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Copertina del libro La Grecia contemporanea 1974-2006 di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco e Ninni Radicini edito da Polistampa di Firenze La Grecia contemporanea (1974-2006)
di Rudy Caparrini, Vincenzo Greco, Ninni Radicini
prefazione di Antonio Ferrari, giornalista, corrispondente da Atene per il Corriere della Sera
ed. Polistampa, 2007

Presentazione | Articoli di Ninni Radicini sulla Grecia

Fermoimmagine dal film Nosferatu con i personaggi di Hutter e del Conte Orlok poco dopo l'arrivo del primo nel Castello in Transilvania
Nosferatu: dal cinema al fumetto
 
Locandina della mostra Icone Tradizione-Contemporaneità - Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea
Le Icone tra Sicilia e Grecia
 
Particolare dalla copertina del romanzo I Vicerè, scritto da Federico De Roberto e pubblicato nel 1894
Recensione "I Vicerè" | Review "The Viceroys"
 
Composizione geometrica ideata da Ninni Radicini
Locandine mostre e convegni
 
Fermoimmagine dal film tedesco Metropolis
Il cinema nella Repubblica di Weimar

La fotografa Vivian Maier
Vivian Maier
Mostre in Italia
Luigi Pirandello
«Pirandello»
Poesia di Nidia Robba
Fermo-immagine dal film Il Pianeta delle Scimmie, 1968
1968-2018
Il ianeta delle Scimmie

Planet of the Apes - Review
Aroldo Tieri in una rappresentazione televisiva del testo teatrale Il caso Pinedus scritto da Paolo Levi
Aroldo Tieri
Un attore d'altri tempi

An Actor from another Era
Gilles Villeneuve con la Ferrari numero 12 nel Gran Premio di F1 in Austria del 1978
13 agosto 1978
Primo podio di Gilles Villeneuve

First podium for G. Villeneuve
Il pilota automobilistico Tazio Nuvolari
Mostre su Tazio Nuvolari
Maria Callas nel film Medea
Maria Callas
Articolo


Mostre e iniziative a cura di Marianna Accerboni: 2022-2020 | 2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010 | 2009 | 2007-08

Grecia Moderna e Mondo Ellenico (Iniziative culturali): 2022-2019 | 2018 | 2017 | 2016 | 2015 | 2014 | 2013 | 2012 | 2011 | 2010-2009 | 2008 | 2007

* 25 aprile 2022 - Nuovo numero della Newsletter Kritik inviato ai lettori (Argomenti)

www.facebook.com/Newsletter.Kritik.Ninni.Radicini



Opera di Herbert Hamak Jacob Hashimoto | The Burn Out Sun
Herbert Hamak | Kobalt Grün, Permanent Rot, Ultramarinblau Dunkel, Permanent Gelb
Stuart Arends | Art Attack/Unfolded


11 giugno (inaugurazione ore 11) - 05 agosto 2022
Studio la Città - Verona
www.studiolacitta.it

Studio la Città inaugura la propria stagione estiva con tre mostre. Il mondo variopinto di Jacob Hashimoto torna a Verona nella mostra estiva con nuove opere a parete. Insieme agli iconici “aquiloni” che hanno consacrato l'artista sulla scena internazionale, sarà presentata un'inedita serie di minuziose xilografie. Hashimoto proviene dal mondo della pittura e della stampa ed ha lavorato fin dagli esordi con grande qualità, meticolosità e cura dei dettagli. Studio la Città esporrà per la prima volta a Verona anche una nuovissima serie dal titolo The Necessary Invention of the Mind.

La mostra di Hamak è un'occasione per mostrare al pubblico opere inedite, fino ad oggi conservate nello studio dell'artista. Kobalt Grün, Permanent Rot, Ultramarinblau Dunkel, Permanent Gelb sono infatti i nomi tedeschi dei pigmenti maggiormente impiegati da Hamak per la realizzazione dei suoi lavori che, sapientemente dosati, stratificati e mescolati alla resina, danno vita ad uno studio sul colore difficile da incasellare in una categoria specifica. La mostra Art Attack/Unfolded presenta una serie di lavori inediti di Stuart Arends, realizzati appositamente per questa esposizione. Arends torna a alla forma originaria della scatola per infonderle nuova energia, ora i cartoni sono costellati di impronte digitali e di parole che si intravedono sul supporto sotto la vernice: parole che diventano i titoli delle opere stesse. (Comunicato stampa)




Composizione disegnate da Lucia Sforza Lucia Sforza
"Figura - Sfondo. Superficie, disegno"


11 giugno (inaugurazione ore 17.00) - 06 agosto 2022
MAC Museo d'Arte Contemporanea del Piccolo Formato - Guarcino (Frosinone)
www.macguarcino.it

Al Museo d'Arte Contemporanea del piccolo formato di Guarcino, il MAC, lo spazio riservato all'Arte è quello diafano di un antico edificio medioevale. Esso ospita mostre temporanee ed una collezione permanente, nelle quali sono state accolte produzioni diverse per stile e tecnica, che hanno in comune, però, la loro piccola dimensione, elemento capace di impostare in modo singolare il rapporto di fruizione con il pubblico. Le piccole opere che si possono incontrare in questo luogo non sembrano infatti mai rivelare grandi contenuti con i quali poter sbalordire gli spettatori. Ma, come frammenti sottili di esistenza, esse sussurrano intuizioni poetiche leggere, tra le quali il pensiero di ognuno può vagare libero, senza inciampare in nessun contenuto da decifrare.

Lucia Sforza, artista romana, presenta al Mac le sue piccole opere che delineano il microcosmo della sua immensa sensibilità. Raffinati libri d'artista, nei quali disegno, colore e parola si intrecciano in una narrazione che non comprime la loro potenzialità espressiva in nessuna gerarchia rappresentativa. Tanto che possiamo ammirare le immagini da lei create sia nell'esposizione autonoma sulle pareti, che nelle pagine dei libri presenti in mostra, senza che venga mai meno l'autonomia della loro ragion d'essere. Perché la bellezza delle illustrazioni di Lucia risalta in qualsiasi dimensione vengano collocate, in virtù della loro struttura che è stata elaborata nella coesistenza paritaria di figura e fondo, superficie e disegno.

Tutti i personaggi e i paesaggi delle sue illustrazioni sono sempre definiti in un equilibrio perfetto tra forma descrittiva e forma astratta, per cui divengono archetipi dell'immaginazione, in grado di apparire in maniera autonoma in ogni spazio. Dal quale non sono mai contenuti, ma nel quale, con grazia infinita, si manifestano. Nei tre libri compiuti presenti in mostra le figurazioni delle storie narrate sembrano esercitare sulle lettere scritte un condizionamento semantico, che le fa regredire a segni, prima che si abbia avuto il tempo di intenderle come parole. Disposte in vario modo nello spazio delle pagine, come nel luogo di un accadere visivo, esse sembrano evocare, come formule magiche, le figure della storia, prima ancora di narrarla in un racconto verbale.

Le illustrazioni, poi, non subordinano la loro figurazione a nessun registro espressivo diverso da quello proprio dell'immagine, o a necessità estranee a quelle della forma. Astratte nel linguaggio rappresentativo, come le opere di Matisse, ed eleganti come gli arabeschi di una seta orientale, o le spirali dell'Optical Art, esse si nutrono di valori essenzialmente estetici, e non hanno il compito di raccontare dei fatti ma di far apparire delle associazioni di pensiero, visualizzando un'intuizione che non è ancora la storia, ma la sua premessa emotiva.

Perciò le stesse tecniche di incisione utilizzate dall'artista nell'illustrazione sono reiventate in funzione delle specifiche necessità formali di ogni elemento figurativo. Sia impiegando materie diverse, sia sfruttando la differente possibilità di pressione che può essere esercitata dal torchio, dal rullo o dalla mano sulle varie matrici dove nascono le figure. Così nel volumetto Tres Chic, ad esempio, la metamorfosi formale subita dalle immagini degli animali è ottenuta con campiture di colore variamente stese sulla lastra originale, o dall'inserimento in essa di un merletto, per ricreare, in moduli decorativi astratti, la loro nuova immagine fantastica.

Mentre nell'assetto iconografico del libro Sous le soleil se Cachent alla luminosa tonalità dei colori stampati in calcografia è affidato il compito di definire, per mimesi cromatica, le forme astratte che costruiscono i personaggi della storia, componendole su tutta la pagina. Nel cui bianco essi spariscono e ricompaiono, stimolando la capacità visionaria della nostra 'immaginazione' a riconoscerne la presenza. La stessa capacità che rende possibile a Lucia Sforza di mostrarci l'immensità del mare, descritta dalle parole del testo nel racconto La barchetta, condensandola nell'immagine di onde turchine racchiuse con ordine in una tazza. Nella quale una barchetta di carta naviga, immobile, seguendo la rotta di un lento "pensiero d'amore", che certo la farà arrivare più lontano di dove potrebbe giungere solo con la pagina scritta. (Testo di Licia Sdruscia; Mostra a cura di Antonio Picardi)




Microcosmi Virtuali
26-27 maggio 2022, ore 18.30
Galleria Doppia V - Lugano
www.galleriadoppiav.com

Manuel Walter esplora l'impatto dei mezzi di comunicazione sulla nostra vita. Il suo tema di ricerca primario è incentrato sulla spazialità, sulla creazione di ambientazioni suggestive ricorrendo sia a mezzi digitali che plastici. Spesso utilizza materiali di recupero. Il meccanismo di pensiero spettacolare, che assorbiamo e facciamo nostro, finisce per contaminare tutti gli ambiti della nostra esistenza, dalla politica alla medicina, dal dialogo tra persone alla fruizione delle opere d'arte. Questi argomenti sono indirizzati più verso la sociologia che verso l'arte, ma è anche vero che se l'artista è colui che definisce l'immagine deve essere cosciente del tipo di società nella quale vive. Una singolare esperienza sensoriale che ci invita a riflettere sulle conseguenze del contatto umano con l'universo virtuale e i mezzi tecnologici. (Comunicato stampa)




Una sezione della mostra di Toni Zanussi a Unterfoering Toni Zanussi
"L'anima, la terra, il colore. Arte d'azione e di inclusione"


Bürgerhaus di Unterföring (Monaco di Baviera)
20 maggio (inaugurazione) - 17 luglio 2022

La mostra è suddivisa, come a Trieste, in cinque sezioni tematiche scelte da Marianna Accerboni e supportate dai suoi testi. Testimoniano cinquant'anni di attività dell'artista, espressa attraverso una novantina di opere di magnetica suggestione - molte delle quali di dimensioni notevoli, oltre due metri di lunghezza per un metro di altezza - tra acrilici e tecniche miste realizzati su MDF e originali installazioni di ampio respiro.

Presentazione




Opera a tecnica mista su carta di cm 100x100 denominata Shark Attak realizzata da Marica Fasoli nel 2020 con origami progettato da Quentin Trollip Opera a tecnica mista su carta di cm 100x100 denominata King Kong realizzata da Marica Fasolinel 2020 con origami progettato da Quentin Trollip Opera a tecnica mista su carta di cm. 116x116 denominata Lemur realizzata da Marica Fasoli nel 2018 con origami progettato da Roman Diaz Opera a tecnica mista su carta di cm 120x120 denominata Hawk realizzata da Marica Fasoli nel 2019 con origami progettato da Hoang Trung Thanh STEAM | Marica Fasoli
04 giugno (inaugurazione ore 18.00) - 30 giugno 2022
KoArt/Unconventional place - Catania
www.galleriakoart.com

Mostra personale di Marica Fasoli a cura di Ivan Quaroni che ha scelto quindici tecniche miste su carta, dai colori brillanti e iridescenti che rappresentano degli origami costruiti e poi decomposti dalla stessa artista. Il titolo, STEAM - acronimo di Science Technology Engineering Art Mathematics - rimanda a "una visione costruttivista, che mette in gioco contemporaneamente capacità intellettive e riflessive, manuali e creative, stimolando il confronto con gli altri e sviluppando lo spirito critico, competenze indispensabili per un inserimento attivo nella società attuale", secondo quanto definito nel campo dell'educazione. E il suo significato viene perfettamente traslato e identificato con le opere dell'artista.

L'arte degli origami costituisce una scienza della 'piegatura' che permette di sviluppare concentrazione, manualità e creatività. In Giappone, si tramanda di generazione in generazione e i bambini sono educati a sviluppare la meditazione e le abilità cognitive attraverso un processo basato esclusivamente sulla geometria e sulle leggi matematiche. La carta, così fragile e duttile, costituisce l'elemento esclusivo e fondamentale per elaborare sculture sempre più ardite che diventano dei veri e propri capolavori artistici. Da tali considerazioni nasce il processo inventivo di Marica Fasoli che fa degli origami l'oggetto principale della sua ricerca.

«Nelle opere di Marica Fasoli - afferma Ivan Quaroni - la pratica pittorica iperrealista, che in passato ha caratterizzato la sua ricerca, sembra essere stata sostituita da un nuovo interesse per il campo delle espressioni aniconiche. Questo slittamento formale e linguistico è, in realtà, il risultato di una ritrovata sensibilità nei confronti dell'oggetto, anche se questo si offre allo sguardo dell'osservatore sotto forma di diagramma geometrico.

Di recente, infatti, il tema iconografico che domina i suoi lavori è l'origami [...] di cui Marica Fasoli riprende non l'esito finale, il manufatto che può rappresentare un animale (vero o inventato che sia), ma la sua matrice, cioè il foglio di carta che, una volta disfatto l'origami, reca i segni delle piegature, cioè le tracce di tutti i complicati passaggi che hanno permesso di trasformare una superficie bidimensionale in un oggetto volumetrico. Quando osserviamo un dipinto di Marica Fasoli, ciò che vediamo è un complesso diagramma di linee, minuziosamente lumeggiate, dettagliatamente riportate su tela come effetto di un processo di mimesi che si fa, allo stesso tempo, pratica spirituale.

Come i mandala tibetani, che una volta costruiti vengono distrutti per ricordarci la caducità dell'esistenza, così gli origami di Marica Fasoli vengono svolti e dispiegati per mostrarci la matrice di cui sono fatti. Questi diagrammi conservano, infatti, la memoria del loro procedimento costruttivo, quella fitta trama di pieghe che è anche una sorta di enigmatico manuale d'istruzioni. Solo chi, come l'artista, sa costruire un origami, conosce la giusta sequenza delle piegature, l'arcano enigma (matematico e spirituale) che presiede alla sua creazione. Rappresentare pittoricamente il foglio di carta con le tracce di tale procedimento significa rappresentare l'origine stessa dell'atto creativo e, insieme, restituire nell'immagine di uno schema geometrico una pletora di complesse funzioni matematiche».

In una vita che fluisce velocemente gli origami permettono di trovare quell'equilibrio, quel senso di calma, di quiete, di consapevolezza e di benessere, attraverso una visione cosmica, che trasforma i pensieri e cerca di guardare oltre, senza sforzo, apprezzando ciò che l'Universo ci dona ogni giorno. Da un lato misticismo, elevazione dello spirito, dall'altro pragmatismo costruzione, approccio sperimentale di causa/effetto, codificazione sul piano teorico (sc. pura) e applicazione sul piano pratico (sc. applicata): l'opera di Marica racconta tutto questo, ma ciascuno potrà rivedersi e ritrovarsi in maniera sempre diversa attraverso di essa. Miguel de Unamuno sosteneva, infatti, che gli origami sono la "scienza in grado di aprire i più vasti orizzonti al pensiero portandolo verso contemplazioni sublimi".

Marica Fasoli (Bussolengo - Verona, 1977), dopo aver conseguito nel 1995 il diploma di Maestra d'Arte al Liceo Artistico Statale di Verona sez. Accademia, nel 1997 si specializza in Addetto alla Conservazione e Manutenzione dei manufatti artistici su legno e tela con il massimo dei voti presso gli Istituti Santa Paola di Mantova. Nel 2006 ottiene anche la specializzazione in Anatomia Artistica presso l'Accademia 'Cignaroli' di Verona dove, dall'anno accademico 2016/2021, è docente del corso libero di pittura iperrealista. Collabora stabilmente con Liquid Art System (Capri, Positano, Istanbul e Londra), Colossi Arte Contemporanea (Brescia), Zanini Contemporary Art (San Benedett Po), Axrt Gallery (Avellino) e KoArt Gallery (Catania).

Ivan Quaroni, laureato con lode in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano. Critico, curatore e giornalista, ha scritto per le riviste Flash Art, Arte e Arte in. Ha curato numerose mostre in spazi pubblici e gallerie private e ha pubblicato i libri Laboratorio Italia. Nuove tendenze in pittura (2008, Johan & Levi), Italian Newbrow (2010, Giancarlo Politi) e Beautiful Dreamers. Il nuovo sogno americano tra Lowbrow Art e Pop Surrealism (2017, Falsopiano). Insegna Storia dell'arte contemporanea all'Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como e Fenomenologia delle arti contemporanee allo IED - Istituto Europeo di Design di Milano. Senior Curator della galleria digitale Reasoned Art.

KoArt/Unconventional place, non solo galleria ma spazio creativo che dialoga con il cuore pulsante di Catania e con i nuovi scenari dell'arte contemporanea. Nata nel 2014 in via San Michele per iniziativa della storica dell'arte Aurelia Nicolosi, la Galleria KoArt/Unconventional place accoglie nuove generazioni di artisti che si muovono in prima linea sulla scena nazionale e internazionale. Grazie alla preziosa collaborazione del comitato di Centrocontemporaneo e delle Associazioni San Michele Art Power e Fund4art Firenze, sono state numerose le mostre di qualità che hanno determinato il successo di un'iniziativa forte e coraggiosa, volta al recupero di una bellezza superiore al puro piacere estetico.

Le opere proposte dalla Galleria KoArt/Unconventional place spaziano dal figurativo al concettuale con un occhio attento alle ultime tendenze nel campo del design e della fotografia. Il curriculum dell'artista non è l'unico criterio adottato per la selezione dei lavori esposti: creatività, raffinatezza tecnica e originalità della ricerca giocano un ruolo fondamentale per costruire un buon portfolio e accedere a importanti progetti. Senza tali elementi, infatti, la galleria non sarebbe stata selezionata per mostre importanti all'interno dell'Expo Milano 2015, del circuito di I-ART, il polo diffuso per le identità e l'arte contemporanea in Sicilia, e la biennale MANIFESTA 12 PALERMO.

Un'aria internazionale si respira, quindi, all'interno della Galleria KoArt/Unconventional place che sembra ricordare le architetture di Soho e Chelsea, quartieri cool della città di New York, aperti alle nuove tendenze creative: il candore delle pareti stempera i toni scuri del pavimento in un gioco di rimandi, che rendono l'ambiente un perfetto incubatore di idee. La luce, curata dalla designer Marzia Paladino (Ladyled), costituisce un punto di forza essenziale per valorizzare le tele e le sculture, rendendo l'allestimento unico e innovativo, in linea con gli orientamenti di ultima generazione che sfruttano la tecnologia a led. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Marica Fasoli, Shark Attak, tecnica mista su carta cm 100x100, 2020, designed origami by Quentin Trollip
2. Marica Fasoli, King Kong, tecnica mista su carta cm. 100x100, 2020, designed origami by Quentin Trollip
3. Marica Fasoli, Lemur, tecnica mista su carta cm. 116x116, 2018, designed origami by Roman Diaz
4. Marica Fasoli, Hawk, tecnica mista su carta cm. 120x120, 2019, designed origami by Hoang Trung Thanh




Fotografia scattata da Francesca Galliani nella mostra Empty New York Francesca Galliani - Empty New York
Barbara Frigerio Contemporary Art
Mostra on line

Una nuova serie di fotografie di Francesca Galliani, che ritraggono New York, sua città di adozione, in una veste inconsueta, lontana dall'immagine che siamo abituati a vedere. Questi scatti sono stati, infatti, realizzati durante il periodo più duro della pandemia di Covid, quando le città si sono forzatamente svuotate. L'autrice ha percorso le strade di Manhattan, di sera, vivendo e documentandone l'atmosfera. Ad accompagnare queste passeggiate soltanto qualche fattorino in bicicletta intento a recapitare il cibo a domicilio e molti senza tetto, privati delle elemosine che costituiscono la loro sussistenza.

Quello che colpisce di più osservando queste immagini è il silenzio che da quelle strade sembra arrivare fino a noi, un'assenza di suoni e voci che svuota e trasforma quei luoghi forse ancor di più della semplice mancanza dei suoi abitanti. Unica ed indiscussa protagonista è la luce elettrica che svela e nasconde palazzi ed architetture, giochi chiaroscurali accentuati dalla scelta dell'autrice di utilizzare il bianco e nero. Una nuova New York che affascina e conquista nella sua essenzialità, spogliata dell'incessante brulichio che l'ha resa celebre. (Comunicato stampa)

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Nivola e New York. Dallo Showroom Olivetti alla Città incredibile
15 aprile - 15 luglio 2022
Museo Nivola - Orani (Nuoro)
Presentazione




Dominik Geiger
La valle dei dimenticati


20 maggio 2022 (inaugurazione) - 08 luglio 2022 (prenotazione con e-mail di conferma da presentare all'ingresso)
Forum Austriaco di Cultura - Roma
www.austriacult.roma.it

Nel 1775 l'impero di Maria Theresia inviò una squadra di boscaioli dell'Alta Austria in Ucraina per stabilirsi in quello che allora era territorio austro-ungarico per effettuare operazioni di disboscamento e rimboschimenti. A Solotvina, 70 km più a sud, c'era una fiorente industria di produzione del sale e a quel tempo il legno era considerato un'importante materia prima impiegata per l'estrazione di questo bene. Nel 1815, le generazioni che seguirono quel primo gruppo di uomini, donne e bambini immigrati in Ucraina da Ebensee, Gmunden e Ischl il 6 ottobre 1775, fondarono il paese di Ust-Chorna (Königsfeld) e ancora oggi, una piccola comunità di lingua tedesca vive nei Carpazi della foresta ucraina tramandando costumi, dialetto e tradizioni della loro regione d'origine, il Salzkammergut di 250 anni fa.

Dominik Geiger (1985) insieme ad Anna Mustapic nel 2018 fonda la "Hello World Gallery" 2018, una galleria ibrida con spazio espositivo fisico e distribuzione digitale, focalizzata sulla giovane fotografia contemporanea. «Dominik Geiger sa come rendere visibili mondi trascurati dai più. [...] All'interfaccia della fotografia documentaria e artistica, Geiger si concentra tanto sulla gente, quanto sulla natura e la cultura del villaggio montano. Basato sul concetto empirico di esplorazione del villaggio, spinto dalla curiosità di scoprire l'ignoto e con l'obiettivo di catturare la vita autentica di Ust-Chorna/Königsfeld, la serie "La valle dei dimenticati" si è sviluppata in un viaggio intersociale che rende visibile il profondo legame tra l'Austria e l'Ucraina che esiste ancora oggi.» (Kemara Pol, giornalista, regista) (Estratto da comunicato di presentazione del Forum Austriaco di Cultura)

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Bloody Mary Show. Maria Teresa d'Austria interpretata 9 artisti triestini e 15 austriaci
10 agosto - 02 settembre 2018
Deutschvilla Museum di Strobl am Wolfgangsee (Austria)
Presentazione

Cartolina dedicata alla imperatrice Maria Teresa d'Asburgo




Dipinto di Stefania Aldi Dipinto di Stefania Aldi Dipinto di Stefania Aldi Stefania Aldi
"L'arte di raccontare senza parole"


21 maggio (inaugurazione ore 18.00) - 09 giugno 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

Stefania Aldi (Mantova, 1957) consegue il diploma di maestro d'arte e la maturità artistica e delle arti applicate presso l'Istituto Statale d'Arte di Guidizzolo. Inizia il suo percorso artistico sotto la guida del Prof. Alessandro Dal Prato. Dopo il diploma, ha collaborato con due studi di Mantova per il restauro di tele, cornici ed oggetti dorati e laccati. La mostra "L'arte di raccontare senza parole" è a cura di Arianna Sartori.

«C'è un modo semplice per raccontare e raccontarsi. Si guarda la realtà circostante, si colgono sensazioni e si trasmettono. Sembra la cosa più semplice, ma prima di tutto è necessario avere dentro di sé quella sensibilità in grado di dare poi sostanza all'espressività. Stefania Aldi sceglie il segno ed i colori per definire tale percorso. Le occasioni per comunicare possono essere numerose e diverse. L'osservazione di un quadro diventa così un dialogo indiretto ma incisivo. In prima persona, eccola quindi alla ribalta con questo appuntamento che prosegue, dopo molti anni, un percorso carico di profondi contenuti.

Se la precisione ed il dettaglio fanno parte della sua accurata tecnica, in avanscoperta si coglie quella sensibilità che appunto determina i contenuti delle sue opere. Nei paesaggi si "respira" il profumo dell'erba fresca di rugiada o velata di delicate ombre. Banale si potrebbe pensare. Assolutamente no. Perché in quell'immagine c'è l'ampio ventaglio di una natura che attende soltanto di essere osservata, goduta, tutelata. All'artista il compito ed il piacere, di far ritrovare un rapporto spesso abbandonato, spesso trascurato.

Stefania Aldi sa, dopo tanti anni dedicati a quella che è ben più di una passione, che l'osservatore non va mai ingannato. Nel senso che questi deve avere l'opportunità di sentirsi coinvolto e di godere di una raffigurazione. Il tema della natura morta, attraverso la sua spiccata personalità, è determinante per dare un valore aggiunto a quello che Antonio Minuti definiva una "riconquistata morbidezza". Aria, acqua, terra, sole: sopra ogni altro elemento veleggia il piacere del disegnare e del dipingere con quella raffinatezza e quelle capacità che non fanno difetto ad un'artista raffinata.» (Werther Gorni, ottobre 2009)

«Immagini semplici ma raffinatissime, catturate in una costante limpidissima resa atmosferica, si materializzano appena oltre la soglia della superficie delle tele di Stefania Aldi. Come sotto l'azione di una macchina del tempo, ci cattura un tonalismo quasi alla Barbizon, un sentimento di interpretazione della natura elaborato tramite un uso sempre libero e disinvolto del colore. C'è qualcosa di magico nelle sue rappresentazioni. C'è una dimensione del paesaggio che evoca atmosfere fatte di silenzio e di mistero, di trascendenza e di mistica contemplazione.

C'è ciò che il cuore ci fa capire oltre la soglia della razionalità ovvia della prosaicità di tutti i giorni. Straordinarie rappresentazioni di natura disvelano così i luoghi segreti dello sguardo della pittrice, i suoi rifugi, i suoi spazi nostalgici, i suoi angoli segreti in cui trovare (noi e lei) lenimento alla solitudine. Le sue immagini non mostrano poi quello che, di primo acchito, potremmo definire realismo. Rappresentare il paesaggio non significa, infatti, fotografare la realtà, quanto offrire un teatro della realtà in cui la natura, possa apparire sotto l'aspetto dei sentimenti del vissuto e dei moti dell'animo. I paesaggi che la pittrice costruisce si offrono perciò sereni, densi solo della purezza di segni e del colore, espressione di un incanto, di una delicata suggestione di fronte ad una natura contemplata e costantemente riscoperta.

Si può dunque definire Stefania Aldi una "pittrice poeta"? Se osserviamo come riesce a far rapprendere sulla tela o sulla carta i sentimenti ispirati dall'amore per la natura, scopriremo quanto davvero il suo linguaggio sia personalissimo e pieno di fascino, caratterizzato da una soggettività che consente al destinatario, molteplici e stimolanti letture. Il che appartiene anche ad una dimensione emotiva e spirituale, che tocca quella parte di noi in cui abita il sentimento della poesia. E non c'è niente che fa fremere il sentimento della poesia più della buona pittura. Perché ciò che resta e ciò che conta, in arte, è il canto della narrazione di artisti in grado di toccare veramente, nella specificità di molteplici e diversi stati d'animo, la sensibilità di chi guarda.» (Gianfranco Ferlisi, novembre 2013)

«In un epoca in cui l'arte pretende di rivelare allo spettatore significati troppo spesso pretenziosi ci troviamo finalmente di fronte ad una collezione di pura Bellezza. Oscar Wilde diceva che "l'Arte non esprime mai altro che sé stessa". Con queste poche parole lo scrittore ci ricorda che un'opera d'arte, quando è veramente tale, non è altro che l'artificioso operato condotto con il fine ultimo di avvicinarsi il più possibile al concetto di Bellezza che l'autore vuole esprimere; se ne evince quindi che dietro una grande opera d'arte non vi sia altro che la Bellezza che la stessa manifesta allo spettatore.

Trovandosi circondati dai quadri di Stefania Aldi si prova una sensazione ormai divenuta talmente rara che a stento un osservatore distratto saprebbe riconoscere: ci si sente immersi completamente nella Bellezza. Ogni altro tentativo di identificare ulteriori messaggi sarebbe superfluo poiché "la Bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l'una sull'altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni ed un possesso per tutta l'eternità.» (Paolo Castaldi, marzo 2018) (Estratto da comunicato stampa)

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I ritmi delle tracce. Sergio Gimelli, Patrizia Quadrelli, Marisa Settembrini
14 maggio (inaugurazione) - 26 maggio 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
Presentazione




Caro Joe Colombo, ci hai insegnato il futuro
23 maggio (inaugurazione dalle ore 18 alle 21) - 04 settembre 2022
GAM Galleria d'Arte Moderna - Milano

"Il designer, quindi, non disegnerà più solo con la matita, ma creerà con la collaborazione di tecnici, scienziati, professori e dottori e, in un futuro abbastanza immediato, con un cervello elettronico." (Joe Colombo)

Nel 1954 installa alla Triennale di Milano le Edicole Televisive, dove apparecchi Zenit diffondevano immagini e le persone potevano seguire trasmissioni informative; appassionato di jazz, insieme agli artisti Enrico Baj e Sergio Dangelo, arreda lo storico Jazz Club Santa Tecla con un collage di manifesti e manichini disintegrati che pendevano dal soffitto: comincia così il percorso straordinario di Joe Colombo (1930 - 1971) - sempre alla ricerca di nuove tecnologie e materiali, al confine tra formazione artistica e industriale - non a caso definito il profeta del design.

A lui e alla sua incontenibile fantasia proiettata nel futuro, è dedicata la mostra a cura di Ignazia Favata e organizzata da Suazes con la Galleria d'Arte Moderna di Milano e l'archivio Joe Colombo, che porta nelle sale della GAM l'evoluzione della sua storia e il suo costante interesse verso nuove forme di progresso. Il percorso espositivo parte dalle prime esperienze degli Anni Cinquanta, dall'adesione al Movimento Arte Nucleare e la prima progettazione della Città Nucleare in cui troviamo già una città residenziale e una sotterranea con automobili, servizi, magazzini e metropolitana. La morte del padre e il suo necessario coinvolgimento nell'azienda di famiglia, lo portano a un cambiamento radicale con l'abbandono del mondo artistico e l'incontro con quello industriale, ma l'esperienza si rivela cruciale per Colombo, che impara tecniche costruttive, di produzione e incontra i nuovi materiali plastici.

Dopo qualche anno, infatti, cede l'attività e apre il suo primo studio a Milano. Gli anni Sessanta si aprono con il premio IN-ARCH per il controsoffitto in metacrilato nell'Albergo Continental a Platamona in Sardegna (1964), e la progettazione con il fratello Gianni della sua prima lampada Acrilica per O-Luce con cui vince la medaglia d'oro alla XIII Triennale di Milano (1964). La capacità di astrazione sviluppata nei primi anni di attività e la successiva concretezza sviluppata nel suo periodo aziendale, lo portano a proporre oggetti di design con forme e materiali nuovi e con idee innovative sui modi di vivere del futuro.

La passione per la meccanica, il suo non sentirsi vincolato dai contesti architettonici che lui immagina sempre più piccoli e trasformabili, insieme ai suoi studi di ergonomia e psicologia, lo portano a realizzare progetti radicalmente innovativi come il Sistema Programmabile per Abitare, monoblocchi polifunzionali come la MiniKitchen per Boffi ed il Box 1 per La Linea arrivando anche a proporre Habitat Futuribili come Visiona 1 per Bayer, il Total Furnishing Unit per MOMA, o la sua stessa casa in Via Argelati a Milano. La mostra è accompagnata dal catalogo Joe Colombo. Designer. Catalogo Ragionato 1962 - 2020, edito da Silvana Editoriale. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Cristóbal Balenciaga: The Glamorous 1950s
17 maggio - 29 maggio 2022
Fondazione Sozzani - Milano
www.fondazionesozzani.org

Il 16 maggio, alle ore 18.30, Marina Pizziolo, storica e critica d'arte, Romano Ravasio, partner di Art Consulting e Lorenzo Riva, stilista e couturier presentano l'importante collezione inedita di oltre ottomila disegni di Cristóbal Balenciaga. Ogni disegno è un progetto, contiene il seme di un'idea che ha fatto sognare un'epoca e conduce dietro le quinte di un atelier leggendario, dove sono stati creati gli abiti che hanno fatto la storia della moda.

Lorenzo Riva è stato direttore artistico della Maison Balenciaga negli anni 1980-1981 e ha preziosamente conservato una serie significativa di disegni originali di Cristóbal Balenciaga. La collezione, a cura di Art Consulting, è estremamente ampia e rivela il nascere delle linee e dei modelli iconici di Balenciaga. Gli oltre ottomila disegni che la compongono offrono un osservatorio prezioso per conoscere il processo creativo dello stilista nel periodo 1950-58, quando Balenciaga aprì la strada a Hubert de Givenchy che lo considerava il suo maestro e negli anni Sessanta a André Courrèges e Emanuel Ungaro.

In mostra 30 disegni originali di Cristóbal Balenciaga provenienti dalla collezione da cui Cointelegraph e Crypto.com hanno tratto ispirazione per realizzare 25.000 NFT. Molto prima che esistessero gli NFT, le criptovalute e il Metaverse, Cristobal Balenciaga ha inventato il futuro della moda. Per onorare il grande couturier, il 25 maggio prossimo avverrà il lancio della collezione di NFT Cristóbal Balenciaga: To the Moon, il progetto dove il mondo della moda e quello degli NFT si incontrano per creare un nuovo mondo possibile. I 25.000 NFT hanno un diverso grado di rarità: da comune a raro o addirittura super raro. La collezione di NFT sarà distribuita nel formato mystery box. Alcuni dei disegni in mostra saranno associati agli NFT come redeemables. Gli NFT saranno creati da Cointelegraph e Crypto.com in collaborazione con Lorenzo Riva, ArtConsulting.net e Artvein.net, mentre Animal Concerts e Defy Trends saranno partner strategici per il lancio.

Cristóbal Balenciaga (Getaria, 1895 - Jávea, 1972) è stato uno dei più grandi couturier della moda, che ha saputo disegnare il femminile, liberandolo dalle torture dei corsetti e costruendo forme e volumi magistrali. "Un buon couturier deve essere un architetto per i modelli, uno scultore per la forma, un pittore per il colore, un musicista per l'armonia e un filosofo per le misure", dichiarò Balenciaga nel 1968. Di Cristobal Balenciaga, Christian Dior diceva "è il maestro di tutti noi".

Lorenzo Riva (Monza, 1938), è uno stilista e couturier di raffinata eleganza. A 18 anni, dopo la sua prima sfilata, apre il suo atelier e la stampa non tarda a celebrarlo. Negli anni Settanta si artistico della maison Balenciaga, un'esperienza fondamentale per la sua formazione professionale. Decide di tornare a Milano e creare una collezione di abiti da sposa: diventeranno la sua firma e chiuderanno tradizionalmente tutte le sue sfilate. Nel 1991 la presentazione della collezione haute couture a Roma e poi del prêt-à-porter, a Milano Collezioni. Nel 1996 presenta i suoi abiti a New York, alla Cristinerose Gallery di Soho. Negli anni crea abiti per Isabella Rossellini, Penélope Cruz, Emmanuelle Seigner, Carmen Maura, Whitney Houston, Jerry Hall, Chiara Mastroianni. Il documentario sulla vita di Lorenzo Riva, I Am the Sun, diretto da Ilaria Gambarelli, è in programmazione in Italia e in Spagna, dopo essere stato selezionato al Film Festival di Los Angeles (2021). (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Cristóbal Balenciaga, Green Energy, 1950




Locandina per la mostra di Giovanna Regazzi e Bernard Merces Giovanna Regazzi | Bernard Merces
21 maggio (inaugurazione ore 17.00) - 02 giugno 2022
Galleria d'Arte Contemporanea Wikiarte - Bologna
www.wikiarte.com

La magia di un'immagine: vista, sentita e pensata dall'artista. Il cui occhio è prestato alla tecnica ed alla mano sapiente che, con passione e maestria, guida il pennello sulla tela. Se non alla fotografia, che ritrae la studiata linearità di un contesto cittadino, i suoi scorci o l'animo, nobile e rupestre, di un villaggio d'altro secolo. Nature morte, le opere pittoriche di Giovanna Regazzi, solo in prima lettura. Iperrealiste, se fedeli rappresentazioni della realtà circostante. Al pari distinte, dall'armonico connubio tra luci, colori, trasparenze e riflessi posti all'origine di un gioco cromatico di tinte primarie e complementari, ben leggibili nel bicchierino di frutta come nella ciotola di mandarini.

Ancora surrealiste, nei termini di sottrazione alla realtà, dove lo sfondo neutro concede evidenza al soggetto scelto ed alla sua dinamica rappresentazione: sia questo un arancio 'scoppiato', del ghiaccio che cade nel bicchiere colmo di una celebre bevanda se non uva, mirtilli, more e lamponi che si alzano, tra le note, ad intonare un'estetica sinfonia. Ove il limone, soggetto prescelto dall'artista, compare quasi timido tra frutta, coni, calici ed alzate. Elementi, questi, la cui apparente inerzia fiorisce, donando loro anima e personalità, se ripresi dall'abile maestria dell'autrice, in cui risiede un talento preesistente: raffinato con la didattica, conclamato nel restauro e testimoniato dalla riproduzione delle opere di Grandi Maestri del passato quali Caravaggio, Renoir, Chagall e Picasso.

Villaggi e città, scandite da scorci. Contesti in cui la figura umana non compare, se non funzionale: ad un'azione dei pompieri, se non alla recita di una preghiera. La loro estetica, dettata dal rispetto: della forma, di taglienti geometrie cittadine come di interi contesti urbani, su cui l'orizzonte disegna il cielo, con le sue morbide nubi, se non terso, come mero sfondo di una veduta prescelta. Dell'eventuale personaggio o del luogo stesso in cui vi compare, a loro volta custodi di una poesia che il fotografo Bernard Merces narra e condivide attraverso i suoi scatti.

Frutto, questi, della tecnica che amplia la visione del dilettante illuminato - come qualificatosi l'artista - a portavoce di un silenzio, il cui animo celebra la magia, celata e non, della realtà circostante. Colta nell'attimo, a risaltarne crudità e bellezza: nell'armonico gioco di luci, ombre e cromie che la rendono prima impressa e poi infinita. Nell'immagine fotografica, tangibile confine all'oblio della memoria, qui espressione di un gusto sensibile. (Testo critico e presentazione: Pietro Franca)




Installazione a tecnica mista su tela di cm 60x120 denominata Sempre alla stessa ora realizzata da Mauro Molinari nel 2020 "Incanto"
20 maggio (inaugurazione) - 01 giugno 2022
Spazio Espositivo Ex Fornace Gola - Milano
www.mauromolinari.it | www.claudiamantelliartcurator.com | Locandina

"Perché diventare Mago quando posso essere un Artista? L'Arte non val forse la Magia?" (H. Hesse)

Artisti: Alessandra De Giosa, ADB by ArteMonium, Carlo Alfano Photography, Daniela Barbero, Delia Saba, Guido Corrazziari, IP by ArteMonium, Isabella Paglino, Yunier Tamayo Sanchez, Kostia, Mauro Molinari, Roberto Buccilli, Roberto Persi Santorum, Samuele Di Felice, YS Keith Kim.

Claudia Mantelli Art Curator & Doodle Art, Associazione N/P di Arte contemporanea presentano la mostra d'Arte Contemporanea, patrocinata dal Municipio 6, Assessorato alla Cultura, Comune di Milano. Il potere dell'Arte non ha tempo: attraverso fascino, seduzione, espressione, essenza, mondo onirico, l'Artista ci permette di comprendere i significati celati in questi "Incantesimi creativi". Egli riesce a emozionare e trasmettere i propri concetti, desideri e le sue premonitorie denunce. Attraverso l'Arte è possibile cambiare le logiche, i punti di vista.

Una mostra che è un viaggio sensoriale per comprendere quanto il meccanismo artistico sia unico e fondamentale per far rivivere simboli, composizioni, paesaggi contemporanei che fanno parte della nostra memoria, del nostro vissuto. Ogni Artista è emozionato e fa emozionare l'Osservatore o Amante l'Arte, perché l'incanto è un nostro bisogno primario, sacro e vitale. (Comunicato stampa)

Immagine:
Mauro Molinari, Sempre alla stessa ora, installazione 2020, tecnica mista su tela cm 60x120

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Aspetti dell'arte presente
08-27 maggio 2022
Casa dei Carraresi - Treviso
Presentazione




Fotografia di cm 12.6x19.2 denominata where I came from scattata da Philip Rolla nel 1972 stampata nel 2022 Philip Rolla
where I came from


21 maggio (inaugurazione ore 11.00-18.00) - 30 ottobre 2022
Rolla.info - Bruzella (Svizzera)
www.rolla.info

Ventesima mostra organizzata dalla Fondazione Rolla. Una mostra particolare nata da una lunga riflessione su se stesso e sul suo passato fatta proprio da Philip Rolla. Questi anni hanno portato Philip a passare in rassegna quelle carte chiuse nei cassetti che tutti accumulano durante la loro vita. Tra tanti ricordi e sorprese Rolla ha trovato dei negativi risalenti al 1972. Scatti della sua California, dei luoghi dove ha trascorso l'infanzia e a cui sono legati tanti ricordi. Luoghi che già nel 1972 erano mutati, per lo più logorati dal tempo e dall'incuria, ma che racchiudono, per lui, un'anima imperitura che vuole immortalare e ricordare...

Philip Rolla questa volta non mostra una parte della propria collezione, ma una parte della propria vita. In catalogo e in mostra una selezione di 24 fotografie dalla serie where I came from, 1972, stampe dirette ai sali d'argento su carta baritata nel formato 12.6x19.2 cm, eseguite nel 2022. In autunno la biografia Philip Rolla, una storia tra due mondi di Maria Grazia Rabiolo. (Comunicato stampa)

Immagine:
Philip Rolla, where I came from, cm 12.6x19.2, 1972, stampata nel 2022

___ Presentazione di mostre di fotografia in questa pagina della newsletter Kritik

Vera Lutter. Between Then and Now
09 maggio - 25 giugno 2022
alfonsoartiaco - Napoli
Presentazione

Immagini dal fronte. La Grande Guerra 1914-1918 nell'archivio della Biblioteca Cesare Pozzo
03 maggio (inaugurazione) - 29 maggio 2022
Fondazione Luciana Matalon - Milano
Presentazione

L'œil gourmand. Fotografie di Jean Hurstel
30 aprile (inaugurazione) - 22 maggio 2022
Multimedial Laboratory Art Conservation - Venezia
Presentazione

Marcello Scrignar. "Limen"
29 aprile (inaugurazione) - 30 luglio 2022
JulietRoom - Muggia (Trieste)
Presentazione

MonFest 2022. Le forme del tempo. Da Francesco Negri al contemporaneo
Casale Monferrato, 25 marzo - 12 giugno 2022
Presentazione

Robert Doisneau
05 marzo - 22 maggio 2022
Centro Saint-Bénin - Aosta
Presentazione

The MAST Collection. A Visual Alphabet on lndustry, Work and Technology
10 febbraio - 22 maggio 2022
Fondazione MAST - Bologna
Presentazione

Ruth Orkin. Leggenda della fotografia
18 dicembre 2021 - 02 maggio 2022
Museo Civico - Bassano del Grappa (Vicenza)
Presentazione

Robert Capa. Fotografie oltre la guerra
Villa Bassi Rathgeb - Abano Terme (Padova)
15 gennaio - 05 giugno 2022
Presentazione

Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975-1985
Presentazione

Ritratto Paesaggio Astratto. Tre percorsi nelle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea
dal 25 febbraio 2021
Museo di Fotografia Contemporanea - Milano
Presentazione

"Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
Presentazione




Arthur Duff
Light Cycles

www.studiolacitta.it

Progetto di di Arthur Duff ideato e curato da Valentina Ciarallo per Enel in occasione del 105esimo Giro d'Italia. Light Cycles, ospitato in anteprima al MAXXI lo scorso 6 aprile in occasione della presentazione dell'edizione speciale della Maglia Rosa 2022 per i 60 anni di Enel, è un viaggio luminoso, un'orbita che corre da Sud a Nord parallelamente alla storica Corsa Rosa e che tocca alcune delle tappe del Giro.

Si parte da Catania per poi risalire a Napoli, Parma,Torino terminando con la tappa conclusiva di Verona. Duff ha omaggiato l'evento sportivo con un viaggio luminoso di proiezioni laser in dialogo con le architetture delle piazze e con le facciate dei monumenti nel buio cittadino. La narrazione prende vita tappa dopo tappa in un crescendo di parole che ruotano via via sempre più vorticosamente, raggiungendo l'apice nel gran finale a Verona il 29 maggio. (Comunicato stampa Studio la Città)

- Tappe e date delle proiezioni

.. Catania 09-10-11 maggio, Palazzo del Municipio
.. Napoli 13-14 maggio, Castel dell'Ovo
.. Parma 17-18 maggio, Palazzo della Pilotta
.. Torino 20-21 maggio
.. Verona 28-29 maggio, Palazzo Barbieri




Ruota a Ruota
Storie di bici, manifesti e campioni


26 maggio (inaugurazione ore 11) - 02 ottobre 2022
Museo Nazionale Collezione Salce (Chiesa di S. Margherita) - Treviso

La grande epopea della bicicletta così come raccontata dai preziosi manifesti patrimonio della Collezione Salce. A firmare le affiches che Elisabetta Pasqualin ha selezionato per questa ricca esposizione, sono artisti come Dudovich, Mazza, Malerba, Ballerio, Villa, Alberto Martini, Codognato, Boccasile. Vale a dire molti tra i maggiori protagonisti della storia dell'illustrazione e dell'arte italiana del secolo passato. Dalle bici illustrate a quelle che hanno scritto la storia recente del ciclismo. In mostra, infatti, ci saranno anche alcune delle biciclette della collezione Pinarello che hanno portato alla vittoria campioni in tutte le grandi classiche del ciclismo mondiale.

Quando, poco più di due secoli fa, il barone Karl von Drays inventò la bici - all'epoca di legno e senza pedali, dotando di sterzo un primo rudimentale modello del 1791 del conte francese De Sivrac - certo non immaginava che quel suo "attrezzo" sarebbe diventato il più popolare mezzo di trasporto del pianeta. E ancora meno dovette supporlo Leonardo, che nel Codice Atlantico - correva l'anno 1490 - schizzò qualcosa di molto simile alla bicicletta. Di sicuro nessuno dei due poteva supporre che gli eredi di quei loro prototipi avrebbero avuto un peso così importante nella storia sociale del mondo, influendo sul costume, sui viaggi, sul turismo, sul processo di emancipazione della donna, sull'economia.

Valga, per fermarci all'ambito trevigiano, il caso della Menon, "Fabbrica di velocipedi in acciaio su commissione" e poi di vetturette, che agli inizi del '900 valeva quanto la Fiat, segnando l'inizio di una produzione che, passando poi per la Carnielli e la Bottecchia, porta oggi alla Pinarello, che in questa mostra allinea una illustre serie di sue creazioni. Ed è proprio dagli albori del Novecento che la mostra prende il via. Antonella Stelitano, che dell'esposizione curata da Elisabetta Pasqualin, è la consulente storica e ha curato una parte dei testi del catalogo, sottolinea che "La bicicletta fa parte del patrimonio culturale del nostro Paese.

La storia di questo mezzo è un racconto di eroi che contribuiscono a creare quell'identità nazionale che si esalta nelle imprese di campioni come Girardengo, Coppi e Bartali. Le grandi corse a tappe, prima tra tutte il Giro d'Italia, sono state un collante che ha unito il Paese, mostrandone le bellezze mentre si raccontavano le gesta dei corridori. Gli italiani imparano la geografia leggendo i nomi dei luoghi attraversati dalla corsa, nascono giochi per bambini ispirati al Giro. Nessuno sfugge al fascino di questa manifestazione, nemmeno scrittori importanti come Buzzatti, Gatto, Pratolini, Campanile e Anna Maria Ortese, che al seguito del Giro d'Italia ci regalano un racconto che non è mai solo sportivo. E' il racconto di un Paese in movimento".

Due le sezioni principali del percorso espositivo: da una parte lo sport e l'agonismo, con i suoi protagonisti, le produzioni, i marchi e l'esposizione di pezzi storici della collezione Pinarello. Dall'altra gli aspetti sociali: le donne, il costume, i viaggi, il turismo, appunto. "La "terrazza" - anticipa la curatrice Elisabetta Pasqualin - accoglierà la sezione dedicata allo sport: verranno esposti i manifesti della collezione Salce, che abbracciano un arco temporale che va dai primi del '900 al 1955 circa e che illustrano la nascita delle principali industrie: Cicli Maino, con Costante Girardengo, Torpedo con Alfredo Binda e Georges Ronsse, Olympia, Maino, Atala con Ganna, Pavesi e Galletti, poi Piave, Prinetti e Stucchi poi solo Stucchi, Bianchi con Gaetano Belloni, Menon di Roncade, ed altri.

Una parte sarà dedicata alle gare ciclistiche locali e nazionali: dal Trofeo Rinascente (1949) ai Campionati del mondo (1939 e 1951), alla cartina del Giro d'Italia (1922) con le immagini dei più grandi ciclisti (e così gli italiani impararono la geografia della propria nazione!)". Seguirà una sezione speciale sulla storia dell'industria ciclistica italiana con l'esposizione di biciclette della collezione Pinarello: biciclette che hanno scritto una pagina di storia del ciclismo italiano, accompagnandosi a molti prestigiosissimi successi. Saranno esposte 15 biciclette, con relativi pannelli esplicativi e immagini del campione a esse legato.

A piano terra troverà spazio una sezione dedicata alla società e alla socialità, che abbraccia un arco temporale che va dalla fine dell'800 agli anni '40 del Novecento. Sono rappresentate anche le prime industrie straniere, come Townend Cycles (1896), Rambler Bicycles (1900) oltre a quelle italiane, come Maino, Stucchi, Dei, e molte altre. "Sono manifesti che raccontano la novità e le sfide del futuro: le nuove libertà di muoversi in autonomia, un nuovo tipo di turismo, il divertimento all'aria aperta, una nuova socializzazione, la nuova moda e, per le donne, un nuovo modo di percepire i propri spazi e di emanciparsi", sottolinea Alberto Fiorin, autore di un saggio su "Bicicletta e turismo" nel catalogo edito da Silvana.

"Con questa nuova proposta, il Museo Salce si conferma una fucina di iniziative in cui l'arte, attraverso la comunicazione pubblicitaria, diventa uno specchio delle trasformazioni culturali e di costume della società", afferma il Direttore Regionale Musei Veneto, Daniele Ferrara. In mostra, accanto ai manifesti, anche alcune delle le bici di casa Pinarello che hanno segnato momenti magici della storia del ciclismo degli ultimi decenni. Infatti Il valore aggiunto della mostra è proprio l'unione imprenditoriale e culturale, che fa ben capire il legame profondo che unisce i protagonisti che hanno scritto pagine di storia dello sport su due ruote al ricco patrimonio anche culturale della città.

Nel 1951 Giovanni Pinarello vince la Maglia Nera del 34esimo Giro d'Italia. Le 100 mila lire di compenso per quel Giro le investì nella creazione di una azienda che costruisse biciclette. E' nata così la Pinarello, che già 10 anni dopo ha una sua squadra. C'è in mostra anche la Pinarello con cui Guide de Rosso vinse il Tour de l'Avenir, e ancora la Pinarello di Bertoglio vincitore del tappone dello Stelvio (1975), e quelle di Franco Chioccioli, Miguel Indurain, Andrea Colinelli, Jan Ullrich, Alessandro Petacchi, Sir Bradle Wiggins, Elia Viviani, Chris Froome, Egan Bernal, Richard Carapaz. Una sfilata di campioni che su bici Pinarello hanno marcato momenti unici della storia del ciclismo. Oggi è Filippo Ganna a cavalcare la Bolide, simbolo di aerodinamica, tecnologia, velocità e vittoria. Nella tradizione Pinarello. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

___ Libri sul Ciclismo

Copertina del libro Ottavio Bottecchia Il forzato della strada di Paolo Facchinetti Bottecchia - Il forzato della strada
di Paolo Facchinetti, ed. Ediciclo

Anche in epoca di ciclismo tabellare, il nome Ottavio Bottecchia conserva un suono da leggenda. Primo italiano a vincere il Tour de France, nel 1924, ripetendosi l'anno dopo, e primo a tenere la maglia gialla dalla tappa iniziale fino all'arrivo a Parigi. Classe 1894, nato a San Martino, in Veneto, vive come la maggior parte degli italiani di quel periodo. Come altri connazionali emigra in Francia, dove sente parlare del Tour de France. Non solo una corsa ciclistica, ma una specie di inferno in terra.

Copertina del libro Quando spararono al Giro d'Italia di Paolo Facchinetti Quando spararono al Giro d'Italia
di Paolo Facchinetti, ed. Limina

La mattina del 26 aprile 1945 gli italiani si svegliano sulle macerie di un paese lacerato da terribili drammi personali e collettivi. C'è voglia di tornare alla normalità. Pochi mesi dopo si ipotizza una nuova edizione del Giro d'Italia. Sembra un'idea folle non solo dal punto di vista sportivo (in che condizione sono gli atleti tornati dal fronte e dai campi di concentramento?) ma anche per le carenze logistiche, le strade ad esempio, molte delle quali distrutte o danneggiate dai bombardamenti. Il Giro "della Rinascita", organizzato come tradizione dalla Gazzetta dello Sport, si trasforma in avvenimento comunitario.

Copertina del libro Tour de France 1903 La nascita della Grande Boucle di Paolo Facchinetti Tour de France 1903 - La nascita della Grande Boucle
di Paolo Facchinetti, ed. Ediciclo

Il Tour de France, la più celebre corsa ciclistica a tappe, deve la sua origine alla concorrenza tra due quotidiani sportivi - L'Auto-Vèlo e Le Vèlo -, in particolare tra i due direttori, Henri Desgrange e Pierre Giffard. La sera del 20 novembre 1902, Desgrange disse ai suoi collaboratori, Georges Lefèvre, redattore per il ciclismo, e Georges Prade, responsabile della parte automobilistica, che bisognava trovare una idea per aumentare le vendite del giornale.




Opere di Sergio Gimelli, Patrizia Quadrelli, Marisa Settembrini I ritmi delle tracce
Sergio Gimelli, Patrizia Quadrelli, Marisa Settembrini



14 maggio (inaugurazione) - 26 maggio 2022
Galleria "Arianna Sartori" - Mantova
info@ariannasartori.191.it

- Presentazione dello Storico dell'Arte Prof. Carlo Franza (Milano, aprile 2022)

Il lavorìo creativo degli artisti da sempre si avvolge di tracce, ne cattura forme ed essenza, le svela nel proprio operato marcando zone o con tracce d'esistenza come fa ad esempio Gimelli, o innervando percorsi di macchie e di lacerti di colore come la Quadrelli, o utilizzando memorie della storia antica e contemporanea come fa la Settembrini. E dunque le tracce vivono o in forma materiale o in forma memoriale. Ecco la mostra campionata alla Galleria Sartori di Mantova, con essa vive la pelle e l'anima della pittura.

Il recente capitolo di opere di Sergio Gimelli muove all'interno di quel filone che è propaggine naturale dell'immagine ormai compromessa, così da portarsi ad appartenere ad una sorta di "nuova icona" che approdata su rive lontane dal realismo lirico, è divenuta oggi realtà sublime, assolutamente libera, svaporata, transitante; sicchè ormai lontana da un realismo tout court per essere, come di fatto lo è, "ideographic picture", estetica nuova della cultura europea, che si fa racconto dell'oggi.

Con tecniche diverse, carte applicate, ritagli e colori e toni pastellati, il lavoro di Gimelli vive una radicalità del nuovo gesto pittorico, racconta il presente, si fa diario e memoria di tracciati esistenziali e di figure - occasioni già care a molti artisti contemporanei - che riprendono con naturalità l'umano desiderio del sublime e di emozioni assolute. Memorie, ma anche nostalgie, leggende dell'oggi, miti, dove la concretizzazione ha lasciato il posto all'accenno, a tracce impresse in modo talvolta informale, immagini imperanti che sfuggono ormai le intenzioni figurative o narrative, per essere infine eroiche, oltre la bellezza, in quanto ritornanti all'arte anestetica, non bella, ma decisamente pretesto e filosofia.

Egli racconta la storia dell'oggi, quotidiana, transitante, attraverso una narrazione che utilizza elementi di cronaca domestica e privata, il cui contenuto e la cui costruzione sono ugualmente significativi all'interno di uno spazio dove si trasmettono dei pensieri che vanno al di là del tempo e lo spazio rappresentati. Gimelli scandaglia il mondo e lo ferma con l'immagine, tra il fotografico e la distorsione, l'occasione sopraggiunta, propizia, con la visione potenziata nel clima del colore piuttosto che nel segno, va alla ricerca del tempo perduto grazie a una creatività che fa aggallare interi mondi di recupero della memoria, attraverso materiali che sollevano il pensiero fra intervalli di tempo.

Nel passaggio dal vedere all'osservare, nell'essere dentro la pittura, dentro la situazione, il clima neo-informale che ci declina Patrizia Quadrelli nei suoi recenti lavori pittorici occasionati per questa mostra, dove le forme-informi sono approdate alla coscienza e lasciano vivere proprie epifanie, ecco che il processo della ripetizione modulare si fa chiaro. È pur sempre un racconto, un entrare dentro la situazione, un rappresentare paesaggi anomali, ove tutto pur se appare controllato e razionale, vive ancora in modo pulsante nell'immensità dello spazio, aperto all'infinito, dove predominano il senso della memoria e il sogno.

Forme aggettanti, aperte a sentieri, in una sorta di dinamismo cosmico, da richiamare talvolta anche certe forme di Roberto Crippa. Nelle campiture dei dipinti, in cui vive la ritmica distribuzione di forme e colori, tenuti al basso, quasi a rammentare la nascita del mondo, spazi nello spazio, fuori dal caos ancestrale, il mondo di Patrizia Quadrelli vibra come un'anima in piena effervescenza cromatica, cosmica, nebulosa, stellare.

Tecnica e materiali svelano la sintesi della propria estetica, ma anche che tanti quadri formano un unico quadro, e una moltitudine di immagini vengono percepiti come un'unica opera, da far rammentare la fertile progettualità di Emilio Vedova tra astrattismo e informale. Patrizia Quadrelli ci consegna oggi delle opere ove appare un ritorno alla scomposizione-composizione, attraverso un geometrismo coerente ma discontinuo, per certi aspetti quasi modulari, ove si palesa una variazione continua di contenuti, di processi e di forme.

L'arte di Marisa Settembrini persegue la ricerca di un ideale millenario che la nostra civiltà ha sempre considerato una delle sue espressioni più alte, la bellezza tradotta da una certa concezione del corpo umano. Da Fidia e Prassitele a Rodin, passando da Michelangelo e Canova, eppoi verso taluni contemporanei come Mimmo Rotella e Jacques Villeglè, la sua pittura esprime, tramite la perfezione dell'architettura umana, la presenza del mistero. Le sue opere si snodano attorno alla riconquista di una forma di bellezza considerata desueta da quei modernisti. Fin dai suoi esordi, negli anni Settanta, il lavoro della Settembrini si è mosso ai margini di correnti dominanti quale l'arte concettuale, l'arte minimalista o i diversi approcci dell'arte astratta.

Ella può essere associata da una parte ai Nouveaux realistes per una affinità stilistica o generazionale per via degli strappi cartacei, i decollages, dall'altra alla Poesia Visiva o meglio alla Poesia Visuale. Poi quando negli anni Ottanta abbiamo assistito a un ritorno alla figurazione, alla rivalorizzazione del passato e della mitologia, scopriamo che la sua opera sfugge a precise tendenze e, per contrasto, rivela tutta la sua specificità. A prima vista l'opera sorprende per il suo sviluppo organico, per la sua apparente immobilità, per la sua costante epurazione, seminando nuove basi, aprendo nuove piste. Ecco spingere l'arbitrarietà del segno al punto di dissoluzione segnalato da Jameson, e cioè al punto in cui i significanti, lettere, numeri e così via, sono diventati letterali "liberati dal fardello dei loro significati".

La Settembrini attinge dal mondo classico e dal mondo contemporaneo i valori che insuffla nelle sue creazioni. La serie di "mitografie" (vedi Divus e Diva) e di "liturgie romane" hanno un'efficacia barocca, caratteristica questa ancora presente nelle recenti espressioni figurative. Le immagini vivono un'autentica valenza, una sublimazione creativa che ostenta la storia, la cronaca, l'arte, l'estetica, la narrazione del grande o piccolo frammento; la citazione iconica della grande immagine è costruita in un fotomontaggio che fa leggere sia la lingua figurale che l'impianto verbale che incornicia, solleva, innalza, pone, illumina il senso della visione, ipernova, perché si porta oltre la bellezza artificiosa.

Anche le altri immagini - ridotte - catturate dai media, e dal cartaceo, o fotografate dalla originaria culla urbana (vedi le liturgie romane) sono dilatate, oltre lo slabbramento dei margini in un paradiso di forme che vivono un happening della memoria. La figura umana, o meglio quelle parti di volto e di sguardo, strappate, ritagliate, vere finestre visive, ne escono altamente valorizzate poiché portano in sé l'impronta dello sforzo per superarsi. Il suo sguardo, rispetto al passato, non è nostalgico, bensì basato sulla scommessa di insufflare l'ideale di bellezza nell'ambiente quotidiano.

La sua ricerca interroga l'atteggiamento modernista, il nostro rapporto con le fonti della nostra civiltà, il ponte che ci ricollega con il fondo comune dell'identità occidentale... Queste piccole "finestre" che ricreano la superficie dell'opera sono decorazioni o forse i frammenti di un'altra opera? Ogni frammento rimanda a un'opera che ci sfugge nella sua totalità ma la cui probabile esistenza ci viene indicata dall'immaginario. In questo modo ogni frammento evoca altro e così via, all'infinito. L'uso della frammentazione e del collage è una pratica moderna, porta ad assemblaggi insoliti.

Il gusto di fabbricare storie ci ricorda i romantici e la loro passione per le rovine, per le tracce delle intemperie e i segni del tempo trascorso. Ancora una volta ciò che è in ballo è il nostro rapporto sempre mutilato con il passato e la sua abilità di artefice. Il frammento rivela la mano e l'abilità dell'artista, non il talento aleatorio del tempo. "Con modernità intendo l'effimero, il fugace e il contingente" scriveva Charles Baudelaire nel 1863, "la metà dell'arte di cui l'altra metà è l'eterno e l'immutabile".

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Sergio Gimelli (Milano, 1976) ha conseguito la Laurea in Pittura, allievo di Stefano Pizzi, e in Nuove Tecnologie dell'Arte, all'Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni, la frequentazione dell'artista Marisa Settembrini ha maggiormente portato la sua ricerca verso la sperimentazione pur non tralasciando il suo interesse per il ritratto e la figura.

Patrizia Quadrelli (Saronno, 1958) è iscritta all'Accademia di Belle Arti di Brera nel Dipartimento di Pittura. Ha sempre avuto una forte curiosità per i fenomeni dell'arte moderna e contemporanea. La sua naturale inclinazione e l'attitudine al fare artistico e l'incontro nel 2015 con l'artista Marisa Settembrini ha fatto maturare il lei il desiderio di intraprendere un percorso artistico di studio, ricerca e sperimentazione. Il fascino del vetro e dei materiali e la simbologia delle forme sono stati gli elementi della sua iniziale ricerca, per giungere all'attuale lavoro più informale e segnico.

Marisa Settembrini (1955), dopo aver frequentato l'Accademia di Brera e la Kunst Akademie di Monaco di Baviera, è stata Titolare della Cattedra di Pittura al Liceo di Brera. La sua attività parte dal 1976 con l'invito alla mostra "La nuova figurazione italiana" al Palazzo dei Congressi di Roma, per conto della Quadriennale Romana. Numerose le mostre personali in Italia e all'estero e le partecipazioni a importanti rassegne. Presente in vari Musei stranieri e italiani. La mostra "I ritmi delle tracce" è curata da Arianna Sartori. (Estratto da comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Sergio Gimelli, Una Domenica, tecnica mista su tela cm. 40x60, 2022
2. Patrizia Quadrelli, Il mio cielo, tecnica mista su tela cm. 60x80, 2022
3. Marisa Settembrini, Rome, tecnica mista su tela, cm. 70x100, 2021

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Artisti Italiani 2022 | Artisti Italiani 2021
Presentazione catalogo




Dipinto a olio su vetroresina di cm 80x100 realizzato da Annamaria Buonamici Annamaria Buonamici
"Il suono del vento"


03 giugno (inaugurazione ore 16.30) - 15 giugno 2022
Chiesa di San Cristoforo - Lucca
www.annamariabuonamici.it

Le opere di Annamaria Buonamici sono realizzate con una tecnica personalissima, mediante la quale l'artista dipinge sul retro lastre trasparenti di vetroresina con colori a olio. Il suo universo creativo è focalizzato sull'osservazione del paesaggio naturale: attraverso continui giochi di sovrapposizione ed effetti di contrasto, la pittrice rappresenta la natura con suggestive combinazioni cromatiche, nel tentativo di coglierne l'essenza più profonda.

Negli anni '70 Annnamaria Buonamici (Lucca, 1954) si occupa di scenografie per spettacoli teatrali. Dal 1983 inizia un'intensa attività espositiva, tenendo mostre personali e collettive in tutta Italia e all'estero e partecipando a numerose fiere d'arte contemporanea. Alcuni suoi dipinti sono conservati in importanti collezioni pubbliche e private, in Italia, Perù, Argentina, Giappone, Australia. La mostra, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con introduzione di Marco Del Monte. (Comunicato stampa)

Immagini:
Annamaria Buonamici, olio su vetroresina, cm 80x100




Installazione denominata Luci e Ombre di cm 60x370 realizzata da Mauro Molinari nel 2022 nella mostra Aspetti dell'arte presente alla Casa dei Carraresi di Treviso Aspetti dell'arte presente
08-27 maggio 2022
Casa dei Carraresi - Treviso
www.fondazioneambrogio.it | Locandina della mostra



- Riverberi di luci e colori
di Maurizio Pradella - Curatore e Presidente onorario della Fondazione "Gianni Ambrogio"


Se il nostro territorio è noto per il lavoro e la produttività, in una società che diventa sempre più frenetica e ricca economicamente ma paradossalmente sempre più "povera" per l'inaridirsi della nostra sensibilità culturale, diviene di fondamentale importanza creare nuovi spazi di riflessione che sappiano riavvicinarci al mondo dell'arte e alla valorizzazione di questa in ogni sua forma. Ecco che, allora, questa idea pensata per narrare un momento di storia dell'arte italiana contemporanea meriti d'essere promossa e valorizzata al meglio come momento prezioso di crescita individuale e di arricchimento interiore.

Penso che, essere partiti con un nodo espositivo in più sedi dedicato all'artista Domenico Boscolo Natta (Chioggia, 23 settembre 1925 - Piombino Dese, 5 gennaio 2002), significa legare alcune città venete, simboli di tutto quel territorio che va dal Garda al Tagliamento, alla celebrazione di una cultura creativa dai connotati molto chiari, legati alle origini storiche e cromatiche della laguna e dei suoi rapporti con l'oriente, per i quali Boscolo ne era un significativo rappresentante. Quindi, portare all'attenzione del pubblico della nostra città, e non solo, uno spaccato dell'Arte Italiana "presente" esponendo le opere di 23 artisti significativi del panorama artistico nazionale significa rendere merito a chi in vita, più di qualsiasi altro, ha avuto la capacità di raccontare nelle sue tele il tema della "luce" e del "colore".

Dal Rinascimento all'Astrattismo questo tema è entrato prepotentemente dentro l'opera d'arte non solo come effetto d'illuminazione della scena ma soprattutto come soggetto dell'opera medesima, con cui tutti si sono dovuti confrontare elaborandolo e rielaborandolo fino a farlo divenire fatto distintivo della propria sensibilità e capacità artistica. Oggi ci si chiede se questo tema è ancora visibile e percepibile all'interno dell'opera oppure se si sia arrivati ad una dimensione in cui la luce non è più un fenomeno fisico ma è diventata un fattore culturale dove l'illuminazione non è altro che la capacità di leggere e interpretare i segni.

A queste domande proveremo a rispondere con questa mostra e con le opere che in essa saranno contenute, in cui proveremo ad esaminare la luce e il colore come fattore interiore dentro ed oltre la materia. Curata come un'unione di più "personali" questa collettiva vuole quindi rappresentare attraverso le differenze, un'opportunità per cogliere le indicazioni dell'arte nell'articolarsi della pittura, un'occasione per ammirare le oltre 200 opere esposte di 23 artisti emergenti che, forti di una tradizione pittorica consolidata, hanno intrapreso percorsi di studio e di ricerca sulla contemporaneità dell'essere artista oggi, vivendo le contraddizioni e i conflitti dell'uomo moderno, attenti a coglierne i fenomeni sociali e culturali, caratterizzandoli con il proprio pensiero e le proprie opere.

Tutti vogliono esprimere le relazioni che intercorrono tra la natura e l'uomo, i sentimenti legati ai grandi temi della vita in una società contemporanea sempre in continua mutazione, collegando il visibile della realtà materica all'invisibile dello spirito umano, l'immagine all'immaginazione, la concretezza all'astrazione, il tempo presente al tempo che sarà. L'obbiettivo di questa mostra vuole essere il superamento di una visione storico-museografica auto imposta come chiave espositiva di lettura provando a trasformare l'evento in un percorso di ricerca, aggregando in nuove composizioni espositive le opere e le storie di questi maestri nella convinzione che ogni opera è unica, per la tecnica, per il valore che assume in relazione alle altre opere, portando con sé un pezzo della vita e del lavoro di ciascun artista.

Tutto questo è stato possibile realizzarlo grazie alla collaborazione della Fondazione "Gianni Ambrogio" con le Amministrazioni Comunali di Mareno di Piave e di Ponzano Veneto, un surplus di grande valore anche per la realtà comunicativa dell'esposizione. Penso che collaborare con l'Arte sia costruttivo non solo per la moralità dell'immagine che ne viene trasmessa ma anche perché l'arte permette di portare alla conoscenza delle grandi masse la bella identità di queste Amministrazioni "illuminate" di così ampie vedute filantropiche.

Organizzazione: Fondazione "Gianni Ambrogio" (Mareno di Piave);
Testo critico: 23 Idiomi dell'arte di oggi, di Giorgio Di Genova - Storico dell'Arte contemporanea;
Presentazione critica di Sandro Gazzola;
Patrocinio di Regione del Veneto, Provincia di Treviso, Città di Treviso, Comune di Mareno di Piave, Comune di Ponzano Veneto;

Immagine:
Mauro Molinari, Luci e Ombre, installazione di cm 60x370, 2022, nella mostra "Aspetti dell'arte presente"




Scultura di Maria Luisa Ritorno denominata Convergenze Dipinto in acrilici di cm 50x40 denominato Vortice realizzato da Maria Luisa Ritorno nel 2020 Scultura di Maria Luisa Ritorno denominata Danza nel vento Maria Luisa Ritorno
"Ritorno al futuro"


14 maggio (inaugurazione) - 27 maggio 2022
Vi.P. Gallery - Venezia
www.marialuisaritorno.it | www.zamenhofart.it | Locandina

«Maria Luisa Ritorno è nota a livello nazionale per le sue sculture sinuose ed eleganti: una ricerca sul rapporto tra forma e movimento nello spazio, tra pieno e vuoto, tra ritmo delle composizioni plastiche e tensioni verso l'alto, in un perpetuo oscillare tra astrazione delle forme e vaghe e stilizzate reminiscenze figurative, in un gioco essenziale di sfere, ellissi, spirali, torsioni elicoidali. Ora da alcuni anni, a partire da studi e bozzetti preparatori per delle sculture, la Ritorno è andata costruendo, sviluppando, partendo dalle sue linee curve ed ellittiche essenziali, una serie di quadri che parrebbero raccontare di mondi immaginari fatti di sfere sospese e linee curve che raccordano tra loro le forme, con una tavolozza sempre più accesa e giocosa.

Mondi con due o tre enormi lune nel cielo, oppure visioni di universi siderali fatti di sciabolate in diagonale di luce e colore, o di vortici iridescenti. Da quel nucleo primigenio ed essenziale di curve ed ellissi si sono così andati sviluppando una miriade di mondi paralleli in cui perdersi e ritrovarsi e che fanno pensare a mondi futuri o futuribili: per un "Ritorno al futuro" pieno di luce e colore.» (Vi.P.)

Maria Luisa Ritorno si diploma in Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, con Tito Varisco e Guido Ballo. Docente nella scuola media; non trascura il suo bisogno creativo: ama disegnare, dipingere e modellare l'argilla. E' molto attiva nella ricerca di linguaggi atti ad esprimere l'allargamento del confine della percezione. Nella sua poetica tende ad esprimersi attraverso forme astratte ma significative, spesso sinuose, tendenti verso l'alto, verso il cielo... Numerose sono le manifestazioni artistiche cui partecipa su tutto il territorio nazionale comprese le collettive al Museo della Permanente, di cui è socia.

A vari concorsi su C. Pavese (rapporto tra Poesia e scultura) viene premiata più volte e nel 2010 riceve il premio della giuria. Ottiene il Premium International Florence Seven Stars 2018 per la scultura, per cui Carlo Franza dice di lei: "Figura singolare della scultura italiana, ha circoscritto con la la sua scultura la bellezza di queste forme, svettanti, aeree come cattedrali, spesso portate verso una verticalità di tipo architettonico". Tra le numerose pubblicazioni si citano: Terza Dimensione, ed. Mondadori a cura di Paolo Levi e Virgilio Patarini 2010; Catalogo d'Arte Sartori 2015 e 2017 ed. Sartori Mantova; Cross Over vol. 1 e 2 a cura di V. Patarini, ed. Mondadori, 2017. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Maria Luisa Ritorno, Convergenze
2. Maria Luisa Ritorno, Vortice, acrilici h. cm 50x40, 2020
3. Maria Luisa Ritorno, Danza nel vento




Sofonisba Anguissola e la Madonna dell'Itria
09 aprile - 10 luglio 2022
Museo Civico Ala Ponzone - Cremona

Il 26 maggio 1573 Sofonisba Anguissola, tra le più intriganti pittrici del Rinascimento italiano, sposava il nobile siciliano Fabrizio Moncada. Dopo anni passati a corte a Madrid come dama di compagnia della regina Isabella e tutrice delle infante, la pittrice cremonese veniva accolta nella piccola corte di Paternò, alle falde dell'Etna, dove iniziava una nuova vita.

Qui restò sino al 1579 quando, deceduto il marito nel corso di un attacco di pirati avvenuto nel mare di Capri, decise di tornare a Cremona. In realtà non vi fece mai ritorno, travolta da un fulminante amore per il capitano della nave che la conduceva a Genova, si fermò a lungo nella città ligure prima di tornare ancora una volta in Sicilia, ma questa volta a Palermo, dove morirà quasi centenaria. La sua attività di "Reggitrice" del feudo dei Moncada è ben documentata. Altrettanto non lo è però quella di pittrice in quegli stessi anni.

La mostra poi si sposterà al Museo Diocesano di Catania. Motivo dell'originale esposizione è mettere in luce gli anni passati da Sofonisba a Paternò, prendendo il via da un'opera certa di quel momento, la pala della Madonna dell'Itria oggi patrimonio della chiesa dell'Annunciata di Paternò. Nel dipinto, di dimensioni considerevoli, l'artista cremonese riassume e aggiorna le trasformazioni iconografiche della Madonna Ogiditria, modello trasmesso dal mondo bizantino e presto recepito nelle Isole e nelle regioni meridionali italiane al seguito delle comunità greche e albanesi giunte dai Balcani.

La popolare iconografia che inizialmente propone la Madonna a mezzo busto con in braccio il Bambino Gesù seduto in atto benedicente e che la Vergine indica con la mano destra (da qui l'origine dell'epiteto) si trasforma a partire dal XVI secolo nella complessa figurazione in cui la Vergine sovrasta una cassa lignea portata a spalla da due monaci basiliani (i "calogeri").

Essi fanno riferimento alle leggende relative al trafugamento e alla messa in sicurezza, entro una cassa, della miracolosa icona che si voleva dipinta dallo stesso san Luca e che a lungo era stata considerata una protettrice dagli abitanti di Costantinopoli, prima della definitiva catastrofe del 1453. Per sottrarla alla furia distruttiva degli Ottomani i monaci che l'avevano in custodia l'avrebbero affidata ai flutti e così sarebbe giunta sui lidi occidentali. Il culto riservato alla Madonna d'Itria raggiunse pertanto grandissima popolarità, e nel corso del XVI secolo chiese a lei dedicate sorsero ovunque in Sicilia e la Madonna dell'Itria venne proclamata Patrona dell'Isola.

È accertato che il 25 giugno 1579, Sofonisba, in procinto di lasciare l'isola, abbia donato questa sua opera al convento dei francescani di Paternò, allora luogo di sepoltura dei Moncada. Da lì è transitata alla chiesa dell'Annunciata da dove alcun mesi or sono è partita alla volta di Cremona per essere sottoposta ad un integrale restauro. La mostra propone la pala restaurata, accanto ad altre testimonianze (affreschi, dipinti su tavola e tela, sculture ) provenienti dalla Sicilia, ma anche dal Nord Italia, che permettono di seguire l'evoluzione del tema iconografico dall'icona medievale della Madonna Odigitria a quella moderna della Madonna dell'Itria. La mostra, conclusa l'esposizione cremonese, sarà riproposta dal 12 agosto al 4 dicembre, al Museo Diocesano di Catania. Ad accompagnarla un approfondito catalogo. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Presentazione libro




Ritratto di Ray Johnson Opera di Ray Johnson denominata Chuck close snow, Announcement by Ray of his new book Opera di Ray Johnson denominata Rimbeau follow instructions below Opera di Ray Johnson denominata Correspondence, My belt in a box 26 settembre 1979 Ray Johnson
Relazioni marginali sostenibili / One


30 aprile - 30 giugno 2022
Sandro Bongiani Vrspace - Salerno
www.sandrobongianivrspace.it

In contemporanea con la 59. Biennale Internazionale di Venezia 2022 la mostra a cura di Sandro Bongiani con opere originali ancora inedite facenti parte della Collezione dell'Archivio Coco Gordon di Colorado (Usa). Una collaborazione tra Ray Johnson (1927-1995) e Coco Gordon durata oltre un ventennio di contatti e assidue frequenze, dagli anni 70 fino al 1995, anno della sua dipartita, collaborando attivamente assieme in interessanti scambi creativi che secondo noi era doveroso far conoscere.

A distanza di 60 anni dalla nascita della Mail Art (1962) e a 50 anni esatti (1972) dalla prima e forse unica mostra in Italia e in Europa di Ray Johnson presso la Galleria Schwarz a Milano di Arturo Schwarz, con una presentazione di Henry Martin, ritorna in Italia un importante evento dell'artista americano con 160 opere originali tra elaborazioni grafiche, progetti, foto dell'artista, performance e testi ancora inediti raccolti nel corso di oltre un ventennio di collaborazioni tra Ray Johnson e Coco Gordon, presenti ora nell'Archivio Coco Gordon e con 24 opere "add to & return" in appendice di vari periodi di lavoro creati da artisti che avevano partecipato all'esperienza innovativa della New York Correspondence Art School.

Una indagine su Ray Johnson ad ampio raggio, considerato dalla critica negli anni 60' per essere "il più famoso artista sconosciuto di New York e un pioniere della performance e dell'uso della lingua scritta nell'arte visuale. Una pratica basata sulla contaminazione tra collage, fotografia, disegno, performance e testo scritto avvalorato attraverso l'invio postale. Diceva " ho semplicemente dovuto accettare che per una necessità di vita ho scritto molte lettere e dato via molto materiale e informazioni, ed è stata una mia compulsione. E mentre l'ho fatto, è diventato storia. È il mio curriculum, è la mia biografia, è la mia storia, è la mia vita ".

I suoi progetti includono prestazioni concettualmente elaborate che si occupavano di relazioni interpersonali e disordini formali. Secondo Coco Gordon, "i suoi lavori non sono mai singole operazione assestanti di mail art, ma nascono da piccole storie, da incontri con le altre persone, da relazioni e riflessioni spontanee capaci di innescare nuovi apporti e nuove azioni al pensero creativo".

Ray, non amava tanto essere chiamato un mail artista, ma pensava di poter creare un nuovo gruppo di lavoro "Pre Pop Shop" tra Black Mountain e Pop Art. Secondo lui l'arte è vita, del resto, anche la parola "Moticos" utilizzata molto spesso deriva dalla parola osmotic, una specifica qualità caratterizzata da una reciproca influenza, uno scambio fra individui, una compenetrazione di idee, atteggiamenti e realtà culturali, insomma, un nuovo modo di pensare in un processo decisamente fluido e in evoluzione che si rivela in modo puntuale esaminando gli scritti e le azioni performative "Zen Nothings" svolte dall'artista americano. Oggi a distanza di 27 anni dalla morte il suo lavoro sperimentale dagli anni 60' in poi è considerato dalla critica parte integrante del movimento Fluxus e persino originale anticipatore della Pop Art americana.

Dopo questo importante evento verrà fatta la catalogazione circa 500 opere presenti nella Collezione Gordon di Colorado che presto verranno ufficialmente rese visibili anche online, in modo stabile a scopo divulgativo e di consultazione presso la startup web "Sandro Bongiani Arte Contemporanea" di Salerno, per opportuni studi e approfondimenti sul lavoro innovativo svolto da questo importante artista pre-pop americano.

I primi anni di vita di Ray Johnson (Detroit, 1927 - New York, 1995) comprendevano lezioni sporadiche al Detroit Art Institute e un'estate alla Ox-Bow School di Saugatuck, nel Michigan. Nel 1945, Johnson lasciò Detroit per frequentare il progressivo Black Mountain College in North Carolina. Durante i suoi tre anni nel programma, ha studiato con un certo numero di artisti, tra cui Josef Albers, Jacob Lawrence, John Cage e Willem de Kooning. Trasferitosi a New York nel 1949, Johnson stringe amicizia tra Robert Rauschenberg e Jasper Johns, sviluppando una forma idiosincratica di Pop Art.

Nei decenni successivi, Johnson divenne sempre più impegnato in performance e filosofia Zen, fondendo insieme la pratica artistica con la vita. Il 13 gennaio 1995 Johnson si suicidò, gettandosi da un ponte a Sag Harbor, New York, poi nuotando in mare e annegando. Nel 2002, un documentario sulla vita dell'artista chiamato How to Draw a Bunny, ci fa capire il suo lavoro di ricerca. Oggi, le sue opere si trovano nelle collezioni della National Gallery of Art di Washington, D.C., del Museum of Modern Art di New York, del Walker Art Center di Minneapolis e del Los Angeles County Museum of Art. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Ritratto di Ray Johnson
2. Ray Johnson, Chuck close snow, Announcement by Ray of his new book + performance for Chuck Close
3. Ray Johnson, Rimbeau follow instructions below
4. Ray Johnson, Correspondence, My belt in a box, 26 settembre 1979




Gillo Dorfles - Giorgio Casati
Interferenze costruttive


31 maggio (inaugurazione dalle ore 18.30) - 01 luglio 2022
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Dorfles può considerarsi uno dei massimi intellettuali europei; ha contribuito, in anni difficili, allo svecchiamento teorico, con un'intensa attività di docente (presso le Università di: Cagliari, Firenze, Milano e Trieste), scrittore con un'ampia antologia nella sfera dell'Arte Contemporanea, del Design e dell'Architettura, e di pittore (promuove il 'MAC', il Movimento Arte Concreta, nel 1948 con B. Munari, A. Soldati e G.Monnet ). Un vero gigante della cultura storico-artistica italiana ed europea.

Casati noto architetto, designer e pittore ha svolto lavori in molte regioni italiane e le sue opere sono state presentate e commentate nelle maggiori Università, la sua pittura è considerata, dai critici, come 'originale e unica'. In particolare nei lavori da lui definiti 'Endiadi'. Dorfles stesso afferma che Casati "... ha saputo (in architettura) far convergere il rispetto per quanto il passato (...) ci ha trasmesso e quanto di stilisticamente moderno poteva venir adottato senza ledere l'unitarietà di ogni singola costruzione. (... ) Anche nel caso dell'attività pittorica-... - è facile scorgere un'indubbia capacità tecnica, unita a una forma espressiva in sintonia con le più recenti tendenze astratte di questa arte" ( 2011).

Casati conobbe il pensiero di Dorfles, a vent'anni, su suggerimento della libreria 'Dante', allora in Via Dante a Milano, che gli propose la lettura di "Ultime tendenze nell'Arte d'Oggi". "Numerose le collaborazioni tra i due artisti: dalla Conferenza su 'Scuola e Scuole di Design' promossa da Casati e Gavinelli nel 1989 a Como e, 'Abitare l'Utopia' nel 1992 a Lanzo D'Intelvi (Como). Nel 1998 Casati si accordò con Gillo per la produzione, come "Studio Architettura / Ambiente", di cui era titolare, di tre serie di acqueforti- acquetinte da consegnare ai suoi: collaboratori, amici e figli. Per la mostra - a cura di Mafalda e Stefano Cortina - sarà realizzato il catalogo " Gillo Dorfles Giorgio Casati - Interferenze costruttive" edito da Cortina Arte con testi di Luciano Caramel, Claudio Cerritelli, Elena Di Raddo, introduzione di Stefano Cortina. (Comunicato stampa)

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Il segno rivelatore di Gillo
15 novembre (inaugurazione ore 18.30) - 14 dicembre 2019 (prorogata al 14 marzo 2020)
Biblioteca statale Stelio Crise di Trieste
Presentazione

Alberto Fornai. "Ultimi lavori"
10 maggio (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
Presentazione




Nivola e New York
Dallo Showroom Olivetti alla Città incredibile


15 aprile - 15 luglio 2022
Museo Nivola - Orani (Nuoro)

Costantino Nivola (Orani, 1911 - East Hampton 1988), tra i protagonisti della scultura e della grafica italiane del Novecento, è stato una figura chiave nei rapporti tra Italia e America. Esule negli Stati Uniti perché antifascista, vi ha dato inizio a una carriera di "scultore per l'architettura" che lo ha visto collaborare con i più grandi maestri del Modernismo. Nel 1954 il suo rilievo per lo showroom Olivetti di New York ha segnato l'inizio del successo transatlantico del Made in Italy. Il rapporto di Nivola con New York, la città "incredibile" e "meravigliosa" che lo aveva accolto nel 1939 dopo la fuga dall'Italia, ha segnato in profondità il suo lavoro di artista. Eccitante, coinvolgente e al tempo stesso destabilizzante, il panorama urbano di New York è metafora della condizione umana nella modernità e postmodernità.

Il centro della mostra - a cura di Giuliana Altea, Antonella Camarda, Luca Cheri, Carl Stein - è il rilievo di Nivola per lo showroom Olivetti nella Fifth Avenue, realizzato dallo studio BBPR nel 1954, caposaldo dell'arte e dell'architettura italiane del dopoguerra e simbolo di un nuovo approccio alla comunicazione d'impresa. Lungo 23 metri e alto 5, il monumentale fregio semiastratto, eseguito con la tecnica del sand casting (scultura in gesso da una matrice di sabbia), era l'elemento centrale di un'installazione che simboleggiava il cielo, il mare e la spiaggia mediterranei. Dopo la chiusura del negozio Olivetti nel 1969, fu ricollocato nel 1973 nello Science Center dell'Università di Harvard, per volontà dell'architetto Josep Lluís Sert.

In occasione della mostra ne è stata realizzata una ricostruzione fedele in scala 1:1 grazie all'utilizzo delle tecnologie di visual computing, stampa 3D e di videomapping. Con i suoi 101 metri quadri di estensione, si tratta di uno dei più grandi progetti di riproduzione tridimensionale di beni culturali con fresatura robotica mai realizzato.

"La mostra - dice Giuliana Altea - ruota intorno a questo straordinario rilievo, esteso a coprire un'intera parete del museo, che ha esattamente le stesse misure dell'opera. La riproduzione consentirà di osservare da vicino i dettagli di una scultura il cui originale, conservato a Harvard, è difficilmente visibile dal grande pubblico. La sua realizzazione è frutto del progetto di digital humanities Nivola X Olivetti, che ha visto collaborare con la Fondazione Nivola le università di Harvard e di Sassari, il CRS4 - Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, l'ISTI - CNR - Istituto di Scienza e Tecnologie dell'Informazione "Alessandro Faedo" di Pisa, Make in Nuoro - il fab lab della Camera di Commercio di Nuoro, l'Archivio Olivetti di Ivrea e la Fondazione Olivetti di Roma."

All'inizio degli anni Sessanta, il progetto della Stephen Wise Recreation Area, un insediamento di case popolari nell'Upper West Side per cui Nivola eseguì un grande graffito murale, delle sculture, una fontana e un playground con un gruppo di cavallini in cemento stilizzati. Una piccola mandria di questi cavallini, ricreati per l'occasione in scala 1.1 dalla designer Monica Casu, popolerà il parco del museo.

Completa la mostra una selezione di dipinti e disegni sul tema di New York. Oltre a intervenire nelle strade e negli edifici di New York con i suoi progetti - il cui tessuto connettivo è ricostruito in una timeline che mostra la presenza pervasiva dell'opera dell'artista sardo nella Grande Mela - Nivola è tornato a più riprese sul tema della metropoli nella sua produzione grafica e pittorica. Le opere esposte colgono la natura caotica ed eccitante di New York, rendendo al tempo stesso l'incalzante fluire della vita urbana e il senso di spiazzamento e disorientamento che questo può produrre.

Questa mostra - dice Antonella Camarda - è il frutto della collaborazione fra umanisti, scienziati e imprese. È lo stesso spirito di sperimentazione e costante innovazione che ha caratterizzato l'approccio di Costantino Nivola ed è stato tratto distintivo dell'Olivetti. L'azienda di Ivrea ha fatto del binomio fra arte e tecnologia, antico e moderno, una bandiera negli anni cruciali della diffusione del Made in Italy negli Stati Uniti. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Atlante americano
di Giuseppe Antonio Borgese, a cura di Ambra Meda, ed. Vallecchi
Recensione libro




Fotografia con stampa alla gelatina d'argento realizzata da Vera Lutter denominta Pantheon Rome VI July 15 2020 Vera Lutter
Between Then and Now


09 maggio - 25 giugno 2022
alfonsoartiaco - Napoli
www.alfonsoartiaco.com

Per la sua terza personale in galleria, Vera Lutter (Kaiserslautern - Germania, 1960) ha creato un percorso che parte dalle sue serie fotografiche più iconiche e arriva fino alle più recenti produzioni. Le sue fotografie sono realizzate con la tecnica della camera oscura in cui una stanza di grandi dimensioni, un container o anche una piccola scatola in legno, sostituisce il dispositivo fotografico. Ricorrendo a lunghi tempi di esposizione, ogni immagine viene realizzata nel suo negativo e direttamente impressa sulla carta fotografica, diventando così un'opera unica che testimonia l'immutabilità del tempo trascorso e del lento passaggio della luce attraverso i soggetti.

In mostra 15 lavori in bianco e nero: non una retrospettiva ma, come suggerisce il titolo, un percorso esaustivo tra le opere più significative realizzate "tra ieri e oggi". Non a caso sono presentati alcuni lavori della serie di New York con soggetti fortemente riconoscibili dell'architettura della Grande Mela e dei suoi unici paesaggi metropolitani, dal maestoso dittico del Moma fino al Chrysler o al Grace Building. (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Vera Lutter, Pantheon, Rome, VI: July 15, 2020, stampa alla gelatina d'argento, opera unica, cm 142x195




Copertina del numero di giugno, luglio e agosto 2021 del mensile d'arte Archivio Archivio
Mensile di Arte - Cultura - Antiquario - Collezionismo - Informazione

___Anno XXXIV
N.5 - Maggio 2022
N.4 - Aprile 2022
N.3 - Marzo 2022
N.2 - Febbraio 2022
N.1 - Gennaio 2022




2.190° Fahrenheit
Sull'orlo dei vulcani


14 maggio - 11 giugno 2022
Arcipèlago - Udine
www.galleria-arcipelago.com

.. 14 maggio, ore 17, incontro con Clive Oppenheimer

Mostra collettiva che esplora l'affascinante tema dei vulcani. Dipinti, fotografie, sculture, documenti storici e video propongono un viaggio visivo attraverso i fenomeni dell'attività vulcanica. Da sempre, i vulcani hanno acceso la meraviglia e l'immaginazione, in quanto sono una delle manifestazioni più spettacolari e ispiratrici della natura. Attraverso un'accurata selezione di opere e rari documenti d'archivio, Arcipèlago vuole raccontare alcune delle storie che si celano dietro questi giganti e presentare diverse visioni sulla straordinaria potenza della natura e la sua bellezza più selvaggia.

Con i dipinti di Francesco Poiana; le sculture di Sonia Armellin; le fotografie di Gaia Cantarutti, Luigi Chiapolino, Vittorio Franzolini, Antonio Raciti, Max Rommel, Bartolomeo Rossi, Omar Sartor; documenti storici dell'inizio del XX secolo e video d'archivio dei vulcanologi Maurice e Katia Krafft. Sarà pubblicato un catalogo che conterrà anche un contributo di Clive Oppenheimer, vulcanologo britannico, professore di vulcanologia presso il Dipartimento di Geografia dell'Università di Cambridge e co-autore con Werner Herzog del documentario "Into the Inferno".

"I vulcani generano un fascino paradossale. Sono splendidi eppure drammatici; complessi e metamorfici, sono circondati da miti e leggende eppure così difficili da studiare; sono l'origine e la distruzione del mondo. Osservandoli, si può facilmente sperimentare la manifestazione del sublime e immaginare la Terra come doveva essere stata alla sua genesi. In un mondo che sta impazzendo, è un sollievo contemplare la permanenza dei vulcani, il loro splendore eterno di cui non saremo mai possessori", spiega Charlotte Menard, co-curatrice della mostra.

Arcipèlago, fondato da Artemio Croatto e Charlotte Ménard nel maggio 2021, è uno spazio creativo nello studio grafico Designwork di Udine, Il suo intento è di essere uno spazio spontaneo dedicato all'esplorazione di tutti i campi della creatività, instaurando nuovi legami e facendo apprezzare l'arte allegramente. Definita "galleria effimera" - in quanto Arcipèlago non sottostà ad alcun vincolo di programmazione, né tematico né temporale - gli eventi che organizza dipendono dai temi che i fondatori vogliono approfondire, in base a ciò che, di volta in volta, suscita la loro curiosità. (Estratto da comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)




Opera di Keziat nella mostra La Natura Umana Keziat
La Natura Umana


07 maggio (inaugurazione) - 30 giugno 2022
Avos Project - Roma
www.keziat.net | www.violipiano.it

Nuovo progetto espositivo dell'artista visiva pugliese Keziat, incentrato su opere su carta e tela realizzate con delle semplici penne biro, video installazioni e disegni in sequenza su carta di giornale. "L'opera di Keziat, esplora, con il linguaggio del sogno, gli abissi insondati dell'inconscio, facendo emergere lo straniamento esistenziale che sigla la vita spaesata di ciascuno di noi, travolto dal cambiamento accelerato della contemporaneità, dimostrando l'inadeguatezza delle regole geometriche, incapaci di dominare la fluidità polimorfa e metamorfica dell'immaginazione." (Manuela Marinelli)

Kezia Terracciano, in arte Keziat (San Severo - Puglia, 1973) nel 1998 si laurea all'Accademia di Belle Arti di Foggia e da allora ha presentato i suoi lavori a Venezia, Roma, Parigi, Firenze, New York, Hong Kong, Amsterdam, Lussemburgo, San Francisco, Chicago, Los Angeles, Washington, Toronto, Stoccarda, Perth, Kuala Lumpur, Porto, Jakarta, Milano, Helsinki, Ljubljana, Singapore, Bangkok, Miami e Johannesburg. Dal 1996 al 2008 Keziat realizza prevalentemente opere pittoriche su tela. In questi anni disegna anche numerosi fumetti e illustrazioni per importanti case editrici come l'Enciclopediae Britannica (Chicago), la Synergebooks (New York), la 123Publishing House (Hong Kong).

Nel 2006 inizia a collaborare con la Violipiano Visual del musicista e produttore Luca Ciarla, realizzando performance interdisciplinari di musica, danza, teatro e arti visive. Visionaria prende corpo nel 2009 con una serie di disegni realizzati a penna su grandi superfici di carta o tela. Successivamente si arricchisce di varie animazioni video, installazioni e performance. Nel 2010 il corto d'animazione Memoria di un folle vince la quinta edizione del MAGMART, il festival Internazionale di video arte presentato in collaborazione con il PAN - Palazzo delle Arti di Napoli e viene acquisito dalla collezione pubblica del CAM - Casoria Contemporary Art Museum. Nel 2012 Visionaria diventa un progetto espositivo internazionale.

Cinque mostre personali con tematiche e curatori differenti in cinque spazi diversi quali il MAT - Museo dell'Alto Tavoliere di San Severo, il Centro Culturale Elsa Morante di Roma, la Casa Italiana Zerilli-Marimò di New York, la Sabiana Paoli art gallery di Singapore e l'Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam. Nel 2014 Keziat realizza un video logo animato per la casa di produzione cinematografica Umano di Hollywood.

Nel 2015 l'opera Sounds viene acquisita dalla National Gallery di Kuala Lumpur, in seguito al grande successo della mostra presso l'Art Expo Malaysia, una delle fiere di arte contemporanea più prestigiose in Asia. Hybrids, il suo secondo ciclo espositivo internazionale, debutta nel 2016 al MAT - Museo dell'Alto Tavoliere di San Severo, per poi spostarsi a Miami (Usa) presso la Società Dante Alighieri, alle Scuderie Aldobrandini di Frascati (Roma) e al Chulalongkorn University Museum di Bangkok, in occasione del prestigioso Festival Italiano in Thailandia.

Nel 2018 Keziat presenta la performance Music For Your Eyes a Johannesburg (Sudafrica), presso il prestigioso The Centre for the Less Good Idea di William Kentridge. E' il primo evento del nuovo progetto espositivo, Introspective, seguito da una personale al Kimonos Art Center di Paphos (Cipro). Nel 2019 la sua performance In_Visible debutta al MACRO, il Museo di Arte Contemporanea di Roma. Recentemente ha ideato e realizzato, per il Teatro Del Loto, le scenografie della pièce teatrale L' Asino dell'autore norvegese Jesper Halle.

"L'opera di Keziat visualizza mondi che uniscono realtà diverse e trasporta negli abissi nascosti dell'animo umano." (Il Corriere della Sera) (Comunicato stampa Violipiano Visual)




Opera di Domenico Lo Russo nella mostra Bouganville Domenico Lo Russo
Bouganville


06 maggio (inaugurazione) - 24 maggio 2022
Galleria Immaginaria - Firenze
www.galleriaimmaginaria.com

Le opere in mostra sono quadri fotografici, scatti realizzati en-plein-air e poi dipinti su tela in studio, di fiori di campo, tralci di bouganville o alberi di Filicuso che circondano la campagna di Curinga, in Calabria, città natale dell'artista. Le immagini fotografiche sono frutto di una evoluzione artistica, che accompagnava il suo lavoro di chirurgo plastico, sviluppata sin dagli anni Settanta, quando l'artista, attraverso l'utilizzo della Xeroradiografia, tecnica radiologica non più in uso, trasformava immagini del corpo umano in paesaggi, fiori, cieli e mari.

L'artista, con le sue opere, continua a farci stare in "bilico" tra le tante possibili realtà, ci domandiamo quante realtà ci sono nella vita di ognuno di noi e nella natura. Così la fotografia di un fiore diventa il quadro di un fiore dipinto, i girasole piegati rivivono, le foglie gialle vanno ossigenate e rivivono se l'ossigeno ritorna a purificare l'aria o soltanto come quadro dipinto. È una rappresentazione del reale ma anche creazione di un'altra realtà che si realizza tramite l'accostamento di diversi generi artistici e di tecniche diverse applicate nella medesima opera.

L'alterazione del soggetto rappresentato non altera la riconoscibilità; si tratta di un'altra realtà ottenuta alterando la scala dei colori, i profili dell'immagine, il movimento della forma, eliminando o aggiungendo particolari. La mostra è un invito ad entrre nello spazio creativo dell'artista, così come nel suo giardino di Curinga, denso di profumi e di ricordi che affiorano sulle sue tele. (Comunicato stampa)




Collage e assemblaggio di cm 72x102 denominato Bleu Charlemagne realizzato da Gianni Valbonesi nel 2020 Ritratto di Gianni Valbonesi "Dalle cose altri miraggi"
Gianni Valbonesi, 60 anni collages e di avventure


14 maggio (inaugurazione) - 19 giugno 2022
Complesso di San Paolo - Modena

Con un anno di ritardo dovuto alla pandemia (il sessantesimo dell'attività artistica di Valbonesi ricorreva nel 2021), la mostra intende proporre una ricostruzione critica dell'intera carriera dell'artista, profondamente legato alla città di Modena, dove risiede da sempre e lavora ancora oggi, a pochi passi dal centro storico e dal Complesso stesso. Il percorso espositivo comprende una novantina di opere, di cui venti inedite, altamente rappresentative di una ricerca che, nella tecnica del collage, ha trovato il suo linguaggio d'elezione, in un dialogo continuo tra materiali e supporti, tra evocazioni ed emozioni, tra fantasia e realtà.

Frequenti, i riferimenti a Paul Klee per la capacità di conferire esistenza all'immagine, a Kurt Schwitters per la tecnica combinatoria degli assemblaggi fatti con i materiali più disparati, a Jean Dubuffet per la ritrovata gioia del fare, per l'esigenza vitalistica di cui l'opera deve connotarsi, e ad altri protagonisti della storia dell'arte internazionale. Nelle opere di Gianni Valbonesi sono presenti carte di ogni tipo (spartiti, biglietti, etichette, strappi), accanto ad una miriade di oggetti che sembrano caduti inavvertitamente dalle tasche del tempo: tappi, brugole, bottoni. E ancora foglie d'acero, velluti, cordini, schegge di specchi e porcellane: il gesto artistico li salva, reintegrandoli in una nuova totalità dominata dalla meraviglia e dall'incanto del colore.

«Un giorno di novembre del 2021 - scrive Mario Bertoni - chiesi a Gianni Valbonesi come si comportava di fronte alla pagina, alla tela bianca, e lui mi replicò: "soffro di horror vacui, non sopporto quel momento, quando tutto è ancora da fare. Comincio a riempire la superficie di oggetti, di frammenti". Innanzitutto, si è in presenza di un artista il quale, anziché fuggire presso l'ispirazione, trova nel fare concreto e nell'esperienza il modo per affrontare la sperimentazione. [...] Effetto di superficie o senso del profondo? Entrambi, come tutti i sensi che le sue opere invocano, come avveniva negli interventi di arte totale».

«L'arte non si fa cercando - aggiunge Luciano Rivi - ma piuttosto direttamente trovando. Che vuol dire come siano direttamente le cose che circondano l'artista a guidarlo nella sua attività creativa, e non valga come per altri un significativo momento ideativo o progettuale preliminare a quel confronto. [...] La scommessa sembra essere quella di una possibilità di riabilitazione anche per tutte quelle immagini che per buona parte della loro vita sono state chiamate a svolgere un ruolo da comparse nella condizione banale di una quotidianità più o meno segnata dalla società dei consumi. Non è che quella precedente vita, così artefatta, debba venire smentita: dovrà piuttosto essere rivitalizzata attraverso un processo che porti a ulteriore acquisizione di senso».

«Sono poche le persone - conclude Gianni Valbonesi - che hanno la fortuna di poter fare lo stesso lavoro per sessant'anni: sarà una gioia festeggiare questo traguardo nella mia città, con gli amici, la famiglia, i collezionisti e quanti hanno seguito nel tempo il mio lavoro. Esporremo opere attuali e opere del passato. Walter Guadagnini, diversi anni fa, diceva che i miei lavori sono sempre uguali, ma sempre diversi. Credo avesse ragione. Ci sono connessioni profonde, richiami, ritorni. Quando inizio un'opera non ho quasi mai idea di come andrà a finire. La composizione finale è frutto di scelte progressive, fino al momento in cui tutto trova un suo equilibrio».

Gianni Valbonesi (Roma, 1941), cresce a Modena dove si diploma all'Istituto d'arte Venturi. A Modena continua a vivere e lavorare, dipingendo i suoi quadri con tecnica quasi esclusivamente a collage. La scoperta di Jean Dubuffet (a Venezia nel 1960), la successiva conoscenza dell'opera di Kurt Schwitters e quindi della poetica e della lezione formale di Paul Klee sono state determinanti nelle scelte formative iniziali e riemergono più o meno costantemente fino alla produzione più recente, pur se attraversate da una narrazione autobiografica.

Nel corso di oltre sessant'anni di carriera ha partecipato a decine di mostre collettive e tenuto ventisei mostre personali; sue opere sono apparse su copertine di libri, ha partecipato a rassegne internazionali di Mail Art. Nel 2002 ha realizzato un'opera monumentale per il Parco della Resistenza di Modena, collaborando a varie edizioni del festivalfilosofia di Modena. (Comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Gianni Valbonesi, Bleu Charlemagne, collage e assemblaggio cm 72x102, 2020
2. Gianni Valbonesi, ritratto dell'artista




Lorenzo Marini
Olivettype


28 aprile - 05 giugno 2022
Palazzo Uffici Olivetti - Ivrea
www.icovalley.it

Dal maestro della typeart, una mostra che celebra le lettere nella bellezza intrinseca di ogni singolo type, nella loro interpretazione più fantasiosa e fantastica, fino a farle diventare delle emoji contemporanee. Trentasei opere, una parte in grande formato e "sospese", dedicate alle singole lettere. E poi gli alphatype, gli alfabeti desemantizzati, dove il senso della lettura viene negato a favore di una identità visiva. Fino ai bodytype, opere dove il corpo umano diventa linguaggio, gesto, segno e lettera. All'entrata di Palazzo Uffici, la writetype, la tastiera scomposta, un'installazione immersiva formata da 36 cubi che richiamano un oggetto-simbolo: la Lettera 22, la mitica macchina da scrivere portatile ideata dalla Olivetti, divenuta un'icona mondiale.

La mostra segna l'avvio di ICO Valley, human digital hub italiano, a Ivrea, Palazzo Uffici, ex sede Olivetti oggi patrimonio Unesco, dove è in corso un progetto di rifunzionalizzazione degli spazi. La mostra di Lorenzo Marini, con le sue lettere liberate, si posiziona perfettamente all'interno del progetto: ovunque il richiamo alla cultura umanistica di Adriano Olivetti, simbolo di design democratico, cultura, innovazione e bellezza, sempre nel rispetto dell'uomo. E segna il primo appuntamento per Ivrea Capitale Italiana del Libro 2022 e gli appuntamenti che andranno a celebrare la visione comunitaria del periodo olivettiano.

Le opere, 36 come i cubi della tastiera e come la mitica Olivetti Lettera 36, rappresentano il core dell'alfabeto liberato dell'artista. Galleggiano, sospese, tra terra e cielo, e invitano ad una riflessione sul loro significato comunicativo visuale, alla ricerca di nuovi alfabeti, fantasiosi, misteriosi, ludici, infantili e allo stesso tempo fortemente concettuali.

Come racconta Luca Beatrice, curatore della mostra, "Lorenzo Marini appartiene a quella famiglia non troppo numerosa di artisti trasversali, partiti da una determinata esperienza e giunti a un esito differente per mezzo della curiosità intellettuale. Penso a Depero o Munari, interpreti dell'arte come linguaggio e insieme immaginazione. Ho pensato a Lorenzo per proporre un intervento nell'architettura olivettiana di Ivrea, unico esempio di riconoscimento Unesco per il novecento e non per il patrimonio storico.

Lo studio della tipografia, l'eleganza modernista dei caratteri, il coinvolgimento di talenti visivi di livello assoluto, ha attribuito infatti al marchio Olivetti uno status di unicum, su cui Marini ha a lungo riflettuto offrendone un'interpretazione attuale e convincente". La mostra è l'occasione per rileggere non solo la cultura visionaria di Adriano Olivetti ma anche il patrimonio architettonico, una fusione tra le opere e lo spazio per una valorizzazione e fruizione innovativa dell'eredità olivettiana, oggi patrimonio mondiale Unesco.

Tra i partner della mostra, l'Associazione Archivio Storico Olivetti: "In Archivio custodiamo oltre 650 diversi font della storia di innovazione di Olivetti, che hanno attraversato la scrittura in diverse epoche e con una molteplicità di prodotti" dichiara Gaetano Adolfo Maria di Tondo, Presidente. "Colore, Design, Forma, Estetica sono stati elementi fondamentali per il successo sintetizzato con 16 Compassi d'Oro. Come Presidente dell'Associazione Archivio Storico Olivetti vedo quindi sempre positivamente sviluppi e ricerca creativa che possano attualizzare rilevanti percorsi storici della nostra storia, in totale coerenza con quanto facciamo quotidianamente". La mostra è realizzata da ICO Valley con il patrocinio della Città di Ivrea, della Fondazione Adriano Olivetti, dell'Associazione Archivio Storico Olivetti e con il supporto di Prelios SGR. (Presentazione Associazione Archivio Storico Olivetti)




Opera di Alberto Fornai denominata Yalta realizzata nel 2012 Alberto Fornai
"Ultimi lavori"


10 maggio (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Associazione Culturale Renzo Cortina - Milano
www.cortinaarte.it

Alberto Fornai si esprime attraverso un linguaggio dichiaratamente pop che si rivela nell'opera ad ogni suo livello. La composizione riporta alla mente le pubblicità anni 80 e le icone/miti di quegl'anni. I colori vividi sembrano voler sottolineare ulteriormente il battage di un prodotto inacquistabile. Pertanto anche i soggetti, le immagini selezionati per essere reclamizzati, appaiono in una forma innaturale, a volte corrotta e deformata, creando un ossimoro di linguaggi.

Ciò che ci suggerisce il colpo d'occhio è l'immagine di una campagna pubblicitaria senza nome, imbellettata, tirata lucido, filtrata dallo sguardo del consumo; ma poi ciò che la tela ci racconta è la realtà del suo soggetto, a volte banale, a volte cruda, altre volte addirittura grottesca, e a volte estatica. Mostra a cura di Mafalda e Stefano Cortina. (Comunicato stampa)

Immagine:
Alberto Fornai, Yalta, 2012

___ Mostra e presentazione cataloghi pubblicati da Cortina Arte Edizioni

Dario Zaffaroni | Geometrie Cromo-cinetiche
a cura di Stefano Cortina, Susanne Capolongo, Dario Zaffaroni
Presentazione

Dadamaino | Gli anni '80 e '90, l'infinito silenzio del segno
a cura di Stefano Cortina con Susanne Capolongo, testo critico di Elena Pontiggia
Presentazione

50 e oltre | Storia di una Galleria d'Arte: la Galleria Cortina 1962-2013
a cura di Susanne Capolongo, testi critici di Flaminio Gualdoni e Maria Teresa Ferrari
Presentazione




ARTinCLUB 10
28 maggio (inaugurazione ore 18.30) - 18 settembre 2022
Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini - Lido di Camaiore (Lucca)
www.clubipini.com/artinclub10

Rassegna di pittura organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio. L'iniziativa ARTinCLUB, giunta quest'anno alla decima edizione, offre al pubblico una proposta culturale che coniuga l'arte contemporanea con la raffinata atmosfera della villa in stile Liberty, fatta costruire dal pittore e ceramista Galileo Chini agli inizi del '900 per crearvi la propria dimora nei periodi di vacanza.

Completamente ristrutturata lasciando inalterato il fascino originario, la Residenza d'Epoca Hotel Club I Pini accoglie ancora oggi numerose opere di Chini - dipinti, affreschi e oggetti d'arredamento - perfettamente conservate. In mostra recenti dipinti di Daniela Caciagli (Bibbona, 1962), Riccardo Corti (Firenze, 1952), Beppe Francesconi (Marina di Massa, 1961), Guido Morelli (La Spezia, 1967), Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964) e Valente Taddei (Viareggio, 1964): i sei artisti, seppur diversi tra loro per formazione estetica, stili e tecniche pittoriche, sono accomunati da un profondo spirito di ricerca nell'ambito della figurazione contemporanea, oltre che da un rigore compositivo e da un'accuratezza formale che rendono armonioso l'accostamento dei rispettivi lavori in un progetto espositivo comune. La rassegna, curata da Gianni Costa, è patrocinata dal Comune di Camaiore. (Comunicato stampa)




Agostino Pisani nel suo atelier a Solcio di Lesa Scultura in legno di cm 210x180x170 denominata Monumento equestre realizzata da Agostino Pisani nel 1973 Agostino Pisani
La narrazione degli oggetti quotidiani


08 maggio (inaugurazione) - 05 giugno 2022
Museo Civico Floriano Bodini - Gemonio (Varese)
www.museobodini.it

.. 08 maggio, ore 16.45, performance "Il vestito del poeta" con Marta Comerio attorno all'opera di Agostino Pisani

La mostra di Agostino Pisani continua il dialogo ideale con le opere di Floriano Bodini, sulle sponde di un "raccontare" scultoreo fortemente espressivo dei due artisti, sul filo della loro figuralità segnata inesorabilmente dall'esistere. "Tracce di memoria in un ermetismo allusivo, un diario forte e poetico insieme. Interiorità ed espressionismo, mai di retorica. Dalle mani sapienti di Agostino Pisani la materia (il prediletto Legno, cirmolo, ulivo, balsa) si articola in un immaginario visivo folto di segni e rimandi, per un aggregarsi di elementi in vicende prese dal vivere quotidiano."

Così scrive il curatore Fabrizia Buzio Negri nella brochure:

«Lectio magistralis. L'appuntamento espositivo con le opere più significative della lunga ricerca dello scultore Agostino Pisani (Savona, 1937) si inserisce all'inaugurazione come "lectio magistralis" nella Giornata del Legno, in un recupero della cultura del fare, voluta dal Museo Bodini con workshop dedicati, una tavola rotonda e interessanti connessioni con l'arte contemporanea. La mostra, che continuerà fino al 5 giugno, prende vita dai segni struggenti di una segreta biografia: le sculture si caricano di sguardi interiori che evocano precarietà.

Sono sintesi e racconto insieme. Una ricerca esistenziale che suscita, fin dagli esordi, l'attenzione del critico Mario De Micheli, a sottolineare, tra l'altro, le partecipazioni di Pisani nel '60 a Milano nelle importanti mostre del Gruppo Azimuth, assieme all'amico Piero Manzoni, fino alla grande Antologica alla Galleria d'Arte Moderna di Gallarate con una quarantina di opere, curata nel 2001 da Fabrizia Buzio Negri che ne ha redatto l'importante monografia. La forte rilevanza dello scultore nel panorama artistico italiano è sottolineata dal capitolo "Il mondo quotidiano di Pisani", a lui dedicato da Mario De Micheli nel volume "Storia dell'Arte in Italia: la Scultura del Novecento" (Ed. Utet, 1981).»

Il percorso espositivo vede opere-simbolo come il grande "Monumento equestre" del 1973, indivisibile blocco uomo-animale-oggetto. E "La dote", 1977, si esalta in una poetica di antiche memorie domestiche. Il procedere evocativo della sua scultura trova conferme negli Anni Novanta, nella installazione "Oltremare", pavimento non praticabile a intarsi, realizzato con piastrelle in legno frutto di una sapienza esecutiva unica, dove l'inventiva costante trova sempre e comunque il legno protagonista irripetibile di una trasfigurazione artistica, nelle calde venature, nei contrasti improvvisi dei noduli.

Il fascino della carta stampata torna prepotente in un ritrovarsi intellettuale con gli autori della contemporaneità. Biografie e storie - scritte e scolpite - recuperano il senso della "citazione" con spunti inventivi per "Recensioni" reciproche. Come il lungo appassionato confronto con l'arte di Pisani, vergata dal poeta Giovanni Raboni. O come la poesia scritta per lui da Alda Merini. In giorni recenti, l'affascinante libro d'artista "Didascalie" è stato creato da Pisani come originale invenzione poetico-pittorica dello scultore: un libro che sfugge ad ogni tentativo di catalogazione. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Agostino Pisani nel suo atelier a Solcio di Lesa
2. Agostino Pisani, Monumento equestre, legno cm 210x180x170, 1973




Dipinto a olio su tela di cm 70x160 denominato Prelude n1 realizzato da Sara Nina Meridor nel 2010 Dipinto a olio su tela di cm 90x100 denominato The Creation of God realizzato da Orna Ben Shoshan nel 2009 Hora
30 aprile (inaugurazione) - 31 maggio 2022
Museo Civico - Noto (Siracusa)
www.museociviconoto.it

Mostra collettiva - a cura di Daniela Brignone e di Moshe Ben Simon - promossa dall'Associazione Italia-Israele di Catania e organizzata dall'Associazione I-Design di Palermo che raccoglie e presenta i lavori di varie generazioni di artisti israeliani contemporanei: personaggi già ampiamente affermati nel panorama mondiale espongono insieme a giovani artisti riconosciuti come autentiche promesse per la loro originalità espressiva.

Fin dagli albori della creazione dello stato di Israele, la Hora, la tradizionale danza, è diventata un simbolo della ricostruzione del paese, rispondendo così alle diverse e nuove esigenze che il nascente stato si è posto: religioso-etnico, nazionale, sociale e persino ludico. Il nome Hora, pronunciato diversamente in vari paesi, deriva dall'etimo greco khorós, danza che, coniugato con la forma del greco antico khoreía, fa riferimento ad un recinto, adottato in Israele con il significato di cerchio di danzatori aperto a tutti. Israele è sempre stato un territorio dove diversi popoli, identità e idee spirituali si sono incontrati e influenzati a vicenda. Ciascuno di questi apporti culturali ha contribuito, e continua a contribuire, al processo di formazione di un'identità israeliana solida.

«Questo evento vuole rilanciare - spiega Così il prof. Antonio Danese, presidente dell'AIIS-CT, esprimendo il pensiero suo e dell'intera assemblea dei soci - le attività culturali dell'Associazione Italia-Israele di Catania (AIIS-CT) che quest'anno ha rinnovato la sua compagine interna e ha aderito ufficialmente al sistema nazionale delle APS, associazioni di promozione sociale. La mostra vuole creare ponti fra le culture del Mediterraneo, migliorando la visibilità e la conoscenza - presso il grande pubblico e i media - degli orientamenti artistici israeliani, spesso offuscati da altre eccellenze produttive del paese ebraico, quali l'hi-tech e la medicina. Comunicando meglio le più recenti tendenze dell'arte israeliana presso il pubblico italiano si vuole operare un'azione didattica per forgiare i visitatori ai valori della cittadinanza europea, contribuendo altresì alla maturazione della consapevolezza della necessità di una pace stabile fra i popoli del bacino del Mediterraneo».

«La cultura dell'accoglienza - sostiene Daniela Brignone, curatrice insieme a Moshe Ben Simon della mostra - che è patrimonio della terra israeliana, espressa metaforicamente nella danza, diventa un tema pregnante nell'epoca in cui viviamo, un forte riferimento ad una condizione globale in cui i conflitti e le migrazioni determinano un'instabilità. Le opere selezionate sintetizzano efficacemente la storia e la cultura legate al passato, al presente e al futuro del popolo israeliano, che hanno dato origine a sincretismi, a una memoria collettiva e a una ritualità confortante che unisce il popolo ebraico in ogni parte del mondo»,

Al pari della Hora, questa mostra si prefigge di esporre ai visitatori le nuove correnti artistiche che hanno contribuito alla ricerca quotidiana dell'identità israeliana. La Hora è un cerchio di danzatori aperto a tutti, esattamente come l'identità israeliana che è in continua trasformazione e accoglie al suo interno nuove esperienze visuali e di provenienza sub-identitaria, generatrici di idee di integrazione nei mondi dell'arte, tanto israeliano quanto degli altri paesi del bacino del Mediterraneo.

L'Associazione Italia-Israele di Catania, operante fin dal 1991, è una associazione culturale che rientra fra le varie realtà di amicizia fra l'Italia e gli altri paesi del Mondo. Da anni si occupa di stabilire accordi di partenariato fra Italia e Israele nei campi dell'economia, della scienza, della cultura e del turismo nonché agevolare scambi fra università e mondo della scuola dei due paesi.

_ Curatori

Daniela Brignone, Storica dell'arte e critico, docente di Storia delle Arti Applicate presso l'Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha all'attivo numerose pubblicazioni di Storia dell'arte moderna e contemporanea e di Storia dell'architettura. Ha curato mostre in collaborazione con istituzioni internazionali presso varie sedi museali e, in particolare, nel 2011 la grande esposizione dal titolo Middle Yeast presso Palazzo Sant'Elia a Palermo che ha visto la partecipazione di 23 artisti israeliani con 120 opere.

Moshe Ben Simon (Tel Aviv) vive da anni in Sicilia dove ha conseguito la laurea in "Studi del Mediterraneo" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Messina. Da oltre vent'anni lavora come guida turistica, impegnato nella promozione della storia della cultura ebraica nell'isola. In tale veste, ha pubblicato vari articoli che si occupano della Sicilia Judaica e della sua eredità archeo-culturale. Nel 2011 ha fatto parte del comitato scientifico della mostra Middle Yeast presso Palazzo Sant'Elia, Palermo.

_ Artisti

Orna Ben-Shoshan, artista nata e vissuta in Israele, eccezion fatta per una parentesi di quattordici anni (dal 1982 al 1996), in cui si è trasferita negli Stati Uniti. Le sue tele sono pervase da un universo magico in cui le leggi fisiche e la mimesi della realtà non trovano spazio. Scale sospese in aria, coni somiglianti a punte di matite al posto di piedi, alberi all'ingiù, immagini trattate con nitore formale e cromatico costruiscono mondi alternativi popolati di allegri demiurghi. È riconoscibile l'interesse per i saperi simbolici e in particolare per la Cabala che ha portato la Ben-Shoshan a scrivere in merito articoli e brevi saggi.

Eyal Ben Simon, giovane artista di Tel Aviv, ha maturato una lunga esperienza nella fotografia. In quest'ambito ha prodotto una serie di immagini in cui gli oggetti, resi irriconoscibili da elaborati processi tecnici, si trasformano in composizioni cromatiche virate di volta in volta su tinte fredde o calde. Anche negli assemblaggi di pezzi di ferro, cui ultimamente Ben Simon si è dedicato, gli oggetti di partenza sono per lo più irriconoscibili, ma questa volta non per opera dell'uomo quanto per l'azione del tempo. In tal caso, l'artista riporta alla vita i suoi objets trouvés dando loro una nuova forma-funzione.

Alexander Bogen (Lituania) ha vissuto l'esperienza di internamento nel ghetto di Vilna durante la seconda guerra mondiale. Molti dei suoi disegni più antichi e dei suoi quadri, anche recenti, registrano quell'esperienza così come la successiva riguardante la lotta partigiana contro l'occupazione nazista in Lituania. L'Olocausto, tema mai abbandonato nel corso della sua produzione, diviene una metafora della continua distruzione del mondo da parte dell'uomo. Trasferitosi in Israele a metà degli anni '50, inizia ad aprirsi all'arte astratta, componendo, tra l'altro, paesaggi in cui l'elemento figurativo non sparisce ma si attenua a favore di quello geometrico.

Yuval Caspi, israeliano, si confronta spesso con soggetti appartenenti alla tradizione e alla cultura ebraica, reinterpretandoli con l'ironia dell'uomo contemporaneo. Nella serie dedicata all'End of Wonders la fine di un'epoca eroica si vede tutta nella resa fumettistica dei personaggi biblici, disegnati in bianco e nero con pittura a spray, inchiostro e acquerello. La stessa operazione ludica ha luogo nei ritratti policromi in gesso: qui personaggi mitici per il mondo ebraico assumono fattezze di uomini comuni e si tingono di un'esuberanza cromatica che contrasta con le solenni identità cui fanno riferimento.

Igor Cherchenko, artista di origine russa che in giovane età si è trasferito in Israele. Per definire la propria opera pittorica ha coniato il termine Psicosimbolismo. È, infatti, evidente la componente simbolica delle sue figure e, come avviene in ogni tipo di arte dominata dall'immaginario dell'inconscio e dei sogni - prima tra tutte il Surrealismo - la forma è nitida e definita in modo da restituire ai temi del doppio, dei demoni, delle paure, dei desideri, la dimensione reale che hanno nella vita intima dell'uomo.

Mira Maylor, artista israeliana che privilegia il vetro per scolpire le proprie figure. Utilizza anche altri svariati materiali come legno, acciaio, capelli, metalli, che però costituiscono solo una cornice e un completamento di senso per la quella consistenza trasparente che, giocando con la luce, si anima di vita. L'amore per il vetro è tutto sintetizzato nel "bagaglio personale" ideato dalla Maylor, una vecchia valigia che si apre per mostrare al suo interno sfere di vetro quali "cose utili".

Alon Ohana, artista israeliano, è noto per la sua attività di scenografo in film come La ragazza con l'orecchino di perla. Nel campo cinematografico collabora stabilmente con Wilberth Van Thurp, scenografo del grande regista Peter Greenaway. La riflessione sul tempo della visione e la volontà di fissare ed eternare ciò che è mobile e transitorio porta, a volte, Ohana a utilizzare supporti particolari come contenitori alimentari, tutt'altro che superfici piane, e a dipingervi sopra volti che mutano espressione a seconda della posizione di chi guarda. Altre volte, invece, l'artista conferisce alle sue figure una resa materica che suggerisce la presenza di un elemento frapposto tra l'immagine e lo spettatore, occulto ostacolo alla nitidezza della visione.

Harold Rubin (Johannesburg - Sud Africa) ha portato avanti contemporaneamente la sua attività di artista figurativo e di musicista jazz. La sua vita e la sua arte sono state sempre all'insegna dell'impegno politico e culturale.

Avi Yair (Tel Aviv) lavora prevalentemente su assemblaggi che vedono protagonisti carte geografiche, scatolette di tonno e piccoli modelli di uomini e animali. Tutti questi oggetti, veri e propri ready made modificati e non, servono a Yair per riflettere sulla percezione dello spazio da parte dell'uomo. Dentro o fuori le scatolette di tonno che marcano una piccola parte di mondo rispetto a tutto il resto, gli esseri viventi camminano, ballano, conducono la propria esistenza. I supporti bidimensionali utilizzati da Yair conferiscono ai suoi assemblaggi la dimensione di quadri compositi.

Gabby Natan ha lavorato per tanti anni come art director in un'azienda leader di post produzione. Ha realizzato molte campagne pubblicitarie e serie di animazione. Specializzata in disegno e illustrazioni che caratterizzano le sue opera pittoriche che prendono influenza dalla street art e disegni dei giocatoli. Oggi lavora come freelance e si dedica ai suoi numerosi progetti artistici.

Nina Sara Meridor (ex Urss, 1976), artista grafico e pittrice, ha studiato arte grafiche a Bezalel Accademy of Arts and Design. Ha esposto in molte sedi pubbliche e private in Israele ed Italia. La sua produzione in esposizione comprende tele monocromatiche delle tonalità scure. Il ciclo intitolato In between, fa riferimento al tempo del trascendente, della magia, come suggerisce la tradizione ebraica. È un tempo speciale che consente una connessione con la realtà, con la nostra anima, le nostre paure.

Lihie Gendler- Talmor ha iniziato il suo percorso artistico solo nel 1989. Recentemente, molto della sua produzione artistica è associata agli aspetti politici, sociali e ambientali, con riguardo alla politica Medio orientale e le condizioni umane nel mondo in generale. Indaga il movimento migratorio degli esseri umani e la polarizzazione delle condizioni socio/economiche, che spingono la sua arte a occuparsi di confini e nuove condizioni che ne conseguono politicamente, socialmente e a livello ambientale.

Shade Twafra (Israele) cresciuto in uno dei villaggi dell'alta Galilea, ha scoperto l'arte come modo per esprimersi. Autodidatta, con linguaggio artistico semplice e disarmante mostra alta qualità tecnica ed uso di diversi materiali per creare lavori estremamente materica. La sua pittura mischia linee astratte, creature fantastiche e immagini autobiografiche, basati sul dualismo esistente fra bianco e nero oltre a motivi della cultura araba islamica in seno alla quale si evolve come artista. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Sara Nina Meridor, Prelude no.1, olio su tela cm 70x160, 2010, courtesy of the artist
2. Orna Ben Shoshan, The Creation of God, olio su tela cm 90x100, 2009, courtesy of the artist




Locandina della rassegna La Natura dello Spazio La Natura dello Spazio
maggio-agosto 2022
Sila Science Park & FATA Museum - Calabria
www.silasciencepark.com | www.artpressagency.it | Locandina

Quante volte abbiamo puntato gli occhi al cielo, cercando come bambini di sondare i misteri dell'universo, con il naso all'insù? Un'attitudine solo apparentemente puerile e che non sempre si perde con gli anni: la curiosità è il nucleo originario dell'essere umano. Nulla cambia se lo sguardo è orientato verso l'infinita vastità del cosmo alla ricerca della comprensione delle sue leggi, o se invece, è la più naturale tensione umana: poeti o cercatori di stelle, scienziati in provetta o grandi esploratori, non fa eccezione; da sempre l'uomo ha interpretato segni e punti della carta celeste a seconda delle proprie inclinazioni e conoscenze, solo in un secondo momento ne ha fatto l'inizio di una ricerca fondata su basi scientifiche.

È l'origine dello studio delle stelle, l'Astronomia, una scienza che nasce soltanto in epoca storica. Il suo scopo è indagare ciò che è insondato, trovare una rotta nella mappa del cielo per scoprire i suoi segreti. Con il desiderio di instillare e stimolare la capacità di osservazione nei più giovani è nata una grande Manifestazione al Sila Science Park & FATA Museum, un museo collocato nel cuore della Sila piccola, in Calabria.

Il Sila Science Park & FATA Museum è un progetto innovativo, e dedicato soprattutto alle Scuole, che si affaccia nel panorama nazionale dei musei con la prima iniziativa a carattere scientifico promossa dal Comune di Taverna grazie al sindaco Sebastiano Tarantino e finanziata dalla Regione Calabria. Il Festival dal nome tanto evocativo, La Natura dello Spazio, ha un programma ricchissimo di eventi e con una formula diffusa, richiamerà anche alcuni luoghi della città di Catanzaro e centinaia di turisti. Il museo e parco esperienziale, incentrato sul tema dei 4 elementi naturali, Fuoco, Acqua, Terra, Aria, da cui il nome FATA, si estende nel territorio del Comune di Taverna, all'interno di un'area naturale di oltre 80 ettari, per altro, tra le meno inquinate dal fattore luminoso. Lo scenario quindi è ideale per l'osservazione astronomica.

Il Sila Science Park & FATA Museum è infatti uno spazio della cultura scientifica e ambientale che, prevalentemente indirizzato al turismo scolastico e alle famiglie, si compone di una struttura coperta realizzata su progettazione del CNR, su una superficie di oltre 2000 mq. Con, da una parte, il museo FATA che si sviluppa su due piani, e dove al suo interno trova spazio la sala cinema in 3D con lo schermo curvo in fibra d'argento più grande d'Italia, e dall'altra, il Parco esperienziale esterno, dove sono adibiti altri percorsi interattivi e varie attrazioni.

Insieme completano un'offerta culturale e didattica tra le più articolate per l'intera regione, e non solo. Primissimo segnale della qualità del progetto è la composizione del comitato scientifico con Elena Console, Giovanni Carlo Federico Villa, Angela Mungo, Stefano Zuffi, Florindo Rubbettino, Maurizio Vanni, Carmine Lupia, Anna de Fazio Siciliano, Domenico Cerminara, Stefano Alcaro, presieduto da Domenico Piraina (direttore di Palazzo Reale di Milano) e anzitutto, l'alto profilo del progetto scientifico, con cui si punta a uno sviluppo del territorio sia all'interno che fuori dai confini regionali.

Promuovere il Sila Science Park significa, infatti, presentare una proposta culturale seria e originale per l'intera Calabria. La regione così, anche grazie a questo importante progetto scientifico, e in stretto dialogo con altre proposte del territorio, può finalmente tornare a rappresentare una meta imprescindibile per un soggiorno turistico, per una vacanza culturale o un viaggio d'istruzione, e in ogni stagione dell'anno (e del cielo). Anche sotto le stelle. (Comunicato Ufficio stampa e Comunicazione Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano)




Opera di Leila Vismeh e Janine von Thüngen in mostra alla Galleria Maja Arte Contemporanea Leila Vismeh | Janine von Thüngen
A mother for Earth


05 maggio (inaugurazione) - 18 giugno 2022
Galleria Maja Arte Contemporanea - Roma
www.majartecontemporanea.com

Sculture dell'artista tedesca Janine von Thüngen e i dipinti dell'artista iraniana Leila Vismeh, di cui la Galleria ha ospitato in passato le rispettive personali. "A Mother for Earth". Un titolo, che a ripeterlo a voce alta, par di udire un accorato appello, un'urgente richiesta di primaria tutela. La mostra, invero, nasce ancor prima dei drammatici eventi tutt'ora in corso in Ucraina; tuttavia, l'attualità aggiunge - o forse fa semplicemente emergere - un senso altro, una nuova intenzione: la rappresentazione della negazione della Guerra.

Scrive Isabella Ducrot a proposito delle sculture di von Thüngen: "[...] occupano lo spazio come dei punti interrogativi, che con ostinazione stanno a sollecitare risposte, e anche a voler rischiare che esse non siano rassicuranti. [...] Appare così lampante e anche accattivante che in ognuna di queste statue, di piccole o grandi dimensioni, convivono caratteri opposti, sono femmine spavalde, creature ormai liberate, prive di allusioni a divinità edeniche, per niente sacrali, simili piuttosto a certe ragazzone sfrontate e indifferenti che negli autobus affollati delle estati cittadine ne ingombrano lo spazio compresso con i loro volumi statuari che gli abiti leggeri riescono a mala pena a contenere. Pur esibendo attitudini sicure e determinate a queste donne immaginate dall'artista manca la testa. Non sembra che abbiano perso la testa, ma che non l'abbiano mai avuta."

La stessa sottrazione si ritrova nelle figure senza volto dipinte da Leila Vismeh. Osserva Margareth Dorigatti: "Quando costruisce attentamente la figura anatomica femminile, sola, oppure con una creatura umana tra le braccia, Leila Vismeh dichiara la sua visione analitica, la quale, con gesto veloce e sicuro lascia entrare l'emozione che cancella e diventa censura. Il gesto creativo della cancellazione unisce nell'atto in cui divide e diventa nuova armonia." (Estratto da comunicato stampa)




Immagini dal fronte
La Grande Guerra 1914-1918 nell'archivio della Biblioteca Cesare Pozzo


03 maggio (inaugurazione) - 29 maggio 2022
Fondazione Luciana Matalon - Milano
www.fondazionematalon.org

I momenti significativi della Grande Guerra, la prima linea e soprattutto la vita quotidiana nelle retrovie, sono i protagonisti della mostra fotografica "Immagini dal fronte" presentata alla Fondazione Luciana Matalon di Milano in collaborazione con la Fondazione Cesare Pozzo. Un'ampia selezione di oltre 120 fotografie inedite appartenenti a un fondo fotografico posseduto dalla Biblioteca dei trasporti e della mutualità Cesare Pozzo viene esposta per la prima volta e documenta non solo un momento storico di cruciale importanza e, oggi, di stringente attualità, ma anche la nascita in Italia di un genere fotografico: quello del fotogiornalismo.

L'esposizione è pensata per rendere il più possibile fruibile il patrimonio fotografico della Biblioteca Cesare Pozzo in modo che il pubblico ne possa apprezzare appieno la portata di testimonianza storica: per questo, dei 121 scatti, buona parte è esposta in originale, le altre fotografie sono riprodotte in ingrandimenti che, da un lato, ne rendono maggiormente leggibili i dettagli, dall'altro, evitano l'usura delle fragili stampe originali, in equilibrio tra valorizzazione e conservazione.

La scelta della definizione temporale - la Grande Guerra 1914-1918 - così come quella dell'allestimento e della ripartizione tematica denotano la volontà, da parte delle curatrici Eleonora Belloni e Alessandra P. Giordano, di evitare ogni attribuzione di guerra "nostra": infatti nonostante le foto ritraggano in gran parte terreni di guerra sul fronte italiano, quella che viene raccontata non è una guerra italiana, ma la Grande Guerra, il primo, e purtroppo non ultimo, conflitto globale e totalizzante di un "secolo breve" che ha visto l'umanità impegnata più a distruggere che a costruire.

Le foto presenti in mostra sono suddivise in tre sezioni tematiche: "La prima linea", "Il fronte", "Oltre i confini". A queste si aggiunge una sezione di foto del fotografo "ufficiale" della Grande Guerra, Luca Comerio. Un focus è inoltre dedicato al tema dei trasporti con alcune immagini dei treni impiegati nella condotta di materiali e, talvolta, dei caduti. L'intero corpus fotografico ruota attorno a due grandi tematiche: da una parte la guerra combattuta in prima linea, dall'altra la quotidianità al fronte. Posizioni di attacco e linee di resistenza avanzata, vedette e prigionieri, rifugi, trincee, momenti di azione che si alternano a momenti di attesa; e poi, il "dopo", le distruzioni lasciate dal conflitto, le rovine, ciò che resta di città e stabilimenti produttivi dopo che la guerra ha esercitato tutta la sua forza distruttiva.

Non manca un piccolo nucleo di immagini dedicato agli strumenti materiali della guerra, armi e munizioni, a ricordare come la Prima Guerra Mondiale fu anche la prima guerra che si avvantaggiò di tecniche e tecnologie in gran parte nuove, frutto di circa un secolo di sviluppo tecnologico e industriale che aveva investito l'intero mondo occidentale. Furono proprio queste capacità belliche, insieme a quella di mobilitare uomini e risorse, che avrebbero indirizzato le sorti del conflitto contribuendo a ridisegnare il nuovo ordine mondiale. La vita, poi, di ogni giorno scandita da visite ufficiali, adunate, distribuzione di doni, ma anche momenti più "privati": la toelettatura, l'ora del rancio, la scrittura delle lettere a casa, la partecipazione a una funzione religiosa.

«I due temi - raccontano le curatrici - si intrecciano fino a essere spesso allineati su un confine quasi impercettibile: il concetto di prima linea, una città distrutta dai bombardamenti, una donna che nel fango scava una trincea, sono tutti effetti di una guerra, al pari di un corpo di un'artiglieria in azione, il "prima" e il "dopo", non sono altro che facce di quella stessa capacità che un conflitto ha di produrre distruzione, morte, lacerazioni e macerie». Accompagna la mostra un catalogo edito da Fondazione Matalon, con una prefazione di Stefano Maggi e testi di Eleonora Belloni e Alessandra P. Giordano.

A completamento del progetto espositivo, la Fondazione Luciana Matalon presenta un calendario di appuntamenti collaterali:

.. 14 maggio, ore 16, incontro di approfondimento "Grande Guerra e trasporti", su prenotazione fino a esaurimento posti: l'incontro si focalizzerà sui cambiamenti prodotti dalla guerra in termini di mezzi (treni, biciclette, trasporto motorizzato leggero e pesante, trasporto aereo) e infrastrutture (reti stradali e rete ferrata, porti e aeroporti), ma anche di produzione industriale legata al settore della mobilità. Tra i relatori sarà presente il Prof. Stefano Maggi, Presidente della Fondazione Cesare e Professore dell'Università di Siena;

.. 21 maggio, ore 16, concerto da camera "Musica di Guerra e Musica di Pace dalla Belle Epoque al primo dopoguerra", su prenotazione fino a esaurimento posti: la soprano Raffaella Lee e il duo pianistico Sugiko Chinen e Luca A.M. Colombo interpretano brani dell'epoca a cavallo della Prima guerra mondiale e ispirati al tema della dialettica fra guerra e pace che trascende da quel periodo storico per spingersi fino alla nostra attualità. In programma musiche di J.S. Bach, V. Bellini, C. Debussy, F. Poulenc, M. Ravel, O. Respighi, F.P. Tosti e canzoni napoletane del primo dopoguerra. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra Kosmos di Emanuela Ascari Emanuela Ascari
KÓSMOS


30 aprile (inaugurazione) - 12 giugno 2022
Chiesa SS. Carlo e Agata - Reggio Emilia

Nei luoghi abitati della Terra siamo ormai privati della possibilità di ammirare la meraviglia del cielo stellato che ci circonda. Limitati nel vivere quell'intensa esperienza di infinito che ha generato nell'uomo il sentimento di spiritualità e di legame con il kósmos, essenziale a chiunque nel riflettere sulle proprie capacità interiori e nel considerare le scelte relative al proprio ruolo nel mondo.

L'opera di Emanuela Ascari - sintesi eloquente di due distinte opere precedenti "Risonanze" (2011) e "Corpo celeste" (2019) - è sostenuta dall'idea che ogni ipotesi di ri-esistenza dell'uomo, mai come ora, sia vincolata al destino del pianeta nel distendere la narrazione della perdita del cielo stellato, oscurato dall'inquinamento luminoso e atmosferico della modernità. L'inizio quindi della crisi ecologica e della fase di squilibrio ambientale che sta alterando le condizioni di vita sul pianeta, al punto da renderlo sempre più inospitale per l'uomo e per molte altre forme di vita animale e vegetale.

La parte sonora della mostra a cura di FlagNoFlags Contemporary Art, dal titolo Risonanze, indica una via per ristabilire quel legame, evocando questo paesaggio negato, non più accessibile allo sguardo, con la lettura cadenzata di una successione di nomi in ordine alfabetico, parole antiche, circa quattrocento, che corrispondono alle più luminose stelle conosciute, corpi celesti che ormai possiamo solo nominare. In Arabo la maggior parte, ma anche in Latino, Greco, Cinese, questi nomi rivelano la storia di un sapere condiviso, che attraversa epoche e territori, e di un cielo comune. E come un mantra, induce ad uscire dai confini della realtà materiale per proiettarsi dove la materia è pura energia, vibrazione e armonia, attraverso l'uso della voce, del corpo come cassa di risonanza.

Nell'esperienza dell'opera e nel suo attraversamento si estenderanno allora i confini dell'immaginario, fino a comprendere di nuovo il cielo. Un cielo che, come sempre, anche se non lo vediamo, si ripete sopra le nostre teste, in un susseguirsi di stagioni e mutamenti, portando in sé quella forza di rigenerazione che permette, ogni giorno, e dopo ogni crisi, di rinascere a nuova vita. Cielo che, ad uno sguardo più ampio, include anche la Terra, Corpo celeste tra gli altri, definizione da cui trae titolo la sequenza delle immagini fotografiche prodotte, realizzate con il metodo chimico della cromatografia circolare, utilizzato nell'agricoltura biodinamica per l'analisi qualitativa del terreno, generando disegni dalla reazione del nitrato d'argento alla luce e alla sostanza da analizzare.

I terreni rivelano così le loro caratteristiche in immagini che sono espressione visibile delle loro qualità e forze vitali, e della relazione tra sostanza organica, minerale e attività biologica. La miglior qualità si esprimerà in bellezza, vitalità delle linee e armonia dei colori ben espresse dalle cromatografie circolari esposte, relative a campioni di terreni coltivati secondo i principi della biodinamica, della permacultura, e dell'agricoltura biologica, a cui sono stati invertiti i colori, come per ribaltare il punto di vista, a rivelare la profondità cosmica insita nella Terra. Se vista dallo spazio, ad una scala diversa, anche la Terra è un astro. (Comunicato stampa FlagNoFlags Contemporary Art)




Stefano Soddu Opera in ferro lavorato al plasma denominata 10 triangoli realizzata da Stefano Soddu nel 2011 Stefano Soddu
"Geometrie del ferro"


21 aprile - 12 giugno 2022
Studio Museo Francesco Messina - Milano

Una narrazione poetica tra memoria e sogno attraverso ventiquattro sculture di grandi dimensioni in ferro, realizzate tra il 2000 e il 2019, capaci di grande leggerezza ma allo stesso tempo di grande presenza scenica. Con la mostra, a cura di Maria Fratelli, aperta al pubblico nella chiesa sconsacrata di San Sisto nell'omonima via al centro di Milano, lo Studio Museo Francesco Messina presenta un'antologica dedicata alle opere storiche di Stefano Soddu (Cagliari, 1946), artista il cui lavoro narra di un vissuto trasformato in scultura.

Il percorso espositivo si sviluppa sui due piani principali del museo dedicato a uno dei più importanti maestri della scultura del Novecento italiano, Francesco Messina. Il temporaneo trasferimento delle sculture di Messina per una mostra a Roma rende possibile la rarissima occasione di vedere gli spazi del museo liberi da queste opere e, quindi, destinati esclusivamente all'esposizione di un artista contemporaneo. L'inaugurazione della mostra, che avverrà post apertura al pubblico martedì 3 maggio (ore 16-20), vedrà alle ore 18 una speciale performance "Il Buio e la Luce" della "Soprano d'Arti" Silvia Colombini che, accompagnata al pianoforte da Asako Watanabe, declinerà in musica alcune delle opere esposte più significative.

Il punto iniziale del fare artistico di Soddu è sempre un'improvvisa intuizione, quasi una folgorazione, dalla quale scaturisce il successivo processo creativo. Un percorso poetico ancorato alla storia intima e personale dell'artista sin da ragazzo, quando non faceva le cose ma le sognava, indissolubilmente figlio di una terra arcaica di acqua, di pietra e di cielo, aspra e dolce. Sebbene la suggestione di tutta l'arte di Soddu nasca spontanea, ognuna delle ventiquattro opere esposte nella chiesa di San Sisto è preceduta da disegni preparatori sui quali l'artista si è basato per dar forma alle diverse sculture e al racconto che ognuna di esse cela in sé, animando una materia impura come il ferro.

Stefano Soddu interroga la materia, ci parla, la ascolta e ne porta a galla fascino e mistero: un aspetto strettamente legato al suo essere non solo scultore ma anche scrittore di racconti e di parole, per cui nelle sue opere materia e narrazione si fondono pienamente. Nelle sculture "magiche" di Stefano Soddu, dense di significati simbolici, si avverte una forte tensione spirituale che si declina in una grammatica essenziale e in un forte sconfinamento nello spazio circostante, tanto che, sebbene siano ben fissate a terra o al muro, le sue sculture esprimono al contempo levità.

Tutte le installazioni di Stefano Soddu esposte a Milano presentano una base geometrica nella quale l'artista inserisce un gesto informale, apparentemente "disarmonico" e di collisione con l'insieme, ma che invece viene a esaltare la dimensione poetica dell'opera stessa, rimandando a un bisogno dell'Anima: possono essere i tagli irregolari dei grandi pannelli in ferro delle cinque opere dal titolo Percorso orizzontale e Percorso verticale, tutte del 2011; così come le barre di ferro piegate e inserite all'interno dei tubi che compongono i Ferristesi del 2019; o infine l'acqua, elemento alla base della vita, della Panchina bagnata del 2000 che accoglie i visitatori all'ingresso della ex Chiesa di San Sisto.

In questa mostra, dove tutto ruota intorno agli interventi informali dell'artista sulle singole opere, in un contesto sacro per eccellenza come una chiesa, anche se sconsacrata, sono quattro le opere maggiormente impattanti da un punto di vista emotivo e visivo:

Anima gialla, esposta per la prima volta nel 2004 all'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles e successivamente presso la Galleria Biffi di Piacenza, è posizionata al centro della sala inferiore della chiesa di San Sisto ma ugualmente visibile dal piano superiore: si tratta di una scultura imponente (cm 200x160) composta da 68 formelle quadrate in acciaio disposte una accanto all'altra sul pavimento intorno ad un contenitore, sempre in acciaio, colmo di polvere di pigmenti gialli.

Le cinque Celle dell'anima, realizzate nel 2000, disposte sul pavimento a distanza regolare una dall'altra, ciascuna poggiata su una base quadrata più larga, ciascuna con all'interno una polvere colorata - rossa, gialla, nera, bianca e verde, a rappresentare i colori dell'anima - che fuoriesce da un varco sagomato sul lato di ognuna delle celle a formare una delle cinque lettere che, una volta unite, compongono la parola "Anima". Un'istallazione che deve essere vista dall'alto, come suggerisce lo stesso artista, per poter cogliere l'insopprimibile forza dello Spirito che non può essere rinchiuso in una prigione ma che inevitabilmente trova un varco e scappa via, atto di liberazione verso la vita.

I Raggi dell'anima, sempre del 2000, sono invece cerchi di lamiera appesi a una distanza di pochi centimetri dal muro, anch'essi con una fenditura irregolare dalla quale esce la luce colorata che ricopre il lato posteriore di ogni raggio riflettendosi sul muro. Infine, le cinque grandi Ruote, disposte su un tappeto rosso per contrastarne meglio il colore ferroso, caratterizzate ognuna da due cerchi di acciaio paralleli, ciascuno dei quali con una fenditura divergente rispetto all'altra.

Come sottolinea Maria Fratelli "Ogni opera nasce da una intuizione, da una idea che si manifesta nella forma. Il ferro in particolare ha suggerito a Stefano Soddu una serie di forme e di lavorazioni di superficie e di piccole trasformazioni che ne cambiavano radicalmente la natura e da materiale industriale ne disvelavano un potenziale carico di intenzioni e capace di corresponsioni. Le sue opere sono cerchi di lamiera, grandi ruote, geometrie del ferro che incontrano il colore nella forma del pigmento puro pronto ad animarle, a interagire con esse, ad accenderle, a illuminarle".

A pochi giorni dall'inaugurazione dell'antologica negli spazi della chiesa di San Sisto, dal 6 al 24 maggio Stefano Soddu sarà nuovamente protagonista della mostra "Nuove Sperimentazioni 2021-2022" presso lo Spazio-studio Quintocortile in Viale Bligny 42, dove l'artista presenterà i suoi ultimi lavori di ricerca realizzati durante gli ultimi due anni, a sottolineare come la fase di sperimentazione artistica sia sempre in divenire. La mostra, a cura di Alberto Barranco di Valdivieso, presenterà tre gruppi di sculture e pittosculture: i Cristalli, i Paesaggi, le Rovine. (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Stefano Soddu
2. Stefano Soddu, 10 triangoli, ferro lavorato al plasma, 2011




Fotografia realizzata da Jean Hurstel nella mostra al Multimedial Laboratory Art Conservation di Venezia L'œil gourmand
Fotografie di Jean Hurstel


30 aprile (inaugurazione) - 22 maggio 2022
Multimedial Laboratory Art Conservation - Venezia

Un articolato percorso espositivo, a cura di Roberta Lombardo, ci farà scoprire il mondo fantastico rappresentato dall'artista. Un mondo di sogno, irreale, rarefatto le cui pagine, le foto appunto, di varie dimensioni, si snodano per raccontarci una favola, dove i personaggi sono, a volte coloratissimi, altre monocolori, ma dove i riflessi della luce dominano il gioco.

L'occhio indagatore si appoggia e analizza elementi del nostro quotidiano e più precisamente, come il titolo  occhio goloso  suggerisce, elementi nutritivi, il nostro cibo. Aglio, peperoni, fragole, zucchine, cipolle diventano gli attori di un sorprendente circo pirotecnico. I lavori presentati sono delle macrofotografie realizzate con una ricerca tecnica raffinata e, allo stesso tempo riescono a racchiudere, per trasmetterla al visitatore, l'emozione che Jean Hurstel prova nello scoprire, di volta in volta, l'evoluzione della ricerca.

Jean Hurstel, alsaziano di nascita e veneziano di adozione, ha scoperto la fotografia all'età di 14 anni, quando il nonno gli regalo' il primo apparecchio fotografico. Gli studi prima e una carriera come dirigente di aziende poi non gli consentirono di applicarsi quanto avrebbe voluto allo sviluppo di questa passione. Approfittando pero' di ogni occasione libera per cimentarsi nei vari aspetti di quest'arte approdando, qualche anno fa, alla macrofotografia. Inizialmente sviluppo' la sua ricerca sulla ricchezza e varietà del mondo animale, ma ben presto trovo' nel cibo il proprio filone. Catalogo edito da Gambier&Keller editori con interventi di Gigi Bon, Aurora Fonda, Bernard Reumaux che ha condotto il dialogo tra Frantisek Zvardon e Jean Hurstel. (Comunicato stampa Roberta Lombardo Hurstel)




Fotografia di cm 40x50 con stampa a getto d'inchistro denominata Limen 30 realizzata da Marcello Scrignar nel 2018 Marcello Scrignar
"Limen"


29 aprile (inaugurazione) - 30 luglio 2022
JulietRoom - Muggia (Trieste)
www.juliet-artmagazine.com

Nello spazio promozionale dell'associazione Juliet, si inaugura la personale del fotografo Marcello Scrignar. La mostra, composta da circa venti fotografie di piccole e grandi dimensioni, sarà introdotta dalla curatrice Elisabetta Bacci. Si tratta di fotografie digitali, e come tali non pretendono di evidenziare in modo significativo la professionalità tecnica di Scrignar, decisamente notevole, come tradizionalmente accade nei processi analogici di produzione e stampa.

In questo caso, la centralità della narrazione, risiede invece nella capacità di tradurre la dilatazione percettiva della mente, che supera e governa il semplice sguardo sulla realtà, in rappresentazione. Per esempio, in un gioco di rimandi, l'immagine delle foglie che vediamo sulla superficie dell'acqua, può prestarsi all'esercizio dell'attenzione dall'oggetto foglia all'oggetto acqua e viceversa. Il riflesso è illusione della foglia, ma assieme agli altri elementi è, in una concezione buddista, illusione della presunta realtà, nei fenomeni tutti. Queste fotografie divengono allora processo di conoscenza per l'autore e per chi le guarda, in un gioco di rimandi e di richiami di responsabilità. (Comunicato stampa)

Immagine:
Marcello Scrignar, Limen #30, stampa ink jet, cm 40x50,, 2018




La luce del nero
15 aprile - 28 agosto 2022
Ex Seccatoi del Tabacco | Palazzo Albizzini - Città di Castello
www.fondazioneburri.org

Sono almeno tre i motivi che rendono questa rassegna, a cura di Bruno Corà, realmente imperdibile. Il tema scelto dal curatore, innanzitutto: il nero che da buio, assenza, si rifà colore. Come evidenziano le opere di Burri ma anche di molti grandi artisti del Novecento riunite da Bruno Corà per la mostra. Altrettanto importante è la motivazione sociale che sottende a questa esposizione, che nasce dal progetto sociale europeo riservato all'arte contemporanea e alla disabilità visiva. Infine, il fatto che questa mostra coroni la riapertura degli spazi degli ex Seccatoi di Tabacco.

Bruno Corà, annunciandola, sottolinea come il nero "tra la fine del Medioevo e il XVII secolo avesse perso il suo statuto di colore. Com'era prevedibile, sono stati gli artisti a riconferire al Nero la sua valenza cromatica e in particolare, tra loro, appare essenziale l'azione di Kazimir Malevic esponente di punta della corrente suprematista russa e autore del celebre Quadrato nero su fondo bianco (1915), opera presente in questa mostra mediante una stampa che ne riproduce l'immagine.

Nella religione, nella mitologia e nell'astrofisica il nero è stato l'immagine originaria di un mondo precedente alla manifestazione della luce e la sua tenebra si è estesa fino al concetto di "materia oscura", di cui tuttora sembra sia costituito tutto l'universo". Tra gli artisti del XX secolo, dopo il secondo conflitto mondiale, Burri è colui che più di ogni altro ha usato il Nero nelle sue opere, soprattutto con un'intensità crescente a partire dagli anni '70-'80, giungendo perfino a dipingere totalmente di nero anche gli Ex Seccatoi del Tabacco di Città di Castello, edifici industriali diventati sedi museali dei suoi grandi cicli pittorici.

Insieme a Burri hanno realizzato opere dominate dal nero anche artisti documentati in mostra, come Agnetti, Bassiri, Bendini, Castellani, Fontana, Hartung, Kounellis, Lo Savio, Morris, Nevelson, Nunzio, Parmiggiani, Schifano, Soulages, Tàpies. Ciascuno con modalità, intenzioni e valenze diverse, tutti purtuttavia capaci di suscitare nel visitatore stati d'animo, percezioni e sensazioni differenti. Infine all'insegna del Nero e della caecitas è rivolto anche il sentimento dei poeti per significare lo sguardo interiore della "veggenza" psichica e poetica all'opposto di quella fisica".

Ma non meno importante il "perché" di questa grandiosa rassegna. A chiarirlo è sempre il professor Corà in veste di Presidente della Fondazione Burri: "la mostra "La luce del Nero" è stata realizzata - annota lo studioso - nell'ambito del programma "Europa Creativa 2020" con il progetto "Beam Up" (Blind Engagement In Accessible Museum Projects 2020-2023), uno dei 93 progetti cofinanziati tra i 380 presentati dai 34 Paesi europei aderenti. Al progetto, oltre alla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ed Atlante Servizi Culturali, hanno inoltre collaborato come partner la Fondazione Istituto dei Ciechi di Milano per tutti gli aspetti inerenti alla disabilità visiva; The Glucksman - museo di arte contemporanea nel campus dell'Università di Cork (Irlanda) e il MSU Muzej Suvremene Umjetnosti - Museo di Arte Contemporanea di Zagabria - per il settore museale.

La mostra propone un'esperienza percettiva del Nero al vasto pubblico sia dei vedenti che dei non-vedenti, fornendo in taluni casi esempi pressoché mimetici (Burri) e, in altri, forme, materiali e tecniche usate dagli artisti. In tal modo, nel percorso fruitivo della mostra avverranno processi cognitivi idonei a partecipare ad un'esperienza, per molti versi, immediata e fortemente stimolante". "La luce del nero" è accolta dagli ex Seccatoi del Tabacco, contesto di origine manifatturiera acquistato e trasformato da Alberto Burri per accogliervi le proprie opere, in particolare i suoi grandi cicli. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Installazione di cm 200x200x200 denominata Social Trap realizzata da Marta Ciolkowska Marta Ciolkowska
Let's take it offline


30 aprile (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Galleria KoArt /Unconventional Place - Catania
www.galleriakoart.com

Personale dell'artista Marta Ciolkowska (Lódz - Polonia, 1993), che segna una nuova tappa nella volontà di ricerca e valorizzazione dell'arte contemporanea in un territorio curioso e sempre aperto a nuove sfide come quello catanese. L'esposizione a cura di Aurelia Nicolosi, ruota attorno al concetto di comunicazione e all'utilizzo smodato dei social media che deformano e trasformano le menti e gli atteggiamenti delle persone.

«In un mondo 'social' - sostiene Aurelia Nicolisi nel testo in catalogo - dove apparentemente la connessione e la comunicazione sembrano gli aspetti dominanti, nasce l'ossimoro, il paradosso dell'isolamento, della solitudine, della mancanza di libertà e di autodeterminazione. Tutto sembra divertente, ma, in realtà, tutto si trasforma in una condizione di schiavitù e di dipendenza mentale e fisica, da cui non si può prescindere. Il presente si distorce e la quotidianità si proietta in una dimensione fittizia dove la psiche rischia di essere completamente soggiogata, atterrita, annientata, in un processo inconsapevole, dove l'identità viene piano piano travolta e disintegrata.

La mostra, pertanto, diventa una presa di posizione, un'esortazione a spegnere, ad evadere da un mondo fittizio, che è causa molte volte di profondi malesseri e turbamenti. Ormai l'uomo è circondato, è immerso negli algoritmi, ma ciò non significa che debba costruire la sua vita in funzione di essi. Pertanto, let's take it offline!, la ribellione al Grande Fratello è ora, perché, come direbbe George Orwell, «in tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario».

Facebook diventa il 'cubo' al piede che blocca ogni movimento e volontà di emancipazione; il telefonino assume l'identità di una protesi, di un prolungamento naturale di una mano; la sfera trasparente diventa quella barriera invisibile che circonda chi s'immerge col suo cellulare nell'interazione virtuale quotidiana, e cosi via... Ogni istallazione offre uno spunto di riflessione sui molteplici aspetti di una società dove le barriere non sono solo più fisiche ma anche mentali e digitali. Il visitatore è, pertanto, chiamato ad interagire con le opere e a riflettere sulle varie pericolose implicazioni dell'Era del Web.

«Marta Ciolkowska si può inserire - come scrive all'interno del catalogo dedicato alla mostra la curatrice Maria Chiara Wang, autrice di un altro testo critico sui lavori dell'artista - a pieno titolo nella folta schiera dei nativi digitali, ovvero in quella generazione - così come definita nel 2001 dallo scrittore e studioso statunitense Mark Prensky - che è nata e cresciuta contestualmente alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche. [...] Dal 2017 Marta Ciolkowska attraverso la serie di opere: Social Toilet, Social Prison, Future, Social Time e Social Trap analizza l'homo digitalis  - per dirla con il filosofo coreano Byung-Chul Han  - e i suoi disordini. [...]».

Video e installazioni caratterizzano l'esposizione in una sorta di percorso catartico, dove gli intrecci dei cavetti, rappresentano la ragnatela da cui è necessario svincolarsi per raggiungere la propria libertà. In un gioco di rimandi l'artista stimola il visitatore con costanti provocazioni, che suscitano in un primo momento ilarità per lasciare poi spazio alla presa di coscienza e alla volontà di spegnere tutto per costruire una identità migliore.

Marta Ciolkowska ha conseguito il Diploma Accademico e Specialistico di primo e secondo livello in Interior Design, presso l'Accademia di Belle Arti di Lódz. Ha visitato numerosi musei, fondazioni, gallerie e archivi internazionali alla ricerca di programmazioni e format innovativi, ma anche d'idee e spunti atti a far maturare la sua produzione artistica, con l'obiettivo di stabilire nuove partnership. Si occupa di video, installazioni, performance e grafica. Nel 2014 vince la borsa di studio per la mobilità estera Erasmus+ e frequenta per un semestre l'Accademia di Belle Arti di Catania (Italia), dove ha la possibilità di essere presente a conferenze e workshop. È presente in numerosi cataloghi e pubblicazioni di mostre collettive e personali con menzioni speciali in riviste e siti web. Da diverso tempo realizza progetti su tematiche sociopolitiche, osservando attentamente le dinamiche sociali. L'osservazione dell'ambiente, dell'attività umana o della sua mancanza, fornisce un punto di partenza per i suoi progetti creativi.

I problemi del mondo moderno l'hanno portata a meditare sulle preoccupazioni che coinvolgono il nostro intero ecosistema, la nostra esistenza, la nostra impronta ecologica, e a sviluppare molteplici riflessioni riguardanti l'impatto della tecnologia e dell'arte sugli esseri umani. Consumismo, sviluppo tecnologico, inquinamento, politica, economia, ecologia, social media, problemi sociali e diritti umani sono i temi principali delle sue opere recenti, in cui le attività performative e interdisciplinari hanno avuto un impatto visibile su gruppi sociali opportunamente selezionati. Attraverso una rappresentazione ironica dei difetti della società, provoca riflessioni e induce all'autocritica che ogni essere umano dovrebbe avere. Dal 2015 è stata coinvolta in vari eventi artistici come mostre, festival e workshop internazionali.

Specializzata in storia dell'arte, Aurelia Nicolosi, ha al suo attivo importanti collaborazioni con il Palazzo delle Esposizioni di Roma, Palazzo Strozzi a Firenze e Palazzo Blu a Pisa. Per la Casa Editrice Giunti ha coordinato i cataloghi di importanti mostre dal carattere internazionale. Ha fondato con Antonio Fallica nel 2014 KoArt/Unconventional place, una galleria d'arte nel centro storico di Catania, e ha partecipato con i suoi artisti ad eventi prestigiosi sul territorio italiano ed estero Attualmente scrive come free lance su periodici come Cultura Commestibile e collabora con l'associazione guide turistiche della Sicilia in qualità di formatore. Per l'associazione fiorentina Fund4art è referente dei progetti in Sicilia. Nella secondaria di secondo grado insegna storia dell'arte e supporta i ragazzi disabili in progetti dove l'Arte è intesa come visione totalizzante di musica, canto, danza e pittura.

Maria Chiara Wang, laureata in Lettere Moderne con una tesi in cartografia medievale, si dedica all'arte contemporanea come critica e curatrice. Scrive regolarmente per le riviste Esparte, Exibart e Small Zine - redigendo interviste, recensioni e approfondimenti - e collabora con spazi espositivi indipendenti, gallerie e istituzioni, in Italia e all'estero. Ha, inoltre, preso parte a talk e a tavole rotonde promosse da festival e fiere d'arte sia come ospite che come moderatrice.

Non solo galleria ma spazio creativo che dialoga con il cuore pulsante di Catania e con i nuovi scenari dell'arte contemporanea, la Galleria KoArt/Unconventional place accoglie nuove generazioni di artisti che si muovono in prima linea sulla scena nazionale e internazionale. Grazie alla preziosa collaborazione del comitato di Centrocontemporaneo e delle Associazioni San Michele Art Power e Fund4art Firenze, sono state numerose le mostre di qualità che hanno determinato il successo di un'iniziativa forte e coraggiosa, volta al recupero di una bellezza superiore al puro piacere estetico.

Le opere proposte dalla Galleria KoArt/Unconventional place spaziano dal figurativo al concettuale con un occhio attento alle ultime tendenze nel campo del design e della fotografia. Il curriculum dell'artista non è l'unico criterio adottato per la selezione dei lavori esposti: creatività, raffinatezza tecnica e originalità della ricerca giocano un ruolo fondamentale per costruire un buon portfolio e accedere a importanti progetti. Un'aria internazionale si respira, quindi, all'interno della Galleria KoArt/Unconventional place che sembra ricordare le architetture di Soho e Chelsea, quartieri cool della città di New York, aperti alle nuove tendenze creative: il candore delle pareti stempera i toni scuri del pavimento in un gioco di rimandi, che rendono l'ambiente un perfetto incubatore di idee. La luce, curata dalla designer Marzia Paladino (Ladyled), costituisce un punto di forza essenziale per valorizzare le tele e le sculture, rendendo l'allestimento unico e innovativo, in linea con gli orientamenti di ultima generazione che sfruttano la tecnologia a led. (Estratto da comunicato stampa)

Immagine:
Marta Ciolkowska, Social Trap, installazione cm 200x200x200, 2022




Locandina della mostra Leonor Fini Ceramica e Pittura Note e Profumi Leonor Fini segreta
Ceramica e Pittura, Note e Profumi


10 aprile (inaugurazione) - 03 luglio 2022
MIDeC / Museo Internazionale del Design - Laveno-Mombello (Varese)

Una mostra multimediale di pittura, musica e percezione olfattiva, sulla personalità e l'arte della grande pittrice attraverso la sua fondamentale formazione giovanile a Trieste. La rassegna, ideata e curata sul piano critico da Marianna Accerboni, prosegue, a poco più di 25 anni dalla morte di Leonor, anche attraverso opere mai esposte in assoluto, l'indagine della curatrice sull'arte e la personalità della grande pittrice surrealista, che fu anche costumista, scenografa, incisore, illustratrice e scrittrice di fama e frequentazioni internazionali.

Presentazione




 La Dama con lo scoiattolo, dipinto di Hans Holbein "La Fornarina" di Raffaello a Londra e "La Dama con lo scoiattolo" di Hans Holbein a Palazzo Barberini
12 aprile - 31 luglio 2022
Gallerie Nazionali di Arte Antica (Palazzo Barberini) - Roma

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica annunciano un importante scambio: partita la Fornarina di Raffaello alla volta della National Gallery di Londra, per la mostra The Credit Suisse Exhibition: Raphael, a cura di Matthias Wivel, in programma dal 12 aprile al 31 luglio 2022, arriva dallo stesso museo la Dama con lo Scoiattolo, capolavoro di Hans Holbein. L'esposizione londinese, una delle più importanti dedicate a Raffaello, rimandata di due anni per la pandemia, è un'opportunità senza precedenti di conoscere Raffaello; la mostra infatti vuole raccontarlo non solo come pittore, ma anche attraverso i suoi progetti di architettura, gli esperimenti poetici, nella scultura e negli arazzi.

"Lo scambio tra le Gallerie Nazionali di Arte Antica e la National Gallery di Londra rappresenta per noi una grande opportunità di crescita e conoscenza", afferma Flaminia Gennari Santori, Direttrice delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini: "La promozione all'estero del nostro patrimonio culturale, con la possibilità di ospitare un capolavoro altrettanto importante nelle nostre Gallerie, è una delle direttrici strategiche del mio operato che mira a rendere la cultura sempre più universale e condivisa".

La dama con lo scoiattolo (Anne Lovell?), databile al 1526-1528, sarà affiancata nella Sala n.16 dedicata i ritratti da due dipinti delle Gallerie Nazionali riferibili più o meno direttamente a Holbein o al suo entourage: il Ritratto di Enrico VIII e il meno noto e mai esposto Ritratto di Sir Thomas More, copia del celebre originale oggi conservato presso la Frick Collection di New York e anch'esso databile al 1527.

Il confronto ravvicinato, oltre a un interesse di ordine filologico per studiare la fattura e l'autografia dei dipinti, intende mettere a fuoco anche altri diversi aspetti funzionali e "ideologici" legati al tema del ritratto, insieme ufficiale e privato, così come viene esplorato in termini peculiari da Hans Holbein, in particolare durante il suo soggiorno alla corte dei Tudor. Sarà inoltre l'occasione per tematizzare il rapporto tra l'immagine ritrattistica e le sue funzioni memoriali, diplomatiche, celebrative, biografiche e affettive.

- Hans Holbein
La dama con lo scoiattolo (Anne Lovell?), 1526-1528, olio su tavola, 56x38.8 cm

Nel ritratto, una donna dall'aspetto distaccato e solenne indossa un berretto di folta pelliccia bianca, sedendo con uno scoiattolo rosso in grembo e uno storno dalle piume lucide sulla spalla, animali domestici comuni nel XV secolo, ma anche dal forte significato simbolico, usati come indizi per l'identità del soggetto. Si pensa che sia Anne Lovell, il cui marito, Sir Francis Lovell, era impiegato alla corte di Enrico VIII, re d'Inghilterra. Lo storno (starling in inglese) è probabilmente inteso come un gioco di parole in rima di East Harling, dove la famiglia aveva recentemente ereditato una grande proprietà. Gli scoiattoli che rosicchiano noci sono presenti nell'araldica della famiglia Lovell: le finestre della chiesa di East Harling includono due degli stemmi della famiglia, ciascuno con sei scoiattoli rossi. La commissione potrebbe essere stata la commemorazione della nascita di un figlio della coppia nella primavera del 1526, ma ha anche l'esibizione del loro nuovo status di ricchi proprietari terrieri. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Massimiliano Muner: Fukinsei
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
www.barbarafrigeriogallery.it/page/19

Shin'ichi Hoseki Hisamatsu (1889-1980), filosofo, studioso e monaco Zen di tradizione Rinzai, nella sua opera "Zen and the Fine Arts", identifica i sette valori chiave che le arti giapponesi ispirate ai principi zenisti dovrebbero possedere. Tra questi vi è anche il concetto di fukinsei ("asimmetria"). Fukinsei, che indica la bellezza dell'asimmetria e dell'irregolarità, permette all'artista di sottrarsi alla continua ricerca della perfezione e alle convenzioni estetiche, favorendo un'indagine più libera sui mutamenti che caratterizzano la realtà. Secondo il pensiero giapponese, il fukinsei è la capacità di utilizzare l'asimmetria e l'irregolarità per creare un nuovo equilibrio.

Nell'arte di Massimiliano Muner la polaroid viene tagliata, scomposta e ricomposta: il risultato è una serie di moduli in continua evoluzione. Si dilatano o, in alcuni casi, comprimono ma ciò che rivelano è un unico soggetto e momento. L'irregolarità diventa così un'opportunità per esplorare i frammenti di una realtà quasi sfuggente, suggerendo contemporaneamente un silente inno al qui ed ora. Nei dittici composti da quattro polaroid, le coppie non vengono abbinate seguendo uno schema a specchio.

Questo provoca nello spettatore un iniziale turbamento, in quanto accecato dall'intuitiva ricerca della simmetria. Basterà non distogliere lo sguardo e abbandonare i propri preconcetti per cogliere il fukinsei e farsi inebriare da una nuova armonia estetica. Il gioco di inquadrature imperfette cristallizzate nell'enigmatica eleganza delle sue composizioni, rendono infine i soggetti (fiori e farfalle), l'eco della vita, della morte e del tempo, suggerendo altre e infinite prospettive concettuali. (Fukinsei, di Lucija Slavica)




Genova Sessanta
Arti visive, architettura e società.
Le trasformazioni della città, della creatività e del costume negli anni del boom economico.


14 aprile - 31 luglio 2022
Palazzo Reale - Genova

Esposizione, a cura di Alessandra Guerrini e Luca Leoncini con Benedetto Besio, Luisa Chimenz, Leo Lecci e Elisabetta Papone, per raccontare le grandi trasformazioni di Genova negli anni Sessanta del Novecento, un decennio di profondi cambiamenti dovuti all'irrompere di nuove idee e rinnovati stimoli culturali, di significativi mutamenti sociali, d'innovazioni economiche e nuovi linguaggi che hanno segnato un'accelerazione nelle produzioni delle arti visive.

È una città in magmatico fermento quella che nel decennio del Grande Boom italiano vuole lasciarsi definitivamente alle spalle le ferite della guerra per darsi un volto ed un ruolo europei, puntando sull'industrializzazione e sui servizi, alimentati da nuove arterie di comunicazione e da nuovi quartieri progettati per ospitare una forza lavoro proveniente dal Sud. In un pugno di anni la vecchia Genova si trasforma, calamitando grandi professionisti da fuori ma galvanizzando anche le risorse culturali proprie, per trasformare visioni in realtà. L'energia della crescita incentiva la creatività in tutti i settori, dall'arte, al design alla musica, alla cultura, all'economia. Fisiologicamente, è una storia di luci ed ombre, fotografia di una Italia che in quel fatidico decennio cerca una sua non facile nuova strada.

Oggi, a distanza di 60 anni da quegli anni '60, la cronaca si è fatta storia e diventa meno velleitario tracciare delle analisi, evidenziando la potenza rigeneratrice che spingeva verso dei futuri ritenuti comunque migliori, senza tralasciare le molte contraddizioni di un'epoca che, comunque la si valuti, continua a incidere, se non connotare, la Genova di oggi.

Un viaggio entusiasmante in quella fucina di energie e visioni esistenziali che fu la Genova degli anni Sessanta scandito, lungo tutto il percorso espositivo, dagli scatti di alcuni dei grandi fotografi genovesi attivi in quegli anni - Lisetta Carmi e Giorgio Bergami soprattutto - con disegni di architettura, arredi di design, grafica pubblicitaria, oggetti industriali, dipinti e sculture di autori di assoluto primo piano, da Lucio Fontana a Andy Warhol, da Mimmo Rotella a Vico Magistretti, da Gio Ponti a Franco Albini, da Angelo Mangiarotti a Eugenio Carmi. La mostra sarà accompagnata da un catalogo scientifico con saggi e schede delle opere esposte, edito da Silvana Editoriale, a firma non solo dei curatori ma anche di studiosi di chiara fama. (Comunicato stampa)




Locandina della mostra di Paolo Leonardo Paolo Leonardo
Altri occhi


30 aprile (inaugurazione) - 30 giugno 2022
Galleria Alessandro Bagnai - Foiano della Chiana (Arezzo)
www.galleriabagnai.it

Altri occhi è anche il titolo del video, parte della mostra, realizzato in collaborazione con Daniele Gaglianone e accompagnato dalle musiche di Walter Magri. A partire dal 2009 Paolo Leonardo ha ricercato immagini di fotografi anonimi conservati in archivi privati, per lo più paesaggi, immagini fotografiche, sulle quali è intervenuto con la pittura, per la prima volta anche su tela. Egli agisce, ha spiegato in una recente intervista: "come un jazzista che parte da un tema fisso; lo riprende, lo deforma, lo trasforma, le immagini sono così consegnate a una nuova vita, ad altre dimensioni."

Al rosso acceso che infuocava i suoi paesaggi urbani, al giallo, all'oro che trasfiguravano le figure, le "modelle", dei manifesti pubblicitari, sostituisce in questa nuova serie di opere, che definisce infatti quadri bianchi, il bianco e nero fino alla monocromia. La pittura, i colori con cui interviene sulle immagini fotografiche le sottraggono alla contingenza, donando loro una dimensione onirica che permette all'artista di far affiorare, ricordi personali esperienze e quello "splendore del vero", che fu caro alla Nouvelle Vague, lo splendore di una bellezza restituita all'osservatore in frammenti, che procede attraverso sequenze. La pittura attraversa, cancella, rifonda, compiendo la sua funzione di rendere eterno ciò che eterno non è, di rendere durevoli i sentimenti, i ricordi, le esperienze che le immagini fotografiche catturano per un momento, aggiungendo alla storia delle stesse un prima e un dopo.

"Concepisco tutto il mio lavoro come un insieme di frammenti, non mi interessa imporre nessuna visione, nessun discorso. Quei frammenti sono i bagliori della nostra vita, qualcosa che abbiamo strappato al flusso, e al di là dei frammenti qualcosa si esprime e si può rivelare: dietro queste schegge ci siamo noi, con noi stessi, con gli altri, con il mondo." P.L. (Comunicato stampa)




La veste del Buddha
dal 29 marzo 2022
Museo d'Arte Orientale - Torino
www.maotorino.it

Le origini del kesa (termine giapponese che traduce dal sanscrito kasaya ovvero "ocra"), la veste indossata dai monaci buddhisti, sono antichissime e leggendarie. Secondo la tradizione fu infatti il Buddha stesso a chiedere al suo discepolo Ananda di realizzare un abito che tutti i suoi seguaci potessero indossare e che fosse somigliante alle geometrie delle risaie in cui amava passeggiare. L'uomo lo accontentò e cucì una veste semplicemente assemblando tessuti di recupero. Da allora i monaci realizzato i kasaya (che prenderà il nome di kesa quando il Buddhismo entrerà in Giappone) unendo vecchi lembi di stoffe, scampoli spesso laceri e rovinati e tinti con terre umili (ocre, da cui il nome), che vanno a comporre una veste unica, "il più prezioso degli abiti", simbolo di semplicità e purezza.

Viene eccezionalmente esposto al pubblico, in occasione di una delle periodiche rotazioni a fini conservativi che interessano la galleria dedicata al Giappone, uno dei tesori delle collezioni del Museo d'Arte Orientale, un kesa di epoca Edo (sec. 1603-1967) in raso di seta verde broccato, decorato con gruppi di nuvole e una serie di motivi circolari sparsi, ognuno dei quali ricorda una corolla floreale stilizzata. La scelta e l'accostamento di colori, oltre alla stessa iconografia, rimandano agli analoghi tessuti realizzati in Cina già durante l'epoca Tang e sono frutto di commistioni e di influenze reciproche fra Cina e Medio Oriente che, nei secoli, hanno fatto viaggiare sulle antiche rotte commerciali non solo merci preziose, ma lingue, stili, saperi.

Su queste stesse rotte ha viaggiato anche il secondo kesa esposto, un raro esemplare creato a partire dal cosiddetto "broccato di Ezo", un tipo di tessuto giunto in Giappone dalla Cina attraverso la zona di Ezo, l'attuale Hokkaido, terra degli Ainu. Il tessuto in seta e argento a strisce presenta una decorazione floreale molto ricca: su uno sfondo brillante di color rosso-arancio sono intessuti grandi tralci di peonia e altri fiori, accostati a simboli augurali, fra cui spicca il motivo ricorrente della moneta, stilizzata secondo l'uso cinese nell'anagramma degli "Otto Tesori". (Comunicato stampa) BR>



Vittore Grubicy
Un intellettuale-artista e la sua eredità
Aperture internazionali tra Divisionismo e Simbolismo


08 aprile - 10 luglio 2022
Museo della Città - Livorno
www.museodellacittalivorno.it

Mostra per osservare come e quanto questa nuova figura di intellettuale sia stata al tempo un singolare artista oltre che gallerista e scopritore di talenti, e come abbia inciso sulla scena artistica internazionale tra il Divisionismo e il Simbolismo. Da un progetto di Sergio Rebora e Aurora Scotti Tosini, promossa da Fondazione Livorno e realizzata da Fondazione Livorno - Arte e Cultura insieme al Comune di Livorno, segue più fili paralleli di racconto: l'uomo, innanzitutto, le sue passioni, le sue scelte di vita, gli ambienti italiani e internazionali che ebbe a frequentare - mai passivamente - e l'arte del suo tempo, che seppe precorrere, guidare, promuovere e poi lui stesso interpretare.

E con l'arte, il nuovo che era in arrivo, di cui coglie le opportunità, innanzitutto quelle offerte dai progressi delle tecniche di riproduzione, perfette per creare un nuovo mercato o allagarlo. Il tutto in anni in cui si transita dalla scapigliatura, al Divisionismo giungendo sino agli esordi del futurismo. Come puntualmente, e con ricchezza di testimonianze, la mostra livornese documenta. È lo stesso Vittore, ritratto in diversi momenti della sua vita, a introdurre il visitatore nelle nove ampie sezioni dell'esposizione che, grazie anche alla possibilità di attingere ai materiali inediti conservati dagli eredi di Ettore Benvenuti (dipinti, disegni, incisioni, documenti, fotografie, oggetti d'arredo, suppellettili...) consentono di proporre una dimensione privata dell'uomo, sino a oggi poco, o mai, esplorata.

I Grubicy appartengono a un nobile casato magiaro trapiantato a Milano. Mamma Antonietta è pittrice per diletto ma in casa ci sono i dipinti degli artisti più promettenti del momento, che è quello tra gli anni '70 e '80 dell'Ottocento. Il fratello Alberto gestisce in proprio la Galleria Gubricy, che ebbe un ruolo importante sino ai primissimi anni'20 del Novecento. Vittore imbocca invece la strada di critico e promotore, curando le prime retrospettive di Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni, sostenendo ed ospitando nella propria dimora Giovanni Segantini ai suoi esordi che spinge ad approfondire la conoscenza di Millet e del naturalismo francese, ma occupandosi anche del giovane Angelo Morbelli, di Achille Tominetti e di Serafino Macchiati.

Intuendo le potenzialità internazionali dell'arte italiana, propone all'Expo di Londra del 1888 la memorabile "Italian Exhibition". Nei Paesi Bassi, dove vive a lungo, frequenta e stringe rapporti con i maggiori esponenti della Scuola dell'Aja e comincia egli stesso a disegnare e dipingere. Viene poi l'innamoramento per il Giappone e l'Estremo Oriente. Impara lingua e scrittura giapponesi e raccoglie testimonianze notevolissime di quella civiltà che porta in Europa. Nel contempo sostiene le prime istanze simboliste milanesi: Previati, innanzitutto, ma anche Conconi e Troubetzkoy.

Grubicy è molto attento anche alle arti industriali riconoscendo le qualità di eccellenza delle opere di Bugatti o di Quarti, ma apprezzando anche altre produzioni artigianali, e collezionando ceramiche rinascimentali. L'amore per ogni forma di espressione artistica si tradusse nella pratica diretta del disegno e della pittura, trovando una specifica collocazione nell'alveo del Divisionismo e del Simbolismo internazionale.

Una intera sezione è riservata al rapporto tra Vittore e Toscanini, col tramite di Leonardo Bistolfi; Grubicy eseguì un ritratto postume del giovane figlio del maestro per il quale Bistolfi aveva progettato il monumento funebre al cimitero monumentale di Milano. In mostra troviamo anche un gruppo di dipinti appartenuti a Toscanini, recentemente acquisiti da Fondazione Livorno. Proprio Livorno è al centro dell'ultima sezione della grande mostra perché, come è testimoniato dalle opere in essa esposte, Vittore ebbe un ruolo fondamentale nel rinnovare la pittura livornese, dopo la lunga vicenda macchiaiola e post macchiaiola.

"La presenza di un cospicuo nucleo di opere dell'artista nelle collezioni della Fondazione Livorno e la disponibilità pubblica del suo ricchissimo e prezioso archivio presso il Mart di Rovereto hanno offerto nuovi innumerevoli spunti di studio e sono alla base anche della mostra, che intende proporre il personaggio nella sua veste pubblica di intellettuale, artista e promoter ma anche nella sua dimensione privata e più nascosta di uomo del suo tempo, con le sue debolezze, le sue idiosincrasie, la sua generosità e i suoi slanci sentimentali" sottolineano i curatori Sergio Rebora e Aurora Scotti Tosini. Accompagna la mostra un catalogo, edito da Pacini Editore, riccamente illustrato. Una vera e propria monografia con saggi e documenti inediti. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Sala espositiva con opere realizzate da Emilio Scanavino Emilio Scanavino
This is tomorrow


01 aprile - 20 giugno 2022
Archivio Scanavino - Milano
www.archivioscanavino.it

A cento anni dalla nascita dell'artista l'Archivio Scanavino inaugura la sua nuova sede con una mostra, a cura di Marco Scotini, che riflette sulle sue opere e il suo rapporto con la ceramica policroma. Uno dei maestri della pittura italiana della seconda metà del Novecento, Emilio Scanavino (1922-1986) figura - anche se le definizioni sono sempre limitanti - tra i protagonisti della cosiddetta generazione informale e del movimento spazialista che si affermano l'indomani della Seconda guerra mondiale. Il segno di Scanavino - grafico e plastico, fisiologico e tangibile, organico e astratto - per oltre trent'anni ha rappresentato una ininterrotta tensione alla definizione di un altro alfabeto e di un'altra lingua in cui i nomi non mentissero.

Una lingua non da leggere ma da decifrare, in modo tale da non far mai dimenticare il tramite e la presenza dei segni, il loro segreto. In questo senso, Scanavino appare come uno Champollion della Guerra Fredda. Attraverso oltre 60 opere tra terrecotte smaltate o ingobbiate, maioliche e oggetti in metallo prodotti tra l'inizio degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, Emilio Scanavino. This is Tomorrow è un'occasione unica per scoprire il rapporto dell'artista con la ceramica policroma e di approfondirne le problematiche formali. La mostra costituisce il primo progetto espositivo dedicato a questa specifica produzione, spesso trascurata perché assorbita nella produzione scultorea di Scanavino.

Il titolo della mostra riprende una delle mostre seminali del secondo Dopoguerra - This Is Tomorrow, a cura di Bryan Robertson, mostra collaborativa che metteva in dialogo pittori, scultori, architetti, designer e altre tipologie di artisti, aperta alla Whitechapel Art Gallery di Londra nel 1956 - cui Emilio Scanavino partecipò come unico artista italiano. Pensata per promuovere l'unione tra arte e architettura, nel corso dell'esposizione londinese Scanavino collaborò con l'architetto Anthony Jackson e la scultrice Sarah Jackson, convalidando una collaborazione che aveva già visto la doppia personale del pittore italiano con la scultrice canadese nel 1951 alla Apollinaire Gallery di Londra.

La mostra alla Whitechapel Art Gallery segnò il culmine della sua inclinazione all'unione di arte ed architettura, che successivamente lo portò a collaborare con architetti come Mario Bardini ed Ettore Sottsass, che gli dedicherà in seguito una recensione su Domus (1964) e che nel 1954 gli scriveva, in vista di una possibile cooperazione: "l'idea di un'architettura plasticamente mossa e più aderente allo spirito del nostro tempo, alle nuove idee plastiche che si manifestano da ogni parte, credo proprio non sia un'idea peregrina o soltanto romantica. Sarebbe bello se potessimo realizzare insieme per la prima volta qualchecosa del genere".

Concentrandosi sulla manualità dell'artista e il suo rapporto con l'architettura, Emilio Scanavino: This is Tomorrow intende dare un'interpretazione attuale e una rinnovata attenzioneall'opera dell'artista genovese, indagando ulteriormente non solo il rapporto di Scanavino con la nota manifattura Mazzotti di Albisola, ma anche con artisti come Lucio Fontana, Roberto Matta, Wilfredo Lam, Asger Jorn eCorneille. La mostra è accompagnata da un catalo gocurato da Marco Scotini con l'Archivio Scanavino ed edito da Silvana Editoriale. Il volume, dedicato alla ceramica, intende colmare una lacuna tra le numerose pubblicazioni su Emilio Scanavino, cercando di completarne il ritratto artistico e professionale. (Estratto da comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)




Maddalena. Il mistero e l'immagine
27 marzo - 10 luglio 2022
Musei San Domenico - Forlì
www.mostramaddalena.it

Appuntamento espositivo a cura di Cristina Acidini, Fernando Mazzocca e Paola Refice, dedicato a un grande mito femminile della nostra storia, figura misteriosa e travisata, dove circa 200 opere di grandi artisti dal III sec. a.C. al Novecento indagano il mistero irrisolto di una donna che ancora oggi inquieta e affascina. Chi era davvero la Maddalena? Perché si è sviluppata quella confusa, affascinante sequenza di rappresentazioni che hanno portato alla costruzione della sua sfaccettata identità? A lei la letteratura e il cinema hanno dedicato centinaia di opere ed eventi, così come l'arte, ponendola al centro della propria produzione e dando vita a capolavori che hanno segnato, nel corso dei secoli, la storia stessa dell'arte e i suoi sviluppi.

La sua fortuna artistica, a partire dal Medioevo fino ad arrivare a noi, si è andata arricchendo di elementi leggendari, mutuati anche dallo sviluppo della devozione nei suoi confronti. Ella è stata così volta a volta, peccatrice, santa, cortigiana e penitente, intellettuale e apostola. Sempre amante. A fianco di San Francesco nella riforma mendicante del Duecento e Trecento, dama cortese nel Quattrocento, e venere cristiana a partire dal Cinquecento e lungo i secoli successivi, fino a simboleggiare la rivoluzione femminile nell'Ottocento e nel Novecento. Il "secolo breve" la vede anche come emblema del dolore e della protesta.

Il percorso espositivo si sviluppa in 12 sezioni che comprendono straordinari esempi di pittura, scultura, miniature, arazzi, argenti e opere grafiche, dal Cratere apulo con morte di Meleagro (360-340 a.C. ca.) del Museo Archeologico di Napoli a La deposizione dalla croce (1968-1976) di Marc Chagall del Centre Pompidou di Parigi; dal Noli me Tangere del Veronese proveniente dal Musèe de Grenoble a quello di Graham Vivian Sutherland della Pallant House Gallery di Chichester. Tra le opere in mostra anche Acceptance di Bill Viola e alcuni capolavori di Antonio Canova e Francesco Hayez che più volte si dedicarono a questo soggetto.

La mostra si avvale di un prestigioso comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci e della direzione generale di Gianfranco Brunelli. Il progetto espositivo, corredato da un pregevole catalogo edito da Silvana Editoriale, porta in Italia capolavori provenienti dalle più importanti istituzioni nazionali e internazionali. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Installazione realizzata da Richard Serra in mostra Richard Serra
40 Balls


30 marzo - 05 agosto 2022
Cardi Gallery - Milano
www.cardigallery.com

Tra gli artisti più significativi della sua generazione, Leone d'oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2001, Richard Serra (San Francisco, 1939) ha installato le gigantesche sculture in acciaio per cui è internazionalmente riconosciuto in contesti architettonici, urbani e paesaggistici di tutto il mondo: da Londra a Berlino, da Napoli a Bilbao, le sue opere da più di cinque decenni popolano gli spazi pubblici e i musei, instaurando una relazione diretta con lo spettatore. Per la prima volta 40 nuovi disegni, tutti pezzi unici, realizzati dall'artista americano appositamente per l'occasione, in un allestimento da lui stesso ideato.

Accanto alle sue imponenti sculture site-specific, nel corso della sua lunga carriera Richard Serra ha approfondito con costanza la pratica del disegno, realizzando opere che, per la loro capacità di indagine del reale e di costruzione del segno grafico, risultano immediate e assolute quanto le sue sculture. Per i suoi disegni l'artista utilizza, sin dal 1971, uno stick di vernice nera (pittura a olio compressa, cera e pigmento) lavorando in modo intuitivo: anche se queste opere sono parte integrante di quello studio dei temi chiave di tempo, materialità e processo, caratteristici della sua pratica scultorea, non vanno considerati schizzi o studi per le sculture. I disegni di Richard Serra sono opere a sé stanti, ognuna con un carattere e un'energia singolari, resistenti a qualsiasi associazione metaforica o emotiva, tutti pezzi unici. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Heinrich Tessenow. Avvicinamenti e progetti iconici
01 aprile - 17 luglio 2022
Teatro dell'Architettura - Mendrisio (Svizzera)
www.tam.usi.ch

Mostra promossa dall'Accademia di architettura dell'USI (Università della Svizzera italiana) e curata dal prof. Martin Boesch. La rassegna intende ripercorrere l'opera dell'architetto tedesco Heinrich Tessenow (1876-1950) attraverso i suoi progetti di architettura e di sviluppo urbano, le sue riflessioni teoriche e i suoi scritti, nel contesto del dibattito culturale e architettonico nella Germania della prima metà del secolo scorso. La mostra presenta una serie di disegni originali provenienti da collezioni private e pubbliche, oltre a numerosi modelli dei suoi progetti, tavole interpretative, rilievi di parti di alcuni edifici realizzati con la tecnica del "frottage", campioni di materiali originali, pubblicazioni, foto e video come pure alcuni elementi di arredo progettati dallo stesso Heinrich Tessenow. (Comunicato stampa)

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Charlotte Posenenske. From B to E and more
11 settembre 2021 (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
Presentazione




Locandina della mostra di Umberto Tirelli allestita a Palazzo Bentivoglio a Gualtieri Umberto Tirelli
La Collezione d'Arte Tirelli-Trappetti, 1992-2022


26 marzo (inaugurazione) - 03 luglio 2022
Palazzo Bentivoglio - Gualtieri (Reggio Emilia)
www.museo-ligabue.it

L'esposizione, a cura di Nadia Stefanel, ripercorre la storia di Umberto Tirelli (Gualtieri 1928 - Roma 1990), il grande sarto del teatro e del cinema che ha vestito divi e divine della Dolce vita romana, vedendo i propri abiti esposti al Louvre, al Metropolitan, a Palazzo Pitti e al Museo del Costume di Tokyo. La mostra, tuttavia, non si concentra sul lato pubblico di Umberto Tirelli e sulle sue importanti collaborazioni (Luchino Visconti, Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Jean Cocteau, Gae Aulenti, Federico Fellini, Franco Zeffirelli, Pier Paolo Pasolini e molti altri), bensì sul lato privato, sulla figura di un collezionista raffinato capace di costruirsi una raccolta d'arte su misura, a partire da profondi rapporti di amicizia con grandi artisti e costumisti.

Tutte le opere esposte sono parte della generosa donazione effettuata nel 1992 da Dino Trappetti, successore di Umberto nella direzione della Tirelli Costumi, a favore del Comune di Gualtieri. Umberto Tirelli era, infatti, profondamente legato alla sua città natale: un legame - scriveva lui stesso - fatto di semplicità e immediatezza, ma anche di passioni e sentimenti. A trent'anni dalla donazione e a quattro anni dalla mostra "Umberto Tirelli. Ritorno a Gualtieri", che raccontava la storia della sua sartoria, dai primissimi anni sino ai giorni nostri, attraverso abiti che hanno fatto la storia del cinema italiano e internazionale, il Comune di Gualtieri e la Fondazione Museo Antonio Ligabue promuovono l'avvio di un percorso di studio e catalogazione della collezione stessa, con un nuovo allestimento che ne favorisce la lettura da parte del pubblico, anche grazie all'ausilio di preziose testimonianze e pannelli di sala.

La donazione Tirelli-Trappetti - spiega la curatrice Nadia Stefanel - fu più di un lascito di fogli, progetti, grafiche e olii di grandi artisti del XX secolo, con cornici e supporti originali, e di due splendidi costumi, fu condividere con le persone del luogo il privato di Tirelli. Perché il suo privato Perché quella collezione nasceva unicamente da legami di amicizia profondi, da momenti intimi in cui Tirelli collezionava, fra una chiacchiera amichevole e l'altra, piccoli disegni realizzati da grandi amici, che riempivano il suo cuore di quei sentimenti puri che solo i grandi possono avere.

La mostra, allestita nel Salone dei Giganti, si apre con una serie di fotografie (che ritraggono, tra i tanti, Maria Callas, Albero Moravia, Ingrid Bergman, Jean-Paul Belmondo, Sofia Loren e Hubert de Givenchy), tratte da un album oggetto di donazione. Il percorso espositivo si sviluppa, quindi, in due sezioni: da un lato gli schizzi, i bozzetti e le opere finite di noti personaggi del mondo del teatro che si cimentavano anche nella pratica della pittura (Bice Brichetto, Yannis Tsaroukis), dall'altro le opere realizzate da nomi altisonanti del panorama artistico a lui contemporaneo, come Balthus, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Lila De Nobili, Giosetta Fioroni, Renato Guttuso, Mino Maccari, Giacomo Manzù e Marino Mazzacurati.

Tra le opere di maggior interesse si segnalano, ad esempio, il "Ritratto di Romolo Valli" di Renato Guttuso, un'opera che rimase non finita per la prematura scomparsa di Romolo Valli (ufficialmente per la "mancanza" del modello, ufficiosamente perché Guttuso non amava eseguire ritratti), che l'artista mandò a Tirelli unitamente ad un'accorata dedica in segno di ringraziamento per avergli presentato l'attore, divenuto nel tempo anche un grande amico. Sono presenti in mostra anche "Michelina" di Balthus, un'opera a matita su carta dedicata ad Umberto Tirelli, "L'Angelo" a tempera su carta di Giorgio De Chirico, conosciuto in occasione di uno spettacolo per il quale realizzarono insieme i costumi, i bozzetti per costumi di Giosetta Fioroni e Mino Maccari, infine gli "Amanti" di Marino Mazzacurati, conosciuto a Gualtieri.

Un corpus notevole è inoltre costituito dai lavori di Fabrizio Clerici, tutti legati a episodi di vita e amicizia. Nell'attigua Sala Icaro, sono infine esposti due costumi che fanno parte della collezione: uno indossato da Romolo Valli nell'"Enrico IV" di Pirandello per la regia di Giorgio De Lullo e l'altro indossato da Romy Schneider in "Ludwig" di Luchino Visconti. A disposizione del pubblico anche alcune locandine originali, prestito della Tirelli Costumi. Il progetto si completa con l'esposizione in Sala Giove e nel Torrazzo di quindici dipinti e cinque bronzi di grande valore di Antonio Ligabue selezionati e raccolti da Sergio e Francesco Negri, autorevoli esperti della sua produzione pittorica e scultorea. (Estratto da comunicato stampa CSArt di Chiara Serri)

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Articoli di Ninni Radicini su Maria Callas e pagine nel sito con notizie su relative iniziative culturali

Pier Paolo Pasolini. Manifesti per il suo cinema
05 marzo - 03 luglio 2022
Museo Nazionale Collezione Salce (Chiesa di San Gaetano) - Treviso
Presentazione




Quadri di Gonzalo Chillida in mostra Gonzalo Chillida
19 marzo - 09 luglio 2022
Sala Dalí dell'Instituto Cervantes - Roma
roma.cervantes.es/it

L'Instituto Cervantes, Acción Cultural Española (AC/E), Museo de Bellas Artes de Bilbao e Etxepare Euskal Institutua, presentano la mostra monografica su Gonzalo Chillida (San Sebastian, 1926-2008). L'esposizione, a cura di Alicia Chillida, figlia dell'artista, e promossa da Miguel Zugaza, direttore del Museo di Belle Arti di Bilbao, ente che custodisce l'opera dell'artista, intende celebrare uno dei più rappresentativi protagonisti della scena culturale spagnola contemporanea, in un tour nelle sedi dell'Instituto Cervantes. A Roma arriva dopo la tappa di Parigi, da novembre 2021 a febbraio 2022, e proseguirà verso Tokio, da luglio a ottobre 2022, per ritornare al Museo de Bellas Artes di Bilbao nel 2023.

In mostra 34 quadri, 10 litografie, una selezione tra fotografie e collage, provenienti dalla collezione di famiglia e da altre collezioni private e pubbliche (San Telmo Museoa e Colección Kutxa di San Sebastián, Museo de Bellas Artes di Bilbao e Fundación Juan March di Madrid), riassumono ed esemplificano il percorso artistico di Gonzalo Chillida, che attraversa trasversalmente l'astrazione lirica, la metafisica, la rappresentazione dell'inumano e del paesaggio inanimato, coprendo un arco temporale che si snoda dal 1950 al 2007.

Le opere sono accompagnate anche dal documentario La idea del Norte, diretto nel 2016 dalla stessa curatrice e Benito Macías, che illustra il processo creativo di Gonzalo Chillida in una sorta di diario dell'osservazione. Una voce narrante trasforma il materiale d'archivio - film Super 8 e fotografie originali - nell'essenza del vocabolario visivo del suo lavoro. Il documentario raccoglie anche gli interventi di persone legate alla sua vita, mostrando i luoghi in cui ha vissuto e lavorato.

Gonzalo Chillida ha sviluppato una precoce vocazione per la pittura partendo dai grandi maestri spagnoli del Museo del Prado (Francisco de Zurbarán, Francisco de Goya, Juan Sánchez Cotán) e sin dagli esordi si può individuare un tema ricorrente nella sua opera: la sobrietà del paesaggio castigliano, in cui trova un infinito simile al mare. Nel 1951 si stabilisce a Parigi, dove, mentre frequenta l'effervescente clima culturale di quegli anni, recepisce e interiorizza le nuove correnti dell'arte contemporanea, sperimentando la geometria, il post-cubismo e l'astrazione, che incidono profondamente sul suo orientamento artistico e sulla delineazione di quel proprio linguaggio con cui si esprimerà per tutta la sua carriera.

Nel 1953 fa ritorno nei Paesi Baschi installandosi nella sua città natia, San Sebastián: l'atmosfera del Golfo di Biscaglia, la luce e la forza della sua terra sono la cifra su cui si assesta il suo lavoro maturo. Appassionatosi all'archeologia e al mondo antico, in occasione di una mostra collettiva all'Accademia di Spagna a Roma nel 1955, scopre e documenta il sito etrusco di Cerveteri, sviluppando una curiosità intellettuale anche per la preistoria basca e il mondo minerale e dei fossili che lo accompagnerà per il resto della sua attività. Il mare, la sabbia, la foresta e il cielo: questi gli elementi principali delle sue opere, in cui affonda la ricerca di verità ultime, che non ammettono cambiamenti di visione e che possono essere percepite solo attraverso una silenziosa concentrazione capace di inglobare il visibile.

"La sua pittura è al limite, dove quello che si vede è definitivamente quello che trascende", scrive in catalogo il critico d'arte e storico Francisco Calvo Serraller. E il limite, tra mare e terra, è dove si delinea quel ricettacolo di luce in cui si sfidano acqua e sabbia, natura e cultura, linguaggio e indicibile. Partendo da un'iconografia circoscritta al mare e alla spiaggia, al paesaggio dei monti baschi o agli scorci dell'altopiano, la sua pittura mantiene per tutta la durata della sua produzione un gusto prettamente sensoriale e un'elegante tavolozza di grigi e ocra, evolvendosi verso composizioni sempre più sfocate e libere. Le forme ottenute attraverso sottili pennellate, ormai quasi evanescenti, finiranno per riferirsi a una certa poetica dell'arte orientale.

Al pari dell'artista Giorgio Morandi, che sosteneva: "nulla può essere più irreale di ciò che vediamo: la materia esiste, certo, ma non ha un suo significato intrinseco, come i significati che le attribuiamo. Solo noi possiamo sapere che un calice è un calice, che un albero è un albero...", Gonzalo Chillida a partire dalla realtà, sceglie un motivo e lo sviluppa con un significato metafisico e con totale coerenza fino alla fine della sua carriera. Los Bodegones / Nature Morte e Las Arenas / Sabbie, sono gli assi della sua poesia, oggetti e paesaggi inondati di immobilità che differiscono tra loro grazie ad alcune variazioni cromatiche e di luce.

Il viaggio verso l'essenziale lo porta a mettere gli occhi sulla sabbia che, a partire dagli anni Sessanta, sarà il titolo di molte sue opere, Las Arenas / Sabbie, evolvendosi da rappresentazioni più o meno riconoscibili a forme più liriche ed evanescenti poste al limite dell'astrazione. "Questo uomo segreto chiamato Gonzalo Chillida", come lo definisce il suo amico e poeta Gabriel Celaya, è un visionario romantico, un mistico che non può appassionarsi dell'aspetto pittoresco della Natura, perché penetrato nella sua essenza, così come la sua pittura diventa metafisica, poiché contempla il mondo dall'esterno, dal di fuori, oltre l'umano.

L'interpretazione del suo operato è però sempre lasciata allo spettatore, come ricorda la curatrice Alicia Chillida: "È 'il lettore' che diventa 'l'autore' sulla base dei ritrovamenti documentari e delle interpretazioni critiche e storiografiche che si svolgono attorno all'opera di Gonzalo Chillida. Queste voci lanceranno l'opera nel futuro, in collusione con il tempo, per darle la sua vera dimensione". In occasione della mostra è stato pubblicato un catalogo in 5 lingue (basco, spagnolo, francese, italiano e giapponese), con la prefazione di Alicia Chillida, l'epilogo del direttore del Museo di Belle Arti di Bilbao Miguel Zugaza, e i testi dei poeti José Ángel Irigaray (Pamplona, 1942) e Gabriel Celaya (Hernani, Gipuzkoa, 1911-Madrid, 1991), il pittore Antonio Saura (Huesca, 1930-Cuenca, 1998) e il critico d'arte e storico Francisco Calvo Serraller (Madrid, 1948-2018). (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Opera di Edmondo Bacci Space Oddity
28 marzo (inaugurazione) - 31 maggio 2022
Studio Gariboldi - Milano
www.studiogariboldi.com

Artisti: Lucio Fontana, Edmondo Bacci, Ettore Sottsass, Roberto Crippa, Giuseppe Capogrossi, Gianni Dova, Mario Deluigi, Emilio Scanavino, Enrico Donati

Mostra che raccoglie nove importanti opere realizzate negli anni Cinquanta da Artisti che aderirono al movimento Spazialista. Allestita presso la nuova sede di Studio Gariboldi in Corso Monforte 23, la mostra è parte del progetto espositivo della Galleria, volto a promuovere la conoscenza delle opere di artisti che lavorarono a Milano nel dopoguerra, riconosciuti nel tempo anche a livello internazionale. In questi anni ci muoviamo tutti in modo differente e le stelle sembrano diverse, lo spazio ci concede nuove distanze e modi inusuali per guardare le medesime cose e vederle sempre nuove.

Dello spazio sappiamo molto e non conosciamo ancora nulla. I razzi interstellari, lo sbarco sulla Luna, le spedizioni verso Marte, tutto è passato e futuro, ma insieme formano il nostro presente, del quale cerchiamo di scoprire il senso mettendone insieme i frammenti. L'Arte, per chi la frequenta, serve anche a questo, a dare senso, a rinnovarlo, a tracciare un percorso che accompagni la nostra vita quotidiana sulla terra. In un presunto moto circolare, Studio Gariboldi, transitando dall'esperienza satellitare di Via Ventura 5, ritorna alla sede di apertura e conferma le sue scelte di partenza, resistenti al setaccio degli anni ma con nuovi significati.

La mostra è allestita in uno spazio dotato di un impianto di aerazione avveniristico, quasi fossimo su un'ideale navicella spaziale proiettata in un futuro prossimo. Le intenzioni della Galleria sono di testimoniare quanto accadeva negli anni Cinquanta a Palazzo Cicogna. Non è una coincidenza e se sì, fu propizia, che al 23 di Monforte lavorasse proprio Lucio Fontana, fondatore dello Spazialismo, movimento di avanguardia che vede lo Spazio come propulsione verso nuove possibilità, nuovi linguaggi, senza alcun limite. Sua la volontà di redigere un Manifesto che urla libera espressione priva di vincoli accademici.

Una reazione per non rimanere costretti entro schemi che risentono del tempo in cui nascono, correndo il rischio di essere troppo costretti nei recinti delle mode e quindi dimenticati. Di Fontana e degli altri firmatari è la volontà di reagire guardando oltre. Negli anni Cinquanta, un gruppo di Artisti Italiani, con linguaggi diversi ottenendo risultati differenti, fece dello Spazialismo un modo di fare Arte, di esprimersi. Lo Spazio inteso come nuova frontiera fu un motivo, uno dei motivi, per non guardare e vedere i fatti tutti nello stesso modo, nel solito identico modo. Sguardi che ancora oggi non sono stati eguagliati e superati, proprio perché lo Spazio è lungi dall'essere conosciuto, scoperto, dominato.

Ecco perché Fontana, Bacci, Crippa, Deluigi, Dova, Sottsass, Scanavino, Donati, Capogrossi, restano al setaccio della Storia dell'Arte e della nostra storia personale di galleristi. Il loro linguaggio è contemporaneo, si lega per colori e armonie al vedere di questo millennio. Parte da loro la nuova stagione di Studio Gariboldi, a cui seguiranno mostre che terranno conto, come sempre è stato, di un gusto estetico e di ricerca volto a rispettare la Storia, la sapienza tecnica e una forma di classicità che garantiscano al collezionista opere senza una data di scadenza. (Comunicato stampa)




Opera di Ettore Spalletti Ettore Spalletti
inaugurazione 01 aprile 2022, ore 18.00-22.00
Galleria Lia Rumma - Milano
www.liarumma.it

Esposizione di opere di Ettore Spalletti, a dodici anni dall'apertura dello spazio in via Stilicone, inaugurato proprio con una mostra personale dell'artista abruzzese. Il progetto della mostra, a cura dello Studio Ettore Spalletti, era stato concepito e avviato dall'artista prima della sua scomparsa nel 2019. Al piano terra lo spettatore sarà accolto da un paesaggio metafisico composto da due sculture, che appaiono come sospese nel vasto spazio: Colonna nel vuoto, 2019 e Ellisse, 2016. "Per condurre un discorso sull'apparizione della sostanza pittorica e sui suoi effetti di riverbero e di affioramento [...] Spalletti ha ridotto al massimo la presenza dei volumi, la cui formalizzazione, che dà corpo a una colonna o un parallelepipedo, una coppa o un bacile, dipende da uno sviluppo geometrico elementare, legato alle figure del quadrato e del triangolo, del cerchio e dell'ellisse" (Germano Celant).

Spalletti realizzò la prima colonna nel 1978: "portavo con me questo desiderio della verticalità, ma anche il desiderio di un oggetto che avesse attraversato proprio tutto l'arco della storia dell'arte, e che si rendesse riconoscibile continuamente in momenti diversi". L'ellisse è una figura geometrica ricorrente nel lavoro dell'artista: "il rapporto con l'arte è andare ogni giorno in studio, passeggiare all'interno, guardarsi attorno. Accorgersi d'improvviso di un colore che si avvicina, provare a fermarlo, sentire ancora la forma, pensare alle linee della geometria: orizzontale, verticale, obliqua, curva. Poi rompere la geometria stessa, la sua rigidità, riempiendola con una materia che, come fumo, si frantumi in pulviscolo sottile".

Al primo piano, una serie di opere realizzate nel 2019 dal titolo Dittico, oro. Su ciascuna tavola si incontrano due colori, separati da una linea verticale e racchiusi in una cornice rastremata sui lati, ricoperta di foglia d'oro. A completare l'esposizione, al secondo piano, un'opera presentata nell'ultima mostra personale al Nouveau Musée National de Monaco, nel Principato di Monaco, al tempo stesso inedita in quanto sviluppata dall'artista dopo la mostra monegasca: una grande installazione di quasi 1.500 libri allineati sugli scaffali di una sequenza di librerie. Le pagine dei libri non sono stampate, ma intrise di colore, che diventa tutt'uno con la materia di cui i libri sono fatti: la carta velina. "Cerco di trovare nella carta una sensazione tattile che appartiene al mio lavoro, per questo ho usato la carta velina."

Queste librerie sono un meraviglioso esempio di come il colore nell'opera di Spalletti si espanda oltre i confini del quadro, verso la scultura, ma anche verso l'installazione e l'architettura. "Il colore assume la responsabilità dello spazio, le pareti si tingono". In questa sala la pittura diventa ambiente nel quale entrare, in un'esperienza immersiva: "ho pensato a questa stanza come se fosse un quadro che si dispiega sulle pareti. Come entrare in una stanza-biblioteca, con un quadro da una parte e un quadro dall'altra. Avevo in mente le prospettive degli interni di Vermeer." Sulle pareti due "carte" dipinte, separate dalla loro cornice da una sottile linea d'oro, e al centro della sala una scultura di tre elementi che ospitano un libro aperto e un vaso di fiori.

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I libri sono azzurri, grigi, rosa
sono di carta velina
sui dorsi non è scritto niente
dentro
la matematica, la poesia
la letteratura, la filosofia
la religione, la musica
la pittura, la scultura
il disegno
mi hanno regalato
buone maniere, la voce bassa
leggerezza nei movimenti.



Ettore Spalletti




Lucas Memmola
Trinity site


01 aprile - 09 giugno 2022 (visita su appuntamento)
aA29 Project Room - Milano

Con la mostra di Lucas Memmola (Bari, 1994), a cura di Fabio Avella e Lara Gaeta, la galleria propone una riflessione sulla condizione fisica e psicologica dell'essere umano, situato in un contesto ipogeo che da un lato protegge e ripara, dall'altro inevitabilmente isola e disorienta. Trinity site non è solo il titolo della mostra, ma un toponimo che si identifica con lo spazio stesso della galleria che per l'occasione cambia aspetto, presentandosi come un rifugio sotterraneo.È letteralmente un sito tripartito dove ad ogni spazio corrisponde un estratto poetico del vissuto di un essere umano sospeso tra la vita, la sopravvivenza e la trasformazione. Quando si varca la soglia il visitatore ha dunque la sensazione di trovarsi in un momento epocale di passaggio, che mette insieme, al contempo, passato e futuro. In Trinity site si sperimenta una sensazione di mancanza, di solitudine e di adattamento, è un luogo dove i modi di vita e le abitudini dell'essere umano vengono messe in discussione.

Con questa opera site specific l'artista crea un parallelismo verticale, in cui l'ambiente fisico rappresenta il possibile futuro catastrofico della civiltà che è strettamente connesso a una condizione esistenziale dell'animo umano. L'artista individua nella trasformazione spirituale il punto di partenza per attuare un cambiamento sul piano fisico, attraversando un inevitabile momento di transizione. Trinity site è una metanarrazione concreta che gravita intorno alle tracce di un uomo che, come una crisalide, si evolve lentamente, mettendo in luce la volontà della specie umana di tendere sempre e comunque verso la vita. Le opere dell'artista sono state realizzate grazie al supporto tecnico di Fabrizio Romano Genovese. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Una veduta dell'installazione della mostra Paolo Masi Paolo Masi
Cartoni


25 marzo - 21 maggio 2022
Glenda Cinquegrana Art Consulting - Milano

Mostra a cura di Glenda Cinquegrana dedicata al maestro italiano Paolo Masi (Firenze,1933) legato alla Pittura Analitica. L'esposizione si compone di circa sessanta opere realizzate in cartone fra gli anni Settanta e i Duemila. Secondo il testo di Denis Isaia inserito in catalogo "l'utilizzo del cartone pone Masi in una condizione particolare nella storia dell'arte contemporanea. La povertà del materiale lo connette alle prime e nobilissime esperienze dell'arte di strada il cui apice è rappresentato dall'opera di Mimmo Rotella". Elementi di scarto della vita urbana, objets trouvée, i cartoni sono per Masi oggetti pieni di vissuto, di cui gli interessa rivelare la natura interna e la materialità esterna: la pittura vista come atto intellettuale, se accompagnata dagli strumenti che gli consentono di graffiare, di scorticare la superficie, è finalizzata al disvelamento della materia viva del cartone.

"La strada tortuosa intrapresa da Masi approda sulla superficie, ancora una volta interpretata come una dimensione complessa da indagare con ogni strumento a disposizione. Come il pittore rinascimentale utilizza la prospettiva per superare la bidimensionalità, Masi si addentra nel materiale per arricchire il volume dell'opera, e quindi per ingannare lo sguardo dello spettatore e fargli smarrire le coordinate", prosegue Isaia.

"Sta in altre parole il cartone tra pittura e scultura, ossia in quello che pare essere l'ambiente prediletto di Paolo Masi. Infine, parte integrante dell'opera è l'involucro in plexiglas la cui neutralità visiva è tradita dalla luce. Colpito dai raggi, esso riflette la luce sulla parete, ampliando naturalmente lo spazio dell'opera", conclude Isaia. Come gli altri esponenti del movimento della Pittura Analitica, l'atteggiamento di Masi pittore è rivolto all'analisi dei componenti primi del fare pittorico, come il segno, la luce e il colore ridotti al minimo comune denominatore di elementi di un lessico minimo, vocabolario primario dell'atto di dipingere.

A partire da questo alfabeto, Masi dà vita ad uno spazio che, nel momento in cui si satura di elementi stratificati e sovrapposti, induce alla costante riflessione sulle infinite possibilità dell'agire artistico che, in un gioco combinatorio mai pago di sé, mette in questione lo spazio della percezione. La mostra è accompagnata dal catalogo "Paolo Masi, Cartoni" con testi di Glenda Cinquegrana e DenisIsaia, Milano, 2022.

Dopo le prime esperienze informali degli anni Cinquanta, negli anni Sessanta Paolo Masi si interessa alla trasformazione dei materiali. La sperimentazione di quegli anni lo porta ad aderire agruppo di ricerca CentroF/Uno, assieme a Baldi, Lecci e Maurizio Nannucci. Negli anni Settanta sia ccosta alla Pittura Analitica, sviluppando la serialità della composizione. Nel 1974 la sua attenzione analitica si sposta sulle Tessiture (tele cucite) e soprattutto sui cartoni da imballaggio. Assieme a Maurizio Nannucci fonda Zona, spazio collettivo no profit, che dal 2000 si trasforma in un collettivo di nome Base, dedicato alle ricerche più avanzate del contemporaneo. Tra le numerose mostre, segnaliamo la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1978 e alla Quadriennale di Roma del 1986. Le sue opere sono inserite nelle collezioni di importanti musei italiani e stranieri. (Comunicato stampa)




Opere di Carlo Ciussi in mostra Carlo Ciussi
La metamorfosi del colore


19 marzo (inaugurazione) - 21 agosto 2022
Fondazione Ghisla Art Collection - Locarno
www.ghisla-art.ch | Locandina della mostra

La Fondazione Ghisla Art Collection in collaborazione con l'Archivio Carlo Ciussi organizza, nel decimo anniversario della scomparsa dell'artista, la prima retrospettiva internazionale a lui dedicata dopo la morte. Carlo Ciussi (Udine, 1930 - 2012) è fra i protagonisti dell'arte italiana del XX secolo: il suo lavoro, che attraversa tutta la seconda metà del secolo scorso e giunge all'inizio del nuovo millennio, ha mantenuto una coerenza di fondo pur nella grande diversità degli esiti raggiunti nei vari periodi della sua attività artistica, rimanendo tanto vicino alle correnti a lui contemporanee quanto autonomo nella sua ricerca incessante. La mostra offre l'occasione per una lettura complessiva dell'opera dell'artista permettendo di tracciarne la storia.

Il percorso espositivo è articolato in senso cronologico, in modo da offrire una visione complessiva dei diversi periodi del suo fare arte dal 1965, dopo la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1964, al 2012. Le ventisette opere esposte sono rappresentative degli snodi cruciali nella storia di Ciussi, dai primi lavori in cui l'attenzione si rivolge all'impaginazione geometrica del quadro in toni grigio-neri, fra i quali III.65 (1965), appartenente alla collezione della Fondazione Ghisla, poi riempita di colori, e, in uno sviluppo pluridecennale, sino agli esiti degli ultimi lavori.

Alcuni dei dipinti erano stati esposti nelle prime mostre milanesi della Galleria Stendhal negli anni Sessanta; altri, come XLI (1967), nell'importante mostra dedicata a Ciussi dalla Galerie Paul Facchetti nella sede di Parigi nel 1967 (e, poi, nella sede della galleria a Zurigo nel 1971) o, ancora nel 1967, alla IX Biennale di San Paolo del Brasile (XXIII, 1967), per essere di nuovo presentate insieme nel 1974 in occasione della prima retrospettiva dedicata all'artista a Palazzo Torriani di Gradisca d'Isonzo.

Dopo un ventennio in cui l'attenzione di Ciussi sembra prevalentemente rivolta alla geometria, negli anni '70 è il colore ad assumere un ruolo centrale nel suo lavoro, con una semplificazione della geometria a figure rettangolari fluttuanti, come nelle opere XXIV (1976) e XXX (1979); ma questo passaggio permette di prendere coscienza di quanto il colore, per l'artista, fosse già decisivo nelle ricerche precedenti. Negli anni Ottanta e Novanta emerge l'energia dinamica di un segno pittorico serpentinato, come si osserva nei dipinti in mostra del 1990, o angolare, a partire dal 1995, che arriva a invadere l'ambiente in lavori come Struttura (1995), opera tridimensionale autoportante.

Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia del 1986 con due sculture, un importante momento di sintesi è costituito dalla mostra antologica al Museo Revoltella di Trieste nel 1997 e, nel 1998, dalla personale alla Esslinger Kunstverein Villa Merkel di Esslingen in Germania. Nel nuovo millennio il lavoro di Ciussi riprende - anche se in modo radicalmente nuovo, carico di tutti gli anni dedicati allo studio del colore e all'analisi dei mezzi pittorici - i quadrati disassati che apparivano nei quadri del 1965, come in Senza titolodel 2005, anch'essa appartenente alla collezione della Fondazione Ghisla.

All'inizio degli anni Duemila si sono moltiplicate grandi mostre antologiche e retrospettive, tanto in Italia quanto all'estero. Importanti mostre si sono tenute nel 2005 a Palazzo Isimbardi a Milano, nello storico Palazzo dei Sette di Orvieto nel 2007 e, nel 2009, in Germania, al Neuer Kunstverein di Aschaffenburg e in Austria, alle Stadtgalerien di Klagenfurt. Nello stesso anno è stato invitato con sue opere alla mostra "Temi & Variazioni" presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, mentre già nel 2005, a Milano, aveva esposto una scultura di grandi dimensioni in Piazza della Scala.

La sua ricerca si è infine estesa ad approfondimenti sulla possibilità di riempire i quadrati stessi, nei Senza titolo del 2009, o di graffiare la superficie del quadro, negli ultimissimi lavori del 2011 e 2012, presentati per la prima volta nella mostra antologica al Museo d'Arte Moderna e Contemporanea nella sede di Casa Cavazzini, a Udine. In occasione della mostra verrà pubblicato un volume contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Davide Mogetta e un aggiornato apparato bio-bibliografico. (Comunicato stampa)




Trittico realizzato da Silvio Wolf Trittico denominato Horizons 23 22 26 Dipinto a olio su tela denominato Due Forme realizzato da Valentino Vago nel 1960 Valentino Vago e Silvio Wolf
"L'Invisibile"


22 marzo - 05 giugno 2022
Casa Museo Boschi Di Stefano - Milano

Valentino Vago e Silvio Wolf, due fra gli artisti più rappresentativi delle proprie rispettive generazioni, in dialogo attorno a due diverse idee di astrazione. Il Comune di Milano, in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago, presenta la mostra a cura di Luca Pietro Nicolettiche contempla due esposizioni dalla forte consonanza poetica: "Valentino Vago. Figure e orizzonti" al piano terra (ex laboratorio di ceramica) e "Silvio Wolf. Prima del Tempo" al terzo piano. Quaranta opere di grande respiro e dal forte impatto visivo per due differenti ricerche sull'Invisibile attraverso la pittura e la fotografia.

Questi due percorsi, che si sviluppano attraverso tecniche, materiali e linguaggi diversi, dialogano su più piani: quello percettivo, cercando una costante interazione con l'osservatore per condurlo oltre il visibile, e quello concettuale, attraverso percorsi collegati tra loro nel continuo rimando a una ricerca metafisica e contemplativa dello spazio, e al dissolversi dell'immagine nella luce e nel colore. Moderno e contemporaneo, pittura e fotografia, dialogano sulla soglia che collega tra loro ambiti generazionali e disciplinari distinti, che riconoscono la loro identità ed espressione nella visione astratta del reale.

- Valentino Vago. Figure e Orizzonti

Una visione essenziale della pittura, un'arte astratta straordinaria e modernissima, mistica e pura, capace di emozionare nella sua costante ricerca dell'Invisibile. La retrospettiva sull'opera di Valentino Vago (1931-2018), inserita nella collana "Visti da Vicino", prende spunto dai cinque dipinti già presenti nella collezione Boschi Di Stefano per ripercorrere l'evoluzione del suo percorso artistico sviluppatosi attorno a due elementi cardine, la luce e il colore.

Venti opere, tutti olii su tela, testimoniano come la vocazione artistica di uno dei maestri della pittura astratta italiana si sia sempre intrecciata a una ricerca spirituale che lo ha portato a creare un universo poetico straordinario e unico. La mostra parte dall'opera accademica, "Senza Titolo" del 1953, in bilico tra figurazione e metafisica, per poi immergersi immediatamente nelle formulazioni astratte delle opere di Valentino Vago degli anni Sessanta, inconfondibili nel segno così come nella luce di colori uniformi, intensi e dalla visibilità silenziosa, perfetti nella volontà di rappresentare l'Invisibile.

L'espressività astratta di lavori come "Immagine Verde" (1959), "Colori nella luce" e "La mia estate", entrambi del 1960, o ancora "Composizione" (1964) e "Presenza obliqua" (1965), mostrano come il linguaggio di Valentino Vago sia eloquente nella sua sintesi cromatica e di come la sua pittura sia intimamente sacra ma allo stesso tempo potente. Spiccano tra le opere presenti in mostra "Spazio Solare" (1960), pubblicata sulla copertina del pieghevole della mostra presentata da Guido Ballo al Salone Annunciata di Milano nel 1960 e acquistato in quell'occasione dall'ingegner Boschi e d'allora mai più esposto al pubblico.

Chiave di lettura del percorso espositivo "Orizzonte nero" (1965), quadro emblematico, dove il tema del paesaggio, interiorizzato e mentale, entra nella pittura di Vago come eliminazione di qualsiasi riferimento figurativo, avvio di un percorso ascetico e visionario che lo porterà a dipinti di grande respiro, diafani e rarefatti: è il caso di "C. 268" del 1970 (200x300 cm), acquistato da Mercedes Garberi in occasione della mostra di Vago al PAC- Padiglione di Arte Contemporanea di Milano nel 1983 e oggi nella collezione del Museo del Novecento. La mostra dedicata a Valentino Vago, legato da profonda amicizia a Marieda Di Stefano e Antonio Boschi, è inoltre arricchita da documenti, cataloghi, fotografie, disegni inediti ed a una serie di incisioni che evidenziano il passaggio dalla figurazione all'astrazione.

- Silvio Wolf. Prima del tempo

La mostra "L'invisibile" mette a confronto, in dialogo fra loro, le opere di Valentino Vago con gli "Orizzonti" di luce di Silvio Wolf, artista riconosciuto a livello internazionale e fra i protagonisti indiscussi della ricerca intorno alla fotografia astratta. La mostra presenta sedici opere della serie "Orizzonti". Inoltre, all'interno della collezione permanente situata al secondo piano del palazzo progettato dall'Architetto Portaluppi, tre opere di Silvio Wolf ("Vuoto di Memoria" del 1978-2002, "Icona di Luce 24" del 1992 e "Icona di Luce 30" del 1994) entrano come ospiti nel progetto "Sostituzioni", ideato da Maria Fratelli, prendendo il posto dei tre dipinti di Valentino Vago normalmente esposti nella collezione: "Due Forme" del 1960, "Composizione" del 1964 e "Rettangoli" del 1961 e ora esposti in mostra.

Maria Fratelli: "Per la prima volta abbiamo provato ad estendere il progetto sostituzioni in una mostra dando forma a un progetto espositivo di ampio respiro e in grado di rivelare, nell'incontro tra due autori quanto il lavoro di Vago sulla luce sia dialogico. Inoltre, aprire il terzo piano del museo alla contemporaneità rivitalizza l'operato dei collezionisti che avrebbero di certo colto le sollecitazioni del tempo presente e apprezzato le opere di Wolf, di così stringente coerenza con i lavori di Vago e con loro scelte".

Silvio Wolf lavora da sempre alla fotografia come oggetto di luce che si trasfigura in immagine portandola verso un radicale concetto di astrazione "Gli Orizzonti" sono sicuramente uno dei risultati più interessanti della ricerca di Wolf sulle potenzialità linguistiche, percettive e cognitive della fotografia. Non solo, l'attenta riflessione sul rapporto che l'opera instaura con lo spazio circostante fa sì che lo spettatore sia posto al centro di un'esperienza meditativa e sensoriale. Le opere scelte da Wolf per le stanze al terzo piano dialogano con la forte personalità dello spazio, e sono espressione di un'arte che amplifica la dimensione "di ascolto" che l'artista propone a chi osserva le opere.

Il titolo della mostra, "Prima del Tempo", sottolinea come le opere della serie "Orizzonti" siano immagini pre-fotografiche create dalla luce direttamente sul frammento iniziale della pellicola, prima che essa registri la prima immagine, e fuori dal controllo consapevole del fotografo. Queste esposizioni non intenzionali sono scritture di luce, immagini non ottiche che si manifestano sulla superficie foto-sensibile durante il processo di caricamento della macchina, e prima dell'inquadratura di alcun soggetto esterno, trasformandosi così in forme e linguaggio nella mente di chi le osserva. Gli "Orizzonti" sono "Icone di Luce" nate dall'intimo rapporto tra luce, tempo e materia.

Luca Pietro Nicoletti: "In questi lavori Wolf recupera quello che il fotografo tradizionalmente scarterebbe dopo lo sviluppo della pellicola, riconoscendo a quel frammento iniziale una sua qualità estetica e pittorica affine come resa a certi effetti della pittura astratta contemporanea. Una volta stampati su carta, infatti, questi dettagli hanno rivelato immagini dal forte impatto visivo, capaci di evocare spazi di grande intensità."

Come per Valentino Vago con la pittura, la riflessione sulla fotografia di Silvio Wolf pone al proprio centro la luce, vera protagonista di ogni sua opera fotografica. Gli squarci di luce e colore in spazi sospesi che si manifestano nelle sue fotografie astratte, così come nelle pitture di Valentino Vago, evidenziano come entrambi gli artisti aspirino a una restituzione astratta del Reale, con lo scopo di condurre lo sguardo oltre il visibile. La già citata "Composizione" di Vago, e ancor di più "Orizzonte nero", dipinti dalla grande forza evocativa così come gli "Orizzonti" di Wolf, danno sostanza all'indefinibile, mostrando l'essenza di qualcosa che esiste a priori, in pittura per Vago, in fotografia per Wolf. Le diverse ricerche di Valentino Vago e Silvio Wolf indicano spazi di meditazione, orizzonti mentali che si riconoscono nella visione astratta del Reale. (Comunicato ufficio stampa De Angelis press, Milano)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Silvio Wolf, Horizons 23 22 26, trittico, 2011-2015
2. Valentino Vago, Due Forme, olio su tela, 1960




Opera con lacerazioni e graffiti su rame di cm 234x94 per ogni pannello denominata Concetto spaziale, New York 10 realizzata da Lucio Fontana nel 1962, Lucio Fontana
Autoritratto


12 marzo - 03 luglio 2022
Fondazione Magnani-Rocca - Mamiano di Traversetolo (Parma)
www.magnanirocca.it

La mostra si origina dal rapporto tra Lucio Fontana (Rosario di Santa Fè 1899 - Comabbio 1968), maestro assoluto dello Spazialismo e dell'arte del XX secolo, e la storica dell'arte Carla Lonzi, allieva del grande Roberto Longhi, che ha rivoluzionato l'idea della critica militante con il suo volume di interviste "Autoritratto. Accardi Alviani Castellani Consagra Fabro Fontana Kounellis Nigro Paolini Pascali Rotella Scarpitta Turcato Twombly" edito da De Donato, Bari, nel 1969. Composta di circa cinquanta opere, la mostra si tiene alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma, ed è curata da Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone, Stefano Roffi.

Carla Lonzi (Firenze 1931 - Milano 1982) inizia il proprio percorso collaborando con celebri gallerie e periodici, presentando poi il lavoro di Carla Accardi alla Biennale di Venezia del 1964. Nello stesso periodo, inizia a raccogliere interviste ad artisti con l'ausilio di un registratore (strumento innovativo per la critica d'arte dell'epoca) poi trascritte e riassemblate per essere edite appunto nel volume "Autoritratto" del 1969. Ogni artista parla in prima persona - vi sono discorsi colloquiali senza filtri e quasi senza vincoli - esponendo articolate riflessioni sulle proprie ricerche, sul sistema dell'arte nonché sulla propria vita privata.

Emerge l'idea di partecipazione e di complicità tra il critico e l'artista, che scardina la visione della critica ufficiale del tempo, con giudizi molto schietti da parte di Fontana su grandi artisti come Jackson Pollock e Robert Rauschenberg. "Autoritratto" è anche una soglia che segna l'uscita di Carla Lonzi dal sistema dell'arte. L'esposizione dunque segue, narrativamente, la conversazione tra Fontana e Lonzi, permettendo la realizzazione di un percorso antologico, ma non dogmatico, con lavori che toccano i momenti salienti e peculiari della ricerca fontaniana, un itinerario nel pensiero e nella pratica di un artista che riteneva che l'arte dovesse essere vissuta attraverso una nuova dimensione, all'interno della quale entravano anche nuove tecnologie e materiali.

Vengono esposte opere di vari periodi, dalle sculture degli anni Trenta ai "Concetti spaziali" ("Buchi" e "Tagli") dagli anni Quaranta ai Sessanta, oltre ai "Teatrini" e alle "Nature" bronzee; spettacolari sono l'enorme New York 10 del 1962, pannelli di rame con lacerazioni e graffiti, in dialogo con la luce a evocare la sfavillante modernità della metropoli, e la potentissima "La fine di Dio", 1963, grande opera realizzata a olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela, emblematica della concezione spazialista e insieme religiosa dell'artista.

Il percorso si chiude con opere di Enrico Baj, Alberto Burri, Enrico Castellani, Luciano Fabro, Piero Manzoni, Giulio Paolini, Paolo Scheggi, provenienti dalla collezione personale di Fontana, artisti più giovani da lui seguiti e promossi. Particolarmente suggestive le serie fotografiche scattate da Ugo Mulas a Fontana, del quale sono esposte anche due opere appartenute al grande fotografo; di una di esse è esposta la documentazione fotografica dell'intera genesi, dal primo "buco" all'opera compiuta, un unicum sia nella storia del fotografo sia in quella dell'artista.

Una peculiarità del progetto è l'aver recuperato il file audio della conversazione originale e integrale, dove si può ascoltare la diretta voce di Fontana che parla del suo lavoro, della sua vita d'artista, della sua attività di collezionista ma anche di esperienze e avventure quotidiane (Lonzi pubblicherà nel volume del 1969 solo una parte della lunga intervista). Le parole di Fontana vengono utilizzate sia come installazione sonora sia come filo narrativo lungo tutto il percorso della mostra Autoritratto.

Lucio Fontana è tra i pionieri e maestri indiscussi dell'arte del XX secolo, figura carismatica radicale e dirompente, costante punto di riferimento per gli artisti delle generazioni successive. Promotore di numerosi manifesti del Movimento Spazialista, a cominciare dal Manifiesto Blanco del 1946 - dove si afferma che "la materia, il colore e il suono in movimento sono i fenomeni, lo sviluppo simultaneo dei quali sostanzia la nuova arte" - avvia un processo che lo porterà all'idea di introdurre una nuova, inedita dimensione nelle sue opere.

Egli è uno sperimentatore totale; dopo i lavori in marmo, gesso e ceramica del primo periodo e la costante attività di dialogo con prestigiosi architetti, nel 1949 inizia i suoi rivoluzionari lavori con i "Buchi" che perforano la tela; nel 1951 realizza la celebre "Struttura al neon" per la IX Triennale di Milano, passando, pionieristicamente, dai lavori concepiti appositamente per trasmissioni televisive sperimentali (1952) e approdando ai celeberrimi "Tagli" nel 1958. Nel suo complesso e proficuo percorso ha esposto nelle più autorevoli sedi museali e istituzionali internazionali, partecipando a numerose edizioni della Biennale di Venezia e di Documenta di Kassel.

La mostra si fregia del supporto e del prestito di un importante nucleo di opere della Fondazione Lucio Fontana di Milano. Il catalogo (Silvana Editoriale) è curato, come la mostra, da Walter Guadagnini (già curatore di due prestigiose mostre presso la Villa dei Capolavori), Gaspare Luigi Marcone (storico e curatore di numerosi progetti sugli artisti italiani del XX secolo), Stefano Roffi (direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca). Oltre a quelli dei curatori, contiene contributi di Paolo Campiglio, Mauro Carrera, Lara Conte, Maria Villa, con la riproduzione di tutte le opere esposte. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

Immagine:
Lucio Fontana, Concetto spaziale, New York 10, lacerazioni e graffiti su rame cm 234x94 (ogni pannello), 1962, Milano, © Fondazione Lucio Fontana




Locandina della mostra Pier Paolo Pasolini Manifesti per il suo cinema Pier Paolo Pasolini
Manifesti per il suo cinema


05 marzo - 03 luglio 2022
Museo Nazionale Collezione Salce (Chiesa di San Gaetano) - Treviso

Dalla collaborazione tra il Museo Nazionale Collezione Salce (Direzione Regionale Musei Veneto), la Cineteca del Friuli e Suasez, l'originale viaggio nel cinema di Pier Paolo Pasolini. Ad essere proposti sono 21 manifesti, tutti provenienti dal Fondo Gianni Da Campo della Cineteca del Friuli di Gemona del Friuli; ad accompagnarli, un nuovo manifesto dedicato al centenario pasoliniano, appositamente creato da Renato Casaro, il grande cartellonista trevigiano cui è dedicata, sino al primo maggio, una antologica in tre sedi: le due della Collezione Salce e il Museo Civico di Santa Caterina.

I manifesti proposti dalla mostra sono quelli di Accattone (1961), Amore e rabbia (1969 - sequenza del Fiore di carta), Appunti per un film sull'India (1968), Capriccio all'italiana (1968), Che cosa sono le nuvole?, Comizi d'amore (1964), Edipo re (1967), Le streghe (1967), La Terra vista dalla Luna, Mamma Roma (1962), Medea (1969), Porcile (1969), La rabbia (1963) docu-film in due parti, Ro.Go.Pa.G. (1963), La ricotta, Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo (1965), Teorema (1968), Uccellacci e uccellini (1966), Il Vangelo secondo Matteo (1964), 12 dicembre, regia non accreditata e condivisa con Giovanni Bonfanti (1972), Appunti per un'Orestiade africana (1970), Il Decameron (1971), Il fiore delle Mille e una notte (1974), Le mura di Sana'a (1971), I racconti di Canterbury (1972), Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), Storie scellerate (1973). Inoltre altri film con Pasolini coinvolto nella veste di sceneggiatore, attore, o altro: La notte brava (1959), Il bell'Antonio (1960), Requiescat (1967).

"Dal 1961 al 1975, anni in cui Pasolini realizzò i suoi film, evidenzia Daniele Ferrara, Direttore Regionale Musei Veneto, la promozione cinematografica era affidata prevalentemente ai supporti cartacei, manifesti, locandine e fotobuste. La realizzazione di alcune di queste affissioni venne affidata a celebri pittori, in altri casi a grafici che impaginavano materiale fotografico. Naturalmente il tutto era condizionato dalle esigenze della produzione e della distribuzione.

Per la locandina di Accattone Pasolini aveva beneficiato dell'apporto di pittori importanti come Corrado Cagli, Carlo Levi, Mino Maccari e Anna Salvatore che avevano ognuno disegnato un manifesto. Il pittore ufficiale però fu Alessandro Simeoni (1928-2008), in arte Sandro Symeoni che ritrae il protagonista Vittorio Cataldi (Franco Citti) in un cromatismo scuro.

La locandina di Mamma Roma è una composizione grafica di Gigi De Santis che mostra una fotografia in cui Mamma Roma abbraccia il figlio Ettore mentre questi guida una motocicletta. La locandina della Rabbia invece è dello Studio Ravalli, e in essa Pasolini si mette in posa a sinistra per contrapporsi a Giovannino Guareschi collocato a destra. Comizi d'amore (1964), realizzato prima del Vangelo ma uscito dopo, venne illustrato dal pittore Mauro Innocenti in arte Maro, che ritrae due ragazzi innamorati, abbracciati.

Uccellacci e uccellini (1966) è invece un disegno di Carlantonio Longi (1921-1980). Edipo re (1967) è realizzato da Roberto De Seta, in arte Bob De Seta che mostra il servo di Laio che trasporta il piccolo Edipo sull'Acheronte dove rinuncerà a sopprimerlo e la reggia di Tebe dove egli sposerà la madre usurpando il trono paterno. Anche Teorema (1968) è di Bob De Seta. Vi domina il volto di Terence Stamp, e con l'immagine di Silvana Mangano sottostante. Porcile (1969) venne dipinto da uno dei più importanti pittori di cinema Angelo Cesselin. Enrico De Seta è il grafico, oltre che disegnatore, del film Medea (1969) dove vennero montate alcune foto di Mario Tursi (1929-2008)". (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)

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Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative
01 marzo - 16 ottobre 2022
Sottopasso di Piazza Re Enzo - Bologna
Presentazione

Pier Paolo Pasolini a Casa Testori
19 aprile - 01 luglio 2012
Casa Testori - Associazione Culturale - Novate Milanese (Milano)
Presentazione




Still - Studi sulle immagini in movimento
Piattaforma di ricerca sulle immagini in movimento
Capitolo 4


still.inbetweenartfilm.com

Fondazione In Between Art Film presenta il quarto capitolo di Still, una piattaforma di ricerca sul campo delle immagini in movimento nel contesto artistico, con un programma di testi appositamente commissionati. Il progetto si manifesta come una raccolta online di riflessioni in forma di saggi e conversazioni sulle immagini in movimento, che esplorano opere appartenenti alla Collezione della Fondazione e le pratiche di artisti con cui la Fondazione ha collaborato e collabora tramite iniziative di commissione o co-produzione.

Grazie alla collaborazione con artisti, scrittori, curatori e ricercatori internazionali, questa piattaforma di ricerca è concepita come parte integrante della missione della Fondazione nel promuovere la cultura delle immagini in movimento, con il desiderio di contribuire alla letteratura e alla conoscenza che circonda la opera di artisti la cui visione arricchisce e ispira il nostro lavoro. Still è un progetto sviluppato dal team della Fondazione In Between Art Film su un'idea di Alessandro Rabottini, direttore artistico, e curato con Bianca Stoppani, editor, insieme a Leonardo Bigazzi e Paola Ugolini, Curatori.

Il quarto capitolo di Still comprende quattro studi:

- Double Exposure è una conversazione intima e profonda tra l'artista Hiwa K e Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, fondatore e direttore artistico di SAVVY Contemporary, Berlino. In questo viaggio poetico, Hiwa K ci guida nell'esplorazione dei concetti di trasformazione, transizione e trascendenza attraverso alcuni dei suoi lavori video più importanti, come Nazha and the Bell Project (2007-15), Pre-Image (Blind as the Mother Tongue) (2017), e View from Above (2017), che fanno parte della Collezione.

- Close-Up è un avvincente saggio di Barbara Casavecchia, scrittrice, curatrice indipendente ed educatrice. A partire dall'installazione multimediale Power Plants dell'artista Hito Steyerl, che abbiamo co-prodotto nel 2019 in occasione della sua mostra personale a Serpentine Galleries di Londra, Casavecchia evoca i limiti dei macro modelli epistemologici contemporanei nel loro disegno astratto della realtà alla luce della viriditas botanica di Ildegarda di Bingen.

- Cross-Cutting offre un studio approfondito di Erika Balsom, professoressa di studi cinematografici al King's College di Londra, dove ripercorre gli albori dell'interesse nei confronti del cinema e delle sue modalità espositive da parte dell'arte contemporanea attraverso la storica mostra Passages de l'image, tenutasi al Centre Pompidou di Parigi nel 1990.

- E per First Look, Teresa Castro, professoressa associata in studi cinematografici presso la New Sorbonne University - Parigi 3, esamina la nostra recente acquisizione filmica The Heart of a Tree (2020) dell'artista Clare Langan, inquadrandola in un dibattito più ampio sulle possibilità speculative della fantascienza nell'immaginare il futuro dell'umanità tra le gravi minacce della crisi climatica che il mondo sta affrontando. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Lucio Dalla
Anche se il tempo passa


04 marzo - 17 luglio 2022
Museo Civico Archeologico - Bologna

La grande mostra-evento apre a Bologna, prima tappa di un importante percorso nazionale che la vedrà realizzata a Roma in autunno, dal 22 settembre all'Ara Pacis e, successivamente, nel 2023, in occasione dell'ottantesimo della nascita, a Napoli e a Milano. La curatela è di Alessandro Nicosia con la Fondazione Lucio Dalla. La mostra è il frutto di una lunga ricerca di materiali, molti dei quali esposti per la prima volta, che documentano l'intero percorso umano e artistico di uno dei più amati artisti italiani e internazionali che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica, dello spettacolo e della cultura. Un percorso dal quale, partendo dall'infanzia, viene evidenziato come il rapporto con la musica di Lucio Dalla è sempre centrale ed è un elemento continuativo che lo seguirà per tutta la vita.

Dice Alessandro Nicosia, curatore e organizzatore della mostra, (a cui si devono, tra le tante, esposizioni dedicate a Federico Fellini, ad Alberto Sordi, a Luciano Pavarotti, a Oriana Fallaci etc.): "Presentare l'Universo Dalla in uno spazio di 1000 metri quadri è stata un'impresa difficile ma sicuramente affascinante; in lui la musica scorre dalla più tenera età, con estrema naturalezza. Grazie alla sua capacità innata di dare forma a qualsiasi espressione musicale gli capitasse alle orecchie, ha dato vita a questa incredibile carriera, lunga, intensa, multiforme, sempre all'insegna di strade nuove e inesplorate. Per avere un quadro più attento e preciso, ho condotto un lungo e approfondito lavoro di ricerca, leggendo tantissimi libri, interviste, giornali, guardando filmati, ma soprattutto intervistando chi realmente l'ha amato e conosciuto: in questo modo mi è stato possibile raccogliere numerosissime testimonianze fondamentali per riuscire a comporre una lettura esaustiva di una personalità così sfaccettata".

Oltre dieci le sezioni in cui è suddivisa l'esposizione: Famiglia-Infanzia-Amicizie-Inizi musicali, Dalla ci racconta, Il clarinetto, Il museo Dalla, Dalla e la sua musica, Dalla e il cinema, Dalla e il teatro, Dalla e la televisione, l'Universo Dalla, Dalla e Roversi, Dalla e la sua Bologna. Insieme ai documenti, tante foto, filmati, abiti di scena e altri aspetti che ci raccontano la sua vita, l'arte e le sue passioni.

Per capire meglio il risultato finale di questa importante ricerca/esperienza va sottolineata la sezione Universo Dalla, con decine di foto del Maestro con tanti personaggi della cultura, i più importanti cantanti, i tantissimi collaboratori che lo accompagnarono puntualmente nel suo lavoro e, ancora, un'interessante chicca con un'enciclopedia di oltre 250 nomi di persone di ogni genere sociale, con cui ha avuto rapporti di lavoro e amicizia che lo hanno seguito per tutta la vita con gioia e con il massimo della considerazione. Con l'occasione l'esposizione sarà accompagnata da un prestigioso catalogo edito per i tipi di Skira che vede, tra le tante cose, un lungo elenco di straordinarie testimonianze raccolte in occasione delle celebrazioni che aiutano a capire Lucio Dalla. (Estratto da comunicato ufficio stampa Bologna Musei)




Fotografia scattata da Francesco Negri in mostra a MonFest 2022 MonFest 2022

Le forme del tempo. Da Francesco Negri al contemporaneo

Casale Monferrato, 25 marzo - 12 giugno 2022

La prima edizione del MonFest, la nuova Biennale internazionale di fotografia, promossa dal Comune di Casale Monferrato, a cura di Mariateresa Cerretelli, non poteva non partire da un protagonista di casa: Francesco Negri (Tromello, 1841 - Casale Monferrato, 1924). Di Casale, Negri, che di professione faceva l'avvocato, negli anni '80 dell'Ottocento fu Sindaco. Ma a farne un personaggio di notorietà internazionale non furono l'attività forense o amministrativa bensì la sua passione per la fotografia.

"Il suo interesse per la fotografia - annota Mariateresa Cerretelli - nacque durante gli anni dell'università e si espresse nel corso di tutta la sua vita, grazie alla curiosità e alla voglia di sperimentare, che lo portarono a raggiungere livelli altissimi. I suoi esperimenti nel campo della microfotografia gli consentirono di fotografare, tra gli altri, il bacillo della tubercolosi e di entrare in contatto epistolare con Robert Koch. Mise a punto un teleobiettivo che brevettò ed entrò in produzione su scala industriale presso la ditta Koristka e dalla sua invenzione non trasse mai profitti".

Oltre che appassionato di fotografia, Negri fu studioso di arte, in particolare degli artisti, ma si interessò anche agli artisti che operarono presso il Sacro Monte di Crea, in particolare ai fratelli de Wespin, autori delle statue delle cappelle del Sacro Monte. La sua ricerca artistica si concretizzò nel volume Il santuario di Crea in Monferrato. Questo ambito di studi gli consentì di arrivare a stringere amicizia con Samuel Butler e Henry Festing Jones. Nella mostra-omaggio lui dedicata (a cura di Luigi Mantovani e Elisa Costanzo) sarà esposta una sequenza di sue immagini fotografiche, ritratti in particolare. Insieme ad un album fotografico, curato da Gabriele Serrafero, con più di 300 riproduzioni di foto del sindaco-fotografo. Saranno in mostra anche i volumi di Samuel Butler e Henry Festing Jones, con dediche autografe degli autori a Francesco Negri e il manoscritto con bozze di stampa, annotazioni autografe sul Santuario di Crea.

"Ricordare Francesco Negri - sottolineano i curatori - significa ricordare un momento importante della fotografia, e un periodo della storia della città altrettanto importante. Due momenti pionieristici e di grande cambiamento, dove, in entrambi i casi, è la civiltà delle macchine, l'età industriale, che si affaccia sulla ribalta, portando con sè nuove e inaudite possibilità".

Ma ad essere ricreato con reperti tutti originali sarà anche l'ambiente fisico e tecnico che fece da incubatore alla ricerca di Negri: una sua macchina fotografica, vetrini con sezioni sottili di diversi materiali, tricromie, un cavalletto di legno per il ritocco fotografico e la scrivania dotata di un apposito sistema di retroilluminazione per il ritocco delle lastre fotografiche. In mostra anche il frutto, o meglio uno dei frutti, delle sue ricerche tecniche: il celebre teleobiettivo Negri-Koristka, entrato nella storia tecnica della fotografia. "Sarà come ritornare con la macchina del tempo a quegli anni gloriosi ed assistere alle ricerche che Negri, così come tanti altri pionieri, compiva per aprire nuovi ambiti alla fotografia", chiosa la direttrice del festival casalese, Maria Teresa Cerretelli. (Comunicato stampa Studio Esseci)




Dipinto a olio su legno di pioppo di cm 82x68 denominato Lucrezia e suo marito realizzato da Tiziano nel 1515 circa proviente dal Kunsthistorisches Museum di Vienna Dipinto a olio su tela di cm 114x99 denominato Maria Maddalena realizzato da Tiziano e bottega nel 1565 circa proveniente da Staatsgalerie Stuttgart Dipinto a olio su legno di pioppo di cm 63.5x51 denominato Giovane donna in abito blu realizzato da Palma il Vecchio dopo il 1514 proveniente dal Kunsthistorisches Museum di Vienna Tiziano e l'immagine della donna nel Cinquecento veneziano
23 febbraio - 05 giugno 2022
Palazzo Reale - Milano

Oltre un centinaio le opere esposte di cui 47 dipinti, 16 di Tiziano, molti dei quali in prestito dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, cui si aggiungono sculture, oggetti di arte applicata come gioielli, una creazione omaggio di Roberto Capucci a Isabella d'Este (1994), libri e grafica. L'esposizione - afferma la curatrice Sylvia Ferino - aspira a riflettere sul ruolo dominante della donna nella pittura veneziana del XVI secolo, che non ha eguali nella storia della Repubblica o di altre aree della cultura europea del periodo.

A partire dal volume di Rona Goffen Titian's Women, pubblicato nel 1997, sono innumerevoli gli studi che si sono concentrati sull'universo femminile nel Rinascimento veneziano. Questa indagine non è tuttavia mai stata posta al centro di una mostra. La struttura portante dell'esposizione affronta dunque un argomento eternamente valido ma anche completamente nuovo, presentando l'immagine femminile attraverso tutto l'ampio spettro delle tematiche possibili e nel contempo mettendo a confronto gli approcci artistici individuali tra Tiziano e gli altri pittori del tempo.

Partendo dal tema del ritratto realistico di donne appartenenti a diverse classi sociali, passando a quello fortemente idealizzato delle così dette "belle veneziane" si incontrano via via celebri eroine e sante, fino ad arrivare alle divinità del mito e alle allegorie. Inclusi nella mostra anche i ritratti e gli scritti di famosi poeti che cantarono l'amore ed equipararono la ricerca del bello all'esaltazione della donna e della bellezza femminile, come anche ritratti delle donne scrittrici, nobildonne, cittadine e anche cortigiane. Sono analizzati anche l'abbigliamento e le acconciature femminili sfoggiate nei ritratti, sia reali che ideali, esaminando la moda contemporanea con la sua predilezione per tessuti sontuosi, perle e costosi gioielli.

Le undici sezioni della mostra: I. Premessa; II. Ritratti; III. Le "Belle veneziane"; IV. "Apri il cuore"; V. Coppie; VI. Eroine e sante; VII. Letterati, polemisti, scrittori d'arte; VIII. Donne erudite. Scrittrici, poetesse, cortigiane; IX. Venere e gli amori degli dei; X. Allegorie; XI. Oltre il mito

A Venezia nel Cinquecento l'immagine della donna assume un ruolo unico e una importanza quale non si era mai vista prima nella storia della pittura. Da un lato vi è la presenza di Tiziano, con il suo interesse per la raffigurazione della donna nella sua tenera carnalità e sofisticata eleganza, e dall'altro il particolare status di cui le donne godevano nella società veneziana. Le spose veneziane esercitavano infatti diritti non comuni, quali il continuare a disporre della propria dote e il poterla distribuire tra i figli, dopo la morte del marito. Le donne non potevano partecipare alla vita politica o finanziaria, ma rivestivano certamente un ruolo importante nella presentazione dell'immagine legata al cerimoniale pubblico della sontuosa e potente Repubblica.

Contemporaneamente, si assiste a un grande incremento della letteratura sulla donna, con il rinnovato entusiasmo per il Canzoniere di Petrarca, per l'Arcadia di Jacopo Sannazzaro, per l'Orlando furioso di Ariosto da parte di importanti letterati come Pietro Aretino, Pietro Bembo, Giovanni Della Casa, Sperone Speroni e Baldassarre Castiglione. Nei loro scritti, letterati e poeti si concentrano sempre di più sulle donne e sul loro ruolo di vitale importanza per la famiglia e per la continuità del genere umano.

Un altro fattore importante è la solida fiducia nel potere dell'amore, a cui vengono attribuiti i meriti di rafforzare il matrimonio e garantire figli di bell'aspetto, intelligenti e felici. Così, l'aspetto di una donna amata e desiderata inizia ad acquisire sempre maggiore importanza. Una forte componente erotica nella pittura dell'epoca diventa soggetto per i poeti, in una sorta di accesa competizione tra pittura e poesia, vinta dalla pittura per l'immediatezza e il fascino delle immagini proposte. Questa concentrata attenzione sulla donna probabilmente alzava la loro autostima e ispirava le più erudite a partecipare con loro scritti alle discussioni di genere nella famosa "querelle des femmes" che costituisce il più importante movimento "proto-femminista" prima della rivoluzione francese.

Donne come Moderata Fonte con il suo sorprendentemente moderno dialogo Il merito delle donne, e poi Lucrezia Marinelli con il suo discorso su La nobiltà et l'eccellenza delle donne mettono in questione la superiorità dell'uomo. A Venezia è nell'arte figurativa che il tema si impone, grazie alla figura magistrale di Tiziano, che pone la figura femminile al centro del suo mondo creativo. Grazia, dolcezza, potere di seduzione, eleganza innata sono le componenti fondamentali delle immagini femminili della Scuola Veneta, che vede in Tiziano il protagonista indiscusso, grazie a lui lo scenario artistico dell'epoca muta completamente.

Per Tiziano la bellezza artistica corrisponde a quella femminile: meno interessato al canone della bellezza esteriore rispetto alla personalità di una donna e alla femminilità in quanto tale, riesce a non sminuirne mai la dignità, indipendentemente dal contesto, dalla narrazione o dalla rappresentazione. Le "belle veneziane" sono donne reali o presunte tali, ritratte a mezza figura e fortemente idealizzate. Grazie allo studio approfondito di testi fondamentali come ultimamente L'arte de' cenni di Giovanni Bonifacio (1616), una sorta di enciclopedia dei gesti, queste donne non vengono più considerate come cortigiane ma come spose.

Con vesti spesso scollate, dove il mostrare il seno non è simbolo di spregiudicatezza sessuale, ma, al contrario, sta a significare l'apertura del cuore, un atteggiamento di sincerità e verità, atto consensuale della donna verso lo sposo per suggellare le nozze. Queste opere sostituiscono i ritratti reali di donne delle classi patrizie o borghesi, avversati dal sistema oligarchico di governo che rifiutava il culto della personalità individuale. Quando Tiziano ritrae donne reali si tratta di figure non veneziane, come Isabella d'Este, marchesa di Mantova, o sua figlia Eleonora Gonzaga, duchessa di Urbino.

Le cortigiane erano spesso anche colte ed alcune di loro diventarono famose per i loro scritti, come per esempio Veronica Franco, che in una lettera ringrazia persino Tintoretto per averla ritratta. Tuttavia sino ad oggi esistono pochissimi ritratti identificabili con sicurezza con cortigiane individuali in dipinti a olio. Ci sono poi le eroine come Lucrezia, Giuditta o Susanna che rappresentano l'onore, la castità, il coraggio e il sacrificio o Maria Maddalena nella sua fase spirituale di penitenza. E infine le figure mitologiche come Venere che nasce dal mare come Venezia e personifica la città. In tutte le donne dipinte Tiziano celebra le loro molteplici e diversificate qualità. Agli occhi di chi le guarda appaiono tutte come fortissime personalità, come divinità.

Tra i dipinti più importanti di Tiziano segnaliamo: Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere (1537 circa); Madonna col Bambino (1510-1511); Isabella d'Este in nero (1534-1536 circa); Venere, Marte e Amore (1550 circa); Danae (post 1554); Ritratto di donna (tradizionalmente identificata con Lavinia) (1565 circa); Lucrezia e suo marito (1515 circa); Giovane donna con cappello piumato (1534-1536); Ritratto di giovinetta (1545 circa); Allegoria della Sapienza (1560 circa).

Di Giorgione: Laura (1506). Di Lotto: Giuditta (1512). Di Tintoretto: La tentazione di Adamo ed Eva (1550-1553 circa); Madonna col Bambino; Ritratto di donna in rosso (1555 circa) e Susanna e i vecchioni (1555-1556); Leda e il cigno (1550-1560). Di Palma il Vecchio: Giovane donna in abito blu e Giovane donna in abito verde (post 1514) e Ninfe al bagno (1525-1528). Di Veronese: Lucrezia (1580-1583 circa), Giuditta (1580 circa), Venere e Adone (1586 circa) e Il ratto di Europa (1578 circa).

Altri dipinti di grande forza espressiva di Paris Bordon, Giovanni Cariani, Bernardino Licinio, Giovan Battista Moroni, Palma il Giovane, Alessandro Bonvicino detto il Moretto completano e arricchiscono questo affascinante itinerario nella pittura di soggetto femminile della Venezia cinquecentesca. Il libro che accompagna la mostra è pubblicato da Skira in tre edizioni, italiana, tedesca e inglese. (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Tiziano, Lucrezia e suo marito, olio su legno di pioppo cm 82x68, 1515 circa, Vienna, Kunsthistorisches Museum
2. Tiziano e bottega, Maria Maddalena, olio su tela cm 114x99, 1565 circa, Stoccarda, Staatsgalerie Stuttgart
3. Palma il Vecchio, Giovane donna in abito blu, olio su legno di pioppo cm 63.5x51, post 1514, Vienna, Kunsthistorisches Museum




Robert Doisneau
05 marzo - 22 maggio 2022
Centro Saint-Bénin - Aosta

"Le selezionatissime immagini che il curatore Gabriel Bauret ha scelto per questa mostra - rivela la Dirigente delle Attività espositive Daria Jorioz - provengono dall'Atelier Doisneau di Montrouge, nel sud della capitale francese. Sono immagini empatiche che avvicinano l'osservatore, lo rendono partecipe e non solo spettatore. Robert Doisneau incarna l'immagine del fotografo umanista immerso nella vita della sua città: ne coglie il respiro, le emozioni, le trasformazioni sociali, ne narra la bellezza, le contraddizioni, le storie minime che ne compongono la storia collettiva.

Il fotografo francese cresce insieme alla sua città, la osserva prendendo appunti visivi, la racconta cominciando dalla strada. Lo fa sempre con delicatezza e garbo, talvolta con malinconia, spesso con un'ironia sottilmente dissimulata oppure giocosamente evidente. Tra le opere in mostra non poteva mancare Le Baiser de l'Hôtel de Ville, Paris, 1950, immagine celebre e iconica, ritenuta tra le più riprodotte al mondo. In questo suo celebre scatto Doisneau ha saputo catturare un momento magico e un'emozione che sono universali.

A Montrouge, Doisneau ha sviluppato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant'anni, ed è lì che si è spento nel 1994, lasciando un'eredità di quasi 450.000 negativi. Dallo stesso atelier, oggi le sue due figlie contribuiscono alla diffusione e alla divulgazione della sua opera, accogliendo le continue richieste di musei, festival e case editrici. Le prime tappe del percorso di Robert Doisneau sono segnate da una formazione nel campo della litografia, attività che abbandonerà rapidamente in favore di un apprendistato presso lo studio di André Vigneau, un fotografo che gli fornisce una finestra sul mondo dell'arte.

Seguirà, per quattro anni, un'intensa collaborazione con il reparto pubblicitario della Renault. Una volta libero da questo impegno, Robert Doisneau approda al tanto ambito status di fotografo indipendente, ma il suo slancio viene spezzato dalla guerra, che tuttavia non gli impedirà di continuare a fotografare. Subito dopo la Liberazione della capitale, di cui è testimone, comincia un periodo molto intenso di commissioni per la pubblicità (e in particolare per l'industria automobilistica), la stampa (tra cui le riviste "Le Point' e in seguito "Vogue') e l'editoria.

In parallelo, porta avanti i suoi progetti personali, che saranno oggetto di numerose pubblicazioni, a cominciare dall'opera La Banlieue de Paris, uscita nel 1949 e creata in collaborazione con lo scrittore Blaise Cendrars. La sua traiettoria si incrocia anche con quelle di Jacques Prévert e Robert Giraud, la cui esperienza e amicizia nutrono la sua fotografia, nonché con quella dell'attore e violoncellista Maurice Baquet, con il quale mette in scena un gran numero di immagini. Dal 1946 le sue fotografie vengono distribuite dall'agenzia Rapho. Qui conosce in particolare Sabine Weiss, Willy Ronis e, successivamente, Édouard Boubat, che insieme a lui formeranno una corrente estetica spesso definita "umanista".

Nel 1983 gli viene assegnato il "Grand Prix national de la photographie', a consacrazione di un'opera estremamente ricca e densa. Tale consacrazione passa attraverso le numerosissime esposizioni, in Francia come all'estero, le incalcolabili opere che rivisitano la sua fotografia dalle prospettive più varie e i documentari a lui dedicati. E ad Aosta il pubblico italiano avrà il piacere di avvicinarsi al grande fotografo attraverso ben 128 delle sue più belle immagini. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Opera Senza titolo a olio su tela di cm 70.4 x 100 realizzata da Jannis Kounellis nel 1961 Jannis Kounellis: Gli anni Sessanta
inaugurazione 23 marzo 2022
MLFine Art - Milano
www.mlfineart.com

Il progetto espositivo, a cura di Francesco Guzzetti, si concentra su un momento tanto significativo quanto ancora non sufficientemente approfondito del percorso artistico di Jannis Kounellis (Il Pireo 1936 - Roma 2017), uno tra i più importanti esponenti dell'Arte povera. Pittore e scultore di origine greca, Kounellis si trasferisce a vent'anni a Roma per studiare presso l'Accademia di belle arti sotto la guida di Toti Scialoja. Dalla prima influenza dell'espressionismo astratto e dell'arte informale, il suo percorso artistico si smarca presto sulla spinta di un'urgenza comunicativa molto forte, che lo porta al rifiuto di prospettive individualistiche del linguaggio artistico in favore del rafforzamento del suo valore pubblico e collettivo.

Attraverso alcune opere di assoluta qualità, la mostra intende raccontare quel momento, a cavallo tra 1961 e 1963, in cui l'artista transitò dalla stagione folgorante dei cosiddetti Alfabeti - nati dal desiderio di superare l'arte informale dominante in quegli anni affidandosi a segni volutamente semplici - verso un graduale recupero di forme più articolate di rappresentazione.

Una formidabile tela del 1961 ben illustra la serie degli Alfabeti, in cui segni tipografici ingranditi (frecce, numeri, lettere)sono dipinti a monocromo scuro su una superficie chiara. Resi in questo modo indecifrabili, tali frammenti linguistici perdono la loro valenza semantica e, ricomposti in una struttura ordinata di memoria costruttivista, emergono con forza dalla superficie dell'opera, esaltandone l'aspetto visivo. Una tela del 1963, eccezionale anche per dimensioni, è invece uno splendido esempio di quel ristretto gruppo di opere - che prelude alla serie delle Rose del 1964-66, in cui l'artista mostra un rinnovato interesse per la materia e per gli elementi naturali - costituito da dipinti meno noti, ma molto significativi, che articolano e ampliano il raggio della sperimentazione di Kounellis su tecniche e materiali.

La tela, che evidenzia il legame con Mario Schifano, testimonia il passaggio a una fase pop nel percorso dell'artista, in coincidenza con la presentazione dell'arte pop statunitense alla Biennale di Venezia del 1964. Attraverso una selezione di opere raramente esposte in passato e con l'apporto di una ricerca scientifica condotta da Francesco Guzzetti (Università degli Studi di Firenze), la mostra vuole dunque rivelare al pubblico una stagione in cui l'artista seppe confrontarsi e anticipare le tendenze allora emergenti nella nuova avanguardia, imprimendo la propria cifra stilistica su un intero periodo della storia dell'arte a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Jannis Kounellis, opera senza titolo, 1961, olio su tela, 70.4 x 100 cm

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Jannis Kounellis. Arte contemporanea tra Grecia e Italia
Articolo

Jannis Kounellis: I Cappotti | The Coats
Casa Testori - Novate Milanese (Milano), 21 settembre - 10 novembre 2019
Locandina della mostra

Jannis Kounellis: La storia e il presente
Galleria Nazionale di Palazzo Arnone - Cosenza (2007)
Presentazione

kounellis / 14 disegni / 1991
MUSMA Museo della Scultura Contemporanea - Matera (2017)
Presentazione

Alighiero Boetti e Jannis Kounellis
Associazione StudioArte - Trieste (2007)
Presentazione




Vincenzo Agnetti
22 febbraio - 12 giugno 2022
Videoteca GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea - Torino

Mostra dedicata a Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-1981), quinto appuntamento del ciclo espositivo nato dalla collaborazione tra l'Archivio Storico della Biennale di Venezia e la VideotecaGAM e volto a testimoniare la stagione iniziale del video d'artista italiano tra anni Sessanta e Settanta. L'esposizione a cura di Elena Volpato affronta attraverso poche, irrinunciabili opere un aspetto centrale del lavoro di Agnetti: la sostituzione tra parola e numero come ultimo grado di analisi critica e azzeramento del linguaggio.

Il tema emerge nelle sue opere a partire dal 1968 con la realizzazione di una calcolatrice che traduce i numeri digitati in sequenze di lettere che si combinano senza alcun significato. Una delle più note frasi di fulminante ma paradossale chiarezza che Agnetti ci abbia consegnato afferma: Una parola vale l'altra ma tutte tendono all'ambiguità. Sulla via dell'azzeramento di ogni strutturato sistema culturale, il passaggio successivo non può che essere la verifica di un ancor più radicale ipotesi: un codice vale l'altro ma nessuno veicola significati.

La parola è ambigua e ogni esercizio di traduzione ne è la riprova. E i numeri, che comunemente ci appaiono come un alfabeto universale e come elementi di un linguaggio esatto, si mostrano nel lavoro di Agnetti altrettanto deserti di ogni capacità di comunicare significati. Nell'esposizione un'opera della serie Assiomi, realizzata nel 1969, mostra sotto una sequenza di lettere rovesciate ed elevate a diversi valori numerici, una frase incisa: Quando le parole si elevano a valori di numeri i numeri valgono le parole. L'uno e l'altro codice, lettere e numeri, si trovano in posizione di simmetrico rispecchiamento, visivo e concettuale.

Se sussiste una promessa di intensità, un sentore di dimenticato fondamento, può trovarsi solo nello spazio tra di loro, in quel nero compatto della bachelite che sembra arretrare nel tempo, come volesse sottrarsi alla funzione di supporto agli instabili segni bianchi. Il nero che occupa il centro e la maggior estensione dell'opera è una delle molteplici forme di quel vuoto attorno al quale si raduna tutta l'intelligenza dell'opera di Agnetti. Un vuoto nato dal voluto collasso di tutti i linguaggi e tuttavia aperto alla ricerca di qualcosa, forse un'eco, un rimbombo sonoro che abbia a che fare con l'interiorità del senso e non con la formulazione di un significato.

Il tema della permutabilità di parole e numeri giunge a compiuta espressione nel 1973, anno di realizzazione del video presentato in mostra, Documentario N.2, girato da Vincenzo Agnetti presso il suo studio a Milano. Nell'arco di pochi minuti si assiste al passaggio dalla messa in scena dei più tipici codici didascalici del linguaggio documentario all'ermetico prodursi della voce dell'artista che pronuncia un discorso fatto unicamente di numeri e diverse intonazioni espressive, mentre le immagini passano dalla ripresa fissa di una sequenza numerica trasformata in pattern visivo allo schermo nero fino a che, in quel buio, il suono si interrompe come per l'improvviso incepparsi di un nastro audio.

Il video, come e ancor più del libro d'artista, offre ad Agnetti la possibilità di sovrapporre, e così elidere, più linguaggi e più elementi: immagini e buio, testo parlato e scritto, lingua italiana e inglese, numeri arabi e forme geometriche, nitide riprese in movimento e immagini sfocate a camera fissa, dettagli di opere dell'artista inframmezzati a oggetti e strumenti di lavoro. Tutto si mescola, tutto si contraddice e nello stacco tra l'uno e l'altro elemento contrapposto, si fa largo la percezione del vuoto sottostante.

Il 1973 è anche l'anno di realizzazione di Frammento di Tavola di Dario tradotto in tutte le lingue, dove l'evocazione di un passato abissale si presenta con i caratteri della scrittura cuneiforme per confrontarsi con una sequenza numerica, linguaggio del presente tecnologico. La linea di confine tra l'una e l'altra immagine è uno iato nel tempo che rende ancor più profondo l'evidente tradimento che si nasconde nella promessa di una traduzione universale. L'opera nella sua semplice ieraticità è la rovesciata Stele di Rosetta che l'artista ci consegna per scardinare di ogni passato e futuro linguaggio la presunzione illusoria di possedere le chiavi del significato. (Comunicato stampa)




Fotografia denominata West, Monument Valley, Colorado, realizzata da Francesco Jodice nel 2014 WEST
di Francesco Jodice

www.mufoco.org

WEST, di Francesco Jodice, è stato selezionato tra i vincitori della decima edizione dell'Italian Council, programma di promozione internazionale dell'arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il progetto è presentato dal Museo di Fotografia Contemporanea insieme a Galerie le Château d'Eau - Pôle photographique Toulouse, in collaborazione con Arc en rêve centre d'architecture di Bordeaux.

WEST è un progetto di ricerca di Francesco Jodice, a cura di Matteo Balduzzi e Francesco Zanot, che racconta il sorgere e il declino del secolo americano, indagando le origini della crisi attuale del modello liberista e più in generale dell'Occidente in un arco di tempo compreso tra l'inizio della Gold Rush (1848) e il fallimento della Lehman Brothers (2008). Avviato nel 2014, WEST si compone di tre lunghi viaggi attraverso alcuni degli stati dove ebbe luogo la corsa all'oro: California, Nevada, Utah, Wyoming, Arizona, Colorado, New Mexico, Nebraska, Texas, con l'inclusione delle aree contigue messicane.

Il fulcro dell'intero lavoro si ritrova nel crocevia tra la peculiare geologia di quest'area (una delle più antiche strutture geologiche del pianeta) e i ruderi archeologici (miniere, ghost town, utopie, complessi e infrastrutture abbandonate) di quella stagione animata da una irrefrenabile ricerca di ricchezze immediate. Le fotografie di Jodice sono intervallate da una serie di immagini d'archivio, "minerali e detriti culturali" relativi alla storia economica, geologica, politica e culturale del secolo americano, catalogati come manufatti di un'epoca che sembra giungere al suo compimento, archeologia del presente che è già passato.

Grazie al sostegno dell'Italian Council, Francesco Jodice avrà la possibilità di concludere la propria ricerca attraverso la realizzazione del terzo e ultimo viaggio, della durata di due mesi, che avrà inizio presso Sutter's Mill, 45 miglia a nord est di Sacramento in California, dove venne ritrovata la prima pepita d'oro che battezzò l'inizio della Gold Rush e terminerà a Madrid, una ghost town situata 30 miglia a sud ovest di Santa Fe in New Mexico, arrivando a un totale di circa 35 tappe tra California, Nevada, Arizona, New Mexico, Utah, Wyoming e Colorado. Il viaggio sarà accompagnato da una "performance per immagini" a cura dell'artista, che avvierà un inedito dialogo con il pubblico attraverso il proprio profilo Instagram. Giorno dopo giorno, Jodice pubblicherà, commentandole, immagini relative alle geografie, i luoghi, i testi, gli incontri, le interviste, i reperti ed infine le opere del progetto e del viaggio.

Il viaggio nel sud-ovest degli Stati Uniti prende avvio e si conclude sulla costa sud-occidentale della Francia, attraverso due diversi momenti di presentazione, discussione e valorizzazione a livello internazionale. Tra maggio e giugno 2022, un seminario di studi presso Arc en rêve (Bordeaux) fornirà all'artista nuovi materiali teorici destinati a integrare e completare gli itinerari di viaggio; nella primavera 2023 la Galerie le Château d'Eau (Toulouse) ospiterà la mostra WEST. Rise and Fall of the American Century, presentando per la prima volta al pubblico il risultato dell'intero progetto. Al termine dell'esposizione, le opere prodotte andranno ad accrescere la collezione del Museo di Fotografia Contemporanea. (Comunicato stampa)

Immagine:
Francesco Jodice, West, Monument Valley, Colorado, 2014




Dipinto a olio su tela di cm 80x160 denominato Piazza del Popolo realizzato da Sigfrido Oliva Dipinto a olio su tela di cm 50x50 denominato Il Rio della Plata realizzato da Sigfrido Oliva nel 2013 Sigfrido Oliva
La struttura lieve della memoria


25 febbraio (inaugurazione) - 12 marzo 2022
Galleria d'Arte Edarcom Europa - Roma
www.edarcom.it

Mostra in occasione dell'ottantesimo compleanno del Maestro Sigfrido Oliva, siciliano di nascita (Messina, 1942) e romano d'adozione, la cui capacità di lavorare sul paesaggio romano con la tecnica dello sfumato leonardesco gode ormai di numerosi estimatori in Italia e all'estero. Sigfrido Oliva si trasferisce a Roma nel 1961, dove ancora oggi vive e lavora. Il centro storico della città, con le sue numerose cupole e i suoi impareggiabili scorci, è da sempre fonte illimitata di ispirazione. La mostra, che ripercorre gli ultimi 20 anni di produzione, si compone prevalentemente di paesaggi romani di spiccata unicità e caratterizzati da una tavolozza immediatamente riconoscibile per la sua diafanità.

Da qui il proposito di intitolare la mostra "La struttura lieve della memoria", per descrivere l'ossimoro immanente nelle opere del Maestro, ovvero rappresentare le architetture eterne di Roma riuscendo a conferire leggerezza tramite un uso sapiente della luce. Prendendo in prestito le parole di Enzo Siciliano "l'immaginazione e l'elegia creano una relazione tra luce e ombra. Come se scendesse sulla pittura stessa. C'è uno stato visivo di malleabilità in cui i rapporti volumetrici sono avvolti nell'aria. L'atmosfera sembra essere ricoperta da una luce argentea. Questa maestria è il respiro della sua poesia. L'immagine che sale sulla tela evoca una sensazione di fusione all'interno di un ricordo". (Comunicato stampa)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Sigfrido Oliva, Piazza del Popolo, olio su tela cm 80x160
2. Sigfrido Oliva, Il Rio della Plata, olio su tela cm 50x50, 2013




Locandina della mostra Pier Paolo Pasolini Folgorazioni figurative Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative
01 marzo - 16 ottobre 2022
Sottopasso di Piazza Re Enzo - Bologna
Locandina

Il 5 marzo 2022 ricorre il primo centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta, grande intellettuale italiano di cui la Cineteca di Bologna custodisce e valorizza da decenni il lavoro. La mostra - a cura di Marco Antonio Bazzocchi, professore di Letteratura Italiana all'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna; Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi Pier Paolo Pasolini; e Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna - nasce da un lungo percorso di studio, confronto e approfondimento che si concretizza in un progetto espositivo rigoroso e straordinariamente ricco di rimandi culturali.

Per ricostruire la genesi dello sguardo di Pasolini, la mostra parte dagli anni della formazione a Bologna, avvenuta sotto l'egida di un maestro come Roberto Longhi, e documenta il formarsi e l'evolversi del suo universo creativo, dagli esordi nel 1961 con Accattone per arrivare fino a Salò e le 120 giornate di Sodoma, uscito postumo. Dall'analisi delle molteplici inquadrature che hanno reso celebri questi capolavori fiorisce una ramificazione di rimandi e riferimenti ricostruita in modo certosino, a loro volta messi a confronto con i testi scritti a riguardo. La mostra compone una panoramica sull'intera opera di Pasolini letta attraverso una lente di precisione, capace di evidenziarne il pensiero e l'immaginario, e di raccontarli attraverso le immagini.

Un progetto espositivo raffinato e stratificato che tiene insieme materiali e collegamenti eterogenei, in un percorso organizzato cronologicamente. Dipinti, prime edizioni, fotografie d'artista, materiale audiovisivo tratto da film e interviste dialogano facendo emergere la ricca articolazione dell'immaginario e del fare di Pasolini, il suo sguardo famelico, capace di inglobare gli stimoli più disparati, ricostruito e consegnato al pubblico come una rinnovata chiave di lettura della sua opera. Accompagnano la mostra una pubblicazione con lo stesso titolo, Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative, e una seconda che ne racconta il rapporto con la città, Pasolini e Bologna. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Opera di Carla Badiali denominata Composizione n.3 realizzata nel 1932-1936 presso la Pinacoteca Civica di Como Astratte. Donne e astrazione in Italia 1930-2000
19 marzo - 29 maggio 2022
Villa Olmo - Como

Mostra organizzata dal Comune di Como e curata da Elena Di Raddo che racconta alcune protagoniste dell'arte astratta italiana a lungo trascurate o dimenticate che, grazie all'attività critica svolta in particolare negli ultimi vent'anni, stanno tornando al centro dell'attenzione. La storia dell'arte astratta infatti, in Italia come nel resto d'Europa, è una storia sostanzialmente al maschile, scardinata per la prima volta nel 1980 dall'importante mostra "L'altra metà dell'avanguardia", a cura di Lea Vergine, che per la prima volta, porta alla luce le donne dimenticate dalla storia dell'arte, tra cui anche alcune artiste parte del gruppo degli astrattisti comaschi, le stesse che sono state raccontate in occasione delle grandi mostre Elles font l'abstraction al Centre Pompidou di Parigi e Women in Abstraction al Guggenheim Museum di Bilbao.

La mostra prende avvio da quelle stesse artiste comasche allargando poi l'attenzione su altre protagoniste dell'arte italiana dagli anni Trenta del Novecento fino all'inizio del 2000, anni in cui l'indagine sull'astrazione si declina in gruppi e tendenze comprese tra astrazione geometrica, informale, pittura analitica e astrazione post-pittorica. (...)

Il percorso espositivo - scandito da aree tematiche che evidenziano le diverse declinazioni, modalità e linee di ricerca in cui l'arte aniconica si esprime - parte dalle Pioniere: Carla Badiali, Cordelia Cattaneo, Giannina Censi, Bice Lazzari, Regina e Carla Prina, molte delle quali ebbero un legame stretto con la città di Como, luogo unico in Italia per l'arte astratta grazie alla presenza e al dialogo della pittura con l'architettura razionalista, ma anche alla presenza dell'istituto di Setificio e alla pratica del disegno per tessuto, linguaggio sperimentale e moderno come la fotografia, la danza, il cinema. In questa sezione un focus è dedicato alle prime opere astratte di Regina, presentate nel 1936 alla Mostra di Scenografia Cinematografica allestita proprio a Villa Olmo.

Nella sezione "Segno/Scrittura" le opere dei primi anni Cinquanta di Carla Accardi, Irma Blank e Betty Danon definiscono una via nuova all'astrazione, incentrata sul libero fluire delle forme nello spazio mentale dell'artista. Erano anni di rinnovamento e di ripensamento dei linguaggi, quelli della mostra milanese "Arte astratta e concreta" svoltasi a Palazzo Reale (1947) a cui Roma rispose con la nascita del Gruppo Forma, che ebbe la Accardi come unica componente femminile.

"Geometrie" comprende opere di Nathalie du Pasquier, Chung Eun-Mo, Fernanda Fedi, Tilde Poli, Carol Rama e Fausta Squatriti, artiste che nel segno della geometria rinnovano la ricerca stessa dell'avanguardia storica costruendo mondi basati su leggi matematiche. La sezione "Materia", è dedicata all'indagine astratta legata all'esplorazione dei materiali: le opere di Luisa Albertini, Marion Baruch, Renata Boero, Gabriella Benedini, e Mirella Saluzzo raccontano ricerche sui pigmenti, sui materiali della scultura tradizionale, come su quelli più moderni come l'acciao e i materiali naturali.

In "Meditazione/Concetto" le opere di Mirella Bentivoglio, Alessandra Bonelli, Franca Ghitti, Maria Lai, Lucia Pescador e Claudia Peill manifestano come alla fine degli anni Settanta si avverta la necessità di riflettere sull'eredità dell'avanguardia e sulle conseguenze di quelle prime forme sperimentali sul linguaggio moderno; le artiste si mettono in dialogo con la storia dell'arte e definiscono nuove linee di ricerca.

Nella sezione "Corpo/Azione/Re-Azione" le opere di Carmengloria Morales e Maria Morganti ci raccontano come, in seguito all'affermazione dell'idea di opera aperta alla fine degli anni Sessanta, anche la pittura sperimenti nuove modalità di realizzazione; per alcune artiste si crea un legame tra l'atto fisico del dipingere e il proprio corpo, e il dipinto diventa il risultato di un'azione o un processo.

L'ultima parte del percorso "Spazio/Luce" è invece l'area dedicata al secondo dopoguerra, quando la modernità è uno degli aspetti più caratteristici delle ricerche dell'astrazione. Qui troviamo opere di Alice Cattaneo, Sonia Costantini, Dadamaino, Paola Di Bello, Elisabetta Di Maggio, Lia Drei, Nataly Maier, Eva Sørensen, Grazia Varisco e Nanda Vigo, che si distinguono per l'uso di materiali nuovi, come vetro o neon, e, anche nella pittura, per l'indagine della dimensione percettiva e partecipativa dell'arte.

"Astratte. Donne e astrazione in Italia 1930-2000" ha il merito di portare l'attenzione su queste protagoniste dell'arte italiana, un nucleo ristretto ma significativo del contributo femminile al mondo dell'arte contemporanea, in una città che già negli anni Trenta aveva visto nascere attorno alla figura dell'architetto razionalista Giuseppe Terragni un cenacolo di artisti che insieme al gruppo del Milione di Milano, costituiva all'epoca l'unico vero centro di ricerca astratta italiano. La mostra di Villa Olmo avrà inoltre un'appendice in Pinacoteca civica, dove, nello stesso periodo, verrà esposta un'opera luminosa in cristalli, specchi e neon di Nanda Vigo, in prestito dall'Archivio Nanda Vigo di Milano. L'opera sarà presentata in Campo quadro, spazio al piano nobile della Pinacoteca dedicato ai progetti temporanei.

La Pinacoteca custodisce e conserva le opere dell'Astrattismo comasco, tra cui Badiali e Prina, di cui una selezione sarà in mostra a Villa Olmo, mentre un nucleo dai depositi museali verrà esposto nella sale museali del Novecento della Pinacoteca. L'esposizione sarà accompagnata da un catalogo bilingue edito da Antiga Edizioni, a cura di Elena Di Raddo, con testi e saggi critici di Elena Di Raddo, Cristina Casero e Ginevra Addis. (Comunicato ufficio stampa Lara Facco P&C)

Immagine:
Carla Badiali, Composizione n. 3, 1932-1936, Pinacoteca Civica, Como

____ Astrattismo: Mostre presentate in questa pagina della newsletter Kritik

Kandinskij. L'opera / 1900-1940
26 febbraio - 26 giugno 2022
Palazzo Roverella - Rovigo
Presentazione

Il primato dell'opera
26 settembre 2020 - 10 agosto 2022
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
Presentazione

Claudio Verna. La Geometria dei Colori
dal 09 novembre 2021
Palazzo Borromeo - Milano
Presentazione

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Dedicato a...
Libro di poesie di Nidia Robba tra le quali alcune dedicate a Pittori e alla Pittura Astratta

Presentazione




Fotografia denominata Space Simulator realizzata da Thomas Demand nel 2003 Fotografia denominata Saarland paesaggio industriale 3 realizzata da Otto Steinert nel 1950 Fotografia denominata Carbone e carburante sul Rhein-Herne-Kanal a Gelsenkirchen realizzata da Ruth Hallensleben nel 1995 Fotografia denominata Robotic Arm with seven degrees of movement dalla serie Deep Blue realizzata da Peter Fraser The MAST Collection
A Visual Alphabet on lndustry, Work and Technology


10 febbraio - 22 maggio 2022
Fondazione MAST - Bologna
www.mast.org

La mostra, curata da Urs Stahel, è la prima esposizione di opere selezionate dalla collezione della Fondazione: oltre 500 immagini tra fotografie, album, video di 200 grandi fotografi italiani e internazionali e artisti anonimi, che occupano tutte le aree espositive del MAST. Immagini iconiche di autori famosi da tutto il mondo, fotografi meno noti o sconosciuti, artisti finalisti del MAST Photography Grant on lndustry and Work, che testimoniano visivamente la storia del mondo industriale e del lavoro.

La Collezione della Fondazione MAST, unico centro di riferimento al mondo di fotografia dell'industria e del lavoro, conta più di 6000 immagini e video di celebri artisti e maestri dell'obiettivo, oltre ad una vasta selezione di album fotografici di autori sconosciuti. Nei primi anni 2000 la Fondazione MAST ha creato questo spazio appositamente dedicato alla fotografia dell'industria e del lavoro con l'acquisizione di immagini da case d'asta, collezioni private, gallerie d'arte, fotografi ed artisti.

Il patrimonio della Fondazione, che già conteneva un fondo che raccoglieva filmati, negativi su vetro e su pellicola, fotografie, album, cataloghi che negli stabilimenti di Coesia venivano prodotti fin dai primi del '900, si è così arricchito ed andato al di là dei parametri di materiale promozionale e documentaristico delle imprese del Gruppo industriale. La raccolta abbraccia opere del XIX secolo e dell'inizio del XX secolo con un processo di selezione valoriale e un accurato approccio metodologico a cura di Urs Stahel.

Tra gli artisti in mostra: Paola Agosti, Richard Avedon, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Margaret Bourke-White, Henri Cartier-Bresson, Thomas Demand, Robert Doisneau, Walker Evans, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, André Kertesz, Josef Koudelka, Dorotohea Lange, Erich Lessing, Herbert List, David Lynch, Don McCullin, Nino Migliori, Tina Modotti, Ugo Mulas, Vik Muniz, Walter Niedermayr, Helga Paris, Thomas Ruff, Sebastiao Salgado, August Sanders, W. Eugene Smith, Edward Steichen, Thomas Struth, Carlo Valsecchi, Edward Weston.

La mostra, proprio per la sua complessità, è strutturata in 53 capitoli dedicata ad altrettanti concetti illustrati nelle opere rappresentate. La forma espositiva è quella di un alfabeto che si snoda sulle pareti dei tre spazi espositivi (PhotoGallery, Foyer e Livello O) e che permette di mettere in rilievo un sistema concettuale che dalla A di Abandoned e Architecture arriva fino alla W di Waste, Water, Wealth.

"L'alfabeto nasce per mettere insieme incroci tra lo sguardo lontano e quello vicino, testi e momenti dello scatto, portando I'attenzione all'interno delle opere - spiega il curatore, Urs Stahel -. Lo stesso accade con le immagini e i fotografi coinvolti. Questi 53 capitoli rappresentano altrettante isole tematiche nelle quali convivono vecchi e giovani, ricchi e poveri, sani e malati, aree industriali o villaggi operai. Costituiscono il punto di incontro delle percezioni, degli atteggiamenti e dei progetti più disparati.

La fotografia documentaria incontra l'arte concettuale, gli antichi processi di sviluppo e di stampa su diverse tipologie di carta fotografica, come le stampe all'albumina, si confrontano con le ultime novità in fatto di stampe digitali e inkjet; le immagini dominate dal bianco e nero più profondo si affiancano a rappresentazioni visive dai colori vivaci. I paesaggi cupi caratteristici dell'industria pesante contrastano con gli scintillanti impianti high-tech, il duro lavoro manuale e la maestria artigianale trovano il loro contrappunto negli universi digitali, nell'elaborazione automatizzata dei dati. Alle manifestazioni di protesta contro il mercato e il crac finanziario si affiancano le testimonianze visive del fenomeno migratorio e del lavoro d'ufficio".

Sul piano della scansione cronologica solo il XIX secolo è stato affrontato separatamente in una sezione dedicata alle fasi iniziali dell'industrializzazione e della storia della fotografia. Il filo conduttore è spesso costellato dai numerosi ritratti di lavoratori, dirigenti, disoccupati, persone in cerca di lavoro e migranti. "Il parallelismo tra industria, mezzo fotografico e modernità - prosegue Urs Stahel - produce a tratti un effetto che può disorientare. La fotografia è figlia dell'industrializzazione e al tempo stesso ne rappresenta il documento visivo più incisivo, fondendo in sé memoria e commento".

La mostra documenta inoltre il progresso tecnologico e lo sforzo analogico sia del settore industriale sia della fotografia, rappresentato oggi dai dispositivi digitali ultra leggeri, in perenne connessione, capaci di documentare, stampare e condividere il mondo in immagini digitali e stampe 3D. Dall'industria, dalla fotografia e dalla modernità si passa all'alta tecnologia, alle reti generative delle immagini e alla post-post­ modernità, ovvero a una sorta di contemporaneità 4.0. Dalla semplice copia della realtà alle immagini generate dall'intelligenza artificiale. (Comunicato stampa Chiara Cereda - Lucia Crespi Ufficio stampa MAST Bologna)

Immagini (da sinistra a destra):
1. Thomas Demand, Space Simulator, 2003, © Thomas Demand by SIAE 2022, courtesy of Esther Schipper, Berlin
2. Otto Steinert, Saarland, paesaggio industriale 3, 1950, © Estate Otto Steinert, Museum Folkwang, Essen
3. Ruth Hallensleben, Carbone e carburante sul Rhein-Herne-Kanal a Gelsenkirchen, 1995, © Ruth Hallensleben Archive, courtesy of Anton Laska
4. Peter Fraser, Robotic Arm with seven degrees of movement, dalla serie "Deep Blue", © Peter Fraser




Particolare della Statua della Dea Atena Partnership Sicilia-Grecia: dal Museo dell'Acropoli arriva a Palermo la statua di Atena del V secolo a.C.
09 febbraio 2022
Museo Salinas - Palermo

Arriva a Palermo, dal Museo dell'Acropoli di Atene, la statua della Dea Atena, che sarà esposta per quattro anni al Museo Regionale A. Salinas. In base al protocollo d'intesa siglato tra i due musei, il mese scorso è arrivato nella capitale greca il frammento del fregio del Partenone (il cosiddetto "reperto Fagan"), che dal Museo archeologico Salinas ha raggiunto il nuovo Museo dell'Acropoli di Atene.

Presentazione




Dipinto di Kandinskij Kandinskij
L'opera / 1900-1940


26 febbraio - 26 giugno 2022
Palazzo Roverella - Rovigo

"Di mostre su o intorno a Kandinskij in Italia ne sono state proposte parecchie negli ultimi anni, ma nessuna con ambizioni come quelle che noi ci poniamo": ad affermarlo è Paolo Bolpagni, che con Evgenia Petrova cura la mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l'Accademia dei Concordi, e prodotta da Silvana Editoriale che cura anche l'edizione del catalogo. A giustificare questa presa di posizione sono, da un lato, l'impianto scientifico dell'esposizione, dall'altro il numero e soprattutto la qualità delle opere riunite nelle dodici sezioni.

A precederle è un'ulteriore sala introduttiva riservata all'arte popolare russa, con un focus sulle espressioni creative dei popoli della Vologda (Russia settentrionale), con le quali l'artista entrò in contatto durante un soggiorno in quei territori nel 1889. Abbandonata la carriera giuridica, nel 1896, all'età di trent'anni, Kandinskij si trasferisce a Monaco di Baviera per studiare pittura, prima con Anton Ažbe, poi con Franz von Stuck. Nel 1901 fonda l'associazione "Phalanx". Le sue opere rilevanti sono xilografie e dipinti dalle atmosfere fiabesche, che spesso si rifanno al folklore russo. Tra esse "Sonntag", del 1904, dal Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam.

Dopo un periodo di peregrinazioni tra l'Europa centro-occidentale e la Russia, nel 1908 Kandinskij si stabilisce a Murnau, in Baviera. I suoi dipinti si caratterizzano ora per grandi zone di colore brillanti giustapposti. E in mostra, accanto ai suoi capolavori, si ammirano opere di Gabriele Münter, Marianne von Werefkin e Alexej von Jawlensky. Il modello musicale (con le celebri "improvvisazioni" e "composizioni") è fondamentale nel passaggio dalla figurazione all'astrattismo, ed è ravvisabile anche nel rapporto con il compositore e pittore Arnold Schönberg, di cui sono presenti in mostra due importanti dipinti.

Poi per Kandinskij ha inizio una fase creativa magmatica, fino al suo approdo definitivo all'astrattismo. Il colore si libera dal disegno, dalla linea, e perde ogni funzione rappresentativa: è un mezzo autonomo, che serve a suscitare sensazioni, a esprimere l'animo dell'artista e le sue percezioni non soltanto visive, ma sonore, tattili, psicologiche. "Improvisation 34", del 1913, è un'opera emblematica, proveniente dalla città di Kazan, dal Museo di Stato di Belle Arti della Repubblica del Tatarstan. Una sezione è dedicata al gruppo del "Cavaliere azzurro", e di questo momento è il dipinto Der Reiter (Sankt Georg), prestato dalla Galleria Tret'jakov di Mosca, posto a confronto anche con lavori di Paul Klee.

Alla fine del 1914, dopo alcuni mesi trascorsi in Svizzera, Kandinskij rientra in patria, stabilendosi a Mosca. Dopo la rivoluzione riceve incarichi d'insegnamento e organizzazione. Continua a teorizzare la correlazione tra forma, colore e musica, contrastato da parte degli assertori di posizioni più costruttiviste e materialiste (Rodcenko, la Popova, Punin, che critica le sue "deformazioni spiritistiche"). Ritrovatosi isolato, nel dicembre del 1921 Kandinskij torna in Germania. La sua pittura, nel frattempo, ha conosciuto una progressiva tendenza alla geometrizzazione, come documentano in mostra le opere concesse dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo e dal Puškin di Mosca.

Un approfondimento è riservato ai dipinti di Kandinskij su vetro eseguiti nel 1918. Si tratta di composizioni figurative, che riprendono temi e modi del mondo fiabesco russo. Ricorrente è l'iconografia della "donna cavaliere". Nel 1922 Kandinskij si trasferisce a Weimar a insegnare al Bauhaus. Qui ritrova l'ideale di comunanza e sintesi tra le arti da lui sostenuto sin dai tempi del "Cavaliere azzurro". I dipinti del periodo di Weimar evidenziano singoli elementi come il cerchio, l'angolo e le linee curve e rette, un gusto per una certa disarmonia e per una cromia fredda.

Al geometrismo di questi lavori continua ad accompagnarsi una base irrazionale, in cui le scelte espressive sono determinate da un'intuizione spirituale. In mostra, tra gli atri, "Weisses Kreuz", olio su tela del 1922 della Collezione Peggy Guggenheim, "Rot in Spitzform", del 1925, dal MART di Rovereto, e "Grün über Rosa", del 1928, di collezione privata. Infine l'approdo in Francia. Già nell'ultima fase del Bauhaus a Dessau emerge un Kandinskij più giocoso, connotato da una certa leggerezza. In talune opere appare l'influenza dell'amico e collega Klee.

Questa fuga fantasiosa si rivela annunciatrice del successivo periodo parigino, caratterizzato da uno spirito ludico e da un linguaggio biomorfo vicino per alcuni versi a quello surrealista. Fino all'ultimo, nonostante la malattia, Kandinskij non è abbandonato da una felice vena creativa. Tra i prestigiosi prestiti internazionali, per questa sezione conclusiva della mostra, "Le nœud rouge", olio su tela del 1936, dalla Fondation Maeght di Saint-Paul-de-Vence, e "Sans titre" del 1940, dall'Albertina di Vienna.

Radunare ben ottanta opere di Kandinskij (oltre a libri in edizione originale, documenti, fotografie, rari filmati d'epoca, cimeli e oggetti d'arte popolare), commenta il co-curatore Paolo Bolpagni, è stata un'impresa ardita e straordinaria, che consentirà al pubblico italiano di ammirare capolavori unici che segnano tutti i principali snodi della carriera di uno dei massimi artisti del Novecento. Di grande importanza è anche il catalogo realizzato da Silvana Editoriale, nel quale, oltre ai saggi dei curatori Paolo Bolpagni e Evgenia Petrova, sono presenti quelli di Silvia Burini, Andrea Gottdang, Jolanda Nigro Covre e Philippe Sers, una biografia dell'artista di Brigitte Hermann e la riedizione della rara traduzione in italiano dello scritto di Kandinskij "Sguardi sul passato", dalla versione russa del 1918. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Giappone, dal disegno al design
Dai libri illustrati Meiji ai manifesti d'arte contemporanea


termina l'11 settembre 2022
Castello di Masnago - Varese
www.museivarese.it/mostre/giappone-disegno-e-design

La mostra presenta stampe, illustrazioni e manifesti di un Giappone in cambiamento, realizzati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento quando i contatti con il mondo occidentale si fecero più fitti. Le opere esposte, firmate da noti artisti giapponesi e conservati nei depositi della Biblioteca Civica, grazie alla donazione di Ettore Ponti, sono realizzate con la tecnica silografica con stampa da matrici di legno; i libri sono stati stampati a Kyoto dall'editore più importante del momento, Unsodo, ancora oggi attivo e promotore della stampa tradizionale.

La mostra propone l'incontro con una cultura e con i suoi simboli: natura, scene e immaginari orientali, leggende e tradizioni. È presente un'interessante mappa dell'isola datata 1876 con le annotazioni di Torquato Andreossi, un commerciante di seme-bachi (le uova dei bachi da seta). Nel 1854 il Giappone aprì i suoi porti commerciali e arrivarono in Occidente oggetti, libri e tessuti dal fascino indubbio. Così nei campionari per tessuti esposti è possibile apprezzare l'alta raffinatezza pittorica e grafica, in un legame tra arti decorative, artigianato e pittura.

Il Monte Fuji, gru, crisantemi, i tre amici dell'inverno, il ponte Yatsuhashi con gli iris, i trentasei poeti immortali sono alcuni tra i soggetti più caratteristici. Completa il percorso una sezione contemporanea con 60 poster realizzati dai più importanti graphic designer giapponesi contemporanei il cui lavoro richiama la tradizione pittorica. La mostra è organizzata dal Comune di Varese in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, la DNP Foundation for Cultural Promotion di Tokyo e l'editore Unsodo di Kyoto. (Comunicato stampa Marco Parotti - Ufficio Stampa Archeologistics: Eo Ipso)

MADI. The Other Geometry
21st Century Museum of Contemporary Art - Kanazawa (Giappone), 31 gennaio - 11 febbraio 2018
Locandina della mostra




Fotografia scattata da Ruth Orkin in mostra Ruth Orkin
Leggenda della fotografia


18 dicembre 2021 - 02 maggio 2022
Museo Civico - Bassano del Grappa (Vicenza)
www.museibassano.it

La prima monografica italiana di Ruth Orkin (1921-1985), leggendaria figura di fotoreporter ma anche cineasta americana, autrice del lungometraggio indipendente "Little Fugitive", realizzato assieme al marito Morris Engel, premiato con il Leone d'Argento al Festival di Venezia del 1953. L'opera di Orkin arriva in Italia in concomitanza del centenario della nascita della fotografa (1921), da poco omaggiata di una retrospettiva a New York e Toronto e da una monografia di Hatije&Cantz. Dopo Bassano (unica tappa italiana), l'antologica, realizzata assieme a DiChroma Photography, inizierà un tour europeo ed è attesa a San Sebastian, in Spagna, e a Cascais, in Portogallo.

Le immagini di Ruth Orkin sono delle intense interpretazioni, qualunque sia il soggetto del suo sguardo: personaggi illustri del mondo hollywoodiano o newyorchese - come Robert Capa, Lauren Bacall, Albert Einstein o Woody Allen - o situazioni di vita straordinariamente ordinaria. Emblematiche le sue immagini riprese perpendicolarmente dalla finestra del suo appartamento sul Central Park o la celeberrima "American Girl in Italy", icona della fotografia del Novecento che ha il primato di essere il secondo poster più venduto al mondo (...).

La bella Nina Lee Craig, studentessa statunitense di storia dell'arte che la Orkin aveva conosciuto al rientro da un reportage in Israele, diviene la protagonista di una sequenza di immagini scattate per le strade di Firenze che racconta l'esperienza di una giovane americana in viaggio nell'Italia del dopoguerra. In questi scatti permeati dall'atmosfera dei film americani degli anni Cinquanta, "Vacanze romane" in primis, la Orkin dimostra non solo di saper cogliere col suo obbiettivo situazioni potentemente iconiche, emblematiche, intriganti, ma di saper fare di queste immagini i lemmi di un racconto potentemente evocativo.

L'eco del linguaggio cinematografico ha un ruolo centrale nella poetica della Orkin. Tanto negli scatti singoli quanto nei lavori composti da sequenze di fotogrammi, Orkin dà vita a veri e propri storytelling, dando prova di saper trasformare un "semplice" ritratto o un paesaggio urbano, sia esso di New York, di Roma o Venezia, in un racconto in cui luoghi e persone si rispecchiano l'uno nell'altro.

Il mondo del Cinema era del resto un luogo familiare a Ruth Orkin. Figlia d'arte, Ruth crebbe nella Hollywood degli anni d'oro, il secondo e terzo decennio del Novecento, da Mary Ruby, un'intensa interprete del muto. A dieci anni ebbe tra le mani la prima macchina fotografica, una Univex costata 39 centesimi, donatale per il suo compleanno. Dotata di un'indole avventurosa, ancora giovanissima parte in sella alla sua bici da Los Angeles per raggiungere New York e visitare l'Expo del 1939, registrando in suggestive immagini luoghi e persone incontrati in questo lungo e solitario viaggio.

Dopo aver sognato di diventare regista per la MGM, professione allora preclusa alle donne, Orkin si trasferisce a New York nel 1943 lavorando come fotografa in un locale notturno. Negli anni Quaranta scatta per i maggiori magazine del tempo come LIFE, Look, Laydies Home Journal divenendo una delle firme femminili più importanti della fotografia. Documenta inoltre il Tanglewood Music Festival - dove incontra Leonard Bernstein, Isaac Stern, Aaron Copland e molti altri. Nel '47 pubblica per il magazine "Look" la sequenza di scatti "Jimmy the Storyteller".

Appassionata di musica e di cinema ne immortala i protagonisti in ritratti vividi e straordinariamente intensi, ma rivolge la sua attenzione anche ad altri personaggi del jet set internazionale. Nel 1951 "LIFE" le commissiona un reportage in Israele. Dalla successiva visita a Firenze nasce la citata "American Girl in Italy". Poi l'adesione alla Photo League nel 1952, il matrimonio con Engel e la realizzazione di alcuni lungometraggi come "Little Fugitive" nominato agli Oscar per la migliore sceneggiatura. Una carriera di successo nella quale, accanto ai lavori per il New York Times e altre testate, Orkin continua il suo personale viaggio nella quotidianità dando vita a progetti originalissimi come "A World Outside My Window", pubblicato nel '78, con il quale racconta semplicemente ciò che scorre sotto le finestre di casa sua. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Installazione site-specific denominata denominata Poured Staircase nel Chiostro del Bramante realizzata da Ian Davenport nel 2021 Crazy
La follia nell'arte contemporanea


18 febbraio 2022 - 08 gennaio 2023
Chiostro del Bramante di Roma
www.chiostrodelbramante.it

Ventuno artisti di rilievo internazionale, più di 11 installazioni site-specific inedite: per la prima volta le opere d'arte invaderanno gli spazi esterni e interni del Chiostro del Bramante di Roma. La percezione del mondo è il primo segnale di instabilità, il primo contatto fra realtà esterna e cervello, fra verità fisica e creatività poetica, fra leggi ottiche e disturbi neurologici.

I 21 artisti chiamati a partecipare sono parte di questa follia: Carlos Amorales, Hrafnhildur Arnardóttir / Shoplifter, Massimo Bartolini, Gianni Colombo, Petah Coyne, Ian Davenport, Janet Echelman, Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young, Lucio Fontana, Anne Hardy, Thomas Hirschhorn, Alfredo Jaar, Alfredo Pirri, Gianni Politi, Tobias Rehberger, Anri Sala, Yinka Shonibare, Sissi, Max Streicher, Pascale Marthine Tayou, Sun Yuan & Peng Yu.

La pazzia, come l'arte, rifiuta gli schemi stabiliti, fugge da ogni rigido inquadramento, si ribella alle costrizioni, così anche Crazy, il progetto di Dart - Chiostro del Bramante a cura di Danilo Eccher. Nessun percorso ordinario e prevedibile, mescolando e garantendo forti salti espressivi fra le opere: dai neon di Alfredo Jaar, visibili anche all'esterno, sino all'immersione totalizzante di Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young. Una narrazione complessa, soggettiva, obliqua; un'atmosfera inclusiva e partecipativa; una distribuzione di opere e spazi isolati e autonomi in tutti i luoghi disponibili, anche invadendo locali solitamente esclusi dai percorsi. (Estratto da comunicato stampa adicorbetta)

Immagine:
Ian Davenport, Poured Staircase (working title), installazione site-specific, 2021




Giovanni Miani denomintao il Leone Bianco del Nilo Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo
12 marzo - 26 giugno 2022
Palazzo Roncale - Rovigo

Per la prima volta ad essere soggetto di una mostra è la storia di un Indiana Jones dell'Ottocento, l'uomo che votò la sua vita alla scoperta delle sorgenti del Nilo. La mostra, che nasce da un'idea di Sergio Campagnolo, a 150 anni dalla morte dell'esploratore, è curata da Mauro Varotto, docente di Geografia del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell'Antichità dell'Università di Padova e Delegato della rettrice per i Musei e le collezioni dello stesso Ateneo, e da Alessia Vedova, responsabile dell'Ufficio Patrimonio artistico ed eventi espositivi della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che promuove l'esposizione.

Lui sognava la celebrità e per tutta la vita inseguì un riconoscimento sociale che non gli riuscì di ottenere. Figlio di una domestica, non sarà mai riconosciuto dal padre. Ha 14 anni quando lascia Rovigo, dov'era nato il 17 marzo del 1810, per raggiungere la madre a Venezia, al servizio del nobile Pier Alvise Bragadin. Quest'ultimo accoglie il ragazzo, dandogli un'istruzione e destinandogli, nel suo testamento, un cospicuo lascito, che il giovane dilapida velocemente nel progetto di pubblicare un'enciclopedia universale della musica, naufragato al primo volume. Lui stesso scrive musica e frequenta i conservatori di mezza Europa, tentando senza fortuna anche la carriera di baritono.

Rientrato a Venezia, partecipa ai moti del '48-'49 contro la dominazione austriaca, ma qualche giorno prima della definitiva capitolazione prende la via del volontario esilio. Raggiunge Costantinopoli e poi l'Egitto, dove per un periodo presta servizio come pedagogo e insegnante di francese e italiano. Nel frattempo si fa strada il sogno di individuare le sorgenti del grande Nilo, che nella sua idea coincidevano con la mitica regione dell'Ofir, la terra dalle immense ricchezze ricordata dalla Bibbia. Nel 1859, un modesto finanziamento del governo francese gli consente di avventurarsi in una spedizione che lo conduce a Khartoum, dove giunge il 20 luglio del 1859.

La città, da poco fondata dagli inglesi, sorge alla confluenza dei due rami principali del Nilo, quello Azzurro e quello Bianco. Del primo si conosce l'origine; il secondo è invece oggetto dell'interesse delle spedizioni delle potenze europee che puntano ad impossessarsi di territori che sarebbero diventati fondamentali qualora si fosse realizzato quello che poi sarà il Canale di Suez. Da Khartoum Miani riparte senza i compagni di spedizione, decisi a non seguirlo. Raggiunge Gondokoro, oltre 1500 km a sud della città, trascrivendo dettagliatamente il viaggio nel suo diario e in una mappa del territorio destinata alla Società Geografica Francese.

Il suo viaggio tuttavia è destinato a terminare poco oltre Galuffi, non lontano dal grande lago Nianza (poi ribattezzato Victoria) senza raggiungerlo: una febbre persistente ed una piaga ad una gamba, unite alla ostilità delle popolazioni indigene, lo costringono ad abbandonare il progetto. Del suo passaggio lascia traccia sul tronco di un tamarindo. Per gli indigeni era intanto diventato il "Leone Bianco", tributo al suo coraggio e alla sua lunga e candida barba. Nel frattempo gli esploratori inglesi Speke e Grant entusiasmano il mondo con il loro annuncio della scoperta delle sorgenti del Nilo, individuate nel Lago Victoria, da loro raggiunto nel 1858.

A Miani non resta che tornare in Europa. Lo accompagnano, al suo rientro, 14 casse zeppe di 1800 reperti. Tutti i tentativi di vendere la sua collezione falliscono. Decide allora di lasciarla in dono alla sua città di adozione, Venezia. Parte di questi eterogenei materiali (tessuti, minerali, strumenti musicali, antichità varie...) è oggi esposta al Museo di Storia Naturale di Venezia. Il mal d'Africa torna prepotente ed eccolo ancora una volta a Karthoum, dove diventa direttore del nuovo zoo della città. Utilizza questa funzione per farsi accettare in una spedizione diretta verso il Mombuto, nell'attuale Zaire.

Il suo ruolo è duplice: esperto scientifico della spedizione e cercatore di specie animali sconosciute da introdurre nel suo zoo. Riesce a catturare anche due pigmei, che avrebbero svelato l'enigma della loro esistenza favoleggiata da Erodoto. Ospite del re Bunza, muore a Nangazizi nel novembre del 1872. La notizia della sua morte giunge a Venezia l'anno dopo e la sua tomba sarà rinvenuta solo nel 1881. I suoi resti saranno destinati all'Accademia dei Concordi della natia Rovigo. Tra storia, geografia ed etnografia, la mostra intende raccontare la vicenda di questo personaggio irrequieto e fuori dagli schemi, di indomito coraggio e volontà ferrea, amante del rischio e dell'avventura, sfortunato inseguitore di grandi ideali come di riscatto sociale. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Robert Capa
Fotografie oltre la guerra


Villa Bassi Rathgeb - Abano Terme (Padova)
15 gennaio - 05 giugno 2022

È un Capa "altro", quello che questa grande mostra propone. E lo dichiara già dal sottotitolo, quel "fotografie oltre la guerra", frase emblematica dello stesso Capa, che pone l'attenzione proprio sui reportage poco noti del grande fotografo". Reportage poco noti, ma non meno importanti e potenti. Semplicemente sopraffatti dall'immagine di lui come straordinario interprete dei grandi conflitti. E' una mostra, quella curata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme, che vuole far uscire Capa dallo stereotipo di "miglior fotoreporter di guerra del mondo", come ebbe a definirlo, nel 1938 la prestigiosa rivista inglese Picture Post. L'obiettivo è invece puntare tutta l'attenzione sulla sua fotografia lontana dalla guerra.

"Non vi è dubbio - riconosce il curatore - che l'esperienza bellica sia stata al centro della sua attività di fotografo: la guerra civile spagnola, la resistenza cinese di fronte all'invasione del Giappone, la seconda guerra mondiale e quella francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Acquisendo, in queste azioni, una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un'urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione: Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza alla realtà. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso".

Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio l'originale progetto espositivo che vuole esplorare, attraverso circa un centinaio di fotografie, parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute: il rapporto del fotografo con il mondo della cultura dell'epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate.

Affascinante la sezione dedicata ai suoi reportage dedicati a film d'epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l'attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena. Nell'arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l'intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all'oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Completa il percorso la sezione dedicata alla collaborazione tra lo scrittore americano Steinbeck e Robert Capa che darà avvio al progetto "Diario russo". Nel 1947 John Steinbeck e Robert Capa decisero di partire insieme per un viaggio alla scoperta di quel nemico che era stato l'alleato più forte nella seconda guerra mondiale: l'Unione Sovietica. Ne emerse un resoconto onesto e privo di ideologia sulla vita quotidiana di un popolo che non poteva essere più lontano dall'American way of life. Le pagine del diario e le fotografie che raccontano la vita a Mosca, Kiev, Stalingrado e nella Georgia sono il distillato di un viaggio straordinario e un documento storico unico di un'epoca, salutato dal New York Times come "un libro magnifico". Un reportage culturale sulla gente comune di uno dei paesi meno esplorati dai giornalisti e reporter mondiali. Una lezione di umanità ed empatia che ci ricorda l'importanza di conoscere concretamente luoghi e persone per superare pregiudizi e ignoranza.

La mostra prosegue con una serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all'edizione del Tour de France di quell'anno, dove l'attenzione del fotografo si focalizzerà sempre prevalentemente sul pubblico rispetto alle gesta sportive degli atleti. Una sezione è dedicata alla nascita dello Stato d'Israele. Robert Capa, ungherese di origine ebraica, emigrato in Germania e poi in Francia e negli Stati Uniti, fondatore dell'agenzia Magnum Photos, era giunto sul posto per documentare la prima guerra arabo-israeliana del 1948. A pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso, l'obiettivo di Capa documenta le fasi iniziali della costituzione del nuovo Stato. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Federica Di Pietrantonio
lost in myst


inaugurazione 02 ottobre 2021, ore 18.00
Celleno - Borgo Fantasma, Viterbo

Con una grande proiezione su una parete esterna delle rovine della chiesa del borgo di Celleno, il 2 ottobre 2021 alle ore 18 prenderà vita l'opera video di Federica Di Pietrantonio lost in myst, progetto finanziato con l'avviso pubblico "Lazio Contemporaneo" per iniziativa dalla Regione Lazio - Lazio creativo. lost in myst è un video d'artista della durata di 39 minuti la cui narrazione, che procede attraverso elementi tipici della sintassi filmica (riprese, dialoghi, sottotitoli e musica), si manifesta sotto forma di passeggiata virtuale, di deambulazione in un paesaggio originariamente ideato come scenografia di videogioco e trasformato dall'artista in simulacro dello straordinario scenario naturale costituito dai luoghi della cosiddetta "Tuscia incantata", una collana di borghi e luoghi di grande bellezza raccolti in un itinerario costruito in un'ottica di promozione e valorizzazione del territorio della Tuscia.

Le opere di Federica Di Pietrantonio nascono di norma da piattaforme e da esperienze virtuali, frutto dell'abitudine ad attraversare mondi, come Second Life o alcuni giochi elettronici, al fine di vivere esperienze dirette seppure non reali attraverso avatar e alter ego. La tecnologia viene messa dall'artista al servizio, oltre che dell'accuratezza dell'opera e della fruibilità da parte dello spettatore, soprattutto di una originale modalità di esperienza, trattando gli scenari di tali piattaforme virtuali come luoghi di archeologia informatica caratterizzati da un'aura di splendore e decadenza.

Il video lost in myst si appropria dei quadri scenici del videogioco Myst e della sua piattaforma online Myst Uru. Nato nel 1993, Myst è un videogioco studiato per essere esplorato la cui piattaforma online è stata chiusa nel 2008; al momento Federica Di Pietrantonio è tra i pochissimi utenti che visitano quei luoghi. Attraverso una visione spezzata e sovrapposta, il film intende offrire un'esperienza immersiva in cui lo spettatore è spinto a tradurre la passeggiata virtuale in una proiezione di esperienza reale riferita, seppure in forma traslata e metaforica, ai luoghi della Tuscia.

Il continuo mutamento di paesaggio, la ricchezza di simbologie e riferimenti a civiltà lontane e a epoche diverse, tanto passate quanto futuribili, da una parte colgono l'essenza del vagabondare tipico della navigazione su piattaforme virtuali e dall'altra trasmettono il senso della possibilità, propria della vita reale, di immergersi nell'ambiente circostante con la capacità di coglierne ogni sfumatura di differenza, ogni ricchezza di linguaggi, ogni opportunità di godere luoghi straordinari che si collocano oltre il rapporto tra esperienza e fantasia. Parallelamente alle immagini, con uguale libertà di espressione e senza vincoli stringenti di conseguenzialità narrativa, si dipana una colonna sonora fatta essenzialmente di pensieri e parole intime, quasi un racconto che segue la stessa sorte degli scenari visivi, susseguendosi in forma sincopata e irregolare.

Immagini e parole convergono nel tentativo di coinvolgere lo spettatore nella scoperta di una dimensione in cui intimità personale e natura convivono e costituiscono fonte preziosa di benessere interiore. L'iniziativa è stata possibile anche grazie al supporto dello studio di europrogettazione della Dott.ssa Chiara Frontini che ha curato la presentazione della domanda. Parte rilevante del progetto è il catalogo edito da Vanilla Edizioni, con testi critici di Valentina Tanni e di Chiara Cottone. Il catalogo alterna ai testi una serie di fotografie del luogo, scattate da Eleonora Cerri Pecorella, e di still/screenshot del film, con un design realizzato da Andrea Frosolini mirato all'analogia tra i luoghi fisici e i luoghi virtuali proposti. (Comunicato stampa)




Charlotte Posenenske
From B to E and more


11 settembre 2021 (inaugurazione) - 28 maggio 2022
Fondazione Antonio Dalle Nogare - Bolzano
www.fondazioneantoniodallenogare.com

Prima mostra italiana di Charlotte Posenenske, a cura di Vincenzo de Bellis. Artista di fama internazionale e figura centrale del movimento minimal tedesco, Charlotte Posenenske (1930-1985) lavorò prevalentemente con la scultura, ottenendo ampi riconoscimenti in Germania e sulla scena internazionale fino alla decisione, nel 1968, di dedicarsi alla sociologia.

E' la sua prima retrospettiva in Italia e ripercorre l'evoluzione della pratica di un'artista scomparsa prematuramente concentrandosi su una serie di opere, tra le più conosciute, realizzate in realtà in poco più di un anno. Il suo lavoro si distingue per la propria natura radicalmente aperta: insistendo sui concetti di ripetizione e di fabbricazione industriale, Posenenske ha sviluppato una forma di minimalismo che, a differenza dei suoi contemporanei americani, affrontava le preoccupazioni socioeconomiche e politiche del '68 al fine di ripensare lo status quo del mercato dell'arte e rifiutando le gerarchie culturali prestabilite.

In questi anni di pandemia e proteste sociali derivanti da una preoccupazione sempre crescente rispetto alla polarizzazione economica, la Fondazione Antonio Dalle Nogare propone la mostra per aprirsi ad un confronto necessario sulle dinamiche che governano le strutture economiche mondiali e in particolare il sistema dell'arte contemporanea. Lo fa attraverso l'opera di un'artista che ha lavorato su queste tematiche oltre 50 anni fa, a testimoniare come, nonostante i progressi della nostra civiltà, ciclicamente ci confrontiamo con le stesse preoccupazioni, anche se generate da eventi di natura profondamente diversa. (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Sala della Casa dell'Arte di Monterone Casa dell'Arte
"Morterone. Natura Arte Poesia"


Località Pra' de l'Ort, Morterone (Lecco)
www.macamorterone.it

L'Associazione Culturale Amici di Morterone ha inaugurato sabato 26 giugno 2021 la Casa dell'Arte, uno spazio espositivo in cui vengono presentate opere di artisti internazionali appartenenti a diverse generazioni che hanno partecipato sin dalla metà degli anni '80 a rigenerare ed animare la vita culturale di Morterone. L'attività dell'Associazione Culturale Amici di Morterone ha avuto inizio nel 1986 e nasce dalla visione poetico-filosofica della Natura Naturans di Carlo Invernizzi, che pone al centro delle proprie riflessioni l'uomo e la sua capacità di percepire e sentire ciò che gli sta intorno non come un qualcosa di estraneo, ma come parte integrante del divenire vitale.

Il percorso espositivo della Casa dell'Arte si ricollega alle mostre presentate a Morterone nel corso dei decenni. Nella prima sala al piano terra le opere di Rodolfo Aricò dialogano con quelle di Carlo Ciussi e Mario Nigro accanto alle "grafie dell'essere" di Dadamaino e alle "tracce" di Riccardo De Marchi. Il ritmo della pittura di Alan Charlton e Niele Toroni coinvolge l'ambiente circostante.

Nella sala adiacente vengono presentate, in un dialogo attivo, le ricerche visuali e percettive di Enrico Castellani, Gianni Colombo, François Morellet e Grazia Varisco, mentre nella sala successiva sono esposti i bianchi monocromi di Riccardo Guarneri, Angelo Savelli e Antonio Scaccabarozzi. I segni archetipici di Gianni Asdrubali conducono al piano superiore, dove i molteplici elementi della disseminazione di Pino Pinelli rimarcano la manualità del suo 'fare' pittura. Bruno Querci e Raffaella Toffolo, attraverso un uso sapiente della luce, svelano visioni inedite di partiture d'ombra. L'opera di Francesco Candeloro restituisce alla ista l'immagine di un ricordo di materia impalpabile.

Proseguendo il percorso espositivo incontriamo, nella prima sala, le superfici pittoriche di Bernard Frize, Günter Umberg ed Elisabeth Vary che focalizzano l'attenzione sulla genesi dell'evento pittorico. Nella sala accanto la pittura di Nelio Sonego è posta in dialogo con il disegno a pastello di David Tremlett, a cui si contrappone l'opera in MDF di Lesley Foxcroft.

L'ultimo piano è dedicato alle sculture di Rudi Wach e ai progetti di Riccardo De Marchi, Alan Charlton, Mauro Staccioli e Michel Verjux. Inoltre, sono esposti i bozzetti di interventi di Igino Legnaghi e David Tremlett già presenti nel Museo di Arte Contemporanea all'Aperto, oltre alle immagini fotografiche di Luigi Erba. Le poesie di Carlo Invernizzi accompagnano il visitatore lungo l'intero percorso espositivo. All'esterno della Casa dell'Arte sono state installate le opere di Nicola Carrino, François Morellet e Ulrich Rückriem, mentre le ceramiche di Gianni Asdrubali sono esposte in Località Pradello.

L'attività proposta dall'Associazione Culturale Amici di Morterone è volta a mettere in risalto la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente: gli interventi ed i contributi realizzati da ciascun artista, in tempi e spazi diversi e secondo le proprie specificità, si pongono alla nostra attenzione come ipotesi e possibilità di un fare dell'uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma che in un dialogo con essa sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative all'uomo che la abita.

È l'arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo e non è un caso che sia stata proprio questa realtà a generare una situazione di questo tipo: Morterone è in quest'ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all'affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell'universo vivente. (Comunicato stampa)




Busto di Sekhmet al Museo Civico Archeologico di Bologna Sekhmet, la Potente
Una leonessa in città


07 luglio 2021 - 31 dicembre 2023
Museo Civico Archeologico - Bologna
www.museibologna.it/archeologico

Progetto espositivo a cura di Daniela Picchi. L'iniziativa è resa possibile dalla generosa collaborazione con cui il Museo Egizio di Torino ha concesso in prestito uno dei suoi capolavori più rappresentativi: una statua colossale di Sekhmet, materializzazione terrestre della temibile divinità egizia con testa di leonessa e corpo di donna, di cui il museo torinese conserva una delle più grandi collezioni al di fuori dell'Egitto, composta da 21 esemplari.

Divinità dalla natura ambivalente, al contempo di potenza devastatrice e dispensatrice di prosperità, Sekhmet, ovvero "la Potente", venne raffigurata in varie centinaia di statue per volere di Amenhotep III, uno dei faraoni più noti della XVIII dinastia (1388-1351 a.C.), per adornare il recinto del suo "Tempio dei Milioni di Anni" a Tebe Ovest. Alcuni studiosi ipotizzano che il gigantesco gruppo scultoreo fosse composto da due gruppi di 365 statue, una in posizione stante e una assisa per ogni giorno dell'anno, così da creare una vera e propria "litania di pietra", con la quale il faraone voleva pacificare Sekhmet tramite un rituale quotidiano. La regolarità dei riti in suo onore servivano infatti a placarne l'ira distruttrice che la caratterizzava quale signora del caos, della guerra e delle epidemie, trasformandola in una divinità benevola e protettrice degli uomini.

Nella collezione egizia del Museo Civico Archeologico di Bologna è presente il busto di una di queste sculture che - grazie al confronto con la Sekhmet seduta in trono proveniente dal Museo Egizio di Torino - potrà così riacquistare, almeno idealmente, la propria integrità creando una proficua occasione di confronto e ricerca scientifica. La statua sarà esposta nell'atrio monumentale di Palazzo Galvani e andrà ad arricchire un importante repertorio di materiali lapidei, sia di proprietà civica, tra i quali un raro busto in marmo di Nerone, sia di proprietà statale, che la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara ha depositato presso il museo.

Dall'alto dei suoi 2,13 metri di altezza, Sekhmet potrà così accogliere il pubblico e introdurlo alla visita della collezione egizia, continuando a svolgere quella funzione protettrice per la quale era stata commissionata da Amenhotep III mentre, al suo cospetto, il visitatore potrà rivivere la stessa emozione che il sacerdote dell'antico Egitto doveva provare quando entrava nel cortile del Tempio per pronunciare il nome della "Potente" e invocarla nelle sue preghiere per placarla e propiziare ogni estate la fertile esondazione delle acque del Nilo.

Il pantheon egizio conta numerose divinità femminili associate al culto solare e una di queste è Sekhmet, il cui nome significa "la Potente". La temibile dea era considerata dagli Egizi l'Occhio del Sole, emblema del potere divino che tutto vede, la Furia nel mondo degli dei, che si erge sotto sembianze di serpente Ureo anche sulla fronte dei sovrani, proteggendoli.

Come racconta il Mito della Vacca Celeste, attestato per la prima volta durante il regno del faraone Tutankamun (1333-1323 a.C.), il demiurgo Ra aveva inviato Sekhmet sulla terra per punire gli uomini in rivolta contro gli dei. La leonessa, inebriata dall'odore del sangue, avrebbe annientato l'intero genere umano se Ra non fosse intervenuto nuovamente, su suggerimento del dio della saggezza Thot, facendo versare in un lago una grande quantità di birra colorata con ocra rossa. Attratta dal colore e pensando si trattasse di sangue, la dea ne bevve sino ad ubriacarsi, dimenticandosi del precedente odio verso gli uomini e trasformandosi in Hathor, il principio femminile creativo, al quale era associato anche l'arrivo della piena del Nilo in Alto Egitto. Tale trasformazione non sorprende se si considerano le divinità egizie come manifestazioni diverse di un più ampio concetto di divino.

La pericolosa e furente Sekhmet, oltre a poter inviare sulla terra pestilenze e malattie, adeguatamente adorata, era anche in grado di prevenirle e guarirle, tanto da avere un sacerdozio, quello dei "puri sacerdoti di Sekhmet", dedito alla cura delle vittime colpite da afflizioni invisibili e apparentemente divine come la peste (definita anche "l'anno di Sekhmet").

La manifestazione di culto più eclatante nei confronti di questa divinità leontocefala si deve al faraone Amenhotep III (1388-1351 a.C.), che, in occasione del suo giubileo, la celebrazione del trentesimo anno di regno, trasformò le litanie innalzate per placare Sekhmet negli ultimi cinque giorni di ogni anno, i Giorni dei Demoni, in una impressionante litania di pietra, facendo scolpire oltre 700 sculture rappresentanti la dea in posizione stante e assisa in trono. Per quanto le statue siano state rinvenute in diverse aree templari tebane (numerose nel Tempio di Mut a Karnak, Tebe Est), molti studiosi ritengono che la loro collocazione originaria fosse Kom el-Hattan, il "Tempio dei Milioni di Anni" di Amenhotep III a Tebe Ovest, e in particolare il cortile solare al suo interno. In tale maniera il sovrano si garantiva la protezione della dea in terra e partecipava del periplo divino del sole del quale Sekhmet era una manifestazione. (Estratto da comunicato ufficio stampa Istituzione Bologna Musei)




L'Archivio di Arnaldo Pomodoro è online
www.arnaldopomodoro.it

Dopo la preview del film sperimentale Arnaldo Pomodoro makes a sphere (1968), in occasione della Notte degli Archivi 2021, dal 9 giugno è online l'Archivio di Arnaldo Pomodoro: un portale web, gratuitamente accessibile, con cui la Fondazione Arnaldo Pomodoro mette a disposizione del più vasto pubblico - dal ricercatore al semplice appassionato - un importante nucleo di materiali conservati nell'archivio dell'artista, fonte di informazione e approfondimento sulla vita e sull'opera del Maestro, così come su un tratto della storia artistica e culturale del Novecento.

Fin dall'inizio del suo percorso artistico nei primi anni Cinquanta, Arnaldo Pomodoro comincia a raccogliere minuziosamente tutti i materiali utili a documentare la sua attività. Sono fotografie, cataloghi di mostre, riviste e ritagli stampa, ma anche lettere, film d'artista, manifesti... una documentazione molto varia, che testimonia, oltre alla sua produzione artistica, i rapporti di amicizia e di lavoro di Pomodoro con altri artisti, critici e istituzioni. L'archivio ha uno sviluppo di circa una sessantina di metri lineari ed è suddiviso in sei sezioni distinte in base alla tipologia dei materiali. (Estratto da comunicato Ufficio Stampa Lara Facco P&C)




Progetto #ZACentrale
www.fondazionemerz.org

Siglato l'accordo con cui il Comune di Palermo affida per tre anni alla Fondazione Merz la gestione della ZAC - Zisa Zona Arti Contemporanee col compito di realizzare un innovativo progetto interdisciplinare. Il progetto denominato #ZACentrale è un innovativo e ambizioso piano interdisciplinare d'interventi culturali destinato a coinvolgere l'intera città, per il quale la Fondazione Merz - al termine della selezione di cui all'avviso pubblico approvato con D.D. 6154 del 01.07.2020 - è stata individuata quale "operatore culturale idoneo" per la produzione di progetti culturali finalizzati alla "promozione, conoscenza e diffusione dell'Arte Contemporanea negli spazi del Padiglione ZAC".

Il progetto "ZACentrale" si svolgerà in tre anni presso lo spazio ZAC e sarà articolato con diverse attività interdisciplinari che comprenderanno: mostre, concerti, spettacoli teatrali e di danza, attività formative ai più diversi livelli; incontri, dibattiti, conferenze da svolgersi anche in partenariato con le altre realtà dei Cantieri Culturali alla Zisa, nonché interventi documentari, azioni di incubatore creativo e la creazione di una biblioteca specialistica dedicata all'arte contemporanea per la quale è prevista una donazione di 300 volumi da parte della Fondazione. Il progetto corona una storia di intensi rapporti tra la Fondazione Merz e la Sicilia. Sono infatti ben 17 le mostre, gli eventi e i progetti che hanno impegnato la Fondazione a Palermo e in Sicilia dal 2014 al 2019. (Comunicato stampa)




Luigi Ghirri
The Marazzi Years 1975-1985

www.ghirri.marazzi.it

Un nucleo quasi totalmente inedito di fotografie, frutto della collaborazione tra Ghirri e Marazzi e conservate per decenni negli archivi dell'azienda emiliana, protagonista oggi di un libro, un focus ai Musei Civici di Reggio Emilia e un sito dedicato. Luigi Ghirri (Scandiano - Reggio Emilia, 1943) si trasferisce a pochi chilometri di distanza, negli spazi del Collegio San Carlo di Sassuolo, nella frazione di Braida, un grande edificio neoclassico adattato ad abitazione per gli sfollati. Dal Collegio, ogni mattina, la maggior parte delle donne e degli uomini prende la bici e va a lavorare nelle fabbriche di ceramica vicine. Una di queste era la Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 da Filippo Marazzi.

In questo territorio tra Modena e Reggio Emilia, dove il fotografo fa sempre ritorno e che vede la nascita di tanti dei suoi progetti seminali, Luigi Ghirri incontra Marazzi per la prima volta. È il 1975 quando Ghirri varca le soglie dell'azienda: è in una fase di crescita e sperimentazione che lo porterà nel 1979 alla prima grande mostra personale a Parma. Marazzi è un'azienda leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura, ha aperto filiali in Francia e Spagna, fa disegnare le sue piastrelle da artisti e stilisti e di lì a poco inaugurerà un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi, architetti sono liberi di sperimentare. (Estratto da comunicato stampa Lara Facco P&C)




Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021- Gemeni Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - SPIRAL - Ph E. Liggera Odyssey Collection by Andrea Branciforti - Orolavico - 2021 - Ph E. Liggera Odyssey Collection, la new dishes line di Andrea Branciforti per Orolavico
Il design incontra il cinema d'autore e il linguaggio flat della video-animazione


www.orolavico.com

Odyssey Collection - collezione di sottopiatti (15 pezzi in totale) disegnata da Andrea Branciforti, architetto, designer, docente e attualmente Presidente ADI Sicilia, per Orolavico, azienda specializzata nella lavorazione della pietra lavica - unisce il design contemporaneo al linguaggio del cinema e dell'illustrazione per un progetto totalmente Made in Sicily che trae ispirazione dal celebre film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio.

Semplicità, eleganza e contemporaneità sono le parole chiave della nuova linea di sottopiatti - Odyssey Collection - disegnata da Andrea Branciforti per Orolavico e della video-animazione realizzata da Adriano Di Mauro per raccontare questo progetto. Non è di certo la prima volta che il marketing sceglie il codice espressivo dell'arte visiva per mettere in contatto e far dialogare tra loro azienda/prodotto e pubblico. Geometrie piatte e bidimensionali, spazi netti e definiti, colori brillanti contraddistinguono lo stile dei piatti e del video: caratteristiche queste che li rendono immediatamente riconoscibili, insieme alla materia prima di cui sono fatti, la pietra lavica, e le tecniche di lavorazione utilizzate che tendono a rispettare e tutelare l'ambiente.

Orolavico, pur essendo una giovane e dinamica realtà siciliana nata nel 2015 dall'esperienza di manager e artigiani che, in poco tempo, hanno realizzato soluzioni di indoor e outdoor design  in pietra lavica e in cotto, ha da subito capito e sostenuto l'importanza della collaborazione con designer, architetti e artisti sia per quanto riguarda la progettazione delle collezioni che per la comunicazione delle stesse online e offline.

«Think to future. Think to nature è così che - spiega Giuseppe Mondera, Ceo di Orolavico - abbiamo pensato di sintetizzare la logica eco-sostenibile che sta alla base delle nostre scelte aziendali. Pensiamo, progettiamo, pianifichiamo e agiamo cercando di rispettare l'ambiente e le persone, pur non perdendo di vista anche i margini di profitto, indispensabili per alimentare il ciclo produttivo. Fare impresa, oggi, non vuol dire solo avere una buona idea, il giusto know how e reperire il capitale necessario, ma avere una prospettiva molto più ampia in termini di tempo e di qualità della vita tourt court.

Noi, ad esempio, siamo partiti dal nostro"petrolio", dal nostro"oro nero", ossia, dalla pietra lavica, da qui anche la scelta del nostro nome - Orolavico - sia perché è presente in ingenti quantità in Sicilia, sia perché, nelle varie interpretazioni che ne diamo (rivestimenti, top da cucina, piatti, pareti ventilate, ecc.), vogliamo rispettare e valorizzare una sua peculiarità unica e inimitabile, ossia, l'essere parte dell'Etna, vulcano riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 2017. Altro aspetto cui teniamo molto è la collaborazione con designer e architetti che sappiano interpretare la materia prima in chiave estetica e funzionale. Odyssey Collection di Andrea Branciforti inaugura non solo la nostra prima linea di piatti in pietra lavica, ma anche questo filone di ricerca e produzione che declina insieme design contemporaneo ed eco-sostenibilità. Quando parlo di ricerca, visionarietà, collaborazione e customizzazione del prodotto, penso proprio a questi piccoli dettagli che fanno davvero la differenza».

Odyssey Collection si compone di sei micro-collezioni - Gemeni, Hal, Odyssey, Spyral, Space, Nebula - ispirate al film 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Le sue nuance non sono presenti nelle più note scale dei colori (Ral e Pantone) perché ottenute con un procedimento di laboratorio eco-sostenibile che consente di realizzare la paletta colori da un solo vetro di base. Questa peculiarità, unita alle caratteristiche tecniche della materia prima, rendono l'intera collezione una sintesi perfetta del design contemporaneo in cui bellezza, eco-sostenibilità e funzionalità hanno pari importanza.

«Un'immagine entra a far parte della nostra esperienza visiva - dichiara il designer Andrea Branciforti - e spesso influenza inconsciamente le nostre azioni. Con questa collezione - Odyssey Collection - porto a tavola una materia antica, la pietra lavica, che a prescindere dalla lavorazione che subisce custodisce raccoglie e racconta il viaggio fatto dal magma fino alla sua trasformazione in pietra. Ispirata al film 2001: Odissea nello spazio del grande maestro Stanley Kubrick, la collezione rappresenta sei visioni materiche dell'universo onirico. Le decorazioni s'ispirano al Supercomputer Hal, al Discovery One e alle visioni dell'universo. Il film di Kubrick riesce a parlare contemporaneamente del passato, del presente e del futuro dell'umanità, ponendo interrogativi e riflessioni sulla vita al di fuori della Terra.

Credo soprattutto che Kubrick ci inviti ad avere una nuova consapevolezza del rapporto che lega l'uomo, la terra e l'universo, tematica questa, ancora oggi molto attuale. ll 1968, anno di uscita del film, è stato un anno di grandi rotture, di cambiamenti e di profonde riflessioni. Si fa strada una nuova sensibilità sul design sostenibile. Vengono pubblicate le prime foto del globo terrestre visto dalla luna che porta l'umanità ad un nuovo senso di appartenenza senza più confini fisici specifici e limitanti. Nasce una nuova umanità e una nuova consapevolezza delle tecnologie che, ben presto, entreranno e s'imporranno nelle nostre vite. Qualche anno più tardi, non a caso, uscirà Starman, brano musicale scritto da David Bowie. Questo il pensiero che attraversa la collezione».

Il video-animazione della campagna di lancio della Odyssey Collection è stato realizzato dal giovane artista e illustratore Adriano Di Mauro che ha interpretato con un linguaggio flat e visionario le suggestioni raccontate da Branciforti in merito al film di Kubrick. Le scene sono ambientate tra l'Universo e la Terra, precisamente in Sicilia, dove il protagonista - un astronauta-scimmia-uomo nuovo - avrà modo di conoscere la collezione di sottopiatti di Branciforti e lo street food isolano prima di essere"risucchiato" dall'occhio di Hal che lo trasporterà in un mondo altro non meglio definito, dove tutto può ancora succedere. (Ufficio Stampa Orolavico - Valentina Barbagallo)




Sala della Pinacoteca De Nittis Nuovo allestimento della Pinacoteca De Nittis
dal 26 settembre 2020

Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione. Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all'epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell'istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città. Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d'arte Renato Miracco dal titolo Rileggere De Nittis, oggi, cerca, infatti, di porre l'accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine '800 a Parigi, considerata all'epoca il centro dell'Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.

"Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l'Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale - scrive il curatore nella sua presentazione - "Inoltre, in alcune sezioni della Mostra" - continua - "alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d'Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni"

Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a "vivere' il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all'aria aperta". Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne" in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei", come scrisse Dumas figlio, per l'epitaffio dell'artista amico. (Comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Dipinto nella mostra Il primato dell'opera Il primato dell'opera
26 settembre 2020 - 10 agosto 2022
GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino
www.gamtorino.it

La GAM rinnova l'allestimento delle sue collezioni permanenti del Novecento con un nuovo percorso che intende restituire la centralità all'opera d'arte. Il nuovo ordinamento è studiato per permettere il confronto, consentire il paragone necessario tra opera e opera: le sequenze di dipinti, sculture, installazioni sono affiancate da poche informazioni essenziali che introducono alla lettura degli stili diversi, di generazione in generazione, che gli artisti hanno elaborato. Suddivise in diciannove spazi, le opere sono raccolte privilegiando un taglio storico-artistico che segue le principali correnti artistiche del secolo appena trascorso, ma anche dando rilievo alla storia delle collezioni civiche nel panorama artistico torinese, nazionale e internazionale. Inserite in questa narrazione si trovano alcune sale personali, nate dalla volontà di restituire il valore indiscusso di alcuni artisti, insieme alla possibilità offerta dalle nostre collezioni di presentarli con opere importanti.

La prima sala è dedicata a tre delle figure che maggiormente hanno influito, su diversi piani, sulla principale arte italiana e internazionale del Novecento. Giorgio de Chirico ha generato un nuovo modo di pensare l'opera d'arte, alla ricerca di una rappresentazione che fosse anche disvelamento filosofico. Giorgio Morandi ha sviluppato un culto della forma e delle sue illimitate varianti, in una sorta di disciplina concettuale, con una continuità mentale e temporale che permette di presentare, all'inizio del percorso, anche le sue tarde Nature morte. Infine Filippo de Pisis, che ha tramandato una lezione di libertà totale da condizionamenti di tipo accademico, ma anche da scelte avanguardistiche, creando quasi uno stile-ponte solitario tra Impressionismo e Informale.

A questa premessa fa seguito un ordinamento che, sala dopo sala, ripercorre alcune fasi fondamentali della storia dell'arte, rappresentate dai capolavori della collezione: dalle Avanguardie storiche con le opere di Umberto Boccioni, Gino Severini, Giacomo Balla, Enrico Prampolini, Otto Dix, Max Ernst, Paul Klee e Francis Picabia, alle stimolanti proposte artistiche nate a Torino tra le due guerre mondiali dove scorrono le opere della maggior parte dei Sei di Torino; dalla riscoperta e influenza di Amedeo Modigliani sugli artisti torinesi grazie anche agli studi di Lionello Venturi che teneva la cattedra di Storia dell'Arte all'Università di Torino, agli acquisti di dipinti e sculture per la collezione della GAM tra la fine degli anni Venti e tutti gli anni Trenta alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma.

La sezione dedicata all'Astrattismo italiano è rappresentata da artisti quali Fausto Melotti, Osvaldo Licini e Lucio Fontana, mentre le sale successive ripercorrono le vicende di Roma e la scuola di Via Cavour, indagano l'arte dopo Il 1945 tra Figurativo e Astratto e mostrano le sorprendenti acquisizioni di arte internazionale nel periodo post bellico nello spazio intitolato Per una Galleria Civica internazionale, dove troviamo artisti come Marc Chagall, Hans Hartung, Pierre Soulages, Tal Coat, Pablo Picasso, Jean Arp, Eduardo Chillida.

Gli anni Cinquanta sono stati, per quel che riguarda le ricerche sperimentali, gli anni dell'Informale, e anche la GAM conserva significativi esempi: dall'"Informale di segno" di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi e Antonio Sanfilippo alla rappresentazione in chiave Informale del paesaggio e della natura di Renato Birolli, Ennio Morlotti e Vasco Bendini. Un Informale certamente più veemente e radicale fu quello di Emilio Vedova e anche l'arte torinese fu coinvolta in queste dinamiche, tramite Piero Ruggeri, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino, o Paola Levi Montalcini.

Il facile linguaggio del New Dada e della Pop Art italiana e straniera (rappresentato tra gli altri da Piero Manzoni, Louise Nevelson, Yves Klein e Andy Warhol) cederà presto il passo ad un quadro rinnovato di concetti e materiali. Dopo un passaggio doveroso al Museo sperimentale di arte contemporanea che arrivò in dono alla fine del 1965 alla Galleria Civica d'Arte Moderna composto da un fondo che conta oggi 364 opere che intendevano rappresentare il più largo ventaglio di opzioni linguistiche di taglio innovativo e, appunto, sperimentale e qui rappresentato con una nutrita selezione di esempi, il nuovo allestimento culmina nell'esperienza dell'Arte Povera, che si aprì a un nuovo linguaggio, alla ricerca di una libertà totale dai condizionamenti. Sono rappresentati tutti gli artisti del movimento teorizzato nel 1967 da Germano Celant e approdato per la prima volta in un museo nel 1970 proprio nella nostra Galleria d'Arte Moderna: Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio.

Tutto il percorso è intervallato da sale personali dedicate: Felice Casorati che ha lasciato una lezione indelebile nel contesto torinese e nazionale, Arturo Martini che ha contribuito a cambiare le connotazioni della scultura italiana, Alberto Burri e Lucio Fontana che hanno modificato la veste materica e concettuale della loro opera influenzando l'arte internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Grazie all'incremento delle collezioni possiamo ora riproporre, in un confronto di forte contrasto, il valore di azioni fondamentali quali la realizzazione del ciclo della "Gibigianna" di un altro artista al centro di relazioni internazionali, Pinot Gallizio. A Giulio Paolini, infine, è stato dato spazio per averci indicato l'esigenza di mantenere sempre un rapporto necessitante con la storia dell'arte, i suoi segni e richiami, e il loro valore per una vivificazione concettuale della forma. (Comunicato stampa)




Opera di Daniele Cestari Daniele Cestari: "Tempo sospeso"
Barbara Frigerio Contemporary Art - Milano
Presentazione on line

Nuova serie di lavori dell'artista ferrarese, che esplora, accanto ai già noti temi cittadini, paesaggi marini e di montagna. Il titolo di questa selezione rievoca l'orfismo campaniano di sospensione del tempo ("E del tempo fu sospeso il corso." Cit. D.C.) di cui tutti abbiamo avuto esperienza durante questi mesi nelle contingenze sfaccettate della realtà. Con questi nuovi lavori l'autore non si limita più alla dimensione metafisica, ma indaga quella più strettamente individuale  e collettiva della quotidianità. (Comunicato stampa)




Locandina tedesca del film Metropolis Archivi tematici del XX secolo
Galleria Allegra Ravizza - Lugano
www.allegraravizza.com

Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizione di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva. La cultura è come il rumore, per citare John Cage (Los Angeles, 1912- New York, 1992): "Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina" (J. Cage, "Silenzio", 1960). Il rumore della cultura è imprescindibile e continuo in ogni aspetto della nostra vita. (...) Ma quando lo ascoltiamo, l'eco del rumore della Cultura, sentiamo che rimbalza su ogni parete intorno a noi e si trasforma per essere Conoscenza e Consapevolezza. (...) Chi ama la musica tecno, metallica e disco non può ignorare Luigi Russolo (Portogruaro, 1885 - Laveno-Mombello, 1947), probabilmente, lo dovrebbe venerare, in quanto la sua intuizione ha trasformato per sempre il Rumore. (...)

In questa epoca dove, per naturali dinamiche evolutive del pensiero, la ragione del figlio prevale su quella dei padri, come nel Futurismo o nel '68, il desiderio di annullamento è comprensibile e necessario ma la conoscenza storica di quello che si vuole rinnovare ne è il fondamento. Per questo motivo proponiamo dodici archivi tematici con oggetto di ricerca proprio la comprensione. La troviamo adatta a questo periodo storico che ci racchiude nelle nostre stanze e ci sta cambiando profondamente. La speranza è che ci sarà un nuovo contemporaneo, forse più calmo ma più attento, una nascente maturità verso un nuovo Sincrono. Cassaforti come scatole del Sin-Crono (sincrono dal greco sýnkhronos "contemporaneo", composta di sýn "con, insieme" e khrónos "tempo") per la comprensione dell'arte dei Rumori e del teatro Futurista, della Poesia e della musica che ci hanno traghettato lungo il secolo scorso. (Estratto da comunicato stampa)

[1] J. Cage, "Silence", 1960
[2] J. Cage, "Silence", 1960
[3] For a greater understanding, see L. Russolo, Futurist manifesto "L'Arte dei Rumori", 1913
[4] Synchrony, sinkrono/ adj. [from the Greek sýnkhronos "contemporary", composed of sýn "with, together" and khrónos "time"]. - 1. [that happens in the same moment: oscillation, noun].




Audrey Hepburn rappresentata in un disegno nella locandina del film Colazione da Tiffany "Opere in Vetrina"
Paci contemporary gallery - Brescia
www.pacicontemporary.com/shop-online_cinema

- Colazione da Tiffany

Una pagina interamente dedicata ad un'esclusiva selezione di scatti vintage tratti dai set cinematografici delle pellicole più famose del XX secolo tra cui Colazione da Tiffany, Caccia al Ladro, Per qualche dollaro in più, Frankenstein Junior, Matrix, Superman. Colazione da Tiffany è la pellicola che ha portato al successo internazionale l'attrice britannica Audrey Hepburn. Il film, distribuito nell'anno 1961 e diretto dal regista statunitense Blake Edwards, è considerato uno dei più famosi del cinema del Novecento.

Nella pellicola Audrey Hepburn indossa il mitico tubino nero firmato Givenchy diventato icona del cinema. Per il film sono stati realizzati tre abiti uguali, uno dei quali è stato venduto all'asta per oltre 600 mila euro nel 2006. Il secondo abito, sempre disegnato da Givenchy, è un altro tubino nero (corto) in seta lavorata fino al ginocchio dove è svasato e decorato con una fila di piume, insieme al quale Audrey indossa lunghi guanti neri, un ampio cappello con un nastro di seta color crema e scarpe di coccodrillo.

Per consentire le riprese, la gioielleria Tiffany & Co. aprì eccezionalmente i battenti domenica 2 ottobre in modo che alcune scene del film potessero essere girate nel negozio sulla Quinta Strada a Manhattan. Finite le riprese Audrey si prestò ad un servizio fotografico per la gioielleria durante il quale le fu fatto indossare il preziosissimo diamante giallo più grande del mondo, dal taglio cuscino a 82 faccette di 128,54 carati. Per l'occasione, fu creato appositamente un gioiello per valorizzarlo: la collana Ribbon Rosette in oro e diamanti bianchi, con al centro il diamante giallo.

Era il 1961 quando Audrey Hepburn, nei panni della protagonista Holly Golightly, fumava da uno storico bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa, trasformando questa azione in un gesto di estrema eleganza. Audrey Hepburn con questa lunga sigaretta è subito diventata una vera e propria icona di stile. Numerosi curiosi seguirono il ciak della celebre scena in cui Holly fa shopping insieme a Paul.

Ciò innervosì Audrey Hepburn che sbagliò diverse battute e fu costretta a ripetere la scena più volte. Colazione da Tiffany è una commedia sentimentale, ricca di stile e ironia in cui trionfa la figura di Holly, una donna fragile e un'autentica icona di stile che, pur essendo alla ricerca di un ricco uomo da sposare, alla fine cede ai sentimenti e si lega allo scrittore squattrinato. Ecco una battuta pronunciata proprio da Paul (George Peppard): "vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora... (...) tu ti consideri uno spirito libero un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai... finirai sempre per imbatterti in te stessa!".

L'autore del romanzo da cui è stato tratto il film, Truman Capote, voleva Marilyn Monroe nella parte della protagonista, ma l'agente dell'attrice Lee Strasberg le suggerì di rifiutare perché non avrebbe giovato alla sua carriera, indirizzandola verso altri film. Più tardi anche un'altra celebrità dell'epoca, Kim Novak, rifiutò il ruolo. Il successo del film al botteghino fu straordinario. Candidato a 5 premi Oscar, ne vinse 2: miglior colonna sonora e miglior canzone (Moon River). La stessa Audrey ottenne una nomination agli Oscar come "miglior attrice protagonista" ma fu battuta da Sophia Loren che trionfò grazie alla strepitosa interpretazione in La Ciociara, pellicola del 1960 di Vittorio De Sica. (Comunicato di presentazione da Paci contemporary gallery)




Locandina di presentazione del catalogo interattivo della mostra Materie Prime Artisti italiani contemporanei tra terra e luce Materie Prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce
Catalogo interattivo e multimediale


www.ferrarinarte.it/antologie/senigallia/materie_prime.html

Dopo il successo nel 2019 alla Rocca Roveresca di Senigallia (Ancona) con l'esposizione "Materie prime. Artisti italiani contemporanei tra terra e luce", a cura di Giorgio Bonomi, Francesco Tedeschi e Matteo Galbiati, e la presentazione del catalogo Silvana Editoriale al Museo del Novecento di Milano, nell'ambito di un incontro moderato da Gianluigi Colin, la Galleria FerrarinArte di Legnago (Verona) rilascia una nuova edizione del volume, completamente interattiva e multimediale, per rivivere la straordinaria esperienza della mostra attraverso le parole degli artisti e dei curatori.

Il libro, sfogliabile liberamente e gratuitamente online, si arricchisce con contenuti inediti, videointerviste e approfondimenti dedicati alla poetica dei quindici artisti coinvolti - Carlo Bernardini, Renata Boero, Giovanni Campus, Riccardo De Marchi, Emanuela Fiorelli, Franco Mazzucchelli, Nunzio, Paola Pezzi, Pino Pinelli, Paolo Radi, Arcangelo Sassolino, Paolo Scirpa, Giuseppe Spagnulo, Giuseppe Uncini e Grazia Varisco - appartenenti a diverse generazioni, ma accomunati da curricula di altissimo livello e dal lavoro condotto con e sulla materia. (Estratto da comunicato stampa CSArt Comunicazione per l'Arte)




La poesia Tape Mark 1 in mostra ___ Tape Mark 1: Poesia Informatica

L'importanza della Storia | Nanni Balestrini

Galleria Michela Rizzo - Venezia
www.galleriamichelarizzo.net

Tape Mark 1 è una poesia di Nanni Balestrini che risale al 1961, frutto di una collaborazione virtuosa tra Autore e Tecnologia, in questo caso rappresentata da uno dei primi calcolatori IBM. Balestrini, in quell'occasione, predispone tre brevi testi di Michihito Hachiya - di Paul Goldwin (autore di cui si mette in dubbio l'esistenza) e di Lao Tse - e, attraverso l'assegnazione di alcuni codici e di poche regole, lascia al computer l'onere e l'onore di procedere alla stesura della poesia, attraverso un causale sistema di combinazioni. Nel mondo solo quattro - cinque persone stavano contemporaneamente lavorando a esperimenti simili e questo testo è considerato da molti come il primo esempio di poesia informatica.

La natura di grande innovatore e sperimentatore, che caratterizzerà tutta la carriera di Balestrini, si rivela già in quel momento. L'arte della combinazione sarà fondamentale in tutta la poetica di Balestrini, interessato a 'lasciare scaturire un movimento da connessioni imprevedibili' per superare, in questo modo, 'l'aggregazione statica di energie diverse'. Nel 1961, concepisce anche il progetto di un romanzo, Tristano, da riprodurre in un numero illimitato di esemplari, una copia unica e originale per individuo, ma le idee corrono più veloci della tecnologia e Feltrinelli riuscì a pubblicarne, nel 1966, un solo esemplare. Le tecniche di stampa di allora, infatti, non ne consentirono la realizzazione e ci vollero 40 anni e l'avvento della stampa digitale per portare a compimento quell'avvenieristico progetto.

Stiamo inoltrandoci nelle sperimentazioni linguistiche di Balestrini ma, in realtà, quello che è interessante per noi fare emergere qui, è quanto stretto fosse il rapporto tra le varie discipline in cui Nanni si cimentava. E come gli fosse consono collegare la ricerca letteraria e poetica con quella artistica visiva e teatrale performativa. Infatti, Tape Mark 1 nel 2017 diventa un'opera visiva che aprirà la grande retrospettiva allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe. Da Tristano scaturisce invece Tristanoil, il film più lungo del mondo, ottenuto grazie al software ideato da Vittorio Pellegrineschi, che approderà niente meno che a Documenta 13, curata quell'anno da Carolyn Christov-Bakargiev. E sarà proprio questa predisposizione di Balestrini verso una 'poesia fatta di impulsi, che andava a rompere la linearità tipografica, a fargli venire l'idea di ritagliare titoli di giornali e farne dei collages'. (...) (Estratto da comunicato della Galleria Michela Rizzo)




Busto femminile in basanite risalente al periodo dell'imperatore Claudio Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

E' ritornato, dopo otto anni di assenza, l'atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un'importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del '900.

L'opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell'epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l'identificazione con Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell'impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana. L'emergenza sanitaria attuale, che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell'importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l'augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale. (Comunicato stampa)

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Opera di Umberto Boccioni denominata Forme uniche della continuità nello spazio Forme uniche della continuità nello spazio
Nella Galleria nazionale di Cosenza la versione "gemella" dell'opera bronzea di Umberto Boccioni


La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d'aste Christie's di New York, è stato venduta l'opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per oltre 16 milioni di dollari (diritti compresi), pari a oltre 14 milioni di euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza. Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione "gemella" della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L'opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d'arte "La Medusa" di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l'originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l'arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell'autore. Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un'autentica rarità, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone. (Comunicato stampa)




La GAM Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo di Palermo insieme a Google Arts & Culture porta online la sua collezione pittorica

Disponibili su artsandculture.google.com oltre 190 opere e 4 percorsi di mostra: "La nascita della Galleria d'Arte Moderna", "La Sicilia e il paesaggio mediterraneo", "Opere dalle Biennali di Venezia" e "Il Novecento italiano". La GAM - Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo - di Palermo entra a far parte di Google Arts & Culture, la piattaforma tecnologica sviluppata da Google per promuovere online e preservare la cultura, con una Collezione digitale di 192 opere.

Google Arts & Culture permette agli utenti di esplorare le opere d'arte, i manufatti e molto altro tra oltre 2000 musei, archivi e organizzazioni da 80 paesi che hanno lavorato con il Google Cultural Institute per condividere online le loro collezioni e le loro storie. Disponibile sul Web da laptop e dispositivi mobili, o tramite l'app per iOS e Android, la piattaforma è pensata come un luogo in cui esplorare e assaporare l'arte e la cultura online. Google Arts & Culture è una creazione del Google Cultural Institute.

- La Collezione digitale

Grazie al lavoro di selezione curato dalla Direzione del Museo in collaborazione con lo staff di Civita Sicilia, ad oggi è stato possibile digitalizzare 192 opere, a cui si aggiungeranno, nel corso dei prossimi mesi, le restanti opere della Collezione. Tra le più significative già online: Francesco Lojacono, Veduta di Palermo (1875), Antonino Leto, La raccolta delle olive (1874), Ettore De Maria Bergler, Taormina (1907), Michele Catti, Porta Nuova (1908), Giovanni Boldini, Femme aux gants (1901), Franz Von Stuck, Il peccato (1909), Mario Sironi, Il tram (1920), Felice Casorati, Gli scolari (1928), Renato Guttuso, Autoritratto (1936).

- La Mostra digitale "La nascita della Galleria d'Arte Moderna"

La sezione ripercorre, dal punto di vista storico, sociale e artistico, i momenti fondamentali che portarono all'inaugurazione, nel 1910, della Galleria d'Arte Moderna "Empedocle Restivo". Un'affascinante ricostruzione di quel momento magico, a cavallo tra i due secoli, ricco di entusiasmi e di fermenti culturali che ebbe il suo ammirato punto di arrivo nell'Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, evento chiave per la fondazione della Galleria e per le sue prime acquisizioni, le cui tematiche costituiscono la storia di un'epoca.

- La Mostra digitale "La Sicilia e il paesaggio Mediterraneo"

Un viaggio straordinario nel secolo della natura, come l'Ottocento è stato definito, attraverso le opere dei suoi più grandi interpreti siciliani che hanno costruito il nostro immaginario collettivo: dal "ladro del sole" Francesco Lojacono ad Antonino Leto, grande amico dei Florio in uno storico sodalizio artistico, per giungere al "pittore gentiluomo" Ettore De Maria Bergler, artista eclettico e protagonista dei più importanti episodi decorativi della Palermo Liberty, e infine Michele Catti, nelle cui tele il paesaggio si fa stato d'animo e una Palermo autunnale fa eco a Parigi.

- La Mostra digitale "Opere dalle Biennali di Venezia"

In anni di fervida attività espositiva, la Biennale di Venezia si contraddistinse subito come eccezionale occasione di confronto internazionale e banco di prova delle recenti tendenze dell'arte europea. Dall'edizione del 1907 presente all'evento con la sua delegazione, la Galleria d'Arte Moderna seppe riportare a Palermo opere che ci restituiscono oggi la complessa temperie della cultura artistica del primo Novecento, dalle atmosfere simboliste del Peccato di Von Stuck, protagonista della Secessione di Monaco, alla raffinata eleganza della Femme aux gants di Boldini.

- La Mostra digitale "Il Novecento italiano"

Un percorso che si snoda lungo il secolo breve e ne analizza le ripercussioni sui movimenti artistici coevi, spesso scissi tra opposte visioni e ricchi di diverse sfumature e declinazioni. Tra il Divisionismo di inizio secolo, figlio delle sperimentazioni Ottocentesche, e l'Astrattismo degli anni Sessanta, si consumano in Italia i conflitti mondiali, il Ventennio fascista, i momenti del dopoguerra. La lettura delle opere d'arte può allora funzionare come veicolo attraverso il quale comprendere le complesse evoluzioni e gli eventi cardine che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento italiano. (Comunicato stampa)




Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia Fonte Aretusa, copyright Vittoria Gallo Foto della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo Fotografia della Fonte Aretusa a Siracusa, copyright Vittoria Gallo ||| Sicilia ||| Apre al pubblico la Fonte Aretusa a Siracusa
www.fontearetusasiracusa.it

Concluso l'intervento di adeguamento strutturale e funzionale del sito, la Fonte Aretusa   ha aperto al pubblico il 6 agosto con un percorso di visita che consente di ammirarne dall'interno la bellezza, accompagnati dalle voci italiane di Isabella Ragonese, Sergio Grasso e Stefano Starna. Il percorso di visita restituisce l'emozione di un "viaggio" accanto allo specchio di acqua dolce popolato dai papiri nilotici e da animali acquatici, donati dai siracusani come devozione a una mitologia lontana dalle moderne religioni, superando le difficoltà di accedervi e permettendo di compiere una specie di percorso devozionale in piena sicurezza. L'audioguida è disponibile anche in lingua inglese, francese, spagnola e cinese.

È il primo risultato del progetto di valorizzazione elaborato da Civita Sicilia come concessionario del Comune di Siracusa con la collaborazione della Fondazione per l'Arte e la Cultura Lauro Chiazzese. Il progetto, elaborato e diretto per la parte architettonica da Francesco Santalucia, Viviana Russello e Domenico Forcellini, ha visto la collaborazione della Struttura Didattica Speciale di Architettura di Siracusa e si è avvalso della consulenza scientifica di Corrado Basile, Presidente dell'Istituto Internazionale del papiro - Museo del Papiro.

Da oltre duemila anni, la Fonte Aretusa è uno dei simboli della città di Siracusa. Le acque che scorrono nel sottosuolo di Ortigia, ragione prima della sua fondazione, ritornano in superficie al suo interno, dove il mito vuole che si uniscano a quelle del fiume Alfeo in un abbraccio senza tempo. È un mito straordinario, cantato nei secoli da poeti, musicisti e drammaturghi. La storia di Aretusa e Alfeo è una storia d'amore, inizialmente non corrisposto, tra una ninfa e un fiume che inizia in Grecia e trova qui il suo epilogo, simbolo del legame che esiste tra Siracusa e la madrepatria dei suoi fondatori. Ma la Fonte Aretusa è anche il luogo nelle cui acque, nel corso dei secoli, filosofi, re, condottieri e imperatori si sono specchiati e genti venute da lontano, molto diverse tra loro, sono rimaste affascinate, anche attraverso le numerose trasformazioni del suo aspetto esteriore.

La Fonte ospita da millenni branchi di pesci un tempo sacri alla dea Artemide e, da tempi più recenti, una fiorente colonia di piante di papiro e alcune simpatiche anatre che le valgono il nomignolo affettuoso con cui i Siracusani di oggi talvolta la chiamano, funtàna de' pàpere. Dalla Fonte si gode un tramonto che Cicerone descrisse "tra i più belli al mondo" e la vista del Porto Grande dove duemila anni fa si svolsero epiche battaglie navali che videro protagonista la flotta siracusana e dove le acque di Alfeo e Aretusa si disperdono nel mare in un abbraccio eterno. (Comunicato Ufficio stampa Civita)




Donazioni alla Galleria Nazionale di Cosenza

La Galleria Nazionale di Cosenza acquisisce a pieno titolo nelle sue collezioni sei interessanti sculture provenienti dalle collezioni della famiglia Bilotti. Incrementano da oggi il patrimonio del museo, illustrando importanti segmenti dell'arte italiana del Novecento, le seguenti sculture Cavallo e cavaliere con berretto frigio di Giorgio de Chirico, Portatrice di fiaccola di Emilio Greco, Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai, Onice e Solida di Pietro Consagra, Gigantea di Mimmo Rotella.

Le sculture sono già presenti nel museo ed esposte in via definitiva, ad esclusione della Grande maternità di Antonietta Raphael Mafai che sarà presentata a conclusione degli interventi di manutenzione e restauro di cui necessita. La donazione fa seguito alle altre che recentemente hanno concluso il loro iter. Sono infatti entrate a far parte delle collezioni museali anche le opere Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, donata da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona, e Natura donata dall'artista cosentino Giulio Telarico, già in esposizione rispettivamente nella sezione grafica dedicata all'artista futurista e nella sezione di Arte Contemporanea.

Il Polo Museale e la Galleria Nazionale di Cosenza hanno frattanto avviato le procedure finalizzate all'acquisizione in comodato d'uso gratuito di cinque disegni di Umberto Boccioni; i disegni a conclusione dell'iter andranno ulteriormente ad arricchire la sezione grafica dedicata al maestro del Futurismo. Le acquisizioni portate a felice conclusione e quelle in programma sono frutto di intese e accordi che rientrano fra gli obiettivi che il Polo Museale della Calabria e la Galleria Nazionale si sono posti per promuovere relazioni proficue con il territorio, accrescere, valorizzare il patrimonio d'arte e cultura e favorirne la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa)




Prima del nuovo numero di Kritik... / Iniziative culturali

Invisibilia - parole, immagini, suoni del sacro
La musica sacra nelle animazioni liturgiche dei vari periodi storici


.. Terzo appuntamento
Coro Cum Iubilo
La polifonia a cappella

22 maggio 2022, ore 18.00 (Ingresso gratuito)
Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria - Palermo

Il coro Cum Iubilo (direttore Giovanni Scalici) animerà la liturgia con brani polifonici; immediatamente a seguire, alle ore 19.00 circa, il coro intratterrà il pubblico con un breve concerto dedicato alla tradizione sacra mariana dal titolo "Cantando il nome di Maria". Verranno proposti brani di Lasso, Hassler, de Sévérac, Forrest, Rachmaninov, Biebl, Gjeilo, Busto.

"Invisibilia - parole, immagini, suoni del sacro" è un calendario di appuntamenti e di riflessioni sui temi del Sacro che si svolge durante l'anno liturgico. L'evento è promosso dall'Arcidiocesi di Palermo in collaborazione con l'Università degli Studi di Palermo, il Teatro Biondo, il Conservatorio Alessandro Scarlatti, l'Accademia di Belle Arti, il Monastero di Santa Caterina D'Alessandria, l'Orchestra Multietnica Quattrocanti e la Cooperativa Pulcherrima Res. (Comunicato stampa)




Gli Unici. Al Hansen, Dieter Roth, Jean Toche & Roberto Paci Dalò
Rassegna di cinema a cura di Mario Franco


Archivi Mario Franco c/o Casa Morra. Archivi d'Arte Contemporanea - Napoli
Programma della rassegna

Parallelamente alla mostra "Gli Unici. Al Hansen, Dieter Roth, Jean Toche & Roberto Paci Dalò" (visitabile fino al 31 luglio 2022) realizzata dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, in collaborazione con la Fondazione Morra, nell'ambito dell'edizione 2021-2022 di Progetto XXI, il regista Mario Franco, i cui Archivi risiedono negli spazi di Casa Morra, ha ideato una rassegna con un programma fino al 29 luglio 2022 sul cinema delle avanguardie storiche e le sperimentazioni degli anni '60 e '70 del secolo scorso.

"Cineasti-artisti come Man Ray, Hans Richter, Jonas Mekas, Maya Deren ed altri che hanno operato di là di ogni condizionamento economico o tecnico. Un cinema che bisogna continuare a vedere perché è una forma di difesa alla smaterializzazione e all'omologazione verso la quale sembra tendere il presente cine-artistico." (Comunicato stampa)




Locandina di Cento anni di Luciano Bianciardi Cento anni di Luciano Bianciardi
"Conoscere Bianciardi"


Grosseto, 12 maggio - 29 giugno 2022
www.fondazionebianciardi.it

Prende avvio il progetto "Conoscere Bianciardi", per proporre ai cittadini lettori e non solo i mille volti dell'intellettuale più significativo della Maremma contemporanea. Un'idea che il Polo Universitario grossetano ha condiviso con la Fondazione L.Bianciardi, in occasione del centenario della nascita dello scrittore, una volontà comune di onorarlo, entrando all'interno della sua figura senza retorica ma con spirito di ricerca e di apertura a vari punti di vista, quelli degli studiosi invitati a portare i loro contributi di conoscenza, ognuno volto a esplorare un aspetto specifico dell'avventura intellettuale di Bianciardi.

Il percorso, studiato per accompagnare le celebrazioni nell'arco dell'intero anno bianciardiano, si articola in due sezioni di cui la prima inizia il 12 maggio con la proiezione del film La vita agra, tratto dall'omonimo romanzo dello scrittore grossetano, premio Strega nel 1962. Una scelta non casuale, visto che il successo del romanzo e la sua trasposizione cinematografica segnano uno spartiacque netto nella biografia artistica dell'autore e lo consacrano tra le grandi firme della narrativa italiana, in un momento particolarmente fervido di presenze autorevoli, da Calvino a Moravia, da Pratolini a Pasolini, per citare solo alcune delle personalità attive in quei anni '60.

Alla proiezione segue un calendario di incontri in cui si alterneranno studiosi di varia provenienza e generazione. Anche questa è una volontà legata alla natura del progetto, visto che solo la varietà delle prospettive potrà condurre a disegnare un profilo articolato e innovativo di Bianciardi, mettendoci al riparo dalle tentazioni di ricorrere a visioni stereotipate e clichè ormai troppo praticati.

Il 19 maggio tre giovani ricercatori grossetani, Michele Gandolfi, Riccardo Innocenti e Federico Masci, tratteranno un argomento oggi molto dibattuto nell'ambito dell'italianistica, ovvero la provincia, in questo caso legato alle figure di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola; Stefano Adami, studioso bianciardiano, illustrerà il 31 maggio il clima culturale che fa da contesto alle prove letterarie di Bianciardi.

Tra gli appuntamenti di giugno il primo, previsto per il giorno 14, vedrà come relatore Demetrio Marra, giovane critico letterario, cui è affidato il compito di approfondire il tema dell'opposizione, una costante della narrativa bianciardiana; infine Mauro Papa, direttore del Polo Le Clarisse, chiuderà questo primo ciclo con un approfondimento sull'interesse di Bianciardi per le arti visive, attraverso le amicizie con Furio Cavallini e Ettore Sordini. Da ottobre il secondo ciclo. (Comunicato di presentazione Fondazione L.Bianciardi)

__ Programma

.. 12 maggio, proiezione del film La vita agra, di Carlo Lizzani (1964), dal romanzo di Luciano Bianciardi
Sala cinema Aurelia Antica, ore 21

.. 19 maggio, Prospettive sulla provincia: il caso di Bianciardi e Cassola, a cura di Michele Gandolfi, Riccardo Innocenti, Francesco Masci, Sala Pegaso
Palazzo della Provincia, ore 17

.. 31 maggio, Bianciardi dalla filosofia alla cultura letteraria del suo tempo, a cura di Stefano Adami
Sala Pegaso, Palazzo della Provincia, ore 17

.. 14 giugno, La rabbia di Bianciardi: dalla protesta de "La vita agra" alla disperazione di "Aprire il fuoco", a cura di Demetrio Marra, Aula Magna
Fondazione Polo Universitario Grossetano, ore 17

.. 29 giugno, Bianciardi e i suoi amici pittori, Furio Cavallini e Ettore Sordini, a cura di Mauro Papa
Sala Pegaso, Palazzo della Provincia, ore 17




Locandina del Matera Film Festival 2022 Matera Film Festival
3a edizione, 01-08 ottobre 2022


Iscrizione al concorso internazionale: 20 aprile - 20 luglio 2022
www.materafilmfestival.it

Dopo il grande successo della passata edizione che ha avuto tra gli altri ospiti David Cronenberg, sono state confermate le tre categorie di gara del concorso internazionale: cortometraggio, lungometraggio e documentario. Sarà possibile iscrivere alle competizioni le produzioni realizzate a partire dal 2021.

Durante il festival, Rai Cinema Channel offrirà nuovi contenuti che saranno fruibili in un corner di Virtual Reality dove sarà possibile visionare questi prodotti realizzati con una tecnica fortemente innovativa. In collaborazione con il Salone internazionale del libro di Torino nelle scuole lucane saranno proposti percorsi di lettura che sfoceranno in una visione critica e ragionata degli adattamenti cinematografici proiettati durante la kermesse.

In collaborazione con l'Università degli Studi della Basilicata e con la partecipazione di professori delle statunitensi "University of Wisconsin" e "Louisiana State University" e della canadese Queen's University di Kingston, il Matera Film Festival organizza un'intera giornata di studi dedicata ad uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano che a Matera ha girato uno dei migliori film sulla vita di Gesù.

Dal genio creativo dalle sorelle Angela e Luciana Giussani nasce uno dei fumetti di maggior successo "made in Italy": Diabolik. Il successo, che ha varcato i confini nazionali, dura fino ai giorni nostri. Ne è riprova il film uscito alla fine del 2021 e diretto dei Manetti Bros. Il Matera Film Festival, nel solco della ricerca sul filone "cinema-fumetto", scelto come campo di indagine fin dalla prima edizione, ne celebra l'epopea. (Estratto da comunicato stampa di Reggi&Spizzichino Communication)




John Landis Magna Graecia Film Festival
John Landis premiato con la Colonna d'Oro

www.mgff.eu

Sarà il regista statunitense John Landis uno degli ospiti d'onore della 19a edizione del Magna Graecia Film Festival, che si tiene a Catanzaro dal 30 luglio al 6 agosto 2022. Landis sarà premiato al festival - ideato e diretto da Gianvito Casadonte - con la Colonna d'Oro alla Carriera e sarà protagonista di una masterclass aperta al pubblico, per raccontare la genesi dei suoi capolavori e per svelare tutti i segreti del suo cult-movie "The Blues Brothers", cui il festival renderà omaggio con una proiezione speciale, in occasione dei 40 anni dalla scomparsa di John Belushi.

Il regista, sceneggiatore e produttore di Chicago, classe 1950, nella sua lunga carriera ha navigato tra i generi, spaziando dalla commedia comica all'horror, talvolta unendo i due stili, come in "Un lupo mannaro americano a Londra" (1981). John Landis ha diretto autentici cult-movie della Storia del Cinema, da "Animal House" (1978) al citato "The Blues Brothers" (1980), da "Una poltrona per due" (1983) a "Il principe cerca moglie" (1988). Regista di videoclip per B.B. King e Paul McCartney, nel 1983 ne ha realizzato uno dei più famosi e costosi della storia, "Thriller" di Michael Jackson. Una carriera che ha spesso transitato - e sempre con successo - nelle serie televisive come "Ai confini della realtà" (1983) o in "Masters of Horror", dove ha firmato l'episodio "Leggenda assassina" (2005).

Il Magna Graecia Film Festival si svilupperà in otto giorni di proiezioni e incontri con anteprime nazionali e internazionali, masterclass d'eccezione, performance musicali e tanti ospiti che abbracceranno idealmente tutta la città, dal mare fino al centro storico del capoluogo calabrese. Il concorso dedicato alle Opere prime e seconde italiane presenterà alcuni dei lavori più apprezzati della stagione. Il Magna Graecia Film Festival aderisce anche alla rete dei festival sostenibili e plastic free - per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema della tutela dell'ambiente, dei borghi e delle spiagge - sposando la campagna promossa da Agis e Italiafestival. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)

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Locandine Magna Graecia Film Festival
2019 | 2018




Locandina per la rassegna cinematografica Fernweh In viaggio con il cinema tedesco Fernweh
In viaggio con il cinema tedesco


26 aprile - 21 giugno 2022, ore 18.30 (ingresso gratuito)
Goethe-Institut Palermo (Cantieri Culturali alla Zisa)
goethe.de/palermo

* Per le scuole interessate sono previste proiezioni speciali in giorni e orari da concordare.

Il Goethe-Institut Palermo presenta la nuova rassegna cinematografica con nove film - tra cinema di fiction e un documentario d'autore, tutti in versione originale con sopratitoli in italiano - che affrontano in modi diversi il tema del viaggio. La rassegna, nell'ambito dei consueti appuntamenti del cineclub La deutsche vita, prevede una proiezione settimanale, ogni martedì alle ore 18.30 nella Sala Wenders dell'Istituto culturale tedesco, che ha la sua sede ai Cantieri Culturali alla Zisa. In collaborazione con Città di Palermo - Assessorato alle Culture.

Basati su destini individuali, i film trattano temi come la perdita della casa, la paura, la necessità di fuggire e di abbandonare la propria terra, ma anche il semplice desiderio di evasione o di un viaggio all'estero. Desideri e necessità che specie durante la pandemia sono diventati più acuti e che vengono oggi reinterpretati anche alla luce dei drammatici eventi che stanno accadendo nel mondo, passando dalle catastrofi climatiche alla guerra. Cosa significa dover lasciare il proprio paese a rischio della vita? Come ci si sente ad iniziare una nuova vita in una cultura straniera? Che effetto fa tornare nel paese da cui i tuoi genitori sono dovuti fuggire?

"I film che abbiamo selezionato cercano di far luce su queste e molte altre domande da prospettive diverse e anche inusuali. La rassegna vuole presentare non solo la sofferenza di gente in fuga, in cui i protagonisti non sempre sono artefici del loro destino, ma anche la speranza di chi con forza riesce a trasformare la nostalgia di casa o la necessità di evasione in un sentimento di rinascita emotiva e di riscatto" scrive Heidi Sciacchitano, direttrice del Goethe-Institut Palermo, nell'introduzione alla rassegna. Alla fine, infatti, sono proprio le esigenze basilari della vita, l'amore, la famiglia, la patria, l'amicizia, l'istinto di sopravvivenza, il desiderio di riscatto e di migliori condizioni, a permetterci di rialzarci, e in alcuni casi di trovare nuove opportunità e un nuovo senso della vita altrove.

- Calendario delle proiezioni

.. 26.04. The Cut (Il padre)
.. 03.05. After Spring Comes Fall
.. 10.05. Happy
.. 17.05. Hin und weg (La lunga volata)
.. 24.05. Es gilt das gesprochene Wort (I Was, I Am, I Will Be)
.. 31.05. Viva forever
.. 07.06. Haus ohne dach (House Without Roof)
.. 14.06. Das schönste Paar (The Most Beautiful Couple)
.. 21.06. Magical mistery

.. 26 aprile, The Cut (Il padre)
di Fatih Akin, Germania/Francia/Italia/Polonia/Russia, 2013-2014, 139 min.
Con Tahar Rahim, Simon Abkarian, Hindi Zahra

1915: Nella città di Mardin, il fabbro Nazaret Manogian viveva una vita serena con sua moglie e le sue figlie gemelle prima che la polizia turca lo arrestasse, come gli altri cristiani di origine armena. Separato dalla sua famiglia, inizia la sua odissea tra il deserto, la fuga tra campi di battaglia e gli orrori della prima guerra mondiale. Le figlie sono sopravvissute al genocidio degli armeni perpetrato dall'impero ottomano e la ricerca porta il padre in Libano, Cuba e negli Stati Uniti. Con The Cut, Fatih Akin è riuscito a creare una grande, ma anche controversa epopea. Il 24 aprile è la data di commemorazione del genocidio armeno.

.. 03 maggio, After Spring Comes Fall
di Daniel Carsenty, Germania 2015, 89 min.
Con Halima Ilter, Tamer Yigit, Asad Schwarz 

Mina, una giovane donna curda, fugge dalla Siria dopo che il suo quartiere viene attaccato dai militari e suo marito resta gravemente ferito. Una volta a Berlino, inizia a costruire una nuova vita nell'illegalità. Trasferisce del denaro alla sua famiglia e finanzia le cure mediche del marito. Il servizio di sicurezza siriano segue però i suoi trasferimenti e alla fine riesce a scovarla. After Spring Comes Fall è un thriller dai risvolti dark: mostra in modo drammatico che una fuga da un paese in guerra, non trova pace con l'arrivo in Europa.

.. 10 maggio, Happy
di Carolin Genreith, Germania 2016, 85 min.
Con Dieter Genreith, Tukta Supaporn Pimsoda-Genreith

Quando le cose si fanno serie e Dieter vuole sposare la sua amante, padre e figlia vanno insieme in Tailandia, dove la regista si ritrova inaspettatamente membro di una nuova famiglia, mentre Dieter si confronta con un concetto di amore completamente diverso. Un film genuino e senza fronzoli su un rapporto padre-figlia. La ricerca della felicità in tarda età e la domanda su cosa sia effettivamente l'amore quando si hanno più di 60 anni e si ha paura di invecchiare da soli.

.. 17 maggio, Hin und weg (La lunga volata)
di Christian Zübert, Germania 2014, 95 min.
Con Florian David Fitz, Julia Koschitz, Jürgen Vogel

Perché proprio il Belgio? Cosa c'è in Belgio oltre al cioccolato e alle patatine? Non importa, quest'anno è il turno di Hannes e Kiki scegliere la destinazione del loro tour annuale in bicicletta con i loro amici più cari. Sono tutti impazienti di vivere la nuova avventura, finché Hannes rivela di soffrire di una malattia incurabile e che questo viaggio sarà il suo ultimo. Con la consapevolezza che niente dopo sarà più lo stesso, celebrano la vita come mai prima d'ora. Christian Zübert dimostra con questo film che l'umorismo è possibile persino in un tale contesto.

.. 24 maggio, Es gilt das gesprochene Wort (I Was, I Am, I Will Be)
di Ilker Catak, Germania/Francia 2019, 122 min.
Con Anne Ratte-Polle, Ogulcan Arman Uslu, Godehard Giese

Mentre il gigolò curdo Baran sogna un futuro in Europa, la pilota tedesca Marion deve fare i conti con una diagnosi di cancro. Quando i due si incontrano nella località turistica turca di Marmaris, fanno un doppio gioco e decidono di sposarsi fittiziamente. L'inizio è promettente, un futuro insieme sembra essere all'orizzonte. Tuttavia, non è così semplice come immaginavano. Con Es gilt das gesprochene Wort, il regista Ilker Catak riesce a creare una commovente storia d'amore con un'arguzia al di là delle convenzioni culturali e sociali.

.. 31 maggio, Viva Forever
di Sinje Köhler, Germania 2021, 98 min.
Con Natalia Rudziewicz, Janet Rothe, Homa Faghiri In collaborazione e nell'ambito del Sicilia Queer filmfest (30.5.-5.6.2022)

Un gruppo di sei ragazze attorno ai vent'anni è molto unito fin dai tempi della scuola. Come ogni anno, anche quest'estate andranno sul lago di Garda. Alla notizia inaspettata che una delle amiche non sarà presente quest'anno, le altre rimangono ferite e confuse. Questa assenza contribuirà piano piano a mettere in discussione la loro amicizia. Il film di diploma Viva Forever ha tratti autobiografici e Sinje Köhler lo descrive come "un'ode all'amicizia femminile con tutte le sue stranezze, contraddizioni, profondità, magia e calore".

.. 07 giugno, Haus ohne Dach (House Without Roof)
di Soleen Yusef, Germania 2016, 124 min.
Con Mina Sadic, Sansun Sayan, Murat Seven

I fratelli Liya, Jan e Alan sono nati nella regione curda dell'Iraq e sono cresciuti in Germania. Stanno tornando nel loro paese natale per adempiere alle ultime volontà della loro defunta madre. Voleva essere sepolta nel suo villaggio natale, accanto a suo marito, morto durante la guerra contro il regime di Saddam. I parenti in Kurdistan si oppongono con veemenza. Haus ohne Dach è il film d'esordio della regista curdo-tedesca Soleen Yusef e ha ricevuto diversi premi del pubblico e il premio principale dei First Steps Awards come miglior film nel 2016.

.. 14 giugno, Das schönste Paar (The Most Beautiful Couple)
di Sven Taddicken, Germania/Francia 2018, 95 min.
Con Maximilian Brückner, Luise Heyer, Jasna Fritzi Bauer

I due insegnanti Liv e Malte sono una coppia felice, finché un crimine non fa deragliare le loro vite: durante una vacanza su un'isola spagnola del Mediterraneo, vengono assaliti da tre giovani tedeschi. Un anno dopo, Malte incontra per caso uno dei tre assalitori. Vede una possibilità di giustizia e di vendetta. Das schönste Paar è un dramma sul rapporto di coppia ma anche un revenge movie guidato dalla rabbia e dalla disperazione.

.. 21 giugno, Magical Mystery
di Arne Feldhusen, Germania 2017, 111 min.
Con Charly Hübner, Detlev Buck, Annika Meier

Amburgo, metà degli anni Novanta. Dopo un esaurimento nervoso e il ricovero in un reparto psichiatrico, Charly Schmidt vive in un appartamento condiviso sorvegliato. Un giorno incontra alcuni vecchi amici di Berlino, ora benestanti grazie al loro lavoro di produttori musicali. Invece di una vacanza nella brughiera di Lüneburg, Charly accetta di guidarli in una tournée in Germania. Magical Mystery è un simpatico road movie sulle note della musica techno in cui, come spesso accade, il viaggio è la destinazione che porta un uomo smarrito a ritrovarsi, liberandolo da uno stato di immobilità ormai cronica. (Comunicato stampa)

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Copertina del romanzo Il sortilegio della città rosa di Nidia Robba Il sortilegio della città rosa
di Nidia Robba, ed. Fpe edizioni

Ambientato tra la Germania, Trieste (città della protagonista), la Francia e la Spagna, in un periodo tra la metà degli anni '60 e l'inizio dei Settanta (l'autrice lo suggerisce senza dichiararlo) è la storia di Myriam recatasi a Heidelberg per tener compagnia alla nipote, Siegrid, durante un corso di tedesco e trascorrere una vacanza.

Recensione




L'universo di César Franck (1822-1890)
Concerti, 02 aprile - 27 maggio 2022
Palazzetto Bru Zane - Venezia

Nume tutelare del post-romanticismo francese, César Franck ha lasciato un'eredità sino ad ora troppo poco conosciuta. Per festeggiare il bicentenario della nascita e far riscoprire l'universo del compositore al grande pubblico, il Palazzetto Bru Zane - Centre de musique romantique française gli dedica un vasto ciclo di concerti che spazia dalla musica da camera, alla musica sinfonica, alle mélodies e all'opera lirica e propone appuntamenti a Venezia, Parigi, Liegi, Montreal... Tra i momenti clou di questa rinascita, la pubblicazione del cofanetto con l'integrale delle mélodies di César Franck e la registrazione, in associazione con l'Orchestre Philharmonique Royal di Liegi, dell'opera lirica Hulda (senza tagli).

Il Festival veneziano sarà presentato giovedì 24 marzo ore 18 al Palazzetto Bru Zane. In questa occasione Manon Galy e Jorge González Buajasan (vincitori del Concours international de musique de chambre de Lyon), interpreteranno la famosa Sonata per violino e pianoforte. Di César Franck, un tenace malinteso ci consegna il ritratto di un organista austero, diviso tra devozione mistica e un interesse rivolto esclusivamente a una difficile musica strumentale. Quest'immagine oleografica fu coltivata anche dai suoi allievi più fedeli, che ne esaltarono l'onestà, la moralità, il disinteresse per le mode, ma anche l'intellettualità dei metodi di composizione, per consacrare una corrente della musica francese in grado di contrapporsi all'estetica wagneriana e a quella di Debussy.

Ingannata da tali filtri, la posterità ha poi ritenuto solo una manciata di opere tra le circa cento composte da Franck, soprattutto le partiture che si presentano come pezzi unici e danno l'impressione di una genesi priva di esitazioni: il suo Quintetto per pianoforte e archi, la Sonata per violino e pianoforte, il Quartetto per archi sembrano non avere modelli né discendenza. Lo stesso vale per le Béatitudes - un Oratorio dalle dimensioni smisurate - o per la Sinfonia in re minore, la cui costruzione ciclica si innalza a modello assoluto. (Estratto da comunicato ufficio stampa Studio Esseci)




Visioni Sarde_2021
Presentazione film, poster, trailer

La rassegna presenta i cortometraggi selezionati dalla giuria del premio "Visioni Sarde", giunto alla settima edizione nell'ambito del festival Visioni Italiane promosso dalla Cineteca di Bologna. La sezione "Visioni Sarde" si propone di promuovere e valorizzare il cinema sardo a livello internazionale con il supporto della fondazione regionale Sardegna Film Commission. I compiti organizzativi per l'edizione 2021 sono stati affidati all'associazione bolognese di promozione cinematografica Visioni da Ichnussa.

La rassegna è proposta in Grecia a cura dell'Ambasciata d'Italia e dell'Istituto Italiano di Cultura di Atene in collaborazione con l'Associazione Culturale AIAL nell'ambito di un vasto programma di promozione del Cinema italiano. La circuitazione con proiezioni in presenza attraverso la Rete di Cooperazione Culturale italo-ellenica e la Federazione Cineclub di Grecia è coordinata dall'AIAL, parallelamente alla diffusione in streaming attraverso la piattaforma Shift72. Le pellicole sono in lingua originale e sottotitolate in greco. La rassegna resterà disponibile in Grecia fino al 31 agosto 2022. A Leros è programmata per sabato 20 agosto nel quadro delle serate di cinema all'aperto previste per questa estate. (Comunicato di presentazione)

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Recensioni cinematografiche di Ninni Radicini




Locandina del convegno La Mia Olivetti La Mia Olivetti
Un archivio di memorie orali

www.archiviostoricolivetti.it

Il 31 marzo 2022 nasce a Ivrea un archivio di memorie orali. Si presenta pubblicamente La mia Olivetti, iniziativa culturale di raccolta, conservazione e valorizzazione delle "voci" di un'intera comunità, che partecipa attivamente ad un processo di riconoscimento, costruzione e condivisione della memoria collettiva di un territorio, in relazione alla storia della fabbrica Olivetti, in Italia e nel mondo. E' un progetto di raccolta, protezione e valorizzazione di interviste realizzate e rilasciate dalle persone, soggetti narratori e protagonisti del progetto, le quali entrano a far parte del patrimonio storico Olivetti e della comunità, diventano racconti pubblici e consultabili sulla piattaforma digitale lamiaolivetti.nuvolar.it, e fisicamente al Centro visitatori del sito Patrimonio mondiale Unesco Ivrea, città industriale del XX secolo.

In questo corner olivettiano è possibile rilasciare la propria intervista e consultare il patrimonio audiovideo già disponibile. Il significato del progetto consiste nel riconoscimento del valore storico, sociale e culturale di queste storie non note e ne svela il potenziale risvolto sociale in termini di costruzione delle prospettive future di un territorio: il valore della partecipazione delle famiglie e delle nuove generazioni, anche attraverso la scuola, ad un progetto di crescita e riconoscimento del valore culturale e sociale della storia della fabbrica Olivetti, all'interno della storia del Paese nel secolo dell'industrializzazione.

Un ulteriore valore risiede nella possibilità di intreccio, analisi e studio tra fonti e documenti eterogenei e, quindi, della possibilità di reciproco arricchimento che il dialogo tra immagini, cose e parole (le narrazioni orali) innesca nella costruzione di una memoria attiva che dal passato intervenga sul presente, per la costruzione di un futuro. L'iniziativa nasce da un progetto di Associazione Archivio Storico Olivetti e Archivio Nazionale Cinema d'Impresa, con la collaborazione di Associazione Spille d'Oro Olivetti, Fondazione Natale Capellaro - Laboratorio Museo Tecnologic@mente e Fondazione Adriano Olivetti. Partner tecnologico del progetto è la start up torinese Nuvolar srl. (Estratto da comunicato stampa)




"Variazioni su Fuori"
Francesco Michi e Mechi Cena
ANTS Records, 2019


Presentazione il 17 marzo 2022 alla Libreria Il Libraccio a Firenze


"Variazioni su Fuori" è un cofanetto, contenente un CD, un DVD, a alcuni testi scritti. È stato pubblicato dalla etichetta ANTS (storica etichetta di musica sperimentale internazionale con sede a Roma) in tiratura limitata. "Variazioni su Fuori" fa riferimento ad una partitura verbale di Giuseppe Chiari (musicista, pianista ed artista visivo fiorentino, che fece parte del movimento Fluxus) del 1965: un performer narra, con frasi brevi, ciò che ascolta nel momento stesso in cui la performance si svolge, in tempo reale: la partitura contiene le istruzioni relative a come raccontare il suo ascolto.

Portata fuori dal contesto del palcoscenico ed affidata alla esecuzione di più di un performer, la stessa partitura offre la possibilità di essere usata per ottenere più voci che narrano ognuna il proprio ascolto dello stesso ambiente. Se l'ambiente è all'aperto, l'esecuzione fornisce elementi interessanti per la valutazione della percezione collettiva di un paesaggio sonoro, amplificando uguaglianze e differenze. Dunque il cofanetto contiene i testi elaborati delle narrazioni dei vari performer e scritti che illustrano e commentano il lavoro fatto, un CD ed un DVD tramite i quali si può ascoltare un concerto polifonico vocale che ci racconta di un ambiente, invitandoci ad immaginarlo, passando con l'attenzione da uno all'altro esecutore, oppure semplicemente ad ascoltarlo così com'è, come musica.

Mechi Cena Studia musica elettronica ed informatica musicale ai Conservatori di Torino e Firenze. Come musicista è interessato alla sperimentazione di approcci creativi con i materiali che la tecnologia offre all'uso quotidiano, e allo studio dell'ambiente acustico e delle sue modificazioni. Dagli anni '80 scrive e realizza trasmissioni e radiodrammi per la Rai e per la Radio Svizzera in lingua Italiana. Con Francesco Michi scrive "Suonetti - brevi racconti del sonoro" alla sua seconda edizione con "le Mezzelane Editore"

Francesco Michi, laureato in Filosofia e poi in Musica elettronica, dagli anni '80 pubblica articoli, libri, cd, realizza installazioni sonore, performance, sculture e macchine sonore e musicali, programmi radiofonici, ecc., in Italia e all'estero. Tutti questi lavori si basano sui concetti di ecologia acustica e design acustico. Da marzo 2009 è il coordinatore italiano di Forum Klanglandschaft (Fkl), un'associazione internazionale per il paesaggio sonoro. (Comunicato stampa)




Franco Battiato Franco Battiato
Dalla Sicilia all'Iperspazio


Pagina dedicata







Locandina per iscrizione a rassegna Guerre&Pace Filmfest edizione 2022 Guerre&Pace Filmfest 2022
Nettuno (Roma), 01-07 agosto 2022

www.guerreepacefilmfest.it

* Termine di iscrizione: 31 maggio 2022

Al via il bando per cortometraggi sul tema della guerra e della pace indetto dal Guerre & Pace FilmFest, XX edizione. Vetrina unica dedicata al cinema di guerra e di pace, il festival è organizzato dall'Associazione Seven, con la direzione artistica di Stefania Bianchi. Un festival caratterizzato da proiezioni di lungometraggi, documentari, dalla scorsa edizione anche cortometraggi, ma anche presentazioni di libri, in collaborazione con le principali case editrici.

A iscrizione gratuita, il bando è aperto a lavori che non superino i 29 minuti di durata, ogni autore potrà presentare due opere al massimo e in ogni caso non sarà selezionata più di una opera ad autore. Se il cortometraggio è in lingua straniera sono obbligatori i sottotitoli in italiano. Due i formati in richiesti per la selezione: mov o mp4 in HD in formato 1920x1080. Tutti i cortometraggi inviati saranno visionati dalla Direzione del festival, che selezionerà 7 cortometraggi, poi presentati e proiettati durante le sette serate del festival. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Sui Generis - Breve affresco di Renzo Zorzi
di Davide Maffei e Alessandro Barbieri
www.youtube.com/watch?v=JntQaGPeKbk

Realizzato per il centenario di Renzo Zorzi, il video racconta la figura dello straordinario intellettuale e umanista che ha guidato le attività culturali, il disegno industriale e l'architettura dell'azienda Olivetti dopo la morte di Adriano. Il video rientra nel perimetro del progetto "Olivetti. Cronache da un'industria gentile", che ha dato vita ai due docufilm "Paradigma Olivetti" e "Prospettiva Olivetti" per la regia di Davide Maffei. Il filmato è disponibile sul canale Youtube dell'Associazione Archivio Storico Olivetti. (Comunicato di presentazione)




Premi Città di Marineo
A Roberto Piazzi il premio per la Poesia e a Valerio Massimo Manfredi il premio speciale


28 novembre 2021
Villa Patrì - Marineo (Palermo)

Marineo non ha dimenticato il suo Premio, giunto alla 46esima edizione, ma l'edizione 2020 ha dovuto subire gli effetti della pandemia che hanno condizionato la vita di tutti. Nell'ambito della sezione edita in lingua italiana la Giuria, composta da Salvatore Di Marco da Flora Di Legami, Michela Sacco Messineo, Giovanni Perrone, Ida Rampolla, Tommaso Romano, e Ciro Spataro, ha attribuito il primo premio al poeta Roberto Pazzi con la raccolta "Un giorno senza sera" Edizioni La Nave di Teseo.

Sono risultati finalisti i poeti: Vincenzo Montuori con la raccolta "Nella gabbia dorata "Book Editore, Stefano Vespo con la silloge " Il sorriso della chiusa mandorla" - Edzioni la Vita Felice, Angelo Andreotti con la raccolta "L'attenzione" edizioni Puntoacapo, Lorenzo Spurio, con la raccolta " Tra gli aranci e la menta" - Edizioni PoetiKanten, Mauro Di Maria con la silloge "Gli orecchini" - Book Editore, Pia Amodeo con la silloge " Prima che arrivi l'alba" - Edizioni Thule.

Il premio speciale è stato assegnato allo scrittore Valerio Massimo Manfredi, uno dei divulgatori culturali più noti al grande pubblico italiano, che ha scritto romanzi e saggi storici, tradotti in ben 39 lingue. Con tale conferimento la Giuria lo "addita come modello per le nuove generazioni, sia sotto l'aspetto culturale, sia sotto l'aspetto umano, coinvolgendo i giovani nella maturazione di una coscienza civica e facendo loro scoprire un viaggio nella Storia e nelle Storie, nella consapevolezza che la memoria trova il suo significato ultimo nella costruzione dell'identità del presente".

Per quel che concerne la sezione edita in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato a Jose Russotti con la raccolta "Arrèri o scuru" Edizioni Controluna-. Nella stessa sezione sono risultati finalisti Maria Gabriella Canfarelli con la silloge " Provi di lingua matri" Edizioni Novecento e Michelangelo Grasso con la raccolta "Pani di vita" - Edizioni MarranzAtomo.

Nella sezione inediti in lingua siciliana il primo premio è stato assegnato ex aequo a Paolo Passanisi per la lirica "A vita" e a Pippo Di Noto con la lirica "Absolute beginners". Sono risultati finalisti i poeti: Franca Cavallo con la lirica "Jorna", Antonino Lo Bue con la lirica "Né oi né dumani", Gero Miceli con la lirica "Tampasiannu", Margherita Neri Novi con la lirica "Chiovi", Anna Maria Tornabene Burgio con la lirica "Ciavuru di sucu", Salvatore Valenti con la lirica "L'arcobalenu".

La commissione giudicatrice, inoltre, ha deciso di assegnare la targa "Francesco Grisi" al giornalista e saggista Lino Buscemi che, nel suo percorso di vita, ha messo in luce, da vero paladino della cittadinanza attiva, non solo lo stato di abbandono di molti luoghi di arte della città di Palermo, ma nel contempo ha coniugato la passione della storia con la difesa dei diritti umani. Quest'anno per la quarta volta, i premi, in una simbiosi tra arte e poesia, saranno donati dagli artisti: Antonella Affronti, Alessandro Bronzini, Elio Corrao, Antonino Liberto, Tiziana Viola Massa, i quali condividendo lo spirito dell'evento marinese, sono convinti dell'unicità dell'arte per fare emergere il valore comunicativo della poesia.

La cerimonia di premiazione, curata dal Circolo Culturale con la collaborazione di Marcello Scorsone direttore della Galleria Studio 71 sarà presentata da Katiuska Falbo mentre la voce recitante sarà quella di Marisa Palermo. (Comunicato Segreteria del Premio)




Casa delle tecnologie emergenti di Matera
Creato il logo della Cte Matera


Un tocco d'azzurro in omaggio al gonfalone della città, un sasso stilizzato e un cavo di cablaggio che disegna la "M" di Matera. C'è la città, nei suoi colori e simboli e, con il cavo di cablaggio emblema di reti e interconnessioni, il logo della Casa delle Tecnologie emergenti di Matera "racconta" anche le opportunità che genererà. La Cte Matera ha il suo logo ufficiale. Realizzato dalla Pirene srl, società di pubbliche relazioni che opera dal 1999. Selezionata con bando a evidenza pubblica, la Pirene è stata scelta fra le 11 aziende che hanno partecipato alla selezione.

Offerta competitiva quella dell'azienda romana che, da contratto, seguirà la Cte Matera per un anno occupandosi dell'identità visiva. Descrizione/concept del logo Cte Matera: L'idea nasce dalla volontà di rappresentare lo sviluppo tecnologico nel contesto di una delle più antiche città al mondo. La costruzione del logo "cte matera" è formata da un pittogramma che sintetizza, con un tratto originale e moderno, una linea morbida che dinamicamente disegna la lettera "m" (iniziale di Matera) e si ferma con un punto in alto. Questo elemento ricorda un cavo di rete per cablaggio, simbolo dello sviluppo tecnologico.

La linea è sovrapposta a una forma di colore azzurro (colore della città) che raffigura un grosso sasso. In basso la parte testuale "cte matera" è costruita con un font nuovo e personalizzato di facile lettura, la scelta del minuscolo trasmette disponibilità e apertura all'esterno. Invece in maiuscolo con font Titillium, di dimensioni più piccole, il marchio si completa con "Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera". La scelta dei colori e l'alternanza tra linee morbide e forme rigide conferiscono movimento alla figura e racchiudono il significato di un progetto innovativo e concreto. (Estratto da comunicato stampa)




I vincitori del Monreale Premio Ambiente 2021
Monreale (Palermo), 15-18 settembre 2021
www.festivaldelcinemaitaliano.com

Proiezioni, convegni, incontri con personaggi del cinema italiano, masterclass e una serata finale, con tanti ospiti e sorprese hanno caratterizzato la quattro-giorni monrealese. L'evento è parte del Festival del Cinema Italiano, organizzato da A&D Comunicazione, diretto dal regista Paolo Genovese, con Fabrizio del Noce in veste di Presidente onorario. Al centro del festival l'argomento ambientale - tema quanto mai attuale e centrale anche in virtù della Cop 26, il vertice globale sul clima che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre 2021. Il Festival del Cinema Italiano ha portato, accanto alla cattedrale medioevale di Santa Maria Nuova (dal 2015 Patrimonio Mondiale dell'Umanità UNESCO) una selezione dei migliori documentari ambientali delle due edizioni precedenti.

La serata conclusiva del festival presso il Pool Garden dell'Al Balhara Resort & Spa, è stata presentata dall'attrice e conduttrice Anna Falchi, alla presenza di attori, produttori, cantanti e registi. Lidia Schillaci, Neja, Danilo Amerio, Roccuzzo, Dario Cassini, Pino Ammendola, Angela Nobile, Loredana Cannata e Sofia Fici, Miss Sicilia 2020 si sono alternati sul palco in una serata organizzata come un vero e proprio show di intrattenimento puro.

La Giuria composta da Marcello Foti - già direttore della Cineteca Nazionale di Roma e direttore generale della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia - dai giornalisti Marta Perego e Marino Midena, Eleonora Contessi, direttrice della fotografia, Alberto Arcidiacono Sindaco di Monreale, dalla regista e produttrice Rosalida Ferrante, dal regista Giuseppe Sciacca, dalla giornalista Titti Giuliani Foti e da Stefano Lo Coco componente dell'Amministrazione locale, ha assegnato Il Monreale Premio Ambiente 2021 al documentario Tra il mare e la terra, regia di Marco Spinelli.

Il documentario è un viaggio attraverso la Sicilia delle tradizioni, alla ricerca della passione che anima la vita di chi ancora oggi ha scelto di continuare a lavorare come un tempo. Dalle montagne al mare, attraverso gli occhi di agricoltori, pastori e pescatori che hanno un rapporto ancora arcaico e carnale con la propria terra. Emozioni che fluttuano tra le onde o vengono mosse dal vento nei campi. La magia si esprime nel raccontare il nostro rapporto con la natura grazie allo sguardo e alla voce dei più semplici, la motivazione espressa dai giurati.

Per la forza di una inchiesta senza compromessi che va al cuore del problema del commercio illegale del legno e della deforestazione la Menzione speciale va a Deforestation Made in Italy di Francesco De Augustinis: due anni di indagini, viaggi, ricerche, racchiusi in un documentario ambientato tra Italia, Europa e Brasile. Uno scorcio inedito sul rapporto diretto che esiste tra le principali eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale. Il Premio del Pubblico è invece assegnato a Covid-19 Il virus della paura di Christian Marazziti. Il film vede protagonisti un complottista seminatore di fake news, un'italo-cinese tacciata di essere il "virus", un'ipocondriaca in panico, un irresponsabile malato di Covid.

Nel corso dell'evento sono stati, inoltre, conferiti riconoscimenti a tre aziende e ad un giovane imprenditore che si sono distinti nel campo dello sviluppo sostenibile, del rispetto ambientale e della responsabilità sociale. I Premi sono andati a Erg Spa per essere riuscita a trasformare, nel corso degli ultimi anni, il proprio modello produttivo e di sviluppo aziendale, sostituendo sempre più le attività basate sul petrolio con quelle legate a fonti rinnovabili, contribuendo così a un minore impatto ambientale, e a uno sviluppo sostenibile.

A Ecolandia, per essere divenuta un'azienda di grande efficienza nel trattamento dei rifiuti, grazie a una particolare attenzione alle esigenze ambientali, riuscendo a ottenere punte di assoluto rilievo nella raccolta differenziata, in tutte le realtà locali in cui opera. A Mec, per aver recuperato un antico palazzo palermitano, e aver inserito, all'interno di una moderna struttura museale, un ristorante di alta qualità, e dimostrando così che la cura all'ambiente si traduce nell'attenzione all'uso di ingredienti a chilometro zero, ma anche alla conservazione e riutilizzazione del patrimonio artistico. A Giuseppe Montalbano, per essere intervenuto nel territorio di Monreale recuperando una vecchia struttura in abbandono, che faceva parte del parcoreale, e averla trasformata in un moderno, accogliente ed elegante complesso turistico, che configura la compatibilità ambientale fra i suoi punti di forza.

La kermesse che si è svolta tra il centro di Monreale e la splendida cornice del Resort Al Balhara, si avvale del sostegno della Regione Sicilia e del Comune di Monreale e del patrocinio di: Ministero della Cultura (MiC), Ministero dell'Ambiente, Regione Sicilia, Comune di Monreale, CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia. Si ringraziano inoltre Al Balhara - Hotel Resort Spa e Smile Vision, società nata nel 2015 attiva nel settore della comunicazione visiva e della produzione cinematografica, che affianca ancora una volta il Festival del Cinema Italiano prendendo parte al Monreale Premio Ambiente in qualità di Media Partner. L'azienda mira a valorizzare il profilo sostenibile assunto dalla rassegna cinematografica attraverso la produzione di video, dirette streaming, interviste, materiale fotografico e contenuti destinati ad Speciale dedicato, che andrà in onda su Rai 2 nei prossimi giorni. Media Partner: Rai 2, Radio 2 e Rai Radio Live, Smile Vision, Ciak Magazine e la Accademia Ciak si gira, Coming soon, TeleSpazio Canale 611. (Estratto da comunicato ufficio stampa Reggi&Spizzichino Communication)




Locandina Premio Amidei 2021 Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" a "Est - Dittatura Last Minute"
23-29 luglio 2021
Palazzo del Cinema - Hiša FilmaPiazza della Vittoria - Gorizia

  "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura e regia di Antonio Pisu vince il 40° Premio internazionale alla migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei" con la seguente motivazione: "Per la verità con cui viene portata sullo schermo una vicenda realmente accaduta, per la capacità di non perdere mai di vista la realtà, tratto distintivo della personalità di Amidei, per l'autenticità con cui sono ritratti i personaggi e la mano leggera con cui si passa dal dramma alla commedia, per l'originalità anche visiva della storia, in cui vecchie riprese in video 8 e immagini di repertorio trovano nel racconto un perfetto equilibrio. E soprattutto per essere riusciti a farci danzare con le stelle, citando il brano del grande e compianto Franco Battiato la cui voce illumina il film, la giuria attribuisce il Premio alla Migliore Sceneggiatura Sergio Amidei 2021, giunto alla sua quarantesima edizione, a un film piccolo e indipendente, ma dalla grande anima: "Est - Dittatura Last Minute" per la sceneggiatura di Antonio Pisu, che firma anche la regia".

_ Scheda Film

"Est - Dittatura Last Minute"


Regia: Antonio Pisu
Soggetto: Maurizio Paganelli (libro), Andrea Riceputi (libro)
Sceneggiatura: Antonio Pisu
Fotografia: Adrian Silisteanu
Montaggio: Paolo Marzoni
Scenografia: Iuliana Vilsan, Paola Zamagni, Alexandra Takacs
Costumi: Magda Accolti Gil, Luminita Mihai
Musiche: Davide Caprelli
Produzione: Paolo Rossi Pisu, Maurizio Paganelli, Andrea Riceputi per Genoma Films, con Rai Cinema, in collaborazione con Stradedellest
Produzioni Distribuzione: Genoma Films (2020)
Origine: Italia, Romania 2019
Durata: 100'
Interpreti:  Lodo Guenzi (Rice), Matteo Gatta (Pago), Jacopo Costantini (Bibi), Paolo Rossi Pisu (Girolamo), Anna Ciontea (Costelia), Ioana Flora (Andra), Liviu Cheloiu (Emil), Ada Condeescu (Simona)

Sinossi: La storia vera di tre amici, Pago, Bibi e Rice che partono da Cesena per un viaggio insolito nell'Europa dell'Est. Arrivati a Budapest conosceranno Emil, un uomo che è fuggito dalla Romania di Ceausescu lasciando la famiglia nella capitale. Emil chiede ai ragazzi di portare una valigia ai suoi cari, e nonostante i tre si rifiutino, la valigia, in qualche modo, riesce a partire per Bucarest con loro. Da quel momento, il viaggio si trasformerà in un'avventura rocambolesca e porterà nelle vite dei tre romagnoli un nuovo modo di vedere il mondo.

L'annuncio è stato così commentato dal regista e sceneggiatore Antonio Pisu: "A parte le banalità, che però sono la realtà, la gioia e la felicità di vincere un Premio così importante è tanta anche perché questo film è stato una grande fatica, sono stati due anni di lavoro intensissimi. Sappiamo tutti che anno è stato per il cinema in generale quindi sono veramente felice che il film abbia avuto tutto questo seguito.  Ringrazio il Premio Amidei e a tutti i giurati per aver individuato in "Est" la migliore sceneggiatura, i produttori del film, persone che ancora oggi decidono di rischiare il proprio denaro per promuovere l'arte la cultura dando la possibilità a persone come me di raccontare delle storie.

Mi piace, inoltre, sottolineare che questo film, anche se ambientato nell'89, parla di una tematica universale che è quella dell'aiutare. Ci sono questi confini, queste linee immaginarie che ancora oggi esistono soprattutto in una città come Gorizia. Noi tutti oggi attraverso la tecnologia conosciamo molto meglio che cosa accade nel resto del mondo ma ritengo che solo attraverso il viaggio, l'esperienza in prima persona possiamo renderci conto che chi sta oltre confine poi, di fatto, sono persone come noi. Sono persone che parlano un'altra lingua, hanno un'altra religione, che vivono sotto una dittatura o in mezzo a una guerra, ma è come se fossimo noi. Mi sento quindi di dedicare a tutte queste persone il premio e a tutti questi popoli.

Che questa sia una storia universale che faccia capire quanto sia importante empatizzare con l'altro.  Il valore di ricevere questo Premio a Gorizia è dunque molto più forte perché credo che nessun altro come gli abitanti di queste zone possano capire bene che cosa voglia dire un confine, cosa voglia dire andare al di là o stare dall'altra parte. Di tutte le vicissitudine che ne possono nascere, soprattutto gli scontri. Senza dire banalità, sarebbe bello se non ci fossero confini, questo è chiaro per tutti. "Est" è il viaggio di tre ragazzi che non sono persone acculturate, non sanno tutto di storia ma sono ragazzi semplici che fanno il piccolissimo gesto di aiutare. Sarebbe bello se fosse così per tutti in maniera molto semplice e genuina".

Perno dell'intera manifestazione goriziana, il Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei" viene conferito dalla Giuria Amidei -composta dalla sceneggiatrice Doriana Leondeff, i registi e sceneggiatori Francesco Bruni, Massimo Gaudioso e Francesco Munzi, il regista Marco Risi, la produttrice e Presidente di Giuria Silvia D'Amico e l'attrice Giovanna Ralli -alla sceneggiatura che più si distingue per originalità e per la capacità di sperimentare nuove formule narrative, oltre che per l'attenzione alla realtà sociale e ai temi emergenti del mondo contemporaneo.

Oltre ad "Est - Dittatura Last Minute", questi gli altri titoli europei distribuiti durante la stagione cinematografica 2020-2021che hanno concorso per il 40° Premio internazionale alla migliore sceneggiatura "Sergio Amidei": "Un altro giro" sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm, Regia: Thomas Vinterberg; "Il cattivo poeta" sceneggiatura e regia: Gianluca Jodice; "The Father - Nulla è come sembra" (sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller (dalla pièce teatrale Il padre di Florian Zeller), Regia: Florian Zeller; "Miss Marx" sceneggiatura e regia: Susanna Nicchiarelli; "Non odiare" sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini, Regia: Mauro Mancini; "Volevo nascondermi" sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni, Regia: Giorgio Diritti;  Ritirano il Premio alle 21 in Piazza della Vittoria Antonio Pisu, sceneggiatore e regista di "Est - Dittatura Last Minute", assieme al produttore di Genoma Films Paolo Rossi Pisu. Consegnano il riconoscimento Fabrizio Oreti Assessore alla cultura del Comune di Gorizia e Francesco Donolato Presidente dell'Associazione culturale "Sergio Amidei". (Comunicato ufficio stampa AtemporaryStudio)




L'archivio di Citto Maselli donato al Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale

Francesco Maselli, per tutti Citto, ha deciso. Il suo archivio, le carte e i ricordi di una vita a cavallo fra cinema e politica, andranno al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema dove il regista si è diplomato giovanissimo, e dove a più riprese ha insegnato. Lo annunciano la presidente del CSC, Marta Donzelli, e il conservatore della Cineteca Nazionale, Alberto Anile: l'acquisizione è una delle ultime iniziative di Felice Laudadio, prima della fine del suo mandato da presidente del CSC, e nasce da un'antica amicizia fra lo stesso Laudadio, Maselli e la sua compagna di vita e di lavoro, Stefania Brai.

Il fondo verrà conservato dalla Cineteca Nazionale per quanto concerne i materiali filmici e le fotografie, e dalla Biblioteca Luigi Chiarini, sempre all'interno del CSC, per i materiali cartacei. Si tratta di soggetti, sceneggiature di film non realizzati, articoli, foto, tesi di laurea su Maselli, recensioni di suoi film, pellicole (tra cui diverse scene non montate del film Lettera aperta a un giornale della sera), provini e centinaia di lettere, compreso un ricchissimo carteggio con decine di esponenti politici, a testimonianza della lunga militanza di Maselli prima nel PCI, poi in Rifondazione Comunista.

"È un cerchio che si chiude", dichiara Maselli, ricordando i tempi in cui è stato studente del CSC e l'esame di ammissione durante il quale, a interrogarlo, c'era Michelangelo Antonioni, di cui poi sarebbe diventato amico e collaboratore: "A ogni mia risposta faceva segno di no con la testa, e io pensavo di avere sbagliato. Poi capii che era un tic nervoso". L'archivio di Maselli andrà ora ordinato e catalogato, e sarà poi a disposizione degli storici e degli studiosi, come già i numerosi, importantissimi fondi custoditi presso la Cineteca Nazionale. (Comunicato stampa)




Presentazione e Premi al Taormina Film Fest 2019 e 2020




FEDIC
72 anni di cinema in 70 film di registi


dal 25 gennaio 2020
www.youtube.com/watch?v=rcUaIdZelGE&list=PLtVRElSqB9q4Pwu_-LZKjttvjb3-9_PUI

Sul canale Mi Ricordo - L'Archivio di tutti, la playlist FEDIC-72 anni di cinema, composta da 70 cortometraggi di autori FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), tra cui ricordiamo Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli e Bruno Bozzetto, conservati e digitalizzati dal CSC-Archivio Nazionale Cinema Impresa. La rassegna online è composta da opere che fanno parte della storia della FEDIC, un'Associazione Culturale nata nel 1949 a Montecatini Terme, e realizzate da registi il cui contributo rilevante è servito a promuovere il superamento dell'etichetta di cinema amatoriale, per arrivare ad affermare quella di Cinema Indipendente.

La playlist propone titoli di fiction e documentari di impegno civile, di critica sociale, di osservazione della realtà, come quelle di Giampaolo Bernagozzi, Nino Giansiracusa, Renato Dall'Ara, Adriano Asti, Luigi Mochi, Francesco Tarabella e del duo Gabriele Candiolo - Alfredo Moreschi; non mancano opere narrative, spesso poetiche, come quelle di Paolo Capoferri, Piero Livi, Mino Crocè e Nino Rizzotti, ma anche di Massimo Sani, Giuseppe Ferrara e Franco Piavoli, che si sono poi affermati come autori cinematografici e televisivi.

Un impegno che si riscontra anche nella sperimentazione di nuove forme espressive, si pensi a Tito Spini e, per quanto riguarda il cinema d'animazione, a Bruno Bozzetto e Nedo Zanotti. Non mancano opere recenti capaci di offrire uno sguardo acuto sul nuovo millennio, tra queste ricordiamo i film di Enrico Mengotti, Turi Occhipinti - Gaetano Scollo, Rocco Olivieri - Vincenzo Cirillo, e Franco Bigini, Giorgio Ricci, Giorgio Sabbatini e Beppe Rizzo che rende omaggio a Totò. Sono testimonianze, tracce interessanti, da leggere nel loro insieme, per aggiungere un punto di vista nuovo sul Paese. Uno sguardo che completa quello offerto dal cinema d'impresa, di famiglia e religioso conservato, digitalizzato e reso disponibile dall'Archivio Nazionale Cinema Impresa sui propri canali: Youtube CinemaimpresaTv, Documentalia e Mi ricordo-l'archivio di tutti. Il fondo FEDIC, composto da 5442 audiovisivi, è stato depositato nell'Archivio di Ivrea nel 2017. (Estratto da comunicato stampa)




Fermoimmagine dal film La scuola allievi Fiat Tutti in classe!
www.youtube.com/playlist?list=PL15B-32H5GlJRTfrCCc-ZlSRBJ0DRvP1K

Rassegna online di materiali d'archivio organizzata dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa di Ivrea che è parte della Cineteca Nazionale. La playlist Tutti in classe, disponibile sul canale Youtube CinemaimpresaTV, racconta la scuola grazie ai tanti punti di vista offerti dai film conservati a Ivrea: dalle rigide scuole per allievi Fiat degli anni Sessanta, ai comunicati pubblicitari che invitano a l'acquisto di prodotti scolastici a prezzi popolari o di raffinate macchine da scrivere Olivetti.

"Tutti in classe" termina con La scoperta della logica, diretto da Franco Taviani per Olivetti, il film descrive un esperimento didattico volto a insegnare agli alunni delle classi elementari la matematica con il sussidio del gioco e dell'osservazione del mondo reale, per arrivare a comprendere quali sono le tappe che portano i bambini alla scoperta della logica. Insomma, uno sguardo sulla scuola dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta per ricordare il periodo della vita di ognuno in cui l'ansia per un compito in classe era il problema più grande che potevi avere. (Estratto da comunicato ufficio stampa Centro Sperimentale di Cinematografia)

___ Programma

- Seconda D (Basilio Franchina, 1951, 12')
- Giorno di scuola (Giorgio Ferroni, 1954, 10')
- La scuola allievi Fiat Giovanni Agnelli (Stefano Canzio, 1962, 14')
- Olivetti, Lettera 32 (Aristide Bosio, 1965, 1')
- Mi ricordo... I primi giorni di scuola (ca. 1965/1972, 1')
- Vieni alla Standa e guarda il prezzo (ca. 1970-1979, 1')
- La scuola comincia alla Standa (1977, 2')
- La scoperta della logica (Franco Taviani, 1970, 13')




Locandina di presentazione di Il diario di Angela - Noi due cineasti Il diario di Angela. Noi due cineasti
un film di Yervant Gianikian
alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Ogni giorno, da sempre, Angela tiene un diario, scritto e disegnato: fatti pubblici, privati, incontri, letture, tutto vi viene registrato. Anche il rapporto di due viaggi in Russia, 1989-1990. Cadeva l'URSS. Diario su librini cinesi, sin da prima di Dal Polo all'Equatore (1986), del nostro ininterrotto lavoro sulla violenza del 900. Dai nostri tour negli Stati Uniti con i "Film Profumati" di fine anni '70, all'Anthology Film Archive di New York, al Berkeley Pacific Film Archive... Rileggo ora questi diari e rivedo il film-diario di tutti questi anni, sono rimasto da solo, dopo molti anni di vita e di lavoro d'arte insieme. L'ho portata sulle Alpi Orientali che amava e dove insieme camminavamo.

Angela rivive per me nelle sue parole scritte a mano, con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquarelli, i rotoli lunghi decine di metri. Guardo i nostri film privati, dimenticati. Registrazioni che stanno dietro al nostro lavoro di rilettura e risignificazione dell'archivio cinematografico documentario. La vita di ogni giorno, fatta di cose semplici, le persone vicine che ci accompagnano, la ricerca nel mondo dei materiali d'archivio, un viaggio in Armenia sovietica con l'attore Walter Chiari. Testimonianze che nel corso del tempo abbiamo raccolto. E' il mio ricordo di Angela, della nostra vita. Rileggo questi quaderni e ne scopro altri a me sconosciuti. (...)

Rivedere l'insieme dei quaderni del Diario infinito di Angela e lo sguardo all'indietro dei nostri film privati, che accompagnano la nostra ricerca. Il mio disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come missione attraverso i suoi quaderni e disegni, una sorta di mappa per l'agire ora, che ne contiene le linee direttrici e ne prevede la continuazione. Angela ed io abbiamo predisposto nuovi importanti progetti da compiere. La promessa, il giuramento, di continuare l'opera. (Yervant Gianikian)

Angela Ricci Lucchi è nata a Ravenna nel 1942. Ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka. E' scomparsa lo scorso 28 febbraio a Milano. Yervant Gianikian ha studiato architettura a Venezia, già dalla metà degli anni '70 si dedica al cinema, l'incontro con Angela Ricci Lucchi segnerà il suo percorso artistico e privato. I film di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono stati presentati nei più importanti festival internazionali, da Cannes a Venezia, da Toronto alla Berlinale, da Rotterdam a Torino alle Giornate del Cinema Muto. Retrospettive della loro opera sono state ospitate nelle maggiori cineteche del mondo (dalla Cinémathèque Française alla Filmoteca Española, dalla Cinemateca Portuguesa al Pacific Film Archive di Berkeley) e in musei come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Tra i luoghi che hanno ospitato le loro installazioni, citiamo almeno la Biennale di Venezia, la Fondation Cartier Pour l'Art Contemporain di Parigi, la Fundacio "La Caixa" di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, il Mart di Rovereto, il Witte de With Museum di Rotterdam, il Fabric Workshop and Museum di Philadelphia, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, l'Hangar Bicocca di Milano, Documenta 14 a Kassel. (Comunicato stampa Lara Facco)




Lyda Borelli nel film La memoria dell'altro "La memoria dell'altro"
Proiezione della versione restaurata


Nella cornice della mostra veneziana dedicata a Lyda Borelli, primadonna del Novecento (01 settembre - 15 novembre 2017), allestita a Palazzo Cini a cura di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, la proiezione, il 10 novembre presso l'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, di La memoria dell'altro (1913), opera rara ed emblematicamente rappresentativa del temperamento e dell'arte della grande diva. Il film è stato restaurato per l'occasione dal CSC - Cineteca Nazionale in collaborazione con l'Istituto per il Teatro e il Melodramma - Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno degli eredi di Lyda Borelli.

La proiezione è accompagnata da musica dal vivo a cura della pianista Cinzia Gangarella e preceduta da una conferenza introduttiva, con interventi di Maria Ida Biggi, direttrice dell'Istituto per il Teatro e il Melodramma, Daniela Currò, conservatrice della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e Angela Dalle Vacche, docente di Storia del Cinema presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta. Il film ripropone il sodalizio di Lyda Borelli con Mario Bonnard e Vittorio Rossi Pianelli, rispettivamente nei ruoli dell'amante tragico e dell'innamorato respinto, già sperimentata con grande successo in Ma l'amor mio non muore! realizzato sempre nel 1913 dalla Film Artistica "Gloria", per la regia di Mario Caserini, film canonico del genere "diva film" italiano.

La memoria dell'altro è un dramma passionale e tragico, che si incentra sul personaggio emancipato e anticonformista di Lyda, aviatrice acclamata, guidatrice di automobile, danzatrice formidabile, ma anche donna appassionata e sensuale, fatalmente travolta da un sentimento che la conduce all'estremo delle sue possibilità e della sua volontà. Sono memorabili i voli aerei, preceduti dalla preparazione meticolosa dell'aviatrice e e seguiti da un pubblico festante; altrettanto notevoli sono gli esterni veneziani, su cui il racconto indugia, facendo muovere i protagonisti tra magnifici scenari, tra arrivi spettacolari in vaporetto, approdi in gondola e passeggiate da Grand Tour in Piazza San Marco.

La memoria dell'altro

Regia di Alberto Degli Abbati, 1913, 79';
Produzione: Film Artistica "Gloria", Torino;
Visto censura: n. 2084 del 24 dicembre 1913;
Lunghezza originale: 1650/2000 metri (sei parti);
Soggetto: baronessa De Rege;
Fotografia: Angelo Scalenghe;
Personaggi e interpreti: Mario Bonnard (Mario Alberti), Lyda Borelli (l'aviatrice Lyda), Felice Metellio (il giornalista), Letizia Quaranta (Cesarina), Emilio Petacci, Vittorio Rossi Pianelli (il principe di Sèvre).

Sinossi: La bella aviatrice Lyda respinge l'assidua corte del principe di Sèvre e s'innamora del giornalista Mario Alberti che, nonostante sia fidanzato con Cesarina, accetta l'invito di Lyda a raggiungerla a casa sua. Insospettita, Cesarina segue Mario e lo sorprende in una scena d'amore con la giovane. Approfittando di una breve assenza di Lyda, Cesarina riesce a sottrarre alla rivale Mario, convincendolo a lasciarla. Abbandonata, Lyda si concede all'amore del principe di Sèvre. Ma la donna non riesce a dimenticare Mario.

Qualche tempo dopo, mentre la coppia si trova a Venezia, Lyda rincontra Mario in un teatro: colti dalla passione riaccesa, i due fuggono a Parigi per vivere il loro amore. Ma la felicità viene troppo presto guastata da una malattia che costringe Mario a letto per lunghi mesi. La miseria spinge Lyda a cercare aiuto: lo trova presso un gruppo di apaches generosi che rimangono conquistati nel vederla danzare. Il ritorno a casa però è amaro: Mario è morto. Disperata, anche Lyda si ammala e muore in una triste corsia d'ospedale dopo aver richiamato per l'ultima volta alla memoria l'immagine del suo amato Mario. (dalla scheda di Marco Grifo in Enciclopedia del Cinema in Piemonte)

Il film è stato restaurato a partire da un duplicato negativo safety b/n con didascalie italiane conservato dal CSC - Cineteca Nazionale, stampato nel 1977 da una copia nitrato d'epoca, attualmente non più conservata. Ad oggi questo duplicato costituisce l'unico testimone del film, con l'unica eccezione di un frammento di circa 200 metri conservato dalla Filmoteca Española di Madrid, un positivo nitrato con didascalie spagnole e colorazioni per imbibizione, relativo al finale del film. Rispetto a una lunghezza originale che le filmografie moderne ricostruiscono tra i 1650 e i 2000 metri, corrispondenti a una suddivisione in sei parti, il duplicato italiano ha una lunghezza di 1484 metri: risulta quindi incompleto, oltre che in gran parte privo dell'originaria suddivisione in atti (con eccezione della didascalia che introduce il I Atto).

Tuttavia le lacune, concentrate entro la prima metà del film, non incidono particolarmente nella comprensione generale della trama. Il duplicato negativo d'archivio è stato digitalizzato a risoluzione 2k e sono stati eseguiti interventi di stabilizzazione e di restauro digitale dell'immagine, con la rimozione dei difetti più evidenti, rimasti "fotografati" sul duplicato dalla copia nitrato originale, come righe, macchie, spuntinature, strappi. Si è cercato di non eccedere con l'intervento di pulizia mantenendolo entro i limiti della giusta fruibilità, tenendo conto del fatto che, in ogni caso, il materiale di partenza è rappresentato da un duplicato di tarda generazione.

Sulla base di questo stesso criterio è stata eseguita la color correction, con la finalità di uniformare il tono fotografico, scegliendo di mantenere il bianco e nero del duplicato negativo di partenza, senza tentare una restituzione delle colorazioni originarie. Si è ritenuto, infatti, che il campione di confronto rappresentato dal frammento della Filmoteca Española non fosse sufficientemente rappresentativo per una ricostruzione per congettura delle colorazioni dell'intero film. Le lavorazioni sono state eseguite interamente a cura del CSC - Cineteca Nazionale nell'estate - autunno 2017. (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Stampa, Comunicazione, Editoria Centro Sperimentale di Cinematografia (Scuola Nazionale di Cinema -Cineteca Nazionale))




Presentazione racconto di Sasha Marianna Salzmann «In bocca al lupo»
Racconto di Sasha Marianna Salzmann ispirato alla città di Palermo


"Hausbesuch - Ospiti a casa", progetto del Goethe-Institut, ha portato la scrittrice, curatrice e drammaturga tedesca Sasha Marianna Salzmann a Palermo, ospite in casa dei palermitani. Da questa esperienza è nato il racconto ispirato al capoluogo siciliano In bocca al lupo.

Sasha Marianna Salzmann (Volgograd - ex Unione Sovietica, 1985) attualmente è autrice in residenza del teatro Maxim Gorki di Berlino, ben noto per le sue messe in scena dedicate alla post-migrazione. La sua pièce teatrale Muttermale Fenster blau ha vinto nel 2012 il Kleist Förderpreis. Nel 2013 il premio del pubblico delle Giornate Teatrali di Mülheim (Mülheimer Theatertage) è stato assegnato all'opera teatrale Muttersprache Mameloschn che affronta tre generazioni di tedeschi ebrei. Sasha Marianna Salzmann è famosa per i suoi ritratti umoristici dedicati a tematiche politiche. Il suo racconto In bocca al lupo è stato scritto durante il suo soggiorno nel capoluogo siciliano nel luglio 2016 per il progetto "Hausbesuch - Ospiti a casa" del Goethe-Institut. Tradotto in cinque lingue, farà parte di un e-book che uscirà in primavera e che il Goethe-Institut presenterà alla Fiera del Libro di Lipsia. (Comunicato Goethe-Institut Palermo)

Racconto scaricabile alla pagina seguente

Pagina dedicata al soggiorno palermitano di Sasha Marianna Salzmann, con videointervista




"Giallo Kubrick": Le Ultime Cento Ore

Alla Biblioteca "Luigi Chiarini" del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è conservata una sceneggiatura dattiloscritta del 1964 intitolata Le Ultime Cento Ore, attribuita a Stanley Kubrick, della quale non esiste traccia in nessuna monografia, filmografia, studio. Si tratta di una copia di deposito legale catalogata nei primi anni '90. Il primo a sollevare dei dubbi sull'autenticità del copione fu Tullio Kezich nel 1999 sollevando un gran polverone sulla stampa nazionale, quello che venne definito il "giallo Kubrick" rimase irrisolto fino ad oggi. Grazie alla passione di uno studioso kubrickiano, Filippo Ulivieri, che non si è accontentato di come la questione fosse stata accantonata. Sono state ricostruite le vicende e individuati gli autori, finalmente Filippo Ulivieri ha reso noto il resoconto e come sono stati risolti i relativi misteri del "giallo Kubrick". (Comunicato Susanna Zirizzotti - Ufficio Comunicazione/stampa e archivio storico Centro Sperimentale di Cinematografia-Scuola Nazionale di Cinema)




"Basta muoversi di più in bicicletta per ridurre la CO2"
Nuovo studio dell'European Cyclists' Federation sulle potenzialità della mobilità ciclistica nelle politiche UE di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2050

Le elevate riduzioni delle emissioni dei gas serra previste dalla UE sono sotto esame: quest'anno i progressi e i risultati effettivi sembrano non raggiungere gli obiettivi fissati dalla stessa Unione Europea. Recenti rapporti sulle tendenze nel settore dei trasporti europei mostrano che la UE non riuscirà a ottenere la riduzione delle emissioni dei mezzi di trasporto del 60% tra il 1990 e il 2050 affidandosi alla sola tecnologia. Un interessante approccio all'argomento è messo in luce da un recente studio effettuato dall'European Cyclists' Federation (ECF), che ha quantificato il risparmio di emissioni delle due ruote rispetto ad altri mezzi di trasporto.

Anche tenendo conto della produzione, della manutenzione e del carburante del ciclista, le emissioni prodotte dalle biciclette sono oltre 10 volte inferiori a quelle derivanti dalle autovetture. Confrontando automobili, autobus, biciclette elettriche e biciclette normali, l'ECF ha studiato che l'uso più diffuso della bicicletta può aiutare la UE a raggiungere gli obiettivi di riduzione dei gas serra nel settore trasporti, previsti entro il 2050. Secondo lo studio, se i cittadini della UE dovessero utilizzare la bicicletta tanto quanto i Danesi nel corso del 2000, (una media di 2,6km al giorno), la UE conseguirebbe più di un quarto delle riduzioni delle emissioni previste per il comparto mobilità.

"Basta percorrere in bici 5 km al giorno, invece che con mezzi a motore, per raggiungere il 50% degli obiettivi proposti in materia di riduzione delle emissioni", osserva l'autore Benoit Blondel, dell'Ufficio ECF per l'ambiente e le politiche della salute. Che aggiunge: "Il potenziale di raggiungimento di tali obiettivi per le biciclette è enorme con uno sforzo economico assolutamente esiguo: mettere sui pedali un maggior numero di persone è molto meno costoso che mettere su strada flotte di auto elettriche". Lo studio ha altresì ribadito la recente valutazione da parte dell'Agenzia europea dell'ambiente, secondo la quale i soli miglioramenti tecnologici e l'efficienza dei carburanti non consentiranno alla UE di raggiungere il proprio obiettivo di ridurre del 60% le emissioni provenienti dai trasporti. (Estratto da comunicato stampa FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta)

Prima del nuovo numero di Kritik... / Libri

Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini



Presentazione libri da Comunicato case editrici / autori




Amelia e le arti
di Paola Mangia, De Luca Editori d'Arte, 2021

Il libro è stato presentato il 17 maggio 2022 all'Accademia Nazionale di San Luca a Roma
www.accademiasanluca.eu

Episodi artistici poco noti della storia antica, medievale e moderna di Amelia, affascinanti capolavori di famosi architetti e scultori del Rinascimento in cappelle patronali e palazzi, antichi legami di casate nobiliari con vertici ecclesiastici nella Chiesa romana, interesse per l'Antico in tutte le sue forme, rinnovamento urbanistico cinquecentesco entro il tessuto connettivo delle mura poligonali, fregi e grottesche nei saloni nobiliari che smitizzano l'austera volontà di potere dell'oligarchia dei patrizi: sono questi solo alcuni dei temi, spesso poco noti, trattati nel volume.

I diversi capitoli del volume affrontano, entro la più ampia cornice del panorama artistico della Valnerina, i principali fatti artistici della storia amerina dalle origini all'età moderna focalizzando l'attenzione sul Rinascimento che rappresenta l'"età d'oro" di Amelia, in relazione alla fonte d'ispirazione rappresentata da Roma. A quest'epoca si sviluppa un'urbanistica a carattere neofeudale con la realizzazione di palazzi che divengono rifugi di edonismo e di rappresentatività delle famiglie, non a caso innalzati sui siti dove sopravvivevano i resti dell'Antichità, come gli impianti termali sotto Palazzo Farrattini o Venturelli. Questi edifici ancora oggi restituiscono quel volto di austerità eleganza e sobrietà dei prototipi rinascimentali romani che si è mantenuto nei secoli successivi e che oggi caratterizza Amelia rendendola unica nel territorio dell'Umbria meridionale.

Il volume, oltre alle emergenze monumentali in parte già note, tratta il panorama della pittura e della scultura del Rinascimento, segnalando complessi decorativi, opere inedite o frutto di recenti interventi di restauro, sulla scorta delle notizie attinte dai documenti d'archivio consultati presso l'Archivio storico del Comune di Amelia, l'Archivio di Stato di Terni e di Roma, l'Archivio dell'Accademia di San Luca). Riserva ampio spazio alla descrizione degli episodi artistici più significativi e alle personalità forestiere di maggiore rilievo, giunte ad Amelia come Antonio da Sangallo il Giovane, Giovanni Antonio Dosio, Ippolito Scalza, Livio Agresti, i fratelli Taddeo e Federico Zuccari, Antonio Viviani, Antonio Pomarancio, e agli illustri patrizi amerini, aggregati alla corte papale attraverso le posizioni di potere acquisite a Roma soprattutto tra Quattro e Cinquecento.

Affronta, inoltre, il complesso dibattito della paternità dei cicli dipinti nei saloni di rappresentanza dei palazzi nobiliari e la nascita nella cittadina umbra di una Bottega o officina amerina di pittura in cui entrano a far parte personalità del luogo e artisti forestieri che consegneranno all'arte figurativa del Rinascimento umbro alcune delle espressioni più interessanti nell'ambito del panorama della decorazione a fresco tra Cinquecento e Seicento. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Matthias Schaller Matthias Schaller - Horst Bredekamp
Ad omnia: Sull'opera del veronauta Matthias Schaller

ed. Petrus Books, 862 fotografie, 156 pagine, hardcover, 32.5x21.5 cm, 2022, edizione tedesca-italiana (dal 3 maggio)

Anche se non appaiono quasi mai gli esseri umani sono onnipresenti nelle fotografie di Matthias Schaller (Dillingen an der Donau, 1965). Con grande precisione e sensibilità, l'artista ha creato in oltre vent'anni di attività, un universo fotografico senza precedenti: ritratti "ambientali", ensemble di oggetti e spazi che raccontano le persone. Che si tratti di studi d'artista, di interni domestici, di teatri, di tavolozze e strumenti o di abiti, le sue serie fotografiche trasmettono l'idea che i segni che lasciamo sulla realtà dicano tanto su una persona quanto la sua presenza fisica.

Accanto alle attuali mostre Porträt al Kunstpalast di Düsseldorf e Antonio Canova a cura di Xavier F. Salomon ai Musei Civici di Bassano del Grappa, Matthias Schaller ha presentato il libro edito da Petrus Books, casa editrice di Schaller, con un saggio di Horst Bredekamp (Kiel, 1947), Professore di Storia dell'arte alla Humboldt-Universität di Berlino. Un libro che attraverso 862 fotografie racconta gli ultimi vent'anni della sua attività di fotografo ed editore, e che idealmente si ricollega alla pubblicazione del 2015 (Steidl Publisher) con un testo/intervista di Germano Celant dal titolo Matthias Schaller, in cui venivano raccontati i suoi primi dieci anni di attività dal 2000 al 2010. Tra gli autori che hanno collaborato collaborato per le pubblicazioni di Matthias Schaller sono Julian Barnes (London), Andreas Beyer (Basel), Gottfried Boehm (Basel), Germano Celant (Milano), Mario Codognato (Venezia), Xavier F. Salomon (New York City), Thomas Weski (Berlin).

Matthias Schaller ha studiato antropologia visiva presso le Università di Hamburg, Göttingen e Siena. Si laurea con una tesi sul lavoro di Giorgio Sommer (Frankfurt, 1834 - 1914 Napoli), uno dei fotografi di maggior successo dell'Ottocento. Il lavoro di Schaller è stato esposto, tra gli altri, al Museo d'Arte Moderna di Rio de Janeiro, al Wallraf-Richartz Museum di Köln, al Museum Serralves di Porto e al SITE di Santa Fe. Nel 2022 oltre alle mostre inaugurate Porträt e Antonio Canova, sono di prossima apertura Das Meisterstück presso Le Gallerie d'Italia a Milano (30 giugno), Matthias Schaller alla Kunstverein Schwäbisch Hall (28 ottobre). (Comunicato stampa Lara Facco P&C)




Copertina del volume Arte in relazione pubblicato da Connecting Cultures Arte in relazione. 20 anni di progetti e riflessioni sullo spazio pubblico
ed. Connecting Cultures
www.connectingcultures.it

Che cosa è lo spazio pubblico in Italia e perché è importante che artisti e curatori di progetti artistici si pongano in relazione con le comunità e il territorio? Qual è il ruolo delle istituzioni verso l'inclusione e la fruizione dell'arte da parte della cittadinanza, delle persone, della comunità più svantaggiate? L'arte può favorire una coesione sociale?

Il libro edito in forma di quaderno da Connecting Cultures in occasione del suo ventennale e della sua trasformazione in Fondazione e impresa sociale, propone una chiave di lettura sul senso dell'arte pubblica in Italia attraverso la riesamina di due grandi progetti realizzati dalla Fondazione: Arte Pubblica in Italia: lo spazio delle relazioni (2003) e Il segno della memoria (2009-2013). (Comunicato di presentazione)




Communism(s): A Cold War Album
di Arthur Grace, introduzione di Richard Hornik, 192 pagine, 121 immagini b&n, cartonato in tela, aprile 2022
www.damianieditore.com

Grazie ad un raro e prezioso visto da giornalista, il fotografo americano Arthur Grace ha potuto valicare ripetutamente la Cortina di Ferro durante gli anni '70 e '80 e documentare un mondo che a lungo è stato celato all'occidente. Communism(s): A Cold War Album è una raccolta di oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Grace in quel periodo e per la maggior parte fino ad oggi inedite. Questi scatti, realizzati in Unione Sovietica, Polonia, Romania, Jugoslavia e Repubblica Democratica Tedesca, restituiscono il costante e a tratti crudele rapporto tra la claustrofobica irregimentazione di stato e la (soffocata) voglia di contatti con il mondo esterno della popolazione.

Nelle fotografie di Grace emerge forte il contrasto tra la propaganda di regime fatta di simboli e architetture che rimandano ad un'idea di grandezza ed efficienza e le difficoltà della vita quotidiana fatta di lunghe file per l'approvvigionamento del cibo. Il libro è arricchito da un'introduzione scritta da Richard Hornik, ex capo dell'ufficio di Varsavia della rivista Time.

Arthur Grace ha realizzato servizi fotografici in tutto il mondo per i magazine Time e Newsweek. Suoi lavori sono apparsi anche in molte altre riviste, tra cui Life, The New York Times Magazine, Paris Match e Stern. Prima di Communism(s): A Cold War Album, Grace ha pubblicato altri cinque libri fotografici; ha esposto in numerosi musei e gallerie negli Stati Uniti e all'estero; sue opere fotografiche sono incluse nelle collezioni permanenti di importanti istituti tra cui il J. Paul Getty Museum, la National Portrait Gallery e lo Smithsonian. (Comunicato ufficio stampa Damiani Editore)

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Copertina del libro Mondo ex e Tempo del Dopo di Pedrag Matvejevic Mondo ex e tempo del dopo
di Pedrag Matvejevic, ed. Garzanti

I Balcani sono un'area dell'Europa in cui da sempre la "geografia non coincide con la Storia". Terra di interposizione tra Occidente e Oriente, in politica, religione, cultura, arte. Era qui che l'impero romano d'occidente lasciava la sovranità a quello d'oriente. In "Mondo ex" Pedrag Matvejevic ripercorrere quindici anni di dissolvimento di un paese nato mettendo insieme popoli e territori.

Recensione di Ninni Radicini

Articoli sulla Germania




Copertina del libro Guttuso e il realismo in Italia Guttuso e il realismo in Italia, 1944-1954
di Chiara Perin, Silvana Editoriale, Collana Studi della Bibliotheca Hertziana, 2020

Il libro è stato presentato il 13 aprile 2022 alla Accademia Nazionale di San Luca (Roma)

Alla caduta del fascismo anche gli artisti dovettero affrontare nuovi e dilemmi. Quale linguaggio per manifestare il proprio impegno civile? Come interpretare la lezione dei maestri italiani, di Picasso e delle avanguardie? Avventurarsi nel terreno dell'astrazione o ripiegare sulle forme rassicuranti del realismo? Il volume indaga questi e analoghi interrogativi alla luce delle esperienze figurative maturate in Italia tra 1944 e 1954.

L'ambiente romano trova particolare risalto: lì, infatti, si concentravano i dibattiti più vitali grazie alla presenza del capofila realista, Renato Guttuso. Limitando la ridondanza delle coeve pagine critiche a vantaggio dell'analisi di opere e contesto, acquistano evidenza gli aspetti meno noti del movimento: i modelli visivi, i generi ricorrenti, le controversie tra i tanti esponenti. In appendice, una fitta cronologia consente al lettore di seguire da vicino eventi e polemiche del decennio. (Estratto da comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Locandina per la presentazione del libro Eolie enoiche Eolie enoiche
Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra

ed. DeriveApprodi, 2022, p. 192, euro 16,00

Il libro è stato presentato il 26 febbraio 2022 alla libreria Lo Spazio (Pistoia)
www.lospaziopistoia.it

Isole Eolie, un arcipelago da sogno. Nino Caravaglio, 57 anni, vignaiolo di Salina, sincero, appassionato, testardo, sensibile. Protagonista della viticultura eoliana, da oltre trent'anni lavora al recupero di vigne e vitigni, contribuendo a ridare forma a un paesaggio agricolo fatto di vecchie tecniche e nuove pratiche, relazioni umane solidali e sensibilità ambientale. Nino è un vignaiolo tout-court, di quelli che non si siedono mai e il loro vino deve sempre mirare all'eccellenza senza mai essere modaiolo perché rispecchia l'unicità di queste terre.

Dodici ettari di vigna divisi in quasi 40 appezzamenti: 40 campi da seguire, 40 potature, 40 vendemmie seguendo le stagioni (si parte in agosto dal mare e si sale poi sugli altipiani). Corinto nero e Malvasia i vitigni principali, da soli o mescolati con cataratto, nerello mescalese, calabrese, perricone. Alcuni dei nomi che Nino ha dato alle varie vinificazioni sono da soli poesia: Occhio di terra, Nero du munti, Infatata, Scampato, Inzemi, Abissale, Chiano cruci...

Le vigne di mare delle Eolie - quelle di Caravaglio e di altri coraggiosi precursori, le cui storie si intrecciano nel libro di Simonetta Lorigliola - hanno le radici nei crateri dei vulcani o negli appezzamenti a strapiombo sul mare, ma i loro occhi sono puntati sulla terra. Perché nelle storie di chi torna ad abitare con vitalità aree impervie dell'Italia e del pianeta stanno le premesse non solo di nuove agricolture, ma anche di nuove ecologie e forme di vita.

Libro presentato da Simonetta Lorigliola e Nino Caravaglio. Modera l'incontro Cesare Sartori. A seguire degustazione dei vini Infatata e Occhio di Terra (Malvasia), Nero du Munti (Corinto Nero).

Simonetta Lorigliola, giornalista e autrice, si occupa di cultura materiale. È nata e cresciuta in Friuli. Ha frequentato l'Università degli studi di Trieste, laureandosi in Filosofia. È stata Responsabile Comunicazione di Altromercato, la principale organizzazione di Commercio equo e solidale in Italia. Ha collaborato con Luigi Veronelli, nella sua rivista "EV Vini, cibi, intelligenze" e nel progetto di contadinità planetaria t/Terra e libertà/critical wine. Ha vissuto in Messico, ad Acapulco, insegnando Lingua e cultura italiana.

Ha diretto "Konrad. Mensile di informazione critica del Friuli Venezia Giulia". Da molti anni collabora con il Seminario Veronelli per il quale è oggi Caporedattrice e Responsabile delle Attività culturali. Con DeriveApprodi ha pubblicato "È un vino paesaggio.Teorie e pratiche di un vignaiolo planetario in Friuli" (2018) ed "Eolie enoiche. Racconti di vini, di sole, di vignaioli sensibili alla terra" (2020). Scrive di vino come intercessore culturale di storie, utopie e progetti sensibili. (Estratto da comunicato stampa)

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The Rough Guide - Sicilia
Guida turistica di Robert Andrews, Jules Brown, Kate Hughes
Recensione




1989 Muro di Berlino, Europa
www.iger.org

Quaderno della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, a cura di Roberto Ventresca e Teresa Malice, pubblicato per Luca Sossella Editore. Un racconto corale che raccoglie i contributi, gli spunti, le riflessioni delle voci di tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del progetto internazionale Breaching the Walls. We do need education! Un progetto internazionale dedicato alla rielaborazione critica, attraverso un coinvolgimento plurale di istituzioni e cittadini, della storia e della memoria della caduta del Muro di Berlino e degli eventi da questa scatenati.

Risultato tra i progetti vincitori, nel programma Europa per i cittadini 2014-2020, del bando Memoria europea 2019, è stato promosso dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, in qualità di capofila, unitamente a 5 partner europei: l'Università di Bielefeld, l'Institute of Contemporary History di Praga, il Comune di Tirana, l'Associazione Past/Not Past di Parigi e l'History Meeting House di Varsavia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Dmitrij Sostakovic Il grande compositore sovietico Dmitrij Sostakovic
Il grande compositore sovietico


Il libro è stato presentazione il 28 gennaio 2022 alla Fondazione Mudima di Milano
www.mudima.net

Questo titolo ha suscitato vivaci reazioni: alcuni vi videro solamente la connotazione politica, come fece Quirino Principe in una bella recensione piena di lodi scrivendo che un "... volume di tale importanza avrebbe fatto meglio a non definire [il compositore] "sovietico" bensí russo", molti vi lessero un significato più ampio di "determinativo storico" (Rosanna Giaquinta) ma quasi nessuno lo percepì come una connotazione di appartenenza di Šostakovic intrinseca e indissolubile e, dunque, sovraideologica, al paese in cui visse e operò, una volta chiamato URSS.

Ideato da Gino Di Maggio e Anna Soudakova Roccia che per più di 3 anni ha svolto meticolose ricerche sulle fonti bibliografiche e fotografiche, con preziosi contributi di Daniele Lombardi e Valerij Voskobojnikov, il libro costituisce un unicum in quanto offre un inedito e duplice sguardo, russo e italiano, sulla musica e sul milieu politico e storico-culturale stimolando il lettore a scoprire o comprendere meglio la personalità e la spiritualità creativa di Dmitrij Dmitrievic Šostakovic e il tempo in cui visse. Per amare la sua musica con più consapevolezza.

I due articoli dell'incipit, di Gino Di Maggio e di Daniele Lombardi, introducono i temi che verranno affrontati dai saggisti con toni e punti di vista diversi, a volte anche opposti. Questa multivisione rende il libro avvincente e stimolante. Il volume è suddiviso in tre sezioni. La prima, Pietrogrado-Leningrado, racconta attraverso due saggi di Anna Petrova, direttrice editoriale del Teatro Mariinskij, la realtà dopo lo scoppio della rivoluzione d'Ottobre e l'entusiasmo utopico di cui fu pervasa la città negli anni dell'adolescenza e giovinezza di Šostakovic.

La seconda, Musica, raccoglie i saggi di autorevoli musicologi italiani e russi: l'articolo di Ivan Sollertinskij, intimo amico del compositore e mitico direttore della Filarmonica di Leningrado, scritto nel 1934 in occasione della prima assoluta di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro Malyj di Leningrado - un'autentica chicca bibliofila scovata negli archivi del teatro Michajlovskij; ben tre articoli di Levon Hakobian, Luigi Pestalozza e Edoardo De Filippo su "Il Naso", la prima avanguardistica opera del ventiquattrenne compositore; tre saggi di Franco Pulcini, Roberta De Giorgi, e Manašir Jakubov, fondatore dell'Archivio Shostakovich di Mosca, sulla scandalosa opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk che suscitò l'ira di Stalin con nefaste conseguenze per il compositore; sarà gioia per gli appasionati della musica da camera leggere la rassegna critica di Jakubov di tutti i quindici quartetti; e il raffinato saggio di Dino Villatico sul Secondo concerto per violino e orchestra.

Ai tragici eventi dell'assedio di Leningrado sono dedicati La Settima sinfonia di Oreste Bossini e Ascolta! Parla Leningrado! Cronistoria di un concerto di Anna Soudakova Roccia Vi sono dei saggi dedicati al teatro, al balletto e al cinema. Nel contributo Klop al Teatro Mejerchol'd: tre geni per una cimice Anna Soudakova Roccia ripercorre la prima esperienza teatrale del ventiduenne compositore durante le prove di La cimice di Vladimir Majakovskij, l'avvincente e drammatico rapporto di amicizia e collaborazione artistica di Vsevolod Mejerchol'd con il poeta: un'esperienza che segnò tutta la vita artistica di Šostakovic.

Il giovane compositore amava molto il balletto e scrisse musica per L'età dell'oro (1930) e Il bullone (1931). Al primo balletto è dedicato il saggio di Dmitrij Braginskij tratto dal suo libro Šostakovic e il calcio: territorio di libertà, in cui ripercorre le trame dei vari rifacimenti di sceneggiature che portarono il balletto al grande ma breve successo sul palcoscenico del teatro Mariinskij (ex Gatob). Il tema dell'importante ruolo del cinema nella musica del compositore è affrontato dalla studiosa dell'Archivio Shostakovich di Mosca, Olga Dombrovskaja.

Parte molto importante di questa sezione sono i ricordi: quello personale del compositore sulla sua visita al Festival di Edinburgo nel 1962 o di coloro che lo incontrarono: Evgenij Evtušenko, celebre poeta sovietico, che rievoca la cronistoria della Tredicesima sinfonia, scritta sui testi del suo coraggioso poema Babij Jar; Luciano Alberti e Erasmo Valenti, testimoni della "contorta fortuna" del compositore in Italia, osteggiato dalla critica e dalle avanguardie musicali; Valerij Voskobojnikov che nel suo saggio Mio Šostakovic ripercorre i ricordi privati, i primi incontri con la sua musica a Mosca e gli sforzi per promuoverla in Italia. L'ultima sezione Šostakovic e il suo tempo ospita una preziosa autobiografia del compositore, un'importante articolo di Levon Hakobian Šostakovic e il potere sovietico, il cui rapporto ancor oggi, dopo quasi mezzo secolo dalla morte del compositore, è fonte di scontri politico-ideologici.

Chiude il volume il capitolo Frammenti di vita di Dmitrij Šostakovic raccontati attraverso le fotografie, in cui l'autrice, Anna Soudakova Roccia, ha raccolto alcuni fatti salienti della vita straordinaria, piena anche di inaspettati aneddoti, del grande compositore che marcò il tempo in cui visse con il proprio nome facendo scrivere ad Anna Achmatova nella dedica: "A Dmitrij Šostakovic, nella cui epoca io vivo" e a diventare, come scrisse L. Hakobian, "il più fedele e stoico chronachista musicale... e un esempio di uomo sovietico nella sua più alta evoluzione, quale non apparirà, presumibilmente, mai più". Nel corso della serata saranno proiettate immagini inedite e straordinarie fotografie d'epoca di cui è corredato il libro grazie alle concessioni di prestigiosi musei russi e enti italiani e verrà proiettato il film Sonata per viola di Alexandr Sokurov, regista russo e premiato con il Leone d'oro a Venezia. (Estratto da comunicato stampa)




Copertina del libro Dario Argento Due o tre cose che sappiamo di lui Dario Argento
Due o tre cose che sappiamo di lui


a cura di Steve Della Casa, ed. Electa e Cinecittà, pagg. 160, cm 24x30, ita/ing, 80 illustrazioni a colori, 28 euro
In libreria dal 12 ottobre 2021

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico capace di dedicarsi a generi come il giallo, il thriller e l'horror creando un proprio universo visivo ed espressivo, Dario Argento si configura tra i registi italiani più noti al mondo. Il volume monografico a lui dedicato è pubblicato da Electa e Cinecittà, in occasione della rassegna cinematografica organizzata da Cinecittà in collaborazione con il Lincoln Center che verrà inaugurata il prossimo anno a New York e durante la quale saranno proposti 17 film originali integralmente restaurati.

Curato da Steve Della Casa, noto critico cinematografico, il volume vuole rendere omaggio ai tratti distintivi del cinema di Dario Argento attraverso una raccolta di interventi di autori di rilievo internazionale -da Franco e Verdiano Bixio a John Carpenter, da Steve Della Casa a Jean-François Rauger, a George A. Romero e Banana Yoshimoto-. Il risultato è una polifonia di voci dal carattere eterogeneo, tra cui due interviste inedite e conversazioni con il regista, che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con le testimonianze di chi ha vissuto il "fenomeno Dario Argento" in prima persona e di coglierne gli elementi più originali che hanno rivoluzionato il panorama cinematografico mondiale.

Argento si colloca infatti fra le figure più interessanti del cinema contemporaneo, su scala internazionale. Ne sono testimonianza la capacità di sviluppare una sintesi personalissima dell'estetica e delle novità emergenti durante gli anni Sessanta, che vedono un progressivo ridursi della centralità del grande schermo a vantaggio di nuove soluzioni tecnologiche. Nelle sue pellicole emerge un uso sorprendente della cinepresa a mano mescolato con virtuosismi da cinema tradizionale, così come un'attenzione quasi maniacale per la colonna sonora, vera protagonista dei suoi film che spesso raggiunge livelli di notorietà altissimi.

Rintracciamo nel suo modo di girare un linguaggio che si evolve in continuazione, fino a contaminarsi esplicitamente con quello delle clip musicali e scelte di produzione di avanguardia, come lavorare sempre con un casting di artisti internazionali, peculiarità che ricorre raramente nel panorama del cinema italiano. Tema centrale è poi il trionfo della visionarietà a scapito della sceneggiatura, tratto che contraddistingue la libertà creativa del cinema di Dario Argento, capace di generare nel pubblico un'attenzione quasi ipnotica ed un forte impatto visivo. Il volume si conclude con una filmografia completa e l'elenco delle sceneggiature scritte per altri film, insieme ad un ricco apparato fotografico del dietro le quinte delle produzioni più memorabili, tra cui Suspiria (1977), Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985). (Comunicato ufficio stampa Electa)

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David Hemmings nel film Profondo Rosso diretto da Dario Argento




Copertina del libro Un calcio alla guerra Un calcio alla guerra, Milan - Juve del '44 e altre storie
di Davide Grassi e Mauro Raimondi

Il libro è stato presentato il 9 ottobre 2021 presso l'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano

A settantasei anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Davide Grassi e Mauro Raimondi, da sempre interessati agli intrecci tra storia e sport, hanno unito le loro passioni per creare un libro di impegno civile. "Un calcio alla guerra" narra di storie individuali e collettive che esaltano il coraggio e l'abnegazione dei molti sportivi coinvolti nell'assurdità della guerra. Vicende di persone che sono passate dal campo di calcio alla lotta per la Liberazione, in qualche caso pagando con la vita.

Storie vissute in bilico tra pallone e Resistenza al nazifascismo come quelle di Bruno Neri, Giacomo Losi, Raf Vallone, Carlo Castellani, Michele Moretti, Antonio Bacchetti, Dino Ballacci, Cestmir Vycpalek, "Cartavelina" Sindelar, Erno Erbstein, Arpad Weisz, Géza Kertész, Gino Callegari, Vittorio Staccione, Edoardo Mandich, Guido Tieghi, e Alceo Lipizer, solo per citare i più celebri. Le incredibili partite giocate tra partigiani e nazisti, come quella che si disputò a Sarnano nel maceratese nel 1944, o quelle fra reclusi nei lager e i loro aguzzini, vere e proprie partite della morte, a cui si ispirò il film di John Houston, "Fuga per la vittoria", passando per un episodio che pochi conoscono: il rastrellamento avvenuto dopo la partita fra Milan e Juventus del 2 luglio 1944, correlata da una accurata ricerca d'archivio.

Senza trascurare i protagonisti di altri sport. Tra i tanti Alfredo Martini, partigiano che diventò commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, il pallanuotista e rugbista, Ivo Bitetti, fra coloro che catturarono Benito Mussolini in fuga, il ciclista tedesco Albert Richter, che aiutò gli ebrei a scappare e venne impiccato, i tanti pugili costretti a combattere per la vita sul ring di Auschwitz per il divertimento dei loro kapò o che si ribellarono lottando alla guerra nazifascista, come Leone Jacovacci, Lazzaro Anticoli, Pacifico di Consiglio e Settimio Terracina.

Interverranno gli autori e Marco Steiner, figlio di Mino Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti protagonista di uno dei racconti del libro, che per la sua attività nella Resistenza venne deportato e assassinato in campo di concentramento. Questo libro è dedicato a tutte le persone che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un'auto da corsa, una piscina o una pista d'atletica insieme alla libertà. Con l'obiettivo di ricordare, per dare un calcio alla guerra.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro nel 2002 ha vinto il premio "Giornalista pubblicista dell'anno" e nel 2003 è stato premiato come "L'addetto stampa dell'anno". Il suo sito è www.davideg.it

Mauro Raimondi, per molti anni insegnante di Storia di Milano, sulla sua città ha pubblicato Il cinema racconta Milano (Edizioni Unicopli, 2018), Milano Films (Frilli, 2009), Dal tetto del Duomo (Touring Club, 2007), CentoMilano (Frilli, 2006). Nel 2010 ha inoltre curato la biografia del poeta Franco Loi in Da bambino il cielo (Garzanti). Nella letteratura sportiva ha esordito nel 2003 con Invasione di campo. Una vita in rossonero (Limina).

Davide Grassi e Mauro Raimondi insieme hanno pubblicato Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan (Bradipolibri, 2012) e Milan 1899. Una storia da ricordare (El nost Milan, 2017). Insieme ad Alberto Figliolia, hanno pubblicato Centonovantesimi. Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep, 2005), Eravamo in centomila (Frilli, 2008), Portieri d'Italia (A.car Edizioni, 2013, con 13 tavole di Giovanni Cerri) e Il derby della Madonnina (Book Time, 2014). Nel 2019 hanno partecipato alla raccolta di racconti Milanesi per sempre (Edizioni della Sera). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Sparta e Atene _ Autoritarismo e Democrazia di Eva Cantarella Sparta e Atene. Autoritarismo e Democrazia
di Eva Cantarella

Un bel libro, di facile lettura e di carattere divulgativo, destinato non sono a specialisti e addetti i lavori, bensì a tutti coloro che siano anche dei semplici appassionati della grande Storia della Grecia Classica. Pur se dedicato a un argomento ampiamente trattato da autorevoli studiosi, il testo offre l'occasione di approfondire tematiche non troppo note inerenti Sparta e Atene, le due città simbolo di uno dei periodi storici che più accendono la fantasia di una moltitudine di lettori. (Estratto da recensione di Rudy Caparrini)

Recensione nel Blog di Rudy Caparrini




"Un regalo dal XX Secolo"
Piccole raccolte di cultura - Binomio di musica e poesia - Dal Futurismo al Decadentismo di Gabriele D'Annunzio

www.allegraravizza.com

La Galleria Allegra Ravizza propone una selezione di Edizioni Sincrone nell'ampio progetto Archivi Telematici del XX Secolo. Con i loro preziosi contenuti, ogni Edizione tratta e approfondisce un preciso argomento del secolo scorso. Dal Futurismo al Decadentismo. Le piccole raccolte, frutto di studio approfondito, hanno l'ambizioso scopo di far riscoprire le sensazioni dimenticate o incomprese del nostro bagaglio culturale e la gioia che ne deriva.

Le Edizioni Sincrone qui presentate, si incentrano su due temi principali: la Musica Futurista e i capolavori letterari del poeta Gabriele D'Annunzio. Dalla raccolta dannunziana "Canto Novo" alla tragedia teatrale "Sogno di un tramonto d'autunno", dal Manifesto futurista di Francesco Balilla Pratella a "L'Arte dei Rumori" di Luigi Russolo, ogni Edizione contiene una vera e propria collezione di musiche, accompagnate da un libro prezioso, una raccolta di poesie o una fotografia: un Racconto dell'Arte per la comprensione dell'argomento.

Canto Novo
di Gabriele D'Annunzio
A diciannove anni, nel 1882, Gabriele D'Annunzio pubblica la raccolta di poesie "Canto Novo", dedicata all'amante Elda Zucconi. I sentimenti, la passione, l'abbattimento e il sensualismo che trapelano dalle parole del poeta divengono note e melodie grazie al talento musicale di grandi compositori del Novecento tra cui Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti e Ottorino Respighi. L'Edizione Sincrona contiene il volume "Canto Novo" insieme alle musiche dei grandi compositori che a questo si ispirarono. (Euro 150,00 + Iva)

Poema Paradisiaco
di Gabriele D'Annunzio

"La sera", tratta da "Poema Paradisiaco" (1893) di Gabriele D'Annunzio, fu sicuramente una delle poesie maggiormente musicate dai compositori del Novecento. Nella Edizione Sincrona sono contenute le liriche di compositori come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ottorino Respighi e Pier Adolfo Tirindelli, che si ispirarono ai versi del Vate creando varie interpretazioni melodiche e attuando diverse scelte musicali, insieme al volume "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio. (Euro 150,00 + Iva)

Sogno di un tramonto d'autunno
di Gabriele D'Annunzio

Concepito nel 1897, "Sogno di un Tramonto d'Autunno" è composto dal Vate per il suo grande amore: Eleonora Duse, che interpretò infatti il ruolo della protagonista durante la prima rappresentazione del 1899. All'interno dell'Edizione Sincrona è presente il volume "Sogno di un tramonto d'autunno" del 1899 accompagnato dalla musica del noto compositore Gian Francesco Malipiero composta nel 1913, le cui note sono racchiuse in un audio oggi quasi introvabile. Oltre a questo prezioso materiale, l'Edizione racchiude ad una fotografia della bellissima Eleonora Duse e due versioni del film omonimo "Sogno di un Tramonto d'Autunno" diretto da Luigi Maggi nel 1911. (Euro 200,00 + Iva)

Raccolta di 100 liriche su testi
di Gabriele D'Annunzio

La sensibilità, lo spirito e la forte emotività presente nei versi di Gabriele D'Annunzio non poterono che richiamare l'attenzione di grandi artisti e compositori del Novecento come Franco Casavola, Francesco Paolo Tosti, Ildebrando Pizzetti e Domenico Alaleona che, affascinati dalle parole del Vate, tradussero in musica le sue poesie. L'Edizione Sincrona contiene 100 liriche musicate dai grandi compositori insieme ai rispettivi testi e volumi di Gabriele D'Annunzio da cui sono tratte: "Canto Novo", "Poema Paradisiaco", "Elettra" e "Alcione" (rispettivamente Libro II e III delle "Laudi"), "La Chimera e l'Isotteo" e infine la copia anastatica di "In memoriam". (Euro 500,00 + Iva)

La Musica Futurista

La Musica futurista, grazie a compositori come Francesco Balilla Pratella, Luigi Russolo, Franco Casavola e Silvio Mix, stravolse completamente il concetto di rumore e suono, rinnegando con forza la tradizione musicale Ottocentesca. Le musiche futuriste presenti all'interno di questa Edizione Sincrona svelano nuove note, nuovi timbri, nuovi rumori mai sentiti prima, dimostrando come le ricerche e le invenzioni futuriste riuscirono a cambiare per sempre il futuro della musica. Insieme a questa corposa raccolta musicale, l'Edizione contiene un video introduttivo e due testi fondamentali per poter contestualizzare e comprendere appieno il panorama storico in cui la Musica Futurista sorse: "La musica futurista" di Stefano Bianchi e gli esilaranti racconti di Francesco Cangiullo contenuti in "Le serate Futuriste". (Euro 200,00 + Iva)

Il Manifesto di Francesco Balilla Pratella | Musica Futurista

Fondato nel 1909, il Futurismo si manifestò in ogni campo artistico. Nel 1910, su richiesta di Filippo Tommaso Marinetti, il giovane compositore Francesco Balilla Pratella scrisse il "Manifesto dei Musicisti Futuristi", un'energica ribellione alla cultura borghese dell'Ottocento in nome del coraggio, dell'audacia e della rivolta. L'Edizione Sincrona presenta, insieme al manifesto originale del 1910, la musica futurista di uno dei maggiori compositori del Primo Futurismo: Francesco Balilla Pratella. Ad accompagnare il prezioso manifesto e le musiche, sono presenti inoltre due manuali fondamentali per la comprensione del lavoro e della figura di Francesco Balilla Pratella dal titolo "Testamento" e "Caro Pratella". (Euro 500,00 + Iva)

Il Manifesto di Luigi Russolo | Musica Futurista

"La vita antica fu tutta silenzio. Nel XIX secolo, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore": con questa dichiarazione esposta nel manifesto "L'Arte dei Rumori" del 1913 il futurista Luigi Russolo rinnova e amplifica il concetto di suono/rumore stravolgendo per sempre la storia della musica. In questa Edizione Sincrona sono contenuti le musiche e i suoni degli Intonarumori di Russolo, insieme al manifesto del 1913 "L'Arte dei Rumori" che teorizzò questa strabiliante invenzione! Per poter comprendere e approfondire la figura del grande inventore futurista, l'Edizione contiene anche un libro "Luigi Russolo. La musica, la pittura, il pensiero". (Euro 500,00 + Iva)

Video su Musica Futurista
youtu.be/T04jDobaB-Q




Copertina libro Ultima frontiera, di Giovanni Cerri Ultima frontiera
Diario, incontri, testimonianze

di Giovanni Cerri, Casa editrice Le Lettere, Collana "Atelier" a cura di Stefano Crespi, Firenze 2020
www.lelettere.it

Nell'orizzonte contemporaneo appare significativa la testimonianza di questi scritti di Giovanni Cerri. In un connotato diaristico, divenuto sempre più raro, vive la "voce" dei ricordi, dei volti, dei momenti esistenziali, delle figure dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, conoscenze di personaggi testimoniali, incontri con artisti. In una scrittura aperta, esplorativa, emergono due tematiche in una singolare originalità: la periferia come corrispettivo della solitudine dell'anima; lo sguardo senza tempo nell'inconscio, in ciò che abbiamo amato, in ciò che non è accaduto.

Giovanni Cerri (Milano, 1969), figlio del pittore Giancarlo Cerri, ha iniziato la sua attività nel 1987 e da allora ha esposto in Italia e all'estero in importanti città come Berlino, Francoforte, Colonia, Copenaghen, Parigi, Varsavia, Toronto, Shanghai. Nel continuo richiamo al territorio urbano di periferia, la sua ricerca si è sviluppata nell'indagine tematica dell'archeologia industriale con il ciclo dedicato alle Città fantasma. Nel 2011, invitato dal curatore Vittorio Sgarbi, espone al Padiglione Italia Regione Lombardia della Biennale di Venezia. Nel 2014 presenta la mostra Milano ieri e oggi nelle prestigiose sale dell'Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano. Nel 2019 alla Frankfurter Westend Galerie di Francoforte è ospitata la mostra Memoria e Futuro. A Milano, nell'anno di Leonardo, in occasione del quinto centenario leonardesco.

- Dalla postfazione di Stefano Crespi

«Nel percorso di questa collana «Atelier», sono usciti in una specularità scritti di artisti e scritti di letterati: gli scritti degli artisti nelle cadenze dell'orizzonte interiore (ricordiamo: Confessioni di Filippo de Pisis, Cieli immensi di Nicolas de Staël); gli scritti dei letterati nel tradurre, nel prolungare in nuova vita il fascino, l'enigma dei quadri (ricordiamo Giovanni Testori, Yves Bonnefoy). Nelle istanze oggi di comunicazione mediatica, di caduta dell'evento, il libro di Giovanni Cerri, Ultima frontiera, si apre a uno spazio senza fine di sensi, luce, eros, avventura dell'immagine, della parola. Accanto allo svolgimento della pittura, vivono, rivivono, nelle sue pagine, anche dagli angoli remoti della memoria, i tratti del vissuto, i momenti dell'esistere: richiami all'adolescenza, le prime immagini dell'arte nello studio del padre, figure di artisti, personaggi testimoniali, i luoghi, il luogo ultimativo della periferia, occasioni di accostamento a quadri del passato, museali. [...]

Soffermandoci ora in alcuni richiami, ritroviamo il senso di un percorso, i contenuti emozionali, quella condizione originaria che è l'identità della propria espressione. In una sorta di esordio, viene ricordato lo studio del padre, artista riconosciuto, Giancarlo Cerri. Uno studio in una soffitta di un antico edificio. Ma anche «luogo magico», dove si avvia la frase destinale, il viaggio di Giovanni Cerri che percepisce la differenza (o forse anche una imprevedibile relazione) tra figurazione come rappresentazione e astrazione come evocazione. David Maria Turoldo è stato una figura testimoniale in una tensione partecipe alle ragioni dell'esistere e al senso di una vita corale. Lo scritto di Giovanni Cerri ha la singolarità di un ricordo indelebile nella conoscenza, con la madre, all'abbazia di S. Egidio a Fontanella e poi nella frequentazione, dove Turoldo appare come presenza, come voce, come forza di umanità. Scrive Cerri: «un uomo fatto di pietra antica, come la sua chiesa».

Michail Gorbaciov, negli anni dopo la presidenza dell'Unione Sovietica, in un viaggio in Italia, con la moglie Raissa ha una sosta a Sesto San Giovanni, dove visita anche l'occasione di una mostra di tre giovani artisti. Giovanni Cerri, uno dei tre artisti, conserva quel momento imprevedibile di sorpresa con gli auguri di Gorbaciov. Un'emozione suscita la visita al cimitero Monumentale: una camminata, un viaggio inconfondibile nelle testimonianze che via via si succedono. In particolare, toccante la tomba di una figura femminile mancata a ventiquattro anni. Rivive, in Cerri, davanti alla scultura dedicata a questa figura femminile, una bellezza seducente, il mistero di un eros oltre il tempo. Nelle pagine di diario appaiono, come tratti improvvisi, occasioni, emozioni.

Così il ricordo di Floriano Bodini nella figura, nel personaggio, nelle parole, nel fascino delle sue sculture in una visita allo studio. Giovanni Cerri partecipa all'inaugurazione della mostra di Ennio Morlotti sul ciclo delle bagnanti. In quella sera dell'inaugurazione erano presenti Morlotti e Giovanni Testori sui quali scrive Cerri: «cercatori inesausti delle verità nascoste, tra le pieghe infinite dello scrivere e del dipingere». Un intenso richiamo alla scoperta della Bovisa: «un paesaggio spettrale» nella corrosione, nella vita segreta del tempo. Accanto al percorso diaristico, Giovanni Cerri riporta in una sezione alcuni testi di sue presentazioni in cataloghi o nello stimolo di un'esposizione. In un ordine cronologico della stesura dei testi figurano Alessandro Savelli, Giancarlo Cazzaniga, Franco Francese, Alberto Venditti, Marina Falco, Fabio Sironi.

Si tratta di artisti con una singolarità, un connotato originario. Si riconferma la scrittura di Cerri, fuori da aspetti categoriali, didascalici. Una scrittura esplorativa nelle intuizioni, nei riferimenti creativi, in un movimento dialettico: esistenza e natura, interno ed esterno, presenza e indicibile, immagini e simboli, «una luce interiore» e «l'ombra, il mistero, l'enigma della vita». In conclusione al libro si presentano due interviste con Giovanni Cerri curate da Luca Pietro Nicoletti nel 2008, da Francesca Bellola nel 2016. Appaiono, limpidamente motivati, momenti tematici, espressivi, con intensa suggestione di rimandi. Inevitabile, infine, una considerazione sul rapporto del pensiero, della scrittura con la pittura.

Più che a richiami in relazioni specifiche, dirette, il percorso di Cerri nella sua eventicità destinale può essere ricondotto a due tematiche: la visione interiore della periferia e lo sguardo senza tempo nel volto. Tematiche che hanno una connessione anche psicologica nell'alfabeto oscuro dell'esistenza, del silenzio. La periferia è l'addio ancestrale nelle sue voci disadorne, stridenti, perdute, nella solitudine in esilio dalle cifre celesti. Nell'intervista di Francesca Bellola c'è un'espressione emblematica di Giovanni Cerri sulla periferia: «non sono più solo le zone periferiche delle città industriali con le strade, i viali e le tangenziali ad essere desolate, ma è anche la nostra anima, il nostro terreno interiore, a evidenziare i segni di abbandono». Il titolo che segna in modo così sintomatico l'opera di Cerri è Lo sguardo senza tempo. In un'osservazione generale, il «vedere» è la scena dei linguaggi, lo sguardo è inconscio, memoria, ciò che abbiamo amato, ciò che non è accaduto [...]» (Comunicato ufficio stampa De Angelis Press)




Copertina del libro su Carlo Invernizzi a cura di Massimo Donà Carlo Invernizzi
Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017

a cura di Massimo Donà

* Il volume è stato presentato il 6 settembre 2020 nel Palazzo delle Paure di Lecco

Nel volume è raccolta per la prima volta l'intera opera poetica di Carlo Invernizzi (Milano 1932-2018). Il libro contiene anche una sezione antologica in cui sono pubblicati saggi dedicati alla poesia e alla visione poetico-filosofica di Invernizzi, e uno short film del regista Francesco Castellani, Carlo Invernizzi. La voce del poeta (2020), accessibile tramite il sito de La nave di Teseo.

«Dall'inizio degli anni Sessanta sino alla sua scomparsa nel 2018, la poesia di Carlo Invernizzi si è fatta sempre più radicale, sino a trasformarsi in un vero e proprio "corpo a corpo" con l'impossibile. Le sue parole non descrivono, e neppure hanno mai voluto farsi mera testimonianza di uno stato d'animo; esse indicano piuttosto la lucida consapevolezza del fatto che ogni sforzo poetico sarà vano, ma nello stesso tempo assolutamente necessario. Sì, perché la realtà è per lui tutta espressione di quella Natura Naturans che sta prima di ogni distinzione concettuale; prima, cioè, della divisione tra essere e nulla.» (Massimo Donà).

La Natura Naturans è quel «tuttuno di fantasiapensiero e cosa di cui l'uomo è coscienza intrinseca, non componente estraneo che vuole dominarla e deturparla» (Invernizzi). Questa concezione è riflessa dalla poesia in cui il "pensieroimmagineparola" rimanda al "tuttoniente" delle cose, rispetto alle quali esso non vuole, né può, essere altro". La raccolta dell'intera opera di Invernizzi manifesta in modo particolarmente incisivo l'unitarietà della visione poetico-filosofica della Natura Naturans lungo tutto l'arco della sua produzione, che ha per luogo insieme fisico e mentale Morterone, definito dal poeta suo «luogo di radici, soglia ingermino d'immagini metafore» del suo «fare poesia». Proprio a Morterone veniva firmato nel 1996 il manifesto Tromboloide e disquariata, steso dal poeta con i pittori Gianni Asdrubali, Bruno Querci e Nelio Sonego a cui è seguita nel 1999 la mostra Tromboloide e disquarciata. Natura Naturans presso i Musei Civici di Villa Manzoni a Lecco, dopo essere stata presentata nel 1997 presso il Centro Espositivo della Rocca Paolina di Perugia, la Galleria Nothburga di Innsbruck e il Museo Rabalderhaus di Schwaz.

La stessa concezione è dal 1986 alla base delle attività della Associazione Culturale Amici di Morterone, e ha condotto alla creazione del Museo d'Arte Contemporanea all'Aperto di Morterone. Il Museo, costituito da oltre trenta opere installate nella natura incontaminata, abbelisce il territorio morteronese rendendolo un autentico segnale poetico. Il rapporto del poeta con Morterone costituisce anche un momento saliente dello short film realizzato da Francesco Castellani, che lo presenterà in questa occasione. Seguiranno interventi di Tommaso Trini, scrittore e critico d'arte contemporanea, che parlerà del mondo poetico di Invernizzi, di Massimo Donà, musicista jazz, filosofo e Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha curato il volume, e Davide Mogetta, collaboratore del Centro Studi Carlo Invernizzi, che parlerà di alcuni temi che uniscono la poesia alla visione poetico-filosofica della Natura Naturans. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Il Calzolaio dei Sogni, di Salvatore Ferragamo, pubblicato da Electa Il calzolaio dei sogni
di Salvatore Ferragamo, ed. Electa, pag. 240, oltre 60 illustrazioni in b/n, in edizione in italiano, inglese e francese, 24 euro, settembre 2020

Esce per Electa una nuova edizione, con una veste grafica ricercata, dell'autobiografia di Salvatore Ferragamo (1898-1960), pubblicata per la prima volta in inglese nel 1957 da George G. Harrap & Co., Londra. Salvatore Ferragamo si racconta in prima persona - la narrazione è quasi fiabesca - ripercorrendo l'avventura della sua vita, ricca di genio e di intuito: da apprendista ciabattino a Bonito, un vero "cul-de-sac" in provincia di Avellino, a calzolaio delle stelle di Hollywood (le sue calzature vestirono, tra le altre celebrità, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo), dalla lavorazione artigianale fino all'inarrestabile ascesa imprenditoriale.

Il volume - corredato da un ricco apparato fotografico e disponibile anche in versione e-book e, a seguire, audiolibro - ha ispirato il film di Luca Guadagnino "Salvatore - Shoemaker of Dreams", Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia: la narrazione autobiografica diventa un lungometraggio documentario che delinea non solo l'itinerario artistico di Ferragamo, ma anche il suo percorso umano, attraverso l'Italia e l'America, due mondi che s'intrecciano fortemente. (Comunicato stampa)




Federico Patellani, Stromboli, 1949 - Federico Patellani © Archivio Federico Patellani - Regione Lombardia _Museo di Fotografia Contemporanea Federico Patellani, Stromboli 1949
ed. Humboldt Books

Il libro è stato presentato il 30 giugno 2020
www.mufoco.org

Il Museo del Cinema di Stromboli e il Museo di Fotografia Contemporanea presentano il libro in una diretta (canali YouTube e Facebook del Mufoco) che vedrà intervenire Alberto Bougleux, Giovanna Calvenzi, Emiliano Morreale, Aldo Patellani e Alberto Saibene. La pubblicazione è introdotta dalle parole della lettera con cui Ingrid Bergman si presenta a Roberto Rossellini: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo.

Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei". Rossellini, dopo aver ricevuto questa lettera da Ingrid Bergman, allora una delle massime stelle hollywoodiane, la coinvolge nel progetto che diventerà il film Stromboli, terra di Dio (1950), ma ancor prima del film è la storia d'amore tra il regista romano e l'attrice svedese a riempire le cronache di giornali e rotocalchi.

Federico Patellani, uno dei migliori fotografi dell'epoca, si reca sull'isola eoliana: le sue fotografie fanno il giro del mondo, perché non documentano solo la realizzazione del film, ma anche le condizioni di vita degli abitanti e la forza degli elementi. Dall'archivio Patellani, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, sono emerse le fotografie che aiutano a ricostruire nella sua integrità quella celebre storia. (Comunicato stampa)




Copertina del libro La Dama col ventaglio romanzo di Giovanna Pierini La Dama col ventaglio
di Giovanna Pierini, Mondadori Electa, 2018
Il libro è stato presentato il 20 novembre 2019 a Roma al Palazzo Barberini

Il romanzo mette in scena Sofonisba Anguissola ultranovantenne a Palermo - è il 1625 - nel suo tentativo di riacciuffare i fili della memoria e ricordare l'origine di un dipinto. La pittrice in piedi davanti alla tela cerca di ricordare: aveva dipinto lei quel ritratto? È passato tanto tempo. Nonostante l'abbacinante luce di mezzogiorno la sua vista è annebbiata, gli occhi stanchi non riconoscono più i dettagli di quella Dama con il ventaglio raffigurata nel quadro. È questo il pretesto narrativo che introduce la vicenda biografica di una delle prime e più significative artiste italiane. Sofonisba si presenta al lettore come una donna forte, emancipata e non convenzionale, che ha vissuto tra

Cremona, Genova, Palermo e Madrid alla corte spagnola. Tra i molti personaggi realmente esistiti - Orazio Lomellini, il giovane marito; il pittore Van Dyck; Isabella di Valois, regina di Spagna - e altri di pura finzione, spicca il giovane valletto Diego, di cui Sofonisba protegge le scorribande e l'amore clandestino, ma che non potrà salvare. La ricostruzione minuziosa di un'Italia al centro delle corti d'Europa, tra palazzi nobiliari, botteghe artigiane e viaggi per mare, e di una città, Palermo, fa rivivere le atmosfere di un'epoca in cui una pittrice donna non poteva accedere alla formazione accademica e doveva superare numerosi pregiudizi sociali. Tra le prime professioniste che seppero farsi largo nella ristretta società degli artisti ci fu proprio Sofonisba, e questo racconto, a cavallo tra realtà e finzione, ne delinea le ragioni: l'educazione lungimirante del padre, un grande talento e una forte personalità.

Giovanna Pierini, giornalista pubblicista, per anni ha scritto di marketing e management. Nel 2006 ha pubblicato Informazioni riservate con Alessandro Tosi. Da sempre è appassionata d'arte, grazie alla madre pittrice, Luciana Bora, di cui cura l'archivio dal 2008. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato stampa Maria Bonmassar)




Copertina del libro Calabria terra di capolavori Dal Medioevo al Novecento Calabria terra di capolavori. Dal Medioevo al Novecento
di Mario Vicino, Editrice Aurora

Il volume è stato presentato il 22 novembre 2019 al Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia

Nell'accattivante location del Castello Normanno Svevo, verrà presentato il volume di Mario Vicino. Interverranno all'iniziativa Adele Bonofiglio, direttore del Museo Archeologico Nazionale "Vito Capialbi" di Vibo Valentia e l'autore. Il prof. Mario Vicino, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, ha al suo attivo altre pubblicazioni di pregio quali La Pittura in Calabria. Quattrocento e Cinquecento, Imago Mariae e una monografia su Pietro Negroni.

Iniziativa - come precisa la dottoressa Bonofiglio - per far riscoprire la passione per l'arte e restituire la giusta importanza all'inestimabile patrimonio di cui dispone la Calabria e la bellezza dei suoi innumerevoli tesori nascosti. Nella prima parte dell'opera - continua la Bonofiglio - si descrive l'evoluzione della pittura in Calabria in relazione alla sua straordinaria storia. Partendo dal periodo Tardoantico, l'autore attraversa le vicende del Medioevo, con Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, per poi raggiungere il Cinquecento e i successivi sviluppi dell'arte calabrese fino all'Ottocento e il Novecento. Nella seconda sezione del libro - conclude la Bonofiglio - vengono catalogati ed esaminati nel dettaglio alcune delle numerose opere presenti nella regione. (Comunicato stampa)




Copertina del libro con gli scritti dal 1943 al 1968 di Gastone Novelli Gastone Novelli Scritti '43-'68
www.gastonenovelli.it

Il volume raccoglie l'intero corpus degli scritti di Gastone Novelli redatti dal 1943 al 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell'Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell'occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l'artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all'Istituto d'arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d'avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio.

Sullo sfondo il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava.

Le lettere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L'Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del P.S.I., ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell'artista e collaboratrice da molti anni dell'Archivio Gastone Novelli.

Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968) è stato uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra italiano. Tra i fondatori delle riviste L'Esperienza moderna (1957) e Grammatica (1964). Novelli ha esposto nei più importanti musei e istituzioni italiani e internazionali. Oggi le sue opere sono conservate al MoMA di New York, alla National Gallery di Washington, al MASP di San Paolo, al British Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Museo del Novecento di Milano, al Mart di Rovereto, alla GAM di Torino e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. (Comunicato ufficio stampa Maria Bonmassar)




Manoel Francisco dos Santos (Garrincha) Elogio della finta
di Olivier Guez, di Neri Pozza Editore, 2019

«Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha (lo scricciolo), era alto un metro e sessantanove, la stessa altezza di Messi. Grazie a lui il Brasile divenne campione del mondo nel 1958 e nel 1962, e il Botafogo, il suo club, regnò a lungo sul campionato carioca. Con la sua faccia da galeotto, le spalle da lottatore e le gambe sbilenche come due virgole storte, è passato alla storia come il dribblatore pazzo, il più geniale e il più improbabile che abbia calcato i campi di calcio. «Come un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo» (Paulo Mendes Campos), Garrincha elevò l'arte della finta a essenza stessa del gioco del calcio.

Il futebol divenne con lui un gioco ispirato e magico, fatto di astuzia e simulazione, un gioco di prestigio senza fatica e sofferenza, creato soltanto per l'Alegria do Povo, la gioia del popolo. Dio primitivo, divise la scena del grande Brasile con Pelé, il suo alter-ego, il re disciplinato, ascetico e professionale. Garrincha resta, tuttavia, il vero padre putativo dei grandi artisti del calcio brasiliano: Julinho, Botelho, Rivelino, Jairzinho, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, Denílson, Robinho, Neymar, i portatori di un'estetica irripetibile: il dribbling carioca. Cultore da sempre del football brasiliano, Olivier Guez celebra in queste pagine i suoi interpreti, quegli «uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo» e non rinunciano mai a un «calcio di poesia» (Pier Paolo Pasolini).  

Olivier Guez (Strasburgo, 1974), collabora con i quotidiani Le Monde e New York Times e con il settimanale Le Point. Dopo gli studi all'Istituto di studi politici di Strasburgo, alla London School of Economics and Political Science e al Collegio d'Europa di Bruges, è stato corrispondente indipendente presso molti media internazionali. Autore di saggi storico-politici, ha esordito nella narrativa nel 2014. (Comunicato stampa Flash Art)




Copertina del libro a fumetti Nosferatu, di Paolo D'Onofrio pubblicato da Edizioni NPE Pagina dal libro Nosferatu Nosferatu
di Paolo D'Onofrio, ed. Edizioni NPE, formato21x30cm, 80 pag., cartonato b/n con pagine color seppia, 2019
edizioninpe.it/product/nosferatu

Il primo adattamento a fumetti del film muto di Murnau del 1922 che ha fatto la storia del cinema horror. Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau e proiettato per la prima volta il 5 marzo 1922, è considerato il capolavoro del regista tedesco e uno dei capisaldi del cinema horror ed espressionista. Ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker, Murnau ne modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventò il Conte Orlok, interpretato da Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell'opera.

Il regista perse la causa per violazione del diritto d'autore, avviata dagli eredi di Stoker, e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Una copia fu però salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. L'uso delle ombre in questo film classico ha avuto una eco infinita nel cinema successivo, di genere e non. Edizioni NPE presenta il primo adattamento a fumetti di questa pellicola: un albo estremamente particolare, che riprende il film fotogramma per fotogramma, imprimendolo in color seppia su una carta ingiallita ed invecchiata, utilizzando per il lettering lo stesso stile delle pellicole mute e pubblicato in un grande cartonato da collezione. (Comunicato stampa)




La mia Istria
di Elio Velan


* Il volume è stato presentato il 5 dicembre 2018 a Trieste, all'Auditorium del Museo Revoltella

Il volume del noto giornalista e scrittore Elio Velan è presentato a Trieste grazie all'iniziativa della Comunità Croata di Trieste e del suo presidente Gian Carlo Damir Murkovic, che ha voluto includere l'incontro nel programma di iniziative del 2018. Il libro, quasi 200 pagine, sarà introdotto dallo stesso Murkovic e presentato dal giornalista, scrittore e autore teatrale Luciano Santin, con l'intervento / testimonianza dell'autore stesso. L'incontro sarà moderato dal giornalista de "Il Piccolo" Giovanni Tomasin. Ad aprire e concludere la serata sarà la musica, col gruppo vocale e strumentale dell'Associazione culturale"Giusto Curto" di Rovigno, il tutto arricchito dalle proiezioni di immagini dell'Istria, firmate dal grande maestro della fotografia Virgilio Giuricin.

Per far sentire non solo le tipiche armonie ma anche quello spirito condiviso che rende Rovigno una località singolare e ricca. Nel volume Elio, il padre, ragiona col figlio Gianni, mentre la barca li culla e li porta in giro per l'arcipelago rovignese. Cos'è giusto e legittimo che i figli sappiamo dei genitori, dei loro pensieri, delle loro vicende? L'autore cerca di rispondere al quesito attraverso le "confessioni e testimonianze" raccolte in questo libro, uscito prima in lingua croata e ora nella versione italiana per i tipi della "Giusto Curto" di Rovigno. Nel libro Velan racconta e soprattutto si racconta attraverso le esperienze di una vita che l'ha portato a interrogarsi sulle numerose tematiche di un mondo di confine con tanti nodi da sciogliere, ma anche su tematiche esistenziali con l'intelligenza di chi abbraccia con coraggio la verità.

Elio Velan (Pola, 1957), dopo la laurea in Scienze politiche a Zagabria e dopo quattro anni di studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste, ha iniziato la carriera giornalistica, una scelta per la vita che non ha mai abbandonato, occupandosi, a fasi alterne, di carta stampata, radio e televisione, tra Fiume, Trieste, Pola, Capodistria e Rovigno. Sin dalle elementary aveva infatti sognato di diventare giornalista per seguire le orme di Oriana Fallaci, che adorava. Il sogno si è avverato anche se non ha fatto mai il corrispondente di guerra, non ha vinto il premio Pulitzer e non ha intervistato il compagno Tito. In compenso ha lavorato, per otto anni, al quotidiano "La Voce del Popolo" come corrispondente da Rovigno.

Nel febbraio 1994 è passato alla redazione del telegiornale di TV Capodistria, lavorando contemporaneamente a Radio Capodistria. Era uno dei redattori e conduttori del TG e spesso seguiva i dibattiti al parlamento di Lubiana. Alla fine del 1996 è passato al quotidiano croato "Glas Istre". Dopo un anno di corrispondenze da Capodistria si è trasferito a Trieste come unico corrispondente estero del quotidiano di Pola e del quotidiano "Novi List" di Fiume. A Trieste ha lavorato per quindici anni alla sede regionale della Rai per il Friuli Venezia Giulia. Conduceva la trasmissione radiofonica "Sconfinamenti" e, contemporaneamente, a TV Capodistria la trasmissione settimanale di approfondimento "Parliamo di..." (oltre 400 trasmissioni realizzate).

La sua carriera si è conclusa nel 2016 con l'unico rammarico di non aver mai lavorato a un settimanale perché era quello lo spazio più congeniale al suo stile. Ha pubblicato quattro libri in rapida successione (un libro all'anno), che rappresentano la sintesi del suo lavoro di giornalista. Sono scritti in croato, la lingua che ha usato di più. Ora partecipa alle attività della "Giusto Curto" come giornalista e ideatore di spettacoli. Nei primi anni Novanta ha fondato e diretto per tre anni il mensile della Comunità Italiana di Rovigno, "Le Cronache", molto seguito anche da chi non ne condivideva la linea editoriale. (Comunicato stampa)




Copertina del libro Errantia Gonzalo Alvarez Garcia Errantia
Poesia in forma di ritratto

di Gonzalo Alvarez Garcia

Il libro è stato presentato il 7 agosto 2018 alla Galleria d'arte Studio 71, a Palermo
www.studio71.it

Scrive l'autore in una sua nota nel libro "... Se avessi potuto comprendere il segreto del geranio nel giardino di casa o della libellula rossa che saltellava nell'aria sopra i papiri in riva al fiume Ciane, a Siracusa, avrei capito anche me steso. Ma non capivo. Ad ogni filo d'erba che solleticava la mia pelle entravo nella delizia delle germinazioni infinite e sprofondavo nel mistero. Sentivo confusamente di appartenere all'Universo, come il canto del grillo. Ma tutto il mio sapere si fermava li. Ascoltavo le parole, studiavo i gesti delle persone intorno a me come il cacciatore segue le tracce della preda, convinto che le parole e i gesti degli uomini sono una sorta di etimologia.

Un giorno o l'altro, mi avrebbero portato a catturare la verità.... Mi rivolsi agli Dei e gli Dei rimasero muti. Mi rivolsi ai saggi e i saggi aggiunsero alle mie altre domande ancora più ardue. Seguitai a camminare. Incontrai la donna, che non pose domande. Mi accolse con la sua grazia ospitale. Da Lei ho imparato ad amare l'aurora e il tramonto...". Un libro che ripercorre a tappe e per versi, la sua esistenza di ragazzo e di uomo, di studioso e di poeta, di marito e padre. Errantia, Poesia in forma di ritratto, con una premessa di Aldo Gerbino è edito da Plumelia edizioni. (Comunicato stampa)




Copertina libro L'ultima diva dice addio L'ultima diva dice addio
di Vito di Battista, ed. SEM Società Editrice Milanese, pp. 224, cartonato con sovracoperta, cm.14x21,5 €15,00
www.otago.it

E' la notte di capodanno del 1977 quando Molly Buck, stella del cinema di origine americana, muore in una clinica privata alle porte di Firenze. Davanti al cancello d'ingresso è seduto un giovane che l'attrice ha scelto come suo biografo ufficiale. E' lui ad avere il compito di rendere immortale la storia che gli è stata data in dono. E forse molto di più. Inizia così il racconto degli eventi che hanno portato Molly Buck prima al successo e poi al ritiro dalle scene, lontana da tutto e da tutti nella casa al terzo piano di una palazzina liberty d'Oltrarno, dove lei e il giovane hanno condiviso le loro notti insonni.

Attraverso la maestosa biografia di un'attrice decaduta per sua stessa volontà, L'ultima diva dice addio mette in scena una riflessione sulla memoria e sulla menzogna, sul potere della parola e sulla riduzione ai minimi termini a cui ogni esistenza è sottoposta quando deve essere rievocata. Un romanzo dove i capitoli ricominciano ciclicamente con le stesse parole e canzoni dell'epoca scandiscono lo scorrere del tempo, mentre la biografia di chi ricorda si infiltra sempre più nella biografia di chi viene ricordato. Vito di Battista (San Vito Chietino, 1986) ha vissuto e studiato a Firenze e Bologna. Questo è il suo primo romanzo. (Comunicato Otago Literary Agency)




Copertina libro Il passato non passa mai, di Michele De Ruggieri Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde
di Michele De Ruggieri, ed. Europa Edizioni, 162 pagine, euro 13,90

E' la guerra che si dovrebbe raccontare nelle scuole, al di là di date, vittorie e sconfitte, quella raccontata nel romanzo di Michele De Ruggieri. La presentazione è organizzata in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata. Il Circolo La Scaletta ha concesso il patrocinio. Interverrà l'autore che dialogherà con la giornalista Sissi Ruggi.

Michele De Ruggieri racconta con una prosa schietta e molto curata una storia che prende avvio nel settembre 1916 con il protagonista che viene chiamato alle armi. Fra la famiglia che tenta senza riuscirvi di non farlo mandare al fronte, la guerra di trincea e la prigionia, sin dalle prime pagine e confermando il titolo il romanzo è una chiara condanna della guerra. La penna di Michele De Ruggieri sceglie di raccontare tutto questo attraverso un'attenta ricostruzione storica e i sentimenti. Dalla paura di essere uccisi alla lotta per la sopravvivenza nel campo di concentramento, dove la fame cambia la gerarchia dei valori. Basta una lettera da casa, che fa intravedere la vita, e le lacrime che accompagnano la lettura restituiscono gli uomini a loro stessi.

- Sinossi

E' il 28 giugno 1914; in tutta Europa giunge la notizia dell'attentato di Sarajevo. Un mese dopo, la prima dichiarazione di guerra. Pochi sanno quali proporzioni assumerà il conflitto e quanti milioni di uomini farà cadere. Idealismi improbabili e frasi piene di retorica furono sufficienti per infervorare gli animi di tanti che non avevano idea di cosa li aspettasse. In piazza si gridava "viva la guerra!" e sul fronte si moriva. Pietro è un giovane che riesce, grazie alle sue conoscenze, ad evitare il fronte, vivendo il conflitto mondiale da una posizione privilegiata e sicura. Almeno così sembra... Dopo la disfatta di Caporetto, infatti, le carte in tavola cambiano completamente. Pietro si ritrova prima in trincea, poi in un campo di concentramento, a tentare disperatamente di tenersi stretta la vita e a guardare negli occhi i suoi compagni che non ci riescono, soccombendo all'orrore di uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità. Ne uscirà totalmente trasformato.

Michele De Ruggieri (Palagiano - Taranto, 1938), di famiglia lucana, ha studiato e conseguito la laurea in farmacia. Si è sempre interessato di Storia Contemporanea e Storia dell'arte. Il passato non passa mai - Tutte le guerre sono bugiarde, è il secondo romanzo di Michele De Ruggieri. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo storico Al di qua del Faro (Guida Editori), ambientato tra le montagne lucane e il golfo di Napoli agli albori dell'Unità d'Italia. (Comunicato stampa)




Luigi Pirandello Luigi Pirandello. Una biografia politica
di Ada Fichera, ed. Polistampa
www.polistampa.com

L'adesione di Pirandello al fascismo, il suo rapporto col regime e con la censura, le idee di fondo del suo pensiero politico: sono gli elementi chiave del saggio di Ada Fichera. Con l'autrice dialogheranno il giornalista e scrittore Mario Bernardi Guardi e l'editore Antonio Pagliai. Letture a cura di Dylan (Dimensione Suono Soft). Luigi Pirandello è stato sempre analizzato sotto il profilo strettamente letterario o puramente storico.

Il saggio di Ada Fichera, frutto di una ricerca su documenti d'archivio inediti, rilegge per la prima volta la sua figura ricostruendone la vita in chiave politica. Dal testo, arricchito da una prefazione di Marcello Veneziani, emergono aspetti chiave del pensiero pirandelliano come la coscienza del fallimento degli ideali borghesi, l'idea del potere nelle mani di uno e non di una maggioranza, la tendenza all'azione. (Comunicato stampa)




Locandina per la presentazione del libro Zenobia l'ultima regina d'Oriente Zenobia l'ultima regina d'Oriente
L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma

di Lorenzo Braccesi, Salerno editrice, 2017, p.200, euro 13,00

Il sogno dell'ultima regina d'Oriente era di veder rinascere un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo, piú esteso di quello di Cleopatra, ma la sua aspirazione si infranse per un errore di valutazione politica: aver considerato l'impero di Roma prossimo alla disgregazione. L'ultimo atto delle campagne orientali di Aureliano si svolse proprio sotto le mura di Palmira, l'esito fu la sconfitta della regina Zenobia e la sua deportazione a Roma, dove l'imperatore la costrinse a sfilare come simbolo del suo trionfo. Le rovine monumentali di Palmira - oggi oggetto di disumana offesa - ci parlano della grandezza del regno di Zenobia e della sua resistenza eroica. Ancora attuale è la tragedia di questa città: rimasta intatta nei secoli, protetta dalle sabbie del deserto, è crollata sotto la furia della barbarie islamista.

Lorenzo Braccesi ha insegnato nelle università di Torino, Venezia e Padova. Si è interessato a tre aspetti della ricerca storica: colonizzazione greca, società augustea, eredità della cultura classica nelle letterature moderne. I suoi saggi piú recenti sono dedicati a storie di donne: Giulia, la figlia di Augusto (Roma-Bari 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Roma-Bari 2015), Livia (Roma 2016). (Comunicato stampa)




Copertina del libro Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica Napoleone Colajanni tra partito municipale e nazionalizzazione della politica
Lotte politiche e amministrative in provincia di Caltanissetta (1901-1921)


di Marco Sagrestani, Polistampa, 2017, collana Quaderni della Nuova Antologia, pag. 408
www.leonardolibri.com

Napoleone Colajanni (1847-1921) fu una figura di rilievo nel panorama politico italiano del secondo Ottocento. Docente e saggista, personalità di notevole levatura intellettuale, si rese protagonista di importanti battaglie politiche, dall'inchiesta parlamentare sulla campagna in Eritrea alla denuncia dello scandalo della Banca Romana. Il saggio ricostruisce il ruolo da lui svolto nella provincia di Caltanissetta, in particolare nella sua città natale Castrogiovanni e nell'omonimo collegio elettorale. In un'area dove la lotta politica era caratterizzata da una pluralità di soggetti collettivi - democratici, repubblicani, costituzionali, socialisti e cattolici - si pose come centro naturale di aggregazione delle sparse forze democratiche, con un progetto di larghe convergenze finalizzato alla rinascita politica, economica e morale della sua terra. (Comunicato stampa)




Opera di Gianni Maria Tessari Copertina della rassegna d'arte Stappiamolarte Stappiamolarte
www.al-cantara.it/news/stappiamo-larte

La pubblicazione realizzata con le opere di 68 artisti provenienti dalle diverse parti d'Italia è costituita da immagini di istallazioni e/o dipinti realizzati servendosi dei tappi dell'azienda. All'artista, infatti, è stata data ampia libertà di esecuzione e, ove lo avesse ritenuto utile, ha utilizzato, assieme ai tappi, altro materiale quale legno, vetro, stoffe o pietre ma anche materiali di riciclo. Nel sito di Al-Cantara, si può sfogliare il catalogo con i diversi autori e le relative opere. Nel corso della giornata sarà possibile visitare i vigneti, la cantina dell'azienda Al-Cantàra ed il " piccolo museo" che accoglie le opere realizzate.

Scrive nel suo testo in catalogo Vinny Scorsone: "...L'approccio è stato ora gioioso ora riflessivo e malinconico; sensuale o enigmatico; elaborato o semplice. Su esso gli artisti hanno riversato sensazioni e pensieri. A volte esso è rimasto tale anche nel suo ruolo mentre altre la crisalide è divenuta farfalla varcando la soglia della meraviglia. Non c'è un filo comune che leghi i lavori, se non il fatto che contengano dei tappi ed è proprio questa eterogeneità a rendere le opere realizzate interessanti. Da mano a semplice cornice, da corona a bottiglia, da schiuma a poemetto esso è stato la fonte, molto spesso, di intuizioni artistiche singolari ed intriganti. Il rosso del vino è stato sostituito col colore dell'acrilico, dell'olio. Il tappo inerte, destinato a perdersi, in questo modo, è stato elevato ad oggetto perenne, soggetto d'arte in grado di valicare i confini della sua natura deperibile...". (Comunicato stampa)

Visualizza versione ingrandita della locandina della presentazione del volume




Stelle in silenzio
di Annapaola Prestia, Europa Edizioni, 2016, euro 15,90

Millecinquecento chilometri da percorrere in automobile in tre giorni, dove ritornano alcuni luoghi cari all'autrice, già presenti in altri suoi lavori. La Sicilia e l'Istria fanno così da sfondo ad alcune tematiche forti che il romanzo solleva. Quante è importante l'influenza di familiari che non si hanno mai visto? Che valore può avere un amore di breve durata, se è capace di cambiare un destino? Che peso hanno gli affetti che nel quotidiano diventano tenui, o magari odiosi? In generale l'amore è ciò che lega i personaggi anche quando sembra non esserci, in un percorso che è una ricerca di verità tenute a lungo nascoste.

Prestia torna quindi alla narrativa dopo il suo Caro agli dei" (edito da "Il Filo", giugno 2008), che ha meritato il terzo premio al "Concorso nazionale di narrativa e poesia F. Bargagna" e una medaglia al premio letterario nazionale "L'iride" di Cava de'Tirreni, sempre nel 2009. Il romanzo è stato presentato dal giornalista Nino Casamento a Catania, dallo scrittore Paolo Maurensig a Udine, dallo psicologo Marco Rossi di Loveline a Milano. Anche il suo Ewas romanzo edito in ebook dalla casa editrice Abel Books nel febbraio 2016, è arrivato semifinalista al concorso nazionale premio Rai eri "La Giara" edizione 2016 (finalista per la regione Friuli Venezia Giulia) mentre Stelle in silenzio, come inedito, è arrivato semifinalista all'edizione del 2015 del medesimo concorso.

Annapaola Prestia (Gorizia, 1979), Siculo-Istriana di origine e Monfalconese di adozione, lavora dividendosi tra la sede della cooperativa per cui collabora a Pordenone e Trieste, città in cui gestisce il proprio studio psicologico. Ama scrivere. Dal primo racconto ai romanzi a puntate e alle novelle pubblicati su riviste a tiratura nazionale, passando per oltre venti pubblicazioni in lingua inglese su altrettante riviste scientifiche specializzate in neurologia e psicologia fino al suo primo romanzo edito Caro agli dei... la strada è ancora tutta in salita ma piena di promesse.

Oltre a diverse fan-fiction pubblicate su vari siti internet, ha partecipato alla prima edizione del premio letterario "Star Trek" organizzato dallo STIC - Star Trek Italian Club, ottenendo il massimo riconoscimento. Con suo fratello Andrea ha fondato la U.S.S. Julia, un fan club dedicato a Star Trek e alla fantascienza. Con suo marito Michele e il suo migliore amico Stefano, ha aperto una gelateria a Gradisca d'Isonzo, interamente dedicata alla fantascienza e al fantasy, nella quale tenere vive le tradizioni gastronomiche della Sicilia sposandole amabilmente con quelle del Nord Est d'Italia. (Comunicato Ufficio stampa Emanuela Masseria)




Copertina libro I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel, ed. Corbaccio, pagg.918, €22,00
www.corbaccio.it

«Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno.» Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a Nord della baia di Antiochia.

Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un'improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'affiato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.

Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni del Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Franz Werfel (Praga, 1890 - Los Angeles, 1945) dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Oltre a I quaranta giorni del Mussa Dagh, Verdi. Il romanzo dell'opera, che rievoca in modo appassionato e realistico la vita del grande musicista italiano. (Comunicato Ufficio Stampa Corbaccio)

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- 56esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia
Padiglione nazionale della Repubblica di Armenia

Presentazione rassegna




Copertina libro Cuori nel pozzo di Roberta Sorgato Cuori nel pozzo
Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone.

di Roberta Sorgato
www.danteisola.org

Il libro rievoca le condizioni di vita precedenti alla grande trasformazione degli anni Sessanta del Novecento, e la durissima realtà vissuta dagli emigrati italiani nelle miniere di carbone del Belgio, è un omaggio rivolto ai tanti che consumarono le loro vite fino al sacrificio estremo, per amore di quanti erano rimasti a casa, ad aspettarli. Pagine spesso commosse, dedicate a chi lasciò il paese cercando la propria strada per le vie del mondo. L'Italia li ha tenuti a lungo in conto di figliastri, dimenticandoli. La difficoltà di comunicare, le enormi lontananze, hanno talvolta smorzato gli affetti, spento la memoria dei volti e delle voci. Mentre in giro per l'Europa e oltre gli oceani questi coraggiosi costruivano la loro nuova vita. Ciascuno con la nostalgia, dove si cela anche un po' di rancore verso la patria che li ha costretti a partire.

Qualcuno fa i soldi, si afferma, diventa una personalità. Questi ce l'hanno fatta, tanti altri consumano dignitosamente la loro vita nell'anonimato. Altri ancora muoiono in fondo a un pozzo, cadendo da un'impalcatura, vittime dei mille mestieri pesanti e pericolosi che solo gli emigranti accettano di fare. Ora che cinquant'anni ci separano dalla nostra esperienza migratoria, vissuta dai predecessori per un buon secolo, la memorialistica si fa più abbondante. Esce dalla pudica oralità dei protagonisti, e grazie ai successori, più istruiti ed emancipati si offre alla storia comune attraverso le testimonianze raccolte in famiglia. Con la semplicità e l'emozione che rendono più immediata e commossa la conoscenza. (Estratto da comunicato stampa di Ulderico Bernardi)

La poetessa veneta Roberta Sorgato, insegnante, nata a Boussu, in Belgio, da genitori italiani, come autrice ha esordito nel 2002 con il romanzo per ragazzi "Una storia tutta... Pepe" seguito nel 2004 da "All'ombra del castello", entrambi editi da Tredieci (Oderzo - TV). Il suo ultimo lavoro, "La casa del padre" inizialmente pubblicato da Canova (Treviso) ed ora riproposto nella nuova edizione della ca-sa editrice Tracce (Pescara).

«L'Italia non brilla per memoria. Tante pagine amare della nostra storia sono cancellate o tenute nell'oblio. Roberta Sorgato ha avuto il merito di pescare, dal pozzo dei ricordi "dimenticati", le vicende dei nostri minatori in Belgio e di scrivere "Cuori nel pozzo" edizioni Marsilio, sottotitolo: "Belgio 1956. Uomini in cambio di carbone". Leggendo questo romanzo - verità, scritto in maniera incisiva e con grande e tragico realismo, si ha l'impressione di essere calati dentro i pozzi minerari, tanto da poter avere una vi-sione intima e "rovesciata" del titolo ("Pozzi nel cuore" potrebbe essere il titolo "ad honorem" per un lettore ideale, così tanto sensibile a questi temi).

Un lettore che ha quest'ardire intimista di seguire la scrittrice dentro queste storie commoventi, intense, drammatiche - e che non tengono conto dell'intrattenimento letterario come lo intendiamo comunemente - è un lettore che attinge dal proprio cuore ed è sospinto a rivelarsi più umano e vulnerabile di quanto avesse mai osato pensare. In questo libro vige lo spettacolo eterno dei sentimenti umani; e vige in rela-zione alla storia dell'epoca, integrandosi con essa e dandoci un ritratto di grande effetto. Qui troviamo l'Italia degli anni cinquanta che esce dalla guerra, semplice e disperata, umile e afflitta dai ricordi bellici. Troviamo storie di toccanti povertà; così, insieme a quell'altruismo che è proprio dell'indigenza, e al cameratismo che si fa forte e si forgia percorrendo le vie drammatiche della guerra, si giunge ai percorsi umani che strappavano tanti italiani in cerca di fortuna alle loro famiglie.

L'emigrazione verso i pozzi minerari belgi rappresentava quella speranza di "uscire dalla miseria". Pochi ce l'hanno fatta, molti hanno pagato con una morte atroce. Tutti hanno subito privazioni e vessazioni, oggi inimmaginabili. Leggere di Tano, Nannj, Caio, Tonio, Angelina e tanti altri, vuol dire anche erigere nella nostra memoria un piccolo trono per ciascuno di loro, formando una cornice regale per rivisitare quegli anni che, nella loro drammaticità, ci consentono di riflettere sull'"eroismo" di quelle vite tormentate, umili e dignitose.» (Estratto da articolo di Danilo Stefani, 4 gennaio 2011)

«"Uomini in cambio di carbone" deriva dal trattato economico italo-belga del giugno 1946: l'accordo prevedeva che per l'acquisto di carbone a un prezzo di favore l'Italia avrebbe mandato 50 mila uomini per il lavoro in miniera. Furono 140 mila gli italiani che arrivarono in Belgio tra il 1946 e il 1957. Fatti i conti, ogni uomo valeva 2-3 quintali di carbone al mese.» (In fondo al pozzo - di Danilo Stefani)




Copertina libro La passione secondo Eva La passione secondo Eva
di Abel Posse, ed. Vallecchi - collana Romanzo, pagg.316, 18,00 euro
www.vallecchi.it

Eva Duarte Perón (1919-1952), paladina dei diritti civili ed emblema della Sinistra peronista argentina, fu la moglie del presidente Juan Domingo Perón negli anni di maggior fermento politico della storia argentina; ottenne, dopo una lunga battaglia politica, il suffragio universale ed è considerata la fondatrice dell'Argentina moderna. Questo romanzo, costruito con abilità da Abel Posse attraverso testimonianze autentiche di ammiratori e detrattori di Evita, lascia il segno per la sua capacità di riportare a una dimensione reale il mito di colei che è non soltanto il simbolo dell'Argentina, ma uno dei personaggi più noti e amati della storia mondiale.

Abel Posse (Córdoba - Argentina, 1934), diplomatico di carriera, giornalista e scrittore di fama internazionale. Studioso di politica e storia fra i più rappresentativi del suo paese. Fra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Los perros del paraíso (1983), che ha ottenuto il Premio Ròmulo Gallegos maggior riconoscimento letterario per l'America Latina. La traduttrice Ilaria Magnani è ricercatrice di Letteratura ispano-americana presso l'Università degli Studi di Cassino. Si occupa di letteratura argentina contemporanea, emigrazione e apporto della presenza italiana. Ha tradotto testi di narrativa e di saggistica dallo spagnolo, dal francese e dal catalano.




Copertina del libro Odissea Viola Aspettando Ulisse lo Scudetto Odissea Viola. Aspettando Ulisse lo Scudetto
di Rudy Caparrini, ed. NTE, collana "Violacea", 2010
www.rudycaparrini.it

Dopo Azzurri... no grazie!, Rudy Caparrini ci regala un nuovo libro dedicato alla Fiorentina. Come spiega l'autore, l'idea è nata leggendo il capitolo INTERpretazioni del Manuale del Perfetto Interista di Beppe Severgnini, nel quale il grande scrittore e giornalista abbina certe opere letterarie ad alcune squadre di Serie A. Accorgendosi che manca il riferimento alla Fiorentina, il tifoso e scrittore Caparrini colma la lacuna identificando ne L'Odissea l'opera idonea per descrivere la storia recente dei viola.

Perché Odissea significa agonia, sofferenza, desiderio di tornare a casa, ma anche voglia di complicarsi la vita sempre e comunque. Ampliando il ragionamento, Caparrini sostiene che nell'Odissea la squadra viola può essere tre diversi personaggi: Penelope che aspetta il ritorno di Ulisse lo scudetto; Ulisse, sempre pronto a compiere un "folle volo" e a complicarsi la vita; infine riferendosi ai tifosi nati dopo il 1969, la Fiorentina può essere Telemaco, figlio del padre Ulisse (ancora nei panni dello scudetto) di cui ha solo sentito raccontare le gesta ma che mai ha conosciuto.

Caparrini sceglie una serie di episodi "omerici", associabili alla storia recente dei viola, da cui scaturiscono similitudini affascinanti: i Della Valle sono i Feaci (il popolo del Re Alcinoo e della figlia Nausicaa), poiché soccorrono la Fiorentina vittima di un naufragio; il fallimento di Cecchi Gori è il classico esempio di chi si fa attrarre dal Canto delle Sirene; Edmundo che fugge per andare al Carnevale di Rio è Paride, che per soddisfare il suo piacere mette in difficoltà l'intera squadra; Tendi che segna il gol alla Juve nel 1980 è un "Nessuno" che sconfigge Polifemo; Di Livio che resta coi viola in C2 è il fedele Eumeo, colui che nell'Odissea per primo riconosce Ulisse tornato ad Itaca e lo aiuta a riconquistare la reggia.

Un'Odissea al momento incompiuta, poiché la Fiorentina ancora non ha vinto (ufficialmente) il terzo scudetto, che corrisponde all'atto di Ulisse di riprendersi la sovranità della sua reggia a Itaca. Ma anche in caso di arrivasse lo scudetto, conclude Caparrini, la Fiorentina riuscirebbe a complicarsi la vita anche quando tutto potrebbe andare bene. Come Ulisse sarebbe pronta sempre a "riprendere il mare" in cerca di nuove avventure. Il libro è stato presentato il 22 dicembre 2010 a Firenze, nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio.




Copertina libro Leni Riefenstahl Un mito del XX secolo Leni Riefenstahl. Un mito del XX secolo
di Michele Sakkara, ed. Edizioni Solfanelli, pagg.112, €8,00
www.edizionisolfanelli.it

«Il Cinema mondiale in occasione della scomparsa di Leni Riefenstahl, si inchina riverente davanti alla Salma di colei che deve doverosamente essere ricordata per i suoi geniali film, divenuti fondamentali nella storia del cinema.» Questo l'epitaffio per colei che con immagini di soggiogante bellezza ha raggiunto magistralmente effetti spettacolari. Per esempio in: Der Sieg des Glaubens (Vittoria della fede, 1933), e nei famosissimi e insuperati Fest der Völker (Olympia, 1938) e Fest der Schönheit (Apoteosi di Olympia, 1938).

Michele Sakkara, nato a Ferrara da padre russo e madre veneziana, ha dedicato tutta la sua esistenza allo studio, alla ricerca, alla regia, alla stesura e alla realizzazione di soggetti, sceneggiature, libri (e perfino un'enciclopedia), ed è stato anche attore. Assistente e aiuto regista di Blasetti, Germi, De Sica, Franciolini; sceneggiatore e produttore (Spagna, Ecumenismo, La storia del fumetto, Martin Lutero), autore di una quarantina di documentari per la Rai.

Fra le sue opere letterarie spicca l'Enciclopedia storica del cinema italiano. 1930-1945 (3 voll., Giardini, Pisa 1984), un'opera che ha richiesto anni di ricerche storiche; straordinari consensi ebbe in Germania per Die Grosse Zeit Des Deutschen Films 1933-1945 (Druffel Verlag, Leoni am Starnberg See 1980, 5 edizioni); mentre la sua ultima opera Il cinema al servizio della politica, della propaganda e della guerra (F.lli Spada, Ciampino 2005) ha avuto una versione in tedesco, Das Kino in den Dienst der Politik, Propaganda und Krieg (DSZ-Verlag, München 2008) ed è stato ora tradotta in inglese.




L'Immacolata nei rapporti tra l'Italia e la Spagna
a cura di Alessandra Anselmi

Il volume ripercorre la storia dell'iconografia immacolistica a partire dalla seconda metà del Quattrocento quando, a seguito dell'impulso impresso al culto della Vergine con il pontificato di Sisto IV (1471-1484), i sovrani spagnoli si impegnano in un'intensa campagna volta alla promulgazione del dogma. Di grande rilevanza le ripercussioni nelle arti visive: soprattutto in Spagna, ma anche nei territori italiani più sensibili, per vari motivi, all'influenza politica, culturale e devozionale spagnola. Il percorso iconografico è lungo e complesso, con notevoli varianti sia stilistiche che di significato teologico: il punto d'arrivo è esemplato sulla Donna dell'Apocalisse, i cui caratteri essenziali sono tratti da un versetto del testo giovanneo.

Il libro esplora ambiti culturali e geografici finora ignorati o comunque non sistemati: la Calabria, Napoli, Roma, la Repubblica di Genova, lo Stato di Milano e il Principato Vescovile di Trento in un arco cronologico compreso tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento e, limitatamente a Roma e alla Calabria, sino all'Ottocento, recuperando all'attenzione degli studi una produzione artistica di grande pregio, una sorta di 'quadreria "ariana" ricca di capolavori già noti, ma incrementata dall'acquisizione di testimonianze figurative in massima parte ancora inedite.

Accanto allo studio più prettamente iconografico - che si pregia di interessanti novità, quali l'analisi della Vergine di Guadalupe, in veste di Immacolata India - il volume è sul tema dell'Immacolata secondo un'ottica che può definirsi plurale affrontando i molteplici contesti - devozionali, cultuali, antropologici, politici, economici, sociali - che interagiscono in un affascinante gioco di intrecci. (Estratto da comunicato stampa Ufficio stampa Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria)




Mario Del Monaco: Dietro le quinte - Le luci e le ombre di Otello
(Behind the scenes - Othello in and out of the spotlight)
di Paola Caterina Del Monaco, prefazione di Enrico Stinchelli, Aerial Editrice, 2007
Presentazione




Copertina del libro Le stelle danzanti di Gabriele Marconi Le stelle danzanti. Il romanzo dell'impresa fiumana
di Gabriele Marconi, ed. Vallecchi, pagg.324, Euro 15,00
www.vallecchi.it

L'Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d'amore che non ha eguali nella storia. D'Annunzio, fu l'interprete ispiratore di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L'età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all'impresa era di ventitré anni. Il simbolo di quell'esperienza straordinaria furono le stelle dell'Orsa Maggiore, che nel nostro cielo indicano la Stella Polare. Il romanzo narra le vicende di Giulio Jentile e Marco Paganoni, due giovani arditi che hanno stretto una salda amicizia al fronte. Dopo la vittoria, nel novembre del 1918 si recano a Trieste per far visita a Daria, crocerossina ferita in battaglia di cui sono ambedue innamorati.

Dopo alcuni giorni i due amici faranno ritorno alle rispettive famiglie ma l'inquietudine dei reduci impedisce un ritorno alla normalità. Nel febbraio del 1920 li ritroviamo a Fiume, ricongiungersi con Daria, uniti da un unico desiderio. Fiume è un calderone in ebollizione: patrioti, artisti, rivoluzionari e avventurieri di ogni parte d'Europa affollano la città in un clima rivoluzionario-libertino. Marco è tra coloro che sono a stretto contatto con il Comandante mentre Giulio preferisce allontanarsi dalla città e si unisce agli uscocchi, i legionari che avevano il compito di approvvigionare con i beni di prima necessità anche con azioni di pirateria. (...) Gabriele Marconi (1961) è direttore responsabile del mensile "Area", è tra i fondatori della Società Tolkieniana Italiana e il suo esordio narrativo è con un racconto del 1988 finalista al Premio Tolkien.





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