La mia storia

di Jonah Lomu, Warren Adler
ed. Libreria dello Sport, pagg.349, 14 immagini a colori, 2006

Recensione di Ninni Radicini

Copertina libro La mia storia Jonah Lomu «La maggior parte dei giocatori nella loro vita non indosseranno mai la maglia degli All Blacks e io voglio indossarla di nuovo. I soldi non c'entrano nulla, voglio solo lasciare il rugby alle mie condizioni. Se i medici dicono che dopo un trapianto di rene posso ancora giocare, state certi che giocherò».

A poco più di 30 anni Jonah Lomu è già da tempo una leggenda del rugby, sport nazionale nei paesi anglosassoni con popolarità e attenzione da parte dei mass media pari a quanto avviene per il calcio ha in Italia. Con la divisa degli All Blacks, Lomu è diventato ciò che Pelè fu per il Brasile campione del mondo nel 1958. E' grazie a lui, alla sua singolarità sportiva, atletica, biografica e al conseguente impatto mediatico, se dalla metà degli anni '90 al rugby è stato dato spazio in contesti prima poco ricettivi. Quando a venti anni il suo nome assorse alla notorietà, tutti parlavano del suo talento e della eccezionale coesistenza di forza fisica e agilità. Un gigante con lo scatto di un centometrista, che devastava le difese, trascinava avversari o li saltava di slancio. Questo libro permette di conoscere la sua storia, segnata da successi impensabili, notorietà, ma anche da sconfitte e drammi.

Lasciati il padre e la madre a un anno, Jonah visse dai suoi zii in un villaggio nell'arcipelago di Tonga. Fino ai sei anni, quando i genitori lo riportarono a South Auckland, dove trascorse l'adolescenza in pessimi rapporti con il padre spesso ubriaco. Alla fine degli anni '80, la rivalità tra tongani e samoani, amicizie da evitare, risse e azioni poco lecite sembravano anticiparne un triste destino. Per allontanarlo da quel contesto, nel 1989 la madre lo iscrive al Wesley college, la scuola più antica della Nuova Zelanda, collegata alla chiesa metodista e nota per la disciplina e per l'attenzione riservata allo sport, in particolare al rugby a 15. Fu la sua fortuna. Un giorno, senza troppa convinzione, partecipò a una gara di salto in alto. La vinse, pur non avendo mai svolto allenamenti specifici e senza alcuna formazione tecnica. Scoprì così di avere una predisposizione per l'atletica.

Venne iscritto alle prove più differenti - 100m, 200m, salto in lungo, alto - nelle gare scolastiche, interscolastiche, provinciali. Vinceva a ripetizione. Gli allenatori di atletica erano convinti di avere tra le mani un futuro eccellente decathleta. Le sue prodezze attirarono l'attenzione anche oltre l'ambiente dell'atletica. Da lì a pochi mesi Jonah conobbe due persone decisive per il suo futuro. Uno fu Chris Grinter, allenatore di successo della squadra di rugby della scuola, che ne conquistò la fiducia e riuscì a convincerlo a giocare da terza linea. L'altro fu Phil Kingsley Jones, anch'egli con esperienza di allenatore, suo futuro manager. L'esordio in un torneo nazionale di rugby a sette avvenne nel '94, con la squadra dei Counties, che vince la prima coppa dopo dieci anni. Lomu fu eletto miglior giocatore del torneo. Tra gli spettatori c'era Laurie Mains, allenatore degli All Blacks. Impressionato da quel talento, chiese al suo collega dei Counties di provare a farlo giocare da ala, ruolo mai ricoperto prima. L'esperimento andò bene e subito arrivò la convocazione per un torneo nelle Isole Fiji, in quello successivo di Hong Kong e soprattutto per un trial con gli All Blacks. Selezionato per la partita con la Francia, ebbe il numero 11, ala sinistra.

Quella gara però si risolse in una sconfitta. Mains disse di essere cosciente che Lomu avrebbe dovuto adattarsi al ruolo e all'ambiente, ma sapeva di avere a che fare con giocatore dal potenziale enorme. Per lui l'esame decisivo sarebbe stata la Coppa del Mondo, in Sudafrica, nel '95. Intanto cominciavano ad arrivargli richieste di ingaggio di altissimo livello. Dai Canterbury Bulldogs, squadra di rugby a 13 di Sydney, ne arrivò una da 300mila sterline. Non ci fu seguito ma questa circostanza consolidò l'alleanza con Phil Kingsley, che per svolgere l'incarico di manager gli chiese un dono particolare: la prima maglia degli All Blacks al ritorno in squadra. Prima c'era da superare una selezione passata alla storia, quella di Taupo, in cui venne svolto un allenamento massacrante. Al loro arrivo in Sudafrica, gli All Blacks dovettero innanzitutto resistere alla passione dei tifosi locali, in particolare quelli di colore, che fino a pochi anni prima - quando era ancora in vigore l'apartheid - li consideravano idealmente la loro rappresentativa. Il Sudafrica partecipava per la prima volta a un mondiale, dopo l'esclusione a causa del regime segregazionista.

Al termine della prima partita, e prima vittoria, sull'Irlanda (43-19), Jonah corse da Kingsley per regalargli la maglia, come promesso. Seguono le vittorie contro il Galles (34-9) e il Giappone (145-19). Ai quarti vittoria sulla Scozia. In semifinale c'era l'Inghilterra. Lomu visse il prepartita in tensione. Anche stavolta, come già in precedenza, gli avversari cercarono di innervosirlo con dichiarazioni di sfida. A rendere ancora più rilevante il match era la volontà dei neozelandesi di pareggiare la sconfitta subita due anni prima. Ci riuscirono (45-29) e andarono in finale, dove si trovarono di fronte proprio il Sudafrica. La vigilia fu memorabile. Un giorno sentì qualcuno alle sue spalle che lo salutava: "Ciao Jonah". Voltandosi si accorse che era Nelson Mandela. La felicità per quell'incontro fu subito macchiata da una strana circostanza. Dopo il pranzo, molti giocatori degli All Blacks accusarono una serie di malori. La squadra, seppure non nelle migliori condizioni, decise comunque di giocare la finale. Purtroppo la forma fisica precaria si dimostrò decisiva e persero. Il morale era a terra ma altre sfide e altre novità erano alle porte.

Una nuova sigla, la World Rugby Corporation, voleva organizzare un campionato alternativo a quello tradizionale della New Zealand Rugby Union, con squadre che avrebbero girato in mondo. Prometteva molti soldi e questo attrasse alcuni giocatori. Non tutti. Non Lomu, che rifiutò su consiglio del suo manager. Kingley, vecchia volpe del circuito rugbistico, aveva intuito che la nuova associazione, pur dispondendo di un budget molto alto, non aveva predisposto l'organizzazione adeguata a un campionato. D'altra parte le offerte di ingaggio per Lomu non mancavano: dall'Inghilterra, dal Leeds, ne arrivò una da 500mila sterline (i migliori giocatori britannici ne quandagnavano meno della metà). Per Kingley e Lomu la condizione irrinunciabile era la conferma negli All Blacks. "Quando in uno sport cominciano a girare parecchi soldi non è mai un bene, ma una cosa non è mai cambiata nella storia del rugby neozelandese, soldi o non soldi, i giocatori vogliono indossare la maglia della nazionale." (Jonah Lomu).

Il rugby era diventato uno sport professionistico e gli All Blacks iniziarono quella prima stagione della nuova epoca con un tour in Italia e Francia. Giocarono in Sicilia e a Bologna. Poi, in Francia si presero la rivincita sulla sconfitta dell'anno prima. La squadra ebbe nuova consapevolezza di essere un gruppo forte e Jonah dopo una conversazione con Mains, a cui raccontò la sua storia, ebbe la certezza di essere un All Blacks. Nel marzo del 1996 Jonah sposa Tanya, conosciuta l'anno prima in Sudafrica. Un mese "da pazzi", come lui stesso lo descrive, in cui gli ritirano la patente, ebbe un pesante diverbio con un fotografo e chiese un paio di volte scusa pubblicamente per i suoi comportamenti. Nacque inoltre il nuovo campionato, il Super 12, con squadre di Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica. Accanto a lui però non c'era più Phil Kingsley, tornato in Galles dove aveva accetto di tornare ad allenare.

Il matrimonio colse di sorpresa tutti. Il mancato invito ai rispettivi genitori diventò argomento di dominio pubblico e Jonah si accorse che ormai tutto quello che faceva, in campo e fuori, era materia per cronisti non solo sportivi. Ma quell'anno avrebbe purtroppo riservato sorprese peggiori. Senza che nulla trapelasse in pubblico, i medici avevano monitorato le sue condizioni durante tutto l'anno per trovare una spiegazione alla sua difficoltà di superare infezioni e raffreddori e alla ricorrente stanchezza. Il dottor John Maryhew, da quel momento sempre a suo fianco, scoprì la causa: un rene non funzionava bene. Il 1997 fu il primo anno di battaglia contro il male. Non poteva giocare ma ebbe molti inviti come commentatore e conferenziere, nuovo ruolo in cui si avvalse dei suggerimenti del suo ex manager, oratore di lunga esperienza. Ad agosto le condizioni si stabilizzarono e nel mese successivo Jonah potè tornare in campo. Il 1998 non fu un anno entusiasmante per gli All Blacks: subirono cinque sconfitte consecutive nei test match e tre con l'Australia (non accadeva dal 1920). A rimettere in sesto la stagione, la vittoria in finale nei Giochi del Commonwealth contro le Isole Fiji. Per Lomu fu un altro tassello di celebrità internazionale. Ricevette inviti per presenziare a manifestazioni sportive e del mondo dello spettacolo, tra cui la finale di Miss Mondo, in cui fu nella giuria. La molteplicità di impegni extrasportivi finì per avere ripercussioni sulla condizione atletica.

La sconfitta contro la Francia nella semifinale di Coppa del Mondo '99 non incise sulla sua immagine. Continuava a ricevere proposte di ingaggio da tutto il mondo. Alla fine rimase in Nuova Zelanda, negli Hurricanes. Seguono altre vittorie e sconfitte, sia nel campionato sia tornei internazionali, fino al maggio del 2003, quando arrivò quello che lui ha definito il suo "D-Day", il giorno in cui fece la prima seduta di dialisi. Accanto a lui, la nuova compagna, Fiona Taylor, sposata tre mesi dopo. La sua forza di volontà e l'affetto della moglie sono stati decisivi per il recupero e il ritorno alle gare. Nel 2004 il trapianto e la voglia immediata di ricominciare ad allenarsi. Nel giugno 2005 è di nuovo in campo e segna anche una meta. In autunno è ingaggiato dalla squadra gallese dei Dragons di Cardiff.



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