Mia Martini

di Domenico Gallo
Laruffa Editore, pagg.157, immagini b/n, novembre 2007

Recensione di Ninni Radicini

Copertina libro Mia Martini Quando Mia Martini fu annunciata dal palcoscenico del Teatro Ariston, in gara per l'edizione 1989 del Festival di Sanremo, il pubblico si divideva tra coloro la conoscevano e quelli che non la conoscevano ma ricordavano di averne ascoltato il nome in ogni occasione in cui si parlasse di musica italiana d'autore. Per loro - i più giovani - il suo era uno dei tre, insieme a quello di Mina e Lucio Battisti, ormai più vicini al mito che alla realtà. Per chi la conosceva, quel momento rappresentava il ritorno meritato di un'artista di talento, dopo un periodo distante dalle scene. Mia Martini sorprese tutti (o confermò le attese, secondo i punti di vista) mettendo d'accordo il pubblico e gli addetti ai lavori, come sempre le era accaduto.

Un talento, ma di quelli che ci giocano sopra, alternando malinconia e ironia, forza e fragilità. La sua affermazione avvenne nei primi anni '70 ma la storia personale inizia nel 1947 a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, luogo che per specificità geografica e storica ha contribuito a formare una parte rilevante della sua personalità. Eppure ci visse pochi anni, dato che, a seguito di impegni lavorativi del padre (i suoi genitori erano entrambi insegnanti), dovette continuare a crescere altrove. Questo distacco ebbe probabilmente ripercussioni sul carattere, declinandolo verso la ricerca della solitudine interiore.

Seconda di quattro figlie, all'anagrafe Domenica Bertè, Mimì (è il vezzeggiativo utilizzato) entra presto in contatto con la musica, in particolare con la lirica (da mezzo soprano) e la danza classica, grazie alla madre, che insegna canto e suona il pianoforte e la fisarmonica. Poi però si orienta verso il jazz e la musica leggera, iniziando a cantare in locali e radio. Nel '62, dopo un provino davanti a Carlo Alberto Rossi (autore di E se domani), è scritturata dalla casa discografica Juke Box di Milano e incide il primo 45giri, composto da due cover (You can never stop me loving you, di Ian Samwell; I wanto to stay here, di Andy Williams / Edy Gorm).

Subito dopo partecipa al Festival di Bellaria e vince con la canzone Come puoi farlo tu, di cui è autrice del testo e coautrice della musica. Tre anni dopo, a Tv7, la prima apparizione televisiva e il trasferimento a Roma, dove approda alla Durium. Nell'abbigliamento segue la moda hippie e nel suo testo di La prima ragazza recepisce lo stile dei Nomadi (troncare l'ultima vocale dei verbi). Nel '69 una brutta esperienza le costò alcuni mesi di prigione. In seguito fu provata la sua innocenza. Da questo periodo drammatico derivò il rafforzamento del legame con il padre e della fede cristiana, che poi manifesterà attraverso alcune sue canzoni. Il ritorno in scena avviene nel '71, sostituendo il suo nome - Mimì Bertè - con uno nuovo: Mia Martini. Vince il Festival della Musica d'Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio con Padre davvero. Una vittoria sorprendente poichè la rassegna era in gran parte orientata verso il rock progressivo, in quel periodo al vertice della popolarità (es. Pfm, Goblin, Le Orme).

L'anno dopo passa alla Ricordi e Bruno Lauzi le affida Piccolo Uomo. E' il momento decisivo della carriera. Ottiene un successo notevole in Italia (vince il Festivalbar) e all'estero, soprattutto nei paesi latini europei e in Sud America. Lo stesso nel '73 con Minuetto (di Franco Califano e Dario Baldan Bembo), canzone con un profondo significato socio-culturale. La qualità della interpretazione e la capacità di far proprio l'argomento del testo, portano i più noti parolieri e pressochè tutti i più celebri cantautori italiani - persino tra coloro che mai avevano scritto per altri - ad affidarle proprie canzoni. Per citarne alcuni: Mogol, De Gregori, Paolo Conte, i fratelli La Bionda, Venditti, Baglioni, Fossati, De Andrè, oltre a quelli già indicati prima.

Il testo e la partecipazione emotiva ad esso sono per lei parametri determinanti. Come spiegò in una intervista a Red Ronnie nell'89, aveva difficoltà a definirsi cantante. Considerava Ella Fitzgerald, Sarah Voughan e Barbara Streisand le ultime grandi cantanti, poichè riuscivano a esprimere nel modo migliore la canzone. Cantante come "strumento vocale". Lei invece interpretava, recitava, la canzone, con l'obiettivo di fare arrivare il tema al pubblico. Questo metodo, che l'autore del libro paragona a quello dei Trovatori nelle corti francesi, italiane e svevo-normanne del Sud nel XI-XII sec., caratterizzava Mia Martini, tanto da essere apprezzata sia dal pubblico sia dai musicisti: una convergenza abbastanza rara.

Nel '75 l'incontro con Charles Aznavour, cantante francese di origine armena, celebre anche in Italia soprattutto in quel periodo. Cantano insieme in una serie di concerti fino al 1977-78, quando rimasero per mese all'Olympia di Parigi, con lei paragonata a Edith Piaf. Ormai la sua notorietà è internazionale. Passa alla Rca; incide in inglese, tedesco, francese, spagnolo; partecipa con successo ad un festival in Giappone; rappresenta l'Italia all'Eurofestival con Libera. Sul finire degli anni '70, subisce un indecoroso linciaggio morale, a seguito di una diceria insensata. All'inizio non ci badò troppo poi però la situazione diventò insostenibile. Nel frattempo il mercato musicale internazionale era stravolto dall'arrivo della Disco music dei Bee Gees. Si tratto nel complesso di svolta culturale che, in Italia ad esempio determinò la crisi della canzone d'impegno politico e civile.

Nell'82 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con E non finisce mica il cielo (di Ivano Fossati). Non vince ma per molti l'avrebbe meritato. Cosí viene ideato per l'occasione - e le è assegnato - il Premio della Critica (dopo la sua scomparsa verrà intitolato a lei). L'anno dopo realizza l'album Miei compagni di viaggio, in cui interpreta brani di cantautori suoi amici o che stimava. Tra gli italiani De Andrè e Tenco, tra gli stranieri John Lennon e Chico Buarque de Hollanda. Le canzoni sono eseguite e registrate dal vivo al Teatro Ciak di Milano.

Quella ingiuria, che alcuni fanno risalire a una malcelata invidia nei suoi confronti, purtroppo non accennava a smontarsi e contribuì alla sua decisione di allontanarsi dalle scene. Tra coloro che le rimasero vicini ci fu Sergio Endrigo. La volle interprete di un paio di brani in un suo disco di canzoni venete e di Milho Verde, ascoltata in Brasile. Si è intorno alla metà degli anni '80, periodo di trasformazioni, nuove mode giovanili e generi musicali: musica dance, elettronica, con una marcata inclinazione esterofila.

Il ritorno nell'89. Grazie ad Adriano Aragozzini e ad alcuni suoi amici che la convincono. Tra loro Bruno Lauzi, autore con Maurizio Fabrizio di Almeno tu nell'universo. Arriva al nono posto (su 24 partecipanti) ma ottiene un grande successo, trascinando l'album Martini Mia al Disco d'Oro. Forse è solo una coincidenza ma quell'anno avviene un nuovo cambio di mode musicali seppure in direzioni molto differenti: verso la canzone d'autore (nell'estate '88 il tour memorabile di Lucio Dalla e Gianni Morandi) e verso la House music.

Nel '90 Mia Martini torna a Sanremo con La nevicata del '56 (di Franco Califano) e vince un altro Premio della Critica. L'anno dopo realizza una serie di concerti in cui interpreta brani jazz (o arrangiati in versione jazz). A Sanremo '92 porta Gli uomini non cambiano e arriva al secondo posto, vincendo ancora il Premio della Critica. Nella edizione successiva è in coppia con la sorella Loredana (Stiamo come stiamo). Il suo ultimo album è del '94, La musica che mi gira intorno: interpreta canzoni di cantautori italiani, tra cui Edoardo Bennato, Zucchero, Dalla e De Andrè (3 brani). Mia Martini muore a causa di un malore improvviso il 12 maggio 1995. Da poco era andata ad abitare vicino a suo padre, in provincia di Varese. Un paio di giorni dopo avrebbe dovuto iniziare una serie di concerti.

Significativa la presenza nel libro di un capitolo dedicato a Dalida, cantante comunemente considera francese, in realtà nata in Egitto da genitori calabresi (di Serrastretta). Mia Martini e Dalida, talenti dalle parabole esistenziali con passaggi drammatici. Entrambe accomunate da scelte stilistiche simili, prediligendo l'interpretazione delle canzoni secondo canoni riconducibili alle rappresentazioni delle tragedie greche.

La presa di coscienza delle verità più dure - come ad esempio quella di considerare il dolore motivo di evoluzione personale - e la distinzione tra felicità e serenità, che rievoca quella pasoliana a proposito del successo di un intellettuale, si alternavano all'ironia sulla immaterialità dell'arte. Sono alcuni tratti della personalità di Mia Martini, che emergono dalle sue canzoni e attraverso le interviste. Il libro ne rievoca il percorso professionale e personale, con una chiave di lettura storico-musicale, elogiativa e antropologica.




Prefazioni e recensioni di Ninni Radicini

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