La Trinacria è il simbolo della Sicilia Hellas Grecia
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Libro sulla Storia contemporanea della Grecia dal 1974 al 2006 La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli sulla Grecia


La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Immagine per articolo di Ninni Radicini sul congresso della SPD per una nuova Grande Coalizione di governo in Germania insieme con CDU e CSU
Germania: Accordo di coalizione tra CDU/CSU e SPD
Immagine per pagine con locandine di mostre e rassegne presentate nella newsletter Kritik
Locandine rassegne
Maria Callas in una immagine dal film Medea, con la regia di Pier Paolo Pasolini
Maria Callas
Articolo
Tazio Nuvolari
Tazio Nuvolari
Mostre



Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2018-2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2007-2008

___ Nuovo numero della Newletter Kritik (23 marzo 2018) (Argomenti)

___ www.facebook.com/Ninni.Radicini.articoli.recensioni.libri ___



Opera di Ivo Stazio in mostra alla Galleria Sartori a Mantova La città oltre - opera di Ivo Stazio in mostra Ivo Stazio -opera alla Galleria Arianna Sartori a Mantova Ivo Stazio: "La città oltre"
28 aprile (inaugurazione ore 17.30) - 17 maggio 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«Le metafore della realtà di Ivo Stazio traggono origine da un insopprimibile desiderio di fuga dall'immediato. Scorre quindi il dettato visivo di una mescolanza di razionalità e passione, il sentimento alberga dietro la pellicola che riporta volontà e conoscenza mentre il segno cerca di rivelare ciò che l'occhio non può contemplare, ma che immagina. C'è in Stazio un'attrazione duplice: la vita nel suo fluire e nell'esistere oggettivamente con tutte le sue componenti di luci e di incanti sempre nuovi, e dall'altra parte la necessità di ridurre tutto ciò a immagini autonome, a un raccordo tra rigore e sintesi formale che si fa esito di una metamorfosi interiorizzata della dimensione... "Tutto è fuori di noi" diceva Nicolas de Stael. Complessa, nella sua apparente immediatezza e semplicità, la scrittura di Stazio condensa enunciati volutamente contraddittori, voci attraverso le quali egli intende rapportarsi alla verità, che è sempre complessa. (...)». (Franco Basile)

«Vi è una sottile relazione tra segno, paesaggio e materia nell'opera di Ivo Stazio che costituisce una costante poetica che ha un'eco immediata. Affiora una struttura silenziosa e lirica che crea un felice equilibrio: una sorta di dinamica interna che arricchisce lo sguardo di attese emotive, di ulteriori possibilità. La pittura di Ivo Stazio dà quindi per risolto il problema della rappresentazione, perché ogni paesaggio esterno è qualcosa che ci portiamo dentro. E' come se le emozioni originarie si riuscissero definitivamente a materializzare. Per questo trovano una forma, che è quella che l'artista sa creare per loro, attraverso un percorso costruttivo che sa determinare un motivo per esistere, nella pittura e con essa». (Valerio Dehò)

«...Ivo Stazio è un pittore ma è anche un intelligente cultore della pittura. Nel suo lavoro si avverte una forte determinazione...la materia della pittura assume il ruolo di protagonista nella sua opera, affidando le sue riflessioni ai molteplici registri impressi al colore, alla pasta 'modellata' del colore, ma concedendo anche al contrappunto delle tracce di una 'figurazione residuale' un ruolo niente affatto secondario....Ricorre anche per questo un riferimento saliente ad Ilario Rossi, interprete dell'ultimo naturalismo arcangeliano...delle textures informali di Piero Ruggeri, o, in variabile più naturalistica, le trame assiepate di un Piero Giunni (meglio che di un Morlotti, o, diversamente di un Chighine) possono integrare la mappa di orientamento per il lavoro di Ivo Stazio... Rimandano persino all'invenzione della natura dipinta in magiche consistenze fluttuanti, in mille policromi riflessi e bagliori, dal grande padre Monet, fra la vegetazione e lo stagno di quel magico giardino di Giverny. Ivo Stazio lascia che l'immagine della pittura collassi, e che il suo corpo materico smotti sino alla base delle tele, come se alludesse ad una splendida 'impossibilità' del fare ancor consistere un'opera d'arte». (Adriano Baccilieri)




Robert Capa Retrospective
termina lo 09 settembre 2018
Real Albergo dei Poveri - Palermo

La mostra dedicata alla figura di spicco del fotogiornalismo del XX secolo, in occasione delle celebrazioni dei 70 anni dalla fondazione di Magnum Photos, giunge a Palermo, promossa dall'Assessorato Regionale ai Beni Culturali e all'Identità Siciliana in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018 ed è organizzata da Civita in collaborazione con Magnum Photos, e la Casa dei Tre Oci. Robert Capa (Budapest, 22 ottobre 1913-Thai Binh, Indocina, 25 maggio 1954), è lo pseudonimo di Endre Friedmann, inventato nel 1936 insieme alla compagna Gerda Taro.

Il progetto curatoriale di Denis Curti, fa fede alla mostra originariamente curata da Richard Whelan. La rassegna, presenta 107 fotografie in bianco e nero, che il fotografo, fondatore di Magnum Photos nel 1947 insieme a Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David "Chim" Seymour e William Vandivert, ha scattato dal 1936 al 1954, anno della sua morte in Indocina. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto, le sue opere raccontano la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà della guerra. Gli scatti, divenuti iconici - basti pensare alle uniche fotografie (professionali) dello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944 - ritraggono cinque grandi conflitti mondiali del XX secolo, di cui Capa è stato testimone oculare. «Se la tendenza della guerra - osserva Richard Whelan, biografo e studioso di Capa - è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ri-personalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. Come scrisse il suo amico John Steinbeck, Capa "sapeva di non poter fotografare la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino"».

L'esposizione si articola in 12 sezioni: Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Nord Africa 1941 - 1943, Italia 1943 - 1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-1950, Indocina 1954. La mostra si conclude con una sezione dedicata ai Ritratti di amici e artisti: Gary Cooper, Ernest Hemingway, Ingrid Bergman, Pablo Picasso, Henri Matisse, Truman Capote, John Huston, William Faulkner, Capa stesso insieme a John Steinbeck, e infine un ritratto del fotografo scattato da Ruth Orkin nel 1951. La mostra comprende una sezione speciale dedicata alle fotografie scattate da Capa in Sicilia. Il fotografo era giunto qui nel luglio del 1943 imbarcato su una nave che portava rifornimenti e fungeva da copertura per l'avanzata della Settima Armata del generale George D. Patton verso Palermo. Infine sarà messa a disposizione di tutti i visitatori, inclusa nel biglietto di ingresso, una audioguida in italiano e in inglese, con cui seguire tutto il percorso espositivo. (Comunicato ufficio stampa Civita)

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__ Presentazioni di altre mostre di fotografia in questa pagina __

Claudius Schulze: "State of Nature"
termina il 16 giugno 2018
VisionQuesT 4rosso contemporary photography - Genova
Presentazione

Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
termina il 30 settembre 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
Presentazione

Origini edizioni. Anniversario 14-18
termina il 30 aprile 2018
Studio Gennai Pisa
Presentazione

Francesca Catellani. Memories in Super8. (Daily life in Europe 1970/1980)
20 aprile - 17 giugno 2018
Galleria Parmeggiani - Reggio Emilia
Presentazione

Henri Cartier Bresson. Fotografo
termina il 17 giugno 2018
Mole Vanvitelliana - Ancona
Presentazione

"Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi"
24 marzo - 01 luglio 2018
Palazzo Roverella - Rovigo
Presentazione




Sisyu - Ukiyoe Seven - dettaglio acrilico su tela cm.151,5x93,6 2017 Sisyu. Satori, la percezione dello spirito
11 maggio - 23 giugno 2018
Fondazione Luciana Matalon - Milano
www.fondazionematalon.org

Prima mostra personale in Italia dell'artista e calligrafa giapponese Sisyu, che con un approccio filosofico unisce tradizione e innovazione. La selezione di circa 40 opere fra cui grandi dipinti su tela che reinterpretano l'arte classica giapponese; sculture calligrafiche sospese che proiettano le loro lunghe ombre sulle pareti dando un valore aggiunto alla tridimensionalità; una grande installazione video, che mette in scena le scritture attraverso suggestivi giochi di luci e ombre, svelano nel complesso la versatilità dell'arte di Sisyu. Nota infatti per aver incorporato la calligrafia giapponese in altre forme d'arte quali la scultura, le arti multimediali e la pittura, considera l'arte come un processo in continuo divenire in cui si uniscono e mescolano sculture, luci e ombre.

Le sue opere traspongono l'arte calligrafica in un linguaggio contemporaneo, offrendo una nuova dimensione, nuove prospettive artistiche. Lo si osserva sia negli inchiostri su carta come Shatter the Past Tear the Present (2011) in cui il tratto costituisce l'elemento dominante, sia nelle sculture in ferro Solitude (2007), You have loved me (2009) e Beauty (2011) dove gli idiomi nella loro forma tridimensionale, sospesi in aria o su piedistallo, creano ombre con le quali si istituisce un legame imprescindibile. Un dialogo che si ritrova anche nei lavori composti da acrilici su tela e da sottili sculture in ferro, che ne riprendono alcuni dettagli e forme, completandosi vicendevolmente in una visione d'insieme di forte impatto. Ne sono esempio Ukiyoe Seven (2017) che ritrae una donna truccata e abbigliata nel tradizionale stile giapponese i cui tratti del volto e la parte alta del corpo sono ripresi nella scultura antistante o analogamente in Shunga celebrates the pleasure of lovemaking (2018) dove sono rappresentati i corpi di due amanti uniti in un vorticoso abbraccio.

Afferma Vittoria Coen nel testo critico dedicato alla mostra: "Sisyu si esprime, così, con l'ausilio di media differenti, da quelli più antichi a quelli virtuali, con esiti ed effetti di forte suggestione, generata da colori accesi e da un senso della luce particolari. Le esplosioni cromatiche generate da pennellate mosse e sfumate, in cui il linguaggio calligrafico si sovrappone, ci raccontano una specie di metamorfosi che i soggetti vivono. Creature fantastiche popolano il mondo interiore dell'artista che gioca su movimenti ondulati e spiraliformi".

Nella ricerca di Sisyu fondamentale è la fusione delle differenti tecniche espressive veicolo di energia, vitalità, in una costante tensione verso la spiritualità come sostiene il curatore Nello Taietti: "Le opere di Sisyu esprimono l'infinito partendo dal finito e rispondendo a quel bisogno di eternità di cui è espressione la vita spirituale di ognuno". Una spiritualità che traspare da molte opere fra cui l'imponente Feasting crow, feasted crow (2017) composta da 6 pannelli (cm.175,5x370) che affronta il tema legato alla vita e alla morte; l'immagine di un corvo intento a nutrirsi allude alla lotta per rimanere in vita e rappresenta la vita stessa in contrapposizione alla morte. L'acrilico su tela dai toni molto scuri e le sculture sospese di colore rosso, contribuiscono ulteriormente a esprimere l'intensità del momento.

Tramite i suoi lavori l'artista crea un messaggio capace di raggiungere un pubblico internazionale, senza la necessità di conoscere i caratteri giapponesi e i codici calligrafici. Lei stessa parla della sua arte sottolineando come la calligrafia sia, per lei, un modo per trovare la calma nel caos della vita: "Il pennello non è facile da controllare. Hai bisogno di un elevato livello di concentrazione. Quando sei in grado di comandare il pennello, padroneggi quella concentrazione, sei in grado di liberarti da tutto ciò che ti lega. Puoi concentrarti solo su quel momento". Infine, per Sisyu la componente tecnologica è fondamentale perché, essendo il Giappone un paese di cultura e tecnologia, ritiene che combinare questi due elementi sia il modo migliore per trasmettere il suo vissuto al mondo.

Sisyu, dopo essersi trasferita a Tokyo, inizia la sua carriera come artista e calligrafa professionista. Sue mostre personali sono esposte in numerose sedi pubbliche e private internazionali; fra tutte si ricordano nel 2012 quelle in Svezia in occasione della Nobel Prize Cerimony e in Svizzera alla Riunione annuale del Forum economico mondiale di Davos; in Giappone a Tokyo espone nel 2013 al National Art Center, nel 2014 al National Museum of Modern Art e nel 2015 al Tokyo Metropolitan Art Museum. La vediamo inoltre negli Stati Uniti al Florida Morikami Museum e in Francia al Carrousel du Louvre - Museo del Louvre. In Italia le sue opere sono esposte alla Biennale di Venezia (2005/2011) e a Milano in occasione del Salone del Mobile 2014 e presso il Padiglione del Giappone per Expo 2015. Molteplici le collaborazioni con grandi aziende. (Comunicato IBC Irma Bianchi Communication)




Esquilinogram
www.salauno.com

Sala 1, in collaborazione con l' Associazione Arco di Gallieno, presenta la prima mostra d'arte in Italia concepita per Instagram e organizzata secondo dei criteri curatoriali. La mostra sarà visibile on line dal 20 aprile sulla pagina Instagram di Sala 1: @sala1galleria. Curata e ideata da Emily Barr e Mary Angela Schroth per far convergere le potenzialità comunicative del noto strumento social con il lavoro artistico contemporaneo. Il progetto di mostra, diffuso esclusivamente online, raccoglie le opere dei diversi artisti operativi nel quartiere romano di Piazza Vittorio Emanuele II e riuniti nell'Associazione Arco di Gallieno: Fabio Alecci, Paola Glaviano Alviano, Aurelio Bulzatti,Clara Casoni, Franco Cenci, Primarosa Cesarini Sforza, Stefano Cioffi, Gianluca Esposito, Giancarla Frare, Carlo Grossi, Mark Kostabi, Massimo Livadiotti, Michele Marinaccio, Leonella Masella, Giuseppe Modica, Lucilla Monardi, Elly Nagaoka, Beatrice Pasquet, Elena Pinzuti, Elisabetta Pizzichetti, Massimo Ruiu, Loretta Surico, Anna Maria Tanzi.

La collaborazione tra artisti è l'elemento chiave nella storia evolutiva dell'arte moderna: dai Salon parigini all'attuale gruppo romano dell'Esquilino, il 'fare gruppo' e riunirsi in un'associazione ha portato all'ideazione di un'infinità d'iniziative. Come un moderno Salon, la "mostra" proposta da Sala 1 con l' Ass. Arco di Galieno racconta le diverse voci degli artisti attivi nel panorama romano dell'arte contemporanea. L'uso della piattaforma di Instagram può solamente che ampliare la fruizione dell'arte, arrivando a raggiungere nel quotidiano ogni individuo. La Sala 1 ha scelto, fin dal suo inizio, di mettere in mostra artisti che spesso non espongono il loro lavoro nelle gallerie commerciali. Questa piattaforma di social media è la prossima frontiera per promuovere questa missione. (Comunicato stampa)




Vittorio Sopracase - La Falena nella Notte Omaggio a Vittorio Sopracase
28 aprile (inaugurazione ore 17) - 14 maggio 2018
Oratorio di San Sebastiano - Forlì

Omaggio a Vittorio Sopracase dell'Associazione Artisti Dovadolesi, con il patrocinio del Comune di Dovadola e del Comune di Forli – Assessorato alla Cultura – in occasione del secondo anno dalla scomparsa dell'artista. Accompagna la mostra un pieghevole con un testo di Bruno Corà - Oratorio di San Sebastiano in Forli', ed una presentazione di Claudio Spadoni, a cura dell'Associazione Artisti Dovadolesi.

Vittorio Sopracase (Galiziana di Pola - Istria, 1942 - La Spezia, 2016) nel 1947 deve lasciare l'Istria a seguito dei massacri delle foibe, quindi con la madre e il rimanente della famiglia si stabilisce alla Spezia. Compie i suoi studi al Liceo Artistico, poi all'Accademia di Belle Arti di Carrara. Dal 1960 inizia la sua intensa attività espositiva. Dal 1967 al 1975 fa parte del "Consiglio Nazionale del Sindacato Artisti" e dal 1968 al 1982 è Segretario Responsabile Provinciale. Nel 1968 è tra i più entusiasti fondatori alla Spezia della Galleria d'Arte "Spezia 66". Nello stesso anno avvia rapporti operativi con il gruppo Cras di Torino, in particolare con Filippo Scroppo e Sergio Saroni. Conosce ed opera con gli artisti cecoslovacchi Jaroslav Zemina e Jirí Kolár. Nel 1971 il critico d'arte e poeta Cesare Vivaldi gli organizza una mostra personale nella galleria d'arte "Il Capitello" di Roma. Per questa occasione (18 febbraio) gli viene dedicato un servizio televisivo nella Rubrica "L'Approdo" - Lettere e Arti, al Telegiornale delle 13.30 di Rai1. Dal 1960 Vittorio partecipa a oltre 500 Mostre ed Esposizioni collettive, in Italia e all'estero, ottenendo numerosi premi, mentre le Mostre personali sono oltre 40.

A un primo periodo nell'ambito dell'Imprinting Figurativo segue un interessamento alla Pop Art e successivamente alla Nuova Figurazione. Dopo il 1970 avviene la svolta che lo porta a una fedele e intensa ricerca tesa verso una "Astrazione", che guarda prima all'Astratto-Concreto di Lionello Venturi, successivamente all'Abstract Expressionism americano di Harold Rosemberg e Clement Greenberg, nonché a una costante ricerca nell'ambito dell'Abstract Lyrique, testimoniato dalle sue presenze espositive ai Salons Parigini. Non poche le sue attenzioni verso l'Art-Autre e l'École de Paris. Non casuali i suoi viaggi a Parigi e le partecipazioni ai Salons (des Independents, d'Automne, ecc.). Queste esperienze di continua ricerca e costanti spostamenti trovano conferma nelle sue numerose conoscenze espositive in Italia e all'Estero (oltre 400).

Da qui numerose conoscenze amicali e operative con colleghi, intellettuali, artisti, critici d'arte, curatori di eventi, tra i quali: Giovanni Vanni, Enzo Brunori (con il quale stabilì una solida amicizia interrotta dalla scomparsa dell'artista), Giorgio Celiberti, Giovanni Campus, Gastone Breddo, Achille Perilli, Afro, William Xerra, Ernesto Treccani, Toti Scialoja, Filippo Scroppo, Sergio Saroni, Mattia Moreni, Carlo Zauli, Sandro Cerchi, Giancarlo Fasce, Ugo Guidi, Jaroslav Zemina, Jiri Kolibal, Gunther Kirchberger, Klaus Munch, Ulrich Zeh, Renato Ranaldi, Pedro Cabrita Reis, Bizhan Bassiri, Marco Gastini, Paolo Bertolani, Domenico Cara, Cesare Vivaldi, Nello Ponente, Antonio Maugeri, Franco Solmi, Bruno Corà, Jannis Kounellis, Pietro Archis, Melten Nil,Giancarlo Caneva e altri.

Nel 1993, in un momento di grande tensione a seguito della scomparsa degli amici Enzo Brunori e Vanni Ratti, avvenute un giorno una dall'altra, distrugge 57 dipinti di grande formato. Andrà così perduto un periodo consistente del suo lavoro; si salveranno pochi quadri solo perché di altra proprietà. Nel 1998, a Stoccarda, in Germania, insieme ad altri artisti italiani e tedeschi, fonda il Gruppo "Pluritendenze Itineranti", tuttora operante, realizzando importanti esposizioni in varie città in Italia, Germania, Austria e Francia. Nel 2002 Vittorio viene incaricato del Coordinamento Tecnico della Biennale Europea Arti Visive La Spezia –  Biennale del Golfo e della Mostra collegata dedicata a Berto Lardera, entrambi i progetti a cura di Bruno Corà. Nel 2006, in occasione della Mostra Progetti d'artista, realizzata alla "Fondazione Il Fiore" di Firenze, vengono esposte, per la prima volta in pubblico, opere inedite della serie denominata Dolmen, realizzate con materiale di recupero e dove l'intervento del colore viene ancor più impreziosito dalla forma rigorosamente cilindrica, nelle misure più disparate, offrendo una chiave di lettura fuori dalle regole usuali dei materiali e supporti e delle forme (tela, telaio, tavola, quadrato, rettangolo, tondo, ovale), ma volutamente mantenendo il pigmento-colore usuale.

Nel 2008 partecipa insieme ad altri 98 artisti italiani alla "XV Quadriennale Nazionale d'Arte" di Roma, Palazzo delle Esposizioni, dove viene considerato da una giuria di critici internazionali. Inizia a far parte del Fondo Vittorio Sgarbi, per la realizzazione di eventi e progetti curati da Vittorio Sgarbi per il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in Italia. Nel 2013 viene invitato a TV Koper di Capodistria, Slovenia, a parlare delle sue opere realizzate in memoria dei massacri delle foibe nei quali la sua famiglia era stata drammaticamente colpita nel 1947. Nel 2014 partecipa, insieme ad altri pittori e ceramisti, alla commemorazione di Jose' Ortega, al Museo "Casa Ortega" di Bosco, nel Cilento. Dal 2008 al 2016 segue un'incessante attività artistica. Di questi ultimi anni è anche la sperimentazione di nuovi materiali, colori, forme, misure e tecniche. Si nota, infatti, anche uno sviluppo vivace e fruttuoso di conoscenze personali e professionali nel mondo artistico locale e internazionale. Diverse presenze programmate vengono successivamente cancellate dovute alla mancanza improvvisa del pittore. (Comunicato stampa)




Le esplorazioni Polari - mostra a Trieste Immagine dall'Artico nella rassegna a Trieste Mostra al Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste sulle esplorazioni Polari Le esplorazioni Polari
termina il 31 maggio 2018
Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Trieste

L'esposizione realizzata dal Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa - Spazio Filatelia di Trieste e dal Centro Regionale Studi di Storia Militare antica e moderna di Trieste, prende spunto dall'emissione del francobollo dedicato alle esplorazioni polari italiane emessa in occasione del 90° anniversario della spedizione del dirigibile Italia al Polo Nord e dalla ricerca curata da Giampaolo Reiter, socio del Centro Studi, che racconta la storia delle esplorazioni Artiche a partire dal 1800 fino all'impresa di Nobile con il Dirigibile Italia. Numerosi i documenti esposti, dai dispacci postali e relativi annulli, ai diorami relativi alle spedizioni artiche Austro Ungariche dal 1871 al 1874, ai numerosi comunicati stampa dell'epoca, riportati sui quotidiani Il Piccolo, Il Piccolo Sera e Le Ultime Notizie di Trieste. (Comunicato stampa)




Anna Stankiewicz - Girl - acrylic on canvas cm.24x30 2014 Anna Stankiewicz
termina il 18 maggio 2018
Galleria Doppia V - Lugano
www.galleriadoppiav.com

L'incanto dei luoghi riveste tutti gli aspetti della narrazione: gli spazi immaginari e senza tempo, i dialoghi muti tra i personaggi, i contrasti cromatici accesi o declinati con sfumature lievi. Ogni lavoro racconta una storia, nella quale confluiscono esperienze personali, ricordi di fiabe, antiche leggende: rituali privati e collettivi, sogni e paure, proiezioni fantastiche in cui è facile perdersi, muovendo dal mistero per ritrovare scampoli di un proprio vissuto. La mostra di Anna Stankiewicz (Polonia, 1968), a cura di Barbara Paltenghi Malacrida, consente di poter ammirare oltre quaranta opere della sua più recente produzione. (Comunicato stampa)




Immagine dalla locandina della mostra Nuove visioni di un viaggiatore, con opere di Cesare Giardini Cesare Giardini
Nuove visioni di un viaggiatore


termina lo 01 maggio 2018
Strada sotterranea castello di Vigevano

Cesare Giardini ha raccontato in questi decenni la sua visione del viaggio, viaggio che l'artista intende come percorso e come metafora dell'esistenza. Il viaggio è anche il luogo della memoria, della fantasia e del sogno. La cultura occidentale nasce proprio dal lungo racconto dei viaggi omerici ed è proprio sotto le mura di Troia, luogo della fantasia per antonomasia, che ha inizio il grande racconto della classicità e la nascita del mito. L'Iliade, l'Odissea e in seguito l'Eneide sono un infinito viaggiare tra luoghi reali o fantastici lungo le coste del Mediterraneo. In seguito, Dante riprenderà il suo viaggio dagli inferi al paradiso accompagnato proprio da quel Virgilio che aveva raccontato il peregrinare di Enea. E che dire del viaggio straordinario nell'estremo oriente di Marco Polo? Ancora una volta Venezia, meta e punto di partenza di mille viaggi avventurosi da Thomas Mann a Corto Maltese. Col passare del tempo ci troviamo improvvisamente immersi nel viaggio in una stanza e nei ricordi più intimi di Marcel Proust e scopriamo che si può viaggiare senza spostarci, come del resto ci ha dimostrato Emilio Salgari.

Pochi decenni dopo Kerouac descrive nel suo On the road il viaggio moderno della Beat generation che tanta influenza ha avuto sulla letteratura contemporanea e sul cinema dei nostri giorni. Da queste premesse si muove la poetica e la ricerca pittorica di Cesare Giardini. I ricordi dei suoi viaggi, non sempre lontani o in luoghi esotici. Sostiene Giardini che talvolta basta andare in collina a pochi chilometri dalla nostra pianura per scoprire cieli con colori diversi, dialetti simili ma differenti, cibi, pane e vini sconosciuti. Se consideriamo che l'Italia è un susseguirsi di queste differenziazioni ci appare chiaro che il viaggio non ha nulla a che vedere, o non solo, con decine di ore di volo d'aereo. Cesare però ci fa immergere anche in paesaggi che ha visitato e amato come gli argini del Danubio fino al Mar Nero. (...) Luoghi in Europa e lontano ad Est e ad Ovest, al Nord come al Sud.

Ma nei suoi quadri più recenti sono più presenti i monti della Valle d'Aosta, terra di origine della madre, o i colori limpidi e la musicalità della costiera amalfitana dove Giardini ha vissuto e dipinto nei primi anni 90 del '900. Altra terra colma di magie che trapela sovente dalle sue tele è la Sicilia, regione particolarmente amata da Giardini e dove nel 2007 ha tenuto un'importante mostra a Trapani su invito della provincia. Altro luogo del cuore è l'Andalusia, ma Giardini è rimasto sorpreso soprattutto dall'incanto non convenzionale di New York. Queste terre sono il palcoscenico che ospita i suoi racconti narranti le vicende avventurose di una piccola corriera azzurra o ci narrano dei compagni di viaggio, intesi come personaggi letterari protagonisti della sua formazione e della la formazione culturale della sua generazione. Qui entriamo nella serie infinita dei ritratti dei compagni di viaggio, come ama definirli il pittore.

Fabrizio De André con i suoi personaggi femminili irriverenti ma ricchi di infinita umanità, Dino Buzzati con le sue storie misteriose e con il so capolavoro: Il deserto dei Tartari, Cesare Pavese con l'incanto del paesaggio collinare, Italo Calvino con le sue Città invisibili, Pasolini con le periferie nascenti, Testori con la sua guerriera piegata dalla modernità: La Gilda del Mac Mahon e tanti altri. Tra i molti non manca uno scrittore sul quale Giardini lavora dai primi anni 80 del '900, l'amico e concittadino Lucio Mastronardi, fonte di grande ispirazione con la sua trilogia vigevanese. In questa mostra Cesare Giardini ci presenta una carrellata di questa sua avventura pittorica esponendo numerose tele dipinte ad olio ed alcuni studi su carta raffiguranti le tematiche sopra citate e anche delle nuove opere che hanno per tema l'impatto che il nuovo paesaggio ha sulla nostra sensibilità come spettatori della sostituzione del bel paesaggio italiano con centri commerciali invadenti e stonanti con i loro immensi parcheggi.

Nelle sale della Strada sotterranea del Castello sforzesco di Vigevano saranno esposti anche alcuni quadri "storici" di Cesare Giardini come Il grande Trittico per Lucio, il quadro Napoli, della serie Cuochi d'Italia e alcuni disegni della sua collezione privata come L'incendio della biblioteca di Alessandria e l'acqua tinta dedicata alla figura del noto avvocato Calogero Giglia.La mostra a cura Di Fortunato D'Amico è realizzata con il patrocinio del comune di Vigevano, con il patrocinio della Fondazione Vincenzo Roncalli e in collaborazione con l'associazione culturale Il Faro, con Rete Cultura di Vigevano e con l'associazione Astrolabio. Cesare Giardini nel mese di maggio esporrà con lo scultore Fabio Castelli allo Spazio b di Palazzo Sanseverino a Vigevano. Nel mese di luglio sarà ospite dell'assessorato alla cultura dell'isola di Procida dove terra una personale intitolata Un pittore e il suo viaggio nella chiesa di Santa Margherita Nuova. Per quest'ultima mostra sono in corso i contatti per realizzare durante l'evento la costruzione del Terzo paradiso di Michelangelo Pistoletto in collaborazione col castello di Rivoli. Nel mese di Giugno Giardini è nuovamente presente a Vigevano con una selezione di opere ai via Caduti Liberazione nel ex Moda giovani. (Comunicato stampa)




Opera di Maria Rebecca Ballestra dalla locandina della mostra Labrys Maria Rebecca Ballestra: Labrys
termina il 30 giugno 2018
Galleria Spazio Testoni - Bologna
www.spaziotestoni.it

Esposizione di opere realizzate per il progetto di Maria Rebecca Ballestra e a cura di Giorgia Gastaldon, che in occasione di questa serata inaugurale insieme presenteranno in anteprima anche il catalogo monografico sul progetto stesso appena pubblicato da De Ferrari Editore di Genova. Labrys è un progetto di arte contemporanea ideato e realizzato dell'artista visiva Maria Rebecca Ballestra che, come suggerisce il titolo stesso, indaga il tema - simbolico e visivo - del labirinto, prendendo spunto dalla lettura dei testi di Julien Friedler The Truth of the Labyrinth. Il progetto si è sviluppato durante due anni attraverso nove tappe, ciascuna delle quali si è concretizzata nella realizzazione di una o più opere d'arte, frutto di collaborazioni con altri protagonisti del mondo del contemporaneo (artisti, coreografi, attori, scrittori, e così via...), e in residenze d'artista nazionali ed internazionali.

Oltre alle opere realizzate interamente da Maria Rebecca Ballestra ed in collaborazione con altri artisti, e quelle realizzate dagli artisti invitati, accompagnano questa esposizione allo Spazio Testoni sei storici documenti fotografici sull'opera di Land Art Spiral Jetty realizzata nel 1970 da Robert Smithson a Rozel Point, Great Salt Lake Utah - Usa, e l'opera di Aldo Spinelli Il segno e il simbolo del 1978, entrambe gentilmente concesse dalla Galleria UnimediaModern di Genova. Il soggetto "labirinto" non è scelto dall'artista in maniera casuale, anzi: Maria Rebecca Ballestra porta avanti la sua riflessione su questo tema proprio alla luce della constatazione che l'immagine del labirinto, nei diversi secoli e civiltà, è stata sempre investita di significati diversi e "altri". Nelle varie tappe di questo progetto, infatti, l'artista indaga, di volta in volta, un aspetto diverso legato all'immagine ed al concetto di labirinto e ciascuna di queste riflessioni rappresenta una diversa tappa di Labrys.

L'intero progetto - realizzato anche grazie alla promozione di Altreforme Udine - si è concretizzato in una serie di mostre, tavole rotonde, laboratori didattici, performance, che si sono svolte a Gorizia da Ottobre 2017 a Marzo 2018. Il progetto affonda le sue radici su una solida ed intricata rete di partner tecnici e scientifici. Nei mesi della sua gestazione, infatti, numerosissime sono state le realtà che hanno fornito, nei modi più diversificati, il loro prezioso contributo allo svolgimento ed alla realizzazione dell'ambizioso programma di Labrys. Dopo Gorizia il progetto Labrys, si sposta a Bologna ospite della galleria Spazio Testoni, anch'essa tra i partner di questo progetto e che dal 2012 rappresenta il lavoro dell'artista Maria Rebecca Ballestra. (Comunicato stampa)




Opera di Ettore Sordini Ettore Sordini: Opere 1957/2002
28 aprile (inaugurazione ore 18.00) - 30 maggio 2018
Galleria Peccolo - Livorno
mostre-e-dintorni.blogspot.it

Ettore Sordini (Milano, 1934 - Cagli, 2012) comincia a dipingere ed esporre nella metà degli anno '50. Incoraggiato da Lucio Fontana, frequenta il mondo artistico della bohémienne milanese di quegli anni tra Brera e il Bar Giamaica dove stringe amicizia con Piero Manzoni, Castellani, Peverelli e molti degli altri artisti frequentatori. Aderisce a tutti i movimenti e manifesti che in quel decennio cercano il rinnovamento della Pittura e dell’arte del dopoguerra: Arte Nucleare, Contro lo Stile, ecc. Sono di quegli anni le opere "Antropoidi" 1957 e le "Composizioni Nucleari" 1958-59. Nel 1962 si allontana dalle radicalizzazione artistiche e dall’azzeramento proposto dal Gruppo Azimuth di Manzoni e Castellani prima e dai Cinetici poi, con le loro opere optical; e fonda insieme con Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Arturo Vermi e Angelo Verga il Gruppo del Cenobio.

Gli amici milanesi del Cenobio erano accumunati dal rifiuto di cancellare la pittura attraverso la deformazione della superficie come predicavano gli aderenti di Azimuth o del Gruppo Zero, ma, al contrario, recuperavano il valore della pittura e della superficie della tela tracciandovi segni minimi, appena palpabili: una Pittura, alcuni Segni accennati sul quadro e la superficie pittorica era completata con poetici segni minimi a formare quasi una scrittura immaginifica. Sono di quegli anni le serie di quadri "Almugavari" 1962, "Campo dei Paladini" 1963 e le carte intelate "Scrittura". Dopo lo scioglimento del Gruppo, Sordini proseguirà la sua ricerca pittorica sempre basata su una pittura minimale formata da pochi ma essenziali segni sulla tela. Fino ad approdare dopo gli anni '90 alla serie di dipinti "Marine"; "Paesseggiate" e i quadri degli ultimi anni intitolati "Marina novecento" in cui riprende la memoria della tradizionale pittorica astratta novecentesca italiana.

In questa concisa retrospettiva livornese sono esposti esempi di opere delle serie qui citate e una particolare parete della galleria è dedicata ai quadretti "mignon", telette di piccolo formato cm.13x18, nelle quali Sordini componeva un minuscolo, variopinto campionario dei temi che aveva sviluppato in tanti anni del suo lavoro. Accompagna la mostra un catalogo bilingue italiano/inglese edito dalle Edizioni Peccolo, con la prefazione del curatore della mostra Bruno Corà, le testimonianze di Ugo La Pietra e Nanda Vigo e le riproduzioni delle opere in esposizione. (Comunicato stampa)




Opera di Nelio Sonego L'Occhio Filosofico
termina il 16 maggio 2018
Galleria A arte Invernizzi - Milano

Come scrive Massimo Donà l'esposizione "si propone di far interagire l'occhio 'intellettuale' del filosofo e quello 'intuitivo' del poeta (entrambi sublimi facitori di parole) con quello 'sensibile', e più specificatamente 'visivo', dell'artista. Con il proposito di far emergere una serie di magiche corrispondenze; e soprattutto a partire dalla convinzione secondo cui artisti, filosofi, poeti, scrittori e musicisti sarebbero tutti ugualmente impegnati a far luce su un unico 'mistero': quello dell'esistere. Si tratta insomma di far emergere le più sottili e invisibili 'concordanze', e fors'anche la 'ritmica' che lega (logos-legein) in un unico svolgimento le raffinatissime testimonianze 'discorsive' di Carlo Invernizzi, quelle di Andrea Emo e quelle visive messe in opera dagli artisti - scelti in base alla specifica attenzione costantemente rivolta da ognuno di loro a ciò che, solo, può lasciar trasparire quanto, del reale, continua imperterrito a 'resistere' ad ogni volontà di addomesticante traduzione, costringendoci a cominciare ogni volta da capo. Situandoci in quella condizione impossibile, nonché inesperibile, per quanto necessaria e fors'anche esaltante, che, sola potrà forse rendere ragione del nostro altrimenti 'insensato' sentirci 'creatori'".

In quest'occasione gli scritti di Massimo Donà, del poeta Carlo Invernizzi e del filosofo Andrea Emo sono messi in relazione attiva con le opere esposte. Il percorso si articola sui due piani della galleria con l'intento di far emergere le possibili connessioni, relazioni e consonanze tra diversi linguaggi e ricerche. Così i lavori di Rodolfo Aricò, Carlo Ciussi, Philippe Decrauzat, Riccardo De Marchi, François Morellet, Mario Nigro, Pino Pinelli, Bruno Querci, Mauro Staccioli, Niele Toroni e Michel Verjux presenti al piano superiore sono messi in ideale connessione con la sezione pensata per la sala al piano inferiore, in cui si trovano le opere di Gianni Asdrubali, Nicola Carrino, Alan Charlton, Dadamaino, Nelio Sonego e Günter Umberg. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Massimo Donà, poesie e scritti di Carlo Invernizzi, scritti di Andrea Emo e Massimo Donà e un apparato biografico. (Comunicato stampa)




Opera di Clare Lillingston dalla mostra Eyes Open Clare Lillingston: Eyes Open
termina lo 03 maggio 2018
Immaginaria arti visive gallery - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Ogni tanto, senza cercarlo, attingiamo al flusso dell'energia universale. Succede, forse, solo quando siamo realmente presenti nel momento attuale. Quando lavoro con la carta e l'inchiostro, o quando medito o pratico il Tai Chi, sono più presente del solito nel momento attuale. Con questo lasciare andare il passato e il futuro, qualcosa di inaspettato può accadere. In questa serie di disegni ho accettato l'inaspettato. (Clare Lillington)

Clare Lillingston (Inghilterra) ha studiato storia dell'arte e restauro. Ha lavorato come conservatrice presso alcuni musei del Regno Unito e come guida in Italia. Parallelamente alle sue attività professionali nel settore delle arti visive, Clare si è sempre dedicata alla pittura. Più recentemente, dipingere è diventata la sua occupazione principale. Ha mostrato il lavoro Patternistic a Firenze in 2011.

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Once in a while, without seeking it out, we tap into the flow of universal energy. Maybe it only happens when we are truly in the present moment. When I work with paper and ink, as when meditating or practicing Tai Chi, I am more in the present moment than usual, with this 'letting go' of past and future, something unexpected can happen. In this series of drawings I accepted the unexpected. (Clare Lillington)




Valerio Adami - Looking to the east - acrilico su tela cm.198x147 2001 Giorgio Griffa - Policromo - acrilico su tela cm.120x190 2003 Galliano Mazzon - Senza Titolo - tecnica mista su cartone cm.66,5x47,7 1946 "Yesterday, Today, Tomorrow"
Elegia del colore dagli anni '40 ad oggi


27 aprile - 21 luglio 2018
Galleria d'Arte 2000 & Novecento - Reggio Emilia
www.duemilanovecento.it

Esposizione collettiva che, attraverso le opere di tredici autori selezionati, illustra l'uso del colore nella pittura italiana dagli anni '40 ad oggi. Tre sezioni distinte, ricerche ed espressioni artistiche differenti, proposte eterogenee che, pur nella loro diversità, risultano complementari l'una all'altra. La parte storica comprende due opere del 1946 di Galliano Mazzon, esposto per la prima volta in Galleria, due tempere su tela e su cartoncino, rispettivamente di Mario Nigro e Carla Accardi, e due opere di Fausto Melotti riferibili agli anni '70. A completare il gruppo, una tela di Giulio Turcato del 1971, un paesaggio di Carlo Mattioli, caratterizzato da una grande matericità, colori intensi e dipinto al limite della sinestesia, ed un olio su tela del 1988 Piero Dorazio, artista che ha incarnato per una vita la ricerca dell'Astrattismo italiano.

La sezione "Today" pone l'attenzione su opere recenti di Enrico Della Torre e Valerio Adami, entrambi nati nella prima metà degli anni '30. Lavori a sviluppo geometrico di Della Torre accostati a "Looking to the east" di Adami, il cui stile si distingue nell'uso di una materia cromatica in stesure piatte, lisce e continue, all'interno di nette recinzioni nere delimitate dal disegno. Concetto e disegno confluiscono pertanto inscindibilmente nell'impianto artistico-narrativo del quadro suggerendo un forte e sicuro impatto comunicativo ed emotivo. A queste ricerche, si aggiungono un dipinto di Walter Valentini e diversi lavori di Giorgio Griffa, al centro di importanti rassegne italiane ed internazionali. Dell'artista torinese sono esposti, in particolare, due acquerelli su cartoncino e un acrilico su tela di grandi dimensioni. Aprono, infine, al divenire le sculture da parete di Paola Pezzi, realizzate attraverso il meticoloso assemblaggio di matite colorate, ed un grande paesaggio contemporaneo del 2002 di Andrea Chiesi, "S.P.K. 38", dipinto in maniera lenta e rigorosa, in cui tempo e memoria si fondono con i concetti di impermanenza e vacuità.

Nell'ambito della mostra, il 12 maggio, alle ore 18.00, si terrà una performance musicale con sound brasiliani, Bossa Nova e jazz. Si esibiranno il cantautore brasiliano Caio Chagas, la cantante Elizangela Torricelli ed il chitarrista salentino Claudio Tuma. L'evento è parte di "Musicali Domestici", rassegna di concerti privati ospitati in spazi non istituzionali della città, nata da un'idea di Francesca Codeluppi, Giovanna Mambrini, Elena Bertacchini e Elena Boni. Ingresso libero senza obbligo di prenotazione. (Comunicato CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Immagine Soyuz L'esplorazione spaziale fra modellismo e filatelia - mostra a Trieste L'esplorazione spaziale fra modellismo e filatelia
termina il 26 maggio 2018
Palazzo delle Poste - Trieste

L'esposizione nata dalla collaborazione tra il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa di Trieste e il Centro Regionale Studi di Storia Militare antica e moderna di Trieste, farà conoscere al visitatore il progetto originale realizzato dall'Associazione "Space in a hand" ("Lo spazio in una mano") di Giovanni Chelleri, responsabile della sezione astronautica dell'Associazione. Un progetto in cui la passione per l'astronautica e l'astronomia hanno "insegnato" a Chelleri ad "autocostruire" modelli di sonde, missili e satelliti per divulgare attraverso il modellismo e l'autocostruzione, il misterioso mondo dell'esplorazione spaziale. Il concetto "Space in a hand" vuole invece promuovere la passione per la riproduzione fedele e dettagliata, e diffondere la complessità e grandezza dell'esplorazione spaziale. Un'avventura cui comprensione e contemplazione può essere alla portata di tutti. A far da cornice alla mostra sarà una rassegna filatelica spaziale (Donazione Costantinides), un racconto cosmico narrato dai francobolli che si rispecchierà nelle stesse riproduzioni esposte. (Comunicato stampa)




Opera di Paolo Gubinelli nella mostra Segni per Dante Segni per Dante - mostra di Paolo Gubinelli a Foligno Paolo Gubinelli: "Segni per Dante"
termina il 26 maggio 2018
Biblioteca Dante Alighieri - Foligno
Locandina della mostra

L'artista Paolo Gubinelli, la cui lunga e fortunata carriera si è espressa con immutata intensità nelle esposizioni realizzate in tanti luoghi d'Italia e all'estero, e spesso nelle biblioteche, si propone ora, nel mese di Dante, aprile, in cui si ricorda la stampa della I edizione della Divina Commedia (Foligno, 11 aprile 1472). Il maestro marchigiano, poeta della pittura, noto per il suo rapporto di sperimentazione artistica con e sulla carta, nel proporci lirici acquerelli di intensa e assieme delicata suggestione emotiva, accosta il suo lavoro ai versi danteschi con opere realizzate su carta a mano della cartiera Artem di Fabriano. Ospitata già alla Biblioteca Classense di Ravenna nel 2016 e nel 2017 nel monastero di Fonte Avellana negli spazi dello scriptorium e della cripta, è stato scelto quale testimone della Commedia da affiancare al lavoro di Gubinelli il più antico manoscritto di Dante posseduto dalla Classense, quel manoscritto classense 6 copiato da un copista padano, Bettino de' Pili, alla fine degli anni Sessanta del Trecento, a cinquant'anni dalla morte del poeta.

Scrive di lui, nella sua presentazione al catalogo della mostra, Claudia Giuliani, già direttrice della Biblioteca Classense del Comune di Ravenna: "Sulla carta, o sulla pergamena, il poeta prima, il copista poi, tracciano il testo, gli conferiscono quella materialità che noi percepiamo nella coinvolgente esperienza personale della lettura del testo poetico. Scegliendo i versi di Dante dedicati a Ravenna, estrapolandoli dal contesto del canto di cui fanno parte, ma lasciandoli nella forma che il copista, l'inchiostro, il supporto scrittorio, hanno dato al testo dantesco, è stato instaurato un dialogo fra segni, quei Segni per Dante che l'artista Gubinelli ha voluto come titolo per la sua mostra, e i versi manoscritti della Commedia.

Paolo Gubinelli è un artista lirico, che si rapporta alla poesia nella costante ricerca del verso poetico come fonte e finalità di creazione artistica; a lui tanti poeti, spesso contemporanei e fra i maggiori, hanno dedicato loro versi in dialogo con la sua opera. Oggi egli propone, in questo omaggio a Dante, una scelta di lavori in cui le pennellate conferiscono forme astratte ai colori sulla carta, attraversata dagli accumuli di materia pittorica che riempiono le incisioni che la solcano, i graffi che la incidono, percepibili come rilievi, al tatto negli originali, all'occhio nelle riproduzioni del catalogo. Il rimando alla poesia verbale rimane criptico, affidato allo sguardo del fruitore-lettore, alle sue intuizioni, alle sue scelte, alla sua preziosa ed insostituibile performance percettiva e critica". (Comunicato stampa)

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«Dante»
di Nidia Robba (poesia dedicata a Dante Alighieri pubblicata nel libro Ultima cetra)

Poesia




Opera di Andrei Shchurok Andrei Shchurok: "Il dono della tenerezza"
termina il 10 maggio 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«L'arte di Andrei Shchurok offusca gli spigoli della percezione, catturando i processi di trasformazione delle forme di questo mondo ai livelli di materia ed energia sottili. La loro interpretazione, inconsapevole della solita "prima" attenzione, forma un'immagine della realtà umana, ma l'artista rende cosciente l'inconscio, diventando un co-autore dei processi stabili invisibili che hanno luogo nell'universo planetario. Allo stesso tempo, il pittore non invade la realtà con il bisturi della ragione, vediamo in sostanza un'arte contemplativa che rappresenta un'interazione armoniosa con la realtà. Guidato dalla spontaneità creativa, l'artista appare co-creatore degli elementi dell'universo, poiché la sua attività osservativa è in armonia con il mondo. Allo stesso tempo, la maggior parte dei dipinti non possono essere definiti paesaggi nel senso abituale di un pubblico di massa. La creatività di Andrei Shchurok collega lo stato della realtà naturale con lo stato dell'anima dell'artista, e viaggia attraverso i luoghi del mondo fisico diventando vagabondaggi concomitanti attraverso i mondi della coscienza individuale. E' così che si realizza la realizzazione dell'espressione per l'unità dell'uomo e dell'universo cercata da molti.

In piena conformità con la sua natura del viaggiatore, la cui massima espressione archetipica è l'immagine del Viaggiatore, Andrei Shchurok ammette prontamente che la sua arte è definita "strana", sottolineando che anche questo è un complimento. E' nelle immagini "strane" che mostrano le peculiarità del percorso spirituale e la singola gnosi del loro creatore che si può scoprire costantemente qualcosa di nuovo per se stesso, tale arte ha un valore reale e, secondo l'artista, non si annoia mai. Una caratteristica distintiva del processo creativo di Andrei Shchurok è che, confondendo i confini della percezione condizionata, non è in conflitto con la realtà e non si sforza di ricrearla intenzionalmente, esistendone armoniosamente: "Non sono un artista manifesto. L'arte è organica per la mia vita. Mi piace la lotta con la tela o, al contrario, quando il processo creativo procede facilmente"». (Gregori Korzenevskiy - Corriere di Vitebsk, 15 dicembre 2017)

Andrei Shchurok (Minsk - Bielorussia, 1976) all'età di undici anni inizia a studiare alla Scuola d'Arte per bambini nella città di Vitebsk. Sempre a Vitebsk continua gli studi presso la scuola di Belle Arti e l'Università delle Arti, si laurea in Arti Grafiche. Tutto il percorso accademico di Andrei è profondamente radicato alla tradizione della Scuola di Vitebsk che a sua volta si ispira alle opere di due grandi maestri che hanno vissuto e lavorato in questa città: Marc Chagall e Kazmir Malevich. I suoi dipinti si trovano in collezioni private in Bielorussia, Russia, Inghilterra, Germania, Spagna, Italia, Lettonia.

E' la seconda esposizione per Andrei Shchurok nella città di Mantova, che segue la personale "Jazz&Paint" realizzata alla Casa di Rigoletto nel 2010. "Il dono della tenerezza" - a cura di Arianna Sartori - è promossa dall'Associazione Forum per i diritti dei bambini di Chernobyl onlus di Mantova, nata dopo il disastro nucleare di Chernobyl per promuovere soggiorni terapeutici per i minori bielorussi che provengono dalle zone contaminate, bambini orfani sociali che vivono in istituti in quanto abbandonati dalle famiglie d'origine o allontanati dalle stesse. Nel corso degli anni centinaia di bambini e ragazzi sono stati accolti dalle famiglie della provincia di Mantova. Inoltre, grazie alla generosità di alcuni sponsor privati, l'Associazione supporta economicamente gli istituti per garantire ai giovani ospiti condizioni di vita migliori. (Comunicato stampa)




Silvano Clavora - Espressione carsica 05 - tecnica mista cm.150x120 2013-2016 Silvano Clavora: Espressioni carsiche
13 aprile - 18 maggio 2018
Palazzo del Consiglio Regionale - Trieste

La rassegna, introdotta dall'architetto Marianna Accerboni, propone più di una cinquantina di lavori, tra cui molti inediti, realizzati dall'artista secondo varie tecniche e dedicati esclusivamente al Carso: dal figurativo d'inclinazione tradizionale dipinto a olio su faesite negli anni Sessanta, al materico a tecnica mista degli anni Duemila, orientato sempre più verso l'informale.

Presentazione mostra




Armando Testa - Cane randagio - Serigraphy on silk cm.35x35 1972 Armando Testa: "punto e basta"
inaugurazione 18 aprile 2018, ore 18.30-21.00
Galleria Lia Rumma - Milano
www.liarumma.it

Armando Testa è stato uno dei più grandi creativi italiani, protagonista della cultura visiva contemporanea, creatore di simboli entrati a far parte del nostro immaginario collettivo. L'artista ha esplorato molteplici linguaggi riuscendo a creare capolavori senza tempo, la cui modernità è oggi fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei. Con le sue opere ha dimostrato una profonda conoscenza dei processi semiotici e visivi che stanno alla base del nostro sistema comunicativo, generando attraverso le sue immagini doppi sensi e nuovi significati. Frutto di un'approfondita ricerca d'archivio, la mostra presenta disegni, serigrafie e fotografie, ma anche dipinti, sculture e opere di design con l'obiettivo di esplorare gli aspetti concettuali dell'opera di Testa, sottolineando come le sue intuizioni comunicative spesso fossero il frutto di un processo creativo che partiva dall'arte, per poi trasformarsi e creare immagini capaci di cogliere i cambiamenti in atto e un futuro non ancora visibile a tutti.

Un esempio perfetto di questo processo è la scultura Uno e mezzo (1960) presente nella prima sala espositiva: quello che tutti noi conosciamo come Punt e Mes, immagine legata al logo del famoso vermouth Carpano, nasceva in realtà come scultura minimalista alla metà degli anni Cinquanta, composta da un'essenziale sfera e mezza. Ad accompagnare l'opera, nella prima sala, sono allestite anche una serie di lavori che fondono l'interesse di Armando Testa per l'arte e per il design. Su una parete sono infatti esposte una serie di opere realizzate in laminato, con la sovrapposizione di ricercate cornici d'epoca che sottolineano la valenza pittorica delle opere stesse, un omaggio dichiarato al grande Piet Mondrian. Ricordano quelle utilizzate per incastonare antichi specchi sostituiti dai quadri realizzati con linee perpendicolari e campiture di colore geometriche, di colori primari, assieme al bianco e al nero, come se Testa ci indicasse che invece di specchiare noi stessi, dovremmo aspirare alla continua ricerca di equilibrio e perfezione formale che Mondrian aveva intuito nella sua arte.

Di fronte ad ognuno di questi quadri è collocata la famosissima Sedia AT (1990), realizzata utilizzando la forma delle sue iniziali negli elementi essenziali: la seduta (a forma di A) e la spalliera (a forma di T). Queste sedie hanno un valore performativo, Testa si è ispirato ad una situazione reale, probabilmente una delle tante conferenze a cui partecipava, in cui il relatore di turno risultava noioso. Per questo ha ipotizzato una sala piena di queste sedie e il pubblico, se stesso compreso, che ad un certo momento si siede a cavalcioni, con le braccia e il capo sulla T in modo da fare, nei momenti più critici del congresso, una solenne russata. Queste sedie, come da sua indicazione, sono allestite in mostra come se mimassero gli inginocchiatoi delle chiese, per esprimere ancora di più il desiderio di specchiamento e al tempo stesso di contemplazione delle forme geometriche delle opere ispirate a Mondrian.

Completano la sala altre tre opere. Una sedia-matita in cui una delle gambe è rappresentata da una matita che trafigge la seduta, creando un precario equilibrio. L'oggetto simboleggia l'idea dell'odio e amore verso la sua professione: martirio del corpo perché costretto su una sedia per diverse ore, ma allo stesso tempo, gioia della mente che crea. Accanto, è presentato l'Armadio Y (1971) che rappresenta nel nostro immaginario e nel suo utilizzo, uno degli elementi identitari di una persona. Testa pensa di decorarlo con una grande lettera dell'alfabeto in rilievo: l'accostamento di lettere diverse si presta alla creazione di messaggi personali. Le opere sono accompagnate dalla Sedia Antropomorfa (1976) la quale contiene in sé l'idea dell'oggetto e della persona. Al primo piano il tema dominante è rappresentato dalle mani e in particolare dalle dita. Quella per le dita era una vera e propria ossessione per Testa, che utilizzerà spesso come iconografia delle sue opere, come nella composita serie di disegni, acquarelli e piccoli dipinti esposta su una delle pareti della galleria e realizzati a partire dagli anni Sessanta; così com'è nella serie di foto allestita nella parete opposta.

La scelta allestitiva deriva dalla volontà di sottolineare come l'immagine delle mani e delle dita abbracci idealmente il resto delle opere qui esposte come espressamente testimoniato dalla serie di sculture di ceramica Mani, realizzate tra il 1969 e il 1987 e, in modo più sottile, nella scultura dell'Aquila meccanica (1977), il cui realismo è stravolto dall'inserimento dell'occhio meccanico e dal colore destabilizzante della vernice industriale che ricopre le piume dell'uccello regale, che rappresentano, ancora una volta a sottolineare l'importanza del ruolo e delle iconografia delle mani, le impronte digitali dell'artista. Infine al secondo piano, il percorso espositivo si completa con alcune realizzazioni tra le più conosciute e famose, nate a partire dalla fine degli anni Cinquanta: animali e personaggi fantastici che hanno origine spesso da giochi di accostamenti tra il linguaggio Pop dei soggetti e il Surrealismo dei materiali utilizzati.

Si accostano a queste opere sculture, dedicate al tema del cibo, concepite a partire dagli anni Sessanta. Sono visibili in mostra: Michetta energetica (1968), Tavolo riservato con scarpine (1980), Stallone Sylvestre (1986), Spadaccini infiammati (1987) e Nocero umbro (1991). Nella stessa sala è allestita l'opera Omaggio a Armando Testa (1995) che Haim Steinbach gli ha dedicato e che presenta alcune icone del lavoro pubblicitario di Armando, accostate ad un oggetto quotidiano. Papalla, Caballero e Carmencita rappresentano una dimensione narrativa, più conosciuta al grande pubblico, a cui si fonde una sfera più personale e intima simboleggiata dal personaggio del ranocchio. Chiude la mostra la Lampadina limone, geniale invenzione del 1968, emblema e simbolo dell'energia creativa di Armando Testa ammantata dalla sua ironia. (Comunicato stampa)

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Galleria Lia Rumma is pleased to present a solo exhibition of works by Armando Testa, under the title "punto e basta". Armando Testa was one of Italy's greatest creative minds, a protagonist of contemporary visual culture, and the creator of symbols that have entered the collective imagination. He explored countless visual forms and created timeless masterpieces, the modernity of which is now a source of inspiration for contemporary artists. His works reveal a great understanding of the semiotic and visual processes that are at the heart of our system of communication, using his images to create double entendres and new meanings. The outcome of extensive archive research, the exhibition includes drawings, screen prints and photographs, but also paintings, sculptures, and design objects, with the aim of exploring the conceptual aspects of Testa's work. It shows how his intuitive understanding of communication was the result of a creative process that originated in art. This was then transformed to create images that reflected the changes that were under way and a future that was not yet visible to all.

A perfect example of this process is his Uno e mezzo sculpture (1960), on display in the first room: it is what we all know as Punt e Mes - an image linked to the logo of the famous Carpano vermouth. It actually came from a minimalist sculpture of the mid-1950s, which consisted of a sphere reduced by half in starkest simplicity. Accompanying it, in the first room, there is also a series of works that combine Armando Testa's interest in art with his interest in design. On one wall we find a series of works made of laminate, with elaborate period frames place around them to highlight the pictorial value of the works themselves, in an explicit tribute to the great Piet Mondrian. They recall the frames used to mount antique mirrors, which have been replaced by paintings made of perpendicular lines and geometrical blocks of primary colours, coupled with black and white. It is as though Testa were telling us that, rather than reflecting our own images, we should aspire to a constant search for the harmony and formal perfection that Mondrian achieved in his art.

In front of each of these paintings is the universally renowned Sedia AT (1990), the chair made using the shape of his initials in their most elementary form, with the seat in the shape of an A and the back in that of a T. These chairs have performative overtones, for Testa drew inspiration for them from a real situation, probably one of the countless conferences he attended, in which the speaker turned out to be intensely boring. This gave him the idea of a roomful of these units and the public, himself included, would turn round and sit astride the chair, with their arms and heads on the T. During the most critical moments of the conference, they would start snoring loudly. Following his own instructions, these chairs are shown in the exhibition as though they were kneelers in a church, expressing even more forcefully the idea of mirroring and, at the same time, contemplating the geometrical shapes of the works inspired by Mondrian.

The room also has another three works. A chair-pencil in which one of the legs is in the form of a pencil that pierces the seat, creating a precarious equilibrium. The object symbolises the love-hate relationship he had with his profession: martyred in his body when forced to sit for hours on end, but at the same time with joy in his mind during the act of creation. Next to this is his Armadio Y cupboard (1971), which represents one of the identifying features of a person in our imagination, and in its use. Testa decides to decorate it with a large letter of the alphabet in relief: the juxtaposition of different letters is well-suited to the creation of personal messages. The works are accompanied by his anthropomorphic chair, or Sedia Antropomorfa, of 1976, which suggests the idea of both an object and a person.

The dominant theme on the first floor is that of hands and, in particular, of fingers. Testa had a real obsession with fingers, which he often used as images in his works, as we see in the composite series of drawings, watercolours and small paintings shown on one of the walls of the room, which he made from the 1960s. We also see this in the series of photos on display on the wall opposite. The intention behind the display is to show how the image of hands and fingers conceptually embraces the other works on show here. This is clear to see in the Mani series of ceramic hands, made between 1969 and 1987 and, in a subtler way, in the mechanical eagle, Aquila meccanica (1977), the realism of which is upset by the insertion of a mechanical eye and the disorienting colour of the industrial paint that covers the feathers of the royal bird.

Once again highlighting the importance of the role and iconography of hands, they represent the artist's fingerprints. The exhibition ends on the second floor with some of Testa's most famous and best-known creations, which he made from the end of the 1950s in the form of fantastical characters and animals. These often came from visual games played between the Pop language of the subjects and the surrealism of the materials. Sculptures devoted to the subject of food, designed from the 1960s, are shown alongside these works. The following works are on show: Michetta energetica (Energy Roll, 1968), Tavolo riservato con scarpine (Reserved Table with Slippers, 1980), Stallone Sylvestre (1986), Spadaccini infiammati (Flame Fencers, 1987) and Nocero Umbro (1991).

In the same room there is also Omaggio a Armando Testa (1995), a tribute to Armando Testa by Haim Steinbach, which shows some icons of Armando's advertising work next to an everyday object. Papalla, Caballero and Carmencita all represent a narrative world that is well known to the general public, coupled with a more personal, intimate sphere symbolised by the frog character. The exhibition ends with Lampadina limone (Lemon Lightbulb), a brilliant invention of 1968, and an emblem and symbol of Armando Testa's creative spirit coupled with his subtle sense of humour. (Press release)




Opera di Claudius Schulze Claudius Schulze: "State of Nature"
termina il 16 giugno 2018
VisionQuesT 4rosso contemporary photography - Genova

Prima personale in Italia del fotografo e ricercatore tedesco Claudius Schulze. La ricerca alla base di questo progetto si domanda in che misura le protezioni costruite dall'uomo contro le calamità naturali diventano parte integrante del paesaggio europeo. Claudius Schulze (Monaco, 1984) ha percorso circa 50.000 km in Europa sul suo furgone con una piattaforma rialzante, capace di sollevare lui e il suo banco ottico 4x5", fotografando quelli che sembravano essere meravigliosi e pittoreschi paesaggi, ampie vedute panoramiche di luoghi in cui la bellezza della natura è stata sapientemente progettata per resistere ai disastri. In questa era di cambiamenti climatici e di innalzamento del livello dei mari, la cultura benestante europea ha impiegato infatti le migliori e più brillanti menti dell'ingegneria civile per produrre difese contro le catastrofi naturali, sforzandosi di creare vedute "pittoresche" che sono in realtà artificiali e come afferma il pittore inglese del XVIII secolo William Giplin, il pittoresco è l'addomesticamento della natura in un parco paesaggistico.

Il pittoresco riduce la natura al piacevole e consumabile. In ognuna delle fotografie di Schulze c'è sempre qualcosa di non proprio perfetto: i panorami alpini sono attraversati dai paraneve, la costa del mare del Nord come altre spiagge sabbiose, sono solcate e protette da frangiflutti, pareti di dighe minacciose incombono sui giardini delle case, tunnel tagliano montagne come ferite, argini artificiali confinano fiumi e laghi di montagna, pale eoliche contrastano l'energia del vento trasformandola in elettricità. Tutte queste difese e barriere diventano prerogative per ognuno di questi paesaggi: il sole brilla sulla superficie dei laghi di montagna solo perché è stato arginato artificialmente, le dune si ergono solo perché sono protette contro le mareggiate.

Come dice Oskar Piegsa nel suo saggio dedicato a questo progetto "Queste foto non si focalizzano sulla definizione del confine tra cultura e natura. Al contrario: ci mostrano molto chiaramente quanto le due sfere si uniscono l'una all'altra. Nel mondo attuale, l'antropocene del nostro pianeta, sta subendo infatti riscaldamenti, erosioni, deforestazioni, acidificazioni degli oceani, estinzioni e molto di più". Per adesso, possiamo ancora trarre benefici dal costante cambiamento climatico attraverso il nostro consumismo. Le calamità per le quali ci siamo attrezzati e che sono le conseguenze delle nostre azioni, sono sentite in gran parte altrove e non nel "Vecchio Continente". Al momento possiamo ancora illuderci e vivere spensierati, credendo nella bellezza pittoresca della natura, mentre altrove il potere catastrofico della stessa colpisce più duramente di quanto non abbia mai fatto.

Le fotografie di Claudius Schulze sono un'indagine visiva su come queste protezioni contro i cambiamenti climatici, creati dall'uomo, sono diventati inseparabili dai paesaggi idilliaci cosi come li conosciamo adesso. Durante la storia dell'umanità non solo la natura è cambiata ma è anche cambiato il modo in cui la percepiamo. Questi paesaggi sono lo specchio di come siamo arrivati a vedere il mondo: bello, sicuro e senza preoccupazioni. Eppure abbiamo quasi dimenticato quanto il duro lavoro di geologi e ingegneri è fondamentale per mantenerlo cosi. "La natura idilliaca", afferma Schulze, "è in realtà un prodotto di enti di protezione che lavorano duramente per mantenere l'ordine. Gli uominii hanno modellato il paesaggio del pianeta in modo così drammatico che i nostri strumenti di protezione sono diventati parte dell'ambiente, mescolandosi perfettamente nello scenario". La mostra è accompagnata dal libro State of Nature | Naturzustand, pubblicato da Hartmann Books. (Comunicato stampa)




Walter Dahn - Nachbar der welt - cm.38x72 acrilico su tela 1985 Walter Dahn - beuys und die lebte eicke - cm.70x50 acrilico su lino Walter Dahn: Anni '80
termina il 12 giugno 2018
Studio d'Arte Cannaviello - Milano
www.cannaviello.net

Gli anni '80 sono forse i più rappresentativi per l'opera di Walter Dahn e questa mostra, con più di 20 lavori su tela e su carta, ne costituisce un perfetto spaccato. L'artista tedesco, infatti, durante quel periodo matura il suo stile, lontano dalle forme di pittura che nel suo Paese iniziavano a svilupparsi in quel momento. L'espressività di Dahn, come ha rilevato in un'intervista l'artista Richard Prince che ne ha curato un'esibizione nel 2003, si sviluppa sia sotto l'influenza del suo insegnate Beuys sia sotto l'ascendente della cultura americana. Questa sua apertura verso le forme artistiche degli Stati Uniti hanno determinato un linguaggio particolare, se non unico, nella Germania dell'epoca, nel quale si fondono soggetti drammatici e ironici a una rappresentazione ridotta all'essenziale. L'impegno di Dahn come musicista punk, inoltre, ha segnato ancora di più il suo gesto grafico, a tratti stilizzato, elaborato per permettere una comunicazione rapida e di impatto.

Walter Dahn (St. Tönis, 1954) oltre ad essere pittore e fotografo è anche un musicista tedesco. E' considerato fra i principali protagonisti della Junge Wilden. Oggi è uno dei docenti della Hochschule für Bildende Künste di Braunschweig. Ha studiato arte presso la cattedra di Beuys alla Kunstakademie di Düsseldorf tra il 1971 e il 1979. Nel 1982 è invitato a partecipare a Documenta 7 di Kassel, dove espone alcuni suoi dipinti. Fra le sue altre esposizioni si segnalano: 1980, Galerie Paul Maenz, Colonia; 1983, Mary Boone Gallery, New York; 1986, Kunsthalle, Basilea; 2003, Expressiv! Fondation Beyeler, Basilea; 2008, Martian Museum of Terrestrial Art, Barbican Art Gallery, Londra. (Comunicato stampa)




Oddityviz Poster 70x100 - Recording WM OddityViz | Valentina D'Efilippo
termina lo 06 maggio 2018
Wild Mazzini - Torino
www.wildmazzini.com

Per la prima volta in Italia le opere del progetto vincitore del Kantar Information is Beautiful Award 2017, dedicate a Space Oddity di David Bowie. Il cuore del progetto, realizzato insieme a alla giornalista e ricercatrice Miriam Quick, è costituito dieci dischi da 12'' in cui ognuno decostruisce il brano di Dawid Bowie Space Oddity in modo diverso: melodie, armonie, testi, struttura e storia si trasformano in affascinanti sistemi visivi. Registrato al Trident Studios, Space Oddity racconta la storia di un astronauta lanciato nello spazio che lascia il suo razzo si immerge nel vuoto, senza fare ritorno. Il titolo si ispira al film di Kubrick 2001: A Space Odyssey e la sua pubblicazione è stata programmata in concomitanza con la missione Apollo 11, lanciata il 20 luglio 1969.

Il protagonista della ballad, Major Tom talvolta ha un tono beffardo e per questa ragione la BBC è rifiutò di suonarlo fino al ritorno degli astronauti dell'Apollo 11. Tuttavia la storia di questo astronauta che va incontro alla perdita di controllo e di ego, per abbracciare la vastità dell' universo, va oltre il contesto di fine anni Sessanta. Infatti la profondità emotiva e la capacità evocativa del brano sono cresciute con il passare delle generazioni raggiungendo di milioni di persone. Space Oddity è stato il suo primo successo della musica inglese ad entrare nella Top 20 Usa e ne raggiunse il primo posto nel novembre 1975. (Comunicato stampa)




Passaggi d'acqua
termina il 10 maggio 2018
Acquario Civico di Milano
www.acquariocivicomilano.eu

La mostra, curata da Lucilla Saccà con Mario Gorni, si sviluppa nel contesto delle ricerche svolte dalla stessa Lucilla Saccà, docente di Storia dell'Arte Contemporanea e da Martha Canfield, docente di Lingua e Letteratura Ispano Americana e presidente del Centro Studi Jorge Eielson entrambe all'Università di Firenze. E' presentata una scelta di video di artisti che evidenziano le multiformi soluzioni di questo prezioso patrimonio naturale; dall'operato e dalla storia che sull'acqua si svolge, come la vita, i porti e il fenomeno delle migrazioni, alle soluzioni che riconducono la fluidità dell'acqua in dimensioni più esistenziali, immaginarie e metaforiche, alle più recenti sperimentazioni di Living picture.

I video sono stati realizzati dagli artisti Rebecca Agnes, Filippo Berta, Bianco-Valente, Silvia Bordini, Alessandra Caccia, Davide D'Elia, Martina Della Valle, Masbedo, Michele Foti & LiYang, Ottonella Mocellin, Christian Niccoli, Alberta Pellacani, Nicola Pellegrini, Duccio Ricciardelli e Videoartevirale. La scelta del video come medium privilegiato non è casuale e si rivela estremamente indicata per la rappresentazione della trasparenza e della capacità di rapida trasformazione dell'elemento acqua. La proiezione di video viene inoltre a costituire un'espressione visiva complementare alla realtà dell'Acquario, che vive esso stesso della messa in scena della dimensione e della fluidità del mondo sommerso.

Si prevede una presentazione articolata a rotazione dei lavori video, organizzata su tre date: 22 marzo, Giornata mondiale dell'acqua, in occasione dell'inaugurazione della mostra; 14 aprile, ore 18.00, durante il periodo di MIART; 20 aprile, ore 18.00, durante il Salone del Mobile. Successivamente alle presentazioni, i video saranno visionabili nei monitor dell'Acquario all'inizio del percorso delle vasche, per tutta la durata della mostra. La mostra è promossa e prodotta dal Comune di Milano - Cultura, Acquario e Civica Stazione Idrobiologica di Milano, dall'Università di Firenze e dalla Associazione Culturale Centro Studi Jorge Eielson. (Estratto da comunicato stampa)




Marcello Morandini - Tavolo Poker - legno laccato e cristallo ed. Abitare Baleri 2002 Marcello Morandini - Panca Posseduta - legno laccato ed. Cleto Munari 2008 Marcello Morandini - Sedia Bine - legno laccato ed. Sawaya & Moroni 1991 Marcello Morandini: "siamo forma, siamo colore"
termina lo 05 maggio 2018
Punto sull'Arte - Varese
www.puntosullarte.it

Per Marcello Morandini, nome internazionale (ma radicato a Varese) e personaggio unico nel panorama contemporaneo - artista, architetto, designer - la forma è un campo senza segreti. Nel suo lavoro il progetto e l'arte giocano di sponda, si fanno l'occhiolino, si sfiorano continuamente in opere che se appartengono a pieno titolo al campo dell'arte "grande" hanno comunque nel Dna la precisione del design; se invece fanno capo più direttamente al design, possiedono un respiro alto che le pone sempre molto vicino all'arte museale. Due i pezzi di design protagonisti di questo evento: una Scacchiera in porcellana dove lo spirito geometrico di Morandini si stempera in derive fiabesche e un Alfabeto giocoso, vibrante, in bilico tra costruttivismo e un omaggio al Futurismo Italiano. Elegantissime, pulite, capaci di una bellezza che solo l'ordine possiede, le sue sculture evidenziano un'astrazione addomesticata attraverso giochi di geometrie perfette. Sono formule matematiche rese in tre dimensioni per deliziare lo sguardo, impeccabili minuetti dominati dal contrasto tra bianco e nero che catturano la nostra percezione in trappole optical.

Marcello Morandini (Mantova, 1940) frequenta la Scuola d'Arte di Brera a Milano, città dove lavora anche come aiuto designer per un'industria e come grafico per uno studio professionale. Sono del 1962 i primi disegni legati alla sua ricerca artistica. Nel 1964 inizia le prime opere tridimensionali, esposte nella sua prima mostra personale a Genova nel 1965, curata da Germano Celant. Nel 1967 inizia le prime esposizioni più impegnative a Milano, Francoforte e Colonia. Nello stesso anno è invitato alla "IX Biennale" di San Paolo in Brasile. Nel 1968 è invitato con una sala personale nel padiglione italiano, alla "XXXIV Biennale Internazionale d'arte" di Venezia. Nel 1969 è invitato a rappresentare l'arte italiana a Bruxelles, nell"ambito delle manifestazioni di "Europalia". Nel 1970 inizia una collaborazione con il gallerista Carl Laszlo di Basilea; con lui nasce l'importante esposizione del 1972 alla Kestnergesellschaft di Hannover.

Nel 1974 realizza il progetto di una piazza del diametro di 30 metri, per il centro commerciale INA di Varese. Nel 1977 è invitato a "Documenta 6" di Kassel. Organizza presso i Musei Civici di Varese il secondo "Simposio Internazionale di studi di arte costruttiva" con H. Heinz Holz. Nel 1978 allestisce altre sei sue esposizioni personali in musei in Italia, Austria, Svezia e Germania. Nel 1979 ha la prima delle tre esposizioni personali a lui dedicate dal Wilhelm-Hack-Museum di Ludwigshafen, le altre due seguiranno nel 1994 e nel 2005. Nei primi anni ottanta inizia una lunga collaborazione con gli studi di architettura Mario Miraglia di Varese e Ong & Ong di Singapore, dove rimane lunghi periodi, per alcuni importanti progetti di architettura, come il Goldhill Center di 38 piani. Nel 1982 è invitato con Attilio Marcolli a "documenta urbana" a Kassel e nello stesso anno riceve una borsa di studio dal DAAD, per un soggiorno di tre mesi a Berlino.

Nel 1984 realizza la sua prima esposizione di arte e design al Museo della Ceramica a Cerro di Laveno, Varese. Nello stesso anno è invitato in Giappone; iniziano in questo periodo contatti personali con studi di architettura, visite in alcune università ed esposizioni in diversi musei, curate dall'editore e gallerista Masaomi Unagami di Tokyo. Sempre nel 1984 progetta in Germania la facciata di 220 metri della fabbrica di porcellane Thomas a Speichersdorf. Nel 1985 organizza tre importanti esposizioni, la prima all'Axis Gallery di Tokyo, poi una retrospettiva al Museo di Bochum e una a Verona, al Museo di Castelvecchio. Nel 1986-1987 continua la sua attività espositiva nei musei di Darmstadt, Düsseldorf, Mannheim, Helsinki. Il 1987 è anche un periodo di grande collaborazione con la società Rosenthal di Selb per la quale studia la facciata di 64 metri del nuovo edificio amministrativo. Nel 1988 Peter Volkwein, direttore del Museo di Ingolstadt, gli commissiona il progetto di una scultura di 40 metri, come simbolo esterno del museo.

Nel 1991 trascorre un lungo periodo a Kuala Lumpur, in Malaysia, per progettare l'architettura di un edificio commerciale di 34 piani. Nel 1993 ha la prima importante mostra antologica abbinata di arte e design al Museo Die Neue Sammlung di Monaco che esporrà l'anno successivo a Lisbona al Palacio Galveias per "Lisbona capitale europea della cultura". Dal 1994 è membro della giuria del Design Center di Essen. Nello stesso anno assume l'incarico di presidente del Museo Internazionale di Design Ceramico a Cerro di Laveno, Varese, incarico che manterrà per tre anni. Dal 1995 al 1997 è docente di arte e design all'Accademia estiva di Salisburgo. Dal 1997 al 2001 è visiting professor all'Écal di Losanna. Nel 1998 nasce sua figlia Maria Enza, da allora concentra maggiormente il suo lavoro a Varese, città che nel 2000 gli dedica un'importante retrospettiva nel suo museo e un catalogo edito da Charta, Milano. Nel 2000 inizia una collaborazione con "Abitare Baleri" di Bergamo, studiando una collezione di mobili per la casa.

Nel 2003 è docente all'Accademia di Brera di Milano. In Svizzera tiene lezioni alla scuola superiore orologiera HEAA di La Chaux-De-Fonds. Dirige la Sommerakademie a Plauen per il risanamento del parco Martin Lutero. A partire dallo stesso anno è presidente dell'Associazione Liberi Artisti della Provincia di Varese. Nel 2004 è coordinatore del progetto "Vivere Venezia 3" all'Università IUAV di Venezia. Su commissione del Wilhelm-Hack-Museum, progetta una grande scultura di 10 metri per la piazza adiacente al museo. Viene eletto membro onorario del Royal Designer for Industry di Londra. Nel 2005 allestisce in Germania un'importante esposizione antologica di arte e design, all'Europäisches Industriemuseum di Plößberg e al Fürstenberg Museum. Inaugura con una sua mostra personale il nuovo Ritter Museum a Waldenbuch. Nello stesso periodo inaugura il suo progetto per piazza Montegrappa a Varese. Nel 2007 progetta l'architettura del centro culturale "Das kleine Museum" a Weissenstadt in Germania.

Nel 2008, concomitante alla Biennale di Architettura, il Museo Ca' Pesaro di Venezia allestisce una sua importante esposizione, che sarà poi integrata ed esposta l'anno successivo al Neues Museum di Nürnberg. Nel 2010 inaugura una sua scultura di 11 metri, come simbolo dell'Europäisches Industriemuseum di Plößberg, in omaggio a Philip Rosenthal. Fonda a Varese "Artparty" per la cultura sul territorio. Inaugura una sua retrospettiva alla Casa del Mantegna a Mantova. Nel 2013 partecipa alla Biennale Internazionale di Scultura di Racconigi. Nel 2014 si dedica alla progettazione di due importanti esposizioni personali, al Museo Nazionale di Bayreuth, in Germania e alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Nel 2015 partecipa in Germania a tre esposizioni dedicate a tre temi culturali: a München alla galleria Renate Bender con la mostra dal titolo "Black and White", a Waldenbuch al Museum Ritter "Ein Quadrat ist ein Quadrat" e a Konstanz alla Galerie Geiger per il 40° anniversario della galleria. Poi altre tre esposizioni su temi diversi a Varese: al castello di Masnago a Lugano, alla Cortesi Gallery e al Museum of Art di Fukuyama, in Giappone.

Durante l'anno 2016 ha voluto sperimentare la realizzazione di nove differenti esposizioni personali in gallerie private: in Italia a Venezia, Milano, Bologna e Verona, in Austria a Graz e Vienna, in Germania a Costanza, più la presenza in due mostre personali in fiere d'arte a Verona e a Padova. Durante il 2016 si è concretizzata inoltre la collaborazione con Marco Orler nata da una reciproca stima personale. Queste esposizioni sono state progettate per spazi diversi al di fuori di considerazioni di solo prestigio, ma ognuna importante per conoscere luoghi, modi, valori umani e professionalità differenti. Il 2017 non avrà una continuità con le gallerie del 2016 ma vedrà il primo importante impegno espositivo con il Museo MaGa di Gallarate dall'11 marzo al 30 luglio dove avrà modo di ufficializzare la sua Fondazione/Museo Marcello Morandini. Attualmente si occupa della sua fondazione, nata nel mese di dicembre 2016, e della ristrutturazione della sua sede in Varese che sarà operativa, anche come museo, alla fine dell'anno 2018 e della realizzazione dell'impegnativo volume autobiografico/catalogo ragionato. E' in corso fino alla fine di aprile un'importante esposizione personale alla Scuola Grande della Misericordia di Venezia. (Comunicato stampa)




Opere dalla mostra di Elyse Galiano e Donatella Lombardo Elyse Galiano e Donatella Lombardo: Fil Rouge
termina il 27 aprile 2018
Galleria C2 Contemporanea 2 - Firenze
www.c2contemporanea2.com

Doppia personale di Elyse Galiano e Donatella Lombardo in collaborazione con la Galleria Spazio Testoni di Bologna. Fil Rouge indica l'esistenza di un collegamento, di una affinità. Un'artista francese che vive a Bruxelles, e un'artista italiana che vive a Palermo, non si sono mai incontrate, ma un'antica leggenda cinese racconta che tutti noi nasciamo con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra, il filo rosso del destino, che ci lega ad una persona a cui siamo destinati per affinità, e che prima o poi la incontreremo. Le opere di Elyse Galiano e di Donatella Lombardo si incontrano per la prima volta in questa mostra. Entrambe creano opere per raccontare storie di donne: Elyse utilizzando sottili capelli femminili, simbolo per antonomasia della donna, Donatella con fili e fuselli appesi ad antichi spartiti musicali evoca l'intreccio delle loro vite con la musica e il ricamo al tombolo.

Elyse Galiano su grandi tele bianche ricama con lunghi capelli femminili testi di protocolli tratti da antichi manuali di buone maniere dettati per le donne. Questi manuali si sono diffusi in tutta Europa fin dal XVIII secolo, dettando regole per l'educazione delle giovani ragazze e, più in generale, per tutte le donne nel loro ruolo di mogli e di madri, descrivendo con precisione i comportamenti che le donne dovevano seguire per mantenere correttamente la casa, come accogliere gli ospiti e come comportarsi anche nel privato più intimo della camera da letto alla presenza del marito (...)

Donatella Lombardo con "Partiture Mute" pone l'attenzione sulla questione di genere ed in particolare alle difficoltà di molte compositrici del passato ad affermarsi ed essere riconosciute professionalmente nel campo della musica, dove invece predominavano artisti e compositori di genere maschile. Alcuni stralci di spartiti provenienti da composizioni di musica classica sono stati stampati su stoffa poi avvolta a morbidi cuscini puntellati di spilli e posizionati su strutture curve, che assieme ad un intreccio di fili e fuselli, anticamente utilizzati per il lavoro al tombolo, creano micro-architetture, come "mappe sonoro-cromatiche" dello spirito di queste artiste sconosciute ai più. I fuselli appesi agli spartiti creano visioni dinamiche e in dialogo con la composizione ad evocare la gestualità creativa del genio femminile in riferimento al loro antico lavoro di ricamo al tombolo a cui le donne erano un tempo "socialmente" deputate. Altre opere delle due artiste arricchiscono questa esposizione che si sviluppa negli articolati ambienti della Galleria C2 Contemporanea2 offrendo al fruitore un percorso di riflessione su varie tematiche antiche e contemporanee legate dal filo conduttore di due sguardi al femminile.

Realizzare studi artistici e trasmetterli era una naturale ovvietà per Elyse Galiano (Schiltigheim - Francia, 1980) provenendo da una famiglia di disegnatori e insegnanti. Mentre studiava Arti applicate a Strasburgo (Francia), Elyse ha acquisito metodi di ricerca e analisi. Quindi poi gli studi presso le Beaux Arts di Besançon (Fr) le hanno permesso di sperimentare la sua pratica di imaging, installazione, in cui il tessuto assume una parte importante. A questo si aggiunge la tecnica del ricamo che enfatizza il suo lavoro in una messa in scena di parole tra memoria e storia. (...) E' scenografa per Lily & Compagnie, gestisce laboratori di ricamo per ACT Studio ed è impegnata in scuole di arti visive per Mus-e Belgio. Da novembre 2017 a gennaio 2018 la sua prima personale in Italia alla galleria Spazio Testoni di Bologna, dopo aver partecipato con la stessa galleria alla edizione 2017 di The Others Art Fair a Torino.

Donatella Lombardo (Erice, 1980) si forma prima all'Accademia di Belle Arti di Bologna, ottenendo il titolo accademico con una tesi dal titolo Geografie dell'immagine i percorsi del filo. Frequenta la Facoltà di Lettere e Beni Culturali di Bologna, conseguendo la laurea magistrale in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte con una tesi dal titolo La percezione visiva del colore nei dipinti e gli effetti dei nuovi media nel restauro virtuale, premiata da Soroptimist (Ravenna) come miglior tesi nell'anno 2012. Partecipa a varie mostre, fra le più importanti collaborazioni si citano quella con il Museo Riso di Palermo e il MAMbo, Museo d'Arte Moderna di Bologna per il quale svolge attività di co-curatela presentando il progetto Autoritratti I. Nuove Gen(d)erazioni (2013) e sperimentando la prima collaborazione con Uliana Zanetti, ideatrice dell'intero progetto Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell'arte italiana contemporanea (2013).

Il percorso di ricerca ha come fondamento lo studio della percezione dei messaggi in relazione all'influenza delle nuove tecnologie comunicative e l'analisi della loro evoluzione (dalle origini della scrittura alle comunicazioni digitali). Waltter J. Ong, David Bolter, Richard Grusin e Marshal McLuhan sono alcuni degli autori che hanno maggiormente influenzato questo percorso. Ed è proprio l'ultimo studioso appena citato ad ispirare l'opera Il medium è il "messaggio", vincitrice della prima edizione del Premio Prima Pagina Art Prize. Da novembre 2016 a gennaio 2017 la galleria Spazio Testoni ha presentato nelle proprie sale la mostra Remediation, prima personale a Bologna di Donatella Lombardo e nel gennaio 2017 con la stessa galleria ha presentato sue opere in main section alla 41° edizione di Arte Fiera Bologna. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Panta rei dedicata a Gio Pomodoro Gio' Pomodoro: Panta rei
termina il 15 luglio 2018
Galleria Nazionale delle Marche (Palazzo Ducale) - Urbino

In omaggio ad uno dei più emblematici scultori italiani del'900, Gio' Pomodoro, la Galleria dedica una singolare antologica, inaugurando, di mostre in memoria dei grandi artisti di origine marchigiana. La mostra, fortemente voluta dal Direttore Peter Aufreiter, nasce dal progetto ideato dall'architetto Marisa Zattini col figlio dell'artista Bruto Pomodoro che propone un dialogo inedito fra l'arte rinascimentale e la scultura classica contemporanea. Questo omaggio al Maestro marchigiano - uno fra gli scultori italiani più significativi del dopoguerra - avviene a sedici anni dalla sua scomparsa e a quattordici anni dall'inaugurazione della piazza a lui dedicata a Orciano, grande "Luogo scolpito" dell'artista nelle sue amate terre d'origine.

Profondamente legato ai propri luoghi natali, Gio' Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 - Milano, 2002), l'artista montefeltrino ha più volte ricordato quanto la cultura materiale, paesaggistica e storica del Montefeltro abbia influito sul suo percorso artistico e intellettuale: la scoperta in età giovanile dei capolavori dell'umanesimo rinascimentale, in particolare quelli di Piero della Francesca e di Raffaello custoditi nelle sale della Galleria Nazionale, sono stati fondamentali per lo sviluppo creativo del giovane artista. Il cortile di Palazzo Ducale, nelle sopralogge e negli affascinanti spazi sotterranei, appannaggio della corte di Federico, Duca di Montefeltro, ospita 25 sculture fra marmi, bronzi e poliesteri, alcuni di dimensioni monumentali.

A completamento della mostra si potranno ammirare una dozzina di grandi carte disegnate a china, alcune delle quali inedite, strettamente connesse al ciclo delle Tensioni, alle quali il progetto espositivo è interamente dedicato. Nel decennio che va dal 1958 fino al 1968, abbandonate le esperienze legate all'Informale, Gio' Pomodoro sviluppa un propria ricerca legata alla espressione del vuoto: "Il vuoto è all'origine del nostro essere scultori, non già il bisogno di innalzare statue". L'ossessione di ogni vero scultore è per Pomodoro il vuoto, "il tentativo di esprimerlo o catturarlo o definirlo". Le Superfici in tensione, declinate nelle loro molteplici forme - Folle, Tensioni, Forme Distese, Radiali - ne individuano la natura in un fluire continuo, dove "il vuoto coincide con il pieno in un espandersi virtualmente infinito".

Abbandonata la ricerca all'inizio degli anni '70, per seguire la geometria e i numeri ad essa legati, si assiste a una ripresa delle Tensioni a partire dall'inizio degli anni '90 con le opere, documentate in mostra, quali la Figlia del Sole, le Derive fino agli ultimi Frammenti di Vuoto, opere monumentali che chiudono l'esperienza artistica del Maestro sul nascere del nuovo millennio. In un fluire ininterrotto di intuizioni geniali che percorrono un arco temporale di più di quarant'anni di lavoro, le opere di Pomodoro sono la testimonianza di uno fra i momenti artistici più alti nel panorama della scultura internazionale del XX secolo, che gli avvale - pochi mesi prima della sua scomparsa - il prestigioso premio alla carriera Lifetime Achievement Award in Contemporary Sculpture. (Comunicato stampa)




Nancy Burson: Composites. La Pioniera dei ritratti computer-generated
termina il 30 settembre 2018
Galleria Paci contemporary - Brescia
www.pacicontemporary.com

Sin dall'inizio della propria carriera artistica, Nancy Burson si è interessata alle interazioni tra arte e scienza ed è stata tra i primi artisti ad applicare la tecnologia digitale al genere della ritrattistica fotografica. Attraverso la sintesi di diverse immagini resa possibile dall'impiego del suo personalissimo metodo di lavoro, Burson genera opere completamente nuove che sfidano la verità fotografica con la nascita della manipolazione digitale. Il suo lavoro è da considerarsi unico perchè è stata la prima artista ad introdurre i ritratti "composite" nell'era elettronica. E' conosciuta, infatti, proprio per il suo lavoro pionieristico nell'uso delle tecnologie di morphing, l'impiego di programmi computerizzati per cambiare o sovrapporre le foto mostrando nuovi aspetti dell'età, della razza o del personaggio del soggetto originale.

Oltre alla fusione di due o più immagini in un "composite", il lavoro di Nancy Burson include anche immagini modificate al computer attraverso un sistema deformante che interviene cambiando la realtà di un'immagine, invecchiando e ringiovanendo fotografie e proiettando, così, un ritratto nel futuro o nel passato. In collaborazione con i ricercatori del Massachusetts Institue of Technology, Nancy Burson ha iniziato a produrre ritratti "composite" generati al computer tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80: ha sviluppato, così, un software che può essere utilizzato per "invecchiare" un volto umano. Il suo lavoro affonda le proprie radici in secoli di studi sociali, scientifici e pseudo-scientifici sul volto umano.

Tuttavia l'atteggiamento dell'artista verso la scienza è da sempre intriso di ironia e di una profonda consapevolezza delle assurdità insite in molti concetti storici, come quelli di razza e genere, che oggi diamo per scontati. La mostra antologica "Composites" esplora i primi lavori pionieristici di Nancy Burson a partire dal 1976 (Method and Apparatus for producing an image of a person's face at a different age) sino alle serie "Composite" degli anni '70 e '80. Combinando e manipolando digitalmente immagini di individui spesso molto noti, tra cui star del cinema e leader mondiali, Burson esamina questioni politiche, genere, razza e standard di bellezza.

Una sezione speciale della mostra sarà poi dedicata alla serie dei Composite Paintings del 1986: Nancy Burson ha impiegato la sua solita tecnica per combinare e mescolare alcuni dei più famosi capolavori di artisti del XX secolo quali Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, Newman... Un grande volume antologico sarà pubblicato a corredo della mostra. Le opere di Nancy Burson sono esposte in musei e gallerie in tutto il mondo e sono parte delle collezioni di importanti musei quali il Metropolitan Museum of Art di New York; il Whitney Museum of American Art, New York City; il Centro Internazionale di Fotografia, New York City; New Museum, New York City; la Biennale di Venezia, Venezia; il Museum of Contemporary Arts di Houston e il Museum of Contemporary Photography di Chicago. (Comunicato stampa)

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The Paci contemporary gallery is pleased to announce the Solo exhibition "Nancy Burson: Composites. The Pioneer of computer-generated portraits", centered on the American photographer Nancy Burson, the last great new entry in the gallery. Since the beginning of her artistic career, Nancy Burson has been interested in the interactions between art and science and was among the first artists to apply digital technology to the genre of photographic portraiture. Through the synthesis of several photos made possible by the use of her very personal working method, Burson generates completely new works that challenge photographic truth with the birth of digital manipulation. Her work is to be considered unique because she was the first artist to indroduce "composite" portraits into the electronic age. Indeed, she is known for her pioneering work in the use of morphing technologies: the use of computer programs to overlay and manipulate photos showing new aspects of the age, race or character of the original subject.

In addition, by merging two or more images into a "composite", Nancy Burson's work also includes computer-modified images through a distorting system that intervenes by changing the reality of an image, aging and rejuvenating photographs, and thus projecting a portrait in the future or in the past. In collaboration with researchers at the Massachusetts Institute of Technology, Nancy Burson began producing computer-generated "composite" portraits in the late 1970s and early 1980s: she developed software that could be used to "age" a human face. Her work has its roots in centuries of social, scientific and pseudo-scientific studies on the human face.

However, the artist's attitude towards science has always been imbued with irony and a profound awareness of the absurdities inherent in many historical concepts, such as those of race and gender, which we take for granted today. This great anthological exhibition "Composites" explores the first pioneering works of Nancy Burson from 1976 (Methods and Apparatus producing an image of a person's face at a different age) to the "composite" series of the '70s and' 80s. By digitally combining and manipulating images of often well-known individuals, including movie stars and world leaders, Burson examines political issues, gender, race and beauty standards.

A special section of the exhibition will then be dedicated to the series of Composite paintings of 1986: Nancy Burson used her techniques to combine and mix some of the most famous masterpieces of twentieth century artists such as Picasso, De Kooning, Rothko, Cézanne, Van Gogh, and Newman. A large anthological volume will be published in support of the exhibition. Nancy Burson's works are exhibited in museums and galleries all over the world and are part of the collections of important museums such as the Metropolitan Museum of Art in New York; the Whitney Museum of American Art, New York City; the International Center of Photography, New York City; Museum of Modern Art, New York City; the Venice Biennale, Venice; the Museum of Contemporary Arts, Houston; and the Museum of Contemporary Photography, Chicago. (Press release)




Opera di Mary Zygouri Mary Zygouri: La Répétition de l'Impossible
termina il 31 maggio 2018
Prometeogallery di Ida Pisani - Milano
www.prometeogallery.com

Mary Zygouri (Atene, 1973) ricerca e riconfigura le politiche e le poetiche dell'archivio, si colloca nelle crepe, nei conflitti e nei silenzi, facendo emergere storie "minori" che reclamano di essere ascoltate. Mary Zygouri crea una poesia politica e civica attraverso linguaggi di varia natura dalla performance al video e all'installazione, dal ricamo alla fotografia, invitando lo spettatore a una lettura stratificata dei significati. Nelle sue opere lo spazio urbano e quello sociale, con tutte le loro discontinuità, rotture e contraddizioni diventano piattaforme e megafoni aperti alla partecipazione attiva di cittadini-attori-spettatori, concependo punti di vista alternativi, de-naturalizzando concetti consolidati, in una continua lotta per restituire il vero significato alle cose, per aprire strade a nuove visioni. Con un'attitudine allegorica crea strategie critiche finalizzate a ricostruire visivamente la storia e la storia dell'arte, modificando i modelli precostituiti della comunicazione e della società. In mostra sono esposti quattro grandi progetti che l'artista ha realizzato negli ultimi anni, Venus Of The Rags / In Transit \ Eleusis, 2014, Movimento in Semi-Libertà, 2015, Je Reviens Toujours, 2017, The Round Up Project: Kokkinia 1979 - Kokkinia, 2017, 2017, realizzato in occasione di Documenta14, Atene e Kassel. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Origini edizioni Anniversario 14-18 Origini edizioni
Anniversario 14-18


termina il 30 aprile 2018
Studio Gennai Pisa
www.studiogennai.it

La piccola casa editrice di libri fotografici d'artista compie 4 anni. In occasione di questo anniversari saranno esposti tutti i suoi lavori. La casa editrice indipendente ha sede a Livorno e progetta, costruisce e produce libri fotografici d'artista in edizione limitata. La caratteristica è la compenetrazione tra il lavoro fotografico e la poesia, sul filo rosso del ritorno alle origini, nella lavorazione artigianale, nei materiali e nella linea editoriale. Ogni libro è rifinito artigianalmente e prodotto in sole 100 copie numerate e firmate Valentino Barachini, direttore artistico e mente creativa di Origini edizioni, ha iniziato a lavorare nel campo dell'editoria d'arte negli anni Novanta - a ancor prima nella pittura - progettando e realizzando prototipi di libri d'artista. Nel 2014 la sua esperienza si unisce alla parola poetica di Matilde Vittoria Laricchia, poetessa. Così, nel dicembre 2014, nasce Origini edizioni. Il lavoro di Origini si rivolge al pubblico italiano amante della poesia e al collezionismo internazionale di libri fotografici d'artista.

Per ciascun libro tutto inizia sempre da un'idea d'immagine o comunque di "profumo" che si vuol dare al libro: quando si tratta di plaquéttes poetiche l'idea iniziale nasce dal tipo di voce del poeta, dalla sua qualità immaginifica. La carta per Origini edizioni non è mai supporto neutro al testo e alle immagini, ma fa parte dell'esperienza artistica che si trarrà dal libro. Poi nasce il titolo, che già suggerisce, sibila, la chiave di lettura dell'intero testo. La fase editoriale per i libri fotografici, cioè di creazione di testi appositi e copywriting, nasce invece dopo la scelta delle immagini e sorge per completarle e chiudere il cerchio, dando la nostra visione o aprendo spiragli che ne suggeriscano altre. Anche la rilegatura rientra nelle competenze della casa editrice e spesso richiama la semplicità delle rilegature più antiche. Il "linguaggio" di Origini "cerca l'origine", il nucleo più profondo di ogni esperienza umana, nelle forme e nei contenuti di ogni lavoro, provando ad universalizzarlo a renderlo esperienza condivisa. (Comunicato stampa)




L'attesa - opera di Annalisa Bonafini nella mostra alla Galleria Sartori di Mantova Fabrizio De Andrè Annalisa Bonafini
"I misteri dell'anima"


termina il 26 aprile 2018
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

«I misteri dell'anima e l'arte di Annalisa di tradurli in pittura parlano di una operazione che indaga, a suo modo, il sentimento più intimo della persona, per restituirlo, come immagine, nell'involucro del volto o del corpo, dopo averne scandagliato la specificità e i caratteri nascosti e più profondi. Ogni sua fisionomia, ogni suo profilo, ogni suo contorno non è mai dunque solo quello che appare, perché Annalisa dipinge e non racconta. Iconizza piuttosto: la sua operazione vuole restare ancorata alla sua idea crepuscolare del mondo dell'arte. Ecco quindi che ogni sembianza sembra rimandare ad altro, nutrirsi di tracce di memoria, diventa una sfida per materializzare sulla tela un valore segreto, un mistero a cui la pittrice cerca di dare sostanza e corpo cromatico.

Osservando le sue opere, guardando i suoi ritratti, ci si accorge che in ogni sembianza Annalisa lascia anche una traccia di se stessa, cita e suscita ricordi, fa scattare una scintilla di vita interiore che non vuole che si smorzi. Altrimenti perché mai ritrarre Jim Morrison, scomparso leader dei Doors e icona internazionale tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta? E perché reinterpretare il volto di Fabrizio De Andrè? Oppure restituire alla tela i lineamenti di Kurt Cobain, Amy Winehouse o Jeffrey Scott Buckley, divi un tempo famosi ma ormai scomparsi? In realtà i loro volti rimandano, come in un album di gozzaniana memoria, anche alla vita dell'artista, ai suoi sogni, a esperienze «non colte» della sua vita, a motivi musicali che erano e permangono una colonna sonora della sua esistenza.

Quei volti sono perciò piccole tracce di eternità sottratte al tempo, impronte della memoria, fotogrammi legati al passato e trasmessi al futuro. In effetti, il fascino dei personaggi famosi possiede da sempre una forza attrattiva non arginabile, che deriva da una speciale unicità, trasmessa dai lineamenti, dalle espressioni del volto, dagli atteggiamenti, da un'originalità stilistica che appartiene più all'istinto che alla forma. (...) E' il misterioso carisma che attrae al di là della logica razionale, che attira e che incanta, che si lega per sempre, come un inesplicabile valore aggiunto, alla personalità di chi emerge, di chi è applaudito, di chi porta una corona di celebrità. Tuttavia questo valore aggiunto è rintracciabile anche nella personalità di chi non è glorificato dal successo, in chi trasmette con lo sguardo, con l'espressione del viso, con una misteriosa luce dell'anima, una vitalità destinata a resistere al tempo.

Ed ecco allora che tutti i suoi volti diventano autentici paesaggi interiori, ritratti di sensazioni ed atteggiamenti ritrovati: perché, la pittura di Annalisa è, fondamentalmente, sempre, un ripetuto autoritratto. Colpisce poi, di queste opere «dell'anima», l'assoluta semplicità e forza delle soluzioni formali (...). Il modus operandi dell'artista preferisce piuttosto le certezze di un'accuratezza qualitativamente meticolosa, di un taglio fotografico rispettoso di ogni mise en scène accademica: sceglie gesti spontanei, naturali, espressioni libere sotto la spinta di un'ispirazione che nasce dall'intimo e asseconda la gioia di dare forma sensibile a un'idea, un ricordo, una fantasia. (...)

La vividezza dei particolari, la sensibilità cromatica, la scioltezza quasi timida con cui delinea e plasma le forme dei suoi visi fanno emergere, comunque, la sua costante attenzione al soggetto, che nelle sue mani acquisisce quell'alterità speciale con cui la pittrice lo percepisce, lo reinventa e lo rimodella. (...) Le sue inquadrature colgono sempre qualcosa che si cela (o piuttosto si celava) dentro le immagini oggetto della sua ricerca, nella convinzione che in ogni persona si nasconda un angelo o un demone segreto che vale scoprire (...). » («I misteri dell'anima» dipinti di Annalisa Bonafini, di Gianfranco Ferlisi, curatore - con Arianna Sartori - della mostra)

Fin da giovane emerge la predisposizione di Annalisa Bonafini (Roma) prima per il disegno poi per la pittura, che sente come un'esigenza espressiva e comunicativa personale e che perfeziona con studi individuali, parallelamente al suo impegno come insegnante nella scuola pubblica. Il suo grande interesse per l'arte la porta a frequentare gallerie d'arte, mostre e atelier di pittura, esperienze che la spingono ad approfondire la tecnica della pittura ad olio continuando la sua ricerca psicologica, espressiva ed emozionale, ma anche di nuove forme e contenuti, sperimentando materiali e tecniche diverse. (Comunicato stampa)




Alexandra-Bolgova - La ninfa dei fiumi - tecnica mista su carta cm.70x100 Alexandra Bolgova
"Armonie d'acqua": Le fontane di Roma


termina il 19 maggio 2018
Galleria PioMonti arte contemporanea - Roma

Mostra a cura di Gian Marco Montesano (che partecipa con un ritratto a Ottorino Respighi), con un testo in catalogo di Valerio Dehò. L'artista, nata a San Pietroburgo, diplomata all'Accademia di belle arti di Roma in pittura, espone per la prima volta a Roma le sue tele e disegni ispirati alle fontane di Roma. La sua ricerca di un linguaggio sempre più personale passa dall'affinamento delle tecniche, tra cui la grafica in cui eccelle in modo particolare, e la propensione a cercare sempre una cifra perfezionista in ogni suo lavoro. La sua idea di armonia riesce a trovare una sintonia tra la città, l'acqua e l'arte, con una esposizione delicata sempre sorretta da una tecnica invidiabile e da un entusiasmo autentico. L'artista russa avendo compiuto anche studi musicali a Mosca, ha trovato per questa mostra una fonte d'ispirazione nel poema sinfonico di Ottorino Respighi le "Fontane di Roma" e nella serata di inaugurazione terrà una performance al pianoforte a quattro mani con Simone Morbidelli.

..."Nel caso di Armonie d'acqua Alexandra ha compiuto uno studio severo dal vivo, si è posta davanti ad esse come un viaggiatore straniero, come un Goethe, che vuole nutrire la mente di tanta bellezza. Ha compiuto il suo Petit tour romano tirando fuori la sua passione e le sue capacità. Poi le fontane sono legate indistricabilmente al tema dell'acqua, allo scorre e al fluire del tempo..." (Valerio Dehò - Comunicato stampa)




Andy Warhol - Moonwalk - screenprint cm.96,5x96,5 1987 - courtesy Feldman Fine Arts Inc ed Edward Kurstack Gallery, Florida "American Beauty"
termina lo 05 maggio 2018
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea - Monfalcone
www.mucamonfalcone.it

Il progetto trae spunto dalla bandiera americana quale simbolo e icona di un modello antropologico, politico, economico e sociale che ha pervaso (e per alcuni, invaso) la cultura occidentale, al punto da costituirne riferimento e direzione del futuro progresso umano. Tale processo che pare inarrestabile, porta con sé un coacervo di contraddizioni e controversie, spesso grottesche, che proprio molti artisti contemporanei (dal secondo dopoguerra ad oggi) hanno saputo mettere a fuoco con lucidità e spietato realismo iconografico, sviscerandone gli aspetti con sguardo pluridirezionale, uno sguardo che non ammette soluzioni di compromesso o buonismi di maniera.

La bandiera a stelle e strisce diviene, dunque, pretesto creativo per identificare nella potenza del simbolo una serie di conclamate verità che, come tali, sono di per sé innegabili e drammaticamente attuali. In questo modo l'icona della bandiera si assume il compito di trasformarsi da simbolo coagulante di un paese frammentato e plurirazziale a punto nodale del dibattito contemporaneo, non solo a livello di contenuti ma anche a livello di immagine e di narrazione divulgativa. La Galleria ospiterà all'incirca cinquanta bandiere interpretate da artisti di rango internazionale, tra i quali si ricordano Robert Longo, Annie Leibovitz, George Maciunas, Vanessa Beecroft, James Rosenquist, Keith Haring, Vito Acconci, Federico Solmi, Andy Warhol, Sara Rahbar. Introdurrà la mostra il critico Giancarlo Bonomo. (Comunicato stampa)




Francesca Catellani - Piazza San Pietro (Roma, 1975 - dalla serie Celeste Terrestre, 2017, stampa digitale su carta cotone cm.26x26 Francesca Catellani
Memories in Super8
(Daily life in Europe 1970/1980)


termina il 17 giugno 2018
Galleria Parmeggiani - Reggio Emilia

Esposizione personale di Francesca Catellani, a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei, nell'ambito della tredicesima edizione di Fotografia Europea. Il progetto è stato selezionato da un comitato composto da Diana Baldon, Laura Gasparini e Walter Guadagnini tra le oltre 300 proposte pervenute tramite open call da artisti e curatori nati o residenti in Europa. In linea con il tema generale della manifestazione - Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie - Francesca Catellani presenta una selezione di oltre 400 fotografie che riguarda proprio una sorta di rivoluzione silenziosa, una testimonianza di rinnovamento e trasformazione che si focalizza sui cambiamenti non soltanto socio-antropologici e di pensiero, ma anche architettonici e di costume avvenuti nel decennio cruciale tra il 1970 e 1980 in Italia e in Europa.

La fotografa ha raccolto con un minuzioso lavoro di ricerca tra l'Italia, le sue Isole e l'Europa, un numero considerevole di filmini amatoriali girati in Super8. Materiale documentativo privato sottoposto ad una peculiare ed estesa postproduzione, tesa a ripulire la pellicola, eliminare il superfluo, restituire l'essenziale. Le immagini presenti in mostra sono state selezionate tra oltre 12.000 scatti: documenti d'epoca che manifestano trasformazioni sostanziali in atto, attraverso piccoli estratti di vita quotidiana. Il percorso espositivo comprende, inoltre, la proiezione di video digitalizzati che permettono al visitatore di immergersi completamente nell'atmosfera del periodo.

«Il progetto di Francesca Catellani - scrivono i curatori - si muove su due dimensioni. Da una parte quella strettamente legata alla documentazione di partenza, dall'altra quella del lavoro autoriale, la sezione Celeste Terrestre, nella quale la visione perde la focalizzazione iniziale per espandersi verso l'ambito trascendentale e l'essenzialità del momento. Si crea dunque un metaforico passaggio da un sentimento collettivo e profondamente sociale ad uno particolarmente intimistico e individuale. Nella sezione documentativa troviamo testimonianza di costumi, eventi e architetture che testimoniano una silenziosa rivoluzione, a partire dalla fine degli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta. Nel lavoro autoriale invece si passa ad una dimensione esistenziale ed intimista, che trova valore nella possibilità di dare un senso all'esistenza all'interno del rapporto spazio-temporale, e ci pone la riflessione sul cosa dovremmo fare del nostro futuro e del peso di ciò che abbiamo vissuto, che volenti o nolenti ci portiamo dietro».

Francesca Catellani (Reggio Emilia, 1971), artista poliedrica, proviene dal mondo del teatro e della danza. Studiosa di filosofie orientali, inizia a esprimersi attraverso il linguaggio fotografico nel 2010. Dall'attenzione al paesaggio esteriore quale rispecchiamento del mondo interiore nasce la prima mostra personale, Rodriguez Mon Amour, presentata con successo a Fotografia Europea 2016, sezione Off. Nel 2017, il nuovo progetto, Celeste Terrestre, presentato al Museo Palazzo dei Principi di Correggio (Reggio Emilia). La tappa intermedia del percorso che l'ha condotta verso questa nuova creazione, Memorie in super8 - Distillare il tempo, ha ricevuto una segnalazione della giuria del Premio Combat 2017. (Comunicato stampa CSArt - Comunicazione per l'Arte)




Opera di Giovanni Frangi Giovanni Frangi: "Falsa Primavera"
termina il 22 giugno 2018
Al Blu di Prussia - Napoli

Prosegue la stagione espositiva dello spazio multidisciplinare di Giuseppe Mannajuolo diretto da Mario Pellegrino - che festeggia i 10 anni di attività culturale ospitando la nuova personale dell'artista milanese Giovanni Frangi che, di ritorno a Napoli a tre anni dalla mostra "Lotteria farnese" al Mann Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove si era confrontato con gli ampi spazi della sala della Meridiana, sceglie la dimensione più intima di una galleria e approda Al Blu di Prussia. In esposizione, un corpus di opere della sua più recente produzione - composto da 11 tele olio su tela di grande formato e 5 carte pastello a olio e pigmento dal ciclo dedicato ai boschi e alle ninfee - accompagnato da un testo di Marta Cereda.

Da tempo affascinato dal mondo naturale, motivo sul quale insiste e rinnova la propria ispirazione, Frangi guarda a rami, foglie e arbusti, ninfee e altri elementi tropicali che proiettano e immergono lo spettatore nella natura non per un desiderio di atmosfere agresti quanto un modo per indagare quella difficile relazione che esiste tra natura e città; stemperandone il conflitto sino a ipotizzare una riconciliazione attraverso una nuova ottica che prevede il superamento del conflitto stesso. Nella visione di Giovanni Frangi, i due ambienti non sono più antagonisti ma, in assenza di confini, l'uno diventa sviluppo, prosecuzione e proiezione dell'altro.

Giovanni Frangi (Milano 1959) inizia a dipingere prestissimo, si diploma all'Accademia di Brera; dopo varie collettive il 1983 è l'anno della sua prima personale a Torino, alla galleria La Bussola. A Milano esordisce nel 1986 con una personale alla galleria Bergamini da cui muove un'intensa carriere espositiva che nel 1989, con la mostra a Berna gli apre contesti internazionali dai quali non si è mai più discostato. (Comunicato ufficio stampa Paola De Ciuceis)




Igor Molin
I remember when... | Spominjam se ko...


termina lo 05 maggio 2018
Galleria FO.VI - Kidricevo (Slovenia)

Mostra personale che raccoglie gli ultimi lavori su carta e su tela di Igor Molin, da anni presente nel panorama sloveno. Se in passato la sua produzione era dominata dal colore, dalla figura costante del ritratto e delle scene familiari, ora accanto alle persone, l'artista ha scelto di presentare in maniera personale la luce, i colori e le geometrie di Burano, filtrate dalla memoria ed elaborate in scene che rappresentando una forma di contemporanea iconicita, documentano cio che viviamo. I soggetti, presentati su fondi monocromi appiatiti e concepiti spesso senza alcuna soluzione prospettica o solo parzialmente accennati dalle ombre dei corpi proiettati dalla luce radente del sole, emergono in superficie, facendosi strada attraverso il disegno e la pennellata e trovando la ragion d'essere in un contesto che deriva dall'accostamento di elementi provenienti da una moderna rappresentazione di segni ed emozioni.

Dice Molin raccondandoci la mostra mentre prepara le opere: «(...) narrano silenziosamente una condizione sociale e generazionale messa in forte discussione ormai da anni. Il ricordo è improntato sulla nostalgica memoria di un qualcosa che si sta perdendo (le masse inconsapevoli ed omologate), o di un apocalittico presentimento di un annullamento repentino e prossimo. La fragilità delle figure è messa in evidenza dal vuoto che la stessa lascia intorno a se maturando perciò un nuovo stato sociale, specchio delicato, straniante ma sempre affascinante nella sua triste colorata verità.» (Comunicato stampa)




Mostra di Johanna Grawunder e Christoph Hefti e Antoni Malinowski I + I + I
Johanna Grawunder + Christoph Hefti + Antoni Malinowski


termina lo 01 giugno 2018
Assab One - Milano
www.assab-one.org

La seconda edizione di I + I + I, il format espositivo ideato da Elena Quarestani e curato per la seconda volta, da Marco Sammicheli torna a indagare le relazioni tra arte, architettura e design nella pratica di tre autori. Un architetto, un artista e un designer sono stati invitati a abitare gli spazi di Assab One con tre installazioni site specific e opere inedite. I codici e i riferimenti disciplinari si dissolvono all'insegna di un processo creativo in divenire che ruota attorno a differenti ricerche visive, tra pittura e luce, materiali e forme, suoni e performance. Johanna Grawunder, architetto statunitense, costruisce due grandi percorsi di luce e colore all'interno dei quali il visitatore si muove per perdersi. Il contrasto tra i materiali utilizzati e la relazione con lo spazio oscurato offrono una sospensione dove compiere un cammino tra verità e visione. Il titolo della sua installazione è Alone Together.

Christoph Hefti, designer svizzero, allestisce un accampamento surreale dove tappeti, ceramiche e oggetti diventano occasioni di incontri immaginifici tra la fantasia dell'autore e la reazione del visitatore. Lo spazio è un arcipelago visivo, tattile e sonoro ricco di suggestioni. Il titolo della sua installazione è That horse, slamming doors. Antoni Malinowski, artista polacco-inglese, alterna una serie di tele di grande formato a wall drawings. L'autore desidera mettere alla prova la dimensione percettiva dello spazio e indagare le teorie del colore in dialogo con l'architettura. Il titolo della sua installazione è Almost seen. I + I + I è corredata da un calendario di lecture, attività didattiche, aperture straordinarie e visite guidate. Nei giorni della Milano design week Assab One ospiterà anche un progetto speciale degli studenti dell'Isia di Faenza coordinati dal designer Andrea Anastasio. (Comunicato stampa)




Theodoros Stamos - Moon Chalice 1 - olio su tela 1962 The Greeks
termina il 31 maggio 2018
Studio Gariboldi - Milano
studiogariboldi.com

"(...) cominciando dalle cose belle di qui, salire sempre più, quasi usandole come gradini, in vista del bello supremo, da una a due e da due a tutti i bei corpi, e dai bei corpi alle belle istituzioni, e dalle belle istituzioni alle belle nozioni, finché dalle nozioni si trovi compimento in quella nozione, che non è nozione d'altro se non del bello stesso, e così, in conclusione, si conosca ciò che è il bello in sé." (Platone, Simposio)

Una collettiva di artisti greci le cui opere hanno contribuito alla evoluzione e alla formazione dell'arte contemporanea greca. L'intento è di mettere in mostra diverse genealogie artistiche nate dalla tradizione e sviluppate grazie ai percorsi di ricerca interiore di ciascun artista. Artisti in mostra: John Christoforou, Costa Coulentianos, Nicholas Georgiadis, Constantin Karahalios, Ioannis Kardamatis, Pavlos, Lucas Samaras, Theodoros Stamos, Takis Vassilakis. (Comunicato stampa)




Mostra di Monika Grzymala alla Galleria Eduardo Secci Contemporary di Firenze Monika Grzymala: Disegno
termina il 12 maggio 2018
Galleria Eduardo Secci Contemporary - Firenze
www.eduardosecci.com

La ricerca di Monika Grzymala si focalizza sulle diverse potenzialità della linea e del segno nello spazio tridimensionale attraverso l'utilizzo di materiali come nastro adesivo, carboncino o grandi disegni in rilievo su carta Washi fatta a mano. I lavori installativi, sviluppati per costruire nuovi cosmi e nuove relazioni, riconfigurano radicalmente gli ambienti per cui vengono ideati, mentre i disegni su carta sono delicati, fragili e transitori, ma celano una dirompente materialità. In entrambe le declinazioni, l'energica gestualità dell'artista si avverte nelle linee aggrovigliate che si spandono e disperdono, implodono e curvano, si dilatano e diramano creando un ritmo dinamico, imprevedibile e sospeso. I titoli delle sue opere contengono sempre il termine tedesco Raumzeichnung, che potremmo tradurre come Disegno spaziale, e a seguire tra parentesi un elemento specifico legato al lavoro a cui si riferisce.

In questi lavori, le strutture lineari rendono visibili le tracce e i gesti che l'artista abbozza metodicamente e gradualmente e, soprattutto, mettono in relazione le proporzioni del proprio corpo con lo spazio. In ogni lavoro, realizzato senza assistenti e senza nessuna correzione a posteriori, vengono creati interventi solo in parte preventivati. Infatti, partendo da uno schizzo iniziale, il processo può assumere prospettive inaspettate attraverso una modalità di lavoro in cui le accumulazioni di materiali non escludono gli imprevisti o le modifiche istintive che possono verificarsi. I lavori non tentano mai di riempire la stanza quanto piuttosto di trasformarla, di alte - rare le possibilità percettive ed esperienziali dei visitatori. In questo senso, l'immagine che viene a crearsi non solo viene sperimentata in modo visivo, ma anche fisico poiché le persone possono addentrarsi o attraversare le installazioni, costruite con materiali precari, senza nessuna protezione e libere di essere sensualmente tangibili per ogni individuo.

In mostra - a cura di Angel Moya Garcia - questo processo metodico che non esclude tuttavia i componenti spontanei, si intuisce negli interventi a parete, così come nelle installazioni con nastro e nei lavori su carta che vengono presentati nelle sale della galleria. Una successione di lavori con cui tracciare un disegno spaziale attraverso una prospettiva personale, un'interpretazione soggettiva delle relazioni e una manipolazione del paesaggio che prova a contenerlo. Monika Grzymala (Zabre, 1970) ha studiato scultura in Germania, nelle città di Karlsruhe, Kassel, e Amburgo. E' stata Professoressa di Pittura all'Università di Arti Applicate di Vienna e di Design Sperimentale presoo Braunschweig University of Art in Germania. (Comunicato stampa)




Opera di Jacques Hèrold Jacques Hèrold: Le impronte dei sogni
termina lo 08 giugno 2018
Annunciata Galleria d'Arte - Milano

Proseguendo il filone dei surrealisti, avviato con la grande mostra di Mayo, la prossima esposizione è incentrata su un altro grande pittore surrealista francese: Jacques Hérold. Considerato uno dei più importanti surrealisti, Hérold nacque in Romania nel 1910. Trascorse gran parte della sua fanciullezza nella città portuale di Galati. Fra il 1925 ed il 1927 studiò alla School of fine arts, in Bucharest, contro la volontà paterna, ma dopo soli due anni abbandonò l'Accademia di arte e cominciò a lavorare presso uno studio di architettura. Nello stesso anno collaborò con alcune riviste surrealiste rumene. Nel 1930 si trasferì a Parigi dove cambiò il suo nome Herold Blumer in Jacques Hérold. Si ambientò a Parigi, dove divenne intimo amico di Constantin Brâncusi, per il quale lavorò come cuoco ed anche segretario. Fece inoltre conoscenza del pittore surrealista Yves Tanguy, che lo introdusse nel gruppo surrealista, partecipando a giochi e contribuendo con dipinti che vennero tenuti in grande considerazione da Raoul Ubac e dallo stesso Breton

Dopo il drammatico periodo della Seconda guerra mondiale, riuscì ad organizzare la sua prima mostra personale nel 1947. A partire dall'"Esposizione internazionale del Surrealismo", fu attivamente presente in tutte le mostre dei Surrealisti in tutto il mondo. Dopo il 1951 (separatosi dal gruppo di Breton), il suo stile diviene sempre più astratto e sarebbe stato associato più tardi con l'astrazione lirica ed il Tachismo. Nel 1958 pubblicò il testo Maltraité de penture e ricevette un premio dalla Copley foundation. Nel 1959 organizzò una mostra alla Tate gallery di Londra. Nel 1972 una mostra personale all'Abbaye de Royaumont. Nel 1986, un anno prima della sua dipartita, espose delle opere alla Biennale di Venezia. Morì l'11 gennaio 1987 a Parigi

Nella sua vita Hérold ha anche dipinto copertine artistiche e le illustrazioni per oltre ottanta libri con vivo apprezzamento da parte di Luca Gherasi, Tristan Tzara, Francis Ponge, Julien Gracq, Marquis de Sade, Michel Butore, Alain Bosquet, Gellu Naum, Ilarie Voronca, Claude Sernet etc. Nel 1955, il critico d'arte Sarane Alexandrian ha pubblicato il saggio Jacques Hérold. Étude historique et critique. La mostra presenta una trentina di opere del pittore dipinte negli anni '60-'70, che mostrano come Hérold riduca «l'inaccessibile» allo stato di scorticato od a quello di cristallo, approdando così alla perfezione obbiettiva, al cristallo e cioè ciò che rimane dopo che il velo che anestetizza gli oggetti è strappato, come scriveva Boris Rybak nel lontano 1944. Si evince chiaramente dalle opere in mostra l'ansia di Hérold di mostrare non l'apparenza esterna ed effimera della realtà, ma il suo nucleo più segreto e reale che, a detta degli alchimisti, determina l'aspetto esteriore. (Comunicato stampa)




Zwischen sinn und unsinn (Tra senso e non senso)
Parola, suono e immagine nella poesia austriaca del '900


termina lo 04 maggio 2018
Forum Austriaco di Cultura - Roma

La manifestazione, che propone opere dei più significativi esponenti di questo settore di ricerca sarà inaugurata da una performance di Gerhard Rühm e Monika Lichtenfeld e da interventi critici di Gaby Gappmayr e Giovanni Fontana. La poesia concreta è un fenomeno artistico che si impone a livello internazionale fin dai primi anni cinquanta. Il suo dato caratteristico è la costruzione di testi basati su nuove sintassi di tipo geometrico, spaziale, che esaltano le potenzialità significanti degli elementi linguistici (anche elementari come la lettera o il fonema), tessuti con riferimento ai loro aspetti visivi, ma nel rispetto delle funzioni verbali e delle qualità fonetiche. Più in generale, nella poesia concreta i significati delle opere sono determinati dalla collocazione delle parole sulla pagina, dalle loro relazioni, dalle loro interferenze, dalle loro possibilità combinatorie, dalla loro stessa forma. Fondamentale è, pertanto, la struttura topologica mediata dalla qualità dell'impianto grafico o tipografico delle tessiture, che determina il valore semantico ed estetico.

La corrente artistica ha origine in differenti settori di ricerca. Gli artisti che ne sono coinvolti provengono, infatti, da ambiti molto diversi, non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista tecnico e culturale. In Brasile, in Svizzera e, successivamente, in numerosi altri paesi, sono impegnati in questa sperimentazione letterati, pittori, grafici pubblicitari, architetti, perfino fisici come Edgar Braga o filosofi come Max Bense. L'Austria si profila fin dai primi momenti come uno dei più interessanti e vivaci ambiti di ricerca, specialmente grazie al nucleo di artisti e letterati appartenenti al Wiener Gruppe (1953), di cui fecero parte per oltre un decennio autori come Hans Carl Artmann, Friedrich Achleitner, Konrad Bayer, Gerhard Rühm e Oswald Wiener. Il gruppo era nato nell'ambito di una precedente organizzazione, l'Art-Club, sorta nell'immediato dopoguerra, di cui fece parte anche Ernst Jandl.

In mostra opere di: Friedrich Achleitner (Schalchen, 1930); Hans Carl Artmann (Vienna, 1921-2000); Heimrad Bäcker (Vienna, 1925 - Linz, 2003); Konrad Bayer (Vienna, 1932-1964); Peter Daniel (Vienna, 1963); Heinz Gappmayr (Innsbruck, 1925-2010); Ernst Jandl (Vienna, 1925-2000); Fritz Lichtenauer (Vichtenstein, 1946); Mario Rotter (Vienna, 1959-1995); Gerhard Rühm (Vienna, 1930); Christian Steinbacher (RiedimInnkreis, 1960); Oswald Wiener(Vienna, 1935). (Comunicato stampa)




Alberto Zilocchi - Rilievo - estroflessioni e acrilico su tavola cm.100x100 1973 Alberto Zilocchi Alberto Zilocchi - Rilievo - estroflessioni e acrilico su tavola cm.50x50 1974 Alberto Zilocchi | Weiss Malerei
termina il 28 aprile 2018
Archivio Alberto Zilocchi - Milano
www.archivioalbertozilocchi.com

Esposizione curata da Maurizio de Palma - responsabile dell'Archivio Alberto Zilocchi - incentrata sui 'Rilievi', opere monocrome di forte sintesi iconica realizzate negli anni '70 da Zilocchi, in stretto rapporto con il clima creatosi intorno ad Azimuth e al Gruppo Zero. Nella settimana dell'evento fieristico internazionale Miart, l'Archivio Alberto Zilocchi (costituitosi nel 2016) apre la sua sede di Milano per mostrare al pubblico di appassionati e collezionisti una importante selezione dei Rilievi, opere degli anni '70 caratterizzate da estroflessioni che disegnano linee di sola luce sulla superficie immacolata delle tavole. Zilocchi, che realizzava i suoi rilievi generalmente su superfici quadrate, utilizzava un inconfondibile bianco acrilico, gessoso e opaco ('non riflettente', come lui stesso diceva). Una scelta estrema e rigorosa che ne è diventato il marchio di fabbrica.

I Rilievi nascono nel contesto della fine degli anni '60 quando Zilocchi (Bergamo, 1931 - Bergamo, 1991) si avvicina al Gruppo Zero di Düsseldorf che, nell'ambito delle tendenze ottico-cinetiche, proclamava artisti come Otto Piene e Heinz Mack che proclamavano un annullamento totale delle precedenti esperienze pittorico-scultoree e l'apertura di un nuovo spazio di libertà creativa (una "Zero Zone"). Accantonati i vecchi metodi espressivi e gli strumenti più consueti, le opere d'arte si aprono a nuovi materiali (inserti di plastica, metallo, superfici riflettenti) e nuovi procedimenti artistici (giochi di luci e ombre, effetti dinamici, dispositivi motori).

In quegli anni Zilocchi partecipò, tra le altre, alla prima mostra collettiva della Galleria Azimut di Milano, fondata da Piero Manzoni e Enrico Castellani con Dadamaino, Gianni Colombo, e altri e nel 1960 espose a Bergamo con Lucio Fontana. L'evoluzione di Zilocchi lo portò poi nella metà degli anni '70 a fondare e promuovere attivamente con Marcello Morandini, Francois Morellet, Pierre de Poorter e altri l'Arbeitskreis fur Konstructive Gestaltung (Centro internazionale di studi d'Arte Costruttiva), fondato ufficialmente col Simposio di Anversa-Bonn del 1976 e che operò come Gruppo sino alla metà degli anni '80 in tutta Europa con mostre personali, collettive e simposi.

"Da sempre ho usato come mezzo espressivo quello che tradizionalmente viene chiamato basso-rilievo: da una superficie, generalmente quadrata, faccio nascere dei rilievi che creano dei pieni e dei vuoti ordinati secondo un sistema numerico. Pieni e vuoti sono usati non in funzione decorativa ma costruttiva, per creare cioè una contrapposizione di forme che nascono da una superficie a dettare uno spazio. Lo spessore del rilievo è 'sfumato' da un massimo di alcuni millimetri a zero; si generano così due tipi di spazio: uno che algebricamente posso chiamare positivo, bloccato e concluso, l'altro a livello zero, aperto, non definito.

I rilievi sono inclinati di trenta gradi o di sessanta rispetto ai lati della superficie su cui agisco per accentuare la dinamicità dello spazio che suggerisco, il taglio, il normale mezzo con cui intervengo sulla superficie non è ferita, lacerazione, operazione fisica, ma calcolo, misura, autocontrollo: è il rifiuto di ogni esperienza istintuale. La superficie animata dal rilievo viene coperta da uno strato di bianco non riflettente. La scelta dell'acromia corrisponde prima di tutto ad un bisogno di rendere più dinamico lo spazio definito dalle mie strutture attraverso l'azione mutevole della luce, ma anche di negare attraverso il rifiuto del colore e la neutralizzazione della materia ogni funzione edonistica all'operazione visuale."

L'Archivio Alberto Zilocchi è stato costituito per valorizzare e promuovere l'attività artistica di Alberto Zilocchi. Conserva cataloghi, foto e materiale che documentano l'attività dell'Artista; collabora attivamente con Gallerie, Musei e Curatori per organizzare iniziative espositive e culturali; tutela le opere dell'Artista fungendo da unico referente per il rilascio di autentiche e per la catalogazione delle sue opere; studia e approfondisce l'attività artistica di Alberto Zilocchi per preservarla e diffonderla. (Comunicato stampa)




Joan Miró - Le Lézard aux Plumes d'Or Mostra Joan Mirò al Castello Carlo V di Monopoli Joan Miró. Opere Grafiche 1948-1974
termina il 15 luglio 2018
Castello Carlo V - Monopoli (Bari)
www.mostrepuglia.it

La mostra, promossa dal comune di Monopoli e organizzata dalla società Sistema Museo, è rappresentativa della creatività di uno dei più grandi e influenti artisti del Novecento, è dedicata alla scoperta del meraviglioso mondo di Miró attraverso un'antologia di circa 90 opere grafiche, appartenenti a quattro serie complete. Nelle creazioni del Maestro catalano le forme, i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato della sua incredibile capacità di rinnovarsi alla luce di una visione globale dell'arte, vissuta con curiosità e versatilità. Gli sfondi neutri vengono "macchiati" da colori brillanti, come blu, rosso, verde, giallo e nero, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita alle sue visioni oniriche. Le serie in mostra sono Parler Seul (1948-50), Ubu Roi (1966), Le Lézard aux Plumes d'Or (1971) e Les Pénalités de l'Enfer ou les Nouvelles-Hebrides (1974).

Quattro capolavori realizzati tra il 1948 e il 1974 che raccontano il "sogno poetico" di Miró, quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale. "Niente semplificazioni né astrazioni. In questo momento io non mi interesso che alla calligrafia di un albero o di un tetto", scriveva Miró. Un linguaggio surrealista composto da colori e segni, una vera "baraonda cromatica" che incanta lo sguardo dell'osservatore. Sperimentatore di tecniche e materiali, Miró - come Chagall, Picasso, Braque - si rivolse alla litografia affascinato dalle sue molteplici potenzialità in termini di espressione artistica. La prestigiosa esposizione di Monopoli è un'occasione unica per scoprire il meraviglioso mondo di Miró dal quale lasciarsi incantare. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta dell'alternanza armoniosa di segni, di immagini vibranti di colori e di versi, per sorprendersi di inattese visioni e libertà espressiva.

Miró dialogò con l'opera di alcuni dei principali esponenti del mondo letterario del Dopoguerra. La serie di litografie Parler Seul racconta l'omonimo poema scritto da Tristan Tzara durante la degenza nell'ospedale psichiatrico di Saint-Alban nel 1945. Tzara, poeta rumeno, fu uno dei fondatori del movimento Dada e grande ispiratore e animatore del movimento surrealista. In Parler Seul Miró non volle "illustrare" il testo, ma preferì far dialogare le sue litografie con le parole di Tzara, giungendo ad una rara ed esemplare simbiosi tra scrittura e immagini. Il ritmo e l'ordine sono determinati da un lato dall'alternarsi di illustrazioni al testo e dall'altro da sequenze dinamiche di immagini, tanto che versi e disegni sembrano provenire da un'unica mano.

La serie Ubu Roi è una raccolta del 1966 composta da coloratissime e corpose litografie: Ubu è un personaggio grottesco le cui funzioni viscerali dominano su quelle intellettuali e rappresenta la caricatura di ogni abiezione umana. Una serie ispirata dall'opera teatrale omonima di Alfred Jarry del 1896. In tanti l'hanno rappresentata in diverso modo, da Pablo Picasso a Salvador Dalí da Jacques Prévert a Max Ernst.

Le Lézard aux Plumes d'Or, realizzata nel 1971, rappresenta la fusione compiuta tra immagine e testo poetico dal grande artista catalano, in una equilibrata coesistenza di grafismo e immagini. La poesia surrealista diventa immagine e l'immagine è testo poetico: l'attività di illustratore ha sempre rappresentato un momento fondamentale nel percorso artistico di Miró, facendone un protagonista assoluto della storia del libro d'artista. Le parole si liberano del "buon comporre" e prendono vita: il segno diventa disegno in una vera baraonda cromatica.

Il ciclo Les Pénalités de l'Enfer ou les Nouvelles-Hebrides prende il nome da una nota opera del poeta francese surrealista Robert Desnos. Miró e Desnos avevano immaginato una collaborazione già nel 1922 ma le vicissitudini storiche e l'internamento di Desnos nel campo di concentramento di Terezin dove trovò morte nel 1945 impedirono la realizzazione del progetto. Fu la moglie del poeta a fornire a Miró le poesie e l'artista spagnolo, con questo ciclo, rese omaggio all'amico scomparso. Le opere lavorano su suggestive giustapposizioni di grafemi, forme e contrasti cromatici. Il particolare formato delle tavole permette inoltre a Miró di impostare le sue opere in un'ambivalenza di vertigine espressiva e forma narrativa. (Comunicato Ufficio stampa Sistema Museo)

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___ Mostre a Sud e nelle Isole

L'essenziale verità delle cose. Francesco Trombadori
termina lo 02 settembre 2018
Galleria d'Arte Moderna di Palermo
Presentazione

Giovanni Frangi: "Falsa Primavera"
termina il 22 giugno 2018
Al Blu di Prussia - Napoli
Presentazione

Matite (metafore della vita)
termina il 27 aprile 2018
Museo degli Angeli - Sant'Angelo di Brolo (Messina)
Presentazione

L'elica e la Luce. Le Futuriste. 1912-1944
termina il 10 giugno 2018
MAN Museo d'Arte della Provincia di Nuoro
Presentazione

Da Ribera a Luca Giordano
Caravaggeschi e altri pittori della Fondazione Roberto Longhi e della Fondazione Sicilia

termina il 10 giugno 2018
Villa Zito - Palermo
Presentazione




Xenia - Roma 2011 - legno, smalto, voci narranti vetro, metracrilato, pigmento cm.120x370x320 Esercizio 1 - plexiglass, led cm.200x200x20 2010 I have head - 2004 - alluminio verniciato, lampada ambiente - Courtesy Sergio Rossi - Ph. Paolo Emilio Sfriso "Voci"
Vittorio Corsini con Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno


Peccioli (Pisa), dal 21 aprile 2018




- Sedi espositive
.. Chiesa del Carmine, Piazza del Carmine, Peccioli
.. Chiesa delle Serre, Le Serre, Peccioli
.. Chiesa di San Giorgio, Via di Cedri, Peccioli
.. Campanile della Chiesa di San Verano, Piazza del Popolo 1, Peccioli
.. Oratorio della Santissima Annunziata, Via Santa Maria, Ghizzano (Pisa)
.. Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, Via Vittorio Veneto, Fabbrica (Pisa)

Progetto del Comune di Peccioli in collaborazione con la Fondazione Peccioliper. I racconti inediti di sei tra i più noti scrittori italiani contemporanei - Laura Bosio, Mauro Covacich, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Ferruccio Parazzoli, Laura Pugno - e la pratica artistica di Vittorio Corsini danno voce e forma a sei nuove installazioni permanenti che, a partire dalla cittadina di Peccioli, si snodano tra i borghi circostanti creando percorsi inattesi. Incastonato in un paesaggio collinare dal sapore antico, Peccioli unisce il fascino della Toscana medioevale all'idea di un vero e proprio museo diffuso. Da circa un trentennio l'Amministrazione Comunale porta avanti un progetto che interseca l'arte contemporanea con il territorio e la sua identità. Grazie ad una serie di interventi ad hoc di artisti contemporanei (tra questi Nagasawa, Dubosarsky-Vinogradov, Garutti e lo stesso Corsini), si è costituito nel tempo una sorta di museo a cielo aperto che ha stabilito nuove relazioni con il paesaggio circostante arricchendolo di elementi che si intrecciano con la storia e le tradizioni locali.

Voci nasce dalla volontà di creare all'interno del territorio del Comune di Peccioli un percorso artistico-letterario che accompagni alla scoperta di luoghi nuovi e inesplorati. Le voci narranti sono quelle di alcuni tra i maggiori autori contemporanei. A ciascuno di loro è stato chiesto di costituire un tassello di questo percorso, scrivendo un racconto a partire dalle suggestioni nate dall'incontro con alcuni edifici religiosi del territorio, per lo più costruiti in prossimità di piccoli borghi, ognuno con una propria storia e identità. Trasposte in forma audio dagli stessi autori, queste storie tornano al luogo che le ha generate e trovano modalità di ascolto attraverso sei nuove opere concepite appositamente da Vittorio Corsini e installate all'interno del Campanile della Chiesa di San Verano, della Chiesa della Madonna del Carmine e della Chiesa delle Serre a Peccioli, nella Chiesa di San Giorgio a Cedri, nella Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica, nell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano.

La ricerca di Vittorio Corsini si estende attraverso tre decenni di intensa attività nel campo della scultura e dell'installazione; fin dagli inizi si concentra sul concetto e sui modi dell'abitare, sulle dinamiche che interessano la vita negli spazi domestici e negli spazi pubblici e sullo spazio fisico come metafora di incontro tra l'individuo e la collettività. Essenziale nelle forme, il lavoro di Corsini si fa tramite di un contenuto emozionale e genera le condizioni per una diversa esperienza del quotidiano. Nel corso degli anni numerosi interventi di arte pubblica nello spazio urbano hanno visto l'artista a lavoro in centri abitati con la realizzazione e la progettazione di cortili, fontane, giardini pensati come generatori di incontri e sorti come effetto di pratiche ordinarie o abitudini consumate dagli abitanti locali. "Abbiamo bisogno di attivare nuovi territori, afferma Corsini, l'artista è come un esploratore che rende visibili quei nuovi territori, che oggi sono fatti non tanto di materiali, tecniche, linguaggi, quanto piuttosto di modi, rapporti, energie (...)

La scultura pubblica per me è qualcosa che attiva uno spazio; è importante che l'opera funzioni, che si possa attraversare, che sappia dialogare che possa assumere una dimensione umana e sociale, di scambio e di relazione". Riprodotta su un tappeto di segatura colorata piuttosto che proiettata come fascio di luce sulle pareti di una stanza, la parola da sempre è uno degli elementi fondanti della ricerca di Vittorio Corsini. Nel 2007 collabora per la prima volta con uno scrittore per Chi mi parla, un lampione con seduta che racconta le storie degli abitanti del luogo. Nel 2011, avvalendosi nuovamente dell'ausilio di due scrittori realizza per il Macro di Roma Xenia, un luogo di sosta ritagliato sulla terrazza del museo, dove le vibrazioni di una staccionata trasformano i racconti in suono. Definiscono uno spazio, creano relazioni, predispongono all'ascolto e, come nell'installazione romana, danno materialmente voce alle narrazioni dei sei autori le opere che Corsini concepisce per Voci.

E non per vendetta è il titolo dello scritto di Laura Bosio. Narratrice dell'anima, in questo racconto come nei suoi libri sceglie una donna come protagonista della storia. Liuba è una ragazza ucraina che fugge dalle violenze della guerra. Approda a Peccioli e grazie all'aiuto del parroco della Chiesa del Carmine dà inizio a una nuova vita. Corsini coglie del racconto della Bosio la dimensione corale e predispone all'ingresso della chiesa due sedute a semicerchio che si fronteggiano. L'elemento posto al centro diffonde la voce narrante dell'autrice.

La scrittura di Mauro Covacich dialoga in modo intenso con l'arte come testimonia la pentalogia che realizza tra il 2003 e il 2011. "Il sagrato è protetto da due lecci. Sul tronco di entrambi un'antica ferita. Due alberi gemelli castigati dallo stesso fulmine, sopravvissuti allo stesso incendio, in cima a questa altura che sembra una nuvola sospesa sulla campagna, e invece è terra, invece è Toscana". Così Covacich inizia il suo racconto, accompagnandoci nella Chiesa delle Serre di Peccioli. Credo è un monologo interiore, una preghiera laica lucida, spietata, a tratti disperata che tuttavia non abbandona la speranza. Corsini restituisce visivamente il rigore della scrittura di Covacich collocando all'interno della chiesa delle panche di pietra. A "parlare" dall'alto di un ponteggio di ipotetici lavori in corso, un asse in legno che vibra.

Maurizio de Giovanni per questo progetto firma Il segno della Madonna. La storia, ambientata in una Chiesa di San Giorgio a Cedri, racconta un'improbabile conversazione tra due anziani personaggi, Giuseppe e Guido, in merito alla "scomparsa" di un prezioso dipinto: la Madonna dell'Umiltà di Beato Angelico. "Sono molto diversi fra loro, i due anziani. Uno se ne sta dritto, composto, i capelli grigi tirati all'indietro e gli occhiali di corno, le mani in grembo. L'altro è un po' curvo, la chioma candida disordinata sulla nuca e sulle spalle, una specie di mantello scuro addosso. Le mani gli tremano un po' (...)". L'installazione di Corsini è un invito a riflettere sul paradosso diacronico messo in scena dallo scrittore.

Si intitola L'ora della verità il racconto di Romano De Marco, uno dei più apprezzati scrittori italiani di genere noir e, più di recente, thriller. Il giallo si consuma durante la visita di un famoso quanto attempato scrittore, il professor D'Eramo, ad uno dei monumenti simbolo di Peccioli, il Campanile della Chiesa di San Verano. "E' la storia di una ragazza che si suicidò, gettandosi proprio da una di queste aperture." D'Eramo lo guardò, finalmente incuriosito. "Aveva vent'anni, ed era di qui, di Peccioli. Sin da bambina sognava di diventare una scrittrice di romanzi (...)". Corsini fa correre la voce di De Marco lungo il corrimano delle scale che danno accesso alla torre. Il suono ci conduce idealmente fino alla sommità del Campanile; lì De Marco svela il finale della sua storia.

Ferruccio Parazzoli è uno dei più significativi scrittori contemporanei, i suoi romanzi si caratterizzano per una costante attenzione ai problemi etici e per il capovolgimento del fantastico e del metafisico nell'umile quotidiano. Per predisporre le persone all'ascolto della narrazione di Parazzoli, Prima della notte, Corsini colloca sul fondo dell'Oratorio della Santissima Annunziata a Ghizzano due sedie e una scultura di marmo statuario. Le sedie poste vicine, ricreano quell'atmosfera intima e privata che caratterizza la conversazione tra i due protagonisti del racconto: "(...) Questa che vede", riprese il professore, "è la Santa dei Santi, il mio oratorio privato. Qui regna la pace. Vuole sapere da cosa erano ricoperte queste pareti prima che prolificasse questa colonia di Santi? Libri, soltanto libri, ormai inutili libri. La metamorfosi ebbe origine molti anni fa quando..." Si tolse gli occhiali, appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona e cominciò a raccontare, come raccontasse un sogno (...)".

"Ogni autore ha delle ossessioni che si ripropongono: io torno spesso a scrivere di natura, del rapporto tra l'uomo e gli animali, delle trasformazioni del pianeta, ma anche del rapporto che abbiamo con la morte e la scomparsa. Un'ambientazione ricorrente, per me, è il bosco", dichiara la poetessa e scrittrice Laura Pugno in una intervista rilasciata in occasione del Premio Campiello 2017. L'incendio, il racconto che scrive per questo progetto, è la storia di Pietro un uomo che appicca incendi convinto di ritrovare, tra le fiamme del fuoco, il volto della figlia scomparsa. "Sapeva che era l'ultima volta, che appiccando quell'incendio - in qualche modo, lo sapeva - sarebbe morto, anche se neanche adesso, sul prato della chiesa, con l'umido sotto e il cielo sopra, le sue ustioni erano mortali. Chiuse gli occhi, sentì qualcosa (...)". L'altare della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano a Fabbrica è cinto da un intreccio di rami e di foglie. Sedendoci su una delle panche il cespuglio si accende del rosso del fuoco e, dall'altare che vibra, si diffonde la voce dell'autrice. (Comunicato ufficio stampa Silvia Pichini)




Riccardo Corti - olio su tela, cm.40x50 "Altrove"
4 pittori toscani contemporanei
Dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Armando Orfeo, Valente Taddei


termina il 28 aprile 2018
Palazzo Municipale - Seriate (Bergamo)

Rassegna di pittura organizzata dall'Associazione Seriatese Arti Visive in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. In esposizione recenti dipinti di Daniela Caciagli, Riccardo Corti, Armando Orfeo e Valente Taddei: i quattro artisti - che vantano nutriti curricula, con mostre in tutta Italia e all'estero - seppur differenti tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, sono uniti da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della pittura figurativa contemporanea. Si allude a un 'Altrove' nell'universo creativo di ognuno dei quattro pittori: l'elemento figurativo - che li accomuna, così come il rigore compositivo e l'accuratezza formale - si colloca in contesti in cui i riferimenti spazio-temporali appaiono indefiniti o sfumati.

Ciascun artista dà così vita a un proprio mondo, al confine tra sogno e inconscio, in cui non esistono barriere e si è liberi di sperimentare. Nei suoi dipinti a olio e acrilico, Daniela Caciagli - Bibbona (Livorno), 1962 - cerca di plasmare la realtà e di farla immaginare in continua mutazione, attraverso associazioni fantastiche di frammenti di vita quotidiana. Riccardo Corti - Firenze, 1952 - raffigura esili pini e arance in sezione in oli dalla forte valenza simbolica, nell'ambito di una pittura volta a indagare il sensibile con lirismo. Nelle sue tecniche miste, Armando Orfeo - Marina di Grosseto (Grosseto), 1964 - riproduce singolari ambientazioni urbane e marine, colte in una dimensione a un tempo onirica e surreale. Valente Taddei - Viareggio (Lucca), 1964 - realizza dipinti a olio e china dal taglio narrativo e minimalista, nei quali un minuscolo individuo conduce una paradossale esistenza in un cosmo contraddistinto da equilibri precari. La mostra, patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Seriate, è corredata di catalogo - curato da A.S.A.V. - con introduzione di Gianni Costa. (Comunicato stampa)




Opera di Carmelo Arden Quin Carmelo Arden Quin
Más alla del marco (Oltre la cornice)


termina l'11 maggio 2018
MAAB Gallery - Milano
www.artemaab.com

Esposizione personale dell'artista, poeta e intellettuale uruguayano Carmelo Arden Quin (1913-2010). Indiscusso protagonista della ricerca pittorica del XX secolo, attraverso la propria arte Arden Quin ha innovato profondamente, nella tecnica e nella scelta dei materiali, l'astrazione geometrica. Le undici opere selezionate per la mostra ben evidenziano le peculiarità del linguaggio dell'autore, tra i fondatori del Gruppo Madí a Buenos Aires nel 1946. L'astrazione e la geometria, la poligonalità e il colore, che si rintracciano nell'olio su tavola Madí (1949-53), dove la rottura del ritmo e la variazione della forma generano un'immagine armonica, sono elementi fondanti della dialettica pittorica di Arden Quin.

In ogni sua opera, come accade in Origue (1948), forme e colori si muovono in un gioco danzante verso varie direzioni per concentrarsi però in un punto dello spazio, il centro geometrico. Alla base dell'indagine artistica di Arden Quin si colloca il superamento della tradizione attraverso l'abbandono dei limiti di convessità e quadrilaticità. Lavori come Envol (1971), una pittura realizzata su una superficie concava, Quarto e Formes en H (entrambi 1949), esemplificano al meglio la direzione del suo linguaggio: in esse i quattro angoli retti del tradizionale supporto piano lasciano spazio a una nuova vivacità geometrica. La mostra sarà accompagnata da un catalogo con testo critico di Marco Meneguzzo. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Earth's Heart di Giuseppe Capitano Giuseppe Capitano: "Earth's Heart"
termina il 19 maggio 2018
Galleria Edieuropa - Roma

La mostra nasce da una idea di Lea Mattarella, preziosa ed indimenticabile presenza in tanti anni di vita della galleria e proprio a Lea, nel corso della mostra, verrà dedicata una giornata di incontri. In mostra 25 opere - molte delle quali inedite - tra sculture, tele e carte dell'artista molisano d'origine, romano d'adozione, Giuseppe Capitano (Campobasso, 1974), uno dei più significativi nel panorama contemporaneo, noto al pubblico per la sua originale indagine del mondo naturale e vegetale. Mediante materiali come canapa, carta, tela, gesso, carbone, miele, ortica, malva e soprattutto mediante l'utilizzo di essenze e fibre estratte direttamente dalle piante, Capitano nella sua ricerca, da alcuni anni, pone come punto di partenza l'incontro tra la sfera emotiva personale e la materia, a sua volta transitoria e permanente. Nonostante la formazione scientifica dell'artista (laurea in Ingegneria Elettronica), l'approccio sistematico alla sua Arte - sensibile alla tematica ecologista - non è mai né scientifico né razionale.

Nelle sue opere tenta di rispondere alla domanda "Che cosa è naturale?". Secondo Capitano, la Natura è in grado di unire ed accomunare tutti, è il ponte tra Noi e il Cosmo. Come sottolineato da Margherita D'Amico, "In massima parte, l'arte sembra raccontare la natura in funzione dell'uomo, oppure filtrarla attraverso il suo occhio: dai dettagliatissimi paesaggi e i simboli rinascimentali fino alle nature morte, alle tempeste romantiche e ai giardini impressionisti, si giunge al contemporaneo, sinistro utilizzo di animali morti (...) con intuito straordinario Giuseppe Capitano fa il contrario, coglie il genio e la meraviglia proprio nella natura, e ce li restituisce sotto forma di misteriosa speranza, una luce di cui sospettavamo l'esistenza e d'improvviso è lì, fra erbe e foglie d'oro uscite forse dal nostro stesso cuore". Da qui il "Cuore", inteso come centro della terra, simbolo della parte più irrazionale dell'uomo e per questo legame imprescindibile con ogni altra forma di essere vivente. (Comunicato stampa)




Paolo Gubinelli Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli: "Opere su carta"
termina lo 07 maggio 2018
Palazzo Comunale di Pontassieve

L'artista marchigiano porta nel palazzo Comunale le sue opere, la purezza delle sue "carte", morbide e leggere, che rimandano ad una contemplazione quieta e chiarificante. Un'arte delicata con tonalità acquerellate che tra le lievi incisioni sulla carta le fanno acquistare un significato intimo e intenso. Carte da osservare. L'osservazione è preziosa ed è fondamentale - spiega l'ex sovrintendente al Polo Museale Fiorentino Antonio Paolucci - A mio giudizio è la chiave d'accesso decisiva per entrare nelle opere di Gubinelli; nelle sue ermetiche carte trasparenti, nelle sue criptiche incisioni, nelle piegature esatte, melodiose e misteriose, simili ai segni che le onde lasciano sulla sabbia".

Le sue "carte" pretendono, così, una lettura non superficiale, ma attenta e prolungata: hanno bisogno di un lettore disponibile per mediare contenuti, motivazioni e stimoli di ricerca. Una pittura che parla come i versi delicati di una poesia. "So - continua Paolucci - che non esiste nel panorama dell'arte italiana contemporanea, un pittore che abbia saputo, come Gubinelli, accettare per azzardo e chiudere con successo, il confronto con la poesia. Intendo il confronto nel senso tecnico del termine. In lui il mezzo espressivo, diciamo così, "professionale" e cioè la pittura, si affina, si disincarna, si consuma, diventa trasparente e leggero come una foglia. (Comunicato stampa)




Photosequences Photosequences
termina il 26 maggio 2018
Osart Gallery - Milano
www.osartgallery.com

Dieci opere storiche fotografiche realizzate tra il 1969 e il 1979 dagli artisti Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Peter Hutchinson, Duane Michals, Dennis Oppenheim, Gina Pane, Mario Schifano, Aldo Tagliaferro. La mostra si propone di analizzare il mezzo fotografico in funzione del concetto di sequenza. La sequenza, infatti, oltre ad "animare" l'immagine conferisce all'opera un ritmo narrativo trasformandola, così, in un vero e proprio racconto. Ebbene, gli artisti qui rappresentati, nonostante appartengano a movimenti artistici diversi tra loro, hanno in comune il fatto di aver utilizzato il concetto di foto sequenza per raccontare se stessi, i propri cari, le proprie idee, senza escludere lo spettatore assegnandogli una funzione attiva e non più solo contemplativa.

Peter Hutchinson viene considerato l'artista più rappresentativo della cosiddetta Narrative Art soprattutto per il suo modo innovativo con cui distanziava il rapporto tra fotografia e scrittura. L'opera The Visit (1972), per l'appunto, costruisce il percorso che il nostro cervello può compiere sia quando osserviamo un'immagine sia quando, invece, ci affidiamo al solo percorso guidato dal significato delle parole. Nelle sequenze fotografiche di Vito Acconci (Margins, 1969), Gina Pane (Je, 1972) e Dennis Oppenheim (2 image transfer drawing, 1975) è evidente il riferimento alla Body Art. Il corpo umano, rappresentato anche nella sua sfera emotiva, diventa la modalità attraverso cui gli artisti studiavano se stessi e gli esseri umani. Infatti, in queste tre opere l'artista è anche protagonista ricoprendo il ruolo di intruso in Je, sottolineando la sua presenza - e al contempo assenza - in Margins, ritraendo la versione passata e futura di se stesso in 2 image transfer drawing. Guardando al panorama italiano, le opere di Vincenzo Agnetti (Autotelefonata, 1974),

Mario Schifano (Polaroids, 1974) e Aldo Tagliaferro (Io ritratto, 1979) affrontano in modo innovativo e dialettico l'inesorabile avanzata dei mass media e la conseguente riflessione psicologica su di sé. Fu proprio nel 1974 che questi tre grandi artisti parteciparono a Fotomedia, presso il Museum am Ostwall di Dortmund, curata da Daniela Palazzoli, grazie alla quale la fotografia concettuale italiana ottenne uno dei primi riconoscimenti nel panorama artistico mondiale. Il ritratto di Bill Brandt (1973), invece, è un vero e proprio omaggio alla fotografia impersonata da uno dei suoi maggiori protagonisti. La sequenza, costituita da nove immagini disposte circolarmente, rivela la superlativa creatività fotografica che Duane Michals pratica da più di cinquant'anni di lavoro.

Per comprenderlo a fondo basta citare due frasi che raccontano la sua idea di fotografia: "La parola chiave è espressione, né fotografia, né pittura, né scrittura" (...) e "Quando voi guardate le mie fotografie state guardando i miei pensieri." Alla base di tutte le opere partecipanti a Photosequences c'è il volere dell'artista di raccontare attraverso il mezzo fotografico un pensiero, un avvenimento, un sentimento. Ciò alimenta la nostra curiosità e ci invita ad abbandonarci ad un flusso di idee, immagini ed emozioni tutte da scoprire "... cosicché Io partecipi a L'Altro" (cit. Gina Pane). Accompagna la mostra un catalogo bilingue con testi critici a cura di Daniela Palazzoli. (Comunicato stampa)




Una Collezione Italiana: Opere della Collezione Merlini
termina il 23 luglio 2018
Museo Palazzo Fortuny - Venezia

Fondazione Civici Musei Veneziani svela, a Palazzo Fortuny, la Collezione Merlini, una tra le maggiori raccolte private d'arte specializzate sul Novecento nazionale. Singole parti della grande Collezione sono già apparse in alcune mostre in anni recenti (nella stessa Venezia, a Palazzo Loredan a Firenze al Museo Marino Marini a Firenze, a Bologna al Museo Morandi, ecc.), ma questa esposizione ha il merito di proporre la Collezione in modo realmente rappresentativo dei suoi notevolissimi contenuti. Al Fortuny la Collezione Merlini non potrà essere esposta nella sua integrità, dato che il suo patrimonio supera di gran lunga i 400 pezzi. Ma Daniela Ferretti e Francesco Poli, curatori dell'esposizione, ne offrono una rappresentazione curatoriale di assoluto rilievo. In sintonia con lo spirito del collezionista, in una prospettiva di lettura inedita, determinata anche dalle affascinanti e peculiari caratteristiche degli ambienti del museo.

Le principali sezioni attraverso cui è stata scandita la collezione sono le seguenti: Metafisica e Novecento italiano; Realismo sociale e esistenziale; L'Astrattismo geometrico e il MAC; La stanza del collezionista (Wildt, Fontana, Melotti); Le tendenze dell'Informale (Gruppo degli Otto, Spazialismo, Movimento Nucleare, Ultimi Naturalisti); Omaggio a Morlotti; Il gruppo Azimuth e le tele strutturate; la Pittura Analitica. "Nucleo centrale della Collezione, e della mostra, è proprio "La stanza del Collezionista". Al Fortuny - sottolinea Mariella Gnani che della collezione è la curatrice viene riproposto, arredi compresi, uno degli ambienti di casa Merlini, quello che riflette maggiormente le passioni del Collezionista. Che ha voluto riunire, in questa stanza, una sequenza spettacolare di opere di Fontana, accanto alla "Madre" di Wildt, opera che lo scultore tenne per se stesso, e a due capolavori assoluti di Melotti, tra cui Teorema".

Giuseppe Merlini ha iniziato ad acquistare opere d'arte negli anni '60/'70, sviluppando - sottolinea Francesco Poli - "il suo interesse da un lato verso i grandi protagonisti ormai storicizzati del '900, e dall'altro verso le tendenze del dopoguerra, con un'attenzione costante anche agli sviluppi più attuali. In questo modo il suo progetto si è definito nel tempo come un tentativo riuscito di delineare un percorso (ben meditato e culturalmente fondato) tale da documentare con esempi significativi quasi tutti gli aspetti salienti dell'arte italiana. Ma è importante sottolineare il fatto che non si tratta di un insieme con caratteristiche freddamente documentarie, bensì di scelte di qualità che rispecchiano un gusto individuale e l'interesse particolare per certi artisti, nonché l'esclusione di altri".

"Merlini, ad esempio, si è interessato poco agli artisti della Pop Art, e per nulla alle ricerche sperimentali degli anni '60/'70 di area poverista e concettuale. Rimanendo fedele alla sua passione per la pittura ha però concentrato la sua attenzione su un buon numero di esponenti della cosiddetta Pittura Analitica, emersa negli anni'70, tra cui in particolare Olivieri e Vago". Per Merlini, Poli fa diretto riferimento alla grande tradizione del collezionismo lombardo. Quella che ha portato alla formazione di grandi raccolte come quelle di Jesi, la Mattioli, Piero Feroldi, Carlo Frua De Angeli, Carlo Grassi e Giuseppe Vismara, Piero Boschi - oggi in gran parte oggi confluite in musei pubblici. "Successivamente, con lo sviluppo sempre più accelerato e allargato del sistema dell'arte (a partire grosso modo dalla fine degli anni Settanta) il comportamento delle nuove generazioni di collezionisti è cambiato assumendo spesso connotazioni più mondane e più dichiaratamente speculative, con lo sguardo maggiormente rivolto alla scena artistica internazionale", chiosa Francesco Poli.

Quello di Giuseppe Merlini rimane invece uno straordinario esempio di "collezionismo vecchio stampo", essenzialmente improntato alla volontà di contribuire, con entusiasmo e competenza, a formare dei percorsi che, anche se rimangono un patrimonio privato, devono comunque avere come finalità quella di accrescere la circolazione e la conoscenza dell'arte a livello socialmente più allargato. Le oltre 400 opere raccolte da Merlini testimoniano questa visione culturale, mai speculativa. E, insieme, il raffinato gusto del collezionista forgiato anche attraverso attente frequentazioni con musei, gallerie e artisti. Con una scala di attenzione del tutto personale. Come un vero collezionista deve saper fare ed esprimere. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Francesco Vella. Visioni dell'arte: la ricerca del segno in pittura
termina il 29 aprile 2018
Spazio Officina di Chiasso (Svizzera)
www.centroculturalechiasso.ch

La prima esposizione antologica consacrata a Francesco Vella (Caneggio - Canton Ticino, 1954) pone l'accento in particolare sull'opera grafica dell'artista, centrale nel suo percorso, con le varie stampe di diversi colori (giallo, azzurro, nero...) di raffinata esecuzione: dalla serigrafia all'incisione, dall'assemblaggio al collage, dal disegno alla tempera. In mostra vengono illustrati trent'anni di attività creativa, partendo dalle prime esperienze degli anni '80, realizzatesi dopo il periodo di formazione all'Accademia di Belle Arti di Brera, prevalentemente a carattere "post-informale", per poi indirizzarsi sempre più verso il materico. Nelle sue tavole Vella incorpora immagini in una forma di stratificazione storica con un repertorio che parte dai maestri della storia dell'arte fino alla cronaca del quotidiano, filtrando le emozioni della propria interiorità.

L'impulso espressionista va diminuendo nel corso degli anni '90; le colature e le sovrapposizioni di colori si attenuano e si stemperano arrivando a realizzare campiture quasi monocrome di colore bianco, ruggine e blu grigio. Il minimalismo astratto che abbraccia Vella negli ultimi anni lo porta a riflettere sul less is more; compaiono il segno grafico, la scrittura primigenia, i segni illeggibili, le parole dell'anima. La parola diventa così forma e il significato colore. La mostra s'inserisce nel filone "Genius loci" dedicato agli approfondimenti tematici di artisti contemporanei legati per nascita o per operatività al Canton Ticino, con particolare riferimento a Chiasso. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa max museo - Svizzera e Insubria)




Katerina Šedá: As a UFO
termina il 31 maggio 2018
Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

La pratica artistica di Katerina Šedá, artista ceca (Brno, 1977) e tra le più riconosciute a livello internazionale, può facilmente rientrare nell'ambito di quella che Fanni Fetzer ha definito come arte "terapeutica". Le sue opere nascono da indagini sociali, intrecciano urbanistica, architettura, politica, dinamiche economiche, relazioni private e collettive. Si tratta di azioni pubbliche, disegnate, progettate e coordinate dall'artista stessa, che vedono come protagoniste le comunità e i luoghi nelle quali prendono vita. Katerina Šedá si muove come una sorta di catalizzatore, come una registanello spazio pubblico. Partendo da situazioni problematiche entra in dialogo diretto con le persone e, attraverso la costruzione di un complesso sistema di azioni e di esperienze partecipate, tenta di ricucire quelle fratture che il potere politico ed economico o che le dinamiche sociali hanno generato.

L'artista dà vita a un palinsesto di azioni verticali e orizzontali con l'obiettivo di procedere in direzione di un superamento delle barriere fi siche e mentali che si celano dietro le complesse realtà prese di volta in volta in esame. La produzione di opere d'arte è solamente l'ultimo step di un percorso complesso che individua l'oggetto artistico come strumento terapeutico. Il nucleo centrale di lavori storici, che hanno connotato la sua pratica artistica come una tra le più riconoscibili a livello interazionale, è composto dai progetti: There Is Nothing There (2003); It Doesn't Matter (2005); For Every Dog A Different Master (2007); Over and Over (2008); The Spirit of Uhyst (2009) e Mirror Hill (2010).

As A UFO, a cura di Andrea Lerda, anticipa la partecipazione di Katerina Šedá alla prossima edizione della Biennale di Architettura di Venezia, occasione in cui l'artista sarà protagonista del Padiglione della Repubblica Ceca e Slovacca. (...) La mostra è il modo in cui gli abitanti di Nošovice (piccolo paesino della Repubblica Ceca, nella Regione della Moravia-Slesia) definiscono la fabbrica della Hunday da quando, nel 2008, si è insediata nel tessuto urbano della cittadina. La famosa multinazionale automobilistica è stata invitata ad insediare un grande stabilimento in un'area a destinazione agricola nel centro di questo luogo. L'intera vita di Nošovice è stata a quel punto sconvolta. La geografi a del territorio è cambiata, la strada che attraversava la campagna e che permetteva di mettere in relazione alcune parti della cittadina è a partire da quel momento definitivamente scomparsa, bloccata da una cancellata invalicabile.

Attorno alla nuova fabbrica si erige ora un muro fatto di terra che, se ufficialmente viene indicato come necessario per preservare il segreto industriale, a livello pratico ha ripercussioni enormi nelle relazioni personali e negli spostamenti fisici dell'intera comunità. Quando nel 2008 Katerina Šedá è giunta per la prima volta a Nošovice ha avuto la sensazione di assoluta impotenza. Cambiamento dell'assetto urbano, modifi cazione delle dinamiche che regolavano le relazioni tra le persone, rottura degli equilibri di un'intera comunità. In questo scenario, le parole che l'artista sentiva pronunciare più frequentemente da parte degli abitanti erano sempre le stesse: "Ora non c'è più niente che possiamo fare".

Attraverso un percorso pluriennale che si è sviluppato in più fasi e che ha prodotto una grande quantità di opere (oggetti, fotografi e, disegni, azioni live), Katerina Šedá ha cercato di mettere in atto un processo di elaborazione comunitaria del problema. Grazie all'approccio partecipativo, tipico del suo modo di lavorare, No Light è da intendersi come un'esperienza che valica i confini artistici. Il suo fine è quello di elaborare il trauma intimo e collettivo causato dall'insediamento della fabbrica della Hunday, ma anche di individuare nuovi modelli di comunicazione e inedite modalità di abitare il limite. (Comunicato stampa)




Opera di Francesco Trombadori dalla mostra L'essenziale verità delle cose L'essenziale verità delle cose. Francesco Trombadori
termina lo 02 settembre 2018
Galleria d'Arte Moderna di Palermo

Esposte circa sessanta tele, dipinte tra il 1915 e il 1961, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private di tutta Italia, disegni, libri, cataloghi di mostre e articoli di giornale provenienti dall'Archivio dell'artista, custodito nel suo studio a Villa Strohl-Fern. La mostra, che ha avuto una sua prima edizione a Roma, presso la Galleria d'Arte Moderna (13 ottobre 2017 - 11 marzo 2018), riscuotendo un ampio successo, si inserisce nel programma di Palermo 2018 Capitale italiana della cultura. E' promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo, dalla Galleria d'Arte Moderna di Palermo e da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è a cura di Giovanna Caterina De Feo dell'Associazione Amici di Villa Strohl-Fern e della Sovrintendenza Capitolina. L'organizzazione è affidata a Civita - Opera Laboratori Fiorentini. Il catalogo è edito da Maretti edizioni.

Il titolo della mostra è tratto da una considerazione di Trombadori che per intero recita: "Moderna non è certo l'arte perché rispecchia il nostro tempo, che allora si tratterebbe di una questione di moda e formale. L'arte moderna come è anche antica, solo quella che riesce ad esprimere l'essenziale verità delle cose con profonda umanità e spiritualità...", un pensiero che, chiarendo quali siano le aspirazioni dell'artista, ne spiegano anche il proprio coerente percorso pittorico. Dopo più di dieci anni, dall'ultima mostra monografica tenuta a Siracusa, la Sicilia torna ad ospitare l'opera di Francesco Trombadori.

Siracusano di nascita, Trombadori dal primo dopoguerra visse a Roma, tuttavia non dimenticò mai la terra natia, come giustamente notava Leonardo Sciascia: "la pittura di Trombadori è ineffabilmente, segretamente intrisa del suo nascere a Siracusa, degli anni dell'infanzia e della prima giovinezza che vi ha passato, del suo esserci anche standone lontano". Lo dimostra Siracusa mia! (1919 ca), una veduta del Teatro Greco di Siracusa con sullo sfondo Ortigia e il mare, un quadro in mostra che, insieme ai paesaggi siciliani degli anni Cinquanta, testimoniano un amore costante per la Sicilia, seppure a distanza. Dal primo decennio del Novecento Trombadori è a Roma dove esordì nel vivace ambiente della cosiddetta Terza Saletta del Caffè Aragno, nel primo decennio del XX secolo, dove l'artista si avvicina al formativo ambiente de "Il Convito", la rivista d'arte e letteratura fondata da Adolfo De Bosis con Gabriele d'Annunzio e Angelo Conti.

Di questo primo periodo - raccontato in mostra anche dai disegni giovanili e da alcune, poco note, prove di illustratore condotte sotto l'influenza dello Jugend Münchner illustrierte - si propongono, tra le altre, anche le opere Il Viale di Villa Strohl-Fern (1919 circa), che apre alla nuova fase nella pittura di Trombadori e Alberi controluce (1920), un raro dipinto di stampo simbolista. La seconda sezione della mostra è incentrata sulle opere dipinte all'indomani della Prima Guerra Mondiale. Trombadori è ora vicino all'ambiente di Valori Plastici, la rivista fondata da Mario Broglio e, sulla scorta delle suggestioni del cosiddetto "Realismo Magico" di Bontempelli, avvia una profonda riflessione sull'antico in rapporto dialettico con le istanze dell'avanguardia e della tradizione.

Alle Biennali di Venezia e di Roma e alle Mostre del Novecento Italiano cui è invitato in questi anni perviene ad un proprio, personale neoclassicismo, immergendo in atmosfere domestiche di raffinata purezza formale i suoi ritratti, nature morte, quali, ad esempio, la Natura morta con i limoni, (1923) già in collezione Ugo Ojetti, la Natura morta con i cavoli rossi (1937). In questi anni Trombadori inizia un'intensa attività espositiva, in occasione della quale i suoi quadri vengono acquistati dal Comune di Roma ed entrano a far parte delle collezioni della Galleria d'Arte Moderna di Roma. Negli anni Trenta prosegue il contatto con il mondo culturale della capitale, in particolare con il mondo della rivista "Circoli" (1931-1939) fondata dal poeta Adriano Grande, per cui scrive come critico d'arte, i cui collaboratori sono Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giacomo Debenedetti, Giuseppe Ungaretti, Marcello Gallian, Alberto Savinio, Umberto Saba, Romano Bilenchi e Rosso di San Secondo. In questo periodo dipinge la Natura morta con i cavoli rossi, boccale e tela (1937, Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale), opere mature, ricche di suggestioni musicali e letterarie.

La mostra prosegue con un accenno al difficile decennio 1940-1950, tra guerra e ricostruzione, con l'anomalo quadro "Lo sbarco del pilota ferito" (1942, Studio Francesco Trombadori, Villa Strohl-Fern). Il percorso espositivo si conclude, infine, con i dipinti dal 1950 al 1961, scorci immersi in un'atmosfera deserta e lunare: i "paesaggi del silenzio" dipinti nelle tonalità dell'azzurro neutro e del grigio. Sono vedute di Roma, la città in cui vive, ma anche vedute della Sicilia, come il rimarchevole "La Fonte Aretusa", la "Casa con i fichi d'India", già collezione di Anna Magnani, La Marina di Siracusa, e i passaggi a livello. Ogni sezione della mostra è corredata dal ricco patrimonio documentario proveniente dall'Archivio dell'Artista a Villa Strohl-Fern, oggi Casa Museo, con cui si intende illustrare anche l'importante attività di critico che Trombadori svolse, dagli anni Venti, scrivendo per diverse testate nazionali. (Comunicato ufficio stampa Civita)




Locandina mostra Incroci al museo Lia (In)Croci al Museo Lia
termina il 27 maggio 2018
Museo Civico "Amedeo Lia" - La Spezia
www.casatestori.it

Per i 25 anni da Testori una mostra che propone una relazione affascinante. Un ciclo di Crocifissioni di Testori realizzato negli anni 80 viene presentato in dialogo con le antiche Crocifissioni dipinte e quelle preziose di orificeria della collezione Amedeo Lia di La Spezia. Amedeo Lia è stato uno dei maggiori collezionisti della pittura del 300 italiano, grazie alle indicazioni e alla supervisione di Federico Zeri. Oggi queste preziose tavole sono chiamate a un inatteso confronto con l'approccio tutto novecentesco di Testori. La calma compositiva viene come interrogata dal segno sconvolto è inquieto dei pastelli testoriano. La mostra è curata da Davide Dall'Ombra, direttore di Casa Testori e da Andrea Marmori, direttore del Museo Amedeo Lia. In mostra verrà presentato anche la Crocifissione dipinta da Testori nel 1949, con tutti i disegni preparatori da poco ritrovati.

«Giovanni Testori avrebbe amato perdutamente il Museo Amedeo Lia di La Spezia.E non solo perché tra queste mura sono conservate opere di alcuni degli autori che, come critico d'arte, ha più amato: da Vincenzo Foppa a Giacomo Ceruti. L'avrebbe amato perché questo museo racconta la storia di uno dei grandi collezionisti europei del secolo scorso, restituendocene la fisionomia. Lo scrittore gli avrebbe certamente dedicato parole infuocate sulle pagine del "Corriere della Sera", di cui curò per quasi vent'anni la pagina dedicata all'arte. Del resto, Testori fu anche un vorace, irrequieto e dilapidante collezionista: di quadri visse e non si contano le opere d'arte antica e moderna che passarono dalle sue mani. Non sorprende rivederne alcune tra queste sale spezzine, ove approdarono magari attraverso il gallerista Bruno Lorenzelli o il critico Federico Zeri.

Ma Giovanni Testori è stato uno degli intellettuali più versatili e importanti del Novecento italiano e il suo amore incondizionato per la pittura lo portò a cimentarsi personalmente nella creazione artistica, divenendo pittore dagli esiti significativi e in corso di riscoperta, negli ultimi anni. Nella mostra che inaugura sabato, a 25 anni dalla morte, si è scelto di indagare un tema centrale della sua produzione: la Croce e la Crocifissione, due soggetti tra i più diffusi nella storia dell'arte Occidentale, con numerose occorrenze nel Museo Lia, e indagato da Testori lungo tutta la vita: come drammaturgo, poeta e, appunto, pittore. Il visitatore troverà due cicli di dipinti e disegni, realizzati negli anni Quaranta e negli anni Ottanta, a oltre trent'anni uno dall'altro, qui presentati integralmente e insieme per la prima volta, per dar vita a un inedito dialogo con le Croci del Museo: da Lippo di Benivieni all'oreficeria medioevale di Limoges.» (Dall'introduzione di Davide Dall'Ombra)




Immagine di presentazione della mostra Arte e Diletto con opere di Valeria Pasta Morelli e altre pittrici Arte e Diletto
Valeria Pasta Morelli (1858-1909) e le pittrici del suo tempo


termina il 26 agosto 2018
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst - Rancate (Mendrisio)
www.ti.ch/zuest

La Pinacoteca Züst ha ricevuto di recente un'importante donazione di opere - 34 dipinti, anfore, album di studi, medaglie e diplomi - di una delle rare donne pittrici che il Ticino conti: Valeria Pasta Morelli (Mendrisio 1858 - Milano 1909). Rare e oltretutto spesso confinate nell'ambito familiare. Anche per questo motivo spesso dimenticate. E' stata la nipote, Valeria Morelli Razzini (1923-2014), che portava lo stesso nome della nonna, a destinare alla sua morte il lascito al nostro museo in memoria e onore dell'artista ma anche come segno di stima per il lavoro svolto dalla nostra istituzione. Valeria, che avrà come maestri anche Bartolomeo Giuliano e Sebastiano De Albertis, fu una delle poche ragazze a frequentare l'Accademia di Brera a Milano. Qui raccolse premi e riconoscimenti, mentre in patria la "Gazzetta ticinese" la celebrava come "esimia giovane artista" ricordando un suo dipinto allegorico realizzato per il carnevale di Mendrisio. Il matrimonio con un alto funzionario italiano chiuderà tuttavia le sue ambizioni, confinandola nel circuito domestico, l'unico ritenuto adatto a una donna della sua posizione.

La mostra intende far luce per la prima volta sulla personalità artistica di Valeria, non mancando tuttavia di contestualizzarla nel particolare ambito familiare nel quale si muoveva. Valeria era infatti figlia del noto dottor Carlo Pasta, consigliere nazionale e promotore, tra le altre imprese, della ferrovia e dell'industria alberghiera sul Monte Generoso. Lo zio era invece Bernardino Pasta, un pittore appartenente alla cerchia degli Induno che godette di buona fama. A queste figure così importanti sono quindi dedicate le prime sale della mostra. Una sezione presenta inoltre opere di altre donne artiste attive nel Cantone Ticino negli stessi anni, come Marie-Louise Audemars Manzoni, Giovanna Béha-Castagnola, Adele Andreazzi, Olga Clericetti, Elisa Rusca, Antonietta Solari e Regina Conti. Appartenenti quasi tutte a famiglie della borghesia locale, non frequentavano però le Accademie né le scuole di disegno dislocate sul territorio. Donne di buona famiglia, che coltivavano privatamente la loro passione per l arte, come un hobby piuttosto che come un lavoro, e che si esercitavano perlopiù negli studi dei pittori. Tra i maestri più apprezzati si ricorda Gioachimo Galbusera, che teneva nel suo atelier frequenti corsi e del quale si espongono alcuni dipinti. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Locandina mostra Il Sogno Americano - La Fotografia di Gusmano Cesaretti Il Sogno Americano
La Fotografia di Gusmano Cesaretti


termina il 27 maggio 2018
Fondazione Giuseppe Lazzareschi - Porcari (Lucca)
www.fondazionelazzareschi.it

La mostra fotografica, a cura di Riccarda Bernacchi e Lucia Morelli, raccoglie le opere dell'artista italo americano Gusmano Cesaretti. Una selezione di trenta scatti, due sezioni, Gusmano e il cinema e Gusmano e la Street Photography narrano la vita di un fotografo vicinissimo ai grandi del cinema tra cui Michael Mann, Tony Scott e Marc Forster eppure così vicino anche agli uomini più piccoli, non per dimensioni, ma per essere ai margini della società. E' la sua prima antologica in Italia, ma il fotografo porcarese, è molto conosciuto all'estero ed ha viaggiato moltissimo. Gusmano è fotografo di locations, fotografo di scena, produttore, regista di seconda unità. La sua attività di ricerca, di osservazione, di cura del dettaglio prima e durante la realizzazione dei films sono illustrate nella mostra, al piano terra, attraverso scatti scelti tra alcuni titoli di Mann: Thief (1981), Miami Vice tv show (1985), L'ultimo dei Mohicani (1992), The Insider (1999), Miami Vice The film (2006), Blackhat (2015).

Nel piano seminterrato della Fondazione Lazzareschi è invece ricostruito lo studio di Pasadena, in California. Il profilo di un uomo tatuato, gli occhi al cielo di una guaritrice messicana, il volto coperto di chi non ha nulla da perdere. Sono istanti fissati sulla pellicola, gli scatti più personali di Gusmano Cesaretti che alla fotografia ha dedicato la sua vita. Le sue foto testimoniano una parte importante dell'East Los Angeles, fatta di cultura di strada e di graffiti. Un patrimonio inestimabile non solo sotto il profilo artistico, ma anche sotto quello storico e documentaristico. L'esposizione sarà arricchita da un'importante esclusiva: l'intervista di Gusmano a Michael Mann, appositamente realizzata per questa prima esposizione italiana del fotografo. L'incontro con il regista Michael Mann, di cui Gusmano Cesaretti è, ancora oggi, stretto collaboratore, avviene nel 1979, quando alcune foto di Gusmano vengono pubblicate sulla rivista 'Picture' e Mann lo invita sul set di The Jerico Mile.

Da allora diventa personaggio chiave del processo creativo di uno dei più grandi registi americani. Michael Mann lo definisce 'suo fratello da madre diversa'. L'iniziativa, promossa e prodotta dalla Fondazione Giuseppe Lazzareschi, vede il patrocinio di Regione Toscana, Provincia di Lucca, Comune di Porcari e, per il suo alto valore culturale, della Cattedra Unesco Universidad y Patrimonio. A comporre il Comitato Scientifico ci sono illustri membri: oltre alle curatrici, Nicola Borrelli Presidente del Lucca Film Festival e Europa Cinema; Keane artista, Fotografo e giornalista; Olimpia Niglio docente universitaria e alla Business School del Sole 24 Ore. Tra i partner della mostra ci sono il Lucca Film Festival e Europa Cinema e il Photolux Festival.  (Comunicato stampa)




Opera di Marcello Morandini Marcello Morandini
termina il 28 aprile 2018
Scuola Grande della Misericordia - Venezia

Il percorso espositivo si articola in nuclei tematici tra opere storiche e realizzazioni più recenti che ripercorrono la personale ricerca stilistica dell'artista nell'ambito dell'arte, della scultura e della grafica. Il segno geometrico declinato nelle opere bidimensionali, nei pannelli e nelle sculture di grandi e piccole dimensioni dialogano con l'architettura imponente dell'edificio veneziano unico nel suo genere nel caratteristico sestiere di Cannaregio. La personale ricerca di Marcello Morandini (Mantova, 1940) prende le mosse dalla riflessione e dallo studio della geometria sia piana che solida, in un continuo dialogo tra il pieno e il vuoto, tra la forma e l'elemento matematico, tra il rigore geometrico e il minimalismo cromatico.

Morandini nasce artisticamente nell'ambiente milanese dei primi anni Sessanta, dove ne assorbe le inquietudini e l'esigenza dei continui confronti con l'ambito industriale ed esordisce nella prima mostra collettiva alla Galleria San Fedele di Milano nel 1964. Seguono due importanti mostre personali alla Galleria del Deposito di Genova nel 1965 e poi al Naviglio di Milano nel 1967 e la partecipazione nel 1968 alla Biennale di Venezia con una sala personale, che lo farà conoscere ed apprezzare in Italia e all'estero. L'artista rimane estraneo dalle correnti e dai gruppi artistici, che in quel periodo andavano per la maggiore, a favore di una personale linea di ricerca, in qualche modo vicina a quelle condotte dai gruppi cinetico-programmati ma sostanzialmente unica ed originale.

Inaugura una proficua collaborazione con la Svizzera e la Germania (prima Basilea, Hannover, Berlino, in un secondo momento Darmstadt, Düsseldorf, Monaco, ecc.) dove passerà, seppure a tratti, gran parte della sua vita, sviluppando progetti e approfondendo gli sviluppi futuri del suo percorso artistico. Anche l'Asia con Singapore e Tokyo, negli anni Ottanta, la Malaysia nei novanta, divengono luogo ideale per i suoi progetti per lo più architettonici, spesso nati dalla riflessione delle sue opere artistiche. La mostra è realizzata in collaborazione con la Fondazione Marcello Morandini, costituita nel 2016, con l'obiettivo di fondare un museo nel 2018 dedicato all'artista, conservando e valorizzando le sue opere d'arte, di design e architettura e promuovendo la conoscenza delle arti in generale e in ogni loro forma. La Fondazione Morandini persegue queste finalità, attraverso esposizioni, eventi culturali e convegni, ricerche, pubblicazioni, attività didattiche con la collaborazione di musei e istituzioni italiani e internazionali. La sede museale avrà sede a Varese a ultimazione dei lavori di restauro.

«Arte, architettura, design, tre realtà che incoscientemente ogni giorno e in ogni momento mi coinvolgono - spiega Morandini - e ci coinvolgono arricchendo il nostro habitat fisico e culturale- in arte uso solo i colori bianco e nero, come in una grafia su di un foglio, dove non è necessario nessun altro valore cromatico aggiunto e le sue forme hanno modo di raccontare unicamente la loro storia e la loro bellezza all'interno dell'affascinante mondo della geometria!». (Comunicato stampa)




Salvo Raeli - Penelope - 2006 Salvo Raeli
termina il 26 aprile 2018
Galleria Peccolo - Livorno

Salvo Raeli (Noto - Sicilia, 1946) dopo gli studi presso l'Istituto d'Arte di Siracusa e all'Accademia di Belle Arti di Catania, inizia la propria ricerca artistica nel 1972 e dal 1976 insegna presso Istituti d'Arte e Istituti Universitari. Dopo la sua esperienza con sculture monocrome dalla forma bio-morfa, realizzate usando cemento o ossido e pigmenti monocromi sostenuti da strutture di legno, inizia negli anni Novanta una serie di dipinti astratti, prevalentemente su cartoncino in fogli di cm.50x70 e 70x100, che si inscrivono con pieno titolo in quella che è stata nominata "Astrazione ridefinita" da Demetrio Paparoni, autore della prefazione in catalogo. Come le precedenti sculture anche questi dipinti assumono una presenza di ritmicità e spazialità ripetuta e meditativa. Le opere si presentano come vere e proprie griglie coloratissime, costruite con l'utilizzo di soli pochi colori primari attraverso la stratificazioni di piccoli segni, pennellate mai distese, solo tocchi, come si trattasse di timbri.

Poiché ogni nuova pennellata deve lasciar intravvedere quelle sottostanti vengono utilizzati colori diluiti, inizialmente acrilici e pastelli, successivamente, per dare un effetto tridimensionale all'insieme, l'ultimo tocco è affidato agli acquarelli. I colori secondari sono dunque il risultato delle variazioni di dosaggio e delle sovrapposizioni, che sono tali e tante da conferire all'insieme una gamma molto ampia di colori e tonalità. Non sorprende come, già negli anni novanta, per via della sua natura riservata, l'autore abbia vissuto questa esperienza come una sorta di meditazione solitaria; infatti la sua pratica pittorica lo portava a ripetere gesti controllati, che fanno dei suoi lavori una sorta di preghiera solitaria, un mantra, capace di svuotare la mente. Raeli descriveva i suoi dipinti su carta come "paesaggi interiori" e che per ognuno di essi trovava sempre un diverso riferimento a un fiore o a un luogo visto in una precisa ora del giorno e della luce. Catalogo italiano/inglese, ed. Edizioni Peccolo, con le immagini delle opere in mostra, uno scritto-prefazione di Demetrio Paparoni e una succinta nota su questi lavori di Roberto Lacarbonara. (Comunicato stampa)




Carlo Magno a caccia nella foresta con alcuni vassalli, 1300-1315 - Pittura murale proveniente dal Castello di Cruet (Val d'Isère, Francia) Chambéry, Musée Savoisien - Département de la Savoie Carlo Magno va alla guerra
Cavalieri e amor cortese nei castelli tra Italia e Francia


termina il 16 luglio 2018
Palazzo Madama - Torino

La mostra presenta per la prima volta in Italia il rarissimo ciclo di pitture medievali del Castello di Cruet (Val d'Isère, Francia), una testimonianza unica della pittura del Trecento in Savoia. Dopo una prima tappa a Ginevra nel 2017, l'esposizione giunge con importanti novità a Torino grazie alla collaborazione tra il Museo Civico d'Arte Antica di Torino e il Musée Savoisien di Chambery, nell'ambito delle iniziative della Rete internazionale di musei appartenenti ai territori originariamente parte del ducato di Savoia. A Torino la mostra, grazie alla curatela di Simonetta Castronovo, conservatore di Palazzo Madama, rivolge particolare attenzione all'arredo e alla vita di corte nei castelli di Piemonte e Valle d'Aosta nel 1300, con opere provenienti da Torino, Moncalieri, Montaldo di Mondovì (Cuneo), San Vittoria d'Alba (Cuneo) e Quart (Aosta). Le pitture murali provengono dal castello di Cruet, proprietà dei signori de la Rive, vassalli di Amedeo V di Savoia (1285-1323); lunghe complessivamente oltre 40 metri, sono state staccate dalle pareti della dimora savoiarda nel 1985 per ragioni conservative e, dopo un restauro concluso nel 1988, sono da allora esposte presso il Musée Savoisien di Chambery.

Il ciclo rappresenta episodi tratti da una celebre chanson de geste, il Girart de Vienne di Bertrand de Bar-sur-Aube, composta nel 1180 e dedicata alle vicende di un cavaliere della corte di Carlo Magno. Raffigura pertanto scene di caccia nella foresta, battaglie, duelli, l'assedio a un castello, l'investitura feudale, la raffigurazione di un banchetto, accanto ad episodi narrativi specifici di questo poema cavalleresco. Presentate in sequenza in Corte Medievale, le pitture ricostruiscono idealmente la decorazione della sala aulica del castello di Cruet grazie a uno scenografico allestimento realizzato dall'architetto Matteo Patriarca con Gabriele Iasi e Studio Vairano. Accanto a queste straordinarie pitture, la mostra presenta una cinquantina di opere provenienti dalle collezioni di Palazzo Madama e da altre istituzioni, con pezzi mai esposti prima al pubblico. Essi arricchiscono il percorso consentendo di immaginare la vita nei castelli medievali della contea di Savoia tra 1200 e 1300. Sculture, mobili, armi, avori, oreficerie, codici miniati, ceramiche, vasellame da tavola, cofanetti preziosi, monete e sigilli documentano i tanti aspetti dell'arte di corte e della cultura materiale dell'epoca. (Comunicato stampa)




Mostra Nascita di una Nazione - Tra Guttuso, Fontana e Schifano Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
termina il 22 luglio 2018
Palazzo Strozzi - Firenze

Viaggio tra arte, politica e società nell'Italia tra gli anni Cinquanta e il periodo della contestazione attraverso ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto. L'esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, vede per la prima volta riunite assieme opere emblematiche del fermento culturale italiano tra gli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta: un itinerario artistico che parte dal trionfo dell'Arte Informale per arrivare alle sperimentazioni su immagini, gesti e figure della Pop Art in giustapposizione con le esperienze della pittura monocroma fino ai nuovi linguaggi dell'Arte Povera e dell'Arte Concettuale.

La mostra racconta la nascita del senso di Nazione attraverso gli occhi e le pratiche di artisti che, con le loro sperimentazioni, da un lato fanno arte di militanza e impegno politico, dall'altra reinventano i concetti di identità, appartenenza e collettività collegandosi alle contraddizioni della storia d'Italia negli anni successivi al cupo periodo del fascismo e della guerra. Sono questi gli anni del cosiddetto "miracolo economico", momento di trasformazione profonda della società italiana fino alla fatidica data del 1968, di cui nel 2018 ricorre il cinquantesimo anniversario. E' in questo ventennio che prende forma una nuova idea di arte, proiettata nella contemporaneità attraverso una straordinaria vitalità di linguaggi, materie e forme che si alimentano di segni e figure della cronaca. Come in una sorta di "macchina del tempo" costruita per immagini, con un originale taglio curatoriale, l'esposizione narra il periodo più fertile dell'arte italiana della seconda metà del Novecento, che oggi è riconosciuto come contributo fondamentale per l'arte contemporanea, ripercorrendo alcuni temi identitari di un Paese in cui l'arte viene concepita sia come forza innovatrice sia come strumento di approfondimento di un più ampio contesto culturale.

"Nascita di una Nazione vuole offrire una chiave di lettura ad un periodo artistico che si è intrecciato indissolubilmente con lo sviluppo dell'Italia e che ha tratto dalla politica, dal costume e dai cambiamenti sociali linfa vitale", spiega Luca Massimo Barbero. "Le sale riassumono le tensioni sociali, politiche, culturali e sociali di quegli anni dando un quadro straordinariamente ricco ed eterogeneo di ricerche artistiche che può sorprende vedere qui riunite per assonanze e contrasti, ma che fotografano un dialogo che risulta, a maggior ragione oggi, assolutamente vitale". (Comunicato stampa)




Pier Paolo Calzolari - Gesti (Variazione I) - 1968 (Detail) - Property Fondo Calzolari Trust - Courtesy Archivio Fondazione Calzolari - Photo Michele Alberto Sereni Pier Paolo Calzolari
21 March - 12 May 2018
White Cube Gallery Mason's Yard - London

The Fondazione Calzolari is pleased to announce the first major exhibition of works by Pier Paolo Calzolari in UK, organized by Mathieu Paris. Featuring works drawn from across the artist's extensive career, the exhibition will include several major installations from the late 1960s until the late 2000s, with a strong focus on Calzolari's production from the 1970s and '80s. From the first works dating back to 1965 to the present day, Calzolari has developed a complex research process based on pluralism, keeping away from all forms of repetition unless related to the requirements of reality. His ability to constantly reinvent himself throughout his over fifty-year career means he is now considered one of the most inventive and liveliest artists of his generation. Calzolari's practice focuses on the activation of space, investigating notions of the sublime through transformative processes. Balancing materials in different states, such as lead and ice or fire and neon in installations or tableaux vivants, his work engages in a kind of alchemy, linking it with earlier traditions in art, in particular Renaissance painting and the work of Italian artists from the Valori Plastici and Pittura Metafisica movements.

Born in 1943 in Bologna, Calzolari grew up in Venice, where the city's striking light and reflections led him to explore luminosity through his now signature material, frost. Created using small refrigeration units and copper tubing, this sensory material with its tactile, powdery surface is used in his works to convey 'pure' whiteness, something that cannot be found in manufactured pigment and only exists in nature. Trained as a painter, Calzolari started exhibiting in 1966-67 with the work-performance Il filtro e benvenuto all'angelo created in his studio in Palazzo Bentivoglio in Bologna. He was among the artists on show at the Deposito d'Arte Presente in Turin as part of one of the first Arte Povera events. In 1969 he took part in the exhibition When Attitudes become Form in Berne.

His first icing sculptures date back to that period, as well as the artwork titled Casa ideale (1968), which brings together different types of works the artist actually constructed around something he wrote, which may be taken as a manifesto. His initial closeness to other Arte Povera artists is revealed in Calzolari's quest for a Franciscan-inspired horizontality that resulted in his own reworking of the relationships between art, reality, and nature. In 1972 Calzolari decided to follow his own more individual path. The unconventional employment of poor materials - including tobacco leaves, margarine, Judah's tree petals, moss, lead, ice, evanescent neon lights - confirms the artist's desire for unconventional flexibility, whose expressive and formal purity is always linked to the passing of time and the transformation of matter. Calzolari's work is democratic in its scope and anything can become part of a composite artistic language in which materials are rediscovered and redefined. His sculptures and installations attempt to create 'a democracy of exchange and language between different things. (Press release)




Opera di Alberto Bongini nella mostra Matite al Museo degli Angeli di Sant'Angelo di Brolo Matite (metafore della vita)
termina il 27 aprile 2018
Museo degli Angeli - Sant'Angelo di Brolo (Messina)
www.museodegliangeli.it

La mostra - a cura da Paola Caruso - nata da un'idea di Angelo Conti e Francesco Scorsone prende spunto dal racconto di Paolo Coelho dal titolo La matita. Perché matite - metafore della vita - perché il racconto di Paolo Coelho induce a momenti di riflessione e se volete anche di tenerezza ma soprattutto riguarda la matita e dell'uso che se ne fa nell'ambito di chi sceglie di accostarsi all'arte e alle sue diverse forme di disegno, pittura o scrittura. Trentadue artisti hanno accettato di raccontarsi attraverso il segno su un cartoncino di formato cm.25x35 per questa kermesse dedicata alla matita e alle sue sfaccettature.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: (...) gli artisti hanno tracciato opere in cui la matita, utilizzata sia come semplice grafite sia come oggetto oppure interpretata attraverso varie tecniche, si è fatta latrice di pensieri e seduzioni. La mano è diventata maestra di vita, presenza incombente e benevola. Il tratto, ora sottile ora spesso, evoca, nelle opere, il racconto originario e profili e stanze affiorano dal foglio. Lo spigolo gioca con la curva, linee chiuse si intrecciano con linee aperte, l'ironia sorregge la malinconia e solitudini si alternano ad amori e complicità. In un gioco tra essere ed apparire, tra finzione e realtà, la matita ridisegna i contorni degli oggetti e se stessa in un ribaltamento continuo di ruoli.(...)"

Gli artisti: Antonella Affronti, Anna Maria Asaro, Anna Balsamo, Alberto Bongini, Totò Calò, Sebastiano Caracozzo, Aurelio Caruso, Elio Corrao, Maria Rita Cuccia, Naire Feo, Sesto Gaglio, Daniela Gargano, Giuseppe Gargano, Carla Horat, Caterina Lala, Marialuisa Lippa, Maria Pia Lo Verso, Gabriella Lupinacci, Rosalia Marchiafava, Sara Mineo, Francesco Pintaudi, Mariella Ramondo, Cinzia Romano, Anna Santoro, Marisa Sapienza, Angela Sarzana, Enzo Sciavolino, Egle Scroppo, Diego Scursatone, Gianni Maria Tessari, Maria Felice Vadalà e Tiziana Viola-Massa. (Comunicato stampa)




Nebojsa Despotovic - Wind inside the residue - acrylic, resin, glass powder, pvc, silicone on engraved wood, 22x31cm, 2018 Nebojša Despotovic
Between the devil and the deep blue sea ovvero freie Kartoffeln


termina il 28 aprile 2018
Boccanera Gallery - Trento
www.arteboccanera.com

Nella terza personale di Nebojša Despotovic (Belgrado, 1982) alla galleria Boccanera di Trento, i 200 metri quadrati dello spazio ospiteranno l'ultima produzione di dipinti dell'artista in connessione con gli elementi che l'hanno accompagnato nel processo creativo, contestualizzandoli in una monumentale installazione ambientale, curata dallo stesso artista. Nebojša pubblica il processo di creazione dell'opera nello studio installando in galleria gli oggetti che l'hanno circondata, i residui che ha lasciato rivelando la vitale corrispondenza che li lega nell'esistenza reciproca, rompendo l'innaturale equilibrio dello spazio espositivo canonico. Insieme ai dipinti, gli oggetti comporranno un'installazione composta di wall painting e scenografie per dare una rappresentazione più comprensibile del mondo che può manifestarsi solo nell'atto della creazione. La mostra (...ovvero freie Kartoffeln) vuole restituire all'opera l'umanità della sua natura regalando allo spettatore un'esperienza completa dell'evoluzione dell'opera nello spazio e nella mente dell'artista. (Comunicato stampa)

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There is a time when the work of art takes shape that, as users, we will never see it. It is a moment reserved only for the author who, in the intimacy of his studio, over time builds his piece. In the third solo exhibition of Nebojša Despotovic (Belgrade, SRB in 1982) at Boccanera Gallery in Trento, the 200 square meters of space will host the artist's late production of paintings in connection with the elements that accompanied him in the creative process, in an environmental installation curated by the artist. Nebojša exposes the creative process of his work happening in the studio by installing in the gallery, the objects that surrounded him, the residues left behind, revealing the vital correspondence that binds them to mutual existence, breaking the unnatural balance of the canonical exhibition space. Together with the paintings, objects will be included in an installation composed of murals and a theatrical backdrop, with the aim to give a more comprehensible representation of the world that exhist only in the act of creation. The exhibition (...ovvero freie Kartoffeln) wants to restore the humanity of the work which by its nature offers the viewer a complete experience of the evolution of the artwork in the artist's space and mind. (Press release)




Mario Botta - Cattedrale della Resurrezione Mario Botta. Spazio Sacro
termina il 12 agosto 2018
Pinacoteca Comunale Casa Rusca - Locarno
www.museocasarusca.ch

Progetto espositivo curato dallo studio Mario Botta Architetti, con la direzione scientifica di Rudy Chiappini. Dopo aver presentato artisti di fama internazionale (Valerio Adami, Fernando Botero, Hans Erni, Mimmo Rotella, Javier Marín e Robert Indiana), il Museo inaugura la programmazione espositiva del 2018 con una mostra dedicata a Mario Botta, estendendo il proprio orizzonte di ricerca e interesse anche all'architettura. L'esposizione documenta una tipologia cara all'architetto Mario Botta che, in tanti anni di attività, ha avuto diverse opportunità di confrontarsi con la dimensione del sacro, tanto da giungere ad affermare che "attraverso gli edifici di culto ho l'impressione di aver individuato le radici profonde dell'architettura stessa. I concetti di gravità, di soglia e di luce come generatrice dello spazio, il gioco delle proporzioni e l'andamento ritmico degli elementi costruttivi, fanno riscoprire all'architetto le ragioni primarie, di matrice in qualche modo sacra, detettura stessa."

Per la prima volta in assoluto saranno presentate 22 architetture realizzate in differenti Paesi. Tutti i progetti saranno documentati con modelli originali, disegni e gigantografie. La capacità dell'architetto svizzero è infatti quella di sviluppare un linguaggio architettonico basato sullo studio delle forme primarie, dei volumi puri, della geometria elementare e dei materiali naturali. Una sfida importante da vincere per Botta è misurarsi con l'infinito attraverso elementi finiti, figure semplici che sono più facilmente distinguibili e in cui tutti si possono riconoscere. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo illustrato, accompagnato da una introduzione di saggi critici (Salvatore Veca, Gianfranco Ravasi, Corrado Bologna, Pierluigi Panza, Giorgio Ciucci) e da una selezionata raccolta antologica a complemento di ogni capitolo. (Comunicato stampa)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella. Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Particolare dalla locandina della mostra di Paolo Icaro Paolo Icaro
Un prato in quattro tempi | Ultimo tempo


14 marzo 2018 (inaugurazione)
Cortile della Ca' Granda - Università degli Studi di Milano
www.lastatalearte.it

La terza edizione di La Statale Arte, in collaborazione con la galleria Lorenzelli Arte, ha ospitato, dallo scorso settembre, Un prato in quattro tempi, un progetto in cui Icaro ha pensato il campo dell'Università come uno spazio da esplorare, in una continua evoluzione di azione e di pensiero. I tre tempi del'intervento realizzati a settembre - dissodamento, rastrellatura, semina - si sono rivelati gesti di insieme, atti orchestrati da Icaro e interpretati dagli studenti dell'Ateneo: i tagli dell'inverno sono stati atti botanici, volti a permettere alla natura di compiere il ciclo autonomo di crescita.

Il quarto tempo, quello del 14 marzo, sarà l'ultima visione dell'artista sul campo, la sua impronta su una terra utilizzata come materia, un intervento plastico su uno spazio preesistente. Il segno di Paolo Icaro sarà una spirale quadra, una forma continua, di tradizione classica e mediterranea, già da lui proposta in Etcoetera (Square Spirals) del 1978. Durante la performance, Icaro esplorerà, per l'ultima volta, il campo della Ca' Granda, che accoglierà la sua presenza fisica e il suo cammino. Mentre gli studenti scandiranno le parole che il processo della semina ha suscitato in loro, l'artista percorrerà il campo, ponendosi ancora una volta a misurare lo spazio, a dare fisicità al vuoto, come già dagli inizi degli anni Settanta, quando il suo corpo diventò unità di misura del reale: linea, movimento e misura sono gli elementi grammaticali del suo fare scultura, i codici del suo processo creativo.

Dietro di lui, a un metro e mezzo di distanza, verrà realizzata la spirale dagli operatori. I quattro tempi del titolo dell'intero lavoro riportano alle quattro fasi del processo creativo dell'artista, già da lui enunciate nel 1968 e ancora titolo della recente monografia curata da Lara Conte: il "faredisfarerifarevedere". Un prato in quattro tempi è dunque una visione, uno spazio mentale e fisico che è stato in un primo momento osservato per l'analisi, quindi agito coralmente, infine congedato, dopo che il suolo ha conosciuto il gesto umano e il giudizio critico si è compiuto. Tutte le fasi del work in progress sono state documentate da una serie di fotografie di Raimondo Santucci (oggetto, poi, del catalogo Skira) e da riprese video ad opera del CTU - Centro per la Tecnologia e la didattica multimediale - della Statale, visibili al termine della performance. Alle ore 15.00, nella Sala di rappresentanza del rettorato, Paolo Icaro converserà con Maria Daniela Candia, docente di Biologia animale e Prorettore Vicario: e l'arte e la scienza troveranno un terreno di germinazione futura. (Comunicato stampa)




Mario Nigro - Spazi del colore Mario Nigro. Gli Spazi del Colore
termina lo 02 settembre 2018
Fondazione Ghisla Art Collection - Locarno
www.ghisla-art.ch

Retrospettiva antologica su Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992), uno dei protagonisti dell'arte italiana della seconda metà del '900, organizzata in collaborazione con la Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca e con l'Archivio Mario Nigro in occasione del centenario della nascita dell'artista. La rassegna, curata da Paolo Bolpagni e Francesca Pola, già nel titolo sottolinea due aspetti fondanti dell'opera dell'artista, peraltro ampiamente rappresentati in un lavoro significativo di Nigro, Spazio totale del 1953, presente fra i capolavori della Collezione Ghisla.

Mario Nigro si situa nell'ambito dell'arte astratta in modo del tutto personale, a partire dalla fine degli anni Quaranta, con opere che guardano ai maestri delle avanguardie storiche (Kandinsky, Klee, Mondrian) coniugando sollecitazioni di matrice più lirica con un uso rigoroso della geometria, per giungere nei primi anni Cinquanta alla definizione del suo primo grande ciclo compiuto, quello dello "spazio totale", in cui struttura e colore dialogano in modo continuo, generando intensi dinamismi. Attraverso le 35 opere che costituiscono la mostra appare chiaro l'impegno di Nigro ad indagare il rapporto dell'uomo con lo spazio, inteso come luogo del divenire, luogo entro cui, nel tempo, l'azione si compie. Nelle fasce pittoriche vettoriali delle opere di "spazio totale", che lasciano campo alla libertà dei segni grafici che si intrecciano a formare reti e reticoli o a costruire forme vibranti che agiscono a raggiera, si riconosce questo suo intento che volge alla essenzialità.

In questo percorso, l'artista raggiunge prima una liberazione dalla rete di segni creando scansioni di segmenti obliqui tra loro paralleli che, per righe successive, riempiono il piano o la figura geometrica nelle progressioni del suo "tempo totale"; arriva poi alla massima semplificazione nelle opere dedicate alla "analisi della linea", in seguito spezzata a mimare il tracciato di un lampo o la fessurazione del suolo a seguito di un terremoto (da qui la denominazione del ciclo dei "terremoti") per giungere agli "orizzonti" dove un tratto orizzontale è l'unico elemento di narrazione. Siamo alla fine degli anni Ottanta quando Nigro riprende un uso espressivo del colore, con opere in cui le pennellate per lo più orizzontali prendono densità e diventano fortemente incisive, quasi l'artista intenda partecipare ai drammatici rivolgimenti della storia con un suo canto drammatico al colore, che, forzato con la gestualità dei segni, sembra diventare unico protagonista della sua pittura.

Poi tutto si placa con le "meditazioni" fatte di un pacato disporre di rettangoli di colori che si rarefanno nel tempo e con le "strutture" in cui i rettangoli sono costituiti da segni puramente cromatici, che danno nuova sostanza allo spazio. Per comprendere meglio l'artista non possiamo dimenticare che il variare della sua poetica era conseguenza diretta dell'attenzione che poneva al mondo reale, alle situazioni sociali, agli eventi, ai cambiamenti, alle persone, a se stesso. Una pittura quindi non avulsa dal tempo, come potrebbe essere ritenuta l'arte astratta, ma ben immersa dentro la storia. La rilevanza internazionale della produzione di Mario Nigro ha suscitato, per l'attualità della sua visione creativa, un crescente interesse del sistema dell'arte nelle sue varie componenti, dalle istituzioni al collezionismo, in particolare nel corso dell'ultimo decennio. Accompagna la mostra un'ampia monografia in italiano e in inglese pubblicata dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'Arte con testi dei curatori Paolo Bolpagni e Francesca Pola e di Mattia Patti. (Comunicato ufficio stampa uessearte)




Max Marra - Corpo Cosmos cm.50,5x63,5x9 TM su tela 2015 Max Marra - Orizzonti di cosmos - cm.130x160 tm su juta 2017 Max Marra: L'opera al bianco
termina lo 06 maggio 2018
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

L'artista, di origine calabrese, si avvale di una forte matericità, tratta anche da quel mondo, ruvidamente stagliato tra terra e mare, che nella sua infanzia soleva abitare. Le opere di per sé potrebbero ricordare i medesimi ragionamenti spazialisti attuati da Burri e Fontana avviluppati in un'estetica organica piuttosto manzoniana; ma, sebbene non inediti, gli espedienti artistici adottati da Marra non vogliono sfondare la bidimensionalità del quadro per condurre il suo fruitore ad un infinito al di là nascosto dietro la tela, ma piuttosto è la tela stessa che estroflettendosi si protende verso l'esterno, verso ogni spettatore. Tale costruzione spaziale, con il proprio turgore, si giustappone alla superficie piatta della tela; distese collinari, sospese in uno stato di stasi, intervengono a calibrare lo spazio tentando di appropriarsi di sempre maggiore ossigeno.

La logica plastica, sussunta dal discorso pittorico, viene magistralmente architettata nell'inviolabile riquadro della tela; qui forme e texture differenti collaborano per creare un discorso pulito, netto, atto a sviscerare tutti gli ingarbugliati drammi che la tela si porta in grembo. La fisicità delle opere è, pertanto, l'aperta dichiarazione dell'artista di aver messo in gioco problematiche viscerali, costruite in modo da formare una dettagliata topografia di un intimo territorio. Tale mappatura si esprime con efficacia soprattutto attraverso le dispersive campiture dei monocromi bianchi, opere che richiamano gli Achrome di Manzoni. Questi pallidi riquadri rappresentano proprio la selezione effettuata per la mostra, la quale mira ad evidenziare il candore e la leggerezza celati tra i pesanti avviluppi fisici delle opere di Max Marra. (Comunicato stampa)




Thomas Demand
termina l'11 maggio 2018
Galleria Gentili - Firenze
www.galleriagentili.it

Come sta la questione della nostra memoria? Spesso parliamo del suo "sbiadire", come se le immagini, sotto il sole dei giorni e degli anni che scorrono,cominciassero per prima cosa a perdere i loro colori e solo in un secondo tempo i loro contorni! Non è forse vero che, oggi, sono soprattutto le fotografie a costituire la base della nostra memoria degli eventi personali e di quelli storici? Le immagini diffuse dai media costituiscono un patrimonio di memoria collettiva, anche se, sotto l'odierno flusso continuo delle informazioni, anch'esso rischia di perdere i suoi contorni. D'altra parte le fotografie costituiscono una riduzione estrema della realtà, se pensiamo che in esse tutti i sensi, a parte la vista, si spengono. Né suoni, né odori, né corpi e superfici possono essere messi in collegamento con la riproduzione fotografica di una realtà.

Thomas Demand porta avanti un'indagine su campioni fotografici che ci sono per lo più noti attraverso la stampa, anche se spesso non ne siamo consapevoli; lo fa ricostruendo in dimensioni naturali la situazione fissata dalla fotografia. A questo scopo utilizza carta di diverso spessore, colore e struttura della superficie. La situazione ricreata va a costituire un fragile spazio del ricordo, che ha perduto ogni peso corporeo. Questo primo passo del trasferimento di una fotografia in un nuovo spazio si concretizza attraverso l'uso della luce, grazie a cui la matrice ritrovata comincia a "respirare". La lente della macchina fotografica è il fuoco sul quale si concentrano tutti i lavori in preparazione.

La nuova fotografia così ottenuta è, nel suo cromatismo e nell'atmosfera creata dalla luce, l'unico obiettivo di questo processo di creazione. Subito dopo le costruzioni in carta scompaiono. Le immagini create da Thomas Demand appaiono all'osservatore in qualche modo familiari, ma senza che se ne possa addurne un preciso motivo. Impalpabili fili di memoria riportano l'osservatore al passato, a emozioni vissute, inafferrabili come quelle evocate dal profumo e dal sapore della madeleine descritta da Proust nella Rercherche, ma allo stesso tempo potenti. Frammenti di memoria si insinuano nelle immagini di Demand fino a creare un nuovo presente. L'invisibile si fa visibile, perché l'immagine non è ciò che rappresenta. La riproduzione creata non mostra alcuna analogia fisica col modello reale. Al posto di spazio e corporeità c'è ora l'accostamento di superfici colorate.

Ognuno dei colori e delle forme racchiude in sé una sensazione capace di far emergere il ricordo. Il processo dell'osservazione fa scaturire la percezione di una realtà vissuta. Rendendo percepibile il processo attraverso cui l'immagine diventa tale, le fotografie di Thomas Demand penetrano in modo diverso nella nostra coscienza. Noi osservatori ci esponiamo al rischio che dietro ogni oggetto rappresentato ci sia qualcosa di nascosto, persino qualcosa di cui, nella realtà, non esiste corrispondente alcuno. Per questo, le immagini di Thomas Demand vanno ben oltre lo status di una riproduzione. Potrebbero essere considerate anche come metafore della fragilità della nostra immaginazione. (Helmut Friedel)

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Where is memory? There is often talk of fading, as if the images were to lose colour and then shape under the sun of the following days and years! Are photographs not currently the primary basis for our memories of personal and historical events? The images distributed in the media comprise a collective wealth of memory, even if it is now losing its shape due to information overload. Photographs now cause an extreme reduction of reality, as all senses other than vision are suppressed. It is not possible to associate any noise, smell, body or surface with the photographic reproduction of a reality. Thomas Demand approaches third-party images, most of which are already familiar to us through publications, by reproducing the situations captured in the photographs in their actual size. To achieve this, he uses paper in various thicknesses, with various surface textures and in various colours.

The reconstructed situation thus provides a fragile space of memory that loses the weight of the physical and instead works with mere appearance. This initial step of transferring a photograph to a new space is substantiated through illumination, which allows the rediscovered matrix to begin to "breathe". The camera lens is the focus on which all preparatory work concentrates. The only goal of creating this image is the reappropriated photograph in its colour and mood of lighting. Afterwards, the paper superstructures disappear. The viewer sometimes feels that the images Thomas Demand produces are familiar without being able to say exactly why. The viewer is struck by a swathe of memories of the past, of lived moods, inapprehensible, as Marcel Proust describes in his "research" into the flavour and smell of a madeleine cake, and yet with a strong presence.

In Demand's images, fragments of memory merge into a new present. The invisible becomes visible, as no image is what it represents. The created reproduction has no physical resemblance to the actual original image whatsoever. Instead of physicality and three-dimensionality, there is a juxtaposition of coloured surfaces. Each of the colours and shapes harbours a sensation that can evoke memories. An experienced reality becomes perceptible through the act of looking. Thomas Demand's revealing of the process behind which his images become images means that his photographs enter the consciousness differently. We, the viewers, run the risk that behind every object depicted there is something hidden, perhaps even something for which there is no equivalent in reality. Thomas Demand's images therefore far exceed the status of a reproduction. They can also be seen as metaphors for the fragility of our imagination. (Helmut Friedel)




Angelo Titonel - Donna nel suo costume circense Angelo Titonel: Omaggio a Diane Arbus
termina il 12 maggio 2018
MAC Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

A 95 anni dalla nascita di Diane Arbus (14 marzo 1923), la MAC Maja Arte Contemporanea le rende omaggio presentando un ciclo di dipinti inediti del pittore Angelo Titonel. In mostra - a cura di Daina Maja Titonel - venti ritratti dei protagonisti dei celebri scatti della fotografa americana, dipinti dall'artista veneto "al negativo" per potenziarne l'indagine psicologica sulla scia della straordinaria attitudine della Arbus di penetrare l'intima emotività dei suoi soggetti. Angelo Titonel (Cornuda - Treviso, 1938), graphic-designer e art director in agenzie internazionali di pubblicità, lasciata questa attività per dedicarsi totalmente alla pittura, espone per la prima volta nel 1964 a Velbert (Essen) in Germania. Trasferitosi a Roma, negli Anni Settanta è tra i protagonisti più importanti del Realismo magico italiano. (Comunicato stampa)

Scrive Francesco Faeta a proposito della mostra: "In questo spazio romano, la pittura s'impadronisce della fotografia, attraverso le sue tracce referenziali, pur se liberamente dimensionate, e tramite la sua matrice negativa; e la fotografia s'impadronisce della pittura, rubandole il colore e la sua capacità di creare risonanze impreviste e inusitate, secondo le regole di una tavolozza liberamente creata dall'autore. (...)"

Come osserva Claudio Strinati: "Titonel (...) rievoca l'immagine del negativo come concetto morale ma anche come metafora appunto fotografica, per riformulare ancora una volta e in una chiave alquanto inattesa la sua costante idea della pittura. Un'idea che sembra riflettere la celebrata sentenza di Jim Morrison a proposito delle intenzioni della sua arte consistente in 'to deliver people from the limited ways in wich they see and feel'. Dove l'immagine è un'ombra, una traccia priva di spessore ma carica di un'ansietà che la spinge verso l'esterno di se stessa. Ma questo esterno non esiste perché il repertorio figurativo di Titonel è l'immagine dell'anima, su esplicita dichiarazione dell'autore, e questa non ha spessore fisico."

Infine Strinati conclude la sua riflessione annotando: "Adesso Titonel trae alcune conseguenze importanti dalle complesse elaborazioni che ha inseguito per tutta la vita e ne dà una matura formulazione in questo corpo a corpo con Diane Arbus, né venerata né derisa, ma assunta a modello di un vero e proprio ingigantimento del suo discorso figurativo che assume peso e spessore riguadagnando una presenza fisica che preme letteralmente sulle coscienze di chi osserva e potrebbe chiedersi, dubbioso: ma dove veramente vuole arrivare un artista del genere? Pensa veramente di potersi affacciare sull'abisso della vita che vede oltre se stessa proprio mentre resta duramente incardinata sulla soglia della sparizione e dell'angoscia? E deve ammettere che resiste, invece, energicamente." (Comunicato stampa)




Atelier Blumer Atelier Blumer
Sette Architetture Automatiche e altri esercizi


termina il 31 maggio 2018
Teatro dell'architettura - Mendrisio
www.arc.usi.ch

La mostra presenta una serie di installazioni interattive, concepite e costruite dagli studenti dell'atelier di Riccardo Blumer presso l'Accademia di architettura dell'USI di Mendrisio, rappresentative di un percorso didattico che insiste sull'apprendimento dei principi fondamentali dell'architettura attraverso la comprensione delle potenzialità del corpo umano e il suo essere unità di misura del mondo antropizzato. A quell'approccio pedagogico si aggiunge il concetto scientifico di "interferenza", secondo cui da una sovrapposizione di fenomeni nasce un rafforzamento reciproco di ognuno di essi. Da queste premesse e grazie anche alla preziosa collaborazione instaurata dall'atelier Blumer con l'Istituto Dalle Molle di studi sull'intelligenza artificiale, USI-SUPSI di Manno, è nata l'idea di verificare l'incontro tra le possibilità del movimento automatico, il "pensiero" sviluppabile in una macchina, e la loro applicazione libera nel campo dell'architettura.

Le Sette Architetture Automatiche sono dunque macchine capaci di muoversi in modo autonomo secondo le più sofisticate applicazioni della robotica, installazioni con le quali i visitatori possono interagire e che rimandano ad alcune trasversali esperienze artistiche del passato più recente, dall'arte cinetica al teatro sperimentale, dall'Art en mouvement di Tinguely fino ai molti altri riferimenti che ognuno saprà trovare. Il percorso espositivo è accompagnato da sonorità prodotte da motori, pistoni, pulegge, compressori e sensori a fotoni, di un'opera collettiva utile alle possibili riflessioni sul ruolo dell'architettura in un mondo che in buona parte è fatto di interferenze. (Comunicato stampa)




Henri Cartier Bresson. Fotografo
termina il 17 giugno 2018
Mole Vanvitelliana - Ancona

Centoquaranta scatti in una grande mostra promossa dal Comune di Ancona ed  organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi. Secondo appuntamento con i grandi maestri della Fotografia alla Mole, dopo quello dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di giugno dell'anno scorso. Dopo aver ammirato il più famoso fotografo contemporaneo, fino al 17 giugno 2018 sarà possibile immergersi nel mondo del più grande maestro del Novecento, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica. 

Quando scatta l'immagine guida che è stata scelta per questa rassegna retrospettiva, Henri Cartier-Bresson ha solo 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. E' incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. "Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura."... "Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla" affermava. Non capire nulla di fotografia significa, tra l'altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto. Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l'esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un'opera.

"Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell'intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per "dare un senso" al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione".

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient'altro. Ha quindi pienamente ragione nell'affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest'arte a strumento dell'illusione per eccellenza. Lo scatto è per lui il passaggio dall'immaginario al reale. Un passaggio "nervoso", nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere. "Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell'istante, la cattura dell'immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale".

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l'ordine delle forme. Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo. "Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E' mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore".

Per parlare di Henri Cartier-Bresson - afferma Denis Curti, curatore della mostra ad Ancona -  è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra "postuma", credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell'esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos.

Insomma, Cartier - Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire. A proposito della creazione di Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico membro italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l'utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra è una selezione curata in origine dall'amico ed editore Robert Delpire, scomparso l'anno scorso, e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L'allestimento della mostra è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum Photos. Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto. (Comunicato stampa)




BurriDocumenta "BurriDocumenta"
Area Multimediale Documentaria


dal 12 marzo 2018
Ex Seccatoi del Tabacco - Città di Castello (Perugia)
www.fondazioneburri.org

La nuova Sezione integra e arricchisce, infatti, la visita delle tre raccolte museali della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello: quella delle opere di Burri dal 1948 al 1985 collocata in Palazzo Albizzini e le altre due situate negli Ex Seccatoi del Tabacco dedicate rispettivamente ai Grandi Cicli degli anni settanta-novanta e all'intera Opera grafica. Dopo la visione diretta delle opere originali del Maestro, la Sezione documentaria fornisce innovativi strumenti visivi e multimediali per la conoscenza, la comprensione e l'approfondimento della sua opera e del contesto italiano e internazionale in cui essa si è distinta.

In questa Sezione, che ripercorre interamente la vita di Alberto Burri fin dalla sua nascita a Città di Castello il 12 marzo 1915, attraverso documenti autografi, riproduzioni di opere, di inviti, di cataloghi, di video e di film, sono documentate, con commento in italiano e inglese, le varie stagioni della sua opera, le molteplici esperienze in campo pittorico-plastico e architettonico, gli incontri con i critici e gli artisti, le mostre personali, le partecipazioni a rassegne internazionali e i testi specialistici che permettono la conoscenza approfondita dell'uomo e dell'artista. La prima parte della sezione documentaria è strutturata in dieci proiezioni multimediali, secondo una modalità già felicemente sperimentata in occasione della recente esposizione "Burri: lo Spazio di Materia tra Europa e Usa" (2016), che trattano gli esordi pittorici dell'artista, l'incontro con la realtà italiana del dopoguerra e l'avventura statunitense che porta Alberto Burri ad essere uno dei maestri europei più esposti negli anni Cinquanta negli Usa, fino al confronto e all'amicizia con i principali protagonisti della scena internazionale.

In tale quadro sono documentate le radicali esperienze pittoriche di Burri, il particolare e inedito uso di nuove materie - dal catrame alla tela di sacco, dal legno al ferro, dalle materie plastiche al cretto e al cellotex - l'uso di tecniche compositive che rinnovano quelle del collage e dell'assemblaggio fino all'impiego innovativo del fuoco, l'elaborazione del monocromatismo e i grandi Cicli degli ultimi anni della sua produzione. Vengono inoltre analizzati ancora altri aspetti del suo lavoro che riguardano la spazialità plastica, gli allestimenti sempre puntuali, il rapporto con il teatro e lo spazio architettonico ambientale. Rilievo ed importanza sono peraltro assegnati alla Fondazione Burri, voluta dall'artista stesso, e al suo iter costitutivo a Città di Castello, nonché alle attività portate avanti da questa dopo la morte del Maestro, avvenuta nel 1995, fino alle numerose iniziative presentate in Italia e all'estero nel corso delle recenti celebrazioni del Centenario della nascita: dalla mostra retrospettiva al Guggenheim di New York alle numerose esposizioni, dal completamento del Grande Cretto a Gibellina alla ricostruzione del Teatro Continuo di Milano, dalla riproposizione di spettacoli teatrali alla produzione di convegni internazionali.

La seconda parte di questa nuova Sezione documentaria si avvale delle moderne tecnologie informatiche e, attraverso l'uso di touch-screen, permette totale interconnettività con la consultazione di numerosi testi critici, storici, dépliant, riviste, cataloghi di mostre personali e di importanti esposizioni collettive a livello internazionale, nonché di soffermarsi su di essi con ingrandimenti e approfondimenti multimediali. Il tutto favorendo la costruzione di personali percorsi di apprendimento. L'ultima parte della Sezione presenta, in una vera e propria biblioteca multimediale, vari documenti originali. Infine, in sale attigue alla Sezione documentaria, sarà possibile visionare video e film dedicati al Maestro o alla sua opera: dai primi documenti televisivi ai film monografici, fino a quelli recenti, dedicati alla lettura di alcune sue opere e alla documentazione di spettacoli teatrali.

L'uso delle tecnologie più avanzate permetterà in seguito una continua messa a punto e un arricchimento costante delle varie parti componenti la Sezione documentaria, nonché la possibilità di rielaborazione del materiale esistente in occasione di future presentazioni nazionali e internazionali dell'opera del Maestro. I musei della Collezione Burri, la Biblioteca, l'Archivio storico e ora la Sezione documentaria fanno di Città di Castello uno dei centri italiani più autorevoli e importanti, sia per qualità che per quantità di opere e documenti, ove apprendere e studiare l'arte di Alberto Burri e quella contemporanea del XX° secolo. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Kawanabe Kyosai (1831-1889) e Kawabata Gyokusho (1842-1913) - Cortigiana con parasole e servitore - Giappone, Periodo Meiji, 18 I Tesori del Duca
Selezione di opere orientali dal Castello di Aglié


termina lo 03 giugno 2018
MAO Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Il MAO Museo d'Arte Orientale, in collaborazione con il Polo Museale del Piemonte, propone in anteprima l'esposizione di alcune tra le opere più significative della raccolta di manufatti asiatici del Castello di Agliè. Mentre la collezione viene studiata e restaurata con l'obiettivo di una futura presentazione museale nel castello stesso, pregiate porcellane cinesi, delicate lacche giapponesi, scenografiche maschere thailandesi e un tamburo rituale birmano saranno allestiti al piano nobile di Palazzo Mazzonis nello spazio che il MAO dedica a piccole e preziose esposizioni. Il territorio piemontese è costellato di residenze reali e nobiliari legate alla casa dei Savoia, molte delle quali conservano al loro interno oggetti e arredi di provenienza orientale secondo i gusti e le mode del Settecento e dell'Ottocento europei. Nel Castello Ducale di Aglié è custodita una consistente collezione di oggetti provenienti principalmente da Cina, Giappone e Thailandia, raccolti per la gran parte da Tomaso di Savoia duca di Genova (1854-1931).

Il secondo duca di Savoia Genova, figlio di Ferdinando, fratello minore di Vittorio Emanuele II, studiò in Gran Bretagna e fu imbarcato come guardamarina a soli 17 anni. La sua carriera militare fu rapidissima e fece di lui una figura di primo piano nella storia del Regno d'Italia. Nella sua vita compì numerosi viaggi per mare, tra cui spiccano la circumnavigazione del globo negli anni 1872-74 e il viaggio in Asia orientale del 1879-81. Il momento storico era quello dell'apertura di molti paesi verso l'Occidente: le missioni di Tomaso avevano obiettivi diplomatici e commerciali e gli consentirono di incontrare sia l'imperatore del Giappone sia il re del Siam. La corvetta Vettor Pisani, comandata dal duca, toccò Singapore, Hong Kong e Nagasaki. Ci fu poi una tappa in Manciuria e a Vladivostok, seguita da un nuovo attracco in Giappone, a Yokohama. La nave risalì quindi il Fiume Azzurro fino a Nanchino.

Seguì una terza tappa in Giappone sulla costa orientale, e da lì, dopo una sosta a Hong Kong, la visita al re del Siam. L'ultima tappa fu in Indonesia. Gli oggetti portati ad Aglié dal duca appaiono come un insieme di doni diplomatici e di acquisti episodici. Seguendo le tappe del suo viaggio si possono collegare le soste con alcuni oggetti, come la ceramica che risulterebbe parte della famosa torre di porcellana di Nanchino, o le lacche giapponesi acquistate grazie alla cortesia di un principe della famiglia imperiale che, per ovviare a una giornata di pioggia, avrebbe fatto venire dei mercanti durante una sosta a Nara. Tra gli oggetti della raccolta che verranno esposti al MAO vi è una maschera thailandese ottocentesca di Hanuman, il dio scimmia, in metallo e inserti vitrei. Questo tipo di maschere raffigurano i personaggi del poema epico Ramakien (versione thailandese del Ramayana) e venivano indossate dagli attori del dramma Khon, teatro classico thailandese risalente al XV secolo che veniva recitato alla corte del re.

Dalla Cina arriva invece il grande vaso del periodo Qing in porcellana craquelé decorata a smalti policromi, raffigurante l'episodio di Wu Zixu che solleva un pesante tripode a un incontro tra capi di stato, un soggetto frequente nella letteratura e nel teatro popolari. Si esporrà al pubblico anche un prezioso dipinto a quattro mani di Kawanabe Kyosai (1831-1889) e Kawabata Gyokusho (1842-1913) raffigurante una cortigiana col suo servitore, che è stato recentemente oggetto di un complesso intervento di recupero da parte dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro. E' interessante e singolare il fatto che i due pittori fossero viventi al momento dell'arrivo di Tomaso in Giappone: si tratta forse di una commissione diretta del duca durante uno shogakai, un incontro pubblico di pittura e calligrafia. Oltre al nucleo principale, negli anni '50 del Novecento venne donato ad Aglié un importante gruppo di oggetti thailandesi e cinesi raccolto da Giuseppe Canova, l'ingegnere italiano che era stato progettista della prima ferrovia da Bangkok a Phetchaburi. (Comnicato stampa)




Immagine di presentazione della mostra L'elica e la Luce. Le Futuriste. 1912-1944 al Museo d'Arte della Provincia di Nuoro L'elica e la Luce. Le Futuriste. 1912-1944
termina il 10 giugno 2018
MAN Museo d'Arte della Provincia di Nuoro
www.museoman.it

Dopo i progetti sull'Espressionismo tedesco e le coppie dell'avanguardia russa, una mostra dedicata al Futurismo e le donne. Si completa in questo modo la trilogia dal taglio inedito, realizzata con la direzione artistica di Lorenzo Giusti e focalizzata sui movimenti dell'avanguardia storica. La presenza delle donne nell'arte del Novecento è stata messa in luce da diversi studi a partire dalla fine degli anni Settanta: al di là dell'intenzione di scoprire un genere, uno specifico femminile in arte, sono state compiute ricognizioni storico-critiche che hanno portato o riportato in luce personalità eccezionali, opere di alto valore, esistenze dalle trame complesse, di cui prima si ignoravano addirittura le date di nascita o morte, e ci hanno restituito un panorama dell'arte delle donne nelle avanguardie, fino a quel momento rimasto in secondo piano.

Un caso ancora aperto e controverso è il ruolo delle donne nel Futurismo, movimento programmaticamente misogino, che fin dalla sua fondazione proclamava il disprezzo della donna e costruiva una visione dell'arte totalizzante su valori quali la forza, la velocità, la guerra, da cui il genere femminile doveva rimanere escluso ("Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna", Manifesto del Futurismo, 1909). La mostra rintraccia - attraverso oltre 100 opere fra dipinti, sculture, carte, tessuti, maquette teatrali e oggetti d'arte applicata - l'operato di queste donne che hanno lavorato dagli anni dieci fino agli anni Quaranta, firmando i manifesti teorici del Futurismo, partecipando alle mostre, sperimentando innovazioni di stile e di materiali in ambiti trasversali quali le arti decorative, la scenografia, la fotografia e il cinema, ma anche la danza, la letteratura e il teatro. Figure indipendenti, artiste e intellettuali di primo piano nella ricerca estetica d'inizio secolo.

Le vicende sono a volte spregiudicate (esemplare la biografia di Valentine de Saint-Point), spesso passate in sordina rispetto alle cronache, qualche volta inosservate dalla critica coeva, o assorbite dall'anonimato della vita famigliare (come accadde a Brunas) o cancellate delle guerre (Alma Fidora, la cui biblioteca e l'archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti). Spiccano artiste totali, non solo la più nota Benedetta, ma anche Marisa Mori, Adele Gloria e il gruppo di coloro che collaborano a "L'Italia futurista": i campi d'interesse sono vastissimi, dalla scrittura, alla pittura, all'illustrazione, alla ceramica, non esclusi gli studi di metapsichica e l'occultismo, verso cui anche il Manifesto della Scienza futurista mostra attenzione.

La mostra, che vanta prestiti in arrivo da collezioni pubbliche e private italiane, con opere anche poco conosciute, prende le mosse dal Manifeste de la Femme futuriste, pubblicato da Valentine de Saint-Point il 25 marzo 1912, in risposta alla Fondazione e Manifesto del Futurismo di Marinetti pubblicato a Parigi nel 1909 su "Le Figaro". Il percorso individua i caratteri di una ricerca collettiva che - libera da stereotipi, cliché, luoghi comuni e banali dipendenze legate ai rapporti di parentela con i "maschi" del movimento - testimonia la profondità di una riflessione estetica condivisa dalle donne del gruppo, ricca di implicazioni peculiari. La selezione delle opere è accostata da un ampio apparato documentario, prime edizioni di testi, lettere autografe, fotografie d'epoca, manifesti originali, studi, bozzetti.

Ogni capitolo del percorso, che procede per macro-temi - il corpo e la danza, il volo e la velocità, il paesaggio e l'astrazione, le forme e le parole - documenta una vena particolare delle artiste futuriste, dedite ora alle arti applicate, al tessuto, ora all'uso del metallo e, in generale, a una sperimentazione polimaterica e multidisciplinare nel campo delle arti figurative, ma anche letterarie e coreutiche. La mostra racconta le affascinanti biografie di ciascuna di loro, che s'intrecciano con la vita artistica e culturale del periodo (i salotti, le maggiori mostre nazionali, le riviste, i teatri) ma si ambientano anche sullo sfondo di un paese, allo stesso tempo, eccitato dal progresso, ferito dal conflitto. In catalogo saranno pubblicate le opere esposte con testi di Giancarlo Carpi, Enrico Crispolti, Chiara Gatti, Lorenzo Giusti, Raffaella Resch e una intervista a Lea Vergine, autrice della memorabile mostra curata nel 1980 per il Palazzo Reale di Milano, "L'altra metà dell'avanguardia", dedicata alle artiste attive tra il 1910 e il 1940. (Comunicato ufficio Stampa Studio Esseci)




"Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi"
24 marzo - 01 luglio 2018
Palazzo Roverella - Rovigo

Una ampia rassegna da conto della singolare attrazione che il cinema ha provato, e continua a nutrire, per il Delta del Po, la dove il Grande Fiume si confonde con l'Adriatico. Si calcola che le acque, i lembi di sabbia, le piane dell'ampio Delta siano state protagoniste, più che semplice scenario, di almeno 500 tra film, documentari, fiction televisive, girati dai più grandi registi fra i quali Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Michelangelo Antonioni, Alberto Lattuada, Mario Soldati, Pupi Avati, Ermanno Olmi e Carlo Mazzacurati. La mostra, curata da Alberto Barbera, focalizzata sull'area del Polesine, è affidata all'utilizzo di diverse tipologie di materiali, esposti in originale o in copie, stampe e ingrandimenti realizzati per l'occasione: foto di scena e di set, manifesti, locandine e materiali pubblicitari, documenti originali, sceneggiature, materiali d'archivio, videomontaggi di sequenze di film, documentari e sceneggiati TV, interviste filmate ai protagonisti. Nel 1943 Luchino Visconti gira Ossessione nel Delta del Po.

Nell'immediato Dopoguerra, Roberto Rossellini vi ambienta il suo Paisà mentre Giuseppe De Santis, esordisce con Caccia tragica, su una sceneggiatura sua e di Michelangelo Antonioni, Umberto Barbaro e Cesare Zavattini. Pochi anni dopo, il Grande Fiume è il protagonista de Il mulino del Po per la regia di Alberto Lattuada. Florestano Vancini ambienta qui i documentari Uomini della palude e Tre canne e un soldo e più tardi è aiuto regista di Mario Soldati che, con La donna del fiume, consacra definitivamente Sophia Loren. Qui avviene l'esordio di Michelangelo Antonioni, nel 1957 con Gente del Po. Il regista ferrarese scegli ancora più volte il Polesine per i suoi film. Qui ambienta Il grido del '57, per scendere poi a Ravenna per Il deserto rosso e risalire a Ferrara per l'ultimo episodio di Al di là delle nuvole codiretto con Wim Wenders.

E' del '58 Un ettaro di cielo, film d'esordio di Aglauco Casadio, per la sceneggiatura di Tonino Guerra con Elio Petri e Ennio Flaiano. Anche l'altro grande ferrarese, Vancini, è di casa nel Delta. Ad esso dedica numerosi documentari e poi, nel 1984, il film tv La neve nel bicchiere. Nella valli di Comacchio, Giuliano Montaldo ambienta L'Agnese va a morire. Con La casa dalle finestre che ridono Pupi Avati trasforma la bassa nel teatro ideale di film horror. Il Po e il vicino Veneto sono protagonisti di molti film di Carlo Mazzacurati che nel Delta gira, bel 1987, il film d'esordio, Notte italiana. Ma anche tanti altri, da Goffredo Alessandrini a Comencini ai Fratelli Taviani, Bertolucci, Luigi Magni, Bigas Luna, Silvio Soldini. Senza tralasciare Scano Boa, per la regia di Renato Dall'Ara (1961) tratto dal romanzo di Antonio Cibotto, grande scrittore rodigino recentemente scomparso cui la mostra tributerà, proprio con la proiezione del film.

Accanto alla produzione cinematografica di finzione, almeno 60 documentari sono stati dedicati a queste terre. Tra essi, Gente del Po di Michelangelo Antonioni (1943-1947), Delta padano (1951) e Una capanna sulla sabbia (1955) di Florestano Vancini, La missione del Timiriazev di Gillo Pontecorvo (1951), Quando il Po è dolce di Renzo Renzi (1951), Lungo il fiume di Ermanno Olmi (1992), sino al recente Il pesce rosso dov'è di Elisabetta Sgarbi (2015). A queste due categorie si affiancano infine sceneggiati e programmi tv da Il mulino del Po di Sandro Bolchi (1962) a De Gasperi l'uomo della speranza di Liliana Cavani. "L'esposizione - afferma il curatore - si propone di ricostruire la storia del rapporto intenso, profondo e originale che si è instaurato in oltre ottant'anni di intensa frequentazione fra un territorio dalle caratteristiche pressoché uniche e i cineasti italiani, dando vita a opere indimenticabili destinate a rimanere nella storia del cinema". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Marta Sforni - Mirror Green 10 - 2015 Marta Sforni: "Davanti"
termina il 28 aprile 2018
Galleria Riccardo Crespi - Milano
www.riccardocrespi.com

Le opere di Marta Sforni (Milano, 1966) partendo dall'ornamento e dall'appropriazione di oggetti decorativi approdano ad un astrattismo "rianimato" attraverso lo studio minuzioso del dettaglio - citando la curatrice Lydia Korndörfer, attualmente docente di Storia dell'Arte ed Estetica presso l'Università di Berlino. Il tema dello specchio è il fulcro della recente produzione dell'artista, che lo utilizza come punto di partenza per una meditazione sui binomi riflesso e riflessione, osservatore ed osservato, profondità e superficie, luce e tenebra, rifacendosi alla tradizione della pittura allegorica occidentale. In mostra, piccoli frammenti pittorici olio su tela e una serie dal nuovo corpus di pitture intitolate Mirror, Specchio appunto, che ritraggono porzioni limitatissime di giganteschi specchi riccamente incorniciati: una voluta, un ricciolo, un delicato ornamento che si frappongono tra lo spettatore e lo spazio infinito dentro allo specchio, ormai alle sue spalle, una visione del futuro che non può prescindere dallo sguardo sul passato. (Comunicato stampa)

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Marta Sforni's works, based on ornament and the appropriation of decorative objects, lead to a "revived" abstraction, through the meticulous study of detail - to quote the curator Lydia Korndörfer, currently Professor in Art History and Aesthetics at the University of Berlin. The mirror is the focus of the artist's recent works. It is a point of departure for a meditation on the pairs: object and reflection, observer and observed, depth and surface, light and darkness, recalling the tradition of western allegorical painting. On display are a series of small oil on canvas paintings and a selection from the new corpus of works, entitled Mirror. Sforni presents precisely limited portions of great mirrors, richly framed: a volute, a curl, a delicate ornament that interposes itself between the spectator and the endless space in the mirror. Her work is a glance over the shoulder, a vision of the future that cannot disregard the past. (Press release)




Opera di Gino Rossi Omaggio a Gino Rossi
termina lo 03 giugno 2018
Museo Luigi Bailo - Treviso

Settant'anni fa, nel Manicomio di Sant'Artemio a Treviso, si spegneva Gino Rossi. Treviso, in concomitanza con la grande mostra su Auguste Rodin, gli riserva - per mano di Marco Goldin - un più che doveroso omaggio. La rassegna, composta di 18 dipinti, sarà visitabile al museo che accoglie stabilmente 10 opere dell'artista, il nucleo pubblico più importante che di lui si conservi. Gino Rossi è un artista "raro". La sua produzione supera di poco i 130 dipinti, quantitativamente nulla rispetto alla produzione di altri artisti del suo secolo. Nino Barbantini, storico direttore di Ca' Pesaro a Venezia, ebbe a ricordare che Rossi riuscì a dipingere per pochi anni soltanto, ed è noto che una parte non trascurabile di quanto da lui creato è finita distrutta o dispersa, per effetto delle sue vicissitudini personali e familiari.

La mostra curata da Goldin, e con gli apparati critici in catalogo di Alessandro Del Puppo, unitamente a un testo di nuova concezione sul periodo bretone di Gino Rossi, scritto da André Cariou, propone ai visitatori un percorso che in modo preciso configura la vicenda artistica di "uno dei rari pittori italiani che, all'inizio del Novecento, - afferma Goldin - hanno respirato per davvero l'aria della grande pittura figurativa europea, secondo una lezione che inizialmente proviene dall'opera finale di Gauguin e dai Fauves". Rossi, veneziano di origine e di formazione, fu a Parigi la prima volta già tra 1906 e 1907, e lì guardò con ammirazione al Simbolismo proprio di Gauguin e all'arte dei Fauves da poco rivelatasi nella capitale. Sulle orme del pittore di Tahiti, si recò quindi nel 1909 in Bretagna, che costituì per lui una grande scoperta. Di tutto questo risentono le sue prime opere connotate da un temperamento forte e da vibranti interpretazioni personali.

Rossi diceva che "non si costruisce con il colore: si costruisce con la forma e un'arte dove il colore comanda è un'arte incompleta fin dalla base". In questo si manifesta da subito quell'eco cezanniana che emergerà soprattutto nelle nature morte, ma anche in taluni ritratti, della seconda fase della vita artistica di Gino Rossi. Da qui l'arrovellarsi del suo segno, in un espressionismo che approderà anche a una sorta di originalissima trascrizione delle ricerche cubiste, per il tramite proprio di Cézanne, sempre nel quadro di un fortissimo legame con la terra d'origine e d'elezione (Burano e i colli asolani e del Montello). Un "esprit nouveau" che lo accomuna - e lo distanzia negli esiti - alle opere dei suoi contemporanei, ma che lo rende pittore di apertura davvero europea, sperimentatore di soluzioni colme di poesia, fra ariosi paesaggi e sezionature di visi. Uno sguardo intriso di reminiscenze d'oltralpe, che divengono assimilazione e commistione di diversi linguaggi, vero rovello della sua pittura, ma pure espressione delle sue native qualità artistiche.

"La nota interpretativa più autentica della modernità di Rossi sta nel tenace, quanto geniale, sforzo di meditate connotazioni che non andassero oltre la consistenza formale del quadro e della sua armonia compositiva. Quasi a contrastare il pericolo, da lui avvertito, di una troppo stretta identificazione fra valore cromatico e valore decorativo". La sua ricerca e la sua pittura virano quindi verso il cubismo e appunto il recupero di Cézanne. Ma presto la guerra combattuta al fronte, la prigionia, le vicende familiari lo conducono verso l'abisso della malattia mentale. E poi fu solo il buio. Degli occhi e dell'anima. La mostra di Treviso presenta opere di tutti i periodi di Gino Rossi, da quello bretone a quello di Burano, da quello dei colli asolani ai colli del Montello, fino alle nature morte e ai ritratti di matrice post-cubista, per un percorso completo che consentirà di conoscere l'artista nelle sue diverse fasi di lavoro. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Riapre al pubblico la nuova Pinacoteca del Museo Santa Caterina
www.studioesseci.net

Riapre al pubblico al Museo Santa Caterina la Pinacoteca civica, una delle più antiche istituzioni culturali trevigiane, fondata nel 1851. L'allestimento delle opere è totalmente nuovo e si articola negli spazi della "manica lunga", dalla quale si aprono piccoli ambienti in origine abitati dai frati. Un contesto di grande pregio architettonico, che permette di godere dell'arte in un ambiente carico di storia ma completamente rinnovato nelle modalità espositive. Il progetto museologico, curato da un gruppo di lavoro composto da Andrea Bellieni, Enrica Cozzi, Emilio Lippi, Maria Elisabetta Gerhardinger, Eugenio Manzato e Sergio Marinelli, è stato tradotto in termini museografici dal team di architetti Studiomas (Marco Rapposelli e Piero Puggina) che ha ridisegnato gli spazi, le luci, parte degli impianti e gli apparati didascalici. Il risultato finale è un percorso di grande suggestione, che coniuga l'impatto estetico con l'efficacia in termini di fruibilità da parte del pubblico.

L'itinerario si sviluppa in senso cronologico e muove - in ideale raccordo con i famosi cicli pittorici presenti nella ex Chiesa (le Storie di S. Orsola di Tomaso da Modena e i tanti altri affreschi del Tre e Quattrocento) - dalle testimonianze medievali per giungere al Settecento, con una selezione di circa 150 opere che sottolineano la stretta interazione del Museo con il territorio, i collezionisti che l'hanno arricchito con doni, gli artisti che a Treviso hanno operato. Nelle prime sale si possono ammirare i brani figurativi staccati a partire dal tardo Ottocento da case, palazzi e chiese successivamente distrutte: un suggestivo squarcio dell'antica urbs picta, la "città dipinta" che ancora in parte sopravvive. L'affresco con le Storie di Otinel costituisce un raro esempio di narrazione in pittura di un poema cavalleresco in lingua franco-veneta, che a Treviso aveva uno dei maggiori centri di produzione e diffusione in Italia.

Il periodo del gotico internazionale è poi rappresentato da alcune selezionate opere di alta qualità, tra cui una Madonna col Bambino di Gentile da Fabriano, artista che operò anche nell'ex chiesa. Il visitatore ha quindi la possibilità di accedere alla galleria dei capolavori del Rinascimento, con opere di Dario da Treviso - iniziatore in città del nuovo stile 'antico' elaborato a Padova da Squarcione e Mantegna -, Cima da Conegliano, Giovanni Bellini, Pordenone, Lorenzo Lotto. Si prosegue con la sala dedicata ai capolavori del Manierismo: le grandi pale d'altare di Paris Bordon e Jacopo Bassano e la galleria dei ritratti, tra cui celebre è quello di Tiziano dedicato a Sperone Speroni. In un ambiente più raccolto - una vera novità che recupera opere finora collocate nei depositi - si espongono quadri e oggetti di vario tipo che documentano il gusto collezionistico delle "Wunderkammer", gli studioli privati fatti per stupire e che spesso costituiscono i nuclei dei primi musei aperti al pubblico.

Un'ampia antologia del patrimonio d'arte del Seicento e del Settecento completa il percorso, comprendente alcuni pezzi di recente restauro e finora mai esposti al pubblico e le opere di Francesco Guardi, Rosalba Carriera, Giovanni Marchiori, Giambattista e Giandomenico Tiepolo. Con questo riallestimento si completa la riorganizzazione del complesso di Santa Caterina, che valorizza la funzione museale dell'ex convento. Viene così recuperato alla piena fruizione un autentico gioiello, scrigno di capolavori finalmente offerti al pubblico e polo fondamentale del sistema museale cittadino, che nel Museo Luigi Bailo ha l'altra grande struttura, dedicata all'arte dell'Ottocento e del Novecento. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Opera di Giorgio Griffa Giorgio Griffa
26 January - 08 April 2018
Camden Arts Centre - London

The Italian abstract painter (b. Turin 1936) is closely linked to the Arte Povera movement and became known in the 1960s with a generation of artists who radically redefined painting. This exhibition spans the breadth of the artist's practice, incorporating works from the 1960s to the present. Believing in the 'intelligence of painting', Griffa allows the elements of his process such as the type and width of the brush, the colour or dilution of the paint, and the nature of the canvas, whether linen, cotton or hemp, to influence and form the work. His minimal and primordial marks relate to his fascination with quantum energy, time-space mathematics, and the golden ratio.

Recent solo exhibitions include: Galleria Lorcan O'Neill (2017), Fondazione Giuliani, Rome, Italy (2016); Fondation Vincent Van Gogh Arles, Arles (2016); Serralves Museum, Porto (2015); Bergen Kunsthall, Bergen, Norway (2015); and Centre d'Art Contemporain Genèva, Switzerland (2015). Griffa was included by Christine Macel in the Venice Biennale this past year, his third time at the Biennale following presentations in 1978 and 1980. (Press release Galleria Lorcan O'Neill)




Immagini dalla mostra Perfum I profumi della storia Perfum. I profumi della storia
termina il 21 maggio 2018
Palazzo Madama - Torino
www.palazzomadamatorino.it

Un racconto sull'evoluzione e la pluralità dei significati del profumo dall'Antichità greca e romana al Novecento, visto attraverso più di duecento oggetti esposti, tra oreficerie, vetri, porcellane, affiches e trattati scientifici. Il desiderio di trattenere i profumi, conservarli e di godere della loro fragranza accompagna la storia dell'uomo dall'antichità a oggi. Il percorso espositivo presenta un excursus storico avviato a partire dalle civiltà egizia e greco-romana che, sulla scorta di tradizioni precedenti, assegnano al profumo molteplici significati: da simbolo dell'immortalità, associato alla divinità, a strumento di igiene, cura del corpo e seduzione.

Nell'Europa del primo Medioevo, sottoposta all'urto delle invasioni barbariche, sono rare le testimonianze di utilizzo di sostanze odorifere al di fuori della sfera sacra. Sopravvive tuttavia la concezione protettiva e terapeutica del profumo, come testimoniato in mostra dalla preziosa bulla con ametiste incastonate proveniente dal tesoro goto di Desana. L'uso di profumi a contatto con il corpo con funzione di protezione nei confronti di malattie è attestato più tardi nei pommes de musc frequentemente citati negli inventari dei castelli medievali, come il rarissimo esempio quattrocentesco in argento dorato in prestito dal Museo di Sant'Agostino di Genova, che conserva ancora la noce moscata al suo interno. (...)

L'età rinascimentale vede la progressiva laicizzazione dei significati del profumo, il cui uso si fa più esteso e articolato presso le classi sociali più elevate. Gli antichi trattati circolano grazie alle edizioni a stampa, fioriscono nuovi ricettari che propongono la fabbricazione individuale dei profumi, si sviluppa la profumeria alcolica. Si diffonde in tutta Europa la moda invalsa nelle corti italiane di profumare oltre al corpo anche gli accessori di vestiario, specialmente in pelle, e di indossare contenitori per profumi di straordinaria ricercatezza, come il flacone in agata con montatura in oro, rubini e smalto, proveniente dal Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, forse un dono di Caterina de Medici, a cui si deve l'esportazione della moda italiana dei profumi in Francia.

Dal Seicento, la supremazia nel campo della produzione dei profumi spetta incontestabilmente alla Francia. Nascono nuove fragranze, sempre più orientate verso le note floreali e leggere, conservate in flaconi in vetro o porcellana, oppure diffuse negli ambienti grazie a pot-pourri e bruciaprofumi. La mostra offre infine una panoramica sul Novecento grazie ai prestiti provenienti da collezioni private che hanno consentito di arricchire il percorso espositivo con un'ampia carrellata di flaconi, tra cui spiccano quelli creati da René Lalique per François Coty, di Baccarat per Guerlain, ma anche gli eccezionali Arpège di Jeanne Lavin, Shocking di Elsa Schiaparelli, Diorissimo di Christian Dior. Completano l'esposizione una selezione di etichette e manifesti di case produttrici di profumi tra Ottocento e Novecento.

A completamento della mostra - curata da Cristina Maritano, catalogo edito da Silvana Editoriale - l'Associazione culturale torinese Per Fumum, fondata da Roberta Conzato e Roberto Drago, organizza una rassegna di incontri internazionali sulla cultura dell'olfatto rivolta a tutto il mondo degli appassionati della profumeria. Gli incontri si terranno il 16, 17, 18 febbraio e il 7 e 8 aprile 2018 presso Palazzo Madama e altre sedi. In occasione della mostra, infine, il creatore di fragranze Luca Maffei, creerà degli odori-profumi ispirandosi alle collezioni storiche del museo del periodo romano, medievale, rinascimentale e barocco che verranno diffusi nelle sale del Palazzo. (Comunicato stampa)




Ercolano e Pompei: visioni di una scoperta
termina lo 06 maggio 2018
m.a.x. Museo di Chiasso (Svizzera)

In occasione dei 280 anni dalla scoperta di Ercolano e dei 270 anni da quella di Pompei, l'esposizione che mette in luce come il ritrovamento di due tra i siti archeologici più importanti al mondo sia stato comunicato, studiato e documentato, tra il Settecento e gli inizi del Novecento, attraverso lettere, taccuini acquerellati, incisioni, litografie, disegni, rilievi, matrici, gouaches, le prime fotografie e cartoline, che vengono affiancati in mostra da una ventina di preziosi reperti archeologici: l'anello di Carlo III di Borbone esposto per la prima volta, il bracciale serpentiforme della Casa del Fauno, marmi, piccole teste in bronzo e lacerti di affreschi. L'esposizione testimonia come J.J. Winckelmann e Karl Weber, Giovanni Battista e Francesco Piranesi, François Mazois e William Gell, Luigi Rossini e Pietro Bianchi, nonché numerosi disegnatori, incisori e cultori dell'antico fino ai fratelli Alinari, Giorgio Sommer e Robert Rive con la fotografia, contribuirono alla divulgazione della conoscenza delle due città dissepolte.

Il percorso espositivo inizia dalla metà del Settecento, quando studiosi e appassionati dell'antico incominciano a descrivere i ritrovamenti, inizialmente sporadici e casuali, attraverso le lettere, come J.J. Winckelmann, o il Conte di Caylus. Il viaggio del Grand Tour annovera ormai come tappa obbligata Napoli, Pompei ed Ercolano. Molti artisti, architetti e cultori d'arte di tutta Europa sono incuriositi dalle notizie che circolavano e dalla divulgazione delle prime incisioni promosse dal sovrano illuminato Carlo III di Borbone con soggetto Le Antichità di Ercolano esposte. In relazione a tale fenomeno, si inserisce la produzione delle splendide acqueforti di Giovanni Battista e Francesco Piranesi; saranno loro a ritrarre per la prima volta la lapide appena scoperta che darà il nome alla città dissepolta di Pompei.

I colti viaggiatori del Grand Tour iniziano così a disegnare dal vivo e a prendere appunti, come il nobiluomo William Gell, che lascia un taccuino inedito denso di annotazioni, esposto in mostra per la prima volta. A partire dalla metà del Settecento è il Corpo del Genio civile a occuparsi degli scavi; l'ingegnere svizzero Karl Weber darà un forte impulso alle scoperte archeologiche, portando alla luce la famosa Villa dei Papiri di Ercolano, documentata dalla stesura della relativa planimetria. D'altro canto, Francesco La Vega, alla direzione degli scavi di Pompei, avvierà fitti rapporti epistolari per raccontare l'avanzamento dei lavori. La sovrana Maria Carolina, sorella di Napoleone, con grande passione finanzia François Mazois per realizzare un'opera omnia che rappresenti, con i suoi disegni incisi basati su rilievi effettuati sul posto, la summa della conoscenza scientifica del momento, intitolata Les ruines de Pompéi.

La divulgazione delle scoperte e degli scavi archeologici si arricchisce di piante topografiche con magistrali litografie acquerellate e bellissimi acquerelli che ritraggono scene quotidiane di scavi, fra cui si ricordano quelli di Luigi Capaldo e Giacinto Gigante. Nel periodo della Restaurazione, la Real Casa Borbonica affida la direzione degli scavi al ticinese Pietro Bianchi, che studiando preventivamente le aree di scavo, accelera le scoperte. Tutto viene documentato da disegni molto precisi, realizzati in scala e acquerellati. Nello spirito nascente dell'Ottocento romantico, il tema della ricostruzione delle case di Pompei si fa sempre più attuale. Michele Arditi e la Società ercolanense promuovono un dibattito che coinvolge anche le varie Accademie europee; sempre più giovani si recano quindi a Ercolano e Pompei con borse di studio per rilevare e disegnare l'antico.

Alle Esposizioni nazionali vengono presentate gouaches di grandi dimensioni, come quelle di Antonio Coppola esposte a Roma nel 1893. Ormai fa capolino la fotografia: le aree archeologiche vengono ritratte da Giorgio Sommer, Robert Rive e i fratelli Alinari che realizzano le prime immagini di Pompei ed Ercolano. Sarà poi il turno delle prime cartoline in litografia o cromolitografia, che diventano un usuale mezzo di comunicazione per veicolare le immagini dei luoghi visitati; le due città dissepolte costituiscono, infatti, tappe obbligate del nascente fenomeno del turismo. L'esposizione è resa possibile grazie al Dicastero Educazione e Attività culturali del Comune di Chiasso, grazie a Sintetica in qualità di main sponsor, con il sostegno della Repubblica e Cantone Ticino-Fondo Swisslos, dell'AGE SA, dell'associazione amici del m.a.x. museo (aamm) e, come sponsor tecnico, di Helvetia. (Comunicato Amanda Prada - Ufficio stampa Svizzera e Insubria m.a.x. museo di Chiasso)




Immagine di presentazione della esposizione permanente di Jannis Kounellis alla Università Statale di Milano Senza Titolo (2005)
Jannis Kounellis in Statale


Esposizione permanente dal 20 febbraio
Università Statale di Milano

La Fondazione Arnaldo Pomodoro e l'Università degli Studi di Milano si fanno promotori dell'iniziativa Jannis Kounellis in Statale, a un anno dalla scomparsa dell'artista. La sede centrale dell'Ateneo ospiterà l'opera Senza titolo (2005) di Jannis Kounellis (1936-2017), concessa in comodato gratuito alla Statale dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro, che nel 2006 invitò l'artista ad allestire nel proprio spazio espositivo a Milano, la grande mostra intitolata "Atto unico", curata da Bruno Corà. Senza titolo si presenta come una lunga putrella di ferro, montata in verticale, che occupa in altezza tutto lo spazio, dal pavimento al soffitto. Sulla sua sommità è adagiata una grande risma di fogli da disegno, che piegandosi naturalmente verso il basso formano una sorta di capitello. Il ferro, come materiale grezzo e industriale e la struttura della putrella, come elemento che evoca la costruttività, ricorrono spesso nel lavoro di Kounellis, mentre i fogli da disegno rimandano all'attività tradizionale dell'artista.

Realizzata appositamente per gli spazi della prima sede della Fondazione Pomodoro e alta 540 cm, l'opera si inserisce perfettamente nell'architettura del nuovo spazio che la ospiterà in Statale, progettata da Piero Portaluppi nei primi anni Cinquanta. L'opera di Kounellis si aggiunge alle importanti testimonianze di arte del Novecento (da Wildt a Fontana) già presenti nella sede centrale dell'Università e va ad arricchire la collezione permanente d'arte contemporanea avviata negli ultimi anni grazie al progetto La Statale Arte, che comprende già i lavori di Nanda Vigo, Mikhail Ohanjanian e Paolo Icaro - il cui intervento è attualmente in corso - e che nasce proprio per valorizzare la suggestione del colloquio tra la monumentalità dell'architettura della Ca' Granda e le interpretazioni del presente, favorendo la più ampia diffusione dell'esperienza artistica. Questa iniziativa rappresenta una tappa fondamentale dell'attività della Fondazione Arnaldo Pomodoro, nell'ottica di far conoscere la propria collezione al di fuori degli spazi museali e dei luoghi solitamente adibiti a esposizioni d'arte, per rendere patrimonio di tutti l'arte contemporanea. (Comunicato stampa)




Dna Epigen - scultura interattiva ferro, silicone, plexiglas, pvc, acqua, vapore, vortice d'acqua, suono,
oro, software programmati ad hoc, cm.150x400 2018 Claud Hesse: Dna Epigen
termina lo 06 gennaio 2019
MUSE Museo delle Scienze - Trento

L'artista Claud Hesse porta al MUSE, nell'ambito della mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici, una macro scultura interattiva, che sollecita i visitatori a introdurre delle mutazioni importanti nello stato dell'opera, diventandone loro stessi artefici. Tramite la scelta di parole chiave "epigeniche" - che illustrano situazioni impattanti sul genoma umano, proposte su un maxi tablet - il pubblico può provocare in Dna Epigen il passaggio da uno stato quieto e armonioso a uno attivo. Vengono così svelati, uno a uno, i contenuti segreti custoditi nei "cubi epigenetici" incastonati in questo macro frammento significante di DNA, per raccontare in modo interattivo e sempre diverso l'impronta che le esperienze e gli stili di vita possono imprimere sul DNA e che sono studiati, appunto, dall'epigenetica.

Claud Hesse, artista visiva che lavora tra l'Italia e Berlino, è considerata "l'artista del DNA". Da sempre lavora sulle tematiche della genetica ed è conosciuta per aver ideato e realizzato il progetto dei Dna Portraits (veri e propri ritratti ad personam del genotipo di varie persone, molte delle quali illustri) partecipando a numerose mostre in Italia e all'estero e vincendo diversi premi. Il campo d'ispirazione primario della sua ricerca artistica è sempre stato quello della genetica, della biologia e della fisica, tematiche presenti in maniera latente nelle sue opere, tanto da trovarne continuamente riferimenti, che si arricchiscono anche di raffinati concetti filosofici e profonde riflessioni interiori. La sua opera, Dna Epigen - costruita ad hoc per il MUSE e per la mostra Genoma umano - declina con il linguaggio immaginifico dell'arte i temi complessi e importanti che trovano nella mostra un approfondimento scientifico e coinvolge il pubblico chiamato a mettersi in gioco e scoprire i concetti dell'epigenetica.

Perché le persone sono tutte diverse? Da dove provengono i talenti? Perché c'è chi invecchia in modo invidiabile e chi, purtroppo, no? Perché la vita ha un termine biologico e come possiamo prevenire le malattie? La mostra Genoma Umano. Quello che ci rende unici affronta interrogativi che ci riguardano profondamente e sui quali, oggi, è focalizzato un settore importante e promettente della ricerca in campo biologico. L'esposizione costituisce il principale progetto espositivo per l'anno 2018 con il quale il Museo conferma il proprio ruolo di centro di mediazione di una conoscenza scientifica che mira a rendere il proprio pubblico più consapevole, offrire modalità comunicative nuove per poter comprendere temi scientifici complessi, discriminare e scegliere tra le offerte della biologia moderna.

Genoma umano sarà un viaggio tra le nuove sfide offerte dalla genomica - una scienza in continua evoluzione che non manca di suscitare interrogativi e dubbi anche sul piano etico - con un focus su opportunità e rischi originati dall'applicazione delle nuove conoscenze ad ambiti particolarmente sensibili, quali la salute. Grazie a un percorso interattivo e immersivo - che potrà contare su numerosi supporti multimediali ed exhibit in grado di toccare le corde più profonde della sensibilità personale, attraverso video e multi-proiezioni di grande impatto scenico e la mediazione dell'arte - la mostra affronterà tre questioni fondamentali sul patrimonio genetico umano: quanto conta il DNA, quali altri fattori intervengono nella sua definizione (ad esempio ambiente e stili di vita), come e quanto possiamo intervenire per modificarlo.

Un cambio di scala, dal macro al micro, che tuttavia non trascura la componente umana e sociale, porterà il pubblico a esplorare un mondo affascinante, che custodiamo dentro di noi e che ci rende ciò che siamo: unici. Lo studio del nostro genoma e di quello delle altre specie, supportato dall'evoluzione di tecnologie sempre più sofisticate, prospetta future possibili soluzioni per migliorare la qualità della vita. Tra queste, ad esempio, l'aumento della longevità e la prevenzione e cura di numerose patologie. Al contempo, il suo sviluppo porta con sé nuovi interrogativi che investono scelte e decisioni personali e sociali. A promesse, speranze e aspettative si accompagnano infatti incertezze sulla reale efficacia e i potenziali rischi, facendo nascere molti dubbi di natura etica, giuridica ed economica.

E' il caso ad esempio dei test sul nostro DNA, oggi disponibili a chiunque anche on-line e al di fuori delle strutture mediche, che promettono di portarci alla scoperta delle nostre origini e di fornirci dati (di difficile interpretazione per chi non è 'addetto ai lavori') su eventuali predisposizioni a malattie. Inoltre, la diffusione mediatica di informazioni non affidabili, soprattutto in campo medico, ostacola spesso un proficuo dibattito pubblico. La mostra Genoma Umano sollecita il pubblico a riflettere sulla realtà e sui problemi di una scienza in continua evoluzione, mantenendo sempre viva l'attenzione su aspetti etici e promuovendo un approccio critico. (Comunicato stampa)




Alfredo Volpi - Sem título - tempera sur toile CM.56x38 Rose and Alberto Setubal collection, Sao Paulo 1959 Alfredo Volpi
La poétique de la couleur


termina il 20 maggio 2018
Nouveau Musée National de Monaco

Prima retrospettiva di Alfredo Volpi in una istituzione pubblica fuori da Brasile. Considerato uno dei più importanti artisti brasiliani, Volpi era nato a Lucca nel 1896, si era trasferito nel 1898 nel quartiere italiano Cambuci a San Paolo dove ha vissuto sino al 1988. La mostra è a cura di Cristiano Raimondi e realizzata con il sostegno di The Instituto Volpi de Arte Moderna. Probabilmente Volpi è il più amato artista brasiliano del XX secolo, ma sino ad oggi è poco noto fuori dall'America Latina: l'obiettivo della mostra è di ripercorrere la sua opera a partire dai suoi primi dipinti degli anni Quaranta - per lo più paesaggi naturali e urbani - sino ai lavori degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta nei quali gli stessi soggetti sono trasformati in colorate composizioni geometriche, archetipi onirici di facciate di edifici e di bandiere festose e un semplice e poetico "algoritmo", che offre all'artista la possibilità di infinite varianti di colore sul medesimo soggetto.

L'esposizione presenta oltre 70 opere per delineare la storia di questo pittore indipendente e autodidatta, attratto dal primo Rinascimento italiano, da Matisse, Morandi e dalla sfera della cultura popolare, che vinse il Best National Prize alla 2nd São Paolo Biennale con 'Di Cavalcanti' affascinando il critico inglese Herbert Read, che lo descrisse come un artista "(...) che aveva creato qualcosa di contemporaneo con un tema indigeno: le forme e I colori dell'architettura moderna brasiliana". Il catalogo è co-pubblicato da Capivara Editora e Mousse Publishing: raccoglie I testi critici di Lorenzo Mammi, Jacopo Crivelli Visconti, Cristiano Raimondi e sarà disponibile in lingua francese e inglese dalla fine di aprile. (Comunicato stampa)




Da Ribera a Luca Giordano
Caravaggeschi e altri pittori della Fondazione Roberto Longhi e della Fondazione Sicilia


termina il 10 giugno 2018
Villa Zito - Palermo

La Fondazione Sicilia presenta una mostra curata da Maria Cristina Bandera, direttrice scientifica della Fondazione Longhi, e dedicata ai pittori che hanno operato nell'Italia centromeridionale nel Seicento e nel primo Settecento e in particolare ai numerosi artisti che chiamiamo "caravaggeschi". La maggior parte delle opere esposte provengono dalla Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi, che custodisce il lascito di quello che è stato il più importante storico dell'arte italiano, oltre che uno straordinario collezionista. Alla pittura del Caravaggio e ai suoi seguaci Longhi ha dedicato una vita di studi, a partire dalla tesi di laurea dedicata al Merisi del 1911. Si trattò, a quella data, di una scelta pioneristica, tanto all'epoca il pittore era uno dei "meno conosciuti dell'arte italiana".

Longhi seppe da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Caravaggio, così da intenderlo come "il primo pittore dell'età moderna". Nella sua dimora fiorentina - villa Il Tasso - oggi sede della Fondazione che gli è intitolata, Longhi raccolse un numero notevole di opere dei maestri di tutte le epoche, che furono per lui occasione di ricerca e di studio. Tra queste il nucleo più importante e significativo è senza dubbio quello che comprende le opere dei pittori caravaggeschi, oltre al Ragazzo morso da un ramarro dello stesso Merisi (che vanta esposizioni internazionali di spicco e recentemente esposto a Milano alla rassegna "Dentro Caravaggio"), da lui acquistato nel 1928 e da cui ha tratto un magnifico disegno a carboncino, firmato e datato 1930.

Il disegno sarà esposto nella sezione introduttiva della mostra, che poi presenta più di 30 dipinti dei seguaci di Caravaggio e di altri artisti attivi nell'Italia del Sud, che offrono una efficace esemplificazione degli orientamenti e degli obiettivi promossi e stimolati dalle opere del Merisi e del significato storico della sua pittura. La mostra si apre infatti con il capolavoro di Valentin de Boulogne, la Negazione di Pietro, che rappresenta un eccezionale esempio della cosiddetta "manfrediana methodus", quella particolare declinazione del caravaggismo che è stata messa in opera da Bartolomeo Manfredi. La monumentale tela, recentemente esposta al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, raffigura un soggetto caro a tutti i caravaggeschi: l'ambientazione della scena è infatti un preciso riferimento alla famosa Vocazione di San Matteo di Caravaggio, nella chiesa di San Luigi dei Francesi.

Tra i grandi capolavori del primo caravaggismo spicca inoltre una serie di cinque tele raffiguranti gli Apostoli, in origine parte di una serie completa, del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo. Nel David con la testa di Golia di Giovanni Lanfranco l'espressività caravaggesca si abbina felicemente alla poetica degli affetti. Inclinazione verso soggetti misteriosi e bizzarri dimostra la Vanità di Angelo Caroselli, una delle migliori opere dell'artista, con possibili significati alchemici. Nei due Paesaggi riferibili rispettivamente a Filippo Napoletano e a Viviano Codazzi si vedono le trasposizioni delle novità caravaggesche nel genere di paesaggio con un Bivacco notturno di grande effetto drammatico del primo artista e, del secondo, la Torre di san Vincenzo a Napoli (restaurata per l'occasione) contraddistinta da forti contrasti chiaroscurali.

Il profondo radicamento dell'esempio del Caravaggio nell'arte napoletana è attestato dal David di Andrea Vaccaro (anch'esso restaurato per l'occasione) e dal drammatico San Girolamo del Maestro dell'Emmaus di Pau. Diversamente, l'Assunzione della Vergine di Antonio De Bellis, contraddistinta dalla minuziosa preziosità della tecnica esecutiva, dimostra la tendenza verso uno schiarimento della tavolozza che si verifica nell'arte napoletana nei decenni centrali del Seicento. Nelle opere di Matthias Stom, a lungo attivo in Sicilia, si vede materializzarsi una perfetta sintesi tra la cultura nordica di partenza - legata al caravaggismo olandese - e la pittura italiana. Il percorso prosegue con due capolavori di Mattia Preti - l'artista che più di ogni altro pittore contribuì al mantenere fino alla fine del Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca.

La mostra comprende inoltre due capolavori di Natura morta, particolarmente variegata e ricca nella pittura napoletana, per la prima volta esposti al pubblico - la scenografica Natura morta di pesci di Giovan Battista Recco e la più quotidiana Natura morta di Tommaso Realfonzo, firmata e datata 1737 dall'artista. Infine vengono presentati i capolavori della pittura di figura del Settecento appartenenti a due differenti correnti stilistiche - quella di pittura di respiro aulico, come Lucrezia e Cleopatra di Francesco Solimena e San Gaetano intercede per la cessazione della peste di Alessio D'Elia, e quella naturalistica esemplificata dall'irriverente Fantesca di Gaspare Traversi.

Nel percorso espositivo sono infine presentate quattro opere di alto valore artistico appartenenti alla Fondazione Sicilia. Si tratta di due grandi tele di Luca Giordano, artista che traghetta l'arte napoletana dal naturalismo di Ribera verso la pittura più chiara e leggera del Settecento, rappresentato da una drammatica Giuditta e da un monumentale quadro mitologico con Nettuno e Anfitrite. Altre due opere della Fondazione palermitana sono Cristo e la samaritana di Mattia Preti e Salomone e la regina di Saba di Francesco Solimena che si accostano alle tele degli stessi artisti presenti nella collezione Longhi. La mostra sarà accompagnata da un catalogo realizzato da Marsilio Editori che presenta tutte le opere esposte, corredate da una scheda e da una breve biografia degli artisti. Per la mostra sarà inoltre sviluppato un articolato progetto didattico, rivolto sia al mondo della scuola che alle famiglie, con visite animate e laboratori. (Comunicato stampa)




Opera di Renato Guttuso Renato Guttuso
L'arte rivoluzionaria nel cinquantenario del '68


termina il 24 giugno 2018
GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

Esposizione alla pittura di Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1911 - Roma 1987), presenza di forte rilievo nella storia dell'arte italiana del Novecento e figura nodale nel dibattito concernente i rapporti tra arte e società che, nel secondo dopoguerra, ha significativamente accompagnato un ampio tratto del suo cammino. Curata da Pier Giovanni Castagnoli, con la collaborazione degli Archivi Guttuso, la mostra raccoglie e presenta circa 60 opere provenienti da importanti musei e collezioni pubbliche e private europee. Primeggiano alcune delle più significative tele di soggetto politico e civile dipinte dall'artista lungo un arco di tempo che corre dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Settanta.

Nell'ottobre del 1967, cinquantesimo anniversario della rivoluzione d'ottobre, Renato Guttuso scriveva su Rinascita, rivista politico-culturale del Partito Comunista Italiano, un articolo intitolato Avanguardie e Rivoluzione, nel quale il pittore riconosceva alla rivoluzione il titolo inconfutabile e meritorio di essere stata il fondamento di una nuova cultura, con la quale profondamente sentiva di identificarsi e che lo induceva a chiudere il suo scritto con l'esplicita professione di fede: "L'arte è umanesimo e il socialismo è umanesimo". Guttuso era stato, a partire dagli anni della fronda antifascista e tanto più nel secondo dopoguerra, un artista che, come pochi altri in Italia, si era dedicato con perseverante dedizione e ferma convinzione a ricercare una saldatura tra impegno politico e sociale ed esperienza creativa, nella persuasione che l'arte, nel suo caso la pittura, possa e debba svolgere una funzione civile e sia costitutivamente dotata di una valenza profondamente morale.

A poco più di cinquant'anni dalla pubblicazione dell'articolo e nella ricorrenza del cinquantenario del '68, la GAM di Torino si propone di riconsiderare il rapporto tra politica e cultura, attraverso una mostra dedicata all'esperienza dell'artista siciliano, raccogliendo alcune delle sue opere maggiori di soggetto politico e civile. A partire da un dipinto quale Fucilazione in campagna del 1938, ispirato alla fucilazione di Federico Garcia Lorca, che a buon diritto può essere assunto a incunabolo di una lunga e ininterrotta visitazione del tema delle lotte per la libertà, per giungere alla condanna della violenza nazista, nei disegni urlati e urticanti del Gott mit uns (1944) e successivamente, dopo i giorni tragici della guerra e della tirannia, alle intonazioni di una reinventata epica popolare risuonanti in opere nuove per stile e sentimento come: Marsigliese contadina, 1947 o Lotta di minatori francesi, 1948.

Un grande, ininterrotto racconto che approda, negli anni Sessanta a risultati di partecipe testimonianza militante, come in Vietnam (1965) o a espressioni di partecipe affettuosa vicinanza, come avviene, nel richiamo alle giornate del maggio parigino, con Giovani innamorati (1969) e più tardi, in chiusura della rassegna, a quel compianto denso di nostalgia che raffigura i Funerali di Togliatti (1972) e in cui si condensa la storia delle lotte e delle speranze di un popolo e le ragioni della militanza di un uomo e di un artista. "Nel secondo dopoguerra - afferma Carolyn Christov-Bakargiev Direttore della GAM - negli ambienti della cultura di sinistra si discuteva tra avanguardia formalista e realismo figurativo. Ci si chiedeva quale fosse più rivoluzionaria e quale più reazionaria. Oggi, paradossalmente, nell'era della realtà aumentata e della virtualità, la pittura di Guttuso può sembrarci tanto reale e materica quanto il mondo che stiamo perdendo".

A fronte dell'antologia di tali dipinti e in dialogo con essi, la mostra offre anche un repertorio variegato di opere di differente soggetto. Quadri tutti coevi ai tempi di esecuzione dei dipinti di ispirazione politica e sociale, selezionati con il proposito di offrire indiscutibile prova dei traguardi di alta qualità formale conquistati da Guttuso nell'esercizio di una pittura che - afferma il curatore Pier Giovanni Castagnoli - "per comodità, potremmo chiamare pura, con l'intendimento di saggiare, attraverso il confronto dei diversi orizzonti immaginativi, l'intensità dei risultati raggiunti su entrambi i versanti ideativi su cui si è esercitato il suo impegno di pittore e poter consegnare infine all'esposizione, pur nel primato assegnato al cardine tematico su cui la mostra si incerniera, un profilo ampiamente rappresentativo della ricchezza dei registri espressivi presenti nel ricchissimo catalogo della sua opera e della poliedrica versatilità del suo estro creativo". La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, con saggi di Pier Giovanni Castagnoli, Elena Volpato, Fabio Belloni, Carolyn Christov-Bakargiev e un'antologia di scritti di Renato Guttuso. (Comunicato stampa)

«Per noi l'arte non può essere antiumana, nel nostro presente, anzi, cerchiamo di cogliere i fermenti opposti a tanto rassegnato pragmatismo». Renato Guttuso




Immagine dalla locandina di presentazione di Museo Navigante Museo Navigante

Il Museo Navigante è una iniziativa promossa dal Mu.MA - Galata di Genova, dal Museo della Marineria di Cesenatico, dall'associazione La Nave di Carta della Spezia e dall'Associazione Musei Marittimi del Mediterraneo, che ha riunito musei pubblici e privati per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, ha aderito all'iniziativa con il Museo Archeologico dell'antica Kaulon, diretto da Rossella Agostino e con il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone, diretto da Gregorio Aversa.

Il percorso espositivo del Museo archeologico dell'antica Kaulon - Monasterace (Reggio Calabria) illustra la storia della colonia magno-greca di Kaulonia dall'età di fondazione, ad opera dei crotoniati, fino ad età ellenistico-romana ed ospita anche reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all'odierno Museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo caratterizzata dalla presenza del Faro. L'esposizione presenta per alcuni settori parziali ricostruzioni di edifici abitativi e sacri finalizzate ad una migliore lettura da parte del pubblico.

Le Collezioni più importanti sono: rocchi di colonne in marmo anche lavorate rinvenute nelle acque antistanti il sito dell'antica città di Kaulonia; Tetto tempio del Colle della Passoliera di età greca caratterizzato da una ricca policromia; Collezione numismatica e fra i "pezzi" più significativi si segnalano: manufatti bronzei, tra cui specchi, elementi di armature ed una interessante iscrizione votiva in lingua achea dall'area del tempio dorico; Mosaico pavimentale policromo con la raffigurazione di drago di età ellenistica dall'abitato.

Il Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna - Crotone è suddiviso in tre sezioni principali dedicate la prima ("Terra") ai resti dell'insediamento sorto sul promontorio in età romana, la seconda ("Sacro") al santuario di età greca sviluppatosi sullo stesso luogo e, infine, una terza ("Mare") destinata ad illustrare le problematiche dell'archeologia subacquea, espone una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec.d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Terrecotte architettoniche, vasi a figure nere, vasetti miniaturistici, bronzetti figurati attestanti la frequentazione del santuario greco e appartenenti al cd. Tesoro di Hera, formano le collezioni più importanti. Fra i pezzi di maggior pregio si ricordano: frammenti in marmo pario appartenenti alla decorazione del grande tempio di ordine dorico di cui, nell'attiguo Parco Archeologico, si conserva parte del basamento ed una colonna in blocchi tufacei. (Comunicato stampa)




Immagine presentazione mostra Monaco, Vienna, Trieste, Roma - Il Primo Novecento al Revoltella Monaco, Vienna, Trieste, Roma
Il Primo Novecento al Revoltella


termina lo 02 settembre 2018
Civico Museo Revoltella - Trieste
www.museorevoltella.it

E' un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d'Arte Moderna del Museo "Revoltella". Il "dentro" è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il "fuori" è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo. Il titolo dell'esposizione - "Monaco, Vienna - Trieste - Roma" - richiama l'influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all'Impero d'Austria-Ungheria, e l'interscambio - parallelo e successivo - tra gli artisti della città e del territorio e l'Italia.

Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del "Revoltella", si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del "ritorno all'ordine", coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel "secolo lungo", sino a lambire il secondo conflitto mondiale. L'esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo, Marcello Mascherini.

Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d'Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna. Una sezione monografica è riservata all'arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all'arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto 'ritorno all'ordine' di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani. La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall'interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni. Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto Macchie di sole del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

"Questa mostra - osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste - evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d'arte del "Revoltella", Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com'è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell'arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce". (Comunicato stampa Studio Esseci)

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Mostre su Trieste




Capolavori a confronto
Bellini / Mantegna
Presentazione di Gesù al Tempio


termina lo 01 luglio 2018
Fondazione Querini Stampalia - Venezia
www.querinistampalia.org

Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due "Presentazioni di Gesù al Tempio" eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia. Due capolavori assoluti della storia universale dell'arte, l'uno di mano di Giovanni Bellini, di Andrea Mantegna il secondo. Ad un primo sguardo sembrano del tutto eguali, eppure si capisce che le due opere-specchio hanno "personalità diversissime". Ma chi fu l'inventore della meravigliosa composizione? Bellini, veneziano, e Mantegna, padovano del contado, si conobbero certamente, dato che quest'ultimo sposò la sorellastra del primo. Ma sarebbe sbagliato - chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell'esposizione, immaginarli l'uno accanto all'altro intenti nel dipingere questo medesimo soggetto. Certo il cartone, la cui realizzazione richiedeva un enorme virtuosismo artistico, "stregò l'uno e l'altro, ma un lasso di tempo non piccolo, una decina di anni, separa i due capolavori". Che, sia pure a distanza, si sia trattato di una gara alla massima eccellenza, lo si evince dalla qualità assoluta delle due opere. E' un caso probabilmente irripetibile quello che consente, per la prima volta nella storia dell'arte, di ammirare l'una a fianco dell'altra.

"E' l'effetto - sottolinea Marigusta Lazzari, che dell'istituzione veneziana è il Direttore - di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l'impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due 'Presentazioni al Tempio' è uno dei cardini di queste mostre. (...)".

Per accogliere questo magico confronto, la Querini Stampalia ha mobilitato l'architetto Mario Botta per l'allestimento e sta predisponendo un innovativo sistema illuminotecnico. Non solo: accanto a queste due inarrivabili "vedettes" in Querini saranno esposte le opere coeve patrimonio del museo veneziano. E il visitatore sarà poi invitato, con lo stesso biglietto a scoprire, o riscoprire, gli infiniti tesori della Querini Stampalia, una casa-museo tra le più importanti al mondo. Sala dopo sala, negli storici ambienti, si avrà l'emozione di entrare nell'universo di una delle più potenti e illustri Famiglie veneziane: ammirare le celebri opere d'arte, i preziosi arredi, patrimonio della Famiglia e pervenuti alla Fondazione nel 1869, poco meno di 150 anni fa, a seguito dell'importante lascito. E' un mondo di storia, cultura, meraviglia quello che attende i visitatori in Querini, in un'atmosfera unica com'è quella della Venezia autentica. (Comunicato Studio Esseci)




La Collezione Roberto Casamonti
24 marzo 2018 - 10 marzo 2019
Palazzo Bartolini Salimbeni - Firenze
www.collezionecasamonti.com

Dal mese di marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all'arte moderna e contemporanea. L'antica dimora - attentamente restaurata - accoglierà la selezione delle opere che Roberto Casamonti, nella sua lunga attività nel mondo dell'arte, ha raccolto per costituire il corpus principale della propria Collezione. I dipinti e le sculture esposte sono il frutto di anni di appassionate ricerche che danno vita ad un assieme in grado di rappresentare l'eccezionale evoluzione storico artistica che attraversa per intero il XX secolo.

"La Collezione, con le sue dotazioni in permanenza, si appresta a qualificarsi - sottolinea il critico Bruno Corà - come una delle maggiori raccolte d'arte moderna e contemporanea aperte al pubblico esistenti in Italia. La scelta di offrire questa sua Collezione a fiorentini e turisti - evidenzia ancora il curatore scientifico della Collezione - si esprime come un autentico gesto mecenatizio (...) l'atto di riconoscenza di un cultore appassionato d'arte, per la città che lo ha seguito nel corso della sua attività professionale e della sua stessa vita". Per precisa scelta dell'Associazione Culturale, appositamente costituita per gestire e animare questo nuovo spazio culturale, il pubblico potrà ammirare le opere esposte accedendovi gratuitamente, su semplice prenotazione.

La Collezione di opere d'arte italiane e straniere si articola in due grandi nuclei: il primo considera opere di artisti agli esordi del Novecento e sino ai primi anni Sessanta, il secondo, dal 1960 ai nostri giorni. In Palazzo Bartolini Salimbeni, la Collezione sarà proposta per sezioni. Il primo nucleo, dal 24 marzo 2018 e sino alla primavera del '19 e, a seguire, il secondo. Al primo appartengono capolavori di Fattori, Boldini, Balla, Viani, Sironi, Severini, Marini, Morandi, de Chirico, Savinio, Prampolini, Casorati, Magnelli, Licini, Picasso, Leger, Soutine, Klee, Chagall, Ernst, Kandinsky, Hartung, Fautrier, Matta, Lam, Dorazio, Accardi, Afro, Vedova, Capogrossi, Burri, Klein, Fontana, Castellani, Manzoni, Lo Savio e numerosi altri. La direzione è stata affidata a Sonia Zampini, storica dell'arte e da anni collaboratrice della galleria Tornabuoni Arte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




San Teonisto
Il ritorno dei dipinti trafugati da Napoleone


Chiesa di San Teonisto - Treviso
www.fbsr.it

Ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell'edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810. Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d'arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico. L'odissea delle opere rientrate "a casa" non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell'originario luogo di culto.

Ma, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche. Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell'epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l'evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell'edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell'architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un'architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato.

Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l'edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all'acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l'ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale. Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d'arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l'ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi "solo" 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d'altare, "Le nozze di Santa Caterina" del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della "Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa" di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il "Martirio di Santa Giuliana" era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato. All'appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato "Martirio di Santa Giuliana" di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell'altare maggiore di Jacopo Palma "Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata" (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante "Le Nozze di Cana", oggi "esiliata" a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi.

Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la "proprietà" che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il "Martirio" di proprietà del Castello Sforzesco». (...) In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest'ingente patrimonio artistico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Mario Merz Prize
Termine di partecipazione: 31 maggio 2018
www.mariomerzprize.org

E' aperto il bando della terza edizione del Premio biennale, per individuare e segnalare, attraverso la competenza di una fitta rete internazionale di esperti, personalità nel campo dell'arte e della musica. Alla competizione possono partecipare, per la sezione arte, artisti segnalati da curatori, direttori di museo, critici, galleristi o altri membri di associazioni culturali, e per la sezione musica, compositori indicati da istituzioni musicali, interpreti, critici e personalità del mondo della musica. I compositori e gli artisti non possono nominare loro stessi. I cinque artisti finalisti saranno protagonisti di una mostra collettiva, mentre i cinque compositori finalisti presenteranno un brano da eseguire in un concerto. La giuria di preselezione sarà svelata a bando concluso. In una fase successiva una giuria internazionale insieme al voto del pubblico sceglierà i vincitori. (Comunicato stampa)

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The call for application of the Mario Merz Prize third edition is open. The Prize, awarded biennially, has been created to spotlight significant talents in the fields of art and music, through the competence of an extensive international network of experts. The application deadline is May 31, 2018. Eligible to take part in the competition are: for the Art section, artists nominated by curators, museum directors, critics, gallerists, or by other members of cultural associations; and for the Music section, composers nominated by music institutions, performers, critics, or music professionals. Artists and composers cannot nominate themselves. Shortlisted artists will take part in a group exhibition, while the five composers selected for the Music section will present their score at the finalists' concert. Members of the pre-selection jury will be announced once this call is closed. In a following phase, an international jury, together with the public vote, will select the winners. (Comunicato stampa)




Strade d'Europa
Berlino, 25 novembre 2017 - 10 maggio 2018
www.plusberlin.com

Opera di Antonio Fiore Antonio Fiore: "Nuovo alfabeto Futurista"
Plus Berlin - Piano Grigioferro

"Dentro il futurismo e oltre il futurismo è cresciuto l'intero percorso artistico di Antonio Fiore, figura internazionalmente riconosciuta per il suo essere da sempre in viaggio con Ufagrà. Egli da tempo ha scelto la logica della "rigenerazione futurista dell'universo" attraverso concetti filosofici e cosmologici, e infatti ci racconta a colori il mondo intero con figure geometriche archetipiche. Linee, rette, curve, ovali, forme concave e convesse, triangoli, cerchi, ma sempre facendo movimentare il tutto come se una "tempesta futurista" operasse una sorta di deflagrazione. I suoi colori sono puri, tinte piatte, blu, rossi, gialli, bianchi, azzurri, viola, neri, ecc., si quantificano in veri e propri pensieri cromatici delineati da simbolismi segnici che movimentano la superficie e la trasformano in una sorta di pagina di diario. Questo ordine e sentire Ufagrà si accerta e si concentra nella ricerca di un'infinita proiezione di luce, facendo così proporre ad Antonio Fiore un proprio alfabeto visivo." (Carlo Franza)

Antonio Fiore (Segni - Roma, 1938) comincia a lavorare con maggiore continuità dal 1977, in seguito all'incontro con Sante Monachesi di cui frequenta lo studio fino al 1984, aderendo e collaborando al Movimento Agrà. Successivamente aderirà alla metà degli anni 80, alla Dichiarazione di "Futurismo-Oggi" redatta da E. Benedetto e firmata dai futuristi viventi. Fu "battezzato" da Monachesi con lo pseudonimo di UFAGRA, dove U stava per universo, in quanto il Movimento Agrà è universale, F per Fiore che è il suo cognome, e Agrà, il Movimento stesso. E' oggi considerato l'ultimo futurista tuttora operante e certamente molto ha influito la sua vicinanza a F. Cangiullo prima, ed alle figlie di Giacomo Balla, Luce ed Elica. Dal 1980 ad oggi ha esposto in 67 mostre personali. (Comunicato stampa)

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Opera di Luisa Garavaglia Luisa Garavaglia: "Visioni e memorie"
Plus Berlin - Piano Lilla

"La pittura recente di Luisa Garavaglia si presenta come una svolta decisiva del suo percorso a motivo dell'intuizione storico-ambientale come fatto culturale e come lezione etica e poi dei colori complessi e carichi di simbolismi che prendono a inseguirla e a sollecitarla, fino a costituire il motivo dominante del suo fare. L'artista crea l'immagine focalizzandola, poi apre ad ampi e vuoti spazi in relazione all'ambiente scelto. Questa pittura vive una sorta di saccheggiamento prima dell'inconscio e poi del mondo più lieve dei ricordi. Il suo è un cammino artistico segnato dalla storia del proprio tempo mantenendo con essa ben saldi nel linguaggio i legami antropologici e culturali. Il richiamo naturalistico seppure avviato a riferimenti legati alle avanguardie del primo novecento, cerchia i contrasti di un universo aspro e dolce insieme, che diventa metafora e specchio di provocazione e confronto. Opere che raccontano la forza della natura e i misteri del suo perenne rigenerarsi. Visioni e memorie che ci parlano di amore per la vita e per l'ambiente". (Carlo Franza)

Luisa Garavaglia (San Vittore Olona, 1954) si diploma al Liceo Artistico di Brera. Nel 2014, l'incontro a Milano con l'artista Marisa Settembrini segna l'inizio di un periodo di studio e ricerca artistica, di sperimentazioni linguistiche e di materiali che l'hanno portata a produrre opere di grande impatto, sensibilità ed espressività. (Comunicato stampa)

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Opera di Marisa Settembrini Marisa Settembrini: "Il giardino innevato"
Plus Berlin - Sala Hoffmann

"E' il "Giardino italiano", il suo giardino salentino, quello che lascia vedere Marisa Settembrini in un capitolo nuovo, denso, magico e dove si sentono potenti gli echi di Monet e delle apocalissi luminose di William Turner. Ella dialoga con temi e autori del passato a rappresentare una delle sue più intense riflessioni sul tempo e sulla memoria, sul flusso della vita che si dipana come un pensiero intorno alla nostra presenza nel mondo. (...) Se ogni artista nel proprio atelier si deve impegnare per creare delle analogie concettuali o sensuali della natura stessa, traducendole in forme, il giardino è stato un elemento basilare per questa meditazione, divenendo per Marisa Settembrini una tela da comporre e da dipingere. Il giardino come luogo nevralgico di una ricerca sperimentale all'aperto e dal vero era già stato un'intuizione dei pittori della prima metà dell'Ottocento, ma la forza prorompente dell'impressionismo fu quella di sperimentare la pittura di paesaggi en plein air, "dove a luce non è più unica - come diceva Emile Zola - ma si verificano effetti multipli.

Claude Monet considerava il proprio giardino a Giverny in Normandia, disegnato come un quadro, il "plus beau chef d'œuvre" che avesse ideato, la propria utopia bucolica. In quel luogo, inseguendo l'infinita mutevolezza di una realtà condotta dalla natura, riuscì a portare la propria pittura verso l'informale. Come Sisley amava immortalare con vigore cromatico l'armonia dei giardini di Louveciennes, Renoir impiegava come quinta scenografica dei suoi ritratti il giardino selvatico su cui s'affacciava il suo atelier a Montmartre. Mentre Pissarro e Berthe Morisot inseguivano con libertà la bellezza gentile degli ordinati giardini nei villaggi intorno a Parigi.

I riferimenti all'impressionismo fin qui citato sono solo legati alla tematica più che allo svolgimento visivo e alle dinamiche della costruzione dei dipinti del capitolo recente della Settembrini, la quale coglie il dato reale del luogo "citando" spazi e luoghi in modo realistico eppur magico, forse cogliendo maggiormente il Klee dei giardini; infatti la Settembrini spazia nello spazio dei teleri, oltre l'icona del giardino, portandosi verso segmenti, geometrie e macchie di colore di rimando informale e astratto con tratti essenziali ed elementari, sicchè tutto appare come un flusso illimitato di forme, colori e visioni stilizzate.

Un po' come dai giardini e dai paesaggi di Paul Klee che raccontano il carattere degli elementi vegetali. Rose, alberi, fiori sono creature con fisionomie e sentimenti, attori sulla scena di un ideale "Teatro Botanico". E la scena, naturalmente, è la vita stessa. Ora Marisa Settembrini con questa mostra berlinese sul suo giardino innevato inscena pittoricamente quell'aderenza ai tre principi della varietà, della bellezza e della novità, ossia della sorpresa. Queste caratteristiche, riguardanti la sfera filosofica ed estetica, sono risultate indispensabili affinché l'impianto del giardino rispondesse ad esigenze di percezione di una sequenza di 'quadri' di paesaggio in grado di suscitare sempre nuove emozioni". (Carlo Franza)

Marisa Settembrini (Gagliano del Capo - Lecce, 1955) dopo aver frequentato l'Accademia di Brera e la Kunst Akademie di Monaco di Baviera, oggi è titolare della cattedra di Discipline Pittoriche al Liceo Artistico di Brera, a Milano. La sua attività parte dal 1976 con l'invito alla mostra "La nuova figurazione italiana" al Palazzo dei Congressi di Roma, per conto della Quadriennale Romana. Numerose le mostre personali e le installazioni in Italia (Roma, Firenze, Alcamo, Lecce, Todi, Milano, Erice, San Vito Lo Capo, Pavia, Brescia, Sondrio, Loreto, Teglio) e all'estero (New York, Monaco di Baviera, Berlino, Dusseldorf), e le partecipazioni a importanti rassegne. Ha inoltre elaborato in coedizione con alcuni scrittori varie cartelle di grafica. (Comunicato stampa)

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Opera di Paolo Gubinelli Paolo Gubinelli: "I segni e la luce"
Plus Berlin - Piano Grigioperla

"Paolo Gubinelli è artista e poeta fortemente razionale, capace tuttavia di movimentare emozionalmente immagini essenziali pur intense e vibranti, senza dimenticare stati di umanità scoperti in quel divenire dell'arte allo stato puro. (...) Le carte e i fogli raffinati, realizzati con materie preziose, su cui Gubinelli avvia una ricerca razionalmente induttiva - così come già certificò Giulio Carlo Argan - ne fa un protagonista dell'astrazione, facendone vivere molteplici vissuti, percorsi, sollecitazioni. Lavori su cui Gubinelli interpreta a suo modo la realtà, traducendo tutto in dinamiche flessuose, linee intellettive, razionali e analitiche. Tutto muove da un senso di evoluzione, di elementi strutturali che stringono lo spazio, gli spazi imbevuti spesso di mistiche monocromie, cercando anche di superare il limite costitutivo, e quelle forme essenziali e primarie in cui vivono equilibrati ritmi interni, e sospensioni liriche e serpentinate in tensione orizzontale e più spesso verticale. Paesaggi mentali, in cui Gubinelli misura coordinate spaziali di una relazione sensibile con il mondo, intercettando pulsazioni organiche, fisiche, emotive, che tagliano e graffiano lo spazio cartaceo caricandolo di un'energia umana, di un'energia miracolosa, di purezza ardente". (Carlo Franza)

Paolo Gubinelli (Matelica - Macerata, 1945) si diploma presso l'Istituto d'arte di Macerata (sezione pittura), continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l'importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca. Conosce e stabilisce un'intesa di idee con gli artisti e architetti, Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Scanavino, Mario Nigro, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini. Ha tenuto e partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. (Comunicato stampa)




Opera di Teodoro Wolf Ferrari nella mostra La modernità del paesaggio Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio
termina il 24 giugno 2018
Palazzo Sarcinelli - Conegliano (Treviso)
www.mostrawolfferrari.it

Una inedita riflessione dedicata al pittore veneziano Teodoro Wolf Ferrari (Venezia, 1878 - San Zenone degli Ezzelini, 1945). La rassegna, curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato, promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, si pone di indagare alcuni aspetti fondamentali, ma meno conosciuti, della storia dell'arte italiana, facendo luce sulla figura emblematica e ancora da approfondire di Wolf Ferrari. In mostra verrà presentata un'accurata selezione di oltre 60 opere, sapientemente individuate presso collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori, dove la produzione dell'artista si E' principalmente concentrata, diffondendosi in un territorio nel quale non mancano rinvenimenti di qualità e nuove scoperte. Sarà, così, possibile entrare nell'atelier di questo "poeta del paesaggio" e contemplare attraverso dipinti, acquarelli, pannelli decorativi, vetrate, studi per cartoline, riuniti assieme per la prima volta, le colline che vanno da Asolo a Conegliano fino alle alture del Grappa o i più cupi e inquietanti scenari che raccolgono un profondo sentimento del mistero.

Prove che dichiarano l'amore per il paesaggio, le sperimentazioni e l'eterogeneità di tecniche proprie di Wolf Ferrari, il quale ha saputo far confluire a Venezia e in Italia all'alba del Novecento le moderne istanze secessioniste europee. Il percorso espositivo ripercorre l'intera vicenda artistica di Wolf Ferrari con una linea tematica che abbraccia vari momenti ed esperienze, dall'affaccio sulle tendenze mitteleuropee con un'affascinante sezione dedicata al tema della "tempesta", tra cui Paesaggio Notturno, Bufera, Notte, Danza macabra, alle novità artistiche veneziane fino alle delicate passeggiate autunnali dal Grappa al Piave. Il dialogo con un ristretto ma significativo nucleo di opere di artisti contemporanei del pittore (quali Otto Vermehren, Mario De Maria, Mariano Fortuny, Gino Rossi, Ugo Valeri) diviene importante e necessario per stabilire alcune connessioni e qualche comunanza di percorso con l'itinerario artistico di Teodoro.

Dopo la formazione presso l'Accademia di Belle Arti veneziana sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Wolf Ferrari studia a Monaco, dove nel 1895 entra in contatto con alcuni degli ambienti simbolisti e secessionisti più avanzati e cosmopoliti del momento. Sono anni attraversati da un cambiamento e un'innovazione febbrili, nel corso dei quali la rappresentazione della natura, fonte di straordinaria ispirazione, diviene anzitutto espressione di un paesaggio interiore e soggettivo, luogo primigenio dell'anima. E' a questo contesto che l'autore attinge per costruire il suo universo poietico tramite le influenze di artisti quali Böcklin, Von Stuck, Klinger, Kandinskji che lasceranno un segno inconfondibile nella sua pittura. Sensibile alle novità che giungono dal mondo bretone e sintetista, Teodoro aderisce anche al gruppo Die Scholle ("la zolla"), animato dalla genialità dell'amico Leo Putz.

Sono queste le atmosfere e i principi che l'artista trasferisce nella città lagunare, apportando nuova linfa agli stili ed entrando in contatto con il gruppo degli artisti di Ca' Pesaro, che, sotto la regia di Nino Barbantini, rivoluzionano l'arte veneziana e italiana. Nel 1912 Wolf Ferrari partecipa alla mostra di Ca'Pesaro, avvicinandosi a Gino Rossi, Ugo Valeri, Arturo Martini, Tullio Garbarti, Umberto Moggioli e costituisce il movimento l'Aratro, con l'intento di creare un "ambiente armonico", dove le arti applicate assumono un ruolo di prim'ordine. Un'occasione rara per conoscere e (ri)scoprire un autore più noto agli specialisti che al vastopubblico, il quale non ha solo raffigurato con grazia la natura, ma ha anche raccontato la trasformazione dell'arte italiana tra XIX e XX secolo. Accompagna la mostra un catalogo edito da Marsilio Editori. (Comunicato ufficio stampa Civita Tre Venezie)




L'Amsterdam Museum presenta i suoi capolavori del XVII secolo restaurati

L'Amsterdam Museum è attualmente impegnato nel restauro di uno dei suoi capolavori, I Capi della Guardia Civica (1653) di Bartholomeus van der Helst (ca.1613 - 1670), che sarà l'opera di punta della mostra in prestito a TEFAF Maastricht 2018, nella sezione TEFAF Paper. Per la prima volta i visitatori della Fiera potranno non solo ammirare i risultati del restauro, ma anche comparare gli oggetti raffigurati nel dipinto con esempi originali di argenteria del XVI secolo - una situazione unica per l'arte olandese. TEFAF Maastricht, la Fiera di arte figurativa e antiquariato più importante del mondo, ha avuto luogo dal 10 al 18 marzo 2018 al MECC (Maastricht Exhibition and Congress Centre) di Maastricht, Paesi Bassi.

Il ritratto di gruppo raffigura diverse personalità di spicco: l'ex borgomastro Jan van de Poll (1597-1678), il mastro birraio Albert Dircksz Pater (1602-1659) e il celebre cartografo ed editore Joan Willemsz Blaeu (1598-1673). Insieme, erano i custodi della Guardia Civica, e della sua collezione di ritratti di gruppo e reperti storici. I personaggi sono raffigurati seduti a un tavolo, mentre sulla destra i loro figli allenano le proprie doti di arcieri. I quattro uomini del dipinto sono circondati di preziosa argenteria; sullo sfondo, una credenza appare colma di tazze, tazzine e cucchiai; sulla sinistra Banninck Cock regge un calice finemente decorato, e i suoi colleghi mostrano il collare e il bastone della Guardia, coronato da decorazioni a forma di uccelli. Sullo sfondo, la moglie del locandiere presenta il corno potorio sul suo piede d'argento, sempre appartenente alla Guardia. La presenza di questi oggetti preziosi sul tavolo richiama l'illustre storia della Guardia Civica di quegli anni, sottolineando il buon governo delle personalità raffigurate nel dipinto.

Oltre che per il suo pittore, uno dei più grandi ritrattisti del Secolo d'oro olandese, per la fama dei suoi protagonisti e per l'apprezzata prospettiva sott'in su, questo ritratto di gruppo si distingue poiché raffigura tre oggetti d'arte tuttora esistenti. Il collare, il bastone e il corno potorio finemente decorati, appartenenti alla collezione della Guardia Civica, non erano solo valorizzati dai capi del 1653, ma possono ancora essere ammirati dai visitatori dell'Amsterdam Museum, poiché appartengono al Comune di Amsterdam. Capolavori in argento del genere, provenienti dal XVI secolo, sono una rarità in qualsiasi collezione pubblica o privata dato che in molti casi venivano modificati sulla base dei gusti delle varie epoche oppure addirittura fusi. L'esistenza di oggetti di tale valore, raffigurati in un dipinto di così alta qualità, è un fatto più che eccezionale.

Il capolavoro di Van der Helst sarà circondato da altri cinque ritratti di gruppo che sono stati restaurati da poco. Insieme testimoniano il successo e la qualità della ritrattistica di gruppo ad Amsterdam durante il Secolo d'oro. Due di questi dipinti, entrambi restaurati nel 2017, sono di Ferdinand Bol (1616-1680) e raffigurano i governatori e le governatrici dell'Asilo dei Lebbrosi di Amsterdam. Al momento fanno parte della mostra sull'artista dell'Amsterdam Museum. Un altro ritratto di gruppo di Van der Helst, I Capi degli Archibugieri della Guardia Civica, restaurato nel 2011, dopo un prestito per cinque anni alla National Gallery of Art di Washington sarà esposto per la prima volta dal suo ritorno nei Paesi Bassi. Le ultime opere sono due Lezioni di Anatomia, una di Aert Pietersz (1550-1612), l'altra di Adriaen Backer (1635-1684), restaurate in collaborazione con le istituzioni che negli anni le hanno prese in prestito per le proprie mostre. Dal 2016 l'opera di Backer ha fatto parte della mostra permanente di ritratti del Secolo d'oro dell'Hermitage Amsterdam, che vanta un'incredibile collezione di ritratti di gruppo ambientati ad Amsterdam. Queste sono le quattro opere che completeranno la mostra in prestito a TEFAF Maastricht. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




viadellafucina16 | Condominio-Museo
www.condominiomuseo.it

Viadellafucina16 è il primo esperimento internazionale di condominio-museo. Cuore del progetto - a cura di Kaninchen-Haus, da un'idea di Brice Coniglio - è un programma di residenza per artisti nel condominio di via La Salle 16 (già "via della Fucina"), nel quartiere torinese di Porta Palazzo. Tramite un bando internazionale, che ha raccolto 442 candidature di ogni provenienza, gli artisti sono invitati a trascorrere periodi di residenza nello stabile per realizzare opere d'arte e interventi negli spazi comuni, capaci di attivare il dialogo tra le diverse comunità che lo abitano e favorire la riqualificazione dell'edificio ottocentesco, oggi in stato di degrado e incuria. I progetti vengono selezionati dagli stessi abitanti del condominio (circa 200 di ogni nazionalità distribuiti in 53 appartamenti) con la mediazione di un comitato di curatori e addetti ai lavori, sulla base della capacità di coinvolgere la comunità nella progettazione e nella realizzazione delle opere, di interpretarne i desideri, di attivare nuove forme di socialità attraverso percorsi di co-creazione e cura degli spazi.

Il condominio - luogo della democrazia come del conflitto, punto di intersezione tra dominio pubblico e privato - si apre alla pratica artistica come fattore di rigenerazione estetica e sociale, divenendo spazio simbolico attraverso cui la comunità rappresenta se stessa, così come un tempo i palazzi decorati dagli artisti rappresentavano il prestigio delle singole casate. L'ex-portineria, riaperta e presieduta da un team di giovani antropologi, si trasforma in portineria artistica per accogliere i visitatori, raccogliere i desideri degli abitanti e monitorare l'intero processo, così da renderlo replicabile. Il programma si completa con mostre, eventi e talk organizzati nel nuovo Spazio Idiòt e con l'attivazione del laboratorio di creazione collettiva Fucina16 nel giardino comune. Viadellafucina16 costituirà un inedito innesto della pratica artistica nel tessuto vitale di una comunità circoscritta che intende dimostrare, attraverso un esperimento condotto in un contesto ridotto, come l'arte e la cultura possano diventare strumenti efficaci nella risoluzione dei conflitti e per una trasformazione collettiva.




"Ritratto" attribuito a Giorgione
Opera rientrata in Italia e poco conosciuta

www.letramedigiorgione.it

Danila Dal Pos, curatrice della imminente mostra "Le trame di Giorgione" (Castelfranco Veneto, Casa di Giorgione, dal 27 ottobre al 4 marzo), annuncia l'inserimento in mostra di un'opera che sicuramente farà discutere. "E' patrimonio di una importante collezione veneziana - annuncia la curatrice - ed è rientrata in Italia dopo essere stata in collezioni francesi e americane. Pur presente e citata in vari vecchi cataloghi e monografie su Giorgione, pochi hanno avuto modo di ammirarla in una mostra". "Sono convinta che questa mostra possa offrire -sottolinea la curatrice- l'occasione ideale per un confronto tra esperti di Giorgione e dell'arte veneta del primo Cinquecento, per giungere ad un serio approfondimento su questo dipinto che la tradizione attribuisce al Maestro di Castelfranco".

Si tratta di un prezioso, piccolo olio (cm.26,5x21,4) su cui, da tempo, gli studiosi si interrogano. Il quesito riguarda naturalmente la reale paternità del Ritratto di giovane, soggetto della tavoletta. Giorgione? Un artista della sua cerchia, Tiziano? Nessuno di questi? Per la mostra castellana, Augusto Gentili, che di Giorgione è uno dei maggiori studiosi, ha esaminato quest'opera, riservandole un particolare e curioso saggio in catalogo: potrebbe trattarsi di un lavoro giovanile di Giorgione, diremmo oggi di un Giorgione ancora alla ricerca della sua strada. Andando a ritroso nella storia di questo prezioso dipinto, Gentili risale agli anni '30 del secolo scorso, quando il Ritratto era presente in una importante collezione privata parigina. Già allora gli esperti si interrogavano su chi ne fosse l'autore e il nome di Giorgione venne più volte avanzato.

Retrocesso a prodotto "di cerchia" nelle monografie giorgionesche di Richter (1937) e Morassi (1942), il ritratto è infine esposto a Venezia alla mostra Giorgione e i giorgioneschi nel 1955. In catalogo, il curatore Zampetti ricorda i precedenti, pubblica una riproduzione - peraltro assai poco leggibile - dopo "il recente restauro" (affermando che questo "ha molto avvantaggiato la possibilità di riconoscere le buone qualità del dipinto") e informa che la tavoletta è ormai in collezione privata a New York. Il tutto senza sbilanciarsi nel giudizio e nell'attribuzione. "Quel che viene dopo - sottolinea Gentili - è ripetizione del già detto o già scritto, o memoria della mostra veneziana: anche perché a questo punto il Ritratto si eclissa per quasi mezzo secolo prima di ricomparire a sorpresa in laguna.

Gentili si spinge ad affermare che "l'incerto e spaurito ritratto potrebbe essere di Giorgione sui primissimi anni del Cinquecento: del Giorgione sperimentale, inventivo e innovativo di testa, ma ancora incerto e spaurito di mano, che qualsiasi catalogo dei possibili esordi accredita di una decina di opere drammaticamente diverse l'una dall'altra, e nessuna sicura più dell'altra". Si tratterebbe dunque dell'opera di un giovane Giorgione, teso a sperimentare e risperimentare per trovare la sua cifra stilistica: siamo probabilmente di fronte al punto di partenza di un percorso che avrà come traguardo il Ritratto Giustinian di Berlino. "Certezze assolute non ce ne sono ancora - spiega Danila Dal Pos - ma quest'opera si colloca a livelli molto alti e poterla finalmente ammirare da vicino, come si potrà fare in Casa di Giorgione, è un'occasione da non perdere". (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Restauro di antiche pitture: un nuovo metodo immunochimico per svelare i segreti delle opere
www.crc-beniculturali.unimi.it

Lo studio dell'Università Statale di Milano, svolto in collaborazione con l'Università di Pisa, individua una nuova procedura semplice ed economica in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, ma anche di quantificarla, informazione preziosa per storici dell'arte e restauratori. Lavoro pubblicato su Microchemical Journal. Materiali di origine alimentare ricchi in proteine sono stati utilizzati fin dai tempi antichi dagli artisti e dai restauratori come materiale grezzo nella preparazione delle opere d'arte e per la loro conservazione. Uova, caseina precipitata con aceto a partire dal latte, colle animali venivano utilizzati come leganti nelle tecniche pittoriche a tempera o applicati su opere d'arte come consolidanti e protettivi. La determinazione della composizione chimica in micro campioni pittorici è uno strumento utile che aiuta i restauratori a prevenirne il degrado e a pianificare i trattamenti di restauro. Inoltre una conoscenza approfondita dei materiali pittorici è un'informazione interessante dal punto di vista della storia dell'arte e aiuta gli specialisti a verificare l'autenticità di un capolavoro.

Per decenni lo studio analitico della componente chimica, ed in particolare di quella proteica, è stata ed è tuttora una grossa sfida dovuta alla micro dimensione dei campioni da analizzare, alla complessa struttura della loro matrice e al loro invecchiamento che provoca delle alterazioni chimico-fisiche, rendendo difficile il riconoscimento di specifiche componenti molecolari. Metodiche molto sofisticate, che richiedono strumentazione, equipaggiamento e competenza non alla portata di tutti i laboratori di restauro, hanno finora permesso di rilevare la presenza di un materiale proteico nello strato pittorico, mentre risulta essere ancora molto difficile identificare la fonte del materiale proteico e soprattutto quantificarlo. Queste ultime due informazioni sono importanti in quanto forniscono indizi sul tipo di tecnica pittorica impiegata o sul tipo di intervento di restauro effettuato in passato su un opera d'arte e sul futuro intervento di conservazione.

Il gruppo di ricerca dell'Università Statale di Milano, coordinato da Fabio Forlani e Francesca Cappitelli, ha sviluppato un metodo immunochimico che, sfruttando la straordinaria capacità degli anticorpi di riconoscere proteine specifiche, è in grado non solo di rilevare la presenza di caseina, la frazione proteica principale del latte, ma anche di quantificarla con una procedura pratica relativamente semplice ed eseguibile in laboratori muniti di equipaggiamento di base. La quantificazione è una informazione in più che aiuterebbe a capire la componente proteica dominante in un determinato campione. Il metodo sviluppato presso il Laboratorio di biotecnologie molecolari applicate ai beni culturali del Centro di Ricerca Coordinata Beni Culturali dell'Università Statale di Milano è stato validato determinando e quantificando la caseina in un micro-campione di tessuto utilizzato nel 1945 per trasferire su un nuovo supporto ed in luogo sicuro affreschi murali del XIV secolo che decoravano il Cimitero Monumentale di Pisa, la cui conservazione era stata compromessa in seguito ad un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. (Comunicato Ufficio Stampa Università Statale di Milano)

.. Cattò, C., Gambino, M., Cappitelli, F., Duce, C., Bonaduce, I., & Forlani, F. (2017). Sidestepping the challenge of casein quantification in ancient paintings by dot-blot immunoassay. Microchemical Journal. 134C (2017) pp. 362-369




Particolare dalla locandina della inaugurazione del Museo Federico II Stupor Mundi a Jesi A Jesi un nuovo Museo: il Museo Federico II Stupor Mundi
Museo multimediale per rivivere la storia che ha cambiato la Storia

www.federicosecondostupormundi.it

Nello storico Palazzo Ghislieri a Jesi, la città che ha dato i natali a Federico II di Svevia, inaugurato l'1 luglio il primo grande museo a lui dedicato, che riprende l'appellativo con cui veniva chiamato l'imperatore dai suoi contemporanei per affermare la sua inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà dell'imprenditore e presidente della Fondazione Federico II Stupor Mundi, Gennaro Pieralisi, di dedicare al grande Imperatore un luogo che potesse ripercorrerne la vita straordinaria, raccontare le sue imprese sia in politica che in cultura, e diffondere la conoscenza degli edifici, palazzi, castelli e vestigia, ancora conservati in Italia e in Europa.

Il Museo è stato realizzato con fondi privati e il contributo di Fondazione Marche in collaborazione con il Comune di Jesi, la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, la Fondazione Federico II Hohenstaufen, la Fondazione Pergolesi Spontini e la Regione Marche. La curatela scientifica è stata affidata a Anna Laura Trombetti Budriesi, docente di Storia medievale all'Università degli Studi di Bologna, coadiuvata da Laura Pasquini e Tommaso Duranti, ricercatori presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dello stesso ateneo. L'allestimento museografico è stato realizzato dalla società Volume S.r.L di Milano, capofila per questo progetto di un team di aziende quali Euphon, Studio'80, Castagna-Ravelli e Sydonia Production.

Il Museo Federico II Stupor Mundi sorge in una posizione unica al mondo: la stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d'Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce Federico II Hohenstaufen, futuro Re di Germania e di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria dell'Imperatore Svevo, come mostra la lettera inviata agli abitanti di Jesi nell'agosto 1239, nella quale la descrive come "nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore" e la definisce "la nostra Betlemme". La nascita di Federico II nella città marchigiana, ed i privilegi ad essa concessi dai suoi eredi, è alla base dell'antica definizione di "Jesi Città Regia".

Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un personaggio di rara intelligenza, un fine intellettuale e studioso capace di anticipare i tempi. Si circondò di poeti eccelsi, con cui fondò la Scuola Poetica Siciliana, alla base della nascita della letteratura italiana; i suoi interessi per il sapere e la ricerca comprendevano anche i campi della medicina, dell'astronomia e della matematica, fu uomo di potere e uomo di cultura. Sedici sale tematiche, disposte su tre piani, che attraverso accurate ricostruzioni scenografiche e tridimensionali, installazioni multimediali e l'utilizzo di tecnologie di ultima generazione, come il video mapping e supporti touch-screen, costituiranno un vero e proprio viaggio immersivo e multisensoriale alla scoperta di Federico II di Svevia: la nascita e la storia dei suoi antenati; l'incoronazione come Imperatore nella medievale Basilica di San Pietro; il suo rapporto con i papi e la Chiesa; la Crociata in Terrasanta; le mogli e la discendenza; la sua passione per la falconeria (fu autore di un prezioso trattato ancora oggi attuale e modernissimo); il suo sconfinato interesse per le arti, le scienze e il sapere, che hanno contribuito a creare l'immagine di un mito che, per la prima volta, viene racchiusa in un unico luogo. (Comunicato ufficio stampa Flaminia Casucci)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Articoli di Ninni Radicini su festival del cinema in Grecia e Cipro




Immagine dalla locandina della rassegna Le Voci della Terra Le Voci della Terra
Rassegna Internazionale di Canto Corale


3a edizione, aprile-maggio 2018
Casa della Musica, Chiesa di San Vitale, Cinema Astra - Parma
www.lacasadellamusica.it

La terza edizione della Rassegna porta a compimento la prima fase di un cammino che realizza la costruzione di una Rete territoriale denominata "Le voci della Terra". Due le tematiche fondamentali su cui è strutturata la Rete: 1) condivisione di elementi culturali fra realtà corali e rispettivi territori di provenienza; 2) attenzione ai giovani con la partecipazione di cori voci bianche, ensemble giovanili e realtà vocali universitarie. Queste tre edizioni hanno visto il coinvolgimento delle realtà vocali di Parma e provincia (9 i cori coinvolti) e quindi, attraverso il tema della condivisione, elemento fondamentale per lo svolgimento delle attività di un coro ma anche di una intera comunità, sono state inserite realtà corali e territori appartenenti a cinque regioni: Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Sardegna e Val d'Aosta.

I cori che hanno eseguito i loro repertori provengono dagli ambiti territoriali di Treviso, Padova, Nuoro, Aosta, Belluno, Reggio Emilia, Piacenza, Modena; con loro e le rispettive comunità, sono nati rapporti culturali e musicali stretti e proficui, con scambi reciproci di esperienze e attività concertistiche. Inoltre l'autorevolezza assunta dalla Rassegna ha permesso di varcare i confini nazionali consentendo di avere quali ospiti due cori universitari provenienti da Lubiana (Slovenia) e Bialystok (Polonia), entrambi di altissimo livello artistico. Le tre edizioni hanno presentato tutte le tipologie vocali corali, dal coro a voci pari (maschile e femminile) al coro di voci bianche, dal coro misto di voci adulte al gruppo vocale giovanile semi-professionista, dal coro di estrazione alpina al coro polifonico.

La ricerca musicale inoltre ha spaziato fra polifonia rinascimentale e quella classica/romantica dell'ottocento, passando per i canti popolari etnici e composizioni del Novecento fino a presentare opere contemporanee di giovani compositori. E proprio per premiare ed incentivare la nuova produzione musicale corale la Rassegna conferisce riconoscimenti a compositori emergenti. (...) I compositori premiati per "alti meriti artistici" nel corso delle Rassegne scriveranno un brano corale originale su testi di Attilio Bertolucci; queste composizioni saranno eseguite da cori cittadini in occasione della Rassegna corale all'interno delle manifestazioni per Parma Capitale Italiana della Cultura 2020. E la presenza di Bertolucci fa già da ispiratore dei tre concerti di questa III edizione della Rassegna poiché sono state scelte frasi particolarmente significative da sue liriche, le quali sono diventate le tematiche che hanno ispirato i programmi musicali. (Gianluigi Giacomoni)

- 06 maggio 2018, ore 21, Casa della Musica, Sala dei Concerti
...col colore della gioventù

Coro giovanile Ars Canto, direttore Eugenio De Giacomi, Pianoforte Claudia Zucconi
Coro CAI Mariotti, direttore Monica Lodesani
Choir Of Medical University of Bialystok (Polonia), Direttore Anna Moniuszko

Il Coro of Medical University of Bialystok (Polonia) e Coro giovanile Ars Canto sono realtà musicali formate da giovani universitari e studenti delle scuole superiori le quali provengono entrambi da esperienze pluriennali. Sono formazioni corali miste che con modalità di preparazione ed esecuzione di raro impegno ed alta qualità esecutiva propongono una breve, intensa storia della musica 'vocale'. Il Coro Cai Mariotti, è la formazione vocale a voci pari che, per data di fondazione e repertorio, è la capofila del canto popolare di montagna di Parma e Piacenza. Il coro ha saputo innovare la propria proposta concertistica, ricreando con la tipica vocalità maschile suoni e atmosfere generalmente associate ad altre tipologie di cori. (Comunicato stampa)




Immagine per presentazione convegno Iconografia angelica dal Vicino Oriente al cristianesimo primitivo L'iconografia angelica dal Vicino Oriente al cristianesimo primitivo
02 maggio 2018, ore 21.00
Fondazione Centro Studi Campostrini - Verona
www.centrostudicampostrini.it

Torna "Religio", il ciclo d'incontri sulla storia delle religioni con Pier Angelo Carozzi, quattro mercoledì di maggio, dal 2 al 23. Da tempo considerata come una superstiziosa anticaglia, la figura dell'angelo ha tuttavia un ruolo non marginale nella filosofia, nella letteratura e nell'arte del Ventesimo secolo e a noi più vicina. L'origine dell'angelo si profila, però, lontana nel tempo. Essa si mostra già, sebbene con tratti non ancora del tutto definiti, nelle divinità alate delle civiltà mesopotamiche, e percorre, mutando significato, funzione e apparenza, un lungo tratto di storia, per giungere, in anni recenti, sino agli angeli di Wim Wenders, di Osvaldo Licini o di Igor Mitoraj. Il professor Carozzi descriverà - avvalendosi di una copiosa iconografia - il lungo percorso che, dalle antiche civiltà sumere e babilonesi, ha visto la figura dell'angelo non solo giungere sino a noi, ma anche trasformarsi facendosi assai prossima all'uomo e alterando in maniera irriconoscibile i propri lineamenti. (Comunicato stampa)




Biblioteca Trieste Contemporanea
www.triestecontemporanea.it

Inizia l'attività della nuova Biblioteca Trieste Contemporanea, specializzata in arte contemporanea con particolare riferimento ai paesi dell'Europa centro orientale, e intitolata a Franco Jesurun, professionista del teatro e fondatore dell'Associazione Culturale L'Officina, dello Studio Tommaseo - Istituto per la documentazione e diffusione delle arti e di Trieste Contemporanea. Il patrimonio librario, di circa 8000 volumi in corso di catalogazione, racconta i 20 anni di attività del Comitato Trieste Contemporanea che, attraverso collaborazioni e scambi a livello internazionale, ha permesso di raccogliere libri di straordinario interesse nell'ambito dell'arte e della cultura contemporanea del Centro Est Europa, dagli anni Novanta ad oggi.

Le raccolte della Biblioteca, che partecipa al Servizio Bibliotecario Nazionale SBN e fa parte del Polo TSA del Friuli Venezia Giulia, sono suddivise in nove Sezioni e comprendono opere di storia dell'arte dei secoli XX e XXI, design, fotografia, fumetti, cinema, critica ed estetica, monografie di artisti, cataloghi di musei, di esposizioni e di manifestazioni. Sono presenti anche opere riguardanti teatro, musica, letteratura. La consultazione è aperta a tutti, con prestito, ricerche bibliografiche, e servizio di  prestito interbibliotecario. Il catalogo è consultabile on-line sull'OPAC del Servizio Bibliotecario Nazionale e su BiblioEst. Nell'occasione Dubravka Cherubini presenterà il volume Breda's Lesson, edito da Trieste Contemporanea e Juliet Editrice nell'aprile 2018, che raccoglie gli atti del primo simposio internazionale dedicato nel 2017 all'artista e filmmaker Breda Beban. (Comunicato stampa)

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Mostre su Trieste




Un Castello all'Orizzonte
7a edizione, 06 maggio - 13 ottobre 2018
Castello di Postignano (Perugia)

Il festival propone concerti di musica classica, jazz, contemporanea - reading - incontri con scrittori - mostre di fotografia, scultura e pittura - proiezioni di film documentario. Tutte le iniziative sono ad ingresso gratuito. L'evento clou del programma di quest'anno sarà il minifestival di musica da camera "Tra Luce e Sogno" organizzato da Mari Kodama Nagano e Bita Razeghi Cattelan, che si terrà da 26 luglio al 29 luglio, con la partecipazione degli artisti Pavel Vernikov, Andrey Baranov, Svetlana Makarov, Grazia Raimondi, Hartmut Rohde, Eivind Holtsmark Ringstad, Luigi Piovano, Matt Haimovitz, Pascal Moragues, Clara Bellegarde, Christian Gerhaher, Mari Kodama, Momo Kodama, Gerold Huber. Eseguiranno musiche di Prokof'ev, Haydn, Beethoven, Šostakovic, Mendelssohn, Benjamin, Ravel, Bruch, F.Poulenc, Debussy, Messiaen, Verdi, Schumann, Bach/Busoni, W.F.Bach, Bach/Kurtag, Hindemith, Britten, Bartók, Brahms.

L'anniversario schubertiano (1797-1828) sarà celebrato con due altri concerti eseguiti dal Trio Ars et Labor e Marco Albrizio. Sempre per la musica classica saranno ospitati Sergio Lattes, Mariano Bellopede, Carmine Marigliano, Christian De Luca, Giuseppe Guarrera. Per il jazz e la musica contemporanea si esibiranno Maurizio Marrani, Graziano Brufani, Nicola Polidori, Michela Musco, Alfredina De Vincenzi, Alessandro Musco, Manuel Magrini, Roberto Gatti. Alla fotografia, scultura e pittura saranno dedicate quattro mostre: Paolo Valerio, Stone heart Broken heart Love Cages and Surroundings; Virginia Ryan, I Will Shield You - 2015-2018; Flavia Amabile, I contadini volanti (e altri eroi); Franco Passalacqua, Metafisica della natura.

Gli scrittori che presenteranno i loro libri sono: Giulia Sissa, "La Gelosia. Una passione inconfessabile" - Patrizia Magli, "Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura"- Lamberto Gentili, "Un diamante per le zitelle" - Giuseppe Bearzi, "Fiabe d'Acqua" - Loredana De Pace, "Tutto per una ragione. Dieci riflessioni sulla fotografia" - Pasquale Scialò, "Storia della canzone Napoletana 1824-1931 Volume I" - Teresa Severini Zaganelli, "Il Museo del Vino Lungarotti a Torgiano" - Virginia Virilli e Margherita Vicario, Reading "Le ossa del Gabibbo". Saranno proiettati due film documentario: di Pappi Corsicato, "L'arte viva di Julian Schnabel" - di Franco Passalacqua, "La valle incantata" I pittori Plenaristi nella valle del Nera".

Castello di Postignano, in Umbria, frazione del Comune di Sellano (PG), fu abbandonato negli anni '60 ed è tornato a vivere grazie ad una attenta opera di restauro durata molti anni. Il Castello fu fondato tra il IX e X secolo lungo una importante strada che collegava Spoleto, Foligno, Norcia e Assisi, ha forma di triangolo, con torre di avvistamento in alto e mura che circondano le abitazioni costruite sul declivio di una collina, da cui il nome di "castello". La prima chiesa fu dedicata a San Primiano, il cui culto era diffuso in Valnerina, dal IX secolo d.c.. Nel 1333 la chiesa fu ridedicata a San Lorenzo e, successivamente, alla SS. Annunziata. Fu conteso da Foligno e Spoleto e prese parte alle guerre tra guelfi e ghibellini.

Soprattutto tra il XIV e il XV secolo, il borgo ebbe una fiorente economia basata su agricoltura, attività forestali, artigianato del ferro e canapa. A partire dal XVI secolo la sua popolazione cominciò a diminuire; nel corso del '900 vi fu una consistente emigrazione. Nel 1966, a seguito di un piccolo cedimento del terreno, le famiglie furono evacuate. L'abbandono provocò il deterioramento del borgo, aggravato dal sisma del 1997. "Castello di Postignano è l'archetipo dei borghi collinari italiani", così è stato definito dall'architetto americano Norman F. Carver Jr, tanto da riprodurre le imponenti case-torri del borgo, aggettanti l'una sull'altra, nella copertina del suo libro fotografico "Italian Hilltowns" pubblicato nel 1979. (Estratto da comunicato ufficio stampa Patrizia Cavalletti Comunicazione)




Locandina del Prato Film Festival 2018 PFF - Prato Film Festival
6a edizione, 20-23 maggio 2018
Teatro Gabriele D'Annunzio | Cinema Eden
www.pratofilmfestival.it

Evento di apertura del festival, il 20 maggio, l'omaggio allo scrittore e giornalista pratese Curzio Malaparte, con la proiezione, in versione restaurata, del film La Pelle di Liliana Cavani. Per tale occasione l'attore Maurizio Donadoni interpreterà alcuni passaggi del libro di Malaparte Maledetti toscani. Centrale nel festival, il concorso di cortometraggi con le sue sezioni tematiche Mondo Corto, Diritti Umani e Corto Italia. Un festival che si apre alle scuole con i matinée e le proiezioni di lungometraggi fuori concorso quali Il più grande sogno, di Michele Vannucci con Mirko Frezza, Alessandro Borghi, Ivana Lotito e Milena Mancini e Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano e Donatella Finocchiaro. Proiezione serale per il lungometraggio Veleno di Diego Olivares con Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Salvatore Esposito e Nando Paone.

In occasione della giornata finale del festival, presso la Saletta Campolmi inaugurazione della mostra dedicata al film Il postino diretto da Michael Radford e Massimo Troisi e interpretato dallo stesso Troisi con Maria Grazia Cucinotta, Philippe Noiret, Renato Scarpa e Anna Bonaiuto. Saranno esposti - fino al 4 giugno - i bozzetti e gli schizzi con cui venivano immaginate le scene ed i costumi dei due curatori della mostra, lo scenografo Lorenzo Baraldi e la costumista Gianna Gissi. Esposte anche le foto da set del film realizzate da Angelo Frontoni e tratte dalla collezione digitale Angelo Frontoni, il fotografo delle dive del portale internetculturale.it del Mibact. L'intero Archivio di Angelo Frontoni è conservato presso la Fototeca del Museo Nazionale del Cinema di Torino e presso il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale di Roma.

Tra gli eventi speciali, la proiezione dello spot Fratelli Conforti - Una storia Pratese, dal 1948, in occasione dei 70 anni di attività di una nota azienda del territorio. Quattro i conduttori che si alterneranno sul palco durante il festival: Giovanni Bogani, Nicola Pecci, Miriam Candurro e Paolo Calcagno. I premi sono stati creati da Camilla Bacherini e saranno realizzati dalla Fonderia Artistica "Il Cesello". Festival, fondato e diretto da Romeo Conte e realizzato in collaborazione con il Comune di Prato - Assessorato alla Cultura e Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Prato, Confcommercio Pistoia e Prato, Lions Club Prato Datini, Convitto Nazionale Statale Cicognini e con il patrocinio della Regione Toscana e della Provincia di Prato. (Estratto da comunicato stampa Carlo Dutto)

Locandina della rassegna (Versione ingrandita)




Immagine copertina Nidia Robba Immagine della copertina del profilo di Nidia Robba, scrittrice e poetessa di Trieste








Rome Independent Film Festival 2018 Aperte le iscrizioni al Rome Independent Film Festival
Edizione XVII, 16-23 novembre 2018
Nuovo Cinema Aquila di Roma
www.riff.it

Termine di partecipazione: 30 giugno 2018

Il RIFF offre ai filmmakers di tutto il mondo l'occasione per presentare in Italia film originali in anteprima. In particolare, la sezione New Frontiers, che già da otto anni raccoglie e presenta opere prime e seconde, dà specifico rilievo alla produzione italiana e sarà occasione di incontro e scoperta di nuovi talenti cinematografici. Il festival, inoltre, prosegue nella mission di far conoscere e distribuire le pellicole in gara. Per i vincitori, infatti, è prevista una programmazione dedicata presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma. Le opere selezionate per il concorso saranno oltre 150. Nell'edizione 2017 sono state inviate al Festival oltre duemila tra pellicole, file e DVD, provenienti da più di 50 paesi. Le sezioni in concorsosono 7: Feature Films (lungometraggio italiano e internazionale / opere prime e seconde); Documentary Films (italiano e internazionale); Short Films (italiano e internazionale); International Student Films (scuole di cinema); Animation (animazione); Screenplays & Subject (sceneggiature & soggetti); Il programma del RIFF 2018 sarà arricchito da retrospettive e seminari che affronteranno vari aspetti della cinematografia indie. (Comunicato stampa)




Oltreconfine
www.goethe.de/italia/oltreconfine

Cosa sappiamo della vita che ci si lascia alle spalle in fuga da una guerra? Cosa conosciamo di chi decide di mollare tutto, casa, amici e affetti per arrivare in un luogo in cui ogni cosa è estranea, ostile? Da oggi è online una Webserie in sei episodi girata tra i Balcani, la Germania e l'Italia, in cui sei giovani registi raccontano sei storie di partenze, viaggi e arrivi oltreconfine. La serie è stata prodotta dal Goethe-Institut in Italia che ha selezionato le idee di tre studenti della dffb (Deutsche Film- und Fernsehakademie) di Berlino e tre del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. I film sono stati scritti e girati grazie alla collaborazione di due tutor autorevoli, Andres Veiel a Berlino e Stefano Savona a Palermo, entrambi registi e documentaristi premiati nell'ambito di prestigiosi festival.

Le sei storie sono l'occasione per entrare nelle vite di altrettanti protagonisti che, per motivi e in momenti storici diversi tra loro, hanno attraversato i confini del proprio paese e della propria vita. Le sei storie sono Houzayfa's Items di Carlotta Berti, Virginia Nardelli e Alessandro Drudi, Mangoes grow in Winter di Benedetta Valabrega e Claudia Mastroroberto, Filthy Maddening Race di Luca Capponi e Alessandro Drudi, 175 km di Borbála Nagy, Historia Magistra Vitae di Tamara Erbe e Sans Sommeil di Sarah Yona Zweig. (Comunicato Ufficio Stampa e Relazioni Esterne Goethe-Institut Rom)




Poster Festival del Cinema Spagnolo 2018 Festival del Cinema Spagnolo 2018
11a edizione, 03-08 maggio 2018
Cinema Farnese - Roma
www.cinemaspagna.org

E' stata scelta l'immagine della celebre fotografa Isabel Muñoz (World Press Photo Award) per rappresentare l'undicesima edizione del Festival. E' pubblica l'immagine ufficiale dell'11a edizione del Festival del cinema spagnolo, opera della fotografa Isabel Muñoz. Nata a Barcellona nel 1951, la Muñoz è un'artista di fama internazionale. Le sue fotografie sviluppate utilizzando un processo meticoloso e artigianale, sono esposte nella Maison Européenne de la Photographie di Parigi, al New Museum of Contemporary Art a New York, al Contemporary Arts Museum di Houston o in collezioni private e mettono in evidenza il corpo umano, il rituale e la diversità culturale. Premio World Press Photo nel 1999 e nel 2004, Premio PhotoEspaña nel 2009, Muñoz è stata premiata nel 2016 con il Premio Nazionale di Fotografia in Spagna; la giuria ha motivato la decisione sottolineando l'accostamento nella sua opera "dell'impegno sociale con la ricerca della bellezza".

Dopo Roma, il Festival, diretto da Federico Sartori e Iris Martin-Peralta, si trasforma in evento itinerante e si svolgerà durante l'anno nei seguenti appuntamenti: Venezia (Cinema Rossini, 18-20 maggio); Treviso (Cinema Edera, 21-24 maggio); Trento (Cinema Astra, 22-24 maggio); Trieste (Cinema Ariston, fine maggio); Perugia (Cinema PostModernissimo, 30 maggio-03 giugno); Campobasso (Spazio Ex-Gil, inizio giugno); Milano (Anteo Palazzo del Cinema e Anteo CityLife, settembre-ottobre); Ancona (Cinema Italia, ottobre); Bologna (Cinema Lumiere, ottobre-novembre); Cagliari (Cinema Odissea, ottobre-novembre); Bergamo (Cinema Conca Verde, novembre-dicembre); Reggio Calabria (Cinema Aurora, dicembre). (Comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Filmfestival del Garda Pubblicato il bando di gara per l'XI Filmfestival del Garda 2018
28 maggio - 03 giugno 2018
Termine di partecipazione: 05 marzo 2018
www.filmfestivaldelgarda.it

Il Festival toccherà diversi comuni del Lago di Garda: Brescia, San Felice del Benaco (BS), Gardone Riviera (BS), Manerba del Garda (BS), Polpenazze del Garda (BS) e Toscolando Maderno (BS). Rimane infatti punto di forza del Festival, l'utilizzo di luoghi straordinari del territorio, per loro natura ideali per essere vissuti anche attraverso eventi culturali come proiezioni, incontri con gli autori, esposizioni, laddove non esiste una vera e propria sala cinematografica. Confermata la storica formula delle sezioni che si divideranno tra Concorso lungometraggi (dove verranno esplorate le tendenze cinematografiche dei giovani autori del panorama internazionale), Retrospettive, Omaggi ed eventi speciali. Novità della prossima edizione invece, le proiezioni speciali nelle RSA (Residenza sanitaria assistenziale) del territorio, sempre curate da personale specializzato e con un programma ideato appositamente per gli spettatori che sono ospitati. Il bando di gara del concorso del FFG18 è rivolto a lungometraggi opere prime e seconde di autori italiani e stranieri. Il bando in italiano e inglese è disponibile sul sito del FFG. (Comunicato stampa)




Paese dei Festival - Foto Ross La Ciura - Goethe-Institut Logo Il Paese dei Festival Il Paese dei Festival
I Festival come motori culturali sul territorio italiano

Al Goethe-Institut Palermo un incontro dei festival culturali italiani

www.goethe.de/palermo

I rappresentanti di otto festival culturali italiani si sono dati appuntamento a Palermo. Motivo dell'incontro un invito del Goethe-Institut, che ha promosso un progetto d'eccellenza creato ad hoc proprio per loro. Si tratta di "Il Paese dei Festival", un percorso finalizzato a mettere a confronto chi si occupa di festival culturali nel Sud della penisola, ovvero creare un momento di scambio e approfondimento attraverso tre incontri, di cui il primo si è appena concluso e i prossimi due si terranno nel 2018. "Obiettivo del progetto - spiega Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo - è quello di proporre ai partecipanti di affrontare un percorso comune di training professionale che stimolerà i direttori e i rappresentanti di otto festival a sperimentare un metodo di gestione coerente, sostenibile, internazionale e di alta qualità. In ciò ci avvarremo della consulenza e preparazione nella formazione di esperti e professionisti del settore, tra cui la Fondazione Fitzcarraldo di Torino."

Nell'incontro appena tenuto, i rappresentanti dei festival hanno affrontato in tre giorni di workshop il tema della progettazione culturale tra territori e sostenibilità. Al Goethe-Institut di Palermo sono arrivati gli organizzatori di:

.. Cufù Festival (Castrofilippo - Agrigento)
.. Eruzioni Festival (Ercolano - Napoli)
.. Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera - Foggia)
.. La Digestion (Napoli)
.. L'Isola delle Storie, Festival letterario di Gavoi (Gavoi - Nuoro)
.. MainOFF, Congresso delle musiche e delle arti elettroniche indipendenti (Palermo)
.. Sicilia Queer Filmfest (Palermo)
.. Valdemone Festival (Pollina - Palermo)

"Sono stati giorni intensi e meravigliosi per il nostro Festival - scrive su Facebook Maria Del Vecchio, direttrice organizzativa del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera (Foggia). Abbiamo condiviso progetti, visioni, sorrisi, problemi, fatiche e ancora sorrisi. Il confronto è motivo certo di crescita e motore di scelta. Esiste un esercito di persone che crede che la cultura possa mutare le sorti dei nostri territori, del nostro Sud. Lontano dalla retorica e dalle lamentele: fare e costruire, edificare, progettare con passione. Condividere questa scelta, che a volte ci sembra una dannazione, ci fa sentire più forti, più convinti e felici."

A guidare gli incontri è stata la Fondazione Fitzcarraldo, un centro indipendente che svolge attività di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l'economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Gli esiti degli incontri e dei workshop saranno resi pubblici dal Goethe-Institut attraverso una pubblicazione bilingue italiana e tedesca, che sarà realizzata e messa a disposizione di altri festival e soggetti interessati. I prossimi incontri si terranno a marzo 2018 con analisi dei pubblici e strategie di audience development, e settembre 2018 con strategie di fundraising. Il Paese dei Festival - I Festival come motori culturali sul territorio italiano gode del patrocinio della Città di Palermo - Assessorato alla Cultura, e della Regione Sicilia - Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo - Ufficio Speciale Sicilia Film Commission / Ufficio Speciale per il Cinema e l'Audiovisivo. (Comunicato stampa - novembre 2017)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione sarà accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e sarà preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario. Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema - Cineteca Nazionale))




Locandina FeliCittà FeliCittà
Un ritratto acustico di Palermo


www.goethe.de/felicitta

Se la felicità ha un suono, qual è? Qual è il suono o il rumore di Palermo che rende felici? Il duo artistico Katharina Bihler e Stefan Scheib raccontano Palermo attraverso i suoi suoni e le testimonianze dei suoi cittadini, per scoprire che uno degli elementi fondamentali della sua felicità è la musica. I podcast sono ascoltabili online. Il duo Liquid Penguin, ovvero Katharina Bihler e Stefan Scheib, hanno ricercato lo scorso anno i suoni della felicità in Italia, Paese nel quale da sempre i tedeschi immaginano che la felicità sia di casa. Voci e musica, il vivace rumoreggiare di una città, il silenzio, la tranquillità, ma soprattutto il mare, sono le fonti di felicità più ricorrenti che i Liquid Penguin hanno trovato a Trieste, Roma, Napoli e Palermo durante il loro "Viaggio in Italia" nell'ambito del progetto "Felicittà" del Goethe-Institut Italien.

Il ritratto di Palermo è ora online sul sito del Goethe-Institut. Su è possibile ascoltare, preferibilmente in cuffia, i 70 podcast realizzati a partire da quasi 100 ore di registrazioni. Il capoluogo siciliano viene raccontato attraverso le orecchie di artisti e personalità importanti che hanno svelato i luoghi che per loro rappresentano la felicità. L'ensemble Liquid Penguin, composto dalla autrice Katharina Bihler e dal compositore Stefan Scheib, lavora dal 1996 nel campo di musica contemporanea, arte sonora e radiodrammi. Per le loro opere gli artisti hanno ricevuto numerosi premi come il "Deutscher Hörspielpreis", il premio per il miglior radiodramma e altri. (Comunicato stampa)




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista

"7 domande a Sasha Marianna Salzmann e Tucké Royale"

Informazioni sul progetto "Ospiti a casa" e sugli altri "ospiti"




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini




Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Fondazione Magnani-Rocca. La Villa dei Capolavori
a cura di Stefano Roffi, ed. Silvana Editoriale

La collezione di Luigi Magnani viene presentata nella sua interezza. A dipinti, sculture e lavori grafici si uniscono arredi e oggetti, prevalentemente di gusto Impero, che Magnani volle come contesto ideale della propria raccolta. Si tratta di capolavori di celeberrimi maestri antichi e contemporanei, nella grande storia d'Europa. Un dipinto da solo varrebbe il viaggio alla Villa di Mamiano: è il grande quadro di Francisco Goya La famiglia dell'infante don Luis (1783-1784), uno dei ritratti di corte più affascinanti di tutta la storia della pittura. Eccezionali sono anche le tre Madonne col Bambino di Filippo Lippi, Albrecht Dürer, Domenico Beccafumi, dipinte a cinquant'anni l'una dall'altra; altre opere imperdibili sono il Carpaccio, il Ghirlandaio, il Rubens, il Van Dyck, i Tiepolo, il Füssli, ma unici sono Stimmate di San Francesco di Gentile da Fabriano, opera rarissima, e l'indimenticabile Sacra conversazione di Tiziano (1513) col predominio della costruzione cromatica, tipicamente veneta, rispetto ai valori disegnativi.

L'eccellenza dei capolavori pittorici si traduce in scultura con Tersicore di Antonio Canova, con due figure femminili di Lorenzo Bartolini e coi più recenti Leoncillo e Manzù. Il nucleo contemporaneo è dominato dalle cinquanta opere di Giorgio Morandi, riunite durante la vita del pittore in un rapporto di stima e di amicizia con Magnani, che illustrano, al massimo livello qualitativo, tutta l'attività del grande artista bolognese. Altro pittore emiliano presente nella collezione è Filippo de Pisis, con un gruppo di dipinti della maturità, intensi e drammatici. Tra le altre opere di artisti italiani una Danseuse futurista di Gino Severini, una piazza metafisica di Giorgio de Chirico e alcuni lavori di Renato Guttuso. Importantissimo anche il Sacco di Alberto Burri del 1954, che Magnani considerava il proprio baluardo avanguardistico.

Fra i non italiani, Cézanne è rappresentato da un olio con Bagnanti e da cinque acquarelli contraddistinti da un'incredibile trasparenza dei colori; splendide poi sono le opere di Renoir, Matisse, de Staël, Fautrier, Hartung, oltre a un incantevole Monet raffigurante un paesaggio marino della Normandia, emblematico della sperimentazione degli impressionisti sulle infinite variazioni dei colori sottoposti ai mutamenti della luce. (...) Della capacità dell'arte di conchiudere significati assoluti Magnani era convinto, come pure del suo afflato metafisico; per questo, dopo un lungo soggiorno romano dedicato all'insegnamento, si era ritirato nella sua Villa di Mamiano di Traversetolo, in quiete operosissima, fra non molti amici e le amate opere d'arte, tutte scelte con lenta e infallibile cura. Resta fra esse, come fu per Magnani e come ora per noi tutti, la gioia silenziosa del vedere e del capire, del posare lo sguardo, così spesso affaticato da inezie quotidiane, su questi sublimi frammenti della vicenda umana, raccolti fino alla morte, avvenuta nel 1984 a settantotto anni.

Il percorso della Fondazione, ora presieduta da Giancarlo Forestieri, era stato avviato con l'istituzione da parte di Magnani nel 1977, nell'esplicito disegno di destinare i suoi tesori d'arte al godimento di tutti, nel ricordo dei propri genitori; proseguì nel 1978 con il riconoscimento da parte dello Stato italiano e con l'apertura al pubblico della Villa divenuta sede museale nell'aprile 1990; venivano così definitivamente svelate le opere di una raccolta quasi leggendaria appartenuta a una delle più eclettiche personalità culturali del XX secolo: Magnani fu infatti scrittore, saggista, storico dell'arte, compositore, critico musicale e, con le sue ricerche e i suoi scritti su Beethoven, Proust, Stendhal, Morandi, seppe, come pochi, ricongiungere le ragioni del sentimento e quelle dell'intelletto. Nonostante i cambiamenti avvenuti nella trasformazione museale, quella che fu la "Corte di Mamiano", conserva ancora il ricordo del raffinato studioso e collezionista che "amava spostare le opere per creare dialoghi inediti tra artisti e forme, luce e materia, spazio e idee". (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa

www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico. Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Bov Bjerg - copyright Gaga Nielsen "La nostra casa"
di Bov Bjerg

Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry... un gruppo di amici e una promessa: la loro vita non sarebbe stata un semplice avvicendarsi di scuola-lavoro-morte. Per questo motivo e per proteggere chi fra loro - Frieder - ha tentato il suicidio, decidono di andare ad abitare tutti insieme in una ex fattoria. Una casa in cui vivere senza adulti, un luogo condiviso nella Germania degli anni Ottanta che battezzano Auerhaus - storpiatura tedesca della canzone dei Madness Our House. Questo diventerà il loro mondo, la loro unica vera vita... Una storia di gioventù, di amicizia e amore, una magica alchimia che Bov Bjerg crea tra questi sei ragazzi idealisti che impareremo a sentire molto vicini e che, pagina dopo pagina, ci conquisteranno al punto da voler vivere nell'Auerhaus, lottare insieme a loro per la felicità, come se fosse una questione di vita o di morte.

Bov Bjerg (1965) è scrittore e cabarettista. A Berlino, dove ha fondato diversi palchi letterari. Autore del romanzo "Deadline" (2008) e del volume di racconti "Die Modernisierung meiner Mutter" (2016), la sua fama è legata soprattutto al romanzo "Auerhaus" (Aufbau Verlag - Blumenbar, 2015, tradotto in Italia da Keller editore), che in Germania è rimasto per ben due mesi nella top ten della narrativa e per quasi nove nella lista dei best seller. Un libro che ha conquistato tutti, rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e che presto approderà anche sul grande schermo. (Comunicato stampa)




Presentazione libro Raffaello on the road Raffaello on the road.
Rinascimento e propaganda fascista in America (1938-40)

a cura di Lorenzo Carletti, Cristiano Giometti (Carocci, 2016)

Che cosa ci facevano nel 1939 a San Francisco la Madonna della Seggiola di Raffaello, il Tondo Pitti di Michelangelo e la Nascita di Venere di Botticelli? Non si trattò di un furto, ma di una mostra d'arte allestita per motivi propagandistici alla fiera commerciale della Golden Gate International Exposition. Mentre il mondo era sull'orlo del precipizio, ventisette capolavori del Rinascimento italiano partirono da Genova sul transatlantico Rex senza copertura assicurativa e, con un viaggio coast to coast che si prolungò con tappe non previste a Chicago e poi a New York, tornarono in patria alle soglie dell'entrata dell'Italia in guerra. Una storia romanzesca che racconta la politica culturale fascista in America e anticipa l'odierna degenerazione del fenomeno espositivo, con i capolavori adoperati come ambasciatori o presentati insieme ai prodotti tipici nelle vetrine dell'Expo. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro La verità di Elvira Puccini e l'amore egoista, di Isabella Brega La verità di Elvira Puccini e l'amore egoista
di Isabella Brega

Presentazione libro a cura di Mario Chiodetti
Intrattenimento musicale: Sarah Tisba, soprano; Francesco Miotti, pianoforte | Letture Sofia Iura

www.ghiggini.it

"Tante contraddizioni in un'anima forte e fragile, allegra e melanconica, estroversa e timida, meschina e generosa. La forza e il fascino di Giacomo Puccini nascono proprio dall'essere un uomo vero, complesso e contraddittorio". Isabella Brega dal 2012 è caporedattore centrale di Touring, edita dal TCI in collaborazione con il National Geographic Society (fino al 2016) e con Enit. Per periodici ha scritto numerosi servizi di carattere socio-geografico. (Comunicato stampa)




Copertina Catalogo Sarto d'Arte Contemporanea 2018 Catalogo Sartori d'Arte Contemporanea 2018
a cura di Arianna Sartori, ed. Archivio Sartori Editore, pp. 272 con 706 illustrazioni a colori, formato cm.30,5x21,5, €70,00
Locandina della presentazione

«Portiamo avanti ormai da diversi anni il nostro progetto di diffusione dell'arte italiana, così con nostra soddisfazione, il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea, è giunto alla quinta edizione. Siamo davvero convinti che l'Italia sia un'incredibile fucina di talenti artistici, moltissimi i nomi degli artisti, pittori, scultori, ceramisti e incisori che praticano la loro arte in un ambito davvero arduo e molto impegnativo, difficile emergere, difficile farsi notare, difficile essere innovativi, difficile vivere di arte, e tutto questo, oggi, è ancora più complesso e complicato dalla crisi non solo economica, ma anche culturale che pare senza fine.

Ai nomi degli artisti confermati e dichiarati Maestri già nei decenni scorsi, continuamente se ne affiancano altri che grazie alla loro ispirazione riescono a esprimersi al meglio, producendo opere davvero intriganti, riuscendo, nonostante le difficoltà su citate, a coinvolgere galleristi, critici d'arte e, soprattutto, un buon numero di attenti appassionati e collezionisti. A tutti questi attori dell'arte, proponiamo il Catalogo Sartori d'Arte Moderna e Contemporanea come puro strumento di lavoro, come fonte al fine di poter migliorare e o confermare le conoscenze del panorama artistico contemporaneo italiano. Consapevoli che internet con i suoi numerosi motori di ricerca, aprendo orizzonti infiniti, metta a disposizione informazioni veloci e aggiornate, siamo assolutamente convinti che il "libro cartaceo" confermi la propria valenza prioritaria anche oggi, per la qualità della lettura che consente un'attenzione maggiore da parte di chi legge o sfoglia, un oggetto che per la sua fisicità, lascia un'impronta, una traccia di sé concreta nel tempo e non epifanica.

La prima fase della nostra ricerca è stata la scelta dei nomi degli artisti da invitare, quindi la "raccolta dei dati", ossia l'insieme di quelle informazioni disponibili relative al nostro progetto, le biografie, i curricoli relativi alle diverse attività artistiche, le immagini, i testi critici, l'indicazione dei contatti, gli indirizzi, i numeri telefonici, le mail e i siti Internet. L'entusiasta risposta degli artisti che hanno aderito al nostro invito e che ci hanno messo a disposizione tutto il copioso materiale, ci ha trovato pronti a disporre e ordinare le informazioni ricevute, selezionandole con metodo, per arrivare alla stesura definitiva del volume che si è completata con la migliore riproduzione possibile delle numerosissime opere raffigurate. In questa edizione proponiamo duecentocinquantanove schede dedicate ad altrettanti artisti che operano su tutto il territorio nazionale. E poiché crediamo che, solo aprendo a tutte le possibili correnti artistiche, si possa avere davvero il termometro di quale sia il tessuto artistico italiano, così ancora una volta, abbiamo inserito artisti che percorrono strade e ricerche le più diverse.» (Arianna Sartori)

259 Artisti

Acerbo Domenico, Achilli Ernesto, Alatan Anna Rita, Andreani Celso Maggio, Andreani Franco, Arpaia Enzo, Badari Grazia, Baldassari Enrico, Baldassin Cesare, Barbagallo Orazio, Bartoli Germana, Bedeschi Nevio, Begotti Andrea, Bellini Enzo, Belluti Gianfranco, Bencini Ennio, Benetton Simon, Bernardelli Angiola, Bertazzoni Bianca, Bertozzi Elisabetta, Bevilacqua Gianfranco, Bianco Lino, Bignotti Ulderico, Billoni Giuseppe, Bisio Pietro, Bobò Antonio, Bogoni Gino, Bonafini Annalisa, Bongini Alberto, Borioli Adalberto, Bornoffi Luca, Bortoluzzi Milvia, Boschi Alberto, Brogli Amedeo, Buratti Romano, Businelli Giancarlo, Buttarelli Brunivo

Calvi Cesare, Camiz Paolo, Campanella Antonia, Campitelli Maurizio, Capelli Francesca, Capodiferro Gabriella, Capraro Sabina, Carbonati Antonio, Cardone Pietro, Carradore Vittorio, Carraro Renata, Caselli Edda, Castagna Angelo, Castaldi Domenico, Castellani Claudio, Castellani Leonardo, Castellani Silvestro, Castelli Ada, Cattaneo Claudio, Cattaneo Pierluigi, Cavanna Giulio, Cavicchini Arturo, Cermaria Claudio, Cesana Angelo, Ciaccheri Paolo Francesco, Ciaponi Stefano, Cibi (Besozzi Carlo), Cipolla Salvatore, Civitico Gian Franco, Cocchi Pierluigi, Coccia Renato, Codroico Roberto, Cominale Gabry, Costantini Carla, Cotroneo Giuseppe, Cottini Luciano, Cozza Anna Paola, Cravero Margherita, Crescini Giovanna

D'Adda Gianni, Dalla Fini Mario, D'Ambrosi Diego, Da Riva Daniela, De Caro Beatrice, De Luigi Giuseppe, De Marinis Fausto, De Palos Gianfranco, Di Fazio Laura, Difilippo Domenico, Di Iorio Antonio, Diotallevi Marcello, Donato Francesco, Dugo Franco, Dulbecco Gian Paolo, Facciotto Giuseppe, Falchi Aldo, Falchi Paride, Fastosi Gabriella, Ferrari Maria Angiola, Ferri Massimo, Fioravanti Ilario, Fiore Antonio, Ufagrà, Forno Osvaldo Raffaele, Fratantonio Salvatore, Frisinghelli Maurizio, Gard Ferruccio, Garuti Giordano, Gauli Piero, Gentile Domenico, Ghisi Barbara, Ghisleni Anna, Gi Morandini, Goldoni Meris, Gorlato Bruno, Gozzi Rinardo, Granero Silvana, Graziani Alfio Paolo, Grazioli Enrico, Guala Imer, Guerrato Denis, Guidoni Francesco

Ianni Stefano, Iardella Francesca, Impinto Luca, Lanci Amedeo, Lanzi Mirco, Lanzione Mario, Laterza Lia, Lazzari Isaia, Leverone Adriano, Li Gotti Annamaria, Lipreri Mario, Lomasto Massimo, Lo Presti Giovanni, Lorenzetti Raimondo, Luchini Riccardo, Magri Pier Domenico, Mancino Enea, Mantovani Licia, Marchetto Adriana, Marciani Leopoldo, Margonari Renzo, Marino Gabriele, Marino Giuseppe, Marra Mino, Mascelli Gianfranco, Masserini Patrizia, Matshuyama Shuhei, Mattei Luigi Enzo, Melotto Vito, Merik (Milanese Eugenio Enrico), Migliorati Luciano, Moccia Palvarini Anna, Molinari Mauro, Monaco Lucio, Monfardini Alfonso, Monga Paolo, Morselli Luciano, Mottinelli Giulio, Mutti Ezio, Nagatani Kyoji, Nastasio Alessandro, Natali Silvio, Nigiani Impero, Nonfarmale Giordano, Male, Nucci Alessandra

Ogata Yoshin, Ossola Giancarlo, Pachì Stefano, Paggiaro Vilfrido, Paiano Dora, Pallavicini Maria Camilla, Pancheri Aldo, Pancheri Renato, Pantaleoni Ideo, Paolantonio Cesare, Paoli Piero, Paolini Parlagreco Graziella, Paradiso Mario, Pavan Adriano, Pegoraro Olivia, Pennoni Fiorito, Peretti Giorgio, Peretto Enrico Dennj, Perna Lucio, Perrella Maria Rosaria, Peruzzi Silvano, Pieroni Mariano, Pilato Antonio, Pilon Valerio, Pirondini Antea, Placuzzi Tosca, Poggiali Berlinghieri Giampiero, Poltronieri Alceo, Potenza Gianmaria, Pozzi Giancarlo, Puppi Massimo, Quaini Marialuisa, Rampinelli Roberto, Raza Claudia, Restelli Lucilla, Rezzaghi Teresa, Righini Valerio, Rinaldi Angelo, Roma Flavio, Romanin Sabina, Romilio Nicola, Rossato Kiara, Rosselli Natale, Rossi Gianni, Rossi Giorgio, Rovati Rolando, Ruglioni Vittorio

Salzano Antonio, Santoro Giusi, Sauvage Max Hamlet, Scaranari Claudio, Scardovelli Raffaella, Sciutto Renza Laura, Seccia Anna, Settembrini Marisa, Simone Salvatore, Soave Giorgio, Sodi Milvio, Somensari Anna, Somensari Giorgio, Somensari Luigi, Spazzini Severino, Spoltore Paolo, Stradiotto Raphael, Tambara Germana, Tancredi Giovannini Clara, Tassinari Raffaella, Temparte, Terruso Saverio, Thon (Tonello Fausto), Timoncini Luigi, Togo (Migneco Enzo), Tonelli Antonio, Torcianti Franco, Vaccaro Vito, Vanara Adriano, Venditti Alberto, Vigliaturo Silvio, Vitale Francesco, Vitolo Lucrezia, Viviani Gino, Volta Giorgio, Wal (Guidobaldi Walter), Zaffanella Bruno, Zamprioli Mirella, Zanetti Enzo, Zangrandi Domenico, Zappi Silvano, Zarpellon Toni, Zazzeroni Gianfranco, Zelda (Zanferli Elda), Zen Sergio, Zerlotti Natalina, Zitelli Fabrizio, Zitti Vittorio, Zoli Carlo.




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Copertine libri Pasolini - Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa
- Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini

di Ilario Quirino, Edizioni Orizzonti Meridionali
www.studio71.it

Il saggio Pasolini sulla strada di Tarso. La conversione del poeta di Casarsa, pubblicato nuovamente dopo diciassette anni, rappresenta la profonda immedesimazione dell'autore nel poeta di Casarsa, tesa a ricomporne la geniale vena artistica e la proiezione verso il sacrificio esibito. L'amore nei riguardi della madre, contrapposto al sentimento lacerante nei confronti del padre, sfocia nel senso di colpa per l'omicidio del fratello Guido, trucidato da mano fraterna nemica sui monti della Carnia. Il dolore insopportabile di Pier Paolo, che si rende conto di avere spinto il partigiano verso la testimonianza estrema, lo porta alla ricerca di una motivazione superiore che possa giustificare quanto verificatosi: lo scrittore la trova facendo rifluire la sua esistenza nel Passato per incontrare San Paolo, che diviene lo strumento per affermare l'eversione della sua poesia, mediante l'organizzazione degli eventi che preparano lo spettatore al trasumanar dell'intellettuale nella periferia di Ostia. Attraverso quella fine scandalosa e violenta, che illumina i tratti salienti della propria esistenza conferendo un significato superbo al percorso terreno di Pier Paolo Pasolini, proiettato verso l'immortalità del mito.

Il volume Dove l'acqua del Tevere s'insala. Analisi sul sacrifico di Pier Paolo Pasolini rappresenta, pur nella sua autonomia, una sorta di continuazione (e di conferma) del precedente saggio, Pasolini sulla strada di Tarso; l'autore continua la frenetica ricerca nell'ambito dell'opera pasoliniana seguendo le indicazioni del maestro Giuseppe Zigaina, che ha dedicato una porzione rilevante della sua vita alla ricostruzione semantica della matassa linguistica del poeta di Casarsa, a partire dalla sua fine tragica, esibita, nello sterro desolato della periferia di Ostia. Quirino si addentra, in particolare, in seno a due sceneggiature strettamente collegate a tale realtà geografica: Ostia e San Paolo, per chiarire le intenzioni del regista lungo l'asse che unisce il senso di colpa per l'omicidio dell'amato fratello Guido alla conseguente identificazione con l'apostolo Paolo, fino a definire i contorni di un dramma esistenziale che il genio del regista tramuta nell'operazione più controversa: quella inerente alla propria morte violenta che, come un faro, illumina i passi più significativi della sua poliedrica attività culturale in modo tale che lo scandalo di quel corpo violato continui a lampeggiare sulla nostra società. (Comunicato stampa Galleria d'Arte Studio 71 - Palermo)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte

www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Immagine di presentazione del libro Stelle in silenzio di Annapaola Prestia Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh - di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva - di Abel Posse, edito da Vallecchi La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto - di Rudy Caparrini Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola. Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia. Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




Copertina libro 1915 - Cronaca di un genocidio 1915 - Cronaca di un genocidio
La tragedia del popolo Armeno raccontata dai giornali italiani dell'epoca

di Emanuele Aliprandi, ed. MyBook, 2009
www.comunitaarmena.it

Libro unico del suo genere, pubblicato alla soglia del 95esimo anniversario del genocidio armeno e all'indomani della firma dei protocolli sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Turchia. Emanuele Aliprandi è membro del Consiglio e responsabile del periodico Akhtamar On-Line. La prefazione è firmata da Marco Tosatti, giornalista e vaticanista de "La Stampa".




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina Le stelle danzanti Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.




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