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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il Pianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2021-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2021-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

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Bandiera utilizzata dai patrioti greci durante il Risorgimento Articoli di Ninni Radicini sul Bicentenario del Risorgimento in Grecia (1821-2021)

Mostra dedicata al Bicentenario del Risorgimento della Grecia

Il Risorgimento della Grecia e il Regno delle Due Sicilie

Trieste e il Bicentenario del Risorgimento Ellenico




* Newsletter Kritik - 30 dicembre 2021 (Sommario)




Giovanni Anselmo
17 gennaio (inaugurazione dalle 10 alle 19) - 05 marzo 2022
Galleria alfonsoartiaco - Napoli

Giovanni Anselmo presenta la sua terza personale in galleria; le precedenti nel 1991, nello spazio di Pozzuoli, e nel 2005 a Palazzo Partanna in piazza dei Martiri a Napoli. Tra i primi nella cerchia dei fondatori del movimento Arte Povera, Anselmo sin dal finire degli anni '60 trae la propria ispirazione dall'osservazione degli eventi naturali e dall'energia che ne scaturisce. La sua ricerca radicale combina materiali di diversa natura in continuo dialogo o conflitto, rendendo quasi tangibili le forze che animano l'opera d'arte, manifestandosi attraverso gli effetti sul mondo circostante.

Questo dualismo si traduce in una tensione continua tra visibile e invisibile, tra potenza e atto, tra finito ed infinito. Organico e inorganico, naturale e tecnologico, leggerezza e pesantezza sono solo alcune delle coppie dialettiche sulle quali l'artista lavora in cui l'energia insita nella materia è bloccata in quell'attimo in cui fenomeni opposti collidono e si azzerano. La mostra presenta una selezione di lavori datati dal finire degli anni '60 fino ad oggi, in un percorso di opere rappresentative dell'artista. (Comunicato stampa)




Torna ad Atene il Frammento del Partenone custodito a Palermo

Accordo fra il Museo dell'Acropoli e il Museo Salinas. Dalla Grecia arrivano in Sicilia una statua della dea Atena e un'antica anfora geometrica. Previste comuni iniziative in partnership Sicilia-Grecia.

Presentazione




Locandina della mostra fotografica The Memory of the Air sulla Albania Chiaralice Rizzi e Alessandro Laita
The Memory of the Air


14 gennaio - 14 febbraio 2022
Museo Nazionale di Fotografia Marubi - Scutari

Un secolo di storia e di società albanese attraverso un nucleo centrale di 500.000 negativi che includono il lavoro di 18 fotografi, prevalentemente di Scutari e che prende il nome da Pietro Marubi: un cittadino italiano che, traferitosi in Albania per motivi politici e naturalizzatosi albanese, aveva precocemente avviato a Scutari il primo studio fotografico del paese. Grazie anche ai suoi successori la fototeca Marubi fu attiva ininterrottamente dal 1856, anno di fondazione, fino alla metà del '900. Il fatto che si sia fortunosamente sottratto alla distruzione durante il regime di Enver Hoxha, oltre che la meticolosità con cui Pietro Marubi registrava i nomi dei propri clienti, ha consentito negli ultimi anni alla comunità albanese di ritrovare traccia fotografica dei propri antenati e scoprire aspetti altrimenti perduti della vita privata e collettiva.

Interessati a questa risorsa, Chiaralice Rizzi e Alessandro Laita hanno svolto un'ampia ricerca sul territorio, a partire dall'area di Scutari e Tirana - allargando poi il campo all'intero paese - con il fine di individuare la presenza, nelle abitazioni, di fotografie di famiglia scattate da Pietro Marubi, dai suoi successori e, in alcuni casi, da altri fotografi il cui legato è confluito nell'archivio. A partire da quelle fotografie Rizzi e Laita hanno raccolto dagli abitanti di quelle case o, quando possibile, con i protagonisti stessi delle foto, una serie di narrazioni.

L'opera emersa dai momenti di incontro ha preso la forma di un'installazione sonora e di una serie di fotografie degli ambienti, per lo più domestici, in cui gli scatti di Marubi sono tuttora conservati e si configura come un affresco diffuso, composto di racconti e di memorie personali, che vede il proprio corrispettivo/contrappunto nel museo Marubi. Proprio nel museo l'opera verrà esposta, andando ad occupare l'intero piano terra dell'edificio. Se la figura di Marubi testimonia delle relazioni secolari tra Italia e Albania, questa intensità di scambio si ripropone con il progetto di Laita e Rizzi; che del resto è stato concepito durante un periodo di ricerca trascorso dai due artisti alla Art House di Scutari nell'estate del 2019.

Registrando sia la presenza delle fotografie negli interni, interpretati dunque come archivi viventi, sia i racconti relativi ai soggetti di queste fotografie, essa si pone all'intersezione tra immagine e parola, tra passato e presente, tra privato e pubblico, soggettivo e collettivo; ed evidenzia le tracce onnipresenti della storia e il vitale legame che l'individuo ha con essa. Laddove la storia ufficiale tende a congelare il racconto in una versione univoca, spesso riduttiva, Laita e Rizzi ne fanno invece emergere sfaccettature, contraddizioni e aspetti inaspettati, talvolta imprevedibili, spesso taciuti. A maggior ragione in un paese oggetto, per oltre quarant'anni, di una dittatura ferrea che ha comportato, tra l'altro, profonde rimozioni.

Il titolo del progetto, The Memory of the Air proviene dalla raccolta di poesie Kujtesa e ajrit, 1993 di Visar Zhiti, (Durazzo, 1951), vittima di persecuzione e testimone della storia recente dell'Albania. Oltre alla mostra, a cura di Gabi Scardi, The Memory of the Air prevede la realizzazione di un libro d'artista a marzo/aprile del 2022 e a seguire la presentazione del progetto e della pubblicazione presso il Museo di Fotografia Contemporanea, che accoglierà l'opera nelle proprie collezioni implementando così il patrimonio culturale pubblico.

Alessandro Laita (1979) e Chiaralice Rizzi (1982) si sono laureati in Arti Visive allo IUAV di Venezia nel 2009. Dal 2010 al 2015 hanno lavorato nella stessa facoltà come assistenti per i corsi di Antonello Frongia, Lewis Baltz e Adrian Paci. La loro pratica artistica si articola attorno alle relazioni esistenti tra paesaggio, immagine, memoria e la loro rappresentazione. Nei loro lavori, attraverso un processo di osservazione, le immagini si fanno racconto, andando oltre la semplice comprensione visiva. Manifestandosi attraverso media differenti, la loro ricerca pone domande critiche sul linguaggio fotografico come pratica. Nel 2016 hanno vinto il Lewis Baltz Research Fund e hanno pubblicato il loro primo libro con MACK (Londra). (Estratto da comunicato ufficio stampa ch2_eventi culturali)

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Mostre sui Balcani - Storia | Popoli | Arte | Cinema

___ Presentazione di mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Giorgio Galimberti. Il sogno di George
27 gennaio (inaugurazione ore 19.00) - 12 marzo 2022
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano
Presentazione

Maurizio Coppolecchia | Pietro Spica. "The Immediate Gaze"
20 gennaio (inaugurazione dalle 17 alle 20) -30 gennaio 2022
Spazio d'Arte Scoglio di Quarto - Milano
Presentazione

Ingrid Hora & Heinz von Perckhammer - Kodak Shop
04 gennaio (inaugurazione) - 29 gennaio 2022
Foto Forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
Presentazione

Ruth Orkin. Leggenda della fotografia
18 dicembre 2021 - 02 maggio 2022
Museo Civico - Bassano del Grappa (Vicenza)
Presentazione

Giuseppe Loy. Una certa Italia. Fotografie 1959-1981
08 dicembre 2021 - 27 febbraio 2022
Gallerie Nazionali di Arte Antica (Palazzo Barberini) - Roma
Presentazione

Lost and found. Fotografie anonime 1940-1960 ca.
04 dicembre 2021 - 22 gennaio 2022
Arcipèlago - Udine
Presentazione

Robert Capa. Fotografie oltre la guerra
Villa Bassi Rathgeb - Abano Terme (Padova)
15 gennaio - 05 giugno 2022
Presentazione

Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985
Presentazione

Ritratto Paesaggio Astratto. Tre percorsi nelle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea
dal 25 febbraio 2021
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
Presentazione

"Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
Presentazione




Stampa Fine art su Hahnemuhle Photo Rag certificata Epson Digigraphie di cm 40x60 denominata Maddaloni realizzata da Giorgio Galimberti nel 2020 Giorgio Galimberti
Il sogno di George


27 gennaio (inaugurazione ore 19.00) - 12 marzo 2022
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano

Prima personale che la galleria dedicata al fotografo italiano mid-career Giorgio Galimberti, a cura Glenda Cinquegrana. Il titolo della mostra, "Il Sogno di George" si riferisce ad alcune peculiari caratteristiche della pratica fotografica di Giorgio Galimberti. La fotografia di Galimberti è frutto di un'operazione visiva di costante spiazzamento: la realtà del quotidiano da cui costantemente attinge è trasfigurata per diventare surrealtà, o meglio scenario da sogno. Quello di Giorgio è un mondo abitato da uomini, donne o figure infantili che ne percorrono costantemente i territori urbani con semplicità e candore, che sono necessarie a guardare al quotidiano con occhi di volta in volta nuovi.

Il fotografo si identifica completamente con i protagonisti delle sue immagini, che altro non sono un prolungamento di sé stesso: e così Giorgio diventa George, come la Alice di Lewis Carroll compie il suo tuffo nella realtà dello specchio. La fotografia di Galimberti celebra la nitidezza linguistica del bianco e nero come strumento di semplificazione visiva e crea scene che sono il risultato di un'ambiguità calcolata. È frutto di un trucco prospettico lo scatto che vede protagonista una ragazzina che cammina come un'equilibrista sulle creste dei grattacieli di New York; un omino che, ridotto alla dimensione di gnomo, si muove sullo sfondo di un paesaggio fatto di fiori e di pale eoliche in cui naturale ed artificiale coesistono ("Capracotta", 2020). Come un funambolo, Giorgio si muove abilmente in questa realtà trasfigurata, giocando con destrezza con gli elementi della visione.

Intessuto delle influenze fotografiche di maestri come Andrè Kértesz e Mario Giacomelli, il bianco e nero di Galimberti non è solo strumento di sintesi formale, ma soprattutto un elemento catalizzatore di poesia: l'immagine ridotta allo stato di nero assoluto si fa capace di raccogliere ed amplificare le emozioni. Fra gli scatti più belli non possiamo non citare quello in cui un uomo perso nella moltiplicazione delle arcate di un'architettura dechirichiana, racconta lo spaesamento di un bambino che esita a diventare adulto o la solitudine dell'individuo al cospetto di una mondo troppo più grande di lui ("Maddaloni," 2020). L'immagine che ha reso celebre Giorgio è quella che vede una fanciulla prigioniera di una balena di ferro ("Camogli" #01, 2017), rappresentazione perfetta dell'inquietudine e della prigionia nella realtà altra dello "specchio". (Comunicato stampa)

"Lasciateli stare i sognatori, sono gente di carbone per vecchi treni a vapore, lasciateli stare nelle loro piccole case, che abitano come tasche, piene di spine e di more". (G. Nadalini)




399 Cartoline d'arte dal Lockdown
13 gennaio - 12 febbraio 2022
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

L'esposizione comprende circa 400 opere nel formato cartolina create da più di 30 artisti che si sono cimentati nella mail art, movimento artistico e una pratica d'arte che usa la posta come mezzo di visione e distribuzione delle opere d'arte, per dare sfogo alla propria fantasia durante i periodi di confinamento dovuti al Covid 19. Le cartoline, che rappresentano da sempre la possibilità di una piacevole comunicazione a distanza, in questa versione artistica rispondono all'angosciante esigenza di superare le limitazioni imposte dall'emergenza sanitaria. Gli espositori appartengono al gruppo "Incisioni d'arte e d'intorni", gruppo di derivazione della "Scuola Libera dell'Acquaforte Carlo e Mirella Sbisà".

La documentazione fotografica è tratta da una precedente mostra delle opere allestita nel giugno 2021, nel mercato Coperto di Trieste. Hanno collaborato alla realizzazione dell'esposizione le artiste Paola Estori e Federica Finotto. Utilizzando materiali di fortuna reperibili nelle proprie abitazioni, gli artisti hanno utilizzato tecniche diverse, spaziando dall'acquarello alla stampa a mano, dal collage alla xilografia, al rilievo. Le opere riflettono il disagio del momento, le paure e le speranze, lo stato emozionale e le reazioni delle persone rispetto al nuovo tipo di vita. Con questa esposizione l'arte ha trovato un modo per uscire dall'isolamento, trasmettendo al visitatore una vibrazione particolare e una testimonianza del difficile periodo vissuto da tutti noi. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




Camillian Demetrescu Camillian Demetrescu
Genesi 1969-2012


Roma, 12-31 gennaio 2022
Accademia di Romania | Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea

Il periodo astratto di Camilian Demetrescu (Busteni, 1924 - Gallese, 2012) pittore, scultore, scrittore e studioso di storia dell'arte romeno naturalizzato italiano. La retrospettiva è a cura di Cornelia Bujin. L'Accademia di Romania presenta circa 40 lavori tra serigrafie, disegni e sculture del periodo astratto realizzati negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea esporrà in una sala dedicata, La Maschera di Zalmoxis, una grande scultura lignea presente con un'altra opera dell'artista, nella propria collezione ed eccezionalmente restaurata per l'occasione. L'opera, realizzata ed esposta alla Quadriennale d'Arte di Roma del 1977, da allora non è più stata presentata al pubblico costituendo per questo, importante e significativo momento della dimensione aperta, dinamica e accessibile in cui si pone la Galleria Nazionale nella fruizione e valorizzazione delle opere custodite.

Questi lavori testimoniano il tentativo di liberarsi dall'incubo del "realismo socialista", come afferma l'artista stesso: Per guarire dall'incubo del cosiddetto realismo socialista, imposto dal regime comunista, che avevo subito per ventisei anni prima del mio esilio in Italia nel 1969, sono passato all'astrattismo. Ad un'arte però che non voleva girare le spalle alla Grande Tradizione, ma riscoprire, in termini moderni, gli archetipi e i miti della mia terra e delle mitologie mediterranee e d'oriente, la spiritualità e la visione del mondo monoteista e orfica dei Daci, miei antenati (C. Demetrescu, Diario).

Attraverso un astrattismo "simbolico", Demetrescu riparte dagli archetipi della realtà "vera", dalle forme primordiali della vita come le conchiglie e le geometrie della natura dove, l'ispirazione alla mitologia mediterranea e alle leggende della sua terra, si materializzano in grandi sculture in legno, modellate e plasmate secondo forme di una geometria non euclidea. (Estratto da comunicato Civita Mostre e Musei)




Opera di Stefano Ciaponi denominata La casa del Poeta Opera di Stefano Ciaponi denominata Viaggio della balena Opera di Stefano Ciaponi denominata Lungo cammino della sera Stefano Ciaponi
"Viaggiatori sognanti"


15 gennaio (inaugurazione) - 03 febbraio 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Ritorna alla Galleria "Arianna Sartori" l'artista livornese Stefano Ciaponi con una nuova esposizione personale di tecniche miste, tempere e disegni, a cura di Arianna Sartori. Stefano Ciaponi nasce sulle colline livornesi nel 1957. Pittore e incisore, insegnante di incisione all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Il suo amore per il disegno e la pittura si manifestò fin dall'infanzia, tanto da farlo studiare prima all'Istituto d'Arte di Lucca poi all'Accademia di Firenze sotto la guida di Farulli e di Viggiano, lì si innamorò dell'incisione, da allora non l'ha più lasciata tanto da diventarne uno dei più alti interpreti in Italia. Sempre in Accademia fu vincitore del primo premio quale miglior studente nelle Accademie in Italia.

"Ciaponi è artista visionario (...), la sua pittura, gentile e potente allo stesso tempo, ha il sapore di affresco, la sua freschezza ed immediatezza ci infondono un tocco di struggente poesia…".

Mostre di Stefano Ciaponi alla Galleria Sartori:
2007 - "Prove di volo";
2009 - "Piccolo volo nel grande cielo";
2012 - "Vestire di blu la notte";
2018/2019 - "Piccoli voli"

Bibliografia essenziale:
2002 - Rossana Bossaglia, "Stefano Ciaponi. Fuga nei girdini dell'immaginario", catalogo monografico, Livorno;
2006 - Giorgio Seveso e Leo Strozzieri, "Stefano Ciaponi. Prove di volo", catalogo monografico, Museo Michetti, Francavilla (CH), edizione a cura di Tonino Bosica, Montesilvano (PE);
2010 - Arianna Sartori, "Incisori moderni e contemporanei", Libro secondo, Mantova, Centro Studi Sartori per la Grafica;
2019 - Arianna Sartori, "Acquerellisti Italiani", Archivio Sartori Editore, Mantova

Di Lui hanno scritto: Giancarlo Caldini, Omero Biagioni, Paolo Bellini, Simona Orlandini, Mario Rocchi, Rossana Bossaglia, Lina Senserini, Paolo Levi, Mariella Casamassima, Dario Micacchi, Liliana Di Ponte, Brunetto Domenica, Maria Cristina Filieri, Mario Marzocchi, Nicola Micieli, Piotr Pawel Maniurka, Giorgio Seveso, Umberto Russo, Leo Strozzieri, Michele Campione, Chiara Gatti, Michele Pierleoni. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Stefano Ciaponi, La casa del Poeta
2. Stefano Ciaponi, Viaggio della balena
3. Stefano Ciaponi, Lungo cammino della sera

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Mariano Pieroni
07-20 gennaio 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
Presentazione

Artisti Italiani 2022
Catalogo Sartori d'arte moderna e contemporanea

Presentazione

Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione
Link a numeri della rivista




Giappone, dal disegno al design
Dai libri illustrati Meiji ai manifesti d'arte contemporanea


termina l'11 settembre 2022
Castello di Masnago - Varese
www.museivarese.it/mostre/giappone-disegno-e-design

La mostra presenta stampe, illustrazioni e manifesti di un Giappone in cambiamento, realizzati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento quando i contatti con il mondo occidentale si fecero più fitti. Le opere esposte, firmate da noti artisti giapponesi e conservati nei depositi della Biblioteca Civica, grazie alla donazione di Ettore Ponti, sono realizzate con la tecnica silografica con stampa da matrici di legno; i libri sono stati stampati a Kyoto dall'editore più importante del momento, Unsodo, ancora oggi attivo e promotore della stampa tradizionale.

La mostra propone l'incontro con una cultura e con i suoi simboli: natura, scene e immaginari orientali, leggende e tradizioni. È presente un'interessante mappa dell'isola datata 1876 con le annotazioni di Torquato Andreossi, un commerciante di seme-bachi (le uova dei bachi da seta). Nel 1854 il Giappone aprì i suoi porti commerciali e arrivarono in Occidente oggetti, libri e tessuti dal fascino indubbio. Così nei campionari per tessuti esposti è possibile apprezzare l'alta raffinatezza pittorica e grafica, in un legame tra arti decorative, artigianato e pittura.

Il Monte Fuji, gru, crisantemi, i tre amici dell'inverno, il ponte Yatsuhashi con gli iris, i trentasei poeti immortali sono alcuni tra i soggetti più caratteristici. Completa il percorso una sezione contemporanea con 60 poster realizzati dai più importanti graphic designer giapponesi contemporanei il cui lavoro richiama la tradizione pittorica. La mostra è organizzata dal Comune di Varese in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, la DNP Foundation for Cultural Promotion di Tokyo e l'editore Unsodo di Kyoto. (Comunicato stampa Marco Parotti - Ufficio Stampa Archeologistics: Eo Ipso)

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Onna to onnagata. Rotazione di dipinti e stampe giapponesi
14 dicembre 2021 - 17 aprile 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
Presentazione




Opere di Marcello Montoro e Marzia Roversi in una locandina della mostra alla Galleria Wikiarte Marcello Montoro e Marzia Roversi
13 gennaio (inaugurazione) - 27 gennaio 2022
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

Uno stato psichico, che altera il tono dell'umore, inducendolo alla fievole tristezza di un ricordo sbiadito. Contrapposta alla risposta di un sistema, su cui interviene un gesto modificatore. Malinconia e fisicità, matrici emozionali ed energetiche, ricondotte alla figura e veicolate dal dipinto di uno sguardo. Statico ed etereo, oppur dinamico ed in evoluzione, sempre genuino portatore di un'individualità creativa che oscilla tra la profondità di un sentimento e lo stupore derivante dalla sua scomposizione.

Luce ed ombra, a definire figure femminili, esito di una innata capacità grafica raffinata da tecnica pittorica e continua ricerca: quasi architettoniche, per l'equilibrio studiato delle forme e non ritratti, ma porta voci di un'intimità ultraterrena. Se non scultoree, per l'impiego sapiente del chiaroscuro supportato dalla superfice legnosa, che dona loro una naturale, plastica melanconia. Donne e fanciulle, sono i soggetti prediletti di Marzia Roversi, artista mantovana nella cui opera brilla tenue l'amabile fragilità dell'essere già culla della creazione. Ineffabili ed eteree, nell'intento compiuto di fondere sogno e realtà, sono profili che sospendono lo sguardo dell'osservatore, inducendo alla percezione di una grazia 'personale' la cui sottile e tangibile presenza ritrova qui il suo spazio in un mondo lontano dalla realtà, ma prossimo al cuore.

Alla magia di un tempo gentile, forse trascorso e senz'altro indefinito, il cui riflesso figurativo ben coglie un'estetica di certo riscontro in termini pittorici, oltre che illustrativi, attestati dall'ampio consenso di critica e pubblico. Una pluralità di componenti essenziali, che costituisce la materia fisica, quest'ultima in continuo movimento. Così, minuscoli tasselli di balsa dipinti ad olio, magnetici e disposti su un pannello metallico antigraffio, delineano un insieme armonico, inizialmente custodito dall'immagine finita di un volto. Da cui scaturisce l'essenza, posta nell'atto del fruitore, che ne scompone le fattezze rinnovando la primarietà dei suoi componenti.

Arte e scienza, binomio e cifra stilistica nonché concettuale dell'artista Marcello Montoro, il cui impegno accademico unito al palese talento figurativo, ne profilano la matrice identitaria, scandendo un percorso la cui meta finale risiede nel divenire: per sua natura continuo, apparentemente indeterminato e contrapposto al limite del supporto che qui lo ospita come alla finitudine degli elementi che lo descrivono. Liberi, questi ultimi, narratori di una storia la cui originale e sistemica unicità diviene spettacolare molteplicità costruendo e de-costruendo il viso di David Bowie, un frutto della terra se non il dipinto di un teschio di cristallo, verticalmente rimodulato in onde 'pulsanti', evocatrici di un respiro dalla valenza universale. (Pietro Franca)




François Berthoud
"Hyperillustrations"
Quattro decadi di moda


Fondazione Sozzani - Milano, 15 gennaio (inaugurazione) - 27 marzo 2022
Spazio Bulgari - Milano, 14 gennaio - 15 febbraio 2022
www.fondazionesozzani.org | www.bulgari.com

La Fondazione Sozzani presenta la mostra di François Berthoud in collaborazione con Bulgari. Quattro decadi di moda raccontate con il tratto inconfondibile di uno dei più emblematici illustratori contemporanei, in un'antologica di più di cento opere dai primi anni Ottanta fino al 2022. Berthoud suggerisce storie, scrive sceneggiature senza parole e certi suoi ritratti possiedono un'intensità che balza fuori dalla pagina, come animati da una propria volontà.

"Molto più che 'illustrazioni di moda', i disegni e le stampe di Berthoud sono assemblaggi erotici. La sperimentazione fisica e il ready-made estetico sono alla base del suo lavoro grafico che può essere definito "Hyperillustrations" perché con la sua mediazione François Berthoud porta la moda ai suoi estremi artistici e culturali", scrive Chris Dercon, Direttore del Grand Palais di Parigi nel suo saggio. Formato in Svizzera alla scuola d'arte di La Chaux de Fonds e specializzatosi alla scuola grafica di Losanna, François Berthoud ha iniziato a lavorare giovanissimo nel fumetto con racconti ironici e fantasie esotiche, con un piccolo gruppo di illustratori italiani vicini all'avanguardia delle arti visive, come Lorenzo Mattotti, Tanino Liberatori, Igort, Stefano Tamburini, che ruotavano intorno a riviste di culto come Linus, Alter Alter e Frigidaire.

Influenzato dalla tecnica della xilografia giapponese, Berthoud utilizza spesso la formula della linoleografia, il "linocut" dove con lastre di linoleum può ottenere stampe quasi a rilievo come nelle finissime incisioni dalle tavole di ciliegio. Con inchiostri tipografici a base oleosa molto densa ottiene quel tratto "bold" che spesso definisce molte delle sue celebri silhouettes e che richiede lunghi tempi di elaborazione. "Nel processo fisico non ci sono scorciatoie, ho bisogno di tempo" - dice Berthoud - ma sono sempre affascinato dal mistero della stampa finale che supera l'immaginazione e non è mai come te l'aspetti."

Nel 1982 Anna Piaggi, la visionaria direttrice di Vanity, lo chiama per proseguire il lavoro dello storico illustratore americano Antonio Lopez. "François analizza i suoi soggetti a fondo e con un elegante senso di estraniamento li ricostruisce nel suo atelier-laboratorio. Il risultato è una moda a raggi X.", scriveva Anna Piaggi nel 1997. Lavorando per The New Yorker, The New York Times, Visionnaire, Interview, Numéro, Vogue, Berthoud si confronta presto con l'illustrazione di moda d'autore rappresentata da Mats Gustafson, Gladys Perint Palmer e Ruben Toledo e da allora, saranno molte le campagne grafiche disegnate per i grandi della moda come Jean-Paul Gaultier, Yves Saint Laurent, Victor & Rolf, Chanel, Givenchy, Armani, Martin Margiela, Dolce & Gabbana, Hermès, Prada e Capucci.

Ma anche la musica e l'opera appartengono all'immaginario di Berthoud, che dal 2012 cura i manifesti delle dodici produzioni annuali dell'Opernhaus di Zurigo. Realizzata in collaborazione con Bulgari, la mostra "Hyperillustrations" si inserisce nel percorso artistico e culturale che Bulgari dedica alla città di Milano, con una selezione di circa venti opere di François Berthoud tra cui la recente "Storia del Serpente", appositamente creata per lo spazio Bulgari.

François Berthoud (Le Locle, Svizzera francese, 1961) è riconosciuto tra i più originali illustratori di moda della sua generazione. Il suo lavoro è caratterizzato da tratti distintivi che uniscono il linguaggio della grafica e della pittura, un connubio di arte, moda e disegno. Dalla metà degli anni '80, François Berthoud si è dedicato all'attività artistica con libri, mostre e progetti speciali. Le sue opere sono in collezioni e istituzioni pubbliche e private internazionali. (Estratto da comunicato stampa)




Locandina di presentazione della mostra di Maurizio Coppolecchia e Pietro Spica Maurizio Coppolecchia | Pietro Spica
"The Immediate Gaze"


20 gennaio (inaugurazione dalle 17 alle 20) -30 gennaio 2022
Spazio d'Arte Scoglio di Quarto - Milano

Nel 1989 Maurizio Coppolecchia, producer e fotografo milanese, compie un reportage a colori nel deserto dei Gobi in Mongolia, paese grande cinque volte l'Italia, con una semplice polaroid SX70 durante uno scouting per uno spot pubblicitario, fermando in istantanee su pellicole autosviluppanti 8x8 cm gli sguardi discreti e schivi di allevatori nomadi, uomini e donne, giovani e vecchi.

Trent'anni dopo, nel 2020, Maurizio chiede al suo amico Pietro Spica, artista italiano scomparso da poco, di compiere il medesimo viaggio con i suoi acquarelli e la sua arte caleidoscopica e magica partendo proprio da quelle stesse immagini, lontane nel tempo ma non nelle emozioni e nei ricordi dell'autore. Da questo viaggio in due tempi, reso soprattutto possibile dalla profonda e antica amicizia che lega Maurizio e Pietro, nascono la mostra e un libro d'artista che portano lo stesso titolo, "The Immediate Gaze".

Curata da Gabriella Brembati e presentata da Roberto Mutti, la mostra mette a confronto venticinque fotografie di quel viaggio nelle steppe della Mongolia, riprodotte in stampa digitale su carta fine art 33x27, con altrettanti acquarelli, oltre a cinque polaroid originali. Le immagini fotografiche esposte raccontano di un reportage culturale e antropologico reso possibile grazie alla "magia" di quei ritratti istantanei formato polaroid che permisero a Maurizio Coppolecchia di costruire da subito un rapporto di reciproca fiducia con la gente del luogo, vivere la loro stessa quotidianità, scoprendo l'eleganza e la fierezza di un popolo costantemente in movimento, espressione di una cultura e un mondo diametralmente opposti agli stereotipi occidentali.

A dialogare con le fotografie di Maurizio Coppolecchia gli acquarelli di Pietro Spica che, sebbene non abbia partecipato a quell'avventura, è riuscito ugualmente a ricreare le atmosfere di quel viaggio fatto di paesaggi, volti, relazioni e ricordi attraverso traiettorie immaginarie secondo la propria fantasia e la propria poetica, ma sempre partendo da quelle stesse foto scattate trent'anni prima. Una rilettura suggestiva, sospesa, quasi fiabesca, che ha permesso a Spica di cogliere appieno il senso profondo delle fotografie: tutto nei suoi disegni viene poeticizzato, l'elemento umano così come gli animali, a partire dall'immancabile cammello, gli utensili della vita quotidiana o le ger, le iurte tradizionali mongole usate dai pastori nomadi, la natura così come i cieli o i paesaggi.

Edito da Blueprint con una tiratura limitata di 200 copie (52 pagine, € 35), il libro d'artista "The Immediate Gaze", che sarà presentato sia in occasione dell'inaugurazione, oltre alle fotografie di Maurizio Coppolecchia e agli acquarelli di Pietro Spica è arricchito dai testi del filosofo Dario Borso, dello scrittore Andrea De Carlo, dello storico e critico della fotografia Roberto Mutti, della giornalista Valeria Cerabolini, oltre a un racconto dell'artista Stefano Soddu, per tradurre in parole le emozioni che scaturiscono da ogni singolo scatto, da ogni singolo disegno. Il libro si potrà inoltre acquistare, oltre che in sede di mostra, anche in alcune librerie di Milano (Libreria Gogol; Stamberga Concept Gallery; Libreria Verso; Libreria Bocca), Genova (Libreria L'amico Ritrovato), Camogli (Libreria Ultima spiaggia) e Rapallo (Libreria Agorà).

"The Immediate Gaze" è dunque un diario di viaggio che svela la bellezza misteriosa di uno dei paesi più affascinanti del nostro pianeta nei luoghi così come nelle tradizioni, che per secoli ha fondato la propria economia sulla pastorizia, ma che oggi rischia di essere stravolto a causa della globalizzazione, dei cambiamenti climatici e di quelli politico-sociali. Le fotografie di Maurizio Coppolecchia, insieme agli acquarelli di Pietro Spica e ai testi che si trovano nel libro tratteggiano quello che è stato un viaggio in due tempi, come ha scritto Andrea De Carlo, fatto da due amici "tra vita vissuta e vita ipotetica, scoperte rivelatrici e immaginazioni incontaminate, esperienza stratificata e stupore senza fine".

Maurizio Coppolecchia (Milano, 1955) è uno dei produttori che hanno reso possibile la complessa realizzazione del film "Il Divo" di Paolo Sorrentino, premio speciale della giuria al Festival di Cannes 2008. Tra gli anni '80 e '90 svolge attività fotografica per importanti periodici italiani come Capital, Class, Gente Money e Panorama Mese, mentre negli anni successivi lavora nell'ambito della produzione pubblicitaria come executive producer. Nell'ottobre 2006 fonda "Parco Film", casa di produzione pubblicitaria e cinematografica che annovera da subito figure di rilevanza internazionale come Sebastien Chantrel, Sebastian Grousset, Paolo Sorrentino, Alexander Paul e Pep Bosch. Ultimamente è tornato ad occuparsi a tempo pieno di quella che è stata la sua attività creativa iniziale, la fotografia.

Pietro Spica (Dolo 1953 -Rapallo 2021) si avvicina presto alla pittura grazie allo zio, l'artista Gianni Dova, tra i fondatori del movimento Spazialista italiano. Milanese d'adozione, è l'incontro con Bruno Munari a permettergli di fare della sua passione una professione, cominciando come illustratore di libri per bambini e insegnante di acquarello. Compie numerosi viaggi in Oriente e nelle Americhe, dai quali trae suggestioni che influenzano profondamente la sua tecnica espressiva grazie all'incontro con tradizioni figurative di diverse culture. I suoi quadri, dai colori brillanti e dalle linee morbide, sono esposti in diverse gallerie italiane e statunitensi e sono presenti in numerose collezioni in Europa e America. Negli ultimi anni ha soggiornato e lavorato a Milano, in Liguria e nell'isola di Minorca. (Estratto da comunicato ufficio stampa De Angelis press)




Copertina del catalogo della mostra con opere di Marino, Azuma, Cavaliere, Ramous Marino | Azuma | Cavaliere | Ramous
Galleria Cortina (Milano), 12 ottobre (inaugurazione) - 13 novembre 2021

Copertina catalogo e presentazione mostra







Vasilij Kandinskij
26 febbraio - 26 giugno 2022
Palazzo Roverella - Rovigo

L'enigma Kandinskij non è ancora compiutamente disvelato. E l'ampia retrospettiva curata da Paolo Bolpagni e Evgenia Petrova, per il Roverella di Rovigo, punta ad approfondire, in modo autorevole, questa ricerca. Ciò avverrà «individuandone le costanti che, dai primi anni del Novecento sino alla fine, innervano il suo modo personalissimo di dipingere: la ricerca di un'autenticità interiore, la volontà di creare un mondo visivo nuovo e libero, il riferimento alla musica, l'irrazionalismo spiritualistico e il legame con l'arte popolare russa e soprattutto con le espressioni creative dei popoli della Siberia, le cui tracce agiscono alla stregua di un fil rouge. La componente musicale e quella etnografica rivelano una comune radice spiritualistica».

Il tutto mentre, via via, si assiste al prender vita del graduale passaggio dalla figurazione all'astrazione, che si impone come chiave di volta di una delle rivoluzioni più radicali della pittura della prima metà del XX secolo. Il contributo di Kandinskij alla creazione di una forma espressiva della pittura fondata su nuovi presupposti è enorme. Ma, sottolineano i curatori, «nonostante il grande lavoro storico-critico che, anche negli ultimi decenni, hanno compiuto molti studiosi, nell'analisi del suo percorso resta un che di enigmatico.

Numerose furono le matrici da cui scaturì, con lenta gradualità, quel linguaggio artistico che ha sconvolto il Novecento: dal fortissimo potere di suggestione esercitato su Kandinskij dalla musica, alla conoscenza della cultura popolare contadina della Russia profonda; delle case, dei mobili e dei costumi variopinti con cui entrò in contatto durante una spedizione nel territorio della Vologda in Siberia».

Come questa mostra evidenzia, il fascino di Kandinskij sta anche nella sua imprendibilità, nello sfuggire a spiegazioni del tutto razionali. E l'obiettivo dell'esposizione pensata per il Roverella è di analizzare il costante mutare ed evolvere della sua arte evocativa e visionaria, anzitutto nel passaggio fondamentale dalla figurazione all'astrattismo, nella dialettica tra libertà espressiva e princìpi ordinatori.

Già l'elenco delle sezioni della grande mostra rodigina mette in chiaro la volontà dei curatori di analizzare con taglio originale la vicenda Kandinskij. Si prende avvio dagli esordi dell'artista, a Monaco di Baviera, per approfondire poi il suo approdo a Murnau e la scoperta dello "spirituale nell'arte", per sfociare quindi nel magico momento del "Cavaliere azzurro" e della conquista dell'astrattismo (1911-1914). Poi il ritorno in Russia (1914-1921) e l'esperienza al Bauhaus (1922-1933), sino agli ultimi anni del Maestro in terra di Francia. Ovvero un percorso puntuale che entra nel vivo di tutti i momenti creativi della vicenda di Kandinskij, documentandola in mostra attraverso una sequenza di opere che, di questa qualità, difficilmente si sono potute ammirare in una mostra italiana su di lui. Opere concesse da musei russi, innanzitutto, ma anche da numerose istituzioni europee. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Foto scattata da Heinz von Perckhammer Ingrid Hora & Heinz von Perckhammer - Kodak Shop
04 gennaio (inaugurazione il 29 dicembre 2021, ore 17.00-21.00) - 29 gennaio 2022
Foto Forum Südtiroler Gesellschaft für Fotografie - Bozen/Bolzano
www.foto-forum.it

Le fotografie di Perckhammer (1895-1965) sono allo stesso tempo un resoconto soggettivo di un destino individuale e una documentazione storica del tempo e dello spazio. Mezzo secolo dopo la sua morte, in un chiosco in Alto Adige, Ingrid Hora (1976) trova una cartolina ingiallita con sopra un collage colorato. Incuriosita, decide di indagare sull'autore della foto e scopre il ricco lavoro di Perckhammer. Rimane affascinata dalla vita singolare del fotografo e dalla sua acutezza formale. Oltre ad essere entrambi nati in Alto Adige, i due artisti hanno in comune il fatto di aver viaggiato molto in Cina e di aver vissuto a Berlino, tutto ciò però a un secolo di distanza.

La mostra al Foto Forum Bolzano può essere vista come un dialogo tra i due artisti. Più precisamente è un dialogo inscenato dove solo Ingrid Hora è responsabile di quello che succede. L'artista non ha la pretesa di presentare "realmente" il lavoro di Perckhammer. Al contrario, si concede una totale licenza artistica di selezionarlo liberamente, riformularlo, installarlo nello spazio e metterlo a confronto con le proprie sculture. Così facendo innesca nuove storie, che lo spettatore può continuare a scrivere. In conclusione la mostra affronta il ruolo del destino nella vita di un artista, così come nella vita di un'opera d'arte, che continua a evolversi e a produrre nuovi significati anche molto tempo dopo la morte dell'artista. (Comunicato stampa)

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DE
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Die Fotografien Perckhammers (1895-1965) sind zugleich ein subjektiver Bericht über ein individuelles Schicksal und eine wertvolle historische Dokumentation von Zeit und Raum. Ein halbes Jahrhundert nach seinem Tod findet Ingrid Hora (geb. 1976) in einem Kiosk in Südtirol eine vergilbte Postkarte, die eine bunte Collage zeigt. Neugierig geworden, beschließt sie, mehr über den Urheber des Bildes herauszufinden und entdeckt das reiche Werk Perckhammers. Sie ist fasziniert von dem einzigartigen Leben des Fotografen und von seiner formalen Schärfe. Die beiden Künstler sind nicht nur in Südtirol geboren, sondern haben auch gemeinsam, dass sie China bereist und in Berlin gelebt haben, wobei allerdings ein Jahrhundert dazwischen liegt.

Man könnte die Ausstellung im Foto Forum Bozen als einen Dialog zwischen den beiden Künstlern sehen. Genauer gesagt ist es ein inszenierter Dialog, bei dem nur Ingrid Hora das Sagen hat. Sie erhebt nicht den Anspruch, Perckhammers Werk "wahrheitsgetreu" zu präsentieren. Im Gegenteil, sie gibt sich die volle künstlerische Freiheit, es frei auszuwählen, neu zu rahmen, räumlich zu installieren und mit ihren eigenen Skulpturen zu konfrontieren. Damit stößt sie neue Geschichten an, die der Betrachter weiterschreiben kann. Letztlich geht es in der Ausstellung um die Rolle des Schicksals im Leben eines Künstlers, aber auch im Leben eines Kunstwerks, das sich noch lange nach dem Tod des Künstlers weiterentwickelt und neue Bedeutungen hervorbringt. (Pressemitteilung)

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EN
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The photographs of Perckhammer (1895-1965) are the same time a subjective account an individual destiny and a valuable historical documentation of time and space. Half a century after his death, in a kiosk in South Tyrol, Ingrid Hora (born 1976) finds a yellowed postcard depicting a colourful collage. Intrigued, she decides to find out more about who took the picture and discovers Perckhammer's rich body of work. She is fascinated by the singular life of the photographer as well as his formal acuity. Besides being born in South Tirol, the two artists have in common to have extensively travelled in China and lived in Berlin; with a century in between though.

One could see the exhibition at Foto Forum Bolzano as a dialogue between the two artists. More accurately it is a staged dialogue where only Ingrid Hora is in charge. She has no pretention to "truthfully" present Perckhammer's work. On the contrary, she gives herself a full artistic license to freely select, reframe, spatially install and to confront it with her own sculptures. By doing so she triggers new stories, which the viewer can continue to write. Ultimately the show is about the role of fate in an artist's life, as well as in the life of an art work, which continues to evolve and produce new meanings long after the artist's death. (Press release)




Opera di Davide Balliano denominata Untitled 0222 realizzata nel 2021 Davide Balliano
19 gennaio - 26 marzo 2022
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

Prima mostra personale dell'artista italiano Davide Balliano con la galleria. Attraverso un importante corpus di opere inedite prodotte nel 2021, la mostra offre un'occasione unica per scoprire il linguaggio visivo dell'artista e approfondirne l'indagine sulle problematiche formali, in equilibrio tra il rigore della geometria e il calore e il peso dell'esperienza umana. Lo studio metodico sul movimento - inteso come moto imperioso della natura e ritmo ineludibile della storia - porta Balliano alla creazione del ciclo Untitled, lavori in bianco e nero su tele di lino.

In queste opere Balliano passa dalla lavorazione su tavola di legno alla tela di lino, materiale leggero che permette alla texture della materia pittorica di emergere come elemento primario e, parallelamente, garantisce all'artista la possibilità di lavorare in modo più libero rispetto alle costrizioni imposte dal supporto ligneo. L'intensa interazione del bianco e del nero sono elemento fondamentale dell'estetica di Balliano, che non rifiuta il colore, ma piuttosto ne è in continua contemplazione. A un primo sguardo le sue opere appaiono precise, ordinate e metodiche, ma a un esame più attento la stesura del nero si anima di graffi e abrasioni che trasformano la superficie austera in un'opera altamente materica, con esiti scultorei, evidenziando come il continuo sconfinamento tra pittura e scultura sia un elemento fondamentale nella sua ricerca.

Davide Balliano (Torino, 1983) è un artista la cui ricerca opera sulla sottile linea di demarcazione tra pittura e scultura. Utilizzando un linguaggio austero e minimale di geometrie astratte in forte dialogo con l'architettura, il suo lavoro indaga temi esistenziali come l'identità dell'uomo nell'era della tecnologia e il suo rapporto con il sublime. Attraverso una pratica, definita da lui stesso monastica, austera e concreta, i dipinti meticolosi di Balliano appaiono, a prima vista, metodici e precisi. Tuttavia, un'ispezione più attenta svela dei graffi e abrasioni che rivelano la superficie in legno organico come fosse la decadente di intenzioni moderniste.

Oltre alla pittura, Davide Balliano è noto anche per il suo lavoro scultoreo, che traduce il suo linguaggio visivo dei suoi dipinti in oggetti solidi, spesso in acciaio inossidabile o ceramica. Originariamente di formazione fotografica, Balliano si avvicina alla pratica pittorica e scultorea nel 2006 durante il suo trasferimento a New York, dove attualmente vive e lavora. Il suo lavoro è stato incluso in numerose mostre collettive. (Comunicato stampa)

Immagine:
Davide Balliano, Untitled_0222, 2021




Onna to onnagata
Rotazione di dipinti e stampe giapponesi


14 dicembre 2021 - 17 aprile 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Fino al VI secolo circa, la società giapponese era una società che manteneva ancora elementi di tipo tribale e una forte impronta matriarcale: grazie anche allo shintoismo, che attribuiva grande considerazione alle donne per la loro capacità di generare la vita, in Giappone non mancavano sacerdotesse, regine e dee. Con l'arrivo del buddhismo e del confucianesimo le cose cambiarono drasticamente: la donna perse gradualmente il suo ruolo sociale e fu obbligata all'obbedienza all'uomo, padre, fratello o marito. Eppure, nonostante il ruolo di subordinazione a cui le si voleva relegare, le donne, in particolare quelle appartenenti all'aristocrazia o alla corte imperiale, continuarono a godere di stima, rispetto e anche di una parziale libertà, soprattutto in ambito amoroso.

È proprio grazie all'amore, ai diari e ai carteggi fra amanti, che nacque la letteratura giapponese: se i contratti e i documenti ufficiali erano appannaggio maschile, le opere letterarie presero vita dall'ingegno femminile. Attorno all'anno 1000, videro la luce opere che hanno attraversato i secoli e dettato le regole della letteratura nipponica, fra cui i celeberrimi Genji Monogatari e Makura no Soshi, le Note del guanciale.

Nel teatro giapponese avvenne qualcosa di ancora più peculiare: all'epoca della sua fondazione da parte di Izumo no Okuni, una ballerina itinerante, il teatro kabuki era una forma d'arte esclusivamente femminile. Gli spettacoli riscuotevano enorme successo presso tutte le classi sociali e cominciarono ad essere emulati persino nei bordelli, tanto che lo shogun decise di vietarli: attorno al 1630 le onna, termine giapponese per "donne", furono rimpiazzate in scena da ragazzi, gli onnagata (letteralmente "a forma di donna"), uomini travestiti con abiti femminili e, da quel momento, il teatro fu considerato un luogo disdicevole, non adatto alle donne.

La nuova rotazione di kakemono intende invitare il visitatore a esplorare la varietà dell'universo femminile giapponese: dalle divinità alle dame di corte, dalle danzatrici alle popolane, senza dimenticare la simbologia di fiori e uccelli correlati alla femminilità. Okame è la trasposizione teatrale di Ame no Uzume, divinità shintoista dell'alba e dell'allegria collegata al mito della dea del sole Amaterasu no Omikami. Secondo il mito fu Uzume, con la sua danza oscena e comica, a far uscire la dea dalla caverna in cui si era rinchiusa e a far tornare così la luce nel mondo. La danza di Okame viene talvolta eseguita come intermezzo farsesco (kyogen) del teatro no.

Sempre sul tema della danza è la rappresentazione dei Niwaka, i balli cosiddetti "improvvisati" a contenuto trasgressivo che si tenevano nel distretto di Yoshiwara durante la festa di Obon - una ricorrenza estiva dedicata agli spiriti degli antenati. Tra le dame di corte si ricorda Ono no Komachi (834-880?), vissuta durante il periodo Heian, famosa per la sua bellezza e come autrice di versi dedicati al tema dell'amore: è considerata uno dei "Sei Poeti Immortali" (Rokkasen) del suo tempo, e l'unica donna tra i sei.

Nella simbologia dell'Asia orientale, il fagiano richiama la bellezza, la buona sorte e l'eleganza letteraria; la peonia che spesso lo accompagna è il fiore rappresentativo della primavera e della beltà femminile. In virtù del loro attaccamento al partner, le anatre - soprattutto le anatre mandarine - sono considerate simbolo di felicità e fedeltà coniugali in Giappone, Cina, Corea, Vietnam. Contestualmente verranno sostituiti anche i libri e le stampe della galleria dedicata al Giappone: in particolar modo, la selezione di xilografie include le opere più antiche del museo, molte delle quali ritraggono celebri onnagata, fra cui La danza della volpe di Utagawa Toyokuni, e una riproduzione novecentesca del Il Fuji visto da Kanaya di Katsushika Hokusai, esposta accanto alla sua matrice lignea. (Comunicato stampa)

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Sete d'oro. Rotazione di kesa e paraventi giapponesi
07 settembre 2021 - 06 marzo 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
Presentazione




Dipinto di Alan Gattamorta nella mostra Inverno Inverno
19 dicembre 2021 - 20 febbraio 2022
www.alangattamorta.it

Sul sito antologico il pittore Alan Gattamorta presenterà una rassegna di 20 acrilici su carta.






Fotografia scattata da Ruth Orkin in mostra Ruth Orkin
Leggenda della fotografia


18 dicembre 2021 - 02 maggio 2022
Museo Civico - Bassano del Grappa (Vicenza)
www.museibassano.it

La prima monografica italiana di Ruth Orkin (1921-1985), leggendaria figura di fotoreporter ma anche cineasta americana, autrice del lungometraggio indipendente "Little Fugitive", realizzato assieme al marito Morris Engel, premiato con il Leone d'Argento al Festival di Venezia del 1953. L'opera di Orkin arriva in Italia in concomitanza del centenario della nascita della fotografa (1921), da poco omaggiata di una retrospettiva a New York e Toronto e da una monografia di Hatije&Cantz. Dopo Bassano (unica tappa italiana), l'antologica, realizzata assieme a DiChroma Photography, inizierà un tour europeo ed è attesa a San Sebastian, in Spagna, e a Cascais, in Portogallo.

Le immagini di Ruth Orkin sono delle intense interpretazioni, qualunque sia il soggetto del suo sguardo: personaggi illustri del mondo hollywoodiano o newyorchese - come Robert Capa, Lauren Bacall, Albert Einstein o Woody Allen - o situazioni di vita straordinariamente ordinaria. Emblematiche le sue immagini riprese perpendicolarmente dalla finestra del suo appartamento sul Central Park o la celeberrima "American Girl in Italy", icona della fotografia del Novecento che ha il primato di essere il secondo poster più venduto al mondo (...).

La bella Nina Lee Craig, studentessa statunitense di storia dell'arte che la Orkin aveva conosciuto al rientro da un reportage in Israele, diviene la protagonista di una sequenza di immagini scattate per le strade di Firenze che racconta l'esperienza di una giovane americana in viaggio nell'Italia del dopoguerra. In questi scatti permeati dall'atmosfera dei film americani degli anni Cinquanta, "Vacanze romane" in primis, la Orkin dimostra non solo di saper cogliere col suo obbiettivo situazioni potentemente iconiche, emblematiche, intriganti, ma di saper fare di queste immagini i lemmi di un racconto potentemente evocativo.

L'eco del linguaggio cinematografico ha un ruolo centrale nella poetica della Orkin. Tanto negli scatti singoli quanto nei lavori composti da sequenze di fotogrammi, Orkin dà vita a veri e propri storytelling, dando prova di saper trasformare un "semplice" ritratto o un paesaggio urbano, sia esso di New York, di Roma o Venezia, in un racconto in cui luoghi e persone si rispecchiano l'uno nell'altro.

Il mondo del Cinema era del resto un luogo familiare a Ruth Orkin. Figlia d'arte, Ruth crebbe nella Hollywood degli anni d'oro, il secondo e terzo decennio del Novecento, da Mary Ruby, un'intensa interprete del muto. A dieci anni ebbe tra le mani la prima macchina fotografica, una Univex costata 39 centesimi, donatale per il suo compleanno. Dotata di un'indole avventurosa, ancora giovanissima parte in sella alla sua bici da Los Angeles per raggiungere New York e visitare l'Expo del 1939, registrando in suggestive immagini luoghi e persone incontrati in questo lungo e solitario viaggio.

Dopo aver sognato di diventare regista per la MGM, professione allora preclusa alle donne, Orkin si trasferisce a New York nel 1943 lavorando come fotografa in un locale notturno. Negli anni Quaranta scatta per i maggiori magazine del tempo come LIFE, Look, Laydies Home Journal divenendo una delle firme femminili più importanti della fotografia. Documenta inoltre il Tanglewood Music Festival - dove incontra Leonard Bernstein, Isaac Stern, Aaron Copland e molti altri. Nel '47 pubblica per il magazine "Look" la sequenza di scatti "Jimmy the Storyteller".

Appassionata di musica e di cinema ne immortala i protagonisti in ritratti vividi e straordinariamente intensi, ma rivolge la sua attenzione anche ad altri personaggi del jet set internazionale. Nel 1951 "LIFE" le commissiona un reportage in Israele. Dalla successiva visita a Firenze nasce la citata "American Girl in Italy". Poi l'adesione alla Photo League nel 1952, il matrimonio con Engel e la realizzazione di alcuni lungometraggi come "Little Fugitive" nominato agli Oscar per la migliore sceneggiatura. Una carriera di successo nella quale, accanto ai lavori per il New York Times e altre testate, Orkin continua il suo personale viaggio nella quotidianità dando vita a progetti originalissimi come "A World Outside My Window", pubblicato nel '78, con il quale racconta semplicemente ciò che scorre sotto le finestre di casa sua. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera di Carlo Ferreri Carlo Ferreri
Opere recenti


18 gennaio 2022 (inaugurazione ore 16.00-20.00) - 05 febbraio 2022
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Mostra a cura di Mafalda e Stefano Cortina. Carlo Ferreri (Milano, 1962) si è diplomato nel 1985 presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1998 ad oggi vanta numerose esposizioni, personali e collettive in Italia e all'estero. I soggetti preferiti dall'artista fanno parte della natura e del mondo che lo circonda. Alberi, paesaggi, acqua, mare, corpi e volti di donna. La figura femminile è da sempre tra i soggetti prediletti e protagonista di queste opere, un omaggio alla femminilità espressa dall'artista con i suoi nudi "materici" con l'immediatezza data da pennellate fluide e veloci, dove anche le gocce di colore acquistano un valore, divenendo elemento connotante.

Un linguaggio stilisticamente avvicinabile all'espressionismo e al contempo greve di tempi sospesi in cui i corpi sono immersi in sfondi neutri dove l'elemento principe è e rimane il soggetto senza alcuna possibilità divagante. Le campiture sono stese con tratti essenziali, efficaci nella loro integrità senza correzione, in modo da dare il massimo dell'espressività. Le sue donne hanno ciascuna vita propria, ma restano anonime anatomie, di cui Ferreri carpisce momenti di vissuto. Donne senza orpelli che ne impediscano una visione dell'essenza femminile. L'attenzione è tutta affidata alla sensualità e al linguaggio del corpo, reso con strati di colore denso, carico, pastoso. La pittura di Carlo Ferreri è frutto di una forte ricerca personale, volta ad una maggiore libertà interpretativa che lo muove verso una pittura più gestuale ed istintiva. (Comunicato stampa)

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Tifosi milanisti per sempre. Il grande racconto della passione rossonera
a cura di Davide Grassi, Edizioni della sera
Presentazione libro

Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi
Presentazione libro

Dario Zaffaroni | Geometrie Cromo-cinetiche
a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




Dipinto a olio su tavola di cm 119x98 denominato La madre e la sorella realizzato da Carlo Levi nel 1926 Ritratto di Ragghianti realizzato da Carlo Levi nel 1944 Autoritratto di Carlo Levi realizzato nel 1930 Dipinto a olio su tela di cm 46x38.5 che ritrae Leone Ginzburg realizzato da Carlo Levi nel 1933 Levi e Ragghianti
Un'amicizia fra pittura, politica e letteratura


17 dicembre 2021 - 20 marzo 2022
Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti - Lucca
www.fondazioneragghianti.it

La nuova mostra ideata e organizzata in occasione del quarantennale della Fondazione Centro Studi Ragghianti, che cade nell'autunno del 2021, intende approfondire un tema finora poco considerato dalla storiografia e dagli studi accademici: quello dell'amicizia fra Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca, 1910 - Firenze, 1987) e il pittore, scrittore e uomo politico Carlo Levi (Torino, 1902 - Roma, 1975). Realizzata in collaborazione con la Fondazione Carlo Levi di Roma, per la cura di Paolo Bolpagni, Daniela Fonti e Antonella Lavorgna.

Il rapporto tra Ragghianti e Levi, fondamentale per entrambi, si intensifica a Firenze, durante l'occupazione nazista, attraverso la comune militanza politica nella Resistenza, soprattutto dopo che Levi, nel 1941, trova rifugio clandestino nella casa di Anna Maria Ichino in piazza Pitti, dove scrive il suo più noto romanzo, Cristo si è fermato a Eboli, cui è dedicata una sezione della mostra. Non è però soltanto la politica - nelle file del Partito d'Azione - a unirli, ma anche l'intenso confronto sulle questioni dell'arte contemporanea e una condivisa sensibilità per il patrimonio artistico del Paese. Va ricordato il loro intervento congiunto, con l'architetto Giovanni Michelucci, dopo che i nazisti avevano fatto saltare cinque ponti a Firenze, per evitare l'abbattimento della Torre di Parte Guelfa a Ponte Vecchio, un "salvataggio" poi messo in atto dal comando alleato.

L'interesse di Ragghianti nei riguardi di Levi pittore è da far risalire al 1936, quando lo inserisce nel suo articolo dedicato alla pittura italiana contemporanea; nel 1939 ne recensisce sulla rivista «La Critica d'Arte» la mostra a New York. Certamente il momento più forte della loro frequentazione avviene durante i giorni della formazione del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale e della direzione del quotidiano «La Nazione del Popolo», e quando Levi, subito dopo la liberazione di Firenze, diventa membro della commissione per la ricostruzione del centro storico della città.

Questo intensificarsi del loro rapporto si riflette anche nella condivisione del discorso artistico, tanto che la mostra personale di Levi alla Galleria dello Zodiaco di Roma nel 1946 è presentata proprio da Ragghianti; ed è sempre Ragghianti a proporre la prima storicizzazione della figura di Carlo Levi nel 1948, attraverso la pubblicazione di un "catalogo" dell'opera leviana, nel quale sono datati e repertoriati i dipinti realizzati dal 1923 al 1947. Si tratta di un volume, con presentazione di Ragghianti, che rimane ancor oggi un punto di riferimento imprescindibile per gli studi su Levi. Nel libro, fra l'altro, figura anche il testo di Levi Paura della pittura, tornato di recente all'attenzione degli studiosi così come la riflessione più estesa Paura della libertà, scritta nel 1939, sulla crisi della società europea, oggi quanto mai attuale.

Negli anni successivi i due non mancano d'incontrarsi, a Roma o a Firenze, non appena le circostanze lo consentano. Ragghianti non perde mai l'occasione per valorizzare la produzione artistica di Levi: ne sono chiari esempi il suo inserimento nella grande mostra del 1967 Arte moderna in Italia 1915-1935 e l'imponente selezione di opere dell'antologica allestita a Firenze dopo la morte dell'artista (Levi si ferma a Firenze, 1977). Si tratta quindi, per la Fondazione Ragghianti, di una mostra fortemente identitaria, ideale per suggellare l'importante anniversario del quarantennale dell'istituzione.

Trattandosi di due personaggi che hanno avuto molti e diversi àmbiti di azione e riflessione, la mostra e il relativo catalogo ricostruiscono, oltre agli eventi e alle circostanze della loro amicizia, i nodi identitari di questo rapporto, le questioni teoriche di carattere storico-artistico, e altri punti d'interesse comuni ai due per un'azione da esplicarsi nel quadro di una politica delle arti. La mostra e il catalogo offrono una testimonianza, attraverso opere d'arte, lettere, documenti, fotografie e filmati, del significato dell'amicizia fra Ragghianti e Levi, anche alla luce della loro formazione culturale. in collaborazione con

Un aspetto interessante e nuovo presentato dalla mostra è quello del comune interesse dei due per il cinema: Levi lavora come sceneggiatore e scenografo per alcuni film, disegna il manifesto di Accattone di Pier Paolo Pasolini, e dagli anni Cinquanta in poi, a Roma, diventa un ritrattista ambìto da molti personaggi del mondo del cinema, da Silvana Mangano ad Anna Magnani, da Franco Citti allo stesso Pasolini: tutti questi ritratti sono presenti in mostra, insieme con quelli di Ragghianti e di loro comuni amici, come Eugenio Montale e Carlo Emilio Gadda.

Nell'archivio della Fondazione Ragghianti, così come in quello della Fondazione Carlo Levi di Roma, si conservano documenti che riguardano in special modo la sfera storico-artistica e critica, che fu al centro di questa amicizia. A Lucca si trovano un consistente nucleo di lettere che partono dal 1943 e si protraggono fino al 1971, e testi dattiloscritti di Ragghianti su Levi; nell'archivio romano sono conservati autografi della monografia di Ragghianti, corredati da annotazioni per la stesura del volume destinate da Levi al suo curatore, nonché fotografie inedite.

Molti di questi materiali sono esposti nella prima e nell'ultima sala. Oltre ai documenti, la mostra presenta un nucleo di quasi cento opere di Carlo Levi, atto a ricostruire non soltanto la struttura della monografia del 1948 e delle mostre del 1967 e del 1977 curate da Ragghianti, ma anche la cerchia di intellettuali e amici cui i due appartenevano - Eugenio Montale, Giovanni Colacicchi, Paola Olivetti, Aldo Garosci e altri -, con l'aggiunta dei ritratti di personaggi dei quali entrambi avevano stima, come Italo Calvino e Frank Lloyd Wright. Nel catalogo, pubblicato dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'arte, sono presenti i testi di Roberto Balzani, Paolo Bolpagni, Maria De Vivo, Daniela Fonti, Antonella Lavorgna e Francesco Tetro. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Carlo Levi, La madre e la sorella, olio su tavola cm 119x98, 1926
2. Carlo Levi, Ritratto di Ragghianti, 1944
3. Carlo Levi, Autoritratto, 1930
4. Carlo Levi, Leone Ginzburg, olio su tela cm 46x38.5, 1933




Opera di Lorenzo Ostuni nella mostra Viaggio in un mondo spirituale tra specchio e pietra Lorenzo Ostuni
Viaggio in un mondo spirituale tra specchio e pietra


22 dicembre (inaugurazione) - 22 gennaio 2022
Cappella dei Celestini - Potenza

La mostra vuole mettere in evidenza un patrimonio immateriale, ma che si manifesta nel prodotto materiale, delle pietre che i giovanissimi allievi di Ostuni incisero nel 1963, quando Ostuni accettò l'incarico di insegnare materie letterarie presso la scuola media di Laurenzana (Potenza), arricchendo il loro percorso con la poesia, il ricamo, il teatro, il bassorilievo e la scultura su pietra, recuperando una tradizione ottocentesca del loro paese. Un corpus di opere che è, oggi, testimonianza di un incredibile, seppur breve, laboratorio di idee.

A unire tutto questo, la straordinaria figura di Lorenzo Ostuni, filosofo, psicologo, studioso del simbolo, autore e regista di origini lucane vissuto e morto a Roma nel 2013, il cui universo di saperi, scritti e opere inizia ad essere ora studiato e portato all'attenzione del pubblico, grazie agli sforzi della famiglia, della Fondazione a lui dedicata e delle istituzioni che, insieme, ne hanno compreso l'importanza del pensiero. A latere della mostra il workshop di incisione su specchio a cura dell'allieva di Lorenzo Ostuni, Elena Morizio, che coinvolgerà gli allievi di alcuni istituti di scuola secondaria di Potenza. Mostra patrocinata dal Comune di Potenza, in collaborazione con la Fondazione Laurini - Istituto del Simbolo "Lorenzo Ostuni", il Comune di Tito e il Comune di Laurenzana, organizzata dalla Rebis Arte srls e curata da Fiorella Fiore. (Estratto da comunicato stampa)




Neil Douglas - Metropolis
www.barbarafrigeriogallery.it

Una serie di nuovi dipinti di Neil Douglas, che, dopo oltre un decennio, torna a dipingere la metropoli per eccellenza: New York. Il suo pennello indaga i dettagli di strade e palazzi immergendoci nella vivace atmosfera della "grande mela". Avvicinato, per il suo stile, alla corrente del fotorealismo americano Douglas mantiene uno stile personale e riconoscibile. Amante di una composizione geometrica rigorosa in questi ultimi dipinti scardina spesso la tonalità cromatica ribassata alla quale ci ha abituato, con l'introduzione di elementi di colori vivaci, che esaltano e mettono ancor di più in luce la sua maestria pittorica. (Comunicato di presentazione)




Dipinto a olio su cartone di cm 715x52 denominato Natura morta con sedia realizzato da Fausto Pirandello nel 1955 Dipinto a olio su tavola di cm 62x50 denominato Tetti realizzato da Fausto Pirandello nel 1939 Fausto Pirandello
Poesia della cruda realtà


18 dicembre 2021- 29 gennaio 2022
Galleria de' Bonis - Reggio Emilia
www.galleriadebonis.com

La Galleria de' Bonis di Reggio Emilia, punto di riferimento per l'opera di Renato Guttuso e di altri maestri del Novecento italiano, presenta una mostra di Fausto Pirandello (Roma, 1899-1975), pittore di rilievo nazionale, rappresentante della "Scuola Romana". Figlio del celebre scrittore e premio Nobel Luigi Pirandello, le sue opere sono intrise di quella sicilianità che porterà sempre con sé come imprinting familiare, nonostante abbia vissuto la maggior parte della sua vita a Roma. Il percorso espositivo comprende oltre venti opere che, grazie alla varietà dei soggetti rappresentati, illustrano la quasi totalità del suo percorso artistico.

I Tetti di Roma, visioni magiche e quasi dichiarazioni d'amore a questa città di grandi contrasti, che sembra avvolta dallo scirocco grazie ad una traduzione pittorica dai toni caldi. Le Nature Morte, composizioni di oggetti d'uso comune accostati senza un motivo apparente e senza uno scopo più nobile dell'osservazione della quotidianità. Le Bagnanti, soggetto che ha sempre strizzato l'occhio al geometrismo ma che, a partire dai primi anni '50, astrae le forme sempre più fino a lasciare spazio solo alle linee costruttive.

La pittura di Pirandello, materica e vibrante, è influenzata dagli espressionisti tedeschi, la sua raffinatissima gamma cromatica è improntata su toni pastello e polverosi che rendono le sue opere inconfondibili. La visione della realtà dell'artista è a volte drammaticamente tragica, a volte ironica e giocosa, sempre accompagnata dal paradosso, che è un elemento costante del suo linguaggio in equilibrio fra il rigore e la libertà, fra il realismo più crudo e il simbolismo senza tempo.

La Galleria de' Bonis, che da anni tratta la ricerca dell'artista, con questa importante mostra monografica che presenta una nuova collezione di opere, esito di un approfondito lavoro di ricerca e di studio, si attesta come interlocutore privilegiato per il mercato di Fausto Pirandello, autore che ha finalmente trovato la sua collocazione fra i grandi maestri del Novecento italiano. (Comunicato ufficio stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Fausto Pirandello, Natura morta con sedia, olio su cartone cm 715x52, 1955
2. Fausto Pirandello, Tetti, olio su tavola cm 62x50, 1939




Opera in mostra di Andrea Bonanno Opere di Andrea Bonanno in esposizione a Salerno Andrea Bonanno
Opere 1976-2021


11 dicembre 2021 - 13 febbraio 2022
Galleria "Sandro Bongiani VRSPACE" - Salerno
www.sandrobongianivrspace.it

In occasione di AMACI-17.Giornata Del Contemporaneo viene organizzata dalla Collezione Bongiani Art Museum di Salerno la retrospettiva di Andrea Bonanno, a cura di Sandro Bongiani. La mostra - "L'uomo contemporaneo tra degrado e riscatto" - cerca di fare il punto sulla condizione anonima dell'uomo contemporaneo da lungo tempo indagata dall'artista con coerenza e originalità creativa. Una visione intesa come rivelazione della condizione di degrado, diretta ad investigare e a rispondere alla problematica del destino dell'homo tecnologicus, rappresentato come una figura estraniata dell'inconsistenza e da una tormentata scissione, incapace ormai di ricercare il suo essere e la sua vera identità.

Anonime presenze vivono atteggiate in un perdurante silenzio interrogativo e metafisico, così come gli spazi dell'uomo rivelati come aree di commisurazioni fra perdita e sogno. Una particolare weltanschauung dell'uomo presentato come desolato involucro, senza più organi interni e anima, a stento comunicanti tra loro, in un clima segnato da una ingrata solitudine e da un'assillante dissoluzione. Sono presenze dell'assenza dell'umano che tentano invano di ritrovare la vitalità, di resistere all'immane perdita delle loro funzioni immaginative e critico-riflessive. Le figure convivono in paesaggi desolati, si aggirano in tossici scenari degradati sconvolti da una perdurante azione inquinante da sembrare riflettere anch'essi le stigmate dello sconvolgimento.

Quasi sempre, mostrano il lato oscuro di una insolita staticità, in realtà, restano solo delle fugaci apparizioni, con presenze uscite dai loro corpi reali per assumere forme declinanti il vuoto e l'assenza. Stando a questa particolare tematica nel dipingere l'uomo indagata con un acuto atteggiamento "verificale", riflessivo e critico, viene denunciata l'assenza perduta dell'uomo e l'invito ad un ripensamento, a ritrovare un barlume di riscatto, di possibile liberazione da una condizione che aliena profondamente e degrada profondamente l'uomo, conducendolo alla sua completa destrutturazione e ad una totale negazione della sua precaria e inconsistente condizione umana. (Sandro Bongiani)

Andrea Bonanno (Menfi - Agrigento), ha iniziato ad esporre a partire dal 1966, dopo aver rifiutato ogni pittura manieristica e fuori dalle fondamentali esigenze spirituali del nostro tempo. Pittore, saggista e scrittore, svolge da anni un'intensa attività pittorica e letteraria, spaziando dalla poesia alla critica d'arte e alla letteratura, partecipando a molte manifestazioni nazionali ed internazionali ottenendo lusinghieri consensi di critica ed importanti riconoscimenti.

Ha pubblicato opere saggistiche, come L'arte e la verifica trascendentale (saggio critico, Edizioni Tracce, Pescara 1992), Per un'arte della verifica trascendentale (Edizioni Publicoop, Sessa Aurunca, 1994), La poesia di Pietro Terminelli (Edizioni L'Involucro, Palermo, 1995), La verifica nell'arte figurativa contemporanea ed altri saggi (Phasar Edizioni, Firenze, 2001), seguiti negli anni successivi da altri titoli: Saggi sulla poesia di M. Grazia Lenisa (Monografia), Edizioni Archivio "L. Pirandello", Sacile, 2003.

Il volume è stato ristampato in seconda edizione nel 2004 con l'aggiunta di altri saggi; Saffo Chimera di Maria Grazia Lenisa, (Commento), Edizioni Archivio "L. Pirandello", Sacile, 2005, Poeti contemporanei per la verifica trascendentale (saggi), Ediz. Archivio "Luigi Pirandello", Sacile, 2007, L'arte deviata, otto Biennali di Venezia ed altri saggi, Ediz. Archivio "L. Pirandello", 2010, Il romanzo e la verifica trascendentale (Vittorini, Piovene, Saviane), Ediz. Archivio "L. Pirandello", 2014, Van Gogh e la pittura "verificale", Youcanprint Self Publishing, Trecase (LE), 2016. Sue opere e pubblicazioni sono in istituzioni, musei e collezioni pubbliche e private in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)

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Paolo Gubinelli. "Segni, graffi e colore". Opere dal 1977- 2021
11 dicembre 2021 - 13 febbraio 2022
Spazio Ophen Virtual Art Gallery - Salerno
Presentazione




Installazione site-specific denominata denominata Poured Staircase nel Chiostro del Bramante realizzata da Ian Davenport nel 2021 Crazy
La follia nell'arte contemporanea


18 febbraio 2022 - 08 gennaio 2023
Chiostro del Bramante di Roma
www.chiostrodelbramante.it

Ventuno artisti di rilievo internazionale, più di 11 installazioni site-specific inedite: per la prima volta le opere d'arte invaderanno gli spazi esterni e interni del Chiostro del Bramante di Roma. La percezione del mondo è il primo segnale di instabilità, il primo contatto fra realtà esterna e cervello, fra verità fisica e creatività poetica, fra leggi ottiche e disturbi neurologici.

I 21 artisti chiamati a partecipare sono parte di questa follia: Carlos Amorales, Hrafnhildur Arnardóttir / Shoplifter, Massimo Bartolini, Gianni Colombo, Petah Coyne, Ian Davenport, Janet Echelman, Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young, Lucio Fontana, Anne Hardy, Thomas Hirschhorn, Alfredo Jaar, Alfredo Pirri, Gianni Politi, Tobias Rehberger, Anri Sala, Yinka Shonibare, Sissi, Max Streicher, Pascale Marthine Tayou, Sun Yuan & Peng Yu.

La pazzia, come l'arte, rifiuta gli schemi stabiliti, fugge da ogni rigido inquadramento, si ribella alle costrizioni, così anche Crazy, il progetto di Dart - Chiostro del Bramante a cura di Danilo Eccher. Nessun percorso ordinario e prevedibile, mescolando e garantendo forti salti espressivi fra le opere: dai neon di Alfredo Jaar, visibili anche all'esterno, sino all'immersione totalizzante di Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young. Una narrazione complessa, soggettiva, obliqua; un'atmosfera inclusiva e partecipativa; una distribuzione di opere e spazi isolati e autonomi in tutti i luoghi disponibili, anche invadendo locali solitamente esclusi dai percorsi. (Estratto da comunicato stampa adicorbetta)

Immagine:
Ian Davenport, Poured Staircase (working title), installazione site-specific, 2021




Video-still realizzato da Eleonora Roaro su FIAT 633NM realizzato nel 2021 Eleonora Roaro
FIAT 633NM


11 dicembre 2021(inaugurazione) - 01 maggio 2022
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia
camec.museilaspezia.it

Progetto vincitore dell'avviso pubblico "Cantica21. Italian Contemporary Art Everywhere". Tra le 293 candidature totali ricevute, l'artista milanese è risultata tra i 20 autori selezionati per la Sezione Under 35. Curato da Cinzia Compalati, il progetto sarà presentato al pubblico in occasione della XVII edizione della Giornata del Contemporaneo AMACI. "Cantica21" promuove la ricerca e la pratica sulle arti visive contemporanee, per sostenere e valorizzare l'operato di artisti italiani.

Per "Cantica21" Eleonora Roaro presenta una video installazione dal titolo "FIAT 633NM". Il progetto, a partire dal suo archivio familiare costituito da circa 360 fotografie del 1937-38, vuole analizzare criticamente e a decostruire il ruolo delle imprese coloniali d'epoca nell'Africa Orientale Italiana (A.O.I., attualmente Etiopia, Eritrea e Somalia), spesso cancellate dalla memoria collettiva o nostalgicamente falsificate. Il video si focalizza su 52 immagini relative ai camion FIAT fotografati ossessivamente in più occasioni. Poiché le infrastrutture erano per Mussolini uno strumento di propaganda che poneva enfasi su aspetti di modernità e progresso, gli autocarri FIAT diventano emblema della retorica coloniale.

Le immagini dei camion sono in dialogo con cartoline panoramiche degli anni '30 del deserto etiope, che alludono all'idea coloniale di terra incontaminata da conquistare, assemblate tra loro per creare un paesaggio immaginario, sonorizzato da Emiliano Bagnato con tape loops di Washint (tradizionale flauto etiope in legno). La traccia audio in primo piano invece è una manipolazione della marcia militare "Seconda Fantasia Ascari Eritrei" degli anni '30 (dall'Archivio della Discoteca di Stato - Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, Roma) in cui i soldati eritrei dell'Africa Italiana Orientale, su una melodia tribale e ipnotica, ripetono "Viva l'Italia!", "Mussolini!", "Viva il Re!".

Eleonora Roaro (Varese, 1989) è artista visiva e ricercatrice. Ha studiato Fotografia (BA - IED, Milano), Arti Visive e Studi Curatoriali (MA - NABA, Milano) e Contemporary Art Practice (MA - Plymouth University, Plymouth). La sua ricerca si focalizza sulle immagini in movimento, con un particolare interesse per il video, le pratiche d'archivio e l'archeologia del cinema. Il suo lavoro è stato esposto a partire dal 2011 in numerosi musei e gallerie.

Immagine:
Eleonora Roaro, FIAT 633NM, video-still, 2021, Collezione CAMeC, La Spezia




Locandina della mostra Isgrò, Dante e la Sicilia Acrilico su tela di cm 108x148 denominato Santi di Sicilia realizzato da Emilio Isgrò nel 2016, opera da collezione privata Isgrò, Dante e la Sicilia
11 dicembre (inaugurazione) - 14 marzo 2022
Villa Zito - Palermo
www.villazito.it | www.fondazionesicilia.it

Progetto culturale della durata di quasi un anno, promosso da Fondazione Sicilia e Amici dei Musei Siciliani in collaborazione con Archivio Emilio Isgrò e la partecipazione di Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Prima tappa la mostra curata da Marco Bazzini e Bruno Corà. "Siamo felici che il progetto che lega Dante, Caravaggio, Isgrò e la Sicilia parta proprio dalla nostra Fondazione. Questa prima tappa - afferma il presidente di Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore - coincide tra l'altro anche con i nostri primi trent'anni, e il dialogo artistico tra Dante e Isgrò con cui inizia questo itinerario lungo un anno è ottimo per celebrare la cultura e i progetti che portiamo avanti".

La mostra presenta una ventina di opere a tema dantesco provenienti da collezioni pubbliche e private che, dal 1966 ai lavori più recenti, raccontano sinteticamente il multiforme e profondo rapporto che Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, 1937) ha avuto con la cancellatura, che in questa occasione si è concentrata sul "De vulgari eloquentia" di Dante. Negli oltre cinquant'anni della sua attività artistica, Isgrò ha sempre avuto un corpo a corpo con l'opera dantesca. Per chi nasce poeta non poteva essere altrimenti.

Fin da quando ha iniziato a cancellare parole e figure su materiali a stampa, la figura e i testi del sommo poeta sono stati oggetto di una sua riflessione nonché di una salvifica copertura attraverso la cancellatura, ormai riconosciuta a tutti gli effetti come l'originale linguaggio artistico a cui ha dato vita e che lo ha reso famoso uno degli artisti più importanti a livello internazionale. Quasi Isgrò volesse dar prova reale, per parodiare le stesse parole di Dante scritte nel XIII canto del Paradiso, "che sol per cancellare" si scrive o si disegna. Le prime opere dedicate all'autore della Divina Commedia risalgono alla metà degli anni Sessanta e proprio al grande capolavoro sono dedicate.

A questa seguono molti altri tomi cancellati nei più diversi anni, alcuni anche "dipinti" con il colore bianco come quelli dedicati al Paradiso nei primi anni Ottanta, fino ad arrivare al grande monumento realizzato per la IULM di Milano. Lo stesso Dante è stato soggetto di numerosi lavori tra cui quello di poesia visiva in cui si legge che "Dante and Beatryce never meet", quasi un'anticipazione del concettuale per la carica tautologica che esprime. Ad accompagnare la scritta sono linee e frecce disposte in parallelo. Oppure, Isgrò di Dante ha ripreso il ritratto a figura intera "nascondendolo" sotto una griglia di cancellature nere o bianche, come nelle grandi tele realizzate negli ultimi anni.

Stessa sorte è toccata ad Alessandro Manzoni e a molti altri (Galileo Galilei, Giacomo Puccini, Giotto, ecc.) a dimostrazione di come Isgrò si sia sempre confrontato con la cultura alta di tutti i secoli rendendola però comprensibile al più vasto pubblico attraverso il linguaggio rivoluzionario e penetrante della cancellatura. Potremmo dire che quanto Dante ha fatto con la lingua, trasformarla in qualcosa che permetteva di parlare di tutto, Isgrò ha fatto con la cancellatura: infatti, ora questa permette di dire molte più cose di quanto normalmente si pensi.

Seconda tappa del progetto il 5 marzo 2022 a Palazzo Branciforte per la presentazione del Seme d'arancia su pietra siciliana, l'opera di Emilio Isgrò di recente acquisita alla collezione di Fondazione Sicilia, acquisizione che agli occhi del Maestro contribuirà a legare ancora di più l'idea del seme d'arancia all'Isola amplificandone così il valore simbolico. Il seme d'arancia, tra le sculture più note di Isgrò, nasce nel 1998 come grande scultura pubblica per la sua città natale, Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. È una grande metafora della cultura siciliana e della sua possibilità di rinascita, rimanda alle culture del Mediterraneo, solari e avvolgenti, che si sono sviluppate tanto con la parola che con gli scambi dando vita a valori di convivenza civile e di accoglienza.

In un'intervista con il critico Arturo Schwarz, Emilio Isgrò si augura cheil seme d'arancia "possa dare origine aun seminario permanente di educazione civica. A meno che qualcuno non trovi antiquata l'idea che l'arte serva anche a educare". Lo stesso 5 marzo prossimo sarà presentato il catalogo di Isgrò Dante Caravaggio e la Sicilia, pubblicato da Skira Editore, conterrà tutti i materiali, una testimonianza dell'artista, le riproduzioni delle opere inmostra a Villa Zito e i testi dei curatori e di importanti studiosi a commento dei diversi aspetti dell'arte di Isgrò trattati.

L'Oratorio di San Lorenzo, nel cuore del centro storico di Palermo, ospiterà la terza tappa dal prossimo 24 dicembre. Nell'ambito di Next XI edizione, sarà presentata l'opera inedita di Emilio Isgrò appositamente realizzata, progetto ideato e organizzato dall'Associazione Amici dei Musei Siciliani. Dopo la presentazione virtuale del 24 dicembre 2020 in cui è stato trasmesso il video della cancellazione della tela, il Maestro offre al pubblico in presenza la sua personale riflessione sul tema, misurandosi con l'iconografia della Natività, integrando e compenetrando all'interno della composizione dettagli grafici estratti dal proprio caratteristico corredo d'artista. I magnifici stucchi di Giacomo Serpotta diventano la quinta di uno scenario incantevolmente fiabesco, un eden primigenio in grado di evocare il miracolo della creazione e della rinascita.

Considerato tra gli innovatori del linguaggio artistico italiano del secondo dopoguerra, Emilio Isgrò è il padre indiscusso della cancellatura, un atto che ha iniziato a sperimentare dai primi anni Sessanta e che ancora oggi mantiene la stessa vivacità e audacia creativa. Questa originale ricerca sul linguaggio lo ha reso una figura pressoché unica nel panorama dell'arte contemporanea internazionale facendone uno degli indiscussi protagonisti. È, infatti, il 1964 quando l'autore inizia a realizzare le prime opere intervenendo su testi, in particolare le pagine dei libri, coprendone manualmente una grande parte sotto rigorose griglie pittoriche.

Le parole e le immagini sono cancellate singolarmente con un segno denso e dello scritto restano leggibili soltanto piccoli frammenti di frasi o un solo vocabolo. Nel tempo questo gesto si applica alle carte geografiche, ai telex, al cinema, agli spartiti musicali, anticipa le espressioni più tipiche dell'arte concettuale, si declina in installazioni e, con il passaggio dal nero al bianco negli anni Ottanta, arriva a risultati pittorici che si sono rinnovati in questi ultimi anni quando con la cancellatura ha costruito immagini quasi fossero pittogrammi.

Il cancellare è un gesto contraddittorio tra distruzione e ricostruzione. Le parole, e successivamente le immagini, non sono oltraggiate dalla cancellatura ma attraverso questa restituiscono nuova linfa ad un significante portatore di più significati: l'essenza primaria di ogni opera d'arte. La cancellatura è la lingua inconfondibile della ricerca artistica di Emilio Isgrò che oggi appare come una filosofia alternativa alla visione del mondo contemporaneo: spiega più cose di quanto non dica. Dopo l'esordio letterario con la raccolta di versi Fiere del Sud (Schwarz,1956), si dedica alla Poesia visiva, nel doppio ruolo di teorizzatore e artista. Nel 1966 s

Felice Limosani. Dante: il Poeta Eterno
14 settembre 2021 - 13 febbraio 2022
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze
Presentazione i tiene la sua prima personale presso la Galleria 1+1 di Padova a cui seguono numerose mostre (...). Lo scorso anno una mostra a cura di Germano Celant è stata presentata alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Le sue opere sono presenti nelle maggiori collezioni private e pubbliche nazionali e internazionali. (Estratto da comunicato ufficio stampa Civita Sicilia)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Locandina della mostra Isgrò, Dante e la Sicilia
2. Emilio Isgrò, Santi di Sicilia, acrilico su tela cm 108x148, 2016, collezione privata

___ Presentazione mostre e iniziative dedicate a Dante Alighieri pubblicate nella newsletter Kritik

Dante
Poesia di Nidia Robba

Giovanni Hajnal. Sulle orme di Dante dalla lettura al segno grafico
13 novembre 2021 - 12 febbraio 2022
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma
Presentazione

Ravenna dantesca: l'emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni
Presentazione




Giuseppe Loy. Una certa Italia
Fotografie 1959-1981


08 dicembre 2021 - 27 febbraio 2022
Gallerie Nazionali di Arte Antica (Palazzo Barberini) - Roma
www.barberinicorsini.org

Prima retrospettiva a quarant'anni dalla scomparsa di Giuseppe Loy. Realizzata dall'archivio fotografico Giuseppe Loy, con la Media Partnership di Rai Scuola, a seguito della digitalizzazione e della sistematizzazione di 1565 rullini in bianco e nero, 338 rullini a colori, 1800 stampe e documenti, l'esposizione, a cura di Chiara Agradi e Angelo Loy, ha l'intento di dare una panoramica di una vita dedicata alla macchina fotografica. La mostra raccoglie una selezione di 135 stampe originali in bianco e nero, documenti d'archivio, poesie, epigrammi, scatti familiari e un video che ripercorre l'amicizia tra Giuseppe Loy e gli artisti Alberto Burri, Afro e Lucio Fontana.

"…Ecco allora che mi si rivela il motivo di tutto quell'ordine e organizzazione, di tutte quelle stampe, appunti, indicazioni", afferma Il co-curatore, Angelo Loy, che prosegue: "aver permesso a qualcuno, e in questo caso a un figlio, di riprendere le fila del suo discorso, e di trovare postuma la giusta collocazione, il riconoscimento sperato e mai richiesto". Alla stregua di altre grandi mostre dedicate ai fotografi italiani, l'obiettivo finale è quello di rivalutare sul panorama internazionale la fotografia italiana del secondo Novecento, riordinando quegli "appunti visivi" con cui Giuseppe Loy desiderava imprimere una traccia duratura della società degli anni in cui ha vissuto, senza cedere al fascino della spettacolarizzazione.

In mostra nella Sala delle Colonne e nelle Cucine Novecentesche di Palazzo Barberini, gli scatti di Loy immortalano il suo impegno politico e il suo sguardo sui costumi di un'Italia in profondo cambiamento, alternati a immagini più intime, frammenti della sua vita privata, testimonianze preziose delle amicizie di Giuseppe Loy e i protagonisti del mondo dell'arte in un periodo storico in cui "il tempo, la politica e gli eventi stavano precipitando l'intero mondo verso una coscienza nuova, profonda e a tratti ribelle" scrive in catalogo Luca Massimo Barbero.

"Ogni famiglia ha la propria storia da raccontare" dichiara la curatrice Chiara Agradi "Quella dei Loy è la storia di una famiglia d'intellettuali dai destini illustri che malgrado la notorietà ha mantenuto una garbata riservatezza, lontana dagli eccessi mediatici. E quello di Giuseppe Loy, in particolare, è il racconto di un amateur che ha fotografato tutta la vita, lasciando un archivio di migliaia di negativi e stampe d'epoca tutto da scoprire".

Le fotografie presentano alcune tematiche ricorrenti, tra cui il ritratto dell'italianità, che emerge nei piccoli gesti della vita quotidiana, la riflessione per immagini sul paesaggio italiano, che cambia tra la fine degli anni Cinquanta e i primissimi anni Ottanta, gli scatti rubati sulle spiagge, con corpi distesi al sole immortalati da tagli fotografici particolari e dalla seducente ironia che pervade il lavoro dell'autore, fino ad arrivare alla toccante raccolta di fotografie in cui la vera protagonista è la sincera amicizia che legò Giuseppe Loy ad artisti del calibro di Alberto Burri, Afro e Lucio Fontana.

In occasione della mostra sarà pubblicato il catalogo trilingue (italiano, francese, inglese), casa editrice Drago, grazie al sostegno di Banca Popolare Etica. Il volume, la cui prima ideazione è imputabile allo stesso Giuseppe Loy appena prima della sua morte, contiene i testi di Edoardo Albinati, scrittore, Chiara Agradi, storica dell'arte, Luca Massimo Barbero, direttore dell'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini, Bruno Corà, presidente Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Emilio Garroni, filosofo, Margherita Guccione, direttore MAXXI Architettura, Angelo Loy, presidente dell'Archivio Fotografico Giuseppe Loy, Rosetta Loy, scrittrice, Alice Rohrwacher, regista.

Giuseppe Loy (Cagliari, 1928, Roma, 1981) è il fratello minore del regista Nanni Loy, e marito di Rosetta Provera, nota in ambito letterario come Rosetta Loy. Giuseppe si trasferisce a Roma nel 1938. Dal 1953 al 1957 lavora nel cinema come segretario di produzione per poi trovare impiego nell'impresa di costruzioni fondata dal suocero. Parallelamente esercita due attività senza fini di lucro: la poesia e la fotografia. La seconda costituirà una vera e propria ossessione. Diverse sue mostre sono state ospitate presso la galleria il Segno, a Roma. Ha lasciato più di 70.000 scatti e oltre 1800 stampe originali che l'Archivio Fotografico Giuseppe Loy sta nel tempo valorizzando.

Il percorso fotografico dell'autore va da un generale interesse per la fotografia sociale - il racconto di paesi, città, persone, atmosfere, architetture - al racconto profondo e ironico dell'aggressione edilizia del territorio e delle coste della penisola negli anni Sessanta e Settanta. Giuseppe era poi amico intimo degli artisti Burri e Afro i cui ritratti (insieme a quelli di Lucio Fontana) sono tra gli scatti più conosciuti dell'autore. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Dipinto a olio su tela di cm 161x201 realizzato da Giuseppe Zola denominato Andata ad Emmaus Paesi vaghissimi
Giuseppe Zola e la pittura di paesaggio


10 dicembre 2021 - 13 marzo 2022
"La Galleria. Collezione e Archivio Storico" di BPER Banca - Modena
www.lagalleriabper.it

L'esposizione, a cura di Lucia Peruzzi, è dedicata a Giuseppe Zola (Brescia, 1672 - Ferrara, 1743), pittore originario di Brescia, giunto giovanissimo a Ferrara dove svolge tutta la sua attività. Considerato maestro nella pittura di paesaggio, l'artista è in grado di ritagliarsi una posizione rilevante presso la borghesia e la nobiltà estense per le quali produce una considerevole quantità di paesaggi destinati a impreziosire saloni e gallerie. Zola è una figura del tutto singolare nel contesto culturale e artistico ferrarese del XVIII secolo per la sua vastissima produzione di dipinti quasi interamente a carattere paesaggistico, in grado di soddisfare, con la piacevolezza del soggetto e della conduzione pittorica, la crescente richiesta di tele per arredare i palazzi della città.

Il percorso della mostra si articola attraverso otto tele provenienti dalla nuova sede del Monte di Pietà di Ferrara, edificata nel 1756. A seguito della fusione per incorporazione della Cassa di Risparmio di Ferrara in BPER Banca, avvenuta nel 2017, queste opere ed altri 24 dipinti dello stesso autore sono entrati a fare parte della collezione d'arte del gruppo bancario, che ad oggi comprende oltre mille capolavori, dal Quattrocento al Novecento.

«L'arte si è costantemente confrontata con il tema della natura - scrive Lucia Peruzzi - in un continuo e complesso mutamento del punto di vista, e si è inevitabilmente intrecciata al modo di vedere e di interpretare il territorio. Ma è nel Seicento che la natura, da semplice sfondo, comincia ad affermarsi nella sua autonomia. E il paesaggio arcadico e pieno di atmosfera del Settecento, nelle sue varie declinazioni, affonda le radici nei paesaggi del secolo precedente, dalle visioni solenni e idealizzate, quasi senza tempo, alle immagini di una natura pittoresca, carica di sentimenti e suggestioni.

Zola parte da questi temi dominanti e li rielabora con citazioni che vanno da Claude Lorrain a Salvator Rosa, in una ricerca cromatica mediata dalla conoscenza delle opere di Marco Ricci. Nei suoi dipinti paesaggi alpestri con rocce e cascate, architetture in rovina e vecchi casali contadini si alternano a più serene vedute di campagne adagiate lungo le rive di fiumi placidissimi, immerse nel silenzio dell'atmosfera velata del meriggio, con l'azzurro del cielo e i riflessi violacei delle montagne in lontananza».

L'esposizione è accompagnata da un catalogo disponibile in loco con un testo critico della curatrice Lucia Peruzzi, un testo dedicato ai giardini di Eraldo Antonini (dottore agronomo che opera nel settore del verde ornamentale, pubblico e privato, dal 1995, già professore a contratto nella Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia ove ha insegnato "Restauro, ripristino, conservazione e ricostruzione dei giardini storici") e ricco apparato iconografico.

"La Galleria" di BPER Banca nasce nel 2017 con l'obiettivo di valorizzare il patrimonio storico-culturale del territorio, rendendo accessibili al pubblico a rotazione i tesori d'arte della Collezione del Gruppo, che comprende un migliaio di opere, dal Quattrocento al Novecento. Non solo un museo, ma un luogo di scambio culturale, per consolidare il rapporto che lega BPER Banca a Modena; un segnale di continuità con il passato e apertura verso il futuro. Tra le esposizioni più importanti allestite dal 2017 ad oggi si segnalano: "Uno scrigno per l'arte" (2017), "Ospiti illustri in Galleria. Maestro dei Polittici Crivelleschi e Cola dell'Amatrice" (2018), "Jules Van Biesbroeck. L'anima delle cose" (2019), "La prospettiva dell'effimero. Antonio Joli e la "scena per angolo" (2020), "Corrispondenze barocche" (2021), "Elisabetta Sirani. Donna virtuosa, pittrice eroina" (2021).

L'Archivio Storico è un patrimonio documentario che raccoglie la memoria e la testimonianza del cammino percorso da BPER Banca e dalle banche che, nel tempo, sono state incorporate nel gruppo. La memoria è fondamentale per la nascita di una nuova "responsabilità culturale d'impresa" che coniughi interesse pubblico e privato. L'attività di studio e catalogazione ha consentito la pubblicazione dei seguenti volumi: "Le Signorine della Banca Popolare di Modena" (2018), "I Primi Soci" (2019), "Ti nasce vicino. Dalla réclame ai social media" (2020), "Oggi per domani. Breve storia del risparmio" (2021). (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagine:
Giuseppe Zola, Andata ad Emmaus, olio su tela cm 161x201




Opera in vetro con segni in rilievo di cm 28x53 realizzata da Paolo Gubinelli nel 2013 Opera con incisioni su plexiglass di cm 22x124x3.5 realizzata da Paolo Gubinelli nel 2014 Opera con incisioni e piegature su carta di cm. 70x100 realizzata da Paolo Gubinelli nel 1977 Opera con incisioni su plexiglass di cm 30x40x13 realizzata da Paolo Gubinelli nel 2014 Opere di Paolo Gubinelli in mostra Paolo Gubinelli
"Segni, graffi e colore"
(Carte, ceramiche, vetri e progetti in plexiglass)
Opere dal 1977- 2021


11 dicembre 2021 - 13 febbraio 2022
Spazio Ophen Virtual Art Gallery - Salerno
www.collezionebongianiartmuseum.it

«In occasione di Amaci-17 Giornata del Contemporaneo viene organizzata dalla Collezione Bongiani Art Museum di Salerno la mostra antologica a cura di Sandro Bongiani dedicata a Paolo Gubinelli con 72 opere del 1977-2021 tra carte, ceramiche, vetri, e progetti in plexiglass. L'attività artistica di Paolo Gubinelli si innesta in un particolare versante di ricerca, di esperienze e di sperimentazioni in cui il segno, la traccia e il colore, unitamente alla carta, sono gli assoluti protagonisti. Un bisogno urgente di purificare la materia, con un bianco assoluto che riemerge sempre per divenire apparizione, luce, e riflessione del vivere. Queste autentiche e insolite trascrizioni e progressioni analitiche innervate da una costante tensione immaginativa diventano autentiche partiture di luce, nella consapevolezza di una realtà puramente visibile.

Una delicata e insolita geometria affiora dalla superficie dell'opera alla ricerca della luminosità, giocata sul filo sottile e oscuro del segno e sul tratto cromatico, con una variazione di umori sempre in continua tensione nella necessità di un bisogno impellente della ricerca e della rappresentazione. In questa insolita e immediata tensione a trascrivere i pensieri nascosti della mente, con un segno velato appena percepibile, Paolo Gubinelli ci svela il libero moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirica che fa affidamento alla poesia e all'intima immaterialità di umori nascosti e trascorrenti.

Raccordare per segni sospesi e tracce di materia fragile, sinteticamente provvisoria e avvolgente, con un vivo interesse per la carta, sentita come mezzo congeniale di espressione; nei primi tempi rivelata con un rigore degnamente geometrico-costruttivo e in una forma analitica logico razionale alla ricerca della luce, e oggi, negli ultimi lavori, indagata in una espressione più libera che si concreta con qualche sottile segno e graffio minimo, inciso a rilievo sulla carta immacolata, e definita provvisoriamente dentro i toni delicati e i gesti acquerellati o a pastello di una materia decisamente insostanziale e fragile. Un segno inciso davvero l'unico come strumento per indagare l'esistenza e la vita oscura dell'uomo.

Tracce minime, segnate da un insolito procedere permettono all'artista di rilevare una materia di umori sofferta e decantata, giocata insistentemente sulla presenza e sul filo teso della meditazione tra coscienza, desiderio e aspirazione. Davvero un'insolita geometria della mente raccordata per lacerti di senso in divenire che fa emergere improvvisamente e nel contempo dissolve nel vuoto della fragile carta la materia per collocarsi nei meandri oscuri, nell'angolo più nascosto e intimo del nostro mondo interiore, in una sorta di trascorrente consistenza rarefatta e mentale di umori in cui possa finalmente incarnarsi l'esistenza ormai ridotta a un fragile affiorare del pensiero nella più inconsistente e sofferta incoscienza dell'agire.» (Sandro Bongiani - curatore della mostra)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren.

Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la "carta", sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni. In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell'ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale.

Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l'uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati.

Nel 2011 ha esposto alla 54° Biennale Internazionale di Venezia, Padiglione Italia, presso L'Arsenale invitato da Vittorio Sgarbi e scelto da Tonino Guerra, con l'installazione di n. 28 carte di cm. 102x72 accompagnate da un manoscritto inedito di Tonino Guerra. Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Paolo Gubinelli, vetro con segni in rilievo, cm. 28x53, 2013
2. Paolo Gubinelli, incisioni su plexiglass, cm.22x124x3.5, 2014
3. Paolo Gubinelli, incisioni e piegature su carta cm. 70x100, 1977
4. Paolo Gubinelli, incisioni su plexiglass, cm.30x40x13, 2014
5. Paolo Gubinelli, opere in mostra




Giovanni Miani denomintao il Leone Bianco del Nilo Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo
12 marzo - 26 giugno 2022
Palazzo Roncale - Rovigo

Per la prima volta ad essere soggetto di una mostra è la storia di un Indiana Jones dell'Ottocento, l'uomo che votò la sua vita alla scoperta delle sorgenti del Nilo. La mostra, che nasce da un'idea di Sergio Campagnolo, a 150 anni dalla morte dell'esploratore, è curata da Mauro Varotto, docente di Geografia del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell'Antichità dell'Università di Padova e Delegato della rettrice per i Musei e le collezioni dello stesso Ateneo, e da Alessia Vedova, responsabile dell'Ufficio Patrimonio artistico ed eventi espositivi della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che promuove l'esposizione.

Lui sognava la celebrità e per tutta la vita inseguì un riconoscimento sociale che non gli riuscì di ottenere. Figlio di una domestica, non sarà mai riconosciuto dal padre. Ha 14 anni quando lascia Rovigo, dov'era nato il 17 marzo del 1810, per raggiungere la madre a Venezia, al servizio del nobile Pier Alvise Bragadin. Quest'ultimo accoglie il ragazzo, dandogli un'istruzione e destinandogli, nel suo testamento, un cospicuo lascito, che il giovane dilapida velocemente nel progetto di pubblicare un'enciclopedia universale della musica, naufragato al primo volume. Lui stesso scrive musica e frequenta i conservatori di mezza Europa, tentando senza fortuna anche la carriera di baritono.

Rientrato a Venezia, partecipa ai moti del '48-'49 contro la dominazione austriaca, ma qualche giorno prima della definitiva capitolazione prende la via del volontario esilio. Raggiunge Costantinopoli e poi l'Egitto, dove per un periodo presta servizio come pedagogo e insegnante di francese e italiano. Nel frattempo si fa strada il sogno di individuare le sorgenti del grande Nilo, che nella sua idea coincidevano con la mitica regione dell'Ofir, la terra dalle immense ricchezze ricordata dalla Bibbia. Nel 1859, un modesto finanziamento del governo francese gli consente di avventurarsi in una spedizione che lo conduce a Khartoum, dove giunge il 20 luglio del 1859.

La città, da poco fondata dagli inglesi, sorge alla confluenza dei due rami principali del Nilo, quello Azzurro e quello Bianco. Del primo si conosce l'origine; il secondo è invece oggetto dell'interesse delle spedizioni delle potenze europee che puntano ad impossessarsi di territori che sarebbero diventati fondamentali qualora si fosse realizzato quello che poi sarà il Canale di Suez. Da Khartoum Miani riparte senza i compagni di spedizione, decisi a non seguirlo. Raggiunge Gondokoro, oltre 1500 km a sud della città, trascrivendo dettagliatamente il viaggio nel suo diario e in una mappa del territorio destinata alla Società Geografica Francese.

Il suo viaggio tuttavia è destinato a terminare poco oltre Galuffi, non lontano dal grande lago Nianza (poi ribattezzato Victoria) senza raggiungerlo: una febbre persistente ed una piaga ad una gamba, unite alla ostilità delle popolazioni indigene, lo costringono ad abbandonare il progetto. Del suo passaggio lascia traccia sul tronco di un tamarindo. Per gli indigeni era intanto diventato il "Leone Bianco", tributo al suo coraggio e alla sua lunga e candida barba. Nel frattempo gli esploratori inglesi Speke e Grant entusiasmano il mondo con il loro annuncio della scoperta delle sorgenti del Nilo, individuate nel Lago Victoria, da loro raggiunto nel 1858.

A Miani non resta che tornare in Europa. Lo accompagnano, al suo rientro, 14 casse zeppe di 1800 reperti. Tutti i tentativi di vendere la sua collezione falliscono. Decide allora di lasciarla in dono alla sua città di adozione, Venezia. Parte di questi eterogenei materiali (tessuti, minerali, strumenti musicali, antichità varie…) è oggi esposta al Museo di Storia Naturale di Venezia. Il mal d'Africa torna prepotente ed eccolo ancora una volta a Karthoum, dove diventa direttore del nuovo zoo della città. Utilizza questa funzione per farsi accettare in una spedizione diretta verso il Mombuto, nell'attuale Zaire.

Il suo ruolo è duplice: esperto scientifico della spedizione e cercatore di specie animali sconosciute da introdurre nel suo zoo. Riesce a catturare anche due pigmei, che avrebbero svelato l'enigma della loro esistenza favoleggiata da Erodoto. Ospite del re Bunza, muore a Nangazizi nel novembre del 1872. La notizia della sua morte giunge a Venezia l'anno dopo e la sua tomba sarà rinvenuta solo nel 1881. I suoi resti saranno destinati all'Accademia dei Concordi della natia Rovigo. Tra storia, geografia ed etnografia, la mostra intende raccontare la vicenda di questo personaggio irrequieto e fuori dagli schemi, di indomito coraggio e volontà ferrea, amante del rischio e dell'avventura, sfortunato inseguitore di grandi ideali come di riscatto sociale. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto di Gianni Mantovani denominato Ombre e luci Gianni Mantovani
Fabula de lineis et coloribus


inaugurazione 04 dicembre 2021
UnimediaModern Contemporary art - Genova
www.unimediamodern.it

È un processo difficile, irto di ostacoli, quello che un artista colto e maturo intraprende per recuperare l'immediatezza (non l'ingenuità) che usualmente, ma forse non in modo pertinente, si attribuisce alla vita infantile. Perché non si tratta di dimenticare ciò che si è appreso con lungo esercizio, non di recuperare una pretesa età dell'oro dell'esistenza, scevra di condizionamenti e di clichès, bensì di chiarificare a se stessi e di rendere fluidi, connaturati all'immaginazione, il gesto e la stesura pittorica. Non è impresa agevole, perché la sensibilità non basta all'atto creativo, ed è quindi necessario attingere una semplicità superiore, consapevole, raggiunta sacrificando effetti di accidentale bellezza e compiacimenti virtuosistici.

Sembrano esser queste le problematiche sottese ai lavori più recenti di Gianni Mantovani: paesaggi essenziali e nello stesso tempo carichi d'intensità, scrutati con occhio fertile e affidati a un vocabolario scarno di sfondi monocromi percorsi da andamenti collinari e da avvallamenti curvilinei, da rette pianeggianti, da profili di case e di piante levate ad accarezzare il cielo. In una tela soltanto compare un angolo acuto, sagomando una vetta vertiginosa che soggiace ad una retta orizzontale dove sorge "la casa della speranza", mentre un sogno d'infinito abita su una balza solitaria sormontata dallo slancio di una fronda d'inusitata grandezza.

Ancora, su un dosso, una costruzione s'inclina a sfiorare la luna, per carpirne "la piccola luce". Nei lavori in mostra tutti gli elementi figurali paiono graffiti sospesi in superficie, mentre una folata d'energia scorre attraverso il colore acceso degli sfondi, dove la dominante d'un vermiglio leggermente scurito, a sua volta animata di addensamenti e rarefazioni di materia, d'increspature puntiformi, si stempera a tratti in bande arancioni, contrappuntate dal bianco degli edifici e talora dal nero dei cipressi.

Aeree e terrestri insieme, queste scene di "lucida incantazione" accostano gli emblemi della natura (i declivi, gli alberi "nati per noi", le nubi) e le vestigia dell'uomo (la casa, meta e origine, il campanile, simbolo della comunità), in teatri di continua mutevolezza, dove - in sequenza, in un sistema di vasi comunicanti - ogni dipinto genera il successivo, scandendo un divenire che aspira ad arrestarsi in un istante edemico, raggiunto in ogni singola stazione ma non fissato una volta per tutte, per un intrinseco, latente dinamismo metamorfico.

Così questa fabula de lineis et coloribus, tenuta sempre sul fil di lama di una visione vigile e articolata in una costante ri-creazione, sempre impaziente di emergere, arriva a fare di uno spazio, quello del paesaggio-quadro, limitato nella dimensione fisica, una sorta di metaspazio che, mutuando dalla sfera della natura un incessante movimento evolutivo, si mantiene aperto al futuro e al possibile, ponendosi in tal modo - secondo l'espressione di Bachelard - "all'alba di un mondo". (Paesaggio, meta e origine, di Sandro Ricaldone, 1-2 novembre 2021)




Opera di cm 100x120 denominata LECO realizzata da Mariano Pieroni nel 1974-1975 Opera di cm 60x70 denominata Autoritratto realizzata da Mariano Pieroni nel 1976-78 Mariano Pieroni
"Gli scoppiati"


11 dicembre (inaugurazione) - 23 dicembre 2021
07-20 gennaio 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Per Mariano Pieroni la mostra "Gli scoppiati", che si inaugurerà alla presenza dell'Artista ed è curata da Arianna Sartori, è la seconda personale nella Città di Mantova, dopo la personale "Plasticoni 2019. Market-system's animal and human" che riscontrò un grandissimo successo di pubblico e critica alla Galleria Arianna Sartori ed aver partecipato alla "Casa Museo Sartori" di Castel d'Ario alle rassegne: "L'arte italiana dalla terra alla tavola" nel 2015 con l'opera "Puledro" (scultura polimaterica, plasticone), "50anni d'Arte in Lombardia" nel 2016 con l'opera "Leviero 2" (scultura polimaterica, plasticone), "Animalia. Natura & Arte" nel 2017 con l'opera "Mandrillo" (scultura polimaterica, plasticone) e "ARTeSPORT" nel 2019 con l'opera "Tennista" (scultura in porcellana), esposizione curata da Arianna Sartori e che diventa l'occasione per approfondire il lavoro di questo artista affermato in Italia e all'estero.

«Dimensione della crisi. Anima obsoleta. Diciassette opere doppie, tecnica mista: olio e plasticoni. Racconto stratificato: il passato totalmente nascosto da uno strato su cui è posta una rappresentazione, una pulsione creativa del tempo presente. Presente che è una documentazione sofferta da attualità covid-19. L'incubo e il suo avvolgente abbraccio, l'incubo e la sua dinamica distruttiva sono faces del presente. Ciò che è sotto e non si può vedere (il sottostrato) è semplice, piccola, disponibile bellezza perduta. Siamo alla dimensione della crisi crepuscolare: "amo la rosa che non colsi" che è pur sempre una rosa, oggi strappata via perchè inodore e cimiteriale (di gozzaniana memoria).

La crisi è da vivere dopo tutte le demenziali fughe in avanti prescritte in buona parte dalla filosofia di mercato; la crisi è necessaria per rimettere sul tavolo le ragioni della disfatta. Solo se resisto senza cedere al cappio che ho presso al collo e quindi trovo le motivazioni per usare, dare fondo a residue energie, mi troverò in condizione per vivere ancora. Ma senza fretta! La crisi covid-19, è una occasione di cambiamento. Dicevo, diciassette lavori eseguiti con una tecnica nuova, sperimentale, che si fonda su trasparenze materiche, in parte neutre. Le sovrapposizioni di frammenti di carta ciclostilata, colla, colori acrilici, inchiostri di china nera e a colori, sono usati e posti con un personale sistema, con del materiale di riciclo, dei dismessi involucri alimentari.

Resti di foto scontornate, resti di giornali cartacei, un mix circadiano trattato in punta di pennino arcaico, e robuste passate di corposa tinta, per materializzare, visualizzare spazi il più possibile lontani e profondi senza trascurare simboli e segni che affiorano dal mio passato e da un tempo il più remoto intuibile per un "sift" di significati, contenuti, segni, novità, sopra le mie radici. In sintesi: potenziamento dimensionale (uno stilema) dimensionista. Questa serie è nata in novembre 2020 e prosegue il discorso de "Gli scoppiati" illustrando una fase di ricerca fondata su valori estetici. Decantazione dell'impegno del vivere e aspetti della bellezza rintracciabile nei labirinti del dramma in luoghi e nebbie, o sfumature dell'anima, e nell'azione creativa frustrata, negata e dispersa, non solo dal covid-19, ma anche da una idea malsana di globalità consumista.» (Mariano Pieroni, 2021)

Mariano Pieroni (Barga - Lucca, 1937), ideologo del movimento "Dimensionismo", ha fatto parte di gruppi storici dell'area lombarda: Liberi Artisti (LADPDV), i Besnatesi, Porta Ticinese, Centro documentazione Arte Varese diretto da G. F. Maffina, Tectores Errantes, Dimensionismo. Negli anni che vanno dal 1951 al 1966 vive a Firenze e frequenta gli studi di Rosai, Grazzini, Conti, la Scuola Libera del Nudo presso l'Accademia di Belle Arti diretta da Giorgio Settala, e nel 1953-54 frequenta lo studio di Pietro Annigoni. Tra i suoi maestri figurano anche Ugo Seravalle (primo maestro) ed Emanuele Zambini (noto scultore). Conosce il grande artista italo-americano Agostino Nivola durante l'estate del 1950 e ne segue gli insegnamenti a Villa Pozzolini a Quercianella.

Di prima formazione figurativa passa, dopo la Scuola del Nudo presso l'Accademia di Firenze, all'informale, adottando varie tecniche come il "collage" e il "frottage". Negli anni fiorentini frequenta, tra le altre, la galleria "Numero" di Fiamma Vigo, conosce il critico Boatto ed Esther Panducci (guide di un excursus nei "salotti buoni" della città). Dopo l'alluvione del 1966 che inonda Firenze, viene invitato in Belgio, a Liegi, e modella, come scultore, l'intero campionario della "Andrè Junkers". Dopo circa un anno torna in Italia e da allora risiede a Solbiate Arno.

Dal 1970 ad oggi ha realizzato più di 120 mostre personali in varie città italiane ed estere tra cui Ginevra, Parigi, Amburgo, Bruxelles, Amsterdam, Londra, Rotterdam, New York, Boston e Atlantic City. Ha vinto premi e partecipato a prestigiose collettive. Esiste una bibliografia già vasta e articolata: oltre a opere monografiche si contano pubblicazioni di articoli, recensioni, presentazioni su importanti quotidiani, riviste varie italiane e straniere. Ha eseguito opere pubbliche fra cui affreschi e sculture, vetrate artistiche, ceramiche, opere in ferro saldato, numerosi bronzi e opere in materiale plastico-polimaterico. Sue opere si trovano in musei d'Europa e degli Stati Uniti.

Tramite il maestro Leo Spaventa Filippi entra in contatto con Leonardo Borgese nello studio di Milano. Nel periodo che intercorre tra gli anni 1971 e 1980, conosce e collabora con note firme della letteratura e della critica d'arte di cui conserva scritti, recensioni e presentazioni. Fra queste: Mario Lepore, Luigi Carluccio, Franco Solmi, Marco Rosci, Carlo Munari, Franco Passoni, Mario de Micheli, Piero Chiara, Igniazio Mormino, Raffaele de Grada, G. F. Maffina, Enrico Baj, Emma Zanella, Francesca Consonni, Giovanni Quaglino, Gilberto Madioni, Mario Pistono, Giovanni Stella, Elio Bertozzi... Nel 1972 fonda il movimento Dimensionismo. Nel 1986-87, intorno all'idea Dimensionismo si compone un gruppo rinnovato con importanti partecipazioni.

L'evoluzione e il dibattito di quel periodo inducono Mariano Pieroni ad aprire su di una tematica in cui prevale una componente che può essere appellata "di civica utilità" (ecologia ambientale). Ed è allora, nel 1988-89, che inizia l'attività detta "Plasticoni", con un nuovo "aggregato" detto "Linea Confinaria", nel quale intere famiglie si attivano con la famiglia Pieroni in esecuzioni di pulizia sul paesaggio, performances, installazioni e rappresentazioni en plain air. Nell'anno 2000, una performance alla GAM di Gallarate segnò l'inizio del progetto per una mostra fondamentale: Natura Artifiziata, che si svolse nel Gennaio-Febbraio 2002, di cui fu principale curatore Silvio Zanella, coadiuvato da Francesca Consonni ed Emma Zanella, fu un successo vero.

Quell'evento aprì spazi ulteriori: Pieroni aderì a inviti ed eventi internazionali in Italia e all'estero, evolvendo il suo percorso nello scenario dell'arte contemporanea. Nel Novembre 2018, con una mostra personale presso Immagini Spazio Arte di Cremona, inizia una collaborazione con Italart, che sarà il tramite per esporre in Febbraio 2019 alla prestigiosa fiera londinese Parallax Art Fair London, Kensington Town Hall. In Maggio accoglie la proposta della famiglia Sartori per una nuova mostra personale a Mantova presso la Galleria d'Arte Arianna Sartori.

Nel periodo Agosto-Settembre si ripropone a Londra con un "solo show" antologico presso Apartment Contemporary Art Gallery nel caratteristico quartiere di Chiswick. Nel Luglio 2020 partecipa a "To Art or Not to Art? This is the question", Fitzrovia Gallery Mostra Internazionale d'Arte Contemporanea. Dal 27 Agosto al 28 Settembre espone online "Solo Show" sedici opere (polimaterici, dipinti e sculture) su Artsy-Secret Art Ltd. Dal 23 gennaio al 12 febbraio 2021, mostra personale con 22 opere alla galleria d'arte Secret Art Gallery London. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Mariano Pieronim, Leco, cm. 100x120, 1974-1975
2. Mariano Pieroni, Autoritratto, cm. 60x70, 1976-78




Fotografia nella mostra Lost and found Courtesy Collezione Cristian Malisan Lost and found
Fotografie anonime 1940-1960 ca.


04 dicembre 2021 - 22 gennaio 2022
Arcipèlago - Udine

Per la sua terza mostra, lo spazio creativo ed espositivo Arcipèlago presenta un'accurata selezione di una cinquantina di fotografie anonime scattate tra gli anni '40 e '60. Queste immagini, totalmente inedite, fanno parte della collezione personale di Cristian Malisan, che, da anni, recupera materiale fotografico nei mercatini: migliaia di negativi, rullini, diapositive e altrettanti momenti rubati che nessuno ricorda più e che, in occasione di questa mostra, saranno riscoperti. Anonime e orfane, queste immagini sono degli enigmi.

Nel corso degli anni hanno subito ineluttabilmente un'erosione narrativa legata alla scomparsa del fotografo, dei protagonisti, di tutti coloro che condividevano quei racconti di vita ordinaria. Fino ad arrivare al momento in cui, rimasto più nulla della realtà che portano impressa, sono finite ai bordi della spazzatura, pronte per essere dimenticata. Ed è proprio qui che la loro riscoperta ha del miracoloso. Queste immagini rappresentano una storia che, in fondo, tutti condividono. I momenti intimi di vita familiare - spesso divertenti, sorprendenti e commoventi - sono in qualche modo la storia di tutte le nostre vite.

"Immergersi nelle vite passate di questi stranieri è un viaggio affascinante attraverso una vasta memoria collettiva, un caleidoscopio universale eppure familiare. Perchè se i nomi, le date e i luoghi si sono smarriti, la permanenza delle emozioni resiste. E questi clichè, che non appartengono più a nessuno, diventano le immagini di tutti." spiega Artemio Croatto, co-curatore della mostra.

Attraverso il progetto "Lost and Found", Arcipèlago esplora l'arte dell'ordinario e l'importanza della fotografia vernacolare. Questa pratica, spesso riservata ai dilettanti, si situa al di fuori di ciò che è considerato degno di interesse dalle principali istanze di legittimazione culturale. Si sviluppa alla periferia di ciò che è di riferimento in ambito artistico. è l'altro dell'arte.

"Ogni pratica amatoriale della fotografia con le sue inquadrature azzardate, le sue situazioni desuete, i suoi volti resi all'anonimato, è per natura «familiare». Sono raramente «bei» clichè nel senso artistico del termine: eppure trattengono, sollecitano più di qualsiasi altro oggetto. La mia non è una collezione in senso stretto, non colleziono queste immagini perchè ben realizzate o perchè spero presto o tardi di ritrovare il rullino del D-Day di Capa; la mia è piuttosto una missione: voglio salvare queste famiglie dalla cancellazione e dall'oblio del tempo. Penso che se questi negativi sono arrivati fino a me significa che le famiglie che vi sono rappresentate sono estinte, terminate, e che non c'è nessun parente, amico, conoscente in grado di raccoglierne e conservarne l'eredità." spiega Cristian Malisan, co-curatore della mostra.

Per questa occasione sarà pubblicato un catalogo, con un contributo di Roberta Valtorta, storica della fotografia, direttrice scientifica del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo - Milano e docente di Storia e teoria della fotografia al Centro Bauer di Milano. Cristian Malisan ha studiato architettura allo IUAV di Venezia e successivamente si è laureato in Design nello stesso istituto. Dal 2009 al 2016 è stato cofondatore dello Studio Barazzuol/Malisan. Nel 2016 apre ha aperto lo Studio Malisan a Udine, occupandosi di consulenza strategica per l'immagine di varie aziende, di graphic design, product design, interior design e progetti di branding.

Arcipèlago è uno spazio creativo fondato da Artemio Croatto e Charlotte Mènard, situato all'interno dello studio grafico Designwork a Udine, e inaugurato nel maggio 2021. Uno luogo dall'indole spontanea, che celebra la creazione in tutte le sue forme e dove l'arte può essere apprezzata in tutta semplicità. Definito "effimero" — Arcipèlago ha avviato un'attività priva di vincoli di pianificazione o programmazione. Gli eventi dipendono dai temi che i fondatori desiderano approfondire, a seconda di ciò che suscita la loro curiosità. (Comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
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___Anno XXXIII
N.1 - Gennaio 2022
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N.9 - Novembre 2021
N.8 - Ottobre 2021
N.7 - Settembre 2021
N.6 - Giugno-Luglio-Agosto 2021
N.4/5 - Aprile-Maggio 2021
N.4 - Aprile 2021
N.3 - Marzo 2021
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N.1 - Gennaio 2021


___ Anno XXXII
N.10 - Dicembre 2020
N. 9 - Novembre 2020
N. 8 - Ottobre 2020
N. 7 - Settembre 2020
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N. 5 - Maggio 2020
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Dipinto acrilico su tela di cm 140x140x1.5 denominato Sgt. Pepper realizzato da Winfred Gaul nel 1967 Astrazione: le 5 vie
Winfred Gaul | Imi Knoebel | Gerold Miller | Bruno Munari | Nahum Tevet


02 dicembre 2021 - 04 febbraio 2022
MAAB Gallery - Milano

La mostra raccoglie le opere di cinque artisti che, dal Modernismo fino ai nostri giorni, hanno lavorato e lavorano su un'idea di geometria compositiva, di chiarezza concettuale e di rigore espressivo, che ha evitato di chiudersi su stessa, ma ha invece tenuto insieme visione e illusione, ingegno e trasgressione, tradizione e innovazione. Le opere di Bruno Munari, Imi Knoebel, Nahum Tevet, Gerold Miller e Winfred Gaul rappresentano il tentativo dell'arte di cambiare continuamente la visione di un mondo che, come ha testimoniato il "secolo breve", cambia continuamente, sfidando le nostre abitudini percettive e aprendosi di volta in volta a nuove sfide conoscitive e a nuove costellazioni interpretative.

Gli artisti in mostra cercano un punto di ancoraggio nella linearità espressiva della geometria, che però va qui colta nel suo significato più ampio che arriva a superare la razionalità euclidea per accogliere visioni più eterodosse come la geometria frattalica e le geometrie dei poligoni iperbolici. Ne nascono cinque vie all'astrazione e cinque visioni di un mondo liquido e smaterializzato, la cui consistenza non assomiglia più a soltanto ad un solido ma anche all'evanescenza di una nuvola che si muove e muta le sue forme nel cielo.

Il percorso di Bruno Munari (Milano 1907-1998) è poliedrico e seminale non solo nella varietà dei suoi riferimenti al mondo dell'arte e della cultura, ma perché è stato precocemente in grado di tenere insieme la scultura e l'industrial design, la pittura e il cinema, l'animazione e l'attività editoriale, la grafica e la didattica. Un costante rimando alla libertà creativa dell'infanzia e un uso sottile quanto spregiudicato dell'ironia in cui la geometria diviene un campo aperto di sperimentazione contro ogni forma di dogmatismo culturale e di rigidità mentale. Le sue forme colorate e combinate, mentre ammiccano alle composizioni di forme e di colori fondamentali delle Avanguardie Storiche, ricalibrano pesi e temperature cromatiche, pieni e vuoti, facendo emergere armonie e dissonanze.

Per Nahum Tevet (Israele, 1946) l'opera evidenzia una memoria che procede per frammenti e quasi si innesca a partire da una decostruzione degli oggetti, del loro senso così come della loro funzione. L'interazione tra forma, colore e spazio è anche il sintomo di una mentalità che è erede delle avanguardie storiche ma non ne è succube e il colore, qui e là, e il non-finito, servono ad alleggerire il senso di un progetto totale, a cancellare l'ideologismo attraverso la rimodulazione continua e il riadattamento.

Le sue strutture tridimensionali sembrano il frutto di una deflagrazione compositiva che poi ritrova sempre un suo punto di riassemblamento in cui l'organizzazione degli elementi vive in un delicato equilibrio e in una fertile precarietà che testimonia del continuo processo di aggiustamento e riadattamento che anche l'essere umano si trova a dover compiere. Tra i massimi artisti tedeschi della seconda metà del XX secolo, Imi Knoebel (Dessau, 1940), usa composizioni geometriche in combinazioni di due o tre colori, aggiungendo occasionalmente un effetto fosforescente che assorbe, immagazzina ed emette la luce circostante.

Knoebel esplora i contrasti formali come il taglio netto con il morbido, il colorato con il neutro e l'opaco con l'effetto riflettente e vivido. Egli incorpora motivi architettonici in composizioni articolate, come sezioni di legno a forma di finestre o porte che includono parzialmente l'architettura dell'ambiente circostante nel loro campo pittorico. In altre opere, la pittura viene espansa su scala architettonica, invitando lo spettatore a entrare nella sua zona di colore puro e risonante e restituendo una versione "umanistica" dell'astrazione che si porta più vicino al mondo del pensiero che a quello della pura forma astratta.

La serie "Verkehrszeichen & Signale" (Segnali stradali e segnali) di Winfred Gaul (Düsseldorf, 1928 - Kaiser-swerth, 2003) si compone di tele dai colori brillanti e dall'impianto geometrico che hanno costituito quasi la totalità della pratica dell'artista dagli anni Settanta ai primi anni Novanta. Sono opere a cui Gaul si dedica da prima del suo viaggio a New York, con cui rompe definitivamente con il periodo informale per dirigersi verso la pittura analitica, parallelamente alla Post-painterly Abstraction americana. Subì forse anche, come Mondrian, l'impatto dell'energia incessante e del traffico casuale delle strade di Manhattan, che lo ispirarono nelle composizioni di queste potenti icone urbane giocate su colori sorprendenti. La sensibilità giocosa di Gaul crea un senso di libertà, poiché le sue forme - che sono diventate sinonimo di movimento e di energia - si liberano attraverso il colore e la vibrazione.

Gerold Miller (nato nel 1961, Altshausen, Germania) nell'intersezione tra scultura, pittura e installazione, mette alla prova i limiti dello spazio e della rappresentazione concepibili. Le sue opere derivano da un principio minimalista di una composizione precisa e radicalmente ridotta di superfici di colore. Eppure, a differenza delle forme geometriche definite e racchiuse, le sue serie rifiutano i confini spaziali e sottolineano l'infinito. L'opera dell'artista sfrutta le innumerevoli possibilità di interpretare e visualizzare il nostro presente fisico, mentre si confronta con temi diversi come astrazioni e forma, percezione e realtà, movimento e struttura. Miller crea con successo un'immagine esente da riferimenti preesistenti e introduce uno spazio che deve essere scoperto e definito dallo spettatore.

Immagine:
Winfred Gaul, Sgt. Pepper, acrilico su tela, cm 140x140x1.5, 1967




Un presepe nel villaggio montano nell'Eremo di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno in una foto realizzata da Candido Quatrale Una foto di Candido Quatrale del presepe nell'Eremo di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno in provincia di Varese Presepe nell'Eremo di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno nella foto di Candido Quatrale "Nascita in un villaggio montano"
Inaugurazione all'Eremo di Santa Caterina del Sasso


Leggiuno (Varese), 04 dicembre 2021
www.eremosantacaterina.it

Il villaggio è stato realizzato per iniziativa della Società Patrimoniale della Provincia di Varese in una delle sale del convento meridionale dell'Eremo di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno, grazie alla collaborazione della Comunità Francescana di Betania che ha concesso lo spazio. Rimarrà aperto ai visitatori per tutto il periodo natalizio. Nello stesso spazio saranno inoltre esposti tre presepi di piccole dimensioni, realizzati artigianalmente in scala dal Maestro presepista Erminio Fracasso.

Tredici casette di varie dimensioni compongono il villaggio: sono state realizzate interamente a mano, nell'arco di diversi anni, dal varesotto alpino Beniamino Gianni con impegno e passione ma senza seguire un filo logico, come lui stesso afferma, motivo per il quale non sono in scala e variano nelle forme e nei motivi. Sono costruzioni delicate, assemblate con dedizione e attenzione al dettaglio con legno e schegge di pietra provenienti dalla zona di Agra e del luinese. I particolari sono ben riconoscibili anche negli interni, illuminati da luci che ne aumentano la suggestione.

I visitatori dell'Eremo hanno dunque la possibilità di ammirare un vero capolavoro di artigianato che, nelle intenzioni della Società promotrice e dei realizzatori, si presenta ancora prima che come presepe come villaggio delle nostre montagne. È presente una natività e un pastore, realizzati in creta e dipinti a mano sempre da Fracasso, con il suo gregge ma la mancanza di bue, asino e altri personaggi vogliono portare alla luce e far riflettere sul problema dell'abbandono del territorio alpestre, oltre che sul momento gioioso della nascita.

Questo villaggio si presta ad essere l'esaltazione e presentazione della vita nei paesi montani, in luoghi lontani e di difficile percorrenza che troppo spesso vengono abbandonati: sono questi gli ambienti in cui il ritorno alla vita è auspicabile e nei quali la nascita è vissuta come momento di festa dell'intera comunità. La natività è dunque motivo di riflessione sull'avvento ma soprattutto sulla vita che continua. L'Eremo e il villaggio montano rimangono aperti per tutto il periodo natalizio, festività comprese. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini: presepi realizzati da Erminio Fracasso in fotografie di Candido Quatrale




Sergio Gimelli | Franco Di Pede | Patrizia Quadrelli | Eugenia Serafini
20 novembre 2021 (inaugurazione) - 29 aprile 2022
Plus Florence - Firenze
Presentazione




Robert Capa
Fotografie oltre la guerra


Villa Bassi Rathgeb - Abano Terme (Padova)
15 gennaio - 05 giugno 2022

È un Capa "altro", quello che questa grande mostra propone. E lo dichiara già dal sottotitolo, quel "fotografie oltre la guerra", frase emblematica dello stesso Capa, che pone l'attenzione proprio sui reportage poco noti del grande fotografo". Reportage poco noti, ma non meno importanti e potenti. Semplicemente sopraffatti dall'immagine di lui come straordinario interprete dei grandi conflitti. E' una mostra, quella curata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme, che vuole far uscire Capa dallo stereotipo di "miglior fotoreporter di guerra del mondo", come ebbe a definirlo, nel 1938 la prestigiosa rivista inglese Picture Post. L'obiettivo è invece puntare tutta l'attenzione sulla sua fotografia lontana dalla guerra.

"Non vi è dubbio - riconosce il curatore - che l'esperienza bellica sia stata al centro della sua attività di fotografo: la guerra civile spagnola, la resistenza cinese di fronte all'invasione del Giappone, la seconda guerra mondiale e quella francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Acquisendo, in queste azioni, una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un'urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione: Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza alla realtà. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso".

Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio l'originale progetto espositivo che vuole esplorare, attraverso circa un centinaio di fotografie, parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute: il rapporto del fotografo con il mondo della cultura dell'epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate.

Affascinante la sezione dedicata ai suoi reportage dedicati a film d'epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l'attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena. Nell'arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l'intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all'oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Completa il percorso la sezione dedicata alla collaborazione tra lo scrittore americano Steinbeck e Robert Capa che darà avvio al progetto "Diario russo". Nel 1947 John Steinbeck e Robert Capa decisero di partire insieme per un viaggio alla scoperta di quel nemico che era stato l'alleato più forte nella seconda guerra mondiale: l'Unione Sovietica. Ne emerse un resoconto onesto e privo di ideologia sulla vita quotidiana di un popolo che non poteva essere più lontano dall'American way of life. Le pagine del diario e le fotografie che raccontano la vita a Mosca, Kiev, Stalingrado e nella Georgia sono il distillato di un viaggio straordinario e un documento storico unico di un'epoca, salutato dal New York Times come "un libro magnifico". Un reportage culturale sulla gente comune di uno dei paesi meno esplorati dai giornalisti e reporter mondiali. Una lezione di umanità ed empatia che ci ricorda l'importanza di conoscere concretamente luoghi e persone per superare pregiudizi e ignoranza.

La mostra prosegue con una serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all'edizione del Tour de France di quell'anno, dove l'attenzione del fotografo si focalizzerà sempre prevalentemente sul pubblico rispetto alle gesta sportive degli atleti. Una sezione è dedicata alla nascita dello Stato d'Israele. Robert Capa, ungherese di origine ebraica, emigrato in Germania e poi in Francia e negli Stati Uniti, fondatore dell'agenzia Magnum Photos, era giunto sul posto per documentare la prima guerra arabo-israeliana del 1948. A pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso, l'obiettivo di Capa documenta le fasi iniziali della costituzione del nuovo Stato. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto a olio e acrilico su tela di cm. 170x150 denominato On the shore realizzato da Veronica de Giovanelli nel 2021 Veronica de Giovanelli
Andvake


03 dicembre (inaugurazione) - 04 febbraio 2022
Boccanera Gallery - Trento
www.boccaneragallery.com

Il progetto racconta in particolare l'esperienza di residenza-studio trascorsa recentemente dall'artista in Norvegia presso NKD - Nordic Artists' Centre Dale. L'immensità e la drammaticità del paesaggio nordico, la sua tensione nel punto di incontro tra terra e acqua e l'asperità della roccia sono alcuni dei principali soggetti delle opere esposte. Nello spazio della galleria, tele di grande formato si alternano a dipinti di piccolo formato e piccoli frammenti di carte e collage che fanno pensare ad una natura irraggiungibile, a volte, invisibile ma letta ed evocata, nelle sue particolarità, attraverso una sorta di lente di ingrandimento.

Veronica de Giovanelli racconta di una natura stratificata e quasi immateriale nella diluizione delle sue forme. Ricostruisce una geologia fatta di sedimentazioni, esplosioni vulcaniche e di erosioni. E, come lei stessa racconta: "il punto di partenza di ogni dipinto può essere molto diverso: fotografie scattate o trovate, antiche mappe geologiche, rocce viste al microscopio, poesie e racconti".

Il titolo della mostra "Andvake" deriva da una parola in nynorsk, una delle due forme di scrittura ufficiali della lingua norvegese. Andvake evoca significati diversi tra cui insonnia, veglia e vigilanza allo stesso tempo. Per Veronica de Giovanelli questa parola rimanda alla particolare attenzione nei confronti di ciò che ci circonda e al tempo stesso a quel momento di tensione costante che ogni artista vive nella fase di realizzazione di un'opera. E' l'attimo nel quale il dialogo incessante con l'immagine in divenire, fatto di tentativi, rischi e ripensamenti, implica anche un tempo molto dilatato di osservazione attiva, che difficilmente riesce ad abbandonare l'animo del suo esecutore. Le opere sono circa una ventina. La mostra è corredata da un catalogo. (Comunicato stampa)

Immagine:
Veronica de Giovanelli, On the shore, olio e acrilico su tela cm. 170x150, 2021, Courtesy Boccanera Gallery Trento/Milano




Brigitte Waldach
Drawings


inaugurazione 28 novembre, 2021 alle ore 16.00
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org | www.waldach.com

Brigitte Waldach ha un talento perfetto per il disegno. Disegna con la matita, con il filo, con il suono, con le coordinate spaziali. Il suo lavoro può essere visto come una continua ricerca di tracce nello spazio. Brigitte trasforma lembi di conoscenza in un proprio sistema di pensiero, individuale, relativo, ma anche potente e affascinante. In equilibrio tra l'analisi del particolare e un pensiero magico, qui arte e disegno sono un tutt'uno: una vista diretta dentro lo spazio curvo, un'immagine chiarificante e uno sguardo nel futuro..." Roland Nachtigäller, direttore artistico del Marta Museum a Herford in Germania.

Dopo gli studi in letteratura tedesca, Brigitte Waldach (Berlino,1966) si è laureata all'Accademia delle Arti di Berlino con Georg Baselitz. Brigitte è nota a livello internazionale per i disegni su grande scala e le installazioni multimediali, basati su temi dell'esistenza, il dramma, la letteratura, il cinema e la musica. Le sue opere sono in numerose collezioni pubbliche come l'Accademia Albertina di Vienna, il Museum Kunstpalast di Dusseldorf, l'Aros Kunstmuseum di Arhus, il Kunstmuseum Stavanger in Norvegia, il Kupferstichkabinett di Berlino, la Berlinische Galerie, l'Altana Kulturstiftung e il Bad Homburg in Germania, nonché in molti musei nazionali e collezioni private internazionali. Nel 2020 ha vinto il Marta Art Prize (Museum Marta Herford, Frank Gehry) della Wemhöner Foundation e in questa occasione è stata pubblicata il volume "Schimmer" (Hatje Cantz). (Comunicato stampa)




Olivetti e l'Arte: Jean Michel Folon
11 dicembre 2021 (inaugurazione) - 27 marzo 2022
Museo Civico P. A. Garda - Ivrea
www.archiviostoricolivetti.it

La seconda delle sei mostre del ciclo "Olivetti e la cultura nell'impresa responsabile". Questa esposizione rientra nel grande progetto di valorizzazione del patrimonio storico artistico che Olivetti ha raccolto nell'arco di alcuni decenni, in particolare a partire dal periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale e sino alle soglie del XXI secolo, un patrimonio composto da centinaia di opere d'arte (dipinti, sculture, multipli d'arte, litografie e manifesti a tiratura limitata) di grandi artisti e designer del XIX e XX secolo meglio conosciuto come la "Collezione Olivetti".

Questa seconda esposizione è dedicata all'esperienza dell'artista belga Folon, caso paradigmatico dei rapporti tra la società Olivetti e gli artisti contemporanei. La mostra ripercorre quasi trent'anni di collaborazione tra l'artista che disegnava con innocenza drammatica il destino dell'uomo a lui contemporaneo e l'azienda che operava su scala planetaria, nel pieno della rivoluzione elettronica e dei sistemi di trattamento dell'informazione.

Jean Michel Folon, spesso ricordato come l'ultimo cartellonista del Novecento, nasce a Uccle in Belgio nel 1934. Studia architettura a Bruxelles, ma nel 1955 abbandona gli studi universitari per dedicarsi al disegno. Si trasferisce a Parigi, dove è influenzato dalla pittura d'avanguardia di Picasso e dei surrealisti. Nei primi anni '60 i suoi disegni sono accolti da alcune riviste americane, ma il suo stile, decisamente anticonformista e straniante, non si afferma immediatamente. È proprio la Olivetti a segnare una svolta. È l'artista stesso a ricordare, in una sua memoria, l'incontro con Giorgio Soavi, che nell'azienda aveva incarichi di art director nell'ambito della Direzione Pubblicità e Stampa diretta da Renzo Zorzi.

"Quando ero povero e sconosciuto [Soavi] ha visto i miei disegni e mi ha affidato un primo lavoro. «Fai qualche cosa con una macchina per scrivere» - ha chiesto - «Non so disegnare una macchina per scrivere» - gli ho risposto - «Puoi inventarla, se preferisci». Ho incominciato il mio disegno. Su ogni tasto di un'immensa macchina per scrivere, qualcuno batteva a macchina. Come se il mondo non fosse stato che una macchina per scrivere. Come se delle persone non avessero altro da fare che battere su una macchina per scrivere. Giorgio ha detto che «era semplicemente geniale»". (Giorgio Soavi, "Adriano Olivetti. Una sorpresa italiana", Edizioni Rizzoli, Milano 2001)

Nasce da questi pensieri il manifesto pubblicitario di Folon per la Olivetti dedicato alla macchina da scrivere portatile Lettera 32. Folon illustrerà per Olivetti la prima agenda da tavolo del 1969, due libri strenna negli anni settanta, un calendario, si esprimerà nel campo della grafica, della comunicazione e del design, realizzerà affiche, oggetti regalo, gadget, spot, filmati, campagne pubblicitarie.

La mostra è in sei sezioni: la prima ripercorre la collaborazione di Folon con la Olivetti dall'inizio degli anni '60 ai '70, a partire dai carteggi con Giorgio Soavi per arrivare alla realizzazione di alcuni manifesti, opere dallo stile inconfondibile, dove il potere dell'immaginazione scaturisce dalla forza di pochissimi elementi simbolici: piccole figure alle prese con enormi macchine per scrivere, montagne di numeri in cima alle quali un omino per destreggiarsi ricorre a una calcolatrice Olivetti o ancora una grande greca, ispirata al logotipo Olivetti disegnato da Marcello Nizzoli negli anni 50, che viene personificata e che distende le sue braccia per offrire due macchine per ufficio Olivetti.

La seconda è dedicata al libro illustrato Le Message, pubblicato nel 1967. Una trentina di illustrazioni raccontano la storia di un petit bon homme, un omino qualunque, che entra in un palazzo e si trova in una grande stanza arredata con una gigantesca macchina per scrivere. L'omino comincia a saltare da un tasto all'altro e così facendo riempie un foglio di lettere e numeri. Completata la scrittura, estrae il foglio dalla macchina, lo piega e lo trasforma in un aeroplanino di carta che poi lancia nell'aria, come messaggio destinato a chi lo vorrà o potrà raccogliere. In modo poetico e fantasioso le immagini descrivono un aspetto tipico della filosofia olivettiana: lanciare le idee e renderle libere, a disposizione di tutti. Il booklet diverrà due anni più tardi un disegno animato della durata di poco meno di 5', con la regia di Folon, l'animazione di Giulio Gianini, musica ed effetti sonori di Paolo Ketoff.

La terza sezione, ha invece, come protagonista l'agenda illustrata da Folon per Olivetti nel 1969, la prima di una serie di 30 anni di agende Olivetti, immutate nella grafica di Enzo Mari, ma ogni anno corredate di illustrazioni prodotte da diversi giovani artisti. Queste agende per molti diventeranno oggetto di collezione da conservare tra i libri d'arte.

La quarta sezione illustra, in particolare, la grande installazione nella metropolitana di Londra, alla stazione di Waterloo, nel 1975. Le mostre monografiche che Olivetti organizzò su Folon, ultima delle quali quella al Metropolitan di New York nel 1990 sono narrate nella quinta sezione. La sesta sezione presenta due celebri libri strenna illustrati da Folon: "La Metamorfosi" di Kafka, pubblicato nel 1973 e le "Cronache marziane", di Ray Bradbury, del 1979.

La mostra inoltre propone molteplici pubblicazioni, libri e riviste, che se da un lato documentano la notorietà raggiunta dall'artista, dalla seconda metà degli anni Sessanta, dall'altro svelano l'intensità del rapporto amicale con l'artefice e iniziatore di tale duraturo rapporto con la Olivetti, Giorgio Soavi. Per finire, i rapporti intercorsi con Soavi sono delicatamente rappresentati dalle cartoline postali che Folon illustrava personalmente per affidare i suoi brevi messaggi augurali. Una raccolta di questi piccoli capolavori postali è raccolta in una pubblicazione esposta in mostra. La mostra sarà corredata da un catalogo, che come il precedente dedicato all'esposizione "La Collezione Olivetti", potrà contribuire a comporre la raccolta completa dei cataloghi delle sei mostre in programma. (Estratto da comunicato stampa)




Particolare dalla locandina della mostra In the Garden of Eden In the Garden of Eden
A landscape of things with Alessandro Mendini and friends


25 novembre 2021 (inaugurazione) - 12 marzo 2022
Antonio Colombo Arte Contemporanea - Milano

Alessandro Mendini ha sempre messo al centro del suo lavoro la collaborazione con altri autori: artisti, architetti, designer, artigiani, musicisti, scrittori... Dalla redazione della leggendaria rivista Casabella al suo anno della "Nuova Utopia" con Domus, dallo Studio Alchimia all'Atelier Mendini, dalla produzione Alessi al Groningen Museum, sono centinaia, forse migliaia i nomi con cui ha lavorato sull'idea che da gruppi e associazioni, per quanto eterogenee, possano nascere piccole e grandi rivoluzioni estetiche. La mostra In the Garden of Eden (il Paradiso terrestre che compare anche in uno dei suoi diagrammi filosofici), nata da un'idea di Antonio Colombo e curata da Stefano Casciani con la collaborazione di Elisa e Fulvia Mendini, raccoglie a sua volta le opere di alcuni autori che lo hanno accompagnato in progetti piccoli e grandi.

Si forma così simbolicamente ancora un nuovissimo gruppo, a rappresentare la varietà e l'originalità di idee e atteggiamenti individuali che Mendini ha saputo spesso scoprire e diffondere. Nella mostra e nel catalogo che lo accompagna, le opere presentate - dipinti, disegni, sculture, ceramiche, vetri, mobili e oggetti, come pezzi unici o come edizioni - definiscono tutte insieme un paesaggio intellettuale, culturale e fisico di autori che sono una presenza importante nel panorama artistico e progettuale, italiano e internazionale. Si dimostra così il "Teorema di Mendini": l'idea del lavoro collettivo può tanto più realizzarsi, generare opere importanti, avere una vita lunga e felice, quanto più generosa è l'apertura di ogni progetto ad altre voci, in un grande Gesamtkunstwerk di visioni, forme e persone.

Le Autrici e gli Autori: Vincent Beaurin, Massimo Caiazzo, Arduino Cantafora, Stefano Casciani, Carla Ceccariglia, Pierre Charpin, Riccardo Dalisi, Michele De Lucchi, Massimo Giacon, Anna Gili, Bruno Gregory, Alessandro Guerriero, Maria Christina Hamel, Jaime Hayon, Dorota Koziara, Alex Mocika, Occhio Magico, Mimmo Paladino, Franco Raggi, Karim Rashid, Studio Job, Oscar Tusquets. In mostra saranno presenti nuove edizioni di Alessandro Mendini. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Icaro nella mostra Dribbling Paolo Icaro
Dribbling


18 novembre 2021 (inaugurazione) - 28 febbraio 2022
Galleria Lia Rumma - Napoli
www.liarumma.it

Paolo Icaro, uno dei protagonisti delle ricerche artistiche degli anni Sessanta, vicino all'esperienza dell'Arte Povera, da sempre sperimenta il divenire dell'azione scultorea in relazione alla forma e allo spazio. «Lo spazio della scultura - ha dichiarato l'artista - è lo stesso spazio in cui sta il mio corpo, io sto nello spazio dove sta anche la scultura. La scultura è quindi corpo, corpo dell'idea che si fa vulnerabile gravità come ogni altro corpo dell'universo».

Nella personale Dribbling vengono presentati una serie di lavori storici degli anni Sessanta, allestiti in galleria come in un campo da gioco a squadra, dove il visitatore potrà "dribblare" (da qui il titolo della personale) con lo spazio (quello della galleria e delle opere) e con il tempo (un continuo presente). «Il nucleo di opere che ho selezionato - racconta Icaro - hanno come protagonista non l'oggetto, ma il visitatore stesso. Sono opere che ho scelto per il loro tempo, cioè quel tempo che divide il 1968 da noi oggi, ma anche perché io ero ad Amalfi nel '68 ed è lì che ho cominciato una storia con Lia Rumma attraverso il marito Marcello Rumma».

Paolo Icaro, presente alla rassegna Arte Povera + Azioni Povere (promossa e organizzata da Marcello Rumma negli Arsenali di Amalfi ed a cura di Germano Celant, ottobre '68), mette "in campo" oggi alla galleria Lia Rumma una mostra con una serie di lavori realizzati prima di Amalfi, dove la loro esibizione materiale si presta sempre a nuove formulazioni di un fare, che al tempo stesso prevede il disfare per rifare e vedere (come teorizzato dall'artista, sempre in una mostra del '68), in un processo di trasformazione ermeneutica continua.

Tra le opere in mostra: Cuborto (1968), che altro non è che un cubo in acciaio e corda che ammette l'errore; Buchi 1.000.000+1 (1968), un grande telo in polietilene trasparente fustellato e forato in tanti moduli quadrati, che prevede l'intervento partecipativo del pubblico; Cumulo rete (1968), una catena in ferro che scorre dentro un tubolare in polietilene che cambia forma a seconda di come viene installata e Spazio, con anima (1967-2021), una nuova installazione realizzata per la mostra, composta da 3 elementi realizzati in tempi diversi: una piccola scatola spaziale in legno e corda del '67 insieme alla sua ri-costruzione in scala maggiore di 1 a 1, che definisce così uno spazio abitabile a misura d'uomo, che al suo interno accoglie la proiezione di un corpo femminile che si muove, dentro di sé, cioè dentro il corpo di questa scatola/gabbia spaziale. Una sorta di mise en abyme tra l'oggetto, la sua riproduzione in scala maggiore e abitabilità riprodotta in video.

Paolo Icaro (Torino, 1936) studia pianoforte e frequenta il liceo Massimo d'Azeglio dove riceve i primi insegnamenti di storia dell'arte da Riccardo Chicco e Francesco Arcangeli. Si iscrive alla Facoltà di Lettere presso l'Ateneo di Torino. Nel 1958 Umberto Mastroianni lo accoglie nel suo studio. Si appassiona al linguaggio della scultura e riceve dal maestro il nome Icaro. Nel 1960 si trasferisce a Roma. Di due anni dopo è la sua prima mostra personale alla Galleria Schneider. Nel 1965 è invitato alla IX Quadriennale di Roma.

Nel 1966 si trasferisce a New York. Nel biennio 1968-'69 prende parte alle più importanti mostre dell'avanguardia internazionale. È tra gli artisti invitati alle due storiche mostre "Op Losse Schroeven. Situaties en cryptostructuren", allo Stedelijk Museum di Amsterdam e a "When Attitudes Become Form", presso la Kunsthalle di Berna. Nel 1971 si trasferisce nel Connecticut dove risiederà per un decennio. All'inizio degli anni Ottanta si trasferisce definitivamente in Italia. Nel 1995 la Galleria Civica d'Arte Contemporanea di Trento ospita una mostra antologica del suo lavoro. Dal 2000 sono numerose le personali in spazi pubblici e museali. I suoi lavori sono presenti in alcune delle più importanti collezioni pubbliche internazionali. (Comunicato stampa)




Giovanni Hajnal
Sulle orme di Dante dalla lettura al segno grafico


13 novembre 2021 - 12 febbraio 2022
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma

L'esposizione, già curata da Mariastella Margozzi e Laura Salerno presso l'Abbazia di Santo Spirito al Morrone, si sposta ora nella casa-atelier di Hendrik Christian Andersen per mostrare al pubblico le acqueforti realizzate dall'artista ungherese Giovanni Hajnal che reinterpreta in maniera del tutto singolare i passi più coinvolgenti della Divina Commedia di Dante Alighieri, in occasione delle celebrazioni del settecentesimo anniversario dalla scomparsa del Sommo Poeta.

Il legame tra Giovanni Hajnal, personalità poliedrica che ha saputo incidere il suo nome tra i grandi della storia dell'arte contemporanea e il Sommo Poeta Dante Alighieri si è instaurato, intrecciato e mai più interrotto, grazie a un autentico colpo di fulmine. In tale frangente Hajnal subisce una potentissima esperienza di arricchimento esistenziale, oltre a una conturbante impressione immaginativa, di empatia con l'opera dell'inarrivabile maestro. Da quel preciso istante principia nell'immaginario compositivo e iconografico di Hajnal una fascinazione così stravolgente per le tre Cantiche dantesche tale da tradurne e trascriverne i passi più notevoli, preziosi e significativi eternandoli attraverso la propria magistrale arte incisoria.

Dal 1980 Giovanni Hajnal matura l'idea di illustrare in maniera programmatica episodi che lo avevano letteralmente stregato vivificando così l'epopea di incisioni a tema dantesco, sentendosi particolarmente vicino ai versi dedicati alla sua terra natia, l'Ungheria, enucleandone, mediante un segno rigido, autoritario e solenne, non solo l'imperituro legame sentimentale con il proprio paese d'origine ma anche il profondo rapporto tra il Vate e quella straordinaria nazione.

Le opere presenti in mostra, realizzate con la tecnica dell'acquaforte, sono permeate da una strabiliante duttilità espressiva. Esse scandiscono, mediante un iter stilistico multiforme e variegato che abbraccia oltre vent'anni, il viaggio dantesco nei tre regni oltremondani della religione cattolica, effigiandone con estrema perizia compositiva principalmente i moti interiori, resi grazie al calibrato impiego di un segno che si fa aedo di accattivanti slanci emotivi e contrappunti sensori, che si compenetrano in linee marcate, forme geometrizzanti, volumi imponenti e brulicanti assetti spaziali tesi a trascinare il pubblico all'interno di una fiaba magica e al contempo grottesca.

L'ars creandi di Hajnal mutua dal passato per mirare al futuro, un avvenire ripensato e riplasmato originalmente attraverso un innovativo linguaggio figurativo che mostra di saper armoniosamente coniugare la minuzia della cultura espressiva nordica con la linea calda e magmatica di matrice mediterranea. Le incisioni esposte esprimono l'universo dei sentimenti umani, cantano i conflitti interni, i brividi della paura di rimanere intrappolati e ancorati a qualcosa che non ci appartiene, le speranze di un'umanità in cerca di assoluzione.

Hajnal traduce, superando i dettami del messaggio sacrale o simbolico insito nelle sue creazioni, i problemi dell'uomo moderno: l'antinaturalismo formale, le distorsioni grafiche, il dinamismo compositivo non fanno altro che trasporre l'inquietudine, il disagio esistenziale che affligge il nostro tempo e rappresentano una via di fuga dal labirintico incedere di un presente che forse percepiamo di volta in volta sempre più ingombrante. Non è casuale la scelta di esporre le opere dell'artista ungherese al Museo Hendrik Christian Andersen. Anche lo scultore norvegese naturalizzato statunitense Andersen è sensibile come Giovanni Hajnal al richiamo dantesco. Nel 1921 realizza un bassorilievo in marmo raffigurante "Dante e Beatrice" in due versioni, una conservata presso il Museo, l'altra presso il chiostro dell'Abbazia di Vallombrosa (Reggello, Firenze) dove era solito soggiornare durante l'estate.

Giovanni Hajnal (Budapest, 1913 - Roma, 2010) appena adolescente frequenta la prestigiosa Scuola d'Arte di Kecskemét. Ammaliato dall'Italia, nel 1931 a soli diciott'anni intraprende un entusiasmante viaggio a piedi dall'Ungheria in compagnia di altri giovanissimi scultori e pittori, partendo dal suo paese natale per godere dei tesori artistici custoditi nel nostro. Una nazione, quella italiana, che da sempre porterà, con ammirazione e reverenza, nel cuore, tanto da compiere un secondo itinerario di formazione nel 1933, che confluisce nella frequentazione dei corsi dell'Accademia di Belle Arti di Roma fino al 1934

Negli anni successivi, sino all' indomani dello scoppio della Seconda guerra mondiale, prosegue la sua esperienza culturale e la sua formazione artistica studiando all' Accademia di Belle Arti di Stoccolma e a quella di Francoforte. Rientrato in patria, si iscrive all' Accademia di Belle Arti di Budapest e intraprende un fruttuoso ciclo formativo che coronerà con il conseguimento del diploma. Quando il nostro Paese viene definitivamente liberato dalla dittatura, Hajnal inizia un' intensa e appassionante carriera artistica, impreziosita dalla partecipazione a svariate esposizioni di pittura, la magistrale realizzazione di creazioni dalle gigantesche proporzioni, quali affreschi e dipinti murali prodotti mediante tecniche sperimentali, unitamente a vetrate istoriate e opere musive, e infine la fascinazione per una cospicua e febbrile produzione grafica, costituita da incisioni, disegni, illustrazioni di vario genere per riviste a sfondo letterario, critico e storico-artistico.

Tale ammirazione per l'arte grafica culminerà nell' illustrazione dell'opera capitale di Dante Alighieri, La Divina Commedia, mediante l'acquaforte, tecnica di stampa a incisione su rame, di cui questa mostra presenta alcuni esemplari. Nel 1948 matura la decisione di trasferirsi in via definitiva nella sua amata Italia, stabilendosi insieme alla famiglia a Roma. A partire da quell'anno significativo, di svolta all'interno del corpus biografico dell'artista, un incipit che sembrò estremamente difficoltoso, egli non ha mai interrotto quella che poi effettivamente è divenuta una straordinaria e longeva carriera, protratta con dedizione per l'intero arco della sua vita, interrotta esclusivamente alla morte. Le sue opere sono conservate all' interno di collezioni museali e private, nazionali e internazionali. (Comunicato stampa)




Sibyl di William Kentridge Waiting for the Sibyl
Sibyl di William Kentridge in dialogo con le Sibille della Cona dei Lani


14 novembre (inaugurazione) - 13 febbraio 2022
Certosa e Museo di San Martino - Napoli

Dalla collaborazione tra la Direzione regionale Musei Campania e la Galleria Lia Rumma nasce un progetto artistico che propone il film Sibyl di William Kentridge in dialogo con le Sibille della Cona dei Lani. Come in un nuovo racconto che si dispiega sulle pareti della Spezieria, le magnifiche Sibille della Cona dei Lani dialogheranno con la video installazione dell'artista sudafricano, presentata nel maggio 2020 nella sede di Milano della Galleria Lia Rumma nella mostra personale Waiting for the Sibyl and other histories, dopo l'anteprima mondiale del lavoro teatrale Waiting for the Sibyl al Teatro dell'Opera di Roma.

Ispirato dal movimento e dalla rotazione delle opere di Calder, Kentridge, protagonista sulla scena internazionale dell'arte contemporanea con una produzione che combina film, disegno, musica, teatro, letteratura, rievoca in questo lavoro la figura della Sibilla, la sacerdotessa citata anche da Dante che, interrogata, trascriveva gli oracoli su foglie di quercia: "Così la neve al sol si disigilla; così al vento ne le foglie levi, si perdea la sentenza di Sibilla" (Paradiso, XXXIII). I vaticini, disperdendosi e ruotando, sospinti dalle folate, nell'antro di Cuma confondevano i destini, diventando simbolo di incertezza e del tempo che fluisce, muta, e ritorna.

Nel video Sibyl, una sequenza di disegni a inchiostro o carboncino che si animano nelle pagine sfogliate di un flipbook, la Sibilla contemporanea è immaginata come una danzatrice africana che si muove, accompagnata dalle composizioni vocali del musicista e coreografo Nhlanhla Mhalangu. Sullo sfondo di pagine di vecchi libri, tra cui antiche edizioni della Divina Commedia, l'inchiostro tratteggia alberi con rami e foglie nere che si scompaginano, si rimescolano proprio come i vaticini, riportando profezie in cui un algoritmo implacabile indica l'esito del nostro destino, come una nuova Sibilla.

A contrastare l'automatismo che sembra guidare la nostra sorte, le immagini disegnate sulle pagine di quei consumati, bellissimi libri, mostrano alberi, foglie, oggetti animati, forme geometriche colorate e figure in trasformazione che restituiscono vita e umanità al tentativo di scoprire il proprio futuro e ai sentimenti di paura e incertezza che ne derivano. Il ruolo delle Sibille ha subito nei secoli una notevole evoluzione: da figure leggendarie, mediatrici tra il dio Apollo e l'uomo, in grado di preannunciare eventi e calamità naturali, come erano intese nell'antichità classica, non persero comunque la loro funzione con l'avvento del cristianesimo.

Al pari dei profeti divennero infatti annunciatrici della venuta di Cristo. Esempio di tale conversione è proprio la nuova sezione espositiva del Museo di San Martino dedicata alla Cona dei Lani, posta frontalmente alla Spezieria, recentemente inaugurata dopo un lungo e articolato intervento di restauro e musealizzazione, che, pur non tentando la ricomposizione integrale della Cona che decorava la distrutta Cappella dei Lani nella chiesa di Sant'Eligio al Mercato, presenta le Sibille quali eloquenti figure profetiche in un complesso monumentale sacro. L'installazione, allestita nella Spezieria, sarà inserita nel percorso di visita della Certosa e Museo di San Martino. (Comunicato stampa)

Immagine:
William Kentridge, Sibyl, 2020, Single channel HD video, durata 10'




Antonio Passa
Homo faber, verso l'infinito 2010-2021


06 novembre 2021 - 05 febbraio 2022
Museo Hendrik Christian Andersen - Roma

La mostra presenta i lavori che l'artista ha realizzato nell'ultimo decennio proseguendo nel filone principale della sua ricerca, che affonda le proprie radici nella Pittura Analitica, esplorando in questa nuova occasione l'ampio universo pitagorico. Un percorso lungo quello di Antonio Passa, sul quale eminenti critici d'arte e teorici hanno scritto e riflettuto, primo fra tutti Giulio Carlo Argan, oltre a Filiberto Menna, al quale l'artista è stato legato da profonda stima e amicizia. Fra le menti più lucide e avvedute Passa adotta il suo sofisticato linguaggio di sempre, approfondendo in questi nuovi cicli di lavori, alcuni aspetti del suo discorso nella direzione della rivisitazione delle intuizioni pitagoriche legate ora alla tetraktýs, ora alla struttura pentalfica.

In questo viaggio fra arte, scienza e filosofia Passa incontra Pitagora, filosofo e matematico, continuando a verificare i meccanismi percettivi e a marcare il rapporto fra telaio, tela e colore, ragionando sulle loro relazioni e interazioni, quali elementi di base costitutivi della pittura. Su di essi l'artista fonda infatti il proprio discorso poetico nel senso greco del termine ovvero quello di poiein, il fare costruttivo e creativo. Un viaggio fra "costruire e conoscere" direbbe il Paul Valéry di Eupalinos o l'architetto, il dialogo fra Socrate e Fedro incentrato sul tema dell'eternità e della ricerca della verità rispetto alle creazioni umane, siano quest'ultime artistiche o filosofiche. Il testo, che fu pubblicato in Francia un secolo fa, nel 1921, appare alquanto appropriato a illustrare il fulcro intorno a cui la mostra si muove ovvero l'artista come costruttore e conoscitore.

Antonio Passa (Cava de' Tirreni, 1939) muove i primi passi nel mondo dell'arte frequentando la bottega del maestro Matteo Apicella. Si diploma all'Istituto di Belle Arti e al Magistero di Napoli. Frequenta l'Accademia di Belle Arti di Napoli. Trasferitosi a Roma nel 1970, dove tutt'oggi risiede, segue i corsi di Storia dell'arte di G.C. Argan. Si laurea, poi, al DAMS di Bologna. Giulio Carlo Argan e Filiberto Menna sono stati i punti di riferimento che hanno accompagnato la sua ricerca artistica. Un legame, quello con Filiberto Menna, che resta vivo e forte vista l'adiacenza del suo studio con quello dell'artista Tomaso Binga (alias Bianca Menna, moglie del critico e attiva, impegnata, esponente della poesia visiva, sonora e performativa contemporanea).

Una sua recente esposizione Tutto Passa, in tre mesi (2018) è stata infatti organizzata proprio a Roma nella sede della Fondazione Filiberto e Bianca Menna, già Archivio Menna-Binga. Sono seguite mostre in diverse città italiane fra le quali rimarchevole quella negli spazi dell'Archivio dell'Architettura Contemporanea di Salerno. Nella sua lunga carriera artistica è presente in decine di manifestazioni, mostre collettive (Quadriennale di Roma, Biennale di Venezia, ecc.) e personali. Docente di Decorazione in varie Accademie italiane, per oltre dieci anni (1993-2004) ha diretto l'Accademia di Belle Arti di Roma. Attualmente è Presidente dell'Accademia di Belle Arti di Carrara. Su di lui è in uscita una monografia di Antonello Tolve per le Edizioni Kappabit di Roma. (Estratto da comunicato stampa)




Opera di Salvatore Scarpitta Salvatore Scarpitta
02 dicembre 2021 (inaugurazione) - 17 febbraio 2022
Galleria A Arte Invernizzi - Milano
www.aarteinvernizzi.it

L'esposizione, ideata dall'artista tedesco Günter Umberg in collaborazione con Luigi Sansone, curatore del Catalogo ragionato di Salvatore Scarpitta, indaga il rapporto che si istituisce fra le trenta opere esposte - che mostrano il fare creativo di Scarpitta dai suoi esordi sino al 1992 - e fra esse e lo spettatore, offrendo una visione inedita sull'opera dell'artista. Nella prima sala al piano superiore della galleria sono esposte opere che segnano il passaggio di Salvatore Scarpitta da una pittura materico-espressionista a una nuova figurazione, che si concretizza dapprima nelle tele estroflesse, come nei due Senza titolo (1957), e poi nelle bende e nelle fasce, come in Senza titolo (1958).

I lavori realizzati alla fine degli anni Cinquanta, dei quali sono visibili alcuni esempi anche negli uffici della galleria, segnano un momento fondamentale nella ricerca dell'artista poiché in essi si attiva l'idea di una produzione "astratto-reale", che si discosta dal processo mimetico e che diviene funzionale alla logica del costruire, del muoversi in un territorio. Il dialogo fra le opere esposte al primo piano è idealmente sintetizzato in quello fra l'Autoritratto in bronzo (1941), At Leo's N.Y.C. (Annuncio mostra a N.Y.) (1965) e Face Stalker (1992). Le opere in legno esposte nella seconda stanza del piano superiore si pongono in correlazione diretta con i multipli in bronzo presenti sulla parete all'ingresso della galleria e concatenano idealmente il percorso dei due piani espositivi, in un gioco di rimandi fatto di analogie e dissonanze.

Al piano inferiore Gunner's Mate (1961), unica fra le opere coeve basate sulla ripetizione modulare di croci a non essere stata smembrata dall'artista, porta all'estremo il gesto dei lavori basati sulla X bendata in rilievo, quali X Core (1959) e Panciera (1959). Il dialogo tra questi lavori e quelli realizzati successivamente come Red Friar (Sci ribelle) (1989-1990) lascia emergere la costante volontà, che affiora nelle varie tipologie di lavori, per quanto dissimili tra loro, di concretizzare nell'opera il continuum vitale dell'artista, del suo pensiero e del suo linguaggio.

La presenza di questo lavoro insieme a opere quali Sal Is Racer (1985), una sequenza di fotogrammi estratti da uno dei video in cui Scarpitta compare in veste di pilota, Mr. Hyde (Dr. Jekyll) (1989) e Peat Bog Sled (1992), slitte assemblate unendo diversi materiali con le fasciature ed evocanti l'idea del viaggio, inteso come partenza verso una meta che si spinge oltre il limite della realtà oggettiva, mostra come l'artista carichi ogni elemento fisico di valore simbolico. L'opera, che si genera a partire da un'esperienza totale vissuta in prima persona, entra a far parte di una narrazione strettamente individuale, in cui essa si fa punto di incontro tra arte e vita.

Nel 1993 lo stesso Scarpitta dichiara in un'intervista: "Si spera che chi vede, veda oltre il fatto oggettivo sotto i suoi occhi, e lo trascenda. [...] L'altrove sta nella storia comune a tutti, attraverso i passaggi che tutti incontriamo prima o poi: la nascita, la morte, la violenza, il ritrovarsi parte della natura". In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue con un saggio di Luigi Sansone e uno di Davide Mogetta che indaga il percorso espositivo ideato da Günter Umberg sull'opera di Salvatore Scarpitta, corredato da una documentazione iconografica delle opere esposte. (Comunicato stampa)




Opera di Claudio Verna denominata La geometria del colore Claudio Verna
La Geometria dei Colori


dal 09 novembre 2021
Palazzo Borromeo - Milano
www.cardigallery.com

Accurata selezione di opere di Claudio Verna (Guardiagrele, 1937) che attraversa ben diciassette anni della produzione dell'artista, comprendendo, inoltre, alcuni dipinti di recente realizzazione. Attraverso un attento studio delle forme geometriche e del colore, questi lavori esprimono perfettamente il modus operandi dell'artista, il quale ha fatto di un'intensa astrazione della forma e di un vibrante uso del colore le fondamenta per creare nuove dimensioni pittoriche.

Considerato uno dei principali protagonisti, nonché fondatore, del movimento artistico "Pittura Analitica" (conosciuto anche come Pittura-Pittura), ha, con il suo lavoro, favorito un ritorno alla pittura nei suoi elementi costituenti. Durante gli anni Sessanta, mentre il medium della pittura stessa era visto, sulla scia delle avanguardie europee, da molti dei suoi colleghi come anacronistico ed obsoleto, Verna, insieme ad altri artisti quali Giorgio Griffa, Riccardo Guarnieri e Claudio Olivieri decise di dar vita al movimento. Per diversi aspetti, i punti cardine di Pittura Analitica incarnavano l'essenza di quella che può essere considerata come la risposta italiana al Minimalismo. Dall'hard-edge al Colour Field, sono vari i parallelismi che possono essere tracciati con la pittura americana degli anni Sessanta rappresentata da grandi artisti, tra cui Frank Stella, Barnett Newman e Kenneth Noland.

Affermatosi come una tendenza caratterizzata dal totale rifiuto di accenni ed elementi figurativi, il movimento fondato da Verna ha attecchito nel panorama artistico europeo diffondendosi, ad esempio, come Radical Painting in Germania e Supports/Surface in Francia. Tali correnti avevano come fil rouge una ricerca artistica integrata, volta al recupero del mezzo della pittura stessa, considerata ormai come un linguaggio in declino. Spesso caratterizzato da diverse fasi e lievi variazioni, il corpus di lavoro di Verna ufficializza un linguaggio espressivo dominato da elementi base come lo spazio, la forma e il colore. Verso la fine degli anni Settanta, quando ormai il movimento Pittura Analitica era nella sua fase avanzata, le strutture pittoriche di Verna, fino a quel momento così rigorose e pulite, iniziarono a disintegrarsi. La natura precisa e analitica svanì.

L'artista, così facendo, raggiunse una dimensione altra, diversa, caratterizzata prevalentemente dal rilascio del colore. Allo stesso tempo, però, l'energia sprigionata dalle superfici delle sue tele rimase un punto fermo di tutta la sua produzione pittorica, nonostante il suo linguaggio visivo abbia continuato ad evolversi fino ad arrivare a servirsi di pennellate libere e netti contrasti di colore presenti nella stessa opera. In questo modo Verna continuò a dar vita a nuove dimensioni utilizzando campiture di colore diversamente modulate e ottenendo come risultato della suddivisione dello spazio della tela sia rigorose griglie geometriche che, allo stesso tempo, forme inaspettate. (Comunicato stampa)

Immagine:
Claudio Verna, La geometria del colore, 2021




9 novembre 1957 - 9 novembre 2021
Alberto Zilocchi e il Manifesto del Bar Giamaica

www.aitart.it

Il 9 novembre 2021 l'archivio Alberto Zilocchi di Milano rinnova l'appuntamento annuale al Bar Giamaica per ricordare, i sessantaquattro anni dopo, la mostra di giovani pittori de Bar Giamaica e il loro famoso Manifesto, sottoscritto da otto giovani artisti che intendevano affermare "la loro inequivocabile presenza nel mondo dell'arte e della cultura". Tra di loro ricordiamo Piero Manzoni ed Alberto Zilocchi che parteciparono da protagonisti a questa vera e propria rivoluzione artistica. In questa occasione, in aggiunta, introduciamo l'amicizia che legò i due artisti Manzoni e Zilocchi proponendo alcune pagine del Diario di Manzoni, nelle quali esso stesso ripercorre la costruzione della relazione d'amicizia che l'ha sempre legato a Zilocchi.

Alberto Zilocchi (Bergamo 1931-1991) ha frequentato l'Avanguardia artistica di Milano a partire dalla metà degli anni '50, dove ha conosciuto Lucio Fontana, con il quale ha esposto nel 1960 alla Galleria della Torre di Bergamo, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi e, soprattutto, Piero Manzoni, con il quale ha firmato il Manifesto del Bar Giamaica nel 1957 assieme ad altri frequentatori di quel noto punto di incontro artistico-culturale milanese. Più precisamente si trattava di Guido Biasi, Angelo Verga, Ettore Sordini, Antonio Recalcati, Silvio Pasotti e Aldo Calvi.

Zilocchi, dal 22 dicembre al 3 gennaio 1960, ha poi preso parte alla prima mostra collettiva alla Galleria Azimut di via Clerici 12, galleria fondata da Piero Manzoni e da Enrico Castellani, già animatori della rivista Azimuth insieme con lo stesso Piero Manzoni e con Anceschi, Boriani, Colombo, Dadamaino, De Vecchi, Mari e Massironi. Avvicinatosi stilisticamente negli anni '60 anche alle Avanguardie del Gruppo Zero di Dusseldorf, Alberto Zilocchi inizia a realizzare i Rilievi, opere caratterizzate da estroflessioni sulla superficie, tutte in rigoroso ed esclusivo colore monocromo bianco acrilico opaco (l'unico colore usato in tutta la vita artistica da Zilocchi!), su supporti - telai - realizzati dallo stesso artista, molto spesso quadrati come opere singole, oppure concepiti in serie, dando vita ad una rappresentazione tridimensionale dello spazio composta  da linee geometriche di luce ed ombre che si ispessiscono e poi infine sfumano sino ad annullarsi sulla superficie piana del quadro.

Con frequenti esposizioni in tutta Europa, l'evoluzione artistica di Alberto Zilocchi lo porta verso la metà degli anni '70 a fondare (unico italiano insieme a Marcello Morandini) l'Internationaler Arbeitskreis fur Konstructive Gestaltung che ha il suo momento fondativo nel Simposio di Anversa del 1976, e che proseguirà sino alla metà degli anni '80 il suo percorso con simposi annuali in tutta Europa. Tra gli altri artisti fondatori del Gruppo europeo ricordiamo Francois Morellet, Pierre de Portere, H. D. Schrader, Peter Lowe, e poi Hilgemann, Vanderbranden, de Keijzer, Rubens, Dilworth.

In questi anni Alberto Zilocchi inizia a realizzare le Linee, opere su tela o su carta, ricerca artistica che svilupperà per tutti gli anni '80, con tecniche assolutamente personali nella loro realizzazione geometrica rigorosa che si univa alla casualità del risultato finale, determinato da formule matematiche dove le incognite venivano colmate dai numeri estratti col gioco dei dadi. L'attività artistica di Alberto Zilocchi che lo ha visto protagonista in oltre cento mostre personali e collettive in Italia e in Europa tra il 1957 e il 1980, si è estesa in vari campi, come quello scenografico, realizzando lavori anche per il Teatro Donizetti di Bergamo nei primi anni '60. Sue opere sono presenti in molti musei italiani ed europei. (Comunicato stampa)




Opera in legno, specchio, acrilico e plexiglass di cm 71x61x21 realizzata da Christian Megert nel 2020 Christian Megert
Rotation


11 novembre (inaugurazione) - 04 febbraio 2022
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Personale dell'artista di origini svizzere Christian Megert (Berna, 1936). Fin dal 1959 l'elemento centrale del linguaggio artistico di Christian Megert è lo specchio, materiale estremamente duttile e concettualmente ricchissimo. Attraverso i suoi movimenti e giochi di riflessi, le sue opere sono in grado di frammentare la realtà circostante e insieme ricomporsi e prolungare in spazi indefiniti esse medesime. In mostra saranno presenti i lavori più recenti dell'artista realizzati dal 2018 ad oggi, molti dei quali sono esposti in questa occasione per la prima volta al pubblico. Accanto a questi sarà presente l'opera di grandi dimensioni "Ambiente con Mobile", realizzata tra il 1965 e il 2018.

"Voglio costruire un nuovo spazio, uno spazio senza inizio e senza fine, dove ogni cosa vive ed è invitata a vivere, uno spazio allo stesso tempo tranquillo e rumoroso, immobile e mobile..." (Manifesto di Christian Megert, 1961)

Immagine:
Christian Megert, (opera senza titolo), legno, specchio, acrilico e plexiglass cm. 71x61x21, 2020




Acrilico su legno di cm 80x80 denominato Rilievo segno positivo realizzato da Jacques Toussaint nel 1974 Opera dalla collezione di sedute in cuoio Gulf of the Poets realizzata da Jacques Toussaint nel 1983 jacques-toussaint-gulf-of-the-poets-138x140 Jacques Toussaint
Arte e design nel Golfo dei Poeti
1967 | 1987


28 ottobre 2021 (inaugurazione) - 27 febbraio 2022
CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea - La Spezia

Mostra monografica a cura di Giosuè Allegrini e Marzia Ratti, con circa sessanta opere dell'artista-designer francese, residente in Italia ormai da più di cinquant'anni. L'esposizione documenta il lavoro prodotto da Toussaint nel ventennio di soggiorno a Lerici tra gli anni Sessanta e Ottanta, nel vivacissimo clima culturale del famoso borgo ligure, frequentato da personalità della cultura e dell'arte come Attilio Bertolucci, Valentino Bompiani, Silvio Coppola, Vico Magistretti, Giorgio Soavi, Mario Spagnol, Mario Soldati. L'esposizione si concentra in particolare sulla prima mostra di arte e design, "Le due realtà", organizzata da Toussaint al Castello di Lerici nell'estate del 1969, originale confronto dialettico intorno al tema dell'uso della tecnologia e dei nuovi materiali che le ricerche industriali stavano mettendo a disposizione del mondo della produzione e anche delle arti.

Da una parte gli artisti che guardavano con interesse all'uso dei nuovi materiali e delle tecniche più avanzate - Campus, Carabba, "Contenotte" (Facchini), Grignani, La Pietra, Munari, Prina, Vallé -, dall'altra chi pur utilizzandoli li connotava di valenze esistenziali, ironiche o antitecnologiche - Fomez, Germán, Ilacqua, Mazzucchelli, (Miles) Mussi, Mondani, Raffo, Ramosa, Toussaint. Tutti i nomi presentati sono in quel momento parte attiva di un panorama in ebollizione che produce risultati sorprendenti in vari campi: da quello più eclatante di Bruno "Contenotte", che per le sue ricerche sugli effetti ottici sarà chiamato a collaborare per lo strabiliante finale di "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick, alle copertine della collana di fantascienza dei Penguin Books disegnate da Franco Grignani.

Il visitatore inoltre potrà approfondire la produzione di design che Toussaint progettò e rese famosa in quegli anni, dalla sedia in alluminio e selleria cui diede significativamente il nome di "Golfo dei Poeti", al tavolo "Pontile", ispirato all'imbarcadero di Lerici che l'autore poteva contemplare ogni mattina dall'ampia vetrata della sua casa in salita Arpara.

«Design sì, dunque, ma che vede l'oggetto-scultura - precisa il co-curatore Giosué Allegrini - non deliberatamente immerso in uno spazio di azione, tipico degli anni Sessanta, bensì come immagine/concetto razionale che si confronta con lo spazio circostante innescando con esso profonde relazioni e interdipendenze espressive. L'arsenale formale è quello della geometria, che però è usata non in termini esclusivi di razionalità strutturale, ma intuitivamente, come esplicitazione di energie, memorie e suggestioni spaziali e ambientali».

Sono presenti inoltre lavori artistici realizzati nell'atelier ligure, che documentano il rapido passo compiuto da Toussaint in direzione di una ricerca geometrica e segnica, caratterizzata dalla presenza del blu, anch'esso collegabile alle suggestioni maturate nell'ambiente ligure. A proposito di questo versante, Marzia Ratti, co-curatrice della mostra, rileva: «La radicalità del mutamento nel linguaggio di Toussaint appare in tutta la sua portanza nelle sculture-pitture del 1970, in cui prende avvio la ricerca della geometria nello spazio che, attraverso il modulo quadrato della scatola, saggia le possibilità di composizioni tridimensionali avulse da ogni preciso riferimento alla realtà, se non nell'attenzione ai comportamenti fisici dei materiali utilizzati. I materiali con le loro precipue reazioni alle lavorazioni sono al centro della sua attenzione che, evidentemente, riunisce le due realtà - arte e tecnica, arte e design - in un unico pensiero creativo».

Per offrire la possibilità di valutare l'iter creativo di Jacques Toussaint, sviluppatosi in più di cinquant'anni di lavoro, i curatori e l'autore stesso hanno voluto inserire in chiusura un intervento artistico significativo dello spirito attuale di ricerca, che si fonda sulla volontà dell'autore di sottrarre la sua proposta ad una mera osservazione da parte del pubblico per renderlo a sua volta partecipe e protagonista. Varcata la soglia di uno spazio immersivo, il visitatore potrà sostare in una installazione site specific, che gli consentirà di concentrarsi sui propri pensieri e su se stesso.

Accompagnata dall'evocativo titolo "Souvenirs de la terre", composta da elementi illuminanti al neon blu e una proiezione video, suggerisce una presa di posizione portatrice solo di ricordi positivi. Un modo discreto e personale di Toussaint di prendere le distanze dalla propria realtà per non imporre una visione autoreferenziale del proprio mondo. Nel corso della mostra sarà presentato il catalogo con testi critici dei curatori Giosuè Allegrini e Marzia Ratti e una conversazione fra l'artista e il figlio Jacques Heinrich.

Jacques Toussaint (Parigi, 1947) inizia la sua attività artistica in Italia nel 1971 dopo aver studiato all'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. Dopo le sue prime mostre in Francia e in Italia, inizia parallelamente ad interessarsi al design del mobile e per diversi anni sarà consulente per alcune importanti società di arredamento, come Bernini, Interflex e Matteo Grassi; per quest'ultima sviluppa una linea di prodotti e svolge la funzione di art director.

Alla fine del 1985 crea il marchio "Atelier" quale sintesi delle sue precedenti esperienze, con il fine di produrre progetti affidati a designers emergenti, come Hans-Peter Weidmann, Wolfgang Laubersheimer, Hannes Wettstein, o più affermati come Toshiyuki Kita, Ross Littell e Verner Panton. Con Atelier si dedica inoltre alla riedizione di progetti firmati da maestri di livello internazionale come Alvar Aalto, Alfred Roth, Werner Max Moser, Hans Georg Bellmann e Giuseppe Terragni. A partire dal 1993 collabora alla definizione di una nuova collezione di oggetti in carta riciclata per la Arbos di Solagna.

Nel 1997 crea "Glass Works", una collezione di specchi nata dalla ricerca sul vetro, e nel 1998 "Connections", una collezione di oggetti artistici che intende mettere in evidenza le connessioni esistenti tra persone e cose che hanno influenzato il suo lavoro. A partire dal 2000 Toussaint inizia ad elaborare una serie di installazioni in situ di particolare rilievo e in costante evoluzione in relazione agli spazi, che, oltre a procurare una forma di straniamento nello spettatore, conciliano la meditazione.

Questo filone trova il suo inizio nella mostra "Tra sogno e realtà" organizzata dalla Galleria Arsenal nello spazio di Palazzo Branicki a Bialystok (PL), alla quale seguono interventi presso la Fondazione Cocchi nelle Torri dell'Acqua di Budrio e ancora nella chiesa sconsacrata di San Francesco a Pordenone con la mostra "In Itinere", per arrivare all'ambizioso progetto "...Que du bleu!" a cura di Luigi Cavadini, realizzato negli ampi spazi della galleria di Palazzo delle Stelline presso l'Institut Français di Milano.

L'artista francese è stato varie volte invitato a presentare i suoi lavori al Museo Casabianca di Malo (Vicenza), istituzione che illustra attraverso opere grafiche e non solo le varie tappe dell'arte contemporanea internazionale dal 1960 ai nostri giorni. Dopo aver realizzato una serie di interventi artistici in edifici religiosi dalla storia antica, nel 2019 indirizza la sua attenzione verso le qualità intrinseche dell'architettura moderna, scegliendo la chiesa di Santa Maria Assunta di Riola di Vergato, frutto di una lunga progettazione dell'architetto finlandese Alvar Aalto (1898-1976), per una installazione composta di video e di luci, presentata nel 2020 cui seguirà nel gennaio prossimo anno un nuovo intervento artistico.

Il lungo lavoro di analisi e rivisitazione di 50 anni di attività che ha preceduto la pubblicazione della monografia Jacques Toussaint. Arte 1967/2017, ha inoltre ulteriormente rinnovato il suo modo di fare ricerca, che trova in questa mostra della Spezia, nell'opera Galassia CAMeC/JT-840 x 675 h 500 SP, una originale documentazione. Sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti del Denver Art Museum (USA), della Die Neue Sammlung di Monaco di Baviera (D), del Kunstgewerbemuseum di Berlino (D), del Museo Nazionale di Poznan (PL) e della Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Forti di Verona. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Jacques Toussaint, Rilievo segno positivo, acrilico su legno cm. 80x80, 1974
2. Jacques Toussaint, Dalla collezione di sedute in cuoio Gulf of the Poets, 1983
3. Jacques Toussaint, Informale, inchiostro e tempera su carta cm. 70x50, 1968




Allegretto Nuzi
Oro e colore nel cuore dell'Appennino


15 ottobre 2021 - 30 gennaio 2022
Pinacoteca civica B. Molajoli | Spedale di Santa Maria del Buon Gesù - Fabriano
www.pinacotecafabriano.it

Allegretto Nuzi, fabrianese d'origine e toscano di formazione, lavorò stabilmente a Fabriano dal 1347 fino alla morte nel 1373, creando un numero rilevante di opere diverse, dagli altaroli per il culto privato ai polittici di grandi dimensioni, a cicli affrescati. La qualità dei fondi oro del Maestro ebbe, da subito e ancora più nei secoli successivi, uno straordinario successo e queste opere vennero contese da estimatori e collezionisti, finendo in musei e collezioni importanti non solo fuori da Fabriano ma anche dall'Italia, tanto che nel nostro paese non restano i dipinti di devozione individuale.

Questa mostra, curata da Andrea de Marchi e Matteo Mazzalupi e promossa dal Comune di Fabriano e dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti con la collaborazione e l'apporto di diverse istituzioni italiane e internazionali, riesce per la prima volta nella "impresa impossibile": riportare a Fabriano una trentina di opere del grande Maestro prestate per l'occasione, fra cui undici tavole da musei stranieri. Per dare contezza del singolare momento artistico fabrianese della seconda metà del '300, queste opere sono affiancate a una serie di sculture di altri artisti del territorio, sculture che nelle loro cromie, ma non solo, risentono in modo evidente dell'influenza di Allegretto e della sua scuola. Proprio questa capillare "riconduzione all'origine" consente anche di riunire parti da tempo disperse di polittici, di mettere a confronto opere che con chiarezza delineano il percorso di un Maestro che a pieno titolo può essere definito tale. La dispersione e la conseguente scarsa conoscenza diretta delle sue opere lo avevano relegato a un ruolo apparentemente locale.

"Forte della sua educazione toscana - scrive Andrea De Marchi - il Nuzi esercitò un'influenza enorme, fra Umbria e Marche, in sodalizio con il conterraneo ed emulo Francescuccio di Cecco, importando un linguaggio pacato e monumentale, maturato sul confronto con la tenerezza espressiva dei Lorenzetti a Siena e con i volumi accarezzati di giotteschi fiorentini come Maso di Banco e Bernardo Daddi. Allegretto introdusse nelle Marche tipologie ancora ignote di complessi polittici e squisiti altaroli per la devozione individuale. Nelle iconografie fu innovatore, contribuendo alla diffusione della Madonna dell'Umiltà in area adriatica, piegando le storie della Passione a interpretazioni originali e toccanti.

Nelle tecniche pittoriche fu sperimentatore, combinando con grande libertà i punzoni per comporre i decori floreali dei nimbi e dispiegando scintillanti tessuti operati con fantasie di uccelli e tartarughe, col colore sgraffito per rimettere in luce l'oro del fondo. Da Fabriano dialogò strettamente coi migliori pittori fiorentini suoi coetanei, con Puccio di Simone che portò a lavorare con sé fra 1353 e 1354, coi fratelli Andrea e Nardo di Cione, gli Orcagna. Seppe impalcare cicli murali di rara freschezza, capaci di coniugare la grandiosità semplificata dell'insieme e l'immediatezza narrativa del dettaglio. I principali si conservano ancora nelle chiese di Fabriano, in Santa Lucia Novella, dei domenicani (cappella di San Michele e Sant'Orsola, sagrestia), e nella tribuna di San Venanzio".

La tribuna della chiesa di San Venanzio, oggi cattedrale, eretta negli anni sessanta del Trecento, è un vertice misconosciuto dell'architettura gotica centroitaliana ed è stata oggetto di una restituzione virtuale fondata su un rigoroso rilievo, qui esperibile in forma immersiva, quale adeguata introduzione alla visita nell'attuale cattedrale, dove sopravvivono, decurtati dalle trasformazioni successive, i resti degli affreschi che rivestivano le cappelle di San Lorenzo, di San Giovanni e della Santa Croce.

La mostra, grazie alla collaborazione con la Diocesi di Fabriano - Matelica, presenta anche una piccola sezione presso il Museo Diocesano e nella stessa cattedrale di San Venanzio, dove è ricostruito un Calvario ligneo coi dolenti. Alla mostra fabrianese è collegata anche l'esposizione su Ottaviano Nelli a Gubbio, a cura dello stesso Andrea De Marchi e Maria Rita Silvestrelli e promossa dal Comune di Gubbio e dalla Direzione regionale dei Musei dell'Umbria. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Dipinto denominato San Giovanni Battista realizzato da Bernardo Daddi, dalla fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia Locandina della mostra Dante e Giotto Dialogo e suggestione Dipinto denominato Discesa dello Spirito Santo realizzato da Pacino Di Bonaguida, dalla fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia Dante e Giotto
Dialogo e suggestione


02 ottobre (inaugurazione) - 19 dicembre 2021 (prorogata al 23 gennaio 2022)
Museo Civico "Amedeo Lia" - La Spezia
www.museolia.it

La mostra, a cura di Andrea Marmori e Francesca Giorgi, prende l'avvio da eccezionali documenti figurativi, provenienti da Firenze e Castefiorentino: la "Madonna con il Bambino" di Cimabue, con il più che probabile intervento del giovane Giotto, e il "Santo Stefano" eseguito da Giotto negli anni della piena maturità, tra il 1320 e il 1325, quando in contemporanea è attivo a illustrare le vicende di "San Francesco" nella Cappella Bardi a Santa Croce. A questi sono associati un considerevole nucleo di dipinti a fondo oro, la cui realizzazione si colloca negli anni della vicenda biografica dantesca e giottesca, provenienti dalla Collezione permanente, ad iniziare dal "Compianto" di Lippo di Benivieni, compiuto a Firenze allo scadere del XIII secolo, per giungere al malinconico "San Giovanni nel deserto" del più abile tra gli allievi di Giotto, il raffinato Bernardo Daddi.

E poi oggetti sontuari e pagine miniate che offrono la straordinaria occasione di comprendere quale riverbero abbia infatti avuto la rivoluzione giottesca, come ben dimostra il foglio di Pacino di Bonaguida, nel quale ricerca di naturalezza e vigore espressivo paiono debitori dei ritmi ampli e distesi della Cappella Peruzzi di Giotto. A rafforzamento ecco infine i materiali librari provenienti dalla Biblioteca Mazzini che attestano la fortuna editoriale dell'opera di Dante e lo sviluppo degli studi indefessamente dedicatigli, come ben illustra il manoscritto di Giovanni Sforza relativo alla presenza di Dante in Lunigiana, confermata, oltre che dalle molteplici citazioni nella "Commedia", da documenti spesso non più consultabili perché andati perduti, conosciuti solo grazie a queste puntuali quanto insostituibili registrazioni.

L'esposizione, promossa dal Comune della Spezia, si inserisce nelle celebrazioni dantesche, ponendo a confronto la produzione letteraria di Dante, a fondamento dello sviluppo della lingua e della cultura italiane, e i testi figurativi contemporanei, dove Giotto è il campione di una rivoluzione lenta ma dirompente che porta l'immagine a dire parole universali. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Bernardo Daddi, San Giovanni Battista, fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia
2. Locandina Dante e Giotto Dialogo e suggestione
3. Pacino Di Bonaguida, Discesa dello Spirito Santo, fototeca del Museo Civico Amedeo Lia La Spezia




Dipinto a tecnica mista su tela di cm 40x40 denominato Good Morning Berlin realizzato da Ferdy Poloni nel 2010 Ferdy Poloni
08 ottobre 2021 (inaugurazione) - 30 marzo 2022
JulietRoom - Muggia

Personale del pittore Ferdy Poloni. Anche questa mostra cammina sulla falsariga della tematica orientale; saranno presentati, infatti, i lavori di varie dimensioni che rappresentano un punto di arrivo del lungo viaggio che l'artista ha iniziato molti anni fa, e che lo hanno portato attraverso sperimentazioni di materiali e di tecniche, a toccare i temi non solo di un "nuovo orientalismo", ma anche quelli dell'ecologia, delle diversità culturali, e di una diffusa ostilità verso le politiche omologatrici della globalizzazione.

In questo senso l'orientalismo (nel significato datogli dall'autore) abbandona qualsiasi rilevanza storica, e non si rifà a quella moda (in qualche modo romantica) successiva alla campagna in Egitto di Napoleone e a tutti i viaggi e le fantasie esotiche che sono poi seguite: da Delacroix a Matisse. L'autore abbandona il significato di semplice veduta rappresentativa, per appropriarsi dei simboli e dei colori che diventano icone di modernità per mezzo delle quali si concretizzano i riferimenti al mondo berbero, un mondo che l'autore vede ancora incontaminato, conservatore delle tradizioni, ricco di colori e di sapori; e che utilizza appunto come contrapposizione concettuale a quella realtà globalizzata e segnata da troppi fattori negativi (inquinamento e distruzione delle biodiversità) e che sono gli elementi principali della denuncia che egli vuole fare. Se volessimo osare potremmo anche arrivare ad affermare che lo slogan "System change not climate change" gli appartiene ben prima che Roger Allam, il fondatore di Extinction Rebellion, assurgesse agli onori della cronaca.

Ferdy Poloni, nel cercare la nostra complicità, si fa carico di una focalizzazione sulle culture meno evolute dal punto di vista tecnologico, della loro problematica sopravvivenza nei confronti di un imperialismo culturale, che appiattisce le menti per produrre mercati omogenei, in cui (per il guadagno di poche compagnie) sia possibile far circolare gli stessi prodotti di consumo. La mostra che vede il sostegno di Bar RadioGolden, Jungle Records, Trattoria Città di Venezia, Sommariva, Malafede Tatto, sarà introdotta da Kamal Ghadimi. (Comunicato stampa)

Immagine:
Ferdy Poloni, Good Morning Berlin, tecnica mista su tela cm 40x40, 2010




Federica Di Pietrantonio
lost in myst


inaugurazione 02 ottobre 2021, ore 18.00
Celleno - Borgo Fantasma, Viterbo

Con una grande proiezione su una parete esterna delle rovine della chiesa del borgo di Celleno, il 2 ottobre 2021 alle ore 18 prenderà vita l'opera video di Federica Di Pietrantonio lost in myst, progetto finanziato con l'avviso pubblico "Lazio Contemporaneo" per iniziativa dalla Regione Lazio - Lazio creativo. lost in myst è un video d'artista della durata di 39 minuti la cui narrazione, che procede attraverso elementi tipici della sintassi filmica (riprese, dialoghi, sottotitoli e musica), si manifesta sotto forma di passeggiata virtuale, di deambulazione in un paesaggio originariamente ideato come scenografia di videogioco e trasformato dall'artista in simulacro dello straordinario scenario naturale costituito dai luoghi della cosiddetta "Tuscia incantata", una collana di borghi e luoghi di grande bellezza raccolti in un itinerario costruito in un'ottica di promozione e valorizzazione del territorio della Tuscia.

Le opere di Federica Di Pietrantonio nascono di norma da piattaforme e da esperienze virtuali, frutto dell'abitudine ad attraversare mondi, come Second Life o alcuni giochi elettronici, al fine di vivere esperienze dirette seppure non reali attraverso avatar e alter ego. La tecnologia viene messa dall'artista al servizio, oltre che dell'accuratezza dell'opera e della fruibilità da parte dello spettatore, soprattutto di una originale modalità di esperienza, trattando gli scenari di tali piattaforme virtuali come luoghi di archeologia informatica caratterizzati da un'aura di splendore e decadenza.

Il video lost in myst si appropria dei quadri scenici del videogioco Myst e della sua piattaforma online Myst Uru. Nato nel 1993, Myst è un videogioco studiato per essere esplorato la cui piattaforma online è stata chiusa nel 2008; al momento Federica Di Pietrantonio è tra i pochissimi utenti che visitano quei luoghi. Attraverso una visione spezzata e sovrapposta, il film intende offrire un'esperienza immersiva in cui lo spettatore è spinto a tradurre la passeggiata virtuale in una proiezione di esperienza reale riferita, seppure in forma traslata e metaforica, ai luoghi della Tuscia.

Il continuo mutamento di paesaggio, la ricchezza di simbologie e riferimenti a civiltà lontane e a epoche diverse, tanto passate quanto futuribili, da una parte colgono l'essenza del vagabondare tipico della navigazione su piattaforme virtuali e dall'altra trasmettono il senso della possibilità, propria della vita reale, di immergersi nell'ambiente circostante con la capacità di coglierne ogni sfumatura di differenza, ogni ricchezza di linguaggi, ogni opportunità di godere luoghi straordinari che si collocano oltre il rapporto tra esperienza e fantasia. Parallelamente alle immagini, con uguale libertà di espressione e senza vincoli stringenti di conseguenzialità narrativa, si dipana una colonna sonora fatta essenzialmente di pensieri e parole intime, quasi un racconto che segue la stessa sorte degli scenari visivi, susseguendosi in forma sincopata e irregolare.

Immagini e parole convergono nel tentativo di coinvolgere lo spettatore nella scoperta di una dimensione in cui intimità personale e natura convivono e costituiscono fonte preziosa di benessere interiore. L'iniziativa è stata possibile anche grazie al supporto dello studio di europrogettazione della Dott.ssa Chiara Frontini che ha curato la presentazione della domanda. Parte rilevante del progetto è il catalogo edito da Vanilla Edizioni, con testi critici di Valentina Tanni e di Chiara Cottone. Il catalogo alterna ai testi una serie di fotografie del luogo, scattate da Eleonora Cerri Pecorella, e di still/screenshot del film, con un design realizzato da Andrea Frosolini mirato all'analogia tra i luoghi fisici e i luoghi virtuali proposti. (Comunicato stampa)




Sete d'oro
Rotazione di kesa e paraventi giapponesi


07 settembre 2021 - 06 marzo 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Una nuova rotazione di kesa e paraventi nella galleria del Giappone, sostituzione che si rende necessaria per consentire alle fibre dei tessuti di distendersi dopo lo stress a cui sono sottoposte nel periodo di esposizione al pubblico e ai manufatti più delicati di non essere sovraesposti alla luce. I kesa, preziosi mantelli rituali indossati dai monaci e composti da fasce verticali di stoffa unite da cuciture sovrapposte, costituiscono un elemento essenziale nella pratica buddhista: donare un tessuto conferisce merito all'offerente e la sua confezione è intesa come un atto di devozione per il monaco.

La nuova rotazione prevede l'esposizione di tre mantelli di fattura, epoca e iconografia differente. Il primo è un kesa a motivi floreali, con draghi e fenici multicolori della prima metà del XIX secolo. Sullo sfondo ocra del mantello si alternano fiori di peonia e di pruno alternati a draghi avvolti ad anello tra nuvole e simboli augurali, mentre le fenici in volo riprendono il dinamismo rotatorio dei draghi grazie alle loro lunghe code piumate che ne cingono il corpo. Il secondo tessuto, che risale al XVIII secolo, è impreziosito da minuti motivi floreali: si tratta di una stoffa di colore bruno preziosa e leggera, piuttosto sobria nonostante il largo uso di filati metallici.

Il terzo kesa esposto, risalente al XIX secolo, presenta un motivo di draghi allineati e avvolti su loro stessi a formare tanti anelli sormontati da tralci vegetali con peonie in fiore, elementi dal profondo significato beneaugurale, ulteriormente impreziositi da rade foglie di gelso ricamate in oro. Per dimensioni e fattura, possiamo ipotizzare che questo mantello sia stato ricavato da un uchikake, un kimono nuziale femminile. Contestualmente ai kesa, saranno allestiti anche tre piccoli paraventi a due ante.

Il primo presenta una decorazione con ritratti di grandi poeti del periodo Fujiwara (898-1185): le immagini del monaco Shun'e, del cortigiano Fujiwara no Kiyosuke, del letterato Fujiwara no Mototoshi e della dama Akazome Emon, applicati sul fondo a foglia d'oro, sono poste accanto ad alcuni dei loro versi più celebri. Gli altri due paraventi formano una coppia e raccontano scene di famosi scontri militari: sul supporto in carta spruzzata di laminette d'oro appaiono alcuni episodi celebri della battaglia di Ichinotani (1184), teatro di uno degli scontri conclusivi della lunga guerra tra i Taira e i Minamoto, che si contesero il dominio sul Giappone alla fine dell'epoca Heian. (Comunicato stampa)




Charlotte Posenenske
From B to E and more


11 settembre 2011 (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

Prima mostra italiana di Charlotte Posenenske, a cura di Vincenzo de Bellis. Artista di fama internazionale e figura centrale del movimento minimal tedesco, Charlotte Posenenske (1930-1985) lavorò prevalentemente con la scultura, ottenendo ampi riconoscimenti in Germania e sulla scena internazionale fino alla decisione, nel 1968, di dedicarsi alla sociologia. E' la sua prima retrospettiva in Italia e ripercorre l'evoluzione della pratica di un'artista scomparsa prematuramente concentrandosi su una serie di opere, tra le più conosciute, realizzate in realtà in poco più di un anno. Il suo lavoro si distingue per la propria natura radicalmente aperta: insistendo sui concetti di ripetizione e di fabbricazione industriale, Posenenske ha sviluppato una forma di minimalismo che, a differenza dei suoi contemporanei americani, affrontava le preoccupazioni socioeconomiche e politiche del '68 al fine di ripensare lo status quo del mercato dell'arte e rifiutando le gerarchie culturali prestabilite.

In questi anni di pandemia e proteste sociali derivanti da una preoccupazione sempre crescente rispetto alla polarizzazione economica, la Fondazione Antonio Dalle Nogare propone la mostra per aprirsi ad un confronto necessario sulle dinamiche che governano le strutture economiche mondiali e in particolare il sistema dell'arte contemporanea. Lo fa attraverso l'opera di un'artista che ha lavorato su queste tematiche oltre 50 anni fa, a testimoniare come, nonostante i progressi della nostra civiltà, ciclicamente ci confrontiamo con le stesse preoccupazioni, anche se generate da eventi di natura profondamente diversa. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Dipinto denominto Milano Zona Rossa Sant Ambrogio realizzato da Giovanni Cerri nel 2020 Dipinto a olio su tela denominato Sequenza orizzontale realizzato da Giancarlo Cerri nel 1995 Dipinto denominato Stop realizzato da Giovanni Cerri nel 2020 Giancarlo e Giovanni Cerri
The art of two generations


21 ottobre 2021 (inaugurazione) - 20 febbraio 2022
Museo Italo Americano di San Francisco
www.museoitaloamericano.org

Giancarlo e Giovanni Cerri, padre e figlio ancora una volta a confronto. Due modi differenti di pensare e interpretare il dipingere ma con radici profonde e comuni, per un omaggio all'essenzialità della pittura e alla irrinunciabilità della vita. Il progetto espositivo a cura di Bianca Friundi, realizzato con il patrocinio dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e il Museo della Permanente di Milano, si pone come un confronto aperto tra le ricerche pittoriche dei due artisti milanesi, che in passato hanno già avuto occasione di esporre insieme in Italia e all'estero.

- Giancarlo Cerri
Le sequenze astratte. 1995-2005


Una selezione di 20 opere per raccontare un decennio di attività del pittore Giancarlo Cerri, nato a Milano negli anni Trenta. In mostra il periodo delle "Sequenze", il più intenso e che rappresenta il raggiungimento dell'astrazione dopo diversi anni di ricerca, prima figurativa (dagli anni Sessanta agli Settanta) e poi informale (anni Ottanta e primi anni del successivo decennio). Alla metà degli anni '90 l'artista compone i primi quadri sintonizzati su neri elaborati che si contrappongono ad un solo colore, preferibilmente primario, talvolta interrotti da una sottile striatura bianca a dividere quasi in due parti esatte la tela, una sorta di "graffio" realizzato con la punta della spatola nel colore ancora fresco, a creare quella vibrazione finemente materica che interrompe le due larghe campiture.

Orizzontali o verticali, le "Sequenze" rappresentano il punto di arrivo di estrema sintesi del percorso di Giancarlo Cerri, laddove la pittura si esprime e si mostra per ciò che è realmente, e diventa lei sola la protagonista. Tuttavia, se nella linea di demarcazione che separa le due campiture orizzontali si scorge un remoto nesso con l'idea del paesaggio, nella concezione verticale il pensiero astratto diviene assoluto, perentorio, definitivo. Ciò si presenta con ancor più forza nei quadri di ampia dimensione, come nelle due "Grandi Sequenze" del 2001 presenti in mostra, laddove la pittura, saggiamente calibrata sul gioco delle campiture, rivela tutta la sua forza emotiva, senza esigenza alcuna di narrare.

Tra le opere esposte anche alcune "Sequenze nere", realizzate tutte nel 1999 con poche righe di colore messe in contrasto con il nero lavorato sottostante, dove la monocromaticità diviene quasi assoluta e la pittura si fa ancor più misteriosa e segreta. Da sempre punto cardine della sua pittura, riferendosi alla tavolozza di Giancarlo Cerri non bisogna mai parlare di Nero ma di Neri, al plurale, perché sempre elaborati, spesso con il colore che gli va incontro dall'altra parte della tela, come rossi, verdi, gialli e blu, che si nascondono e fanno palpitare il quadro.

Infine, in due delle opere selezionate ("Croce su fondo giallo" e "È sempre l'ora della croce", rispettivamente del 2003 e 2005) l'accenno alla tematica sacra è tutta nell'immagine della croce, che per l'iconografia cristiana rappresenta il simbolo del sacrificio estremo. Una memoria medievale o pre-rinascimentale, che qui, nella consueta sintesi che contraddistingue la ricerca del pittore, riaffiora aggiornata nel taglio d'immagine adatto all'uomo contemporaneo e alla sua tensione spirituale, spogliata del racconto e intonata sulla forza del simbolo.

- Giovanni Cerri
2020: a Milano nell'ora del lupo


La pittura di Giovanni Cerri, classe 1969, fin dai suoi esordi avvenuti alla fine degli anni Ottanta ha spesso raccontato la città e l'ambiente urbano, in particolare il territorio delle periferie, partendo proprio da Milano, città dove da sempre vive e lavora, ricca di spunti artistici, architettonici e di immagini legate al mondo industriale. Giovanni la sua città l'ha vissuta, indagata e rappresentata in tanti aspetti, cercando sempre di rendere partecipe il pubblico di quanto sia stato importante per lui, come uomo e artista, crescere in un determinato tipo di ambiente.

Così, a cinque anni di distanza dalla mostra Milano ieri e oggi, realizzata in occasione di Expo 2015, l'artista presenta un nuovo percorso di immagini ispirate a Milano, questa volta partendo da un fatto reale altamente drammatico, l'epidemia Covid-19. Preceduto dal corpus di disegni Diario della pandemia, già esposti a ottobre 2020 alla Casa di Lucio Fontana a Comabbio (Varese), il ciclo di lavori realizzato ad-hoc per la mostra "2020: a Milano nell'ora del lupo" richiama nel titolo il film L'ora del lupo di Ingmar Bergman del 1968, dove diventa emblematica la citazione: "L'ora del lupo è quella tra la notte e l'alba, quando molta gente muore e molta gente nasce, quando il sonno è più profondo, gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura."

Non solo scorci di una Milano vuota, osservata "in presa diretta" negli accadimenti di quei mesi, quando il rumore prevaricante era il suono sempre più incessante delle ambulanze, ma anche alcuni volti in cui si percepisce l'angoscia della rinuncia alla vita di tutti i giorni, la costrizione degli spazi privati, la rinuncia alla libertà di muoversi dovuta all'emergenza sanitaria e ai suoi divieti inderogabili. Volti e sguardi immersi nell'ora più buia, introspezioni del "coprifuoco", come quello di Papa Francesco nella solitudine immensa e sconfinata della giornata del 27 marzo 2020 durante la preghiera e la benedizione Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro desolatamente vuota.

Giornate oscure e piovose, che si susseguono una dietro l'altra, drammaticamente uguali, tenebrose e struggenti come tutte quelle settimane in cui il mondo pareva essersi fermato, costretto a una tragica sosta: Piazza del Duomo, il Castello Sforzesco, la Basilica di Sant'Ambrogio, lo skyline della città con i nuovi grattacieli dell'area di Porta Nuova dove in primo piano un carrello della spesa è stato abbandonato, il tram che percorre una periferia vuota e silente. Anche i parchi giochi sono pervasi dalla muta assenza, così come i posti di lavoro, come nel quadro "Stop", che ci mostra una scavatrice spenta in un cantiere vuoto, perché il virus ha posto fine anche all'articolo 4 della Costituzione. Soffre la Milano di Giovanni Cerri, così come la città italiana più colpita dal Covid, Bergamo, volutamente rappresentata dall'artista con colori lividi e tetri nell'opera "Bergamo tace". (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Giovanni Cerri, Milano Zona Rossa Sant Ambrogio, 2020
2. Giancarlo Cerri, Sequenza orizzontale, olio su tela, 1995
3. Giovanni Cerri, Stop, 2020




Locandina della mostra Tomas Saraceno a Siracusa Tomás Saraceno
AnarcoAracnoAnacro


29 luglio 2021 - 30 gennaio 2022
Area monumentale Neapolis - Siracusa

Tomás Saraceno, artista argentino di origine italiana che vive e lavora a Berlino, è considerato uno dei maggiori protagonisti della scena artistica contemporanea internazionale e uno dei più influenti attivisti per la salvaguardia del pianeta che sfida, attraverso le sue opere, i modi dominanti di vivere e percepire l'ambiente. Nella mostra presenta un progetto multimediale creato appositamente per l'Area monumentale della Neapolis di Siracusa, dove l'artista opera per la prima volta, uno dei più importanti complessi archeologici del Mediterraneo con una superficie di circa 240.000 metri quadrati che comprende il Teatro greco, il cosiddetto Santuario di Apollo Temenite, l'Ara di Ierone II, l'Anfiteatro romano, le latomie del Paradiso, Intagliatella e Santa Venera, fino alla cosiddetta Tomba di Archimede.

I tradizionali percorsi archeologici della Neapolis saranno attraversati dal percorso narrativo sperimentale di Saraceno. Composta da diversi capitoli, dislocati in numerosi punti distanti tra loro, la mostra costruisce un proprio mondo sensoriale e semiotico, evolvendo come una vera e propria forma di vita nel corso dei mesi. Archeologia, ecologia, aracnomanzia, arte e attivismo sociale dialogheranno, tessendo nuove poetiche visive.

La mostra, a cura di Paolo Falcone, è promossa dalla Regione Siciliana - Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, dal Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. È prodotta e organizzata da Civita Sicilia in collaborazione con Studio Tomás Saraceno, INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico e Accademia d'Arte del Dramma Antico.

L'esposizione è concepita come un dispositivo narrativo volto a moltiplicare le storie raccontate dal sito archeologico, si interroga sulla centralità della storia umana e in particolare su quella dell'Occidente, che trova il suo momento fondativo proprio nell'epoca classica. La ragnatela, l'aracnomanzia, l'evocazione e la reinterpretazione dei miti, così come il concetto di metamorfosi diventano concetti guida per ripensare e riscoprire l'intreccio di forme di vita, linee temporali e reti simbiopoietiche che animano l'Area, portando l'attenzione del pubblico a rivolgersi a coloro che l'hanno abitata per milioni di anni, come le 46 specie di ragni che sono state ritrovate all'interno.

Aracronie e antropocronie, geo-storie e idro-storie, mitologie ibride e post-umane raccontano le urgenze del presente attraverso linguaggi oracolari e vibrazioni impercettibili, chiedendo ai visitatori di prestare attenzione alle reti di vita che ci collegano alle nostre ecologie circostanti e di riconoscere la responsabilità necessaria per fermare il ciclo distruttivo del Capitalocene.

L'Area monumentale della Neapolis, scenario ideale per le installazioni di Saraceno, è un sito del Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. La sua fama nel mondo è legata al maestoso Teatro greco situato al suo interno dove, da più di cento anni, con le rappresentazioni dell'INDA - Istituto Nazionale del Dramma Antico, continuano ad essere rievocate le tragedie e le commedie che hanno commosso ed emozionato gli antichi abitanti della città greca. Nonostante lo sviluppo della città moderna, la Neapolis ha saputo conservare e valorizzare il fascino degli spazi naturali e dei manufatti artificiali che la caratterizzano, assumendo il ruolo di simbolo della città, meta di visitatori da tutto il mondo.

Ed è proprio il percorso di visita, un continuo connubio tra storia e natura, ad aver ispirato il progetto di Tomás Saraceno: la spettacolare Ara di Ierone II; l'affascinante Grotta del Ninfeo, il santuario dedicato al culto delle Muse, sulla rupe che sovrasta l'edificio teatrale con una vista mozzafiato sull'insenatura naturale del Porto Grande, fonte di ricchezza per la città antica e teatro di sanguinose battaglie; la flora con centinaia di specie e vere e proprie rarità botaniche. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Sala della Casa dell'Arte di Monterone Casa dell'Arte
"Morterone. Natura Arte Poesia"


Località Pra' de l'Ort, Morterone (Lecco)
www.macamorterone.it

L'Associazione Culturale Amici di Morterone ha inaugurato sabato 26 giugno 2021 la Casa dell'Arte, uno spazio espositivo in cui vengono presentate opere di artisti internazionali appartenenti a diverse generazioni che hanno partecipato sin dalla metà degli anni '80 a rigenerare ed animare la vita culturale di Morterone. L'attività dell'Associazione Culturale Amici di Morterone ha avuto inizio nel 1986 e nasce dalla visione poetico-filosofica della Natura Naturans di Carlo Invernizzi, che pone al centro delle proprie riflessioni l'uomo e la sua capacità di percepire e sentire ciò che gli sta intorno non come un qualcosa di estraneo, ma come parte integrante del divenire vitale.

Il percorso espositivo della Casa dell'Arte si ricollega alle mostre presentate a Morterone nel corso dei decenni. Nella prima sala al piano terra le opere di Rodolfo Aricò dialogano con quelle di Carlo Ciussi e Mario Nigro accanto alle "grafie dell'essere" di Dadamaino e alle "tracce" di Riccardo De Marchi. Il ritmo della pittura di Alan Charlton e Niele Toroni coinvolge l'ambiente circostante.

Nella sala adiacente vengono presentate, in un dialogo attivo, le ricerche visuali e percettive di Enrico Castellani, Gianni Colombo, François Morellet e Grazia Varisco, mentre nella sala successiva sono esposti i bianchi monocromi di Riccardo Guarneri, Angelo Savelli e Antonio Scaccabarozzi. I segni archetipici di Gianni Asdrubali conducono al piano superiore, dove i molteplici elementi della disseminazione di Pino Pinelli rimarcano la manualità del suo 'fare' pittura. Bruno Querci e Raffaella Toffolo, attraverso un uso sapiente della luce, svelano visioni inedite di partiture d'ombra. L'opera di Francesco Candeloro restituisce alla ista l'immagine di un ricordo di materia impalpabile.

Proseguendo il percorso espositivo incontriamo, nella prima sala, le superfici pittoriche di Bernard Frize, Günter Umberg ed Elisabeth Vary che focalizzano l'attenzione sulla genesi dell'evento pittorico. Nella sala accanto la pittura di Nelio Sonego è posta in dialogo con il disegno a pastello di David Tremlett, a cui si contrappone l'opera in MDF di Lesley Foxcroft.

L'ultimo piano è dedicato alle sculture di Rudi Wach e ai progetti di Riccardo De Marchi, Alan Charlton, Mauro Staccioli e Michel Verjux. Inoltre, sono esposti i bozzetti di interventi di Igino Legnaghi e David Tremlett già presenti nel Museo di Arte Contemporanea all'Aperto, oltre alle immagini fotografiche di Luigi Erba. Le poesie di Carlo Invernizzi accompagnano il visitatore lungo l'intero percorso espositivo. All'esterno della Casa dell'Arte sono state installate le opere di Nicola Carrino, François Morellet e Ulrich Rückriem, mentre le ceramiche di Gianni Asdrubali sono esposte in Località Pradello.

L'attività proposta dall'Associazione Culturale Amici di Morterone è volta a mettere in risalto la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente: gli interventi ed i contributi realizzati da ciascun artista, in tempi e spazi diversi e secondo le proprie specificità, si pongono alla nostra attenzione come ipotesi e possibilità di un fare dell'uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma che in un dialogo con essa sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative all'uomo che la abita.

È l'arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo e non è un caso che sia stata proprio questa realtà a generare una situazione di questo tipo: Morterone è in quest'ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all'affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell'universo vivente. (Comunicato stampa)




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali:

- Biblioteca: circa 5.000 tra libri, cataloghi, riviste, raccolte di ritagli stampa e pubblicazioni di vario genere legate all'artista e alla sua attività;
- Audiovisivi: circa 100 pellicole cinematografiche e 500 tra VHS, DVD, audiocassette e altri supporti contenenti film d'artista, documentari, interviste e riprese di vario genere;
- Carteggi: più di 1.000 tra lettere, telegrammi, cartoline e biglietti, selezionati dall'artista a partire dalla fitta corrispondenza con amici artisti, intellettuali e personalità del mondo della cultura;
- Fotografie: quasi 200 tra cassetti e scatole contenenti stampe di vario formato, negativi e diapositive che documentano le opere, le mostre e la vita dell'artista, realizzate da alcuni dei più grandi fotografi d'arte, attivi a Milano e non solo, tra i quali Paolo Monti, Ugo Mulas, Antonia Mulas, Gianfranco Gorgoni e Carlo Orsi;
- Carte di lavoro: più di 300 faldoni contenenti le pratiche di lavoro prodotte nel corso degli anni dall'artista e dal suo studio;
- Materiali diversi: quasi 200 manifesti di mostre e spettacoli teatrali, più i numerosi premi ricevuti dall'artista e tutti quei materiali di varia natura non altrimenti categorizzabili. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Ravenna dantesca: l'emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni

Un disegno a inchiostro, un commosso tributo a Dante realizzato nel 1863: ha finalmente un nome l'artista che lasciò questa insolito omaggio su uno degli albi che per oltre un secolo hanno raccolto le firme dei visitatori nella tomba del poeta. È il pittore, incisore e fotografo Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 - Perugia 1869), vicino alla Scapigliatura, allievo di Giacomo Trecourt e amico di Tranquillo Cremona. La biografia dell'artista lombardo, morto suicida nel 1869, racconta la storia di un genio tormentato e instabile, che ottenne successi a Parigi e Roma ma che non riuscì a venire a patti con i suoi demoni. Nel suo breve itinerario esistenziale raccolse meno di quanto il suo straordinario talento non meritasse ma fu all'insegna della continua sperimentazione e dell'insoddisfazione che si svolse la sua ricerca artistica: passò dalla pittura storica, che tentava di liberarsi dai canoni imposti dall'ormai ingombrante figura di Francesco Hayez, all'incisione e alla fotografia, sempre con originalità e dedizione.

Fu apprezzato da molti contemporanei ma anche osteggiato da parte della critica ufficiale. Sono noti anche i suoi sentimenti patriottici, di stampo mazziniano, e la vicinanza alla famiglia Cairoli: suoi amici furono in particolare Ernesto (1833-1859), caduto nella battaglia di Varese e da lui ritratto in un celebre dipinto del 1862 (Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo), e Benedetto (1825-1889), garibaldino, cospiratore e poi presidente del Consiglio, cui l'artista inviò l'ultima, drammatica lettera della sua vita, dopo la quale si uccise ingerendo cianuro. Era il 1869 e l'artista aveva solo 36 anni.

Il riconoscimento si deve a Benedetto Gugliotta, responsabile dell'Ufficio Tutela e valorizzazione dell'Istituzione Biblioteca Classense e curatore della mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, nella quale il disegno è attualmente esposto fino al 17 luglio prossimo. Il percorso è una riflessione sull'ultimo centenario della morte di Dante (1921), è segnato dalla presenza di diversi albi di firme, usati un tempo nella tomba del poeta per raccogliere pensieri, omaggi o anche semplici firme di visitatori e visitatrici illustri o del tutto sconosciuti.

In apertura il curatore ha collocato questo straordinario omaggio simbolico, un'opera d'arte giunta fin qui anonima e che poteva ben rappresentare l'affetto e l'attaccamento che gli italiani hanno provato per Dante nei secoli e per le più disparate ragioni. «In questo caso», afferma il dott. Gugliotta, «era evidente un'allusione alle lotte risorgimentali, in considerazione della data, quella sì, annotata in calce al disegno, e del verso riportato sul basamento del monumento ideale al poeta: "Libertà vo [sic] cercando..." (Purgatorio, canto I, v. 71), che è quasi un mantra del Risorgimento italiano che aspirava, con le sue diverse anime, alla liberazione della Patria e alla sua unità. Il disegno è stato notato già in passato e nel 1882 gli erano state dedicate parole non benevole dallo scrittore e critico letterario Adolfo Borgognoni, zio di Corrado Ricci, che con poca acutezza e senza ovviamente averne riconosciuto l'autore, lo definì "peggio che mediocre"». (Estratto da comunicato stampa Studio Esseci)




Opera in plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, denominata Subway realizzata nel 1967 da Laura Grisi, Courtesy Grazyna Kulczyk Laura Grisi
The Measuring of Time


05 giugno - dicembre 2021
Muzeum Susch (Svizzera)

Prima ampia retrospettiva museale dedicata all'artista italiana Laura Grisi (1939-2017) dopo la sua scomparsa, concepita per Muzeum Susch, a cura di Marco Scotini, realizzata in collaborazione con l'Archivio Laura Grisi di Roma e la Galleria P420 di Bologna. Collocato in una posizione isolata e difficilmente inquadrabile in una sola tendenza degli anni Sessanta - Settanta, il lavoro di Laura Grisi appare oggi come uno dei casi più originali e personali di arte concettuale (sensoriale e mentale allo stesso tempo) e di pensiero diagrammatico, in cui la stessa riflessione prende forma sia attraverso icone che attraverso rappresentazioni visive. In un'attività multiforme che assume quale propria basilare condizione quella del "viaggio" (dai luoghi remoti attraversati alla varietà dei media utilizzati), Laura Grisi incarna una sorta di soggetto femminile apolide e nomade che sfida le politiche dell'identità, l'univocità della rappresentazione e l'unidirezionalità del tempo.

Il titolo dell'esposizione è tratto da un film in 16mm che documenta l'artista sola su una spiaggia e impegnata in un'impresa degna di Sisifo, che apparentemente non ha fine, oltre il tempo. Insieme all'esposizione di importanti opere dagli anni Sessanta agli anni Ottanta (conservate in istituzioni pubbliche e collezioni private) e alla presentazione di documenti fondamentali della ricerca e dei viaggi dell'artista, la mostra sarà l'occasione per ricostruire i nove ambienti dedicati ai fenomeni naturali (sala della nebbia, sala della pioggia, del vento, ecc.) e mai riallestiti dalla fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta, quando furono presentati per la prima volta. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione sul lavoro di Laura Grisi edita da jrp|editions e sviluppata grazie alla collaborazione tra jrp|editions, Muzeum Susch e la galleria P420.

La prima monografia completa dedicata a Laura Grisi testimonia la singolarità e la visione innovativa dell'artista italiana all'interno della storia dell'arte contemporanea e raccoglie un'ampia documentazione sulla sua multiforme pratica, sulla sua ricerca e sui suoi numerosi viaggi, concentrandosi principalmente attorno agli anni '60 -'70. La pubblicazione comprende saggi, tra gli altri, del critico e curatore italiano Marco Scotini, della storica dell'arte francese Valérie Da Costa, dello scrittore e critico Martin Herbert e della Professoressa di Studi Visivi e Ambientali dell'Università di Harvard Giuliana Bruno, oltre alla ristampa di una seminale intervista a Laura Grisi realizzata da Germano Celant nel 1990.

Nata a Rodi, in Grecia, nel 1939, formatasi a Parigi e vissuta tra Roma e New York, Laura Grisi trascorre lunghi periodi della propria vita in Africa, Sud America e Polinesia: un'esperienza nelle culture extra-occidentali destinata a segnare per sempre la sua pratica, sempre più focalizzata sulla ricerca di un pensiero cosmico o una 'scienza del concreto' - come avrebbe detto Lévi-Strauss. Allo stesso modo, pur facendo della fotografia il linguaggio primario della propria ricerca, in seguito passa a una pittura definita "variabile" (con pannelli scorrevoli e tubi di neon), poi a delle installazioni ambientali dinamiche in cui riproduce artificialmente fenomeni naturali, fino ad approdare a una forma verbale descrittiva e al linguaggio matematico come strumento concettuale che impiega per esplorare i meccanismi della percezione e della conoscenza umana.

L'intero lavoro di Laura Grisi è uno sforzo titanico nel rendere conto dell'ampiezza, della molteplicità, della natura impercettibile così come della proliferazione senza fine di tutto il possibile, ma partendo da vincoli precisi, da gap paradossali, da limiti linguistici e semiotici, secondo un'attitudine vicina al Noveau Roman, al cinema della Nouvelle Vague e al gruppo francese Oulipo.

La tensione tra macro e microscala, tra i dati e il possibile, (la legge e il caso, l'universale e il particolare, il passato e il futuro) è messa in scena ogni volta attraverso una radicale politica dell'attenzione rivolta al minimo, al marginale, al grado zero: quattro ciottoli, il suono delle gocce d'acqua, il colore delle foglie di mango, la direzione del vento, il passaggio percettivo tra le sensazioni, i rumori prodotti dallo spostamento delle formiche sul terreno. Tale attenzione estrema è sempre l'oggetto di un rituale antropologico di cui ci sfuggono le coordinate culturali: contare granelli di sabbia, misurare la forza del vento, distillare percezioni sensoriali, rifotografare fotografie, permutare cose e oggetti, ascoltare l'inudibile.

Come se l'incommensurabile fosse sempre il dato ultimo (l'esito imprevisto) di un infaticabile processo di misurazione, come se i segni e i linguaggi fossero il limite iniziale del possibile. "Il suo lavoro - come scrisse Lucy Lippard nel 1979 - sta in equilibrio tra le alternative possibili e la mancanza di alternative. Di solito sceglie il sistema permutazionale e poi accetta le sue conseguenze".

'Museo laboratorio' di nuova concezione, il Muzeum Susch è stato inaugurato nel gennaio 2019, fondato e creato da Grazyna Kulczyk, imprenditrice polacca e grande sostenitrice dell'arte contemporanea, i cui principali precedenti progetti hanno dato vita a innovative piattaforme per il dialogo tra le arti e altri linguaggi. Il museo ha sede all'interno di uno straordinario campus nell'area di un ex monastero e birrificio del XII secolo a Susch, una piccola città della valle dell'Engadina, sulle Alpi svizzere, collocata nell'antica rotta dei pellegrini verso Santiago de Compostela. Il poliedrico progetto comprende oltre 1.500 m2 di spazi espositivi che ospitano sia opere permanenti site-specific sia un programma regolare di mostre temporanee. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Laura Grisi, Subway, 1967, plexiglass, alluminio, pannello scorrevole, Courtesy Grazyna Kulczyk




Felice Limosani
Dante: il Poeta Eterno


14 settembre 2021 - 10 gennaio 2022 (prorogata al 13 febbraio 2022)
Complesso Monumentale di Santa Croce - Firenze

Attraverso la digitalizzazione del maestoso ciclo delle 135 incisioni ottocentesche di Gustave Dorè che rappresentano il viaggio ultraterreno di Dante dall'Inferno al Paradiso, attualizzate con un re-work originale mai visto prima, l'artista Felice Limosani ha costruito un percorso che attraverserà la sacralità della Cappella Pazzi, l'architettura del Chiostro del Brunelleschi e il Cenacolo di Santa Croce. Immagini retro illuminate in alta definizione, immagini animate con proiezioni, e movimento nelle immagini con visori di realtà virtuale, offriranno ai visitatori un'esperienza intima, ma anche interattiva e digitale, che non "spiegherà" la Divina Commedia ma "racconterà" Dante, la sua avventura umana, l'attualità del suo messaggio universale, la sua eredità culturale, morale e spirituale. unicum che offrirà un'esperienza di visita museale evoluta, rispettosa e aggiornata ai nuovi linguaggi; un progetto nato con l'obiettivo di restituire alla letteratura e all'arte il loro potere trasformativo, sperimentando in modo nuovo non solo la Commedia, ma anche il rapporto con l'opera d'arte in generale. (Estratto da comunicato Lara Facco P&C)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Opera di Antony Gormley denominata SHY realizzata nel 2017 in Ghisa _ Cast iron di dimensioni 363,3 x 84,2 x 62,7 cm in una foto di di Ela Bilakowska, OKNOstudio 
Copyright Line © the Artist Foto di Ela Bilakowska dell'opera SHY realizzata Antony Gormley e installata nel centro di Prato Fotografia di Ela Bilakowska di SHY, opera di Antony Gormley, nella Piazza Duomo a Prato SHY
Opera di Antony Gormley


Piazza Duomo - Prato

Antony Gormley (Londra) ha posto al centro della sua ricerca artistica il rapporto tra il corpo, come sede della mente, in relazione agli spazi architettonici o naturali con cui si relaziona. Egli presta particolare attenzione alla collocazione della sua arte in spazi pubblici accessibili, nel suo lavoro possiamo trovare una forte attenzione alla politica ambientale e sociale che lo caratterizza. Gormley insiste da sempre sul fatto che il silenzio e l'immobilità della scultura sono le sue qualità più forti, che le permettono di essere aperta a tutti i nostri pensieri e sentimenti. In contrasto con la tradizione, secondo cui la scultura sostiene e celebra il potere politico e religioso, il progetto di Gormley cerca di riconoscere e catalizzare l'esperienza soggettiva. C'è sia empatia che umorismo in questo lavoro, con il quale l'artista desidera rianimare il potenziale dell'arte nel regno collettivo per celebrare la vita quotidiana.

Nelle parole dell'artista: "Voglio fare qualcosa che sia sicuro della sua presenza come punto di riferimento, ma che all'esame si connetta con il nostro io interiore e si confronti con quelle emozioni umane più timide e silenziose come la tenerezza e la vulnerabilità". Sfruttando una struttura architettonica semplice, la scultura vuole evocare la timidezza nella sua stessa esposizione. Realizzata con 3600 kg di ghisa, SHY porta in una piazza del XVIII secolo i materiali e i metodi della rivoluzione industriale. L'artista utilizza la dimensione per attivare lo spazio e invitare chi ne è partecipe a prendere coscienza della propria posizione, costantemente in movimento nello spazio e nel tempo.

L'istallazione dell'opera di Gormley testimonia il costante impegno del Comune di Prato nell'aggiornamento della sua identità contemporanea, grazie anche all'azione propositiva svolta negli ultimi trent'anni dal Centro Pecci per l'Arte contemporanea. La Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, che gestisce il Centro Pecci, è il punto di riferimento per la collaborazione tra i soggetti pubblici e privati che operano nella Regione e la promozione della produzione artistica contemporanea in Toscana. Questa collaborazione si è sviluppata nel contesto di una crescente consapevolezza ambientale.

Negli ultimi anni Prato ha sviluppato importanti politiche di riciclo delle acque industriali, riciclo dei tessuti e risparmio energetico. Il rapporto sempre più stretto della città con i partner istituzionali europei ha fatto sì che la Prato dell'innovazione e dell'economia circolare sia uno scenario perfetto per una collaborazione artistica internazionale. In questo quadro si è sviluppato per affinità il coinvolgimento dell'Associazione Arte Continua, nata con l'obiettivo di connettere la Comunità internazionale dell'arte con le comunità locali e a valorizzare la cultura della circolarità, della forestazione e del green deal come motore di cambiamento, e come frontiera di sperimentazione sociale legata ai temi di una nuova vivibilità dei centri abitati "Ricentrando" con gli artisti della comunità internazionale dell'arte le periferie e le zone industriali.

Il progetto di collaborazione si è concretizzato con l'invito del Centro Pecci ad installare nel centro di Prato l'opera SHY di Antony Gormley, con cui Associazione ha già realizzato in passato progetti di arte pubblica e mantiene un forte legame. Il 19 dicembre 2020, il Comune di Prato e la Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, attraverso il Centro Pecci, in collaborazione con Associazione Culturale Arte Continua hanno inaugurato l'opera, che resterà esposta in Piazza Duomo per 6 mesi. (Estratto da comunicato Ufficio stampa Silvia Pichini)

Immagini (da sinistra a destra):
Antony Gormley, SHY, ghisa centimetri 363,3 x 84,2 x 62,7 (Fotografia di Ela Bilakowska, OKNOstudio Copyright Line © the Artist)




Locandina di INONDA canale digitale di Fondazione Torino Musei INONDA
Il canale digitale di Fondazione Torino Musei
inonda.fondazionetorinomusei.it

La Fondazione Torino Musei si prende cura delle oltre 150.000 opere delle collezioni d'arte della Città di Torino. Il passato con Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica, l'Oriente con il MAO Museo d'Arte Orientale e il futuro con la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea: prospettive diverse su epoche storiche e mondi apparentemente lontani eppure connessi fra loro. La  mission è la tutela di questo patrimonio e la sua divulgazione, con una particolare attenzione all'accessibilità e ai progetti educativi. Per l'anno scolastico 2020-2021 il Settore Educazione di ciascun museo ha realizzato una programmazione che si sviluppa attraverso percorsi e laboratori INMUSEO dedicati alle ricche collezioni permanenti e alle prossime mostre e a distanza con il nuovo e innovativo progetto che porta il museo in classe, grazie alla piattaforma virtuale INONDA.




Sala della Pinacoteca De Nittis Nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis
dal 26 settembre 2020

Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione. Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all'epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell'istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città. Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d'arte Renato Miracco dal titolo Rileggere De Nittis, oggi, cerca, infatti, di porre l'accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine '800 a Parigi, considerata all'epoca il centro dell'Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.

"Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l'Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale - scrive il curatore nella sua presentazione - "Inoltre, in alcune sezioni della Mostra" - continua - "alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d'Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni"

Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a "vivere' il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all'aria aperta". Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne" in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei", come scrisse Dumas figlio, per l'epitaffio dell'artista amico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto nella mostra Il primato dell'opera Il primato dell'opera
26 settembre 2020 - 10 agosto 2022
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

La GAM rinnova l'allestimento delle sue collezioni permanenti del Novecento con un nuovo percorso che intende restituire la centralità all'opera d'arte. Il nuovo ordinamento è studiato per permettere il confronto, consentire il paragone necessario tra opera e opera: le sequenze di dipinti, sculture, installazioni sono affiancate da poche informazioni essenziali che introducono alla lettura degli stili diversi, di generazione in generazione, che gli artisti hanno elaborato. Suddivise in diciannove spazi, le opere sono raccolte privilegiando un taglio storico-artistico che segue le principali correnti artistiche del secolo appena trascorso, ma anche dando rilievo alla storia delle collezioni civiche nel panorama artistico torinese, nazionale e internazionale. Inserite in questa narrazione si trovano alcune sale personali, nate dalla volontà di restituire il valore indiscusso di alcuni artisti, insieme alla possibilità offerta dalle nostre collezioni di presentarli con opere importanti.

La prima sala è dedicata a tre delle figure che maggiormente hanno influito, su diversi piani, sulla principale arte italiana e internazionale del Novecento. Giorgio de Chirico ha generato un nuovo modo di pensare l'opera d'arte, alla ricerca di una rappresentazione che fosse anche disvelamento filosofico. Giorgio Morandi ha sviluppato un culto della forma e delle sue illimitate varianti, in una sorta di disciplina concettuale, con una continuità mentale e temporale che permette di presentare, all'inizio del percorso, anche le sue tarde Nature morte. Infine Filippo de Pisis, che ha tramandato una lezione di libertà totale da condizionamenti di tipo accademico, ma anche da scelte avanguardistiche, creando quasi uno stile-ponte solitario tra Impressionismo e Informale.

A questa premessa fa seguito un ordinamento che, sala dopo sala, ripercorre alcune fasi fondamentali della storia dell'arte, rappresentate dai capolavori della collezione: dalle Avanguardie storiche con le opere di Umberto Boccioni, Gino Severini, Giacomo Balla, Enrico Prampolini, Otto Dix, Max Ernst, Paul Klee e Francis Picabia, alle stimolanti proposte artistiche nate a Torino tra le due guerre mondiali dove scorrono le opere della maggior parte dei Sei di Torino; dalla riscoperta e influenza di Amedeo Modigliani sugli artisti torinesi grazie anche agli studi di Lionello Venturi che teneva la cattedra di Storia dell'Arte all'Università di Torino, agli acquisti di dipinti e sculture per la collezione della GAM tra la fine degli anni Venti e tutti gli anni Trenta alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma.

La sezione dedicata all'Astrattismo italiano è rappresentata da artisti quali Fausto Melotti, Osvaldo Licini e Lucio Fontana, mentre le sale successive ripercorrono le vicende di Roma e la scuola di Via Cavour, indagano l'arte dopo Il 1945 tra Figurativo e Astratto e mostrano le sorprendenti acquisizioni di arte internazionale nel periodo post bellico nello spazio intitolato Per una Galleria Civica internazionale, dove troviamo artisti come Marc Chagall, Hans Hartung, Pierre Soulages, Tal Coat, Pablo Picasso, Jean Arp, Eduardo Chillida.

Gli anni Cinquanta sono stati, per quel che riguarda le ricerche sperimentali, gli anni dell'Informale, e anche la GAM conserva significativi esempi: dall'"Informale di segno" di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi e Antonio Sanfilippo alla rappresentazione in chiave Informale del paesaggio e della natura di Renato Birolli, Ennio Morlotti e Vasco Bendini. Un Informale certamente più veemente e radicale fu quello di Emilio Vedova e anche l'arte torinese fu coinvolta in queste dinamiche, tramite Piero Ruggeri, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino, o Paola Levi Montalcini.

Il facile linguaggio del New Dada e della Pop Art italiana e straniera (rappresentato tra gli altri da Piero Manzoni, Louise Nevelson, Yves Klein e Andy Warhol) cederà presto il passo ad un quadro rinnovato di concetti e materiali. Dopo un passaggio doveroso al Museo sperimentale di arte contemporanea che arrivò in dono alla fine del 1965 alla Galleria Civica d'Arte Moderna composto da un fondo che conta oggi 364 opere che intendevano rappresentare il più largo ventaglio di opzioni linguistiche di taglio innovativo e, appunto, sperimentale e qui rappresentato con una nutrita selezione di esempi, il nuovo allestimento culmina nell'esperienza dell'Arte Povera, che si aprì a un nuovo linguaggio, alla ricerca di una libertà totale dai condizionamenti. Sono rappresentati tutti gli artisti del movimento teorizzato nel 1967 da Germano Celant e approdato per la prima volta in un museo nel 1970 proprio nella nostra Galleria d'Arte Moderna: Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio.

Tutto il percorso è intervallato da sale personali dedicate: Felice Casorati che ha lasciato una lezione indelebile nel contesto torinese e nazionale, Arturo Martini che ha contribuito a cambiare le connotazioni della scultura italiana, Alberto Burri e Lucio Fontana che hanno modificato la veste materica e concettuale della loro opera influenzando l'arte internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Grazie all'incremento delle collezioni possiamo ora riproporre, in un confronto di forte contrasto, il valore di azioni fondamentali quali la realizzazione del ciclo della "Gibigianna" di un altro artista al centro di relazioni internazionali, Pinot Gallizio. A Giulio Paolini, infine, è stato dato spazio per averci indicato l'esigenza di mantenere sempre un rapporto necessitante con la storia dell'arte, i suoi segni e richiami, e il loro valore per una vivificazione concettuale della forma. (Comunicato stampa)




Opera di Daniele Cestari Daniele Cestari: "Tempo sospeso"
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
Presentazione on line

Nuova serie di lavori dell'artista ferrarese, che esplora, accanto ai già noti temi cittadini, paesaggi marini e di montagna. Il titolo di questa selezione rievoca l'orfismo campaniano di sospensione del tempo ("E del tempo fu sospeso il corso." Cit. D.C.) di cui tutti abbiamo avuto esperienza durante questi mesi nelle contingenze sfaccettate della realtà. Con questi nuovi lavori l'autore non si limita più alla dimensione metafisica, ma indaga quella più strettamente individuale  e collettiva della quotidianità. (Comunicato stampa)

__EN

We are pleased to present a new series of works by the artist from Ferrara, who explores marine and mountain landscapes alongside the already well-known city themes. The title of this selection recalls the Campanian orphism of suspension of time ("And of time the course was suspended." Cit. D.C.) which we have all experienced during these months in the multifaceted contingencies of reality. With these new works the author is no longer limited to the metaphysical dimension, but investigates the more strictly individual and collective dimension of everyday life. (Press release)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso.

Un libro prezioso, una musica rara, un centenario giornale quotidiano, un foglietto manoscritto, un emozionato libretto della Prima rappresentazione, uno spartito firmato ad un amico, una lettera e un augurio, una fotografia accartocciata sugli angoli e dedicata in bella scrittura, una vecchia fiaba illustrata, uno pentagramma mai scritto prima per note che non esistevano ancora, il ricordo di una Diva o di un editore anti-filosofo, una struggente dedica d'amore con microscopica musica inedita, un calendario illustrato, un aperitivo musicato da un breve jingle...

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Galleria Allegra Ravizza is pleased to propose a selection of 20th Century Thematic Archives

With their precious content, these archives deal with, and get to the heart of, the specific and exact arguments of the last century. From Futurism to Decadentism. These small collections, the result of deep studies, have the ambitious aim of permitting the rediscovery of forgotten or misunderstood sensations of our cultural heritage and the joy that comes from them. The 20th Century Thematic Archives can be sent anywhere to whoever might be interested, even by those who do not believe they could be interested. Culture is like noise, to quote John Cage (Los Angeles 1912 - New York 1992): "When we ignore it, it disturbs us. When we listen to it, we find it fascinating" [1]. "Silence does not exist" [2].

Ignorance does not exist! Culture's noise is inescapable and continuous in every aspect of our life; if we want to ignore it we become upset, it torments us from childhood, it is the soundtrack of a widespread social obligation, it is a buzzing that embarrasses like flatulence and, in the same way, it makes us feel inadequate and badly digested. But when we listen to the echo of the noise of Culture, we hear it rebound from every wall around us and it is transformed to become Knowledge and Awareness. At this point we can no longer turn back: the noise will be transformed into melody and our ears will decode each vibration and will become hungry for them. Those who love techno, metallic, or disco music cannot ignore Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947) and, probably, ought to venerate him, inasmuch as his intuition transformed the music of noise forever [3].

It's done by now and there is no going back; noise has become music and our ears love it. We believe in the history of art and its developmental contribution to individual and collective awareness. As is well known, "Contemporaneity" would not be such if there were not a "Precedent". In this epoch where, for the natural evolutionary dynamics of thought, the motives of children prevail over those of their parents, as in Futurism or in 1968, the desire for annulment is understandable and necessary, but historical knowledge of what one wants to renew is its basis. For this reason we are proposing twelve thematic archives with an understanding of them as their aim. This is, we find, adapted to this historical period that we enclose in our rooms and that we are deeply changing.

The hope is that there will be a new contemporaneity, one that is perhaps calmer but more attentive, a dawning maturity towards a new Synchrony. Strongboxes of Sin-Crono [4] for an understanding of the art of Noises and of Futurist theatre, of the poetry and music that have led us through the last century. We have great masters; so let's listen and enjoy their intuitions, let's listen to their echoes on the walls of our rooms. Each archive contains a genuine collection of original documents and objects contained in a strongbox: an Art Collection for an understanding of the argument. A precious book, rare music, a centennial daily newspaper, a handwritten sheet of paper, an emotional letter about a debut, a score signed for a friend, a letter and best wishes, a photo crumpled at the corners and with a beautifully written dedication, an old, illustrated fairytale, a stave never before written on for notes that did not yet exist, the memory of a Diva and an anti-philosophical editor, the writing of a revolutionary, a moving dedication of love with microscopic and previously unseen music, an illustrated calendar, an aperitif set to music with a short jingle... Scents, colours, Noises.

[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento. Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo. Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia.

Un viaggio alla scoperta delle opere e della mostra allestita a Senigallia attraverso le schede testuali e gli apparati iconografici, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza diretta degli autori coinvolti, accompagnati da Matteo Galbiati. (...) All'iniziativa, faranno seguito ulteriori progetti sviluppati online in collaborazione con Kromya Art Gallery di Lugano per portare idealmente l'arte a casa delle persone, così da offrire momenti di approfondimento e di svago in una quotidianità incerta, gettando insieme le basi per una nuova comunità dell'arte.

La Galleria FerrarinArte nasce nel 2004 a Legnago (Verona) come spazio dedicato alla grande arte italiana e ai suoi protagonisti. Una ricerca costante, sostenuta da entusiasmo e volontà, che si fonda sul dialogo diretto con gli artisti. Giorgio Ferrarin, amante dell'arte e collezionista per passione, nel tempo ha creato, infatti, legami forti e sinceri con i maestri del secondo dopoguerra. Grandi personali di Carla Accardi, Agostino Bonalumi, Achille Perilli, Alberto Biasi ed approfondimenti dedicati alla Pittura Analitica, con mostre pubbliche al Palazzo della Gran Guardia di Verona, a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta (Padova), alla Rocca di Umbertide (Perugia), ai Musei di San Salvatore in Lauro (Roma), alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) e al Palazzo del Monferrato (Alessandria), hanno permesso alla Galleria di distinguersi per la coerenza espositiva, divenendo punto di riferimento per appassionati e collezionisti, raggiunti anche attraverso nuove strategie di comunicazione.

Il web diventa fondamentale, infatti, non solo per far conoscere gli autori e le opere, ma anche per condividere i numerosi contributi video che, testimoniando rapporti di stima e di amicizia, consentono al fruitore di entrare nei luoghi in cui l'arte prende forma. Fondamentale attività della Galleria è poi la produzione dei cataloghi dedicati alle mostre e agli artisti proposti negli spazi di Legnago e nelle sedi istituzionali: volumi che raccontano e completano i progetti espositivi attraverso raffinati confronti tra arte e letteratura, accompagnati anche da numerose videointerviste pubblicate sul canale www.youtube.com/user/ferrarinarte. La Galleria partecipa, infine, alle principali fiere di settore, come Arte Fiera Bologna e ArtVerona. (Comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




Ferrara ebraica online
ferraraebraica.meis.museum

Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah ha voluto allestire la mostra "Ferrara ebraica" per spiegare perché il museo sia nato proprio in questa città e oggi, in tempi di Coronavirus, vuole dare a tutti la possibilità di visitarla e di conoscere almeno una parte della grande ricchezza del patrimonio ebraico della città estense. Nel sito ferraraebraica.meis.museum chiunque potrà fare un salto virtuale nel tempo, visitare, conoscere, incontrare, approfondire alcune storie ebraiche ferraresi. L'esposizione, organizzata pienamente dal MEIS, voluta dal Direttore Simonetta Della Seta, curata da Sharon Reichel e allestita da Giulia Gallerani, è un viaggio tra passato e presente che racconta una delle comunità ebraiche più antiche d'Italia, con una eredità culturale e artistica unica.

Oltre a valorizzare la straordinaria fattura di oggetti cerimoniali e ricostruire l'ambiente sinagogale, "Ferrara ebraica" si interroga anche sul rapporto tra gli ebrei e la città, portando alla luce racconti affascinanti intrecciati con la Storia. Il percorso è arricchito dal video introduttivo e le interviste agli ebrei ferraresi firmate da Ruggero Gabbai e dalle foto di Marco Caselli Nirmal. Le musiche della tradizione ebraica ferrarese, incise appositamente per il MEIS, sono curate ed eseguite da Enrico Fink. La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione del Comune di Ferrara e della Comunità ebraica di Ferrara, che ha prestato al MEIS gran parte degli oggetti esposti e qui presentati, ed è stata sostenuta da Holding Ferrara Servizi, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Il video introduttivo è realizzato in collaborazione con l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con un contributo della Regione Emilia Romagna, legge Memoria del Novecento. In un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo, il MEIS vuole condividere almeno in via digitale alcuni dei valori che hanno permesso agli ebrei di continuare a costruire la loro vita anche in momenti difficili. Con la speranza di riaprire presto le porte del museo, il MEIS non si ferma e continua ad essere un luogo di libertà, scambio di opinioni e condivisione di idee. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)

"Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?" (R. Hillel, Pirkei Avot I:14), dalle Massime dei Padri.




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella.

Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della mostra "Le trame di Giorgione", annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

"Conversazioni con altre donne"
regia di Filippo Conz


Sono terminate a Tropea le riprese della commedia 'Conversazioni con altre donne', esordio alla regia di lungometraggio di Filippo Conz, interpretato da Valentina Lodovini e Francesco Scianna. Il film, una co-produzione Italia / Argentina di Alfredo Federico, Simona Banchi e Gaston Gallo per 39 FILMS e MG Producciones, in associazione con Adler Entertainment, Laser Digital Film e in collaborazione con Rai Cinema, riceve il contributo del MIC - Ministero della Cultura, con il sostegno della Calabria Film Commission. 'Conversazioni con altre donne che si avvale delle musiche di Paolo Fresu, è tratto dell'omonimo dramma romantico statunitense con Helena Bonham Carter e Aaron Eckhart, sarà distribuito nelle sale da Adler Entertainment.

Due anime gemelle si rincontrano dopo nove anni ad una festa di matrimonio a Tropea. Nonostante siano entrambi impegnati in una relazione si lanciano con cinica spensieratezza in una scappatella segreta che diventa presto un disperato tentativo di recuperare il tempo perduto. Un film dai dialoghi serrati e scoppiettanti che con l'adattamento italiano trova un più ampio ventaglio di emozioni - passione, ironia ed una punta di malinconia - tipico di quella commedia all'italiana apprezzata in tutto il mondo.

Filippo Conz ha ricevuto un Master in Regia Cinematografica dalla Columbia University e una Laurea in Teorie del Film dalla Cattolica di Milano. Nel 2007 ha fondato a New York la Zbabam Productions, con la quale ha prodotto spot pubblicitari, film e documentari. I suoi lavori sono stati presentati in numerosi festival internazionali. Concerto, cortometraggio mentorato da Milos Forman, è stato selezionato al Sundance Film Festival e ha vinto numerosi premi tra cui il BAFTA/LA Award ad Aspen Shortfest, il premio del pubblico al Festival dell'Accademia del Cinema di Beijing e il premio alla miglior regia della National Board of Review.

Tropea, la Calabria e i suoi territori sono stati luogo di scouting per tecnici, attori, comparse e maestranze del film. Più del 50% della troupe, principalmente del reparto produzione, macchinisti, scenografia, costumi, trucco, suono e fotografia di scena sono residenti in Calabria. Tutte le spese legate al territorio quali location, alberghi, noleggio auto di produzione, catering e spese generali sono state sostenute in Calabria. Un impegno da parte della produzione per sostenere e riavviare l'economia locale, particolarmente colpita in questo lungo periodo di pandemia da Covid-19.

Il film ha ottenuto il patrocinio gratuito del Comune di Tropea e i contributi per l'attrazione ed il sostegno di produzione audiovisive cinematografiche nazionale e internazionale nel territorio della regione Calabria-2020. Tutto il film - per 4 settimane di preparazione e 4 di riprese - è stato infatti girato in Calabria, in particolare all'interno di Villa Paola a Tropea, con vista sul mare, valorizzando l'identità regionale e il paesaggio in tutta la sua bellezza.

- Villa Paola a Tropea

La leggenda racconta che sia stato lo stesso San Francesco da Paola giunto a Tropea nel 1464, ad indicare il sito per la costruzione del santuario a lui dedicato. La scelta ricadde su un piccolo promontorio affacciato sul mare da cui già allora, si poteva godere di una splendida visuale sulla Costa degli Dei. Accanto al santuario fu costruito il convento. A finanziare l'opera fu un nobile del posto, Giovanni Adesi, che aiutato, a suo dire, dal Santo a sopravvivere ad una caduta da un burrone, cambiò la sua esistenza, facendo dapprima una vita da eremita per poi tornare a Tropea per costruire il convento e la chiesa in onore del suo Santo prediletto.

Negli anni il convento, divenuta dimora privata, ha visto diverse trasformazioni. La più rilevante nel 1920 ad opera dell'architetto Basile di Palermo. Da quel momento nuovi interventi ne hanno oscurato l'originaria bellezza e il trascorrere del tempo, procurato diversi danni strutturali. Oggi la villa è stata trasformata interamente in un hotel che accoglie i suoi ospiti in un'atmosfera unica, combinazione perfetta tra l'esclusività e l'eleganza del suo passato e il calore di una dimora di famiglia. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino)

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Polo museale della Calabria. Giornate Europee del Patrimonio (2019)

Museo e Parco Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone)

L'Oro d'Oliva. Percorso alla scoperta della millenaria storia dell'olio e dell'ulivo

Il viaggio degli Achei e la fondazione della colonia di Sibari

Il Polo museale della Calabria a Paestum. XXII Edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico

Kleombrotos racconta il paesaggio della Sibaritide




Locandina della rassegna di cortometraggi Short Film Day 2021 in Grecia Short Film Day 2021

Il giorno del solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno (21 dicembre per l'emisfero Boreale), si celebra in Italia e nel mondo la Giornata internazionale dedicata al cortometraggio. Su iniziativa dell'AIAL ed in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Atene la rassegna viene presentata in Grecia con le pellicole sottotitolate in greco. Viene proposta nell'ambito della Rete di Cooperazione Culturale italo-ellenica e con il supporto della Federazione Nazionale dei Cineclub di Grecia per la proiezione in presenza dal 17 al 26 dicembre, a cavallo del solstizio. Al Teatro Comunale di Lakki (Leros, Grecia) il 18 dicembre 2021. La rassegna è inoltre disponibile in streaming nell'ambito della rassegna online ItalyOnStage. (Estratto da comunicato di presentazione)

___ Programma

- Las Hadas, di Lorenzo Pallotta, 2021, 13'
- Il gioco, di Alessandro Haber, 2020, 12'
- Servi di biciclette, di Michele Granata, 2020, 15'
- Zheng, di Giacomo Sebastiani, 2020, 24'
- Il branco, di Antonio Corsini, 2020, 13'

Estratti dai film in programma




Premi Città di Marineo
A Roberto Piazzi il premio per la Poesia e a Valerio Massimo Manfredi il premio speciale


28 novembre 2021
Villa Patrì - Marineo (Palermo)

Marineo non ha dimenticato il suo Premio, giunto alla 46esima edizione, ma l'edizione 2020 ha dovuto subire gli effetti della pandemia che hanno condizionato la vita di tutti. Nell'ambito della sezione edita in lingua italiana la Giuria, composta da Salvatore Di Marco da Flora Di Legami, Michela Sacco Messineo, Giovanni Perrone, Ida Rampolla, Tommaso Romano, e Ciro Spataro, ha attribuito il primo premio al poeta Roberto Pazzi con la raccolta "Un giorno senza sera" Edizioni La Nave di Teseo.

Sono risultati finalisti i poeti: Vincenzo Montuori con la raccolta "Nella gabbia dorata "Book Editore, Stefano Vespo con la silloge " Il sorriso della chiusa mandorla" - Edzioni la Vita Felice, Angelo Andreotti con la raccolta "L'attenzione" edizioni Puntoacapo, Lorenzo Spurio, con la raccolta " Tra gli aranci e la menta" - Edizioni PoetiKanten, Mauro Di Maria con la silloge "Gli orecchini" - Book Editore, Pia Amodeo con la silloge " Prima che arrivi l'alba" - Edizioni Thule.

Il premio speciale è stato assegnato allo scrittore Valerio Massimo Manfredi, uno dei divulgatori culturali più noti al grande pubblico italiano, che ha scritto romanzi e saggi storici, tradotti in ben 39 lingue. Con tale conferimento la Giuria lo "addita come modello per le nuove generazioni, sia sotto l'aspetto culturale, sia sotto l'aspetto umano, coinvolgendo i giovani nella maturazione di una coscienza civica e facendo loro scoprire un viaggio nella Storia e nelle Storie, nella consapevolezza che la memoria trova il suo significato ultimo nella costruzione dell'identità del presente".

Per quel che concerne la sezione edita in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato a Jose Russotti con la raccolta "Arrèri o scuru" Edizioni Controluna-. Nella stessa sezione sono risultati finalisti Maria Gabriella Canfarelli con la silloge " Provi di lingua matri" Edizioni Novecento e Michelangelo Grasso con la raccolta "Pani di vita" - Edizioni MarranzAtomo.

Nella sezione inediti in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato ex aequo a Paolo Passanisi per la lirica "A vita" e a Pippo Di Noto con la lirica "Absolute beginners". Sono risultati finalisti i poeti: Franca Cavallo con la lirica "Jorna", Antonino Lo Bue con la lirica "Né oi né dumani", Gero Miceli con la lirica "Tampasiannu", Margherita Neri Novi con la lirica "Chiovi", Anna Maria Tornabene Burgio con la lirica "Ciavuru di sucu", Salvatore Valenti con la lirica "L'arcobalenu".

La commissione giudicatrice, inoltre, ha deciso di assegnare la targa "Francesco Grisi" al giornalista e saggista Lino Buscemi che, nel suo percorso di vita, ha messo in luce, da vero paladino della cittadinanza attiva, non solo lo stato di abbandono di molti luoghi di arte della città di Palermo, ma nel contempo ha coniugato la passione della storia con la difesa dei diritti umani. Quest'anno per la quarta volta, i premi, in una simbiosi tra arte e poesia, saranno donati dagli artisti: Antonella Affronti, Alessandro Bronzini, Elio Corrao, Antonino Liberto, Tiziana Viola Massa, i quali condividendo lo spirito dell'evento marinese, sono convinti dell'unicità dell'arte per fare emergere il valore comunicativo della poesia.

La cerimonia di premiazione, curata dal Circolo Culturale con la collaborazione di Marcello Scorsone direttore della Galleria Studio 71 sarà presentata da Katiuska Falbo mentre la voce recitante sarà quella di Marisa Palermo. (Comunicato Segreteria del Premio)




Casa delle tecnologie emergenti di Matera
Creato il logo della Cte Matera


Un tocco d'azzurro in omaggio al gonfalone della città, un sasso stilizzato e un cavo di cablaggio che disegna la "M" di Matera. C'è la città, nei suoi colori e simboli e, con il cavo di cablaggio emblema di reti e interconnessioni, il logo della Casa delle Tecnologie emergenti di Matera "racconta" anche le opportunità che genererà. La Cte Matera ha il suo logo ufficiale. Realizzato dalla Pirene srl, società di pubbliche relazioni che opera dal 1999. Selezionata con bando a evidenza pubblica, la Pirene è stata scelta fra le 11 aziende che hanno partecipato alla selezione.

Offerta competitiva quella dell'azienda romana che, da contratto, seguirà la Cte Matera per un anno occupandosi dell'identità visiva. Descrizione/concept del logo Cte Matera: L'idea nasce dalla volontà di rappresentare lo sviluppo tecnologico nel contesto di una delle più antiche città al mondo. La costruzione del logo "cte matera" è formata da un pittogramma che sintetizza, con un tratto originale e moderno, una linea morbida che dinamicamente disegna la lettera "m" (iniziale di Matera) e si ferma con un punto in alto. Questo elemento ricorda un cavo di rete per cablaggio, simbolo dello sviluppo tecnologico.

La linea è sovrapposta a una forma di colore azzurro (colore della città) che raffigura un grosso sasso. In basso la parte testuale "cte matera" è costruita con un font nuovo e personalizzato di facile lettura, la scelta del minuscolo trasmette disponibilità e apertura all'esterno. Invece in maiuscolo con font Titillium, di dimensioni più piccole, il marchio si completa con "Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera". La scelta dei colori e l'alternanza tra linee morbide e forme rigide conferiscono movimento alla figura e racchiudono il significato di un progetto innovativo e concreto. (Estratto da comunicato stampa)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







I vincitori del Monreale Premio Ambiente 2021
Monreale (Palermo), 15-18 settembre 2021
www.festivaldelcinemaitaliano.com

Proiezioni, convegni, incontri con personaggi del cinema italiano, masterclass e una serata finale, con tanti ospiti e sorprese hanno caratterizzato la quattro-giorni monrealese. L'evento è parte del Festival del Cinema Italiano, organizzato da A&D Comunicazione, diretto dal regista Paolo Genovese, con Fabrizio del Noce in veste di Presidente onorario. Al centro del festival l'argomento ambientale - tema quanto mai attuale e centrale anche in virtù della Cop 26, il vertice globale sul clima che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre 2021. Il Festival del Cinema Italiano ha portato, accanto alla cattedrale medioevale di Santa Maria Nuova (dal 2015 Patrimonio Mondiale dell'Umanità UNESCO) una selezione dei migliori documentari ambientali delle due edizioni precedenti.

La serata conclusiva del festival presso il Pool Garden dell'Al Balhara Resort & Spa, è stata presentata dall'attrice e conduttrice Anna Falchi, alla presenza di attori, produttori, cantanti e registi. Lidia Schillaci, Neja, Danilo Amerio, Roccuzzo, Dario Cassini, Pino Ammendola, Angela Nobile, Loredana Cannata e Sofia Fici, Miss Sicilia 2020 si sono alternati sul palco in una serata organizzata come un vero e proprio show di intrattenimento puro.

La Giuria composta da Marcello Foti - già direttore della Cineteca Nazionale di Roma e direttore generale della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia - dai giornalisti Marta Perego e Marino Midena, Eleonora Contessi, direttrice della fotografia, Alberto Arcidiacono Sindaco di Monreale, dalla regista e produttrice Rosalida Ferrante, dal regista Giuseppe Sciacca, dalla giornalista Titti Giuliani Foti e da Stefano Lo Coco componente dell'Amministrazione locale, ha assegnato Il Monreale Premio Ambiente 2021 al documentario Tra il mare e la terra, regia di Marco Spinelli.

Il documentario è un viaggio attraverso la Sicilia delle tradizioni, alla ricerca della passione che anima la vita di chi ancora oggi ha scelto di continuare a lavorare come un tempo. Dalle montagne al mare, attraverso gli occhi di agricoltori, pastori e pescatori che hanno un rapporto ancora arcaico e carnale con la propria terra. Emozioni che fluttuano tra le onde o vengono mosse dal vento nei campi. La magia si esprime nel raccontare il nostro rapporto con la natura grazie allo sguardo e alla voce dei più semplici, la motivazione espressa dai giurati.

Per la forza di una inchiesta senza compromessi che va al cuore del problema del commercio illegale del legno e della deforestazione la Menzione speciale va a Deforestation Made in Italy di Francesco De Augustinis: due anni di indagini, viaggi, ricerche, racchiusi in un documentario ambientato tra Italia, Europa e Brasile. Uno scorcio inedito sul rapporto diretto che esiste tra le principali eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale. Il Premio del Pubblico è invece assegnato a Covid-19 Il virus della paura di Christian Marazziti. Il film vede protagonisti un complottista seminatore di fake news, un'italo-cinese tacciata di essere il "virus", un'ipocondriaca in panico, un irresponsabile malato di Covid.

Nel corso dell'evento sono stati, inoltre, conferiti riconoscimenti a tre aziende e ad un giovane imprenditore che si sono distinti nel campo dello sviluppo sostenibile, del rispetto ambientale e della responsabilità sociale. I Premi sono andati a Erg Spa per essere riuscita a trasformare, nel corso degli ultimi anni, il proprio modello produttivo e di sviluppo aziendale, sostituendo sempre più le attività basate sul petrolio con quelle legate a fonti rinnovabili, contribuendo così a un minore impatto ambientale, e a uno sviluppo sostenibile.

A Ecolandia, per essere divenuta un'azienda di grande efficienza nel trattamento dei rifiuti, grazie a una particolare attenzione alle esigenze ambientali, riuscendo a ottenere punte di assoluto rilievo nella raccolta differenziata, in tutte le realtà locali in cui opera. A Mec, per aver recuperato un antico palazzo palermitano, e aver inserito, all'interno di una moderna struttura museale, un ristorante di alta qualità, e dimostrando così che la cura all'ambiente si traduce nell'attenzione all'uso di ingredienti a chilometro zero, ma anche alla conservazione e riutilizzazione del patrimonio artistico. A Giuseppe Montalbano, per essere intervenuto nel territorio di Monreale recuperando una vecchia struttura in abbandono, che faceva parte del parcoreale, e averla trasformata in un moderno, accogliente ed elegante complesso turistico, che configura la compatibilità ambientale fra i suoi punti di forza.

La kermesse che si è svolta tra il centro di Monreale e la splendida cornice del Resort Al Balhara, si avvale del sostegno della Regione Sicilia e del Comune di Monreale e del patrocinio di: Ministero della Cultura (MiC), Ministero dell'Ambiente, Regione Sicilia, Comune di Monreale, CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia. Si ringraziano inoltre Al Balhara - Hotel Resort Spa e Smile Vision, società nata nel 2015 attiva nel settore della comunicazione visiva e della produzione cinematografica, che affianca ancora una volta il Festival del Cinema Italiano prendendo parte al Monreale Premio Ambiente in qualità di Media Partner. L'azienda mira a valorizzare il profilo sostenibile assunto dalla rassegna cinematografica attraverso la produzione di video, dirette streaming, interviste, materiale fotografico e contenuti destinati ad Speciale dedicato, che andrà in onda su Rai 2 nei prossimi giorni. Media Partner: Rai 2, Radio 2 e Rai Radio Live, Smile Vision, Ciak Magazine e la Accademia Ciak si gira, Coming soon, TeleSpazio Canale 611. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandina Premio Amidei 2021 Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" a "Est - Dittatura Last Minute"
23 - 29 luglio 2021
Palazzo del Cinema - Hiša FilmaPiazza della Vittoria - Gorizia

  "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura e regia di Antonio Pisu vince il 40° Premio internazionale alla migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei" con la seguente motivazione: "Per la verità con cui viene portata sullo schermo una vicenda realmente accaduta, per la capacità di non perdere mai di vista la realtà, tratto distintivo della personalità di Amidei, per l'autenticità con cui sono ritratti i personaggi e la mano leggera con cui si passa dal dramma alla commedia, per l'originalità anche visiva della storia, in cui vecchie riprese in video 8 e immagini di repertorio trovano nel racconto un perfetto equilibrio. E soprattutto per essere riusciti a farci danzare con le stelle, citando il brano del grande e compianto Franco Battiato la cui voce illumina il film, la giuria attribuisce il Premio alla Migliore Sceneggiatura Sergio Amidei 2021, giunto alla sua quarantesima edizione, a un film piccolo e indipendente, ma dalla grande anima: "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura di Antonio Pisu, che firma anche la regia".

_ Scheda Film

"Est - Dittatura Last Minute"


Regia: Antonio Pisu
Soggetto: Maurizio Paganelli (libro), Andrea Riceputi (libro)
Sceneggiatura: Antonio Pisu
Fotografia: Adrian Silisteanu
Montaggio: Paolo Marzoni
Scenografia: Iuliana Vilsan, Paola Zamagni, Alexandra Takacs
Costumi: Magda Accolti Gil, Luminita Mihai
Musiche: Davide Caprelli
Produzione: Paolo Rossi Pisu, Maurizio Paganelli, Andrea Riceputi per Genoma Films, con Rai Cinema, in collaborazione con Stradedellest
Produzioni Distribuzione: Genoma Films (2020)
Origine: Italia, Romania 2019
Durata: 100'
Interpreti:  Lodo Guenzi (Rice), Matteo Gatta (Pago), Jacopo Costantini (Bibi), Paolo Rossi Pisu (Girolamo), Anna Ciontea (Costelia), Ioana Flora (Andra), Liviu Cheloiu (Emil), Ada Condeescu (Simona)

Sinossi: La storia vera di tre amici, Pago, Bibi e Rice che partono da Cesena per un viaggio insolito nell'Europa dell'Est. Arrivati a Budapest conosceranno Emil, un uomo che è fuggito dalla Romania di Ceausescu lasciando la famiglia nella capitale. Emil chiede ai ragazzi di portare una valigia ai suoi cari, e nonostante i tre si rifiutino, la valigia, in qualche modo, riesce a partire per Bucarest con loro. Da quel momento, il viaggio si trasformerà in un'avventura rocambolesca e porterà nelle vite dei tre romagnoli un nuovo modo di vedere il mondo.

L'annuncio è stato così commentato dal regista e sceneggiatore Antonio Pisu: "A parte le banalità, che però sono la realtà, la gioia e la felicità di vincere un Premio così importante è tanta anche perché questo film è stato una grande fatica, sono stati due anni di lavoro intensissimi. Sappiamo tutti che anno è stato per il cinema in generale quindi sono veramente felice che il film abbia avuto tutto questo seguito.  Ringrazio il Premio Amidei e a tutti i giurati per aver individuato in "Est" la migliore sceneggiatura, i produttori del film, persone che ancora oggi decidono di rischiare il proprio denaro per promuovere l'arte la cultura dando la possibilità a persone come me di raccontare delle storie.

Mi piace, inoltre, sottolineare che questo film, anche se ambientato nell'89, parla di una tematica universale che è quella dell'aiutare. Ci sono questi confini, queste linee immaginarie che ancora oggi esistono soprattutto in una città come Gorizia. Noi tutti oggi attraverso la tecnologia conosciamo molto meglio che cosa accade nel resto del mondo ma ritengo che solo attraverso il viaggio, l'esperienza in prima persona possiamo renderci conto che chi sta oltre confine poi, di fatto, sono persone come noi. Sono persone che parlano un'altra lingua, hanno un'altra religione, che vivono sotto una dittatura o in mezzo a una guerra, ma è come se fossimo noi. Mi sento quindi di dedicare a tutte queste persone il premio e a tutti questi popoli.

Che questa sia una storia universale che faccia capire quanto sia importante empatizzare con l'altro.  Il valore di ricevere questo Premio a Gorizia è dunque molto più forte perché credo che nessun altro come gli abitanti di queste zone possano capire bene che cosa voglia dire un confine, cosa voglia dire andare al di là o stare dall'altra parte. Di tutte le vicissitudine che ne possono nascere, soprattutto gli scontri. Senza dire banalità, sarebbe bello se non ci fossero confini, questo è chiaro per tutti. "Est" è il viaggio di tre ragazzi che non sono persone acculturate, non sanno tutto di storia ma sono ragazzi semplici che fanno il piccolissimo gesto di aiutare. Sarebbe bello se fosse così per tutti in maniera molto semplice e genuina".

Perno dell'intera manifestazione goriziana, il Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" viene conferito dalla Giuria Amidei -composta dalla sceneggiatrice Doriana Leondeff, i registi e sceneggiatori Francesco Bruni, Massimo Gaudioso e Francesco Munzi, il regista Marco Risi, la produttrice e Presidente di Giuria Silvia D'Amico e l'attrice Giovanna Ralli -alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e per la capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo.

Oltre ad "Est - Dittatura Last Minute", questi gli altrititoli europei distribuiti durante la stagione cinematografica 2020-2021che hanno concorso per il 40° Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei": "Un altro giro" sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm, Regia: Thomas Vinterberg; "Il cattivo poeta" sceneggiatura e regia: Gianluca Jodice; "The Father - Nulla è come sembra" (sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller (dalla pièce teatrale Il padre di Florian Zeller), Regia: Florian Zeller; "Miss Marx" sceneggiatura e regia: Susanna Nicchiarelli; "Non odiare" sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini, Regia: Mauro Mancini; "Volevo nascondermi" sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni, Regia: Giorgio Diritti;  Ritirano il Premio alle 21 in Piazza della Vittoria Antonio Pisu, sceneggiatore e regista di "Est - Dittatura Last Minute", assieme al produttore di Genoma Films Paolo Rossi Pisu. Consegnano il riconoscimento Fabrizio Oreti Assessore alla cultura del Comune di Gorizia e Francesco Donolato Presidente dell'Associazione culturale "Sergio Amidei". (Comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti
Recensione

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.




Aqua Film Festival 2022
6a edizione, Roma, 07-10 aprile 2022
www.aquafilmfestival.org

Al via il bando a iscrizione gratuita  della sesta edizione dell'Aqua Film Festival, rassegna internazionale per lavori dedicati al  tema dell'acqua organizzata dall'Associazione Universi Aqua. Il festival vuole rappresentare, con lo strumento cinematografico e di documentazione, lo straordinario mondo dell'acqua  nei suoi diversi valori e funzioni di utilizzo, per scoprire anche nuovi talenti cinematografici e nel campo dell'audiovisivo. Il bando è aperto per Corti  di massimo 25 minuti e  Cortini di massimo 3 minuti (titoli di coda non compresi).  Direttore Artistico e fondatrice del Festival è Eleonora Vallone - pittrice, stilista, autrice, attrice di cinema, televisione e teatro, giornalista ed esperta di metodologie salutistiche in acqua. Termine di scadenza: 20 febbraio 2022 

Tra le novità della prossima edizione, il nuovo Premio Aqua & Turismo, che nasce con l'intento di stimolare i vacanzieri a un maggior rispetto verso l'ambiente e alla sostenibilità dei luoghi presso cui sono in visita. Grazie alla collaborazione intrapresa con le Scuole e le Università, il festival ha aperto anche un concorso parallelo a quello ufficiale, denominato "Aqua & Students", che avrà come protagonisti Cortini (massimo 3 minuti) realizzati dagli allievi alunni di scuole e università di tutto il mondo. I Cortini potranno essere realizzati con smatphone e dovranno avere come protagonista assoluta l'acqua in tutte le sue forme e funzionalità.

Il comitato artistico e scientifico è composto da figure del mondo dello spettacolo di consolidata esperienza. Nell'attesa della nuova edizione del festival, Aqua Film Festival approda nell'Isola di Ponza, dal 26 al 29 giugno 2021 con la direttrice artistica Eleonora Vallone per la proiezione dei  primi due film vincitori di Aqua Film Festival nella sezione "Sorella Aqua" e il corto vincitore della  Menzione speciale Aqua & Isola: Apollo 18 di Marco Renda; Blu di Paolo Gremei e Il Guardiano del faro di Ole-André Rønneberg. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


dal 25 gennaio 2020
www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

Si tratta di una produzione filmica sensibile, che interpreta e riflette sui problemi contemporanei, capace di stimolare la ricerca delle possibilità espressive del linguaggio cinematografico: un cinema all'insegna della libertà creativa e produttiva, nato dall'impegno di autori responsabili delle loro opere, per l'intero percorso progettuale che va dall'ideazione al prodotto finito. La playlist, che sarà implementata nei prossimi mesi, propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti.

Cinemaimpresatv, con oltre 7 milioni di visualizzazioni, è la testimonianza dell'interesse crescente per materiali di repertorio poco o per nulla conosciuti. La playlist Fedic-70 anni di cinema è il momento finale di un lungo lavoro di archiviazione, selezione e digitalizzazione, curato da Mariangela Michieletto con la collaborazione di Diego Pozzato e Ilaria Magni. Parte delle opere sono state restaurate digitalmente nel laboratorio dell'Archivio Nazionale Cinema Impresa con il contributo di Giorgio Sabbatini, regista e presidente del Cineclub FEDIC Piemonte, nonché componente insieme a Giorgio Ricci del Comitato Scientifico Cineteca FEDIC presieduto dal critico e storico del cinema Paolo Micalizzi. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Comunicato stampa)




Particolare dalla locandina del concerto slavo bizantino Luce d'Oriente a Palermo "Luce d'Oriente"
Concerto Narrato
Un viaggio sonoro Slavo-Bizantino a Palermo


.. 06 gennaio 2020, ore 18.00
www.facebook.com/tvmpalermo

.. TVM Palermo (canale 18 del digitale terrestre), ore 21.30

L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" di Palermo propone l'esecuzione di questo concerto presso la chiesa di Sant'Alessandro di Comana. Il repertorio concerne canti di Natale Bizantini e canti paraliturgici che evocano le atmosfere della Russia. L'Associazione per la musica antica "Antonio Il Verso" partecipa alla programmazione "Accendiamo una luce" di eventi in streaming per le Festività Natalizie e di Fine Anno promossi dal Comune di Palermo.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana, ex chiesa dei Carbonai, sita a Palermo nell'antico quartiere della Loggia, è oggi sede della Comunità Ortodossa. La chiesa è frequentata da persone di diverse nazionalità, russi, bielorussi, ucraini, serbi, georgiani, eritrei e italiani di tradizione greca. In questa comunità si è formato nel 2013 il coro Svete Tikhij "Luce Gioiosa" per gli uffici liturgici. Il coro con l'acquisizione di nuovi membri, sia russi, sia italiani, professionisti, svolge un'attività concertistica volta a far conoscere repertori liturgici e paraliturgici di tradizione ortodossa. Nella tradizione Cristiana d'Oriente il canto liturgico, rigorosamente "a cappella" è lo strumento della preghiera, un servizio offerto alla comunità, un ministero nei confronti di dio; esso è inseparabile dal rito. Affinché il canto divenga preghiera è necessario che ciascun cantore superi il compiacimento nell'ascoltare la propria voce e la faccia diventare voce della propria anima.

Dalla collaborazione tra Irina Nedoshivkina Nicotra, direttrice del coro Svete Tikhij e l'etnomusicologa palermitana Maria Rizzuto, il concerto narrato è uno spettacolo al fine di trovare una modalità dialogica con la Città, per condividere repertori di straordinaria bellezza poco conosciuti in Occidente. La struttura dello spettacolo prevede che parola e canto si alternino, rafforzandosi reciprocamente, all'interno del più ampio contesto narrativo evocato dai canti eseguiti secondo l'iter dell'azione rituale. Durante il concerto narrato, il narratore accompagna gli ascoltatori nelle atmosfere musicali, simboliche e linguistiche dell'Oriente Cristiano. Infatti, nel mondo bizantino un unico corpus testuale è stato tradotto in molte lingue.

Pertanto i canti sono in Slavonico, Georgiano, Greco, Aramaico. Questa peculiarità amplifica le sollecitazioni musicali che il pubblico riceve e che, attraverso la narrazione, ciò che inizialmente sembrava estraneo, alla fine del concerto narrato, diventa intimo. Una dolcezza particolare tocca il cuore del pubblico, la narrazione ha proprio questa funzione: accompagnare gli ascoltatori, coinvolgendoli, permettendo loro di comprendere ciò che accade e di intuire la profondità dei canti altrimenti inaccessibili al pubblico italiano che ne sconosce i repertori. Proprio il suono del canto e il suono della parola narrata divengono così due mani che accompagnano gli ascoltatori in un'esperienza emozionante alla scoperta di universi inaspettati.

La chiesa di Sant'Alessandro di Comana fu costruita grazie ai fondi della ricca confraternita dei Carbonai. I lavori furono avviati nel 1725 e la chiesa fu consacrata nel giorno dell'Epifania del 1737. L'edificio fu dedicato al Santo Alessandro di Comana, detto anche "il Carbonaio". Una storia travagliata ha caratterizzato il destino della chiesa. Nel corso del XIX secolo l'edificio fu trasformato in un magazzino e venne riaperto al culto nel 1870. Nel 2000 l'edificio fu sottoposto a un intervento di restauro, nel corso del quale fu scoperta un'ampia cripta. Divenne poi sede distaccata dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, ospitando un corso sperimentale di Arte sacra e pittura.

Dall'8 settembre 2013 l'edificio è stato affidato ai fedeli della Chiesa Ortodossa Russa divenendo parrocchia di Sant'Alessandro del Patriarcato di Mosca. In quel giorno, con la benedizione dell'Arcivescovo di Egor'evsk Mark Golobkov ed alla presenza del Sindaco di Palermo, è stata celebrata la prima divina liturgia. Nell'abside centrale nell'anno 2014 è stata installata una grande icona della Santissima Trinità donata dal celebre iconografo russo Aleksandr Sokolov.

Ciò che lega particolarmente questa piccola chiesa Russo-Ortodossa alla Storia di Palermo sta nell'iconostasi in legno intagliato che è la fedele riproduzione dell'originale iconostasi della prima cappella Russo-Ortodossa di Palermo, sita nella Villa Olivuzza che ospitò nel 1845 lo zar Nicola I, la sua famiglia e la sua corte. Lo stesso villino dell'Olivuzza, acquistato nel 1898 dalla prestigiosa famiglia dei Florio, divenne sotto il progetto dell'architetto Ernesto Basile, una delle opere più emblematiche dell'architettura Liberty, conosciuto oggi come villino Florio. L'iconostasi originale attuale locale chiesa Ortodossa Russa di Vevey in Svizzera. (Comunicato stampa)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti. La rassegna online propone anche punti vista non aziendali, come i film di famiglia che immortalano il primogenito - di solito con la nascita del secondo figlio la cinepresa era già in soffitta - con grembiule e cartella o le gite scolastiche che inauguravano l'arrivo della primavera; e con due titoli della Documento Film: il primo, Seconda D, è un documentario parte di una serie diretta da Sergio Amidei e Luciano Emmer, il secondo, Giorno di Scuola, documenta con toni paternalistici il primo giorno di scuola in un paesino della Toscana nel 1954.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Copertina del CD degli Alenfado "Passeando"

Il 22 maggio 2020 è uscito il primo CD del gruppo musicale palermitano Alenfado. Il titolo portoghese Passeando, che vuole intenzionalmente e significativamente richiamare il termine siciliano Passiando (nonché lo spagnolo Paseando), evoca una passeggiata musicale attraverso il Portogallo, la Spagna, l'America Latina e la Sicilia. Dalle malinconiche atmosfere del fado dei quartieri di Lisbona si giunge alla scoperta di assonanze con le sonorità e le tematiche esistenziali e narrative di altre musiche popolari, quali la nostalgia, la lontananza e l'esilio di Fado triste, Meu fado meu e A chi vali unni nascisti, o le pene d'amore e il vittimismo di Com que voz, Algo contigo, Que nadie sepa mi sufrir, Fatum, Alfama, in un comune sentimento di fatalismo che permea tutti i brani e che talora si combina anche con sentimenti gioiosi e positivi, così come avviene nella vita reale.

Gli arrangiamenti e le orchestrazioni originali di tutti i brani sono di Toni Randazzo. Contiene dodici brani in lingua portoghese, spagnola e siciliana, tra cui due composizioni inedite, una delle quali con testo del giornalista e scrittore Daniele Billitteri. La registrazione è stata fatta nel "Recraft Studio" di Raffaele Pullara, che ha anche partecipato con la fisarmonica in tre tracce. (Comunicato stampa)




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...) Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)

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Il diario di Angela. Noi due cineasti
by Yervant Gianikian
at 75th Venice International Film Festival

Angela always kept a diary, writing and drawing in it every day: public events, private matters, people she had met and things she had read, everything was noted down. Even accounts of two trips to Russia, 1989-1990. Just when the USSR was crumbling. A diary about little Chinese books, even from before Dal Polo all'Equatore (1986) and our continuous work on 20th-century violence. From our tours around the United States with "Perfumed Films" in the late 1970s to the Anthology Film Archive of New York and Berkeley Pacific Film Archive. As I reread these diaries and visualise a film-diary covering all those years, I am now on my own after living and working together on art projects for so many years. I took her with me to the eastern Alps she once loved so much and where we used to go walking together. Angela comes back to life for me in her handwritten words and soft handwriting accompanying her drawings, watercolours, rolls and rolls of film measuring dozens of metres in length.

I watch our private, forgotten films. Recordings that lie behind our work on reinterpreting and re-evaluating the documentary film archive. Everyday life made up of just ordinary things, the people who were close to us, our research in the world of archive materials, a trip to Soviet Armenia with the actor Walter Chiari. Memorabilia we collected down the years. These are my recollections of Angela and our life together. As I reread these notebooks I discover others I knew nothing about. (...) Looking back over all the notebooks composing Angela's endless Diary and taking another look back at those private films of ours accompanying our research work. My desperate attempt to have her back at my side again, to bring her back to life, so that we can carry on our work together as our purpose and mission in life, through her notebooks and drawings, a sort of map of what I now need to do, containing all the guidelines and how I should continue. Angela and I have made plans for important new projects together. A promise, a pledge, to continue our work. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi was born in Ravenna in 1942. She studied painting in Salzburg with Oskar Kokoschka. She passed away on 28th February in Milan. Yervant Gianikian studied architecture in Venice before deciding to focus on film in the mid-1970s. Meeting Angela Ricci Lucchi was a turning point in both her artistic career and private life. Yervant Gianikian and Angela Ricci Lucchi's films have been shown at the most important international film festivals, including Cannes, Venice, Toronto, the Berlinale, Rotterdam, Turin and the 'Giornate del Cinema Muto' (silent film festival). Retrospectives of their work have been hosted at some of the world's most important film archives (i.e. Cinémathèque Française, Filmoteca Española, Cinemateca Portuguesa and Pacific Film Archive in Berkeley) and in museums like MoMA in New York, the Tate Modern in London and Pompidou Centre in Paris.

Among those places that have hosted their installations, it is at least worth mentioning the Venice Biennial, Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain in Paris, Fundacio "La Caixa" in Barcelona, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo in Seville, the Mart in Rovereto, Witte de With Museum in Rotterdam, Fabric Workshop and Museum in Philadelphia, Palais des Beaux-Arts in Brussels, the Contemporary Art Museum in Chicago, Hangar Bicocca in Milan, and Documenta 14 in Kassel. (Press release)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Copertina del libro Attraverso lo specchio Attraverso lo specchio
Cina, andate / ritorni

di Silvia Calamandrei

Presentazione libro | Silvia Calamandrei dialoga con Alessandra Brezzi
18 gennaio 2022, ore 18.00
Biblioteca Moby Dick - Roma
www.fondazionecalamandrei.it

Da decenni la Cina è la potenza mondiale che non smette di crescere sollevando timori e interesse in egual misura. Se ne studiano l'economia, la società, i presupposti culturali. Ma pochissimi possono vantarne una così lunga conoscenza diretta come Silvia Calamandrei, che vi giunse bambina coi genitori inviati dell'«Unità» pochi anni dopo la nascita della Repubblica popolare e vi ritornò giovane donna al tempo della Rivoluzione culturale, continuando fino ad oggi a dialogare con gli interpreti più autentici di quel messaggio di libertà ed eguaglianza che la Rivoluzione cinese avrebbe dovuto realizzare. (Estratto da presentazione)




Copertina del libro Il sostegno degli italiani alla Rivoluzione greca Il sostegno degli italiani alla Rivoluzione Greca
1821-1831: Prove generali di Risorgimento

ed. ETPbook
* Presentazione libro il 16 dicembre 2021 al Circolo Letterario "Parnassos" di Atene

Il volume è pubblicato è versione italiana e greca in occasione del Bicentenario della Rivoluzione Greca. Il Maestro Neoklis Neofitidis eseguirà al piano pezzi di compositori filellenici.

Prefazione dell'editore Enzo Terzi




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Sulla fotografia e oltre
di Enrico Gusella, ed. Silvana Editoriale in collaborazione con Fondazione Alberto Peruzzo, 532 pagine, 135 immagini a colori e b/n

Il libro è stato presentato il 23 luglio 2021 alla Galleria Michela Rizzo di Venezia

Enrico Gusella racconta i grandi interpreti della fotografia e le loro storie. Una narrazione di ampio respiro in una nuova edizione aggiornata. Una storia, o meglio una serie di storie sulla fotografia, sugli interpreti e i protagonisti dall'Ottocento ai giorni nostri. Critico, curatore, considerato uno dei più acuti studiosi di fotografia, Enrico Gusella in questo libro ci accompagna in un viaggio oltre l'immagine fotografica: un percorso narrativo attraverso il quale sono indagati fatti artistici e fotografici, i rapporti fra testo e immagine, fra cultura e società.

Un excursus che investe autori e contesti della fotografia, ma anche i diversi generi che costituiscono l'arcipelago fotografico: dal paesaggio all'architettura, dai corpi e i ritratti all'astrazione passando per le collezioni, la letteratura e la sociologia. Nasce così una geografia della narrazione fotografica tesa ad approfondire le diverse visioni dei protagonisti della nuova scena artistica contemporanea, ma anche di una fotografia storica e storicizzata.

Il volume si apre con un'intervista del 1995 a Mimmo Jodice dedicata alla sua mostra Tempo interiore e alla sua città natale, Napoli. E sono proprio le città e i paesaggi a caratterizzare questo appassionato libro con la nutrita sezione dal titolo Paesaggi. Oltre duecento pagine che scandagliano i territori del nostro Paese e del mondo: dalle metropoli e le periferie di Gabriele Basilico (Milano: Ritratti di fabbriche, Beirut) alle campagne friulane e dell'amata Venezia di Elio Ciol, a cui risponde un altro grande veneziano, Fulvio Roiter.

Le geometrie astratte e cromatiche di Franco Fontana, il lirismo spirituale di Giovanni Chiaramonte, la "fotografia del no" in Mario Cresci, Nadar, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Berenice Abbott, Inge Morath, Luigi Ghirri, Thomas Struth, Josphef Beuys nelle fotografie di Buby Durini, Sebastião Salgado, Vittorio Storaro, Elliot Erwitt, Walter Niedermayr (Tra presenza e assenza), Italo Zannier, Ugo Mulas, Luca Campigotto, George Tatge (Italia metafisica), Olivo Barbieri, Maurizio Galimberti, Raffaello Bassotto, Giovanni Umicini, Renato Begnoni, Cesare Gerolimetto, Luca Chistè, proseguono l'intensa sequenza.

Ma altri ancora sono i fotografi oggetto delle ricerche di Gusella, che a loro volta investono straordinari luoghi: Parigi in Robert Doisneau, la Yosemite Valley in Ansel Adams, i paesaggi alpini di Albert Steiner, i luoghi nostalgici di Andrej Tarkovskij, e dal MADRE di Napoli è la grande retrospettiva "L'Attesa" di Mimmo Jodice, il corpo della città in Vincenzo Castella, e non mancano giovani protagonisti come Marco Maria Zanin di cui su Padova è Segni per Sant'Agnese.

Il Reportage con i luoghi e le storie di Gianni Berengo Gardin e i grandi fotografi di Epoca, mentre dal carcere sono le "foto da galera" di Davide Ferrario, l'Agenzia VII, Gordon Parks, Enrico Bossan sull'Etiopia e W. Eugene Smith da Pittsburgh, Robert Capa, James Nachtwey, Ferdinando Scianna a Venezia e Vivian Maier, Letizia Battaglia e Lee Miller.

Nel terzo capitolo invece i protagonisti sono i Corpi e i ritratti, attraverso l'opera e lo sguardo di fotografi del calibro di Helmut Newton, Nan Goldin, Cindy Sherman, Stanley Kubrick, Spencer Tunick e David LaChapelle, Irving Penn, Anton Corbijn, Araki, Christian Dior e Peter Lindbergh. A seguire la sezione Astrazioni, che indaga la poetica di grandi artisti come Man Ray, Franco Vaccari, Mario Schifano, Leo Matiz, e i grandi testimoni della contemporaneità quali Thomas Ruff, Roni Horn, Douglas Gordon.

Il collezionismo letto attraverso importanti esempi quali la Fondazione Venezia con il famoso Archivio Italo Zannier, la collezione di Mario Trevisan e quella di Fabio Castelli, ma anche nelle foto di Mauro Fiorese dedicate alle gallerie e alle collezioni museali italiane. E ancora, a caratterizzare e aggiornare questa nuova edizione di Silvana Editoriale e della Fondazione Alberto Peruzzo sono due nuovi capitoli sulla fotografia - fotografia e letteratura, fotografia e società - quale documento e analisi delle dinamiche della nostra società come l'affaire Capa sul miliziano colpito a morte, Ronaldo Schemidt in Venezuela o le città all'epoca del coronavirus. In questa ampia sezione si indaga la fotografia quale funzione di una narratività che trova nella letteratura alcuni dei più suggestivi esempi quali Roma-Pompei di Gianni Berengo Gardin e Aurelio Amendola, Steve McCurry e le polaroid stories di Wim Wenders.

Enrico Gusella, critico e storico delle arti, è stato professore a contratto per l'insegnamento di Storia della Fotografia e delle Arti Visive all'Università Ca' Foscari di Venezia; cultore della materia per l'insegnamento di Storia dell'Arte moderna all'Università di Verona, ed è membro del «LISaV» - Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia. Ha curato oltre 230 mostre. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro su Carlo Invernizzi a cura di Massimo Donà Carlo Invernizzi
Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017

a cura di Massimo Donà

* Il volume è stato presentato il 6 settembre 2020 nel Palazzo delle Paure di Lecco

Nel volume è raccolta per la prima volta l'intera opera poetica di Carlo Invernizzi (Milano 1932-2018). Il libro contiene anche una sezione antologica in cui sono pubblicati saggi dedicati alla poesia e alla visione poetico-filosofica di Invernizzi, e uno short film del regista Francesco Castellani, Carlo Invernizzi. La voce del poeta (2020), accessibile tramite il sito de La nave di Teseo.

«Dall'inizio degli anni Sessanta sino alla sua scomparsa nel 2018, la poesia di Carlo Invernizzi si è fatta sempre più radicale, sino a trasformarsi in un vero e proprio "corpo a corpo" con l'impossibile. Le sue parole non descrivono, e neppure hanno mai voluto farsi mera testimonianza di uno stato d'animo; esse indicano piuttosto la lucida consapevolezza del fatto che ogni sforzo poetico sarà vano, ma nello stesso tempo assolutamente necessario. Sì, perché la realtà è per lui tutta espressione di quella Natura Naturans che sta prima di ogni distinzione concettuale; prima, cioè, della divisione tra essere e nulla.» (Massimo Donà).

La Natura Naturans è quel «tuttuno di fantasiapensiero e cosa di cui l'uomo è coscienza intrinseca, non componente estraneo che vuole dominarla e deturparla» (Invernizzi). Questa concezione è riflessa dalla poesia in cui il "pensieroimmagineparola" rimanda al "tuttoniente" delle cose, rispetto alle quali esso non vuole, né può, essere altro". La raccolta dell'intera opera di Invernizzi manifesta in modo particolarmente incisivo l'unitarietà della visione poetico-filosofica della Natura Naturans lungo tutto l'arco della sua produzione, che ha per luogo insieme fisico e mentale Morterone, definito dal poeta suo «luogo di radici, soglia ingermino d'immagini metafore» del suo «fare poesia». Proprio a Morterone veniva firmato nel 1996 il manifesto Tromboloide e disquariata, steso dal poeta con i pittori Gianni Asdrubali, Bruno Querci e Nelio Sonego a cui è seguita nel 1999 la mostra Tromboloide e disquarciata. Natura Naturans presso i Musei Civici di Villa Manzoni a Lecco, dopo essere stata presentata nel 1997 presso il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia, la Galleria Nothburga di Innsbruck e il Museo Rabalderhaus di Schwaz.

La stessa concezione è dal 1986 alla base delle attività della Associazione Culturale Amici di Morterone, e ha condotto alla creazione del Museo d'Arte Contemporanea all'Aperto di Morterone. Il Museo, costituito da oltre trenta opere installate nella natura incontaminata, abbelisce il territorio morteronese rendendolo un autentico segnale poetico. Il rapporto del poeta con Morterone costituisce anche un momento saliente dello short film realizzato da Francesco Castellani, che lo presenterà in questa occasione. Seguiranno interventi di Tommaso Trini, scrittore e critico d'arte contemporanea, che parlerà del mondo poetico di Invernizzi, di Massimo Donà, musicista jazz, filosofo e Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha curato il volume, e Davide Mogetta, collaboratore del Centro Studi Carlo Invernizzi, che parlerà di alcuni temi che uniscono la poesia alla visione poetico-filosofica della Natura Naturans. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




La nascita del Partito popolare a Trino tra cattolicesimo sociale, movimento socialista e reducismo
di Bruno Ferrarotti
www.storia900bivc.it

Il volume «offre un'attraente panoramica su questioni fondamentali per la comprensione delle vicende che hanno caratterizzato la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, fino alla soglia dell'avvento del fascismo. Ancora una volta seguendo l'autore è possibile passare agilmente dalla dimensione nazionale a quella locale e comprendere gli stretti collegamenti tra la politica generale e la sua traduzione nell'orizzonte più contenuto, ma non meno significativo, della comunità locale. Al centro dell'attenzione la nascita del Partito popolare, nato per raccogliere i consensi dell'elettorato cattolico, con uno statuto ispirato alla dottrina sociale cristiana, che alla prima prova elettorale, nel novembre 1919, con soli dieci mesi di attività raccolse oltre il 20 per cento di voti.

La ricostruzione di Ferrarotti della fitta rete di iniziative sociali, economiche e culturali messe in atto dal mondo cattolico trinese in contrapposizione all'azione socialista, consente di avere piena consapevolezza che l'irruzione sulla scena politica del Partito popolare sia stato l'esito non di un progetto politico estemporaneo, ma il prodotto di una lunga gestazione, dopo la stagione del non expedit e le progressive ma parziali aperture, limitate alla dimensione amministrativa» (dalla prefazione di Enrico Pagano). Libro nella collana "Studi trinesi" edito dal Comune di Trino in collaborazione con l'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.

Bruno Ferrarotti è autore e coautore di pubblicazioni scientifiche nonché saggi e monografie di storia politica, religiosa, sociale ed ambientale della comunità trinese e del suo circondario. In collaborazione con l'Istituto, oltre al volume qui presentato, ha pubblicato, sempre nella collana "Studi trinesi", il volume Trino 1948. Cronaca di un conflitto politico annunciato, che arricchisce la storia del Novecento trinese di un nuovo e interessante capitolo sulla transizione istituzionale e politica degli anni compresi fra il 1946 e il 1948. (Comunicato stampa)




Locandina della presentazione del libro di Christopher Kloeble Quasi tutto velocissimo
di Christopher Kloeble

* Il romanzo è stato presentato il 2 febbraio 2020 alla Libreria Modusvivendi di Palermo

Incontro con lo scrittore Christopher Kloeble in occasione della presentazione dell'edizione italiana del suo libro Quasi tutto velocissimo (Traduzione dal tedesco: Scilla Forti, Keller Editore, 2019), titolo originale: Meistens alles sehr schnell. Modera: Rita Calabrese, germanista.

Albert ha diciannove anni, è cresciuto in un orfanotrofio e non ha mai conosciuto la madre. Per tutta la vita ha dovuto assistere il padre, Fred, che è come un bambino intrappolato nel corpo di un adulto, trascorre il tempo leggendo enciclopedie, contando le auto verdi che passano per strada ed è conosciuto come l'eroe di un tragico incidente d'autobus. Quando a Fred vengono diagnosticati solo pochi mesi di vita, per Albert inizia una vera e propria corsa contro il tempo perché sa che quell'uomo perso in un mondo tutto suo è l'unico a poterlo aiutare nella ricerca del proprio passato. Comincia così un viaggio avventuroso e commovente in compagnia di personaggi memorabili che li porterà in un'epoca lontana, fino a una notte di agosto del 1912 e alla storia di un amore proibito...

Quasi tutto velocissimo è una saga famigliare luminosa e drammatica, un travolgente road novel ambientato nelle alte terre alpine dal quale è impossibile separarsi. Due adorabili eroi ci conducono in un tempo pieno di possibilità e ombre, amori, misteri e viaggi, in luoghi e cittadine immerse nelle atmosfere di antiche fiabe. Christopher Kloeble ha studiato presso l'Istituto di Letteratura tedesca di Lipsia e presso l'Università della televisione e del cinema di Monaco. Suoi contributi sono comparsi tra gli altri su Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e TAZ. È stato membro del Programma di scrittura internazionale dell'Università dello Iowa e scrittore residente all'Università di Cambridge. (Comunicato stampa Goethe-Institut Palermo)




Disegno che ritrae Federico Fellini nella locandina della iniziativa promossa dal Centro Sperimentale di Cinematografia Federico Fellini
Il libro dei sogni


Il volume è stato presentazione volume il 28 gennaio 2020 alla Casa del Cinema di Roma
www.fondazionecsc.it

«Se i film di Fellini, per citare Shakespeare, sono spesso fatti della materia di cui sono fatti i sogni, questo volume dimostra che i suoi sogni sono fatti della materia di cui sono fatti i film. Il libro dei sogni - capolavoro d'arte dell'illustrazione - si pone infatti anche come un "catalogo" - verrebbe da dire, come nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte: "delle donne che amò il padron mio". Certo, ci sono anche le donne, senza le quali il "Pianeta Fellinia", per usare una bella definizione di Gian Piero Brunetta, perderebbe una "fonte energetica" fondamentale. Ma Il libro dei sogni è in realtà una sorta di "archivio generale" della vita di Fellini, sia di quella interiore - come ogni sogno che si rispetti - sia dei suoi punti di vista su un mondo fatto, oltre che di persone e cose, anche di "effetti cinema", storie, personaggi, vicende personali, amori e idiosincrasia di un mestiere, che per Fellini coincide con la vita stessa, pur restandone sempre "più grande".

A titolo d'esempio, citiamo soltanto il sogno del 4 febbraio 1961: «Negli studi della Federiz Fracassi mi sorride: E allora Federico, quando hai intenzione di cominciare sul serio?". È il tempo in cui Fellini entra in società con Rizzoli per favorire l'esordio di giovani cineasti. Pier Paolo Pasolini è uno dei primi che si presenta col soggetto di Accattone. Ma alla prima visione dei giornalieri, di fronte alla "passeggiata di Accattone", Fellini rifiuta vigorosamente di continuare la produzione, e litiga in modo radicale con l'amico e collaboratore Pier Paolo, di cui non condivide l'estetica. Nel sogno, azzardiamo, Clemente Fracassi, il direttore di produzione, esorta Federico a "fare sul serio", anche perché, nella realtà dei fatti, a Fellini poi di produrre giovani autori non importava davvero nulla, e il progetto - anche a seguito della lite con Pasolini - naufragò senza rimpianti.

A questo "reperto d'archivio" se ne potrebbero aggiungere infiniti altri, che aprono nuove letture della vita e della creatività dell'autore di film che sono oggi parte integrante dell'identità italiana. In questa prospettiva, l'edizione del Libro dei sogni si affianca, nella celebrazione del centenario della nascita di Federico Fellini, al progetto di restauro dell'opera omnia, portato avanti dalle cineteche italiane, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e Cinecittà Luce. Ma l'opera di Federico non potrebbe dirsi completa senza questo Libro dei sogni, che è anche un "libro dei film", esattamente come i suoi film sono anche il "cinema dei sogni"» (dalla Prefazione di Sergio Toffetti, Gian Luca Farinelli, Felice Laudadio, al volume di Federico Fellini, Il libro dei sogni, Rizzoli, 2019).




Locandina della presentazione del libro Dal Pop rock alla musica celtica, di Cochi Quarta Per il ciclo "Leggere parole tra noi - Incontri con l'autore"

Dal Pop rock alla musica celtica
di Cochi Quarta


* Il libro è stato presentato il 21 gennaio alla Biblioteca I.C. Giorgio Perlasca - Pietralata (Roma)

Dagli anni Sessanta, dal primo gruppo pop, attraverso mode, stili, culture e band sempre nuove. Un viaggio oltre le note alla ricerca di un modo diverso di fare musica, di viverla come espressione di tutti, come esigenza quotidiana; un sentire ormai quasi dimenticato, ma non dappertutto. È l'incontro con l'Irlanda, le sue note, le sue tradizioni, la sua realtà politica e sociale a far sì che tutto questo diventi realtà. E allora pagina dopo pagina potremo leggere che è possibile vedere una miriade di ragazzini suonare la loro musica popolare e mezza Europa sia lì per ascoltarli; che è possibile che un professionista rispetti i giovani musicisti con cui sta suonando; che è possibile che un vecchio percussionista ti regali il suo strumento e che è possibile raccontare la storia di un popolo attraverso le sue ballate. Questo e altro, nel racconto dei 50 anni di musica di Cochi Quarta insieme ai tanti compagni di viaggio che hanno condiviso conoscenze, passioni, nuove avventure e, non ultimo, il piacere, mai passato di moda, di suonare insieme. (Comunicato stampa)




Copertina del libro di poesie di Berardo Di Ferro intitolato Nuvole Nuvole
Poesie di Berardo Di Ferro

Il libro è stato presentato il 25 novembre 2019 a Palermo alla Galleria d'Arte Studio 71
www.studio71.it

L'evento è curato da Vinny Scorsone che nella prefazione della raccolta di poesie scrive: "Le sue poesie sono pregne del tempo che passa, sono piene di Liana che come un'onda calda gli ha riempito la vita..." Ma Liana oltre che ad essere musa ispiratrice di Berardo è anche pittrice e per questa occasione presenta alcune opere che illustrano le liriche. Allieterà la serata Cinzia Romano La Duca con la sua chitarra, leggerà le poesie Marisa Palermo. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Dipinto di Antonio Ligabue denominato Aratura con cavalli realizzato nel 1948 ad olio su tavola di faesite cm.85x12 Copertina del libro Antonio Ligabue Gli anni della formazione 1899-1919 di Renato Martinoni Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)
di Renato Martinoni, Marsilio Editori, 2019

Libro presentato lo 05 ottobre 2019 alla Galleria d'Arte 2000 & Novecento di Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l'occasione per fare conoscere l'opera dell'artista in quella che può definirsi la sua "patria perduta". Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un'emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent'anni "svizzeri" di Antonio Ligabue, che nel libro vengono definiti "gli anni della formazione", giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia. Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all'Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue. Per l'occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l'angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un'arte che mostra in primo piano l'estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un'esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile. (Estratto da comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina libro Armenia Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana


Il volume è stato presentato il 17 maggio 2019
www.comunitaarmena.it

Ponte tra Asia ed Europa, l'Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l'ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un'identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell'assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull'altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l'identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di "capire" il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre. (Comunicato stampa)




NeoSocialismo
di Luigi Agostini

* Presentazione libro, Pordenone, 09 maggio 2019
www.associazionebobbio.it

Sono tre le date che hanno segnato i giorni che stiamo vivendo: dicembre 1989 che decreta il collasso definitivo del socialismo sovietico; settembre 2008 che, con il fallimento della Lehman Brothers, dà l'avvio alla più grande crisi del capitalismo dell'Occidente; 4 marzo 2018 che segna la più micidiale sconfitta della sinistra italiana nel dopoguerra. Il presente, in Italia e nel mondo, è tuttora dominato dagli effetti disordinanti di questi avvenimenti e l'accumulo di disordine sembra quasi inibire oggi, specie a sinistra, una visione razionale della Politica. In tale disordine la nuova destra ha un gioco più facile. Allo spazio chiuso della destra, la sinistra non può rispondere semplicemente con lo spazio aperto, cosmopolita: la sinistra può rispondere solo con un'idea di spazio aperto ma governabile.

Oggi lo spazio potenzialmente governabile per la sinistra italiana può essere spazio europeo, uno spazio politico però in gran parte da conquistare ed organizzare. Tale obiettivo è possibile solo reinterpretando la crisi innescata dal fallimento della Lehman, anche come straordinaria dinamica trasformativa. Tale dinamica ha il suo motore nella rivoluzione informatica - per i più, la più potente e pervasiva rivoluzione tecnologica della storia - che distorce, confonde, e persino acceca la capacità di lettura delle contraddizioni che il suo avanzare pure continuamente produce. Per questo è sommamente necessario un "riarmo teorico" della sinistra sociale e politica, pena lasciare il campo, nell'acqua sporca della crisi, a giullari ed avventurieri di ogni risma. Questo lavoro è dedicato all'analisi della nuova "marca" di capitalismo, ed ha il suo ancoraggio specifico nel Marx del capitolo sulla macchine dei Grundisse, nella sua straordinaria e profetica attualità; nel Gramsci di Americanismo e Fordismo, oltre che nell'esperienza di dirigente sindacale e politico del suo autore. (Comunicato di presentazione Associazione Norberto Bobbio)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia

* Novità Editoriale, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera. Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Ritratto di signora in viaggio Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James di Gottardo Pallastrelli Ritratto di signora in viaggio | Un'americana cosmopolita nel mondo di Henry James
di Gottardo Pallastrelli, Donzelli Editore, 2018

Il libro ripercorre la vita di Caroline Fitzgerald e della sua famiglia,facendo luce su esistenze affascinanti e sul suo profondo legame con Henry James. Nei romanzi e dei racconti di Henry James, la protagonista più nota è senz'altro quella di Ritratto di signora, Isabel Archer. Diversi, però, sono i personaggi femminili che dalle sponde americane dell'oceano giungono in Europa, più spesso a Londra, in cerca di un matrimonio aristocratico e poi, da lì, in Italia inseguendo il sogno della bellezza e il fascino di antiche culture e civiltà. Ma c'è un'altra signora, realmente vissuta e rimasta finora ignota, legata a James dalla scrittura - quella di un carteggio con lui, venuto solo ora alla luce.

E' a lei che è dedicata questa biografia che, attraverso lettere, diari e documenti d'epoca, ricostruisce un reale ritratto di signora nel quale è inevitabile scorgere le fattezze di un'ideale eroina jamesiana: Caroline Fitzgerald. Molto nota nell'alta società newyorchese, Caroline ben presto si trasferì a Londra. Fu in un brillante salotto di Kensington che avvenne il primo incontro con lo scrittore americano, il quale, in una lettera a Edith Wharton, ne descrive «la bellezza trascurata». James frequentava le donne dall'eleganza sofisticata della migliore società internazionale, e Caroline non ricalcava lo stereotipo della giovane ereditiera americana in Europa tanto in voga in quegli anni.

Lei che era colta, ricca, innamorata della poesia e talmente affascinata dall'Oriente da aver studiato il sanscrito e da vestire lunghe tuniche esotiche, era infatti decisamente lontana da quel cliché. Dopo il divorzio da un Lord inglese, si innamorò di un medico ed esploratore italiano, Filippo De Filippi. Sia pur tra le righe delle sue lettere - uscite oggi dagli archivi degli eredi della famiglia De Filippi - James sembrò incoraggiare quella scelta e, negli anni che seguirono, spesso incontrò Caroline costatandone la nuova felicità. Imperdibili sono alcuni resoconti che James scrive delle sue gite in Italia a bordo di una delle primissime automobili del secolo di proprietà della coppia.

Il viaggio fu, del resto, la cifra dell'esistenza di una donna intraprendente che andò fino in Caucaso e poi in India al seguito delle esplorazioni del marito - e di ogni dove, Caroline riportava bellezze ed emozioni nel carteggio con James e gli altri amici della vecchia Europa. Una vita inconsueta vissuta appieno in poco più di quarant'anni e finita a Roma il giorno di Natale del 1911. Leggere oggi la sua biografia, attraverso le tante pagine di suo pugno, è come leggere in controluce un romanzo jamesiano mai scritto, o meglio ancora sbirciare nel vissuto di James fatto di incontri con donne e uomini reali da cui lo scrittore attingeva spunti per i suoi capolavori. E d'altra parte fu la stessa Caroline a supporre in lui una curiosità «professionale» a proposito di un suo fratello, esploratore di fama internazionale: «Henry James è venuto da noi per il tè questo pomeriggio - annotava in una lettera del 22 maggio 1896 - e ha continuato a farmi domande su Edward il quale, ne sono certa, finirà in uno dei suoi prossimi romanzi». Il forte sospetto, scoprendo oggi la vita di Caroline, è che sia stata invece lei a fornire a James più di una suggestione per le sue indimenticabili protagoniste femminili. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia. Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni. Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi. Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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