I Vicerè

di Federico De Roberto

«La Sicilia onninamente»
Recensione di Ninni Radicini

Particolare dalla copertina del libro I Vicerè, romanzo di Federico De Roberto Che la Storia della Sicilia abbia una rilevanza imponente nello sviluppo storico italiano e nell'insieme culturale post-unitario è dimostrato dalla scelta di Federico De Roberto di scrivere il I Viceré. Sviluppato su una trama di rapporti nella dinastia nobiliare degli Uzeda, il romanzo comincia con la scomparsa della principessa Teresa e la divisione delle proprietà da lei lasciate, motivo della riunione dei suoi figli e dei suoi fratelli. La narrazione è articolata attraverso le loro vicende, con ognuno dei personaggi caratterizzato e coerente con la fase considerata - tra gli anni '50 e l'inizio degli '80 dell'Ottocento - ovvero il periodo risorgimentale precedente alla unità italiana, nel segno della annessione dei territori del Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia, con al vertice la monarchia dei Savoia, e i primi decenni successivi, nei quali emergono contraddizioni rappresentate in modo individuale e proiettate nel più ampio contesto storico e sociale.

Il titolo del romanzo si riferisce alla denominazione attribuita ai reggenti del governo spagnolo nel Regno di Sicilia dal 1412 al 1759. Con la istituzione del Vicerè di Sicilia (Virrey de Sicilia) fu stabilita una unione speciale tra il Regno di Sicilia e il Re di Aragona - in senso proprio individuale - senza che il Regno di Sicilia diventasse parte dei domini aragonesi. Il Vicerè poteva nominare un Presidente del Regno di Sicilia, il quale svolgeva le funzioni del Vicerè qualora questi fosse impossibilitato. La nomina del Vicerè di Sicilia spettava al Consejo de Estado (Consiglio di Stato di Aragona), presieduto dal Re di Aragona, su proposta del Real y Supremo Consejo (Supremo Consiglio), organo collegiale consultivo dei Regni di Aragona, Castiglia e Navarra, con competenza sull'amministrazione dei Regni collegati alla dinastia Aragonese, tra cui il Regno di Sicilia. L'istituzione dei Vicerè fu trasformata in Luogotenente nel 1806 da Ferdinando III di Borbone Re di Sicilia, poi, dopo il Congresso di Vienna, sovrano del Regno delle Due Sicilie con il nome di Ferdinando I.

I Vicerè, pubblicato nel 1894, è un romanzo compiutamente siciliano, nella antropologia dei personaggi e nell'ambientazione: gli Uzeda hanno le loro proprietà intorno a Catania, Don Eugenio risiede a Palermo, la moglie del conte Raimondo, Matilde, è di Milazzo, il barone Giovannino Radalì va a vivere ad Augusta...

Il principe Giacomo - primogenito della principessa Teresa e del principe Consalvo VII Uzeda di Francalanza - è il gestore del patrimonio della dinastia. Egli non compie alcuna distinzione nel trattamento riservato ai suoi fratelli e alle sue sorelle piuttosto che al maestro di corte, ai servitori o ai parenti più larghi. Un atteggiamento pragmatico che avrà una svolta particolare (da un certo punto in poi del romanzo) con la scoperta della sua superstizione, anch'essa senza riguardi di estraneità o di parentela, persino nei confronti del figlio Consalvo VIII.

Lucrezia, sorella di Giacomo, determinata all'inizio nel voler superare le tradizioni della propria dinastia sposando Benedetto, erede di una famiglia dell'alta borghesia - distante dalla genealogia reale degli Uzeda ma desiderosa di acquisire caratteri nobiliari - cambierà il suo atteggiamento verso colui che riuscirà a sposare, per poi cambiare ancora nella fase conclusiva del romanzo. La trasformazione del suo carattere è uno dei tratti sorprendenti della scansione narrativa. Nella prima parte del romanzo sembra che l'autore possa marcarne il profilo iniziale in qualsiasi momento, come dimostrato da un dialogo, laddove Lucrezia contesta il fratello Raimondo quando questi fa paragoni tra la Sicilia e altre realtà italiane. E' un passaggio senza seguito, quasi che De Roberto volesse non tanto aprire una ulteriore linea narrativa quanto accennare a un argomento complementare, che avrebbe potuto assumere una soggettività meritevole d'interesse. Raimondo è invece descritto come personaggio dal comportamento tra i più criticabili in tutto lo svolgimento del romanzo.

Benedetto è il più sincero sostenitore del Risorgimento e, dopo la unificazione italiana, si mette al servizio di Gaspare Uzeda - Duca di Oragua, fratello della principessa Teresa ovvero zio del principe Giacomo - in attesa di ottenere un riconoscimento che non avrà mai. Sarà, invece, sempre più messo in disparte. Egli rappresenta la sconfitta degli ideali risorgimentali, a vantaggio degli opportunisti, dei sostenitori dell'ultima ora del Regno d'Italia (in un certo passaggio del romanzo, Lucrezia, dice che suo marito, Benedetto, prima è stato sindaco, poi è stato nominato assessore e in futuro sarà assunto come bidello). Nello svolgimento della narrazione, ognuno dei personaggi della dinastia degli Uzeda ha trasformazioni umorali e cambiamenti nei rapporti personali, che l'Autore materializza in varie occasioni persino esteriormente, attraverso cambiamenti fisici. Da notare che nella descrizione della nascita del primo figlio di Chiara Uzeda e del conte Federico e nel comportamento immediato della madre, il romanzo ha una imprevedibile caratterizzazione horror, in uno stile che si troverà nei racconti di Howard Phillips Lovecraft (es. L'orrore di Dunwich, pubblicato nel 1929).

Nello svolgimento della trama, Federico De Roberto inserisce gli sviluppi politico-elettorali della fase storica considerata: dalla prima consultazione legislativa quando il suffragio non era ancora universale, la capitale e sede del Parlamento era Torino e i candidati erano un insieme pressoché indistinguibile di sostenitori del Regno d'Italia; alle successive elezioni, con le quali si comincia a delineare una distinzione tra Destra e Sinistra, sebbene non particolarmente eclatante; fino all'avanzata della Sinistra e la sua successiva divisione tra progressisti e democratici radicali. E' il primo romanzo in cui emerge una rappresentazione realistica e una profonda disillusione per quanto prospettato con il Risorgimento. Così avviene che un liberale cerchi i consensi dei clericali, a sua volta cercati da chi si proclama progressista ma è convinto che essere candidato a rappresentare i cittadini in una assemblea legislativa sia una continuazione naturale dell'essere discendente di una dinastia di Vicerè.

Nel continuo tentativo dei personaggi di primeggiare e di difendersi dalle manovre altrui, colui che sembra ottenere sempre ciò che vuole è il Duca Gaspare. Non Consalvo VIII Uzeda, non Benedetto, non Don Blasco, non la zia Ferdinanda (questi ultimi due fratello e sorella della principessa Teresa Uzeda). Egli, il Duca Gaspare, è sempre tra i vincitori, anzi è il vincitore che non si espone con alcuna parte ideologica in competizione. E' colui che riesce a essere eletto in Parlamento già alle prime elezioni, pur senza avere alcuna capacità oratoria. Come il personaggio di Don Abbondio ne I Promossi Sposi, il Duca Gaspare è l'uomo senza qualità, che non impensierisce alcuno e quindi non ha avversari e perciò non trova alcun ostacolo nell'ottenere quanto si propone. Di fronte a lui stanno - sconfitti - Benedetto, Ferdinando, Giovannino, ognuno a suo modo idealista, chi in politica, chi nel modo di vivere la quotidianità, chi nei sentimenti.

Il comizio di Consalvo Uzeda per la sua candidatura alle elezioni legislative del 1882 e il suo discorso elettorale, con la descrizione dei preparativi, l'arrivo delle personalità invitate e dei cittadini, è il culmine della sua trasformazione in politico professionista, anche teorico, come dimostra quando nel suo discorso programmatico preconizza, in modo straordinario, la formazione degli Stati Uniti d'Europa, nonostante pochi anni prima si fosse svolta la guerra franco-prussiana (1870-71), la cui conclusione, con la vittoria della Prussia, nel romanzo è considerata la fine delle ultime speranze di rileggittimazione monarchica borbonica Duosiciliana.

Con la dinastia degli Uzeda, I Vicerè evidenzia anche la profonda connessione storica, culturale, geopolitica con la Spagna. Il primo legame storico e dinastico tra la Sicilia e la Spagna avvenne quando, su richiesta del Parlamento del Regno di Sicilia, Pietro III di Aragona, marito di Costanza II di Sicilia (nipote di Federico II Hohenstaufen, l'imperatore svevo-normanno-siciliano definito "Stupor Mundi") diventò Re di Sicilia con il nome di Pietro I. Una connessione negli usi, nella lingua, nei costumi. Nella lingua siciliana varie parole sono riprese dalla lingua spagnola (castigliano). Lo era, e lo è, nelle manifestazioni religiose della Cristianità. Ne I Vicerè il riferimento biografico a colei che diventerà la Beata Ximena ne è una dimostrazione esplicita, così come la questione della festa di Sant'Agata (una delle prime occasioni in cui Consalvo Uzeda dimostra la sua abilità politica). Gli Uzeda sono descritti come una dinastia nobiliare di origine spagnola diventata col tempo siciliana-spagnola, come avvenne in precedenza con le dinastie dei Normanni, che giunsero in Sicilia in prossimità dell'XII secolo e sconfissero i saraceni, facendo, nello stesso periodo, altrettanto in Spagna nel quadro di quella che è stata definita Reconquista.

La rilevanza storica e culturale del periodo in cui Federico De Roberto ambienta I Vicerè è dimostrato dalla pubblicazione, oltre sessanta anni dopo, nel 1958, de Il Gattopardo, il celeberrimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.



* Recensione pubblicata il 25 maggio 2020

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