La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Immagine per articolo su Martin Lutero
Martin Luther
La determinazione del pensiero
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari
Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

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Opera di Mario Francesconi Mario Francesconi: "Cose"
27 gennaio (inaugurazione ore 17) - 03 marzo 2018
Galleria Zetaeffe - Firenze
www.galleriazetaeffe.com

«...alle origini della modernità, si paragonavano i quadri appesi alle pareti ai tronchi intagliati e dipinti presenti in una capanna tribale, idoli che erano forma sensibile di un concetto astratto, magico o apotropaico, e nello stesso tempo assemblaggi di materiali eterogenei estratti dal grande deposito della natura. Un confronto che molto spiega del potenziale mitico, in termini moderni spirituale, intuibile nel lavoro di Francesconi, così sensibile all'arcaicità delle materie da lui stesso recuperate alle soglie della loro inevitabile dispersione e resuscitate a nuova vita estetica con accostamenti di forte impatto evocativo, che mi han fatto pensare a volte agli straordinari assemblaggi escogitati da Piero Tosi per i costumi di scena della Medea di Pasolini, sontuosamente primitivi e insieme consapevoli dell'ancor vitale matericità dell'informale. Anche Francesconi si dichiara appassionato demiurgo di un universo di immagini ‘preistoriche' ma egualmente ricomposte in attualissima sostanza, radicate sì nel vigile controllo della misura formale ma disposte a sempre ulteriori significazioni pertinenti alla sfera del simbolo, dei traslati, delle intermittenze del cuore.» (Dal testo in catalogo di Carlo Sisi)

«...opere fatte di ramoscelli annodati con l'antico gesto di un contadino, pezzi di vetro fissati in un castone di fil di ferro, toppe e bottoni cuciti grossolanamente, come su un vecchio vestito logoro, che non si ha cuore di buttar via. L'atto estetico dell'objet trouvé, che ha regalato un senso a tanta arte del Novecento, in Mario Francesconi ha perso finalmente ogni intellettuale residuo. Mario riconosce gli oggetti che gli servono per lo stupore implicito nella loro stessa realtà, e il gesto di artista che li elegge è diventato un gratuito atto di amore. Sono oggetti che non trasmettono un significato, non suggeriscono sofisticate analogie, non vogliono esser chiamati con concetti filosofici. Semplicemente esistono. Sono Cose.» (Dal testo in catalogo di Franco Zabagli)

La frequentazione del premio Viareggio avvicina Mario Francesconi (1934) al mondo della letteratura che lo accoglie immediatamente grazie al successo ottenuto nelle prime mostre dove riceve plausi da Roberto Longhi e Carlo Carrà. All'inizio degli anni Sessanta, si trasferisce a Roma e frequenta le gallerie La Salita, La Tartaruga e Sanluca dove, presentato da Emilio Villa, espone una serie di opere monocrome realizzate con materiali di recupero. Nel suo lavoro si nota già la naturale attenzione alle materie povere. Si susseguono le sue mostre in Italia ed all'estero presentato da Mario Tobino, da Mino Maccari, da Alfonso Gatto, da Leonardo Sciascia e, più volte da Mario Luzi e Cesare Garboli.

Dopo una importante mostra nel 1976 alla fiorentina galleria Pananti, inspiegabilmente per i suoi galleristi e estimatori, si rifiuta di proseguire in una pittura che incantava tanti collezionisti ma che lui non sentiva più. Inutilmente viene invitato a esporre, si allontana dal mercato dell'arte, due sole eccezioni nel 1978 a Spoleto nell'ambito del Festival dei Due Mondi, e nel 1982 a Milano alla galleria Il Milione. Sono anni di studio e di duro lavoro per eliminare ogni elemento di conformismo e tradizione. Coerentemente a questo percorso interiore, la sua pittura si libera delle forme e dei colori più accattivanti e piacevoli., Non più tele o belle carte, anche i supporti per fare pittura sono trovati, materiali scartati e gettati. Negli ultimi anni l'espressione artistica di Francesconi è sempre più radicale senza schemi e senza compromessi.

Contro il conformismo tradizionale le sue opere sono anche una testimonianza della crisi storica in cui ci dibattiamo. volti e le inquietudini di Samuel Beckett, di Mario Luzi, di T.S. Eliot, di W. Shakespeare, di Jean Genet, di Leonardo Sciascia costituiscono la fonte delle sue indagini pittoriche. Contemporaneamente realizza libri d'artista interamente autografi con varie tecniche pittoriche e collages. Nel 2010 Viaggio 1960-2010 la grande mostra in Palazzo Medici Riccardi a Firenze mentre nel 2011 partecipa alla 54° Esposizione Internazionale d'arte della Biennale di Venezia accompagnato da uno scritto di Manlio Cancogni. Sue opere sono state acquisite dalle maggiori istituzioni fiorentine. (Comunicato stampa)




Tamara Janes - Still Loading Tamara Janes - self-portrait 2016 detail Cristian Avram, Tamara Janes, Leonardo Pellicanò: Bridges
23 gennaio (inaugurazione ore 18.00) - 17 febbraio 2018
Boccanera Gallery - Milano

La mostra collettiva crea nuove connessioni tra i tre giovani artisti rappresentati, aprendo nuovi scenari che si articoleranno nel corso dell'anno appena iniziato. L'immaginario onirico dei dipinti di Leonardo Pellicanó, le fotografie surreali di Tamara Janes e il malinconico realismo di Cristian Avram creano un'alchimia inedita dalla quale Boccanera Gallery svilupperà una più intensa collaborazione con i tre giovani artisti in mostra.

Cristian Avram (Alba-Iulia, Romania, 1994) all'inizio della sua carriera ha un approccio alla pittura molto vicino ad una visione classica. Estraendo i suoi soggetti dal mondo che lo circonda, si serve della rappresentazione della realtà come mezzo di investigazione delle possibilità che il colore offre nella creazione di questo tipo di immaginario. Con un acuto senso del disegno e della pittura, il lavoro dell'artista richiama in modo diretto la storia della pittura, lavorando come promemoria del suo prestigio e, nello stesso tempo, della difficoltà di questo mezzo artistico.

"Al momento la mia intenzione come artista e fotografo è di fare un commento su questa folle produzione, sul nostro comportamento fotografico e sulla percezione delle immagini. Per farlo, imito un algoritmo che genera errori digitali. Per momenti difettosi fondiamo la mente umana per mantenere viva la pessima immagine. Generalmente mi piace incontrare situazioni surreali di tutti i giorni e essere pizzicato da illusioni e sogni. Mi piace lo stato tra sonno e sveglio, quando la fotografia lascia il muro e si trasforma in scultura, come falsi e simulazioni influenzano la mia percezione, la condizione in cui l'ironia accade e sto sempre alla ricerca del strano. E amo ancora la fotografia." Tamara Janes (St. Gallen, 1980)

Leonardo Pellicanò (Roma, 1994) nel 2014 consegue il diploma al liceo artistico Sant'Orsola di Roma. Attualmente studia al terzo anno della sezione Pitture e Arti visive della NABA, Milano. Tra le sue mostre cui ha partecipato "Era Pacifica Pare" al Careof - Fabbrica del Vapore a Milano nel 2016 e, tra le sue performance, "Uomo ammaestrato" al Theatre of Learning, NABA di Milano nel 2015. Nel marzo 2017 ha partecipato alla collettiva "Cheating Entropy" alla Fondazione Paolina Brugnatelli a Milano. La ricerca di Leonardo Pellicanò è caratterizzata da una pittura che indaga sulla mancata comunicazione dovuta ad un'insufficienza del linguaggio. Ed è lì che l'artista fa irruzione con l'immagine, media quello che il linguaggio non riesce a circoscrivere e fornisce nuove articolazioni ad un vocabolario emotivo carente della contemporaneità. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Gubinelli formato cm.18,07x24,3 nella mostra Segni per Leopardi alla Pinacoteca Comunale di Gaeta Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli - formato cm.17,5x24,3 Paolo Gubinelli: "Segni per Leopardi"
04 febbraio (inaugurazione ore 10) - 15 marzo 2018
Pinacoteca Comunale - Gaeta (Latina)

Mostra del noto artista Paolo Gubinelli amato dai grandi poeti italiani e stranieri che hanno donato poesie inedite che accompagnano sue opere, durante la sua carriera artistica ha avuto contatti con grandi artisti contemporanei e con una antologia critica di grandi storici dell'arte contemporanea che hanno scritto sulla sua opera. "Segni per Leopardi" dopo la mostra a Casa Leopardi su richiesta del Comune di Gaeta la mostra viene ospitata presso gli spazi espositivi della Pinacoteca Comunale "Giovanni Da Gaeta". Marchigiano di nascita ma toscano di adozione, Paolo Gubinelli da sempre si rapporta alla poesia nella costante ricerca del verso poetico come fonte e finalità di produzione creativa. Negli anni si è confrontato con i testi di Alberto Bevilacqua, Tonino Guerra, Mario Luzi, Andrea Zanzotto e recentemente con quelli di Dante Alighieri. Nel suo progetto dedicato interamente a Leopardi, ispirandosi agli autografi di alcuni Canti, Gubinelli ha dato forme astratte al colore tracciando segni che intessono dialoghi visivi e immaginari con i tratti della penna di Giacomo.

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all'estero.

Sono stati pubblicati cataloghi di poesie inedite dei maggiori poeti Italiani e stranieri. Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale. Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati. Ha eseguito opere su carta, libri d'artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico. (Comunicato stampa)




Fictions
Richard Dupont | Michael Staniak


termina il 10 marzo 2018
Galleria Eduardo Secci - Firenze
www.eduardosecci.com

La mostra - incentrata sui lavori di due artisti, l'americano Richard Dupont e l'australiano Michael Staniak - curata da Domenico de Chirico, mira a esaminare il concetto di enfasi che si dipana nel momento in cui un'immagine tradizionale entra a far parte di un contesto digitale, con particolare interesse per la mediazione che si verifica quando un'opera è scientificamente documentata, esaminata e diffusa tramite tecnologie digitali. Richard Dupont e Michael Staniak sono entrambi profondamente coinvolti nella questione della verità; tra la cancellazione della verità in quanto tale e rivelazione di un nuovo codice estetico sempre in corso di definizione, a seconda delle infinte possibilità che una costellazione virtuale può offrire.

Questa mostra vedrà il debutto di una nuova serie di lavori da parte di Richard Dupont, sviluppati nel corso dell'ultimo anno. Ponendo delle tele grezze in infusione con sostanze chimiche, utilizzate principalmente nella cianotipia, ed esponendole alla luce del sole, le opere acquisiscono profonde tonalità bluastre dovute a una reazione chimica subita dalle tele sensibilizzate. Il risultato finale è un ibrido tra pittura e fotografia, che incorpora dei significati reconditi metafisici in cui la presenza e l'assenza di un'immagine convergono in maniera simultanea. La mostra sarà composta da una sala centrale, dove saranno esibite quattro nuove grandi opere intitolate Untitled Drawing c. 1953, le quali hanno come punto di partenza il lavoro proto-concettuale Erased de Kooning Drawing di Robert Rauschenberg. E' la visibilità stessa ad essere presa in esame in questi nuovi ibridi tra pittura e fotografia. Durante le sue ricerche per la realizzazione di questa nuova serie, Dupont si è imbattuto in una scansione a infrarossi di Erased de Kooning Drawing, creata dal Dipartimento di conservazione dell'Elise s. Haas al SF MOMA. La scansione rivela alcuni aspetti di ciò che era stato cancellato.

La rievocazione del disegno invisibile riformula l'atto stesso della cancellazione tramite il processo della scansione. Dupont ha prima scaricato quest'immagine, poi vi ha lavorato al fine di ricostruire attraverso vari tentativi i segni cancellati. Non è ben chiaro quali elementi di questi nuovi lavori siano effettivamente riconducibili a segni compiuti da De Kooning e quali, invece, siano manipolazioni digitali di Dupont. Il file digitale elaborato dalla scansione offusca ulteriormente il radicale non gesto di Rauschenberg, poiché la cancellatura stessa è cancellata e sostituita da un codice digitale infinitamente corruttibile. I nuovi dipinti di Michael Staniak, tutti intitolati con l'acronimo "HDF", sono un'estensione della ricerca dell'artista sugli effetti dei media digitali sulla produzione e la visione della pittura.

Nell'impiego di diversi materiali, tra cui un composto per la colata personalizzato e vernici acriliche, nel tempo si formano strati con una trama propria, dovuta sia a movimenti delle dita sia all'utilizzo di attrezzi casuali dello studio. Le superfici risultanti sono una raccolta di un procedimento di pittura organico, e sono poi sottoposte a una lenta aerografia, ottenendo così un effetto trompe-l'œil. Questo permette di appiattire le movenze e produrre un'immagine che appare essere stata mediata digitalmente. Le lettere HDF sono l'acronimo di Hierarchical Data Format, un'estensione di file digitali utilizzata principalmente per salvare raccolte d'immagini e dati satellitari, consentendo di estrarre molteplici punti d'informazione da una singola immagine digitale.

Questo riflette il modo in cui noi osserviamo il mondo tramite una lente digitale mediata, dove, molto spesso, le verità che si celano dietro un'immagine possono essere rivelate tramite l'impiego di nuove tecnologie. Allo stesso tempo, lo schermo può intralciare la nostra comprensione della realtà fisica; ci poniamo dubbi sul valore veritiero delle immagini modificate, che, spesso, possono avere l'effetto di appiattimento sul soggetto fisico. I dipinti di Staniak sono dimostrazioni di entrambi i fenomeni - i suoi gesti sono elevati da colori saturi oppure contrastati da un monocromo facsimile; eppure, i gesti stessi sono nascosti e rivelati solo tramite gli strati della pittura dei dati visivi appiattiti da un procedimento che fa apparire i lavori più digitali.

Richard Dupont (New York, 1968) è un artista americano che realizza le sue opere sfruttando una varietà di media, tra cui sculture, installazioni, pitture e incisioni. Ha frequentato la Princeton University, dove si è laureato presso il Dipartimento di Visual Art, Art and Archeology. I suoi lavori hanno preso parte a mostre presso numerosi musei. I suoi lavori sono inclusi in molte collezioni museali, tra le altre si ricordano: The Museum of Modern Art (MoMA), The Whitney Museum of American Art, The Museum of Fine Arts Boston. Nel 2014, Dupont ha ricevuto il riconoscimento Museum of Arts and Design's Visionary Award.

Michael Staniak (Melbourne, 1982) è un artista australiano; ha ottenuto un BFA e un MFA presso il Victorian College of the Arts, Melbourne, così come anche un BA in Digital Media Communications presso la Middle Tennessee State University. E' stato protagonista di mostre personali. I suoi lavori sono stati esibiti in mostre collettive. Nel 2017, il Contemporary Art Museum di St. Louis ha pubblicato una monografia dei suoi lavori, intitolata IMG_, che è stata poi riportata in numerose pubblicazioni. Nel 2018 terrà una mostra permanente presso Fogo Island Arts, Canada. (Comunicato stampa)




Mauro Molinari - Traslocando Mauro Molinari - Dolce casa cm.100x70 disegno + rilievi Mauro Molinari - Il palleggio Mauro Molinari
Plays (opere 2007-2017)


10 febbraio (inaugurazione ore 18.00) - 03 marzo 2018
Tibaldi Arte Contemporanea - Roma

Il percorso che ha condotto Mauro Molinari a questo ciclo dei Plays è stato assai personale, versatile e dispiegato nel tempo: Molinari ha infatti alle spalle un lavoro artistico più che quarantennale. Percorso lungo e articolato ma pur sempre caratterizzato, ed è questa una sua caratteristica saliente, dalla permanenza di motivi qualificanti, che assicurano la sussistenza di un filo rosso di continuità interna. Da una decina di anni a questa parte, Mauro Molinari ha avuto il coraggio di mutare progressivamente registro, approdando a un cammino apparentemente assai diverso, ovvero alla scelta di una pittura d'immagine, sia pure di specie assai particolare. Ha puntato su un contesto figurale capace di rendere nuovamente coinvolgente e quindi praticabile la pittura fuori dagli ambiti tradizionali, che al nostro artista, e a molti altri, paiono usurati dal troppo impiego, dal troppo veduto.

La pittura di Molinari ci si presenta con un forte sapore di contemporaneità. Guarda con intelligenza e capacità selettiva a tendenze tra le più discusse e controverse (ma vitali) dello scenario estetico internazionale, come la Street Art, il Bad Painting, il Neo Pop. La mostra ci propone una quindicina di dipinti recenti, per lo più di grandi dimensioni eseguiti nell'ultimo decennio. Non c'è posto in questo universo stravolto per rapporti di proporzione, di verosimiglianza, di coerenza narrativa: il nano procede accanto al gigante; ed entrambi camminano per le strade, nell'assuefazione generale; magari si affacciano alle finestre, ma non possono sporgersi, perché la loro testa è più grande del vano di apertura. O, al contrario, basta una mano aperta per occultarlo interamente; sul filo verticale di una facciata figurine indiavolate scendono con la stessa disinvoltura di come si muoverebbero in orizzontale. Una sorta di teatro dell'assurdo, insomma, che però, a ben vedere, molto assume e molto allude alla nostra periclitante vicenda quotidiana. (Carlo Fabrizio Carli)




Claudio Verna - Pittura 1974/75 Claudio Verna
24 January - 30 March 2018
Cardi Gallery - London
www.cardigallery.com

A major retrospective of Claudio Verna, with both new and historical works ranging from 1967 to 2017. The exhibition is curated by Piero Tomassoni. Claudio Verna (Guardiagrele, Italy, 1937) is one of the protagonists of 1970's Italian painting. Part of the so called "Pittura Analitica" (Analytical Painting) or "Pittura-Pittura" (Painting-Painting) movement, Claudio Verna is part of a small group of artists who, towards the end of the 1960's, felt the need to return to painting, at a time when many considered it a dying form of art. These artists explored and analysed the very essence of painting, concentrating on its most fundamental constructive elements such as space, form, and colour. A leading figure within the movement, Verna's works from 1967 to 1977 embody the essence of what could be considered the Italian response to Minimalism.

From Hard-edge to Colour Field, one could draw many parallels with North American painting from the 1960's, including leading figures such as Frank Stella, Barnett Newman and Kenneth Noland. However, from 1978 onwards Verna achieved a different dimension, where the gesture is liberated and colour releases its internal energy. This exhibition is Claudio Verna's first retrospective in the UK and it includes over 20 works encompassing the whole career of the artist, spanning half a century. Many large-scale paintings from the 1960's and 70's are juxtaposed with more recent works, illustrating the linguistic progression of the artist from his beginnings to today. As curator Piero Tomassoni indicates in the catalogue essay: "... these are works not to be read but to be looked at. Their strength lies in their ability to transpose the spectator into a new space, the space of colour which Claudio Verna has always inhabited". (Press release)




Immagine per mostra I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte Una casa per tutti. I villaggi operai dal Nord Europa al Piemonte
termina lo 03 febbraio 2018
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone

Sezione della mostra Il villaggio di Panzano - Dal degrado alla rinascita - 1950/2017, realizzata dall'Associazione Kòres in collaborazione con il Consiglio Regionale del Piemonte e la Fondazione ECM di Settimo Torinese. La mostra illustra la storia dei villaggi operai, grandiosi progetti utopistici promossi da imprenditori illuminati, che costituirono un significativo corollario all'espansione dell'industria tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi del Novecento. L'allestimento parte dai primi esempi del Nord Europa, si sofferma su alcuni significativi casi italiani (fra cui il Villaggio Leumann di Collegno, alle porte di Torino, realizzato dall'ing. Pietro Fenoglio in stile liberty, nella foto), per giungere agli ultimi tentativi del dopoguerra.

All'inaugurazione della mostra farà seguito una tavola rotonda sul tema dei villaggi operai con interventi di: Alba Zanini, curatrice della mostra; Franco Mancuso, coordinatore Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) - Triveneto; Edino Valcovich, curatore del progetto Il Villaggio di Panzano 1907/1927/2017. Novant'anni di una storia. Coordinerà l'incontro il giornalista e scrittore Roberto Covaz. (Comunicato stampa)




Il Villaggio di Panzano - Dal degrado alla rinascita - 1950/2017
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea - Monfalcone

Terza e ultima parte del progetto "Il Villaggio di Panzano - Novant'anni di una storia", che racconta l'evoluzione di uno dei più famosi villaggi operai, dalla sua formazione a oggi. Realizzato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Monfalcone con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, il progetto è curato da Edino Valcovich con la collaborazione di Francesca Gadaleta. La prima parte del progetto, la mostra "Dalla nascita all'inaugurazione 1907/1927" (giugno-luglio 2017), ha tracciato la vicenda del Quartiere dalla costruzione nel 1908 delle prime case operaie, nelle dirette vicinanze del Cantiere Navale Triestino (CNT), fino al suo completamento. Nel mese di ottobre, al Teatro Comunale di Monfalcone, è stato presentato alle scuole del territorio e alla cittadinanza il documentario "Dal mare, alle navi, alle case", per la regia di Giorgio Gregorio, prodotto dall'Ufficio Stampa e Comunicazione della Regione Friuli Venezia Giulia e dedicato alle articolate vicende che hanno portato alla nascita del CNT e alla successiva realizzazione del Villaggio.

L'ultima parte del progetto racconta una storia inedita e finora mai affrontata. La mostra si propone, infatti, di raccontare i principali avvenimenti che, in particolare dagli anni Settanta a oggi, hanno consentito di passare da una condizione di sostanziale disattenzione sociale e urbanistica a un originale percorso di recupero e valorizzazione. Obiettivo della mostra, e dell'intero progetto, è ricostruire il percorso sviluppato, nella consapevolezza che tale azione di recupero non si è ancora completamente conclusa, e promuovere il Villaggio di Panzano quale bene culturale, storico, urbanistico e architettonico da salvaguardare. (Comunicato Ufficio Comunicazione - Roberta Sodomaco)




Christian Megert: "Frammentazioni verso la Gerusalemme Celeste"
Installazione site-specific permanente


23 gennaio 2018, ore 18.15
Museo San Fedele - Milano

Presentazione del catalogo della mostra a cura di Andrea Dall'Asta SJ e Marco Meneguzzo Christian Megert. Riflessioni. Sarà questa l'occasione di visitare l'installazione permanente dal titolo Frammentazioni verso la Gerusalemme celeste che l'artista svizzero ha realizzato per la chiesa di San Fedele. Si tratta di una serie di specchi in un piccolo corridoio che unisce la cappella delle ballerine all'abside della chiesa. Tale spazio è parte del percorso inserito nel "Museo San Fedele. Itinerari di arte e fede" che da diversi anni accoglie lavori di artisti contemporanei internazionali. Christian Megert si sofferma sulla moltiplicazione degli spazi. E' come se attraversando lo stretto e angusto corridoio la nostra identità si moltiplicasse all'infinito, si frammentasse, per accedere poi nella parte absidale, spazio simbolico della Gerusalemme Celeste. Lo stretto corridoio diventa così "percorso", "viaggio", "passaggio" che ciascuno è chiamato a compiere, per ritrovare un'unità di senso, che tenga conto della complessità della vita, in tutta la sua straordinaria poliedricità. Dalla verità di una frammentazione alla bellezza dell'unità. (Comunicato stampa)




Carlo Ciussi - Struttura a cinque elementi - olio su tela cm.210x700 1996 - courtesy A arte Invernizzi, Foto Bruno Bani, Milano Carlo Ciussi
La Pittura come fisicità del pensiero


07 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 29 marzo 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

Mostra personale di Carlo Ciussi in occasione della quale vengono presentate opere degli anni Sessanta e Settanta in dialogo con lavori degli anni Novanta. Il percorso epositivo comprende anche una selezione di opere realizzate nel 1965 recentemente esposte presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia nell'ambito di "Postwar Era. Una storia recente". Nelle opere appartenenti alla seconda metà degli anni Sessanta esposte al primo piano della galleria l'artista, attraverso intrecci tra elementi geometrici primari, suggerisce le forme del cerchio e del quadrato seguendo traiettorie che occupano solo in parte lo spazio della tela. In altri lavori, realizzati negli anni immediatamente successivi, le stesse forme si sviluppano in profondità, si sovrappongono in diverse aree di colore sino a giungere ad inserirsi le une nelle altre.

Nella visione d'insieme proprio l'utilizzo che Carlo Ciussi fa delle cromie diviene una chiave elementare di lettura ed esse costruiscono, ritmandolo, l'equilibrio della struttura stessa dell'immagine. Questa stessa geometria connaturata al colore, che muta pur rimanendo sempre fedele a se stessa, diviene negli anni Novanta segno lineare, che si staglia su tutta la superficie in un all over senza soluzione di continuità. Opere tridimensionali quali Colonne e Struttura a cinque elementi (210x700cm), le cui superfici vengono attraversate da una pluralità di linee rette spezzate che si intrecciano e si sovrappongono, si ergono nello spazio al piano inferiore della galleria e si ridefiniscono alla luce di una fisicità più marcata, acuendo in modo più evidente il dialogo con l'ambiente architettonico circostante. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Francesca Pola, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

Come scrive Francesca Pola: "Carlo Ciussi ha interpretato l'arte come visione attiva del mondo, e come fisicità di un pensiero che non accetta alcuna neutralità di contenuto o decorativismo di forma, ma si pone come visione positiva possibile della realtà, ricreando costantemente nuovi spazi di espressione umana. E' di questo paradosso che vive la sua opera, volutamente pensata per non essere categorizzabile secondo schemi correnti o canoni precostituiti, quanto come inesorabile e inesausta trasformazione dell'universo: dare corpo al pensiero come azione che interpreta il mondo. Senza descriverlo, ma per ricrearlo, in un incessante divenire che procede, senza soluzione di continuità, dall'esistenza stessa. (...) E' in questa densità dell'immagine, che visualizza il mentale dell'uomo non semplicemente come portato razionale, quanto come complessità biologico-evolutiva del nostro immaginare e costruire civiltà, che si ritrova la più evidente continuità del lavoro di Ciussi. Nella sua opera, il palpitare dei segni o le scansioni degli spazi sono la struttura stessa della realtà, in un intenzionale coincidere di microcosmo e macrocosmo per cui l'immagine è frammento e soglia dell'infinito divenire dell'universo". (Comunicato stampa)




Jonas Mekas - Personale
09 marzo (inaugurazione ore 18.30) - 15 aprile 2018
Palazzo della Ragione - Bergamo

In occasione della 36a edizione del Festival, The Blank e Bergamo Film Meeting dedicano la sezione "Incontri: Cinema e Arte Contemporanea" a Jonas Mekas (Lituania, 1922), poeta, artista e regista, fondatore del New American Cinema Group e creatore dell'Anthology Film Archive. La mostra, curata da Stefano Raimondi e Claudia Santeroni, vede la trasformazione dell'ambiente espositivo in un luogo in cui, grazie ad un coinvolgente allestimento, convivono alcuni dei film più significativi dell'artista e le immagini di natura più cinematografica. E' realizzata nei rinnovati spazi del Palazzo della Ragione: la mostra si confronta con l'edificio storico e ne sfrutta le nuove potenzialità allestitive, appositamente ideate per questo luogo.

L'esposizione vuole presentare la complessità dei mezzi espressivi scelti da Jonas Mekas, artista poliedrico dagli interessi eclettici. Domina la sala la duplice proiezione di Seasons: un video composto con un cut up di frammenti della sua intera produzione cinematografica. I frame estrapolati dai lavori video dell'artista e impressi su lastre di vetro appartengono alla serie In An Instant It All Came Back to Me", mentre le quaranta fotografie di Birth of a Nation" sono estratti dal suo celebre omonimo film del '97. Conclude la sezione fotografica To New York with Love, la serie di ventuno immagini dedicate alla città che è stata il palcoscenico del lavoro di Mekas.

La mostra è permeata da una traccia composta dall'artista, che agisce da sottofondo all'intera esposizione: l'aspetto musicale è stato mantenuto in relazione alla storia di Mekas, che ricorda come il canto abbia fatto sempre parte della sua vita, dall'infanzia in avanti. A chiudere il corpus di opere esposte, un'isola dedicata alle pubblicazioni realizzate dall'artista, liberamente consultabili dal pubblico, cui è offerta l'occasione unica di accedere all'intera collezione degli scritti di Jonas Mekas, tra i quali My Night Life, in cui l'artista, fedele alla sua cifra biografica, racconta i suoi sogni fatti tra il 1978 e il 1979, chiedendo all'amico Auguste Varkalis di illustrarli. (Comunicato stampa)

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On the occasion of the 36th edition of the Festival, The Blank and Bergamo Film Meeting dedicate the section "Incontri: Cinema e Arte Contemporanea" to Jonas Mekas (Lithuania, 1922), poet, artist and director, founder of the New American Cinema Group and creator of the Anthology Film Archive. The exhibition "Jonas Mekas - Personale", curated by Stefano Raimondi and Claudia Santeroni, sees the transformation of the exhibition environment into a place where, thanks to an engaging set-up, some of the artist's most significant films coexist with images of a more cinematic nature. "Jonas Mekas - Personale" is realized in the renovated venue of Palazzo della Ragione: the exhibition compares itself with the historical building and exploits its new exhibition possibilities, specially designed for this place.

The exhibition aims to present the complexity of the means of expression chosen by Jonas Mekas, a versatile artist with eclectic interests. The double screening of the video "Seasons" dominates the room: a video composed of fragments of his entire cinematographic production. The frames taken from the artist's video works, impressed on the glass plates, belong to the series "In an Instant It All Came Back to me", while the forty photographs of “Birth of a Nation” are extracts from his famous 1997 film of the same name. The photographic section is completed by "To New York with Love", the series of twenty-one images dedicated to the city that has been the stage of Mekas' work.

"Jonas Mekas - Personale" is permeated by a track composed by the artist, which acts as a background to the entire exhibition: the musical aspect has been maintained in relation to the artist's history, that reminds how the singing has always been part of his life since his childhood. To conclude the exhibition, an island dedicated to the publications by Mekas, freely available to the public to offer a unique opportunity to enter the artist's collection, including "My Night Life" where the artist, faithful to his biographical style, narrates his dreams made between 1978 and 1979, asking his friend Auguste to illustrate them. (Press release)




Immagine dalla locandina di presentazione di Museo Navigante Museo Navigante

Il Museo Navigante è una iniziativa promossa dal Mu.MA - Galata di Genova, dal Museo della Marineria di Cesenatico, dall'associazione La Nave di Carta della Spezia e dall'Associazione Musei Marittimi del Mediterraneo, che ha riunito musei pubblici e privati per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, ha aderito all'iniziativa con il Museo Archeologico dell'antica Kaulon, diretto da Rossella Agostino e con il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone, diretto da Gregorio Aversa.

Il percorso espositivo del Museo archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria) illustra la storia della colonia magno-greca di Kaulonia dall'età di fondazione, ad opera dei crotoniati, fino ad età ellenistico-romana ed ospita anche reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all'odierno Museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo caratterizzata dalla presenza del Faro. L'esposizione presenta per alcuni settori parziali ricostruzioni di edifici abitativi e sacri finalizzate ad una migliore lettura da parte del pubblico.

Le Collezioni più importanti sono: rocchi di colonne in marmo anche lavorate rinvenute nelle acque antistanti il sito dell'antica città di Kaulonia; Tetto tempio del Colle della Passoliera di età greca caratterizzato da una ricca policromia; Collezione numismatica e fra i "pezzi" più significativi si segnalano: manufatti bronzei, tra cui specchi, elementi di armature ed una interessante iscrizione votiva in lingua achea dall'area del tempio dorico; Mosaico pavimentale policromo con la raffigurazione di drago di età ellenistica dall'abitato.

Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone è suddiviso in tre sezioni principali dedicate la prima ("Terra") ai resti dell'insediamento sorto sul promontorio in età romana, la seconda ("Sacro") al santuario di età greca sviluppatosi sullo stesso luogo e, infine, una terza ("Mare") destinata ad illustrare le problematiche dell'archeologia subacquea, espone una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec.d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Terrecotte architettoniche, vasi a figure nere, vasetti miniaturistici, bronzetti figurati attestanti la frequentazione del santuario greco e appartenenti al cd. Tesoro di Hera, formano le collezioni più importanti. Fra i pezzi di maggior pregio si ricordano: frammenti in marmo pario appartenenti alla decorazione del grande tempio di ordine dorico di cui, nell'attiguo Parco Archeologico, si conserva parte del basamento ed una colonna in blocchi tufacei. (Comunicato stampa)




Immagine presentazione mostra Monaco, Vienna, Trieste, Roma - Il Primo Novecento al Revoltella Monaco, Vienna, Trieste, Roma
Il Primo Novecento al Revoltella


24 gennaio (inaugurazione ore 18) - 02 settembre 2018
Civico Museo Revoltella - Trieste
www.museorevoltella.it

E' un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d'Arte Moderna del Museo "Revoltella". Il "dentro" è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il "fuori" è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo. Il titolo dell'esposizione - "Monaco, Vienna - Trieste - Roma" - richiama l'influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all'Impero d'Austria-Ungheria, e l'interscambio - parallelo e successivo - tra gli artisti della città e del territorio e l'Italia.

Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del "Revoltella", si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del "ritorno all'ordine", coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel "secolo lungo", sino a lambire il secondo conflitto mondiale. L'esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo, Marcello Mascherini.

Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d'Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna. Una sezione monografica è riservata all'arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all'arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto 'ritorno all'ordine' di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani. La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall'interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni. Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto Macchie di sole del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

"Questa mostra - osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste - evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d'arte del "Revoltella", Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com'è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell'arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce". (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Mostre su Trieste




Vincent de Roder - Political Image - lacquer on canvas 160x120cm 2015 Nikolaas Demoen | Vincent de Roder | Stefaan Dheedene | Jonathan Michels | Adriaan Verwée
January 12, 2018 - February 24, 2018
MLF | Marie-Laure Fleisch - Brussels
www.galleriamlf.com

All repetition simultaneously enhances and dissolves meaning. It reveals the distance we take in relation to things, and the effort it takes to give them names. The very act of repetition is often more meaningful than what is repeated. With the sound "da" a projects meaning into the world. "Dada" is the reflection of the world, a myriad of random possibilities. Explaining Dada, Hugo Ball stated "For us, art is not an end in itself... but it is an opportunity for the true perception and criticism of the times we live in." When repetition is translated into tautology, and Dada is formulated as Da & Da, we seem to try to impose some order as we state the same thing twice, hinting at an explicit state of Da, some logical proposition; we remain caught in the gesture. Da is just That, and That could be anything. In relation to the statement of Hugo Ball, Da & Da remains an opportunity for perception and criticism, but allows art to be, in the end, in itself. Da & Da (That & That) brings together five artists who have actively been engaging in the reiterative gesture as described above through their work. Dada, but resisting Dada with utter precision. (Press release)

Artists: Nikolaas Demoen (1965, Belgium); Vincent de Roder (1958, The Netherlands); Stefaan Dheedene (1975, Belgium); Jonathan Michels (1993, Belgium); Adriaan Verwée (1975, Belgium).




Capolavori a confronto
Bellini / Mantegna
Presentazione di Gesù al Tempio


21 marzo - 01 luglio 2018
Fondazione Querini Stampalia - Venezia
www.querinistampalia.org

Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due "Presentazioni di Gesù al Tempio" eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia. Due capolavori assoluti della storia universale dell'arte, l'uno di mano di Giovanni Bellini, di Andrea Mantegna il secondo. Ad un primo sguardo sembrano del tutto eguali, eppure si capisce che le due opere-specchio hanno "personalità diversissime". Ma chi fu l'inventore della meravigliosa composizione? Bellini, veneziano, e Mantegna, padovano del contado, si conobbero certamente, dato che quest'ultimo sposò la sorellastra del primo. Ma sarebbe sbagliato - chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell'esposizione, immaginarli l'uno accanto all'altro intenti nel dipingere questo medesimo soggetto. Certo il cartone, la cui realizzazione richiedeva un enorme virtuosismo artistico, "stregò l'uno e l'altro, ma un lasso di tempo non piccolo, una decina di anni, separa i due capolavori". Che, sia pure a distanza, si sia trattato di una gara alla massima eccellenza, lo si evince dalla qualità assoluta delle due opere. E' un caso probabilmente irripetibile quello che consente, per la prima volta nella storia dell'arte, di ammirare l'una a fianco dell'altra.

"E' l'effetto - sottolinea Marigusta Lazzari, che dell'istituzione veneziana è il Direttore - di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l'impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due 'Presentazioni al Tempio' è uno dei cardini di queste mostre. (...)".

Per accogliere questo magico confronto, la Querini Stampalia ha mobilitato l'architetto Mario Botta per l'allestimento e sta predisponendo un innovativo sistema illuminotecnico. Non solo: accanto a queste due inarrivabili "vedettes" in Querini saranno esposte le opere coeve patrimonio del museo veneziano. E il visitatore sarà poi invitato, con lo stesso biglietto a scoprire, o riscoprire, gli infiniti tesori della Querini Stampalia, una casa-museo tra le più importanti al mondo. Sala dopo sala, negli storici ambienti, si avrà l'emozione di entrare nell'universo di una delle più potenti e illustri Famiglie veneziane: ammirare le celebri opere d'arte, i preziosi arredi, patrimonio della Famiglia e pervenuti alla Fondazione nel 1869, poco meno di 150 anni fa, a seguito dell'importante lascito. E' un mondo di storia, cultura, meraviglia quello che attende i visitatori in Querini, in un'atmosfera unica com'è quella della Venezia autentica. (Comunicato Studio Esseci)




Leopoldo Bon - Riflettere 50 - perspex stampa Fuji cm.50x70 2010-2013 (stampatore Eidos Modena) Leopoldo Bon
11 gennaio (inaugurazione ore 19) - 04 febbraio 2018
Sala Comunale d'Arte - Trieste

Mostra personale del fotografo-artista Leopoldo Bon, che sarà introdotta sul piano critico dall'architetto Marianna Accerboni.



Presentazione mostra




Giuseppe Cucci0 - Nesso e Chirone - terracotta cm.55x110 2010 Giuseppe Cuccio - Calipso - bronzo cm.55x30 2010 Giuseppe Cuccio
D'un Sileno, di volti anatolici


termina lo 03 febbraio 2018
Galleria Elle Arte - Palermo
www.ellearte.it

Personale di scultura di Giuseppe Cuccio (Palermo, 1964), a cura di Aldo Gerbino. In esposizione venti sculture in bronzo e terracotta di recente realizzazione che raccontano il composito universo artistico di Giuseppe Cuccio, attingendo le tematiche ora dal mito, ora dalla storia. Giuseppe Cuccio ha conseguito la maturità classica e il diploma dell'Accademia di Belle Arti nella sezione Scultura. Oggi è docente per la materia Discipline Plastiche e Scultoree presso il Liceo Artistico "Damiani Almeyda" di Palermo. La sua ricerca artistica si articola tra la scultura, la pittura, il disegno e la grafica. Sue opere sono in dotazione in collezioni private ed in musei. Tra i diversi riconoscimenti ricevuti è stato premiato a Milano "Artista dell'anno 2009" (Premio delle Arti Premio della Cultura). Ha partecipato ad alcune mostre in Italia ed all'estero.

«Segni di sensibilità e bontà sono riscontrati da Federigo Tozzi nel momento in cui, narrando per versi la figura di Stephane Mallarmé, rivela insospettatamente una contiguità sentimentale con Marsia. E del Sileno si accenna a quell'innata sua mitezza covata nel tepido tessuto arboreo dei boschi, spandendo a dismisura l'armonica anima dell'auleta, più che la sua supposta tracotanza. Essa ci dice, anche, della continuità nell'oggi, della spietatezza rilasciata dalla gabbia competitiva, non dimenticando però la forza del suono, il riversarsi dell'onda musicale sgorgata dalla parola e di quanto si agiti, nello spazio tra paesaggio terrestre e celeste, nella nostra psiche. Terracotta e legno, marmo e bronzo ci dicono dunque dell'uso insistito della mano, del plasmare calchi e il corpo crudo dell'argilla. Su tali note di materia non può che affiorare il registro espressivo di Giuseppe Cuccio, giocato sulla fabrilità, sulle tattili pieghe, più o meno ardue, delle materie.

Lucini, nel saggio introduttivo ai Poeti simbolisti e liberty (Scheiwiller, 1967), - e Tozzi vi appare con due brevi e commossi testi (A Edgardo Allan Poe e A Stefano Mallarmé), - accenna a quel Deus, sive Natura spinoziano, mentre, più avanti, lo scrittore senese (autore, in poesia, della Zampogna verde) ci investe con la straziata figura di Marsia: l'elaboratore degli inni sacri agli Dei. Egli, lo scorticato figlio di Eagro, qui da Giuseppe esteso in Apollo e Marsia (terracotta e legno, 2014), sileno pietosamente trasformato, mentre canta i suoi versi accompagnati dalle melodiose note irradiate dall'aulòs (lo strumento creato da Atena) in anatolico letto fluviale dallo stesso Apollo nell'impari tenzone musicale. Ed ecco, similmente all'auleta, Mallarmé è sì "buono come Marsia". La pietas si stende su di lui come bianchi lenzuoli; pietas posta a lenimento d'ogni possibile hýbris. Poteva, d'altronde, non essere compianta la sua sorte da Satiri, Fauni, creature silvane, Ninfe e pastori, nel momento in cui un pentito Apollo, dopo averlo spellato e poi mutato in fiume, pose persino la sua stessa cetra nell'antro di Bacco?

E qui, nell'intensa e contenuta antologia scultorea di Cuccio, assistono, con noi contemporanei, volti anatolici pronti a riappropriarsi della pietà, della commozione, mentre canti e inni serpeggianti tra pietre, terrecotte, bronzi (come il volto assorto e immalinconito dal tempo nell'efficace Testa femminile; bronzo, 2010) e frammenti marmorei disperdono il silenzio che pertiene alla scultura: stoffa accolta nel racconto del mondo, nel viaggio archetipico cui ogni generazione sembra essere spinta a ripetere tra visione e ri-creazione, tra radici e memoria. Tutto ciò vuol significare: ora l'ansia sprigionata nella linea ricurva di Narciso (terracotta, 2014), ora la molle levità dei volumi sincretici in Teti (terracotta, 2015).

Non si arresta il racconto nella midolla del tempo, né s'inceppa sul proprio filo raggomitolato: in tal modo i bassorilievi in cui appaiono centauri, - mostri téssali colmi di meraviglie generati dal commercio d'Issione con Nuvola - si identificano con Nésso, ucciso da Ercole nel vano tentativo di rapire Dejanira, o con Chirone, celebre figlio di Saturno e Fillira, maestro di Esculapio e sommo nella medicina, nella chirurgia e nell'astronomia, compilatore del Calendario per gli Argonauti, insegnante di Achille per la musica e di Ercole per la medicina. Con Pegaso, ninfe, arcaici torsi in travertino e pupille percorse dalle salsedini dell'Asia minore in cui gettò il suo sguardo ampio Europa figlia di Agenore, Giuseppe dice, infine, della persistenza del seme, della nostalgia alimentata dalla presenza dei padri.» (D'un sileno, di volti anatolici, di Aldo Gerbino, Palermo, dicembre 2017)

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Religio della forma
A Giuseppe Cuccio


La fìttile bellezza e la severa
serenità del bronzo che ritorna
a incidere i tuoi volti come cera
perduta e ritrovata nel suo peplo
che nasconde il dolore e la gioia
nel dorico rigore dell'attesa
la tua mano ha segnato e alla memoria
che persiste agli orrori della storia
oggi rivela la profonda grazia
raccolta in geometrie dove s' accoglie
l'armonia percepita e sognata
nel fragile mistero del silenzio.

(Piero Longo, dicembre 2017)




Danilo Sergiampietri - Cera una volta - cera di paraffina e stearina, lettere in ottone, colori acrilici cm.50x30 2015 Danilo Sergiampietri: Cera una volta
termina lo 08 febbraio 2018
Galleria Il Gabbiano arte contemporanea - La Spezia

Danilo Sergiampietri (Castelnuovo Magra 1964), presenta con questa sua nuova mostra, un personale omaggio alla galleria Il Gabbiano. Il termine generico "Cera", al di là di giochi verbali, indica un materiale misterioso, di grande fascino, dalle particolari caratteristiche di malleabilità, viscosità, punto di fusione, insolubilità, non a caso utilizzato da diversi artisti, e che Sergiampietri qui fa suo, declinandolo come sempre fa, con un'inedita ed esaustiva ricerca artistica. Il catalogo, edito dal Gabbiano, verrà presentato nel corso della mostra.

«(...) Nelle opere esposte nella mostra "Cera una volta", Danilo Sergiampietri forza il materiale, la cera, con caparbietà e perseveranza, cogliendone le sfumature di colore e di trasparenza. Utilizza cere di diversa natura, da quelle artificiali, derivate dal petrolio e dalla paraffina, a quelle naturali, come la cera d'api, talvolta inglobando gli operosi insetti dentro le colate, oppure facendoli diventare il pretesto per giochi di parole. Altre volte, nella cera rimangono intrappolati lumini vuoti, oggetti per decorazioni dolciarie, lettere in ferro. La materia si trasforma, si piega, si curva, ci restituisce imprevedibili risultati estetici. (...) Dedicare tempo alla ricerca di materiali e allo studio delle tecniche per utilizzarli al meglio, mi sembra, oggi, uno degli aspetti più interessanti alla base delle poetiche artistiche dei più talentuosi e attenti tra gli artisti contemporanei. L'ossessione metodologica con cui Danilo Sergiampietri porta avanti il suo lavoro gli permette di ancorare il suo sentire a qualcosa di tangibile e di visivamente appagante. (...)». (Comunicato stampa)




Margareth Dorigatti - Veneris dies Margareth Dorigatti: DEI Colori/Giorni
25 gennaio (inaugurazione ore 18) - 10 marzo 2018
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Serie di opere della pittrice Margareth Dorigatti incentrata sui pianeti e sulle loro infinite corrispondenze con le divinità e il mito, con i giorni della settimana e i colori, e ancora i metalli cui ciascun pianeta viene ricondotto seguendo l'antico schema delle attribuzioni: Luna/Argento (lunedì), Marte/Ferro (martedì), Mercurio/Mercurio (mercoledì), Giove/Zinco (giovedì), Venere/Rame (venerdì), Saturno/Piombo (sabato), Sole/Oro (domenica). Mostra a cura di Daina Maja Titonel, con testi critici di Karin Dalla Torre, Flavia Pesci, Lidia Reghini di Pontremoli.

Osserva Karin Dalla Torre: "Ci immergiamo in una cucina alchemica, dove i metalli liquidi ribollono in grandi crogiuoli, mettendo le loro proprietà scientifiche ed estetiche al servizio delle singole divinità. Come per gioco, talvolta in superficie si specchiano le simbologie alchemiche del sistema periodico. (...) Non si tratta di quadri da osservare senza conseguenze. A prescindere dal loro formato sono opere tanto intense da imporsi sul vissuto interiore, finanche nei sogni."

"In questa serie dedicata ai pianeti", scrive Flavia Pesci nel catalogo che accompagna la mostra, "prende corpo un suggestivo universo interiore, una sorta di viaggio cosmologico dove la simbologia che lega pianeti e divinità, con le loro implicate storie mitiche, pervade i dipinti di rimandi per affinità e analogie con colori specifici, giorni della settimana definiti nella loro peculiarità semantica e trasversale alle varie lingue, vibrazioni e sonorità timbriche, anche sulla scorta dell'insegnamento di J. Wolfgang Goethe, sulla cui celebre teoria dei colori si sono a lungo imperniate le esplorazioni di Margareth Dorigatti. (...)

Per ogni pianeta, per ogni divinità, si potrebbe dire persino per ogni colore, ci troviamo di fronte a una sorta di ritratto, in cui Margareth ha riversato il proprio sentimento di esso e condensato il proprio rapporto personale, rivelando a noi e a se stessa la chiave interpretativa che a ciascuno soggiace. Così, in un racconto mai banale, la forza assoluta di Marte, la seducente bellezza di Venere, la complessità conflittuale di Saturno, la misteriosa delicatezza lunare o la divina superiorità di Giove ci vengono manifestati per colori e forme ad ognuno peculiari: attributi complementari e analogici che caricano di tensione e di sorprendente energia il dipinto eppure, al tempo stesso, gli restituiscono magicamente una sottile valenza ironica, che rende il gioco sempre acuto e intelligente."

Margareth Dorigatti (Bolzano, 1954) nel 1973 studia all'Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova. Nel 1975 si trasferisce a Berlino dove studia Pittura, Grafica e Fotografia presso la Hochschule der Künste. Nel 1977 fonda una Casa-atelier frequentata dai maggiori artisti e personaggi dello spettacolo presenti a Berlino. Nel 1980 inizia la sua attività espositiva in gallerie private di Berlino. Nel 1983, insieme a Joachim Szymzcak, realizza un progetto di vaste proporzioni nella rete metropolitana berlinese: 75 dipinti in 8 stazioni. Vince un concorso indetto dalla Internationalen Bauausstellung per la realizzazione di una facciata storica di un palazzo di Kreuzberg. Nel 1984 si trasferisce a Roma dove ha inizio la sua attività pittorica ininterrotta. Espone in Italia e all'estero presso gallerie private, luoghi pubblici e musei (Roma, Parigi, Milano, Pescara, Bolzano, Modena, Bologna, Berlino, Nimes, Lyon, Köln, Bonn, etc). E' titolare della cattedra di Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. (Comunicato stampa)




La Collezione Roberto Casamonti
24 marzo 2018 - 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Nora Carella - Riflessi - olio su tela cm.70x100 2010, ph Marino Sterle Nora Carella. Luce senza tempo
termina il 12 febbraio 2018
Palazzo Costanzi - Trieste

Nel centenario della nascita della pittrice Nora Carella (Parenzo 1918 - Trieste 2015), un'importante retrospettiva dedicata all'artista istriana, attraverso oltre una cinquantina di opere a olio dedicate soprattutto alla sua maniera più recente ispirata al paesaggio.

Presentazione mostra




Luca Macauda - Testa di Pisma - pastello morbido, acrilico su tela cm.135x135 2017 Luca Macauda - Untitled - pastello morbido su tela cm.136x204 2014 Luca Macauda - Nella Valle dell'Anapo - pastello morbido su carta abrasiva cm.21.5x15 2016 Luca Macauda: Ciane
termina il 18 febbraio 2018
Rocca dei Bentivoglio - Valsamoggia (Bologna)
www.frb.valsamoggia.bo.it

La mostra vedrà la ricerca del pittore Luca Macauda (Modica, 1979) accostarsi e contrapporsi a reperti archeologici di altre culture, dagli elementi della cosiddetta Etruria Padana, e in particolare della Necropoli di Casalecchio di Reno (VII sec. a.C.), a quelli di età tardoantica. I due reperti con cui l'artista si è confrontato, conservati nelle sale del Museo Archeologico "A. Crespellani", sono: il "Vaso situliforme" decorato a stampiglie facente parte di un corredo funerario e il Cesto in corteccia di salice proveniente dal pozzo Sgolfo di Castello di Serravalle. L'artista individua questi due reperti per la ripetitività dei motivi decorativi del primo manufatto e per l'estrema fragilità del materiale ligneo del secondo elemento. La serialità delle decorazioni, come ad esempio un cerchiello, accostato e ripetuto più volte compone la figura di una rosetta. Questo è percepito da Macauda nel suo intero lavoro pittorico fatto di gestualità ripetuta e fondante la sua pratica pittorica, e conduce lo spettatore nelle suggestioni archeologiche che hanno generato le opere.

La gestualità del segno curvo oppure del segno verticale dialoga con la contrapposizione della meccanicità dei motivi stampigliati, accomunati però dalla ritmica generata sulle due diverse superfici. Per quanto riguarda il Cesto in corteccia di salice ritrovato nel pozzo Sgolfo Macauda ha scelto di concentrarsi sulla fragilità intrinseca al manufatto e sulla texture intrecciata. Tali peculiarità hanno colpito la sensibilità dell'artista che le interpreta, sublimandole, attraverso l'utilizzo della polvere del pastello e dei segni intrecciati che affondano e riemergono vibrando come la materia sfibrata di una corteccia. Il percorso pittorico di Luca Macauda trae fondamento da una motivazione profonda e intima che trova le sue radici nel territorio al quale l'artista è emotivamente e visceralmente legato, la Sicilia sud orientale.

L'artista si esprime con la pittura perché in essa è contenuta una memoria dello strumento di cui il suo territorio è ricchissimo, dall'antichità alla contemporaneità, e perché essa gli permette di ritrovarsi continuamente in questo contesto culturale e antropologico attorno al quale si è formata un'intera comunità. Il suo fare pittura è dunque appartenenza ad una tradizione nella quale l'artista si ritrova, si riconosce, rendendola collettiva. Le opere Nella Valle dell'Anapo fanno parte di una serie di lavori che indagano una nuova forma di struttura e linguaggio attraverso il tatto ed il segno. L'utilizzo del pastello morbido come mezzo di realizzazione ha permesso all'artista di agire secondo la propria necessità: quella di avvicinarsi sempre di più al quadro fino ad entrarci dentro. Questo lo ha portato ad avere un contatto fisico e un rapporto più intimo e organico con il quadro e la sua superficie.

Stendendo il pastello con le mani sporche della polvere di quest'ultimo, l'artista ha volutamente abbandonato il filtro moderno ed extraorganico rappresentato dal pennello che si interponeva tra l'originarietà e la superficie. La tattilità invece riconduce al segno arcaico che l'artista ritrova negli ultimi lavori a pastello, la cui materia pittorica, diventata pigmento e gesto, gli permette di sviscerare quegli elementi contenuti nella memoria della sua terra d'origine. E' questo il caso della recente serie di dipinti ispirati alla Valle dell'Ànapo, sito naturalistico di importanza paesaggistica, storica e archeologica, che accoglie la più vasta Necropoli rupestre d'Europa. Accostandosi ad essa in chiave puramente suggestiva, Macauda ne ha indagato l'aspetto archeologico - dalla pietra in cui sono state scavate le "tombe a grotticella" che riempiono i costoni rocciosi della valle, ai segni dipinti e incisi sui manufatti in terracotta - nonché l'aspetto naturalistico che lo circonda.

La mostra è curata da Francesca Baboni e Stefano Taddei con un testo critico di Rossella Moratto. Realizzata con il sostegno delle gallerie A+B Contemporary Art di Brescia e VV8artecontemporanea di Reggio Emilia, presentata dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio di Valsamoggia, in collaborazione con il Museo Civico Archeologico "A. Crespellani" e con il Comune di Valsamoggia. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Andrea Bertani - opera in mostra Opera di Andrea Bertani nella mostra Spazio, linea, colore in mostra a Pordenone Spazio, linea, colore
Fotografie di Andrea Bertani


termina il 10 febbraio 2018
Associazione culturale "la roggia" - Pordenone
www.laroggiapn.it

Un linguaggio atipico caratterizza il lavoro di Andrea Bertani volto a svelare i dettagli delle architetture moderne dalle quali estrapola una porzione di spazio, rivelandone esistenze di linee e di forme che altrimenti la percezione visiva difficilmente riuscirebbe a catturare. Non un gioco affidato puramente al mezzo fotografico, ma una scelta maturata dall'autore dopo un'osservazione del particolare che, nel divenire quotidiano, diventa altro, e che lo stesso uso delle tonalità pastello esalta, restituendo una diversa consapevolezza dello stesso spazio. Una ricerca fotografica dove la distanza tra soggetto e punto di vista viene superata dal vagheggiamento nell' inseguire e superare quello che può essere definito anacronistico. Bertani propone un approccio libero nella ricerca delle forme dell'abitare, nuovo nel modo di relazionarsi con la città e di integrarsi in essa grazie ad un mirino più attento: non il tutto ma il particolare, non lo spazio ma il colore, non il caos ma il silenzio.

Spazio, linea e colore, invisibili agli occhi dei passanti frettolosi, irrompono nel quotidiano, adattandosi a stili di vita diversi e alle funzioni urbane sollevando dubbi, domande su come e quanto queste possano incidere sullo sviluppo della città e del suo avanzamento. Le architetture della modernità italiana sono figlie del futuro pensato nel presente, edifici dalla coerenza formale, a volte guardati con pregiudizi, a volte come piacevoli scoperte inattese. Un vero e proprio repertorio di soluzioni spaziali inedite, dove gli uomini vivono ma non appaiono, ci sono ma non parlano poiché in balia della frenesia cittadina. Un documento urbano che si offre al fotografo per condividere pensieri legati al vivere nella città, tra le sue architetture e sospesi tra le sue complessità. Fotografare le architetture così intese non è certo reportage, né documentazione ma è il far ricorso al non esibito, un metaforizzare il reale che, grazie alle variazioni tonali, diviene concettualmente opera d'arte, a costo però di saper guardare oltre. (A. Musumeci)

Andrea Bertani inizia a fotografare a 20 anni, scoprendo il linguaggio visivo attraverso la frequentazione di gruppi fotografici ed interessandosi ad eventi di rilievo nell'hinterland milanese. Autodidatta, partecipa a diversi corsi e workshop, dove affina le proprie conoscenze tecniche e visuali. Non predilige un aspetto fotografico, in quanto la sua è una ricerca continua che sta perfezionando individuando un proprio stile, con particolare attenzione al territorio e alle trasformazioni in atto. La fotocamera è per lui un mezzo per esplorare il mondo, ma anche espressione di un intimo sentire, che traduce in luce e colore, con particolare attrattiva per le tonalità lievi. Ama il bianco e nero che stampa da anni, non disdegnando il colore, che utilizza in modo personale, intento a graduare le sfumature cromatiche per trasformare la luce in nuance delicate.

Dal 2011 al 2015, è parte dell'Archivio Fotografico Italiano, con cui collabora attivamente, sia in termini organizzativi che partecipando a ricerche e progetti editoriali. Alcuni libri della collezione d'autore AFI custodiscono alcune sue pregiate visioni, tra i quali: Il Tempo della Valle (2012), Varese una provincia da amare (2013), L'Ame d'Arles (2013), Vision (2014), Valli Varesine, volti dell'agricoltura, armonia del paesaggio (2015), Legnano, la città, gli sguardi, la luce (2015). Questi ultimi progetti gli hanno permesso di svelarsi in un contesto europeo, presentando il libro e le sue immagini nel prestigioso Palais de l'Archevêchè e nella Galleria riservata all'Afi annualmente dal comitato del gemellaggio Arles-Vercelli, nel contesto dei RIP di Arles (Francia). Sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. (Comunicato stampa)




Edda Caselli - ritratto Edda Caselli - Facce di pietra Edda Caselli - disegno Edda Caselli
Creature di Pietra | Disegni e Pittosculture


termina lo 01 febbraio 2018
Arianna Sartori Arte & Object Design - Mantova
info@ariannasartori.191.it

* Alla inaugurazione, performance musicale di Martina Ghibellini (voce) e Ludovico Banali (chitarra)

Edda Caselli (Pavullo nel Frignano - Modena, 1961) incontra il disegno e la pittura alle scuole superiori, da allora li pratica con grande passione. I materiali più usati sono stati la carta, la tela e il legno, ma soprattutto ha utilizzato il vetro, che ha inciso e dipinto per trent'anni creando vetrate artistiche, a volte di grandi dimensioni. Dal marzo 2015 ha iniziato a dipingere su pietra, raffigurando di volta in volta l'ispirazione derivante da una meditazione, da un momento introspettivo, da un'esperienza personale o da un sogno particolarmente lucido. Spesso accade che, guardando la forma della materia grezza, Edda abbia l'impressione che la pietra voglia manifestare la sua vera Essenza suggerendole cosa far "nascere" da lei. Prende vita in quel momento una delle sue "Creature di Pietra". Le sue opere sono state esposte a Pavullo nel Frignano nella Biblioteca "G. Santini" Palazzo Ducale (07 settembre 2016 - 08 gennaio 2017); Centro visite Oasi orientata di Sassoguidano (29 aprile - 30 settembre 2017); Sede Circolo Art - Ku-Bì (08 dicembre 2017 al 07 gennaio 2018).

_ Ritratti

Sono pietre dipinte che ritraggono una persona reale o immaginaria, riconoscibile e perfettamente somigliante ma... inserita in un'altra epoca o etnia. Edda porta questa persona in un altro tempo catturando quello che gli occhi, lo specchio dell'anima, le dicono. Ritrae ciò che le suggerisce la parte immortale della persona.

_ Facce di pietra

Si tratta di sassi su cui sono state ritratte persone dei nostri anni e di tempi antichi, europei e nativi, asiatici e indiani dell'America Latina. Queste pietre sono state dipinte con l'intento di comunicare che è tempo di comprendere come noi tutti facciamo parte della stessa tribù, ospitati da Madre Terra, a cui dobbiamo amore e rispetto. Alcune popolazioni che hanno vissuto prima di noi, nonostante venissero considerate selvagge, coltivavano grandi valori, attingendo ad una saggezza superiore alla nostra.

_ Disegni

Si tratta di disegni su carta o cartoncino con pennarelli o chine. Quasi sempre sono realizzati lasciando correre in libertà la mano e la fantasia senza sapere cosa nascerà. Edda semplicemente lascia che prenda forma ciò che si trova dentro di lei o nel suo spazio personale. A volte invece traccia un bozzetto di una pietra che dipingerà, oppure si lascia ispirare dalle tematiche che affronta nel suo lavoro e le trasforma in metafore figurative. (Comunicato stampa)




Mario Nigro: Gli spazi del colore
29 settembre 2017 - 07 gennaio 2018
Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti - Lucca
www.fondazioneragghianti.it

Il video della mostra è pubblicata alla pagina seguente:
www.youtube.com/watch?v=QiLppaGTCw8&feature=youtu.be&utm_source=new




Tra Simbolismo e Liberty: Achille Calzi
termina il 18 febbraio 2018
MIC Museo Internazionale delle Ceramiche - Faenza
www.micfaenza.org

L'esposizione rappresenta il punto di arrivo di un importante lavoro antologico, mai prima condotto, su un artista cardine della storia culturale e della produzione simbolista e liberty del nostro paese, purtroppo prematuramente scomparso interrompendo, così, la sua instancabile ricerca stilistica. Achille Calzi (1873-1919), personalità poliedrica e ricettiva, artista a tutto tondo, portavoce delle nuove istanze della modernità, fu figura importantissima non solo per la vita culturale di Faenza e della corrente Liberty italiana, ma artista attivo nella produzione e innovazione della ceramica applicata all'architettura e all'industria ceramica in Italia. Discendente da generazioni di artisti e maiolicari, fu pittore, disegnatore, direttore della Pinacoteca, del Museo Civico e della Scuola di Disegno e Plastica di Faenza, storico dell'arte e docente, collaborò con la manifattura faentina Fratelli Minardi nel 1903 e fu direttore per le fabbriche Riunite Ceramiche (1905-09) dove progettò, oltre a ceramiche d'uso, anche ceramiche per l'architettura, camini da salotto, piastrelleper esterni divenuti simbolo di un cambiamento linguistico e artigianale.

"Calzi incarna la moderna figura dell'artista progettista, facendosi interprete del principio modernista dell'arte in tutto, attraverso le numerose collaborazioni con le principali manifatture faentine attive nei settori della ceramica, dell'ebanisteria e dei ferri battuti e nell'impegno profuso nel campo della grafica - spiega la curatrice Ilaria Piazza. - A questo si aggiunge la multiforme ricerca nelle arti figurative, dalla decorazione al "bianco e nero", dalla pittura da cavalletto alla caricatura, dove recepisce alcune delle più avanzate tendenze artistiche nazionali e internazionali. Se da un lato le visioni macabre, intrise di suggestioni misteriosofiche ed esoteriche, segnano l'adesione al Simbolismo, dall'altro il suo linguaggio pittorico accoglie sperimentazioni d'impronta divisionista.

Tra riferimenti locali e influenze internazionali si colloca l'attività di caricaturista e di autore di immagini satiriche, dove Calzi manifesta anche il proprio sentimento patriottico nella serie di cartoni realizzati sul finire della Prima guerra mondiale". Aggiornato sulla vita culturale del suo tempo, grazie, anche, ai numerosi viaggi all'estero, ebbe molteplici rapporti con artisti, letterati e musicisti importanti come Pellizza da Volpedo, Adolfo de Carolis, Arturo Martini, Giosuè Carducci, Alfredo Oriani, Gabriele D'Annunzio e Riccardo Zandonai. Intellettuale di spicco dell'ambiente culturale faentino Calzi sostenne fino allo strenuo quella visione polifonica del fare artistico, opponendosi - in una nota querelle - a Gaetano Ballardini, fondatore del MIC di Faenza, che con la nascita prima del Museo poi della Scuola sancisce il 'primato' della ceramica.

"La mostra è la prima di un percorso che il MIC ha intrapreso per attribuire il giusto riconoscimento a livello nazionale, a maestri - tutti di nascita faentina - come Giovanni Guerrini, Pietro Melandri, Anselmo Bucci, Domenico Rambelli - sottolinea la direttrice del MIC, Claudia Casali. - Questa scelta curatoriale è stata evidenziata già quest'anno con la mostra dedicata al Déco che ha giustamente messo in luce protagonisti faentini di respiro europeo. Faenza ha infatti espresso, soprattutto nella prima metà del XX secolo, una vivacità culturale ed artistica degna di attenzione; ha saputo elaborare scelte artistiche in linea con i maggiori centri d'avanguardia europei, grazie alla presenza di un attivo Museo e di una Scuola d'Arte, unici al mondo, ma anche ad una tradizione artistica consolidata. Il progetto Calzi è un progetto di rete che riunisce le principali realtà culturali della città come Pinacoteca Comunale, Museo del Risorgimento e Biblioteca Manfrediana". La mostra sarà corredata da una pubblicazione che vuole essere, allo stesso tempo, catalogo e guida ragionata all'opera di Achille Calzi. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra Una Visione Astratta Una visione astratta
Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli


termina il 25 febbraio 2018
MAN Museo d'Arte Provincia di Nuoro
www.museoman.it

Maria Cernuschi Ghiringhelli è stata una figura unica nel panorama dell'arte italiana tra le due guerre. Considerata la "musa astratta" di Carlo Belli e Osvaldo Licini, all'inizio del 1930 divenne un'appassionata sostenitrice dell'arte astratta italiana e internazionale, riuscendo a intercettare le proposte più innovative con una grande autonomia di giudizio. Una Peggy Guggenheim italiana, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti, anche quelli più giovani e non ancora affermati, poiché ciò che più le interessava era "seguire e se possibile incoraggiare, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo". Partendo da alcuni opere chiave dell'astrattismo italiano degli anni Trenta, passando per le ricerche percettiviste e preconcettuali degli anni Sessanta, fino all'arte Optical e la Nuova Pittura degli anni Settanta e Ottanta, la mostra, a cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati, ripercorre la storia della collezione - conservata presso il Museo di Villa Croce a Genova - dialogando con alcuni dei principali movimenti artistici e autori del Novecento italiano.

L'incontro di Maria Cernuschi con l'arte si deve al marito Gino Ghiringhelli, artista e proprietario della galleria milanese "Il Milione", luogo fondamentale per la promozione dell'arte astratta in Italia. Tra il 1934 e il 1935 la galleria presenta il lavoro di artisti quali Kandinsky, Vordemberge-Gildewart, Albers, Fontana, Licini, Melotti ed è il primo spazio espositivo a ospitare opere di Soldati, Radice, Rho e Veronesi. Nel 1933 la Galleria aveva supportato la pubblicazione di Kn, saggio di critica d'arte di Carlo Belli, dedicato proprio a Maria Cernuschi Ghiringhelli, e definito da Kandinsky "il vangelo dell'arte astratta". Nel 1940, anno della separazione dal marito, Maria Cernuschi inizia ad acquistare una serie di quadri che diventano testimonianza di una nuova fase della sua vita, rappresentando, più che una scelta documentaria, una spinta sentimentale che la porta a definire la propria raccolta non come una collezione razionale, ma più semplicemente come la "sua" collezione ("i miei quadri").

Nel 1950, stanca dell'ambiente milanese, si trasferisce in Liguria, dove respira un clima nuovo, culturalmente vivo, grazie alla presenza di un gruppo di artisti attivi soprattutto presso le fabbriche di ceramica di Albisola. A partire dal 1965 gli acquisti si fanno sempre più frequenti e le scelte più rigorose. I criteri di acquisizione abbandonano la sfera privata e si orientano sempre più verso il tentativo di documentare in maniera organica gli esiti della ricerca artistica contemporanea, soprattutto italiana, nell'ambito dell'astrazione. Una scelta che, negli anni Settanta, trova un elemento di specificità nell'attenzione alla ricerca portata avanti nel contesto ligure.

Maria Cernuschi Ghiringhelli è stata capace di cogliere gli elementi di novità nella produzione artistica del suo tempo senza attenderne la consacrazione da parte della critica o del mercato, come testimoniano le date - tutte precoci - dei lavori di Piero Manzoni, di cui in mostra è possibile vedere uno dei primi Achrome, di Agostino Bonalumi, di Lucio Fontana, di Osvaldo Licini, di Gino Ghiringhelli di Bruno Munari e di numerosi altri autori. Una lungimiranza nelle scelte affiancata e supportata dallo stretto e mai interrotto rapporto con le generazioni artistiche attive prima della guerra, ed in particolare proprio Melotti, Soldati, Munari e Fontana. Se l'interesse di una collezione privata lo si può ricondurre soprattutto alla sua originalità, alla sua "differenza" dalle altre, dettata da una visione, da incontri e da esperienze personali, quella di Maria Cernuschi può essere senza dubbio considerata una delle collezioni italiane più interessanti del Novecento. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Storie di Resistenza allo Spazio Arte Carlo Farioli di Busto Arsizio Storie di Resistenza
Tavole a fumetti tratte dal libro "Festa d'aprile"


termina il 27 gennaio 2017
Spazio Arte Carlo Farioli - Busto Arsizio
www.farioliarte.it

Spazio Arte Carlo Farioli apre il nuovo anno con un appuntamento diventato ormai tradizione nel calendario espositivo dell'Associazione, in occasione del 74. anniversario della Deportazione nei campi di sterminio di Mauthausen di alcuni lavoratori della Ercole Comerio di Busto Arsizio. Le illustrazioni sono tratte dal libro Festa d'aprile. Storie partigiane scritte e disegnate, pubblicato per il 70. anniversario della Liberazione dell'editore Tempesta di Roma. Il progetto, accolto dalla RSU Comerio, dall'azienda stessa e dalla neonata Associazione "Noi della CE 1885", si inserisce nell'ambito degli appuntamenti previsti dal programma della Commemorazione. Le opere, firmate da fumettisti e vignettisti noti, raccontano storie sulla Resistenza che abbracciano tutta la Penisola offrendo un quadro variegato e coinvolgente.

A dare valore alla mostra - a cura di Leo Magliacano Tiziano Riverso Elisabetta Farioli - non è tanto la celebrità degli autori quanto piuttosto la dignità delle singole storie, raccontate in modo onesto e non retorico, attraverso il punto di vista di ogni artista. ll linguaggio immediato e trasversale tipico del fumetto riesce ad arrivare anche alle giovani generazioni che in queste ricorrenze hanno bisogno di essere coinvolte. Racconti individuali che insieme, come tessere di un ideale mosaico, compongono un'immagine corale, unica e contemporanea di uno degli episodi fondamentali della storia moderna del nostro Paese e della nostra città. Per questo motivo la mostra e il libro sono stati e continuano ad essere presentati in numerose città d'Italia. Per l'occasione sarà a disposizione anche il libro. (Comunicato stampa)




Daniela Caciagli - acrilico su tela - cm.120x100 - mostra The Family - Cecina Daniela Caciagli: "The family"
termina l'11 febbraio 2018
Centro Formazione Arti Visive - Cecina (Livorno)
www.mercurioviareggio.com

Daniela Caciagli presenta un ciclo di recenti acrilici su tela: dipinti che prendono spunto da una serie di fotografie tratte dall'album di famiglia della pittrice e costituiscono uno stimolante percorso della memoria, aperto a varie interpretazioni sul piano psicologico. Daniela Caciagli (Bibbona - Livorno, 1962) vanta un ampio curriculum espositivo, con numerose personali e collettive in Italia e all'estero. Nel 2007 e nel 2010 è finalista al Premio 'Arte Mondadori' di Milano. Nel 2012 viene selezionata dalla Public Enterprise 'Artkomas' di Vilnius per rappresentare l'arte italiana in Lituania, con una serie di mostre nei Musei delle principali città lituane. La mostra, corredata di catalogo con testo critico di Marco Del Monte, è patrocinata dal Comune di Cecina ed è organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Marc Chagall Le favole Marc Chagall- Il leone divenuto vecchio Marc Chagall: Le favole
termina il 15 aprile 2018
Palazzo Monacelle - Casamassima (Bari)
Palazzo San Domenico (Municipio) - Gioia del Colle (Bari)
www.ecomuseopeucetia.it

Le Favole di La Fontaine prendono vita nell'immaginario del grande artista Marc Chagall attraverso la tecnica incisoria e catapultano in quel mondo fantastico che riempie sempre di stupore. L'originalità dell'arte di Chagall e il suo dinamismo fantastico, che lascia trapelare tutto il mondo interiore, pervade anche la sua produzione grafica. Il lavoro grafico illustra i grandi temi della vita che hanno interessato Chagall nel corso della sua opera: amore, morte e follia umana; temi antitetici che si incontrano e scontrano come in un ossimoro petrarchesco: così nel foglio in cui sono magistralmente rappresentati l'arroganza del lupo, che si contrappone alla mitezza della cicogna che gli salva la vita, dominano gratitudine ed ingratitudine, vita e morte. I reticoli, le figure, gli oggetti, i granelli di polvere neri, sembrano uscire dal suo mondo fantastico, aggredire realmente lo spettatore, fagocitarlo e trascinarlo via. Anche la compenetrazione tra uomo e natura appare evidente come nelle Luftmenschen, le caratteristiche figure fluttuanti nello spazio.

Nelle Favole di La Fontaine, che Chagall inizia ad illustrare a Parigi nel 1927 su richiesta del mercante d'arte Voillard, ci muoviamo dalla Russia fantastica dell'immaginazione e della memoria di Chagall verso il mondo del mito antico e della favola. L'interesse per il mondo delle favole era già comparso precedentemente nelle opere dell'artista: fonte d'ispirazione è sempre il popolo russo che nei suoi dipinti appare in maniera magica e suggestiva; il soggetto del violinista, per esempio, fa riferimento al protagonista della favola russa "Il soldato disertore e il diavolo" in cui il soldato vende la propria anima in cambio di particolari poteri anche se poi riesce a recuperare il suo strumento, metafora dell'anima, vincendo il diavolo a carte. Ma è soprattutto l'universo animale che è sempre presente nella sua opera, che occupa un posto di primo piano e che fa rivivere i ricordi della sua vita familiare, il piccolo mondo dello shtetl ebraico, tra la sinagoga, la scuola e la propria casa legati a Vitebsk, i personaggi e le storie narrati dal russo Sholem Aleichem.

Gli animali accompagnano Chagall in tutta la sua vita. Anche a Parigi, nel quartiere bohemien della "Ruche", a Montparnasse, vive vicino al mattatoio di Vaugirard: "Le due, le tre del mattino. Il cielo è blu, sorge il giorno. Laggiù, poco oltre, si sgozzava il bestiame, le vacche muggivano e io dipingevo. Vegliavo così per notti intere", scriverà, nel 1921 nella sua autobiografia. La "Ruche", la casa delle api, con Chagall, come la definì il poeta uruguayano Iules Supervielle nel visitarla con Rafael Alberti, diventa "una stalla", la casa delle vacche. Ma il bestiario del pittore si allarga quando decide di confrontarsi con La Fontaine, l'anima russa compare e si rispecchia nella favola francese del XVII secolo in maniera sublime.

"La scena è l'universo", diceva La Fontaine, ed è in questo universo, pervaso di spirito religioso, che Chagall fa rivivere corvi, leoni, volpi, capre, lupi, agnelli, cicogne, aquile, topi, lepri, scarabei, vacche e galli accanto agli umani, accanto al pastore, al mugnaio, alla madre, alla vedova, al ragazzo, ricostruendo una sorta di poema eroicomico, tema del resto, che non abbandonerà mai, insieme ad altri elementi naturali (i violini, gli acrobati, i musicisti, i fiori). Il pittore poeta sintetizza miti, leggende, favole e allegorie in maniera armonica e teatrale fondendo letteratura, folklore, simboli religiosi, gusto orientale ed occidentale (Matisse, Fauves, primitivismo di Gauguin).

La mostra è visitabile con un biglietto unico per entrambe le sedi. E' organizzata dalla Società Sistema Museo, gestore del SAC Ecomuseo di Peucetia, con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari e promossa dai comuni di Gioia del Colle e Casamassima. La mostra si pone in un più ampio progetto di valorizzazione del territorio, dei suoi beni culturali e paesaggistici che rientra nell'operazione "Opere fuori contesto" del progetto SAC (Sistema Ambientale e Culturale) Ecomuseo di Peucetia. (Comunicato Sara Stangoni - Ufficio Stampa Sistema Museo)

Locandina della mostra




Opera di Teresa Pollidori Opera di Rita Mele Opera di Silvana Leonardi "Duetti per Gabriella"
termina il 26 gennaio 2018
Studio Arte Fuori Centro - Roma
www.artefuoricentro.it

Mostra, presentata da Ivana D'Agostino e Loredana Rea, realizzata in occasione dell'anniversario della scomparsa del socio Gabriella Di Trani. E' il primo appuntamento di Osservazione 2018 ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale Fuori Centro, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. Duetti per Gabriella: un omaggio a Gabriella Di Trani dei diciannove artisti soci dello spazio romano dedicato alla ricerca e sperimentazione sull'Arte contemporanea, Studio Arte Fuori Centro.

Espressione di Arte partecipata, e occasione per un evento collettivo, gli artisti coinvolti nell'iniziativa - Minou Amirsoleimani, Franca Bernardi, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Salvatore Giunta, Silvana Leonardi, Giuliano Mammoli, Rita Mele, Patrizia Molinari, Isabella Nurigiani, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Oriano Zampieri - realizzano diciannove opere di formato quadrato, pendant di altrettanti dipinti originali della Di Trani, squillanti dei colori della sua pittura Neo-pop che derivava da un mondo di immagini pubblicitarie, ispiratogli dalla comunicazione di massa dei media. Pur diversamente orientati nella ricerca, ognuno di loro, dà una personale interpretazione dello spirito dell'artista recentemente scomparsa, che sotto il velo di una disincantata ironia, ripresa dalle immagini promozionali delle merci che disseminava sui suoi quadri, cela sempre un forte spessore intellettuale, tutto da decriptare. (Comunicato stampa)




Opera di Bruno Biondi Bruno Biondi: "Ri-Vedere"
termina il 23 gennaio 2018
Galleria d'Arte Contemporanea Statuto13 - Milano

Scegliere di trattare il tema della "discromatopsia" per una mostra d'arte può sembrare avventato, folle; e forse lo è, ma quando si scopre che il daltonismo - come comunemente chiamiamo questa particolare condizione della vista - è un peculiarità di un pittore, cioè dell'artista Bruno Biondi, allora ci si rende conto dell'originalità dell'evento. Lo spettro cromatico del tutto sfasato concedeva a lui la specificità distintiva di riuscire però a percepire alcuni valori minimali non visibili a monitor da altri. Biondi vive in un mondo tutto suo dal punto di vista cromatico e ciò fa di lui un artista del tutto singolare. Ha sempre amato i colori puri come il bianco e il nero in quanto li sentiva profondamente insiti nella sua natura e molti dei suoi lavori viravano maggiormente verso tali cromie; ma, nel tempo decide di inserire nelle sue opere anche colori come il giallo, il blu e il rosso.

La nuova mostra, a cura di Massimiliano Bisazza, presenta infatti oltre ai toni bianchi, neri o digradanti verso il grigio, anche le nuances dei colori primari. Osservare queste nuove tonalità nelle opere di Bruno Biondi - tra le quali anche il rosso, mai utilizzato in passato, colore pulsante e fortemente emozionale - dona una sorta di trepidazione che sa catturare l'attenzione della mia anima e che sa far vibrare le corde della spiritualità e dell'emozionalità più pura. Spesso ri-vediamo le verticalità presenti e tipiche nelle sue tele e nelle sue tavole ma connotarle, inserirle in un mondo dove emerge il colore riesce a risvegliare i sensi nell'intimo. Si riesce a percepire dunque un'urgenza, svelata dalle cromie scelte da Bruno Biondi per questa nuova e affascinante mostra, quella di un uomo pacato e molto sensibile che riesce ad urlare metaforicamente con l'ausilio del colore. Egli urla silenziosamente, poeticamente, la bellezza della vita, la voglia di emergere dal buio, la sincerità di chi sa generosamente donare una parte di sé creando un'opera d'arte intima e vera. (Comunicato stampa)




Mario Merz Prize
Termine di partecipazione: 31 maggio 2018
www.mariomerzprize.org

E' aperto il bando della terza edizione del Premio biennale, per individuare e segnalare, attraverso la competenza di una fitta rete internazionale di esperti, personalità nel campo dell'arte e della musica. Alla competizione possono partecipare, per la sezione arte, artisti segnalati da curatori, direttori di museo, critici, galleristi o altri membri di associazioni culturali, e per la sezione musica, compositori indicati da istituzioni musicali, interpreti, critici e personalità del mondo della musica. I compositori e gli artisti non possono nominare loro stessi. I cinque artisti finalisti saranno protagonisti di una mostra collettiva, mentre i cinque compositori finalisti presenteranno un brano da eseguire in un concerto. La giuria di preselezione sarà svelata a bando concluso. In una fase successiva una giuria internazionale insieme al voto del pubblico sceglierà i vincitori. (Comunicato stampa)

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The call for application of the Mario Merz Prize third edition is open. The Prize, awarded biennially, has been created to spotlight significant talents in the fields of art and music, through the competence of an extensive international network of experts. The application deadline is May 31, 2018. Eligible to take part in the competition are: for the Art section, artists nominated by curators, museum directors, critics, gallerists, or by other members of cultural associations; and for the Music section, composers nominated by music institutions, performers, critics, or music professionals. Artists and composers cannot nominate themselves. Shortlisted artists will take part in a group exhibition, while the five composers selected for the Music section will present their score at the finalists' concert. Members of the pre-selection jury will be announced once this call is closed. In a following phase, an international jury, together with the public vote, will select the winners. (Comunicato stampa)




Opera di Andrea Forges Davanzati nella mostra alla Io sono Natura alla Galleria Cortina di Milano Io sono Natura
Espressioni artistiche sulla natura


06 febbraio (inaugurazione ore 18.30) - 03 marzo 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano

Questa mostra - a cura di Susanne Capolongo e Stefano Cortina - vuole essere una riflessione sul mondo naturale filtrata dall'occhio sensibile degli artisti. Emozioni che diventano pittura e scultura, soggettività percettiva, pretesto per la denuncia verso un progresso che porta a un impoverimento costante delle risorse naturali, senza dimenticare quanto la nostra stessa esistenza sia legata all'ecosistema così estremamente complesso e delicato, troppo spesso minacciato dall'interesse di un'unica specie. L'Arte ha funzione irrinunciabile come strumento di conoscenza del mondo e di espressione dei sentimenti individuali. Quello che accomuna tutti gli artisti presenti è la responsabilità socio-culturale per raccontare, raffigurare, spiegare e presagire ciò che sta per succedere.

Dalle carte intagliate di Susy Manzo che richiamano gli elementi naturali in forme lievi e oniriche, alle farfalle in gesso e cera degli anni '70 di Federica Marangoni, opera che fu utilizzata per il manifesto del WWF. Dalle rappresentazioni floreali iper-realiste a grandi campiture di Casagrande&Recalcati (Sandra e Roberto), alla fotografia di Gianluca Balocco che racconta e rivela il valore della biodiversità e della vita, fino alle sculture in acciaio inossidabile di Andrea Forges Davanzati la cui ricerca artistica si orienta verso lo studio delle forme naturali marine e del movimento ad esse connaturato. (Comunicato stampa)




Opera di Pierpaolo Curti nella mostra Path 21 alla Galleria Michela Rizzo di Venezia Pierpaolo Curti: Path 21
termina il 25 febbraio 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Il visitatore è introdotto dall'opera video Gymkhana (2012), origine della mostra, la prima, di Pierpaolo Curti alla Galleria Michela Rizzo di Venezia. Si tratta di una passeggiata in montagna, su un'alta via dolomitica. Due sono i punti di vista al rallentatore, quello dell'artista che riprende il sentiero, il camminamento, Path 21, attraverso una steadicam e quello dato da una telecamera che riprende l'artista stesso, dal basso, il suo sguardo verso il cammino che lo attende durante la percorrenza. L'immagine di apertura è anche quella di chiusura. Tra le due è il percorso attraverso le opere che chi guarda è chiamato a fare. Nella prima stanza della galleria è un grande wall painting con una costellazione stellare, Constellation#21. E' il macrocosmo, in raffronto alla nostra esistenza, microcosmo.

In mostra sono dipinti di momenti e misure diversi: sono la sedimentazione del processo interiore generato dalla camminata. Il linguaggio al quale Curti si dedica maggiormente è la pittura, ma per i suoi lavori utilizza media diversi: dal disegno al video, all'installazione. Il suo è sempre un atteggiamento sperimentale nei confronti del medium, delle sue peculiarità, del suo ampio spettro di possibilità. Aspetto fondante della sua ricerca è sempre più, nel corso degli anni, la volontà di dichiarazione dell'autonomia dell'opera, la sua eloquenza e la sua indipendenza rispetto alle parole, che potrebbero, dovrebbero offrirne una spiegazione. E' la tensione all'eloquenza della ricerca, del lavoro. La presa di coscienza, l'azione, che comportano una valenza di natura etica sono portanti. Qualsiasi azione ne richiama un'altra. Tutto ha una conseguenza. Così in Gymkhana.

Sono assai più importanti il cammino, la strada, il mezzo del fine, del punto di arrivo. Il cammino è il protagonista di questa mostra, in cui le singole opere hanno un ruolo corale in cui l'uomo non compare, ma è protagonista. Ci troviamo di fronte a un lavoro in cui l'azione, l'esperienza sono fondamentali. L'atmosfera d'insieme delle opere è sempre venata da colori freddi, nei quali la luce è impietosa e rivelatrice. La sua pittura è magra, compatta, le campiture sono larghe e piatte. I soggetti sono ponti senza parapetto, montagne prive di sentieri, ampi pioli impraticabili, che potrebbero, tuttavia, essere dei livelli di appoggio, collocati nella costa della roccia. E' un lavoro di matrice esistenziale in cui l'autobiografia è solo uno dei possibili punti di partenza. Nelle sue pitture, come ho già scritto, molti sono i legami con il cinema, la letteratura. Legami metabolizzati e fatti propri, senza citazioni di sorta. Quello di Curti è un tentativo di azzeramento: nel contenuto e nella forma.

E' un artista lento, produce solo una quindicina di opere l'anno. Non sente il bisogno di inflazionare il panorama, già oberato di immagini, con la sua presenza. Del resto l'unico modo per riuscire a vedere è quello di rallentare il ritmo per riuscire a cogliere, guardare attentamente, a prendere coscienza del circostante nella sua meraviglia e magni? cenza, così la grande costellazione. Dobbiamo farlo per entrare nei fenomeni, per avvertire il suono del silenzio, della natura, per riuscire a osservare. Lo spettatore, attraverso le opere di Curti, dovrebbe, appunto, essere condotto in una dimensione di? erente dal reale percepito, in un'atmosfera di solitudine, di assenza, che dovremmo - potrebbe essere un imperativo morale - imparare ad accettare, perché parte del nostro essere.

Una parte che tendiamo a eludere, convinti di essere più forti di quanto non siamo, immuni all'isolamento. L'uomo, l'artista cammina da solo in alta quota, con i suoi pensieri che lo aiutano a comprendere quanto è reale, ciò che non è sovrastrutturato. Tutte le opere in mostra sono segnate dalle suggestioni esistenziali provocate dalla camminata, dalla paura, dal coraggio, dalle intuizioni, dall'adrenalina, dalla forza. Il corpo, nella sua totalità, passa da una dimensione all'altra, insieme al pensiero. Il tutto in una dimensione che si pone aldilà di qualsivoglia relativismo, per giungere alla verità, la sua, quella del circostante, dell'uomo, della natura, della poesia del tutto in cui il cerchio ogni volta si chiude. (Comunicato stampa)




La Rivoluzione russa
Da Djagilev all'Astrattismo (1898-1922)


termina il 25 marzo 2018
Palazzo Attems Petzenstein - Gorizia

Quest'anno ricorre il centenario della Rivoluzione d'Ottobre, che ha certamente marcato la storia mondiale del XX sec. Esiste però, per quanto riguarda la cultura e le arti, un'altra, più ampia Rivoluzione Russa, che ha stabilmente mutato i canoni espressivi precedenti, dal teatro (Cechov, Mejerchol'd, Stanislavskij) alla musica (Musorskij, Skrjabin, Stravinskij...), dal balletto (Djagilev) alla fotografia (Rodcenko), alle arti figurative, dove, tra molti altri, basterà ricordare alcuni nomi: Benois, Bakst, Kandinskij, Malevic, Koncalovskij, Larionov, Tatlin, Goncarova, Stepanova, Ekster. Progetto di Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, che dirigono il Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell'Università Ca' Foscari Venezia, affiancati da Faina Balachovskaja, della Galleria Tret'jakov di Mosca che l'ERPAC - l'Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia.

«Questa grande mostra presenta un'originale sequenza di opere emblematiche, ma anche assai poco viste in Italia, e vuole essere quindi l'insolita celebrazione di un evento storico che ha mutato per sempre il mondo contemporaneo. Indicandolo come l'esito di una complessiva dinamica che, poco prima e poco dopo il 1917, ha rivoluzionato radicalmente la cultura e la scena internazionale dell'arte». Ad affermarlo è Raffaella Sgubin, Direttore del Servizio Museo e Archivi Storici dell'ERPAC. I margini cronologici del percorso espositivo vanno dal 1898, l'anno di fondazione del gruppo Mir iskusstva (Il mondo dell'arte) e della rivista fondata e diretta da Djagilev, sino al 1922, la data di costituzione dell'Unione Sovietica. Il percorso espositivo si articola in 6 sezioni, ciascuna corrispondente a un anno specifico e cruciale, e ciascuna recante un sottotitolo tematico, che incrocia eventi storici, movimenti culturali, pratiche artistiche e opere concrete: dipinti, opere su carta, oggetti, documenti.

«Dalle ricerche che hanno sotteso questa esposizione - anticipano i Curatori - sono emersi anzitutto il valore e il ruolo "rivoluzionari" delle pratiche artistiche nella società russa a cavallo tra XIX e XX sec., a partire dalla sotterranea e decisiva matrice letteraria della cultura russa ottocentesca, e qui basterà ricordare almeno i nomi di Blok, Achmatova, Mandel'stam, Pasternak, Majakovskij. Ma fu una rivoluzione complessiva, che si è estesa alla pittura (esiste un'arte prima dell'Astrattismo e una successiva, quella in cui ancora oggi viviamo) e poi alla grafica, alle scenografie, alla musica, per registrare infine le origini dell'esperienza del cinema, che qualche anno dopo si sarebbe concretata nel magistero di Ejzenstejn e Vertov». Questo affascinante percorso, fatto di continue intersezioni tra le Arti e la Storia, è offerto in mostra, nel Palazzo Attems Petzenstein, con il ricorso a una sofisticata multimedialità, a complemento dell'esposizione di una sequenza spettacolare di oltre cento opere concesse da alcune delle principali istituzioni moscovite, in gran parte dalla Galleria Tret'jakov, cui si aggiungono il Museo delle arti decorative e applicate e il Museo di Storia contemporanea della Russia (già Museo della Rivoluzione), nonché il Fondo Alberto Sandretti presso la Fondazione Feltrinelli di Milano. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Locandina della mostra La Luce è sempre la prima Luce, di Claudio Olivieri alla Osart Gallery di Milano Claudio Olivieri
La Luce è sempre la prima Luce


termina il 17 febbraio 2018
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

La personale, a cura di Giorgio Verzotti, si propone di valorizzare la produzione dell'artista attraverso una selezione di lavori storici. Il titolo, tratto da un aforisma del pittore, introduce uno degli elementi fondanti del percorso di ricerca che Olivieri intraprende a partire dagli anni '70. La mostra si apre nella sala principale con cinque oli su tela di grandi dimensioni, tutti nelle sfumature dei blu e degli azzurri. Le tonalità scure dei primi lavori, lasciano posto negli anni successivi a nuance più luminose e delicate come il blu-verde, il viola, il lilla, l'azzurro indaco e il giallo. Le opere in esposizione, Knossos (1981), Augeus (1982-83), Metempsicosi (1984), Aphrodysia (1986) e Hyperione (1986), vogliono essere esemplificative dell'evoluzione cromatica che l'artista mette in atto a partire dagli anni '80.

Proprio il titolo di una delle opere esposte, Hyperione, dal greco "che si muove al di sopra" - epiteto del sole - ci suggerisce che la sperimentazione sul colore e sulla luce è parte integrante della produzione artistica di Olivieri e della visione poetica che egli ha della pittura. L'artista riconosce il colore come entità autonoma in grado di mostrare la verità, elevandolo a quinto elemento da cui trae origine ogni sostanza di cui è composta la materia, accanto a terra, acqua, aria e fuoco. Nelle opere di Olivieri, il tentativo di rappresentare la luce sulla tela acquisisce una valenza simbolica. Infatti, uno dei propositi dell'artista è quello di mettere chi guarda in condizione di fare un'esperienza fisica e mentale.

La tecnica pittorica di Claudio Olivieri si fonda sull'annullamento del segno e sulla purificazione dell'opera dalla "pennellata", alla quale l'artista preferisce lo "spruzzo", un soffio di pittura che conferisce fluidità alle forme e ai colori. E' con questo gesto che Olivieri insegue il suo concetto di libertà, catturando l'ineffabile e dando vita a corpi cromatici luminescenti ed eterei. La personale si propone di dare rilievo a uno degli elementi protagonisti dell'operato artistico di Olivieri: la luce; una luce che rivela, non illumina. Come si evince dalle sue parole: "E' lontano il giorno in cui, ad Olimpia, Prassitele mi fece capire che la luce non si posa sul mondo, ma lo rivela fondandolo; io da quel giorno vivo di quella sorgente, sempre temendone lo svanire inseguendone il Bagliore, perdendone le tracce, per poi, brancolando rinvenirle e continuare a vivere". Claudio Olivieri. Note biografiche

Claudio Olivieri (Roma, 1934) nel 1953 inizia a frequentare l'Accademia di Belle Arti a Milano, città in cui trascorre la maggior parte della sua vita. Ha partecipato a Documenta6 di Kassel nel 1977, e a diverse edizioni della Biennale di Venezia (1966, 1980, 1986, 1990). Dal 1993 al 2011 è stato titolare della cattedra di Arti Visive e Pittura alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA). Accompagna la mostra un catalogo bilingue con un testo critico a cura di Giorgio Verzotti. (Comunicato stampa)




Agenore Fabbri - Rilievo, IV - Legno dipinto cm.90x68 1962 - Courtesy Archivio Agenore Fabbri - Roma, Ca' di Fra' - Milano Agenore Fabbri
08 febbraio - 23 marzo 2018
Ca' di Fra' - Milano

Agenore Fabbri (Barba, Pistoia 1911 - Savona 1998), invitato una prima volta alla Biennale nel 1948, partecipò nuovamente, con una sala dedicata, nel 1952 e nel 1959. Agenore Fabbri è stato un artista che ha attraversato quasi un secolo di storia dell'Arte, rielaborando le suggestioni e gli stimoli che provenivano dal mondo. Sperimenta differenti materiali dalla terracotta alla tela, dal metallo al legno; Nessun materiale sembra intimorirlo o lasciarlo indifferente. Cambia supporto, ma il tema della precarietà, le inquietudini, il disagio fisico e mentale dell'essere umano rimangono il filo conduttore della sua ricerca. Termometro della tragedia del secolo scorso. Il suo lavoro abbraccia intimamente il concetto di "materia vivente" come indica la cultura anni '50.

Racconta l'animo umano, la paura angosciante della precarietà e della morte. Testimone umano della drammaticità della vita, ne diventa interprete potente, portatore di un'indagine che travolge uomo ed animale fino alle estreme conseguenze. Traspare, particolarmente nelle sculture, la coinvolgente partecipazione emotiva ed empatica alla vita come evento non solo sociale, ma anche biologico, fisico. Solo nell'ultima produzione (dagli anni'80 - Giardini Pubblici) sembra aprirsi una via alla speranza. Forse l'essere umano, animale razionale, è in grado di sopravvivere, di salvarsi. In una ricerca artistica ed umana lunga una vita, la mostra desidera cogliere le tematiche fondamentali, fornendo piccoli spunti di riflessione; Dai lavori storici degli anni '50 (Ferite), fino ai lavori più recenti (Giardini Pubblici) con una particolare attenzione alla scultura, momento tra i più alti del suo percorso. (Comunicato stampa)




Opera di Alan Gattamorta nella mostra Cesenatico 15 Cesenatico 15
termina il 18 febbraio 2018
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.








Opera di Axel Lieber Axel Lieber: Primo piatto
24 gennaio 2018 (inaugurazione ore 18) - 23 marzo 2018
MAAB Gallery - Milano

Mostra dell'artista tedesco Axel Lieber (Düsseldorf, 1960), una delle voci più originali del panorama contemporaneo in Europa, come testimoniano le mostre al Moderna Museet di Stoccolma (2010), al Centro per l'Arte Contemporanea Den Frie di Copenaghen (2012), alla Künstlerhaus Bethanien di Berlino e la sala permanente a lui dedicata dal Kunst Museum di Bonn inaugurata nell'ottobre di quest'anno. La mostra, curata da Gianluca Ranzi, accoglie una selezione di opere realizzate da Axel Lieber negli ultimi dieci anni di attività con la sua prodigiosa perizia manuale, installazioni e assemblages che costituiscono un viaggio appassionato, ironico e surreale intorno al mondo di oggetti quotidiani quali sedie, tavoli, scarpe, scatole di cartone, sacchetti di carta, tazze da tè, zuccheriere, camicie.

Nelle mani dell'artista essi diventano rompicapi e calembours, vengono miniaturizzati o ingigantiti come se uscissero da un sogno di Alice nel paese delle meraviglie, vengono rintuzzati e scarnificati occhieggiando sarcastici a Piet Mondrian e a Gerrit Rietveld, sono liberi di andare oltre il vincolo impostogli dalla loro funzione e dalla loro utilità pratica per scoprire in essi un'insospettabile e fantasiosa vena poetica e giocosa. Allievo di Tony Cragg all'Accademia d'Arte di Düsseldorf (1978-85), già a partire dalla personale da Raucci e Santamaria nel 1992 a Napoli, Lieber mette a punto una ricerca poliedrica e interdisciplinare che con leggerezza e ironia spazia sui più diversi materiali e forme espressive, che ha fatto giocare insieme l'installazione, la scultura, la fotografia e il disegno. In particolare, l'ambito progettuale del design si presta qui a un'ironica demistificazione che parte anche dalla profonda ammirazione dell'artista per l'opera di Bruno Munari, che gli ha fornito un punto di partenza per un'incursione nel mondo del caso, del gioco e dell'inaspettato.

In questo modo antropologia, scienza, humor e fantasia abitano le opere di Axel Lieber, come ad esempio avviene in Domestic Molecule, che fonde la biologia molecolare a un servizio da tè, o in Drawing a Universe, in cui un universo interstellare appare magicamente su un foglio di carta manipolato dall'artista, o in Screenplay Comicbox, dove le pagine di un fumetto acquistano il volume tridimensionale di una scultura che nasconde dentro di sè infitini mondi possibili, con quell'apertura di senso e di nuova energia che anima anche Modern Architecture e gli Short Cuts, opere in cui mobili reali vengono pazientemente decostruiti e poi ricomposti in nuovi insiemi lillipuziani e de-figurati che sono sia sfide alla logica che un irresistibile godimento per l'intelligenza. (Comunicato stampa)




La moda etnica estone dal passato al futuro La moda etnica estone dal passato al futuro
termina il 24 febbraio 2018
Museo del Tessuto e della Tappezzeria "Vittorio Zironi" - Bologna
www.museibologna.it/arteantica

Nella prima esposizione organizzata dopo la riapertura permanente avvenuta il 6 ottobre scorso, il Museo del Tessuto e della Tappezzeria "Vittorio Zironi" di Bologna si apre ad uno sguardo internazionale. L'iniziativa, realizzata in collaborazione con l'Unione Stilisti Estoni e con il supporto del Ministero della Cultura dell'Estonia e della Fondazione Eesti Kultuurkapital, consente di ammirare per la prima volta in Italia le creazioni di quindici stiliste estoni rappresentate da Anu Hint, curatrice del progetto espositivo e presidente della stessa Unione Stilisti Estoni.

La mostra giunge a Bologna come trentesima tappa di una circuitazione che dal 2009, dopo l'Estonia, ha toccato diversi paesi in tutto il mondo - Cina, Russia, Germania, Finlandia, Repubblica Ceca, Bielorussia, Portogallo, Kazakhistan, Giappone e Canada - e si inserisce in un programma di iniziative che nel 2018 celebreranno la ricorrenza dei 100 anni dalla nascita della repubblica indipendente e democratica dell'Estonia, proclamata un secolo fa il 24 febbraio, giorno scelto simbolicamente per la conclusione dell'esposizione felsinea. Durante il processo di ristrutturazione geopolitica che ha accompagnato il suo ingresso nell'Unione Europea nel 2004, l'Estonia si è affermata come paese protagonista di una rapida ascesa socio-economica in continua evoluzione, in grado di dare vita a una rinnovata identità culturale che mantiene un forte legame con il passato. L'equilibrio tra il recupero delle radici di una tradizione millenaria e la modernità di un avanzato paese europeo si riflette anche nel dinamico e vivace campo della moda, ricco di giovani talenti che hanno raggiunto un buon livello di internazionalizzazione.

I 21 abiti esposti a Bologna sono creazioni di 15 stiliste affermate ed emergenti, alla costante ricerca di una combinazione tra elementi tradizionali e uno stile più attuale, che invitano lo spettatore a percepire l'essenza dell'arte etnica estone in cui il presente si interseca con il passato. Un linguaggio immaginario costituito da materiali, forme, colori e motivi fondato sulla tradizione per l'altissima artigianalità di ricami e tessiture, che testimonia quanto lo stile etnico formatosi nel corso dei secoli sia ancora oggi fonte di ispirazione vitale. Le designer che operano nell'ambito di questa tendenza creativa non creano solo abiti ma esprimono un senso di orgoglio per la ricchezza delle collezioni dei vestiti tradizionali e una consapevole abilità nel preservarla. Infatti, nonostante l'Estonia conti una popolazione limitata a circa un milione di abitanti, la mostra introduce la grande varietà dei costumi tradizionali, di cui si contano complessivamente quasi 90 tipologie differenti.

L'estetica e l'abilità artistica del popolo estone si riflette nelle combinazioni dei colori degli indumenti tradizionali, negli ornamenti e nella gioielleria, mentre le componenti etniche raccontano la storia attraverso cui si è formata l'identità nazionale e l'influsso esercitato da altri popoli, filtrato dal gusto e dalla sensibilità locali: una combinazione interessante tra l'influenza occidentale dei paesi scandinavi - fatta di elementi grafici, semplicità, modernismo e funzionalità - e quella orientale, ornamentale e ricca. L'allestimento è arricchito da ulteriori materiali che approfondiscono lo sguardo etnografico sui vestiti tradizionali estoni, tra cui i disegni realizzati dalla celebre costumista, designer e restauratrice di abiti popolari tradizionali Melanie Kaarma che illustrano i completi in uso tra il Settecento e gli inizi del Novecento, pubblicati nel 1981 con Aino Voolmaa nel volume Costumi popolari estoni.

I vestiti tradizionali affigurati si possono suddividere in quattro gruppi principali, distinti per zona di uso - settentrionali, orientali, meridionali e delle isole, e in tre tipologie: gli indumenti per le feste (tra cui quello donato in occasione della cresima, che celebrava l'ingresso nell'età adulta), quelli indossati ogni giorno e gli abiti da lavoro. Gli svedesi che secoli fa si stabilirono sulle isole e nella parte occidentale dell'Estonia lasciarono un'impronta molto significativa nell'abbigliamento popolare: la camicia lunga indossata sotto la camicia più corta con le maniche, l'abito lungo con cucitura verticale sulla schiena (pikkkuub). Un chiaro esempio delle influenze svedesi è inoltre il costume tradizionale da donna di Mustjala,un piccolo paese sull'isola di Saaremaa situata nella parte ovest dell'Estonia, di cui in mostra è visibile un esemplare realizzato negli anni '80.

Nei costumi tradizionali troviamo altresì numerose somiglianze anche con gli altri popoli baltici, in particolare con i lettoni e i lituani: camicia tipo tunica, plaid rettangolare (sõba) e gonna rettangolare (vaipseelik), mentre le gonne, a righe verticali, e i cardigan più recenti, erano già in uso in tutti e tre i popoli. Le influenze delle popolazioni slave si sono manifestate nell'Estonia orientale: l'usanza di portare la camicia sopra i pantaloni stretti da una cintura, le maniche lunghe della camicia, gli ornamenti intessuti nella stoffa. Poche influenze finlandesi, come le caratteristiche pantofole, si trovano invece nell'Estonia settentrionale. Sono inoltre esposti alcuni campioni di tessuto per gonne tradizionali: da pezzi originali risalenti ai primi dei Novecento a quelli in filo di lana e ordito di lino realizzati appositamente per questa mostra dall'artigiana tessile Marika Samlik.

Accanto ad essi, trovano spazio le creazioni progettate da Elna Kaasik, nota designer e artista tessile che presenta tessuti di tipologia differente: per produzioni industriali, realizzati su telaio a mano, textures con decorazioni filigranata a mano, stoffe per abbigliamento, tessuti per interni e accessori, oltre alle spille tradizionali della designer di gioielli Anna Helena Saarso. La mostra è infine accompagnata da una selezione di fotografie di coloratissimi tappeti tradizionali fatti a mano, provenienti dalla collezione del Museo Etnografico Estone (Eesti Vabaohu muuseum).

Stiliste: Katre Arula, Diana Denissova, Ainikki Eiskop, Anu Hint, Marge Heeringas, Heli Kiverik, Katrin Kuldma, Merle Lõhmus, Kai Saar Liis Plato, Ülle Pohjanheimo, Triinu Pungits, Piret Puppart, Lee Reinula, Liisi Riid, Kai Saar. (Comunicato stampa)




Fotografia di John Phillips dalla mostra al Museo Civico Pier Alessandro Garda di Ivrea John Phillips L'obiettivo di John Phillips sul mondo. Dalla guerra mondiale alla nascita della Repubblica italiana.
Fotografie 1937-1946


termina lo 04 marzo 2018
Museo Civico Pier Alessandro Garda - Ivrea (Torino)
www.museogardaivrea.it

L'Associazione Archivio Storico Olivetti, in collaborazione con il Museo Civico "P. A. Garda", col contributo della Biblioteca Civica "C. Nigra", presenta ad Ivrea una mostra di fotografie originali di John Phillips che raccontano l'avvento della Seconda Guerra Mondiale e la nascita della Repubblica Italiana. La società Olivetti nel 1986 dedicò a John Phillips, grande fotoreporter del secolo scorso, un'ampia mostra itinerante. Di queste foto, l'Associazione Archivio Storico Olivetti presenta oggi un'accurata selezione centrata sul decennio 1937-1946: immagini scattate in Europa e nel mondo che presentano scene di ordinaria vita quotidiana e scene drammatiche negli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra. La mostra è arricchita dal servizio inedito che Phillips realizzò a Roma, nel giugno 1946 all'indomani del referendum che decretò la nascita della Repubblica Italiana. Tutte le fotografie esposte sono originali conservati a Ivrea dall'Associazione Archivio Storico Olivetti, a cui Tim e Olivetti hanno affidato un patrimonio documentale che comprende oltre mezzo milione di immagini.

La riproposizione di questa mostra, dopo la prima tappa a Torino nel settembre 2017 alla Biblioteca Nazionale Universitaria, si pone l'obiettivo di presentare a livello locale l'avvio del progetto pluriennale di valorizzazione dei fondi fotografici dell'Associazione Archivio Storico Olivetti, "Cantieri Olivetti per la storia del Novecento - Archivi, fotografia, territorio", attraverso una fattiva collaborazione con il Museo Civico "P. A. Garda" di Ivrea. Nella cornice di azioni volte a sostenere il processo di candidatura di Ivrea, città industriale del XX secolo a sito Unesco, l'Associazione intende produrre momenti di approfondimento su molteplici linguaggi e tecniche che attraversano l'ambito delle discipline visive, innervano la storia della fabbrica e il tessuto sociale, che possono restituire secondo diverse declinazioni quella cultura della fabbrica che è alla base del modello di città industriale del XX secolo che Ivrea incarna.

John Phillips (1914-1996), considerato il fondatore del foto-giornalismo, è stato un autentico cittadino del mondo: nato in Algeria da padre gallese e madre americana, vive ad Algeri, Parigi, Nizza, Londra, New York ed è presente con la sua macchina fotografica nei più disparati angoli del mondo in tanti momenti topici della storia. Tra il 1936 e il 1949 lavora come inviato della rivista "Life" e le sue foto scattate in luoghi e momenti cruciali per le vicende mondiali sono vere e proprie icone della storia del Novecento. Nel 1938 a Vienna racconta al mondo l'Anschluss e l'occupazione tedesca; nel 1943 diventa corrispondente di guerra. Lasciata "Life", dal 1950 John Phillips opera come fotografo indipendente e il suo obiettivo sa cogliere momenti decisivi, fissare con le immagini i costumi e i cambiamenti della società. Il titolo del suo libro, Free spirit in a troubled world, pubblicato postumo, riassume il senso della sua vita e delle sue foto. (Comunicato stampa)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Drik Dickinson. Inside
termina lo 03 febbraio 2018
Studio la Città - Lungadige Galtarossa 21 - Verona
Presentazione

A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta
Presentazione

Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo
Presentazione

Moda & Cinema
termina il 31 gennaio 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione

David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna
Presentazione

Werner Bischof: Fotografie 1934-1954
termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
Presentazione

I.L.T. Illumina Le Tenebre: Desideri complessi di un'Europa taciuta
Presentazione

Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992)
Un "omaggio" lungo un anno...


termina il 26 gennaio 2018
Ca' di Fra' - Milano

Un artista impegnato a vivere il suo tempo, la società, la politica, le contraddizioni e le inevitabili delusioni che nascono da una lucida lettura del confronto - scontro tra ideologia ed umana miseria. La sua arte impastata di vita, influenzata dal quotidiano sociale, tanto dagli anni della guerra quanto da quelli, non meno complicati, del dopo-guerra, racconta dell' uomo Nigro. "...L' arte è dinamica come la vita, in continua evoluzione perché fonte di conoscenza..." testimonia lui stesso. I temi cardine della sua ricerca sono il ritmo, il dialogo costante tra ripetizione e variazione, la tensione verso l'Infinito. La pittura è musica d' immagini. Le opere sono costruite come una partitura musicale, uno spartito visivo. "...Avevo capito la struttura della musica e ho cercato la struttura della pittura..." sono ancora parole sue.

Il quadro si fa ritmo e poesia. Musica e Formazione scientifica si fondono in lui creando una poetica unica ed assoluta, cioè sciolta da ogni riferimento artistico rigido e dogmatico come tendono ad esserlo le grandi scuole di pensiero. Musica visiva; spazio, colore, forma, tutto tende all'essenzialità. Nasce lo "Spazio totale" come "...superamento della bidimensionalità fisica di spazio e forma ". "...L' arte deve essere astratta perché deve essere universale..." ci suggerisce Nigro nella ferma convinzione che solo questa scelta di campo assicuri dalla tentazione dell' artista idolo. La mostra a Ca' di Fra' vuole essere un omaggio a Mario Nigro attraverso le opere (tela e carta) che lo hanno raccontato nel corso di tutta la sua vita artistica ed umana (fine'40 - fine' 80). (Comunicato stampa)




Mostre tra Centro, Sud e Isole

A Roma, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea è in corso una mostra-rivelazione. quella dedicata a "Konrad Mägi" (sino al 28 gennaio). Per la prima volta in Italia uno dei più eccentrici ed affascinanti artisti europei del primo Novecento. La mostra è promossa in occasione del Semestre di Presidenza Estone dell'Unione Europea e dei 100 anni della Repubblica dell'Estonia. Estone, Mägi fu artista fortemente internazionale per formazione, frequentazione, dimensione. Nei tre soggiorni in Italia venne intensamente attratto dal nostro Paese. Visitò e visse a Venezia, Roma e Capri. Nelle sue opere, colori brillanti e potenti. Si tratti di paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e intriganti.

Nelle vicine Marche, a Fano, in Galleria Carifano, Palazzo Corbelli, "Arte Ribelle. Opere dalla collezione Cesare Marraccini", sino al 25 febbraio. Cesare Marraccini, è stato "il profeta sorridente", protagonista, nella sua veste di collezionista e amico di molti artisti, dell'Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Per la prima volta il meglio della sua importante collezione viene proposto in un'unica mostra. Ad essere "svelate" in Palazzo Corbelli sono 50 opere di artisti quali Paolo Baratella, Giuseppe Guerreschi, Sergio Sarri, Ercole Pignatelli, Luca Alinari, Titina Maselli, James McGarrell, Gerard Tisserand, Rod Dudley, Carlos Mensa, Sergio Fergola, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Valeriano Trubbiani, Antonio Recalcati, Giacomo Spadari, Umberto Mariani, Guido Biasi, Sergio Vacchi.

Due importanti appuntamenti in Sicilia. A Catania, in Palazzo Platamone - Palazzo della Cultura, sino al 14 gennaio, "Pablo Echaurren. Soft Wall". Pablo Echaurren come precursore del fenomeno del graffitismo? Di certo, afferma Francesca Mezzano, curatrice della mostra, "L'arte di Pablo Echaurren nasce per parlare alla collettività. Lo fa senza steccati, sperimentando ogni forma espressiva possibile; usa il segno, la scritta, lo stencil, il lettering, la parola come linguaggio comune, annullando qualsiasi distinzione tra alto e basso, alla costante ricerca di una sintonia con la storia presente, con i suoi problemi, e le sue criticità nascoste allo sguardo comune. E lo fa esprimendosi sempre attraverso un immaginario vivo e incandescente, che possa tradurre un'istanza politica e morale in arte. Quella che lo stesso Pablo ha definito "la questione murale".».

"Call for Iolas' House" è il titolo della originale esposizione allestita sino al 25 febbraio ad Acireale, in Palazzo Costa Grimaldi. La storia dell'arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal leggendario gallerista. Oggi questa dimora, situata in un elegante sobborgo di Atene, privata di tutti i suoi tesori d'arte e abbandonata a se stessa, è diventata una larva di quel tempio internazionale del contemporaneo che è stata. Non stupisce che a lanciare l'appello per salvare la villa di Iolas sia la Fondazione Galleria Credito Valtellinese. Alexander Iolas fu il primo curatore della Galleria milanese e fu lui a commissionare ad Andy Warhol l'opera "Ultima Cena" ispirata dal vicino capolavoro di Leonardo da Vinci.

Dalla Sicilia alla Sardegna, con altri due stimolanti appuntamenti, entrambi al Man di Nuoro, sino al 25 febbraio. "Una visione astratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli2 è il primo. Maria Cernuschi Ghiringhelli fu una sorta di Peggy Guggenheim italiana, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti, anche quelli più giovani e non ancora affermati. Ciò che più le interessava era "seguire e se possibile incoraggiare, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo". La mostra ripercorre la storia e il contenuto della sua importantissima collezione, qui concessa dal Museo di Villa Croce a Genova, che la conserva.

La mostra parallela è riservata a "Michele Ciacciofera. Emisferi Sud". Il progetto realizzato da Michele Cacciofera per il MAN ha come tema di fondo la dimensione sociale e culturale, storica e attuale del macrocosmo mediterraneo. Un mare in cui popoli hanno da sempre tessuto relazioni di ogni tipo, dando vita a un amalgama di etnie, linguaggi, sapori, leggende e tradizioni. Culla di civiltà millenarie, luogo di transiti, di scambi ma anche di guerre e di conflitti, così come oggi di migrazioni e naufragi, il Mediterraneo diventa, metafora di un nuovo umanesimo per la creazione di valori sociali, politici e culturali alternativi. Tutti appuntamenti con l'arte più recente, con il contemporaneo o il Novecento. In terre antiche che sanno guardare all'oggi. (Comunicato Ufficio Stampa Studio Esseci)

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Arte Ribelle. Opere dalla collezione Cesare Marraccini
Presentazione

Call for Iolas' House
15 dicembre 2017 - 28 febbraio 2018
Galleria Credito Siciliano - Acireale (Catania)
Presentazione

Konrad Mägi
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma
Presentazione




Immagine di presentazione della mostra dedicata a Federico Fellini 100% Federico Fellini
termina il 24 febbraio 2018
Il Vicolo Galleria Arte Contemporanea - Cesena

Una mostra, a cura degli architetti Augusto Pompili e Marisa Zattini, per inaugurare questa ideale "maratona" dedicata ad un genio qual è Federico Fellini (Rimini 1920 - Roma 1993). L'obiettivo è giungere al 20 gennaio del 2020 - ricorrenza del Centenario della nascita del regista - con una mappatura geografico-artistica del nostro territorio quanto mai vasta e suggestiva. Oggi, su queste pagine, è la voce solista del poeta-drammaturgo Fabrizio Parrini (Rosignano Marittimo - Livorno, 1956) a rendere omaggio al Maestro riminese a fianco degli undici artisti invitati per questa "I Edizione" - allestita fino al febbraio 2018 nello showroom Il VicoloInterior Design - ognuno con un'opera della misura 100x100cm: da Vincenzo Baldini(Forlì 1960) a Onorio Bravi (Portico di Romagna 1955); da Paola Campidelli (Longiano 1948) a Francesca Ceccarelli (Cesena 1975); da Giovanni Ciucci (Ravenna 1965) a Miria Malandri (Forlimpopoli 1946); da Giancarlo Montuschi (Faenza 1952) a Maurizio Gabbana (Milano 1956); da Mauro Pipani (Cesenatico 1953) ad Antonella Piroli (Ravenna 1966) fino a Carlo Ravaioli (Ravenna 1954).

Inoltre, omaggio nell'omaggio, alcune selezionate opere dedicate al tema dei Clowns e del Circo, in omaggio al film di Federico Fellini, I Clowns (1970). Proprio su questo tema, spigolando fra le pagine di Gianfranco Angelucci si legge: « Quando dico "clown" penso all'augusto. Le due figure sono infatti il clown bianco e l'augusto. Il primo incarna l'eleganza, la grazia, l'armonia, l'intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le qualità ideali, le uniche, di una divinità indiscutibile. (...)

Il n.81, anno XIX di "Graphie", 100% Federico Fellini, verrà presentato da Marisa Zattini, Art Director della rivista e, per introdurre la corposa sezione che ospita gli Atti del Convegno di Rimini, Il Casanova di Federico Fellini 40 anni dopo - con i contributi critici dei relatori invitati nel 2016 dalla Cineteca Comunale di Rimini per riflettere sul Casanova - interverranno Marco Leonetti e Nicola Bassano. A raccontare della figura del grande regista, Gianfranco Angelucci (amico e collaboratore di Federico Fellini per oltre 20 anni e primo direttore della "Fondazione F. Fellini" dal 1997 al 2000, per incarico della famiglia e del Comune di Rimini) autore di Segreti e bugie di Federico Fellini - Il racconto dal vivo del più grande artista del '900 - misteri, illusioni e verità inconfessabili (Luigi Pellegrini editore, euro 18,00). (Comunicato stampa)




Strade d'Europa
Berlino, 25 novembre 2017 - 10 maggio 2018
www.plusberlin.com

Opera di Antonio Fiore Antonio Fiore: "Nuovo alfabeto Futurista"
Plus Berlin - Piano Grigioferro

"Dentro il futurismo e oltre il futurismo è cresciuto l'intero percorso artistico di Antonio Fiore, figura internazionalmente riconosciuta per il suo essere da sempre in viaggio con Ufagrà. Egli da tempo ha scelto la logica della "rigenerazione futurista dell'universo" attraverso concetti filosofici e cosmologici, e infatti ci racconta a colori il mondo intero con figure geometriche archetipiche. Linee, rette, curve, ovali, forme concave e convesse, triangoli, cerchi, ma sempre facendo movimentare il tutto come se una "tempesta futurista" operasse una sorta di deflagrazione. I suoi colori sono puri, tinte piatte, blu, rossi, gialli, bianchi, azzurri, viola, neri, ecc., si quantificano in veri e propri pensieri cromatici delineati da simbolismi segnici che movimentano la superficie e la trasformano in una sorta di pagina di diario. Questo ordine e sentire Ufagrà si accerta e si concentra nella ricerca di un'infinita proiezione di luce, facendo così proporre ad Antonio Fiore un proprio alfabeto visivo." (Carlo Franza)

Antonio Fiore (Segni - Roma, 1938) comincia a lavorare con maggiore continuità dal 1977, in seguito all'incontro con Sante Monachesi di cui frequenta lo studio fino al 1984, aderendo e collaborando al Movimento Agrà. Successivamente aderirà alla metà degli anni 80, alla Dichiarazione di "Futurismo-Oggi" redatta da E. Benedetto e firmata dai futuristi viventi. Fu "battezzato" da Monachesi con lo pseudonimo di UFAGRA, dove U stava per universo, in quanto il Movimento Agrà è universale, F per Fiore che è il suo cognome, e Agrà, il Movimento stesso. E' oggi considerato l'ultimo futurista tuttora operante e certamente molto ha influito la sua vicinanza a F. Cangiullo prima, ed alle figlie di Giacomo Balla, Luce ed Elica. Dal 1980 ad oggi ha esposto in 67 mostre personali. (Comunicato stampa)

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Opera di Luisa Garavaglia Luisa Garavaglia: "Visioni e memorie"
Plus Berlin - Piano Lilla

"La pittura recente di Luisa Garavaglia si presenta come una svolta decisiva del suo percorso a motivo dell'intuizione storico-ambientale come fatto culturale e come lezione etica e poi dei colori complessi e carichi di simbolismi che prendono a inseguirla e a sollecitarla, fino a costituire il motivo dominante del suo fare. L'artista crea l'immagine focalizzandola, poi apre ad ampi e vuoti spazi in relazione all'ambiente scelto. Questa pittura vive una sorta di saccheggiamento prima dell' inconscio e poi del mondo più lieve dei ricordi. Il suo è un cammino artistico segnato dalla storia del proprio tempo mantenendo con essa ben saldi nel linguaggio i legami antropologici e culturali. Il richiamo naturalistico seppure avviato a riferimenti legati alle avanguardie del primo novecento, cerchia i contrasti di un universo aspro e dolce insieme, che diventa metafora e specchio di provocazione e confronto. Opere che raccontano la forza della natura e i misteri del suo perenne rigenerarsi. Visioni e memorie che ci parlano di amore per la vita e per l'ambiente". (Carlo Franza)

Luisa Garavaglia (San Vittore Olona, 1954) si diploma al Liceo Artistico di Brera. Nel 2014, l'incontro a Milano con l'artista Marisa Settembrini segna l'inizio di un periodo di studio e ricerca artistica, di sperimentazioni linguistiche e di materiali che l'hanno portata a produrre opere di grande impatto, sensibilità ed espressività. (Comunicato stampa)

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Opera di Marisa Settembrini Marisa Settembrini: "Il giardino innevato"
Plus Berlin - Sala Hoffmann

"E' il "Giardino italiano", il suo giardino salentino, quello che lascia vedere Marisa Settembrini in un capitolo nuovo, denso, magico e dove si sentono potenti gli echi di Monet e delle apocalissi luminose di William Turner. Ella dialoga con temi e autori del passato a rappresentare una delle sue più intense riflessioni sul tempo e sulla memoria, sul flusso della vita che si dipana come un pensiero intorno alla nostra presenza nel mondo. (...) Se ogni artista nel proprio atelier si deve impegnare per creare delle analogie concettuali o sensuali della natura stessa, traducendole in forme, il giardino è stato un elemento basilare per questa meditazione, divenendo per Marisa Settembrini una tela da comporre e da dipingere. Il giardino come luogo nevralgico di una ricerca sperimentale all'aperto e dal vero era già stato un'intuizione dei pittori della prima metà dell'Ottocento, ma la forza prorompente dell'impressionismo fu quella di sperimentare la pittura di paesaggi en plein air, "dove a luce non è più unica - come diceva Emile Zola - ma si verificano effetti multipli.

Claude Monet considerava il proprio giardino a Giverny in Normandia, disegnato come un quadro, il "plus beau chef d'œuvre" che avesse ideato, la propria utopia bucolica. In quel luogo, inseguendo l'infinita mutevolezza di una realtà condotta dalla natura, riuscì a portare la propria pittura verso l'informale. Come Sisley amava immortalare con vigore cromatico l'armonia dei giardini di Louveciennes, Renoir impiegava come quinta scenografica dei suoi ritratti il giardino selvatico su cui s'affacciava il suo atelier a Montmartre. Mentre Pissarro e Berthe Morisot inseguivano con libertà la bellezza gentile degli ordinati giardini nei villaggi intorno a Parigi.

I riferimenti all'impressionismo fin qui citato sono solo legati alla tematica più che allo svolgimento visivo e alle dinamiche della costruzione dei dipinti del capitolo recente della Settembrini, la quale coglie il dato reale del luogo "citando" spazi e luoghi in modo realistico eppur magico, forse cogliendo maggiormente il Klee dei giardini; infatti la Settembrini spazia nello spazio dei teleri, oltre l'icona del giardino, portandosi verso segmenti, geometrie e macchie di colore di rimando informale e astratto con tratti essenziali ed elementari, sicchè tutto appare come un flusso illimitato di forme, colori e visioni stilizzate.

Un po' come dai giardini e dai paesaggi di Paul Klee che raccontano il carattere degli elementi vegetali. Rose, alberi, fiori sono creature con fisionomie e sentimenti, attori sulla scena di un ideale "Teatro Botanico". E la scena, naturalmente, è la vita stessa. Ora Marisa Settembrini con questa mostra berlinese sul suo giardino innevato inscena pittoricamente quell'aderenza ai tre principi della varietà, della bellezza e della novità, ossia della sorpresa. Queste caratteristiche, riguardanti la sfera filosofica ed estetica, sono risultate indispensabili affinché l'impianto del giardino rispondesse ad esigenze di percezione di una sequenza di 'quadri' di paesaggio in grado di suscitare sempre nuove emozioni". (Carlo Franza)

Marisa Settembrini (Gagliano del Capo - Lecce, 1955) dopo aver frequentato l'Accademia di Brera e la Kunst Akademie di Monaco di Baviera, oggi è titolare della cattedra di Discipline Pittoriche al Liceo Artistico di Brera, a Milano. La sua attività parte dal 1976 con l'invito alla mostra "La nuova figurazione italiana" al Palazzo dei Congressi di Roma, per conto della Quadriennale Romana. Numerose le mostre personali e le installazioni in Italia (Roma, Firenze, Alcamo, Lecce, Todi, Milano, Erice, San Vito Lo Capo, Pavia, Brescia, Sondrio, Loreto, Teglio) e all'estero (New York, Monaco di Baviera, Berlino, Dusseldorf), e le partecipazioni a importanti rassegne. Ha inoltre elaborato in coedizione con alcuni scrittori varie cartelle di grafica. (Comunicato stampa)

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Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli: "I segni e la luce"
Plus Berlin - Piano Grigioperla

"Paolo Gubinelli è artista e poeta fortemente razionale, capace tuttavia di movimentare emozionalmente immagini essenziali pur intense e vibranti, senza dimenticare stati di umanità scoperti in quel divenire dell'arte allo stato puro. (...) Le carte e i fogli raffinati, realizzati con materie preziose, su cui Gubinelli avvia una ricerca razionalmente induttiva - così come già certificò Giulio Carlo Argan - ne fa un protagonista dell'astrazione, facendone vivere molteplici vissuti, percorsi, sollecitazioni. Lavori su cui Gubinelli interpreta a suo modo la realtà, traducendo tutto in dinamiche flessuose, linee intellettive, razionali e analitiche. Tutto muove da un senso di evoluzione, di elementi strutturali che stringono lo spazio, gli spazi imbevuti spesso di mistiche monocromie, cercando anche di superare il limite costitutivo, e quelle forme essenziali e primarie in cui vivono equilibrati ritmi interni, e sospensioni liriche e serpentinate in tensione orizzontale e più spesso verticale. Paesaggi mentali, in cui Gubinelli misura coordinate spaziali di una relazione sensibile con il mondo, intercettando pulsazioni organiche, fisiche, emotive, che tagliano e graffiano lo spazio cartaceo caricandolo di un'energia umana, di un'energia miracolosa, di purezza ardente". (Carlo Franza)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata (sezione pittura), continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca. Conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti, Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Scanavino, Mario Nigro, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini. Ha tenuto e partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Mostra di Carlo Guaita e Noriyasu Soda Carlo Guaita | Noriyasu Soda
Vuoto occidentale/ Vuoto orientale


termina lo 02 marzo 2018
Galleria Gentili - Firenze

Opere di Carlo Guaita e Noriyasu Soda, un artista italiano e uno giapponese. Oriente e Occidente, lontani, distinti, ma dal confine sfuggente, si nutrono di un continuo confronto culturale. I titolo della mostra cita, volutamente il libro di poesie di Johann Wolfgang von Goethe - "Divano occidentale-orientale". L'elemento estetico "orientale" presuppone che il vuoto sia generatore e affermativo, cioè presente; l'attenzione è tutta posta al vuoto stesso, ed è questo che creerà il suo opposto, quasi come se il vuoto fosse presente e il pieno assente. E' il vuoto ad indicare il pieno. Nel vuoto "occidentale" il percorso è inverso, in genere sarà il toglimento e la eliminazione del pieno che determinerà il vuoto. Questo sarà il rimanente indicativo di qualcosa che c'era prima e sarà visto come una mancanza. Il vuoto "occidentale" è negativo, di assenza.

Noriyasu Soda usa lo smalto per creare i suoi lavori. Nella cultura giapponese, lo smalto non è semplicemente un materiale o una tecnica, ma assume addirittura dei significati simbolici. Grazie alla stesura di uno strato lucente nei colori oro, nero e rosso, ma anche nelle tonalità perlacee, la superficie di un oggetto (nel nostro caso, il supporto di un quadro) viene sublimata fino a renderla irriconoscibile. Anche quando si indurisce, lo smalto continua a costituire una superficie densa, simile a un fluido. Essa è in grado di apparire come uno specchio, come un luccichio. Per questo, i quadri di Noriyasu Soda, alcuni dei quali di piccolo formato, presentano superfici di infinita profondità e grande capacità di suggestione, come lo specchiarsi del mitico Narciso, che lo fece innamorare di se stesso.

Carlo Guaita, nei suoi lavori monocromi, lavora per aggiunte, stratificando sottili strati di vernice finale semitrasparente nera, in modo da non creare immagini ma, insistendo sulle assenze, dare una sorta di forte presenza, un vuoto-saturo. I suoi non sono monocromi in toglimento ed eliminazione ma in aggiunta e ripetizione. Nel caso di Soda e Guaita, che lavorano entrambi sul monocromo, l'uno, dal vuoto/pieno orientale si muove e guarda all'occidente e l'altro, dal vuoto/vuoto occidentale si muove e guarda all'oriente, lo scopo è per entrambi lo stesso: dare pienezza al vuoto. (Comunicato stampa)

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In the exhibition "Vuoto occidentale/ Vuoto orientale", Galleria Gentili presents works by Carlo Guaita and Noriyasu Soda, an Italian artist and a Japanese artist. East and West, distant, distinct, but with an elusive border, feed each other in a continuous cultural comparison. The title of the exhibition mentions, intentionally, the book of poetry by Johann Wolfgang von Goethe - "Western-oriental sofa". The "oriental" aesthetic element presupposes that the void is both generative and affirmative, i.e., present; all of the attention is placed on the void itself, and this is what creates its opposite, almost as if the void were present and the fullness were absent. It is the void that indicates the fullness. In the "western" void the path is the inverse. Generally, it is by removing and eliminating the fullness that the void is determined. This will be the remainder, indicative of something that was there before and will be seen as a lack. The "western" void is negative, one of absence.

Noriyasu Soda uses enamel to create his works. In Japanese culture, enamel is not simply a material or a technique, but also takes on symbolic meanings. Thanks to the application of a shiny layer in gold, black and red, but also in pearly tones, the surface of an object (in our case, the support of a painting) becomes sublimated to the point of being unrecognizable. Even when it hardens, the enamel continues to form a dense surface, similar to fluid. It has the capacity to look like a mirror, like something shimmering. For this reason, the paintings by Noriyasu Soda, some of which are small in size, have surfaces with infinite depth and great capacity for suggestion, like the mirroring of the mythical Narcissus, who fell in love with himself.

Carlo Guaita, in his monochromatic pieces, works by adding, by stratifying thin final layers of semi-transparent black paint, so as not to create images but, insisting on absences, providing a sort of strong presence, a saturated void. His monochromes are not made by removing and eliminating but by adding and repeating. In the case of Soda and Guaita, who both work in monochrome, the one, from the eastern void /fullness moves and looks to the west, and the other, from the Western void/void, moves and looks to the east. Both have the same aim: to give fullness to the void. (Press release)




Apparizioni
termina il 28 febbraio 2018
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Una mostra desunta, ricavata, arguita ponderando la pittura e il messaggio che reca in sé, oggi. La mostra pretende di affrontare un tema esteso per profondità e confini linguistici; un tema però anche liquido, elastico, forse relativo all'ampia e spugnosa dotazione culturale del XXI secolo. In particolare, la questione è quella del rapporto segno / superficie, cioè della traccia nel nulla della monocromia, dell'orma figurale nel tutto dell'informe, dell'inserto astratto come esercizio della differenza. Ecco così il costrutto che riflette qualsiasi gesto tecnico, anche solamente quando a pesare è un frammento, un oggetto, un colore o un volume nell'ambiente della campitura.. La condizione è appunto filosofica, perché si comunica come accadimento ermeneutico, ossia come significato di un'azione conoscitiva, di un postulato creativo, artistico, rilevato quasi come dato ontologico.

Apparizioni è la formula contestuale prestata dal titolo di un'opera che Franco Angeli (Roma, 1935-1988) dipinge nel 1971, e qui designa la presenza di una struttura mossa dalla necessità, dall'urgenza di trovare un ruolo alle cose. Il termine, quanto quello di "visione", svela il processo e non la stasi del raggiungimento: dal latino apparire, composto di ad e parire, diventa "mostrarsi", e si dà in "manifestazione", "presentazione", "nascita", "epifania", cioè nel "divenire"; nell'essere "visibile", "evidente"; nel "risultare" come nel "sembrare" o nel "comparire".

Apparizioni presenta lavori di: Franco Angeli, Roberto Barni, Massimo Barzagli, Sandro Chia, May Cornet, Vittorio Corsini, Tony Cragg, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Rolando Deval, Stefano Di Stasio, Jiri Dokoupil, Jim Dine, Rainer Fetting, Paola Gandolfi, Daniele Galliano, Peter Halley, Jannis Kounellis, Mario Merz, Aldo Mondino, Giacomo Piussi, Paolo Leonardo, Nunzio, Mimmo Paladino, Pierluigi Pusole, Mario Schifano.

Il concetto è quello della materializzazione che sistema e costituisce un'immagine come momento dichiarativo e mai descrittivo; allude anche all'originarsi improvviso, all'evidenza che si palesa nel testo dell'opera. Il soggetto nell'indefinito e l'equilibrio presenza / assenza si concretano insieme dal fondo dell'immagine, dalla neutralità della sua destrutturazione. Ecco l'evocazione di un soggetto, il manifestarsi di una realtà, l'espressione di una certa soluzione. Si sarebbe tentati di vedere il processo come realizzazione, come compiersi, ma la verità è che risulta impossibile conoscerne davvero il verso: la dimensione è infatti mezzana e parziale per sua natura, e tale coscienza rischierebbe perfino di assumere valore morale. L'immagine pittorica è però sospesa; è ambigua, e diventa così ambivalente nel proprio farsi o disfarsi del momento, sia illuminazione o adombramento. Pittoricamente, la realtà dell'atto presume la cognizione del prima o del dopo, e non consente di rilevarne la funzione tramite la fissità del dipinto.

Il criterio è invece filmico, e la pittura da sé non può stabilire quando il divenire sia della materia nell'immateriale o dell'immateriale nella materia. Nella pittura è impossibile o assurdo rispettivamente poter o voler considerare tale attimo costruttivo o decostruttivo, aggregazione o disgregazione, quindi anche, moralmente, positivo o negativo. In pittura, apparizione o sparizione non può che significare due differenti maniere d'intendere lo stesso istante, e questo, pur inconoscibile, qui lo definiremo noto, al di là dei limiti tecnici, chiamando Apparizioni tutti quei momenti pittorici giustificati da fattori paralleli e ulteriori al dipingere, oppure intuiti dalla documentazione indiretta costituita dal titolo dell'opera e da altri indizi del racconto, oltre l'immediatezza della sua evidenza. (Comunicato stampa)

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Galleria Alessandro Bagnai is pleased to present the visual result of a philosophical reflection: Apparizioni: an exhibition based on, derived from and deduced through pondering painting and the message it bears today. The exhibition aims to deal with a theme that is quite wide-ranging in terms of depth and linguistic boundaries, but one that is also liquid and elastic relative to the broad and malleable cultural offerings of the 21st century. In particular, the issue under examination is the sign/surface relationship: the trace left in the nothingness of monochromy; the figural imprint in the everything of formlessness; the abstract insert as an exercise in difference. Such is the construct that reflects any technical gesture, even when what lends weight to an image is merely a fragment, an object, a color or a volume in the space of a field. The condition is philosophical, because it communicates as a sort of hermeneutical happening, or as the meaning of an act of knowing, a creative, artistic postulate delineated almost like an ontological truth.

Apparizioni is the contextual formula lent by the title of a work that Franco Angeli (Rome, 1935-1988) painted in 1971, in which he depicted the presence of a structure motivated by the urgent need to find a role for things. The term - like another related term, "vision" - reveals the process rather than the stasis of achievement. From the Latin apparire, made up of ad and parire, it offers the idea of "showing oneself", through "manifestation," "presentation," "birth," "epiphany" - in short, "becoming," in being "visible" or "evident," in "demonstrating" as in "seeming" or in "appearing."

Apparizioni presents works by: Franco Angeli, Roberto Barni, Massimo Barzagli, Sandro Chia, May Cornet, Vittorio Corsini, Tony Cragg, Enzo Cucchi, Gianni Dessì, Rolando Deval, Stefano Di Stasio, Jiri Dokoupil, Jim Dine, Rainer Fetting, Paola Gandolfi, Daniele Galliano, Peter Halley, Jannis Kounellis, Mario Merz, Aldo Mondino, Giacomo Piussi, Paolo Leonardo, Nunzio, Mimmo Paladino, Pierluigi Pusole, Mario Schifano.

The concept is the materialization that organizes and constitutes an image as a declarative, rather than descriptive, moment; it also alludes to sudden generation, to the evidence that reveals itself in the text of the work. The indefinite subject and the presence/absence equilibrium coalesce together from the depth of the image, from the neutrality of its de-structuring. Hence the evocation of a subject, the manifestation of a reality, the expression of a certain solution. It would be tempting to see the process as a realization, as attainment in itself, but the truth is that it proves impossible to truly know its direction: in fact, the dimension is intermediate and partial by nature, and this awareness might risk taking on moral value. But the painted image is suspended, ambiguous, and thus becomes ambivalent in its momentary becoming or dissolution, suggesting either illumination or dimming.

Pictorially, the reality of the act presumes the knowledge of the before or the after, and does not allow for the highlighting of its function through the fixedness of the painting. Rather, the criterion is filmic, and painting in itself cannot establish when the becoming is one of the material within the immaterial, or of the immaterial within the material. In painting, it is impossible or absurd to be able to or to want to consider such a moment as constructive or destructive, aggregative or dispersive, and thus morally positive or negative. In painting, apparition or disappearance can only mean two different ways of understanding the same instant, and even though this instant is unknowable, here we will call it known, beyond technical limitations, calling Apparizioni all of those pictorial moments justified by factors parallel to and supplementary to the act of painting, or intuited by the indirect documentation constituted by the title of the work and other clues to the story, beyond the immediacy of its evidence. (Press release)




Opera di Teodoro Wolf Ferrari nella mostra La modernità del paesaggio Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio
02 febbraio - 24 giugno 2018
Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)
www.mostrawolfferrari.it

Una inedita riflessione dedicata al pittore veneziano Teodoro Wolf Ferrari (Venezia, 1878 - San Zenone degli Ezzelini, 1945). La rassegna, curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato, promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, si pone di indagare alcuni aspetti fondamentali, ma meno conosciuti, della storia dell'arte italiana, facendo luce sulla figura emblematica e ancora da approfondire di Wolf Ferrari. In mostra verrà presentata un'accurata selezione di oltre 60 opere, sapientemente individuate presso collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori, dove la produzione dell'artista si E' principalmente concentrata, diffondendosi in un territorio nel quale non mancano rinvenimenti di qualità e nuove scoperte. Sarà, così, possibile entrare nell'atelier di questo "poeta del paesaggio" e contemplare attraverso dipinti, acquarelli, pannelli decorativi, vetrate, studi per cartoline, riuniti assieme per la prima volta, le colline che vanno da Asolo a Conegliano fino alle alture del Grappa o i più cupi e inquietanti scenari che raccolgono un profondo sentimento del mistero.

Prove che dichiarano l'amore per il paesaggio, le sperimentazioni e l'eterogeneità di tecniche proprie di Wolf Ferrari, il quale ha saputo far confluire a Venezia e in Italia all'alba del Novecento le moderne istanze secessioniste europee. Il percorso espositivo ripercorre l'intera vicenda artistica di Wolf Ferrari con una linea tematica che abbraccia vari momenti ed esperienze, dall'affaccio sulle tendenze mitteleuropee con un'affascinante sezione dedicata al tema della "tempesta", tra cui Paesaggio Notturno, Bufera, Notte, Danza macabra, alle novità artistiche veneziane fino alle delicate passeggiate autunnali dal Grappa al Piave. Il dialogo con un ristretto ma significativo nucleo di opere di artisti contemporanei del pittore (quali Otto Vermehren, Mario De Maria, Mariano Fortuny, Gino Rossi, Ugo Valeri) diviene importante e necessario per stabilire alcune connessioni e qualche comunanza di percorso con l'itinerario artistico di Teodoro.

Dopo la formazione presso l'Accademia di Belle Arti veneziana sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Wolf Ferrari studia a Monaco, dove nel 1895 entra in contatto con alcuni degli ambienti simbolisti e secessionisti più avanzati e cosmopoliti del momento. Sono anni attraversati da un cambiamento e un'innovazione febbrili, nel corso dei quali la rappresentazione della natura, fonte di straordinaria ispirazione, diviene anzitutto espressione di un paesaggio interiore e soggettivo, luogo primigenio dell'anima. E' a questo contesto che l'autore attinge per costruire il suo universo poietico tramite le influenze di artisti quali Böcklin, Von Stuck, Klinger, Kandinskji che lasceranno un segno inconfondibile nella sua pittura. Sensibile alle novità che giungono dal mondo bretone e sintetista, Teodoro aderisce anche al gruppo Die Scholle ("la zolla"), animato dalla genialità dell'amico Leo Putz.

Sono queste le atmosfere e i principi che l'artista trasferisce nella città lagunare, apportando nuova linfa agli stili ed entrando in contatto con il gruppo degli artisti di Ca' Pesaro, che, sotto la regia di Nino Barbantini, rivoluzionano l'arte veneziana e italiana. Nel 1912 Wolf Ferrari partecipa alla mostra di Ca'Pesaro, avvicinandosi a Gino Rossi, Ugo Valeri, Arturo Martini, Tullio Garbarti, Umberto Moggioli e costituisce il movimento l'Aratro, con l'intento di creare un "ambiente armonico", dove le arti applicate assumono un ruolo di prim'ordine. Un'occasione rara per conoscere e (ri)scoprire un autore più noto agli specialisti che al vastopubblico, il quale non ha solo raffigurato con grazia la natura, ma ha anche raccontato la trasformazione dell'arte italiana tra XIX e XX secolo. Accompagna la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




L'Amsterdam Museum presenta i suoi capolavori del XVII secolo restaurati

L'Amsterdam Museum è attualmente impegnato nel restauro di uno dei suoi capolavori, I Capi della Guardia Civica (1653) di Bartholomeus van der Helst (ca.1613 - 1670), che sarà l'opera di punta della mostra in prestito a TEFAF Maastricht 2018, nella sezione TEFAF Paper. Per la prima volta i visitatori della Fiera potranno non solo ammirare i risultati del restauro, ma anche comparare gli oggetti raffigurati nel dipinto con esempi originali di argenteria del XVI secolo - una situazione unica per l'arte olandese. TEFAF Maastricht, la Fiera di arte figurativa e antiquariato più importante del mondo, avrà luogo dal 10 al 18 marzo 2018 al MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) di Maastricht, Paesi Bassi.

Il ritratto di gruppo raffigura diverse personalità di spicco: l'ex borgomastro Jan van de Poll (1597-1678), il mastro birraio Albert Dircksz Pater (1602-1659) e il celebre cartografo ed editore Joan Willemsz Blaeu (1598-1673). Insieme, erano i custodi della Guardia Civica, e della sua collezione di ritratti di gruppo e reperti storici. I personaggi sono raffigurati seduti a un tavolo, mentre sulla destra i loro figli allenano le proprie doti di arcieri. I quattro uomini del dipinto sono circondati di preziosa argenteria; sullo sfondo, una credenza appare colma di tazze, tazzine e cucchiai; sulla sinistra Banninck Cock regge un calice finemente decorato, e i suoi colleghi mostrano il collare e il bastone della Guardia, coronato da decorazioni a forma di uccelli. Sullo sfondo, la moglie del locandiere presenta il corno potorio sul suo piede d'argento, sempre appartenente alla Guardia. La presenza di questi oggetti preziosi sul tavolo richiama l'illustre storia della Guardia Civica di quegli anni, sottolineando il buon governo delle personalità raffigurate nel dipinto.

Oltre che per il suo pittore, uno dei più grandi ritrattisti del Secolo d'oro olandese, per la fama dei suoi protagonisti e per l'apprezzata prospettiva sott'in su, questo ritratto di gruppo si distingue poiché raffigura tre oggetti d'arte tuttora esistenti. Il collare, il bastone e il corno potorio finemente decorati, appartenenti alla collezione della Guardia Civica, non erano solo valorizzati dai capi del 1653, ma possono ancora essere ammirati dai visitatori dell'Amsterdam Museum, poiché appartengono al Comune di Amsterdam. Capolavori in argento del genere, provenienti dal XVI secolo, sono una rarità in qualsiasi collezione pubblica o privata dato che in molti casi venivano modificati sulla base dei gusti delle varie epoche oppure addirittura fusi. L'esistenza di oggetti di tale valore, raffigurati in un dipinto di così alta qualità, è un fatto più che eccezionale.

Il capolavoro di Van der Helst sarà circondato da altri cinque ritratti di gruppo che sono stati restaurati da poco. Insieme testimoniano il successo e la qualità della ritrattistica di gruppo ad Amsterdam durante il Secolo d'oro. Due di questi dipinti, entrambi restaurati nel 2017, sono di Ferdinand Bol (1616-1680) e raffigurano i governatori e le governatrici dell'Asilo dei Lebbrosi di Amsterdam. Al momento fanno parte della mostra sull'artista dell'Amsterdam Museum. Un altro ritratto di gruppo di Van der Helst, I Capi degli Archibugieri della Guardia Civica, restaurato nel 2011, dopo un prestito per cinque anni alla National Gallery of Art di Washington sarà esposto per la prima volta dal suo ritorno nei Paesi Bassi. Le ultime opere sono due Lezioni di Anatomia, una di Aert Pietersz (1550-1612), l'altra di Adriaen Backer (1635-1684), restaurate in collaborazione con le istituzioni che negli anni le hanno prese in prestito per le proprie mostre. Dal 2016 l'opera di Backer ha fatto parte della mostra permanente di ritratti del Secolo d'oro dell'Hermitage Amsterdam, che vanta un'incredibile collezione di ritratti di gruppo ambientati ad Amsterdam. Queste sono le quattro opere che completeranno la mostra in prestito a TEFAF Maastricht. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Immagine dalla locandina della mostra Empyreum di Christian Zanotto Empyreum
Christian Zanotto Solo Show


09 December 2017 (opening 17.00 - 21.00) - 13 January 2018
Breed Art Foundation - Amsterdam
www.christianzanotto.com

"The site-specific installation Empyreum will transform Breed Art Studios 'white cube' into an environmental holographic theater, scene of kaleidoscopic projections; the visitors will be immersed in an aerial apnea in the vivid and suspended atmosphere of lights and colors. Fluctuating digital entities, shaped and animated inside the virtual realm by Christian Zanotto, multiply in a sort of scaled empyrean brought into existence by means of the luminous emanation of beamers, in a round dance of glimmers, reverberations, reflections and ethereal presences."




Opere dalla mostra Dialoghi, di Maria Giovanna Ambrosone, Giorgia Di Lorenzo e Marco Matta Dialoghi
Maria Giovanna Ambrosone - Giorgia Di Lorenzo - Marco Matta


termina il 15 febbraio 2018
Legal Service Consulting - Napoli

In un periodo in cui tutto passa attraverso la sottile linea immaginaria/falsata del web, non si comunica più di persona, ma si dialoga solo attraverso le chat/i social. Prende l'idea di creare i "Dialoghi" una collettiva che vede come protagonisti tre artisti diversi tra loro, ognuno con il proprio bagaglio culturale e di vita. Proprio attraverso questa diversità nascono dei dialoghi nuovi, che vanno al di là di ogni nostro pensiero! Quasi a creare un connubio anche col luogo scelto per le loro opere, che ben si legano con gli spazi dello studio Legal Service Consulting, dando vita ad un percorso che vede l'intreccio di tele. Entriamo così in un labirinto di colori, emozioni, figure... che porteranno il visitatore a perdersi, ma poi a rinascere alla fine del percorso, all'uscita del proprio labirinto (il proprio io). Le opere dell'artista Maria Giovanna Ambrosone ci portano in un percorso tutto rivolto al dialogo tra l'uomo e la natura, in particolare i fiori di loto ed i fiori del paradiso hanno avuto un ruolo molto importante nella rinascita artistica della stessa. (...)

Tutte le opere hanno come caratteristica questa base argentea, che risalta il dipinto e che può variare a seconda del luogo dove si trova. (...) Il percorso, si conclude, con l'opera "Keiko", attraverso cui l'artista sembra unire tutta la sua ricerca... massima espressione di armonia e simbiosi con la natura! (...) L'artista Giorgia Di Lorenzo trova nella pittura un suo viaggio interiore ed ecco di nuovo affiorare la conoscenza e la rinascita del nostro io. Le opere della Di Lorenzo dialogano con quelle della Ambrosone attraverso la rappresentazione di simboli e colori che ci fanno riflettere su ciò che abbiamo intorno a noi e non vediamo, non ascoltiamo.

Ci troviamo, così, a contemplare quadri che ricordano la vita meditativa e spirituale delle certose, come "La Meditazione - Porte e finestre", o "Il Tempo dalla carta del Duca di Noja", quest'ultimo, simbolo di una Napoli del 1775, che agli occhi dell'artista viene rappresentata con forti toni forse a sottolineare una città nascosta, che ha difficoltà ad uscire dal buio. (...) Colori e tratti decisi caratterizzano la maggior parte delle opere qui presentate, quasi a sottolineare ogni piccolo gesto. Marco Matta, fa della pittura la sua voce, i suoi occhi, la sua vita! Attraverso le sue opere si entra in un vortice pittorico e mentale, in forte armonia con uno dei sui protagonisti Il Mare. Forte elemento che ti avvolge, ti rilassa, ti calma... ma sa essere anche spietato! Come nell'opera "Forza 7". Nell'artista Matta, il mare e le sue creature lo legano alla sua città, Napoli, e ai suoi affetti, ai suoi ricordi come la rappresentazione del pesce Marlin "Marlin blu" (...) Una collettiva che nasce dal Dialogo tra tre artisti e le loro opere... e si conclude attraverso un labirinto fatto di domande e di riflessioni!

Maria Giovanna Ambrosone (Napoli, 1975) ha frequentato l'Istituto d'Arte Filippo Palizzi di Napoli e studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli terminando gli studi con il massimo dei voti. Vincitrice di un premio di pittura presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli "metamorfosi dopo la mezzanotte "curata dal professore Stefano Causa e classificandosi seconda con la fotografa per "Barocco a Napoli" sotto al direzione artistica di Fabio Donato. Vincitrice con la fotografia al premio dedicato al poeta Ungherese " Babits Mihály " Partecipa a diverse collettive e tre personali presso la galleria 1Opera (NA) e Galerie Karin Sutter Basilea e Esztergom,Ungheria Galleria Rondella Vincitrice di un tirocinio di sei mese presso la fondazione Morra per la collaborazione al museo di Hermann Nitsch. Vincitrice di diverse residenze workshop per artisti,la prima a Foligno sotto la guida dell'artista cubana Tania Brugera e l'altra a Reggio Calabria con il patrocinio della regione Calabria, la terza iin Sardegna sotto la guida dell'artista sardo Pinuccio Sciola. (...)

Giorgia Di Lorenzo (Napoli, 1981), laureata in Lettere e Filosofia e dottore di ricerca in archeologia, ha affiancato al lavoro di archeologa le attività di counselor professional, conseguendo un Master triennale e realizzando diversi progetti educativi nelle scuole e nel campo del sociale. Dal 2000 al 2009 ha realizzato laboratori e performances di Teatro-Danza con l' Associazione Azzurro Solfato di Napoli, con periodici happenings, site-specific nei cortili del centro storico di Napoli; ha partecipato al progetto Erasmus plus 'Viaggio intorno al mondo dell'albero' (Tolosa 2014). Pittrice autodidatta, ha pubblicato alcune opere su riviste d'arte (l'Elite Arte Selezione Internazionale; Boè-Periodico bimestrale di informazione artistica e culturale di Palermo) e realizzato mostre personali. (...) Selezionata recentemente per partecipare a residenze artistiche (Otranto con Carlo Toma ed.; Palermo Officine Alab). Dal 2012 si dedica anche all'illustrazione di libri (pubblica 2015 'Voglio essere Megattera' Marotta&Cafiero ed.; 2016 'Il Trattore volante' Pacilli ed.). (...) Attualmente è cofondatrice dell'Associazione a promozione sociale Storie a Manovella, che si dedica alla realizzazione di albi illustrati.

Marco Matta (1975), diplomato al Liceo Artistico di Napoli poi si specializza come Operatore Multimediale. Da studente ha perfezionato le tecniche della pittura, dell'incisione e della scultura frequentando numerosi corsi all'Accademia di Belle Arti di Napoli. L'attività pittorica ed espressiva in tutte le sue forme iconografiche (scultura, incisione, fotografia, arte digitale) è stata svolta regolarmente durante tutta la carriera professionale ed ha prodotto numerose partecipazioni ad eventi e mostre a Napoli e in altre regioni italiane. Tutte le opere sono il risultato di padronanza delle tecniche, innovazione, commistione, ricerca e contenuti profondi di natura personale e di riflessione sul mondo. Da anni dirige laboratori creativi per la realizzazione di vari progetti, dalla pittura ai murales, dalle maschere ai carri di carnevale. (...) Si esibisce in performance di action painting in eventi d'arte contemporanea ed in collaborazione con musicisti. Vive e lavora principalmente a Napoli, qui si dedica alla pittura e a nuovi linguaggi creativi, sempre impegnato nella ricerca e sperimentazione. (Comunicato stampa)




Ute Müller - Christoph Meier
15 gennaio 2018 - 10 marzo 2018
Castello di Carini (Palermo)

In un luogo di grande importanza storica come il Castello di Carini, che conserva i suoi elementi di spazio da abitare, si troveranno i dipinti e le strutture architettoniche degli artisti austriaci Ute Müller e Christoph Meier. Le loro opere catturano lo spettatore dentro una iniziale enfasi che lo fa prima riconoscere in una bellezza memore del '900 artistico ma che ad uno sguardo più attento gli fa comprendere di trovarsi dentro uno spazio composto da frammenti di significato. Questo modo di riflettere e ragionare sulla complessità dei passaggi architettonici e pittorici frammentati, appartiene anche alla ricerca di Ute e Christoph, dove però si aggiunge un valore del tutto unico: la capacità di condurre lo spettatore ad oltrepassare le questioni formali dei medium e dei materiali, coinvolgendo nell'opera anche tutte quelle questioni aperte che riguardano le regole dell'apparire e del fare delle immagini, dell'atto creativo dei catalizzatori di visioni politiche ed economiche legate al reale.

Inoltre, la scelta dei due giovani artisti austriaci, di stanza a Vienna, verte senz'altro sulla loro straordinaria abilità nel trattare lo spazio che ospita le opere, il centro stesso delle mostre, facendoci oltrepassare, ancora una volta, il limite di ciò che è visibile e dell'intraducibilità. La ragione della scelta ricade infine nel desiderio di mettere a confronto una delle più vivaci scene sperimentali europee del momento, che è quella viennese, con una generazione di artisti italiani altrettanto impegnata, che trova nella Sicilia un luogo di incontro e di dialogo fuori dagli standard di sistema. (Comununicato stampa)




Ninja Ninja e Samurai. Magia ed estetica
termina lo 02 aprile 2018
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

La mostra realizzata si addentra nella storia dei guerrieri giapponesi più conosciuti, i samurai, e nel mistero che circonda la figura dei leggendari guerrieri ombra, i ninja. Circa 200 opere databili tra il XVI e XX secolo provenienti da collezioni private, manufatti mai esposti prima d'ora, e opere concesse straordinariamente dal Museo d'Arte Orientale di Venezia. Magia ed Estetica, due sostantivi che costituiscono i più diffusi stereotipi riguardo le figure storiche di ninja e samurai, sono termini scelti con l'intenzione di suggerire una dimensione fantastica per poter giungere, attraverso il percorso espositivo, ad una più attendibile conoscenza di queste figure che, esaurito il loro compito nella storia passata, hanno esercitato sulle generazioni che si sono susseguite - e continuano tutt'ora a esercitare - un innegabile fascino.

L'allestimento, che si svilupperà nella grande area mostre oltre i giardini giapponesi, si connoterà come emozionale e suggestivo. Il percorso si apre con un video-documentario realizzato per essere d'aiuto a esplorare con occhio preparato le tante scoperte e suggestioni che l'esposizione offre. La visione della vita dei samurai è ancorata agli strati più profondi dell'inconscio collettivo del Giappone. Questa visione del mondo, il Bushido - la via del guerriero come arte della guerra ma anche come percorso di conoscenza interiore - ha avuto una grande importanza nella produzione artistica, nella cultura e nella costruzione delle relazioni sociali. Tra i tanti pregevoli oggetti in mostra, spiccano per rarità e bellezza un'armatura del periodo Edo appena restaurata, un corredo guerresco da viaggio e una lama da combattimento forgiata nel 1540.

Dal bagliore delle lame e degli armamenti, dalla delicatezza delle laccature e delle stoffe del mondo dei samurai, si entra nel mondo dei guerrieri dell'ombra, i ninja, con armi - come le famose lame a stella shaken - attrezzi, costumi, strumenti e oggetti esoterici, passando a un diverso concetto di uso del corpo e delle risorse attinte dalla natura e dalla sua osservazione. Per la prima volta in Europa si potrà apprezzare un'esposizione dedicata al repertorio di armi dei ninja così completa per quantità e varietà. I guerrieri-ombra con la propria creatività hanno saputo realizzare strumenti da celarsi nelle vesti, armi che tutti hanno visto in Agente 007 - Si vive solo due volte, dove James Bond studia combattimento in una scuola ninja, e altre che ancora oggi potremmo vedere in film di spionaggio, come il sonaglio shakujo con lama nascosta, che da strumento rituale del buddhismo esoterico diventa oggetto di difesa e attacco, o la lampada con giroscopio che illumina il cammino e che lascia che il ninja scompaia avvolto dalle tenebre una volta appoggiata al terreno.

La mostra si chiude con l'esposizione di oggetti legati alla nascita dei torimono, espressione di una nuova visone del mondo dove il guerriero è addestrato a catturare - utilizzando armi e tecniche nuove che traggono origine proprio dagli antichi guerrieri - per portare ordine nella società. Armi, strumenti e armature non saranno i soli protagonisti della mostra, verranno esposte anche opere d'arte legate ai guerrieri giapponesi: documenti strategici e tecnici d'epoca, opere calligrafiche, una coppia di grandi paraventi, strumenti legati alla cerimonia del tè, maschere e ornamenti teatrali. A corredo e complemento anche xilografie dei maestri Utagawa Kuniyoshi, Utagawa Kunisada Toyokuni III e Katsushika Hokusai. (Comunicato stampa)




Pietro Gaudenzi - Donne con due vassoi - Cartone Affreschi - Castello Cavalieri di Rodi Disegni smisurati del '900 Italiano
termina il 18 marzo 2018
Villa Torlonia - Roma
www.museivillatorlonia.it

La mostra espone una trentina di cartoni di maestri del '900 italiano che i curatori, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, direttrice della Galleria del Laocoonte di Roma, hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell'arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di "disegni smisurati" che dimostrano l'alto livello dell'esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

Smisurato rispetto agli schizzi, agli studi preparatori, ai bozzetti, il cartone, è un disegno grande quanto l'opera o la parte di opera che l'artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l'opera sia portata a termine dall'artista stesso o dalle maestranze specializzate che devono materialmente compierla. Non deve stupire dunque che nel primo '900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l'ispirazione dell'artista, già spesa in studi più piccoli, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro. Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma è reso fragile dal tempo come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la reverenza con cui esso va trattato e mostrato.

Del dannunziano Adolfo De Carolis si espone il grande foglio preparatorio del dipinto Primavera (1903). Due maestosi cartoni per gli affreschi dello scalone del palazzo dell'Ina a Roma sono opera del quasi dimenticato Giulio Bargellini (Firenze 1875 - Roma 1936), frescante instancabile di terme, banche e ministeri. Di Achille Funi (Ferrara 1890 - Appiano Gentile, Como 1972), formidabile frescante, ma anche restauratore in chiave moderna dell'arte di Giotto e Piero della Francesca, si mostrano qui due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S. Giorgio per la chiesa omonima a Milano, Didone e sua sorella per la sala dell'Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri per il Municipio di Bergamo e infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello per la chiesa di San Francesco a Tripoli, in cui ha raffigurato la propria allieva e amante Felicita Frei.

Di Gino Severini è una Madonna con Bambino per la Cattedrale di Losanna. Publio Morbiducci (1889-1963), l'autore del Monumento al Bersagliere a Porta Pia, è l'autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell'antichità classica sono commiste con quelle moderne dell'ultima guerra. Infine di Ottone Rosai è un Giovinetto Crocifisso sospeso quasi a grandezza naturale su un vasto foglio. Un altro nucleo di cartoni colorati a pastello, opera di Pietro Gaudenzi (Genova 1880 - Anticoli Corrado 1955) costituiscono una mostra nella mostra, illustrando, assieme a bozzetti e foto d'epoca, un intero ciclo di affreschi, eseguiti in due sale del Castello dei Cavalieri di Rodi nell'estate del 1938, oggi completamente perduti.

Esposti al Museo di Anticoli Corrado nel 2014, proprio dove furono eseguiti dall'artista, e nel 2015 alla mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito ai Musei di San Domenico a Forlì, dove apparvero come una rivelazione, i cartoni sono esposti per la prima volta in uno spazio pubblico a Roma assieme ai bozzetti, a un dipinto preparatorio de Lo Sposalizio e a un ritrovato inedito ritratto monumentale a olio di Cesare Maria De Vecchi, il quadrunviro che fu ultimo Governatore civile di Rodi, ispiratore e committente del restauro del Castello e delle pitture che Gaudenzi vi eseguì. I cartoni, straordinari per delicatezza di tocco, rappresentano scene di genere o figure femminili ritratte dall'artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado.

Guardando gli studi e le figure per la "Sala del Pane", non si può non ricordare la retorica della "Battaglia del Grano" mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi - che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, il premio Cremona nel 1940 - sembrano, nella fissità delle loro consuetudini millenarie e immutabili, lontane all'enfasi trionfalistica del regime. In mostra anche un bozzetto a olio, ciò che resta di un grande quadro in cui era rappresentato Lo Sposalizio, un banchetto di nozze umile e severo trasfigurato in cenacolo sacro che rappresenta le nozze dell'artista con la modella anticolana Candida Toppi, che l'epidemia di spagnola portò via nel 1918. Appena in tempo per metterla in posa, per il grande quadro, due metri e mezzo per sette, che costò lunghi anni di lavoro e fu esposto alla Biennale di Venezia del 1932 e oggi è smarrito.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un'umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l'umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E' la bellezza dell'umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

Il progetto delle pitture nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l'incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943, vetrina turistica e paragone d'eccellenza architettonica e urbanistica. Nel 1936 Mussolini nominò Governatore di Rodi Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884 - Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia. Il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi.

Costruito dall'Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l'isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall'esplosione accidentale di una polveriera e adattato. De Vecchi volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello "nuovo", quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica. L'ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d'allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici della vicina isola di Coo. L'effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l'isola fino al '47 lo descrissero come "a fascist Folly", e oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi. (Comunicato Ufficio stampa Scarlett Matassi)




Locandina del Vinci Photo Festival 2017 Vinci Photo Festival 2017
Il viaggio nell'immaginario


termina il 12 febbraio 2018
www.vinciphotofestival.com

Durante il festival saranno esposte le opere del fotografo francese Gilbert Garcin, artista di fama internazionale, gli scatti di Street Photographers del Gruppo Mignon, le opere di fotografi creativi e artisti che si sono trovati nel corso della loro carriera ad affrontare il tema de "Il viaggio nell'Immaginario". Saranno messe in mostra le loro opere ispirate al genio di Leonardo in ben cinque tra le più suggestive location presenti sul territorio vinciano.

Gilbert Garcin (Francia, 1929) è un fotografo francese contemporaneo e ambasciatore di un moderno surrealismo fotografico, che metterà in mostra le sue opere scattate rigorosamente in pellicola e ispirate al Maestro Leonardo nella Sala dei solidi del Museo Leonardiano in Vinci. Le opere di Gilbert Garcin sono realizzate artigianalmente in studio, tutte rigorosamente in bianco e nero, utilizzando piccole sagome di cartone e una illuminazione semplice, essenziale ma potente nel suo significato. Attraverso questa sua visione fantastica ed ironica della realtà riesce a sovvertire ciò che è reale e a caricarlo di molteplici significati che ciascuno avrà il compito di trovare, nascosto dentro un riccio di mare o tra i contorni di un cerchio perfetto creato nella sabbia.

Alla Palazzina Uzielli del Museo Leonardiano e alla Pro Loco di Vinci saranno in mostra le opere di Enzo De Martino e dell'associazione culturale "Mignon" professionisti e non professionisti della Street Photography con la mostra Da Leonardo a Vinci; mostreranno come Leonardo da Vinci è sempre presente nella quotidianità, nell'ambiente e nella realtà umana e urbana moderna. Mignon è un'associazione nata nel 1995 per realizzare un progetto fotografico finalizzato alla ricerca dell'uomo e del suo ambiente. Attualmente il gruppo è formato da Giampaolo Romagnosi, Ferdinando Fasolo, Fatima Abbadi, Giovanni Garbo e Davide Scapin, Mauro Minotto e Leonio Berto.

L'elegante Hotel Da Vinci farà da cornice a "Le opere dell'immaginario" di Simone Pollastrini, un viaggio nella creatività dell'autore che utilizzando esclusivamente la tecnica della fotografia all'infrarosso riesce a riprodurre in stampa iperrealismi, "surreali, oniriche e fantastiche" immagini di incredibile potere suggestivo. Presso il Museo Leonardiano di Vinci sarà in mostra Marco Lombardi, architetto e designer che esporrà le sue opere creative, che nel loro contenuto rappresentano la sua personale visione di Leonardo da Vinci. Le sue creazioni trasmettono tutta una linfa vitale positiva, capace di immortalare piccoli momenti o riflessioni significative dell'esistenza.

Alla sede congressi dell'Oleificio Montalbano saranno esposte le foto vincitrici del 4°Concorso Fotografico "Vinci Photo Contest" indetto dal Foto Club Vinci e le foto del progetto fotografico "Falsi d'autore" realizzate dai soci. Questo progetto fotografico è nato durante alcune serate organizzate dal Foto Club, in cui gli associati si sono messi alla prova nel ricreare su un set fotografico, alcune scene prese in prestito da dipinti famosi, dai classici come Caravaggio, Antonello da Messina, De Zurbaran, Vermer, Louis David, ai più moderni Degas, Magritte, al contemporaneo Vettriano; tutti capolavori assoluti rivisitati con apparente disinvoltura e voglia di stupirsi e di stupire, ma soprattutto con tanto divertimento. Nella Pro Loco di Vinci, di fronte al Museo Leonardiano, dove dal 2 dicembre sarà presente il punto informazioni e un'anticipazione delle fotografie del Gruppo Mignon,verrà allestito un punto vendita con il book shop dove si potranno trovare numerosi testi e l'originale merchandising del Vinci Photo Festival. (Comunicati stampa)




Arte Ribelle
Opere dalla collezione Cesare Marraccini


Galleria Carifano (Palazzo Corbelli) - Fano
termina il 25 febbraio 2018

A quasi cinquant'anni dalla data-simbolo del "Sessantotto" appare giusto e storicamente importante rivisitare - e rivalutare - tutte quelle espressioni artistiche che in Italia si sono chiaramente ispirate alla protesta politica, alla speranza rivoluzionaria, alle spinte libertarie, e che si sono sviluppate a partire dal 1965, con le prime proteste per la guerra del Vietnam, per proseguire poi almeno sino alla metà degli anni Settanta. Con il titolo emblematico di "Arte ribelle", Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, responsabili delle Gallerie del Credito Valtellinese hanno scelto di indagare quel particolare momento artistico. "Se la Francia - affermano i due direttori - ha celebrato la sua "Figuration Narrative" con una mostra al Centre Pompidou (maggio 2008), è giusto che Milano - cuore della protesta studentesca e operaia italiana - faccia altrettanto con gli artisti e anche coi semplici illustratori, che furono testimoni attivi di quella stagione, e che costituirono un esempio importante, duraturo e linguisticamente non secondo a nessuno nell'Europa di quell'epoca".

Partendo da questi presupposti, il progetto "Arte ribelle" è partito il 12 ottobre proprio da Milano presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese efettorio delle Stelline, e approda a Fano con una selezionata retrospettiva sugli artisti protagonisti di quel momento storico e sociale. La seconda tappa del progetto prenderà forma attraverso la persona di Cesare Marraccini, "il profeta sorridente", protagonista, nella sua veste di collezionista e amico di molti artisti, di quell'Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Per la prima volta il meglio della sua importante collezione viene proposto in un'unica mostra.

Ad essere "svelate" in Palazzo Corbelli sono 50 opere di artisti quali Paolo Baratella, Giuseppe Guerreschi, Sergio Sarri, Ercole Pignatelli, Luca Alinari, Titina Maselli, James McGarrell, Gerard Tisserand, Rod Dudley, Carlos Mensa, Sergio Fergola, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Valeriano Trubbiani, Antonio Recalcati, Giacomo Spadari, Umberto Mariani, Guido Biasi, Sergio Vacchi. Se la Pop italiana matura dopo la famosa Biennale di Venezia del '64, proponendo una versione molto personale e intima dell'omologo movimento americano e internazionale, la Nuova Figurazione svilupperà il suo apice produttivo nel decennio 1965-'75. Ne propone però una versione più polemica e politicizzata, che attinge i propri mezzi espressivi dalla 'comunicazione visiva' delle manifestazioni di piazza e di fabbrica, dai tazebao del '68 universitario e dai cortei che attraversano il Paese in tutte le direzioni Cesare Marraccini e' stato venditore di sementi nei mercati, marinaio, commerciante.

La passione per l'arte è nata poi dalla frequentazione di un gruppo di pittori abruzzesi, e successivamente dalla consuetudine con le romane gallerie Ciack, Babbuino, Studio Condotti, Fante di Spade e con Crispolti e Duilio Morosini e poi con Ragghianti, Del Guercio, Vespignani, Trubbiani e Titina Maselli. Un punto di svolta è stato il suo legame con il gruppo di artisti milanesi; "Da sempre era rimasto colpito dall'opera di Baratella con il quale ha stabilito nel tempo rapporti di stretta amicizia, ricorda il figlio... Tramite Paolo Baratella sono arrivati Spadari, De Filippi, Sarri e Mariani e tanti altri". La mostra è corredata da un ricco catalogo per la cura di Marco Meneguzzo, con testi di Roberto Saibene, Enrico Morteo, Francesca Caputo, Matteo Guarnaccia, edito per l'occasione dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, con la completa rendicontazione delle opere esposte nelle due mostre, arricchita da voci, interviste ai protagonisti e inserti inediti con le ristampe anastatiche di label, progetti e fanzine della controcultura. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Sergio Alberti - Struttura interrotta - bronzo cm.53x46x15 2006 Sergio Alberti
Voci di forme rivelate


termina lo 03 febbraio 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

La mostra presenta una selezione di opere compendio della ricerca più recente di Sergio Alberti caratterizzata dall'uso di materiali tra sé difformi ma armonizzati dall'autore nella forma scultorea. Il bronzo si sposa con l'acciaio inox, unione solitamente ardita, ma compatibile e omogena nella capacità creativa dell'autore così come la terracotta, l'acciaio e la resina. E la carta, il cartone, assemblato, inciso, segnato, strappato, con contrasti cromatici tra chiaro e scuro a formare su superfici piane rilievi e spessori. Un excursus sulla forma, la luce e la materia, elementi primari nell'opera di Alberti. Catalogo in galleria. Testi di Claudio Cerritelli e Stefano Cortina.

Scrive Claudio Cerritelli nel saggio di presentazione: "Si tratta di estrazioni della sostanza profonda della materia, transiti di energia tangibile, trasmutazioni di forme primarie, geografie interiori che alludono alla totalità dello spazio attraverso incursioni negli spessori della superficie, mirando a sovrapporre molteplici soglie dell'ignoto... L'alternarsi di superfici lisce (l'acciaio) e ruvide (il bronzo, la terracotta) comporta il diversificarsi della luce, il contrasto tra la costruzione razionale e la frantumazione espressiva, come se la perfezione levigata e la disgregazione della materia potessero comunicare il valore dominante di una costante tensione bipolare...

Tornando alla scultura, va notato che Alberti adotta spesso l'andamento verticale per sviluppare il desiderio di sconfinamento, aspirazione a uscire dalla forma definita per conquistare l'utopia smisurata dell'altrove. Lo slancio verso l'alto domina in diverse opere attraverso articolazioni e concatenazioni di elementi che cambiano ripetutamente direzione e angolazione, variazioni di una tensione plastica che rinnova il rapporto con l'ambiente alternando ombre e luci, vuoti e pieni, linee nette e asperità. Lo spettatore è sollecitato a muoversi lungo tutti i punti di vista dell'opera, valutando come si modifica il dialogo tra i materiali, acciaio e terracotta in primo piano, congiunzione tra elementi materici e strutture metalliche studiate per suggerire la divaricazione dei piani." (Comunicato stampa)




Dario Ballantini - Il vecchio e il nuovo - bronzo cm.21x65x30 2016 Dario Ballantini: "Dipinti Sculture Video"
termina il 27 gennaio 2018
Galleria Ghiggini 1822 - Varese
www.ghiggini.it

L'artista torna a Varese dopo il progetto Identità Artefatte realizzato nel 2015 ed è nuovamente protagonista con una serie di opere frutto della sua più recente scelta espressiva. In esposizione - a cura di Massimo Licinio - non solo lavori su tela e carta in cui si ritrova il tema caro all'artista, ovvero quello del volto senza identità specifica, ma soprattutto la scultura. In questa occasione viene presentata al pubblico la ricerca che Dario Ballantini ha rivolto alla forma tridimensionale. Quasi ora e Il vecchio e il nuovo sono il manifesto dell'alternativa esperienza creativa che l'artista livornese ha deciso di intraprendere: sculture in bronzo che non presentano la carica cromatica dei suoi dipinti, ma allo stesso modo affascinano il fruitore per la loro efficace essenzialità.

Dario Ballantini (Livorno, 1964) svolge l'attività pittorica e quella teatrale di trasformismo da oltre 30 anni. La sua carriera espositiva inizia nel 1986, è un artista gestuale affascinato dall'espressionismo e dall'Action painting e arricchisce i suoi dipinti con colature e colpi di pennello. Al suo attivo partecipazioni a esposizioni collettive e mostre personali in Italia e all'estero, ha preso parte alla 54° Biennale d'Arte di Venezia e nell'ambito di Italy-Miami, a friendship in art ha contribuito ad arricchire la parete d'ingresso della Metropolitan International School della città e realizzando anche una live perfomance al Wynwood&Walls. (Comunicato stampa)




Fausto De Nisco - opera dalla mostra Intrichi e radure nel bosco della pittura Opera nella mostra di Fausto De Nisco a Reggio Emilia Intrichi e radure nel bosco della pittura - mostra con opere di Fausto De Nisco Opera di Fausto De Nisco Fausto De Nisco
Intrichi e radure nel bosco della pittura


termina il 13 aprile 2018
BFMR & Partners - Reggio Emilia
www.bfmr.it

Curata da Sandro Parmiggiani, la mostra raccoglie una trentina di opere pittoriche realizzate negli ultimi tre anni: dipinti ad olio su tela di grandi dimensioni e lavori a tecnica mista su carta, nei quali si registra un abbondante uso del collage, tecnica d'elezione per lo studio della composizione. Il percorso espositivo è inoltre completato da un piccolo nucleo di carte degli anni Novanta.

«I dipinti di Fausto De Nisco - scrive il curatore - sono una sfida persistente a chi pensi di poterne immediatamente cogliere la bellezza e il senso attraverso uno sguardo fuggevole e sommario. Le linee che in un punto s'intrecciano e in un altro divergono, andando a formare geometrie della più varia ampiezza e natura, i colori, accostati con perizia, che trapassano da un punto, s'inabissano nel nulla e poi riaffiorano in un'altra parte del dipinto, le figurazioni che qua e là paiono germinare e prendere forma, per presto svanire e dissolversi in qualche lampo tonale: tutto concorre a definire le opere di De Nisco come luoghi di un mistero e di una rivelazione che, per coglierne qualche lacerto della genesi e dell'essenza segrete, esigono che si ripercorrano i sentieri lungo i quali si è inoltrato l'artista e si ricostruiscano le mappe che lui ha tracciato.

De Nisco, riprendendo e sviluppando alcune esperienze della pittura europea ed americana del secolo scorso, parte, nella realizzazione dei suoi dipinti, da un nucleo, figurativo o geometrico, dal quale germinano e si dipartono liane che vanno a insediarsi in un'altra parte dell'opera, dando vita a una sorta di bosco in cui s'alternano intrichi e slarghi, viluppi e radure. L'arcipelago di isole che così si va formando è generato da suggestioni che attingono alla memoria personale dell'artista, alle sue passioni pittoriche, letterarie e musicali, all'innata e via via conquistata sensibilità per i rapporti, fondati sull'alternanza di equilibri e di scarti improvvisi, tra segni, forme, colori».

Fausto De Nisco (Sassuolo, 1951) espone, dal 1984, in mostre personali e di gruppo, in gallerie private e in spazi pubblici, in Italia e all'estero. La sua prima mostra personale si è tenuta proprio a Reggio Emilia nel 1985, alla Galleria La Minima. Da allora, l'artista ha mantenuto uno stretto legame con la città che si è concretizzato con le personali "La fluidità della visione" (Palazzo Casotti, Reggio Emilia, 2009, testi di Sandro Parmiggiani e di Leonardo Conti) e "Frammenti nella memoria" (Galleria Radium Artis, San Martino in Rio, Reggio Emilia, 2013-14). (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Locandina della mostra Il ritratto di Massimo D'Azeglio alla GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino Il ritratto di Massimo D'Azeglio
29 novembre 2017 - 25 febbraio 2018
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino
www.gamtorino.it

Nata da un lavoro di ricerca condotto su fonti e documenti d'archivio, questa mostra offre l'occasione per scoprire il lavoro di indagine volto a ricostruire la storia di un dipinto e a comprenderne il significato nella cultura del suo tempo. Ne è protagonista un capolavoro della cultura romantica sinora noto come Autoritratto di Massimo d'Azeglio acquistato nell'estate del 2016 dalla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris per le collezioni della GAM. L'acquisto ha posto le basi dello studio che permette ora di rispondere a diverse domande, a partire dalla più ovvia: si tratta di un Autoritratto o piuttosto di un Ritratto? E se è così, chi ne è l'autore? Per chi fu eseguito? A quale tipo di gusto collezionistico appartiene? Quando fu presentato per la prima volta? Cosa ci restituisce della cultura del suo tempo?

Il percorso della mostra invita il visitatore a ripercorrere le fasi cruciali della ricerca, presentando venti capolavori della cultura figurativa romantica, di cui almeno dieci mai esposti a Torino, insieme a fotografie d'epoca, manoscritti e documenti originali, che portano a svelare il mistero del dipinto. L'opera può essere oggi restituita a Giuseppe Molteni (1800-1867), uno dei maggiori ritrattisti della Milano romantica, che fu legato da un rapporto di stretta e duratura amicizia con Massimo d'Azeglio (1798-1866). Dopo un lungo soggiorno a Roma, d'Azeglio era tornato a Torino nel 1829 per trasferirsi definitivamente a Milano nel marzo del 1831. Poco dopo il suo arrivo l'artista chiedeva la mano della primogenita di Alessandro Manzoni, Giulia, che avrebbe sposato nel maggio del 1831.

Accanto ad un sincero affetto, d'Azeglio non trascurava i benefici che potevano derivare alla sua carriera dall'appartenenza ad una delle famiglie culturalmente più in vista della città. Quello stesso anno egli si presentava con successo all'esposizione di Belle Arti di Brera, ponendo le basi per consolidare la sua affermazione artistica. A quel felice periodo corrisponde la selezione delle opere in mostra, che si concentra su dipinti realizzati entro gli anni 1831-1836, periodo che vide una singolare collaborazione tra d'Azeglio e Molteni sul piano artistico e commerciale. Lo testimonia un interessante acquerello di Francesco Gonin, realizzato a Milano nello stesso 1835, che raffigura d'Azeglio intento a dipingere nell'ampio e confortevole atelier di Giuseppe Molteni: sul cavalletto si riconosce la grande tela Bradamante che combatte col mago Atlante per liberar Ruggero dal castello incantato, che avrebbe presentato a Brera quello stesso anno.

Tra le tele poste sullo sfondo è riconoscibile il grande Ritratto di Alessandro Manzoni, pervaso di impeto romantico, realizzato a quattro mani da due artisti (Molteni per la figura, d'Azeglio per lo sfondo che rievoca le sponde del lago di Como), ma che Manzoni non permise mai di esporre. Questa tela, raramente concessa in prestito per la sua fragilità, si affianca in mostra a un altro capolavoro, per la prima volta esposto a Torino: si tratta del monumentale Ritratto della famiglia Belgiojoso realizzato da Molteni ed esposto a Brera in quello stesso 1831; un dipinto di grande interesse poiché rinnova l'impianto tradizionale del ritratto di famiglia e che qui assume un particolare rilievo essendo intimamente legato alla committenza del dipinto protagonista.

Il Ritratto di Massimo d'Azeglio dipinto da Giuseppe Molteni offre quindi lo spunto per ripercorrere un momento centrale nella carriera dei due artisti. Attraverso l'intensità dello sguardo il ritratto restituisce tutto il fascino di un artista maturo - d'Azeglio aveva compiuto 37 anni - che aveva ormai assunto a Milano un indiscutibile ruolo di primo piano. Con effetto attentamente studiato, la figura si staglia sullo sfondo che trascolora dall'arancio all'azzurro creando una sorta di icona dell'artista romantico. Altrettanto interessante è la scelta di rappresentarlo non con pennello e tavolozza, o nello studio, ma esaltandone le doti intellettuali, una variante che in Italia non aveva ancora molti precedenti, ma che per il talento di d'Azeglio, pittore e scrittore, riusciva calzante.

La cura della mostra è affidata a Virginia Bertone, conservatore capo della GAM, che alla figura di Massimo d'Azeglio ha dedicato diversi studi e che è stata la responsabile dell'ampia campagna di studio condotta sul fondo d'Azeglio conservato nelle collezioni della GAM (266 dipinti e 28 album che contengono oltre 1300 disegni). Ad affiancarla è Alessandro Botta, dottorando in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università di Udine, che in questa occasione si è concentrato sulla ricerca di fonti e documenti coevi. Il catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, rinnova la tradizione degli studi scientifici che nel tempo hanno accompagnato la prestigiosa raccolta della Fondazione De Fornaris, la cui finalità è di arricchire le raccolte della GAM-Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. (Comunicato stampa)

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Ingrandimento della locandina della mostra




Opera di Fumitaka Kudo in mostra allo Spazio Aperto San Fedele di Milano Fumitaka Kudo
Shinkai. Abissi


termina il 27 gennaio 2018
Spazio Aperto San Fedele - Milano
www.centrosanfedele.net

Ci sono gli abissi del mare e ci sono gli abissi dell'anima. Ma ci sono anche gli abissi della pietra. Fumitaka Kudo li conosce bene. Conosce le cavità segrete della materia, la camera d'aria nascosta nel cuore dei suoi marmi neri del Belgio, nei blocchi algidi di Carrara, nell'ardesia affilata in scaglie. Le origini della sua cultura orientale gli hanno insegnato che il vuoto è denso di significato, che la leggerezza esiste anche negli antri dei macigni. Per questo Fumitaka scava, con istinto geologico, a caccia di forme affilate o liquide, bulbi di esistenza custoditi nell'oscurità. Scava e leviga fino a raggiungere l'essenziale, il nocciolo primigenio ricoperto nei secoli da strati di sedimenti che ne hanno imprigionato il respiro.

La scultura di Fumitaka è un atto di redenzione della forma dalle costrizioni della gravità. Sagome di spade o lance, scheletri di cetacei o profili di nuotatori, figure sottili, ombre giacomettiane di un universo sommerso; riemergono tutti grazie al gesto lento, a un sapere quasi artigianale, che libera, deterge, assottiglia il superfluo. Quel che resta del mondo è un torsolo di vita che palpita nel buio e che Fumitaka insegue anche nelle sue grandi carte e incisioni: mappe, sentieri biologici, ritratti di creature, allegorie dello spirito, manifestazione fisica dell'anima di un individuo sotto fattezze animali. Sono spiriti guida, "daimon" che incarnano gli angoli della nostra coscienza. (Chiara Gatti)




Paolo Cotani - Dagli occhi della tigre - tecnica mista su tela cm.120x120 1985-87 Paolo Minoli - Piccoli fuochi - tecnica mista su tela cm.120x120 1985-87 Frammenti
Venti artisti dagli anni '50 ai giorni nostri


termina il 31 gennaio 2018
Galleria Bonioni Arte - Reggio Emilia
www.bonioniarte.it

Artisti: Carla Accardi, Franco Angeli, Mirko Baricchi, Alberto Biasi, Alighiero Boetti, Bonzanos Art Group, Renata e Cristina Cosi, Paolo Cotani, Roberto Crippa, Agenore Fabbri, Luca Freschi, Piero Gilardi, Eduard Habicher, Paolo Minoli, Simone Pellegrini, Arnaldo Pomodoro, Rudy Pulcinelli, Tancredi, Arturo Vermi, Luigi Veronesi.

Esposizione collettiva, curata da Federico Bonioni, con opere realizzate da venti artisti attivi dagli anni '50 ai giorni nostri. La mostra trae il titolo - Frammenti - da una tela di Franco Angeli riferibile ai primi anni '70. Un percorso che, attraverso opere selezionate, intende ripercorre la storia dell'arte italiana a partire dal secondo Dopoguerra, riservando particolare attenzione anche alle nuove generazioni e alla ricerca artistica contemporanea. Gli anni '50 e '60 sono rappresentati in mostra da un lavoro polimaterico di Roberto Crippa legato al Movimento Nucleare, da una carta intelata di Tancredi, da un Diario di Arturo Vermi, da una tela e da un sicofoil di Carla Accardi e da un'incisione all'acquatinta di Lucio Fontana, oltre ad un olio geometrico di Luigi Veronesi riferibile alla seconda metà del decennio precedente.

Sono ascrivibili agli anni '70 e '80, oltre all'opera di Franco Angeli che dà il titolo alla mostra, anche un dipinto di Paolo Cotani denominato Dagli occhi della tigre e una scultura sferica di Arnaldo Pomodoro. La sezione è inoltre completata da due lavori di Paolo Minoli, artista cui la Galleria ha recentemente dedicato un'ampia retrospettiva. Si riferiscono agli anni '90 e Duemila ancora un dittico di Paolo Minoli (Per il poeta, 1996), un dipinto a tecnica mista su carta di Alighiero Boetti, un rilievo su pvc di Alberto Biasi e una spiaggia in poliuretano espanso di Piero Gilardi. La scultura contemporanea è indagata, per finire, da Eduard Habicher, Rudy Pulcinelli, Luca Freschi, Renata e Cristina Cosi; la pittura da Mirko Baricchi e Simone Pellegrini.

Frammenti è parte della quarta edizione di In Contemporanea, rassegna che nel 2017 è diventata rete di gallerie, con un maggior numero di proposte distribuite nel corso dell'anno. Tra i primi appuntamenti, "In Contemporanea a Palazzo Magnani", una serie di incontri dedicati ai mestieri dell'arte. Federico Bonioni sarà ospite a Palazzo Magnani, insieme allo staff di Vicolo Folletto Art Factories, venerdì 1 dicembre, alle ore 18.30, con l'intervento "La Galleria fuori dalla Galleria. Mostre pubbliche e progetti curatoriali". Sempre nell'ambito di In Contemporanea, il 16 e il 17 dicembre 2017 si terrà In Contemporanea fiera diffusa, weekend all'insegna dell'arte con apertura delle gallerie aderenti ad orario continuato, dalle 10.00 alle 20.00. (Comunicato ufficio stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Opera di Giuseppe Laezza nella mostra Grand Tour, Luoghi e atmosfere di un Paese incantato Mikhail Tzarush - Natura morta - opera nella mostra Tra forma e suono "Grand Tour, Luoghi e atmosfere di un Paese incantato"
"Tra forma e suono"


termina il 10 febbraio 2018
Galleria RezArte Contemporanea - Reggio Emilia
www.galleriarezarte.it

Due progetti espositivi paralleli dedicati all'Ottocento italiano ed europeo e al binomio forma/suono nella pittura dell'Europa orientale. Grand Tour, Luoghi e atmosfere di un Paese incantato, a cura di Antonio Brighi, è parte di una serie di approfondimenti che RezArte Contemporanea intende dedicare alla pittura ottocentesca, da riscoprire e valorizzare. In mostra, una trentina di opere provenienti da collezioni private e realizzate in un arco temporale compreso tra gli inizi del XIX secolo e i primi decenni del Novecento. «Un viaggio virtuale - scrive il curatore - che ricalca idealmente le orme dei protagonisti del Grand Tour, dalle Alpi alla Sicilia, con l'aggiunta di alcuni nomi stranieri che contribuiscono a restituire la smagliante bellezza del nostro Paese». Il percorso espositivo comprende i dipinti di Carlo Bossoli, Léon Bouchaud, Carlo Brancaccio, Ercole Calvi, Michele Cammarano, Giuseppe Canella, Vincenzo Caprile, Beppe Ciardi, Hermann Corrodi, Giuseppe Cosenza, Adolfo Dalbesio, Eugenio Gignous, Alessandro La Volpe, Giuseppe Laezza, Francesco Lojacono, Augusto Lovatti, Alessandro Milesi, Johann Nepomuk Schödlbeger, Lazzaro Pasini, Alberto Prosdocimi, Achille Vertunni.

La mostra Tra forma e suono, realizzata in collaborazione con il Centro Culturale MIR di Novara, presenta una ventina di opere di matrice astratto informale e materico figurativa di Ion Koman (Garaghish, Moldova, 1954), Mikhail Roshnyak (Sterlitamak, Bashkiria, URSS, 1958) e Mikhail Tzarush (Ungeni, Moldova, 1948), realizzate dal 1993 al 2017. Come spiega Vitaly Patsyukov, autore del testo critico in catalogo e Direttore del Dipartimento Progetti Sperimentali per l'Arte Contemporanea del Ministero della Cultura della Federazione Russa, l'esposizione si pone in dialogo con la mostra Kandinsky-Cage: Musica e Spirituale nell'Arte, allestita a Palazzo Magnani. I tre artisti, tutti nati negli anni '40 e '50, sono accomunati da esperienza storica, appartenenza geografica, interesse per forma e suono. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Giuseppe Biasio - E300 - tecnica mista su tela Giuseppe Biasio: "Opere 1973 - 20.."
termina lo 04 febbraio 2018
Palazzo della Corgna - Castiglione del Lago (Perugia)

Le opere di Giuseppe Biasio aprono la nuova stagione di collaborazione tra Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago e Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto. Il quadro di Biasio è un oggetto denso, quasi geologico nella sua complessità di segni, gesti e materie. Cattura lo sguardo per la sua forza compositiva. La mostra personale dell'artista Giuseppe Biasio - a cura di Gianluca Marziani - apre una nuova stagione importante per Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago. Il progetto fa parte di un programma espositivo che nei prossimi anni porterà in diversi borghi umbri alcuni progetti di Palazzo Collicola Arti Visive, il museo d'arte contemporanea di Spoleto diretto da Gianluca Marziani. Si tratta di mostre personali, legate ad artisti italiani che meritano nuove e ritrovate attenzioni da parte del pubblico e della critica.

Giuseppe Biasio (Padova, 1928) racconta una bella vicenda italiana dai risvolti ammirevoli. E la storia di un uomo che fin da giovane ha frequentato l'umanità internazionale dell'arte contemporanea, maestri come Robert Rauschenberg o Antoni Tàpies, molte Biennali veneziane in presa diretta, altri giganti come Julian Schnabel, Mario Schifano, Emilio Vedova... tutto ciò, inutile dirlo, ha poi trovato una forma propria, non limitando l'effetto al presenzialismo ma agendo sulle cause, sulle motivazioni, sull'ispirazione, nonché sui materiali e temi che ogni quadro affrontava e ancora affronta. Quella di Biasio è una battaglia feroce nel mare benevolo di una laguna addomesticata, un ingaggio nel pragmatismo del fuoco d'ispirazione, senza disperdersi nel salto sregolato, semmai avendo disciplina iconografica e ordine mentale, restando in equilibrio tra vita e arte, esperienza e riflessione, dentro e fuori, citazione e autonomia.

Luciano Caprile: "A Giuseppe Biasio è successo e sta ancora accadendo questo miracolo che gli permette di estrarre da sé e di offrirci, con ricorrente impegno maieutico, ciò che la sua sensibilità ha raccolto in tanti anni di frequentazione del mondo dell'arte ad alti livelli. La sua non è soltanto un'esibizione di esperienze, il suo non è un compito trasferito in bella calligrafia ma è il frutto evidente di quella qualità, concettuale ed esecutiva, che lo colloca nel solco dei maestri che egli ha conosciuto di persona o che ha ammirato attraverso la partecipata contemplazione delle loro opere".

Una cosa salta subito in evidenza: Biasio non è il pittore che puoi chiudere in un genere. Resta saldamente fuori dalla dicotomia astratto/figurativo, anche perché fin dal 1973 sembrò trovare in Rauschenberg un nume tutelare, da carpire e metabolizzare in chiave propria. Tanti hanno provato a ispirarsi all'americano, va detto, ma pochi hanno identificato una cifra grammaticale che si definisca autografa. Perché lo snodo, oggi come ieri, non è tanto la citazione quanto la rigenerazione, che è cosa ben diversa dal copiare o ispirarsi passivamente. Biasio, capendo il meccanismo "digestivo" di Rauschenberg, ne ha ricalcato gli strumenti relazionali, l'approccio davanti allo scarto sociale, davanti ai frammenti del consumo, davanti al dramma come diapason dell'umanità. Da qui ha fatto proprio il meccanismo d'ingaggio, definendo una coscienza figurativa, omogenea nel suo impianto compositivo. A quel punto, intrapreso il limbo che unisce astrazione apparente e figurazione dichiarata, il gioco era fatto. O meglio, il carico informativo iniziava a codificarsi, supportando così l'impianto espressivo, da riempire con i frammenti che via via scovava, selezionava e inglobava nel quadro.

Virginia Baradel: "Ogni opera è un progetto di base spaziale, un quadro di attrazione per le infinite meteore viaggianti. La combinazione prevede una base di tela grossa, a vista, cucita e strappata, solida ed eloquente, che garantisca la permanenza dopo l'atterraggio, una base resistente all'urto, e poi segni di due nature un tempo distinte: l'una energetica, gestuale, missilistica con i corollari spaziali di nebulose e costellazioni di scie, gocciole, sgorbi e tracciati di perdite; l'altra impressiva di lettere, numeri, parole in forma di pittura, immagini che scardinano la petulanza metropolitana per diventare reperti dell'epistolario solitario dell'artista. [...] La pittura come una zattera vagante nello spazio, forte di tela, cucita e ricucita, su cui saltano i segni, gocce e cifre si mettono in salvo, parole e vapori, buchi neri e timbri doganali e poi un corso periglioso, nella tempesta, tra il vento e i flutti scomposti. Ogni opera è, alla fine, una zattera dopo la tempesta, a mare aperto e piatto: la luce chiara dell'aurora rivela ogni cosa, tutti i segni imbarcati in una deriva che si trasforma in pittura".

Gianluca Marziani: "Il quadro di Biasio è un oggetto denso, quasi geologico nella sua complessità di segni, gesti e materie. Rivela una biologia interna ad alta frequenza mediale, una specie di scandaglio che preleva scarti dagli strati solidi del pianeta. Le superfici (tavola o tela) registrano la sintesi del suo comporre i frammenti su un ideale pentagramma figurativo, così da evocare note metalliche su soffici atmosfere ambientali. Le dominanti in grigio dei fondali sono l'atmosfera che accoglie e sostiene, potremmo dire le fondamenta che reggono i piani del palazzo pittorico. Ogni finestra, al confine tra cielo e universo domestico, incarna la ragione del singolo quadro, la sua lotta tra sedimentazione e assorbimento".

Risulta evidente la qualità morale di Biasio, il suo nervo scoperto davanti alla deriva umanitaria. I frammenti rigenerati reclamano un mondo con minori diseguaglianze sociali, maggiore ripartizione dei beni, minore spreco di risorse, maggiore distribuzione energetica. Sono tanti anni, ad esempio, che Biasio ingloba brandelli di origine cinese, a conferma di un occhio clinico sulla patologia merceologica. Quegli ideogrammi, simili al peso degli utensili anni Sessanta per Jim Dine, alzano l'allarme sociale per dare spazio a un'evidenza diffusa. Direi che il tema orientale ossessiona giustamente l'arte di Biasio; così come la tematica fumante del Medioriente, con la vicenda di Palmira in primis, sta occupando gli esiti recenti della sua pittura.

L'approccio stilistico non cambia tra i cicli, semmai mutano i frammenti e il loro esito compositivo. Ogni quadro mostra un proprio codice materico, una spinta che annega i brandelli o li lascia galleggiare, talvolta intravedere, altre volte emergere nella loro nettezza storica. Quel codice modifica il ritmo del pennello, addensa o ammorbidisce il colore, abbassa o alza la luminosità endogena, rileva una priorità prospettica. Il colore si prende cura delle tracce sparse, offre ai frammenti una superficie d'accoglienza, una dimora che li accolga nella permanenza metafisica del quadro. (Comunicato Ufficio Stampa Sistema Museo)

Locandina della mostra




Opera di Mauro Molinari nella locandina della mostra Prospettive del Terzo Millennio al Museo d'Arte Contemporanea di Acri Prospettive del Terzo Millennio
Rassegna di Arte Contemporanea
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termina il 25 febbraio 2018
MACA Museo d'Arte Contemporanea di Acri (Palazzo Sanseverino) - Acri (Cosenza)
www.museomaca.it

Operatori e operatrici si sono dati convegno, di nuovo, per incrociarsi in Calabria, dopo la rassegna "Periscopio sull'arte in Italia 2016", allestita al Castello Ducale di Corigliano Calabro (Cosenza), e, a inizio dicembre 2017, si ritrovano al MACA, per la rassegna, a cura di Giorgio Di Genova ed Enzo Le Pera, Pittori, scultori, designers, fotografi, grafici,... convenuti in Calabria con diverse opere si propongono, senza problemi; e ciò ci fa intendere che si ha voglia di un confronto aperto, senza questioni inespresse. Il lusso dell'incontro e la consistenza dello scontro motivano presenze di rispetto. L'importante, per chi opera nel mondo delle arti visive, è profilare nei nuovi segmenti interpretativi. Le opere d'arte sono veri e propri strumenti, nonché utili dispositivi visivi, per esplorare "l'identità del mondo", per cribrare le cognizioni del sé e, inoltre, classificano secoli; le più qualificate immagini diventano icone del tempo e del pensiero umano. Una giuria, costituita da Giorgio Di Genova, Enzo Le Pera, Tiziana Todi e Maurizio Vitiello, sceglierà due artisti meritevoli per la realizzazione di due personali, una a Roma, nella storica galleria "Vittoria", in via Margutta, e l'altra a Cosenza, alla galleria "Il Triangolo", nonché l'assegnazione di quattro targhe e attestazioni di merito.

Acri è una città in provincia di Cosenza situata a 720 metri ai piedi della Sila, ricca di storia, che va dagli Enotri ai Bruzi. Il suo nome deriva da akra (sommità). Nella zona della città vecchia si erge, spiccando tra piccoli edifici, Palazzo Sanseverino, edificato nel '700 per iniziativa di Giuseppe Leopoldo Sanseverino. Abbandonato alla metà del '900, il Comune di Acri decise di recuperare il Palazzo Sanseverino, che aveva subìto alcune lesioni per crolli, avviando nel 1986 i necessari lavori, che si sono conclusi nel 2000. Dotato di 30 sale per un totale di 3.000 metri quadri, distribuiti su quattro piani. Nel giugno 2006 venne inaugurato come MACA - Collezione Permanente Silvio Vigliaturo -, in quanto sono conservate oltre 200 opere donate dall'artista calabrese alla Città di Acri.

Da allora, il MACA s'è fatto conoscere per le sue attività, che hanno richiamato dalla Calabria e dall'Italia appassionati, galleristi, collezionisti, nonché visitatori dall'Europa e dagli Stati Uniti. Un accenno merita la "location": il Palazzo Sanseverino Falcone appartenne alla potente famiglia calabrese dei Sanseverino principi di Bisignano e feudatari di Acri, edificato nel XVII secolo venne ristrutturato nel 1720 dal maestro Vangerio di Rogliano su commissione di Leopoldo Sanseverino. Si erge su quattro livelli, in pianta quadrangolare con un grande cortile centrale, i primi due piani erano utilizzati dalla guardie, mentre l'ultimo dalla servitù e dalle cucine, solo il secondo piano era residenza della nobile famiglia e si componeva di diverse sale.

Nella sala d'ingresso sono visibili affreschi di significato criptico e alchemico, probabilmente legati alla storia personale dei committenti, tra i maggiori si evidenziano quelli realizzati tra il 1714 e il 1718 dall'artista napoletano Donato Vitale: l'Allegoria del tempo e il Ratto di Proserpina. Il MACA annovera nella sua collezione permanente, inoltre, una serie di 66 opere grafiche di grandi nomi del '900 italiano (tra gli altri: De Chirico, Schifano, Morlotti, Scanavino e Nespolo), frutto della donazione del collezionista Germano Patrito, un'opera dello scultore Dorino Ouvrier e un'opera pittorica di alcuni artisti: Luigi Le Voci, Francesco Guerrieri, Fritz Baungartner. Queste ultime opere sono state donate al museo dagli artisti stessi o dai loro eredi. (Comunicato stampa)




Zio Ziegler - Threshold of Abstraction - gouache on canvas cm.45x35 2017 Daniel Gibson | Zio Ziegler
Picasso Post Punk


termina il 25 gennaio 2018
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano
www.colomboarte.com

Lo diceva Brian Eno, chiunque nella vita abbia ascoltato i Velvet Underground ha avuto la tentazione di formare una rock band. Allo stesso modo, chiunque si sia cimentato con la pittura almeno una volta si è sentito Picasso. Niente da fare, il genio di Malaga nella sua lunga carriera ha posto le basi per influenzare le generazioni successive in un processo ben lungi dall'interrompersi, anche se sono passati oltre quarant'anni dalla sua morte. Dopo aver attraversato le avanguardie europee, Picasso è "sbarcato" in America, influenzandone la produzione artistica almeno quanto Marcel Duchamp, dalle visioni surreali della stagione iniziale di Gorky, De Kooning e Rothko, fino al "primo pittore autenticamente americano", Jackson Pollock: in attesa di scoprire il Dripping che lo rese famoso, il talento maledetto così amato da Peggy Guggenheim rielabora segni e grafie intrise di picassismo. Finisce lì? Niente affatto. Picasso si respira a lungo nella Street Art, in una versione alternativa e graffiante che ne esalta la più assoluta libertà creativa.

Persino il regista-fotografo Larry Clark si interroga sulla contemporaneità di quest'opera così universale, intitolando una sua celebre mostra del 2003 (e un libro introvabile) Punk Picasso. Al tempo così scriveva Roberta Smith sul New York Times: "The show's title aligns his efforts with the 20th-century paradigm of histrionic autobiographical aesthetics. Dream on". La suggestione attuale parte da qui. Siamo tutti Picasso? La risposta la offrono due artisti proposti da Antonio Colombo Arte Contemporanea. Il primo, Zio Ziegler è (si fa per dire) una vecchia conoscenza, l'altro, Daniel Gibson, una stagionale new entry.

Zio Ziegler (Mill Valley, California, 1988), dopo la prima esposizione a Milano nel 2014 ha visto crescere esponenzialmente la sua carriera diventando un punto di riferimento nella cultura alternativa americana. La sua nuova produzione vira ulteriormente verso una pittura sempre più colta e consapevole dei propri mezzi, in cui le matrici sorpassano l'ambito della citazione per divenire vero e proprio stile, linguaggio. Nei dipinti come Back from the Grand Utah II, If you stand on your hands have you lifted the earth I, la lezione picassiana, filtrata ovviamente dal linguaggio pollockiano, in un mondo surreale di colori e segni, mentre la serie Red Ground ne rende visibileun'ulteriore trasformazione verso la cultura urbana. Zio Ziegler ha studiato filosofia alla Brown University e pittura alla Rhode Island School of Design.

Tutti questi lavori sono inediti e prodotti nel 2017. Daniel Gibson (Yuma - Ariziona, 1977) ha una storia artistica anch'egli prevalentemente californiana. Espone per la prima volta in Italia tele e carte che esaltano l'originalità del segno grafico, in gran parte in bianco e nero, quasi a prendere spunto dal Picasso di Guernica, ad esempio in Bull Fight, nell'ironico Her Studio Shot. Un lavoro originale e intrigante, ancora da scoprire, che ribadisce una volta di più la necessità di un'origine colta per chi ha ancora voglia di cimentarsi oggi nella pittura. Per chi ci crede. Ecco perché Picasso Post Punk. Contro ogni forma di accademismo, d'accordo. Alla prima mostra in Italia da Antonio Colombo Arte Contemporanea, vanta all'attivo diverse participazioni tra personali e collettive. (Comunicato stampa)




Opera di Esther Pearl Watson dalla mostra Starship Pegasus alla Antonio Colombo Arte Contemporanea di Milano Esther Pearl Watson: Starship Pegasus
termina il 27 gennaio 2017
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

Seconda personale di Esther Pearl Watson in galleria. Dal nome di quella che era un'attrazione per viaggiatori, una navicella spaziale adibita a ristorante a tema, il titolo della mostra richiama la Monolithic Dome situata nella località di Italy, in Texas, in cui l'artista ricorda di essersi imbattuta, credendo di ritrovarsi nei pressi di un U.F.O. Particolare è il rapporto che si è generato da questo incontro casuale: nei pressi dei luoghi dove Esther ha vissuto, nello stato del Texas, la presenza di un'istallazione il cui nome rimanda alle origini italiane della sua famiglia, diventa un pretesto per ricordare.

Le opere in mostra presentano paesaggi pieni di queste memorie, di campi dove sognare il futuro sotto cieli stellati, delle strade di Ferno, percorse in bicicletta per andare ad osservare gli aerei decollare. Ad accompagnare le scene di vita quotidiana, i notturni mostrano come soggetti galassie, cieli stellati e agglomerati di stelle. La ricerca dell'artista attorno al rapporto tra passato e futuro nasce dal convivere di queste suggestioni: stimolata da una visione di ricordi, legati a quelle invenzioni del padre, inventore di dischi volanti costruiti con pezzi di motori e rottami, che costellano il suo passato con la loro rassicurante presenza, si evolve nell'intraprendere un viaggio verso un nuovo orizzonte futuro, di speranze e aspirazioni, da vivere in un'atmosfera di sogno e desiderio.

Esther Pearl Watson (Francoforte, 1973) è considerata dai critici un'artista insider-outsider, in quanto usa un linguaggio pittorico autodidatta, nonostante il diploma in pittura ottenuto al California Institute Of The Arts di Valencia (California). Oltre a insegnare all'Art Center College Of Design di Pasadena (California), è autrice di numerosi fumetti, fra i quali la pubblicazione di culto Unlovable. Oggi il fumetto è stato prodotto, in collaborazione con l'artista Mark Todd e Cartoon Network, come corto animato. (Comunicato stampa)




Massimiliano Aliato. Ghost?
termina lo 04 febbraio 2018
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma

Il Museo Andersen si ripopola quasi magicamente con la famiglia dello scultore Hendrik Christian, grazie alle opere di Massimiliano Alioto, che nel suo Dna coltiva la vocazione a riattivare le memorie del passato sotto il segno della tradizione in divenire. Così il titolo della mostra, "Ghosts?", col punto interrogativo, partendo dal titolo di un gruppo di quadri realizzati per l'occasione ("Ghost town"), intende appunto suggerire apparizioni e presenze in bilico fra realtà e visione, sogno e memoria, ricostruzione filologica e immaginazione. Attraverso 33 quadri, 8 disegni ed un'installazione sembrano tornati a Villa Helene gli Andersen: lo scultore Hendrik Christian, sua madre Helene, i fratelli Andreas e Arthur, la sorella adottiva Lucia Lice, la cognata Olivia Cushing. E non mancano, fra gli altri, Henry James ed Ernest Hèbrard, l'architetto francese che collaborò con Hendrik al progetto per "The World Communication Centre".

Come scrive Gabriele Simongini, curatore della mostra, "i cent'anni precisi che separano i due artisti (Hendrik Christian Andersen è nato nel 1872 e Massimiliano Alioto nel 1972: misteriosa alchimia dei numeri...) si azzerano completamente, forse perché a Roma, come diceva Henry James, amico strettissimo di Hendrik, "il tempo si disintegra". Fra loro si è creata un' osmosi misteriosa fatta di affinità elettive che si nutrono di analogie e soprattutto di contrasti".

La mostra e le opere di Alioto nascono in stretta osmosi con la storia e le atmosfere del Museo Andersen, in accordo con le linee guida delle esposizioni temporanee presentate nell'ambito del Polo Museale del Lazio, di cui il Museo Andersen fa parte. Così, agli occhi di Alioto ciò che è giunto a noi attraverso le sculture monumentali di Andersen, i suoi progetti, i rapporti intellettuali intrattenuti con insigni personalità, la caparbietà di perseguire un'utopia purtroppo irrealizzata ("The World Communication Centre"), rappresentano nel loro complesso la genesi di un'opera totale, articolata e grandiosa, che a sua volta arricchisce, incoraggia ed alimenta l'utopia dello spettatore. (...)

Alioto prova a ricreare il mondo "reale" di Andersen, fatto di vite, personaggi, incontri e situazioni, che rievochino al contempo la sua utopia mai compiuta. Il viaggio nel tempo della famiglia Andersen e dei suoi amici porta con sé tante trasformazioni e quei volti non sono mai pure citazioni "fotografiche", emergono invece da uno spazio amniotico che li rigenera in una dimensione liquida, dilavata, talvolta caleidoscopica, frantumata in mille riflessi, e soprattutto percorsa dalle interferenze dello spettro solare. (...) In occasione della mostra, realizzata in collaborazione con DL Arte e M77 Gallery, verrà pubblicato da De Luca editore un catalogo con un testo introduttivo di Maria Giuseppina Di Monte, un saggio di Gabriele Simongini, un'intervista all'artista di Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci e le riproduzioni delle opere esposte.

Massimiliano Alioto (Brindisi, 1972) studia al Liceo Artistico e successivamente all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Dal 1994 inizia ad esporre le proprie opere in Italia, dal Caffè storico letterario delle Giubbe Rosse di Firenze ad importanti gallerie e spazi pubblici di Roma e Milano. Nel 2004 espone per la prima volta a New York, presso Scope Art. Nel 2017 ha tenuto la sua ultima personale, intitolata "Asfissia" e presentata negli spazi M.A.C. Fondazione Maimeri, a Milano. (Estratto da comunicato stampa)




Call for Iolas' House
termina il 28 febbraio 2018
Galleria Credito Siciliano - Acireale (Catania)

La mostra a cura di Stefania Briccola, Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio - prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese - è dedicata alla villa-relitto del leggendario gallerista Alexander Iolas (Alessandria d'Egitto, 25 marzo 1907 - New York, 8 giugno 1987). Alexander Iolas fu il primo direttore artistico della Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline di Milano- e colui che commissionò ad Andy Warhol il dipinto The Last Supper - oggi in collezione Creval - ispirato dal capolavoro di Leonardo da Vinci situato proprio di fronte alla Galleria.

La villa, costruita fra il 1965 e il 1968 ad Agia Paraskevi ad Atene con il contributo di svariati architetti e con la consulenza degli stessi artisti, nelle intenzioni del suo proprietario doveva diventare un museo vivo dedicato all'arte contemporanea, ma oggi è solo un monumento dedito all'assenza e al declino: dopo la morte improvvisa di Iolas, dapprima l'importante collezione di opere d'arte contemporanea e antica, poi le partizioni ornamentali con gli arredi interni ed esterni, sono stati sottratti. La mostra che prende avvio in Sicilia, a Palazzo Costa Grimaldi ad Acireale (Catania), focalizzerà la triste ed avvincente storia della villa attraverso le testimonianze di alcuni artisti e galleristi che vi hanno lavorato o risieduto occasionalmente (tra cui Novello Finotti, Fausta Squatriti, Marina Karella, Renos Xippas), accresciuta dai racconti del suo biografo ateniese e di altre figure, italiane ed internazionali, appartenute a vario titolo alla 'scuderia Iolas' nel secondo dopoguerra, oggi assurte al ruolo di personalità della cultura e delle arti sulla scena internazionale.

Il titolo Call for Iolas House suggerisce un monito e contemporaneamente una richiesta. La speranza dei curatori è quella di focalizzare l'attenzione del pubblico attorno a un autentico sito archeologico della contemporaneità attualmente non riconosciuto, tracciandone al contempo una prospettiva di rinascita come luogo di scambio e di produzione della cultura del contemporaneo. La storia dell'arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal suo leggendario fondatore, mercante e collezionista. Dentro furono sistemate, in forma quasi sempre complementare allo spazio architettonico e all'affascinante giardino attico che la circonda, opere di Warhol, Ernst, Brauner, de Saint Phalle, Tinguely, Takis, Fontana, Finotti, Karella, De Chirico, Berrocal, Mattiacci e numerosi altri protagonisti delle avanguardie del XX secolo, della Pop Art e del Nouveau Réalisme.

La perdita, certo definitiva vista la dispersione commerciale e lo smembramento, della collezione Iolas avvenuta negli ultimi trent'anni, impone al progetto espositivo due percorsi: quello dell'esposizione di una serie di opere 'di confronto', esperibili nelle collezioni private internazionali e nella collezione del Credito Valtellinese e quello della ricostruzione scenografica di selezionate installazioni artistiche della villa, attraverso il re-made dei capolavori perduti. In quest'ultimo intervento la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese ha voluto coinvolgere allievi ed insegnanti dei licei artistici di Giarre, in provincia di Catania, e di Morbegno in provincia di Sondrio.

In mostra anche un video originale con le testimonianze di personalità che furono vicine a Iolas. Dal suo biografo Nikos Stathoulis, ad André Mourge, che fu suo compagno di vita, ad artisti come Marina Karella, Fausta Squatriti, Novello Finotti. Ma anche testimonianze di chi lavorò con lui e di semplici "uomini della strada" che, nella Atene di oggi mostrano l'oblio in cui sembra essere caduto "Alessandro il Grande", uno dei mercanti più famosi al mondo di cui nessuno ha sentito parlare. E con lui, la sua mitica casa in Agia. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Drik Dickinson - Inside 41 - archival pigmented print su carta Hahnemuhle cm.40,5x40,5 2017 Drik Dickinson. Inside
termina lo 03 febbraio 2018
Studio la Città - Lungadige Galtarossa 21 - Verona
www.studiolacitta.it

Nuova ed inedita serie di lavori dell'artista - veneziana di nascita ma irlandese d'adozione Drik Dickinson. Esposte, a cura di Laura Cicci De Biase, una selezione di dieci fotografie tratte dall'omonima serie in cui l'artista, da sempre intimamente legata al tema della Vanitas, evolve. In questi suoi ultimi lavori, la rappresentazione della caducità della vita, dello scorrere inesorabile del tempo, si arricchiscono di oggetti completamente artificiali che l'artista accosta ai tradizionali elementi naturali (fiori, erba, foglie ecc.) mettendo letteralmente "in scena" una composizione in cui ciò che è reale e ciò che è fasullo si fondono e risultano difficilmente scindibili all'occhio dell'osservatore. L'acqua rimane per la Dickinson un costituente imprescindibile, sia visivamente che allegoricamente, ma qui si carica di nuovi significati: non si tratta più di composizioni cauali dove l'artista, en plain air, attende che il tempo, la corrente, la luce, determinino la stuttura del suo scatto.

In questa nuova serie di fotografie soggetti sono immortalati in studio dove spesso l'elemento acquatico è costretto in secchi, recipienti avvolti da strati di plastica e dove, a volte, l'elemento floreale è invece finto, sia esso nel pieno della sua fioritura o nella fragilità del suo avvizzimento. L'artista stessa, nel catalogo pubblicato in occasione della sua prima personale a Mantova, descrive con queste parole il contetto che sta alla base del suo lavoro: "L'acqua, visione e allegoria, è il tema che mi domina. La trasparenza mi porta al fondo oltre lo specchio, il fondo mi riporta alle domande della superficie. Continuare e fermare: a volte ho l'impressione che il mio lavoro sia una testimonianza privata, da confessare a nessuno, sulla caducità della vita come la sento, come si presenta ai miei occhi, materialmente."

Nello stesso catalogo, Maurizio Cucchi cita i pittori fiamminghi da cui probabilmente l'artista ha tratto ispirazione, in particolare per l'esattezza del dettaglio e la nitidezza delle sue immagini: "Il tema, la vanitas, è in effetti centrale anche nelle fotografie di Drik Dickinson dove l'intreccio si fa, insieme, impeccabile e sottile, anzi, sottilissimo, come il raro disegno su una cangiante pellicola di luci e ombre, il cui poco spessore sembra esprimere la precarietà della bellezza, il senso transitorio del nostro stesso esserci..."

Drik Dickinson ha studiato Scienze Naturali all'Università di Galway specializzandosi in botanica. Ha seguito contemporaneamente al National College of Art di Dublino dei corsi sulla pittura del '600 fiammingo e un corso di fotografia. Per la sua ricerca artistica si è spinta fino in Messico, nei territori dei Wiclow Mountain, nel lago Mask, nel fiume Shanon, nel Connemara, nelle Isole di Aran e al National Botanic Garden di Dublino. (Comunicato stampa)




Opera di Bruno Querci alla Galleria A Arte Invernizzi di Milano Bruno Querci
termina il 31 gennaio 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Mostra personale, in occasione della quale viene presentato un percorso espositivo che, attraverso la compresenza di lavori degli anni Ottanta e opere recenti, mette in luce gli snodi cruciali del percoso creativo dell'artista. Sin dagli albori del suo "fare pittura" Querci, protagonista di quella tendenza artistica che Filiberto Menna definì a metà anni Ottanta come astrazione povera, restituisce sulla superficie delle tele un articolato gioco di pesi percettivi in cui la dislocazione dei diversi piani definisce una complessa condizione di equilibrio, sempre diversa. Opere come Incombente (1985), Insieme (1985) e Pittura (1985), che si trovano al primo piano della galleria, mostrano come sin dal momento germinale della ricerca emerga la tendenza dell'artista a cercare di fissare il "confine di quella forma che sempre sfugge".

Il rapporto tra visibile e invisibile, che resta una tematica fondamentale di riflessione anche nelle opere recenti, si determina a partire dal vuoto, cioè dalla scelta di ridurre, e quindi di costruire attraverso la sottrazione degli elementi presenti sulla superficie. L'idea di pittura che emerge da lavori quali Minimo (1986) e Luogo (1985) è quella di un potenziale dialogo con l'infinito, in cui la luce, da un lato definisce e attiva la sembianza delle forme, dall'altro crea la possibilità di percepire in chiave sempre diversa il valore tattile delle cromie. Querci stende infatti più mani sovrapposte di pittura, bianca e nera, procedimento che determina tuttavia un "effetto di annullamento del tessuto della tela, restituendo superfici come prive di supporto materiale".

I lavori recenti, realizzati e presentati per la prima volta in questa occasione espostivia, perseguono una maggiore radicalità e si mostrano più geometricamente essenziali allo sguardo dell'osservatore. La compresenza tra i lavori esposti al piano superiore e Geometrico luce (2017), Geometrico naturale (2017), Dinamico forma (2017) e Gotico naturale (2017), rende ancor più evidente come l'artista si sia spinto sempre più a fondo nella descrizione di un potenziale dialogo con l'infinito, in cui la forma si struttura al punto tale da divenire un unicum con l'assenza, quella intrinseca, quella della forma stessa. Querci si è lasciato, e si lascia condurre dalla necessità che ciò che appare guidi "la mano dell'artista finché la forma-informe non appare, fino a che egli non rende liberi sé e l'opera riuscendo a volere ciò che la necessità di quest'ultima gli impone di volere". In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, un testo di Davide Mogetta, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Norman Bluhm - Ingot - olio su tela 63x92cm. 1960 - Courtesy Galleria Open Art Prato James Brooks - Quod - olio su tela 122x170cm. 1961 - Courtesy Galleria Open Art, Prato Made in America. Le mille luci di New York
termina il 27 gennaio 2018
Galleria Open Art - Prato

L'esposizione, curata da Mauro Stefanini, ruota attorno alla personalità di Martha Jackson che, con la sua galleria di New York ha scritto un importante capitolo della storia dell'arte contemporanea statunitense, in particolare quella dell'Espressionismo Astratto. La rassegna propone infatti 30 opere di autori quali Paul Jenkins, Sam Francis, James Brooks, Norman Bluhm, Fritz Bultman e Michael Goldberg, di altri esponenti dell'Espressionismo Astratto americano, quali John Ferren, John Grillo e Conrad Marca-Relli e di Beverly Pepper, una delle più riconosciute protagoniste, insieme a Louise Nevelson, della scultura contemporanea americana al femminile. Made in America condurrà il visitatore nel clima elettrizzante di New York, nella metà del secolo scorso. E' qui che giungono gli artisti, da Moholy-Nagy a Gropius, da Josef Albers a Piet Mondrian, in fuga dai totalitarismi che si svilupparono in Europa a partire dagli anni Trenta.

La Nuova Frontiera indicata dall'epocale mostra dell'Armory Show nel 1913, già attraversata da Marcel Duchamp e da Salvador Dalì, ora si presenta come il grande teatro nel quale le esperienze del modernismo artistico possono trovare attenzione e risonanza mondiale. Nel 1942 Peggy Guggenheim apre la galleria-museo Art of This Century; Leo Krausz (Leo Castelli), dopo le collaborazioni parigine a fianco di René Drouin, è impegnato nella ricerca dei giovani talenti che si affollano nella "Grande mela" e, nel 1957, apre la sua galleria. La "scuola di New York" sta sbocciando tumultuosa sul finire degli anni quaranta, accomunando i cultori del segno e del gesto pittorico - gli action painters - e coloro che invece prediligono le larghe campiture di colore - i color field painters.

Nel 1950, gli irascibili - come spregiativamente li chiama l'Herald Tribune - contestano vivacemente il progetto di mostra presentato dal Metropolitan Museum. Tra di essi, assieme a Barnett Newman, ci sono Jackson Pollock, Willem De Kooning, Mark Rothko, James Brooks, Robert Motherwell, Franz Kline, Conrad Marca-Relli, Clifford Still, Arshile Gorky: il cuore di quell'Espressionismo Astratto che sta ricercando un equilibrio originale tra vigore del segno e "sublime", tra astrazione e visione interiore. E nel 1953 Martha Jackson, originaria di Buffalo, apre a New York la sua galleria che, in un decennio, raccoglierà attorno a sé artisti di prim'ordine: da Jim Dine a Sam Francis, da Adolph Gottlieb a Willem De Kooning, da Claes Oldenburg a Christo, da Paul Jenkins a Norman Bluhm, da James Brooks a Hans Hofmann. Se, come lei stessa afferma, "il ruolo di un gallerista è quello di fare da mediatore tra l'artista e la società", non sorprende la sua attenzione nei confronti di una delle esperienze artistiche più radicali e irriverenti come quella nei confronti del gruppo giapponese Gutai. Accompagna la mostra un catalogo bilingue edito da Carlo Cambi Editore, con testi di Beatrice Buscaroli. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Elisa Sighicelli - Uno, trentasei e sei - fotografia stampata su raso 2017 Elisa Sighicelli: Doppio sogno
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

In occasione di Artissima e di Contemporary 2017, un nuovo progetto che mette in dialogo l'arte antica con quella contemporanea. La mostra - a cura di Clelia Arnaldi, conservatore del museo - si snoda in un percorso tra le sale del Barocco, per le quali l'artista Elisa Sighicelli ha concepito delle opere inedite e specifiche, ispirate all'architettura di Palazzo Madama. Al centro di questa ricerca, la relazione tra l'architettura e la luce. Attraverso il suo lavoro Elisa Sighicelli compie un'indagine intorno al linguaggio artistico e fotografico, alle modalità di rappresentazione e di percezione della realtà. Le finestre della Veranda juvarriana, affacciata sullo Scalone d'onore, diventano il soggetto di due grandi trittici e di alcune opere singole in un'esplorazione dell'idea di riflesso e trasparenza.

Al centro delle opere il vetro, elemento che con i suoi effetti ottici destabilizza e dissolve il soggetto degli scatti fotografici e al contempo fornisce all'artista un filtro attraverso il quale osservare l'architettura del Palazzo. La scelta accurata del supporto di stampa, un leggero tessuto serico, e la modalità di presentazione, che lascia liberi i teli di muoversi sulla parete accrescendo l'ambiguità tra il reale e il rappresentato, creano una tensione tra la fotografia come oggetto e l'immagine reale. Le fotografie sembrano così fluire, come specchi d'acqua increspati, suggerendo una visione onirica. Il trittico Riflettente trasparente esposto in Sala Quattro Stagioni presenta la finestra della Veranda Sud fotografata con la stessa inquadratura a diverse ore del giorno. La modulazione della luce, con il passaggio graduale nelle tre fotografie dai toni freddi a quelli caldi, indica lo scorrere del tempo e contribuisce a definire la profondità degli spazi.

Nel trittico Uno, trentasei e sei presentato in Camera di Madama Reale l'artista gioca con la nozione di scala e il rapporto tra le diverse dimensioni del soggetto fotografato. L'ingrandimento di un dettaglio a dimensioni monumentali suggerisce l'idea di ritrovare un universo in un particolare. Sighicelli ha inoltre approfondito la ricerca di una corrispondenza tra il soggetto della fotografia e il supporto su cui viene stampata realizzando due opere stampate direttamente su cartongesso nel Gabinetto Cinese e nella Camera Nuova. L'immagine rappresenta una porzione di parete della Veranda juvarriana ed è stampata su materiale edile. Nelle fotografie la geometria barocca della parete e delle decorazioni si sovrappone alla geometria delle ombre e dei colpi di sole prodotti dalla finestra. L'effetto luminoso risulta accentuato grazie al trattamento pittorico del supporto con pigmenti opalescenti.

Elisa Sighicelli (Torino, 1968) ha studiato arte a Londra dove ha risieduto per diciassette anni. Ha esposto con mostre personali alla Gagosian Gallery di Londra, Los Angeles, New York e Ginevra. A Londra ha esposto inoltre con MOT Interantional e Laure Genillard Gallery. In Italia con Giò Marconi a Milano e Guido Carbone a Torino. Ha avuto mostre personali in musei italiani e internazionali. (Comunicato stampa)




viadellafucina16 | Condominio-Museo
www.condominiomuseo.it

Viadellafucina16 è il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Cuore del progetto - a cura di Kaninchen-Haus, da un'idea di Brice Coniglio - è un programma di residenza per artisti nel condominio di via La Salle 16 (già "via della Fucina"), nel quartiere torinese di Porta Palazzo. Tramite un bando internazionale, che ha raccolto 442 candidature di ogni provenienza, gli artisti sono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile per realizzare opere d'arte e interventi negli spazi comuni, capaci di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio ottocentesco, oggi in stato di degrado e incuria. I progetti vengono selezionati dagli stessi abitanti del condominio (circa 200 di ogni nazionalità distribuiti in 53 appartamenti) con la mediazione di un comitato di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi di co-creazione e cura degli spazi.

Il condominio - luogo della democrazia come del conflitto, punto di intersezione tra dominio pubblico e privato - si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica e sociale, divenendo spazio simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa, così come un tempo i palazzi decorati dagli artisti rappresentavano il prestigio delle singole casate. L'ex-portineria, riaperta e presieduta da un team di giovani antropologi, si trasforma in portineria artistica per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, così da renderlo replicabile. Il programma si completa con mostre, eventi e talk organizzati nel nuovo Spazio Idiòt e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16 nel giardino comune. Viadellafucina16 costituirà un inedito innesto della pratica artistica nel tessuto vitale di una comunità circoscritta che intende dimostrare, attraverso un esperimento condotto in un contesto ridotto, come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci nella risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.




Ugo Nespolo - Fiori e farfalla - particolare, bozzetto per tappeto, tecnica mista su carta 1987 A modo mio. Nespolo tra arte, cinema e teatro
termina lo 08 aprile 2018
Centro Saint-Bénin - Aosta

Mostra dedicata all'esperienza interdisciplinare dell'artista piemontese, curata dal critico Alberto Fiz in collaborazione con il filosofo Maurizio Ferraris. Sono oltre 80 le opere esposte tra dipinti, disegni, maquettes per il teatro, sculture, ex libris, tappeti, fotografie e manifesti realizzati dal 1967 sino a oggi in un percorso spettacolare e coinvolgente, ideato per gli spazi dell'ex chiesa sconsacrata. Compare persino una barca da canottaggio di otto metri interamente decorata. Dall'arte al cinema, dai cartoon televisivi alla logica matematica sino al teatro, le opere, disposte in base a tracciati tematici, creano una costellazione nel Centro Saint-Bénin da cui emerge la versatilità di uno dei più originali e trasgressivi interpreti della scena contemporanea italiana, che ha ripercorso stili e stilemi "a modo suo", senza mai lasciarsi imbrigliare dalle convenzioni.

Il catalogo della mostra, in italiano e francese, con la pubblicazione di tutte le opere esposte, è edito da Magonza. Insieme ai saggi di Maurizio Ferraris, Alberto Fiz, Daria Jorioz e a un'intervista di Nespolo con Pietro Bellasi, contiene una serie di scritti dell'artista e testimonianze, tra gli altri, di Renato Barilli, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Gianni Rondolino, Francesco Poli e Tommaso Trini. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Betty Woodman - Betty's Room - ceramic and paint on canvas cm.220x220x26 2011 Betty Woodman
Recent Work


20 October - 18 November 2017
Galleria Lorcan O'Neill - Rome
www.lorcanoneill.com

American artist Betty Woodman began working with clay and paint in the 1950s, initially making functional objects, then gradually developing a deep relationship between the two that explores space, both real and pictorial in art works that combine lacquered ceramics and painted canvas. Betty Woodman (b. 1930) has spent most of her adult life living and working in Tuscany and in New York. Her museum exhibitions include a retrospective at the Metropolitan Museum of Art in 2006; an acclaimed exhibition at the Museo Marini in Florence that travelled to the ICA London in 2016; and a large outdoor installation at last year's Liverpool Biennial. (Press release)




Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
Galleria d'arte moderna - Palermo

Centoquaranta scatti in una grande mostra promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e organizzata da Civita in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi. E' il secondo appuntamento con i grandi maestri della Fotografia, dopo quello dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di febbraio di quest'anno. Una occasione per immergersi nel mondo del grande Maestro per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a Palermo, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto. Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera. "Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per "dare un senso" al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria.

Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione". Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale. Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale". I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme.

Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo. "Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore". Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curatore della mostra a Palermo -  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata.

Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier - Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L'allestimento attuale è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum. La rassegna vuol far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Moda & Cinema
termina il 31 gennaio 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Attraverso una selezione di celebri scatti del mondo della moda e del cinema, la mostra intende suggerire un viaggio nei cambiamenti di gusto e di costume che hanno visto protagoniste da un lato delle icone intramontabili, soggetto degli scatti, ma dall'altro anche gli stessi fotografi, veri e propri maestri nel recepire, e talvolta anticipare, questi segnali di trasformazione. Ne deriva uno spaccato poliedrico di modi di essere, di vestirsi, di mettersi in posa, di essere icone del proprio tempo che muta di pari passo all'evolversi della società e al passare degli anni. Tappa di partenza obbligata sono senz'altro gli scatti leggendari di due altrettanto leggendari maestri quali Douglas Kirkland e Bert Stern, ritrattisti delle più grandi star hollywoodiane. Nel caso di Kirkland, i suoi indimenticabili scatti di Marilyn Monroe sono ancora oggi tra le testimonianze fotografiche più belle dell'attrice. Non meno accattivanti sono i suoi ritratti a Audrey Hepburn, icona glamour e di stile la cui inossidabile bellezza, viene conservata anche negli scatti della maturità affidati a Gilles Bensimon.

Saranno in molti poi a ritrarre la splendida attrice britannica, ciascuno con il proprio carisma e la propria personalità: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. A Bert Stern, invece, spetta il privilegio di aver ritratto la Diva per eccellenza, Marilyn Monroe, nell'agosto del 1962, nelle sei settimane antecedenti la sua tragica morte in occasione di un servizio commissionato da Vogue e i cui scatti furono poi raccolti nel portfolio Marilyn Monroe: The complete Last Sitting pubblicato postumo nel 1982. In quelle immagini l'attrice appare seducente seppur fragilissima; sarebbe, infatti, morta poco dopo logorata proprio da quei demoni interiori che l'avevano spinta a disprezzare la sua figura e che finiranno col ripercuotersi persino su alcuni degli scatti in questione: sarà lei stessa a marchiare i provini delle foto con un pennarello colorato, quasi fosse una sorta di autopunizione da infliggersi.

Celebri sono anche le fotografie di autori italiani quali Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini e Tazio Secchiaroli, protagonisti di quella Dolce Vita che animava il lungo Tevere negli anni del boom economico e che aveva contribuito a consacrare sempre di più il mito di alcune personalità quali Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... Il periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta all'inizio del decennio dei Sessanta vede campeggiare due figure profondamente innovatrici quali William Klein e Gordon Parks. Merito del primo è l'aver saputo trasferire nella moda quella sperimentazione di linguaggio già applicata nel campo del reportage, ossia il ricorso ad alcuni espedienti tecnici, come l'uso di un obiettivo grandangolare e sfocature in ripresa.

Tra i suoi scatti più noti vi sono quelli realizzati durante il soggiorno nella capitale italiana in occasione della sua collaborazione per Vogue, con una Roma nel pieno del grande cinema e del boom economico: modelle che sfilano sulle strisce pedonali in piazza di Spagna, o decontestualizzate dai soliti set e immerse in brandelli di vita reale. Risultato: stampe estremamente grafiche, giocate sui contrasti, non solo black-white ma anche dell'eleganza di abiti vissuti normalmente per le strade della città. Su un versante analogo si colloca la ricerca di Gordon Parks, tra i fotografi più importanti del XX secolo, il quale preferiva ritrarre i suoi soggetti in ambientazioni reali, privilegiando spesso punti di vista insoliti e suggestivi - una finestra o una serratura, ad esempio - caricando le immagini di una forte connotazione voyeuristica.

Gli affascinanti ritratti realizzati con mosaici di polaroid da Maurizio Galimberti, Instant Polaroid artist per definizione, in grado di cogliere l'autenticità dei soggetti, per lo più star del mondo dello spettacolo, rappresentano una frontiera contemporanea della fotografia di moda e di cinema. Il francese Eric Rondepierre, a cui è valsa un'importante mostra al Moma nel 1996, si accosta al cinema tramite il recupero di vecchie pellicole cinematografiche, spesso logorate dalla cattiva conservazione o dagli inesorabili segni del tempo, e ne isola un fotogramma che diventa così il soggetto dei suoi scatti (come nella sua opera più famosa Champs-Elysèes e riferita al film Charade con Cary Grant e Audrey Hepburn).

Passato e presente convivono grazie ad una fotografia che si fa cinematografica e ricerca proprio nel dinamismo dei rapporti tra queste due discipline la sua principale fonte d'ispirazione. Diversamente Nicola Civiero, forte di un linguaggio ancora più contemporaneo, usa il mezzo fotografico per riflettere sui limiti e le costrizioni della moda e, più in generale, dello star system. Infine, un riconoscimento speciale meritano i contributi di due grandi fotografi attivi tra il 1930-1940 quali l'ungherese Martin Munkacsi e l'americana Frances McLaughlin-Gill, i cui scatti segnarono delle vere e proprie pietre miliari nel mondo della fotografia di moda, con larghe influenze su autori delle generazioni successive come Richard Avedon o Henri Cartier-Bresson. Per quanto riguarda Munkacsi, egli può essere considerato a pieno titolo il pioniere di una fotografia fatta di scatti accattivanti, ambientanti in contesti di vita quotidiana e animati da un forte dinamismo. Quell'immediatezza e spontaneità che contraddistingueva i suoi reportage sportivi si ritrova, così, anche alle pagine delle riviste di moda da lui firmate.

Allontanandosi dalla pratica di una fotografia di moda interamente concepita in studio, Munkacsi mette in scena giovani donne in buona forma fisica, calate in contesti sempre riconducibili a stili di vita dinamici e sportivi: è nel 1933, sulla spiaggia di Piping Rock, che nasce il suo scatto più famoso avente per protagonista Lucile Brokaw. La lezione di Munkacsi e l'apertura verso questo immaginario "basso", più comune e ordinario, popolato da modelle riprese in location esterne e spaccati dinamici, verrà poi proseguita anche da Frances McLaughlin-Gill, a lungo considerata l'interprete ideale delle mode giovanili. La sua abilità di cogliere l'essenza e la sensibilità di momenti fugaci o di espressioni improvvise sul volto delle modelle, in modo quasi teatrale, la renderanno una delle principali rappresentanti del versante più realistico della fotografia di moda. (Comunicato stampa)

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Through a selection of famous visuals from the world of the fashion and movie, the show "Moda & Cinema" aims to suggest a journey in the changes of taste and habits whose main character were from one side everlasting icons, subject of the images, but from the other side also the same photographers, real masters in recognizing, and sometimes anticipating, these signals of transformation. Thinking to align all the works on view to a common line it's impossible: each of them, however, because of its peculiarities, reveals us a polyhedric slice of ways to be, to dress, to strike a pose, to be icons of their time that changes together with the passing of years. Starting point will obviously be the legendary images of two as legendary photographers such as Douglas Kirkland and Bert Stern, portraitists of the most famous Hollywood stars. With regard to Kirland's production, his unforgettable shots of Marilyn Monroe are still today among the most beautiful memories of the actress.(...)

No less catchy are his portraits of Audrey Hepburn, icon of glamour and style whose untarnished beauty, characterized by a smile, has been exalted also in some photographs of the mature age done by Gilles Bensimon. There will be a lot of other authors who will take a portrait of the beautiful British actress, each of them using their own charm and personality: Henry Wolf, Andrè Sas, Daniel Cande, Terry O'Neill, Angus McBean. Bert Stern, on the contrary, has the honour of having portrayed the ultimate star Marilyn Monroe in August 1962, in the six weeks before her tragic death on the occasion of a photo shoot for Vogue, the photographs of which has been collected in the great portfolio "Marilyn Monroe: The complete Last Sitting", published posthumous in 1982. In those shots the actress appears alluring even though fragile; she will die shortly after, gripped by the interior demons that made her despise his own figure and that had an impact on some of Bert Stern's most famous photographs: she will mark some proofs with a coloured marker as if it were a self- punishment to inflict to herself.

Very famous are also some photographs of Italian authors such as Pierluigi Praturlon, Pietro Pascuttini and Tazio Secchiaroli, main characters of the Dolce Vita that animated the Tiber embankment in the ages of the economic boom and that contributed to consecrate the myth of some great personalities such as Sophia Loren, Claudia Cardinale, Anita Ekgberg, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot... The period that goes from the end of the Fifties to the beginning of the Sixties is represented by two deeply innovator artists like William Klein and Gordon Parks. He was able to transfer also in the world of fashion the same language experimentation that he had already applied in his reportages, which means concretely the use of some technical devices such as the wide-angle lens and blurred shots.

Among his most famous photographs there are those conceived during his stay in the Italian capital on the occasion of a photo shoot for Vogue, with a Rome in the middle of the great cinema and the economic boom: models on crosswalk in Piazza di Spagna or decontextualized from the usual sets and surrounded by shred of the everyday life. Result: extremely graphic prints, focused on the contrasts not only from the black and white but also from the elegance of the cloths normally dressed in the city streets. Also Gordon Parks' research could be read from a similar perspective: he preferred to portray his models in real settings, giving priority to unusual and appealing points of view - an open window or a keyhole, for example - imbuing the images with a sense of voyeurism.

The fascinating polaroid mosaic portraits created by Maurizio Galimberti, "Instant Polaroid artist", able to seize the authenticity of the subjects, mostly famous celebrities, could be seen as a contemporary frontier of fashion and movie photography. The French artist Eric Rondepierre, who won an important exhibition at Moma in 1996, approaches the world of movie through the recovery of old films, often distorted by bad stocking conditions or the unavoidable signs of time, from which he chooses a frame that becomes the main subject of his works (like in his most famous work called "Champs-Elysèes" connected to the film "Charade" with Cary Grant and Audrey Hepburn). Present and past live together thanks to a photography that becomes cinematic and researches his source of inspiration in the dynamism of relationship between these two disciplines. In a different way and referring to a more contemporary language, Nicola Civiero uses the photographic medium to think on the limits and mental constraints typical of he fashion industry and, more generally, of the star system.

In the end a special acknowledgment must be given to the contribution of two great masters active between 1930-1940 such as the Hungarian Martin Munkacsi and the American Frances McLaughlin-Gill, whose works were real milestones in the world of fashion photography, with deep influences on the authors of the next generations like Richard Avedon and Henri Cartier-Bresson. Speaking of Munkacsi, he can be considered the pioneer of a photography made of catchy images, set in everyday-like environments and animated by a strong dynamism. He brought the same action and spontaneity that he captured in his sports photography to the pages of the fashion magazines that he signed.

Distancing himself from a practice entirely conceived in studios were models posed like mannequins, Munkacsi stages active young women favouring scenes of daily life epitomizing a special gift for action and movement: in 1933 he took his most famous shot of the socialite model Lucile Brokaw running down the Piping Rock beach. Munkacsi's lesson and the opening towards a "humble" imaginary, more common and ordinary, populated by models photographed outdoor in dynamic contexts, will be continued by Frances McLaughlin-Gill, often considered the ideal interpreter of junior fashions. Her ability to communicate the appearance and the sensibility of a passing moment or a glimpsed smile in her pictures will make her, among others, one of the main representative of realistic fashion photography. (Press release)




Colors as Attitude Ruth Ann Fredenthal, Winston Roeth, Phil Sims
Colors as Attitude


termina il 15 novembre 2017
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Ruth Ann Fredenthal (Detroit), Winston Roeth (Chicago, 1945) Phil Sims (Richmond, 1940) sono tre dei più importanti e affascinanti esponenti dell'arte colorista americana. La collettiva, a cura di Alberto Zanchetta, in programma dal 28 settembre al 15 novembre 2017, attraverso una accurata selezione di nove opere - sia storiche che recenti - si propone di valorizzare il percorso pittorico di ciascun artista. Il colore è certamente il fil rouge che lega i tre artisti che solo a prima vista sembrano dipingere quadri monocromatici. Si tratta di opere caratterizzate da un'espressione contemporanea radicale, che li separa dalla produzione minimalista e monocromatica e dall'intellettualismo freddo dei concettuali. Ciò che più gli interessa è la tecnica e l'impressione che suscitano sullo spettatore. La superficie dipinta sembra sparire e aprire la visione di uno spazio indefinito grazie alle numerose velature. Nelle opere di Ruth Ann Fredenthal, ad esempio vengono utilizzati tre o quattro colori distribuiti in diverse parti del supporto pittorico. La superficie è animata da lievi variazioni di colore e linee ondulate, quasi impercettibili.

La sua ricerca delle micro-tonalità di colore puro, e la loro sottile quanto complicata relazione, da sempre rappresentano un tema centrale della sua produzione. La tecnica che utilizza è molto scientifica: comincia dalla scelta del formato, il quadrato e da quella del lino, un lino di provenienza belga solitamente usato dai restauratori per foderare le opere antiche, fino ad arrivare alla stesura del colore. Il risultato finale è strabiliante. La superficie dipinta, data dai molteplici strati di colore sembra sparire e aprire la visione ad uno spazio indefinito come afferma Giuseppe Panza in Ricordi di un collezionista, uno dei primi estimatori della pittura di Ruth Ann Fredenthal. Così la tecnica pittorica di Phil Sims prevede la stesura di vari strati di pittura, solitamente tra i quaranta e i sessanta, fino a coprire l'intera superficie della tela con pennellate orizzontali e verticali.

Una qualità della tecnica di stesura di Phil Sims è che, strato dopo strato, il colore assume e sprigiona una luminosità unica. Grazie all'innata sensibilità e alla sua tecnica accurata, il risultato finale è strabiliante: il colore finale si crea dal sommarsi delle varie pennellate, filtrando fino alla superficie.Winston Roeth dipinge pannelli monocromatici o bi-colore spesso combinati a formare un'unica installazione. Lavorando con il pigmento grezzo e con la tempera, crea dense superfici opache, talvolta dipingendo il contorno con un colore contrastante. Roeth gioca con diverse combinazioni di linee per esplorare i loro effetti sulla percezione umana. La fenomenologia del colore, della luce e dello spazio rappresenta un tema centrale della pratica pittorica di Roeth. Dopo anni di esplorazione sulla luce e sul colore, arriva a sviluppare una tecnica precisa. Usando un pennello stende il pigmento puro, strato dopo strato, mischiandolo ad acqua e ad un'emulsione di poliuretano, fi ché l'intera superficie della tela non è stata ricoperta. Tutti i suoi sforzi sono incentrati nel tentativo di trovare la giusta saturazione del colore, in modo tale che dai pigmenti scaturisca luce pura.

Ruth Ann Fredenthal, figlia di artisti, da piccola disegna e dipinge animali, talvolta in forma astratta. La sua educazione artistica ha breve parentesi presso l'Istituto del Museo di Filadelfia e la Scuola estiva di Yale Norfolk, ma la sua vera formazione si compie al Bennington College, sotto l'egida di Paul Feeley, che considera l'unico artista vivente ad averla influenzata. Dopo la laurea, riceve una borsa di studio per recarsi a Firenze, al termine della quale rientra a New York. Decisa a continuare la grande tradizione della pittura a olio, l'artista utilizza tutte le tecniche legate a questa disciplina pittorica.

Winston Roeth ha studiato presso le Università dell'Illinois e del New Mexico, quindi al Royal College of Art di Londra. La produzione dell'artista risale agli anni Sessanta e parte da un'indagine della percezione del colore. Nell'arco di dieci anni ha allestito numerose mostre personali alla Stark Gallery New York, altre sono state inaugurate nelle città di Basilea, Londra, Amburgo, G teborg, Sydney, Palma di Maiorca, Francoforte, Santa Fe. Numerose sono le sue collaborazioni a installazioni coreografiche e teatrali. Ha inoltre svolto attività didattica sia a Chicago sia a New York.

Phil Sims prima di dedicarsi alla pittura, Sims svolge il mestiere di vasaio e realizza opere in ceramica. Negli anni '60 si iscrive al San Francisco Art Institute. Oggi, è considerato uno dei più grandi pittori coloristi a livello internazionale. All'inizio della sua formazione artistica, studia l'uso che gli artisti dell'Espressionismo Astratto fanno del colore, mantenendo sempre uno sguardo alla pittura Europea più. La sua carriera artistica è inizialmente legata al gruppo dei Radical Painters. Tuttavia, nel 1984, dopo la mostra curata da Thomas Krens al Williams College Museum of Art in Massachusetts, il gruppo decide di sciogliersi e ogni artista segue un percorso di ricerca artistica più autonomo e personale. Oggi, Sims vive e lavora negli Stati Uniti, ma espone spesso in Europa, sia in spazi pubblici che in gallerie private.Accompagna la mostra un catalogo bilingue con un testo critico a cura di Alberto Zanchetta. (Comunicato stampa)




David Goldes - Electricities on my table David Goldes: Electricities
termina il 26 gennaio 2018
Spazio Damiani - Bologna

Prima personale italiana del fotografo americano David Goldes: saranno esposte in mostra sedici fotografie provenienti da tre delle sue serie più note: Electo-graph, Snake in the Garden e Electricity. Il soggetto privilegiato dell'indagine artistica di David Goldes è l'energia elettrica: la sua trasmissione attraverso diversi materiali ed oggetti; il suo comportamento in presenza di elementi chimici specifici; gli effetti che si possono ottenere esaltandone le proprietà e il lirismo di alcune sue applicazioni. Ispirato dai pionieristici esperimenti con l'elettricità dei chimici e fisici inglesi Humphry Davy e Michael Faraday del XIX secolo, Goldes ne ricostruisce i set utilizzando oggetti di uso comune: lamette, bicchieri di vetro, matite e altro. Una volta ricreato questo spazio l'artista è pronto a scattare, creando così quelli che lui definisce performing still-life, ovvero immagini vive che mostrano gli effetti del passaggio dell'energia elettrica, generando scintille, bruciature e onde energetiche.

L'intento è quello di rivelare e registrare il comportamento inaspettato dell'energia elettrica. Il risultato è potente e di grande effetto, come ad esempio nella fotografia che cattura la visibile trasmissione dell'elettricità tra bicchieri di vetro in cui sono stati immersi i due capi di un cavo elettrico o nello scatto che rivela l'attivazione di brillanti ponti elettrici che si creano tra elementi disegnati a graffite. David Goldes, tuttavia, è un artista visivo, non uno scienziato: le sue fotografie non pretendono di spiegare il fenomeno in modo scientifico, ma creano una narrazione fatta di metafore. In un'epoca in cui la diffusione della tecnologia induce a dare per scontato di sapere che cos'è la scienza, le fotografie di Goldes mettono in dubbio questa convinzione con immagini sorprendenti. La sua indagine interdisciplinare si estende, quindi oltre la scienza e si rivolge alla nostra percezione chiamata a confrontarsi con il dispiegarsi delle forze della natura.

E quanto più queste forze sono rese evidenti dall'impiego di oggetti che fanno parte dell'ordinario, tanto più la suggestione è efficace. La ricerca di David Goldes celebra l'ingegnosità di coloro che hanno dedicato la loro vita a spiegare le forze che regolano l'universo. In occasione della mostra, verrà pubblicata un'ampia monografia dal titolo Electricities, che attraverso un ricco apparato iconografico e un'intervista realizzata dal critico d'arte David Campany, propone un percorso di lettura dell'opera di Goldes, dedicato alla relazione tra arte e scienza. Il libro è proposto anche in un'edizione limitata che include una stampa ai sali d'argento realizzata in 25 copie firmate e numerate dall'artista. Electricity + Water III, titolo della fotografia inclusa nell'edizione da collezione, fa parte della serie Water Being Water. L'immagine ritrae una lampadina immersa in un bicchiere pieno d'acqua e la luce, che illumina la base del bicchiere, è perfettamente riflessa sul tavolo.

David Goldes è un artista visivo impegnato prevalentemente in ambito fotografico, ma autore anche di disegni, sculture e video. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di importanti musei e istituzioni, tra cui il MOMA, Walker Art Center, Bibliothèque Nationale, Centre Pompidou, Art Institute of Chicago, Whitney Museum of American Art e Museum of Fine Arts di Houston. Goldes ha ricevuto numerosi riconoscimenti e borse di studio tra cui quella promossa dalla Guggenheim Foundation e dal National Endowment for the Arts. Formatosi in ambito artistico e scientifico, ha conseguito un Master in Genetica Molecolare alla Harvard University e un Master in Fine Art al Visual Studies Workshop. David Goldes è rappresentato dalla Yossi Milo Gallery di New York. (Comunicato stampa)




Mostra Sculture da indossare con opere di Giansone Opera di Gianson Giansone: Sculture da indossare
termina il 29 gennaio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Mostra dedicata ai gioielli in oro forgiati dall'artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del '900. Capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino misterioso ed esoterico. Impegnato per tanti anni sia come artista sia come professore presso l'Istituto d'Arte di Torino (oggi Liceo Artistico Aldo Passoni), Giansone nel corso della sua attivissima vita, ha scolpito, disegnato, dipinto e realizzato incisioni e arazzi con uno stile personalissimo, sospeso tra una sintetica figuratività e l'astrazione pura. Il marmo, la pietra, il ferro, i legni più duri, sono stati la materia prima che nelle sue mani ha dato forma e vita alle sue intense emozioni, alla sua visione dell'umanità, dell'universo e dell'ultraterreno. Nel vastissimo corpus di opere realizzate tra il 1935 e il 1997, spiccano questi suoi "gioielli da indossare". Microsculture fuse in oro, in cui Giansone mette in estremo risalto la componente scultorea del gioiello, senza nulla concedere alle forme e alle mode dell'arte orafa del suo tempo. Questo lo si può cogliere osservando anche i contenitori in legno che custodiscono e fanno da espositori a quasi tutti i gioielli.

Sono "scatole" intagliate nei legni durissimi che l'artista privilegiava: il mogano, l'azobè, il paduk, il palissandro, la radica e soprattutto l'ebano, il più raro e difficile da lavorare. Contenitori che diventano a loro volta piccole sculture e capolavori artistici, indissolubilmente congiunti col gioiello incastonato dentro di essi. I curatori della mostra, Marco Basso e Giuseppe Floridia, coadiuvati dalla registrar di Palazzo Madama, la storica dell'arte Stefania Capraro, hanno selezionato una quarantina di pezzi, in gran parte di proprietà dell'Associazione Archivio Storico Mario Giansone di Torino, che sponsorizza in toto questa mostra, più alcuni gioielli di proprietà di collezionisti privati. Giansone ebbe una significativa fortuna collezionistica a Torino negli anni Sessanta: alcune sue opere fanno oggi parte delle collezioni della GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna di Torino, della sede Rai di Torino e di prestigiose raccolte torinesi, tra cui quelle delle famiglie Agnelli e Pininfarina. Accompagna la mostra un catalogo edito da AdArte, con una presentazione scritta dal professor Giuseppe Floridia, che da vent'anni, dopo la morte di Giansone, si batte affinché l'opera di questo grande scultore non venga ingiustamente dimenticata. (Comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Werner Bischof
Fotografie 1934-1954


termina il 25 febbraio 2018
Casa dei Tre Oci - Venezia
www.treoci.org

Antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell'agenzia Magnum. La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l'artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall'India al Giappone, dalla Corea all'Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù. Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell'Italia il suo soggetto privilegiato.

In essa si coglie l'originalità dello scatto che rivela l'occhio 'neorealista' di Werner Bischof. Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell'età dell'oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall'Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio. Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all'analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte. Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione. Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento. Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

Werner Bischof (Svizzera) ha studiato fotografia con Hans Finsler nella sua nativa di Zurigo presso la Scuola di Arti e Mestieri, poi ha aperto uno studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 è diventato un freelance per la rivista Du, che pubblicò i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943. Bischof ha ricevuto il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, Bischof ha viaggiato in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 ha fotografato le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista Life. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, ha lavorato per Picture Post, The Observer, Illustrated, e Epoca.

E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai fondatori nel 1949. Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l'ha fatto apprezzare particolarmente dagli editori. Tuttavia, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina. Nell'autunno del 1953, Bischof creò una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti. L'anno successivo viaggiò in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, dove si occupava di fare un film. Tragicamente, Bischof è morto in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perse la vita in Indocina. (Comunicatop stampa)




Konrad Mägi
termina il 28 gennaio 2018
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea - Roma

In concomitanza con l'avvio del Semestre di Presidenza Estone dell'Europa, la prima ampia mostra europea - a cura di Eero Epner - su Konrad Mägi (1878-1925), uno dei maggior artisti del Novecento estone. Per il pubblico italiano Mägi sarà una clamorosa riscoperta perché questo artista, singolare per vicende personali e per la sua pittura, è certamente tra i più "eccentrici" protagonisti dell'arte europea nel fatidico ventennio intorno alla Prima guerra mondiale. Per molti versi Mägi resta un artista e un uomo difficile da collocare negli "ismi" di quegli anni. Si confronta con tutti, nelle sue opere ne sfiora alcuni, l'Espressionismo fra tutti, ma non ne fa proprio nessuno. Così come non si appiattisce, pur amandola, sulla tradizione artistica estone.

E' un artista originale, unico nel panorama continentale del momento. Anche perché del tutto personale era il suo approccio con la pittura, arte con la quale si misurò per meno di un ventennio, a partire dal 1906 quando, abbandonata la scuola a San Pietroburgo si rifugiò alle Isole Åland, in quella che era una specie di comune di musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi. Poi il soggiorno a Parigi, quello in Normandia e, ancora, in Norvegia. Uomo fortemente irrequieto, problematico, instabile, Mägi torna in Estonia a partire dall'estate del 1912. Qui fu uno dei rifondatori di Scuola d'Arte di Pallas, che diventa un campus per decine di artisti.

L'ambiente naturale di Saaremaa, dove soggiornò per periodi alle terme, risultò straordinariamente consono alla sua pittura. A stimolarlo non era la visione romantica, sentimentale della natura ma la percezione del paesaggio, di boschi, prati e acque colti come potente sintesi di bellezza e potenza. Pochi anni e Mägi viene colto da nuova irrequietezza e, ai primi del 1920, ricomincia a peregrinare in Europa. Visita Venezia, Capri e Roma. Il sole, la luce, i colori del Mediterraneo sembrano catturarlo ma l'artista continua a misurarsi con i problemi di una complessa vicenda umana, in costante difficile equilibrio.

La morte prematura arriva nel 1925, a concludere una esistenza intensa, complessa e magmatica e difficile. Mägi, che era un uomo distinto, molto attento alle forme, elegante, si descrisse come un nano soffocato dalla solitudine: incapace di fare nulla se non prendere un pennello. Puntando sul colore per dipingere quadri che dovevano trasmettere allegria, positività, gioia, annullando la paura del passare del tempo e il dissolversi della bellezza. Ed è proprio il colore la principale cifra dell'opera di Mägi. Colori brillanti e potenti. Si tratta dei paesaggi, sua espressione di elezione, ma anche dei suoi ritratti forti e affascinanti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Divina Creatura
La donna e la moda nelle Arti del secondo Ottocento


15 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Pinacoteca Cantonale Gionanni ZÜST - Rancate (Mendrisio)
www.ti.ch/zuest

Sessanta sculture e dipinti e, per corredo, una sequenza di ventagli d'autore - dipinti cioè da grandi artisti, spesso i medesimi che ritraevano le "belle Signore" - e un nucleo di preziosi abiti d'epoca. E' quanto Mariangela Agliati Ruggia, Sergio Rebora, Marialuisa Rizzini, con il coordinamento di Alessandra Brambilla e il contributo di diversi studiosi, hanno selezionato da Musei e collezioni private per questa mostra. Con l'obiettivo di ricreare e testimoniare, nelle sale espositive della Pinacoteca Züst, a Rancate nel vicino Ticino, quello che è stato un vero e proprio cambio di paradigma nella storia del costume femminino in Europa. Se il tutto si volesse proprio ancorare ad una data, si potrebbe individuarla nel 1858, l'anno, a Parigi, di l'Haute Couture di Worth, subito amplificata e diffusa dai primi Grand Magasins che spopolano nelle principali metropoli europee.

Veicolano offerte molto differenziate per il pubblico femminile e fanno si che l'"essere alla moda" diventi l'imperativo condiviso nella seconda metà dell'Ottocento dalle donne di pressoché tutti i ceti sociali. La circolazione di figurini e di molte riviste illustrate, tra cui la celebre Margherita, l'irrompere della fotografia, specie nel formato carte de visite, i celebri affiches di Sartorie e Grandi Magazzini, portano a diffondere la moda, in modo molto capillare. Sono anni in cui si consolida il ruolo della donna, ora anche protagonista al di fuori delle pareti domestiche. Attentissima al proprio ruolo sociale e alla immagine che contribuiva a veicolarlo. Pur presentando alcuni favolosi abiti d'epoca e un nucleo di ventagli firmati da Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis, Pompeo Mariani e Pietro Fragiacomo, la Pinacoteca Züst sceglie di illustrare questo felice momento storico ricorrendo alle testimonianze che i grandi artisti ci tramandano attraverso le loro magnifiche opere.

Ed è soprattutto attraverso il ritratto su commissione che è possibile seguire le rapide e sorprendenti evoluzioni dell'abbigliamento femminile: i personaggi effigiati, sia che appartengano all'aristocrazia, ancora assai influente anche come esempio di gusto, o alla borghesia, posano per i pittori e gli scultori vestiti e acconciati con attenzione nei confronti dei dettami imposti dalla moda ma anche, assecondando sottili strategie comportamentali, in modo da mostrarsi in sintonia con il proprio preciso ruolo sociale. Spesso i modelli sono rappresentati da donne simbolo, a cominciare dalla regina d'Italia, Margherita di Savoia, o da figure appartenenti all'aristocrazia internazionale distinte grazie alla propria eleganza, come, per restare nel Cantone Ticino, la contessa Carolina Maraini Sommaruga (1869-1959).

Alla sua personalità emblematica verrà dedicata una sezione apposita, ponendo un'attenzione particolare alle attività filantropiche della contessa, che la portarono ad esempio a donare la sua villa romana alla Confederazione, oggi sede dell'Istituto Svizzero, che presterà il suo ritratto realizzato da Vittorio Corcos. E' la prima volta che la figura di Carolina Maraini viene ampiamente trattata e presentata in una mostra: in questa occasione si ricostruirà anche nei dettagli l'ambiente in cui viveva (abiti, accessori, mobilio, ma anche opere di celebri artisti che la ritrassero come Marino Marini e Giovanni Boldini). Negli anni del realismo, accanto a Bertini - caposcuola il cui ruolo appare oggi non ancora pienamente riconosciuto - tra i ritrattisti più significativi in tal senso si ricordano almeno Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Mosè Bianchi, Antonio Ciseri, Tranquillo Cremona, Ernesto Fontana, in una mappa che attraversa le regioni d'Italia e travalica il confine elvetico.

Negli anni che scivolano verso la fine del secolo non si parla ormai più di fenomeno di moda solo attraverso l'abbigliamento, ma anche attraverso la gestualità, le movenze, la dizione, in una parola: lo stile. Sono interpreti di questo rinnovato ritratto mondano maestri celebrati anche Oltralpe, come Giovanni Boldini, Paul Troubetzkoy, Vincenzo Vela, Vittorio Corcos, Giacomo Grosso, oltre ai ticinesi Pietro Chiesa, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti. Accanto al ritratto, negli anni del realismo è la pittura di genere a documentare con efficacia iconografica ed esemplare obbiettività l'evoluzione della moda femminile, ma anche le più diffuse tipizzazioni dei ruoli. Dopo il 1860 in pittura si moltiplicano le scene di ambientazione quotidiana e borghese, ispirate a momenti di vita familiare in cui è protagonista, come si diceva, la donna.

Si tratta di composizioni che sullo sfondo di interni domestici o di strade cittadine o di paese rappresentano figure femminili impegnate nei lavori ad ago, nella lettura, nella conversazione, nel passeggio, in riposo, con i figli. Di ciascuna, molto spesso, gli artisti restituiscono l'abbigliamento con dettagliata cura perfino negli accessori, in modo da permettere allo spettatore di seguire, di anno in anno, le minime mutazioni di gusto, trasformando la moda in uno degli elementi che determinano la modernità dell'opera. Questo filone, che si ispira alla pittura internazionale lanciata dalla Casa d'Arte Goupil e che trova i suoi vertici in maestri quali Ernest Meissonier e Mariano Fortuny, accomuna la sperimentazione degli artisti di tutte le scuole regionalistiche italiane e di quella del Cantone, dai Macchiaioli - tra cui Antonio Puccinelli e Odoardo Borrani - ai cosiddetti italiani a Parigi come Giovanni Boldini. Come detto, sarà per la prima volta studiato e proposto un genere specifico, quello dei ventagli eseguiti da artisti: accessori femminili di primissimo piano per tutto il diciannovesimo secolo, alcuni dei quali portano firme illustri. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Locandina rassegna cinematografica Il migliore dei mondi possibili Locandina reading-concerto Der Ausflug der toten Mädchen - La gita delle ragazze morte Iniziative del Goethe-Institut Palermo in occasione del Giorno della Memoria
www.goethe.de/palermo

Due gli appuntamenti quest'anno che il Goethe-Institut Palermo propone nella settimana in cui ricorre il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell'Olocausto. Nella Sala Wenders del Goethe-Institut si svolgeranno: il 23 gennaio la proiezione del film in versione originale con sottotitoli italiani Hannas schlafende Hunde; il 26 gennaio il reading-concerto La gita delle ragazze morte.



.. 23 gennaio 2018, ore 18.30
Nell'ambito del cineclub "la deutsche vita" e della rassegna cinematografica "Il migliore dei mondi possibili".

Hannas schlafende Hunde (tit. intl. Hanna's Sleeping Dogs)

Regia: Andreas Gruber
Sceneggiatura: Andreas Gruber
Fotografia: Martin Gressmann
Musica: Gert Wilden
Interpreti: Hannelore Elsner, Nike Seitz, Franziska Weisz, Johannes Silberschneider
Produzione: Andreas Gruber, Fritjof Hohagen
Germania-Austria, 2016, 120', v.o. con sott. in italiano
Ingresso libero

Anche se la Seconda Guerra Mondiale è finita, nelle teste di alcuni ancora non lo è. Johanna, che ha nove anni e un'unica passione: cantare. Ma i genitori le proibiscono qualsiasi cosa che la renda felice: il suo compito è crescere da brava cattolica e di dare nell'occhio il meno possibile. Johanna comincia allora ad indagare sul perché del comportamento dei genitori e scopre la sua vera identità, per metà ebraica. Di un'atmosfera densa e con un'attenzione minuziosa alla psicologia dei personaggi, il film si dispiega così come un avvincente dramma generazionale e di società che, grazie anche alla recitazione convincente degli attori, lascia un segno profondo.

Per gli istituti scolastici interessati, sono previste proiezioni di mattina in giorni e orari da concordare. Per informazioni e prenotazioni: programma@palermo.goethe.org

.. 26 gennaio 2018, ore 21.15

La gita delle ragazze morte

Reading-Concerto di Anna Seghers
traduzione italiana a cura di Rita Calabrese
con Maria Teresa de Sanctis voce recitante, regia
composizione, pianoforte, sassofono, percussioni di Fabio Rizzo
In collaborazione con Gruppo Teatro Totem
Ingresso libero

Der Ausflug der toten Mädchen - La gita delle ragazze morte (1943-44) è uno dei più bei racconti della letteratura tedesca del '900, un viaggio nel tempo attraverso trent'anni di storia tedesca, il ricordo di una gita scolastica in prossimità della Prima Guerra Mondiale, il triste destino delle compagne di scuola ebree con l'avvento del nazismo. Una visione femminile dell'ebraismo, ricca di riferimenti autobiografici, ad opera di una scrittrice, Anna Seghers, pseudonimo di Netty Reiling, celebrata, al tempo del Muro, a Ovest come poetessa ufficiale e subalterna del regime totalitario e, nella Repubblica Democratica Tedesca, suo malgrado, come icona dell'antifascismo. Una scrittrice che la Germania riunificata ha incluso fra i suoi grandi autori classici della letteratura. I diversi piani narrativi e la coralità delle storie offrono infiniti spunti per una messa in scena che qui sarà affidata unicamente alla voce e alla musica, con composizioni originali eseguite dal vivo, che restituiranno sulla scena tutta la ricchezza di questo racconto, tradotto in Italia da Rita Calabrese (ediz. Marsilio, 2010).

Maria Teresa de Sanctis attrice, drammaturga e regista teatrale palermitana. E' alla guida del Gruppo Teatro Totem di Palermo, compagnia attiva nell'ambito della formazione e nella produzione di spettacoli. Ha preso parte a diverse produzioni teatrali in Italia e all'estero (Kettering nel Northamptonshire, Festival Fringe di Edimburgo, una regia in Germania a Brema) e ha lavorato nel cinema, tra gli altri con Giuseppe Tornatore (Baaria, 2009) e per la RAI (Le avventure del giovane Montalbano). Per il teatro ha lavorato con Salvo Licata, Walter Manfrè e Franco Scaldati. E' direttore artistico della rassegna di teatro, danza, video, musica e poesia Il suono e le parole, da lei ideata e giunta alla VI edizione. Oltre ad aver scritto diversi lavori teatrali, ha pubblicato due raccolte di racconti: Il prato e il pozzo, ed. La Zisa (2008), Acqua e sale, 18:30 edizioni (2009).

Fabio Rizzo compositore e musicista palermitano. Ha studiato da autodidatta sassofono, tromba e pianoforte. Come compositore ha scritto musica da camera, concerti per organici e strumenti vari, musica sinfonica e corale. Alcuni dei suoi lavori sono stati utilizzati in trasmissioni televisive e radiofoniche nazionali. Nel 1997 ha composto la sua prima opera lirica, 'A Rota su libretto in siciliano di Paolo Catalano e, nel 2002, l' opera Frambù, su libretto di Renato Pace. Nel 1999, in occasione del centenario della nascita di Duke Ellington, ha composto su commissione la Ellingtonian Suite, opera eseguita a Washington, Bruxelles, Roma e Palermo. In ambito jazz ha collaborato con diversi musicisti, tra cui Enzo Randisi, Claudio Lo Cascio, Gianni Cavallaro, Giorgio Rosciglione, Gegé Munari, Salvatore Bonafede, Stefano D'Anna, Rosalba Bentivoglio, Alberto Alibrandi, Furio Di Castri, Paul McCandless e tanti altri. (Comunicato stampa)




Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste




Anamorfosi Contaminazioni Tradimenti
gennaio - febbraio 2018
Casa Morra - Archivio D'Arte Contemporanea - Napoli
www.fondazionemorra.org

Seconda parte della rassegna cinematografica curata dagli Archivi Mario Franco. Il cinema, da sempre, ha formato il suo linguaggio attraverso un processo di interrelazioni con la letteratura e con forme spettacolari preesistenti, teatrali, musicali, pittoriche, declinandole in modo originale ed innovativo. Le "contaminazioni" tra diversi mondi espressivi non devono farci dimenticare che il film va considerato come opera a sé, superando il concetto di "fedeltà" o di "tradimento" dell'opera originaria. Si può invece parlare di anamorfosi, nel senso di una deformazione di prospettiva che modifica e consente una visione deformata, ma foriera di innovative e spesso illuminanti percezioni. (Come rileggere - ad esempio - il racconto di Cortázar nella visione antonioniana di Blow Up). Anamorfosi, quindi, come coniugazioni prospettiche: una ricerca semantica, come avviene per i racconti di Poe messi in cinema da Epstein, il presunto duello Mozart-Salieri raccontato dal film di Forman, il barocchismo vertiginoso di Welles per il Kafka del Processo, ecc.

_ Gennaio

.. 10 gennaio, ore 19
Blow up (1966)
regia di Michelangelo Antonioni, con David Hemmings, Vanessa Redgrave, UK, Italia, 111 min.

Dal racconto Le bave del diavolo, di Julio Cortázar. Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 1967 e nomination all'Oscar per la miglior regia. Dal racconto di Julio Cortázar, il film mutua l'idea che la macchina possa vedere cose che sfuggono all'uomo. Antonioni prosegue il discorso sull'arte e sul cinema già presente nei suoi titoli precedenti.

.. 11 gennaio
Il cinema di Man Ray

Retour à la raison (1923)
Emak Bakia (1926)
Le mistyère de chateau de dès (1929)
L'étoile de mer (1929)

Man Ray lavora al di fuori di ogni struttura formale e contenutistica, con porzioni di pellicola impressionata senza ricorrere alla cinepresa, sottolineando la distanza dalla scena illusoria del cinema narrativo, della pittura e del teatro. Alterna ready made con riprese di grande raffinatezza fotografica: un dosaggio di improvvisazione e rigore formale nell'autentico spirito surrealista dell'enigma identitario.

.. 17 gennaio
Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971)
regia di Stanley Kubrick, con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, UK,137 min.

Dall'omonimo romanzo di Anthony Burgess. In versione integrale e restaurata il capolavoro di Kubrick accolto al suo apparire, da infinite polemiche e sequestrato per molti anni in Francia, mentre in Gran Bretagna non può essere ancora proposto al cinema.

.. 18 gennaio
Fahrenheit 451 (1966)
regia di François Truffaut, con Julie Christie, Cyril Cusak, Usa, Francia, 112 min.

Dal romanzo omonimo di Ray Bradbury (In Italia, Gli anni del rogo). Il racconto di una società distopica in cui leggere o possedere libri è considerato un reato. Al romanzo fu assegnato il premio Retro Hugo come miglior romanzo 1954. La regia di François Truffaut sottolinea le degenerazioni informative del sempre più invadente consumo massmediale.

.. 24 gennaio
Amadeus (1984)
regia di Milos Forman, con Tom Hulce, F. Murray Abraham, Roy Dotrice, Elizabeth Berridge, Simon Callow, Usa 158 min.

Dall'omonima opera teatrale di Peter Shaffer. Ogni scena del capolavoro di Forman è accompagnata da una scelta di musiche mozartiane (Il ratto dal serraglio, Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Il flauto magico, fino al Requiem), che fanno da contrappunto ai momenti salienti della vita del compositore. Un film perfetto e indimenticabile, meritatamente ricompensato con 8 premi Oscar.

.. 25 gennaio
Silence (2016)
regia di Martin Scorsese, con Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata, Usa, 161 min.

Dal romanzo Silenzio dello scrittore giapponese di religione cristiana Shusaku Endo. Martin Scorsese ha impiegato quasi trent'anni per portare sul grande schermo il romanzo Silenzio, una maestosa ed epica storia di missionari gesuiti che nel Seicento partirono per evangelizzare l'impero giapponese del Sol Levante. Il film porta lo spettatore ad un coinvolgimento emotivo e, soprattutto, ad una importante ed attuale riflessione filosofica sul concetto di fede, religione e religiosità. Un'opera artistica caratterizzata da una fotografia magnetica ed evocativa.

.. 31 gennaio
Querelle de Brest (Querelle, 1982)
regia di Werner Fassbinder, con Brad Davis, Franco Nero, Jeanne Moreau, Repubblica Federale Tedesca, Francia, 108 min.

Dal romanzo omonimo di Jean Genet. L'ultima opera di Fassbinder, già diventato un cult-movie; una fotografia dai colori vivissimi, piena di contrasti, capace di adattarsi al mutare delle situazioni e di immergere la storia in un clima espressionistico.

_ Febbraio

.. 01 febbraio
Il cameraman (The Cameraman, 1928)
di Buster Keaton, Edward Sedgwick, con Buster Keaton, Harold Goodwin, Marceline Day, Sidney Bracy, Usa, 88 min.

Film (film 1964)
regia di Alan Schneider, Soggetto e sceneggiatura di Samuel Beckett. 22 min.

Un film semplicemente fantastico e ricco di invenzioni visive, che racconta di uno sfortunato cameraman che cerca, per amore di una donna, di farsi strada nel mondo del cinema. A completare il programma, il cortometraggio enigmatico del 1964, diretto da Alan Schneider su sceneggiatura di Samuel Beckett.

.. 07 febbraio
America oggi (Short Cuts, 1993)
regia di Robert Altman. Con Anne Archer, Jack Lemmon, Madeleine Stowe, Usa 180 min.

Dai racconti di Raymond Carver. Leone d'Oro al miglior film alla 50ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, il film è tratto da 9 diversi racconti di Raymond Carver. Altman amplia, intreccia e mescola le storie dello scrittore statunitense dando vita a un complesso affresco e un'altalena di toni ed emozioni che hanno per sfondo una brulicante e a tratti opprimente Los Angeles.

.. 08 febbraio
Antologia Mekas, da Salvador Dalì ad Andy Warhol

Excerpts from Walden (Diaries, Notes, and Sketches)
Lost, Lost, Lost
Paradise Not Yet Lost
Scenes from the Life of Andy Warhol: Friendships and Intersections
Scenes from the Life of Andy Warhol, Usa, 90 min.

Tratto dai diari del più importante regista del film d'avanguardia americano, Jonas Mekas. Dai primi esperimenti in b.n. fino alla prima esecuzione pubblica del Velvet Underground. Vediamo Salvador Dalì, Lou Reed, Nico, Edie Sedgwick, Gerard Malanga, Andy Warhol, Allen Ginsberg, Ed Sanders, John Lennon, Yoko Ono, George Maciunas, Paul Morrissey, Karen Lerner, Jay Lerner, Peter Beard, Tina Radziwill, John D'Allessandro, Caroline Kennedy, Mick Jagger e molti altri.

.. 14 febbraio
Atto di forza (Total Recall, 1990)
regia di Paul Verhoen, con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin, Sharon Stone, Ronny Cox, Usa, 113 min.

Liberamente ispirato al racconto di Philip Dick Memoria totale (We Can Remember It For You Wholesale). La memoria e le sue contraddizioni. La cancellazione,l'innesto di falsi ricordi: tematiche su cui riflettere. Dalla inesauribile fantasia di Dick, un film che ruota attorno all'interrogativo su cosa sia reale e cosa no.

.. 15 febbraio
Il grande Gatsby (The Great Gatsby, 2013)
regia di Baz Luhrmann, con Leonardo Di Caprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher, Australia, USA, 142 min.

Dal romanzo omonimo di Scott Fitzgerald. Terza trasposizione cinematografica del più famoso romanzo di Fitzgerald, dopo quella del '49 e quella del '74, il film di Luhrmann è un mirabile esempio di "tradimento dalla letteratura al cinema". Il regista rilegge con stile fiammeggiante, eccessivo e visionario il capolavoro di Fitzgerald sulla caduta di valori nella società Usa prima della crisi del '29.

.. 21 febbraio
Ultimi fuochi (The Last Tycoon, 1976)
regia di Elia Kazan, con Robert De Niro, Robert Mitchum, Tony Curtis, Jeanne Moreau, Jack Nicholson, Usa 125 min.

Dal romanzo di Scott Fitzgerald The novel's tragic tycoon hero is Stahr. Il romanzo è considerato di gran lunga la migliore opera narrativa che sia mai stata scritta su Hollywood. Fitzgerald utilizza una prosa che è già cinematografica, basata sul montaggio di veloci flash che danno potenza drammatica ai fatti avvenuti, inserendo tra una vicenda e l'altra veloci dissolvenze. Essenziale la regia di Elia Kazan e mirabile l'interpretazione di Robert De Niro

.. 22 febbraio
Le relazioni pericolose (Dangerous Liaisons, 1988)
regia di Stephen Frears. Con John Malkovich, Glenn Close, Michelle Pfeiffer, Usa, 120 min.

Dal romanzo omonimo di Pierre Choderlos de Laclos. Esordio hollywoodiano di Frears, che ricostruisce in modo accurato l'epoca del romanzo con l'ausilio di attori che fanno rivivere tempi scomparsi, dove s'intrecciano amori, falsità ed emozioni. Stephen Frears sottolinea le analogie con la contemporanea amoralità, alla ricerca del massimo potere e del completo piacere in uno scenario dall'incerto futuro. (Comunicato stampa)




Centro Sperimentale di Cinematografia - Sede Sicilia
Roberto Andò saluta, arriva Pasquale Scimeca


Il direttore didattico del corso di cinema documentario della Sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia, Roberto Andò, lascia l'incarico dopo tre anni e mezzo di lavoro a Palermo. Il nuovo direttore didattico è un altro importante cineasta siciliano, Pasquale Scimeca. (...) Roberto Andò è scrittore, saggista, regista di spettacoli teatrali, di opere liriche e di film importanti come Il manoscritto del principe (2000), Il cineasta e il labirinto (2002), Viva la libertà (2013), Le confessioni (2016). Lavori spesso a cavallo tra finzione e cinema del reale, secondo una linea narrativa e stilistica che è centrale nel cinema italiano contemporaneo e che Andò ha portato anche nella sua esperienza di insegnamento nella Sede Sicilia del CSC, della quale è diventato direttore didattico l'1 aprile del 2014.

Da allora, il mirabile lavoro di Andò ha portato alla formazione di numerosi allievi, alcuni dei quali hanno visto i loro film di diploma presentati nei principali festival internazionali. "Abbiamo messo al centro del nostro lavoro - dice Andò - il paradigma del documentario creativo, e abbiamo cercato di capire come insegnarlo. Abbiamo comunicato l'idea di documentario come lettura e riscrittura drammaturgica della realtà, chiamando a insegnare anche scrittori come Walter Siti. Film come Triokala di Leandro Picarella o Happy Winter di Giovanni Totaro, selezionato fuori concorso alla Mostra di Venezia nel 2017, ci hanno dato grandi soddisfazioni. Ritorno al mio lavoro di scrittore e di cineasta consapevole di aver dato alla Sede Sicilia del CSC una solidità e un'apertura di livello internazionale".

Il presidente del CSC Felice Laudadio, il direttore generale Marcello Foti, la preside Caterina D'Amico e il direttore della Sede Sicilia Ivan Scinardo salutano affettuosamente Roberto Andò e lo ringraziano per il lavoro svolto assieme a Mario Balsamo, Stefano Savona e agli altri docenti. Il nuovo direttore didattico Pasquale Scimeca è già al lavoro, in continuità con quanto realizzato dal suo predecessore. Pasquale Scimeca (Aliminusa - Palermo, 1956) è regista, sceneggiatore, produttore e organizzatore culturale. Tra i suoi film, sia documentari che di finzione, ricordiamo Il giorno di San Sebastiano (1994), Placido Rizzotto (2000), Gli indesiderabili (2003), Rosso Malpelo (2007), Malavoglia (2010). (Comunicato Ufficio Stampa, comunicazione, web, editoria Centro Sperimentale di Cinematografia)




Giornata delle Ferrovie Dimenticate
04 marzo 2018
www.mobilitadolce.org

La Giornata sarà uno degli eventi di punta del Mese della Mobilità Dolce, promosso da Co.Mo.Do. e programmato a partire dal 4 marzo 2018. Per muoversi in tanti con sensibilità, leggerezza, cultura e immaginazione dentro il paesaggio, per rendere più desiderabile muoversi e viaggiare a piedi, in bici, in treno, in e-bike, a cavallo, per rispondere ai bisogni provenienti dal sociale sul tema di trasporti sostenibili e intermodali e dei luoghi car free.

Due le giornate di punta: la prima dedicata alla Ferrovie Dimenticate, giornata che vanta 10 edizioni all'attivo, con grande partecipazione di appassionati e il coinvolgimento di centinaia di associazioni locali ambientaliste, di equiturismo, di cicloturismo e trekking che hanno avuto e hanno oggi il merito di portare all'attenzione dell'opinione pubblica le linee ferroviarie dismesse. Attraverso il sitole singole associazioni potranno iscrivere un evento al calendario ufficiale della manifestazione. La seconda sarà dedicata al turismo equestre, una risorsa sempre più importante per i nostri territori rurali, ma anche un prodotto turistico in crescita e con opportunità di sviluppo che tendono a premiare forme di movimento che offrono il miglior rapporto con le forme esteriori, con la natura, l'atmosfera, le sensazioni e gli aspetti del paesaggio, sempre nell'ottica di ricadute economiche sulle destinazioni.

L'obiettivo di Co.Mo.Do. attraverso l'organizzazione del Mese della Mobilità Dolce è infatti di sensibilizzare alla "economia green" attraverso la mobilità leggera e l'intermodalità, in vie verdi a vocazione turistica e paesaggistica riservate a persone non motorizzate, in vie di comunicazione di pubblico dominio basate sul recupero del patrimonio ferroviario dismesso (linee, stazioni e altre infrastrutture), su alzaie di canali e argini di fiumi, dentro Parchi e oasi, su tratturi e strade bianche, nei borghi più suggestivi d'Italia. Sotto l'impulso e il coordinamento di Co.Mo.Do. sarà ancora una bella festa per valorizzare un viaggio itinerante nei luoghi più evocativi del patrimonio ferroviario dismesso, per consolidare una campagna di educazione al paesaggio in una grande energica appassionata opera collettiva di riappropriazione e architettura degli spazi aperti e della loro percorribilità. (Comunicato stampa)




Filmfestival del Garda Pubblicato il bando di gara per l'XI Filmfestival del Garda 2018
28 maggio - 03 giugno 2018
Termine di partecipazione: 05 marzo 2018
www.filmfestivaldelgarda.it

Il Festival toccherà diversi comuni del Lago di Garda: Brescia, San Felice del Benaco (BS), Gardone Riviera (BS), Manerba del Garda (BS), Polpenazze del Garda (BS) e Toscolando Maderno (BS). Rimane infatti punto di forza del Festival, l'utilizzo di luoghi straordinari del territorio, per loro natura ideali per essere vissuti anche attraverso eventi culturali come proiezioni, incontri con gli autori, esposizioni, laddove non esiste una vera e propria sala cinematografica. Confermata la storica formula delle sezioni che si divideranno tra Concorso lungometraggi (dove verranno esplorate le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale), Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali. Novità della prossima edizione invece, le proiezioni speciali nelle RSA (Residenza sanitaria assistenziale) del territorio, sempre curate da personale specializzato e con un programma ideato appositamente per gli spettatori che sono ospitati. Il bando di gara del concorso del FFG18 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri. Il bando in italiano e inglese è disponibile sul sito del FFG. (Comunicato stampa)




Concorso internazionale di composizione "Città di Udine"
Chiusura del bando: 31 marzo 2018
www.taukay.it

Il bando della nuova edizione del sul sito delle edizioni musicali Taukay. Due sezioni: Composizioni per gruppo strumentale da camera o strumento solista; Musica elettroacustica. (Comunicato stampa)

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The rules and conditions of the new international composition competition "Città di Udine" are online on Taukay music publishing house website. Two sections: Compositions for chamber instrumental group or solo instrument; electroacoustic music.
Deadline: March 31st 2018. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Immagine dalla locandina della rassegna cinematograica Il migliore dei mondi possibili al Goethe-Institut Palermo Il migliore dei mondi possibili - 20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi Il migliore dei mondi possibili
20 film per raccontare famiglia e società nella Germania di oggi


17 ottobre 2017 - 27 marzo 2018, ogni martedì, ore 18.30
Sala Wenders del Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
www.goethe.de/palermo

"I venti film scelti per la rassegna, quasi tutti inediti in Italia, compongono un mosaico inaspettato, eppure fedele, della Germania di oggi - spiega la direttrice del Goethe-Institut, Heidi Sciacchitano - Un paese che viene raccontato attraverso vicende spesso familiari, in quanto è nei nuclei più piccoli - quelli che rappresentano il nostro "migliore dei mondi possibili" - che si riflettono le questioni di più ampio respiro sociale quali la crisi economica, la migrazione, l'integrazione, il bullismo o semplicemente le difficoltà dell'essere genitori."Ecco allora storie che si snodano tra grandi metropoli e paesi di provincia e che raccontano la quotidianità tedesca.

Si tratta di una Germania ricca di sfumature, che si riflette ad esempio in molte commedie geniali in cui l'incontro fra culture diverse, tema sempre attuale, avviene all'insegna dell'ironia e del divertimento, nonché di straordinarie qualità umane. La famiglia di oggi viene declinata in tante variabili sorprendenti, per raccontare le sfide della modernità in modo tenero, drammatico ed esilarante al tempo stesso, grazie soprattutto ad una galleria di personaggi memorabili. La rassegna prevede il 31 ottobre, per l'anniversario dei 500 anni della Riforma protestante, la proiezione del film Luther, interpretato da Joseph Fiennes con la regia di Eric Till. Il 23 gennaio, nella settimana in cui ricorre la commemorazione delle vittime dell'Olocausto, sarà invece proposto Hannas schlafende Hunde di Andreas Gruber, con la rivelazione Nike Seitz. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli italiani. L'ingresso è libero. (Comunicato stampa)




Maria per Roma

Scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto
Con Andrea Planamente, Cyro Rossi, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Mia Benedetta, Bruno Pavoncello e l'amichevole partecipazione di Daniela Virgilio

Uscita: 08 giugno 2017
Durata: 93'
Distribuzione: Bella Film srl

Una ragazza e il suo cane affrontano in Vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale. Tanti personaggi compongono questo caotico affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani, in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità... mentre la Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.

«L'idea del film è nata alcuni anni fa quando al termine di una giornata terrificante ho visto la possibilità di raccontare Roma attraverso la giornata di un solo personaggio. Attingendo anche alla mia storia personale ho provato a restituire le contrastanti spinte della città ricordando umori e conflitti, bellezza e fatica, antichità e senso di vuoto, caparbietà e approssimazione. L'unico modo possibile per raccontare questa storia mi è parso fin dall'inizio quello di costruire il progetto insieme agli amici di sempre, veri protagonisti del mio quotidiano. Attori e non con i quali ho condiviso negli anni sforzi vani, soddisfazioni nascoste, amore per il teatro e divertimento. La speranza è che questo affresco così personale possa arrivare ai tanti che combattono quotidianamente cercando di superare i limiti ambientali e interni mantenendo sulla vita uno sguardo affettivo.» (Karen Di Porto)

Attrice, sceneggiatrice e regista romana. Dopo la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma inizia un percorso di formazione teatrale con l'insegnante Francesca De Sapio. Durante gli anni di studio lavora in teatro con la compagnia Mixò. Nel 2002 vince con Shimessalinu il premio Medusa per il miglior soggetto per commedia dal quale poi scrive la sceneggiatura per Palomar. Debutta alla regia nel 2011 con il corto grottesco Nicolino presentato al Museo Macro di Roma. Con Cesare, secondo cortometraggio, vince diversi premi a festival, tra cui il Festival Arcipelago, il corto Dorico ed è finalista ai Nastri D'Argento. Maria per Roma è il suo primo lungometraggio. (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Aroldo Tieri, Totò - Chi si ferma è perduto (1960) (Immagine)




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00

Presentazione catalogo
04 febbraio 2018, ore 11.00
Chiesa Madonna della Vittoria - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Copertina libro L'imbarcadero per Mozia, di Sabrina Sciabica L'imbarcadero per Mozia
di Sabrina Sciabica, L'Erudita, Giulio Perrone Editore

Cosa è un imbarcadero e dove si trova Mozia? Scopritelo con il romanzo di Sabrina Sciabica, giornalista palermitana che ha scelto di ambientare il suo primo romanzo in Sicilia. Una storia d'amore che sa di salsedine per questa giovane autrice che sceglie di ambientare la sua storia con il mare sullo sfondo, le saline di Marsala di contorno e il calore del sole siciliano a rendere il tutto più magico. L'imbarcadero per Mozia è un romanzo per molti versi storico, nelle intenzioni archeologiche che scavano a fondo nei sostrati psicologici dei personaggi e nell'impianto lirico, animato da uno stile che, alternando il verso alla prosa, rievoca il dialogo classico e tragico tra coro e attore. Dialogherà con l'autrice Monica Tenev, direttrice artistica di LAB 116, caffè letterario e non solo, che nasce dalla volontà di dare spazio alla creatività e all'originalità di nuovi talenti. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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