L'ultima stagione

di Phil Jackson e Michael Arkush
ed. Libreria dello Sport, pag.246, 2005

Recensione di Ninni Radicini

Copertina L'ultima stagione di Phil Jackson e Michael Arkush Essere un allenatore di basket che colleziona record nella NBA e scrivere un libro su una delle pochissime stagioni in cui la propria squadra ha perso. Phil Jackson è un programmatore ma è anche un giovane degli anni Sessanta che ai suoi giocatori, oltre all'allenamento abituale, chiede sedute di meditazione, durante le quali, spargendo sabbia e incenso nello spogliatoio, si cerca di raggiungere il karma. Perchè con tante individualità slegate una squadra non arriva a nulla e nella pallacanestro americana l'unica vittoria è quella del titolo NBA. Dal secondo in poi si è uguali nella sconfitta. Facile a dirsi quando si allena una squadra di medio livello, che non fa drammi se eliminata prima dei play off. Molto più difficile se la squadra si chiama Los Angeles Lakers e i personaggi con cui si ha a che fare rispondono al nome di Shaquille O'Neal, Kobe Bryant, Karl Malone, o prima i Chicago Bulls, di Michael Jordan.

«Ironicamente, penso che Los Angeles sia l'ultimo posto al mondo in cui si possa promuovere il concetto di gioco di squadra. (...) Questa è Hollywood, la terra delle stelle, dove lo show-business è tutto. I tifosi, viziati forse dai Lakers dello 'Showtimè degli anni '80, tendono a preferire l'intrattenimento... La gente adora i suoi beniamini, proprio come i fan dei Beatles degli anni '60, i quali non capivano il vero valore di un loro concerto finchè John, Paul, George o Ringo non suonavano la loro canzone preferita.»

Etichettato anticonformista dai mass media perchè esercita il diritto di esprimere opinioni sulle decisioni della Lega e degli arbitri - totem inattaccabili del basket Usa - anche a costo di multe di decine di migliaia di dollari, Phil Jackson racconta la stagione 2003/04 che poteva chiudersi con l'ingresso nella leggenda, nel caso di una vittoria nella finale (sarebbe stata la quarta in cinque anni), e che invece ha segnato la fine di un ciclo travolgente. E' la cronaca di una sconfitta in forma di diario, in una stagione contraddittoria iniziata da Jackson con un rinnovo contrattuale che nelle sue intenzioni lo avrebbe dovuto legare a vita, o quasi, ai Lakers e che invece si è ridotto a un prolungamento di un paio di stagioni. I fatalisti dicono che quando si comincia qualcosa male, o di cattiva voglia, si finisce all'interno di una congiuntura negativa. Infatti non passano molti giorni e i Lakers si ritrovano a dover affrontare gli effetti del caso giudiziario di Kobe Bryant.

Un fuoriclasse come lui, considerato una miniera d'oro per gli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti e dal merchandising, è difficile da gestire per qualunque allenatore anche per uno come Jackson, che infatti a metà stagione mette la dirigenza della squadra nelle condizioni di dover scegliere tra uno o l'alto. Più che l'applicazione degli schemi difensivi e del suo celebre attacco "a triangolo" il libro segue il rapporto contrastato con Bryant in cui si inserisce la rivalità con Shaquille O'Neal e gli infortuni che hanno segnato la stagione. Nei play off i Lakers superano gli Houston Rockets del gigante cinese Yao Ming, poi la rivelazione Minnesota Timberwolves. In finale però perdono contro i Detroit Pistons. I Laker di Bryant e O'Neal sono una gruppo di talenti che Jackson prova a far diventare una squadra, magari contando sulla esperienza del veterano Karl Malone (40anni), arrivato a Los Angeles con l'obiettivo di vincere il titolo e superare il record di punti di Kareem Abdul-Jabbar, ritiratosi a 42 anni nel 1989.

Proprio il formidabile pivot, numero 33 dei Laker anni '70-'80, che in coppia con Magic Johnson, allenati da Pat Riley, diede vita un confronto memorabile con i Boston Celtics di Larry Bird, Robert Parish (quello con il numero di maglia "00"), Bill Walton e Kevin McHale. Una sfida che ha segnato il decennio reaganiano, metafora del confronto e delle differenze culturali e sociali tra la città simbolo tra la costa occidentale e quella orientale degli Usa. La Los Angeles ispanica, afroamericana, cinoamericana, del gigantismo hollywoodiano e la Boston "wasp", anglosassone, protestante, bianca. Chiusa la stagione, Phil Jackson decise di mettere un punto finale alla sua carriera, dopo un incontro con Jerry Buss, presidente dei Lakers dal 1979, e padre della sua compagna. Era meglio così diceva. Era ora di smetterla con un vita trascorsa tra campi e alberghi. Ma non poteva durare molto. Chi ha sempre vissuto in un mondo non si può staccare, anche se quel mondo lo dominato. Nel 2005 Phil Jackson è tornato sulla panchina dei Los Angeles Lakers. Suo assistente è Kareem Abdul-Jabbar.



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