocate al di fuori dello spazio e del tempo, poetiche e astratte, mai coadiuvate da interventi formali sull'immagine, varie visioni convivono in ogni opera per meglio raccontare universi potenti e luminosi ma nel contempo - per contrasto - per narrare segreti essenziali di fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici. (Comunicato stampa Press Office artpressagency.it di Anna de Fazio Siciliano)




Immagine dalla locandina della mostra di Carlos Amorales Carlos Amorales: Life in the Folds
termina il 26 novembre 2017
Padiglione del Messico alla 57. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia

Life in the folds è il risultato di un'estesa ricerca dove l'artista introduce un linguaggio formale che si articola su diversi supporti lungo l'installazione proposta alla Biennale Arte 2017. La mostra si compone di forme astratte, di poesie scritte in un alfabeto criptato, di ocarine in ceramica che vengono suonate da un ensemble in una performance secondo una partitura grafico-musicale. Amorales sottolinea che "Life in the folds (il titolo si riferisce al romanzo di Henri Michaux pubblicato nel 1949), scaturisce dalla tensione fra il concreto e l'astratto, luogo in cui si manifestano una serie di immagini poetiche associate ai luoghi in cui troviamo la vita; non in mezzo alla pagine, bensì nelle pieghe, nelle rotture, negli interstizi e nelle cose più piccole".

L'incomprensibilità dei testi richiede al pubblico di affrontare, a partire dalla perplessità iniziale, un mondo criptato nel quale dovrà decifrare messaggi e mettere in discussione interpretazioni della realtà. Life in the folds è un'opera d'arte totale in cui le diverse discipline coinvolte tra cui arti visive, grafica, animazione, film, musica, letteratura, poesia e performance convergono creando tensioni e attivando riflessioni non convenzionali. (Comunicato Ufficio stampa Maria Bonmassar)




Gigi Bon - Il primo giorno del mondo Gigi Bon
Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia


termina il 26 novembre 2017
Studio Mirabilia | Libreria Lineadacqua - Venezia
www.gigibonvenezia.com | www.lineadacqua.com

In occasione dell'apertura della 57° Esposizione Internazionale d'Arte, una preziosa e inusuale mostra che verrà ospitata in due sedi. Preziosa, perché la prima è lo studio-atelier di Gigi Bon - collezionista-bibliofila-artigiana-artista veneziana - proprio nella calle dove Casanova nacque. Inusuale, la seconda parte, perché si sviluppa nell'unica libreria antiquaria rimasta in città: Lineadacqua. Al progetto si accompagna la pubblicazione del volume-diario Gigi Bon: Veni Etam. Naturalia et Mirabilia, pubblicato da Lineadacqua Edizioni che si avvale di una esaustiva introduzione a cura di Martina Mazzotta.

Il termine Wunderkammer, oggi molto utilizzato e in parte screditato, trova qui una declinazione contemporanea attraverso un omaggio poetico e consapevole a quella storia del collezionismo, della scienza e dell'arte che nei secoli XVI-XVII vide intrecciarsi natura e artificio nell'età d'oro della meraviglia, ripropostasi nel XX secolo a partire da certo Surrealismo. La mostra offre un florilegio di opere e reperti di naturalia, exotica e scientifica - tutti mirabilia disposti nell'atelier e in parte nella libreria. Nel recuperare la tradizione tardorinascimentale delle collezioni enciclopediche, nonché quella ermetico-alchemica, Gigi Bon presenta le opere più importanti della propria carriera venticinquennale, insieme con alcuni inediti.

Vi si ritrovano tecniche e materiali della più fine tradizione veneziana: una eco visuale a Veni Etiam, l'origine etimologica del nome della città secondo Francesco Sansovino, accolta da John Ruskin e da tutti coloro che hanno profondamente amato e interpretato Venezia: cioè, vieni ancora, e ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose, e nuove bellezze. Lo spazio alla libreria si presenterà come una sintesi dell'Universo dell'Artista: una grande scatola magica, di blu vestita. Il blu tanto caro a Gigi. Il blu del cielo, del mare, dell'Infinito. Il blu considerato dagli egizi come il colore degli Dei e presente in maniera fondamentale nelle opere della Bon.

In questo spazio fa da fondo un pannello che rappresenta il mondo immaginario dell'artista con una folla di Rhini Angeli giocosi; una parete-libreria carica di libri antichi e oggettistica preziosa; il grande quadro Museo Caspiano popolato dai lavori dell'artista come fossero personaggi in visita al museo. Personaggi che in questa occasione prendono vita: escono dal quadro e si materializzano in reali sculture animando lo spazio e dando vita a Gigi Bon Veni Etiam - Naturalia et Mirabilia. L'artista, laurea in Giurisprudenza, con un brillante passato di consulente finanziario, non ha esitato a voltare pagina per dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni e della sua creatività. Le sue sculture, i suoi ritratti immaginari, le sue surreali tecniche miste sono ormai nelle collezioni private di tutto il mondo. (Comunicato stampa)




Arvid Gutschow - Untitled 1950s "It"
termina il 13 agosto 2017
Fondazione Rolla - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

La mostra, composta da ventisei fotografie, è stata ispirata dagli scritti di John Szarkowski, in particolare dal suo libro L'occhio del fotografo. I fotografi selezionati rappresentano frammenti di realtà in modo non puramente descrittivo, dando a soggetti inanimati una nuova visione, tutt'altro che banale. Gli autori esposti sono: Harry Callahan, Hans Finsler, Arvid Gutschow, Ruth Hallensleben, Charles Harry Jones, Peter Keetman, Hannes Meyer, Irving Penn, Albert Renger-Patzsch, Luciano Rigolini, Thomas Ruff, Aaron Siskind, Franco Vimercati. Le fotografie appartengono alla collezione privata di Rosella e Philip Rolla. (Comunicato stampa)




Locandina della rassegna LUCE Immaginario italiano a Matera Luce - L'immaginario italiano a Matera
termina il 15 settembre 2017
Fondazione Sassi | ex ospedale di San Rocco - Matera
www.fondazionesassi.org

Dal 1924 L'Unione Cinematografica Educativa, L.U.C.E., ha raccontato l'attualità del Paese attraverso le immagini dei cinegiornali e dei documentari. Oggi, l'Istituto Luce - Cinecittà è la più antica istituzione di cinema pubblico al mondo e, con un archivio di decine di migliaia di filmati e tre milioni di fotografie, un patrimonio di immagini impareggiabile per quantità e ricchezza di temi. Nel 2013 il fondo 'Cinegiornali e fotografie dell'Istituto Nazionale L.U.C.E.' è stato inserito nel Registro Memory of the World dell'Unesco. Ed è parte di questo corposo archivio che sarà aperto al pubblico a Matera. La mostra, a cura di Gabriele D'Autilia (curatore scientifico e testi) e di Roland Sejko (curatore artistico e regia video), è organizzata dalla Fondazione Sassi. L'ex Ospedale di San Rocco ospiterà video, fotografie, installazioni e pannelli esplicativi dedicati all'Italia; la Fondazione Sassi ospiterà materiale video e fotografico, anche inediti, sulla città dei Sassi e la Basilicata.

La mostra racconta l'evoluzione dell'Italia e degli italiani attraverso un flusso continuo di immagini. Grandi pannelli organizzati secondo un ordine tematico-cronologico, su cui in più di 20 schermi sono proiettate speciali videoinstallazioni, montaggi realizzati ad hoc di centinaia di filmati dell'Archivio storico Luce. Accanto alle immagini in movimento, più di 500 fotografie dell'Archivio fermano dettagli e momenti significativi, mentre pannelli di testo approfondiscono l'analisi storica e linguistica dei video. Un percorso visivo e uditivo di notevole impatto, che fa sì che ogni visitatore si confronti con un'immagine differente, e in cui ciascun video dialoga con quelli vicini per analogie e differenze. Una serie di parole-chiave lega l'itinerario.

Si va così dagli anni '20 di città/campagna, ai '30 di autarchia, uomo nuovo, architettura, censura e propaganda. Si arriva a Guerra e rinascita, Cassino (icona della brutalità distruttiva delle guerre), vincitori e vinti (con sequenze poco conosciute e straordinarie, anche a colori, dell'ingresso degli alleati non solo a Roma, ma anche nelle profondità del Paese), modernità/arretratezza (un parallelo significativo di immagini dell'Italia anni '60), giovani, economia, corpi politici, neotelevisione, e tante altre. L'ultimo spazio dell'esposizione è interamente dedicato al Cinema: con centinaia di foto di registi, attori, set, e una preziosa selezione di trailer e backstage di film. Se questo è il corpus principale della mostra, già esposto a Roma, Mantova e Catania, nella città dei Sassi, nei suoi antichi rioni in tufo, sarà possibile ammirare una ricca sezione di materiali inediti dedicati alla Basilicata e a Matera.

Fotografie e video raccontano tradizioni e vita a Matera. Immagini girate nel 1937 mostrano la festa per elezione dei materani: le celebrazioni in onore della Madonna Maria Santissima della Bruna, con i cittadini che attorniano il carro trionfale in piazza Vittorio Veneto e alla Cattedrale. E ancora: la visita del duce a Matera e quella del Presidente del Consiglio De Gasperi, la Riforma Fondiaria, la nascita di nuovi borghi da La Martella a Gaudiano, la costruzione delle dighe, l'emigrazione, sono solo alcuni dei temi del ricco materiale fotografico e video presente nella mostra. Matera è soprattutto i Sassi. E sono gli antichi rioni cittadini a essere protagonisti del film nato dall'inchiesta del giornalista Sandro De Feo e che venne diretto nel 1951 dal regista Romolo Marcellini.

La mostra ha il pregio di rivelare aspetti inediti dei lavori che si realizzavano su Matera in quegli anni. Il film di Marcellini ha una vicenda distributiva (ricostruita da Marco Bertozzi) che esprime bene lo spirito dei tempi. La commissione di censura concede il nulla osta per l'Italia ma, di fronte a una richiesta di esportazione in Gran Bretagna, chiede che «siano eliminate le scene in cui appaiono animali addetti ai lavori agricoli convivere nelle case degli abitanti in quanto esse possono suscitare errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese». Di Diverso parere saranno gli americani: le scene rimasero al loro posto. (Comunicato stampa Sissi Ruggi - addetto stampa per la mostra "Luce - L'immaginario italiano a Matera" della Fondazione Sassi)




Giovanni Segantini e i pittori della montagna
termina il 24 settembre 2017
Museo Archeologico Regionale - Aosta

L'esposizione, a cura di Filippo Timo e Daniela Magnetti, propone un selezionato percorso che ha come fulcro l'esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del Divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica. La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell'arco alpino.

Accanto alle opere di Giovanni Segantini, scelte attingendo ad uno specifico momento dell'esperienza artistica del pittore, ovvero agli anni giovanili trascorsi in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch'essi partecipi di una pagina importante della storia dell'arte italiana.

Nell'orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1882-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa. La mostra Giovanni Segantini e i pittori di montagna è corredata da un catalogo, edito da Skira, illustrato, con testi di Annie-Paule Quinsac, Filippo Timo, Daria Jorioz, Daniela Magnetti, Marco Albino Ferrari, Maurizio Scudiero, Luca Minella, Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Immagine della locandina della mostra Una matita italiana a Hollywood - Giacomo Ghiazza Storyboard Artist Una matita italiana a Hollywood
Giacomo Ghiazza Storyboard Artist


termina il 17 settembre 2017
Palazzo Mazzetti - Asti
www.palazzomazzetti.it

Le maggiori produzioni fantascientifiche e d'azione degli ultimi trent'anni nei disegni dello storyboard artist Giacomo Ghiazza. Esposizione, a cura di Umberto Ferrari e Giacomo Ghiazza. Matita italiana a Hollywood, Ghiazza è attivo nel cinema statunitense dalla fine degli anni Ottanta. Ha collaborato con importanti registi (Barry Levinson, Paul Verhoeven, John Carpenter, John Woo, Ang Lee) ed attori (Arnold Schwarzenegger, Tom Cruise), contribuendo alla riuscita di popolarissime saghe come Pirati dei Caraibi, Mission: Impossible e Hunger Games. Oltre ad una cospicua selezione di disegni dell'artista, ordinati in sequenze tali da rappresentare un'idea del suo lavoro per ogni lungometraggio, l'esposizione offre ai visitatori un viaggio nella macchina-cinema, attraverso il racconto di una delle sue professioni meno conosciute - quella dello storyboard artist - arricchito anche dalla presenza di manifesti, fotografie, musiche e proiezioni.

Lo storyboard artist costituisce un punto di contatto fra l'arte più antica, quella semplice del disegno a mano, e quella più moderna, delle immagini in movimento e degli effetti visivi più sofisticati. Il suo ruolo, nell'ambito della produzione di un film, è fondamentale soprattutto quando si devono effettuare sequenze acrobatiche con stuntmen, per le quali tutti i dettagli devono essere pianificati in anticipo. Realizza una sorta di sceneggiatura per immagini che consente di visualizzare le sequenze prima che vengano girate. Gli storyboard costituiscono, dunque, l'equivalente visivo di quello che è una sceneggiatura per i dialoghi o una partitura per la musica.

Giacomo Ghiazza, originario di Asti, da trent'anni negli Stati Uniti, dopo gli studi artistici e una breve esperienza a Roma, dove comincia a disegnare storyboard per la pubblicità, viene folgorato dalla visione di Incontri ravvicinati del terzo tipo e dalla lettura di un libro che raccoglie i disegni realizzati per I predatori dell'arca perduta, entrambi di Steven Spielberg. Nel 1985 parte per l'America e nel 1988, con la scelta di trasferirsi a Los Angeles, centro nevralgico della produzione hollywoodiana, comincia per lui una carriera che continua ancora oggi con successo, contando decine di lungometraggi, come Robocop 2, Speed, Twister, Fuga da Los Angeles, Face/Off, Vita di Pi.

La storia del cinema è legata ad Asti fin dai suoi albori. La città dette infatti i natali al regista Giovanni Pastrone, uno dei pionieri della settima arte, che nel 1914 con il kolossal storico Cabiria fece scuola in tutto il mondo per l'imponenza dei mezzi tecnici e artistici, citato e studiato da registi come David Wark Griffith, il padre del cinema americano. Il catalogo della mostra è a cura di Umberto Ferrari (Sagep, 2017) con prefazione del Maestro Paolo Conte. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

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Graffiti animati - I cartoon da emozioni a gadget (Recensione al libro)




La Raccolta Salce
www.studioesseci.net

E' stata spostata ad un fine settimana tra maggio e giugno l'apertura al pubblico del nuovo museo Nazionale Collezione Salce inizialmente prevista in aprile. La più importante raccolta del settore in Italia e in Europa, che divide il primato con il parigino Musée de la Publicité (oggi Museé des arts décoratives), ha trovato collocazione in due antichi spazi nel cuore di Treviso. Si tratta della medievale Chiesa di Santa Margherita e dell'edificio comunicante con la Chiesa di San Gaetano. Nella prima delle due, la chiesa di Santa Margherita, stanno trovando collocazione, in grandi cassettiere tecnologiche, i 24.580 manifesti raccolti da Nando Salce e dalla moglie Regina Gregory. E, accanto ad essi, i laboratori scientifici indispensabili per garantire la loro perfetta conservazione e manutenzione.

"Naturalmente questi ambienti sono stati pensati per la conservazione e non per una fruizione pubblica allargata, chiarisce Marta Mazza, direttore del nuovo Museo Statale Collezione Salce. "Per ovvi motivi di conservazione e gestione l'accesso diretto a questo grande deposito sarà limitato agli studiosi. Tuttavia ciò che non può essere fisicamente messo a disposizione del pubblico, viene integralmente posto a disposizione di tutti, accedendo al sito www.collezionesalce.beniculturali.it dove vengono proposte le immagini di tutti i 24.580 nostri manifesti. A regime, a fine 2018, in Santa Margherita potrà essere ricavato anche uno spazio ulteriore per esposizioni dedicate."

Per l'apertura degli spazi museali di San Gaetano prevista la prima di tre successive mostre di un ciclo denominato "Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce". La mostra di apertura darà conto, per capolavori assoluti, della parte più antica della Raccolta, quella dedicata alla "La Belle Epoque". Le mostre successive riguarderanno i manifesti del periodo "Tra le due guerre" e, infine, "Dal secondo dopoguerra al 1962". In modo da offrire, nell'arco di un anno, un excursus, sia pure di estrema sintesi, nel percorso temporale della magnifica Collezione che accoglie manifesti datati tra il 1885 e il 1962.

Nel 1895, fu l'immagine di una procace donnina che campeggiava, per opera di Giovanni Maria Mataloni, nel manifesto della "Società Anonima Incandescenza a Gas" a colpire Nando. Che, al prezzo di una lira, riuscì ad ottenere dall'attacchino comunale l'agognata immagine. Era l'inizio di una passione che lo avrebbe portato, anche con l'aiuto della moglie Regina Gregory, ad accumulare nella loro casa migliaia di manifesti. Nemmeno Nando riusciva a conoscere il numero dei pezzi da lui raccolti, tanto che l'inventario effettuato dopo il suo lascito della Collezione al Ministero li ha quantificati in poco meno di 25 mila, il doppio di quanto il collezionista supponesse. Ma a colpire della Collezione Salce non è solo il dato quantitativo, oggettivamente strabiliante per una singola collezione privata, bensì sopratutto quello qualitativo.

Per questa sua passione Nando volle essere affiancato anche di esperti al massimo livello, creando una rete di rapporti che gli garantirono il meglio di quanto veniva proposto in Italia (ma non solo) nel settore della grafica pubblicitaria. Così come riuscì a intessere rapporti di collaborazione con editori e tipografi specializzati nel ramo pubblicitario (Wild e Tensi di Milano, Alessandro Marzi di Roma, Salomone di Roma, Chappuis di Bologna, Ricordi di Milano, Cassan di Tolosa, Hirth's Verlag e Bruckmann di Monaco di Baviera), con le ditte e le aziende committenti, con gli stessi cartellonisti (del Mataloni, l'autore del primo manifesto collezionato, rimase ammiratore fedele, al punto da commissionargli il disegno della sua carta intestata), con gallerie specializzate (Sagot di Parigi).

A 55 anni dalla scomparsa del collezionista e dal sua lascito, la Collezione ha trovato una collocazione consona, dopo essere stata ospitata in modo provvisorio in diverse sedi, tra cui i Civici Musei di Treviso. Tutti i 24580 manifesti Salce sono stati catalogati e fotografati e, con l'apertura del Museo, saranno disponibili anche on line. Tappe di un progetto organico che ha consentito di assicurare loro una "casa" definita e che segna un momento importante per la valorizzazione pubblica di questo immenso, affascinate patrimonio. Che non riguarda solo la storia della comunicazione ma anche quasi un secolo di storia del costume dell'Italia e degli italiani". (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)




Catherine Wagner - Ombre 061 - cm.95.3x127 2015 Catherine Wagner - Oggetti Avvolti - 132: 007: 750: 061 - Quadrittico cm.54x40.6 cad. 2015 Catherine Wagner
In Situ: Traces of Morandi


termina lo 03 settembre 2017
Museo Morandi - Bologna

Il Museo Morandi prosegue nell'intento di valorizzare la propria collezione anche grazie a un programma di mostre temporanee tese ad accostare il lavoro di Giorgio Morandi all'opera di artisti che a vario titolo si sono a lui ispirati. Dopo Alexandre Hollan, Wayne Thiebaud, Tacita Dean, Rachel Whiteread e Brigitte March Niedermair, è Catherine Wagner a confrontarsi con l'opera del maestro bolognese.

La mostra In Situ: Traces of Morandi, a cura di Giusi Vecchi, che propone 21 lavori dell'artista americana, realizzati tra il 2015 e il 2016. Nel corso della sua più che trentennale carriera, Catherine Wagner ha studiato l'ambiente costruito come metafora del modo in cui creiamo le nostre identità culturali, usando la fotografia per analizzare le diverse modalità in cui l'uomo ha plasmato il mondo. L'artista ha soggiornato a Bologna per diverso tempo durante gli anni scorsi per lavorare nello studio di Casa Morandi - in quella che fu l'abitazione di Giorgio Morandi per gran parte della sua vita - e ha inoltre operato nello studio della casa di Grizzana per confrontarsi con la rigorosa logica strutturale e la poesia delle nature morte morandiane.

Catherine Wagner ha immaginato nuove nature morte con gli oggetti che l'artista bolognese rappresentava nelle sue opere, astraendo da questi modelli, sia formalmente che concettualmente, nuove composizioni attraverso la ripetizione e la natura effimera dell'ombra. Ne è nata la prima serie in mostra, intitolata Shadows, in cui sono fotografate solo le ombre proiettate delle sue composizioni, creando immagini dematerializzate in cui i solidi sembrano inafferrabili, racchiusi nell'aura vibrante al margine della loro parvenza. Gli oggetti di Morandi nelle fotografie di Wagner sono sollevati dalla loro tangibile presenza e diventano ombre effimere e trascendenti. Nell'altra serie, Wrapped Objects, gli oggetti sono stati avvolti dall'artista in un foglio di alluminio per dotarli di una nuova pelle che mascherasse la patina della storia re-immaginandoli in un presente astratto.

Osservando le nature morte di Morandi, accanto alla gamma di colori tenui che le caratterizzano a prima vista, Catherine Wagner ha identificato aree distinte di colore saturo: variazioni di cobalto, ambra, vermiglio, arancio bruciato e verde chartreuse. L'artista ha classificato e registrato metodicamente questi colori per definire i gel colorati posti come filtri sulle luci in studio e creare così i campi di colore in cui sono immerse le fotografie in mostra. Anche l'apparente oggettività dei titoli rimanda al numero di catalogo dei filtri colorati usati dall'artista e nei casi in cui ha usato più di un filtro o due volte lo stesso, i numeri nel titolo sono due.

In numerosi lavori Catherine Wagner adotta un formato tipologico che sottolinea la giustapposizione tra similitudini e differenze riecheggiando la serialità morandiana. Con questa tassonomia l'artista californiana affronta un'incisiva e sistematica astrazione: per lei, infatti, la sfida alla dinamica tra rappresentazione e astrazione è motore essenziale del proprio lavoro e nelle opere in mostra al Museo Morandi si esamina il modo in cui questa tensione anima i concetti di tempo, solidità e forma. Sono esposte anche due fotografie con cui Wagner rende omaggio alle vedute di paesaggio che il maestro bolognese amava contemplare e dipingere dalle finestre del suo studio a Grizzana.

In Situ: Traces of Morandi è accompagnata da un catalogo bilingue italiano/inglese Edizioni MAMbo, che include un'intervista all'artista a cura di Giusi Vecchi e un testo critico di Peter Benson Miller, Andrew Heiskell Arts Director alla American Academy di Roma. L'esposizione si avvale della collaborazione della Anglim Gilbert Gallery di San Francisco e della Gallery Luisotti di Los Angeles, così come dell'University of California Education Abroad program, Bologna.

Catherine Wagner (San Francisco 1953) ha lavorato nell'ambito della fotografia e dell'arte "site-specific", ha tenuto conferenze in diversi musei e università americani e insegna arte presso il Mills College di Oakland, California. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui Rome Prize (2013-14) e Guggenheim Fellowship. Nel 2001 è stata nominata da Time Magazine come una delle persone più innovatrici dell'anno nel campo dell'arte. Ha realizzato mostre personali presso alcuni fra i più importanti musei americani e le sue opere sono rappresentate in collezioni internazionali. (Comunicato stampa)




Opera dalla mostra dedicata alle raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento - rassegna d'arte a Torino A Torino una mostra sulle Cose d'altri mondi
Raccolte di viaggiatori tra Otto e Novecento


termina l'11 settembre 2017
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Più di 130 oggetti, in gran parte mai esposti prima d'ora al pubblico, entrati nelle collezioni di Palazzo Madama grazie alle donazioni di diplomatici, imprenditori, artisti, commercianti e aristocratici. Reperti archeologici dell'America pre-colombiana. Tamburi, sonagli e lire congolesi. Pagaie cerimoniali, clave e tessuti in corteccia d'albero provenienti dalle isole dell'Oceania. Testi sacri e sculture buddhiste.

E ancora manufatti africani, maschere del Mali e della Nigeria; un pariko (diadema) di penne multicolori usato dai Bororo del Mato Grosso nelle cerimonie; opere queste provenienti rispettivamente da due importanti musei etnografici del territorio piemontese: il Museo Etnografico e di Scienze Naturali Missioni della Consolata di Torino e il Museo Etnologico Missionario del Colle Don Bosco. La mostra - curata da Maria Paola Ruffino e Paola Savio, storiche dell'arte di Palazzo Madama - riconduce a un'epoca in cui con sguardo positivista si studiavano i mondi lontani dall'Occidente e quindi esotici. Una stagione in cui i maggiori musei europei si aprirono ad accogliere reperti e manufatti di popoli e continenti diversi alla ricerca di nuove chiavi di lettura per la propria storia e cultura. Il percorso espositivo si articola in quattro principali sezioni: Africa, Asia, America e Oceania.

Nell'Africa troviamo una selezione di armi e strumenti musicali raccolti dal marchese Ainardo di Cavour, durante un avventuroso viaggio compiuto nel 1862 nella regione detta Sennar (tra Egitto e Sudan), e da Tiziano Veggia, che lavora nella prima metà del Novecento alla costruzione di ferrovie in Congo, nonché dai Missionari della Consolata, in contatto con numerose etnie, quali i Bambara nel Mali, gli Yoruba in Nigeria e i nomadi Beja. Dall'Asia proviene la collezione di sculture sacre, stoffe, avori intagliati ed altri oggetti d'uso, esposta per la prima volta, che l'imprenditore Bernardo Scala nel 1880 porta con sé al suo rientro dallo Stato del Myanmar (allora detto Birmania).

Di particolare fascino sono i testi buddhisti in lingua Pali, scritti su foglie di palma dorate e chiusi da tavolette in lacca rossa e oro che sono stati restaurati per la mostra, e gli oggetti provenienti dalla Corea donati dal conte Ernesto Filipponi di Mombello nel 1888: ventagli in carta di gelso dipinta e un libro che mostra esempi delle Cinque Relazioni Umane confuciane, in scrittura cinese e coreana. Nella seconda metà dell'Ottocento s'intensificano i viaggi oltreoceano, come testimoniano le numerose raccolte rappresentate nella sezione dedicata all'America. Dal Messico provengono gli oggetti precolombiani donati al museo nel 1876 dall'imprenditore Zaverio Calpini.

Reperti rari e preziosi quali le sculture olmeche, urne cinerarie zapoteche, ornamenti d'oro e idoli della cultura Maya, Mixteca e Azteca, e anche manufatti più comuni quali gli stampi in terracotta a rilievo per decorare il corpo o i rocchetti in ossidiana da inserire nei lobi delle orecchie, che trovano sintonie inaspettate negli usi e nella cultura contemporanea. Dal Perù arrivano i pettorali e pendenti in argento e oro donati da Giovanni Battista Donalisio, console di Panama. Resta invece ignoto il nome di chi abbia offerto al museo di Palazzo Madama la collana d'artigli di giaguaro dell'America centrale; inquietante quasi quanto la Tsantsa, la testa umana miniaturizzata portata sul petto quale trofeo dai guerrieri della tribù Jívaro in Ecuador, offerta ai concittadini da Enrico della Croce di Dojola nel 1873.

L'Oceania costituisce l'ultima sezione della mostra, con una selezione tra gli oltre 200 oggetti donati nel 1872 da Ernesto Bertea. Avvocato e pittore, Bertea non viaggia personalmente oltreoceano, ma acquista forse a Londra questo eccezionale nucleo di manufatti provenienti dalle isole polinesiane e Salomone, di pregio pari a quelli del British Museum. Tra gli oggetti esposti delle clave rompitesta, lance, fiocine, pagaie cerimoniali dipinte e intagliate a intrecci geometrici e alcuni tapa, tessuti fatti di fibra di corteccia battuta e decorata a stampo con motivi di linee e geometrie regolari. Il percorso nel suo articolarsi è carico di sorprese e suggestioni e consente di scoprire opere esteticamente insolite a tal punto da sembrare oggetti attinenti a certa illustrazione fantasy contemporanea o persino progettati da culture extraterrestri. (Comunicato stampa)




Pompei e i Greci
termina il 27 novembre 2017
Scavi di Pompei, Palestra Grande

Le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Oltre 600 reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate - greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana.

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro 'biografie' luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L'allestimento espositivo, che occupa gli spazi della Palestra Grande di Pompei, è progettato dell'architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta.

La mostra, curata dal Direttore generale Soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli), è promossa dalla Soprintendenza Pompei con l'organizzazione di Electa. Pompei e i Greci illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il Museo Archeologico di Napoli: qui, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi. (Comunicato stampa)




Opera di Elisabetta Sperandio Elisabetta Sperandio: Profezie del Millennio
termina lo 06 ottobre 2017
Otel Ristotheatre - Firenze

"La creatività, la fantasia, la registrazione del mondo catturata dalla vita e dai viaggi, il sapore dell'Oriente, magico, spirituale e sensuale insieme, lascia leggere nel lavoro di Elisabetta Sperandio un clima di intellettualità spiccatamente aperta. Artista di grande esperienza, artefice di svariate tecniche artistiche, Elisabetta Sperandio vive oggi il clima più favorevole all'accoglienza del suo lavoro. Il clima simbolico attraversa le sue carte e i suoi dipinti, si offre come un ricamo e una sintesi di eccellenza, rompe gli innesti della razionalità e si porta verso l'immaginifico, l'orientalismo, l'incantamento di paesaggi, lacerti e tracce, diamanti di colore che affinano le sue proposte. Tra i cicli del suo lavoro troviamo soli, lune, mandala, orientalismi, giapponesismi, giardini, e mille altri rimandi a mondi e occasioni vissute dall'artista, e tutto diventa come una sorta di liberazione, di abbandono, di energia creativa. Ed è proprio uell'energia salvifica a segnare la migliore produzione, in cui il segno, forte, deciso ed emozionale rende visibili dimensioni segrete, giochi combinatori, quel versante informale e gestuale che l'ha resa artista di spessore". (Carlo Franza)

Elisabetta Sperandio (Milano) è diplomata al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Brera con Mauro Reggiani e Domenico Purificato. Dal 1967 al 1973 soggiorni e periodi di studi in Austria e Germania conseguendo il Deutsche Sprachdiplom presso il Goethe Institut / Maximilian Universitat di Monaco (Baviera). Ha frequentato corsi di tecniche dell'incisione alla Sommerakademie di Salisburgo, i corsi di calcografia e di litografia all'Istituto d'Arte di Urbino e corsi di tecniche sperimentali Goetz presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, corsi di pittura con Pierre Potet all'Accademie d'Eté a Nizza.

Nel 1974 è stata invitata quale rappresentante italiana per la grafica alla Biennale delle Livings Arts a Johannesburg ed è stata segnalata da Everardo della Noce sul Bolaffi n11 catalogo della Grafica Italiana. Ha collaborato per diversi anni come grafica alla collana scientifica della casa editrice "Vita e Pensiero" (Università Cattolica di Milano). Titolare di discipline artistiche per oltre vent'anni, si è occupata anche di design ed arredamento. Ha esposto con mostre personali nelle principali città italiane ed estere. (Comunicato stampa)




Opera dalla locandina della mostra di Robert Indiana Robert Indiana
termina il 13 agosto 2017
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

L'esposizione - a cura di Rudy Chiappini - fa seguito alle ampie retrospettive promosse al MoMA, al Whitney Museum di New York e in altri grandi musei americani ed europei, ultimo dei quali in ordine di tempo, il Museo di Stato russo di San Pietroburgo, dove una sua mostra è stata organizzata la scorsa estate. Numerose tra le più significative opere di Indiana di quest'ultima rassegna saranno presentate, unitamente ad altri dipinti e sculture raramente esposti. La fama di Indiana è indubbiamente legata alla sua scultura "Love", icona inconfondibile della Pop Art, che si può ammirare in importanti luoghi pubblici di tutto il mondo. La mostra di Locarno, nell'ambito della quale il pubblico potrà ammirare le principali opere pittoriche e scultoree dell'artista americano, è frutto di una proficua collaborazione con la Galerie Gmurzynska di Zurigo e si configura come la prima personale di Indiana in un museo svizzero.

Attraverso circa sessanta opere la produzione dell'artista a partire dalla fine degli anni '50, quando si trasferisce nella "Grande Mela" in un loft nella zona portuale di Coenties Slip, dove l'incontro con i rappresentanti del movimento minimalista lo porta a una svolta stilistica, raccogliendo tutto il fascino di una pittura dalla vena geometrica, pulita, hard-edge. Accanto ai primi dipinti di natura astratta, il percorso espositivo presenta gli assemblaggi denominati "herms" realizzati con del materiale usurato (alberi di navi, assi di legno, metallo e ruote arrugginite), le colonne percorse da brevi iscrizioni, le sculture (la famosissima Love), fino alle recenti creazioni in cui i temi della sua ricerca sono tradotti in ideogrammi.

In passato in parte incompreso e ingiustamente dimenticato dalla critica, negli ultimi anni Indiana, con la sua complessità concettuale dell'arte, è stato al centro dell'attenzione di critici e storici dell'arte. Oggi gli si riconosce la capacità di avere esplorato i grandi temi dell'esistenza attraverso gli occhi della memoria, di avere espresso la propria comprensione personale delle aspirazioni e dei fallimenti associati al "sogno americano" e di essere stato un precursore nell'uso dei segni e del linguaggio ampiamente adoperato dagli artisti contemporanei. (Comunicato ufficio stampa Sabina Bardelle von Boletzky)




Eric Rondepierre: "C'era una volta il cinema..."
termina il 30 settembre 2017
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Ventun anni dopo la grande esposizione al Moma, che l'aveva inserito tra i fotografi sperimentatori più all'avanguardia nella scena artistica del momento, un anno dopo la grande antologica a lui dedicata dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Solo Show avrà come oggetto gli storici bianchi e neri delle serie Annonces e Précis de décomposition, testimonianza di una fotografia cinematografica che ricerca nel dinamismo dei rapporti tra fotografia e cinema la sua fonte di ispirazione. Il lavoro di Rondepierre, infatti, mette in gioco poesia, pittura, cinema e fotografia offrendo una visione enigmatica della realtà che, per quanto segnata da una grande forza sperimentatrice, sembra rievocare continuamente il fascino di epoche passate.

Non solo. I segni del tempo che affligono e deformano la pellicola donano all'immagine un fascino e un potere inatteso, suggerendo quella condizione di instabilità che stimola l'immaginazione dello spettatore. In mostra saranno inoltre visibili anche alcuni dei suoi lavori più noti (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) per la prima volta in grande formato, insieme alla celebre installazione Les 30 Etreintes. Nel caso della serie Annonces (1991-...) le fotografie sono tratte dalle pellicole di film francesi o americani risalenti agli anni 1930-1960, facendo particolarmente attenzione alla componente testuale che si insinua sullo schermo (nomi di attori, slogan generici, commenti...). L'artista visiona le varie pellicole in slow motion tramite un videoregistratore o direttamente al tavolo di montaggio, in modo da isolare e selezionare un fotogramma in cui il testo definitivo (come apparirà allo spettatore) non sia ancora totalmente leggibile.

La serie si articola in 25 scatti, suddivisi nelle varie categorie Annonces vidéo, Annonces peinture e Annonces film. Précis de décomposition (1993-1995) sancisce, invece, l'uso sistematico degli archivi cinematografici come punto di partenza del processo creativo di Eric Rondepierre. Consultando archivi americani, l'artista ha avuto modo di visionare frammenti di anonimi film muti che hanno subito l'azione del tempo, dell'ambiente o di cattive condizioni di conservazione e si presentano, quindi, corrosi e rovinati. Proprio queste anomalie sono diventate il soggetto centrale dei suoi scatti: cancellazioni, deformazioni, macchie... I 30 pezzi complessivi della serie si articolano in tre ambiti: Scènes mostra personaggi in azione, Masques si focalizza su volti in primo piano e Cartons invece evidenzia la corrosione dei cartelli testuali dei vecchi film muti. (Comunicato stampa)

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Almost twenty years after the great exhibition at Moma that celebrated him as one of the most talented experimenter photographers in the artistic scene of that time; a year after the great retrospective hold at the Maison Européenne de la Photographie in Paris, Paci contemporary gallery is pleased to announce Eric Rondepierre's Solo Show "C'era una volta il cinema...". The exhibition will feature the famous black and white images from the series "Annonces" and "Précis de décomposition", proof of a cinematographic photography that has its source of inspiration in the dynamism of the relationship between photography and cinema. Rondepierre's production involves poetry, painting, cinema and photography giving back an enigmatic vision of reality that, even if characterized by a great experimental attitude, is able to recall the fascination for ancient times.

Moreover, the signs of the time that distort and disfigure the film give an unexpected power to the image, suggesting a condition of instability able to inspire people's imagination. On view there will also be other famous works (Champs-Elysées, Confidence, Cent Titres...) for the first time visible in larger format, together with the great installation "Les 30 Etreintes". In the series "Annonces" (1991-...), the photographs are taken from trailers to French or American films from the period 1930-1960, in which particular attention has been paid to their special textual effects (actors' names, slogans, comments...). Films have been viewed in slow motion using a video player or an editing table, so that it could be possible to isolate a frame in which the graphics (as they will be viewed by the audience) are still being formed.

The series contains 25 shots articulated in different categories "Annonces vidéo", "Annonces peinture" and "Annonces film". "Précis de décomposition" (1993-1995) mirrors the systematic use of cinematographic archives as starting point of Eric Rondepierre's creative process. While consulting American collections, he came across some reels of unknown silent films that have been subjected to the passing of time, to the action of the environment or bad stocking conditions and show themselves as damaged and corroded. Exactly these anomalies have become the main subject in his photographs: erasures, deformations or stains. The 30 works of the series are subdivided in three main fileds: "Scènes" shows characters in action, "Masques" focuses on faces in close-up and "Cartons" contains texts of the intertitle cards of silent movies that have been corroded. (Press release)




Thomas Ruff - Substrat 16 I - stampa cromogenica / chromogenic print cm.287x186 2002 Vassily Kandinsky - Impression Sonntag (Impression Sunday) - Städische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau München 1911 L'emozione dei colori nell'arte
Klee | Kandinsky | Munch | Matisse | Delaunay | Warhol | Fontana | Boetti | Paolini | Hirst


termina il 23 luglio 2017
Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea | GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.castellodirivoli.org - www.gamtorino.it

Esposizione di una raccolta di 400 opere d'arte realizzate da oltre 125 artisti provenienti da tutto il mondo che datano dalla fine del Settecento al presente. La mostra collettiva ripercorre la storia, le invenzioni, l'esperienza e l'uso del colore nell'arte moderna e contemporanea occidentale, nelle culture non occidentali e nelle culture indigene presenti nel mondo oggi. Attraverso una molteplicità di racconti e presentazioni di opere d'arte importanti, si affronta l'uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico.

"Durante il secolo scorso sono state organizzate numerose mostre sul colore a partire dalle teorie della percezione divenute popolari negli anni Sessanta. Quel tipo di approccio discende da una nozione universalistica della percezione e da una sua pretesa valenza oggettiva, molto distante dalla consapevolezza odierna della complessità di significati racchiusa nel colore", afferma Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della mostra. La mostra indaga l'utilizzo del colore nell'arte dando conto di movimenti e ricerche artistiche che si discostano dalle storie canoniche sul colore e l'astrazione, attraverso molteplici narrazioni che si ricollegano alla memoria, alla spiritualità, alla politica, alla psicologia e alla sinestesia.

I precedenti dell'arte astratta moderna sono indagati attraverso opere dei seguaci Hindu Tantra (XVIII secolo) e dei Teosofisti (XIX secolo) che utilizzavano le forme-colore come fonti per la meditazione e la trasmissione immateriale del pensiero. Il punto di avvio nell'astrazione teosofica è legato alle ricerche di Annie Besant (1847-1933), la quale scrisse attorno al 1904, "dipingere le forme vestite dalla luce di altri mondi con i colori ottusi della terra è un compito arduo; esprimiamo gratitudine a chi ha tentato di farlo. Avrebbero bisogno di fuoco colorato, ma hanno solo pigmenti e terre a disposizione". Alla fine del Settecento, Isaac Newton scopre che i colori che vediamo corrispondono a specifiche e oggettive onde elettromagnetiche non assorbite da materiali.

Johann Wolfgang von Goethe, che pubblica nel 1810 la sua Zur Farbenlehre (La teoria dei colori) si oppone a Newton, affermando che i colori sono prodotti dalla mente e non oggettivi. Goethe scopre il fenomeno degli Afterimage colors (il fatto che l'occhio umano percepisce come immagine residua il colore complementare a un colore osservato con persistenza su di una superficie bianca). All'epoca prevalse la teoria di Newton. L'Ottocento è anche il secolo del grande sviluppo della chimica e della scoperta dei colori sintetici derivati dal catrame di carbone. Nell'Ottocento e Novecento si sviluppa la standardizzazione industriale dei colori con i vari codici RAL e Pantone.

Gli artisti reagiscono con sfumature, esperienze sinestetiche, spirituali e psichedeliche del colore, oppure ironizzano sui codici e gli standard. Con il relativismo culturale che caratterizza l'epoca attuale e attraverso le recenti ricerche neuroscientifiche, si torna alla visione di Goethe, attribuendovi un valore nuovo. L'emozione dei Colori nell'arte riflette sul tema da un punto di vista che tiene conto della luce, delle vibrazioni e del mondo affettivo. Si pone in discussione la standardizzazione nell'uso del colore nell'era digitale, standardizzazione che riduce sensibilmente le nostre capacità di distinguere i colori nel mondo reale. Nel corso della mostra, il neuroscienziato Vittorio Gallese - che insieme a Giacomo Rizzolati ha scoperto i neuroni specchio - dirigerà, per la prima volta a livello mondiale, un laboratorio di studio neuroscientifico incentrato sull'esperienza del pubblico di fronte a opere d'arte.

Le opere in mostra includono alcuni lavori di Henri Matisse (1869, Le Cateau Cambrésis, Francia - 1954, Nizza, Francia), Wassily Kandinsky (1866, Mosca, Russia - 1944, Neuilly sur Seine, Francia), Paul Klee (1879, Münchenbuchsee - 1940, Muralto, Svizzera), Giacomo Balla (1871, Torino - 1958, Roma), Edvard Munch (1863, Løten, Norvegia - 1944, Oslo, Norvegia), Luigi Russolo (1885, Portogruaro - 1947, Laveno-Mombello, Italia), Andy Warhol (1928, Pittsburgh, Pennsylvania, Usa - 1987, Manhattan, New York, Usa), Katharina Fritsch (1956, Essen, Germania), Gerhard Richter (1932, Dresda, Germania), Carlos Cruz-Diez (1923, Caracas, Venezuela), Gilberto Zorio (1944, Andorno Micca, Biella, Italia), Alighiero Boetti (1940, Torino - 1994, Roma), Gustav Metzger (1926, Norimberga, Germania), fino a lavori recenti di artisti contemporanei. (Comunicato stampa)




La famiglia Papafava dei Carraresi dona una eccezionale raccolta di disegni di architettura al Palladio Museum
www.studioesseci.net

Una eccezionale raccolta di disegni e stampe di architettura è stata donata dalla famiglia Papafava dei Carraresi al Centro Internazionale di Studi di Architettura di Vicenza perché siano conservati al Palladio Museum. Si tratta di 50 disegni di grande formato ed un volume di stampe opera di celebri architetti del Settecento, da Giacomo Quarenghi a John Michael Gandy, raccolti da Alessandro Papafava trasferitosi a Roma per studiare architettura presso l'Accademia di San Luca tra il 1803 e il 1807, su consiglio di Antonio Canova.

La famiglia detta dei Papafava è l'unico ramo superstite dell'antica linea dei da Carrara, che divennero Signori di Padova dal 1318 al 1405. Inizialmente era un soprannome riferito a un Giacomo (che fu chiamato come podestà a Vicenza nel 1269) e poi adottato come cognome dopo la fine della Signoria. Le vicende della famiglia Papafava sono costantemente documentate e intrecciate agli eventi della storia di Padova fino ad oggi. Nel recente passato, merita di essere ricordato lo storico Novello Papafava (1899-1973), qui sopra nominato, noto anche per essere stato presidente della Rai nei primi anni Sessanta.

La collezione donata al CISA Andrea Palladio fu formata da Alessandro Papafava, giovane ed entusiasta studioso d'arte, che oltre all'Accademia frequentava gli atéliers degli artisti, il laboratorio del Canova e quello della pittrice Angelika Kauffmann, e anche quelli degli architetti Giuseppe Camporesi, Vincenzo Balestra, Mario Asprucci, acquistando da loro le stampe e i bellissimi disegni acquerellati, insieme a quelli dell'inglese John Michael Gandy, l'autore delle immaginifiche vedute dei progetti di Sir John Soane e di Giacomo Quarenghi (di cui nel 2017 ricorre il bicentenario della morte).

Tornato a Padova, Alessandro Papafava utilizzò quanto imparato a Roma quando progettò e arredò l'appartamento in stile neoclassico, in tutti i dettagli, nel palazzo Papafava di Padova e anche nel rinnovare nello stesso stile l'austera villa di famiglia di Frassanelle nei Colli Euganei. In questo modo, mettendosi in contatto con l'ambiente artistico veneto, fra cui certamente Giuseppe Jappelli, condividendo i suoi studi, i "suoi disegni " e la sua esperienza, Alessandro contribuì concretamente all'affermazione e alla diffusione dello stile Neoclassico nel Veneto. Continuò negli anni successivi a coltivare gli stessi interessi, ricoprendo numerosi incarichi civici ed essendo nominato Membro dell'Accademia di Belle Arti di Venezia e Deputato della Congregazione Provinciale di Padova.

La raccolta, conservata integra dalla famiglia Papafava per oltre due secoli, è costituita da materiali di altissima qualità grafico-pittorica, e riveste un valore storico enorme: essa ci restituisce infatti un rara istantanea del mondo di interessi di un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, che si immerge nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivano nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.

Desiderio della famiglia Papafava è che la raccolta costituita dal loro antenato sia mantenuta integra, e i suoi materiali studiati, catalogati e resi disponibili ai ricercatori. Il luogo della loro conservazione e valorizzazione è stato individuato nel Palladio Museum creato dal CISA Andrea Palladio, l'istituto internazionale con storiche radici nella cultura veneta, espressamente dedicato allo studio dell'architettura. La donazione è stata fatta in memoria del conte Novello Papafava dei Carraresi e di sua moglie Bianca Emo Capodilista per volontà dei loro figli Benedetta, Alberto, Fina, Marsilio, Alessandro, Donata, nonché degli eredi dei non più viventi Lieta e Francesco.

Alla collezione e al mondo di Alessandro Papafava sarà dedicata una grande mostra già in calendario al Palladio Museum per l'autunno 2017. La cura della mostra è stata affidata al celebre studioso irlandese Alistair Rowan, già presidente del Society of Architectural Historians of Great Britain, profondo conoscitore della raccolta, e a Susanna Pasquali, docente alla Sapienza di Roma e componente il consiglio scientifico del CISA Andrea Palladio, curatrice, fra l'altro, del volume dedicato al Settecento nella Storia dell'architettura nel Veneto (Marsilio 2012). (Comunicato stampa Studio Esseci)




Le architetture di Vincenzo Scamozzi
www.palladiomuseum.org

Da oggi dallo smartphone potete accedere gratuitamente al primo itinerario completo fra 25 capolavori dell'architetto Vincenzo Scamozzi nel Veneto e in Lombardia: palazzi pubblici e privati, chiese, cappelle, ville, teatri. E' sufficiente connettersi a www.palladiomuseum.org/scamozzi. Per ogni edificio sono disponibili agili descrizioni, in italiano e inglese, splendide fotografie d'autore, e tutto ciò che serve per raggiungerli: mappe interattive e informazioni sulla loro accessibilità. Alcuni edifici sono strutturati per la visita di interni ed esterni.

In altri l'intervento scamozziano si limita agli esterni, di alcuni ancora - soprattutto fra le residenze private - gli interni non sono accessibili se non su richiesta. Tutte queste diverse opzioni sono espresse con chiarezza sul sito, e comunque l'itinerario rende possibile godere uno degli elementi chiave della poetica di Scamozzi, vale a dire l'inserimento dell'edificio nel contesto e nel paesaggio. L'iniziativa vuole essere un omaggio al grande studioso Franco Barbieri (1922-2016), anima del Consiglio scientifico del Centro palladiano per oltre quarant'anni e fondatore del campo di studi sull'architettura di Vincenzo Scamozzi.

Pur mantenendo un taglio divulgativo, questa guida digitale raccoglie gli esiti degli oltre sessant'anni di ricerca che il professor Barbieri ha dedicato a Scamozzi (la sua storica monografia sull'architetto vicentino risale al 1952) e va ad integrare le novità emerse nella mostra tuttora in corso Nella mente di Vincenzo Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento, l'ultimo progetto espositivo curato da Franco Barbieri per il Palladio Museum, insieme a Guido Beltramini (CISA Andrea Palladio), Katherine Isard (Università di Cambridge, UK) e Werner Oechslin (Politecnico di Zurigo). I suggestivi ritratti in bianco e nero delle architetture sono frutto di una campagna fotografica di Václav Sedy, mentre i testi sono stati messi a punto da Guido Beltramini. Elisabetta Michelato e Simone Baldissini (Cisa Andrea Palladio) hanno curato il database online.

Lista delle architetture consultabili:

Vicenza e provincia: portale del giardino Valmarana, palazzo Trissino al Duomo, palazzo Trissino al Corso, palazzo Valmarana Salvi, Teatro Olimpico, chiesa di Santa Maria della Misericordia, villa Ferramosca a Barbano, oratorio di San Carlo Borromeo a Lisiera, villa Verlato a Villaverla, villa Pisani (la Rocca) a Lonigo, villa Priuli del Ferro a San Germano dei Berici, villa Dolfin Campolongo a san Germano dei Berici, villa Godi a Sarmego di Grumolo delle Abbadesse; Venezia e provincia: Procuratie Nuove, atrio della Zecca, Statuario della Repubblica, chiesa dei Tolentini, cappella ducale, palazzo Contarini agli Scrigni, villa Ferretti a Dolo; Padova e provincia: chiesa di San Gaetano, villa Molin alla Mandria, complesso di villa Duodo a Monselice, villa Priuli a Due Carrare; Mantova: Teatro Ducale a Sabbioneta. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Museo di scultura ceramica a Castel d'Ario, Mantova "Terra crea - Sartori"
Museo di scultura ceramica


Castel d'Ario (Mantova)

Inaugurato il Museo d'Arte Ceramica "Terra Crea - Sartori", primo Museo dedicato all'arte ceramica della provincia di Mantova ed il secondo in Lombardia dopo il MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico, Cerro di Laveno Mombello (Varese). Dopo più di un anno di lavoro, di contatti, di rapporti, di incontri con gli amici scultori-ceramisti, finalmente Casa Museo Sartori è in grado di aprire al pubblico il "Museo della Ceramica". Nel Museo, ancora in divenire, viene presentato il primo nucleo della raccolta di Opere ceramiche, collocate in modo permanente negli spazi predisposti. Oltre 100 è il numero delle piastre ceramiche che, modellate ed elaborate secondo le varie tecniche e ispirazioni dagli artisti, sono fissate alle pareti. Altre opere sono attese e non appena ultimate dai vari maestri ceramisti invitati, verranno poste negli spazi per loro previsti. (Comunicato stampa)

Artisti che al momento figurano con le loro sculture nel Museo:

Accarini Riccardo (Savona), Angiuoni Enzo (Atripalda - AV), Barbagallo Orazio (Milano), Bartoletti Patrizia (Casalfiumanese - BO), Bertorelli Luciana (Savona), Bianco Lino (Sassuolo - MO), Blandino Giovanni (Milano), Bonechi Marco (Figline Valdarno - FI), Calzavacca Claudio (Gallarate - VA), Cannata Matteo (Cavenago Brianza - MI), Castagna Pino (Costermano - VR), Castaldi Domenico (Portogruaro - VE), Cattani Silvio (Rovereto - TN), Chiarcos Giorgio (Trento), Cicala Licia (Milano), Cipolla Salvatore (Mirabella Imbaccari 1933 - Sesto Fiorentino 2006), Confortini Elisa (Genova), Corsucci Umberto (Montefiore Conca - RN), Cropelli Fausta (Pontoglio - BS), D'Agostini Maurizio (Costozza di Longare - VI), De Mori Ferruccio (Tezze sul Brenta - VI), Desiderati Luigi (Mantova), De Zan Guido (Milano)

Difilippo Domenico (San Felice sul Panaro - MO), Di Giosaffatte Vincenzo (Penne /PE 1935 - Castelli /TE 2006), Ellen G. (Napoli), Ekman Yvonne (Roma), Ferraj Victor (Savona), Fioravanti Ilario (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012), Flores Ilaria (Milano), Fonsati Rodolfo (Ferrara), Forgione Pompeo (Milano), Frisinghelli Maurizio (Rovereto - TN), Gaeta Goffredo (Faenza - RA), Gaiezza Roberto (Cairo Montenotte - SV), Garesio Clara (Napoli), Gerosa Mirella (Milano), Gerull Martin (Milano), Gheller Monica (Seregno - MB), Gheno Floriano (Nove - VI), Gorreri Isa Palvarini (Suzzara - MN), Jori Andrea (Mantova), Laghi Luciano (Fognano - RA), Lanfredini Italo (Commessaggio - MN), Lazzari Isaia (Scandolara Ravara - CR), Leverone Adriano (Ferrada - Moconesi - GE), Lucchi Bruno (Levico - TN), Lucietti Antonio (Bassano del Grappa - VI)

Lucietti Giuseppe (Bassano del Grappa - VI), Ludovici Vincenzo (Ferentino - FR), Lunetta Silvana (Brescia), Madoi Giovanna (Milano), Mair Zischg Ingrid (Modena), Marchetti Massimiliano (Savona), Marchetti Sandro (Savona), Marrani Ruggero (Barasso - VA), Mazzotta Alfredo (Milano), Morini Gianfranco (Faenza - RA), Musi Roberta (Milano), Pancheri Aldo (Milano), Pedroli Gigi (Milano), Pesci Brenno (Castellamonte - TO), Pianezzola Pompeo (Nove 1925 - 2012), Pietrobono Fiorello (Alatri - FR), Pirozzi Giuseppe (Napoli), Plaka Ylli (Savona), Pompei Paolo (Belforte all'Isauro - PU), Pompili Graziano (Montecchio Emilia - RE), Previtali Carlo (Grumello Al Monte - BG), Provasi Germana (Mantova)

Quadrini Achille (Frosinone), Rea Fernando (Frosinone), Rebagliati Laura (Cesena - FC), Reggiori Albino (Laveno VA 1933 - 2006), Renzini Gianfranco (Gargnano - BS), Repulino Giulio (Roma), Restelli Lucilla (Rho - MI), Rigon Roberto (Pozzo Leone - VI), Roma Flavio (Albisola Superiore - SV), Ronchi Cesare (Castel Bolognese - RA), Rontini Aldo (Faenza - RA), Rossato Kiara (Mantova), Sabbadini Selvino (Roncoferraro 1912 - Mantova 1986), Sartori Cesare (Nove - VI), Sassi Ivo (Faenza - RA), Sciacca Giuseppe (Nicolosi di Catania), Sciannella Giancarlo (Roma), Sebaste Salvatore (Bernalda - MT), Soravia Sandro (Albisola Superiore - SV), Staccioli Paola (Scandicci - FI), Staccioli Paolo (Scandicci - FI), Torcianti Franco (Osimo - AN), Valenti Massimiliano (Casalmaggiore - CR), Van Wees Mara (Roma), Vasconi Franco (Spigno Monferrato 1920 - Milano 2014), Vitale Francesco (Casalmaggiore - CR), Volontè Lionella (Milano), Zago Paola (Campagna Lupia - VE), Zanetti Maria (Modena), Zitti Vittorio (Acqui Terme - AL), Zoli Carlo (Faenza - RA). Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Serata Lelio Luttazzi
25 luglio 2017, ore 21.00
Piazza Giuseppe Verdi - Trieste

L'omaggio di TriesteLovesJazz al celebre Maestro emblema dello swing. Nell'occasione verrà illustrato il Premio Luttazzi, che sostiene e promuove i migliori pianisti italiani under 30, e sarà possibile ascoltare una performance di Manuel Magrini e Carmen Ferreri, vinciitori dell'edizione 2017, rispettivamente, nelle sezioni "Giovani Pianisti Jazz" e "Cantautori". L'evento, organizzato da Comune di Trieste - Trieste Estate, Casa della Musica / Scuola di Musica 55 e Fondazione Lelio Luttazzi, prevede anche il concerto tutto al femminile del trio composto da Letizia Gambi alla voce, Elisabetta Serio al pianoforte e Giovanna Famulari al violoncello. (Comunicato stampa Biblioteca Statale Stelio Crise)




Locandina Premio Amidei 2017 Premio Amidei
Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica


36esima edizione, 13-19 luglio 2017
Palazzo del Cinema-Hiša Filma | Parco Coronini Cronberg - Gorizia
www.amidei.com

Selezionato dalla giuria del Premio Amidei composta da Francesco Bruni, Silvia D'Amico, Massimo Gaudioso, Doriana Leondeff, Giovanna Ralli, Marco Risi, il premio alla migliore sceneggiatura della 36a edizione del Premio internazionale "Sergio Amidei" va a La tenerezza, di Gianni Amelio.

Questi i film in concorso per la migliore sceneggiatura: L'altro volto della speranza (Toivon tuolla puolen), Aki Kaurismäki, 2017; Il cliente (Forushande), Asghar Farhadi, 2016; Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake), Ken Loach, 2017; Lasciati andare, Francesco Amato, 2017; L'ora legale, Ficarra, Picone, 2017; La ragazza del mondo, Marco Danieli, 2016; La tenerezza, Gianni Amelio, 2017. Fuori concorso proiettato Tutto quello che vuoi, di Francesco Bruni del 2017, omaggio ad un giurato del Premio Amidei che ha coinvolto in una bellissima interpretazione un grande maestro del cinema italiano, premiato nel 2008 con il Premio all'Opera d'Autore, Giuliano Montaldo.

Liberamente tratto dal romanzo La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone, La tenerezza racconta la storia di due famiglie sullo sfondo di una Napoli inedita tra luci e ombre di un'intera esistenza. Già vincitore di 4 Nastri d'Argento e numerosi altri prestigiosi riconoscimenti, il film si racconta attraverso un cast straordinario composto da Renato Carpentieri, Micaela Ramazzotti, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno e Greta Scacchi.

Così nelle parole di Gianni Amelio: "Ci sono premi, come il Premio Amidei, che non sono premi occasionali, sono ricompense che uno sente di aver meritato. Questa ricompensa la volevo. Amidei si era conquistato tutto, non gli è stato regalato nulla. Noi dovremmo riappropriarci di questa libertà di scrivere. Amidei e la sua generazione sono riusciti a raccontarsi e a raccontarci. Ancora oggi, se mi siedo davanti ad un film di Amidei, c'è la capacità di esprimersi e di esprimere cose necessarie. Uno può oggi trovare le spinte morali che aveva Amidei quando scriveva".

Organizzato dal Comune di Gorizia - Assessorato alla Cultura, Associazione culturale "Sergio Amidei", Dams - Università degli Studi di Udine e dall'Associazione Palazzo del Cinema-Hiša Filma, il Premio Amidei intende proporsi con sempre maggiore convinzione come un Arcipelago delle Narrazioni, offrendosi come costellazione di proposte legate alle scrittura dedicata al mondo del cinema, della tv e del web. Da trentasei anni infatti la manifestazione ragiona intorno al concetto di sceneggiatura, allargando la prospettiva alle forme possibili di scrittura originate dal cinema e dall'audiovisivo, esplorandone il ruolo nel racconto della realtà, nella persuasione che le storie svolgano un ruolo essenziale nella definizione delle memorie e nella comprensione e accettazione delle identità collettive.




Patrimonio Culturale della Basilicata Patrimonio Culturale immateriale della Basilicata
www.patrimonioculturalebasilicata.it

Presentati a Matera il sito e la App "Patrimonio Culturale della Basilicata", promuovono e georeferenziano riti, tradizioni e folklore lucano per un'esperienza di visita personalizzata. Realizzati da ICT Business Solutions, sito e App sono già on line. Da agosto, come già avviene per il portale web, la App sarà disponibile anche in lingua inglese. Partecipare al "Maggio di Accettura" o alla raccolta dei fiori di sambuco a Chiaromonte, rintracciare i luoghi di Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro e Carlo Levi, da oggi sarà più semplice: il patrimonio culturale immateriale della Basilicata è a portata di click, sia on line che tramite App.

La società ICT Business Solutions, soggetto attuatore per l'Ufficio Sistemi culturali e turistici della Regione Basilicata, ha realizzato il portale tematico: Patrimonio Culturale della Basilicata. Dal sito si può scaricare l'omonima App, disponibile gratuitamente anche negli store Itunes e GooglePlay. Sito e App sono stati presentati questa mattina a Matera nel corso di una conferenza stampa indetta dall'Ufficio Sistemi culturali e turistici-Regione Basilicata.

"Oggi presentiamo i frutti di un lavoro, iniziato nel 2014, di co-progettazione dei comuni insieme alla Regione Basilicata per identificare il patrimonio immateriale - ha spiegato la Dirigente Ufficio Sistemi culturali e turistici Regione Basilicata Patrizia Minardi -; una task force costituita da rappresentanti di università, centri di ricerca e Regione ha censito ed approvato 141 patrimoni culturali immateriali presenti in 81 Comuni della Regione. E sono questi 141 patrimoni immateriali che oggi promuoviamo, ma il lavoro è in itinere ed implementabile, in quanto è una mappatura aperta: ogni anno da ottobre a febbraio possono esserci nuove candidature, che saranno vagliate e andranno a rafforzare l'offerta e la qualità turistica".

"Abbiamo ideato e realizzato un portale web, dalla veste grafica sobria ed elegante - afferma Giovanni Grimaldi della ICT Business Solution - capace di suscitare il coinvolgimento emozionale dell'utente. Il sito georeferenzia i 141 ben immateriali censiti dalla Regione Basilicata. Il motore di ricerca interno consente di effettuare ricerche per data, per distanza chilometrica, per area tematica d'interesse, o di intrecciare tutti questi dati. La App, attraverso la geolocalizzazione attivata dall'utente, permette inoltre di conoscere anche le distanze chilometriche fra l'utente e il luogo che si vuol visitare. Attraverso la consultazione del sito e della App, si dispone di strumenti efficaci per pianificare in autonomia la propria visita in Basilicata".

Il sito, così come la App, offre cinque percorsi tematici che: Storico, Demoetnoantropologico, Artistico, dei Saperi tecnici e artigianali e sulla Santità e vissuto religioso. Ciascun percorso presenta eventi e appuntamenti, che si svolgono nel corso dell'anno, tradizionali o di nuova ideazione: dalle processioni religiose alle rievocazioni storiche, dai riti del Carnevale alle manifestazioni che, promuovendo l'enogastronomia di qualità, contribuiscono a preservare l'identità dei territori. Le schede che presentano i beni sono corredate da una breve introduzione ai luoghi e ai contesti e offrono ulteriori spunti per viaggi e visite. Le schede sono corredate da immagini e video e sia il sito che la App permettono la condivisione su Facebook e Twitter. Attivo anche il canale You Tube "Patrimonio Culturale della Basilicata".

"Sia il portale che la App pongono in relazione luoghi, eventi culturali e patrimonio storico-artistico - prosegue Giovanni Grimaldi della ICT - superando la frammentazione delle informazioni. Un patrimonio culturale immateriale di così grande valore può e deve contribuire a migliorare l'offerta turistica della Basilicata, anche in vista di Matera Capitale europea della cultura per il 2019. Tutti i contenuti - ha poi concluso Grimaldi - sono open, tramite i formati: CSV, KML, ICS. Sito e App saranno costantemente implementate, per l'inizio di agosto 2017 anche la App sarà anche in lingua inglese mentre il sito è già on line in italiano e in inglese". (Comunicato Sissi Ruggi - addetto stampa per ICT)




Incontri d'estate nell'antica Sybaris

termina il 18 agosto 2017, ore 21.00
Parco Archeologico di Sibari
Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide - Cassano all'Ionio (Cosenza)

L'estate 2017 vede l'antico sito archeologico di Sibari, dove Zanotti Bianco avviò nel 1932 quelle ricerche che riportarono alla luce resti monumentali e un esteso complesso urbano che si riferiscono alle tre città sovrapposte di Sybaris, Thurii e Copiae (VIII sec. a.C. - VII sec.d.C.), il luogo di incontro fra archeologia, storia, teatro, poesia e musica. Obiettivo di tale iniziativa non è solo quello di aumentare la fruizione del sito archeologico, ma anche di arricchirlo di eventi culturali. Questo di seguito indicato il programma disposto di concerto tra il Polo Museale della Calabria, l'amministrazione comunale di Cassano all'Ionio e Associazioni culturali del territorio:

- 13 luglio 2017, Calabria Evolution, concerto a cura del Conservatorio musicale "Fausto Torrefranca" di Vibo Valentia in collaborazione con la scuola "Donizetti" di Mirto Crosia (CS).

- 23 luglio 2017, Calabria Blues Passion - XV Edizione del Memorial Marco Fiume, a cura dell'Associazione musicale "Marco Fiume", No - Profit di Rossano (Cosenza).

- 29 luglio 2017, "I Zigani" - Orchestra di Budapest a cura del Conservatorio musicale "Fausto Torrefranca" di Vibo Valentia.

- 11 agosto 2017, Medea. Il teatro sulla terra di Enzo Cordasco in collaborazione con ASAS diretta da Tullio Masneri.

- 12 agosto 2017, Sibari, la bellezza, viaggio letterario a cura di Giuseppe De Rosis.

- 13 agosto 2017, Concerto di canzoni napoletane interpretate da Mariangela D'Abbraccio a cura del Conservatorio musicale "Fausto Torrefranca" di Vibo Valentia in collaborazione con la scuola "Donizetti" di Mirto Crosia (Cosenza).

- 18 agosto 2017, il Toro cozzante, presentazione dell'ultima collezione di Gerardo Sacco, ispirata dal famoso reperto archeologico, conservato presso il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide. (Estratto da comunicato stampa)




XV Festival organistico e di musica da camera Albert Schweitzer 2017 XV Festival organistico e di musica da camera Albert Schweitzer 2017
29 aprile - 16 novembre 2017

Il Festival organistico Albert Schweitzer si è proposto nel tempo di valorizzare le antiche chiese di Palermo e Sicilia, attraverso un'attività legata agli organi storico-monumentali dell'Isola. Non ultima la campagna per accelerare il restauro dello storico organo a canne della Chiesa della Gancia di Palermo. (...). Il Festival quest'anno è itinerante con tappe a Roma, Milano, Twistringen (Germania) per concludersi a Ribera con il laboratorio di un altro pianista e allievo di Jean Guillou, il quale presenterà l'arte pianistica del compositore francese, in occasione del ottantottesimo compleanno del musicista. Le musiche del festival spaziano da compositori espressamente organistici, ad esecuzioni di brani in prima assoluta. (Estratto da comunicato stampa)

___ Programma

- 29 aprile 2017, ore 21.00, Chiesa S. Oliva (Palermo)
Organista Livia Mazzanti
musiche di Zipoli, Scarlatti, Galuppi, Bach

- 06 maggio 2017, ore 21.00, Chiesa Madre di Burgio (Agrigento)
Soprano Klizia Prestia; Tenore Giuseppe Michelangelo Infantino; Organista Alexandrei Gabrilisoff
Musiche di Durante, Gounod, Kerll, Braga, Frescobaldi

- 14 maggio 2017, ore 21.00, Sala Baldini presso S. Maria in Portico di Campitelli (Roma)
Associazione Musicale "La Cantoria"
Recital pianistico di Giuliana Arcidiacono
Musiche di Mozart, Chopin, Schumann, Debussy

- 23 luglio 2017, ore 21.00, Rettoria S. Francesco Saverio all'Albergheria di Ballarò (Palermo)
Liturgia delle lacrime
Musiche di Anton Phibes per solisti, coro di voci bianche ed ensemble
Direttrice del coro Grazia Maria Russo

- 15 ottobre 2017, ore 21.00, Chiesa di S. Anna di Twistringen (Germania)
Organo monumentale Becker
Organista Alexandrei Gabrilisoff, Assistente organista Paolo Springhetti
Musiche di Bach, Karg-Elert, Mauro Cottone, Phibes, Andriessen

- 18 ottobre 2017, ore 21.00, Chiesa S. Basilio (Milano)
Omaggio a Hendrik Andriessen (125° anniversario), ad Olivier Messiaen (nel 25° anniversario)
Organista Alexandrei Gabrilisoff

.. L'organo moderno e contemporaneo, 1a parte
Conferenza di Paolo Springhetti
Musiche di Andriessen, Messiaen, Monnikendam, Karg-Elert

- 19 ottobre 2017 ore 20.00, Chiesa S. Giuseppe dei Morenti (Milano)
Omaggio a Hendrik Andriessen (125° anniversario), ad Olivier Messiaen (nel 25° anniversario)
Organista Alexandrei Gabrilisoff

.. L'organo moderno e contemporaneo, 2a parte
Conferenza di Paolo Springhetti
Musiche di Andriessen, Messiaen, Karg-Elert, Mauro Cottone, Phibes

- 22 ottobre 2017, ore 21.00, S. Maria in Portico di Campitelli (Roma)
L'Associazione Musicale "La Cantoria" presenta: Pubblicazione e cd su J. J. Froberger (150° anniversario)
Interventi: organista e musicologo Paolo Springhetti
Soprano e musicologa Paola Ronchetti, Organista AAlexandrei Gabrilisoff
Musiche di Froberger, Frescobaldi, Weckmann, improvvisazioni

- 15 e 16 novembre 2017, ore 18.00, Auditorio Istituto musicale Toscanini (Ribera)
Laboratorio e concerto tenuto dal pianista Davide Macaluso L'arte compositiva di Jean Guillou e nuove tecniche pianistiche
Musiche di Jean Guillou




"Oooh" International Free-Improvisation & Experimental Music Festival

Concerto di Dusha Connection Jazz Trio

Max Tschida (pianoforte) | Alessandro Vicard (contrabasso) | Esad Halilovic (batteria)

23 luglio 2017, ore 21.00-23.00
Piccolo Teatro del Mercato - Ragusa Ibla
dushaconnection.com/WP/musik/jazz-trio

Come ogni luglio, la Sicilia volge il proprio orecchio alla musica sperimentale e le arti improvvisative con due festival internazionali. Fra gli artisti internazionali invitati a partecipare, quest'anno anche l'austriaco Dusha Connection Jazz Trio. Una musica che suscita dall'incontro fra l'umorismo viennese e la gioia di vivere di un'anima slava. Melodie balcaniche su cui si stagliano assoli che fanno rivivere sonorità jazz più classiche. (Comunicato stampa)




Logo del Festival di Cinema Vintage Il gusto della memoria "Il gusto della memoria"
Festival di Cinema Vintage


V edizione, Roma, 29, 30 e 31 settembre 2017
* Termine di iscrizione: 30 luglio 2017
www.ilgustodellamemoria.it

Rassegna di film ispirati alle immagini d'archivio.Per il quarto anno è aperto il contest per registi appassionati di immagini d'archivio e il tema di quest'anno è "La Famiglia". Attraverso le immagini presenti su Nos Archives si invitano registi, aspiranti tali, studenti di scuole di cinema, studenti dei licei a raccontare la Storia da un punto di vista alternativo a quello ufficiale, con una storia anche inventata e con i materiali cinematografici presenti in nosarchives.com e nell'archivio dell'Istituto Luce. La scadenza per l'iscrizione è fissata al 30 luglio 2017, mentre i materiali possono essere inviati entro il 30 agosto 2017.

Il contest è aperto a tutti e articolato in tre sezioni: Fiction, per cortometraggi della durata massima di 12 minuti; Documentari, per opere di reportage o di docufiction della durata massima di 30 minuti e infine la sezione Pubblicità, dedicata a spot pubblicitari per prodotti attuali o vintage, della durata massima di 3 minuti. Tutti i lavori devono contenere almeno il 60% di immagini d'archivio: max 1 minuto dall'Archivio Luce e il resto da nosarchives.com, che custodisce in full HD film realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto (8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8, tutti digitalizzati in HD). I materiali sono scaricabili dopo l'iscrizione su www.nosarchives.com e sul sito Archivio LUCE. La musica deve essere originale o in regola con i diritti di utilizzo. Oltre al materiale scaricabile dall'archivio, si potranno usare immagini vecchie e nuove girate con qualsiasi supporto tecnologico.

Il festival, fondato e diretto dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani (co-regista con Gianni Amelio di Registro di classe e montatrice di Felice chi è diverso, sempre di Gianni Amelio) e dall'artista Manuel Kleidman è organizzato dall'Associazione per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale "Come Eravamo", in collaborazione con l'archivio di cinema amatoriale nosarchives.com. Un evento unico, ispirato dall'opera di salvaguardia della memoria dell'archivio nosarchives, che possiede, restaura e digitalizza secondo i più innovati dispositivi dagherrotipi, negativi su vetro, diapositive, Polaroid, filmini familiari e di viaggi e di fatto costituisce il primo archivio mondiale di video ed immagini amatoriali. Il portale ospita più di 13mila filmati e un innumerevole repertorio di immagini che hanno fatto la Storia del Ventesimo secolo. (Comunicato ufficio stampa Carlo Dutto)




Juliet n11 - Progetto grafico di Oreste Zevola Juliet 37 years
20 settembre 2017, ore 18.30
Sala 1 - Roma
www.salauno.com

Incontro dove verranno proiettati documenti e filmati relativi alla storia della testata ed esposte opere di Elisabetta Bacci, Carlo Fontana, Mark Kostabi, Giovanni Pulze, Antonio Sofianopulo. La cura dell'intera iniziativa è di Mary Angela Schroth, direttrice della Sala Uno. A seguire un rinfresco offerto da Girardi Spumanti e una diffusione gratuita dell'ultimo numero della rivista Juliet.

Il numero zero di "Juliet art magazine" ha visto la luce nel dicembre del 1980 e, quindi, sulle spalle, si porta più di trentacinque anni di attività. Il logo fu scelto da Oreste Zevola, un bravissimo artista napoletano che in quegli anni risiedeva a Trieste. Egli, messo di fronte alla difficoltà di dover competere con tante testate storiche, come "Artforum", "Kunstforum" o "Flash Art", che sempre anteponevano l'austerità del lemma 'arte' alla fantasia interpretativa, scelse un logo che ambiguamente potesse collocare la rivista su una linea sconfinante nel campo della moda, del fumetto, o del design. Bisogna confessare che negli anni questa intuizione ha retto molto bene, avvicinando alla rivista le simpatie del grande pubblico, forse un po' meno ha incontrato la disponibilità della critica baronale e paludata che ritiene questo nome un po' troppo allegro e scanzonato.

E tutto ciò senza reale sostegno economico da parte delle istituzioni pubbliche. D'altra parte, il direttore della testata, Roberto Vidali, non ha paura di dichiarare, con una certa durezza, che Trieste "è sempre stata una città capace di offrire falsi modelli culturali e di sprecarsi in maniera eccessiva per progetti fuorvianti. La constatazione che taglia la testa al toro è questa: come mai le teste pensanti di questa ridente città di mare (proprio quella che pretende di discettare su Saba, Svevo, Joyce e Stuparic) non è stata mai capace di tenere aperto un dialogo con questa realtà culturale, di fatto vero e proprio ponte di collegamento con il resto del mondo?"

Comunque, questo esperimento è risultato essere faccenda anomala non solo per la città di Trieste, dove la rivista era radicata, ma per tutto il sistema dell'arte italiana. Ora, visto che trentasette anni di assidua attività, non sono uno scherzo, visti un po' più da vicino, significano più di centottanta numeri di una rivista diffusa non solo in Italia ma anche all'estero; una lunga serie di edizioni speciali e di supplementi annuali; un nutrito numero di cataloghi d'arte, libri e pubblicazioni; circa trecento mostre organizzate con artisti italiani e stranieri (tra i quali figurano nomi di rilievo internazionale come Luigi Ontani, Jan Knap, Piero Gilardi, Mark Kostabi, Claudio Massini e Maurizio Cattelan, Zivko Marušic); innumerevoli oggetti promozionali, come t-shirt e piastrelle, calendari e manifesti. Tutti risultati ottenuti grazie anche alla continua collaborazione di artisti, galleristi, critici, e di molti di coloro che operano attivamente non solo nell'arte ma nell'intero panorama culturale italiano e non. (Comunicato stampa)




Altrove Video Contest
2a edizione
www.altrovereporter.it

La redazione di "Altrove" del Comune di Riva del Garda con la collaborazione dell'associazione culturale «Riccardo Pinter» e della Fondazione Museo storico del Trentino indìce la seconda edizione del concorso video Altrove Video Contest. Premio: 400 euro. Si partecipa entro le ore 12 di mercoledì 16 agosto; consegna all'ufficio di Altrove in viale della Liberazione 7. Durata dei video tra i 3 e i 5 minuti. Gli obiettivi del concorso sono valorizzare la creatività nell'ambito del prodotto audiovisivo, dare voce alle visioni che i giovani hanno sulla tematica della nuova emigrazione e sensibilizzare la cittadinanza al tema. Il video deve avere come tema generale la nuova emigrazione e linea guida nella costruzione delle narrazioni sarà la dicotomia tra restare o partire.

L'iniziativa sarà l'occasione per rafforzare la rete, online e non, che unisce giovani in emigrazione e le comunità che operano nei settori audiovisivi. I partecipanti sono invitati a sperimentare nuovi linguaggi, idee e strumenti per raccontare storie attraverso le immagini. Il concorso è riservato a video realizzati da uno o più autori o da gruppi (oltre agli autori possono essere coinvolte altre persone nel ruolo di attori, responsabili della fotografia, compositori delle musiche e così via). Tutti i partecipanti - tra cui deve essere indicato un referente - andranno indicati nella scheda di iscrizione.

Altrove Reporter è un progetto di servizio civile del Comune di Riva del Garda nato dalla volontà di stabilire un contatto tra chi si è trasferito fuori dall'Italia, per motivi di lavoro o di studio, e chi rimane. Il progetto Altrove muove dalla convinzione che il racconto delle esperienze maturate «altrove» e la continuità dei contatti siano fonti di arricchimento e di motivazione per coloro che a loro volta vogliono partire. Il concorso video è una delle azioni messe in atto da "Altrove" per raggiungere l'obiettivo che si è dato, puntando in particolare sul diretto coinvolgimento dei giovani e sul carattere della concretezza e della comunicatività che un prodotto video può avere. (Comunicato ufficio stampa dei Comuni di Arco e di Riva del Garda)




Locandina Magna Graecia Film Festival 2017 Magna Graecia Film Festival
XIVa edizione, 29 luglio - 05 agosto 2017
Porto Marinaro - Catanzaro

Rassegna cinematografica ideata e diretta da Gianvito Casadonte e dedicata alle opere prime e seconde. Proiezioni, dibattiti, live musicali, presentazioni di libri ed eventi collaterali animeranno il festival, che avrà numerosi ospiti a Catanzaro, nel cuore della Magna Graecia, nella suggestiva location del porto marinaro. L'edizione 2017 sarà dedicata al ricordo di uno degli interpreti italiani più conosciuti e apprezzati di sempre, Marcello Mastroianni. Dopo Catrinel Marlon, Chiara Francini e Chiara Baschetti, madrina di quest'anno sarà Giulia Elettra Gorietti (Suburra, La cena di Natale e in tv con Solo per amore), uno dei volti nuovi e più promettenti del cinema e della televisione italiana.

Nel corso degli anni, i più grandi volti del cinema italiano hanno fatto tappa alla manifestazione, da Mario Monicelli a Ettore Scola (Presidente Onorario dell'evento), da Michele Placido a Giancarlo Giannini, ma anche Mira Sorvino (Premio Oscar per La dea dell'amore), accompagnata dal padre, Paul, attore e regista. Lo scorso anno, tra le prestigiose presenze al festival, si segnalano Matt Dillon e Matthew Modine. (Comunicato stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Seminario internazionale di progettazione a Lisbona Seminario internazionale di progettazione
Lisbona, 25 luglio - 03 agosto 2017
www.acmaweb.com

Il Seminario Internazionale di Progettazione di Lisbona in collaborazione con il Municipio di Lisbona, giunto alla nona edizione, intende individuare una strategia di riqualificazione di alcune aree critiche della città, selezionate di anno in anno, attraverso una molteplicità di incontri, dibattiti e proposte progettuali. Lisbona presenta una delle più vaste aree metropolitane europee e rappresenta il paradigma della città contemporanea con le sue contraddizioni: da un lato l'espansione edilizia ed infrastrutturale e le relative conseguenze ambientali, economiche e sociali, dall'altro la necessità di ritrovare e conservare l'identità dei luoghi negli attuali e inarrestabili processi di trasformazione urbana e paesaggistica. Attraverso l'esperienza e l'intensa attività di giovani e docenti internazionali provenienti da diversi ambiti culturali, l'obiettivo dell'iniziativa è quello di far emergere le problematiche che attraversano la città, riconoscere le aree sensibili alle modificazioni urbane, sottolineare le necessità e le modalità di possibili interventi.

Il seminario di progettazione contempla una serie di apporti teorici giornalieri (lezioni dei docenti), una fase di esperienza del luogo, attività di laboratorio, ciclo di conferenze, dibattito e presentazione delle proposte. Il seminario si configura come un corso intensivo di perfezionamento ed aggiornamento rivolto a diplomati, studenti e laureati nelle discipline di carattere tecnico-scientifico legate alla gestione del territorio (architettura, architettura del paesaggio, ingegneria, scienze ambientali, scienze naturali, scienze agrarie e forestali, beni culturali, antropologia, sociologia, urbanistica, scienze e politica del territorio) e nelle discipline di arti visive. Sono richieste basi tecniche medie sulla ripresa fotografica. Le iscrizioni verranno raccolte fino al raggiungimento del numero massimo di partecipanti previsto. Il corso prevede 100 ore di didattica e la possibilità che vengano riconosciuti crediti universitari e formativi. (Comunicato stampa)




Locandina Film Festival del Garda X edizione Film Festival del Garda
X edizione, 29 maggio - 04 giugno 2017
www.filmfestivaldelgarda.it

La decima edizione si chiude con la vittoria di due pellicole italiane e una grande affluenza di pubblico per tutti i sette giorni Due film italiani hanno vinto il 10° Film Festival del Garda. A conclusione di sette intense giornate di proiezioni e incontri, la giuria e il pubblico hanno espresso il loro verdetto premiando due dei cinque lungometraggi in concorso. La giuria della critica ("Premio Giovanni Turolla") composta da Silvestro Montanaro (giornalista d'inchiesta), Catia Donini (giornalista) ed Elisabetta Cova (traduttrice multimediale) ha scelto di premiare Funne - Le ragazze che sognavano il mare di Katia Bernardi (Italia, 2016) con la seguente motivazione: "Una riuscita commedia della speranza che ci ricorda che la felicità è spesso qualcosa di semplice. Per la indovinata armonia tra cast, soggetto, fotografia che ci restituisce un lavoro impeccabile e calvinianamente leggero."

Una menzione speciale è stata assegnata a Passeri (Sparrows di Rúnar Rúnarsson, Islanda, Danimarca e Croazia 2015). Il premio del pubblico "Cav Attilio Camozzi", espresso con il voto degli spettatori presenti alle proiezioni, è stato assegnato a The Demon, the Flow and Me di Rocco Di Mento (Germania, 2016), regista gardesano ormai berlinese d'adozione. Funne è ambientato a Daone, Trentino. Un gruppo di funne (che significa 'donne'), un po' in là con l'età ma dallo spirito indomabile, ha come luogo di ritrovo il Circolo Rododendro. Un giorno, per festeggiare il ventennale dell'associazione, a una di loro viene un'idea: perché non andare tutte insieme al mare visto e considerato che molte non ci sono mai state? E' necessario però mettere insieme la somma necessaria. Si inizia con la preparazione di torte da vendere, si passa a un calendario fotografico ma il ricavato è ancora insufficiente. Fino a quando un ragazzo non propone di avvalersi di due mezzi alle funne del tutto ignoti: Facebook e il crowdfunding.

In Sparrows quando la madre decide di partire per una missione in Uganda con il suo nuovo compagno, Ari è costretto a trasferirsi da Reykjavik nel desolato e sperduto paese dove aveva vissuto da ragazzino. Qui ritrova una nonna affettuosa e presente, un padre goffo, disoccupato e spesso impegnato a bere e una comunità in cui violenza e abbruttimento spesso sono legati all'alcool. In The Demon, the Flow and Me, TJ é un uomo sulla sessantina che ha deciso di abbandonare la società per andare a vivere nella sua automobile, una Chrysler Cordoba parcheggiata nella periferia di Berlino. Mentre la cinepresa documenta la sua sopravvivenza tra ratti e spazzatura, TJ inizia a costruire un proprio personaggio, rovesciando talvolta i ruoli, diventando regista a sua volta. Jan Peters della giuria del festival achtung berlin commenta così il film: "Quando torna la luce in sala, siamo improvvisamente consapevoli di quante convenzioni popolino la nostra mente." E' un film sull'Identità, l'Amore e la Solitudine.Una celebrazione all'esistenza e all'arte di fare film.

Il festival, quest'anno dedicato al tema della felicità, si è concluso, dopo la cerimonia di premiazione, con la proiezione di Bozzetto non troppo di Marco Bonfanti (presente in sala) e con la presentazione di alcuni estratti di Ettore Giuradei - La nostalgia della condizione sconosciuta di Andrea Grasselli. "Si chiude un'edizione di successo - commenta la direttrice artistica Veronica Maffizzoli - con una straordinaria affluenza di pubblico, che ha anche richiesto l'organizzazione di proiezioni aggiuntive per gli incontri e gli eventi speciali che si sono svolti tra Brescia, San Felice, Gardone Riviera, Manerba e Salò. Dieci anni di Filmfestival sono un traguardo importante coronato da una grandissima partecipazione degli spettatori". (Comunicato stampa)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




Mondo di carta
Gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia leggono Pirandello


17 febbraio, 07 aprile, 26 maggio, 23 giugno, 06 ottobre, 03 novembre, 01 dicembre 2017
Istituto di Studi Pirandelliani e sul teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello - Roma
www.fondazionecsc.it

A partire da venerdì 17 febbraio ogni mese per tutta la durata del 2017 l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo ospiterà nella celebre casa studio dello scrittore l'evento "Mondo di carta": lettura delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello da parte degli allievi attori del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un'occasione per celebrare il grande scrittore nei 150 anni dalla sua nascita in un percorso che vedrà riunite le novelle in una costruzione a più voci. La drammatizzazione è a cura dei docenti della Scuola Nazionale di Cinema Adriano De Santis e Roberto Antonelli.

Novelle per un anno è una raccolta pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 e il 1937: Luigi Pirandello tenterà l'impresa di comporne 365, una per ogni giorno dell'anno ma arriverà a 241 nel 1922 e 15 saranno pubblicate postume. I suoi protagonisti sono tormentati dal pensiero della morte, dal fato, dal male di vivere. Sono esseri semplici la cui esistenza è spesso sconvolta da drammi interiori e familiari che li condannano a crisi profonde. Gli allievi della Scuola nazionale di Cinema cercheranno di restituire l'essenza profonda di questi caratteri tracciati dallo scrittore siciliano che più di altri ha saputo interpretare la natura contraddittoria dell'uomo. (Comunicato Ufficio Stampa Susanna Zirizzotti - Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))

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«Pirandello»
di Nidia Robba
Poesia




Immagine di presentazione della serie di conferenze sulla Storia della Moda del Novecento Quattro conferenze sulla Storia della Moda del '900 con qualche excursus sull'Arte
Palazzo Caetani Lovatelli - Roma
Biglietto: €12 - Studenti €10 - Abbonamento all'intero ciclo di incontri €40
www.bertolamifinearts.com

Ritornano gli incontri culturali di Palazzo Caetani Lovatelli con un ciclo di conversazioni che Mariastella Margozzi dedicherà alla storia della moda del '900. Gli incontri, quattro in tutto che si terranno con cadenza mensile, tratteranno i seguenti argomenti:

Programma

.. 31 gennaio, ore 18.30, La moda nella modernità
Prima parte: tra Ottocento e Novecento - Dalla nascita dell'Haute Couture e dalla moda dettata dalle corti europee, alla Belle Epoque e al gusto charmeuse della borghesia. Focus su Frederick Worth. Seconda parte: il cambio di passo. Prima e dopo la Grande Guerra - La consapevolezza della donna moderna nella moda del secondo e terzo decennio del novecento. Focus su Paul Poiret.

.. 23 febbraio, ore 18.30, Tra le due Guerre. Moda e Costume
Il gusto decò contagia la moda negli anni venti e fino a metà dei trenta. L'emancipazione femminile nella società si riflette nel modo di vestire. Il fascismo detta nuove regole allo stile italiano. Da John Guida a Schuberth A Parigi: Cristobal Balenciaga, Madeleine Vionnet e Elsa Schiaparelli. Focus su Coco Chanel.

.. 30 marzo, ore 18.30, L'alta moda italiana degli anni Cinquanta. Le sartorie diventano maisons
La Sala Bianca di Palazzo Pitti e G.B. Giorgini. Walter Albini, Carosa, Maria Antonelli, Jole Veneziani, Sorelle Fontana, Germana Marucelli, Fernanda Gattinoni, Irene Galitzine, Salvatore Ferragamo. Nasce l'Alta moda italiana e si diffonde nel mondo. A Parigi: Dior e il primo Yves Saint Laurent. Focus su Sorelle Fontana.

.. 27 aprile, ore 18.30, Alta moda e non solo. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta: trenta anni di fashion style made in Italy
La moda diventa comunicazione e recepisce tutte le novità sociali e culturali del momento. Il genere pop contagia la produzione per i giovani. Nasce il pret-à-porter. L'alta moda italiana si confronta con quella francese: da Capucci a Valentino, da Ferrè ad Armani, da Fendi a Sarli a Versace, i brands italiani vincenti. Focus su Capucci e Fendi. (Comunicato stampa Scarlett Matassi)




La stigmatizzazione della periferia - Goethe-Institut No Go?
La stigmatizzazione della periferia

www.goethe.de/italia/nogo

"Focolai sociali", "ghetti", "aree no go": a determinate zone urbane viene impresso il marchio di quartiere difficile. Ma come nasce lo stigma e come lo affronta chi ci abita? Quali sono le iniziative cittadine che contrastano la stigmatizzazione nel quotidiano? Esame di casi di alcuni quartieri sensibili in Italia, Germania, Francia e Belgio e pubblicazione nel Magazine del Goethe-Institut di un dossier dedicato a cause e meccanismi del fenomeno, bandendo le generalizzazioni e focalizzandoci su fatti concreti ed esperienze positive raccontate direttamente degli abitanti. (Comunicato Goethe-Institut)




Memorie di guerra di Biella e Vercelli nel centenario del Primo conflitto mondiale
memoriediguerrabivc.blogspot.it

Blog dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (aderente all'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri"). Curato da Mattia Pesce e Maurizio Regis, racconterà settimana dopo settimana come biellesi e vercellesi vissero i terribili momenti della Prima guerra mondiale.




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)

Articolo




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050


Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017 Catalogo Sartori d'arte moderna contemporanea 2017
info@ariannasartori.191.it

Artisti

Accarini Riccardo, Alborghetti Davide, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Baldassin Cesare, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Bellini Maria Grazia, Benetton Simon, Bertorelli Luciana, Bianco Lino, Bobò Antonio, Bocelli Giuseppe -  Bodini Floriano, Bonaccorsi Miro, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Brunelli Clara, Caccaro Mirta, Calvi Cesare, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Carbonati Antonio, Cargnoni Giacinto, Carnevali Vittorio, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Cattaneo Claudio, Cavallero Antonietta, Cazzaniga Giancarlo, Cermaria Claudio, Cerri Giovanni, Chinellato Sandro, Ciaccheri Paolo, Cipolla Salvatore, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Colombi Riccardo, Cordani Sereno, Costantini Carla, Costanzo Nicola, Cottini Luciano, Cristini Filippo

De Luigi Giuseppe, Desiderati Luigi, Diazzi Roberta, Di Fusco Anna, Di Venere Giorgio, Fabri Otello, Facciotto Giuseppe, Fastosi Gabriella, Ferraj Victor, Fioravanti Ilario, Folloni Luciano, Fornasari Memo, Fortuna Alfonso, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gaeta Goffredo, Galante Sabino, Gaudio Lucia, Gauli Piero, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Giacobbe Luca, Gi Morandini, Giunti Raffaello, Gnocchi Alberico, Grasselli Stefano, Gutris Anna Francesca, Ianni Stefano, Lelii Marisa, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Mantovani Gianni, Margonari Renzo, Martino Gabriella, Matsuyama Shuhei, Mattei Mario, Melli Ivonne, Melotti Enrica, Merik (Eugenio Enrico Milanese), Mignosa Lucia, Molinari Mauro, Montanari Roberto, Morelli Guido, Morselli Gino

Mottinelli Giulio, Nagatani Kyoji, Negri Sandro, Nonfarmale Giordano / Male, Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Palazzetti Beatrice, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paolini Parlagreco Graziella, Parmiggiani Alessandra, Pavan Adriano, Pellicari Anna Maria, Perbellini Flavio, Perini Sergio, Piovosi Oscar, Piras Enrico, Pirondini Antea, Po Massimo, Polpatelli Carlo, Polpatelli Mario, Pozzi Rinaldi Laura, Puppi Massimo, Raza Claudia, Reami Rossella, Reggiani Liberio, Restelli Lucilla, Rigato Carla

Ritorno Maria Luisa, Robustelli Raffaella, Rossato Kiara, Rossi Giorgio, Rossi Laura, Rossi Lorenza, Rovati Rolando, Santoro Giusi, Sauvage Max, Scandurra Placido, Scimeca Filippo, Settembrini Marisa, Solimini Renata, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spaggiari Franco, Spaggiari Rita, Spazzini Severino, Spennati Silvana, Terruso Saverio, Tommasini Barbara, Trubbiani Valeriano, Vanetti Tiziana, Vigliaturo Silvio, Villani Dino, Vivian Claudia, Zangrandi Domenico, Zarpellon Toni, Zitti Vittorio, Zoli Carlo, Zotti Carmelo.

Artisti Madi: Cortese Franco, Frangi Reale F., Fulchignoni Aldo, Luggi Gino, Mancino Enea, Mascia Vincenzo, Milo Renato, Nicolato Gianfranco, Novaco Carmen, Pilone Marta, Rosa Giuseppe, Zangara Piergiorgio. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro di poesie Attimi di versi, di Ezio Solvesi, poeta di Trieste Attimi di... versi
di Ezio Solvesi, ed. Talos edizioni, pagg.96, €13.0, 2014

Dai versi di Ezio Solvesi scaturisce, immediatamente, la domanda: da dove viene la poesia? La sua, come quella di tutti i poeti, viene, simbolicamente, da lontano; ovvero dalla nostra profondità, dall'inconscio, dall'intuizione. (...) A buon diritto, va inserito in quel filone che Pasolini ha chiamato "poesia sabiana", contraddistinta da due peculiarità: la limpidezza dell'assunto - e l'autore è leggibilissimo, non ha bisogno nemmeno di commento; la sua poesia è simile a una fonte che zampilla. (Graziella Atzori)

Estratto da prefazione e biografia dell'autore




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse è nato a Córdoba (Argentina) nel 1934. Diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare.

Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati. Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio.

Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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